La categoria di prossimo ha per orizzonte l’uomo e non la propria cerchia…

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2015

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“Se potessimo vedere l’avversario politico, il vicino di casa con gli stessi occhi con cui vediamo i bambini, le mogli o i mariti, i padri o le madri, che bello sarebbe!”.

Papa Francesco

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“Nell’ambiente giudaico del tempo si discuteva su chi doveva essere considerato, per un israelita, il proprio prossimo. Si arrivava in genere a comprendere, nella categoria di prossimo, tutti i connazionali e i proseliti, cioè i gentili che avevano aderito al giudaismo. Con la scelta dei personaggi (un Samaritano che soccorre un giudeo!) Gesù viene a dire che la categoria di prossimo è universale, non particolare. Ha per orizzonte l’uomo, non la cerchia familiare, etnica, o religiosa. Prossimo è anche il nemico! Si sa infatti che i giudei infatti «non mantenevano buone relazioni con i samaritani!» (cfr. Gv 4, 9)”.

Padre Raniero Cantalamessa

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“Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava, infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?”.

Sant’Agostino Roscelli

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I giudizi temerari

Posté par atempodiblog le 10 mai 2015

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“Nessuna legge ancora ordina di intromettersi nel santuario dei cuori e di giudicarne i pensieri, le intenzioni, le idee, perché Dio solo può conoscere l’interno dell’uomo”.

di Sant’Agostino Roscelli

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“Quante persone ‘devote’, che al mattino fanno la Comunione e poi cadono in giudizi temerari e in ogni sorta di maldicenze, più o meno abilmente celate!”.

della beata Elisabetta della Trinità

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“Credo che non siano poche le volte che con leggerezza si attribuiscono mali morali ad altri senza avere la sicurezza che quanto si dice sia vero; forse basandosi su supposizioni, impressioni soggettive o commenti ascoltati, si fanno affermazioni che lasciano intravedere un dubbio sull’onore dell’altro. A volte anche tacitamente, con un gesto, si può aprire la porta a che si metta in dubbio la buona reputazione di una persona. Quanto danno si può fare con questo!

Per non parlare della calunnia, in cui si emette un giudizio falso con l’unico obiettivo di danneggiare qualcuno. È molto doloroso vedere come dando giudizi falsi si danneggia la reputazione delle persone, cosa a cui poi è molto difficile rimediare”.

di padre Enrique Granados

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L’occhio destro e l’occhio sinistro

Posté par atempodiblog le 4 juillet 2014

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Quando Samuele unse re Saul, figlio di Kis della tribù di Beniamino, Nay Ammonita mosse con un grande esercito contro la città di Jabes nel Galaad. I cittadini, spaventati dalle minacce di quel potente nemico, gli si offersero per sudditi, purché cessasse di molestarli. Nay rispose che li avrebbe accettati a condizione però che fosse a tutti cavato l’occhio destro, non solo perché così fossero inabili alla guerra, ma anche perché fosse più obbrobriosa la loro schiavitù. Udita questa barbara condizione, gli abitanti di Jabes spedirono tosto ambasciatori a domandare aiuto a Saul il quale, sentita la scellerata pretesa dell’empio Nay, mandò subito verso di lui un esercito di trecentomila uomini che lo annientò, lo sbaragliò e lo disperse in un solo combattimento e liberò quei meschini dalla minacciata sciagura.

Ora, quello che voleva fare l’iniquo Nay ai cittadini di Jabes per accettarli come suoi sudditi, lo fa realmente spesso il demonio con noi quando ascoltiamo la divina Parola: ci cava l’occhio destro, cioè lo chiude, perché vediamo solo con l’occhio sinistro. E con l’occhio sinistro che cosa si vede?

