Maria, Madre della Misericordia

Posté par atempodiblog le 8 mai 2026

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A POMPEI E NAPOLI

SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei
Venerdì, 8 maggio 2026

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VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV A POMPEI E NAPOLI

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Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo IIparlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della Misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6).  Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


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Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua

Posté par atempodiblog le 30 avril 2026

Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua
di Padre Livio Fanzaga – Il miracolo della conversione, Ed. Piemme

Maggio mese di Maria

“Poi disse al discepolo: ecco tua Madre” (Gv 19, 27). Dopo aver indicato alla Madre i figli, indica ai figli la loro nuova Madre. Non basta che Maria ci accolga come figli e si prenda cura di noi, ma è necessario che noi accettiamo il dono di Gesù, accettandola nella nostra vita come Madre.

“Da quel momento il discepolo la prese con sé” (Gv 19, 27). L’apostolo Giovanni diviene l’esempio di come ogni credente deve aprirsi con gratitudine alla presenza di Maria nella sua vita. Non accoglierLa significa privarsi di un aiuto del quale ha avuto bisogno anche il Figlio di Dio nel tempo del suo pellegrinaggio terreno. Accogliere la Madre di Dio significa accogliere il Figlio di Dio.

Chi lascia che la Madonna guidi la sua vita, si mette nelle migliori condizioni di seguire Gesù. Al contrario chi non l’accetta, respinge anche il Figlio che Lei ha concepito e generato. All’inizio della redenzione Maria ci ha donato Gesù. Al suo compimento dell’opera della salvezza Gesù ci ha donato Maria. Gesù e Maria vengono accolti o respinti insieme.

Considera, caro amico, la grande opportunità che ti viene data di affrontare il tuo viaggio verso il porto dell’eternità con a fianco la soave presenza di Maria. E’ un viaggio pericoloso, durante il quale si può perire. Il naufragio della perdizione eterna è una possibilità che ti segue come un’ombra fino all’ultimo istante. L’impero delle tenebre non lascia nulla di intentato pur di inghiottirti nell’abisso.

Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua.

Lei entrerà dolcemente nella tua vita, illuminandola con la sua luce, rallegrandola con il suo sorriso, proteggendola con la sua divina fortezza. Se tu la prendi per mano, Lei non ti lascerà mai. Se rallenti, ti aspetta; se cadi, ti rialza; se sei stanco, ti prende in braccio; se ti perdi, ti viene a cercare. Se non ti allontanerai dal suo Cuore materno, sarai sempre al sicuro.

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Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù

Posté par atempodiblog le 29 mars 2026

Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù
di Padre Livio Fanzaga

Scolpisci sul tuo cuore la passione di Gesù

La Settimana Santa si apre con la lettura solenne della Passione del Signore, perché non possiamo comprendere il mistero della Redenzione senza essere messi di fronte all’oceano di dolore nel quale il Figlio di Dio è stato immerso a causa dei nostri peccati.

Hai notato, caro amico, come la Passione sia costantemente all’orizzonte del Vangelo? Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù la profetizza e perfino la anticipa nelle sue sofferenze quotidiane. I tre anni di apostolato di Gesù sono come una grande introduzione al dramma della Passione. La meta ultima del suo pellegrinare fra le contrade della Palestina è la città Gerusalemme, dove l’Agnello di Dio sarebbe stato sacrificato per togliere il peccato del mondo.

Potremmo dire che l’Incarnazione è in vista della Passione. Nella mangiatoia è già prefigurata la Croce. Nei panni in cui il Bambino è avvolto è già anticipata la Sindone.
È la Passione il culmine della Redenzione. È la Passione la chiave di ingresso nella gloria della resurrezione. È nel dolore che siamo stati redenti. È nelle lacrime e nel sangue che siamo stati partoriti a vita nuova.

La Passione di Gesù deve essere presente alla nostra mente ogni giorno dell’anno. Scolpiscila con caratteri di fuoco sulle pareti del tuo cuore.

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Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa/ Maria Santissima Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa/ Maria Santissima Madre di Dio
di Padre Livio Fanzaga

Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Padre Livio e la Mamma del Cielo

La Vergine Maria ha generato il Figlio di Dio che è la nostra pace. L’espressione “Madre di Dio” è molto coraggiosa, ma deve essere intesa rettamente. I Padri conciliari, a Nicea e a Efeso, prima di affermare che Maria è la Madre di Dio hanno precisato qual è il significato di questa espressione cioè che quel Bambino che Maria ha generato è il Figlio di Dio, è il Verbo eterno generato dal Padre, che si è incarnato nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo e ha assunto una natura umana. L’anima di Gesù e il suo corpo, uniti alla sua divinità, costituiscono l’unione ipostatica: la natura umana si unisce alla seconda Persona della Santissima Trinità.

L’Io di Gesù è divino. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, risuona quest’Io, che richiama quello di Jahvè la cui voce si è manifestata a Mosé nel roveto ardente. Gesù, per attribuirsi la sua divinità e per affermare che il suo è un Io divino, in diverse espressioni del Vangelo di Giovanni riprende proprio l’espressione Io sono: “Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono»” (Gv 8, 58); o ancora: “Ve lo dico fin d’ora prima che accada, perché quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono” (Gv 13,19).

Siccome non si può dividere in Gesù la Persona divina dalla natura umana, possiamo dire che aveva una conoscenza umana illuminata dalla scienza divina del Verbo; aveva una volontà umana intimamente congiunta a quella divina di Dio. La Teologia conciliare ha approfondito questi temi partendo proprio dai Vangeli per difendere la parte più preziosa del Cristianesimo, senza la quale sarebbe una religione come tutte le altre e cioè che Gesù è Dio.

I primi Concili hanno operato per difendere la fede cattolica dalle eresie che confluivano tutte nella medesima affermazione, cioè che Gesù era un uomo e il suo Io era umano. Queste eresie colpivano al cuore la fede cristiana che, invece, riconosce in Gesù il Figlio di Dio e gli attribuisce un Io divino. La Chiesa ha custodito la fede cattolica nel corso dei secoli, ma ha avuto delle crisi tremende come quella ariana che negava la divinità di Gesù Cristo. La Chiesa ha stroncato tutte le eresie che, comunque, ritornano nel corso della Storia; quella ariana, ad esempio, ha colpito il Cristianesimo in Occidente anche negli ultimi decenni, infatti, le correnti moderniste all’interno della Chiesa stessa negavano la divinità del Verbo e riducevano Gesù Cristo a un semplice uomo.

Che Cristo abbia una natura umana è fuori discussione, ma il suo Io è divino! Ecco, allora, perché i Padri conciliari hanno ribadito quest’espressione meravigliosa attribuita alla Vergine Maria: Theotókos, Madre di Dio. La Madonna ha generato un Bambino che il Figlio di Dio, il Verbo che si è fatto Carne; Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo. Tutti i Vangeli sinottici affermano con molta chiarezza la divinità di Gesù Cristo.

