Il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio

Posté par atempodiblog le 11 avril 2021

Il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio
VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
DEDICAZIONE DEL SANTUARIO DELLA DIVINA MISERICORDIA
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
Kraków-Łagiewniki
Sabato, 17 agosto 2002

L'immagine di Gesù Misericordioso dans Misericordia Gesu_Misericordioso

“O inconcepibile ed insondabile Misericordia di Dio,
Chi Ti può adorare ed esaltare in modo degno?
O massimo attributo di Dio Onnipotente,
Tu sei la dolce speranza dei peccatori”

(Diario, 951 – ed. it. 2001, p. 341).

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Ripeto oggi queste semplici e sincere parole di Santa Faustina, per adorare assieme a lei e a tutti voi il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio. Come lei, vogliamo professare che non esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio. Desideriamo ripetere con fede: Gesù, confido in Te!

Di questo annuncio, che esprime la fiducia nell’amore onnipotente di Dio, abbiamo particolarmente bisogno nei nostri tempi, in cui l’uomo prova smarrimento di fronte alle molteplici manifestazioni del male. Bisogna che l’invocazione della misericordia di Dio scaturisca dal profondo dei cuori pieni di sofferenza, di apprensione e di incertezza, ma nel contempo in cerca di una fonte infallibile di speranza. Perciò veniamo oggi qui, nel Santuario di Łagiewniki, per riscoprire in Cristo il volto del Padre: di Colui che è “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3). Con gli occhi dell’anima desideriamo fissare gli occhi di Gesù misericordioso per trovare nella profondità di questo sguardo il riflesso della sua vita, nonché la luce della grazia che già tante volte abbiamo ricevuto, e che Dio ci riserva per tutti i giorni e per l’ultimo giorno.

2. Stiamo per dedicare questo nuovo tempio alla Misericordia di Dio. Prima di questo atto voglio ringraziare di cuore coloro che hanno contribuito alla sua costruzione. Ringrazio in modo speciale il Cardinale Franciszek Macharski, che tanto si è adoperato per questa iniziativa, manifestando la sua devozione alla Divina Misericordia. Con affetto abbraccio le Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia e le ringrazio per la loro opera di diffusione del messaggio lasciato da Santa Suor Faustina. Saluto i Cardinali e i Vescovi della Polonia, con a capo il Cardinale Primate, nonché i Vescovi provenienti da varie parti del mondo. Mi rallegra la presenza dei sacerdoti diocesani e religiosi nonché dei seminaristi.

Saluto di cuore tutti i partecipanti a questa celebrazione, e, in modo particolare, i rappresentanti della Fondazione del Santuario della Divina Misericordia che ne ha curato la costruzione, e le maestranze delle varie imprese. So che molti qui presenti hanno con generosità sostenuto materialmente questa costruzione. Prego Dio perché ricompensi la loro magnanimità e il loro impegno con la sua benedizione!

3. Fratelli e Sorelle! Mentre dedichiamo questa nuova chiesa, possiamo porci la domanda che travagliava il re Salomone, quando stava consacrando come abitazione di Dio il tempio di Gerusalemme: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!” (1 Re 8, 27). Sì, a prima vista, legare determinati “spazi” alla presenza di Dio potrebbe sembrare inopportuno. Tuttavia bisogna ricordare che il tempo e lo spazio appartengono interamente a Dio. Anche se il tempo e tutto il mondo possono considerarsi il suo “tempio”, tuttavia ci sono tempi e luoghi che Dio sceglie, affinché in essi gli uomini sperimentino in modo speciale la sua presenza e la sua grazia. E la gente, spinta dal senso della fede, viene in questi luoghi, sicura di porsi veramente davanti a Dio presente in essi.

Con questo stesso spirito di fede sono giunto a Łagiewniki per dedicare questo nuovo tempio, convinto che esso sia un luogo speciale scelto da Dio per spargere la grazia della sua misericordia. Prego affinché questa chiesa sia sempre un luogo di annuncio del messaggio sull’amore misericordioso di Dio; un luogo di conversione e di penitenza; un luogo di celebrazione dell’Eucaristia, fonte della misericordia; un luogo di preghiera e di assidua implorazione della misericordia per noi e per il mondo. Prego con le parole di Salomone: “Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica. Signore mio Dio; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza dinanzi a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa… Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e di Israele tuo popolo, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo della tua dimora, nel cielo; ascolta e perdona!” (1 Re 8, 28-30).

4.È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4, 23). Quando leggiamo queste parole del Signore Gesù nel Santuario della Divina Misericordia, ci rendiamo conto in modo tutto particolare che non ci si può presentare qui se non in Spirito e verità. È lo Spirito Santo, Consolatore e Spirito di Verità, che ci conduce sulle vie della Divina Misericordia. Egli, convincendo il mondo “quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 8), nello stesso tempo rivela la pienezza della salvezza in Cristo. Questo convincere quanto al peccato avviene in una duplice relazione alla Croce di Cristo. Da una parte lo Spirito Santo ci permette, mediante la Croce di Cristo, di riconoscere il peccato, ogni peccato, nell’intera dimensione del male, che in sé contiene e nasconde. Dall’altra lo Spirito Santo ci permette, sempre mediante la Croce di Cristo, di vedere il peccato alla luce del mysterium pietatis, cioè dell’amore misericordioso e indulgente di Dio (cfr Dominum et vivificantem, 32).

E così il “convincere quanto al peccato” diventa al tempo stesso un convincere che il peccato può essere rimesso e l’uomo può di nuovo corrispondere alla dignità di figlio prediletto di Dio. La Croce, infatti, “è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo [ÿ]. La Croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Dives in misericordia, 8). Questa verità verrà sempre ricordata dalla pietra angolare di questo Santuario, prelevata dal monte Calvario, in un certo modo dal di sotto della Croce sulla quale Gesù Cristo ha vinto il peccato e la morte.

Credo fermamente che questo nuovo tempio rimarrà per sempre un luogo dove le persone si presenteranno davanti a Dio in Spirito e verità. Verranno con la fiducia che assiste quanti umilmente aprono il cuore all’azione misericordiosa di Dio, a quell’amore che anche il più grande peccato non può sconfiggere. Qui, nel fuoco dell’amore divino, i cuori arderanno bramando la conversione, e chiunque cerca la speranza troverà sollievo.

5. “Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo, per i peccati nostri e del mondo intero; per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero” (Diario, 476 – ed. it. p. 193). Di noi e del mondo intero… Quanto bisogno della misericordia di Dio ha il mondo di oggi! In tutti i continenti, dal profondo della sofferenza umana, sembra alzarsi l’invocazione della misericordia. Dove dominano l’odio e la sete di vendetta, dove la guerra porta il dolore e la morte degli innocenti occorre la grazia della misericordia a placare le menti e i cuori, e a far scaturire la pace. Dove viene meno il rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, occorre l’amore misericordioso di Dio, alla cui luce si manifesta l’inesprimibile valore di ogni essere umano. Occorre la misericordia per far sì che ogni ingiustizia nel mondo trovi il suo termine nello splendore della verità.

Perciò oggi, in questo Santuario, voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia. Lo faccio con il desiderio ardente che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio, qui proclamato mediante Santa Faustina, giunga a tutti gli abitanti della terra e ne riempia i cuori di speranza. Tale messaggio si diffonda da questo luogo nell’intera nostra amata Patria e nel mondo. Si compia la salda promessa del Signore Gesù: da qui deve uscire “la scintilla che preparerà il mondo alla sua ultima venuta” (cfr Diario, 1732 – ed. it. p. 568).

Bisogna accendere questa scintilla della grazia di Dio. Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità! Affido questo compito a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, alla Chiesa che è in Cracovia e in Polonia, e a tutti i devoti della Divina Misericordia che qui giungeranno dalla Polonia e dal mondo intero. Siate testimoni della misericordia!

6. Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.

ChinaTi su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa’ che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.

Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!

Amen.

* * *

Parole del Santo Padre prima della Benedizione:

Alla fine di questa solenne liturgia desidero dire che molti dei miei ricordi personali sono legati a questo luogo. Venivo qui soprattutto durante l’occupazione nazista quando lavoravo nel vicino stabilimento Solvay. Ancora oggi ricordo la via che porta da Borek Fałęcki a Dębniki. La percorrevo tutti i giorni andando a lavorare in diversi turni, con le scarpe di legno ai piedi. Allora si portavano quelle. Come era possibile immaginare che quell’uomo con gli zoccoli un giorno avrebbe consacrato la basilica della Divina Misericordia a Łagiewniki di Cracovia?

Mi rallegro per la costruzione di questo bel tempio dedicato alla Misericordia Divina. Affido al Cardinale Macharski e a tutta l’Arcidiocesi di Cracovia e alle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia la cura materiale e soprattutto quella spirituale di questo santuario. Che questa collaborazione nell’opera della diffusione del culto di Gesù Misericordioso dia frutti benedetti nei cuori dei fedeli in Polonia e in tutto il mondo.

Dio Misericordioso benedica abbondantemente tutti i pellegrini che vengono e verranno qui in futuro.


© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

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Il bene ha già vinto: Cristo è risorto!

Posté par atempodiblog le 4 avril 2021

PASQUA DI RISURREZIONE
Il bene ha già vinto: Cristo è risorto!
La Risurrezione è l’evento che ci garantisce che la vita umana cammina verso un’altra vita: cammina verso la Terra Promessa. Oggi siamo come su un ponte: non possiamo costruire la casa sul ponte, non possiamo giocare tutto sull’oggi, ma dobbiamo vivere camminando: dobbiamo vivere riscaldandoci con la speranza dell’attesa. Senza la Risurrezione di Cristo non è spiegabile ciò che è accaduto intorno a Cristo e dopo Cristo.
del di Angelo Card. Comastri (Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano) – La nuova Bussola Quotidiana

Il bene ha già vinto: Cristo è risorto! dans Articoli di Giornali e News Resurrezione

La Risurrezione di Gesù è il cuore dell’annuncio cristiano. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sottolinea che questa è la notizia che gli è stata trasmessa e lui fedelmente la trasmette alle varie comunità: “A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1Cor 15,3-5). Questa notizia è talmente importante e decisiva che San Paolo arriva ad esclamare: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1Cor 15,14-15).

