Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa

Posté par atempodiblog le 29 mars 2018

Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa
Per la Sala stampa “quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione”. Secondo il fondatore di Repubblica, Bergoglio avrebbe negato l’esistenza dell’Inferno e teorizzato la “scomparsa delle anime non pentite”
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa. Almeno così fa sapere la Sala Stampa vaticana, che con un comunicato diffuso poco dopo le 15 ha smentito il contenuto di quanto riportato questa mattina su Repubblica. Il fondatore, 94 anni tra pochi giorni, aveva attribuito a Francesco frasi che – a quanto par di capire – il Papa mai ha pronunciato. Qualche esempio: “Le anime cattive non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”. E ancora, secondo la ricostruzione di Scalfari, Bergoglio avrebbe spiegato che “il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica”.

Secondo quanto recita il comunicato della Sala stampa, “il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”.

Non è la prima volta che Eugenio Scalfari viene smentito dal Vaticano. Già nel 2014 fu necessario l’intervento dell’allora direttore padre Federico Lombardi per chiarire che quanto scritto dal fondatore di Repubblica non corrispondeva alle esatte parole papali: “Come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo fra virgolette le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”.

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L’invenzione dell’universo

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

L’invenzione dell’universo
La creazione è un fatto logico e Dio c’entra eccome. Parla Guy Consolmagno, l’astronomo del Papa
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

L'invenzione dell'universo dans Articoli di Giornali e News I_Pilastri_della_Creazione
I “Pilastri della Creazione”: colonne di gas interstellare e polveri visibili nella Nebulosa Aquila, riprese nel 1995 dal telescopio spaziale Hubble

“Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (san Paolo, Lettera ai Romani 1, 19-20)

“La prima cosa che vedo quando guardo la notte è la bellezza delle stelle, come del resto può fare chiunque abbia gli occhi e possa alzare lo sguardo al cielo notturno. Ma subito dopo cerco di identificare tra quelle stelle i miei amici, chiamandoli per nome”, dice al Foglio Guy Consolmagno, sessantacinquenne gesuita di Detroit e direttore della Specola vaticana dal 2015. E’ un astronomo, ha studiato al Mit di Boston e insegnato a Harvard. Esperto di fama mondiale nel campo dei meteoriti, a lui è stata intitolata perfino un asteroide, il “4597 Consolmagno”. Si divide tra l’Italia e l’Arizona, nel cui deserto può trovare quel buio pesto che gli consente di ammirare lo splendore della volta celeste. Mica come qua, dove è le luci delle città disturbano ovunque: “L’inquinamento luminoso è un peccato contro il Creatore!”, ci tiene a sottolineare. Dopotutto ne va anche del suo lavoro.

Consolmagno ha coltivato la passione per le stelle fin dalla tenera età, quando componeva puzzle a tema e rimase folgorato da un libro: “Mi regalarono un volume meraviglioso sulle costellazioni scritto da H. A. Rey (meglio conosciuto come Curious George) che tra l’altro è stato recentemente tradotto in italiano con il titolo Trova le costellazioni che mi ha mostrato le costellazioni collegando le stelle da punto a punto”. Più avanti, la vocazione e l’idea, corroborata dal tempo e dall’esperienza, che scienza e religione debbano camminare insieme. “Mio padre, quando ero bambino, mi insegnò quali fossero le stelle più luminose – lui aveva prestato servizio nell’aeronautica durante la Seconda guerra mondiale, e si servì proprio delle stelle per orientarsi in una spedizione di bombardieri americani alle Hawaii e poi in Inghilterra. Quindi, quando vedo le stelle, penso anche a lui, che ad aprile compirà cent’anni. Le stelle sono davvero come vecchi amici, per me. Quando andai in Africa con il Corpo di pace statunitense, le stelle mi hanno impedito di essere nostalgico, ricordandomi che sono davvero a casa ovunque io possa vederle. Ma penso anche alla scienza che sta dietro a quello che vedo, stelle luminose come la Betelgeuse, o piccoli gruppi come le Pleiadi. Io studio i pianeti e le loro lune, e i pianeti sono facili da individuare anche a occhio nudo. Per cui è davvero divertente guardare Giove e poter dire che quel punto luminoso è l’argomento di quanto sto studiando chiuso nel mio ufficio. Ed è allora che capisco davvero la gloria di Dio nei cieli. Non solo – dice Consolmagno – lui ha fatto le stelle, ma ci creati in modo tale che potessimo vederle e persino capirle. Dio ci ha invitato a condividere la gioia e l’amore che c’è nella sua creazione. E questo mi dà ancora più gioia”.

Eppure spesso si sente ripetere che la scienza, considerata la più alta espressione del razionalismo, non può contemplare la presenza di Dio, che viene ridotto a pura idea, a superstizione. Il direttore della Specola sorride: “Chi dice questo – inclusi diversi scienziati – ovviamente non sa cosa sia in realtà la scienza. Come funziona la ragione? Per essere in grado di affrontare ogni domanda in modo razionale è necessario partire con gli assiomi e le ipotesi. Bisogna avere fede in tali ipotesi e riconoscere che una o l’altra potrebbero anche essere sbagliate o incomplete. Bisogna avere anche fiducia nel fatto che si è svolto correttamente il ragionamento, avendo l’umiltà di ammettere che l’errore è possibile. Ecco perché testiamo le nostre conclusioni con ulteriori osservazioni e nuovi esperimenti. In altre parole – aggiunge Consolmagno – la scienza e quindi il ragionamento si basano sulla fede. E’ un’occupazione molto umana, piena di ogni sorta di emozioni umane, gioie e paure. Perché scegliamo di essere scienziati anziché agricoltori o banchieri? Perché scegliamo di lavorare in questo campo della scienza e non in un altro? Perché scegliamo di studiare un problema e non uno diverso? Tutte queste scelte sono fatte sulla base di una meravigliosa miscela di ipotesi e intuizioni basate sull’esperienza, sia la nostra sia quella dei grandi scienziati che ci hanno preceduto. Non ci sono due scienziati che fanno le stesse scelte”.

Ma come si decide quale scelta compiere? “Proprio con l’atto della contemplazione. Con un po’ di fortuna si trova un momento di calma per decidere dove ci stanno guidando le nostre intuizioni e per riflettere in modo profondo su ciò che stiamo tentando di fare. La buona scelta richiede la contemplazione”. Tuttavia, non è infrequente che il senso del contemplare sia equivocato e frainteso, “ed è anche abbastanza comune che le persone fraintendano cosa sia la religione. Ogni esperienza religiosa inizia proprio con un’esperienza, contattando cioè un determinato settore della realtà. E’ un evento, un ‘punto-dati’, se si vuole. Qualcosa di reale è successo, una vera scelta che dobbiamo fare ci attende. E poi cerchiamo di dare un senso a quell’esperienza, con la nostra ragione. E come vediamo, la ragione si basa su ipotesi elaborate in base a ‘criteri di fede’, informati dall’esperienza. Non solo la nostra esperienza, ma l’esperienza di noi stessi e di coloro di cui ci fidiamo”.

Secondo il direttore della Specola vaticana, “la scienza è un modo per incontrare Dio come creatore: è come una preghiera”. Bisogna chiedersi “chi sta realizzando questo incontro e dove si svolge? Io sono colui che sperimenta questo incontro, che sta avvenendo in questo universo fisico. Per parafrasare una vecchia canzone, io sono un ragazzo materialista che vive in un mondo materialista”. Ma – aggiunge – “se considero uno dei presupposti dai quali ero partito, il pensiero che questo mondo (e io in esso) sia il risultato di un atto deliberato di creazione da parte del Dio che sto cercando di incontrare, allora proprio come riesco a riconoscere Dylan o Dante dal modo in cui ha scritto il suo poema, allo stesso modo posso conoscere Dio dal modo in cui ha composto la poesia dell’universo”.

Precisa subito, Guy Consolmagno, che non sono idee sue: “San Paolo, cominciando la Lettera ai Romani, scrive che sin dal principio Dio si è rivelato nelle cose che ha creato. Si noti che sto parlando di poesia. La poesia è il modo in cui cerchiamo di esprimere qualcosa di più grande di quanto le parole possano contenere o esprimere: amore, paura, desiderio, gioia. Ogni documento scientifico è un’opera di poesia. Che cos’è, d’altra parte, un’equazione scientifica se non una metafora dei frammenti di realtà che si sta tentando di descrivere?”.