Un esempio bellissimo è nel brano in cui Pietro riconosce Gesù perché ha creduto in quello che è il cuore stesso del Cristianesimo e che tutti i pastori della Chiesa devono difendere, anche oggi:

Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?»  Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo. (Mt 16,13-23)

La fede cattolica afferma la divinità di Gesù Cristo e questa Verità di fede deve essere anche oggi testimoniata, affermata e difesa dalle tante eresie che attaccano il Cristianesimo. I pastori e i Magi hanno adorato il Bambino Gesù riconoscendolo Figlio di Dio fattosi uomo, proprio perché Maria stessa lo adorava con Giuseppe; allo stesso modo noi cristiani adoriamo Gesù perché è il Verbo che si è fatto Carne, non è un semplice uomo, un profeta.

La Madonna è stata definita Madre di Dio proprio perché è la prima che ha creduto che quel Bambino che aveva concepito era il Figlio di Dio. Nel momento dell’Annunciazione è racchiusa tutta la fede cattolica perché l’arcangelo Gabriele apre il mistero di Dio quando dice a Maria che avrebbe concepito un figlio per opera dello Spirito Santo e che quel bambino era proprio il Figlio di Dio.

I due misteri principali della fede cattolica sono tutti espressi nel momento dell’Annunciazione: la divinità del bambino che Maria avrebbe concepito verginalmente e la natura trinitaria di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Il cuore della fede cattolica è nato nel momento dell’Annunciazione, nella rivelazione dell’angelo, nel cuore della Vergine Maria che è la prima cristiana.

La Madonna ha creduto alle parole dell’angelo che le ha rivelato che il Figlio del Padre sarebbe diventato uomo nel suo grembo per opera dello Spirito Santo. Ecco perché Elisabetta, appena incontra la cugina Maria, la saluta con l’espressione: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Chi non crede che Gesù è Dio non può ritenersi cristiano. Queste eresie sotterranee che negano la divinità di Gesù Cristo sono ancora latenti, lavorano ancora nelle menti della gente e la allontanano dalla Chiesa e dalle chiese. Queste eresie moderniste negano l’essenza della fede proprio perché riducono Gesù a semplice uomo. Nel nostro cuore dobbiamo coltivare un’intima unione con Gesù perché attraverso la sua natura umana entriamo in comunione con la sua divinità, attraverso la quale entriamo in comunione con il Padre. Gesù ci rivela i misteri di Dio Santissima Trinità con una sola natura divina. Dobbiamo conservare tutto questo nella fede e soprattutto nella preghiera, nell’adesione alla Parola di Dio e in modo particolare ai Vangeli che sono Parola del Verbo che si è fatto Carne.

Il nostro punto di riferimento sia la Vergine Maria la cui fede è la fede della Chiesa. La Chiesa nasce nel momento dell’Annunciazione, quando Maria dice il suo sì totale e incondizionato a Dio.

Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa.

Paolo VI disse che non può essere cristiano chi non è mariano, non è cattolico chi non ha la fede di Maria. La Madonna è la Madre della Chiesa e di tutti i credenti, è beata perché ha creduto. Che la fede di Maria sia la nostra fede!

La festa di Maria Santissima Madre di Dio cade proprio in apertura del nuovo anno proprio perché la Madre del Verbo lo illumini. La Madonna ci indica Gesù come unica Via, Verità e Vita. Maria ha creduto per prima al mistero della Santissima Trinità e al mistero della divinità del Verbo e, come Madre della Chiesa, custodisce questi misteri. Anche noi, sull’esempio di Maria, dobbiamo custodire queste Verità nei nostri cuori senza cedere alle seduzioni moderniste che ci fanno deviare dalla fede.

Come San Tommaso ripetiamo spesso nel corso della giornata la bellissima espressione che racchiude tutta la fede cattolica: mio Signore e mio Dio. Il Bambino Gesù è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, Maria e Giuseppe lo hanno adorato e sul loro esempio si sono prostrati i pastori e i Magi. L’adorazione del Bambino Gesù alla grotta di Betlemme sia il nostro atteggiamento interiore nei confronti di Cristo, Verbo che si è fatto Carne e seconda Persona della Santissima Trinità. Gesù è il Signore, è il Salvatore, è la luce del mondo, è la Via, la Verità e la Vita!

Il 25 dicembre 2012 la Madonna è apparsa a Medjugorje con Gesù Bambino tra le braccia e non ha dato il Messaggio, ma Gesù Bambino ha iniziato a parlare e ha detto: «Io sono la vostra pace, vivete i miei Comandamenti». Sono espressioni che ci dicono la profondità, la solidità e l’eternità della fede cattolica.

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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti
Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all’inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, aperti allo spirito di fratellanza senza calcoli e senza paura. E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l’invito è di accostarsi al presepe, nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza
di Antonella Palermo – Vatican News

Sua Santità Papa Leone XIV

“Nella gioia dell’Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall’Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c’è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell’uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la verginità feconda grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all’inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

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Un anno nuovo, una vita nuova
Nell’omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la bellissima benedizione del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la dimensione sacra e feconda del dono, la promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita.

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l’abbraccio paterno di Dio
Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Il mondo non si salva eliminando i fratelli
Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell’amore di Dio, tratto fondamentale di un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell’antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l’incontro tra la sua realtà disarmata e quella di Dio
Leone tratteggia la bellezza di Maria, discepola umile che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l’amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

Guardare al Presepe
Il volto, una delle parole che più ricorrono nell’omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L’invito segue un’ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una coraggiosa disponibilità” per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

La preghiera universale con l’invocazione per la pace
Nell’introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace. E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell’assemblea: Il Dio della pace allontani da ogni popolo l’orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero. Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di giustizia e di pace. Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso opere e gesti di fraternità con azioni concrete per la salvaguardia e la cura del creato.

I doni dell’offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l’infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l’altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall’effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all’altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.

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La grazia dello Spirito Santo non conosce lunghi indugi

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2025

La visitazione di Maria ad Elisabetta

“In quei giorni Maria si alzò e partì in fretta per la montagna verso una città della Giudea ed entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta” (Lc 1,39-40).

È di regola che tutti coloro che vogliono essere creduti, forniscano le prove. Così l’Angelo che annunziava i misteri, per indurre a credere Maria con un esempio, aveva annunziato a Lei, che era vergine, la maternità di una donna anziana e sterile, mostrando così che Dio può tutto ciò che vuole.

Appena Maria ebbe appreso questa notizia, non certo per mancanza di fede nella profezia, né per incertezza sulla veridicità dell’annunzio, e neppure perché avesse dei dubbi su quel precedente che l’Angelo le aveva riferito, ma lieta e sollecita per il compimento di un dovere, partì, frettolosa, alla volta della montagna.

Ormai ricolma di Dio, dove poteva andare in fretta se non in alto? La grazia dello Spirito Santo non conosce lunghi indugi…

di Sant’Ambrogio

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Maria, la Madre dell’evangelizzazione

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2025

Card. Victor Manuel Fernández
Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede

La Madre dell’evangelizzazione
Perché Maria è la prima evangelizzatrice?

Conferenza per l’incontro con sacerdoti, religiose e seminaristi latinoamericani
che studiano a Roma (12 dicembre 2025).