“Cristo è risorto!”. Questa notizia gioiosa si trasmette di generazione in generazione e si rafforza con la testimonianza dei martiri e dei santi; e dovunque arriva, essa accende la speranza e conferma l’attesa di un mondo nuovo.

Sì, oggi noi lo diciamo davanti al mondo, lo gridiamo davanti alla nostra coscienza che è tentata di ritornare alla sfiducia: Cristo è risorto! La verità che sostiene tutto, il pilastro che dà stabilità a tutta la volta immensa della storia umana è un annuncio gioioso: il mondo va verso una meta di felicità, che è al di là e al di sopra di ogni nostra immaginazione. “La più orribile bestemmia, che sia mai uscita da labbra umane” scrisse Paul Claudel, “è la seguente: forse la verità è triste!”. Questa affermazione dubitativa è di Ernesto Renan, e Claudel coglie nel segno quando dice che è una bestemmia orribile.

No! Noi crediamo esattamente il contrario di ciò che disse Renan: la verità è gioiosa, perché l’ultima verità è la Risurrezione. La fede nella Risurrezione ci impegna ad amare la vita, a credere nella vita, a difendere il senso della vita, a riempire di gioia tutta la vita. Ma come è avvenuta la Risurrezione di Cristo? Come si è consumato questo fatto straordinario, che ha dato inizio a tutta l’avventura del cristianesimo? Tutto è avvenuto secondo lo stile che Cristo aveva inaugurato a Betlemme: la Risurrezione non è esplosa come una bomba assordante, ma è sbocciata silenziosamente come uno splendido fiore di primavera. Perché?

Perché Dio non ama il clamore e non cerca stolte rivincite: Dio è Dio; Dio non è un uomo! Ce lo ricorda il profeta Osea con parole che sono un chiaro invito a buttare via ogni misura umana, quando ci si accosta ai fatti di Dio: “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo. Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? […] Il mio cuore si commuove dentro di me […]. Non darò sfogo all’ardore della mia ira [...] perché sono Dio e non uomo” (Os 11,7-9).

Tuttavia, un fatto oggettivamente si impone alla riflessione onesta di chiunque sia aperto alla verità. Il fatto è questo: improvvisamente un gruppo di uomini impauriti (nell’ora della Passione erano tutti scappati e il responsabile del gruppo aveva addirittura rinnegato il Maestro) si trasforma in un manipolo di coraggiosi, disposti ad affrontare anche la morte.

Perché? Niente accade senza una causa! Qual è allora la causa di questa trasformazione? Gli apostoli dicono di aver visto Gesù Risorto. Si sono ingannati questi uomini? È stata una allucinazione collettiva? No! Tutti concordano nell’affermare che è impossibile una allucinazione collettiva che duri per anni e non cada neppure davanti all’urto della persecuzione e del martirio. Il comportamento umano segue delle costanti: se, in questo caso, si accetta la spiegazione della allucinazione, si deve ammettere anche che la storia umana non segue nessuna legge e nessuna costante.

Altri si chiedono ancora: è mai possibile che un gruppo di ebrei, rigorosamente monoteisti, possa all’improvviso inginocchiarsi davanti ad un uomo che si proclama Figlio di Dio e muore sulla Croce, patibolo degli schiavi? Qualcosa deve essere accaduto, qualcosa si è imposto alla “ragione” di questi uomini, altrimenti ci troveremmo, ancora una volta, davanti ad un comportamento inspiegabile e assurdo.

Ma la spiegazione c’è: è la Risurrezione di Gesù! Infatti, la fede nella Risurrezione si spiega soltanto con il fatto della Risurrezione.

Possiamo aggiungere un’ulteriore riflessione. Se, per assurdo, la Risurrezione di Gesù fosse un “falso storico” c’è da chiedersi: è mai possibile che da un falso storico nasca il movimento ideale più grande che la storia conosca e fiorisca il patrimonio di pensiero al quale il mondo attinge inesauribilmente da due millenni? È mai possibile che da un “falso storico” germogli la fioritura di credenti ragionevolissimi come Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Isacco Newton, Blaise Pascal, Max Plank, Alessandro Volta, L. Pasteur, E.M. Ampère, Guglielmo Marconi? Costoro, razionali in tutti i campi, sarebbero diventati irrazionali soltanto nella fede!?

Onestamente riconosciamo una conclusione che si impone alla ragione: senza la Risurrezione di Cristo non è spiegabile ciò che è accaduto intorno a Cristo e dopo Cristo.

Ma che cos’è la Risurrezione? E quale luce porta alla ricerca di significato per la nostra vita? La Risurrezione è l’evento che ci garantisce che la vita umana cammina verso un’altra vita: cammina verso la Terra Promessa! Quanto è importante saperlo! Se è vero questo, noi oggi siamo come su un ponte: non possiamo costruire la casa sul ponte, non possiamo giocare tutto sull’oggi, ma dobbiamo vivere camminando; dobbiamo vivere riscaldandoci con la speranza dell’attesa.

La Risurrezione di Gesù è un evento che ci ricorda che anche il corpo umano sarà salvato. In altre parole: la presenza di Dio che oggi guarisce il centro interiore della nostra persona, un giorno abbraccerà anche il corpo e brillerà sul volto di tutti coloro che hanno accolto l’Amore di Dio. Allora quanto dobbiamo rispettare il nostro corpo!

Quanto dobbiamo lottare, fin da quaggiù, perché il corpo sia liberato dal peso dell’egoismo e diventi, già oggi, una trasparenza del Mistero che è presente nel cuore! Quanto dobbiamo impegnarci per trasmettere agli altri la coscienza della dignità del corpo umano, perché esso è destinato alla Risurrezione!

Resta un ultimo interrogativo. Questo futuro promesso da Dio, questa Risurrezione di Gesù che anticipa il futuro del mondo, questa Risurrezione che noi aspettiamo… che rapporto ha con il presente che noi viviamo? Tra il presente e il futuro eterno esiste lo stesso rapporto che c’è tra il seme e la spiga, tra il germoglio e la pianta. E, siccome Dio è Amore e il Paradiso è l’esistenza umana liberata da ogni distanza da Dio, possiamo dire con certezza che la Risurrezione futura sarà tutta in rapporto alla misura di carità che noi oggi realizziamo nella vita. Ci ricorda infatti San Paolo: “La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà” (1Cor 13,8). La carità è l’ultima parola del mondo, così come è stata la prima parola del mondo: perché Dio è Carità.

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LETTURE/ De Lubac, Cristo risorto è l’inizio di una comunione senza fine

Posté par atempodiblog le 4 avril 2021

LETTURE/ De Lubac, Cristo risorto è l’inizio di una comunione senza fine
I Padri della Chiesa videro la Resurrezione di Cristo in prospettiva non solo personale, ma totalizzante. Ne parla Henri de Lubac in “Cattolicismo”
di Danilo Zardin – Il Sussidiario

LETTURE/ De Lubac, Cristo risorto è l’inizio di una comunione senza fine dans Articoli di Giornali e News Pinturicchio-Resurrezione

“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11, 25-26).

Fin dai suoi inizi, la fede cristiana ha riconosciuto nella Pasqua l’evento fondativo di una nuova realtà nello spazio dell’essere. Assolutamente nulla di solo interiore, limitato alla regolazione dei debiti di coscienza di un io isolato con il Dio giudice severo del mondo, ma un fatto di portata cosmica, dinamicamente esplosivo, capace di spezzare il ciclo dell’incessante ripetizione di un destino bloccato su sé stesso, spalancando tutto ciò che esiste a una rivoluzione che restituiva un senso al procedere inesorabile della storia nel flusso del tempo (“circuitus illi iam explosi sunt”: Agostino, De civitate Dei, 12, 21).

Se la disobbedienza dei progenitori aveva introdotto la ferita del male e della divisione nel tessuto della vicenda umana, nell’irrompere del Risorto si identificava il germe di un riscatto aperto alla grazia di una comunione ristabilita sulle sue basi, orientata alla ricompaginazione dell’intera comunità dei viventi nella salvezza di un unico corpo trasfigurato: una “cosa sola” di matrice divina, avvolta dall’abbraccio infinitamente misericordioso di Dio-carità, passato attraverso il sacrificio del Signore innalzato sul legno della croce, al centro di un universo riconciliato con ciò da cui aveva preso origine.

Le dimensioni sovranamente oggettive, universalistiche e globali, del salto di qualità provocato dalla risurrezione di Cristo dentro la catena della vita del mondo sono illuminate con limpida evidenza dal pensiero dei Padri: quello che, in modi particolarmente felici, padre Henri de Lubac ha ricostruito nella memorabile sintesi dedicata al genio “unificante” dello spirito cristiano primitivo, ricollocandolo all’interno dell’orizzonte totalizzante, veramente “cattolico” nel senso proprio del termine, a cui si legava la sua aspirazione a includere ogni frammento di esistente, ogni minima briciola di autentica esigenza umana. “Cattolico” non per delimitazione confessionale ristretta, ma come marchio identificativo di una fresca ispirazione sorgiva, modellata dalla coscienza che dell’apertura alla “cattolicità” faceva il vettore trainante della rigenerazione dell’intera creazione terrena, al di là e prima di ogni dialettica interna, di ogni divaricazione di accenti e di ogni conflitto tra fratelli insinuatisi, con l’andare del tempo, nella trama dell’identica dottrina e nella condivisione della medesima mensa eucaristica. Ci stiamo riferendo a Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma (Parigi 1938; prima edizione italiana Jaca Book, 1979): un classico opera di un grande maestro, uno di quei testi sempre fecondi a cui è utile ritornare per procedere sicuri sui passi di ogni nuovo sforzo di immaginazione.