E a proposito di opere poetiche, il direttore-astronomo cita la Genesi, il suo inizio, “uno dei grandi poemi su Dio e la Creazione. Ovviamente questo non è un libro di testo scientifico… la scienza non era ancora stata inventata quando la Genesi fu scritta. Questo libro ci dice cose meravigliose sulla Creazione. Innanzitutto, ci dice che Dio decise di creare un universo. Insomma, non è accaduto per errore, a differenza di quello che pensavano i babilonesi. E’ fatto in modo logico, passo dopo passo, giorno dopo giorno. E la prima cosa creata è stata la luce, così che nulla di quanto realizzato resti nell’oscurità”. Qui il nostro interlocutore si ferma e scandisce bene le parole: “Dio ama la logica. Nell’incipit del Vangelo di Giovanni noi leggiamo ‘in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’. Verbo in greco si dice logos, la radice di logica. Dio è quindi identificato con la Ragione”. Il culmine di tutto, però, si raggiunge al settimo giorno, “quando noi ci fermiamo a contemplare questo universo nel quale siamo stati messi. La contemplazione potrebbe essere poesia o preghiera. O anche scienza”.

A proposito di scienza e di scienziati, è d’obbligo la domanda sull’assunto di Stephen Hawking, secondo cui – dopo aver per un attimo tentennato dinnanzi all’ipotesi dell’esistenza divina – le prove a disposizione dicono che l’universo non ha bisogno di alcun creatore, che il Big Bang deriva da null’altro se non dalle leggi della fisica. Consolmagno accetta la sfida e confuta scientificamente: “Consideriamo l’idea di Hawking in modo logico. Lui dice che il Big Bang potrebbe essere il risultato di una fluttuazione quantistica dello spazio-tempo, una fluttuazione quantistica della gravità. Assume quindi che le persone religiose identifichino l’origine dell’universo intesa come Big Bang con l’atto di creazione divina. Quindi conclude che non esiste alcun Dio. Ma se si segue il suo stesso ragionamento, si capisce che non è vero. Se Dio è la cosa che inizia il Big Bang e la cosa che inizia il Big Bang è la gravità, allora deve concludere che la gravità è Dio”.

Il fatto è che, spiega ancora Consolmagno, Hawking “fraintende due concetti. Pensa che la creazione sia solo il punto di partenza, e pensa che dio sia la cosa che dà il via a tutto. Ma un dio responsabile del Big Bang universale non sarebbe altro che un dio della natura, come Giove o Cerere, che scagliavano fulmini o propiziavano la crescita dei raccolti. Insomma, un’altra forza accanto alla gravità e all’elettromagnetismo. Hawking ha ragione a non credere in un tale dio. Nessun cristiano dovrebbe farlo, abbiamo respinto le divinità della natura degli antichi romani e greci (soffrendo le persecuzioni) e dobbiamo respingere anche quell’idea di dio. Neanche io ci credo, così come non credo a tante altre idee di dio che circolano nel mondo. Insomma, io e Hawking sul punto non siamo così distanti. Ma il Dio della Genesi è colui che è già presente prima che lo spazio e il tempo fossero creati. Sì, ci sono le leggi della fisica da usare per spiegare come funzionano le cose. Dio però è fuori dal tempo e l’atto di volontà che ha reso possibile l’esistenza di questo universo è un atto che non è circoscrivibile ad alcun luogo o momento. La creazione avviene in ogni momento, sempre. Ogni secondo che esiste in modo che possiamo essere consapevoli della sua esistenza è un miracolo. Non c’è ragione alcuna, all’interno della natura stessa, per spiegare perché la natura possa esistere”.

Complicato? “Questo – osserva il direttore della Specola vaticana – è un fondamento classico della filosofia e anche della ragione, legato all’idea che ogni atto razionale debba partire da assiomi che sono al di fuori del campo della ragione, provandoli o confutandoli. Il significato di questo universo, insomma, non può essere trovato nell’universo”.

Guy Consolmagno a questo punto ci tiene ad aprire una parentesi, un inciso neanche troppo marginale che riguarda Georges Lemaître, l’astrofisico belga che per primo, negli anni Venti, avanzò la teoria del Big Bang, venendo schernito da buona parte della comunità scientifica perché lui era un prete cattolico: pensavano che volesse dimostrare la storia della creazione della Genesi. “Lemaître – il quale è stato ricordato nel 2016 con convegni, pubblicazioni e studi a cinquant’anni dalla morte avvenuta a Lovanio, ndr – aveva capito bene questo fatto e infatti si rifiutò di identificare il punto d’origine del Big Bang con l’atto della creazione divina. Naturalmente, a differenza di Stephen Hawking, Georges Lemaître aveva anche studiato teologia e filosofia. Era un prete, oltre che uno scienziato con dottorato in matematica e astrofisica”.

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Il ‘dio’ del male

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Il ‘dio’ del male
Negando il soprannaturale, non si riconosce più l’Anticristo. Una presenza più che mai attuale.
“La menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. E’ quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore”(G. K. Chesterton, “San Tommaso d’Aquino”)
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Articoli interessanti

Il 'dio' del male dans Anticristo Francis_Bacon_Studio_dal_ritratto_di_Innocenzo_X
Francis Bacon, “Studio dal ritratto di Innocenzo X, olio su tela (1953)

A volte, scriveva John Henry Newman, “il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare” . Parlare di Anticristo potrebbe richiamare l’idea di qualcosa di vecchio, d’antico, di ineluttabilmente superato dalla storia che avanza. Poi, scorrendo il Catechismo, si legge che “prima della venuta di Cristo, la chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il mistero di iniquità sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Non si dice se sia reale. se sia una presenza fisica o una rappresentazione ideale dei male, del mistero d’iniquità. appunto. Ma è un mistero più che mai vivo. Da poco l`editore XY.IT ha mandato in stampa L’Anticristo, un saggio scritto cinquant’anni fa in tedesco da Reinhard Raffalt, giornalista, storico. musicologo. Erano gli anni della contestazione, della crisi della chiesa davanti alla modernità, del Papa Paolo VI che – oltraggiato dai suoi stessi vescovi dopo la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae - parlava di “fumo di Satana entrato da qualche fessura nel tempio di Dio”.

Chi è l’Anticristo?
Chi è l’Anticristo? “L’uomo ultimo, perfettissimo, capace di fare tutto correttamente nell’ambito dei limiti ben visibili dell’esperienza e della ragione umana”, risponde Raffalt. “Non si tratta dunque in alcun modo di un diavolo. Al contrario: l’Anticristo realizza alla lettera l’esortazione evangelica. Amerai il tuo prossimo come te stesso. E tuttavia nega contemporaneamente il presupposto dell’amore del prossimo che nel Vangelo appare nella proposizione che precede l’appena citata: Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Una persona reale, dunque.

E allora torna alla mente il monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui si deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani”, dice a Gesù tornato sulla terra il Grande Inquisitore. E’ calata la notte nello squallore della cella in cui il Messia era stato rinchiuso prima che la gente potesse riconoscerlo. Il vecchio ministro della chiesa, il capo della Santa Inquisizione, però ha subito capito che quello era davvero il figlio di Dio, a Siviglia, in pieno Sedicesimo secolo. Gli si avvicina, lo squadra per bene e lo accusa di essere tornato tra gli uomini a rovinare i suoi piani volti a creare un’armonica convivenza tra tutti i popoli.

Questo è giusto”, aggiunge: “Ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini, tu l’hai ancora accresciuta. Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male? Nulla – sentenzia l’Inquisitore – è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi princìpi, per acquietare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto tutto quello che c”è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se tu non li amassi per nulla. E chi ha mai fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la sua vita”. L’ideale evangelico è improponibile per lo sciagurato peccatore mondano, dice l’Inquisitore. “E se migliaia e decine di migliaia di esseri ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?”.

Eccola la tentazione, il rimprovero di Satana nel deserto, “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”: dimostra la tua potenza con le cose di quaggiù. in modo che tutti possano onorarti e osannarti come loro re. E’ un monologo quello dell’Inquisitore, l’Anticristo che si proponeva di correggere Cristo, che illustra il piano per edificare un regno di questo mondo ove tutti potessero essere felici, senza l’illusione portata da quel falegname di Nazaret morto in croce. Gesù lo ascolta, non dice nulla. Si permetterà solo un gesto, alla fine: un bacio, come quello che lui, secoli e secoli prima aveva ricevuto da Giuda.

