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Ecco perché maggio è il mese di Maria

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.
Riccardo Maccioni – Avvenire

Ecco perché maggio è il mese di Maria dans Articoli di Giornali e News Papa_Francesco

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario
In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi
L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI
Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».

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La bellezza incantevole e la dolcezza ineffabile della Sapienza incarnata

Posté par atempodiblog le 22 mai 2016

La bellezza incantevole e la dolcezza ineffabile della Sapienza incarnata
Da: ‘L’amore dell’eterna Sapienza’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

Montfort

La Sapienza s’è fatta uomo solo per attirare i cuori degli uomini alla sua amicizia ed alla sua imitazione. Ecco perché s’è compiaciuta di adornarsi di tutte le amabilità e dolcezze umane più incantevoli e sensibili, senza difetti né brutture.

I) La Sapienza è dolce nelle sue origini
Se noi la consideriamo nelle sue origini, essa è soltanto bontà e dolcezza. È dono dell’amore del Padre ed effetto di quello dello Spirito Santo. È data a noi dall’amore ed è formata dall’amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». È dunque tutta amore, anzi è l’amore stesso del Padre e dello Spirito Santo.

È nata dalla madre più dolce, affettuosa e bella, dalla divina Maria. Volete spiegarmi la dolcezza di Gesù? Spiegatemi prima la dolcezza di Maria sua madre, alla quale egli somiglia nella soavità del temperamento. Gesù è figlio di Maria e, perciò, in lui non si trova né fierezza né rigore né bruttezza e ancora infinitamente meno che nella madre, perché è la Sapienza eterna, la dolcezza e la bellezza stessa.

II) È dolce, secondo i profeti
I profeti, ai quali venne rivelata in anticipo la Sapienza incarnata, la chiamano pecorella e agnello mansueto. Predicono che per la sua dolcezza non spezzerà una canna incrinata, e non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, cioè che avrà tanta bontà che quando un povero peccatore sarà mezzo affranto, accecato, perduto per le proprie colpe e quasi con un piede nell’inferno, non lo lascerà perdersi del tutto, a meno ch’egli stesso non la costringa.

San Giovanni Battista, che per quasi trent’anni restò nel deserto a meritarsi con le sue austerità la conoscenza e l’amore della Sapienza incarnata, appena la vide, additandola ai discepoli, esclamò: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!». Non disse infatti come sembra avrebbe dovuto: «Ecco l’Altissimo, ecco il Re della gloria, ecco l’Onnipotente…». Conoscendola però a fondo più di qualsiasi altro uomo del passato o del futuro, disse: «Ecco l’agnello di Dio! Ecco la Sapienza eterna che per inebriare i cuori e rimettere i nostri peccati ha unito in sé tutte le dolcezze di Dio e dell’uomo, del cielo e della terra!».

III) È dolce nel nome
Ma che cosa ci dice il nome di Gesù, il nome proprio della Sapienza incarnata, se non carità ardente, amore infinito e dolcezza incantevole?

Gesù, Salvatore, colui che salva l’uomo, colui del quale è prerogativa amare e salvare l’uomo! «Nulla si canta di più soave, nulla si ascolta di più giocondo, nulla si pensi di più dolce di Gesù, il Figlio di Dio!»
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Oh, quanto è dolce all’orecchio ed al cuore di un’anima predestinata il nome di Gesù! «È miele sulla bocca, melodia nell’orecchio, giubilo nel cuore!».

IV) È dolce nel volto
«Gesù è dolce nel volto, dolce nelle parole, dolce nelle azioni».

L’amabilissimo Salvatore aveva un volto così dolce e buono, che invaghiva i cuori e gli occhi di quanti lo vedevano. I pastori che vennero a trovarlo nella stalla furono attratti dalla dolcezza e soavità del suo viso, tanto che restavano giorni interi come rapiti fuori di sé a guardarlo. I re, anche i più fieri, non appena conobbero le dolci attrattive di questo bel bambino, deposta ogni fierezza, caddero senza difficoltà ai piedi della sua culla.

Quante volte si dissero l’un l’altro: «Amici, com’è dolce star qui! Non si trovano nei nostri palazzi gaudii simili a quelli che si gustano in questa stalla alla vista di questo Dio-bambino!».

Quando Gesù era giovanissimo, le persone afflitte ed i bambini venivano da tutti i paesi vicini per vederlo e gioire con lui. Si dicevano a vicenda: «Andiamo a vedere il piccolo Gesù, il bel bambino di Maria». La bellezza e la maestà del suo volto, diceva san Giovanni Crisostomo, erano così dolci ed al tempo stesso così imponenti, che quanti lo videro non poterono non amarlo.

Qualche re molto distante dalla sua terra, alla fama della sua bellezza volle averne il ritratto, e si racconta che nostro Signore medesimo lo abbia inviato al re Abgar in segno di speciale benevolenza.

Alcuni autori assicurano che i soldati romani ed i giudei gli velarono il volto per maltrattarlo e schiaffeggiarlo con maggior libertà, perché dai suoi occhi e dal viso gli traspariva uno splendore di bellezza così dolce ed incantevole che disarmava i più crudeli.

V) È dolce nelle parole
Gesù è dolce nelle parole. Mentre viveva in terra, conquistava tutti con la dolcezza delle parole, e non lo si udì mai alzare troppo la voce né discutere con animosità, proprio come avevano predetto i profeti: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce».

Chi l’ascoltava spassionatamente era colpito dalle parole di vita che uscivano dalla sua bocca, tanto da esclamare: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!». E chi lo odiava, molto sorpreso dall’eloquenza e sapienza delle sue parole, si chiedeva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza?».

Parecchie migliaia di umili persone abbandonarono le case e le famiglie per andarlo ad ascoltare fin nell’interno del deserto, trascorrendo diversi giorni senza bere e senza mangiare, solo sazi della soavità della sua parola.

E con la dolcezza del parlare, quasi come un’esca, attrasse gli apostoli alla sua sequela, guarì gli ammalati più incurabili, consolò i più afflitti. A Maria Maddalena, desolata, disse soltanto «Maria!» e la colmò di gioia e di dolcezza.