Il quarto capitolo dell’affresco di de Lubac mette a tema il problema della “vita eterna”. Fin dal suo attacco iniziale è fulminante, perché fa emergere l’inconsistenza di ogni riduzione in senso individualista del concetto di sopravvivenza dell’anima, di premio e di accesso alla “visione dell’Essenza divina” inaugurato dall’avvenimento della salvezza di Cristo.

L’unicità esclusiva dell’io come oggetto supremo dell’amore redentore del Dio che si è fatto carne non poteva essere scissa, nella prospettiva dei vescovi pastori e dei maestri di vita cristiana dei primi secoli, dall’incardinamento del destino di felicità dell’io-persona nell’universo sinfonico della communio, dentro quel “mistero d’unità” di cui “la creazione fu il preludio” (è il tema delle prime sezioni del volume) e che, sfigurato dai ribaltamenti del peccato, era stato messo nelle condizioni di tornare a risplendere nel cuore del mondo dalla risurrezione di Cristo-nuovo Adamo, a sua volta prolungata dalla continuità del suo corpo sacramentale che è la Chiesa. Da qui derivava l’inclinazione risolutamente sovrapersonale dell’escatologia, che de Lubac ripropone, con linguaggio attualizzato fino a rasentare il rischio del fraintendimento equivoco, sottolineandone la densità “sociale” delle implicazioni: il che vuol dire, in ultima analisi, insistere sulla visione della persona umana come essere in relazione, sul primato del noi in armonia con la cura e la promozione dell’io, sulla riconversione nell’unità come fonte di una umanità risanata dalle sue lacerazioni dolorose.

“Nella tradizione cristiana – ricorda de Lubac – il cielo è sempre stato concepito sotto l’analogia di una città”. La santa Jerusalem è la figura profetica di questo Paradiso riappacificato: una “città armoniosa”, dove “tutti regnano con il grande Re” (Agostino), città di Dio “edificata dal congregarsi dei suoi santi cittadini” (Gregorio Magno). I santi “vi vivono in società, vi gioiscono in comune: socialiter gaudentes, e attingono la loro gioia da questa stessa comunità”.

I passaggi successivi completano il quadro tracciato. La “felicissima societas”, la “coelestis beatorum mutua caritativa societas” era sì configurata come una “città compatta”, come “una sola casa”: una “società ristretta come una famiglia unica, rannicchiata sotto un solo tetto”, quello della “redempta familia Christi Domini”. Ma nello stesso tempo essa si concepiva “dilatata all’estremo”, chiamata a “contenere nelle sue mura” la totalità delle creature, a realizzarsi, “nella sua perfezione”, appunto come catholica societas. La vita eterna in cui si entra sulle orme del Risorto che agisce nella vita del mondo equivaleva a una forza di attrazione proiettata, missionariamente, all’infinito, verso i confini ultimi del cosmo. Tutto era destinato a esserne investito, e solo il puntare a questa possibilità ideale di riassorbimento nella pienezza di una “unità perfetta” segnava il traguardo della corsa dei secoli fino al secondo avvento del Figlio dell’uomo.

“Le prime generazioni cristiane avevano un sentimento vivissimo di questa solidarietà di tutti gli individui e delle diverse generazioni nel cammino verso la medesima salvezza”, annota de Lubac.

Spingendosi in avanti in senso radicale, alcuni, come Origene, arrivarono a congetturare che persino Cristo, allusivamente parlando, non potesse godere fino in fondo della beatitudine perfetta finché uno solo dei membri che vi erano destinati restava “più o meno invischiato nel male o nella sofferenza”. La communitas degli eletti doveva essere riempita in ognuno dei ranghi preordinati dalla sapienza divina per ricomprendervi le ondate delle emergenze di ogni epoca. E questo non poteva che avvenire sul filo di uno sviluppo nel tempo.

Secondo credenze molto diffuse, rintracciabili anche in Ambrogio, solo al culmine finale della storia i beati avrebbero potuto essere ammessi alla pienezza della gloria divina, perché solo allora sarebbe stata ricomposta l’universale “assemblea dei giusti”. Anche i testi liturgici dipingevano l’ottavo giorno, quello del tempo eterno, come la sintesi inseparabile del “numero completo dei santi” e del “godimento consumato”. Lo aveva già preconizzato Agostino, di nuovo, nei suoi sermoni. “Ora noi vediamo attraverso uno specchio, in enigma e in una maniera parziale. Ma quando l’uno e l’altro popolo, alfine purificati, alfine risuscitati, alfine coronati, alfine trasfigurati per l’eternità vedranno Iddio faccia a faccia, quando non ci sarà più che il solo Israele…, allora lui stesso sarà visto da Dio”: con lo sguardo della simbiosi totalmente trasparente, senza più veli e diaframmi di separazione.

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Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie

Posté par atempodiblog le 28 mars 2021

DOMENICA DELLE PALME
Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie
La strada indicata da Cristo rifugge il Potere, va verso la Croce, questo è il trionfo di Dio. Seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce. Qui sta anche la nostra vittoria.
del di Angelo Card. Comastri (Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano) – La nuova Bussola Quotidiana

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Un tempo spesso si cantava: Christus vincit, Christus regnat!, Cristo vince, Cristo regna! Ma qual è il trionfo di Dio? Certamente è tanto diverso da come noi lo immaginiamo.

Per capire qual è la strada del trionfo di Dio, meditiamo il senso degli avvenimenti di questo giorno. Guardiamo innanzi tutto come si comporta la folla. La folla! Essa grida, canta, prega, ma la folla è sempre ambigua. Oggi acclama, domani bestemmia. Oggi esalta e domani bastona. La folla fa paura: cambia troppo facilmente il proprio atteggiamento.

E noi? E la nostra fede? E la nostra risposta a Cristo? Non basta una preghiera, non basta una Messa, non basta un’opera di carità per essere cristiani. Gesù ha detto: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mc 13,13). E ancora: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62).
Il vero cristiano è colui che cammina dietro a Cristo ogni giorno con fedeltà e perseveranza!

Ma qual è la strada di Cristo? Guardiamo il comportamento di Gesù. Gesù respinge Satana, quando Satana gli propone la strada del Potere: perché Dio non vince così! Gesù fugge quando gli uomini, dopo il miracolo dei pani, lo vogliono proclamare re: fugge, perché Dio non vince così! Gesù rimprovera Pietro, quando egli tenta di distoglierlo dalla strada di Gerusalemme; e va decisamente verso Gerusalemme, verso la Croce: perché questa è la strada di Dio, la strada del Suo trionfo!

E oggi noi guardiamo Gesù che entra a Gerusalemme: ormai è vicina la Sua ora, l’ora tanto attesa!
Egli si presenta mite, buono, pacifico, apparentemente debole. Così Gesù ci ha insegnato che la grande forza del mondo è la bontà: il vero forte è l’uomo buono; il vero forte è colui che ha vinto la violenza dentro di sé; il vincitore è chi dà la vita per gli altri e non chi toglie la vita agli altri. Noi abbiamo accolto la Sua lezione? Noi camminiamo nella Sua strada? Ci riconosciamo nelle scelte di Cristo?

Ma nella passione non c’è soltanto Gesù; ci sono anche altri personaggi che prendono risalto in rapporto a Gesù.
C’è Pilato: un indeciso, perché vuoto. Chi è vuoto di ideali, facilmente può condannare… anche Cristo: ieri e oggi!
C’è Pietro: un indeciso, perché debole. La debolezza è pericolosa: è terreno di tradimento. E oggi, più che in altri tempi, la debolezza soccombe: nel nostro tempo la fedeltà a Dio si paga con l’eroismo.
C’è Giuda: un deciso al male, perché orgoglioso. E l’orgoglio è il cancro dell’anima, l’orgoglio è la radice di ogni violenza. L’orgoglio è un male tanto diffuso; l’orgoglio è l’inizio dell’inferno.
Ci sono i sommi sacerdoti: gente che conosceva la lettera della Bibbia, ma non conosceva lo spirito; gente che usava la Bibbia per piegarla alle proprie vedute, mentre invece dovevano loro piegarsi e convertirsi alla Parola di Dio.
Infine c’è Maria: una decisa nel bene fino alla Croce, perché Maria è umile di cuore. Nello scenario della Passione di Cristo, Maria rivela tutta la sua grandezza. Vengono in mente le parole profetiche di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria è la credente: è la creatura che si è fidata ciecamente di Dio.

Quale è il personaggio nel quale ci ritroviamo? La passione di Gesù continua: chi siamo noi oggi nella passione del Signore? Forse ci ritroviamo talvolta nel comportamento di Pilato, talvolta in quello di Pietro, talvolta in quello di Giuda o in quello dei sommi sacerdoti…
Allora ecco un proposito e un impegno per tutti: seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce: la strada della vittoria di Dio e della nostra vittoria.

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Consolare il nostro Dio

Posté par atempodiblog le 27 mars 2021

Consolare il nostro Dio

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Hai notato come nei momenti delle tenebre della sua passione Gesù cerchi qualcuno che lo possa confortare? Chiede a Pietro, a Giacomo e a Giovanni di vegliare con Lui. E’ grato al gesto pieno di delicatezza e di premura della Veronica che gli asciuga il volto bagnato di sudore e di sangue. Permettendo che il Cireneo porti per un tratto di strada la croce, Gesù ha voluto invitare le anime più generose a sorreggere con Lui il peso della croce del mondo.