Maria, la Madre dell’evangelizzazione dans Commenti al Vangelo Maria-la-Madre-dell-evangelizzazione

ES - IT ]

Maria è la Stella dell’evangelizzazione perché oggi è la prima evangelizzatrice. Ma diciamo di più: è la Madre dell’evangelizzazione. Cercheremo di fondare questa affermazione attraverso alcuni preziosi testi della Bibbia e del Magistero.

Con Lei vengono Cristo e lo Spirito
Cominciamo con Lc 1,39-45, dove viene narrata la visita di Maria a Elisabetta. Qui viene mostrato l’atteggiamento di Elisabetta nei confronti di Maria quando la riceve. Questo atteggiamento è importante perché è effetto dell’azione dello Spirito Santo che ha mosso Elisabetta in quel momento: «Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce» (Lc 1,41-42a). E così, piena della luce e del fuoco dello Spirito, pronuncia tre frasi. Mossa dallo Spirito Santo, Elisabetta chiama Maria con lo stesso elogio che usa per Cristo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). Li riconosce come inseparabili. Ma subito dopo, sempre mossa dallo Spirito, aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). A che cosa devo? (“chi sono io?”). Anche questo atteggiamento di umiltà e venerazione nei confronti di Maria è effetto dell’azione dello Spirito. E la terza frase è: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Loda Maria per la sua fede e per questo la chiama “beata”. Nel Vangelo di Luca questa parola non esprime uno stato d’animo, ma esprime la santità: i beati sono quelli che hanno già un posto in cielo (cfr. Lc 6,20-22; Mt 5,3-12). Ma cosa c’entra questo con l’evangelizzazione?

Notiamo che tutto questo accade a Elisabetta perché lei si è avvicinata a Gesù ed è stata riempita dello Spirito Santo. Ma Gesù è giunto a Elisabetta perché Maria, inseparabile da Cristo, lo ha portato: «Benedetta tu…, benedetto» (Lc 1,42). Questo accade anche oggi, e avviene spesso nella pietà popolare latinoamericana, quando un’immagine di Maria visita una casa, o si avvicina a un malato in ospedale, o quando un ragazzo invita un amico ad andare a piedi verso un santuario mariano. Lei come madre dona Cristo e da Lui sgorga per noi lo Spirito Santo.

Piena del Vangelo
Maria evangelizza anche per un altro motivo. Perché conserva nel suo cuore tutto il Vangelo. Ricordiamo che due volte il Vangelo di Luca dice che Maria meditava attentamente tutte queste cose e le conservava nel suo cuore (cfr. Lc 2,19.51). Notate bene, due verbi: le custodiva, le metteva nel suo cuore come se fosse uno scrigno di tesori. Le meditava anche, cioè assaporava il significato, la grandezza, il valore di tutto ciò che Gesù faceva e diceva. Che bello che Maria sia quel libro vivente e luminoso, dove possiamo trovare tutto, tutta la storia di Gesù e il suo significato più profondo! Allora, in quel cuore della Madre c’è Gesù, tutta la sua storia, c’è tutto il Vangelo, perché Maria è stata testimone di tutto, dall’incarnazione e dalla nascita fino alla morte in croce e alla risurrezione, passando per tutta la vita. A lei non è sfuggito nulla, da brava Madre, non le sfuggiva alcun dettaglio. Dopo trent’anni vissuti insieme nella casa di Nazareth, quante cose sa Maria che non sono nemmeno scritte nei Vangeli, perché in realtà il Vangelo più completo, l’unico integrale, è nel cuore di Maria.

Maria collega il Vangelo alla nostra vita
Ma lei non ha dentro di sé solo la storia di Gesù. Ha anche la tua. Nel capitolo 12 dell’Apocalisse, dove appare la figura di Maria in cielo, si dice che lei ha dato alla luce Gesù (Ap 12,5), e alla fine la menziona come madre del «resto dei suoi figli» (Ap 12,17). Cioè, per lei, Gesù e noi, che siamo il resto dei suoi figli, sono due realtà inseparabili. E per questo lei contempla anche tutta la tua storia, da quando ti sei formato nel grembo di tua madre, mentre crescevi nella tua infanzia e adolescenza, ogni tua gioia e ogni tua sofferenza, tutto, dal primo all’ultimo istante della tua vita, tutto è custodito nel suo cuore di Madre, che ti dice come disse a Juan Diego: «Non sono forse qui, io che sono tua madre? […]. Non sei forse nell’incavo del mio mantello, nella piega delle mie braccia?»[1] Per questo Maria, che ha contemplato il Vangelo, custodisce anche nel suo cuore la tua vita molto concreta. Così può unire le due cose: può mettere in contatto il Vangelo con la tua vita, può far sì che il Vangelo tocchi la tua esistenza concreta. E questo non è forse evangelizzare?

Potreste chiedervi che importanza abbia tutto questo, ma vi chiedo di prestare attenzione perché è estremamente bello. È importante che ci sia qualcuno che ricordi la tua storia. A volte potresti pensare che chi conosce tutto sia tua moglie, tuo marito, tua sorella, il tuo amico. Ma quante cose ci sono che quella persona non sa della tua storia, dei tuoi dubbi, delle tue sofferenze? Maria sì, conosce e custodisce tutto questo. Tu stesso dimentichi molte cose, o rimangono in una sorta di penombra interiore, o tu stesso preferisci dimenticarle. Sembra che alla fine tutta la tua storia svanirà nell’oblio. Ma lei, la Madre, conserva tutto nel suo cuore, custodisce lì tutto ciò che hai vissuto e conosce bene il significato di ogni cosa e di ogni momento. Lei non dimentica. E per questo, ogni volta che vai a pregare, a conversare con lei, lei potrà capire più di chiunque altro ciò che le dici e anche ciò che non le dici, alla luce del Vangelo. Perché lei può leggere ogni tuo momento nel contesto di tutto ciò che hai vissuto. Per questo, connettendoti con Maria, la tua vita riceve dal Vangelo quella luce di cui hai bisogno per capire il tuo cammino personale.

Evangelizzati dal volto della Madre
In modo misterioso, senza parole, grazie all’azione segreta dello Spirito Santo, senza che nessuno glielo insegni o glielo spieghi, molte persone semplici ricevono nel loro intimo il messaggio del Vangelo guardando Maria, e così vengono evangelizzate. Per questo diciamo che il Popolo fedele non si allontana da Cristo, né dal Vangelo, quando si trova di fronte a lei, ma riesce a leggere «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo».[2] (cfr. MPF 77)

Il Documento di Aparecida lo esprimeva così, riferendosi al pellegrino che arriva davanti a un’immagine di Maria:

«L’arrivo è un incontro d’amore. Lo sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio. L’amore si ferma, contempla il mistero, gode in silenzio. [...] Un breve istante condensa una viva esperienza spirituale».[3]

«Contempla il mistero». Vediamo come lo spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis offrendo diversi esempi concreti di ciò che vive un fedele semplice e sofferente quando trova in Maria il Vangelo:

«Perché, in quel volto materno, vede riflesso il Signore che ci cerca (cf. Lc 15,4-8), che viene incontro a noi con le braccia aperte (cf. Lc 15,20), che si ferma davanti a noi (cf. Lc 18,40), che si curva su di noi e ci solleva verso la sua guancia (cf. Os 11,4), che ci guarda con amore (cf. Mc 10,21) e che non ci condanna (cf. Gv 8,11; Os 11,9). Nel suo volto materno, molti poveri riconoscono il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Questo volto di donna canta il mistero dell’Incarnazione. In questo volto della Madre, trafitta dalla spada (cf. Lc 2,35), il Popolo di Dio riconosce il mistero della Croce, e in quel volto, illuminato dalla luce pasquale, percepisce che Cristo è vivo. Ed ella, che ricevette in pienezza lo Spirito Santo, è colei che sostiene gli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo (cf. At 1,14)» (MPF 77).