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Maria: madre, signora e trono della divina Sapienza

Posté par atempodiblog le 28 avril 2016

Montfort

Nessuno, al di fuori di Maria, ha trovato grazia davanti a Dio per sé e per tutto il genere umano. Nessuno, al di fuori di lei, ha avuto il potere di incarnare e far nascere l’eterna Sapienza e può ancora oggi, in collaborazione con lo Spirito Santo, incarnarlo, per così dire, nei predestinati. I patriarchi, i profeti e i santi personaggi dell’antica legge avevano gridato, sospirato e domandato l’incarnazione dell’eterna Sapienza. Ma nessuno aveva potuto meritarla. Soltanto Maria con la sublimità delle sue virtù, poté raggiungere il trono della divinità e meritare quell’infinito beneficio. È diventata madre, signora e trono della divina Sapienza.

Tratto da: L’Amore dell’Eterna Sapienza di San Luigi Maria Grignion de Montfort

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Maria, Madre di Dio e Madre nostra

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2016

Maria Madre di Dio

“L’uno e l’altro è nato in esso”, dice lo Spirito Santo. Secondo la spiegazione di alcuni Padri, il primo uomo nato da Maria è l’Uomo-Dio, Gesù Cristo; il secondo è il semplice uomo, figlio di Dio e di Maria per adozione. Se Gesù Cristo, il Capo degli uomini, è nato in lei, anche i veri credenti, che sono membri di questo Capo, devono per conseguenza necessaria nascere in lei. Una stessa madre non mette al mondo la testa, o il capo, senza le membra, né le membra senza la testa: sarebbe un mostro della natura. Così nell’ordine della grazia, il capo e le membra nascono da una stessa madre. Se un membro del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè un vero credente, nascesse da un’altra madre, diversa da Maria che ha generato il Capo, non sarebbe un autentico credente, né un membro di Gesù Cristo, ma una specie di mostro nell’ordine della grazia.

Di più. Essendo Gesù Cristo oggi più che mai il frutto di Maria, infatti il cielo e la terra ripetono mille e mille volte al giorno: “E benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù”, è sicuro che Gesù Cristo è per ciascun uomo in particolare che lo possiede, e per tutti in generale, vero frutto e opera di Maria. Se un fedele ha Gesù Cristo formato nel suo cuore, può dire con certezza: “Grazie a Maria: ciò che io possiedo è effetto e frutto suo; senza di lei non l’avrei”. A lei si possono applicare, con più verità che san Paolo non le applichi a se stesso, queste parole: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi”. “Io genero ogni giorno i figli di Dio, fino a tanto che in loro sia formato nella sua piena maturità Gesù Cristo, mio Figlio”. Sant’Agostino, superando se stesso e quanto ho appena detto, scrive che tutti i veri fedeli, per essere conformi all’immagine del Figlio di Dio, sono in questo mondo nascosti nel grembo della Santa Vergine, dove vengono custoditi, nutriti, curati e fatti crescere da questa buona Madre, fino al momento di darli alla luce nella gloria, dopo la morte, che è esattamente il giorno della loro nascita, come la Chiesa chiama la morte dei giusti. O mistero di grazia, sconosciuto a chi non ha fede e poco conosciuto anche dai credenti!

Dio Spirito Santo vuole formarsi degli eletti in lei e per mezzo di lei e le dice: “Metti radici nei miei eletti”. Mia amatissima e mia Sposa, metti la radice di tutte le tue virtù nei miei eletti, perché crescano di virtù in virtù, di grazia in grazia. Io ho preso tanto diletto in te quando vivevi sulla terra, nella pratica delle virtù più sublimi, che io desidero trovarti ancora sulla terra, senza per questo lasciare il cielo. Perciò ti devi riprodurre nei miei eletti: che io possa vedere in essi con piacere le radici della tua fede incrollabile, della profonda umiltà, della mortificazione universale, dell’orazione sublime, della carità ardente, della ferma speranza e di tutte le tue virtù. Tu rimani sempre la mia Sposa, fedele, pura e feconda più che mai: la tua fede mi dia fedeli, la tua purezza vergini, la tua fecondità eletti e templi di Dio.

Quando Maria ha messo le sue radici in un’anima, vi produce meraviglie di grazia, come lei sola può fare, poiché lei sola è la Vergine feconda, che non ha mai avuto, né mai avrà chi le somigli in purezza e fecondità. Maria ha prodotto, con lo Spirito Santo, la più grande opera che mai sia stata e potrà essere: un Dio-Uomo, per conseguenza sarà lei a realizzare le più grandi meraviglie che avverranno negli ultimi tempi. A lei è riservata la formazione e l’educazione dei grandi santi che vivranno verso la fine del mondo, non c’è che questa Vergine singolare e miracolosa che possa produrre, in unione con lo Spirito Santo, le imprese singolari e straordinarie.

Quando lo Spirito Santo, suo Sposo, l’ha trovata in un’anima, vi vola e vi entra con pienezza, si comunica a quest’anima con abbondanza e nella misura in cui trova spazio la sua Sposa. Uno dei principali motivi per cui lo Spirito Santo oggi non compie meraviglie clamorose nelle anime, è che non vi trova un’unione abbastanza forte con la sua fedele e indissolubile Sposa. Dico indissolubile Sposa, perché da quando questo Amore sostanziale del Padre e del Figlio ha sposato Maria per generare Gesù Cristo, capo degli eletti, e per riprodurre Gesù Cristo negli eletti, non l’ha mai abbandonata, perché ella è stata sempre fedele e disponibile.

dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di San Luigi Maria Grignon de Montfort

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La devozione alla Santa Vergine è necessaria per la salvezza

Posté par atempodiblog le 4 octobre 2015

La devozione alla Santa Vergine è necessaria per la salvezza [...] nei Fioretti di san Francesco, quando in estasi vide una grande scala che portava in cielo; in cima ad essa vi era la Vergine Santa e gli fu indicato che per arrivare al cielo bisognava salire per quella scala.