Non basta chiedere perdono per i nostri peccati. Dobbiamo consolare il nostro Dio per le ingratitudini e le offese da parte degli uomini, offrendo noi quell’amore che gli negano.

di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

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Persona, non personaggio

Posté par atempodiblog le 26 mars 2021

La quarta predica di Quaresima tenuta dal cardinale Cantalamessa
Persona, non personaggio
Fonte: L’Osservatore Romano

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«Fra una settimana sarà il Venerdì santo e subito dopo la Domenica di risurrezione. Risorgendo, Gesù non è tornato alla vita di prima come Lazzaro, ma a una vita migliore, libera da ogni affanno. Speriamo che sia così anche per noi. Che dal sepolcro in cui ci ha tenuti rinchiusi per un anno la pandemia, il mondo — come ci va ripetendo continuamente il Santo Padre — esca migliore, non lo stesso di prima». Con questa speranza il cardinale Raniero Cantalamessa ha concluso, venerdì mattina 26 marzo, la quarta e ultima predica di Quaresima che ha tenuto nell’aula Paolo VI , alla presenza di Papa Francesco.

Una meditazione centrata sul fatto che tutto gira ancora intorno a «un certo Gesù» — come si legge negli Atti degli apostoli — che il mondo ritiene morto e la Chiesa proclama essere vivo. «Gesù di Nazareth — ha testimoniato il predicatore della Casa Pontificia — è vivo! Non è una memoria del passato, non è solo un personaggio, ma una persona. Vive “secondo lo Spirito”, certo, ma questo è un modo di vivere più forte di quello “secondo la carne”, perché gli permette di vivere dentro di noi, non fuori o accanto».

«Nella nostra rivisitazione del dogma — ha spiegato con un’attenta analisi storica — siamo giunti al nodo che unisce i due capi». Gesù “vero uomo” e Gesù “vero Dio”, infatti, «sono come i due lati di un triangolo, il cui vertice è Gesù, “una persona”». Del resto, ha puntualizzato, il dogma è «una struttura aperta: cresce e si arricchisce, nella misura in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, si trova a vivere nuove problematiche e in nuove culture».

La Chiesa, da parte sua, «è in grado di leggere la Scrittura e il dogma in modo sempre nuovo, perché essa stessa è resa sempre nuova dallo Spirito Santo». Non a caso, lo storico Jaroslav Pelikan affermava che «la tradizione è la viva fede dei morti» (cioè «la fede dei Padri che continua a vivere») mentre «il tradizionalismo è la morta fede dei viventi».

Secondo il cardinale Cantalamessa, oggi è opportuno «scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente! Questo infatti è ciò che è carente e di cui abbiamo estremo bisogno per non lasciare che il cristianesimo si riduca a ideologia, o semplicemente a teologia».

Partendo anche dalla sua esperienza personale di studio, il predicatore ha riproposto il «più celebre “incontro personale” con il Risorto che mai sia accaduto sulla faccia della terra: quello dell’apostolo Paolo». Scrivendo di questo a Filemone, Paolo dice espressamente: «Perché io possa conoscere lui». Ma proprio «quel semplice pronome “lui” (auton) contiene su Gesù più verità che interi trattati di cristologia», ha insistito il cardinale. «Lui», infatti, «vuol dire Gesù Cristo “ in carne ed ossa”». L’esperienza da vivere è quella di «incontrare una persona dal vivo dopo avere conosciuto per anni la sua fotografia».

«Riflettendo sul concetto di persona nell’ambito della Trinità — ha continuato il predicatore — sant’Agostino e dopo di lui san Tommaso d’Aquino, sono arrivati alla conclusione che “persona”, in Dio, significa relazione». E «il pensiero moderno ha confermato questa intuizione: essere persona è “essere-in-relazione”».

E così, ha fatto presente Cantalamessa, «non si può conoscere Gesù come persona se non entrando in un rapporto personale, da io a tu, con lui. Non possiamo accontentarci di credere nella formula “una persona”, dobbiamo raggiungere la persona stessa e, mediante la fede e la preghiera, “toccarla”».

Gesù, per ciascuno, deve essere «persona, non solamente un personaggio: c’è una grande differenza tra le due cose». Insomma, con figure insigni del passato come Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Napoleone «è impossibile parlare». Dunque, attenzione, a «relegare Gesù al passato» senza «farsi riscaldare il cuore con un relazione esistenziale con lui». Papa Francesco lo scrive chiaramente all’inizio della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, al numero 3: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui». Dunque, ha aggiunto il cardinale, «la vita di ogni persona, si divide esattamente come si divide la storia universale: “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, prima dell’incontro personale con Cristo e in seguito a esso».

Come fare allora? «Solo per opera dello Spirito Santo — ha risposto il predicatore — che non aspetta altro che glielo chiediamo: “Fa’ che per mezzo tuo conosciamo il Padre e conosciamo anche il Figlio”. Che lo conosciamo di questa conoscenza intima e personale che cambia la vita».

Ma il cardinale ha invitato anche a «fare un passo avanti» per arrivare alla comprensione che «Dio è amore, il mistero più grande e più inaccessibile alla mente umana». In realtà «si potrebbero passare ore intere a ripetere dentro di sé questa parola, senza finire mai di stupirsi: Dio, ha amato me, creatura da nulla e ingrata! Ha dato se stesso — la sua vita, il suo sangue — per me. Singolarmente per me! È un abisso nel quale ci si perde». Il nostro rapporto personale con Cristo è dunque essenzialmente «un rapporto di amore». E «consiste nell’essere amati da Cristo e amare Cristo. Questo vale per tutti, ma assume un significato particolare per i pastori della Chiesa», perché «l’ufficio del pastore trae la sua forza segreta dall’amore per Cristo».

Per andare al sodo, il cardinale ha suggerito il significato della meditazione sulla vita personale di ciascuno, «in un momento di grande tribolazione per tutta l’umanità». Ed è ancora Paolo a far da riferimento, quando nella Lettera ai Romani scrive: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». L’apostolo «passa in rassegna nella sua mente tutte le prove attraversate», ma «constata che nessuna di esse è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Cristo».

Paolo «ci suggerisce un metodo di guarigione interiore basato sull’amore. Ci invita a portare a galla — ha affermato il predicatore — le angosce che si annidano nel nostro cuore, le tristezze, le paure, i complessi, quel difetto fisico o morale che non ci fa accettare serenamente noi stessi, quel ricordo penoso e umiliante, quel torto subito, la sorda opposizione da parte di qualcuno. Esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama, e troncare ogni pensiero negativo, dicendo a noi stessi, come l’apostolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”».

Infine, ha concluso, l’apostolo «ci invita a guardare con occhi di fede il mondo che ci circonda e che ci fa ancora più paura ora che l’uomo ha acquisito il potere di sconvolgerlo con le sue armi e le sue manipolazioni». Quello che «Paolo chiama l’“altezza” e la “profondità” sono per noi — nell’accresciuta conoscenza delle dimensioni del cosmo — l’infinitamente grande sopra di noi e l’infinitamente piccolo sotto di noi». E in questo momento, ha osservato Cantalamessa, quell’«infinitamente piccolo» è «il coronavirus che da un anno tiene in ginocchio l’intera umanità».

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Tutta la vita terrena di Gesù è stata vissuta come obbedienza alla volontà del Padre

Posté par atempodiblog le 10 janvier 2021

Tutta la vita terrena di Gesù è stata vissuta come obbedienza alla volontà del Padre
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Tutta la vita terrena di Gesù è stata vissuta come obbedienza alla volontà del Padre dans Commenti al Vangelo Padre-Livio-Fanzaga-Radio-Maria

Caro amico, Gesù nella sua incommensurabile grandezza è stato obbediente. Gli uomini altolocati eccellono nel farsi obbedire e provano compiacenza nell’esercizio del comando e nel dominio. Anche la leadership spirituale non è esente da questa tipo di auto compiacenza che l’uomo prova nel porsi come guida agli altri.

Condizionare le menti, forzare i cuori e dirigere le coscienze è una tentazione sottile alla quale pochi si sanno sottrarre. Gesù ha colto nella sua radice profonda l’ambizione umana di eccellere e ne ha messo in guardia i suoi apostoli, che aveva scelto come capi della sua Chiesa.

Nacque fra loro una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così: ma chi tra voi è più grande diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Lc 22, 25-26).

L’umiltà e l’obbedienza di Gesù riparano il peccato di superbia e disobbedienza dei progenitori e dell’intera umanità.

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Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste

Posté par atempodiblog le 16 août 2020

Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 15,21-28)

Partito di là, Gesù si diresse verso le perti di Tiro e Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».
Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste dans Commenti al Vangelo Ges-e-la-Cananea

La Cananea, esempio pratico di una grande virtù sotto umili apparenze
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

Gli scribi e farisei nelle loro opposizioni al Redentore non si contentavano solo di parole, ma tentavano passare ai fatti e ordivano congiure contro di Lui per liberarsene. Gesù Cristo, per impedire una recrudescenza del loro odio, si allontanò dalla pianura di Genesaret, dove si trovava, e passò nelle parti di Tiro e Sidone, cioè tra gente Cananea. Egli annunziava così col fatto che la parola della verità, rigettata dal popolo ebreo, sarebbe passata ai pagani; non andò in quei luoghi per evangelizzarvi il popolo, ma per indicare quello che sarebbe avvenuto in futuro e, conoscendo tutto, vi andò per mostrare con un esempio pratico agli apostoli, disorientati dalla propaganda farisaica, che cosa significasse avere fede. È evidente dal contesto che Egli stesso attrasse a sé la povera Cananea, che andò a supplicarlo per la figlia indemoniata, anzi può dirsi che sia andato esclusivamente per lei in quelle contrade, non avendovi operato altro.

La fama dei suoi miracoli si era sparsa in ogni luogo, e forse la Cananea aveva tante volte desiderato incontrarsi con Lui, per supplicarlo in favore della figlia. Forse aveva pregato con viva fede credendolo il Messia, il fatto si è che, appena saputo della sua presenza, gli corse incontro, chiamandolo Figlio di Davide e Signore, e confessandolo per Colui che doveva venire.