L’occhio destro è la ragione, l’occhio sinistro è la passione; con l’occhio destro vediamo quello che conviene all’anima e quello che insegna la fede; che cosa contengono i divini precetti e che cosa richiedono i nostri doveri. Conosciamo le nostre debolezze, i mezzi per ripararle e, in una parola, sappiamo ciò che dobbiamo fare e ciò che dobbiamo schivare per conseguire l’eterna salvezza. Con l’occhio sinistro, invece, non si vede se non ciò che conviene al nostro amor proprio, che piace al nostro egoismo, che serve al nostro comodo. Si vedono solo i difetti degli altri e non i nostri, si trovano mancanze in questa o in quella e non si trovano in noi stessi, benché molto peggiori degli altri. Guardando le cose con l’occhio sinistro, spesso si chiama bene il male e male il bene, si crede prudenza ciò che non è che debolezza, si crede zelo e rigore di osservanza quello che è solo invidia, giustizia quello che è solo parzialità, diritto ciò che è solo capriccio, si giudica carità quello che è mormorazione, conveniente alla salute del corpo quello che è una pura accidia dello spirito; in breve, si stima virtù il vizio e il vizio virtù.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Non giudichiamo con cuore accecato dalle passioni

Posté par atempodiblog le 29 mars 2014

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“Se qualcuno dei nostri dipendenti ha un modo di fare sgarbato, o ci riesce antipatico, può fare qualunque cosa, la prenderemo sempre per traverso; non cessiamo di umiliarlo e siamo pronti al rimprovero; al contrario, se qualcuno ci va a genio, può fare quello che vuole, lo scuseremo sempre”.

San Francesco di Sales

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Davide agli occhi di Giònata sembrava innocente e tanto caro da essere amato da tutti; agli occhi di Saul, invece, lo stesso Davide pareva così malvagio, da giudicarlo degno di morte. Come mai un giudizio così diverso sulla stessa persona? Perché Giònata aveva un cuore ben fatto e questo lo faceva giudicare rettamente del suo amico; Saul invece aveva un cuore, maligno e lacerato dall’invidia che lo portava a fare sinistri giudizi. Gesù conduceva una vita irreprensibile, eppure scribi e farisei lo facevano passare per un peccatore. Sapete perché? Essi erano dominati da interessi e da amor proprio, e temevano che i suoi insegnamenti facessero loro perdere la stima del popolo. Così capita anche a noi, sorelle mie, giudicando il nostro prossimo con cuore accecato dalle passioni: tutto ciò che vediamo in esso ci pare vizioso e malvagio.

Stabiliamo dunque, come frutto di questa istruzione di non alzar mai più tribunali contro i nostri simili, né giudicare mai più alcuno dei nostri fratelli, perché non avendo noi autorità di farlo, mancandoci la sufficiente cognizione di poterlo fare rettamente ed essendo d’ordinario prevenuti dalle passioni, i nostri giudizi non possono essere che temerari e conseguentemente peccaminosi. Cerchiamo di giudicare noi stessi e non gli altri, perché noi saremo giudicati da Dio non sopra le azioni altrui, ma sopra le nostre. S. Paolo ci avvisa che se giudicheremo e condanneremo noi stessi, non sentiremo più un giorno i rigori del giudizio di Dio.

Sant’Agostino Roscelli

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Dir male del prossimo

Posté par atempodiblog le 9 juillet 2013

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Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?

I fatti che voi riferite sono veri? Ma ditemi, noi non abbiamo mai mancato in niente? Chi è che può dirsi senza peccato? Se vi è alcuno così innocente che la sua coscienza non gli rinfacci colpa di sorta, si faccia avanti e sia costui il primo a dir male del suo prossimo che io mi contento.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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San Giuseppe: custode fedele di Gesù e Maria

Posté par atempodiblog le 6 mars 2012

Come nella sacra Famiglia, uniamoci a Maria dans Citazioni, frasi e pensieri 24watc1

E’ dovere di ogni sacerdote, che predichi nei giorni della santa Quaresima la divina parola, celebrare le lodi del patriarca S. Giuseppe, perché in questo tempo liturgico ne cade la festa. Parliamo, dunque, oggi di S. Giuseppe.

