Il nome nuovo

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2025

Il nome nuovo
Tratto da: L’ave Maria, preghiera di tutti – di don Alessandro Pronzato, Gribaudi Editore

Maria Immacolata

L’Angelo, salutando la Madonna, Le recapita subito un dono: il nome nuovo.

Non la chiama Maria, ma “Piena di Grazia”.
 Ave (o, rallegrati), Piena di Grazia.

Il termine greco, kecharitoménè, è quasi intraducibile. La gamma piuttosto vasta delle nostre espressioni non riescono a raggiungere il significato profondo del vocabolo, devono accontentarsi di sfiorarlo.
Così sgraniamo tutta una serie, non di traduzioni, ma di semplici approssimazioni:
Piena di Grazia, Colmata di Grazia, Favorita da Dio, Preferita da Dio, Gratificata, Privilegiata, Tu che sei diventata oggetto di amore particolare da parte di Dio, Tu che hai sperimentato l’amore benevolo di Dio…
I filologi puntualizzano che si tratta del perfetto passivo di un verbo che contiene la parola charis, che significa grazia, ma nel senso molto ampio di amore, bontà, favore, bellezza, incanto, simpatia, fascino, armonia, seduzione, attrattiva, splendore, favore elargito.

Ora, l’indicazione fornita dal passivo è trasparente:
Maria non è soggetto, ma oggetto.
E’ Colei che consente al dispiegamento dell’azione divina. E quindi riceve in abbondanza Amore e Bellezza.

La “Grazia” diventa cosi suo possesso abituale (dono, non conquista!).

Giustamente la Bibbia di Gerusalemme traduce:
“Tu che sei stata e rimani colmata del favore divino”.

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Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2025

Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

Il potere del maligno è stato sconfitto
La festa della regalità universale di Gesù Cristo riveste un valore straordinario, se la cogliamo nel suo genuino significato. Essa vuole affermare una verità evangelica fondamentale e cioè che il mondo, caduto fin dal principio sotto il potere del maligno a causa del peccato, è stato redento. Il giogo con cui satana teneva assoggettati gli uomini è stato spezzato e ora è Gesù Cristo il Re dei re e il Signore dei signori, come lo chiama l’Apocalisse.

San Paolo sintetizza con una frase molto efficace l’opera della redenzione, quando afferma che per mezzo del suo Figlio diletto il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre”. Anche Gesù fa spesso allusione al potere tenebroso del maligno, che incombe in modo particolare nel momento della passione. Egli ne conosce molto bene la forza e si guarda bene dal sottovalutarla. Non esita infatti a chiamare satana “il principe di questo mondo”, mentre l’apostolo Giovanni afferma che “tutto il mondo è posto sotto il potere del maligno”.

Ebbene, Gesù è quel “forte” sul quale il principe di questo mondo non ha nessun potere. Egli lo caccerà fuori dal regno che gli appartiene per diritto di creazione e di redenzione. Con la venuta di Cristo e il compimento della salvezza “il principe d questo mondo è stato giudicato”.

Cristo è Re, ma si è conquistato il Regno sconfiggendo satana. Ed è proprio sotto la croce che il duello immane ha vissuto il suo momento culminante. […]

Siamo stati liberati dalla croce
Gli uomini hanno costruito i regni con la forza delle armi e del denaro. Perfino le religioni a volte si sono imposte con questi metodi. Gesù al contrario ha riconquistato il mondo al Padre mediante la sofferenza e l’amore. Gesù in croce infligge il colpo mortale al potere del maligno perché oppone la sua obbedienza alla disobbedienza, la sua umiliazione alla ribellione, la sua mitezza alla violenza, il suo perdono all’odio distruttore.

È respingendo il male col bene che Gesù ha vinto l’immane duello e ha ottenuto la più grande delle vittorie. Quando satana, infliggendo a Gesù il supplizio della croce, credeva di averlo vinto per sempre; quando pensava di aver compiuto il suo grande capolavoro facendo l’uomo complice del più nefando e orrendo dei delitti, ecco che invece viene vinto dalla potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto. […]

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Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2025

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
“La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità” dans Articoli di Giornali e News Papa-Leone-e-le-nuove-canonizzazioni

Oggi è un altro grande giorno di festa per la Chiesa. Dopo la canonizzazione di Acutis e Frassati, Papa Leone XIV questa mattina in Piazza San Pietro proclama altri sette nuovi santi. Si tratta di carismi e personalità che provengono da varie parti del mondo. Ecco i nomi: Bartolo Longo, Ignazio Choukrallah Maloyan, José Gregorio Hernández Cisneros, Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, Peter To Rot, Maria Troncatti e Vincenza Maria Poloni.

In Italia spicca fra tutti Bartolo Longo, il fondatore del santuario di Pompei, uno dei più grandi promotori della devozione al Santo Rosario. Maria Troncatti, religiosa salesiana, fu infermiera della Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale e successivamente missionaria nell’oriente dell’Ecuador. Vincenza Maria Poloni fondò l’Istituto delle Suore della Misericordia, dedito all’assistenza degli ammalati e dei più poveri. José Gregorio Hernández Cisneros, venezuelano, conosciuto come “il medico dei poveri”. La prima volta per il popolo venezuelano. Mons. Ignazio Maloyan fu arcivescovo cattolico armeno dell’eparchia di Amida. Durante la Prima Guerra Mondiale, il governo ottomano avviò la deportazione e lo sterminio del popolo armeno, di cui milioni furono vittime. Nel 1915, Maloyan fu arrestato e condannato a morte per la sua fede, dopo essersi rifiutato di abiurare il cristianesimo e convertirsi all’islam. Pietro To Rot, catechista e padre di famiglia nato nel 1912 in Papua Nuova Guinea, assunse la guida pastorale della sua comunità durante l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Quando le autorità tentarono di reintrodurre la poligamia, Pietro si oppose fermamente, difendendo la sacralità del matrimonio cristiano. Fu arrestato e martirizzato nel 1945. Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, conosciuta come Madre Carmen Rendiles, nacque a Caracas nel 1903 e fondò la Congregazione delle Serve di Gesù, approvata dalla Santa Sede nel 1965.

Prima dell’omelia il Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi presenta brevemente le biografie dei Beati che vengono proclamati Santi. Molti i pellegrini in Piazza che hanno applaudito ai santi provenienti dai loro paesi. In Piazza San Pietro sono state portate in processione le reliquie di questi nuovi santi. Le autorità competenti – secondo la Sala Stampa della Santa Sede – informano che sono presenti circa 55.000 fedeli all’inizio della Santa Messa in San Pietro.

“Proprio oggi stanno davanti a noi sette testimoni, i nuovi Santi e le nuove Sante, che con la grazia di Dio hanno tenuto accesa la lampada della fede, anzi, sono diventati loro stessi lampade capaci di diffondere la luce di Cristo”, dice il Papa durante l’omelia in Piazza San Pietro.

“Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza. La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza. Questa salvezza è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo”, commenta il Papa nella sua omelia.

“La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé. Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo. Chi non accoglie la pace come un dono, non saprà donare la pace”, continua ancora Papa Leone XIV.

Per il Pontefice Egli è “l’umile che chiama i prepotenti a conversione, il giusto che ci rende giusti, come attestano i nuovi Santi di oggi: non eroi, o paladini di qualche ideale, ma uomini e donne autentici. Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. La fede sulla terra sostiene così la speranza del cielo”, conclude il Papa.

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La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2025

GIUBILEO DELLA SPIRITUALITÀ MARIANA
SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Piazza San Pietro
XXVIII domenica del Tempo Ordinario, 12 ottobre 2025

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Sorelle e fratelli carissimi,

l’apostolo Paolo si rivolge oggi a ciascuno di noi, come a Timoteo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide» (2Tm 2,8). La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro. Come la domenica, che apre ogni nuova settimana nell’orizzonte della sua Risurrezione dai morti. «Ricordati di Gesù Cristo»: questo solo conta, questo fa la differenza tra le spiritualità umane e la via di Dio. In «catene come un malfattore» (v. 9), Paolo ci raccomanda di non perdere il centro, di non svuotare il nome di Gesù della sua storia, della sua croce. Ciò che noi riteniamo eccessivo e crocifiggiamo, Dio lo risuscita perché «non può rinnegare sé stesso» (v. 13). Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo.