Cioè, senza leggere o studiare il testo di Luca 15, nel volto di Maria riconoscono la misericordia e la tenerezza del Padre Dio. Senza leggere il testo di Osea 11, guardando Maria sentono che quel Padre li solleva verso la sua guancia. Senza leggere il racconto della Passione, in Maria trafitta dalla spada leggono il mistero della Croce redentrice. Senza leggere i racconti della risurrezione né seguire corsi accademici sul Mistero pasquale, nel volto di Maria scoprono che Cristo è vivo e che c’è speranza. Molti intellettuali non comprendono questo, perché tutto ciò ha una logica diversa: è qualcosa che avviene in modo segreto, misterioso, mistagogico, simbolico, che a volte la persona stessa che lo vive non sa spiegare, ma nell’incontro con Maria è stata illuminata dal Vangelo. Anche per questo Maria è evangelizzatrice.

Quindi, ci troviamo di fronte a una chiarificazione estremamente importante, fondamentale per una Mariologia sana: non è che Dio sia distante e Maria ci dia quella vicinanza che Dio non ha. Per favore, non dirlo. È esattamente il contrario: è impossibile per Maria essere più vicina a noi del Padre, di Cristo, dello Spirito Santo. Assolutamente no. Ciò che accade è che in lei, nel suo volto di Madre, possiamo facilmente scoprire la vicinanza di Dio, che è Colui che raggiunge la profonda intimità dei nostri cuori. In lei riconosciamo quell’amore del Padre di cui il Vangelo ci parla, la tenerezza di Cristo e la potenza dello Spirito che leggiamo nei testi del Vangelo. Lei è la trasparenza del nostro Dio vicino, misericordioso e compassionevole, come presentato nel Vangelo.

Madre della grazia
Maria però non è evangelizzatrice solo perché in lei riceviamo il messaggio del Vangelo, ma anche perché con il suo aiuto materno ci aiuta ad accoglierlo con il cuore e a viverlo. Questa è opera della grazia, e noi ci chiediamo cosa c’entri Maria con tutto questo. Ella non può meritare per noi la grazia santificante, perché «nessuno può meritare la grazia prima per un altro, se non Cristo solo».[4] Ella stessa ha ricevuto la grazia «in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano»[5]. Tuttavia, molti dottori hanno spiegato che è ragionevole (congruo) che Dio ascolti un’intercessione[6] e agisca ascoltandola, perché è sua volontà. Per questo motivo può voler liberamente riversare la sua grazia esaudendo il desiderio della Madre che prega per i suoi figli. In questo modo la Madre viene incorporata nella sua opera, in quella che viene solitamente chiamata «mediazione partecipata».[7] Questo desiderio di amore materno aveva una forza particolare quando lei offriva la sua sofferenza accanto alla Croce dell’unico Redentore (cfr. MPF 32).

D’altra parte, vediamo cosa spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis, quando afferma:

«Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che operano anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di “Madre della grazia”. Maria umilmente collabora affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l’unico che può giustificarci con l’azione della grazia santificante [...]. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l’azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli differenti che li aiutano ad andare avanti nella vita, e a preparare, a disporre il cuore per la grazia che il Signore infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente» (MPF 69). «Maria sviluppa così un’azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all’Unico che opera nel più intimo del nostro essere» (MPF 70).

Per questo la vediamo salda a Pentecoste, accompagnando la preghiera degli apostoli affinché si aprissero all’arrivo dello Spirito Santo (cfr. At 1,14). Lo stesso fa ora, non solo attraverso il suo esempio e la sua intercessione, ma anche attraverso “parole, immagini e stimoli” che lei, come Madre, sa come farci arrivare. Lo abbiamo visto nel corso di tutta la storia dell’evangelizzazione.

La Madre incarnata nelle nostre vite
Maria è evangelizzatrice anche per un altro motivo. Perché i deboli, i sofferenti, i poveri e i feriti riconoscono in Maria una di loro, e per questo non hanno paura di lei, si affidano docilmente a lei, si lasciano evangelizzare da lei. Ricordiamo che i vescovi latinoamericani dicevano ad Aparecida che i poveri «incontrano la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria».[8] Vediamo come lo spiega la Nota Mater populi fidelis:

«Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. È colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di San Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità (cf. Lc 2,48-50). È colei che canta al Dio che “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53), colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa (cf. Gn 2,3), che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno (cf. Lc 1,39-40), che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è “segno di contraddizione” (Lc 2,34); è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule (cf. Mt 2,13-15), che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi (cf. Lc 2,24) e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname (cf. Mc 6,3-4). I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto» (MPF 78).

Lei non solo intercede per noi, affinché possiamo aprire il nostro cuore a Cristo, ma è anche un segno potente e bello della vicinanza di Dio che è veramente Dio con noi. Ella ci permette di smettere di sentire Dio come qualcuno lontano, incapace di comprendere e condividere le nostre vite, e in questo modo ammorbidisce i nostri cuori affinché il Signore possa compiere la sua opera in noi.

Prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione
Per tutte queste ragioni, Maria evangelizza, ma non redime. La Bibbia dice con estrema chiarezza: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). L’unico Redentore è Cristo e usare questa parola per riferirsi a Maria può complicare troppo le cose. Quando parliamo di parole, titoli o espressioni usate dal Popolo di Dio, è importante distinguere bene ciò che chiamiamo “pietà popolare”: alcuni gruppi sviluppano un’intera argomentazione per difendere alcune espressioni, ed è loro diritto farlo, ma questa non è la pietà popolare, perché non si tratta di espressioni usate dalla grande maggioranza del Popolo di Dio. I fedeli semplici non usano un linguaggio tecnico fatto di titoli e dogmi, ma manifestano il loro apprezzamento per Maria in altro modo, come quando nel pellegrinaggio del Rocío in Andalusia dicono: “Che bella che sei!”, o soprattutto quando in America Latina la chiamano “Mamita” o “Mamacita”. Non abbiamo una parola più bella per Maria: Madre di Dio, Madre della Chiesa, Madre della grazia, Madre dell’evangelizzazione: Madre…

Tuttavia, ricordiamo ciò che afferma il documento Mater populi fidelis quando sostiene che se per ogni credente la sua «cooperazione con Cristo diventa tanto più fruttuosa quanto più si lascia trasformare dalla grazia, a maggior ragione ciò si deve affermare di Maria, in un modo unico e supremo […]. Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (MPF 32).

Da qui deriva che lo stesso documento sostiene testualmente che Maria è la «prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia» (MPF 22) e che «esiste una singolare collaborazione di Maria all’opera salvifica che Cristo compie nella sua Chiesa» (MPF 42).