Com’è distante questo vegliardo dall’idea teorizzata da Origene, secondo cui l’Anticristo non aveva alcun tratto reale, bensì era poco di più che un simbolo di tutto ciò che nega la verità. No, l’Anticristo dostoevskijano è un uomo vivo, un essere razionale. Il male travestito da bene.

Il superuomo richiamato anche da Nietzsche, l’onnisciente e onnipotente “uomo del futuro narrato” da Solov’ev: “Il Cristo è stato il riformatore dell”umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario”. Ecco il richiamo all’Inquisitore, il propiziatore della felicità terrena, che distribuisce pane vero che si può vedere e toccare, altro che il pane celeste. L’Anticristo è sempre uguale, si presenta bene: “ll nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale”, scrive Solov’ev.

Offre tutto a tutti: “Popoli della terra! Vi do la mia pace! Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme”. Convoca un concilio a Gerusalemme per l’unione di tutti i culti, ripete le promesse, assicura che nulla potrà più turbare l’armonia decisa da lui, il superuomo. Chiede a vescovi e padri, teologi e laici illuminati di salire sul palco con lui. In cambio d”ogni concessione chiede una cosa soltanto, “che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore e unico protettore”. La folla si sposta, sale, urla di gioia pronta a riverire l’imperatore. Pochi restano giù, il superuomo li guarda, tentenna e dice: “Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare. Che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. La risposta che dà lo starets Giovanni gli fa perdere ogni ritegno, cade l’abito bello con cui aveva nascosto la sua vera natura: “Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. E’ una risposta che sconcerta l’imperatore: Cristo stesso è ciò di cui l’uomo ha più caro. Non il pane bianco o i dogmi. Neppure i valori. No, solo Cristo. Cioè l’unica cosa che lui, l’Anticristo, non poteva dare. Una risposta che gli fa capire quanto la sua potenza mondana non sia nulla davanti all’infinito.

I suoi regni, i suoi troni, le sue marce trionfali “dell’Umanità unita” non valgono niente, sono polvere, proprio come le città che Satana nel deserto aveva mostrato a Gesù. Miraggi vani. Ora si comprendo quel silenzio opposto da Cristo al lungo monologo dell’Inquisitore, interrotto solo da un bacio finale.

Sono piani diversi, l”Anticristo – pur dandosi da fare – anche con la sua “ardente dedizione al bene comune”, non può fare nulla dinanzi a Cristo perché è quest’ultimo, come scriveva san Paolo, “la consistenza di tutte le cose. Tutto consiste in lui”. Senza di lui, nessuna opera bella o insieme di regole dotte e meditate può avere senso

ll mondo ideale dell’imperatore è lo stesso del Grande inquisitore di Dostoevskij ed è lo stesso del Padrone del mondo profeticamente narrato da Robert Hugh Benson all’inizio del Novecento. Un mondo in cui a Cristo si sostituisce un generico umanitarismo, dove la differenza tra le religioni è annullata, dove la tolleranza universale diviene il mantra predicato ovunque. Julian Felsenburgh è l’Anticristo di Benson, che vedrà proprio nella chiesa cattolica l’ltimo argine alla vittoria di questo filantropo, che come in Solov’ev ha i tratti del carismatico uomo politico cultore della pace mondiale. Una chiesa che però viene annientata, vinta dalle idee del progresso che Benson descrive già con incredibile lucidità: dall’eutanasia legalizzata alla crisi del sacerdozio, fino al punto da immaginare le due “strade simili a circuiti di gara, ognuna larga almeno quattrocento metri, immerse sei metri sottoterra”.

Il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio”; un mondo in cui l’uomo sente di aver raggiunto l’agognata perfezione e per questo può fare a meno di Dio. Vivendo proprio “come se Dio non esistesse”, scriveva al principio del millennio Giovanni Paolo II, la cui fotografia della realtà sembra una pagina tratta dal Padrone del mondo: “Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un”antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non e l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l`uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Karol Wojtyla la chiamava “apostasia silenziosa”, quasi fosse un’assuefazione, lenta ma progressiva e destinata a emergere con tutta la sua forza.

Benson descrive questo mondo, con tutti, dai ministri ai preti che si innamorano di Felsenburgh, che in lui ripongono false speranze. La fede è ormai già persa, non se ne discute neppure. Quel che è più grave e che s’è smarrita la capacità di riconoscere l’Anticristo perché si è scelto di negare il soprannaturale.

Si prenda Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ambientato nell’ateismo di stato sovietico. All’inizio del romanzo, su una panchina presso gli stagni Patriarsie, due letterati, Berlioz e Bezdomnyj discutono di Gesù Cristo. “Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta”, scrive Bulgakov: “Il suo era un Gesù del tutto vivo, un Gesù che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesù  fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che la cosa principale non era chi fosse Gesù, se fosse buono o cattivo, ma che questo Gesù storicamente non era mai esistito sulla terra e che tutti i racconti che si facevano su di lui erano semplici invenzioni, che si trattava di un normalissimo mito”. Sarà il diavolo in persona, sotto le mentite spoglie d’un cortese gentiluomo straniero poliglotta, a smentirli: “Tengano presente che Gesù è esistito”.

Il mondo ateo che nega Cristo e che per questo perseguita la chiesa ricorre un po’ ovunque nella letteratura moderna sull’Anticristo. Scorrendo le pagine di Solov’ev e di Benson sorge quasi spontanea la domanda su cosa si debba fare, nella disperazione ovvia e naturale che si prova dinanzi all’edificio che crolla. In cosa sperare, quali riferimenti fissare mentre l’apostasia e l’assuefazione diventano ordinarie. Scriveva Newman nel Biglietto Speech che lesse appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia, nel 1879, che “la chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza da Dio”.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2017

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”
Lungo messaggio inviato da Joseph Ratzinger ai solenni funerali dell’amico Joachim Meisner, cardinale e arcivescovo emerito di Colonia, morto improvvisamente
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo” dans Articoli di Giornali e News Benedetto_XVI

E’ stato mons. Georg Gaenswein a leggere, nella cattedrale di Colonia, il lungo messaggio che il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto per ricordare il cardinale Joachim Meisner, per venticinque anni arcivescovo della città sul Reno e, soprattutto, suo grande amico. Ai solenni funerali erano presenti diversi porporati, tra cui i cardinali Gerhard Ludwig Müller , Dominik Duka, Reinhard Marx e Péter Erdo, che ha tenuto l’omelia. A presiedere il rito, l’attuale arcivescovo di Colonia, il cardinale Rainer Maria Woelki, già segretario dello stesso Meisner.

“Quando mercoledì scorso ho appresto, da una telefonata, la notizia della morte del cardinale Meisner, in un primo momento non ci ho creduto”, ha scritto Joseph Ratzinger, ricordando che solo il giorno prima i due si erano sentiti, parlando anche della felicità dell’arcivescovo emerito di Colonia defunto per aver potuto partecipare solo il 25 giugno, a Vilnius, alla beatificazione di mons. Mautolionis. “Aveva un grande amore per le chiese dell’Europa dell’est che tanto soffrirono la persecuzione comunista”, prosegue il Papa emerito: “Quello che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il cardinale defunto sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva trovato. Sappiamo che era un pastore appassionato, e l’ufficio di pastore è difficile, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori convincenti che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e sappiano decisamente vivere con fede e ragione. Mi ha commosso anche il fatto che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita sempre di più con la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi”.

Due cose negli ultimi tempi gli piaceva ricordare, ha aggiunto Benedetto XVI a proposito di Meisner: “la profonda gioia gioia di vivere il sacramento della penitenza” e qui c’è il rimando alla Giornata mondiale della gioventù del 2005 che si tenne proprio a Colonia, con il Papa emerito a sottolineare che “alcuni esperti di pastorale e liturgia credevano che il silenzio non potesse essere raggiunto agli occhi del Signore con un gran numero di persone” e alcuni – osserva ancora Ratzinger – “credevano che l’adorazione eucaristica fosse datata in quanto tale, perché il Signore dovrebbe essere ricevuto nel pane eucaristico e non in modo diverso”.