La Lettura dal Secondo Libro dei Re (5,14-17) ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret (cfr Lc 4,27) e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale: «Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,28-29). L’Evangelista non fa cenno alla presenza di Maria, che poteva trovarsi là e provare ciò le era stato annunciato dall’anziano Simeone, quando aveva portato il neonato Gesù al tempio: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Sì, carissimi, «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» ( Eb 4,12). Così, Papa Francesco vide a sua volta nella vicenda di Naamàn il Siro una parola penetrante e attuale per la vita della Chiesa. Parlando alla Curia Romana, disse: «Quest’uomo è costretto a convivere con un dramma terribile: è lebbroso. La sua armatura, quella stessa che gli procura fama, in realtà copre un’umanità fragile, ferita, malata. Questa contraddizione spesso la ritroviamo nelle nostre vite: a volte i grandi doni sono l’armatura per coprire grandi fragilità. […] Se Naamàn avesse continuato solo ad accumulare medaglie da mettere sulla sua armatura, alla fine sarebbe stato divorato dalla lebbra: apparentemente vivo, sì, ma chiuso e isolato nella sua malattia». [1]

Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato (cfr Lc 17,11-19). Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!

Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr Lc 1,51-54). Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il “sì”, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno.

I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi – spesso i poveri – in nemici, in “lebbrosi” da evitare e respingere.

Il cammino di Maria è dietro a Gesù, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. «Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché “ha rovesciato i potenti dai troni” e “ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53) è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia» (n. 288).

Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti.


[1]  Discorso ai membri del Collegio Cardinalizio e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 23 dicembre 2021.


Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

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Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo!

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2025

Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo!
Leone XIV presiede il Rosario per la pace in Piazza San Pietro e riafferma che nessuna ideologia, fede o politica può giustificare l’eliminazione del prossimo. Bisogna guardare il mondo con “lo sguardo dei piccoli, afferma, ed esorta chi ha responsabilità nel mondo a costruire “le condizioni per un futuro di pace: “Siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. Dio cammina con voi
di Edoardo Giribaldi – Vatican News

Il Papa ai potenti del mondo: abbiate l’audacia del disarmo! dans Commenti al Vangelo Il-Papa-pone-la-rosa-dinanzi-alla-Mamma-del-Cielo

“Metti via la spada”. Le parole di Cristo a Pietro nell’Orto degli Ulivi, il Papa, che di Cristo è il vicario e di Pietro il successore, le rivolge ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli

“Abbiate l’audacia del disarmo!”

La pace, infatti, germoglia dalla comunione, e non dalla deterrenza. Dal dialogo, e non dall’ultimatum. È un’audacia, quella di riporre la propria arma – il disarmo, appunto – che si richiede più che mai ai potenti di oggi. Perché “per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere”, afferma Leone XIV nel Rosario per la pace presieduto questa sera, 11 ottobre, in Piazza San Pietro.

Freccia dans Viaggi & Vacanze MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE LEONE XIV

A vegliare sul Pontefice e sulle migliaia di fedeli raccolti in preghiera sotto un cielo inizialmente terso e gradualmente sempre più scuro è la statua originale della Madonna di Fátima, fatta giungere a Roma in occasione del Giubileo della Spiritualità mariana.

Un cuore “frammento di cosmo ospitale”
Dai raccoglimenti della “prima Chiesa” a quelli di duemila anni dopo, la presenza della Vergine è costante. Altrettanto instancabilmente, quindi, Leone XIV esorta a non smettere di pregare per la pace, “dono di Dio che deve diventare nostra conquista e nostro impegno”. Alla stregua della madre di Gesù, nelle parole di san Giovanni Paolo II, il Papa invita ciascuno a farsi “tenda umile del Verbo, mossa solo dal vento dello Spirito”: dotati di un cuore che ascolta, che muta in “frammento di cosmo ospitale”.

Attraverso di lei, donna addolorata, forte, fedele, chiediamo di ottenerci il dono della compassione verso ogni fratello e sorella che soffre e per tutte le creature

Donna che ama, madre che piange
Non solo alla Vergine, il Papa fa riferimento a tutto il gruppo di donne, “piccolo” ma coraggioso, che sostava sotto la Croce. Oggi, Gesù è “ancora crocifisso nei suoi fratelli”, e ciascuno è chiamato a portargli conforto, comunione e aiuto. Nelle parole, citate dal Pontefice, del presbitero David Maria Turoldo:

Madre, tu sei ogni donna che ama; madre, tu sei ogni madre che piange un figlio ucciso, un figlio tradito. Questi figli mai finiti di uccidere

“Qualsiasi cosa vi dica, fatela”
Ad illuminare la veglia di preghiera per il Giubileo della spiritualità mariana non sono solo le luci della sera romana, ma quella “mite e perseverante” che emana dalle parole di Maria, nei Vangeli. Tra tutte, il Papa ricorda le ultime: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Un “testamento” che deve essere “carissimo” ai figli.

Lei è certa che il Figlio parlerà, la sua Parola non è finita, crea ancora, genera, opera, riempie di primavere il mondo e di vino le anfore della festa. Maria, come un segnale indicatore, orienta oltre sé stessa, mostra che il punto di arrivo è il Signore Gesù e la sua Parola, il centro verso cui tutto converge, l’asse attorno al quale ruotano il tempo e l’eternità

“Gesto e corpo, fatica e sorriso”
La raccomandazione materna è quindi quella di incarnare il Vangelo, rendendolo “gesto e corpo, sangue e carne, fatica e sorriso”. A rimanere sarà proprio quest’ultimo: una vita che da vuota si fa piena. Da spenta, accesa.

Fate qualsiasi cosa vi dica: tutto il Vangelo, la parola esigente, la carezza consolante, il rimprovero e l’abbraccio. Ciò che capisci e anche ciò che non capisci. Maria ci esorta ad essere come i profeti: a non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole

“Metti via la spada”
Metti via la spada”. Ecco la Parola di Gesù da non “lasciar cadere” oggi, rivolta all’apostolo Pietro. “Disarma la mano e prima ancora il cuore”,: riaffermare la tanto agognata “pace disarmata e disarmante”.

La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono

Tale comando è, in primis, rivolto ai “potenti del mondo”, ai quali Leone XIV rivolge un’ulteriore esortazione: “abbiate l’audacia del disarmo!”. Ma l’invito si allarga a ciascuno, nella consapevolezza che non si può mai eliminare un fratello o una sorella in nome di un’idea, di una fede, di una politica.

“Se non c’è pace in noi, non daremo pace”

“Voi però non fate così
Voi però non fate così”. Un’altra Parola di Gesù risuona. Un monito contro i “grandi del mondo”, che costruiscono “imperi con il potere e il denaro”. Dio non opera così: non siede su troni, ma s’inginocchia ai piedi di ciascuno, cinto di un solo asciugamano, stretto in quel “poco di spazio che basta per lavare i piedi dei suoi amici e prendersi cura di loro”.

Occhi nuovi
Necessario, dunque, è un cambio di sguardo: contemplare il mondo “dal basso”, occhi negli occhi con chi soffre, con i piccoli. Con la vedova, l’orfano, lo straniero, il bambino ferito, l’esule, il fuggiasco. E ancora, con chi fa naufragio. Con Lazzaro, e non il ricco epulone – come raccontato nel Vangelo di Luca. Anche qui, la stella polare è Maria, e il suo cantico del Magnificat, in cui mette a fuoco i “punti di frattura” dell’umano, dove avviene “la distorsione del mondo”. Dove si incontrano umili e potenti, poveri e ricchi, sazi e affamati.

E sceglie i piccoli, sta dalla parte degli ultimi della storia, per insegnarci a immaginare, a sognare insieme a lei cieli nuovi e terra nuova.