La sua preghiera fu semplicissima: essa espose il suo caso doloroso, e lasciò a Lui la cura di pensarci.

Pregò con fede nel chiamarlo Figlio di Davide, con umiltà nell’implorarne pietà e con fiducia esponendogli il suo caso doloroso tra grida di suppliche. Gesù non le rispose nulla, sembrò insensibile a quell’angoscia materna, Egli che aveva un cuore infinitamente tenero.

La donna non si scoraggiò, continuò a gridare e gli apostoli, presi dalla compassione, lo supplicarono a sbrigarla. Egli rispose che non era stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.

Con queste parole non intese dire di non voler esaudire la preghiera di quella donna, ma volle mostrare agli apostoli, in una durezza che li addolorava, quanto era contrario alla carità la durezza di chi s’irrigidiva in una legge esteriore senza tener conto del suo spirito.

Dal suo Cuore però partivano raggi di carità invisibili che colpirono la donna, la fecero più ardita e la fecero avvicinare a Lui implorando aiuto. Gesù rispose che non era bene prendere il pane dei figli e darlo ai cani. Chiamò cani i pagani, non perché l’amor suo li stimasse tali, ma perché così li riguardavano gli scribi e i farisei.

A bella posta volle far sentire agli apostoli, in un contrasto con una madre supplicante, quanto fosse ingiusto il disprezzo che gli Ebrei avevano dei pagani. Essi vedendo quel disprezzo in confronto con Lui, carità per essenza, ne distinguevano di più l’orrore. Egli poi, dicendo una parola così dura alla povera Cananea, le fece sentire contemporaneamente con quale carità la riguardava; il suo Cuore divino la provava e le dava la grazia per resistere alla prova. La Cananea, infatti, rispose con maggiore fede che anche i cagnolini mangiavano le briciole che cadevano dalle mense dei loro padroni. Era indegna del pane dei figli, e come cagnolina voleva raccogliere solo una briciola di quella potenza taumaturga con la quale Egli colmava di benefìzi tanti poveri infelici. Era questa la più grande espressione di una fede umile e sincera, e Gesù, mutando d’un tratto atteggiamento, ed elogiando tanta fede, la esaudì e, in distanza, con una parola di onnipotenza, le sanò la figlia.

La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti; essi dovettero riconoscere che non avevano quella fede profonda che sa resistere alle prove; dovettero capire quanto superiore agli scribi e farisei era quell’umile donna, che aveva nel cuore un tesoro di fede sul Messia, e si sentirono rinfrancati nello spirito. Gesù poi, partito di là, e andato verso il mare di Galilea, cioè sulla riva orientale del lago di Genesaret, vi operò moltissimi strepitosi miracoli, confermando così la fede dei suoi apostoli.

Muti, ciechi, zoppi, storpi e molti altri infermi sperimentarono la sua potenza e ne furono consolati spiritualmente e corporalmente.

Quante volte, pregando, ci sembra che Gesù Cristo, la Madonna e i santi non ci ascoltino, e l’anima si disorienta a volte fino a sentirsi venir meno la fede! Quante volte, in questi momenti di tenebre, satana ci suggerisce che è vano pregare e ci getta in una cupa disperazione che è forse il tormento maggiore della vita! Eppure in quei momenti di oscurità, proprio allora, dobbiamo intensificare la preghiera, perché la fede esca ingigantita dalla prova ed ottenga grazie maggiori di quelle che ha richieste. Si può dire con assoluta certezza che nessuna preghiera è vana, e che quando non ci vediamo esauditi ci si prepara una consolazione più grande, temporale ed eterna. Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste, ed Egli ci riserba il suo pane, cioè la ricchezza delle sue misericordie.

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Non dubitare mai di Gesù

Posté par atempodiblog le 9 août 2020

Non dubitare mai di Gesù
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Non dubitare mai di Gesù dans Commenti al Vangelo Pietro-tenta-di-camminare-sulle-acque

Pietro, confidando nella parola di Gesù, si mette a camminare sulle onde. Ma poi, a causa della violenza del vento, si impaurisce e incomincia ad affondare. Caro amico, con la fede stai a galla, senza la fede vieni risucchiato nell’abisso.

Accade anche a noi di intraprendere con entusiasmo il cammino della fede e all’inizio tutto ci sembra facile. Ma poi si affacciano le difficoltà, le prove e le oscurità. Nel governo divino delle anime questi momenti sono previsti per renderci più forti e più sicuri. Se li superiamo, ne usciamo con una fede più pura e tenace, che ci consente di affrontare le grandi battaglie. Ma se incominciamo a dubitare, se invece di guardare verso Gesù e tenere lo sguardo fisso su di Lui, abbassiamo gli occhi sulle onde su cui poggiano i piedi, il dubbio si insinua, il panico ci afferra, la fede vacilla e incominciamo ad affondare.

Non dubitare mai di Gesù e non distogliere mai lo sguardo da Lui che ti sostiene. Ma se questo ti dovesse accadere, se la tua vita fosse afferrata dai quei gorghi oscuri e imprevisti che non cessano di insidiarla, allora abbi lo slancio di umiltà di Pietro e non avere paura di gridare: “Signore, salvami!”. Allora Gesù stenderà la Sua mano afferrandola e ti dirà: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Poi ti porterà al sicuro sulla Sua barca, mentre la violenza del vento cesserà e intorno a te si farà bonaccia.

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Gesù è allo stesso tempo seminatore, seme e frutto della semina: è il Pane di vita eterna

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2020

Ecco, il seminatore usci a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta (Mt 13, 3-8).

Gesù è allo stesso tempo seminatore, seme e frutto della semina: è il Pane di vita eterna dans Commenti al Vangelo Il-seminatore

La scena è di attualità. Anche oggi, come allora, il seminatore divino sparge la sua semente. L’opera della salvezza continua a compiersi, e il Signore vuole servirsi di noi: desidera che i cristiani aprano al Suo amore tutti i sentieri della terra; ci invita a propagare il messaggio divino — con la dottrina e con l’esempio — fino agli ultimi confini del mondo. Ci chiede che, come cittadini della società ecclesiale e di quella civile, svolgendo con fedeltà i nostri doveri, ciascuno di noi sappia essere un altro Cristo, santificando il lavoro professionale e i doveri del proprio stato.

Guardando attorno a noi questo mondo che amiamo, perché opera divina, costatiamo che la parabola si fa realtà: la parola di Gesù è feconda e suscita in molte anime desideri di dedizione e di fedeltà. La vita e le opere di coloro che si sono posti al servizio di Dio hanno cambiato il volto della storia, al punto che molti di coloro che non conoscono il Signore sono spinti — forse senza saperlo — da ideali suscitati dal cristianesimo.

Vediamo anche che parte della semente cade in terra sterile o tra le spine e i cardi: vi sono uomini che si chiudono alla luce della fede. Gli ideali di pace, di concordia, di fraternità sono accolti e proclamati, ma spesso sono smentiti dai fatti. Taluni, poi, si affannano inutilmente a imprigionare la voce di Dio, impedendone la diffusione con la forza bruta o con un’arma meno rumorosa, ma forse più crudele, perché rende insensibile lo spirito: l’indifferenza.

Vorrei che, vedendo tutto ciò, prendessimo coscienza della nostra missione di cristiani e volgessimo lo sguardo alla Sacra Eucaristia, a Gesù che, presente in mezzo a noi, ci ha costituiti Sue membra: Vos estis corpus Christi et membra de membro (1 Cor 12, 27), voi siete il corpo di Cristo e membra unite ad altre membra. Il nostro Dio ha deciso di rimanere nel tabernacolo per essere nostro alimento, per darci forza, per divinizzarci, per dare efficacia al nostro lavoro e al nostro sforzo. Gesù è allo stesso tempo seminatore, seme e frutto della semina: è il Pane di vita eterna.

Il miracolo costantemente rinnovato della Sacra Eucaristia ha in sé tutte le caratteristiche proprie dell’agire di Gesù. Perfetto Dio e perfetto Uomo, Signore del Cielo e della terra, Egli si dona a noi per essere nostro sostentamento nel modo più naturale e comune. Attende il nostro amore da quasi duemila anni. È tanto, ma è poco, perché quando c’è amore il tempo vola.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: Escrivá Works

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L’umiltà

Posté par atempodiblog le 5 juillet 2020

L’umiltà dans Commenti al Vangelo Violetta

Se paragoniamo la vita spirituale a un albero, l’umiltà è la radice dalla quale il tronco e i rami prendono il necessario nutrimento. «Umiltà» viene da «humus», che significa «terreno», la condizione senza la quale nessuna pianta potrebbe crescere. Quando guardi un albero che si eleva nel cielo, mostrando la sua maestosa bellezza, sei portato ad ammirare lo slancio del fusto e l’estensione dei rami, ma non consideri il terreno nel quale affonda le radici, anzi trovi naturale calpestarlo. La grande tradizione spirituale cristiana considera l’umiltà il terreno indispensabile perché il seme della vita cristiana possa essere piantato e crescere fino al suo completo sviluppo. Tuttavia, proprio perché si nasconde nell’ombra, l’umiltà è notata e ammirata meno di altre virtù. Chi non sentirebbe ardere il cuore ammirando il coraggio eroico, la carità sconfinata, lo zelo instancabile, la sapienza divina, il dono dei miracoli di cui sono ornati i santi? Eppure senza la radice dell’umiltà tutto si ridurrebbe a un luccichio ingannevole. Al contrario, più il terreno dell’umiltà è fecondo e più numerosi e profumati sono i fiori che crescono. Di colei che fu la Regina di tutte le virtù ci viene svelata dallo Spirito Santo la radice nascosta dell’umiltà.