Quindi, le ultime parole di ricordo: “Quando il cardinale Meisner non è andato alla messa, l’ultima mattina, è stato trovato morto nella sua stanza. Il breviario gli era scivolato dalle mani: stava pregando, morto, davanti al Signore, parlando con Lui. Il genere di morte che gli è stato dato dimostra ancora una volta come ha vissuto alla presenza del Signore e in conversazione con lui con Lui”.

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“Più che l’islam, scontiamo la debolezza del cristianesimo nel continente”, dice il card. Koch

Posté par atempodiblog le 23 juillet 2016

“Più che l’islam, scontiamo la debolezza del cristianesimo nel continente”, dice il card. Koch
Il card. Schönborn: “Sono necessarie prese di posizione più chiare dalle autorità musulmane”
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

“Più che l’islam, scontiamo la debolezza del cristianesimo nel continente”, dice il card. Koch dans Articoli di Giornali e News Cristianesimo

Roma. “Il problema non è tanto nella forza dell’islam, quanto nella debolezza del cristianesimo in Europa”. A dirlo è stato il cardinale svizzero Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, chiamato anni fa a Roma da Benedetto XVI per succedere a Walter Kasper e confermato nell’incarico da Francesco. Koch ha rilasciato un’ampia intervista al sito cattolico in lingua tedesca Kath.net, in cui tocca vari argomenti, a cominciare dalle relazioni con la vasta e variegata realtà ortodossa. Ma è su Europa, islam e cristianesimo che il porporato si sofferma in modo particolare, specie dopo l’ennesima strage animata dal fondamentalismo islamico, che lo scorso 14 luglio, a Nizza, ha lasciato distese sulla Promenade des Anglais ottantaquattro persone (decine sono i feriti, molti dei quali ancora in gravi condizioni).

“E’ giusto aiutare i musulmani a rendere possibile una vita secondo la loro fede nelle nostre società democratiche”, spiega il cardinale, che però aggiunge: “Ciò di cui mi rammarico un po’ è piuttosto che non si chieda con la medesima chiarezza un trattamento uguale per i cristiani nei paesi islamici”. Si può, insomma, chiedere in modo credibile la creazione di istituzioni islamiche nelle nostre società occidentali solo se (al tempo stesso) si chiede, ad esempio, che l’università greco-ortodossa di Halki, in Turchia, venga riaperta. “Si dovrebbe insistere di più sulla reciprocità”.

Il cardinale Kurt Koch cita il caso del glorioso seminario da cui sono uscite le classi dirigenti del patriarcato di Costantinopoli per più d’un secolo e mezzo. Halki è chiuso dal 1971, quando Ankara decise che sul suolo nazionale non potevano sorgere istituti superiori non pubblici (a meno che non fossero emanazione delle Forze armate o della polizia). Tre anni fa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si disse disposto a valutare la riapertura della scuola, a patto che rinunciasse al titolo e al conseguente valore legale di scuola di educazione superiore. Proposta subito rispedita al mittente, essendo stata giudicata niente più che provocatoria. La presenza dell’islam in Europa, osserva Koch, “mette in discussione un’acquisizione fondamentale e problematica delle società occidentali, e cioè l’aver relegato la religione nella sfera privata individuale. Tutt’al contrario – continua – l’islam si concepisce come una religione pubblica, che vuole essere pubblicamente visibile”. Ecco perché “l’islam in Europa introduce la provocazione che l’ormai avanzato processo di privatizzazione della religione debba essere rivista”. Anche perché “una società che relega la religione nella sfera privata non può favorire un dialogo interreligioso”. Il cristianesimo europeo, prosegue il porporato, deve insomma “riscoprire le correnti ‘calde’ che ancora scorrono al suo interno, rimanendo fedele alle sue radici, anziché nasconderle con una falsa modestia”.

La questione delle radici era stata tirata in ballo anche dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, poche ore dopo l’attentato di Nizza, quando aveva detto che “siamo di fronte a una miscela esplosiva di ideologia, di follia personale e di odio. Una miscela che esplode in modo impazzito, seppure programmato e strategico, verso i paesi dell’occidente, verso la nostra Europa e questo ci deve rendere molto più avvertiti circa la consistenza e la vita della nostra cultura occidentale ed europea”.

“Dobbiamo – aggiungeva l’arcivescovo di Genova – coltivare di più i valori europei, le radici europee che sono la cultura cristiana che racchiude non una visione confessionale, ma dei valori universali, delle esperienze che sono il distillato dell’umanità. Allora l’Europa, insieme a una sicurezza crescente, alla fiducia e al coraggio, deve però anche rivedere la propria cultura perché non sia ulteriormente svuotata dei valori fondamentali dello spirito e dell’etica, ma al contrario deve recuperare se stessa, questa anima”.

Su quanto accaduto in Francia è intervenuto, con un’intervista al quotidiano austriaco Der Standard, anche il cardinale primate Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, a giudizio del quale sono necessarie “prese di posizione più chiare da parte delle autorità musulmane”. Anche perché, ha sottolineato il presule, “che sia giusto o meno, il terrore ha in questo momento un’etichetta islamica. I terroristi si definiscono aderenti all’islam non al cristianesimo o ad altre religioni, e questo è un grande problema per l’islam, con cui deve fare i conti”. Certo, “non dobbiamo dimenticare che il maggior numero di vittime del terrore sono musulmani, ma attendiamo parole molto più chiare da parte delle autorità islamiche”. Quel che serve è un profondo processo di rielaborazione e contestualizzazione dei testi sacri.

E’ vero, ha ammesso il cardinale austriaco, che anche l’Antico Testamento contiene “molti passaggi crudeli”, ma è altrettanto assodato che il cristianesimo ha saputo andare oltre l’applicazione letterale di quei passi. Cosa che l’islam non ha ancora fatto, come più volte ha fatto notare – anche a questo giornale – l’islamologo gesuita Samir Khalil Samir. Schönborn – che in un passaggio dell’intervista ammette di comprendere la “preoccupazione” generata da “una migrazione dal medio oriente e dall’Africa” che contempla “una differenza culturale e religiosa” – parla della necessità di avviare “un processo di apprendimento”, simile a quello che la religione ha affrontato più volte nella sua storia, l’ultima delle quali dopo “l’olocausto nazista” che ha causato lo sterminio di milioni di ebrei.

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Bambini, crociata in Belgio

Posté par atempodiblog le 13 février 2014

Bambini, crociata in Belgio
Altro che pedofilia, il rapporto morboso degli adulti verso i bambini è la loro eutanasia “volontaria”. Uno scandalo che ha svegliato dal torpore la chiesa, che ora grida. E torna al suo posto nel dibattito pubblico
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

Bambini, crociata in Belgio dans Articoli di Giornali e News mvm3xjIl rapporto mostrificante e morboso tra adulti e bambini, il tabù inconfessabile dell’occidente secolarizzato, torna a investire il Belgio. Stavolta la pedofilia non c’entra, e neppure la chiesa. Dopotutto le salme dei cardinali arcivescovi da tempo defunti sono già state esumate quattro anni fa alla ricerca di documenti segreti probanti casi di abusi sessuali. In gioco c’è l’eutanasia per i minori da somministrare ex lege. Atto di umanità e di dignità, si giustificano luminari della medicina e politici locali, sfoderando sondaggi che attesterebbero l’enorme popolarità del provvedimento in quella che è tra le società più secolarizzate d’Europa. E questo nonostante a finire sul lettino dell’iniezione letale potranno essere anche bambini di cinque, sei, sette anni. L’età non è un problema, sancirà infatti oggi in via definitiva il Parlamento di Bruxelles. Basta che siano consapevoli della fine cui vanno incontro e che siano malati terminali. D’altronde, a dicembre sedici illustri pediatri valloni e fiamminghi avevano pubblicato un dotto commento sui quotidiani Soir e Morgen in cui certificavano – manuali di medicina e psichiatria alla mano – che “in casi di morte prossima, i minori sviluppano velocemente un forte livello di maturità, fino a diventare spesso in grado di riflettere”.