San Luigi Maria Grignon de Montfort

san francesco e Maria

Vide Frate Leone una volta in visione in sogno apparecchiare il divino giudicio. Vide gli Angioli con trombe e diversi strumenti sonare, e convocare mirabile gente in uno prato. E da l’una parte del prato fu posta una scala tutta vermiglia, che aggiugneva dalla terra infino al cielo; e dall’altra parte del prato fu posta un’altra scala tutta bianca, che dal cielo iscendeva insino alla terra. Nella sommità della scala vermiglia apparve Cristo, come Signore offeso e molto irato. E santo Francesco era alquanti gradi più giù presso a Cristo; e discese più infra la scala; e con grande voce e fervore dicea e chiamava: Venite, Frati miei, venite confidentemente, non temete, venite, appressatevi al Signore, perocchè vi chiama. Alla voce di Santo Francesco, e alla sua connunzione andavano i Frati, e salivano su per la scala vermiglia con grande confidanza. Essendo montati tutti, alcuno cadeva del terzo grado, alcuno del quarto grado, altri del quinto, e del sesto: e tutti conseguente caggevano, che nullo ne rimase in su la scala. Santo Francesco a tanta rovina de’ suoi Frati mosso a compassione come piatoso padre, pregava il giudice per li figliuoli, che gli ricevesse a misericordia. E Cristo dimostrava le piaghe tutte sanguinose, e a Santo Francesco diceva: Questo m’hanno fatto i Frati tuoi. E poco stante, in questa sua rogazione discendeva alcuno grado, e chiamava i Frati caduti della scala vermiglia, e dicea: Venite, state suso, figliuoli e Frati miei; confidatevi e non vi disperate, correte alla scala bianca, e montate su, perocchè per essa voi sarete ricevuti nel reame del cielo, correte, Frati, per l’ammaestramento paterno alla scala bianca. E nella sommità della scala apparve la gloriosa Vergine Maria madre di Gesù Cristo, tutta pietosa e clemente; e ricevea questi Frati, e senza alcuna fatica entrarono nel reame eterno. A laude di Cristo. Amen.

Tratto da: Fonti Francescane

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Il Trattato della vera devozione alla Beata Vergine: elogi da parte dei Papi

Posté par atempodiblog le 28 avril 2015

Il Trattato della vera devozione alla Beata Vergine: elogi da parte dei Papi
di padre Stefano De Fiores

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San Pio X raccomandò “caldamente il Trattato della vera devozione alla beata vergine Maria mirabilmente composto” (1908). Benedetto XV lo ritenne un libretto “di somma soavità e di grande peso” (1916). Pio XII invitò i pellegrini convenuti per la canonizzazione del Montfort ad “attingere nel tesoro degli scritti e degli esempi del nostro Santo ciò che ha costituito il fondo della sua devozione mariana”, ricordando però che nessuna forma ne può rivendicare il monopolio nella Chiesa (1947).

Più recentemente Paolo VI ha esortato a scoprire sempre più i segreti dell’esperienza spirituale del Montfort: “Vivere e annunciare Gesù Cristo, Sapienza Eterna, far conoscere e amare Maria, che conduce sicuramente a Gesù” (1973). Lo stesso papa si era posto su una linea monfortana invitando “tutti i figli della Chiesa a rinnovare personalmente la propria consacrazione al Cuore Immacolato della Madre della Chiesa (Signum magnum, 13-5-1907).

Il massimo grado di ufficialità è raggiunto dal Montfort con Giovanni Paolo II. Questi si dichiara debitore del Trattato della vera devozione a Maria per la “svolta decisiva” impressa alla sua devozione mariana mentre lavorava da seminarista clandestino alla Solvay di Cracovia: “Ricordo d’averlo portato per molto tempo con me, anche nella fabbrica di soda, tanto che la sua bella copertina era macchiata di calce. Rileggevo continuamente l’uno dopo l’altro certi passi. […] Ne è conseguito che alla devozione della mia infanzia e anche della mia adolescenza verso la Madre di Cristo si è sostituito un nuovo atteggiamento, una devozione venuta dal più profondo della mia fede, come dal cuore stesso della realtà trinitaria e cristologica”.

Non meraviglia pertanto che l’unico autore moderno citato da Giovanni Paolo II nell’enciclica  Redemptoris Mater (1987) sia proprio il Montfort. Non solo per l’influsso da lui ricevuto, ma soprattutto a motivo dell’impostazione cristocentrica della spiritualità mariana esposta nel Trattato: “[…] mi è caro ricordare, tra i tanti testimoni e maestri di tale spiritualità, la figura di san Luigi Maria Grignion de Montfort il quale proponeva ai cristiani la consacrazione a Cristo per le mani di Maria, come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali”.

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Perfetta devozione e unione con la Vergine secondo l’insegnamento del Montfort

Posté par atempodiblog le 28 avril 2015

Perfetta devozione e unione con la Vergine secondo l’insegnamento del Montfort dans Citazioni, frasi e pensieri 2a5anlt
28 aprile, memoria liturgica

“Eccomi, o Gesù, fatto da Voi stesso degno d’essere ricevuto e assimilato da Voi! Gesù è opera dello Spirito Santo e di Maria. Né in me si potrà diversamente riprodurre Gesù! Che in me sia Maria SS.!

Che io mi trasformi in Maria e allora non mancherà lo Spirito di sopravvenire in me e di formare in me Gesù Cristo. Viva dunque io della perfetta devozione e unione con la Vergine secondo l’insegnamento del servo suo Luigi Maria Grignon de Montfort”.

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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La volontà di Dio è la nostra santificazione

Posté par atempodiblog le 28 avril 2015

“Bada bene: nel mondo ci sono molti uomini e molte donne, e il Maestro non tralascia di chiamarne neppure uno. Li chiama a una vita cristiana, a una vita di santità, a una vita di elezione, a una vita eterna”.