[...]

L’umiltà è una luce che permette di guardare a se stessi con misericordia, prendendo atto che siamo creature fragili e inclini a commettere errori. L’umile non fa fatica a riconoscersi peccatore. Questo spiega perché i santi, più avanzavano nel cammino di conversione e più si battevano il petto. Tuttavia non fermavano lo sguardo sulle proprie miserie, ma lo elevavano sulla compassione divina, che è sempre pronta a perdonare chi riconosce le proprie colpe.

L’umiltà è uno sguardo vero sulla realtà, vista nella luce di Dio. L’umile vede se stesso e gli altri a partire da Colui che conosce ogni cosa nella sua verità. C’è un legame profondo fra l’umiltà e la verità. L’una è la causa, l’altra l’effetto. L’umiltà ti permette di vedere le cose così come sono, come Dio le vede. Non potrai certo avere la profondità del suo sguardo, ma ti poni nella giusta prospettiva. Quando guardi a te stesso nella luce divina, non potrai mai disprezzarti perché, insieme alla tua miseria, vedrai la tua grandezza.

Tratto da: La grandezza dell’umiltà. La virtù che salverà il mondo, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

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Il Papa: Dio ci chiede di essere veri profeti, costruttori di unità

Posté par atempodiblog le 29 juin 2020

Il Papa: Dio ci chiede di essere veri profeti, costruttori di unità
In occasione della festa dei due apostoli di Roma, i santi Pietro e Paolo, Papa Francesco celebra la Messa in San Pietro. Nell’omelia ricorda che tutti i credenti sono chiamati da Cristo a lasciarsi provocare dal Vangelo e a diventare attori di profezia. Quella di cui c’è bisogno, osserva, non è fatta di parole ma di servizio.. Chiede poi che si preghi per i governanti invece di insultarli
di Adriana Masotti – Vatican News

Il Papa: Dio ci chiede di essere veri profeti, costruttori di unità dans Commenti al Vangelo Papa-Francesco-I

La Messa celebrata alle 9.30 nella Basilica vaticana alla presenza dei fedeli, seppure in numero ridotto, si apre con il saluto al Papa del decano del Collegio cardinalizio, il cardinale Giovanni Battista Re. Le sue sono parole di ringraziamento a Francesco per la vicinanza alla comunità cristiana che ha manifestato in tanti modi nel difficile tempo di lockdown dovuto alla pandemia e in particolare attraverso la celebrazione della messa mattutina a casa Santa Marta, entrata attraverso la tv in tutte le case e seguita anche da persone non credenti o non praticanti. Il grazie va anche però per le iniziative di carità volute dal Papa come quella rivolta al sostegno di quanti hanno perso il lavoro. Alle sue parole segue la benedizione del Papa ai palli, destinati al decano e agli arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno in segno di unità tra le pecore e il Pastore.

Pietro e Paolo, diversi eppure fratelli
Unità e profezia: sono le due parole che Papa Francesco pone al centro della sua omelia, con numerose aggiunte a braccio, nella Messa le cui Letture hanno ricordato i due apostoli celebrati oggi dalla Chiesa. Subito sottolinea la diversità tra Pietro e Paolo, il primo un semplice pescatore, l’altro un colto fariseo. E fra loro, osserva, non mancarono le discussioni animate tuttavia “si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama”. “Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci, ci unisce nelle differenze”. Ma da dove nasce questa unità. Il Papa dice che la prima Lettura ce lo svela: mentre sulla Chiesa infuriava la persecuzione, ci dice che la comunità pregava. Questo assicurava l’unità perché permetteva allo Spirito Santo di intervenire e di “accorciare le distanze”:

La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia.

L’inutilità delle lamentele
E c’è un altro elemento importante: in quella prima comunità “nessuno si lamenta del male (…) nessuno insulta Erode. E noi siamo tanto abituati a insultare i responsabili… ”. Tempo sprecato e inutile per i cristiani, fa notare Francesco, quello passato a lamentarsi di quello che non va e prosegue:

Le lamentele non cambiano nulla. Ricordiamoci che le lamentele è la seconda porta chiusa allo Spirito Santo, come vi ho detto il giorno di Pentecoste: la prima è il narcisismo, la seconda lo scoraggiamento, la terza, il pessimismo. Il narcisismo ti porta allo specchio, a guardarti continuamente; lo scoraggiamento, alle lamentele. Il pessimismo, al buio, all’oscuro. Questi tre atteggiamenti chiudono la porta allo Spirito Santo. Quei cristiani non incolpavano, ma pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Nessuno. Pietro umanamente, aveva motivi di essere criticato, ma nessuno lo criticava. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera, la nostra unità nella Chiesa? Preghiamo gli uni per gli altri?”

Pregare per chi ci governa
Preghiera e non insulto: Francesco a braccio si sofferma anche sui governanti, esortando a percorrere la strada del bene, dell’unità e non quella del parlare contro:

Chiediamo la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa. “Ma questo governante è…”, e i qualificativi sono tanti; io non li dirò, perché questo non è il momento né il posto per dire i qualificativi che si sentono contro i governanti. Che li giudichi Dio, ma preghiamo per i governanti! Preghiamo: hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta? ».

La preghiera spiana la strada dell’unità
Papa Francesco si domanda “che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno”. Anche oggi, come per Pietro quando si trovava in carcere, “tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. E il Papa invita a chiedere al Signore la grazia di saperlo fare e precisa:

Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, solo la preghiera spiana la via all’unità.

Il segno dei palli e la vicinanza con il Patriarcato di Costantinopoli
E riguardo all’unità, il Papa ricorda che nella festa dei santi Pietro e Paolo si benedicono i palli simbolo dell’unità tra le i fedeli e il loro Pastore e poi si vive una particolare vicinanza al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. – Pietro e Andrea erano infatti fratelli – con cui è in atto un cammino comune verso la piena unità voluta dal Signore. « Oggi, dice il Papa, loro non sono riusciti a venire per i viaggi a motivo del coronavirus, ma quando io sono sceso a venerare le spoglie di Pietro, sentivo nel cuore accanto a me il mio amato fratello Bartolomeo. Loro sono qui, con noi ».

Le provocazioni del Signore
La seconda parola di oggi è profezia. Il Papa fa notare che Gesù ha provocato i due Apostoli chiedendo a loro una scelta personale di adesione a lui. A Pietro: “Tu, chi dici che io sia?”. In quanto a Paolo, il Signore “lo ha scosso dentro: più che farlo cadere a terra sulla via di Damasco, ha fatto cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene.” Il Papa dice ancora:

La profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo.Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso. Nasce se noi ci lasciamo provocare da Dio. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta.

Abbiamo bisogno della profezia, ma di quella vera
Francesco guarda all’oggi e afferma che anche in questi tempi c’è bisogno di profezia e “non di parolai”, c’è bisogno di testimoniare “che il Vangelo è possibile”.

Non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Comincia a servire, stai zitto. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, quello è stare bene con tutti: da noi si dice: »stare bene con Dio e con il diavolo »… stare bene con tutti. Non questo non è profezia. Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali, questi progetti che sembrano avere la propria efficinza, come se fosero dei sacramenti, progetti pastorali efficienti: no, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio.

Avere il coraggio di essere costruttori di unità
Così sono stati Pietro e Paolo che hanno annunciato Gesù fino a dare la vita. E’ questa la profezia che cambia la storia. E Papa Francesco ricorda che tutti i fedeli sono chiamati a diventare “pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate” e conclude:

C’è sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia, ma il Signore crede in noi e chiede a te: “Tu, tu, tu, vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Fratelli e sorelle lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.

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29 giugno 1972: Santa Messa per il IX anniversario dell’incoronazione di Sua Santità nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

Posté par atempodiblog le 29 juin 2020

IX ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DI SUA SANTITÀ

OMELIA DI PAOLO VI

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972

29 giugno 1972: Santa Messa per il IX anniversario dell'incoronazione di Sua Santità nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo dans Anticristo Paolo-VI

Al tramonto di giovedì 29 giugno, solennità dei Ss. Pietro e Paolo, alla presenza di una considerevole moltitudine di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, il Santo Padre celebra la Messa e l’inizio del suo decimo anno di Pontificato, quale successore di San Pietro.
Con il Decano del Sacro Collegio, Signor Cardinale Amleto Giovanni Cicognani e il Sottodecano Signor Cardinale Luigi Traglia sono trenta Porporati, della Curia, e alcuni Pastori di diocesi, oggi presenti a Roma.
Due Signori Cardinali per ciascun Ordine, accompagnano processionalmente il Santo Padre all’altare.
Al completo il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, con il Sostituto della Segreteria di Stato, arcivescovo Giovanni Benelli, ed il Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, arcivescovo Agostino Casaroli.
Diamo un resoconto della Omelia di Sua Santità.

Il Santo Padre esordisce affermando di dovere un vivissimo ringraziamento a quanti, Fratelli e Figli, sono presenti nella Basilica ed a quanti, lontani, ma ad essi spiritualmente associati, assistono al sacro rito, il quale, all’intenzione celebrativa dell’Apostolo Pietro, cui è dedicata la Basilica Vaticana, privilegiata custode della sua tomba e delle sue reliquie, e dell’Apostolo Paolo, sempre a lui unito nel disegno e nel culto apostolico, unisce un’altra intenzione, quella di ricordare l’anniversario della sua elezione alla successione nel ministero pastorale del pescatore Simone, figlio di Giona, da Cristo denominato Pietro, e perciò nella funzione di Vescovo di Roma, di Pontefice della Chiesa universale e di visibile e umilissimo Vicario in terra di Cristo Signore. Il ringraziamento vivissimo è per quanto la presenza di tanti fedeli gli dimostra di amore a Cristo stesso nel segno della sua povera persona, e lo assicura perciò della loro fedeltà e indulgenza verso di lui, non che del loro proposito per lui consolante di aiutarlo con la loro preghiera.