Sarà anche così, ma ciò non è bastato a far cambiare idea all’arcivescovo di Bruxelles, mons. André Léonard, che protestando per quello che definiva “un orrore”, chiamava a raccolta il popolo, laico e cattolico, per una giornata di digiuno e preghiera: “Bisogna avere il coraggio di dire ai nostri concittadini che non è troppo tardi, il momento è ora! E’ giunto il momento di agire. Contiamo su di voi”. Agitare le coscienze, aveva chiesto l’arcivescovo, perché “l’eutanasia è un problema che trascende il proprio credo, ma è una minaccia per la società, per la vita e per la libertà umana”. Ecco perché non si può più rimanere preda dell’indifferentismo, ma “si ha il dovere di partecipare attivamente al dibattito pubblico”. In chiesa, nelle piazze, in strada. Far sentire la propria voce: “Questo è un momento cruciale per la società”. Qualche intellettuale abituato a osservare i mutamenti sociali dai bistrot affacciati sulla Grand Place, rideva divertito e scuoteva il capo. Non a torto. Dopotutto, il Belgio è pur sempre il paese dove il numero di cattolici è crollato del trenta per cento in trentacinque anni, con le chiese che paiono sempre più inutili cattedrali bianche in mezzo al deserto. Il paese dove la polizia può irrompere nel palazzo arcivescovile di Bruxelles e interrogare tutti i membri della Conferenza episcopale riguardo dossier segreti sulla diffusione della pedofilia nel clero. Anche per questo, giovedì scorso, mons. Léonard – l’uomo che lo scorso aprile rimase imperterrito con le mani giunte in preghiera e gli occhi chiusi mentre le attiviste di Femen gli gettavano addosso acqua agitando le madonnine di plastica di solito usate come acquasantiere – si è commosso nel vedere che la basilica del Sacro Cuore di Koekelberg traboccava di almeno milletrecento persone lì convenute per la veglia di preghiera. E alla stessa ora, le chiese erano piene anche a Lovanio, Namur, Wavre, Liegi, “come non succede neanche alla messa di Natale”, ha commentato qualche incredulo prelato locale. Non solo cattolici si erano radunati tra i banchi lignei che non vedevano anima viva da decenni, ma anche tanti laici inorriditi dalla prospettiva di vedere i bambini – benché previo discernimento – dire sì all’iniezione letale.

Se l’obiettivo di Léonard era quello di risvegliare le coscienze, la sfida è stata vinta. Più presenza pubblica della chiesa e meno dibattiti sul celibato sacerdotale che da più di quarant’anni dominano la scena, svuotando le cattedrali e costringendo i vescovi a mettere in vendita le chiese. Solo qualche giorno fa, ad esempio, il portavoce della diocesi di Bruxelles confermava la decisione di sconsacrare la chiesa ottocentesca di Santa Caterina, pieno centro cittadino, a due passi dalla Borsa e non troppo distante dal Palazzo reale dove risiedeva anche quel Baldovino che pur di non firmare la legge sull’aborto preferì abdicare. La chiesa di Santa Caterina sarà trasformata in un mercato ortofrutticolo coperto, con il dispiacere di un vecchio curiale locale: “Speravamo ancora di farla diventare un centro di meditazione”. Altre decine di edifici di culto subiranno la stessa sorte. Nella migliore delle ipotesi, le chiese saranno cedute alla comunità ortodossa, che non risente di alcuna crisi, forse non avendo a che fare con discussioni sullo Spirito del Concilio e la consacrazione delle donne prete.

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Obiettivo: cancellare la Humanae Vitae

Posté par atempodiblog le 8 février 2014

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La grande maggioranza dei fedeli cattolici rifiuta l’insegnamento della Chiesa cattolica in materia di morale sessuale. E’ questa la sintesi delle prime risposte al questionario su famiglia e matrimonio inviato alle diocesi lo scorso novembre, in vista del Sinodo straordinario di ottobre. Una constatazione, a quanto emerge dai rapporti diffusi in questi giorni, che accomuna la Chiesa tedesca a quella svizzera e a quella austriaca. Dall’Italia, invece, ancora nessun dato preciso. Solo la comunicazione – fatta dal segretario generale ad interim della Cei, mons. Nunzio Galantino – che la consultazione «ha riscontrato risposta pronta e capillare».

Se la prima realtà ad aver diffuso i risultati è stata la Conferenza episcopale svizzera – che ha scelto di formulare un questionario più completo e complesso rispetto a quello presentato in Vaticano lo scorso autunno e che ha ottenuto almeno venticinquemila risposte, non solo da cattolici – il caso più significativo è quello della Germania. Il presidente dei vescovi locali, mons. Robert Zollitsch (in uscita a marzo), l’aveva annunciato: «Al Sinodo faremo sentire la nostra voce». E le premesse, scorrendo le diciotto pagine del rapporto, ci sono tutte. Se i cattolici tedeschi ritengono che il matrimonio debba essere stabile e felice, sul resto tutto deve cambiare. L’insegnamento del Magistero romano riguardo gender, unioni omosessuali, relazioni prematrimoniali, ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti viene «respinto espressamente».

Viste le risposte date al questionario, i vescovi della più ricca Conferenza episcopale europea auspicano che il Vaticano apra a «nuovi approcci riguardo la morale sessuale». La traccia, dopotutto, è già segnata: basta riprendere in mano il documento diffuso a ottobre dall’ufficio per la cura delle anime di Friburgo, che in nome della misericordia e sull’esempio della «seconda possibilità» concessa dalla Chiesa ortodossa, autorizzava a riaccostare ai sacramenti i divorziati risposati. Un’iniziativa che non era stata fermata neppure dopo l’intervento del prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il tedesco Gerhard Ludwig Müller, il quale aveva ricordato che iniziative del genere possono essere intraprese solamente da Roma. Ma Zollitsch (vescovo emerito di Friburgo e attuale amministratore diocesano) aveva rispedito al mittente il monito, anche perché altri prelati connazionali si erano nel frattempo posti sulla stessa scia, come il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga.

La questione è chiara, rileva il rapporto diffuso qualche giorno fa: «La maggior parte dei fedeli considera la morale sessuale cattolica lontana dalla vita» e auspica che si archivino i pregiudizi di carattere etico nei confronti di chi è andato incontro a «fallimenti nel campo della famiglia o del matrimonio». E’ anche una questione educativa, spiegano i vescovi tedeschi: «I giovani non capiscono più le argomentazioni della Chiesa su questi temi» ed è sempre più ampia «la distanza tra la dottrina e la pratica ecclesiale». Ecco perché bisogna ripensare anche l’approccio riguardo il controllo artificiale delle nascite, «che quasi tutti i rispondenti approvano», e l’atteggiamento riguardo gli omosessuali. In merito a questo punto, si legge nel dossier, «si registra una marcata tendenza ad accettare come atto di giustizia il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, che dovrebbero ricevere la benedizione da parte della Chiesa».

Si tratta di considerazioni che consentono all’episcopato guidato da mons. Zollitsch di puntare il dito contro l’Humanae Vitae di Paolo VI, da cui promana la dottrina cattolica in fatto di morale sessuale. Un testo che il vescovo di Treviri, mons. Stephan Ackermann, invita ad archiviare al più presto. Conversando con il quotidiano Rhein Main Presse, il presule ha infatti detto che «non potendo cambiare completamente la dottrina della Chiesa», è bene avviare un «cambiamento profondo della morale cattolica». Il che si traduce innanzitutto in un «adeguamento ai tempi correnti» dell’insegnamento della Chiesa – concetto pressoché identico a quello espresso nella sintesi illustrata dai vescovi belgi, dove si parla di  «adeguamento dei valori cristiani allo spirito dei tempi» – e in una riconsiderazione della questione omosessuale: «Non si può dire che sia qualcosa di innaturale».

Concetti talmente rivoluzionari che a stretto giro interveniva con un comunicato ufficiale che ha il sapore dell’altolà la diocesi di Ratisbona: «Tutte le questioni relative alla dottrina fondamentale della Chiesa non possono essere decise a livello diocesano o nazionale». Nient’altro  che la ripetizione di quanto aveva detto poco più di un mese fa il prefetto Müller nel tentativo di bloccare il documento di Friburgo sul riaccostamento dei divorziati risposati ai sacramenti.

E di famiglia e matrimonio ha parlato venerdì anche il Papa, incontrando i vescovi polacchi a conclusione della loro visita ad limina apostolorum: la famiglia – ha ribadito Francesco – «è la cellula fondamentale della società», mentre il matrimonio «è spesso considerato una forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno». Visione che – ha aggiunto Bergoglio – «purtroppo influisce anche sulla mentalità dei cristiani, causando una facilità nel ricorrere al divorzio o alla separazione di fatto». E’ necessario, dunque, «che i pastori si interroghino su come assistere coloro che vivono in questa situazione, affinché non si sentano esclusi dalla misericordia di Dio».

di Matteo Matzuzzi – La nuova Bussola Quotidiana

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Diavolo, esiste!

