Il santo curato d’Ars

Posté par atempodiblog le 4 août 2019

Il santo curato d’Ars
Tratto da: Pellegrino a quattro ruote — Padre Livio Fanzaga
Fonte: Rivista In Camper, n.154 del 2013

Il santo curato d’Ars dans Fede, morale e teologia Santo-Curato-d-Ars

“IO TI INSEGNERÒ LA STRADA DEL CIELO”
[…] Il Santo Curato è stato proclamato “celeste patrono di tutti i parroci dell’universo” (1929) e un’immersione in quel frammento di cielo che, grazie a lui, è divenuto un anonimo villaggio di campagna, è una medicina corroborante di straordinaria efficacia. In un tempo in cui si discute sull’identità del sacerdote e sul significato della sua missione, che cosa di meglio che vedere questo sublime ideale incarnato nella vita di un parroco il quale, senza inventare nulla di straordinario, ha fatto quello che ogni sacerdote è chiamato a fare (S. Messa, Catechismo, Confessioni) con una tale forza di fede e di convinzione da attirare pellegrini anche dai paesi più lontani; mentre, dispiace dirlo, montava l’insofferenza e l’ostilità nei suoi confronti dei sacerdoti della regione. […]

“SEMBRAVA AVESSE SCELTO LA CHIESA COME DOMICILIO”
[…] Il Santo Curato ha compreso come pochi l’importanza della chiesa parrocchiale come centro propulsore della vita cristiana. Essa è il cuore che batte incessantemente e che tiene viva la fede a coloro che la frequentano, mentre richiama con la sua sola presenza quelli che la disertano. È strano, ma entrando in Ars ho avuto questa grazia di cogliere improvvisamente l’importanza della chiesa come dimora di Dio in mezzo a noi. Questo pensiero non mi era venuto neppure a Medjugorje, dove, per altro, la Madonna al riguardo aveva dato un messaggio particolare, nel quale diceva che “la Chiesa è la casa di Dio… dove Dio, che si è fatto uomo, sta dentro di essa giorno e notte”. S. Giovanni Maria Vianney attribuiva una grande importanza a tutto quello che si riferiva al culto divino e ben presto la piccola chiesa malandata della sua nuova parrocchia diviene l’oggetto di una ricostruzione energica.

[…] Qui si trova il campo di battaglia dove l’uomo di Dio, con una sapiente strategia, ha disposto le postazioni dalle quali lanciare i suoi strali micidiali contro la serpe infernale. Infatti, le cappelle laterali sono per lo più concepite in funzione del sacramento della penitenza che, per lo zelante sacerdote, era il momento della liberazione e della rinascita delle anime. I fedeli si preparavano alla confessione nella cappella dell’”Ecce Homo”, che il Curato aveva fatto ristrutturare nel 1834 per questo scopo, abbellendola con decorazioni che ricordano la passione di Gesù.

[…] Guardo con emozione quelle assi di legno sgualcito, dove un’antica stola color viola è lì ancora a testimoniare la presenza viva di quel guerriero di Dio. Il Cielo solo conosce le grandi battaglie dello spirito che lì sono state combattute e il numero delle anime strappate dalle fauci fameliche del dragone infernale.

Quasi a sostenerlo in questo epico duello ecco la cappella di S. Filomena, la santa che egli prediligeva e che era solito chiamare “la sua incaricata d’affari presso Dio”, e quella dedicata ai Santi Angeli, con le statue degli Arcangeli Michele e Gabriele e dell’Angelo custode che accompagna un’anima rappresentata da un bambino. L’aiuto più efficace egli lo aspetta però dalla Santa Vergine, nella cui cappella si trova il quadro che fece dipingere in occasione della consacrazione della parrocchia alla sua Immacolata Concezione. Successivamente, dopo l’apparizione della Medaglia Miracolosa nel 1830, compera una statua della Vergine di legno dorato e fa cesellare un cuore in argento dorato sul quale sono incisi tutti i nomi dei suoi parrocchiani. La Madonna, afferma il Santo Curato “è la mia più vecchia passione” e “l’ho amata prima ancora di conoscerla”.

Mi rendo conto, mentre mi muovo in quegli spazi ristretti, di leggere un trattato scritto dallo stesso dito di Dio sulla dignità e la missione del sacerdote. In particolare mi colpisce il rilievo dato alla confessione, dove S. Giovanni Maria Vianney vedeva la manifestazione della divina misericordia, che guarisce l’uomo da quel male assoluto che è il peccato.

“Se non fossi stato prete, non avrei mai saputo che cos’è il peccato… Non c’è che Dio che sappia cos’è il peccato”, affermava; poi precisava: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo fa ritornare a lui”. “Il Buon Dio – soleva ripetere – vuol farci felici e noi non lo vogliamo… Una persona che è nel peccato è sempre triste. Ha un bel darsi da fare, è disgustata, annoiata da tutto. Questi poveri peccatori saranno dunque sempre infelici, in questo mondo e nell’altro”. E tuttavia è l’infinito amore di Dio per le anime che non si stanca di sottolineare: “Quando il prete dà l’assoluzione – spiega – non bisogna pensare che a una sola cosa: che il sangue del Buon Dio scorre sulla nostra anima per lavarla e renderla bella com’era dopo il battesimo… Non si parlerà più di peccati perdonati. Sono cancellati, non esistono più… Non c’è niente che offenda tanto il Buon Dio come la mancanza di speranza nella sua misericordia”.