“Ci sentiamo scossi, e il cuore batte più forte, quando ascoltiamo con attenzione il grido di san Paolo: Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione. Oggi, ancora una volta, lo ripropongo a me stesso, lo ricordo a voi e a tutti gli uomini: questa è la volontà di Dio, che siamo santi. Per dare la pace alle anime, ma un pace vera, per trasformare la terra, per cercare il Signore Dio nostro nel mondo e attraverso le cose del mondo, è indispensabile la santità personale”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

La volontà di Dio è la nostra santificazione dans Fede, morale e teologia 21do6le

[...] “decidetevi per la santità”; la Madonna ci fa fare un passo avanti, non basta combattere il peccato, non basta confessarci per avere l’assoluzione dei peccati, occorre un’opzione di fondo, la decisione per la santità che è la vocazione cristiana, cioè il fine della vita, diceva San Paolo “la volontà di Dio è la vostra santificazione”.

Il Concilio Vaticano II nella “Lumen Gentium” numero 41, ha parlato della vocazione universale alla santità, che riguarda tutti i fedeli, una santità che non deve essere necessariamente eccezionale, può anche essere la santità ordinaria, fatta di lotta al peccato e di unione con Dio, nella vita quotidiana, nelle piccole cose fatte con amore, con i doveri fatti per amore, con la dedizione a Dio e al prossimo, attraverso la trafila della vita quotidiana. Con le cose più semplici si può realizzare il cammino di santità purché noi decidiamo per la santità, non teniamo i piedi in due staffe, non facciamo la politica del diavolo e dell’acqua santa nello stesso tempo, ma decidiamo, come diceva il Montfort, per “un’inimicizia radicale fra la Madonna e satana” e così noi, che siamo figli di Maria, dobbiamo avere quest’inimicizia radicale verso il peccato e il suo oscuro ispiratore che è il diavolo.

Commento di padre Livio di Radio Maria al messaggio di Medjugorje del 25 marzo
Trascrizione dall’originale audio ricavata dal sito: Medjugorje Liguria

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Incarnazione dell’eterna Sapienza

Posté par atempodiblog le 25 mars 2015

Incarnazione dell’eterna Sapienza
Da ‘L’amore dell’eterna Sapienza’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

Incarnazione dell'eterna Sapienza dans Fede, morale e teologia 2isxncg

Il Verbo eterno, la Sapienza increata, avendo deciso nel consiglio della Trinità Santa di farsi uomo per restaurare l’uomo decaduto, fece conoscere ad Adamo – come si crede – e promise agli antichi patriarchi – come dice la S. Scrittura – che si sarebbe incarnato per riscattare l’umanità.
Per questo nel corso delle migliaia di anni seguenti alla creazione, tutti i santi personaggi della Legge antica chiesero il Messia con insistenti preghiere. Gemevano, piangevano, gridavano: «O nubi, piovete il Giusto! O terra, produci il Salvatore!». «O Sapienza che esci dalla bocca dell’Altissimo, vieni a liberarci!».
Ma le loro grida, preghiere e sacrifici non ebbero sufficiente forza per attirare dal seno del Padre l’eterna Sapienza, il Figlio di Dio. Levavano le braccia al cielo, ma non erano abbastanza lunghe per raggiungere il trono dell’Altissimo.
Facevano continuamente a Dio dei sacrifici, anche del loro cuore, ma non erano di tale valore da meritare questa grazia somma.

Da ultimo, essendo giunto il momento stabilito per la redenzione degli uomini, la Sapienza si costruì una casa, un’abitazione degna di sé. Creò e formò la divina Maria nel seno di sant’Anna, con un gaudio maggiore di quello provato nel creare l’universo. È impossibile esprimere le ineffabili comunicazioni della Trinità santissima a questa bella creatura, ed anche indicare la fedeltà con la quale Maria corrispose alla grazia del suo Creatore.

Il travolgente fiume dell’infinita bontà di Dio, bruscamente arrestato dal peccato degli uomini all’inizio del mondo, si riversa con veemenza e pienezza nel cuore di Maria. La Sapienza eterna le concede tutte le grazie che Adamo ed i suoi discendenti avrebbero ricevuto dalla sua generosità se fossero rimasti nella giustizia originale. Infine – dice un santo – l’intera pienezza della divinità si diffuse in Maria per quanto una creatura ne era capace.
O Maria! Capolavoro dell’Altissimo, miracolo della Sapienza increata, prodigio dell’onnipotenza, abisso di grazia! Riconosco con tutti i santi che soltanto chi ti ha creata può capire l’altezza, la larghezza e la profondità delle grazie che t’ha fatto.

In quattordici anni di vita, la divina Maria ebbe una tale crescita in grazia e sapienza di Dio ed una così perfetta fedeltà all’amore di lui, da rapire in ammirazione non solo tutti gli angeli, ma pure lo stesso Dio. La sua profonda umiltà spinta fino al nulla, lo incantò; la sua divina purezza, l’attirò; la sua viva fede e le sue frequenti ed amorose preghiere gli fecero dolce violenza. La Sapienza fu amorosamente vinta da così amorose richieste.«Quanto fu l’amore di colei che vinse l’Onnipotente!» esclama sant’Agostino.
Cosa sorprendente! La Sapienza vuole discendere dal seno del Padre fino al seno di una vergine in cui adagiarsi tra i gigli della purezza, e darsi interamente a lei facendosi uomo in lei. Le invia quindi l’Arcangelo Gabriele perché le porga i suoi saluti, e le dica che gli ha conquistato il cuore e che desidera farsi uomo in lei, purché ella ne dia il consenso.
L’Arcangelo esegue l’ambasciata. Assicura Maria che rimarrà vergine pur diventando madre, ed ottiene, vincendo la resistenza di una profonda umiltà, l’ineffabile consenso che la santa Trinità, gli angeli e l’universo attendevano da lunghi secoli.
Inchinata davanti al Creatore, Maria risponde: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto».

Notiamo che nel medesimo istante in cui Maria accondiscende a diventar madre di Dio, si compiono parecchi prodigi. Lo Spirito Santo forma, con il più puro sangue del cuore di Maria, un corpicino, e lo struttura con perfezione. Dio crea la più perfetta anima che sia mai uscita dalle sue mani. La Sapienza eterna, il Figlio di Dio, si unisce, in unità di persona, a quel piccolo corpo ed a quell’anima. Ecco compiersi la più alta meraviglia del cielo e della terra, il prodigioso eccesso dell’amor di Dio: «E il Verbo si fece carne». La Sapienza eterna si è incarnata. Dio è diventato uomo continuando ad essere Dio. E questo Uomo-Dio si chiama Gesù Cristo, cioè Salvatore.