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2013

Diavolo, esiste!
Fin da subito Papa Francesco s’è messo a parlare di Satana. Un inquilino che certa teologia ha banalizzato e ridotto a mito
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

“Il Demonio è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana” (Paolo VI, 15 novembre 1972)

Diavolo, esiste! dans Anticristo 4euu
 La tentazione di Adamo ed Eva di Michelangelo Buonarroti (Cappella Sistina)

Che guaio aver dimenticato che il Diavolo c’è, diceva qualche anno fa padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia. Satana è quasi scomparso dalle omelie dei parroci, dal catechismo. Cancellato, ridotto a puro mito, a superstizione. E’ come se l’ingresso “da qualche fessura di Satana nel tempio di Dio” di cui parlò un inquieto Paolo VI negli ultimi anni di pontificato, fosse niente di più che la sensazione di un Papa stanco, tormentato, malinconico. La colpa di questo “silenzio sul Demonio”, notava ancora il frate cappuccino, è della “posizione intellettualistica che coinvolge anche certi teologi, i quali trovano impossibile credere nell’esistenza del Demonio come entità non solo simbolica ma reale e personale”. Negli ultimi anni si preferiva parlare del Diavolo con più discrezione, prudenza, forse pudore. “Perfino qualche cardinale non crede al Diavolo”, ammetteva sconsolato padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti italiani e convinto assertore di quanto potente sia quello che nel Vangelo di Giovanni è chiamato il “Principe del mondo”.
Poi è arrivato Francesco, il gesuita argentino, il Papa arrivato dalla fine del mondo, e Satana è tornato a ricorrere con una certa frequenza nelle omelie e nei discorsi pronunciati a San Pietro o a Santa Marta. Lo chiama per nome, con naturalezza, perché per lui non è un mito, una metafora del male. Ma è una figura reale. La cosa ha fatto scalpore, anche perché “è invalsa da tempo nella chiesa l’abitudine di tacere su questo personaggio della divina Rivelazione, banalizzandolo”, ha scritto sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica padre Giandomenico Mucci. Ne era consapevole agli albori del Terzo millennio monsignor Alessandro Maggiolini, fino al 2007 vescovo di Como: “E’ vero che la teologia, quella un po’ ‘saputa’, ha lasciato da parte il tema del Diavolo”, diceva al Corriere della Sera. “In particolare – aggiungeva il presule – c’è stata una certa teologia razionalista che ha cercato di demitizzare gran parte della Rivelazione. E così il Diavolo è diventato una specie di fabulazione che proiettava nel campo religioso le paure del subconscio”.

Francesco non era Papa neppure da ventiquattro ore che già ammoniva i suoi fratelli cardinali, nella messa “pro ecclesia” celebrata in Sistina all’indomani dell’elezione al Soglio pontificio, che “quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del Diavolo, la mondanità del Demonio”. Francesco citò Léon Bloy, lo scrittore che, ironia della sorte, la rivista dei gesuiti anni fa scomunicò in quanto “impaziente, talvolta esaltato e sempre estremista”: “Chi non prega il Signore, prega il Diavolo”. Tesi ripetuta e rafforzata dieci giorni dopo, Domenica delle palme, sul sagrato antistante la basilica vaticana: “Con Gesù non siamo mai soli, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili. E in questo momento viene il nemico, viene il Diavolo”. L’entità misteriosa, ma vera e reale, che è “la causa originaria di ogni persecuzione”, ribadiva poi in una delle consuete omelie a braccio tenute poco dopo l’alba nella piccola cappella di Santa Marta. Con “l’odio del Principe del mondo”, insomma, bisogna fare i conti.
L’inferno “esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore”, spiegava Benedetto XVI durante la visita alla parrocchia romana di Santa Felicita nel 2007. Eppure, qualche dubbio, sul finire del secolo scorso, era sorto. Anche perché Giovanni Paolo II – che secondo lo scomparso cardinale francese Jacques-Paul Martin avrebbe praticato in prima persona un esorcismo nel 1982 – assicurò che “la dannazione non è un luogo fisico, ma la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio”.

Certo è che “poco se ne può sapere, al punto che lo si potrebbe perfino immaginare vuoto”. Parole che all’epoca (era il 1999) ebbero notevole risonanza, ma che non differivano in nulla da ciò che era ed è rappresentato dal Magistero della chiesa, che sull’inferno insegna tre cose. “La prima: esiste dopo la morte terrena uno stato, non un luogo, che spetta a chi è morto nel peccato grave e ha perduto la grazia santificante con un atto personale. La seconda: questo stato comporta la privazione dolorosa della visione di Dio. La terza: in questo stato c’è un elemento che, con espressione neotestamentaria, è descritto come fuoco. Le due pene, e quindi anche l’inferno, sono eterne”, precisava su Civiltà Cattolica sempre padre Giandomenico Mucci qualche tempo fa. E che l’inferno sia vuoto non è altro che “una formuletta” propria della chiesa contemporanea. “Si risente l’eco del sarcasmo di Voltaire che, in una pagina antisemita, giudicava la dottrina cattolica dell’inferno cosa da domestiche e da sarti”, aggiungeva l’ecclesiologo gesuita.
Una formuletta frutto di un equivoco, l’interpretazione errata di un pensiero di Hans Urs von Balthasar secondo cui sperare nella salvezza eterna di tutti non è contrario alla fede. Ma da qui a dire che l’inferno è vuoto, ce ne passa. Il grande teologo svizzero protestava: “La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l’uomo che si rifiuta in maniera definitiva all’amore a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, spera l’inferno vuoto”. E poi, parlare di inferno vuoto, “che razza di espressione!”.

Esiste, c’è, e Joseph Ratzinger lo ribadiva anche nell’enciclica “Spe Salvi” del 2007: “Prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere (persone in cui tutto è divenuto menzogna, persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore). In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile. E’ questo che si indica con la parola inferno”.
Sull’esistenza di Satana ha giocato, e non poco, anche il modo in cui è stato raffigurato nei secoli, come è entrato e si è sedimentato nell’immaginario popolare collettivo: un satiro orribile con corna e zampe di capra, ogni tanto pure con pizzetto e coda. Retaggio medievale che è passato al Rinascimento e fino ai giorni nostri. Una tradizione cui “tanto contribuirono le sculture mostruose delle cattedrali gotiche e il fantastico affresco che di Satana diedero Dante, Signorelli e Michelangelo”, scrive padre Mucci. Quel Demonio con corna e coda è il tentativo dei nostri antenati di dare un volto e una sembianza allo spirito del male. Oggi ci appare comica, ridicola, degna di un cartone animato per bambini e nulla di più. Ed è anche questa raffigurazione allegorica che ha progressivamente, soprattutto dai tempi di Voltaire in poi, portato a negarne l’esistenza. “Satana è un essere spirituale, inimmaginabile nella sua perversità, che non può essere compreso e descritto sul piano dell’empiria sensibile”, aggiunge il padre gesuita. Inutile perdere tempo a pensare il Diavolo, c’è e basta. “La sua realtà, esistenza e azione, va ricercata soltanto nella divina Rivelazione interpretata all’interno della tradizione della chiesa”.