Mi chiedo se l’uomo d’oggi, apparentemente così evoluto rispetto a quei semplici contadini dell’Ottocento, voglia sentire parole diverse da queste. Il vangelo, quando è autentico, è eterno, dico a me stesso mentre guardo i due modesti ma efficacissimi pulpiti dai quali il Santo Curato si rivolgeva alla gente. Da quello più alto ogni domenica rivolgeva la parola ai fedeli, prendendo lo spunto per l’omelia dal vangelo del giorno. A quella gente che lavorava la campagna, amava parlare della bellezza della natura, invitandola a benedire e ad amare Dio creatore. Usava per i suoi uditori un linguaggio comprensibile, semplice e concreto, con immagini tratte dalla vita quotidiana, come quello delle parabole evangeliche. “Colui che non prega – disse una volta – è come una gallina o un tacchino che non può innalzarsi nell’aria. Se volano un po’, ricadono subito e, razzolando nella terra, vi affondano, vi si coprono e sembrano trarre piacere solo da questo”. Dall’altra parte del pulpito, sotto la nicchia della Vergine col Bambino, vi è la “cattedra del catechismo delle ore 11”, attorno alla quale ogni giorno facevano ressa i bambini della “Provvidenza” e i pellegrini.

Il confessionale e il pulpito dunque, ma soprattutto l’altare e il tabernacolo. È questa la triade entro la quale S. Giovanni Maria spendeva gran parte della sua giornata. Non si stancava di parlare della Santa Eucaristia e ne faceva accenno in tutte le lezioni dicatechismo. “Egli è là e vi ascolta”, diceva mentre si voltava verso il tabernacolo, con un’espressione che era ancora più eloquente delle sue parole. Quando recitava il breviario, di tanto in tanto lo vedevano guardare il tabernacolo col volto inondato di una gioia misteriosa.

“Invece di fare chiasso sui giornali, fatene alla porta del tabernacolo” affermò in un’occasione, e mi chiedo se questa raccomandazione non sia sufficiente a guarire la Chiesa da tutti i mali che la affliggono in questi tempi travagliati. Uno potrebbe sostare anche un giorno intero nello spazio angusto della vecchia chiesa di Ars senza affatto stancarsi e lì apprenderebbe assai più che durante un anno presso una facoltà di teologia. Così, infatti, avviene quando è lo Spirito che istruisce le anime.

LA CANONICA MUSEO
[…] “Oh, figli miei, – diceva ai suoi parrocchiani – com’è triste! Tre quarti dei cristiani lavorano solo per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra. Mancano di spirito e di buon senso!” Filosofia estremamente realistica, che persino un ateo potrebbe sottoscrivere.

È interessante sottolineare al riguardo che il Santo Curato non era affatto un prete ignorante, come a volte si pensa, a causa delle difficoltà incontrate in seminario, soprattutto a causa del latino. Lo dimostra la sua notevole biblioteca ricca di 246 monumentali volumi, per metà ereditati da Don Balley, suo maestro. Egli aveva un grande interesse per la lettura e lo studio, vi dedicava tutto il tempo necessario per la preparazione delle sue omelie e per meditare sugli esempi dei santi.

Dalla camera alla chiesa e viceversa la sua giornata era tutta protesa alla ricerca della comunione con Dio e al suo servizio. In evidenza su un tavolo il breviario e il rosario con i quali alimentava la sua vita spirituale. Oggi le esigenze della vita moderna e la molteplicità degli impegni sembrano dettare ai sacerdoti altri ritmi e una diversa distribuzione del tempo.

In realtà S. Giovanni Maria Vianney ricorda a tutti i sacerdoti del mondo che senza preghiera rischiano di essere dei cembali squillanti. Essa è l’anima di ogni apostolato. “L’anima che smette di pregare muore di fame”, ammoniva. “Se all’inferno si potesse pregare – affermava – l’inferno non esisterebbe più”. Ma questo uomo di preghiera era anche santo dalle iniziative sociali. Lo dimostra, accanto alla canonica, un edificio sulla facciata del quale ancora oggi si legge l’iscrizione “La Providence”.

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Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo»

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

«Il fedele, soprattutto se giovane, non scambi l’entusiasmo per la vita nuova in Cristo, con una specifica chiamata»
Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo»
Lectio del Penitenziere Maggiore al corso sul Foro interno: «La confessione è ascolto e incontro con Dio, non si entra in confessionale col cellulare acceso»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo» dans Cardinale Mauro Piacenza Sacramento_della_Riconciliazione

Sono banditi da ogni confessionale cellulari, smartphone, iPad e qualsiasi altro apparecchio tecnologico che rischia di distrarre il sacerdote durante quello che è un momento fondamentale per la vita dei fedeli, specie quelli giovani, e di snaturare l’intero sacramento. Il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, non usa troppi giri di parole durante la lectio magistralis in apertura del 29esimo corso sul Foro interno, al via oggi fino al 9 marzo al Palazzo della Cancelleria di Roma: «Si ha notizia di taluni confessori, intenti a “chattare sui social”, mentre i penitenti fanno la loro accusa. Questo è un atto gravissimo, che non ho timore di definire: “ateismo pratico”, e che mostra la fragilità della fede del confessore nell’evento soprannaturale di grazia che si sta vivendo!», dice il porporato. E aggiunge: «Non è raro, purtroppo, ricevere le lamentele di fedeli scandalizzati dalla distrazione del confessore, non attento alle loro parole o, addirittura, intento a fare altro, durante il dialogo. Sotto questo aspetto, mi si permetta una sola indicazione, che vale per tutti: non si entra in confessionale con il cellulare acceso, né tanto meno lo si utilizza durante i colloqui sacramentali».

La confessione è, infatti, anzitutto «ascolto» – a 360 gradi – oltre che «incontro» con Cristo, autentico «spazio di libertà», occasione per individuare la propria «vocazione». Dunque un evento per tutti i fedeli, i giovani in modo particolare, dove vedere soddisfatti i «bisogni molteplici ed universali» di ogni persona umana: «bellezza, giustizia, libertà, verità, amore».