Evangelizzazione integrale
Ma se parliamo di Maria e dell’evangelizzazione, non possiamo dimenticare che la Chiesa propone un’evangelizzazione integrale, che non separa la fede dalla vita concreta e dalla dignità delle persone. Lo vediamo in Maria quando, nonostante avesse ricevuto il tremendo annuncio dell’angelo, corse senza indugio ad aiutare sua cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Questo è il suo cuore evangelizzatore, che non si accontenta di darci il massimo, che è Gesù Cristo. Come vera Madre piena d’amore, si preoccupa di tutta la nostra vita, nel corpo e nell’anima, e non separa la fede dalla promozione delle persone.

Lo vediamo anche nell’atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Questo testo ci mostra Maria come interceditrice, ma non solo per i nostri bisogni spirituali, ma anche di fronte alle più svariate necessità delle nostre famiglie.

Lei, solidale con le sofferenze dei poveri, loda Dio perché «ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,52-53).

Alcune perle di Francesco
In quest’ultima parte riprenderemo brevemente alcuni paragrafi mariani tratti da tre documenti di Papa Francesco.

In Christus vivit si trova una descrizione di Maria nel Vangelo come Madre preoccupata per l’evangelizzazione. Dice così: «Maria era la ragazza con un’anima grande che esultava di gioia (cfr Lc 1,47), era la fanciulla con gli occhi illuminati dallo Spirito Santo che contemplava la vita con fede e custodiva tutto nel suo cuore (cfr Lc 2,19,51). Era quella inquieta, quella pronta a partire [...]. Con la sua presenza, è nata una Chiesa giovane, con i suoi Apostoli in uscita per far nascere un mondo nuovo (cfr At 2,4-11)» (ChV 46-47).

In Evangelii gaudium Papa Francesco capovolge l’espressione “Maria ci porta a Cristo” e dice qualcosa di sorprendente: «Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a MariaCi conduce a lei perché non vuole che camminiamo senza una madre» (EG 285).

Cioè, Cristo ha voluto che tutta la sua opera salvifica avesse una Madre, una presenza e un volto materno, e per questo Cristo ci porta a lei, che «cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (EG 286).

Infine, in Gaudete et exsultate ci invita ad avvicinarci a lei senza timore per ricominciare sempre: «Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci» (GE 176).

Per questo, continua, «la Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede» (ibid).  Basta ripetere più volte quelle parole che abbiamo imparato da bambini. Diciamole ora insieme: «Ave Maria…».

Victor Manuel Card. Fernández


[1] J.L. Guerrero Rosado, Nican Mopohua: Qui si racconta… il grande evento, Cuautitlán 2003, nn. 23, 119.

[2]  Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285AAS 105 (2013), 1135.

[3] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 259.

[4] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 6, co.

[5] Pio IX, Cost. ap. Ineffabilis Deus (8 dicembre 1854): Pontificis Maximi Acta. Pars prima, Romae 1854, 616: «… la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale» (DH 2803); Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 53: AAS 57 (1965), 58: «Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo».

[6] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114,  a. 6, ad 3.

[7]  S. Giovanni Paolo II, Carta enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), n. 38: AAS 79 (1987), 411-412; cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Lumen gentium, n. 62: AAS 57 (1965), 63.

[8] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 265.

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Il nome nuovo

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2025

Il nome nuovo
Tratto da: L’ave Maria, preghiera di tutti – di don Alessandro Pronzato, Gribaudi Editore

Maria Immacolata

L’Angelo, salutando la Madonna, Le recapita subito un dono: il nome nuovo.

Non la chiama Maria, ma “Piena di Grazia”.
 Ave (o, rallegrati), Piena di Grazia.

Il termine greco, kecharitoménè, è quasi intraducibile. La gamma piuttosto vasta delle nostre espressioni non riescono a raggiungere il significato profondo del vocabolo, devono accontentarsi di sfiorarlo.
Così sgraniamo tutta una serie, non di traduzioni, ma di semplici approssimazioni:
Piena di Grazia, Colmata di Grazia, Favorita da Dio, Preferita da Dio, Gratificata, Privilegiata, Tu che sei diventata oggetto di amore particolare da parte di Dio, Tu che hai sperimentato l’amore benevolo di Dio…
I filologi puntualizzano che si tratta del perfetto passivo di un verbo che contiene la parola charis, che significa grazia, ma nel senso molto ampio di amore, bontà, favore, bellezza, incanto, simpatia, fascino, armonia, seduzione, attrattiva, splendore, favore elargito.

Ora, l’indicazione fornita dal passivo è trasparente:
Maria non è soggetto, ma oggetto.
E’ Colei che consente al dispiegamento dell’azione divina. E quindi riceve in abbondanza Amore e Bellezza.

La “Grazia” diventa cosi suo possesso abituale (dono, non conquista!).

Giustamente la Bibbia di Gerusalemme traduce:
“Tu che sei stata e rimani colmata del favore divino”.

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Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2025

Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

Il potere del maligno è stato sconfitto
La festa della regalità universale di Gesù Cristo riveste un valore straordinario, se la cogliamo nel suo genuino significato. Essa vuole affermare una verità evangelica fondamentale e cioè che il mondo, caduto fin dal principio sotto il potere del maligno a causa del peccato, è stato redento. Il giogo con cui satana teneva assoggettati gli uomini è stato spezzato e ora è Gesù Cristo il Re dei re e il Signore dei signori, come lo chiama l’Apocalisse.

San Paolo sintetizza con una frase molto efficace l’opera della redenzione, quando afferma che per mezzo del suo Figlio diletto il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre”. Anche Gesù fa spesso allusione al potere tenebroso del maligno, che incombe in modo particolare nel momento della passione. Egli ne conosce molto bene la forza e si guarda bene dal sottovalutarla. Non esita infatti a chiamare satana “il principe di questo mondo”, mentre l’apostolo Giovanni afferma che “tutto il mondo è posto sotto il potere del maligno”.

Ebbene, Gesù è quel “forte” sul quale il principe di questo mondo non ha nessun potere. Egli lo caccerà fuori dal regno che gli appartiene per diritto di creazione e di redenzione. Con la venuta di Cristo e il compimento della salvezza “il principe d questo mondo è stato giudicato”.

Cristo è Re, ma si è conquistato il Regno sconfiggendo satana. Ed è proprio sotto la croce che il duello immane ha vissuto il suo momento culminante. […]

Siamo stati liberati dalla croce
Gli uomini hanno costruito i regni con la forza delle armi e del denaro. Perfino le religioni a volte si sono imposte con questi metodi. Gesù al contrario ha riconquistato il mondo al Padre mediante la sofferenza e l’amore. Gesù in croce infligge il colpo mortale al potere del maligno perché oppone la sua obbedienza alla disobbedienza, la sua umiliazione alla ribellione, la sua mitezza alla violenza, il suo perdono all’odio distruttore.