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Celebrazione speciale del mistero dell’Incarnazione

Posté par atempodiblog le 24 mars 2015

Celebrazione speciale del mistero dell’Incarnazione
dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

Celebrazione speciale del mistero dell'Incarnazione dans Fede, morale e teologia 157yjp4

[I devoti di Maria] Avranno una speciale devozione per il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo, il 25 marzo, che è il mistero tipico di questa devozione. Essa infatti è stata ispirata dallo Spirito Santo:

1°. per onorare e imitare la misteriosa dipendenza che il Figlio di Dio ha voluto avere da Maria, a gloria di Dio suo Padre e per la nostra salvezza; tale dipendenza appare in modo particolare in questo mistero, nel quale Gesù Cristo è come prigioniero e schiavo nel seno della divina Maria e da lei dipende in ogni cosa;

2°. per ringraziare Dio delle grazie eccezionali che ha fatto a Maria e particolarmente di averla scelta come sua degnissima Madre: scelta che è avvenuta in questo mistero. Ecco i due fini principali della schiavitù di Gesù Cristo in Maria.

Ti prego di osservare come io dica di solito: schiavo di Gesù in Maria, o schiavitù di Gesù in Maria. In verità, come molti hanno fatto finora, si può anche dire: schiavo di Maria, o schiavitù della Santa Vergine; ma credo sia meglio dirsi schiavo di Gesù in Maria, come il Tronson, superiore generale del Seminario di San Sulpizio, famoso per la sua rara prudenza e per la pietà consumata, lo ha consigliato a un ecclesiastico che lo consultava a questo proposito. Ecco il perché.

1°. Poiché viviamo in un secolo pieno di orgogliosi, con tanti intellettuali pieni di se, spiriti forti e critici, che trovano a ridire anche sulle pratiche di pietà più solide e meglio motivate, per non dare loro occasione di critica senza necessità, è meglio dire schiavitù di Gesù Cristo in Maria, o dirsi schiavo di Gesù Cristo, piuttosto che schiavo di Maria. Così facendo, la presente devozione prende nome da Gesù Cristo, suo fine ultimo, piuttosto che da Maria, che è il cammino e il mezzo per arrivare a questo fine; ma in realtà si può usare l’una o l’altra espressione, senza scrupolo, come faccio io. Per esempio, se uno viaggia da Orleans a Tours, passando per Amboise, può ben dire che va ad Amboise, o che va a Tours; che è in cammino per Amboise, o per Tours; la differenza tuttavia è che Amboise rappresenta la strada dritta per andare a Tours, e che in effetti è Tours il fine ultimo e il termine del viaggio.

2°. Poiché il mistero principale che si vuol celebrare e onorare in questa devozione è il mistero dell’Incarnazione, nel quale Gesù Cristo appare in Maria, fatto uomo nel suo grembo, è più appropriato dire schiavitù di Gesù in Maria, di Gesù che abita e regna in Maria, come dice quella bella preghiera recitata da persone illustri: “O Gesù vivente in Maria, vieni e vivi in noi, nel tuo spirito di santità…”.

3°. Questo modo di esprimersi sottolinea meglio l’intima unione che c’è tra Gesù e Maria. Essi sono così intimamente uniti, che l’uno è tutto nell’altro: Gesù è tutto in Maria, e Maria è tutta in Gesù; o piuttosto, ella non esiste più, ma è Gesù solo che è in lei; si potrebbe più facilmente separare la luce dal sole, che Maria da Gesù: tanto che Gesù Cristo Signore può essere chiamato Gesù di Maria, e la Vergine Santa può essere detta Maria di Gesù.

Il tempo non mi permette qui di fermarmi a spiegare le eccellenze e le grandezze del mistero di Gesù che vive e regna in Maria, cioè dell’Incarnazione del Verbo. In due parole, voglio solo dire che abbiamo qui il primo mistero di Gesù Cristo, il più nascosto, il più alto e il meno conosciuto. E’ in questo
mistero che Gesù, in accordo con Maria e nel suo grembo – chiamato per questo dai santi: la sala dei segreti di Dio – ha scelto tutti gli eletti. In questo mistero egli ha operato tutti i misteri della sua vita che sono venuti in seguito, poiché li aveva accettati: Entrando nel mondo, Cristo dice: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà…”. Perciò questo mistero è una sintesi di tutti i misteri; esso contiene la volontà e la grazia di tutti gli altri. E infine, questo mistero è il trono della misericordia, della liberalità e della gloria di Dio. Trono della sua misericordia verso di noi, poiché non ci possiamo avvicinare a Gesù, né parlargli, se non per mezzo di Maria; non possiamo vedere Gesù, né parlargli, se non mediante Maria. Ora Gesù ascolta sempre la sua cara Madre e concede sempre la sua grazia e la sua misericordia ai poveri peccatori: “Accostiamoci dunque con fiducia al trono della grazia”. E’ il trono della sua liberalità verso Maria poiché, mentre questo nuovo Adamo dimorava in questo paradiso terrestre, operava tante meraviglie nel segreto, che né gli angeli, né gli uomini possono comprendere; ecco perché i santi chiamano Maria la magnificenza di Dio, come se Dio non fosse magnifico che in Maria. Ed è il trono della gloria che Gesù rende al Padre suo: è infatti in Maria che Gesù Cristo ha placato in modo perfetto il Padre suo, irritato contro gli uomini; ed ha riparato in modo perfetto la gloria che il peccato aveva portato via; con il sacrificio che gli fece della sua volontà e di se stesso, gli rese più gloria che non tutti i sacrifici dell’Antica Legge; insomma gli ha reso una gloria infinita che mai il Padre aveva ancora ricevuto da parte dell’uomo.

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Il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace

Posté par atempodiblog le 11 février 2015

“Per me la predicazione più efficace del sacerdote è sempre stata la sua vita. Un buon prete non ha nulla da dirmi: io lo guardo e ciò mi basta”.