Il confessore è chiamato allora a riconoscere la «“apertura del cuore” di chi si accosta al sacramento della Riconciliazione, soprattutto se giovane», considerando anche che «chi vi si accosta compie una scelta libera e contro corrente». Fino a mezzo secolo fa, infatti, annota il Penitenziere maggiore, era quasi scontato «che ci si avvicinasse a quello che molti definiscono “il sacramento difficile”, per mera abitudine o condizionamento del contesto». Oggi, è «incontrovertibile» che, «non ci sia più nulla che culturalmente inviti alla riconciliazione sacramentale, anzi…».

A maggior ragione il confessore deve porsi «in un atteggiamento di profonda “valorizzazione del penitente”, che significa valorizzare non certo il suo peccato, ma il gesto di accostarsi al sacramento, per chiedere perdono a Dio».

Per farlo bisogna tener conto di un assunto fondamentale: «I sacramenti sono azione di Cristo e della Chiesa», rimarca Piacenza; pertanto, «non è pensabile ridurre i sacramenti a mera automanifestazione della fede personale, come accade in certe odierne derive della speculazione teologica». In particolare quello della riconciliazione che solo nelle apparenze ha «come protagonisti il sacerdote ed il fedele, ma che, in realtà, è un incontro del penitente con Cristo stesso».

Una tale consapevolezza «plasmerà» il «tratto umano del confessore» verso una maggiore carità. Non sempre è facile: spesso i penitenti arrivano in confessionale con «espressioni inadeguate, talora perfino distorte o pretenziose». Tuttavia, raccomanda il cardinale, «la sapienza del confessore deve saper leggere» anche in queste «l’eco remota della domanda di felicità e di compimento, presente nel cuore di ogni uomo». «L’accusa dei peccati – spiega Piacenza – è, oggettivamente, un momento di crisi, di messa in discussione del proprio giudizio, delle proprie espressioni, del proprio operato (pensieri, parole, opere ed omissioni). Per tale ragione è indispensabile chiedere allo Spirito Santo la grazia che quella “crisis” sia trasformata realmente in un momento di crescita, attraverso l’incontro con Cristo».

Un incontro che «è capace di ri-costruire il nostro essere, distrutto dal peccato». Il penitente questo lo sa, o anche qualora non ne fosse consapevole, accostandosi alla Riconciliazione egli «domanda al Signore di essere ri-creato, domanda che la sua vita sia trasformata». È chiara, perciò, «l’enorme e santa responsabilità del Sacerdote, per ogni singola confessione, per ogni singolo penitente, perché l’incontro con i Signore non sia mai ostacolato». Anche se ciò non implica mai «la rinuncia al compito di “giudice e medico”».

Il Penitenziere maggiore chiarisce poi un altro punto: «La dinamica relazionale, insita nella celebrazione del Sacramento, ha in se stessa una valenza vocazionale», laddove per vocazione si intende non tanto «la scelta che l’io compie, quanto piuttosto la libera scelta che Dio compie, stabilendo la forma del rapporto, che ciascuno vive con Lui». Certamente possono esserci «vicende esistenziali nelle quali la conversione coincida con la vocazione, ma – ammonisce il porporato – è sempre opportuno verificare che le due realtà siano distinte e che il fedele, soprattutto se giovane, non scambi l’entusiasmo per la vita nuova in Cristo, con una specifica chiamata».

Nella sua lectio, Piacenza insiste inoltre sulla dimensione «dialogica» della struttura della Riconciliazione. Dialogo che, dalla parte del penitente, si traduce nel «delicatissimo momento dell’accusa» dei propri peccati; da parte del confessore, in ascolto «attento, prudente, accorato, capace di cogliere le sfumature», ascolto «profondo e paterno del penitente». Esso «è il primo passo di quel “miracolo di cambiamento” che la confessione determina». Ed «è frutto di grande autodisciplina», dice il cardinale, pertanto «dovrebbe sempre essere generosamente inserito in un normale orario d’impegni settimanali, e preceduto da qualche momento di raccoglimento profondo e di preghiera, domandando di divenire realmente capaci di ascolto, nella consapevolezza drammatica dell’importanza, talora determinante, della nostra mediazione umana». In questo modo si può incoraggiare il fedele «a confessare anche ciò che (sbagliando, speriamo invincibilmente) non pensava di poter confessare».

Per i giovani l’ascolto è una necessità fondamentale, insiste il cardinale, considerando l’«assenza» nel nostro tempo «di figure capaci di autentico ascolto». «I giovani – dice con lo sguardo rivolto al Sinodo di ottobre - con le loro speranze e delusioni, con i loro desideri e le loro contraddizioni e le loro paure, hanno urgente necessità di essere ascoltati, non soltanto dai propri coetanei (ammesso che siano capaci di ascolto), ma soprattutto da adulti veri, autorevoli, accoglienti, prudenti, capaci di una visione unitaria del mondo, dell’uomo e della vita, capaci da essere per i giovani, punti di riferimento saldi, affettivamente significativi ed esistenzialmente determinanti».

Posto questo, il penitente, specie quello giovane, «ha il diritto di ascoltare, dalle labbra del confessore, non le opinioni personali di un uomo, per quanto culturalmente preparato e teologicamente informato, ma solo ed unicamente la Parola di Dio», «interpretate dal Magistero autentico», precisa Piacenza.

Non poteva mancare nella sua lectio un riferimento a San Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, «grande ed esemplare confessore». «Dio ci perdona, anche se sa che peccheremo ancora», diceva il sacerdote. Non si tratta di «giustificare il peccato» spiega il cardinale, ma di basarsi sulla «realistica constatazione della fragilità umana e della ferita del “peccato delle origini”», che incide anche su facoltà superiori come intelligenza, libertà e volontà.