LA CHIESA DI GESÙ, LA CHIESA DI PIETRO
Paolo VI prosegue dicendo di non voler parlare, nel suo breve discorso, di lui, San Pietro, ché troppo lungo sarebbe e forse superfluo per chi già ne conosce la mirabile storia; né di se stesso, di cui già troppo parlano la stampa e la radio, alle quali per altro esprime la sua debita riconoscenza. Volendo piuttosto parlare della Chiesa, che in quel momento e da quella sede sembra apparire davanti ai suoi occhi come distesa nel suo vastissimo e complicatissimo panorama, si limita a ripetere una parola dello stesso Apostolo Pietro, come detta da lui alla immensa comunità cattolica; da lui, nella sua prima lettera, raccolta nel canone degli scritti del Nuovo Testamento. Questo bellissimo messaggio, rivolto da Roma ai primi cristiani dell’Asia minore, d’origine in parte giudaica, in parte pagana, quasi a dimostrare fin d’allora l’universalità del ministero apostolico di Pietro, ha carattere parenetico, cioè esortativo, ma non manca d’insegnamenti dottrinali, e la parola che il Papa cita è appunto tale, tanto che il recente Concilio ne ha fatto tesoro per uno dei suoi caratteristici insegnamenti. Paolo VI invita ad ascoltarla come pronunciata da San Pietro stesso per coloro ai quali in quel momento egli la rivolge.

Dopo aver ricordato il brano dell’Esodo nel quale si racconta come Dio, parlando a Mosè prima di consegnargli la Legge, disse: «Io farò di questo popolo, un popolo sacerdotale e regale», Paolo VI dichiara che San Pietro ha ripreso questa parola così esaltante, così grande e l’ha applicata al nuovo popolo di Dio, erede e continuatore dell’Israele della Bibbia per formare un nuovo Israele, l’Israele di Cristo. Dice San Pietro: Sarà il popolo sacerdotale e regale che glorificherà il Dio della misericordia, il Dio della salvezza.

Questa parola, fa osservare il Santo Padre, è stata da taluni fraintesa, come se il sacerdozio fosse un ordine solo, e cioè fosse comunicato a quanti sono inseriti nel Corpo Mistico di Cristo, a quanti sono cristiani. Ciò è vero per quanto riguarda quello che viene indicato come sacerdozio comune, ma il Concilio ci dice, e la Tradizione ce l’aveva già insegnato, che esiste un altro grado del sacerdozio, il sacerdozio ministeriale che ha delle facoltà, delle prerogative particolari ed esclusive.

Ma quello che interessa tutti è il sacerdozio regale e il Papa si sofferma sul significato di questa espressione. Sacerdozio vuol dire capacità di rendere il culto a Dio, di comunicare con Lui, di offrirgli degnamente qualcosa in suo onore, di colloquiare con lui, di cercarlo sempre in una profondità nuova, in una scoperta nuova, in un amore nuovo. Questo slancio dell’umanità verso Dio, che non è mai abbastanza raggiunto, né abbastanza conosciuto, è il sacerdozio di chi è inserito nell’unico Sacerdote, che è Cristo, dopo l’inaugurazione del Nuovo Testamento. Chi è cristiano è per ciò stesso dotato di questa qualità, di questa prerogativa di poter parlare al Signore in termini veri, come da figlio a padre.

IL NECESSARIO COLLOQUIO CON DIO
«Audemus dicere»: possiamo davvero celebrare, davanti al Signore, un rito, una liturgia della preghiera comune, una santificazione della vita anche profana che distingue il cristiano da chi cristiano non è. Questo popolo è distinto, anche se confuso in mezzo alla marea grande dell’umanità. Ha una sua distinzione, una sua caratteristica inconfondibile. San Paolo si disse «segregatus», distaccato, distinto dal resto dell’umanità appunto perché investito di prerogative e di funzioni che non hanno quanti non possiedono l’estrema fortuna e l’eccellenza di essere membra di Cristo.

Paolo VI aggiunge, quindi, che i fedeli, i quali sono chiamati alla figliolanza di Dio, alla partecipazione del Corpo Mistico di Cristo, e sono animati dallo Spirito Santo, e fatti tempio della presenza di Dio, devono esercitare questo dialogo, questo colloquio, questa conversazione con Dio nella religione, nel culto liturgico, nel culto privato, e ad estendere il senso della sacralità anche alle azioni profane. «Sia che mangiate, sia che beviate – dice San Paolo – fatelo per la gloria di Dio». E lo dice più volte, nelle sue lettere, come per rivendicare al cristiano la capacità di infondere qualcosa di nuovo, di illuminare, di sacralizzare anche le cose temporali, esterne, passeggere, profane.

Siamo invitati a dare al popolo cristiano, che si chiama Chiesa, un senso veramente sacro. E sentiamo di dover contenere l’onda di profanità, di desacralizzazione, di secolarizzazione che monta e vuol confondere e soverchiare il senso religioso nel segreto del cuore, nella vita privata o anche nelle affermazioni della vita esteriore. Si tende oggi ad affermare che non c’è bisogno di distinguere un uomo da un altro, che non c’è nulla che possa operare questa distinzione. Anzi, si tende a restituire all’uomo la sua autenticità, il suo essere come tutti gli altri. Ma la Chiesa, e oggi San Pietro, richiamando il popolo cristiano alla coscienza di sé, gli dicono che è il popolo eletto, distinto, «acquistato» da Cristo, un popolo che deve esercitare un particolare rapporto con Dio, un sacerdozio con Dio. Questa sacralizzazione della vita non deve oggi essere cancellata, espulsa dal costume e dalla realtà quotidiana quasi che non debba più figurare.

SACRALITÀ DEL POPOLO CRISTIANO
Abbiamo perduto, fa notare Paolo VI, l’abito religioso, e tante altre manifestazioni esteriori della vita religiosa. Su questo c’è tanto da discutere e tanto da concedere, ma bisogna mantenere il concetto, e con il concetto anche qualche segno, della sacralità del popolo cristiano, di coloro cioè che sono inseriti in Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote.

Oggi talune correnti sociologiche tendono a studiare l’umanità prescindendo da questo contatto con Dio. La sociologia di San Pietro, invece, la sociologia della Chiesa, per studiare gli uomini mette in evidenza proprio questo aspetto sacrale, di conversazione con l’ineffabile, con Dio, col mondo divino. Bisogna affermarlo nello studio di tutte le differenziazioni umane. Per quanto eterogeneo si presenti il genere umano, non dobbiamo dimenticare questa unità fondamentale che il Signore ci conferisce quando ci dà la grazia: siamo tutti fratelli nello stesso Cristo. Non c’è più né giudeo, né greco, né scita, né barbaro, né uomo, né donna. Tutti siamo una sola cosa in Cristo. Siamo tutti santificati, abbiamo tutti la partecipazione a questo grado di elevazione soprannaturale che Cristo ci ha conferito. San Pietro ce lo ricorda: è la sociologia della Chiesa che non dobbiamo obliterare né dimenticare.

SOLLECITUDINI ED AFFETTO PER I DEBOLI E I DISORIENTATI
Paolo VI si chiede, poi, se la Chiesa di oggi si può confrontare con tranquillità con le parole che Pietro ha lasciato in eredità, offrendole in meditazione. «Ripensiamo in questo momento con immensa carità – così il Santo Padre – a tutti i nostri fratelli che ci lasciano, a tanti che sono fuggiaschi e dimentichi, a tanti che forse non sono mai arrivati nemmeno ad aver coscienza della vocazione cristiana, quantunque abbiano ricevuto il Battesimo. Come vorremmo davvero distendere le mani verso di essi, e dir loro che il cuore è sempre aperto, che la porta è facile, e come vorremmo renderli partecipi della grande, ineffabile fortuna della felicità nostra, quella di essere in comunicazione con Dio, che non ci toglie nulla della visione temporale e del realismo positivo del mondo esteriore!».

Forse questo nostro essere in comunicazione con Dio, ci obbliga a rinunce, a sacrifici, ma mentre ci priva di qualcosa moltiplica i suoi doni. Sì, impone rinunce ma ci fa sovrabbondare di altre ricchezze. Non siamo poveri, siamo ricchi, perché abbiamo la ricchezza del Signore. «Ebbene – aggiunge il Papa – vorremmo dire a questi fratelli, di cui sentiamo quasi lo strappo nelle viscere della nostra anima sacerdotale, quanto ci sono presenti, quanto ora e sempre e più li amiamo e quanto preghiamo per loro e quanto cerchiamo con questo sforzo che li insegue, li circonda, di supplire all’interruzione che essi stessi frappongono alla nostra comunione con Cristo».

Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere». La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.

Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.

PER UN «CREDO» VIVIFICANTE E REDENTORE
Come è avvenuto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo – osserva il Santo Padre – in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra». La fede ci dà la certezza, la sicurezza, quando è basata sulla Parola di Dio accettata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e con il nostro stesso animo umano. Chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza interiore che lo conforta nella difficile conquista della verità.

Il Signore, conclude il Papa, si mostra Egli stesso luce e verità a chi lo accetta nella sua Parola, e la sua Parola diventa non più ostacolo alla verità e al cammino verso l’essere, bensì un gradino su cui possiamo salire ed essere davvero conquistatori del Signore che si mostra attraverso la via della fede, questo anticipo e garanzia della visione definitiva.