“Beati voi, operatori di pace”
“Beati voi, operatori di pace”. L’ultima Parola di Gesù presa in esame invita a contemplare il dono che Dio fa a quanti “alla vittoria sul nemico, preferiscono la pace con lui”. Leone XIV si rivolge a chi oggi è chiamato a costruire la riconciliazione: li invita a essere “miti e determinati”, a non lasciarsi “cadere le braccia”. Nella sicurezza che, lungo, il cammino, Dio non abbandona, ma “crea e diffonde” pace attraverso “i suoi amici pacificati nel cuore”. Il Pontefice conclude la sua allocuzione con una preghiera rivolta proprio a Maria, “donna pacificata nel profondo”, invocandola affinché rinunciando “all’opaco egoismo”, ciascuno possa “seguire Cristo, vera luce dell’uomo”.

La lettura di Lumen Gentium
Ogni decina del Rosario è stata accompagnata anche dalla lettura di un brano dell’ottavo capitolo di Lumen Gentium, documento conciliare che tratta del ruolo della Beata Vergine Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, per ricordare la ricorrenza dell’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962. Italiano, inglese, spagnolo, francese e portoghese, sono le cinque lingue nelle quali sono stati recitati gli altrettanti Misteri.

Ladorazione eucaristica
Dopo la recita del Salve Regina e delle Litanie lauretane, il Papa ha pronunciato la sua allocuzione. È stato poi esposto il Santissimo Sacramento, con in sottofondo il canto Adoro te devote. L’adorazione è stata invece accompagnata dalla lettura di un passaggio tratto dal libro del profeta Isaia. Sono state inoltre proclamate le invocazioni, rispettivamente in inglese, polacco, tedesco, cinese e arabo. Il rito finale è stato quello della benedizione eucaristica, succeduta dalla riposizione del Santissimo Sacramento nel tabernacolo, con il canto Madre fiducia nostra. Il Papa ha poi lasciato il sagrato dell’emiclico berniniano, facendo rientro nella basilica vaticana, dietro alla statua della Madonna di Fátima.

Ci siamo raccolti stasera in preghiera attorno a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, come i primi discepoli nel cenacolo. A lei, donna pacificata nel profondo, Regina della pace, ci rivolgiamo:

Prega con noi, Donna fedele, grembo sacro al Verbo.
Insegnaci ad ascoltare il grido dei poveri e di madre Terra,
attenti ai richiami dello Spirito nel segreto del cuore,
nella vita dei fratelli, negli avvenimenti della storia,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Santa Maria, madre dei viventi,
donna forte, addolorata, fedele,
Vergine sposa presso la Croce
dove si consuma l’amore e sgorga la vita,
sii tu la guida del nostro impegno di servizio.

Insegnaci a sostare con te presso le infinite croci
dove il tuo Figlio è ancora crocifisso,
dove la vita è più minacciata;
a vivere e testimoniare l’amore cristiano
accogliendo in ogni uomo un fratello;
a rinunciare all’opaco egoismo
per seguire Cristo, vera luce dell’uomo.

Vergine della pace, porta di sicura speranza,
Accogli la preghiera dei tuoi figli!

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Con Cristo nasce il concetto di Persona

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2025

Con Cristo nasce il concetto di Persona
di Francesco Agnoli

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Enrico Berti, nel suo In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica (Laterza, 2007) dedica un capitolo a Il Cristianesimo e la nascita della persona. Vi ricorda che nell’insegnamento evangelico “v’è una concezione nuova del valore del singolo individuo umano, espressa ad esempio da affermazioni quali ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’, ‘persino i capelli del vostro capo sono contati’, e dalla parabola della pecorella smarrita o da quella della dracma perduta, che la padrona cerca mettendo sottosopra l’intera casa.

Qui sembra che sia valorizzata non solo la natura umana, ossia ciò che è comune a tutti gli uomini, ma anche l’individualità dell’uomo, per cui ciascuno è individuo unico e irripetibile…
Nei Vangeli non compare il termine persona, ma c’è il concetto ad essa corrispondente. E c’è la sottolineatura dell’indipendenza di tale concetto dalla condizione sociale, politica, economica, nonché della sua applicazione anche agli ultimi, ai più piccoli dal punto di vista politico, sociale ed economico”.

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Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»

Posté par atempodiblog le 24 septembre 2025

Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»
Durante l’udienza di stamattina il Pontefice ha ricordato che perfino oggi «la morte non è l’ultima parola». Poi ha invitato tutti al Rosario per la pace, sabato 11 ottobre in piazza San Pietro
di Agnese Palmucci – Avvenire

Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell'odio che uccide» dans Articoli di Giornali e News Recitare%20il%20Santo%20Rosario

Un rosario in piazza San Pietro per continuare, insieme, la preghiera incessante per la pace. Papa Leone XIV, durante l’udienza generale di stamattina in piazza, ha invitato tutti sabato 11 ottobre, alle ore 18, a vivere il momento di preghiera «insieme in piazza San Pietro nella veglia del Giubileo della Spiritualità mariana» ricordando «anche l’anniversario dell’apertura del Concilio vaticano II». Il Pontefice, però, ha poi raccomandato a ciascuno di proseguire con la recita della preghiera mariana per la pace, «personalmente, in famiglia, in comunità», «ogni giorno del prossimo mese» di ottobre, particolarmente dedicato al rosario. Per l’occasione dell’evento giubilare, sabato 11 ottobre sarà presente in piazza san Pietro, durante la veglia, anche la statua originale della Madonna di Fatima che, nel maggio del 1917, apparendo ai pastorelli della cittadina portoghese chiese di recitare «il rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

La «morte non è mai l’ultima parola»
In una piazza san Pietro gremita di fedeli da ogni parte del mondo, nonostante la pioggia, il Pontefice ha proseguito il ciclo di meditazioni legate all’anno giubilare proseguendo oggi la catechesi sul sabato santo con la prima lettera di Pietro: «E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere» (1Pt 3,19). Nel racconto della discesa di Cristo agli inferi, prima della Pasqua, ha sottolineato Prevost, egli «entra per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno». Parole, quelle del Papa sul sabato santo, giorno che annuncia già come «la morte» non sia «mai l’ultima parola», che arrivano chiare e dirette come abbraccio a chi soffre per i conflitti, nelle ore in cui continuano senza sosta gli attacchi sui civili di Gaza city da parte dell’esercito di difesa israeliano.

Cristo raggiunge ogni “inferno quotidiano”
Un Dio che, «secondo la tradizione», si è «addentrato nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle», ha continuato il Papa, è un Dio che conosce “gli inferni” degli uomini sulla Terra. «Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: – ha aggiunto Leone – quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri». E, ancora riguardo agli “inferi”, il Papa ha sottolineato come questi riguardino anche «l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere». Ma Cristo raggiunge gli uomini «anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra» per «testimoniare l’Amore del Padre».

Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide
Salutando i fedeli portoghesi, il Pontefice ha ricordato infatti come «in questo nostro tempo, tra le macerie dell’odio che uccide», «il Signore Risorto non smetta mai di cercarci e, quando ci trova prigionieri delle tenebre, gioisce nel riportarci alla luce della vita». L’invito di Gesù, però, è quello di farsi «portatori» del suo amore «che illumina e rialza l’umanità». Nel saluto ai fedeli di lingua araba, invece, Leone si è rivolto in particolare agli studenti, all’inizio del nuovo anno scolastico, esortandoli a «preservare la fede e nutrirvi di scienza», per un «futuro migliore in cui l’umanità possa godere di pace e tranquillità».

Non c’è storia così compromessa da non essere raggiunta da Dio
Questo evento così particolare della discesa agli inferi di Cristo, consegnato dalla liturgia e dalla tradizione, rappresenta per il Papa «il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità», perché «il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce». Il Sabato Santo è, allora, la testimonianza di un Dio che porta in salvo tutti, «il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità», «il tempo in cui ogni angolo della storia umana viene toccato dalla luce della Pasqua». Non ci saranno mai notti troppo scure, ha aggiunto Prevost, «nemmeno le nostre colpe più antiche, nemmeno i nostri legami spezzati», «non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla misericordia».

Vivere da persone “rialzate”
È già l’annuncio della Pasqua. «Scendere, per Dio, non è una sconfitta ma il compimento del suo amore», ha concluso il Papa, «non è un fallimento, ma la via attraverso cui Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore». Ogni volta in cui sembrerà di aver “toccato il fondo”, la buona notizia è che Dio, da lì, «è capace di cominciare una nuova creazione». L’appello è, dunque, a vivere da “persone rialzate”, consapevoli che, proprio nel tempo del silenzio e della rassegnazione, nel Sabato Santo, «Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza».