Alla luce di questo la Confessione si può definire «come uno “spazio di libertà”, anzi forse è il solo vero spazio di autentica libertà donato all’uomo», afferma il Penitenziere: «Non esiste altro luogo, sulla terra, come la Riconciliazione sacramentale, nel quale sia possibile fare un’analoga esperienza: non solo essere amati incondizionatamente, nonostante il proprio peccato, ma anche vedere distrutto il proprio peccato ed essere amati in modo pieno, in modo infinito».

In quest’orizzonte di libertà, «è possibile intuire la vocazione e scegliere di non seguirla», come accadde nell’episodio evangelico del “giovane ricco”. Gesù «non trattiene il proprio interlocutore con ulteriori ragionamenti persuasivi; continua ad amarlo, ma si arrende umilmente alle sue scelte». Il confessore è chiamato ad immedesimarsi in questo atteggiamento rispettando «le scelte del penitente». Non significa «condividerle e “benedirle”» bensì «accettare di non potersi sostituire alla sua libertà». È questo, sottolinea il cardinale, «un altro grande errore della cultura contemporanea»: pretendere «non solo che le aberrazioni siano rispettate, ma che siano condivise e benedette e che nessuno si permetta di dire il contrario, di affermare l’esistenza, almeno, di un’alternativa reale e possibile.

Solo il cristianesimo riesce ancora a distinguere adeguatamente, per amore, l’errore dall’errante».

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Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo

Posté par atempodiblog le 5 août 2017

Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo
di Elvira Ragosta – Radio Vaticana

Curato d'Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo dans Fede, morale e teologia Curato_d_Ars

“Il Curato d’Ars nella sua vita sacerdotale non trascurò mai la propria vita spirituale di buon cristiano; egli sapeva bene che, per essere un buon pastore, era anzitutto necessario vivere e camminare nella grazia santificante”. Così, il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nell’omelia per la Messa presieduta in occasione della memoria liturgica di San Giovanni Maria Vianney.

Nella parrocchia del villaggio francese dove, a partire dal 1818 e per oltre quarant’anni, il curato D’Ars ha svolto la sua opera pastorale e dove riposano le sue spoglie, il card. Filoni, ricorda la figura del Santo: “In questo luogo, come cristiano e sacerdote, egli si è santificato nella preghiera, nella penitenza e nell’umiltà; qui, ancora, uomini e donne alla ricerca di Dio cercavano e cercano pace e conforto interiore, ben sapendo che egli non ha esaurito, anzi continua la sua missione spirituale; qui innumerevoli sacerdoti vengono a trovare ispirazione per la propria vita sacerdotale”.

Di origini contadine e proveniente da una famiglia povera e numerosa, Giovanni Maria Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, vicino a Lione. Il card. Filoni ricorda “la sua infanzia difficile al tempo della Rivoluzione, le sue difficoltà negli studi e la sua pietà semplice e profonda alla scuola prima di sua madre e poi di don Balley, che come padre spirituale lo incoraggiò e accompagnò nei primi anni di vita pastorale”.

L’umiltà, la povertà, l’obbedienza e la castità sono le quattro solide colonne, aggiunge il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, su cui il Curato d’Ars si era costruito una «casa»: “Queste virtù furono costanti compagne di vita; con esse dialogava e da esse fu aiutato nel suo itinerario umano lungo 73 anni, mai venendo meno alla loro amicizia e alla loro compagnia”.

Inoltre, ricorda il card. Filoni, “l’amicizia con Gesù, mite e umile di cuore, fu la dimensione costante di tutta la sua vita; dall’insegnamento di Cristo trasse lezioni e ispirazione di vita durante i suoi quarant’anni di ministero sacerdotale come Curato di questo villaggio; la preghiera, poi, era semplice e profonda, come totale fu il filiale amore a Maria”.

L’opera pastorale di San Giovanni Maria Vianney è diventata modello di santità sacerdotale. A canonizzarlo nel 1925 è Papa Pio XI, che quattro anni dopo lo definirà “patrono dei parroci”.

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Card. Stella: Francesco vuole sacerdoti misericordiosi e vicini al popolo

Posté par atempodiblog le 6 août 2015

Card. Stella: Francesco vuole sacerdoti misericordiosi e vicini al popolo
Un pastore secondo il cuore di Dio. La Chiesa celebra [il 4 agosto] la memoria di San Giovanni Maria Vianney, patrono di tutti i parroci del mondo. Ancora oggi, a 150 anni dalla morte, il Santo Curato d’Ars è una figura di grande attualità per i sacerdoti e in molti aspetti ricorda lo stile pastorale di Papa Francesco. Alessandro Gisotti [di Radio Vaticana] ne ha parlato con il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero:

Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa? dans Fede, morale e teologia 90204g

R. – A me sembra che il Curato d’Ars sia una figura che ormai è entrata nella vita della Chiesa e soprattutto che dovrebbe incidere con la sua propria storia, con il suo insegnamento nella vita dei sacerdoti di oggi. In che senso? E’ stato un pastore estremamente vicino al gregge, nel senso che ne ha condiviso la storia, ne ha condiviso un po’ anche le povertà, che erano tipiche di quel tempo. E’ stato un grande esempio per questo gregge, soprattutto con la sua semplicità di vita, con la sua povertà personale. Semplicità e povertà sono due virtù che hanno una grande attualità, anche per il mondo di oggi. Il sacerdote che si presenta umile, povero, semplice, direi che ha una marcia in più per farsi capire!