François Mauriac

Il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace dans Fede, morale e teologia 2yv0xgo

Gli omileti che hanno inciso più profondamente nella vita dei fedeli sono precisamente i testimoni di questa intima, cordiale unione con il mistero di Dio.

Si pensi – solo per fare qualche esempio – a Francesco d’Assisi. E’ stato detto che del “profumo del Vangelo” sono a tal punto ripieni i suoi scritti (come lo erano, per quanto possiamo saperne, le sue omelie), che se si togliesse il Vangelo non vi rimarrebbe più nulla. Oppure si pensi a san Carlo Borromeo, e alla celebre Omelia 45, nella quale il santo vescovo si rivolge direttamente al Crocifisso: “Perché hai voluto nascere in così bassa condizione, vivere sempre in essa e morire tra le ignominie? Perché hai sofferto tante fatiche, tante offese, tanti oltraggi, tanti dolori e tante piaghe, e alla fine una morte così crudele, versando il tuo sangue fino all’ultima goccia?…”. E san Carlo conclude la sua omelia proclamando “veramente felici coloro che hanno impresso nel cuore Cristo crocifisso, e non svanisce mai”.

Si pensi ancora al santo Curato d’Ars, che sul più bello interrompeva la sua omelia, per rivolgersi con intensità ineffabile al Tabernacolo, dicendo semplicemente: “Ma che importa tutto questo? Egli è là!…”.

Ma forse l’esempio più impressionante viene da una singolare omelia di san Luigi M. Grignion de Monfort. Salito sul pulpito all’ora stabilita, il predicatore estrae il suo crocifisso, e senza dire parola si ferma a contemplarlo lungamente, dando sfogo al pianto. Il popolo, a sua volta, non riesce a trattenere le lacrime, quando il predicatore scende e presenta a ciascuno il crocifisso per il bacio. “La predica era stata corta”, commenta il biografo, “ma non occorre meno di tutta la vita di un santo per prepararla”.

[...]

Stando al loro magistero, il “caso serio” dell’omelia si colloca più sul versante della testimonianza di vita (ecco l’impegno penitenziale, di conversione) che non su quello della metodologia e delle tecniche (senza ovviamente sottovalutare questo secondo versante).

Può servire anche per il predicatore ciò che l’allora don Joseph Ratzinger scriveva in Introduzione al cristianesimo a proposito del teologo. Il predicatore non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte “per mestiere”. Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene – egli deve essere come il discepolo innamorato, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro, e da lì ricava il suo modo di pensare, di parlare e di agire.

Alla fine di tutto, il discepolo innamorato è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.

di Monsignor Enrico Dal Covolo
Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense
Fonte: Zenit

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Perfetta rinnovazione dei voti battesimali

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2015

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Ho detto che questa pratica di devozione poteva essere benissimo chiamata una perfetta rinnovazione dei voti, o promesse, del santo battesimo. Infatti ogni cristiano, prima del battesimo, era schiavo del demonio, perché a lui apparteneva. Nel battesimo, direttamente o per bocca del padrino o della madrina, egli ha poi rinunciato solennemente a Satana, alle sue seduzioni e alle sue opere e ha scelto Gesù Cristo come suo padrone e sovrano Signore, per dipendere da lui come uno schiavo d’amore. E’ ciò che si fa anche con questa forma di devozione: come è indicato nella formula di consacrazione, si rinuncia al demonio, al mondo, al peccato e a se stessi e ci si dona interamente a Gesù Cristo per le mani di Maria. Anzi si fa pure qualcosa di più, poiché nel battesimo, di solito, si parla per bocca d’altri, cioè del padrino e della madrina e quindi ci si dà a Gesù Cristo per procura; qui invece ci si dona da se stessi, volontariamente e con conoscenza di causa. Nel santo battesimo non ci si dona a Gesù Cristo per le mani di Maria, almeno in modo esplicito e non si dà a Gesù Cristo il valore delle proprie buone opere; dopo il battesimo si resta interamente liberi di applicarlo a chi si vuole, o di conservarlo per se; con questa devozione invece ci si dona espressamente a Gesù Cristo Signore per le mani di Maria e a lui si consacra il valore di tutte le proprie azioni.

San Tommaso scrive che “nel battesimo gli uomini fanno voto di rinunciare al demonio e alle sue vanità” e sant’Agostino aggiunge che “questo voto è il più grande e più indispensabile”. E’ pure ciò che dicono i canonisti: “Il voto principale è quello che facciamo nel battesimo”. E tuttavia, chi osserva veramente questo voto? Chi mantiene con fedeltà le promesse del santo battesimo? Quasi tutti i cristiani non tradiscono forse la fedeltà che hanno promesso a Gesù Cristo nel loro battesimo? Da dove può venire questa negligenza universale se non dalla dimenticanza in cui vengono vissute le promesse fatte e gli impegni assunti nel santo battesimo, e dal fatto che quasi nessuno ratifica da se stesso il contratto di alleanza che ha fatto con Dio, per mezzo dei padrini e delle madrine?

Questo è così vero che il Concilio di Sens, convocato per ordine di Ludovico il Pio, per trovare rimedio ai gravi disordini in cui vivevano i cristiani, valutò che la principale causa di questa corruzione nei costumi fosse la dimenticanza e l’ignoranza in cui erano vissuti gli impegni del santo battesimo; e non trovò un mezzo migliore per rimediare a un così grande male, che quello di condurre i cristiani a rinnovare i voti e le promesse del santo battesimo.

Il Catechismo del Concilio di Trento, fedele interprete delle intenzioni di quel grande concilio, esorta i parroci a fare la stessa cosa e a condurre i fedeli a fare memoria e a credere che si sono legati e consacrati a Gesù Cristo Signore come degli schiavi alloro Redentore e Signore. Ecco il testo: “Il parroco esorterò il popolo fedele così da fargli capire che noi… dobbiamo offrirci e consacrarci per sempre come schiavi al nostro Redentore e Signore”.