A lui, fatta la debita proporzione, si addice quanto si trova scritto nelle divine scritture della sua Vergine Sposa. Quindi se io volessi dire che il patriarca Giuseppe, dopo Maria, è il più degno di essere celebrato fra tutte le creature, perché è un santo che non ha pari, chi me lo potrebbe contestare? Tuttavia non voglio entrare in confronti, perché facilmente si deduce che non c’è alcun santo che possa stargli a confronto. La Chiesa canta nei suoi inni che egli rispetto alla sua Sposa, è pari a Lei senza pari. A lumeggiare pertanto le sue lodi, poiché le devo con giubilo celebrare, io non voglio attingere ad altra fonte diversa dal Vangelo, dove si dice che Giuseppe fu sposo di Maria e padre putativo di Gesù Cristo: Iacob autem genuit Ioseph virum Mariae de qua natus est Jesus . Con ciò mi si fa conoscere che riguardo a virtù, a meriti, a ministeri, non v’è creatura di cui tanto si siano fidati Maria e Gesù e che se ne siano dati a ragione. Per la qual cosa io dico che S. Giuseppe fu il custode fedele di quanto avevano di più caro i primi personaggi del cielo, cioè Gesù e Maria. Si può dir meglio, ma non si può dir di più.

Incominciamo da Maria e dividiamo l’argomento: Maria gli affidò la sua purità ed egli gliela custodì con amore; Gesù gli affidò la propria vita ed egli gliela conservò con scrupolosità. Poteva darsi da una parte maggior fiducia e d’altra parte poteva corrispondere più fedelmente Giuseppe?

Un grande rispetto richiedeva da Giuseppe la purità della SS. Vergine, ma egli ne mostrò sommo, perché il Signore l’aveva già fatto degno d’esserne il casto depositario, ed egli stesso vi si era già disposto. Lo sposalizio di lui con Maria, come pure la maternità di Lei, fu opera delle tre divine Persone, perché matrimonio e verginità feconda era a quei tempi un mistero superiore ad ogni umana ed angelica intelligenza.

In questo fortunato connubio vi aveva particolare impegno il Padre per dare una protezione degna a questa sua figlia; il divin Verbo per accompagnare decorosamente la sua Madre; lo Spirito Santo per avere con chi condividere l’ufficio e l’amore di sposo. In S. Giuseppe vi era la stirpe regale e sacerdotale come era in Maria, ma ciò non bastò. Per poter dare a Maria un compagno simile a Lei, fu necessario arricchirlo degli stessi doni di cui era arricchita la sua Sposa per i quali, al dire di Ruperto abate, uno solo era lo spirito ed una sola era la fede di Maria e di Giuseppe. La straordinaria abbondanza di doni che Dio pose in S. Giuseppe, mirò soprattutto ad affinare in lui l’illibatezza e l’umiltà, perché il Verbo Incarnato potesse avere un padre putativo perfettamente simile a Maria. L’illibatezza e l’umiltà, infatti, furono le due segnala-tissime prerogative per cui il Figlio di Dio si compiacque di avere Maria per sua madre. Perciò, se possiamo dire che Maria con queste due virtù meritò sommamente il dono che fece in Lei il divin Padre del proprio Figlio, secondo il detto di S. Bernardo: « Piacque per la sua verginità, concepì per la sua umiltà »; altrettanto possiamo dire che Giuseppe rispettò ugualmente, per queste due virtù il deposito che in lui aveva fatto Maria della sua purezza verginale.

Quale fu dunque, mie figlie, il candore di Giuseppe? Egli fu, per comune asserzione dei santi padri, santificato nel seno materno; in lui fu spento, fin da bambino, il fomite del peccato e fu egli il primo a consacrare a Dio sin da fanciullo la sua purezza con voto espresso, senza mai averla sfiorata con una sola colpa veniale. Il suo candore, infatti, fu nuovo tra gli uomini e nuovo talmente che poté sinceramente preludere a quello, non solo della sua Sposa, ma anche a quello del Dio fatto uomo. Né diminuì il suo stato di candore con l’aderire alle nozze con Maria, anzi divenne da allora più bello, più risplendente. Infatti vi aderì perché, per sovrumana intuizione si persuase che la verginità sarebbe stata in lui in certo modo sacramentale, avrebbe cioè operato in lui una specie di candore non mai veduto; e insieme si persuase, dice Gersone, che egli e Maria sarebbero state due verginità contraenti: Virginitas nupsit , onde, con stranissimo paradosso, il frutto delle loro nozze sarebbe stata una ammirabile, scambievole verginità.