D. – San Giovanni Maria Vianney era un parroco che viveva in mezzo al popolo di Dio. Pensiamo anche alle tante ore passate nel confessionale. Papa Francesco ricorda un po’ con il suo stile pastorale proprio la figura del Curato d’Ars…
R. – Direi che uno dei messaggi sostanziali, importanti di Papa Francesco sia il messaggio sulla misericordia. Ha esortato i preti a diventare, ad essere dei confessori con il cuore aperto all’accoglienza dei peccatori. Proprio il Curato d’Ars ci ha insegnato quest’arte di ricevere i peccatori con cuore aperto. La cosa unica è che in questo stesso ambito il Papa ci insegna a prendere anche noi, come sacerdoti, l’abitudine della Confessione. Abbiamo visto il Papa inginocchiarsi, il marzo scorso, durante la liturgia penitenziale, davanti al suo confessore, nella Basilica di San Pietro. Io penso che sia un’immagine che ci deve essere molto cara. Il Papa ha detto – e lo ripete sempre – “Io sono un peccatore”. E ogni peccatore ha bisogno di essere purificato e di incontrare la misericordia del Signore. Io direi che un grande esempio che avvicina il Santo Curato d’Ars e Papa Francesco sia la predica sulla misericordia e l’esercizio della misericordia per gli altri e per se stessi.

D. – L’Anno della misericordia è vicino. Quali frutti potrà dare questo anno così speciale, in particolare ai sacerdoti nel loro ministero?
R. – I sacerdoti oggi lavorano tanto. Quindi vorrei che questo Anno della misericordia portasse ulteriore lavoro ai sacerdoti, ma non un lavoro burocratico, non un lavoro amministrativo, ma un lavoro veramente sacerdotale, un lavoro proprio nel senso profondo di ricevere i frutti di questo incontro con Dio nella vita liturgica, nel Sacramento della riconciliazione, ed anche una necessità di approfondire la fede. Confido che l’Anno giubilare porterà lavoro ai sacerdoti, però un vero lavoro sacerdotale, che li affatichi di più, nel senso di una fatica salutare. Fatica, impegno, sacrificio nel senso che Dio vuole e che il Papa desidera.

D. – Qual è la cosa che, anche considerando le conversazioni che ha potuto avere con il Santo Padre, sta più a cuore a Papa Francesco riguardo ai sacerdoti?
R. – Io ricordo un incontro con il Papa qui in Congregazione, lo scorso mese di maggio, quando il Papa disse: “Si parla tanto della riforma della Curia Romana – il  Papa stava visitando i dicasteri della Curia Romana – ma la riforma della Curia è legata ad una riforma della Chiesa, ad una rinnovata riscoperta del Vangelo. E a questo rinnovamento della Chiesa, si arriva solamente attraverso il ministero dei sacerdoti”. Ecco, quindi torniamo alla questione di sempre: il peso dei sacerdoti nella vita ecclesiale. Il Papa desidera molto l’autenticità della vita. Il Papa ci dà un grande esempio di vicinanza al popolo cristiano. Il sacerdote ha in Papa Francesco un vero modello, un modello vicino. C’è nella vita di Papa Francesco, nel suo stile di essere vescovo e di essere sacerdote, un qualche cosa che accomuna e ricorda a tutti i sacerdoti della Chiesa alcune esigenze primordiali, sostanziali: vita di preghiera, disciplina personale, dedizione apostolica, amore per il gregge, stare con il proprio gregge… pastori del gregge, fedeli, umili, semplici. La gente ascolta ciò che diciamo, guarda come agiamo, le nostre azioni, ma soprattutto considera ciò che siamo!

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La misericordia e il perdono spalancano le porte dei cuori
Mi ricorderò sempre di come ho conquistato un’anima. Vi racconto questa stupidaggine: riguarda un ragazzo della Parrocchia. C’erano dei ragazzi di Parrocchia che erano dei somarelli a scuola e non avevano voglia di studiare a cui dissi “sentite ragazzi faccio un fioretto vi farò delle lezioni di latino” nonostante tutto il lavoro che avevo da fare, però un paio di volte alla settimana facevo la lezione a sei o sette ragazzi. Un giorno uno di loro si presentò alla lezione di latino con il suo cane e, quest’ultimo, continuava ad abbaiare mentre gli altri ragazzi ridevano a questa scenetta… “ma scusa”, dico, “porta fuori il cane”, non l’avessi mai detto! Ha preso il cane e se n’è uscito; non veniva più in Chiesa. Non dovevo dire una cosa del genere. Sapete cosa ho fatto? Gli ho telefonato e gli ho detto “ti chiedo scusa, sono stato maleducato”.

Facendo questo ho conquistato un’anima, se non lo avessi fatto (e avevo mille ragioni per non farlo) l’avrei persa. Questo è un piccolo esempio di come nella vita familiare la capacità di perdonare è fondamentale, oggi. La misericordia e il perdono ci spalancano le porte dei cuori. Sono quei tratti di santità che hanno una valore sociale e familiare incredibili. Sono quelle che Gesù ci dice: “siate misericordiosi come il Padre Celeste”, “nella misura in cui giudicate sarete giudicati”, “perdonate e vi sarà perdonato”, “date e vi sarà dato”.

di padre Livio Fanzaga – Radio Maria
Per approfondire  2e2mot5 dans Diego Manetti La misericordia e il perdono

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Il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace

Posté par atempodiblog le 11 février 2015

“Per me la predicazione più efficace del sacerdote è sempre stata la sua vita. Un buon prete non ha nulla da dirmi: io lo guardo e ciò mi basta”.

François Mauriac

Il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace dans Fede, morale e teologia 2yv0xgo

Gli omileti che hanno inciso più profondamente nella vita dei fedeli sono precisamente i testimoni di questa intima, cordiale unione con il mistero di Dio.