I saluti del Papa dopo l’udienza
Papa Leone, al termine dell’udienza, ha salutato i pellegrini di lingua francese presenti all’udienza, in particolare, i fedeli provenienti dal Senegal, dal Canada, dal Belgio e dalla Francia, a cui ha chiesto di imparare a lasciare spazio, nella vita, al «silenzio», che «si rivela favorevole all’azione salvifica di Cristo nelle nostre anime».

Poi ha dato il benvenuto ai fedeli lingua inglese, e in special modo ai pellegrini arrivati per il Giubileo da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Irlanda del Nord, Danimarca, Sud Africa, Uganda, Australia, Nuova Zelanda, Bangladesh, India, Indonesia, Malesia, Qatar, Filippine, Vietnam, Canada e Stai Uniti. E ancora il saluto ai fedeli di lingua spagnola, tedesca, cinese, polacca, rumena e slovena e ai tanti italiani presenti.

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Il perdono “preventivo”

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il perdono “preventivo”
All’udienza generale Leone XIV riflette sulla senso della misericordia cristiana, un abbraccio gratuito donato senza alcuna precondizione, così importante per la pace
di Andrea Tornielli – Vatican News

Il perdono “preventivo” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Leone-XIV

“Il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”. Con queste parole Leone XIV ha commentato il brano del Vangelo di Giovanni che descrive Gesù mentre offre il pane anche al traditore Giuda. È la logica divina, così lontana da quella umana del do ut des.

Gesù, ha spiegato il Papa, non ignora ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza sa che “la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite”. È lo scandalo del perdono “preventivo”, che anticipa, con l’offerta dell’abbraccio di misericordia, senza richiedere alcuna precondizione. Proprio come accadde al pubblicano Zaccheo, che si pentì perché era stato chiamato e accolto da Gesù autoinvitatosi a casa sua, con grande sconcerto di tutti di fronte al gesto di rottura delle tradizioni e delle convenzioni compiuto dal Nazareno.

Quanto bisogno hanno le nostre vite e le nostre relazioni di questo perdono. Quanto bisogno ha il nostro mondo di questo perdono, che “non è dimenticanza, non è debolezza”. Tornano alla mente le parole profetiche del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002, che Giovanni Paolo II pubblicò poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre agli Stati Uniti.

Mentre tutti pensavano alla guerra “preventiva”, sull’onda dell’enormità dell’attacco subito, il Pontefice volle dire che “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
“Molte volte – affermava Papa Wojtyla – mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono”. Non solo le singole persone, ma anche “le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale”.

Il perdono mancato, invece, spiegava ancora Giovanni Paolo II, “specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono”.

Papa Leone ha concluso l’udienza spiegando che “senza il perdono non ci sarà mai la pace!”. E ci ha invitati a una giornata di preghiera e digiuno per la pace venerdì 22 agosto, per implorare l’intercessione di Maria Regina della Pace, e chiedere a Dio pace e giustizia per il mondo flagellato dalle guerre. Per il nostro mondo, che ha così bisogno di perdono “preventivo”.

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Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male
All’udienza generale, Leone XIV sviluppa la catechesi sul gesto di Gesù nei confronti di Giuda nell’ultima cena, sa che sta per essere tradito ma “porta avanti e a fondo il suo amore”, “lava i piedi, intinge il pane e lo porge”: la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite

di Tiziana Campisi – Vatican News

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

È questo amore che genera il perdono, Gesù ce lo mostra “durante l’ultima cena”, quando “porge il boccone” a Giuda “che sta per tradirlo”. Il suo “non è solo un gesto di condivisione”, è anche “l’ultimo tentativo dell’amore di non arrendersi”, spiega all’udienza generale, Leone XIV. Proprio al perdono il Pontefice, nell’Aula Paolo VI, dedica la sua terza catechesi su “La Pasqua di Gesù”, nell’ambito del ciclo giubilare “Gesù Cristo nostra speranza”. Ma lo ascoltano anche centinaia di fedeli e pellegrini radunati nel cortile del Petriano e nella basilica di San Pietro. Leone li saluta terminato il momento nell’Aula. “Grazie per la pazienza!”, dice, benedicendo i presenti, i loro cari, “i familiari, i bambini, i malati e i più anziani”. E anche a quanti sono riuniti nella basilica vaticana rivolge, poi, alcune parole in spagnolo, evidenziando che “il perdono è un grande segno di amore, di amore autentico, e soprattutto dell’amore di Dio per tutti noi”. Mentre in inglese esorta tutti ad imparare “a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace” e sollecita: “Dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare”.

Il vero perdono non aspetta il pentimento
Nella meditazione proposta, il Papa torna più volte su quel gesto di Gesù verso l’Iscariota, che mostra quel modo di portare avanti “e a fondo il suo amore”, perché Lui “vede con chiarezza” e fa il primo passo.

Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto.

Gesù non permette che il male abbia l’ultima parola
Quando arriva l’ora più difficile, Gesù “non la subisce: la sceglie”, chiarisce il Papa, in pratica “riconosce il momento in cui il suo amore” sarà ferito dal “tradimento” e, anziché “ritrarsi”, “accusare”, “difendersi”, “continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”. L’evangelista Giovanni racconta di Giuda che “Satana entrò in lui” dopo aver ricevuto da Gesù il pane. Un “passaggio” che “colpisce”, riconosce il Papa, “come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato”. Ma il gesto di Cristo “ci dice che Dio fa di tutto – proprio tutto – per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo”, sottolinea ancora Leone, e ci fa comprendere che il perdono “non è dimenticanza” né “debolezza”, bensì “capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine”.

L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare.

Continuare ad amare sempre
Oggi accade che tante “relazioni si spezzano”, diverse “storie si complicano” e molte “parole non dette restano sospese”, ma gli evangelisti ci indicano una strada nuova da intraprendere

Il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.

Un’altra via
E se Giuda porta a compimento il suo piano di tradimento, “Cristo rimane fedele fino alla fine, e così il suo amore è più forte dell’odio”.

Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito. In quei momenti, la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via. Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore.

Il perdono libera chi lo dona
Da qui l’invito del Pontefice a chiedere “la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati”.

Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero — anche di tradire — senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene. Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Insomma, il perdono di Cristo e quel suo “gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza”, se scelto come spazio per un amore più grande”, conclude il Papa. Gesù “vince” il male “con il bene” “impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

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Non sempre il bene trova una risposta positiva

Posté par atempodiblog le 17 août 2025

PAPA LEONE XIV

ANGELUS
Non sempre il bene trova una risposta positiva

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 17 agosto 2025

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Non sempre il bene trova una risposta positiva dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

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AR – DE – EN – ES – FR – IT – PL – PT

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci presenta un testo impegnativo (cfr Lc 12,49-53), in cui Gesù, con immagini forti e grande franchezza, dice ai discepoli che la sua missione, e anche quella di chi lo segue, non è tutta “rose e fiori”, ma è “segno di contraddizione” (cfr Lc 2,34).

Così dicendo, il Signore anticipa ciò che dovrà affrontare quando a Gerusalemme sarà osteggiato, arrestato, insultato, percosso, crocifisso; quando il suo messaggio, pur parlando d’amore e di giustizia, sarà rifiutato; quando i capi del popolo reagiranno con ferocia alla sua predicazione. Del resto, tante delle comunità a cui l’evangelista Luca si rivolgeva con i suoi scritti, vivevano la stessa esperienza. Erano, come ci dicono gli Atti degli Apostoli, comunità pacifiche che, pur con i loro limiti, cercavano di vivere al meglio il messaggio di carità del Maestro (cfr At 4,32-33). Eppure subivano persecuzioni.

Tutto questo ci ricorda che non sempre il bene trova, attorno a sé, una risposta positiva. Anzi a volte, proprio perché la sua bellezza infastidisce quelli che non lo accolgono, chi lo compie finisce coll’incontrare dure opposizioni, fino a subire prepotenze e soprusi. Agire nella verità costa, perché nel mondo c’è chi sceglie la menzogna, e perché il diavolo, approfittandone, spesso cerca di ostacolare l’agire dei buoni.