È respingendo il male col bene che Gesù ha vinto l’immane duello e ha ottenuto la più grande delle vittorie. Quando satana, infliggendo a Gesù il supplizio della croce, credeva di averlo vinto per sempre; quando pensava di aver compiuto il suo grande capolavoro facendo l’uomo complice del più nefando e orrendo dei delitti, ecco che invece viene vinto dalla potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto. […]

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Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2025

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
“La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

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Oggi è un altro grande giorno di festa per la Chiesa. Dopo la canonizzazione di Acutis e Frassati, Papa Leone XIV questa mattina in Piazza San Pietro proclama altri sette nuovi santi. Si tratta di carismi e personalità che provengono da varie parti del mondo. Ecco i nomi: Bartolo Longo, Ignazio Choukrallah Maloyan, José Gregorio Hernández Cisneros, Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, Peter To Rot, Maria Troncatti e Vincenza Maria Poloni.

In Italia spicca fra tutti Bartolo Longo, il fondatore del santuario di Pompei, uno dei più grandi promotori della devozione al Santo Rosario. Maria Troncatti, religiosa salesiana, fu infermiera della Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale e successivamente missionaria nell’oriente dell’Ecuador. Vincenza Maria Poloni fondò l’Istituto delle Suore della Misericordia, dedito all’assistenza degli ammalati e dei più poveri. José Gregorio Hernández Cisneros, venezuelano, conosciuto come “il medico dei poveri”. La prima volta per il popolo venezuelano. Mons. Ignazio Maloyan fu arcivescovo cattolico armeno dell’eparchia di Amida. Durante la Prima Guerra Mondiale, il governo ottomano avviò la deportazione e lo sterminio del popolo armeno, di cui milioni furono vittime. Nel 1915, Maloyan fu arrestato e condannato a morte per la sua fede, dopo essersi rifiutato di abiurare il cristianesimo e convertirsi all’islam. Pietro To Rot, catechista e padre di famiglia nato nel 1912 in Papua Nuova Guinea, assunse la guida pastorale della sua comunità durante l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Quando le autorità tentarono di reintrodurre la poligamia, Pietro si oppose fermamente, difendendo la sacralità del matrimonio cristiano. Fu arrestato e martirizzato nel 1945. Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, conosciuta come Madre Carmen Rendiles, nacque a Caracas nel 1903 e fondò la Congregazione delle Serve di Gesù, approvata dalla Santa Sede nel 1965.

Prima dell’omelia il Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi presenta brevemente le biografie dei Beati che vengono proclamati Santi. Molti i pellegrini in Piazza che hanno applaudito ai santi provenienti dai loro paesi. In Piazza San Pietro sono state portate in processione le reliquie di questi nuovi santi. Le autorità competenti – secondo la Sala Stampa della Santa Sede – informano che sono presenti circa 55.000 fedeli all’inizio della Santa Messa in San Pietro.

“Proprio oggi stanno davanti a noi sette testimoni, i nuovi Santi e le nuove Sante, che con la grazia di Dio hanno tenuto accesa la lampada della fede, anzi, sono diventati loro stessi lampade capaci di diffondere la luce di Cristo”, dice il Papa durante l’omelia in Piazza San Pietro.

“Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza. La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza. Questa salvezza è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo”, commenta il Papa nella sua omelia.

“La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé. Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo. Chi non accoglie la pace come un dono, non saprà donare la pace”, continua ancora Papa Leone XIV.

Per il Pontefice Egli è “l’umile che chiama i prepotenti a conversione, il giusto che ci rende giusti, come attestano i nuovi Santi di oggi: non eroi, o paladini di qualche ideale, ma uomini e donne autentici. Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. La fede sulla terra sostiene così la speranza del cielo”, conclude il Papa.

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La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2025

GIUBILEO DELLA SPIRITUALITÀ MARIANA
SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Piazza San Pietro
XXVIII domenica del Tempo Ordinario, 12 ottobre 2025

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Sorelle e fratelli carissimi,

l’apostolo Paolo si rivolge oggi a ciascuno di noi, come a Timoteo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide» (2Tm 2,8). La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro. Come la domenica, che apre ogni nuova settimana nell’orizzonte della sua Risurrezione dai morti. «Ricordati di Gesù Cristo»: questo solo conta, questo fa la differenza tra le spiritualità umane e la via di Dio. In «catene come un malfattore» (v. 9), Paolo ci raccomanda di non perdere il centro, di non svuotare il nome di Gesù della sua storia, della sua croce. Ciò che noi riteniamo eccessivo e crocifiggiamo, Dio lo risuscita perché «non può rinnegare sé stesso» (v. 13). Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo.

La Lettura dal Secondo Libro dei Re (5,14-17) ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret (cfr Lc 4,27) e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale: «Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,28-29). L’Evangelista non fa cenno alla presenza di Maria, che poteva trovarsi là e provare ciò le era stato annunciato dall’anziano Simeone, quando aveva portato il neonato Gesù al tempio: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Sì, carissimi, «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» ( Eb 4,12). Così, Papa Francesco vide a sua volta nella vicenda di Naamàn il Siro una parola penetrante e attuale per la vita della Chiesa. Parlando alla Curia Romana, disse: «Quest’uomo è costretto a convivere con un dramma terribile: è lebbroso. La sua armatura, quella stessa che gli procura fama, in realtà copre un’umanità fragile, ferita, malata. Questa contraddizione spesso la ritroviamo nelle nostre vite: a volte i grandi doni sono l’armatura per coprire grandi fragilità. […] Se Naamàn avesse continuato solo ad accumulare medaglie da mettere sulla sua armatura, alla fine sarebbe stato divorato dalla lebbra: apparentemente vivo, sì, ma chiuso e isolato nella sua malattia». [1]

Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato (cfr Lc 17,11-19). Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!

Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr Lc 1,51-54). Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il “sì”, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno.

I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi – spesso i poveri – in nemici, in “lebbrosi” da evitare e respingere.

Il cammino di Maria è dietro a Gesù, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. «Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché “ha rovesciato i potenti dai troni” e “ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53) è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia» (n. 288).

Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti.


[1]  Discorso ai membri del Collegio Cardinalizio e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 23 dicembre 2021.


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Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo!

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2025

Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo!
Leone XIV presiede il Rosario per la pace in Piazza San Pietro e riafferma che nessuna ideologia, fede o politica può giustificare l’eliminazione del prossimo. Bisogna guardare il mondo con “lo sguardo dei piccoli, afferma, ed esorta chi ha responsabilità nel mondo a costruire “le condizioni per un futuro di pace: “Siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. Dio cammina con voi
di Edoardo Giribaldi – Vatican News

Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo! dans Commenti al Vangelo Il-Papa-pone-la-rosa-dinanzi-alla-Mamma-del-Cielo

“Metti via la spada”. Le parole di Cristo a Pietro nell’Orto degli Ulivi, il Papa, che di Cristo è il vicario e di Pietro il successore, le rivolge ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli

“Abbiate l’audacia del disarmo!”

La pace, infatti, germoglia dalla comunione, e non dalla deterrenza. Dal dialogo, e non dall’ultimatum. È un’audacia, quella di riporre la propria arma – il disarmo, appunto – che si richiede più che mai ai potenti di oggi. Perché “per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere”, afferma Leone XIV nel Rosario per la pace presieduto questa sera, 11 ottobre, in Piazza San Pietro.