Si pensi – solo per fare qualche esempio – a Francesco d’Assisi. E’ stato detto che del “profumo del Vangelo” sono a tal punto ripieni i suoi scritti (come lo erano, per quanto possiamo saperne, le sue omelie), che se si togliesse il Vangelo non vi rimarrebbe più nulla. Oppure si pensi a san Carlo Borromeo, e alla celebre Omelia 45, nella quale il santo vescovo si rivolge direttamente al Crocifisso: “Perché hai voluto nascere in così bassa condizione, vivere sempre in essa e morire tra le ignominie? Perché hai sofferto tante fatiche, tante offese, tanti oltraggi, tanti dolori e tante piaghe, e alla fine una morte così crudele, versando il tuo sangue fino all’ultima goccia?…”. E san Carlo conclude la sua omelia proclamando “veramente felici coloro che hanno impresso nel cuore Cristo crocifisso, e non svanisce mai”.

Si pensi ancora al santo Curato d’Ars, che sul più bello interrompeva la sua omelia, per rivolgersi con intensità ineffabile al Tabernacolo, dicendo semplicemente: “Ma che importa tutto questo? Egli è là!…”.

Ma forse l’esempio più impressionante viene da una singolare omelia di san Luigi M. Grignion de Monfort. Salito sul pulpito all’ora stabilita, il predicatore estrae il suo crocifisso, e senza dire parola si ferma a contemplarlo lungamente, dando sfogo al pianto. Il popolo, a sua volta, non riesce a trattenere le lacrime, quando il predicatore scende e presenta a ciascuno il crocifisso per il bacio. “La predica era stata corta”, commenta il biografo, “ma non occorre meno di tutta la vita di un santo per prepararla”.

[...]

Stando al loro magistero, il “caso serio” dell’omelia si colloca più sul versante della testimonianza di vita (ecco l’impegno penitenziale, di conversione) che non su quello della metodologia e delle tecniche (senza ovviamente sottovalutare questo secondo versante).

Può servire anche per il predicatore ciò che l’allora don Joseph Ratzinger scriveva in Introduzione al cristianesimo a proposito del teologo. Il predicatore non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte “per mestiere”. Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene – egli deve essere come il discepolo innamorato, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro, e da lì ricava il suo modo di pensare, di parlare e di agire.

Alla fine di tutto, il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.

di Monsignor Enrico Dal Covolo
Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense
Fonte: Zenit

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Triduo al santo Curato d’Ars

Posté par atempodiblog le 1 août 2014

Questo triduo può essere recitato in preparazione della festa del Santo, il 4 agosto, dall’1 al 3 agosto, o in qualsiasi momento per le proprie necessità.

Triduo al santo Curato d'Ars dans Preghiere 2qxanub

San Giovanni Maria Vianney, voi ci avete indicato “la via del Cielo” ai fedeli, mostraci il cammino dell’amicizia e della vita con il Padre.

Aiutaci a gustare la felicità di conoscere Gesù Cristo, ad amarLo e farLo amare.
Come voi, scopriamo la gioia di vivere nella grazia dello Spirito Santo, a seguirLo con fiducia nella fede.

Insegnaci ad amare e vivere sempre più i Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. E’ lì che incontriamo il Signore in verità per crescere nella vera libertà e lasciarci santificare. Che la sua presenza nel Santissimo Sacramento ci attiri, ci riempia e sia per ciascuno fonte di consolazione.

Aiutaci a scoprire che la Parola di Dio è una luce per oggi e una guida per amare e servire i nostri fratelli nella gioia, specialmente i più poveri e i più piccoli.

Tu sei il “patrono di tutti i sacerdoti dell’universo” e un modello pieno di carità per ogni prete. Noi ve li affidiamo e preghiamo per loro; teneteli nella pace e nella fedeltà alla Chiesa.

Santo Curato d’Ars, aiutaci ad essere sempre più testimoni della misericordia; fate crescere in noi il desiderio di essere santi.

Amen.

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Al momento dell’assoluzione

Posté par atempodiblog le 15 juin 2014

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“Il buon Dio, al momento dell’assoluzione, si getta i nostri peccati dietro le spalle, vale a dire li dimentica, li cancella: non riappariranno mai più”.

S. Giovanni M. Vianney – Curato d’Ars

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Prima di tutto, la conoscenza della verità

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2013

Prima di tutto, la conoscenza della verità dans Citazioni, frasi e pensieri 2hhoocn

Figli miei, la parola di Dio non è certo poca cosa! Le prime parole che Nostro Signore rivolse ai suoi Apostoli furono: “Andate e ammaestrate…”. Questo per mostrarci che la conoscenza della verità deve essere posta al di sopra di ogni cosa.
Cosa ci ha fornito la nostra religione? Gli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Cosa ci fa sentire l’orrore del peccato… ci fa avvertire la bellezza della virtù… e nascere in noi il desiderio del cielo? Gli insegnamenti. Che cos’è che fa conoscere ai padri e alle madri i doveri che hanno nei confronti dei loro figli e ai figli i doveri che hanno verso i loro genitori? Gli insegnamenti.
Figli miei, perché siamo così ciechi e così ignoranti? Perché non facciamo affatto caso alla parola di Dio…
Se una persona è istruita, c’è sempre la possibilità che si riprenda. Per quanto si perda in ogni sorta di brutta strada, si può sempre sperare, che presto o tardi torni al buon Dio, foss’anche in punto di morte. Al contrario, una persona che è ignorante nella propria religione, è come un moribondo che ha perso conoscenza: non conosce né la gravità del peccato, né la bellezza della sua anima, né il valore della virtù; si trascina di peccato in peccato.

Una persona istruita ha sempre due guide che camminano davanti a lei: il consiglio e l’obbedienza.
Credo che una persona che non ascolta la parola di Dio come si deve, non si potrà salvare: non saprà mai cosa bisogna fare per ottenere la salvezza.
Figli miei, penso spesso che la maggior parte dei cristiani che si dannano, si dannano a causa della loro ignoranza.