Gesù, però, ci invita, con il suo aiuto, a non arrenderci e a non omologarci a questa mentalità, ma a continuare ad agire per il bene nostro e di tutti, anche di chi ci fa soffrire. Ci invita a non rispondere alla prepotenza con la vendetta, ma a rimanere fedeli alla verità nella carità. I martiri ne danno testimonianza spargendo il sangue per la fede, ma anche noi, in circostanze e con modalità diverse, possiamo imitarli.

Pensiamo, ad esempio, al prezzo che deve pagare un buon genitore, se vuole educare bene i suoi figli, secondo principi sani: prima o poi dovrà saper dire qualche “no”, fare qualche correzione, e questo gli costerà sofferenza. Lo stesso vale per un insegnante che desideri formare correttamente i suoi alunni, per un professionista, un religioso, un politico, che si propongano di svolgere onestamente la loro missione, e per chiunque si sforzi di esercitare con coerenza, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le proprie responsabilità.

Sant’Ignazio di Antiochia, in proposito, mentre era in viaggio verso Roma, dove avrebbe subito il martirio, scriveva ai cristiani di questa città: «Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio» (Lettera ai Romani, 2,1), e aggiungeva: «È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra» (ibid., 6,1).

Fratelli e sorelle, chiediamo insieme a Maria, Regina dei Martiri, di aiutarci ad essere, in ogni circostanza, testimoni fedeli e coraggiosi del suo Figlio, e di sostenere i fratelli e le sorelle che oggi soffrono per la fede.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

sono vicino alle popolazioni del Pakistan, dell’India e del Nepal colpite da violente alluvioni. Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti soffrono a causa di questa calamità.

Preghiamo perché vadano a buon fine gli sforzi per far cessare le guerre e promuovere la pace; affinché, nelle trattative, si ponga sempre al primo posto il bene comune dei popoli.

In questo tempo estivo ricevo notizie di tante e svariate iniziative di animazione culturale e di evangelizzazione, organizzate spesso nei luoghi di vacanza. È bello vedere come la passione per il Vangelo stimola la creatività e l’impegno di gruppi e associazioni di ogni età. Penso, ad esempio, alla missione giovanile che si è svolta in questi giorni a Riccione. Ringrazio i promotori e quanti in diversi modi partecipano a tali eventi.

Saluto con affetto tutti voi presenti oggi qui a Castel Gandolfo.

In particolare, sono lieto di accogliere il gruppo AIDO di Coccaglio, che celebra 50 anni di impegno per la vita, i donatori di sangue AVIS venuti in bicicletta da Gavardo (Brescia), i giovani di Casarano e le religiose francescane di Sant’Antonio.

Benedico inoltre il grande pellegrinaggio al Santuario mariano di Piekary, in Polonia.

Auguro a tutti una buona domenica!


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Il battesimo della Croce

Posté par atempodiblog le 17 août 2025

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Il battesimo della Croce

Santuario di Santa Maria della Rotonda (Albano)
XX domenica del Tempo Ordinario, 17 agosto 2025

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Il battesimo della Croce dans Commenti al Vangelo Papa-Leone-XIV

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Cari fratelli e sorelle,

è una gioia trovarci insieme a celebrare l’Eucaristia domenicale, che ci regala una gioia ancora più profonda. Se, infatti, è già un dono essere oggi vicini e vincere la distanza guardandoci negli occhi, come veri fratelli e sorelle, un dono più grande è vincere nel Signore la morte. Gesù ha vinto la morte – la domenica è il suo giorno, il giorno della Risurrezione – e noi iniziamo già a vincerla con Lui.

È così: ognuno di noi viene in chiesa con qualche stanchezza e paura – a volte più piccole, a volte più grandi – e subito siamo meno soli, siamo insieme e troviamo la Parola e il Corpo di Cristo. Così il nostro cuore riceve una vita che va oltre la morte. È lo Spirito Santo, lo Spirito del Risorto, a fare questo fra di noi e in noi, silenziosamente, domenica dopo domenica, giorno dopo giorno.

Ci troviamo in un antico Santuario le cui mura ci abbracciano.
Si chiama “Rotonda” e la forma circolare, come a Piazza San Pietro e come in altre chiese antiche e nuove, ci fa sentire accolti nel grembo di Dio.
All’esterno la Chiesa, come ogni realtà umana, può apparirci spigolosa. La sua realtà divina, però, si manifesta quando ne varchiamo la soglia e troviamo accoglienza.

Allora la nostra povertà, la nostra vulnerabilità e soprattutto i fallimenti per cui possiamo venire disprezzati e giudicati – e a volte noi stessi ci disprezziamo e ci giudichiamo – sono finalmente accolti nella dolce forza di Dio, un amore senza spigoli, un amore incondizionato.

Maria, la madre di Gesù, per noi è segno e anticipazione della maternità di Dio. In lei diventiamo una Chiesa madre, che genera e rigenera non in virtù di una potenza mondana, ma con la virtù della carità.

Può forse averci sorpreso, nel Vangelo appena letto, quello che dice Gesù. Noi cerchiamo la pace, ma abbiamo ascoltato: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12,51). E quasi gli risponderemmo: «Ma come, Signore? Anche tu? Abbiamo già troppe divisioni. Non sei proprio tu che hai detto nell’ultima cena: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”?». «Sì – ci potrebbe rispondere il Signore – sono io. Ricordate però che quella sera, la mia ultima sera, aggiunsi subito a proposito della pace: «Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (cfr Gv 14,27).

Cari amici, il mondo ci abitua a scambiare la pace con la comodità, il bene con la tranquillità. Per questo, affinché in mezzo a noi venga la sua pace, lo shalom di Dio, Gesù deve dirci: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Forse i nostri stessi familiari, come preannuncia il Vangelo, e persino gli amici si divideranno su questo. E qualcuno ci raccomanderà di non rischiare, di risparmiarci, perché importa stare tranquilli e gli altri non meritano di essere amati. Gesù invece si è immerso nella nostra umanità con coraggio. Ecco il «battesimo» di cui parla (v. 50): è il battesimo della Croce, un’immersione totale nei rischi che l’amore comporta. E noi quando, come si dice, “facciamo la comunione”, ci alimentiamo di questo suo dono audace. La Messa nutre questa decisione. È la decisione di non vivere più per noi stessi, di portare il fuoco nel mondo.

Non il fuoco delle armi, e nemmeno quello delle parole che inceneriscono gli altri. Questo no.
Ma il fuoco dell’amore, che si abbassa e serve, che oppone all’indifferenza la cura e alla prepotenza la mitezza; il fuoco della bontà, che non costa come gli armamenti, ma gratuitamente rinnova il mondo. Può costare incomprensione, scherno, persino persecuzione, ma non c’è pace più grande di avere in sé la sua fiamma.

Per questo oggi vorrei ringraziare, insieme al vostro vescovo Vincenzo, tutti voi, che nella diocesi di Albano vi impegnate a portare il fuoco della carità. E vi incoraggio a non distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio.

Ognuno è un dono per gli altri. Abbattiamo i muri. Ringrazio chi opera in ogni comunità cristiana per facilitare l’incontro fra persone diverse per provenienza, per situazione economica, psichica, affettiva: solo insieme, solo diventando un unico Corpo in cui anche il più fragile partecipa in piena dignità, siamo il Corpo di Cristo, la Chiesa di Dio.
Questo avviene quando il fuoco che Gesù è venuto a portare brucia i pregiudizi, le prudenze e le paure che emarginano ancora chi porta scritta la povertà di Cristo nella propria storia.
Non lasciamo fuori il Signore dalle nostre chiese, dalle nostre case e dalla nostra vita. Nei poveri, invece, lasciamolo entrare e allora faremo pace anche con la nostra povertà, quella che temiamo e neghiamo quando cerchiamo a ogni costo tranquillità e sicurezza.

Interceda per noi la Vergine Maria, che si sentì indicare dal santo vecchio Simeone il figlio Gesù come «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Siano svelati i pensieri dei nostri cuori, e possa il fuoco dello Spirito Santo renderli non più cuori di pietra, ma cuori di carne.