Fu questo, infatti, tale portento d’illibatezza che Maria, volendo affidare la sua purezza ad alcuno che, con la massima sicurezza, la salvaguardasse, non trovò altri che S. Giuseppe. Maria, così delicata, non sdegna la vicinanza di S. Giuseppe, accetta di essere a lui promessa e, in modo indissolubile, ne diviene con gioia la Sposa. Che segno è questo? E’ segno che fra tutti gli uomini, in Giuseppe solo ha trovato di chi fidarsi. Aggiungete che la purità di Giuseppe, a contatto della purezza di Maria, quasi al riverbero di nuova luce, si fece più luminosa nello stesso modo che un pianeta minore si ammanterebbe di nuovo splendore se si tuffasse nel sole.

L’umiltà è la seconda prerogativa per la quale Maria meritò il deposito in Lei fatto dal divin Padre di tanto Figlio: meritò cioè, al dire di Bernardo, la divina maternità. Giuseppe la imita e, vedendo incinta la sua Sposa, essendo santo, non formula giudizi negativi, non si lamenta; soltanto sospetta di qualche sovrano mistero. Si stima indegno di rimanere in compagnia di una vergine feconda per opera dello Spirito Santo; pensa di abbandonarla per umiltà e venerazione insieme. Per questo l’Angelo lo salutò dicendogli: « Noli timere accipere Mariam coniugem tuam », quasi per incoraggiarlo a starsene in compagnia della Vergine. Maria anche se incinta del divin Verbo, è ancora tua Sposa e lo sarà sempre. « Noli timere accipere Mariam coniugem tuam ».

Ma Giuseppe non fu meno fedele nel custodire anche il deposito che nelle sue mani fece Gesù della sua propria vita. Gesù fin dalla sua nascita fu povero e perseguitato, Giuseppe perciò dovette difenderlo dai disagi e dai pericoli. Ben intende Giuseppe questi suoi uffici di sostenitore e di difensore che egli deve compiere verso Gesù; quindi che cosa non fa egli per sostenere la vita da cui doveva dipendere ogni nostra felicità? Chi sa dire le industrie, le veglie, i sudori, le fatiche che sostenne per questo? Che se nella sua nascita, per quanto si adoperasse, non poté fornire un alloggio meno incomodo e meno incivile di una rustica capanna, ciò nondimeno non tralasciò di fabbricargli con le sue mani la culla, di difenderlo dai rigori dell’aria aperta e cruda; Lo avvolse nei propri panni, e da allora in poi, dice S. Girolamo, rimandava alla notte le sue occupazioni spirituali per dedicare ogni momento della giornata a procurare il necessario al suo Gesù. I vostri sudori, o Giuseppe, si converti-ranno un giorno in sangue di redenzione per noi. Vedete questo adorabile Fanciullo tendere a voi le mani e domandarvi il pane? Egli è quel Signore a cui alzano lo sguardo le creature tutte e da Lui aspettano aiuto: ora però lo chiede Egli a voi perché non vuole avere sulla terra altra fonte a cui cibarsi che le vostre cure, la vostra carità, le vostre sollecitudini. Parlava con Davide, con Salomone, con gli altri re, ma non con voi quando diceva: « Se avrò fame non lo dirò a te, se avrò sete non dicam tibi! « Che più, sorelle? Gesù guarda Giuseppe con confidenza quando ha bisogno di alcun ristoro, benché Giuseppe non aspetti mai di essere prevenuto dalle domande: egli gli procurava il necessario con il lavoro delle sue mani, dice S. Antonino. Ma almeno avesse potuto l’amorevolissimo santo mantenere il suo Gesù in pace, lontano da ogni contrasto, ma non fu così. Senza ricordare gli affanni quando Lo smarrì nel tempio, chi non conosce i disegni dell’empio Erode, dal quale fu necessario a Giuseppe difenderlo con attenzione di custode? Non mancavano, è vero, a Dio altri mezzi più onorevoli e poderosi per sottrarre Gesù dalle insidie di quel perfido principe, ma Iddio vuole il più umiliante per il suo Figlio e per Giuseppe il più glorioso: gli ordina la fuga. I luoghi sacri non sarebbero asili sicuri dall’empio re. « Lo siano, dunque, dice Dio, le vostre braccia, o Giuseppe, e sotto la vostra custodia lo siano le braccia di sua Madre. Su, presto, prendete il Fanciullo e andate in Egitto ».