Tratto da: Curato d’Ars, Pensieri scelti e fioretti, ed. San Paolo

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Il Curato d’Ars e la confessione

Posté par atempodiblog le 27 mars 2013

Il Curato d’Ars e la confessione  dans Fede, morale e teologia confessionez

«La vita di Giovanni Maria Vianney è trascorsa in confessionale». Così diceva l’abbé Alfred Monnin, che aveva frequentato il Curato per più di cinque anni, e del quale sarebbe divenuto biografo. Alcuni tratti distintivi della cura d’anime, intessuta dal santo patrono dei parroci nell’ombra discreta in cui si celebra il sacramento della penitenza, li ha ripercorsi di recente Philippe Caratgé, moderatore della società sacerdotale San Giovanni Maria Vianney, nella sua relazione al convegno internazionale svoltosi ad Ars a fine gennaio, di cui saranno prossimamente pubblicati gli atti.

Per il Curato d’Ars – lo si ricava dalle sue lezioni di catechismo – una buona confessione deve essere umile, semplice, prudente e totale. Occorre «evitare tutte quelle accuse inutili, tutti quegli scrupoli che fanno dire cento volte la stessa cosa, che fanno perdere tempo al confessore e snervano quelli che sono in attesa di confessarsi». Bisogna «confessare quello che è incerto come incerto, e quello che è certo come certo». L’essenziale è «evitare ogni simulazione: che il vostro cuore sia sulle vostre labbra. Voi potete imbrogliare il vostro confessore, ma ricordatevi che non imbroglierete mai il buon Dio, che vede e conosce i vostri peccati meglio di voi». Lui stesso passava poco tempo con chiunque andasse a inginocchiarsi al suo confessionale, affinché il tempo fosse sufficiente per tutti. Confessioni brevi, parole brevi. Eppure non c’era uno solo dei penitenti che non si sentisse fatto oggetto di una sollecitudine particolare, di una dedizione sempre pronta ad approfittare di ogni minimale apertura all’azione dello Spirito, che «come un giardiniere non finisce mai di lavorare la terra» (Caratgé), anche quella dei cuori più induriti. «Per me», ripete Jean-Marie a proposito della riparazione da richiedere ai penitenti, «vi dirò la mia ricetta. Io do loro una piccola penitenza, e io faccio il resto al posto loro». La cosa che conta, dice il Curato, è avere almeno un po’ di contrizione dei propri peccati. Con una contrizione perfetta si viene perdonati «ancor prima di ricevere l’assoluzione». Quindi «bisogna mettere più tempo a domandare la contrizione che a esaminarsi».

Per il Curato, la confessione è il dono inimmaginabile che Dio tira fuori a sorpresa per salvare i suoi figli in pericolo: «Ragazzi miei, non si può comprendere la bontà che ha avuto Dio per istituire questo grande sacramento. Se noi avessimo avuto una grazia da domandare a Nostro Signore, non avremmo mai immaginato di domandargli quella là. Ma lui ha previsto la nostra fragilità e la nostra incostanza nel bene, e il suo amore  l’ha portato a fare ciò che noi non avremmo mai osato domandargli».

Ancor di più, è un dono che rivela nel modo più intimo la natura stessa del mistero della Trinità. Recluso nel suo confessionale, il cuore semplice del Curato assapora in maniera imparagonabile il mistero del cuore stesso di Dio. I perdoni imperfetti degli uomini talvolta sembrano elargizioni concesse a caro prezzo, fatte quando vogliamo apparire buoni. Il perdono di Dio è un’altra cosa. «Come potremmo noi disperare della Sua     misericordia, dal momento che il Suo più grande piacere è di perdonarci», scrive il Curato. Per questo il tesoro della misericordia divina è inesauribile, e nessuno può pensare di mettere in conto i doni della grazia. Come se fossero debiti che prima o poi si paga, con cui ci si mette a paro con le proprie prestazioni. Perché per Dio stesso perdonare è il massimo godimento. E questo lo fa diventare mendicante del cuore dell’uomo. «La sua pazienza ci aspetta», rassicura il Curato. Di più: «Non è il peccatore che torna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo fa ritornare a Lui».

di Gianni Valente – 30Giorni

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Quando si vuol distruggere la religione…

Posté par atempodiblog le 24 février 2013

Quando si vuol distruggere la religione... dans Citazioni, frasi e pensieri Curato-d-Ars

“Quando si vuol distruggere la religione, si comincia con l’attaccare il sacerdote, perché là dove non c’è più sacerdote, non c’è più sacrificio né religione”.

S. Giovanni M. Vianney – Curato d’Ars

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La preghiera è onnipotente presso Dio

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2012

La preghiera è onnipotente presso Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Curato-d-Ars

“Cè un uomo più potente di Dio: è l’uomo che prega.
La preghiera è onnipotente presso Dio. Dio si conquista facilmente con la preghiera. E’ impossibile che Egli possa rifiutarci ciò che gli chiediamo nella preghiera”.