Nel sottolineare un altro aspetto dell’umanità contemporanea, Paolo VI ricorda l’esistenza di una gran quantità di anime umili, semplici, pure, rette, forti, che seguono l’invito di San Pietro ad essere «fortes in fide». E vorremmo – così Egli – che questa forza della fede, questa sicurezza, questa pace trionfasse su tutti gli ostacoli. Il Papa invita infine i fedeli ad un atto di fede umile e sincero, ad uno sforzo psicologico per trovare nel loro intimo lo slancio verso un atto cosciente di adesione: «Signore, credo nella Tua parola, credo nella Tua rivelazione, credo in chi mi hai dato come testimone e garante di questa Tua rivelazione per sentire e provare, con la forza della fede, l’anticipo della beatitudine della vita che con la fede ci è promessa».

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Dio è comunione d’Amore

Posté par atempodiblog le 6 juin 2020

Dio è comunione d’Amore

L'unità indivisibile della SS. Trinità dans Citazioni, frasi e pensieri Trinit

L’affermazione che Dio è amore non è un’intuizione della ragione, che mai avrebbe potuto pervenire a una vetta così alta della conoscenza. La presenza del male nel mondo, ma soprattutto nel cuore dell’uomo, ha impedito alla mente umana di volare troppo in alto e di riconoscere in Dio le perfezioni che gli sono proprie. Al contrario, non di rado sono stati attribuiti all’Onnipotente le passioni e persino le depravazioni degli uomini, impregnando le religioni umane di errori e di peccati. Per avvicinarsi alla comprensione del mistero divino nella luce della verità è necessario un cuore purificato dal male, senza il quale l’intelligenza viene oscurata ed è incapace di vedere le cose di lassù. È ancora più necessario un atteggiamento di profonda umiltà, che permetta a Dio di abbassarsi sino al livello della creatura per rivelarle il mistero inaccessibile della sua vita intima. Questo è stato l’atteggiamento della Vergine Maria nel momento in cui l’Altissimo ha rivelato se stesso nel suo mistero impenetrabile. Dio è amore perché dentro di sé è un rapporto eterno di amore fra le tre persone divine, che si sono rivelate come Padre, Figlio e Spirito Santo. Prima di essere un amore che si china su di noi, Dio è, nel suo intimo, una comunione inesauribile di amore. Proprio perché Dio è tale nella sua essenza, ogni sua manifestazione verso le creature è caratterizzata dalla bontà e dalla misericordia. Dio non può non amare, perché l’amore è l’essenza della divinità. Dobbiamo tuttavia essere consapevoli che, quando pronunciamo la parola «amore», usiamo uno strumento espressivo umanamente imperfetto e limitato. Dio è amore in un modo che trascende la nostra capacità di comprensione e che include tutte le perfezioni proprie della sua natura.

Per capire, sia pure nei limiti della nostra finitezza, il mistero dell’amore divino, dobbiamo fissare lo sguardo sul mistero della persona umana, che è la realtà la quale più di ogni altra riflette l’immagine divina. L’uomo è persona in quanto soggetto spirituale capace di conoscere e di amare. L’“io umano” è un mistero inafferrabile, la cui radice profonda è l’orientamento verso l’altro. Quando si afferma che l’uomo non è un’isola, si vuole indicare l’apertura di ognuno all’incontro verso un “tu”. Non è concepibile un “io” racchiuso in se stesso, come una monade senza porte e senza finestre. Nessuna persona potrebbe vivere in un totale isolamento, come se la sua vita interiore bastasse a se stessa. Senza l’incontro con un “tu” l’“io” umano morirebbe di asfissia. Ciò è dovuto alla sua natura intima, che è un movimento verso un altro che sia simile a sé. Questo è il motivo per il quale Adamo si sentiva solo e infelice nell’Eden delle meraviglie, pur circondato dagli animali ai quali aveva dato un nome. La persona umana appassisce e muore se è sola. L’incontro con un’altra persona, nella conoscenza e nell’amore, fa parte della sua natura intima. Le gioie e le sofferenze della vita sono in massima parte dovute ai rapporti riusciti o falliti, con le altre persone. La stessa dimensione religiosa dell’uomo nasce dal desiderio insopprimibile di incontrare un “Tu” che gli sia intimo e al quale possa affidarsi con la certezza di essere compreso e amato. La religione è una pianta sempre verde perché scaturisce dal bisogno della persona umana di andare oltre se stessa. L’“Io” e il “Tu” sono due poli che si cercano. L’uno è in funzione dell’altro. La persona si realizza nell’incontro con un’altra persona e nella comunione dell’amore.

La rivelazione che Dio è amore va intesa nel senso che l’unico Dio è una comunione interpersonale di amore. Se Dio fosse una sola persona non sarebbe infinito amore, ma piuttosto infinita solitudine. L’unità e l’unicità di Dio non vanno intese come se Dio fosse un “Io” che basta a se stesso, perché in tal caso non potrebbe essere né infinito amore né infinita felicità. Quando la fede cattolica afferma che Dio è una sola natura in tre persone divine, intende esprimere, per quanto possibile a un linguaggio umano, un mistero abissale di tre relazioni divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che fra loro realizzano una comunione eterna di amore. Per quanto le tre persone divine siano ugualmente partecipi della divinità, tuttavia sono fra loro distinte e hanno una loro precisa identità. Il Padre infatti è colui che genera, il Figlio è colui che è generato e lo Spirito Santo è l’ispirazione di amore fra il Padre e il Figlio. Il mistero interpersonale dell’amore è tale che non vi è né divisione né separazione, ma unità assoluta e inattaccabile. Non vi è dubbio che il mistero della Santissima Trinità trascenda ogni possibilità di comprensione da parte dell’intelletto umano, per quanto illuminato dalla fede. Tuttavia ci è almeno chiara la natura interpersonale dell’amore. L’amore non è qualcosa che esiste in se stesso, ma è dono reciproco fra un “io” e un “tu”. Questa, che è l’esperienza umana fondamentale, ci aiuta ad avvicinarci per quanto possibile al mistero dell’amore trinitario.

La comunione di amore delle tre persone divine è talmente perfetta da generare un’unità indivisibile, per cui l’unico Dio ha anche una sola conoscenza e una sola volontà. Il mistero d’amore del Dio uno nella natura, ma trino nelle persone, non può assolutamente essere criticato come una forma di “triteismo”, come se i cristiani non adorassero un solo Dio, ma tre dèi. Questa accusa, che viene in primo luogo dall’Islam, parte dall’incomprensione della natura dell’amore divino, che è necessariamente un rapporto interpersonale.

L’amore non è una “forza”, ma è una persona che ama un’altra persona. Che cosa sarebbe Dio se fosse una sola persona? Sarebbe una contraddizione con se stesso, perché condannato a essere una realtà incompiuta e infelice. Infatti “persona” significa “relazione”, ma con chi sarebbe in relazione Dio se fosse una sola persona? Un Dio eternamente solo sarebbe un assurdo che ripugna alla ragione. Al contrario la rivelazione che Dio ci ha fatto di se stesso come comunione di tre persone, per quanto “inconcepibile” alla nostra finitezza, genera una luce che illumina la mente e un’attrazione che fa sussultare il cuore. Infatti l’uomo, creato a immagine divina, è strutturalmente orientato al dono di sé. Amare ed essere amata è quanto desidera ogni persona. L’esperienza dell’amore umano, per sua natura esposto al limite, alla fragilità e al peccato, spinge la persona umana a trascendere i limiti della finitezza, per elevarsi ad accogliere l’amore dalla sua fonte originaria. È infatti lì che ognuno di noi è passato dal nulla all’essere per un dono di amore ed è quella la meta alla quale indirizzare la nostra vita.

Tratto da: La gioia di amare, di padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

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Per fissare lo sguardo nel segreto di Dio che è comunione, unità, amore

Posté par atempodiblog le 5 juin 2020

Per fissare lo sguardo nel segreto di Dio che è comunione, unità, amore
di don Fabio Rosini – L’Osservatore Romano

Per fissare lo sguardo nel segreto di Dio che è comunione, unità, amore dans Commenti al Vangelo Il-Vangelo-della-solennit-della-Santissima-Trinit-Gv-3-16-18
Il Vangelo della solennità della Santissima Trinità (Gv 3, 16-18)

«Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». La prima lettura di questa festa ci ricorda che il nome di Dio è: «Misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Credere al nome del Figlio suo benedetto vuol dire credere all’amore. La condanna trova strada nel cuore umano quando l’amore viene squalificato e disprezzato; è questa la tentazione sin dalla Genesi, quando il maligno pone il Padre in una luce distorta.

Una volta che l’amore vien venduto come un inganno, il bene diviene inaffidabile e il male appare più verosimile. Allora si arriva a pensare che un atteggiamento “smaliziato” sia adeguato, opportuno, perfino onesto.

Un male può essere dannoso, ma se nessuno crede alla cura e forse neanche la cerca, allora ha veramente vinto.

Lo scetticismo come atteggiamento appropriato è una mentalità che distrugge l’umanità, la quale si regge, invece, sulla fiducia.

Come stabilire relazioni autentiche senza dar credito a chi abbiamo di fronte? Come costruire la società senza un minimo di concordia?

Anche la Chiesa diviene ricettacolo di disincanto e delusione se la misericordia che il Nome di Dio porta in sé è ridotta a disquisizione teologica di un argomento poco assecondato e non sposato profondamente.

Come annunciare il Vangelo senza credere al bene? Come compaginare la comunità cristiana facendo leva sull’organizzazione o sull’operatività ma non sull’amore di Dio?

Ecco perché la Santa Madre Chiesa ci dona una domenica per fissare lo sguardo in Dio ossia nel suo segreto che è comunione, unità, amore.

Abbiamo bisogno di sollevare lo sguardo verso la bellezza di Dio, di placarci davanti alla tenerezza del Padre, di lasciarci liberare dalla misericordia del Buon Pastore e di aprire il cuore alla consolazione dello Spirito che ci parla bene del Padre.

Abbiamo necessità di vivere scendendo dal Tabor della liturgia, che ogni volta ci permette di dire: «È bello per noi stare con te». Dio è veramente bello. Dio è veramente amore.

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