Io mi figuro, mie figlie, che gli Angeli, protesi davanti al trono divino, si offrano essi a portare Gesù in salvo sulle loro ali in quelle remote contrade. Potrebbe forse alcuno di loro sperare sorte così beata, se Gesù fosse solamente un profeta o un apostolo? Ma essendo Egli il divin Verbo fatto uomo, quest’onore è riservato tutto a Giuseppe. Gesù vuole essere debitore a Giuseppe della sua vita, affinché se il mondo riconosce al suo celeste Padre la sua venuta su questa terra, se da Maria riconosce la sua umanità santa, riconosca anche la conservazione della sua vita da chi è creduto suo padre terreno. Intanto chi può dire quali travagli, quante veglie, quali fatiche, quali angosce, quali timori di schiavitù ed anche di morte dovette soffrire Giuseppe, tra le spade di un re crudele e tra i rischi di un popolo idolatra? Chi può immaginare l’abisso di grazie ineffabili, con cui Gesù, così servito e beneficato, si degna ora di esaudire le richieste di S. Giuseppe? Lascio a voi, mie figlie, che andiate ripensando le innumerevoli premure che egli usò verso Gesù nel corso di trent’anni: a me riesce dolce e mi rapisce la considerazione dell’ultimo passo della sua vita.

Il Salvatore, dice il profeta reale, verrà in soccorso al moribondo, né si contenterà soltanto di visitarlo con carità, di accostarglisi e di consolarlo con i suoi favori, ma con quelle stesse mani con cui prepara in Cielo il soglio ai predestinati, si degnerà di servirlo, apprestandogli il cibo, rassettando il letticciolo con piacere e tenerezza così sensibile, che a quel felice agonizzante sarà più caro il letto di morte che non sarebbe una culla di nuova vita. Così è infatti: Giuseppe cominciò a servire Gesù da quando nacque e Gesù continua a servire Giuseppe anche quando muore. Giuseppe non si è mai allontanato da Gesù mentre riposava in Betlemme e dovunque; e Gesù sta accanto a Giuseppe, sul letto di morte a Nazareth. Io credo che egli sia morto realmente « nel bacio del Signore » perché sulle labbra, o almeno nelle mani con cui Gesù stringe la sua, Giuseppe abbandona la propria vita, dopo aver con tanta fedeltà custodito la vita di Gesù.

Circa questa felicissima morte io non posso non riportare un pensiero, il cui oggetto quanto fu di merito a Giuseppe, altrettanto potrebbe essere di vantaggio a noi, suoi devoti. Iddio suole concedere all’intercessione dei santi quei beni dai quali essi furono privi morendo. Così concede la vista per intercessione di Santa Lucia; libera dal mal di denti per intercessione di Santa Apollonia; libera dai pericoli della ruota, dai precipizi, dai naufragi per l’intercessione di Santa Caterina della ruota, di un San Venanzio, di un San Clemente, ecc. Ora di qual bene fu privo Giuseppe nella sua morte? Fu privo della speranza di incontrare subito dopo la sua morte, Gesù e Maria. Era costretto il grande santo a separarsi da questi cari oggetti del suo amore e ben sapeva che per qualche tempo ne sarebbe rimasto lontano. Che dolore! Quale eroica conformità ai divini voleri! Per intercessione di S. Giuseppe, pertanto, Iddio è solito dare ai suoi devoti la grazia di vedere presto, dopo la morte, Gesù e Maria.

Mie dilettissime, può darsi grazia più segnalata di questa? Grazia che sia più degna del patrocinio di S. Giuseppe? Non possiamo certo ottenere favore più grande! Questo, dunque, a lui chiediamo con insistenza; questo procuriamo di meritare con una devozione sincera e quotidiana verso di lui. O potentissimo santo, impetrateci da Gesù e da Maria questa grazia! Essi vi affidarono quanto avevano di più caro; voi lo conservaste loro con fedelissima cura, dunque voi avete una specie di diritto ad ottenerci da loro quanto impetrate. Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Giuseppe, sposo di Maria, era uomo giusto

Posté par atempodiblog le 3 mars 2012

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Se, per gli uomini grandi, fu sempre un nobilissimo vanto l’avere un eccellente oratore, che con squisita eloquenza ne lodasse il merito e la virtù, quale onore è per S. Giuseppe l’avere avuto come oratore lo stesso Dio, cioè Colui che, solo fra tutti, né può esagerare, né può mentire, né può errare.