Pensare al Diavolo come a una persona è normale, in quanto “facciamo necessariamente riferimento alla sola esperienza che abbiamo, quella dello spirito incarnato. Poiché non abbiamo esperienza diretta dell’esistenza demoniaca, siamo costretti a ricorrere alla terminologia desunta dalla vita umana”. Concetti estremamente chiari a Papa Francesco. Per lui, citare il Diavolo è la normalità, e in questo emerge tutta l’influenza gesuitica, dal momento che proprio negli “Esercizi spirituali” sant’Ignazio ricorda che “l’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana”. E quest’ultimo, recita la tredicesima regola degli “Esercizi”, “si comporta come un frivolo corteggiatore che vuole rimanere nascosto e non essere scoperto”, come un “condottiero che vuole vincere e fare bottino” (quattordicesima regola). Lui, “il nemico della natura umana esamina tutte le nostre virtù teologali, cardinali e morali, e poi ci attacca e cerca di prenderci dove ci trova più deboli e più sprovveduti per la nostra salvezza eterna”.
Per secoli, i Papi hanno parlato del Diavolo, delle sue legioni e dei suoi eserciti, senza farsi troppi scrupoli. Poi è arrivato Immanuel Kant e la musica è cambiata. Il filosofo di Königsberg, infatti, sosteneva che solo la fede razionale può condurre l’umanità fuori dallo stato di minorità. In pratica, come dice Mucci, “è la ragione che deve scegliere le idee che possono soddisfare il suo bisogno”. E una cultura come la nostra “potrebbe mai impegnarsi seriamente in una discussione sul Diavolo?”. L’Illuminismo, insomma, ha cambiato la prospettiva: dal tardo Settecento esso “lavora a confinare l’esperienza religiosa nel campo dell’irrazionale, tende a dissolvere le religioni positive nel pathos sacralizzato della neognosi e del panteismo”.
Michel de Certeau, gesuita pure lui, studioso della letteratura mistica del Seicento, notava anni fa che “oggi la norma non è più la religione, sono le macchine, lo scientismo, il razionalismo esasperato che nega la dimensione spirituale”. Analizzando alcuni film sulla possessione diabolica (primo fra tutti, “L’esorcista” di William Friedkin del 1973), de Certeau scriveva in un piccolo libello, “La lanterna del Diavolo, cinema e possessione”, edito da Medusa, che “il diabolico è la rivolta non contro Dio, ma contro il frastuono oceanico degli uomini”. Il cinema ha ben raccontato il “tema del male come substrato irrazionale della nostra società”.

Ma la chiesa cosa ha ancora da dire e insegnare sul Demonio? Per dare una risposta, è sufficiente richiamarsi alle Scritture e al magistero dei Papi, anche quelli del Novecento, più vicini a noi. Chiaro fu a tal proposito, durante un’udienza generale del novembre 1972, Paolo VI: “Quali sono oggi i bisogni maggiori della chiesa?”, si domandò aprendo l’intervento che non a caso recava, sui documenti ufficiali, il titoletto “Liberaci dal male”. E subito Montini rispose che “uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male che chiamiamo il Demonio”. Lo disse quasi scusandosi, in tono sommesso: “Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta”, disse come premessa. Il Diavolo, aggiungeva il Pontefice bresciano, “è all’origine della prima disgrazia dell’umanità; egli fu il tentatore subdolo e fatale del primo peccato, il peccato originale. Da quella caduta di Adamo il Demonio acquistò un certo impero sull’uomo”.
Non confinava, Paolo VI, quell’episodio al racconto biblico della Genesi, al serpente che incarna la “presenza di un essere invidioso” che Cristo nel Nuovo Testamento definisce “omicida fin da principio”, ma affermava che “è storia che dura tuttora”. Satana “è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana”. Montini lo definì “perfido e astuto incantatore, che in noi sa insinuarsi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all’apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche, o alle nostre istintive, profonde aspirazioni”.

Eppure, il dubbio sulla sua esistenza è forte, c’è quasi vergogna ad ammettere che Satana esiste, che la sua presenza reale esercita un potente influsso sull’individuo, la comunità, la società. “Si pensa – aggiungeva Papa Paolo VI – di trovare negli studi psicanalitici e psichiatrici o in esperienze spiritiche, un sufficiente compenso. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee, o in paurose divagazioni fantastiche e superstiziose. Oggi si preferisce mostrarsi forti e spregiudicati, atteggiarsi a positivisti”. Con il rischio concreto e umiliante di finire per “prestar fede a tante gratuite ubbie magiche o popolari”. Capiva con lungimiranza, il fine intellettuale Montini, che “la nostra dottrina si fa incerta, oscurata com’è dalle tenebre stesse che circondano il Demonio”. La domanda, allora, diventa legittima: “Quali sono i segni della presenza dell’azione diabolica?”. E qui il Papa ammetteva l’impossibilità di dare risposte: Serve “molta cautela. Potremmo supporre la sua sinistra azione là dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile e assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente, contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle (…) Ma è diagnosi troppo ampia e difficile”.
Se oggi si assiste allo stupore di credenti e non credenti dinanzi alle continue citazioni che Francesco fa del Diavolo, la responsabilità va addebitata “all’assenza nella predicazione e nella catechesi della verità relativa al Demonio”. A dirlo, il 4 maggio scorso in un articolo apparso sull’Osservatore Romano, è stato il teologo Inos Biffi, che esprimeva sorpresa anche “per quei teologi che, per un verso applaudono che finalmente il Vaticano II abbia dichiarato la Scrittura ‘anima della sacra teologia’ e, per l’altro, non esitano – se non a deciderne l’inesistenza – comunque a trascurare come marginale un dato chiarissimo e largamente attestato nella stessa Scrittura, com’è quello relativo al Demonio, ritenendolo la personificazione di un’oscura e primordiale idea di male, ormai demitizzabile e inaccettabile”. Questa concezione, a parere di Biffi, è “un capolavoro di ideologia e soprattutto equivale a banalizzare la stessa opera di Cristo e la sua redenzione”.

Insomma, non dovrebbero stupire i richiami del Papa regnante a una realtà viva e presente il cui potere “è impressionante”. Anche nei documenti del Concilio Vaticano II, scrive ancora padre Giandomenico Mucci, “il Diavolo è corposamente presente”. Eppure, “alcuni teologi hanno accolto l’opinione secondo la quale Satana è frutto della fantasia umana sviluppatasi nell’area del paganesimo e penetrata successivamente nel pensiero giudaico”. Della serie, Belzebù con zampe di capra e corna in capo. Idee, queste, “fatte passare per verità definitivamente acquisite”. Sembrerebbe, dunque, che il Demonio abbia vinto la sua prima (ma fondamentale) battaglia, lui che – scriveva Charles Baudelaire – usa l’astuzia di non far credere alla sua esistenza per meglio raggiungere i suoi scopi.

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Silenzi operosi, decisionismo e pochi consiglieri. Ecco il metodo Bergoglio

Posté par atempodiblog le 4 juillet 2013

Silenzi operosi, decisionismo e pochi consiglieri. Ecco il metodo Bergoglio
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Dagospia

Silenzi operosi, decisionismo e pochi consiglieri. Ecco il metodo Bergoglio dans Articoli di Giornali e News r576

Pochi si sbilanciano, oltretevere, sulle prossime mosse di Papa Francesco. Tra le Mura leonine si respira un clima di attesa, gli occhi sono puntati sulle finestre della suite numero 201 di Santa Marta, quella da cui Bergoglio farà partire le lettere in cui comunicherà le sue decisioni riguardo la governance vaticana.

E’ lì, su quel piccolo tavolo di legno scuro, che il Papa ha scritto il chirografo che istituisce la commissione d’inchiesta sullo Ior, ed è sempre in quella stanza al secondo piano del residence voluto da Giovanni Paolo II che ha ricevuto uno dopo l’altro i nunzi apostolici per parlare di governo della chiesa.

Prelati abituati per anni alla metodicità quasi kantiana di Joseph Ratzinger allargano le braccia, certi che ogni pronostico con questo Pontefice preso quasi alla fine del mondo” rischia di essere smentito alla prova dei fatti. L’enciclica sulla fede, secondo le indiscrezioni, sarebbe dovuta uscire non prima di novembre, a conclusione dell’Anno della fede. Invece Francesco ha sorpreso tutti, decidendo di anticiparne a luglio la pubblicazione.

Stesso copione riguardo il viaggio a Lampedusa di lunedì prossimo: nessuno ne sapeva nulla, l’agenda è stata stravolta all’ultimo minuto per volontà del Papa, nonostante solo pochi giorni prima fossero stati ufficializzati i suoi impegni per l’estate. In questi tre mesi e mezzo di pontificato, Francesco ha limitato al minimo necessario i contatti con la Segreteria di stato. Non vuole filtri, al punto che gli uffici curiali spesso si limitano a mettere in bella copia le sue volontà, prima di passarle alla Sala stampa per la diffusione ufficiale.

Niente di nuovo, dice chi lo conosce da tempo: anche a Buenos Aires faceva così. Non aveva neppure segretari. L’unico strumento indispensabile per lui era la piccola agenda da cui non si separava mai. Chiamava di persona al telefono preti e religiose della sua diocesi, senza trafile e perdite di tempo. Uno stile mantenuto anche a Roma una volta eletto Papa. Unica concessione alle pressioni della curia, l’aver accettato monsignor Alfred Xuereb come segretario personale (il sacerdote maltese rivestiva lo stesso ruolo anche con Benedetto XVI).