Freccia dans Viaggi & Vacanze MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE LEONE XIV

A vegliare sul Pontefice e sulle migliaia di fedeli raccolti in preghiera sotto un cielo inizialmente terso e gradualmente sempre più scuro è la statua originale della Madonna di Fátima, fatta giungere a Roma in occasione del Giubileo della Spiritualità mariana.

Un cuore “frammento di cosmo ospitale”
Dai raccoglimenti della “prima Chiesa” a quelli di duemila anni dopo, la presenza della Vergine è costante. Altrettanto instancabilmente, quindi, Leone XIV esorta a non smettere di pregare per la pace, “dono di Dio che deve diventare nostra conquista e nostro impegno”. Alla stregua della madre di Gesù, nelle parole di san Giovanni Paolo II, il Papa invita ciascuno a farsi “tenda umile del Verbo, mossa solo dal vento dello Spirito”: dotati di un cuore che ascolta, che muta in “frammento di cosmo ospitale”.

Attraverso di lei, donna addolorata, forte, fedele, chiediamo di ottenerci il dono della compassione verso ogni fratello e sorella che soffre e per tutte le creature

Donna che ama, madre che piange
Non solo alla Vergine, il Papa fa riferimento a tutto il gruppo di donne, “piccolo” ma coraggioso, che sostava sotto la Croce. Oggi, Gesù è “ancora crocifisso nei suoi fratelli”, e ciascuno è chiamato a portargli conforto, comunione e aiuto. Nelle parole, citate dal Pontefice, del presbitero David Maria Turoldo:

Madre, tu sei ogni donna che ama; madre, tu sei ogni madre che piange un figlio ucciso, un figlio tradito. Questi figli mai finiti di uccidere

“Qualsiasi cosa vi dica, fatela”
Ad illuminare la veglia di preghiera per il Giubileo della spiritualità mariana non sono solo le luci della sera romana, ma quella “mite e perseverante” che emana dalle parole di Maria, nei Vangeli. Tra tutte, il Papa ricorda le ultime: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Un “testamento” che deve essere “carissimo” ai figli.

Lei è certa che il Figlio parlerà, la sua Parola non è finita, crea ancora, genera, opera, riempie di primavere il mondo e di vino le anfore della festa. Maria, come un segnale indicatore, orienta oltre sé stessa, mostra che il punto di arrivo è il Signore Gesù e la sua Parola, il centro verso cui tutto converge, l’asse attorno al quale ruotano il tempo e l’eternità

“Gesto e corpo, fatica e sorriso”
La raccomandazione materna è quindi quella di incarnare il Vangelo, rendendolo “gesto e corpo, sangue e carne, fatica e sorriso”. A rimanere sarà proprio quest’ultimo: una vita che da vuota si fa piena. Da spenta, accesa.

Fate qualsiasi cosa vi dica: tutto il Vangelo, la parola esigente, la carezza consolante, il rimprovero e l’abbraccio. Ciò che capisci e anche ciò che non capisci. Maria ci esorta ad essere come i profeti: a non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole

“Metti via la spada”
Metti via la spada”. Ecco la Parola di Gesù da non “lasciar cadere” oggi, rivolta all’apostolo Pietro. “Disarma la mano e prima ancora il cuore”,: riaffermare la tanto agognata “pace disarmata e disarmante”.

La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono

Tale comando è, in primis, rivolto ai “potenti del mondo”, ai quali Leone XIV rivolge un’ulteriore esortazione: “abbiate l’audacia del disarmo!”. Ma l’invito si allarga a ciascuno, nella consapevolezza che non si può mai eliminare un fratello o una sorella in nome di un’idea, di una fede, di una politica.

“Se non c’è pace in noi, non daremo pace”

“Voi però non fate così
Voi però non fate così”. Un’altra Parola di Gesù risuona. Un monito contro i “grandi del mondo”, che costruiscono “imperi con il potere e il denaro”. Dio non opera così: non siede su troni, ma s’inginocchia ai piedi di ciascuno, cinto di un solo asciugamano, stretto in quel “poco di spazio che basta per lavare i piedi dei suoi amici e prendersi cura di loro”.

Occhi nuovi
Necessario, dunque, è un cambio di sguardo: contemplare il mondo “dal basso”, occhi negli occhi con chi soffre, con i piccoli. Con la vedova, l’orfano, lo straniero, il bambino ferito, l’esule, il fuggiasco. E ancora, con chi fa naufragio. Con Lazzaro, e non il ricco epulone – come raccontato nel Vangelo di Luca. Anche qui, la stella polare è Maria, e il suo cantico del Magnificat, in cui mette a fuoco i “punti di frattura” dell’umano, dove avviene “la distorsione del mondo”. Dove si incontrano umili e potenti, poveri e ricchi, sazi e affamati.

E sceglie i piccoli, sta dalla parte degli ultimi della storia, per insegnarci a immaginare, a sognare insieme a lei cieli nuovi e terra nuova.

“Beati voi, operatori di pace”
“Beati voi, operatori di pace”. L’ultima Parola di Gesù presa in esame invita a contemplare il dono che Dio fa a quanti “alla vittoria sul nemico, preferiscono la pace con lui”. Leone XIV si rivolge a chi oggi è chiamato a costruire la riconciliazione: li invita a essere “miti e determinati”, a non lasciarsi “cadere le braccia”. Nella sicurezza che, lungo, il cammino, Dio non abbandona, ma “crea e diffonde” pace attraverso “i suoi amici pacificati nel cuore”. Il Pontefice conclude la sua allocuzione con una preghiera rivolta proprio a Maria, “donna pacificata nel profondo”, invocandola affinché rinunciando “all’opaco egoismo”, ciascuno possa “seguire Cristo, vera luce dell’uomo”.

La lettura di Lumen Gentium
Ogni decina del Rosario è stata accompagnata anche dalla lettura di un brano dell’ottavo capitolo di Lumen Gentium, documento conciliare che tratta del ruolo della Beata Vergine Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, per ricordare la ricorrenza dell’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962. Italiano, inglese, spagnolo, francese e portoghese, sono le cinque lingue nelle quali sono stati recitati gli altrettanti Misteri.

Ladorazione eucaristica
Dopo la recita del Salve Regina e delle Litanie lauretane, il Papa ha pronunciato la sua allocuzione. È stato poi esposto il Santissimo Sacramento, con in sottofondo il canto Adoro te devote. L’adorazione è stata invece accompagnata dalla lettura di un passaggio tratto dal libro del profeta Isaia. Sono state inoltre proclamate le invocazioni, rispettivamente in inglese, polacco, tedesco, cinese e arabo. Il rito finale è stato quello della benedizione eucaristica, succeduta dalla riposizione del Santissimo Sacramento nel tabernacolo, con il canto Madre fiducia nostra. Il Papa ha poi lasciato il sagrato dell’emiclico berniniano, facendo rientro nella basilica vaticana, dietro alla statua della Madonna di Fátima.

Ci siamo raccolti stasera in preghiera attorno a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, come i primi discepoli nel cenacolo. A lei, donna pacificata nel profondo, Regina della pace, ci rivolgiamo:

Prega con noi, Donna fedele, grembo sacro al Verbo.
Insegnaci ad ascoltare il grido dei poveri e di madre Terra,
attenti ai richiami dello Spirito nel segreto del cuore,
nella vita dei fratelli, negli avvenimenti della storia,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Santa Maria, madre dei viventi,
donna forte, addolorata, fedele,
Vergine sposa presso la Croce
dove si consuma l’amore e sgorga la vita,
sii tu la guida del nostro impegno di servizio.