Ascoltiamo, dunque, dall’eterna Verità il nobilissimo elogio di S. Giuseppe: egli viene chiamato dallo Spirito Santo, quasi per antonomasia, « il giusto »: Joseph autem cum esset justus. Ma che significa questo nome: giusto? Parli S. Girolamo che nello spiegare le scritture fu il massimo dottore, perciò degno di essere ascoltato con piena fiducia: Josephum vocari justum attendite , e per qual merito? Non per una sola virtù, non per molte, ma per tutte, e per di più tutte ottenute in perfetto grado: propter omnium virtutum perfectam possessionem . Che può dirsi di più di un uomo, che egli possiede ogni perfezione, e perfettamente? Non vi pare questo un elogio sublime?

Non per dubitare di ciò che è certo, cioè che Giuseppe fu giusto, ma per vedere a quale altezza di perfezione Giuseppe venne elevato da Dio, con la sua cooperazione alla grazia, faremo insieme alcune considerazioni. E poiché poco ci è noto della sua vita, niente della sua morte, cercheremo di intrattenerci soltanto su quello che sappiamo. Egli fu sposo della Vergine Maria, vir ejus; per tale lo si venera; e per essere tale noi potremo presupporre in lui qualsiasi perfezione e dimostrare che egli fu quello sposo fortunatissimo di cui scrisse l’Ecclesiastico: mulieris bonae beatus vir .

Giuseppe fu dunque sposo di Maria Vergine: Mulieris bonae, o meglio, Mulieris optimae; sposo datole singolarmente da Dio. Conviene dunque che egli non solo per stirpe, che fu reale, ma per stile di vita, per inclinazioni e per indole rassomigliasse più d’ogni altro uomo alla Vergine SS., poiché è noto che, in primo luogo, fra sposo e sposa si cerca la somiglianza, quindi si deduce, con alcuni segnalati Dottori, che Giuseppe è stato santificato fin dal seno materno.

Quantunque non si abbia di ciò infallibile certezza, mi pare giusto che ciò si possa pensare di colui che doveva essere dato alla Vergine per consorte, ed in conseguenza, dichiarato anche l’uomo a Lei più conforme. Altrimenti sarebbero stati a Lei più simili sia un Geremia profeta, sia un Giovanni Battista i quali furono santificati prima che nascessero. Per quale motivo a questi due doveva essere concesso un tal privilegio, mentre fosse poi negato a colui che doveva essere non profeta o precursore di Gesù Cristo, ma custode e padre putativo? E’ insegnamento di S. Tommaso che ogni cosa quanto più si avvicina al suo principio, tanto più perfettamente partecipa delle prerogative e delle proprietà singolari dello stesso suo principio. Così quel pianeta che è più prossimo al sole, è più folgoreggiante; quel calore che è più prossimo al fuoco, è più intenso, e così l’acqua è più cristallina e più limpida, quanto più la prendete vicino alla fonte. Ma se è così, come si può dubitare che quel Giuseppe, il quale è stato, per affinità e per ufficio, così unito a Cristo, sorgente di ogni santità, ne abbia poi partecipato in minor pienezza o con minor perfezione di quelli che furono più lontani dalla stessa sorgente? Chi, se togliamo la Vergine, trattò con Cristo più intimamente di Giuseppe? chi più di lui lo strinse al suo seno? chi più di lui poté baciarlo, accarezzarlo, goderne la compagnia e l’aiuto? Da questo principio bellissimo si deduce chiaramente che non solamente egli fosse santificato, come volevamo provare, nel seno materno, ma che fosse poi anche stabilito in grazia, in modo che nessun uomo sulla terra sia stato più santo di lui. Né vogliate, per questo, tacciarmi di temerario e di esagerato, poiché tale asserzione non è mia, ma di un Giovanni Gersone, di un Bernardino da Busto, di un S. Giovanni da Cartagena, di un S. Isidoro Isolano, e finalmente di un Suarez, il cui pensiero equivale a quello di un’intera università; i quali tutti concordemente asseriscono che Giuseppe fu più santo di qualunque altro uomo, eccettuata però sempre la sua sposa Maria. Che se voi mi opponete che non vi è stato mai nel mondo, come disse Cristo stesso, uomo maggiore di S. Giovanni Battista, io vi rispondo col Suarez, che nelle universali asserzioni, non vengono mai compresi, a rigor di legge, quei che, a causa di dignità sublimissima, s’intendono sempre eccettuati. Nessuno può negare che, nel caso nostro, si debba stimare tale Giuseppe, cioè colui, quem constituit Dominus super familiam suam . Ma su quale famiglia? Su quella che appartiene immediatamente al servizio dell’unione ipostatica. Si può, dunque, con ragione ripetere di Giuseppe, che nessuno probabilmente lo superò nella santità; anzi che egli superò in santità qualunque altra persona; e ciò non solo per le ragioni addotte fin qui, ma più ancora per quelle, ancora più splendide che sto per dire.