Per il resto, Francesco fa da solo. Le porte della suite sono aperte a tutti, lui ascolta in silenzio, si fa un’idea sul problema specifico, e poi agisce. Lo strumento con cui tiene sulla corda la curia è il silenzio. Un silenzio operoso, tipico della Compagnia ignaziana. Non fa trapelare nulla. Studia carte e documenti, prepara l’esortazione sull’evangelizzazione che sarà resa nota nei prossimi mesi, lavora alle omelie che pronuncerà a Rio de Janeiro, quando a fine luglio presiederà la Giornata mondiale della Gioventù.

Ed è nel silenzio che prepara la riforma dell’Istituto per le opere di religione. Un solo accenno pubblico alla banca presieduta dal tedesco Ernst von Freyberg, ma chiaro e netto – lo Ior è necessario, ma fino a un certo punto” – che aveva costretto la Segreteria di stato a intervenire per chiarire e rettificare il senso di quanto detto dal Papa.

Da allora Francesco ha studiato le mosse da compiere: prima la nomina (anche questa a sorpresa) del fidato Battista Ricca a prelato dell’istituto, poi l’istituzione di una commissione per fare luce sulle attività della banca con sede nel torrione di Niccolò V. Colpi silenziosi studiati a riflettori spenti che hanno portato il direttore generale e il suo vice a dimettersi subito, senza aspettare lettere ufficiali o prese di posizione dirette del Papa.

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Perché al gesuita Papa non piacciono riti e “clericalismi”

Posté par atempodiblog le 3 avril 2013

Nec rubricat nec cantat
Perché al gesuita Papa non piacciono riti e “clericalismi”
Prime critiche (liturgiche) a Francesco. Ma nella sua “sciatteria” c’è teologia
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

Perché al gesuita Papa non piacciono riti e “clericalismi” dans Matteo Matzuzzi papafrancescoibergoglio

L’idillio tra i grandi media e Papa Francesco continua. Piacciono le sue omelie brevi, sorprende il suo fermare la jeep che lo porta tra i fedeli che gremiscono piazza San Pietro, commuovono i suoi abbracci ai malati e i baci ai bambini. Si sprecano i paragoni: c’è chi vede in lui un nuovo Albino Luciani e c’è chi nota una somiglianza nello stile con Giovanni XXIII. Roncalli, però, la mozzetta la portava. Non solo, ma fu proprio il successore di Pio XII a riportare in auge il camauro nella versione invernale. E’ uno degli episodi cui si appigliano i tradizionalisti che avanzano sul Web le prime critiche a Francesco. Sul Corriere della Sera di ieri, Luigi Accattoli ricordava come le critiche riguardino le vesti, la liturgia, l’uso delle lingue e la preferenza per il titolo di “vescovo di Roma” anziché di “Papa”. Il sito messainlatino.it, poche ore dopo l’elezione di Bergoglio, ricordava come il nuovo Pontefice si fosse “distinto per un’applicazione tiepida, per usare un eufemismo, del Summorum pontificum (il motu proprio di Papa Ratzinger che consente la celebrazione della messa tridentina, ndr)”. Seguiva una laica preghiera per il maestro delle cerimonie liturgiche: “Povero Guido Marini, chissà quanto poco durerà ancora. Manco la mozzetta è riuscito a mettergli addosso”.

Più articolate le critiche alla scelta di celebrare la messa in Coena Domini nel penitenziario di Casal del Marmo. Sul sito cattoliciromani.com si è discusso sulla stola indossata dal Papa: diaconale e non episcopale, trasversale e non dritta: “Un abuso”, secondo qualche liturgista. A creare più preoccupazione è stata però la scelta di lavare i piedi anche a due donne per di più non cattoliche. Il blog rorate-caeli.blogspot.com ha avvertito che “solo uomini scelti” possono partecipare a quel rito. Altre critiche sono state sollevate per la semplificazione dell’apparato simbolico che accompagna le celebrazioni liturgiche: casule semplici, niente troni, omelie dall’ambone, durata ridotta delle messe – scelta che il vaticanista Sandro Magister, sul suo sito, ha definito “non sempre comprensibile”, come nel caso della veglia pasquale, quando sono state “ridotte all’osso le letture bibliche e si è letteralmente mutilata la prima”.

Osservazioni anche sul fatto che Papa Francesco non canta né usa il recto tono per la benedizione Urbi et Orbi. “Il gesuita nec rubricat nec cantat”, non canta né si occupa delle rubriche liturgiche, ha detto con una battuta padre Lombardi (gesuita pure lui) rispondendo a chi mostrava perplessità per l’innovazione introdotta dal Papa argentino, dimenticando quella “certa afonia” di cui la Sala stampa aveva già parlato ricordando i problemi di salute del Pontefice.

“Troppi precetti fanno male alla chiesa”
Ma Francesco, e ancor prima Jorge Mario Bergoglio, è sempre stato così. E’ un gesuita, e la sua insofferenza per i cerimoniali e i rituali l’aveva già espressa più volte. L’ultima qualche mese fa, nell’omelia a chiusura dell’incontro della Pastorale urbana a Buenos Aires: “Gesù mangiava con i peccatori e a chi si scandalizzava diceva che i pubblicani e le prostitute li avrebbero preceduti nel Regno dei cieli. Sono quelli che hanno clericalizzato la chiesa del Signore, che la riempiono di precetti. Questi sono gli ipocriti di oggi”. L’allora arcivescovo della capitale argentina aggiungeva che “clericalizzare la chiesa è un’ipocrisia farisaica”.

E ancora, nella predica della messa crismale, il Papa ricordava che “la liturgia non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato”. I discorsi di Francesco sono diretti, chiari, brevi, ma mai banali. Nelle messe mattutine a Santa Marta il Papa invita a riflettere sul perdono, la pazienza, la gioia oscura del pettegolezzo. Dietro il parlare facile di Bergoglio che segue la grande concettualizzazione di Joseph Ratzinger, dietro il “buon pranzo” con cui saluta i fedeli che gremiscono piazza San Pietro per l’Angelus o il Regina Coeli, c’è un fondo teologico. I gesuiti sono sempre stati grandi teologi, e lo stesso Bergoglio, qualche decennio fa, stava preparando una tesi di dottorato in Teologia su Romano Guardini. Fino a oggi ha preferito citare le massime della nonna o di qualche anziana signora confessata vent’anni fa in cattedrale. Intanto, però, come riportato ieri dalla Stampa, si confronta per la stesura delle omelie con Luis Francisco Ladaria Ferrer, arcivescovo spagnolo, gesuita che Benedetto XVI nominò segretario della congregazione per la dottrina della fede.

Francesco appartiene a un ordine particolare, quello che per volontà di Ignazio di Loyola non contempla i quattro aspetti caratterizzanti l’organizzazione monastica: le decisioni prese a maggioranza dai membri della stessa comunità riuniti nel capitolo, l’elezione del superiore da parte delle comunità, la stabilitas loci (abitare fino alla morte nella stesso luogo) e, soprattutto, la recita corale dell’ufficio divino. I gesuiti sono solitari, pregano da soli nelle loro stanze, danno forma a una spiritualità radicata negli Esercizi. Da sempre favorevoli alla pratica della confessione generale come sintesi di un percorso di introspezione e scoperta di sé, non è un caso che tra le prime omelie di Francesco abbia trovato uno spazio di rilievo il tema della confessione – che per un gesuita deve essere frequente, in modo da ricavare consolazione e forza interiore. I gesuiti sono autonomi, e Bergoglio rispecchia in pieno le caratteristiche del chierico ignaziano: parla con tutti, prende nota e poi decide senza chiedere pareri a nessuno, dicono con qualche apprensione in Vaticano. E lo fa nella sua suite, la numero 201 del residence di Santa Marta. Il suo stile è austero, in sintonia con la vocazione “militare” dell’ordine. Uno stile che già nel XVI secolo lasciò perplesso più di un porporato: “Ma che religiosi siete se non avete neppure il canto e la preghiera corale?”, sbottò il cardinale Gian Pietro Carafa, fondatore dei chierici teatini.

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