Insegnaci a sostare con te presso le infinite croci
dove il tuo Figlio è ancora crocifisso,
dove la vita è più minacciata;
a vivere e testimoniare l’amore cristiano
accogliendo in ogni uomo un fratello;
a rinunciare all’opaco egoismo
per seguire Cristo, vera luce dell’uomo.

Vergine della pace, porta di sicura speranza,
Accogli la preghiera dei tuoi figli!

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Con Cristo nasce il concetto di Persona

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2025

Con Cristo nasce il concetto di Persona
di Francesco Agnoli

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Enrico Berti, nel suo In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica (Laterza, 2007) dedica un capitolo a Il Cristianesimo e la nascita della persona. Vi ricorda che nell’insegnamento evangelico “v’è una concezione nuova del valore del singolo individuo umano, espressa ad esempio da affermazioni quali ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’, ‘persino i capelli del vostro capo sono contati’, e dalla parabola della pecorella smarrita o da quella della dracma perduta, che la padrona cerca mettendo sottosopra l’intera casa.

Qui sembra che sia valorizzata non solo la natura umana, ossia ciò che è comune a tutti gli uomini, ma anche l’individualità dell’uomo, per cui ciascuno è individuo unico e irripetibile…
Nei Vangeli non compare il termine persona, ma c’è il concetto ad essa corrispondente. E c’è la sottolineatura dell’indipendenza di tale concetto dalla condizione sociale, politica, economica, nonché della sua applicazione anche agli ultimi, ai più piccoli dal punto di vista politico, sociale ed economico”.

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Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»

Posté par atempodiblog le 24 septembre 2025

Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»
Durante l’udienza di stamattina il Pontefice ha ricordato che perfino oggi «la morte non è l’ultima parola». Poi ha invitato tutti al Rosario per la pace, sabato 11 ottobre in piazza San Pietro
di Agnese Palmucci – Avvenire

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Un rosario in piazza San Pietro per continuare, insieme, la preghiera incessante per la pace. Papa Leone XIV, durante l’udienza generale di stamattina in piazza, ha invitato tutti sabato 11 ottobre, alle ore 18, a vivere il momento di preghiera «insieme in piazza San Pietro nella veglia del Giubileo della Spiritualità mariana» ricordando «anche l’anniversario dell’apertura del Concilio vaticano II». Il Pontefice, però, ha poi raccomandato a ciascuno di proseguire con la recita della preghiera mariana per la pace, «personalmente, in famiglia, in comunità», «ogni giorno del prossimo mese» di ottobre, particolarmente dedicato al rosario. Per l’occasione dell’evento giubilare, sabato 11 ottobre sarà presente in piazza san Pietro, durante la veglia, anche la statua originale della Madonna di Fatima che, nel maggio del 1917, apparendo ai pastorelli della cittadina portoghese chiese di recitare «il rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

La «morte non è mai l’ultima parola»
In una piazza san Pietro gremita di fedeli da ogni parte del mondo, nonostante la pioggia, il Pontefice ha proseguito il ciclo di meditazioni legate all’anno giubilare proseguendo oggi la catechesi sul sabato santo con la prima lettera di Pietro: «E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere» (1Pt 3,19). Nel racconto della discesa di Cristo agli inferi, prima della Pasqua, ha sottolineato Prevost, egli «entra per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno». Parole, quelle del Papa sul sabato santo, giorno che annuncia già come «la morte» non sia «mai l’ultima parola», che arrivano chiare e dirette come abbraccio a chi soffre per i conflitti, nelle ore in cui continuano senza sosta gli attacchi sui civili di Gaza city da parte dell’esercito di difesa israeliano.

Cristo raggiunge ogni “inferno quotidiano”
Un Dio che, «secondo la tradizione», si è «addentrato nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle», ha continuato il Papa, è un Dio che conosce “gli inferni” degli uomini sulla Terra. «Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: – ha aggiunto Leone – quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri». E, ancora riguardo agli “inferi”, il Papa ha sottolineato come questi riguardino anche «l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere». Ma Cristo raggiunge gli uomini «anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra» per «testimoniare l’Amore del Padre».

Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide
Salutando i fedeli portoghesi, il Pontefice ha ricordato infatti come «in questo nostro tempo, tra le macerie dell’odio che uccide», «il Signore Risorto non smetta mai di cercarci e, quando ci trova prigionieri delle tenebre, gioisce nel riportarci alla luce della vita». L’invito di Gesù, però, è quello di farsi «portatori» del suo amore «che illumina e rialza l’umanità». Nel saluto ai fedeli di lingua araba, invece, Leone si è rivolto in particolare agli studenti, all’inizio del nuovo anno scolastico, esortandoli a «preservare la fede e nutrirvi di scienza», per un «futuro migliore in cui l’umanità possa godere di pace e tranquillità».

Non c’è storia così compromessa da non essere raggiunta da Dio
Questo evento così particolare della discesa agli inferi di Cristo, consegnato dalla liturgia e dalla tradizione, rappresenta per il Papa «il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità», perché «il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce». Il Sabato Santo è, allora, la testimonianza di un Dio che porta in salvo tutti, «il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità», «il tempo in cui ogni angolo della storia umana viene toccato dalla luce della Pasqua». Non ci saranno mai notti troppo scure, ha aggiunto Prevost, «nemmeno le nostre colpe più antiche, nemmeno i nostri legami spezzati», «non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla misericordia».

Vivere da persone “rialzate”
È già l’annuncio della Pasqua. «Scendere, per Dio, non è una sconfitta ma il compimento del suo amore», ha concluso il Papa, «non è un fallimento, ma la via attraverso cui Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore». Ogni volta in cui sembrerà di aver “toccato il fondo”, la buona notizia è che Dio, da lì, «è capace di cominciare una nuova creazione». L’appello è, dunque, a vivere da “persone rialzate”, consapevoli che, proprio nel tempo del silenzio e della rassegnazione, nel Sabato Santo, «Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza».

I saluti del Papa dopo l’udienza
Papa Leone, al termine dell’udienza, ha salutato i pellegrini di lingua francese presenti all’udienza, in particolare, i fedeli provenienti dal Senegal, dal Canada, dal Belgio e dalla Francia, a cui ha chiesto di imparare a lasciare spazio, nella vita, al «silenzio», che «si rivela favorevole all’azione salvifica di Cristo nelle nostre anime».

Poi ha dato il benvenuto ai fedeli lingua inglese, e in special modo ai pellegrini arrivati per il Giubileo da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Irlanda del Nord, Danimarca, Sud Africa, Uganda, Australia, Nuova Zelanda, Bangladesh, India, Indonesia, Malesia, Qatar, Filippine, Vietnam, Canada e Stai Uniti. E ancora il saluto ai fedeli di lingua spagnola, tedesca, cinese, polacca, rumena e slovena e ai tanti italiani presenti.

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