S. Giovanni M. Vianney – Curato d’Ars

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Un santo in canonica

Posté par atempodiblog le 4 août 2012

Un santo in canonica
Tra rivoluzione e restaurazione: il Curato d’Ars

Un santo in canonica dans Santo Curato d'Ars

I 41 anni di ministero di Giovanni Maria Vianney – il Curato d’Ars nato nel 1786, morto nel 1859, canonizzato nel 1925 – rappresentano uno dei casi più esemplari, e insieme anomali, di testimonianza pastorale tra rivoluzione e restaurazione. Dal 1818 al 1859, più o meno consapevolmente, egli rappresenta la sfida di una Chiesa espropriata, disarmata e ferita, alle devastazioni morali e religiose della rivoluzione, e poi ai recuperi religiosi, in genere velleitari, tentati fra Napoleone I e Napoleone III.
Giovanni Maria Vianney, figlio di pastori, diventato parroco dell’umile borgata di Ars presso Bourg-en-Bresse, vive da solo – o quasi – un fenomeno profondamente rinnovatore, pur negli schemi più rigidi e tradizionali dell’ascetica e della pratica pastorale, rieducando a vivere la fede soprattutto per mezzo del catechismo e dei sacramenti. A un certo momento Ars non riesce più a contenere i pellegrini e i penitenti che vi giungono, attratti dalla fama di santità del Curato. Egli è più un confessore che un catechista e un predicatore. La forza della sua testimonianza personale e della sua azione di parroco si sviluppa tutta tra il confessionale e l’altare.
Di personalità complessa, di estrema e spesso imprevedibile sensibilità, tanto da apparire “strano” sopportando anche calunnie, Vianney si presenta con la “semplicità di un bambino”, come riferisce un testimone. Dice cose comuni, non va oltre l’abc della dottrina tradizionale; ripete cose scontate e risapute; eppure, “la banalità di certe frasi scompare sulla sua bocca”. Nei primi anni prende addirittura di peso le prediche da manuali stereotipi: pure, il miracolo si ripete e cresce. In quel criterio catechistico, schematico, elementare, Vianney è dotato, coi “peccatori”, di una immensa dolcezza, pari alla dedizione che lo fa stare in confessionale per giornate intere; tanto da doversi decidere a mangiare lì dentro qualche pezzo di cioccolato e a sorbire qualche tazza di latte, lui che dicono di nutra, per solito, solo di patate ammuffite.
Vianney non conosce le problematiche culturali: crede piuttosto alla preghiera, alla penitenza, alla pietà, e spesso riesce anche ad accenderle con un lampo di ironia su se stesso. Ama la solitudine totale e soffre perché non può viverla, ma ha terrore della morte: soprattutto, di morire ancora parroco. Il suo mondo si esaurisce nella sua Chiesa, che addobba con arredi di commovente pessimo gusto, secondo i canoni vigenti della devozione, suggeriti dalla congregazione parigina di San Sulpizio.
La forza del suo ministero sta soprattutto nel contatto a tu per tu con le “anime”, nella confessione. E’ un contatto individualistico, un misterioso scandaglio di migliaia di coscienze, messe in crisi prima dalla dissacrazione rivoluzionaria, poi dall’indifferenza dell’ateismo borghese. Egli ha un solo scopo: riportarle “in grazia di Dio”. Tutto il suo zelo gravita a conferma di verità elementari: grazia, peccato, vita, morte, inferno, paradiso, eternità.
Poche altre volte, nella pastorale moderna, i Novissimi sono stati riaffermati e vissuti come abc della fede con tanto vigore e candore, quali pilastri della “conversione” e della “santificazione”. La spiegazione di questo successo è lui medesimo, l’uomo e il prete Vianney, più che il suo metodo. Eppure, dietro la sua semplicità, anche i grandi atei e agnostici intuiscono un “mistero”. Vianney, sepolto nella sua “provincia addormentata”, è una spina nella coscienza della Francia indifferente.
La sua ovvietà, la sua semplicità quasi banale, nasconde un conflitto che attira, anche dopo la sua morte, gli scrittori credenti e intellettuali cinici. Vianney crede in Satana, lo “sente” e lo vede, lo interpella, lo combatte e lo esorcizza. Un secolo dopo, Gerges Bernanos, il grande romanziere cristiano, drammatizza e descrive proprio il Curato d’Ars nell’abbé Donissan di Sotto il sole di Satana. E per interlocutore e antagonista gli oppone uno scrittore scettico che è l’incarnazione “satanica” dell’orgoglio culturale: André Gide. E’ lui, nel romanzo, che trova Donissan morto “in trincea”, cioè in confessionale.

Padre Nazareno Fabbretti

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Verrà un giorno…

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2012

Uomo di preghiera  dans Fede, morale e teologia arss

Verrà un giorno in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini, che basterà parlare loro di Dio per vederli piangere”.

S. Giovanni M. Vianney – Curato d’Ars

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Una statuina tra le zolle

Posté par atempodiblog le 4 mai 2012

Una statuina tra le zolle dans Don Bruno Ferrero

Giovanni Maria Vianney ancora fanciullo, aveva un fratello maggiore di lui, di nome Francesco, che lo prendeva sempre in giro per le sue incapacità e per la sua religiosità.
Come fare per avere una giusta rivincita? Si propose un modello e questo lo trovò in una piccola statuina della Madonna, che una religiosa gli aveva regalato.
Sentite come ebbe la prima vittoria sul fratello. Mandati tutti e due a zappare nel campo, Francesco, essendo più grande, lo anticipava e lo precedeva nel lavoro. Come raggiungerlo? Giovanni Maria depose alcuni passi davanti a sé la statuina: guardandola, si rincuorava nel lavoro, si sforzava di più e raggiungeva il fratello.
Ma il fratello partiva per la rivincita. Ecco allora che il piccolo riprendeva l’immagine, la collocava di nuovo davanti a sé, si entusiasmava nel lavoro e progrediva.
Così facendo, tenne testa fino a sera al fratello, che a casa dovette, non senza dispetto, confessare alla madre, che Giovanni Maria aveva fatto tanto lavoro come lui. Ma aggiungeva: «La sfida non è stata giusta! Io ero solo, ma lui no, aveva ad aiutarlo la Vergine Maria».

Guarda al modello e imitalo!

“Il Mese di Maggio per i bambini” di Don Bruno Ferrero – Elledici

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Le lotte ci faranno meritare il Paradiso

Posté par atempodiblog le 14 avril 2012

Le lotte ci faranno meritare il Paradiso dans Citazioni, frasi e pensieri

Tutti coloro che possederanno il Paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano, costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno meritare il Paradiso.

S. Giovanni M. Vianney – Curato d’Ars

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