Santa Maria della Rotonda, prega per noi!


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La correzione fraterna

Posté par atempodiblog le 13 août 2025

La correzione fraterna
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

La correzione fraterna dans Commenti al Vangelo Correzione-fraterna

«Se tuo fratello pecca, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». (Mt 18,15-20)

La correzione diretta del fratello è una delle espressioni più difficili della carità. Richiede l’esercizio dell’umiltà e della prudenza in alto grado. Soprattutto l’intenzione profonda che anima il nostro intervento deve essere quella di un amore sincero per la persona che intendiamo correggere.

Gesù ci dà un primo suggerimento di grande importanza: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. La correzione a tu per tu, senza che nessuno sappia nulla, né prima né dopo, evita al fratello l’umiliazione davanti agli altri. L’ammonizione stessa va fatta con estrema delicatezza, senza offendere la suscettibilità e trovando le parole e modi adatti per entrare nel cuore. Questo ti sarà possibile se lo farai con umiltà, con stima e rispetto, non dimenticando i lati postivi che il fratello ha e la considerazione che tu hai per lui.

La correzione del fratello ti sarà più facile, se anche tu ti sarai esercitato ad accettare con pace le ammonizioni degli altri nei tuoi confronti. Chi si lascia correggere, impara l’arte di correggere. La correzione fraterna reciproca fa crescere le famiglie e le comunità.

Prega per la conversione dei peccatori
Non dimenticare che le nostre ammonizioni, per quanto prudenti e calibrate, non potranno ottenere nulla se Dio non tocca i cuori.
Non illuderti che la nostra predicazione provochi la fede e non pensare che le nostre parole di correzione possano da sole cambiare i costumi. Tutto questo è solo uno strumento che opera ed è efficace quando è presente la grazia.

Divisore dans San Francesco di Sales

Dice «fra te e lui solo» anche per dare la possibilità alla persona di potersi difendere e spiegare il proprio operato in tutta libertà. Molte volte, infatti, quello che a un osservatore esterno sembra una colpa, nelle intenzioni di chi l’ha commessa non lo è. Una franca spiegazione dissipa tanti malintesi. Ma questo non è più possibile quando la cosa è portata a conoscenza di molti.

di Padre Raniero Cantalamessa

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Il Signore ci ascolta sempre, non smettiamo di pregare e pregare con fiducia: in Lui troveremo sempre luce e forza

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2025

PAPA LEONE XIV

ANGELUS
Il Signore ci ascolta sempre, non smettiamo di pregare e pregare con fiducia: in Lui troveremo sempre luce e forza

Piazza San Pietro
Domenica, 27 luglio 2025

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Il Signore ci ascolta sempre, non smettiamo di pregare e pregare con fiducia: in Lui troveremo sempre luce e forza dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci presenta Gesù che insegna ai suoi discepoli il Padre nostro (cfr Lc 11,1-13): la preghiera che unisce tutti i cristiani. In essa il Signore ci invita a rivolgerci a Dio chiamandolo “Abbà”, “Papà”, come bambini, con «semplicità […], fiducia filiale, […] audacia, certezza di essere amati» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2778).

Con un’espressione molto bella, il Catechismo della Chiesa Cattolica dice in proposito che «attraverso la Preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi, mentre ci viene rivelato il Padre» (ibid., 2783). Ed è vero: più preghiamo con fiducia il Padre dei Cieli, più ci scopriamo figli amati e più conosciamo la grandezza del suo amore (cfr Rm 8,14-17).

Il Vangelo odierno, poi, descrive i tratti della paternità di Dio attraverso alcune immagini suggestive: quella di un uomo che si alza, nel cuore della notte, per aiutare un amico ad accogliere un visitatore inaspettato; oppure quella di un genitore che si preoccupa di dare cose buone ai suoi figli.

Esse ci ricordano che Dio non ci volta mai le spalle quando ci rivolgiamo a Lui, nemmeno se arriviamo tardi a bussare alla sua porta, magari dopo errori, occasioni mancate, fallimenti, nemmeno se, per accoglierci, deve svegliare” i suoi figli che dormono in casa (cfr Lc 11,7). Anzi, nella grande famiglia della Chiesa, il Padre non esita a renderci tutti partecipi di ogni suo gesto d’amore. Il Signore ci ascolta sempre quando lo preghiamo, e se a volte ci risponde con tempi e in modi difficili da capire, è perché agisce con una sapienza e con una provvidenza più grandi, che vanno al di là della nostra comprensione. Perciò anche in questi momenti, non smettiamo di pregare e pregare con fiducia: in Lui troveremo sempre luce e forza.

Recitando il Padre nostro, però, oltre a celebrare la grazia della figliolanza divina, noi esprimiamo anche l’impegno a corrispondere a tale dono, amandoci come fratelli in Cristo. Uno dei Padri della Chiesa, riflettendo su questo, scrive: «Bisogna che, quando chiamiamo Dio Padre nostro”, ci ricordiamo del dovere di comportarci come figli» (S. Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 11), e un altro aggiunge: «Non potete chiamare vostro Padre il Dio di ogni bontà, se conservate un cuore crudele e disumano; in tal caso, infatti, non avete più in voi l’impronta della bontà del Padre celeste» (S. Giovanni Crisostomo, De angusta porta et in Orationem dominicam, 3).
Non si può pregare Dio come Padre” e poi essere duri e insensibili nei confronti degli altri. Piuttosto è importante lasciarsi trasformare dalla sua bontà, dalla sua pazienza, dalla sua misericordia, per riflettere come in uno specchio il suo Volto nel nostro.

Cari fratelli e sorelle, la liturgia oggi ci invita, nella preghiera e nella carità, a sentirci amati e ad amare come Dio ci ama: con disponibilità, discrezione, premura vicendevole, senza calcoli. Chiediamo a Maria di saper rispondere all’appello, per manifestare la dolcezza del Volto del Padre.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che ha come tema: «Beato chi non ha perduto la speranza». Guardiamo ai nonni e agli anziani come testimoni di speranza, capaci di illuminare il cammino delle nuove generazioni. Non lasciamoli soli, ma stringiamo con loro un’alleanza di amore e di preghiera.

Il mio cuore è vicino a tutti coloro che soffrono a causa dei conflitti e della violenza nel mondo. In particolare, prego per le persone coinvolte negli scontri al confine tra Thailandia e Cambogia, specialmente per i bambini e le famiglie sfollate. Possa il Principe della pace ispirare tutti a cercare il dialogo e la riconciliazione.

Prego per le vittime delle violenze nel sud della Siria.

Seguo con molta preoccupazione la gravissima situazione umanitaria a Gaza, dove la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte. Rinnovo il mio accorato appello al cessate il fuoco, alla liberazione degli ostaggi e al rispetto integrale del diritto umanitario.

Ogni persona umana ha un’intrinseca dignità conferitale da Dio stesso: esorto le parti in tutti i conflitti a riconoscerla e a fermare ogni azione contraria ad essa. Esorto a negoziare un futuro di pace per tutti i popoli e a rigettare quanto possa pregiudicarlo.

Affido a Maria, Regina della pace, le vittime innocenti dei conflitti e i governanti che hanno il potere di porvi fine.

Saluto Radio Vaticana/Vatican News che, per essere più vicina ai fedeli e pellegrini durante il Giubileo, ha inaugurato una piccola postazione sotto il colonnato del Bernini insieme all’Osservatore Romano. Grazie per il servizio in tante lingue, che porta la voce del Papa nel mondo. E grazie a tutti i giornalisti che contribuiscono ad una comunicazione di pace e di verità.

Saluto tutti voi, provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare i nonni e le nonne di San Cataldo, i giovani frati cappuccini d’Europa, i ragazzi della Cresima dell’Unità pastorale Grantorto-Carturo, i giovani di Montecarlo di Lucca e gli Scout di Licata.

Saluto con particolare affetto i giovani di diversi Paesi, convenuti a Roma per il «Giubileo dei Giovani». Auspico che esso sia per ciascuno un’occasione per incontrare Cristo ed essere da Lui rinsaldati nella fede e nell’impegno di seguirlo con coerenza.