Ora se i concili, i Padri e l’esperienza stessa ci mostrano che il mezzo migliore per trovare rimedio ai disordini dei cristiani è di farli ricordare degli obblighi del loro battesimo e di condurli a rinnovare i voti che hanno fatto, non è allora ragionevole che lo si faccia ora in un modo perfetto per mezzo di questa devozione e consacrazione a Gesù Cristo Signore per mezzo della sua santa Madre? Dico in un modo perfetto, perché per consacrarsi a Gesù Cristo ci si serve del più perfetto di tutti i mezzi, che è la Santa Vergine.

Dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

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Per vivere fedelmente gli impegni battesimali la consacrazione a Cristo per le mani della Madre

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2015

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Per vivere fedelmente gli impegni battesimali la consacrazione a Cristo per le mani della Madre
di don Sergio Gasparti smm – Madre di Dio

Per vivere fedelmente gli impegni battesimali la consacrazione a Cristo per le mani della Madre dans Fede, morale e teologia 2uy4yrp

1. Varie forme di consacrazione mariana. Nel secolo XX e inizio del XXI nella Chiesa cattolica si sono praticate  varie forme di consacrazione mariana, ricorrendo a molteplici metodi e terminologie. Pur nella loro diversità verbale, esse sono complementari tra loro. Tutte trovano il loro fondamento biblico-liturgico in Gv 19,26-27. Il duplice gesto di Gesù morente sulla croce – affidamento di Giovanni alla Madre e della Madre a Giovanni – è interpretato come: 1) consacrazione al Cuore immacolato di Maria: si richiama alla consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù a opera di Leone XIII nel 1899 e al messaggio delle apparizioni di Fatima; 2) consacrazione all’Immacolata proposta da san Massimiliano Maria Kolbe (+1941) come appartenenza a Dio mediante l’immedesimazione con l’Immacolata; 3) affidamento alla Vergine secondo la liturgia e il magistero pontificio, rilevato soprattutto da Giovanni Paolo II; 4) espressione e mezzo di rinnovazione delle promesse battesimali conforme alla tradizione ecclesiale; consacrazione insegnata con rigore teologico ed efficace strategia pastorale dall’ardente apostolo della Vergine: san Luigi Maria di Montfort che addita la Madre del Signore quale formatrice degli «apostoli degli ultimi tempi» (Trattato della vera devozione a Maria = VD 58) e dei candidati alla santità.

In tutte queste forme di onsacrazione si vuole indicare che per vivere la vocazione battesimale di morte e risurrezione con Cristo, sostenuti dalla presenza materna della Vergine, è bene, come l’apostolo Giovanni, accogliere Maria e consegnarsi a lei ilialmente. Introdurla «in tutto lo spazio della propria vita interiore», come auspica Giovanni Paolo II (cf Redemptoris Mater = RM 45), è risposta al testamento di amore di Cristo, che ha affidato tutti i credenti alla propria Madre (Gv 19,26), educatrice della fede, della carità e della perfetta unione con lui (LG 63), «maestra di vita spirituale» (MC 21) e colei che riproduce «nei figli i lineamenti spirituali del Figlio primogenito» (MC 57). Oggi si parla di “affidamento a Maria”, così motivato da Stefano De Fiores (+2012) in Vita Pastorale 5/2012, pp. 28-30. Già dal titolo, Consacrazione o affidamento?, De Fiores sembra preferire il termine “affidamento” e, rifacendosi a Giovanni Paolo II, afferma: «La spinta decisiva a favore dell’affidamento è data dall’enciclica Redemptoris Mater, pubblicata in occasione dell’Anno mariano (1987). Infatti, nel descrivere la “dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo” (RM 45), l’enciclica evita l’espressione “consacrazione a Maria” ed esprime l’accoglienza di Maria da parte del discepolo particolarmente con il termine “affidamento”» (pag. 30).

2. Consacrazione a Cristo per Maria: perfetta rinnovazione delle promesse battesimali secondo san Luigi Maria di Montfort. All’inizio del 1700 san Luigi di Montfort accetta e approfondisce con apporto personale la consacrazione mariana quale via privilegiata e perfetta per la rinnovazione delle promesse battesimali. Pur avendo attinto da vari suoi predecessori, come H. M. Boudon (+1702), P. de Bérulle (+1641) e J. Eudes (+1680), Montfort, sostenuto da un preciso contesto cristologico e sacramentale, perviene all’identificazione tra consacrazione a Cristo in Maria e voti battesimali, grazie anche alla riscoperta della vocazione universale alla santità. Su questo sfondo teologico del Montfort, Giovanni Paolo II puntualizza: «Mi è caro ricordare, tra i tanti testimoni e maestri di… spiritualità, la figura di san Luigi Maria de Montfort (+1716), il quale proponeva ai cristiani la consacrazione a Cristo per le mani di Maria, come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali» (RM 48). (Questo numero della RM non è citato né analizzato da De Fiores nel suo articolo). I testi di riferimento del Montfort sono principalmente: «Questa onsacrazione alla santissima Vergine e a Gesù Cristo per le mani di lei, non è altro che una perfetta rinnovazione dei voti e promesse del battesimo» (VD 162); e prima aveva detto: è «una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo battesimo» (VD 120).

Questa consacrazione cristocentrica: «A Cristo per Maria» – che ha il pregio di innestarsi sulla consacrazione battesimale e domanda di essere vissuta alla luce del battesimo – esplicita in modo eloquente un’indicazione del rito stesso del battesimo, che suggerisce al termine della celebrazione la possibilità di portare il neobattezzato davanti all’altare o all’icona della Vergine, per porlo sotto la sua materna protezione (cf Rito del Battesimo dei bambini, 80). La consacrazione monfortana tiene conto del magistero della Chiesa, che nel documento Orientamenti e proposte per la celebrazione dell’anno mariano 1987-88 a cura della Congregazione del culto divino nel 1987, rilevava: «Il termine consacrazione, dalle profonde radici cultuali, sottende, in riferimento alle persone, l’idea di totalità e di perpetuità nel dono di sé al Signore». Ogni forma di consacrazione mariana – continuava il documento – «richiede un’adesione personale, libera e maturata in una riflessione che, partendo da una corretta valutazione della primaria e fondamentale consacrazione battesimale, giunga a un’esatta comprensione del significato teologico della “consacrazione a Maria”» (n. 86).

La consacrazione proposta dal Montfort è in linea altresì con la tradizione liturgico-mariana. In una preghiera alla Madre del Signore, risalente all’XI secolo, si avverte un chiaro riferimento alla consacrazione mariana radicata sulle promesse battesimali: «Ricordati, Signora, che nel battesimo sono stato consacrato al Signore e ho professato con la mia bocca il nome cristiano. Purtroppo non ho osservato quanto ho promesso. Tuttavia sono stato affidato e consegnato a te dal mio Signore Dio vivo e vero. Tu, salva colui che ti è stato consegnato e custodisci colui che ti è stato affidato». Non di meno risponde al magistero del Concilio di Trento (1545-63), che domandava di porre il battesimo al centro della predicazione ecclesiale, dei ritiri annuali e della preghiera. Il sacerdote Montfort nelle missioni popolari chiedeva ai fedeli la rinnovazione delle promesse battesimali, quale «contratto d’alleanza con Dio», i quali poi recitavano: «Mi dono interamente a Gesù Cristo per le mani di Maria per portare la mia croce tutti i giorni della mia vita». La formula di questa alleanza era fatta firmare da quanti sapevano scrivere, ma tutti dovevano impegnarsi nella pratica frequente della confessione e della comunione. La consacrazione monfortana, ossia la perfetta consacrazione a Gesù per le mani di Maria, è accettata dalla Chiesa soprattutto a partire dal 1842, anno della scoperta del Trattato della vera devozione. Giovanni Paolo II l’ha fatta propria in modo solenne in un documento ufficiale del suo magistero e l’ha proposta a tutti i battezzati, in quanto è in sintonia con la onsacrazione battesimale.

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Maria è necessaria per giungere a Dio

Posté par atempodiblog le 7 décembre 2014

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Non credo che nessuno possa acquistare una intima unione con Nostro Signore e una perfetta fedeltà allo Spirito Santo senza una grandissima unione alla Santissima Vergine e senza una grande dipendenza dal suo soccorso.

Solamente Maria ha trovato la grazia davanti a Dio (Lc 1,30), senza l’aiuto di nessun’altra creatura. Tutti coloro che hanno trovato grazia davanti a Dio dopo di lei, l’hanno trovata per suo mezzo, e solamente per lei la troveranno tutti coloro che verranno d’ora in avanti. Essa era piena di grazia quando fu salutata dall’arcangelo Gabriele (Lc 1,28), essa fu riempita di grazie sovrabbondanti dallo Spirito Santo, quando la coprì della sua ineffabile ombra (Lc 1,35); ed essa ha aumentato (talmente) questa doppia pienezza di giorno in giorno, di attimo in attimo, che essa è arrivata ad un grado di grazia immenso ed inconcepibile: di modo che l’Altissimo l’ha fatta unica tesoriera dei suoi tesori e dispensatrice delle sue grazie per nobilitare, elevare ed arricchire chi essa vuole, per far entrare chi vuole nella via stretta del cielo, per far passare, malgrado tutti, chi vuole attraverso la stretta porta della vita e per dare a chi vuole il trono, lo scettro e la corona di re. Gesù è dappertutto e sempre il frutto e il Figlio di Maria; e Maria è dappertutto l’albero vero che porta il frutto di vita, e la vera madre che lo produce

A Maria sola Dio ha dato le chiavi delle dispense (Ct 1,3) del divino amore, e il potere di entrare nelle vie più sublimi e più segrete della perfezione e di farvi entrare gli altri. Solamente Maria fa entrare nel paradiso terrestre i miserabili figli dell’infedele Eva, per passeggiarvi piacevolmente con Dio, per nascondervisi al sicuro contro i nemici, per nutrirvisi deliziosamente, senza più temere la morte col frutto degli alberi di vita e della scienza del bene e del male, e per bere a lunghi sorsi le acque celesti della bella fontana che vi zampilla in abbondanza. O piuttosto, siccome essa stessa è questo paradiso terrestre, questa terra vergine e benedetta da cui Adamo ed Eva, peccatori, sono stati scacciati, essa fa entrare presso di sé quelli che vuole per farli divenire santi.

Tutti i ricchi del popolo, per servirmi dell’espressione dello Spirito Santo (Sal 44,13), secondo la spiegazione di San Bernardo, tutti i ricchi del popolo supplicheranno il tuo viso di secolo in secolo, ed in modo particolare alla fine del mondo; vale a dire che i più grandi santi, le anime più ricche di grazia e di virtù saranno le più assidue a pregare la Santissima Vergine e ad averla sempre presente come perfetto modello da imitare; e potente aiuto per soccorrerli.

Dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

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Quanto glorifichiamo Dio quando ci sottomettiamo a Maria

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2014

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Oh! quanto glorifichiamo altamente Dio quando ci sottomettiamo, per piacergli, a Maria, sull’esempio di Gesù Cristo, nostro unico modello! […] Dio Spirito Santo essendo sterile in Dio, cioè non generando altra persona divina, divenne fecondo per mezzo di Maria da lui sposata. È con lei e in lei e da lei che egli formò il suo capolavoro, che è un Dio fatto uomo, e che egli forma tutti i giorni fino alla fine del mondo i predestinati e i membri del corpo di questo capo adorabile: perciò più trova Maria, sua cara e indissolubile Sposa, in un’anima, più diviene operante e potente per formare Gesù Cristo in quest’anima e quest’anima in Gesù Cristo.

Con ciò non si vuol dire che la santissima Vergine dia allo Spirito Santo la fecondità, come se non l’avesse, poiché, essendo Dio, egli ha la fecondità o la capacità di generare, come il Padre e il Figlio, sebbene non la riduca in atto, non generando altra persona divina. Ma si vuol dire che lo Spirito Santo, tramite la santissima Vergine, di cui vuol servirsi, sebbene non ne abbia assolutamente bisogno, riduce in atto la sua fecondità, generando in lei e per mezzo di lei Gesù Cristo e i suoi membri. Mistero di grazia sconosciuto anche ai più dotti e spirituali tra i cristiani.

Dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

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