I greet the faithful from Kearny (New Jersey), the Catholic Music Award group and the EWTN Summer Academy. I also greet with particular affection the young people from various countries who have gathered in Rome for the Jubilee of Youth, which begins tomorrow.  I hope that this will be an opportunity for each of you to encounter Christ, and to be strengthened by him in your faith and in your commitment to following Christ with integrity of life.

Saludo con especial afecto a los jóvenes provenientes de diferentes países, reunidos en Roma para el “Jubileo de los Jóvenes”. Espero que sea para cada uno ocasión para encontrar a Cristo y ser fortalecidos por Él en la fe y en el compromiso de seguirlo con coherencia.

Stasera si svolgerà la processione della Madonna “fiumarola” sul Tevere: possano i partecipanti a questa bella tradizione mariana imparare dalla Madre di Gesù a praticare il Vangelo nella vita quotidiana! A tutti auguro una buona domenica!


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Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2025

Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina
di padre Stefano Maria Manelli – Il settimanale di Padre Pio
Tratto da:  Radici Cristiane

Il Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina ha riflessi particolari segnati in profondità dalla sua configurazione spirituale certamente non comune. È evidente in padre Pio il peso di una realtà carismatica così eccezionale, che impegnerà senza fine gli studiosi della teologia mistica a tutti i livelli di ricerca anche interdisciplinare. Lo spiega padre Stefano Maria Manelli in questo prezioso ed appassionato articolo, che pubblichiamo per gentile concessione de “Il Settimanale di padre Pio”, edito dalla Casa Mariana Editrice. (Radici Cristiane)

Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina dans Commenti al Vangelo Padre-Pio-Ges-e-San-Francesco-d-Assisi

Nelle Fonti Francescane leggiamo questa significativa testimonianza riportata dal beato Tommaso da Celano nella Vita seconda di San Francesco d’Assisi sulla morte di san Francesco rivelata ad alcuni santi frati e sull’entrata del Serafico Padre nel Regno dei cieli:

«In quella notte [della morte di san Francesco d’Assisi] e alla stessa ora, il padre glorioso apparve ad un altro frate di vita lodevole, mentre era intento a pregare. Era vestito di una dalmatica di porpora, e lo seguiva una folla innumerevole di persone. Alcuni si staccarono dal gruppo per chiedere al frate: “Costui non è forse Cristo, o fratello?”. “Sì, è lui”, rispondeva. Ed altri di nuovo lo interrogavano: “Non è questi san Francesco?”. E il frate allo stesso modo rispondeva affermativamente. In realtà sembrava a lui e a tutta quella folla che Cristo e Francesco fossero una sola persona» (n. 219).

Questa affermazione non può essere giudicata temeraria da chi sa intendere bene, perché «chi aderisce a Dio diventa un solo spirito» (cfr. 1Cor 6, 17) con Lui e lo stesso Dio «sarà tutto in tutti» (cfr. 1Cor 12, 6).
Per questo e con non minore valore di autorità, la Liturgia definisce san Francesco di Assisi «fedelissima immagine di Cristo Crocifisso» (dal Prefazio della santa Messa).
Questo episodio riguardante san Francesco d’Assisi nella sua straordinaria conformità e somiglianza anche fisica con Cristo «povero e crocifisso», serve bene per immettere subito padre Pio da Pietrelcina sulla pista agiografica a lui più congeniale, sia perché egli è un francescano, figlio del Poverello d’Assisi, sia perché anch’egli è uno stimmatizzato, ben somigliante al suo Serafico Padre.

Il volto di Gesù
Nel Vangelo possiamo tutti scoprire il Volto di Gesù. Volto teandrico. Volto umano. Volto divino. Volto di bimbo. Volto di adulto. Volto paterno. Volto compassionevole. Volto trasfigurato. Volto sdegnato. Volto appassionato. Volto crocifisso… Chi potrà mai esaurire, in effetti, le espressioni delle fattezze reali di un volto umano e divino insieme?
Ma già questa ricchezza e varietà di espressioni erano presenti, si può dire, nel volto di padre Pio, segnate pressoché sempre da un quid arcano non afferrabile né misurabile, che sfuggiva ad ogni dimensione soltanto umana, trascendendola in modo quasi imperativo e sovrano, ma con naturalezza, senza ombra di posa o di maniera o di forzatura qualsiasi. Padre Pio appariva come un mistero anch’esso umano-divino, sia pure in misura ridotta, e tale mistero ne impersonava l’intera figura e in particolare il volto.
È testimonianza moltiplicabile indefinitamente. Gli occhi, i sorrisi, la tristezza, lo sdegno, la dolcezza, la durezza, le lagrime, le parole sferzanti: chi è colui che ha visto padre Pio, che ha conosciuto padre Pio da vicino e non ricorda tutto ciò? Il suo volto s’irradiava o s’incupiva per cose, che non si udivano né si vedevano da altri che da lui. Il suo volto tradiva operazioni ad intra inafferrabili ed inspiegabili a chicchessia. I suoi occhi, in particolare, penetravano e scrutavano al di là del visibile e del sensibile, leggendo nei cuori e nelle anime come in un libro aperto.

Un vero “Gesù visibile”
Insegna san Giovanni della Croce che ogni fenomeno mistico di natura anche fisica si diparte sempre da una radice spirituale ad intra che matura, fiorisce e si manifesta quindi ad extra. E san Francesco di Sales, infatti, spiega bene che il fenomeno mistico fisico delle stimmate di san Francesco di Assisi fu la proiezione e manifestazione esterna del mistero della crocifissione di Cristo, già tutto presente e operante in lui, da molto tempo, nell’intimo del cuore, come è attestato espressamente nelle stesse Fonti Francescane (n. 594).
Se padre Pio è stato visto, chiamato e considerato, da molti, un vero “Gesù visibile”, ciò significa che già nell’intimo egli era pieno di Gesù, aveva assimilato Gesù, si era fatto assorbire da Gesù, vivendo l’arcana esperienza di san Paolo che scrive:

«Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

In particolare, poi, riguardo al Volto di Gesù riflesso nel volto di padre Pio, l’evidenza dell’identificazione si può dire che apparisse primaria e a volte pressoché totalizzante. Infatti, era soprattutto guardando padre Pio nel volto, che si poteva provare netta l’impressione di vedere riflesso nel suo il volto stesso di Cristo con i suoi lampeggiamenti negli occhi, i sorrisi celestiali, le contrazioni di dolore, la concentrazione intensissima, la trasfigurazione di sguardi e lagrime.
Chi scrive ricorda bene tutto questo, impresso indelebilmente nella memoria. Il Volto di Gesù, il volto di padre Pio: due volti in uno, ambedue irradiazioni del divino nell’umano e attraverso l’umano, senza diaframmi, quasi a identificarsi, per attimi lunghi o brevi, agli occhi stupefatti dei presenti, incapaci di sottrarsi a quella così arcana visibilità del divino partecipata dal Volto di Cristo al volto di padre Pio.

Come un’icona
Forse la configurazione migliore del volto misterioso di padre Pio è quella dell’“icona” del Volto di Cristo. Si sa che l’“icona”, a differenza di ogni altra raffigurazione pittorica, condensa in sé una sorta di “presenza celeste” particolarmente avvertita, soprattutto dai cristiani d’Oriente, per la forza evocativa che l’immagine iconica provoca in chi la guarda e la prega.
L’impressione più forte che colpiva la vista e incideva nell’animo era particolarmente quella che si provava guardando padre Pio all’atto della consacrazione del pane e del vino durante la celebrazione della sua santa Messa. A quel punto, in quei lunghi minuti di tempo che durava il mistero della consacrazione eucaristica, si può dire che il volto di padre Pio diventasse visivamente un’impressionante “icona” del Volto di Cristo durante la crocifissione. Senza tema di esagerazione, chi scrive ha visto e può attestare tutto ciò, pur mancando i termini adeguati a descrivere la realtà dolorosa delle espressioni sofferte del volto di padre Pio e lo stupore struggente che ogni volta si provava a guardare quel volto in quei momenti così arcani e sovrumani.

«Sul volto pallidissimo, trasfigurato – è stato scritto da Gennaro Preziuso in Padre Pio, un martire – erano visibili dolorose contrazioni che lo facevano vibrare». «Sul volto di padre Pio – ha aggiunto Fallani nella stessa opera – passavano le vibrazioni interiori della sua anima, scossa dal memoriale della Passione vissuto minuto per minuto nella liturgia eucaristica».

Idem Christus
Dopo la celebrazione della santa Messa, invece, di solito padre Pio «aveva il viso splendente – afferma un altro teste diretto – di un roseo di fiamma… Era così il volto di Mosè, quando scendeva dal Sinai, dopo il colloquio col Signore?», si legge in Detti e aneddoti di Padre Pio (P. Costantino Capobianco).
E un altro testimone oculare, in pagine profonde di analisi sugli scritti e sulla vita di padre Pio, ha potuto affermare con acutezza di indagine e di riflessioni che nel frate, visto dall’interno e dall’esterno, si attua e si coglie il mistero della trasformazione in Cristo fino al punto che «il processo tocca il culmine: e con lui si ha non soltanto un “alter Christus”, non soltanto un avviamento alla “identitas Christi”, ma addirittura l’idem Christus!», è scritto in Solo nel mistero di Dio di san Panunzio.
Si è ben lontani, qui, dalle descrizioni di quei pii volti oleografici così graditi a certa letteratura devozionistica, ferma alle apparenze che commuovono mentre rifugge dal mistero di quei volti trasfigurati che colpiscono e magari sconvolgono. Il Santo Volto di Cristo, così dolce e insieme maestoso nella sagoma della celebre Sindone, aiuta a scavalcare le impressioni di volti, che nella loro bellezza anche non comune rivelano soltanto una dimensione umana, che non trascende in nulla l’umano, mortificando la dimensione più nobile e sovrana dell’uomo, che è quella tutta interiore e spirituale riflessa e irradiata soprattutto dai lineamenti e movimenti del volto animato dalla divina grazia, che riflette il Volto umanato del Tre volte Santo.
Se è vero che il richiamo primario del Santo Volto di Gesù è al mistero della sua Crocifissione e Morte per la redenzione universale, è anche vero che tale richiamo costituisce il cuore della spiritualità cristocentrica francescana vissuta ai livelli più alti dell’esperienza mistica, anche fisica, dal Serafico padre san Francesco, espressa dottrinalmente ai livelli della più elevata teologia mistica dal Dottore serafico, san Bonaventura da Bagnoregio.

Assimilazione al Crocifisso
Nella storia degli stimmatizzati certamente l’esperienza dell’assimilazione al Crocifisso in padre Pio resta unica e ineguagliabile, segnata al vivo e davvero scolpita, si può dire, dalle parole di san Paolo Apostolo: «Sono crocifisso con Cristo in croce…» (Gal 2, 19) e «Porto nel mio corpo le stigmate del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6, 17).
Nell’accurata indagine sul magistero spirituale di padre Pio da Pietrelcina, infatti, padre Melchiorre da Pobladura ha potuto scrivere che «indubbiamente il richiamo alla Croce è una delle “costanti” dell’insegnamento di padre Pio. È un pensiero dominante, facilmente individuabile nel sottofondo del suo magistero». Nel cammino della vita spirituale secondo padre Pio – afferma ancora padre da Pobladura in Alla scuola spirituale di padre Pio da Pietrelcina – è essenziale «incontrarsi vitalmente con Cristo Crocifisso», aiutati e accompagnati dalla sua divina Madre Maria, la «cara Corredentrice».

«Tieni nel tuo cuore Gesù Crocifisso»: è questa una delle espressioni più frequenti uscite dalla penna di padre Pio nelle sue lettere di direzione spirituale. E in un’altra lettera di direzione spirituale raccomanda di guardare al Crocifisso, di «avere gli occhi sempre fissi su Colui che vi guida». E il Volto di Gesù prediletto da padre Pio resta appunto quello doloroso della Sindone ossia il volto di Gesù Crocifisso, mentre passa in second’ordine, per lui, il Volto glorioso di Gesù Risorto. «Gesù glorificato è bello – scrive espressamente padre Pio – ma quantunque egli sia tale, sembrami che lo sia maggiormente crocifisso». «Quanto è bello il suo Volto – scrive ancora – e dolci i suoi occhi».

«Nei suoi insegnamenti e nelle sue esortazioni – rileva attentamente padre Melchiorre da Pobladura in una pagina di acuta analisi – egli mette l’accento più sulla morte ignominiosa del Cristo che sulla sua trionfale risurrezione» e questa impostazione «sembra più consona ed anche più intelligibile alla natura umana decaduta», giacché «lo stato di morte è, si può dire, più connaturale e consustanziale alla vita dell’uomo che non quello di gloria. La vita umana è intessuta di spine… Orbene, presentare come sostrato di questo faticoso cammino la vita gloriosa del Cristo risorto è in certo modo invitare quasi a vivere fuori del tempo presente e a cullarsi nel futuro. La risurrezione è il termine escatologico del cristiano, la morte invece, simboleggiata nella Croce, è lo stato attuale di ogni persona in qualunque condizione di vita si trovi. In altre parole la sapienza della Croce si addice più che la sapienza della risurrezione alla vita presente… Realisticamente, pertanto, la vita cristiana deve essere orientata sotto il segno della Croce, più che vista e contemplata sotto lo splendore della risurrezione».

La “teologia cordis”
Padre Pio, con la sua teologia cordis, così caratteristicamente francescana, adorava amorosamente il mistero dell’Incarnazione e aveva una passione così ardente per il Natale di Gesù, che quasi si estasiava nella contemplazione gioiosa di Gesù Bambino a Betlemme. Chi ha avuto l’occasione di vederlo, ricorda bene il volto roseo, trasfigurato, di padre Pio che contemplava Gesù Bambino mentre lo dava a baciare ai fedeli nella Notte Santa del Natale. Tutto ciò è vero.
Ma è ancora più vero che i suoi sguardi al Crocifisso erano di una frequenza e di una intensità amorosa così particolare da rivelare, senza posa o forzatura alcuna, una partecipazione amorosa di sofferenza viva e immediata. Chi scrive ricorda bene che i figli spirituali avevano un’attenzione particolare nel portare a padre Pio i Crocifissi da benedire; e padre Pio ad ogni Crocifisso rivolgeva, con la benedizione, uno sguardo prolungato che rapiva e commuoveva anche i presenti. Quale mistero visibile di comunione, in quei momenti, fra il Santo Volto di Gesù Crocifisso e il volto di padre Pio, anch’egli crocifisso!

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Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera

Posté par atempodiblog le 20 juillet 2025

Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera dans Commenti al Vangelo Marta-e-Maria

La contrapposizione fra Marta e Maria, fra vita contemplativa e vita attiva, non ha riscontri nella realtà. Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera. Infatti se Dio non agisce con te, che cosa potresti fare da solo? Fai precedere ogni tua attività dalla preghiera. Al risveglio passa in rassegna nella luce di Dio tutto il lavoro della giornata, comprese le cose apparentemente più insignificanti. Ti assicuro che lo realizzerai con una lucidità e una energia che ti lascerà stupito. Infatti non operi da solo, ma con l’aiuto dell’Onnipotente. Lui ti illumina con la sua sapienza, infonde forza nelle tue decisioni, ti sostiene nelle asperità, ti rende impermeabile ai dardi infuocati del nemico e porta compimento ogni cosa a cui poni mano.

Sappi che non vi è nessuna situazione della vita dove Dio non possa intervenire per aiutarti. Ciò che agli uomini appare impossibile, è possibile a Dio. Anche quando non vedi nessuna via di uscita, Dio non ha nessuna difficoltà a indicartene una. I problemi insolubili per gli uomini sono un nulla per la divina onnipotenza. Devi essere consapevole di questa arma invincibile che Dio ti ha messo in mano. La puoi adoperare in qualsiasi momento, perché ogni volta che tu ti rivolgi al Padre celeste, egli ti ascolta. Nelle situazioni più disperate, laddove anche le persone più care non possono far nulla, anche volendolo, tu hai un amico pronto a intervenire in tuo favore.

di Padre Livio Fanzaga – Tempo di fortezza. Una virtù per affrontare il mare agitato dell’esistenza, Ed. Piemme

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