Come sapete, l’unione sponsale, richiede che la consorte non ami alcuno più caramente del marito. A nessuno ella dovrebbe pensare con maggior assiduità, per nessuno ella dovrebbe pregare con maggior ardore e desiderare per lui non minor vantaggi che a se stessa. Or chi c’è tra voi che possa dubitare che Maria non adempisse questo suo debito interamente? Non si comportò forse Giuseppe verso di Lei con una singolarissima tenerezza? Non faticò per Lei? Non si espose a mille disagi per salvarla? Io, dunque, affermo con convinzione, che Maria a nessun altro uomo portasse amore più grande, più intimo, più cordiale che a S. Giuseppe. Perciò quanto Ella doveva pregare per lui! Quanto ottenergli di grazia; quanto impetrargli di gloria, che è il bene sopra ogni altro desiderabile! Poiché la santità della donna, non so come, ha una forza tale, che per se stessa viene spesso a trasfondersi nel marito, anche se cattivo, secondo l’insegnamento di S. Paolo: vir infidelis santificatur per mulierem , possiamo noi credere con ragione che la santità di Maria, che fu così eccelsa, si trasfondesse abbondantemente anche nel cuore di Giuseppe, già disposto per sua natura alla santità. E come infatti non trasfondersi? E’ evidente che la semplice vista, anche casuale, di una persona da noi tenuta in conto di grande virtù, ci stimola fortemente ad imitarla; infatti di S. Luciano, nei suoi fasti sacri, si legge che col solo suo volto convertiva i gentili alla fede di Cristo, come altri li convertivano coi prodigi.

Non solo l’affetto personale verso i giusti, ma anche quello verso la loro effigie, possiede spessissimo una tale forza. Specialmente le immagini della Vergine noi sappiamo che operano nel cuore degli uomini effetti ammirabili: convertendo gli ostinati, infiammando i tiepidi, incoraggiando i tentati, e sempre suscitando nei cuori santi, sentimenti ardentissimi di carità, di pietà, di onestà, di mortificazione, di fede, di verecondia, come attesta di aver sperimentato in sé S. Bernardino da Siena. Che fervore, dunque, anzi che vampe di carità si suscitavano nell’animo di Giuseppe, il quale aveva notte e giorno dinanzi agli occhi, non l’immagine ma la persona vivissima di Maria, e parlava con Lei, e l’udiva, e l’accompagnava dovunque andasse, e con Lei abitava in una medesima casa, e con Lei mangiava ad un’unica mensa!

Vogliamo noi credere che egli non approfittasse di una opportunità così straordinaria per divenire santo?

Ma più ancora. E’ legge universale, da tutti riconosciuta, che chiunque si sposa con una regina, fosse pure un semplice pastorello, diventa re, e viene in possesso di tutti quei tesori, di tutti quei titoli, che porta con sé la dignità reale. Chi può mettere in dubbio che Maria è la regina di tutti i santi, come la chiama la santa Chiesa: Regina Sanctorum Omnium? Ma se Maria è regina di tutti i santi, conviene dunque che il suo Giuseppe sia il re di tutti i santi; e se egli è il re dei savi, dei forti, dei belli, non conviene che superi tutti gli altri in sapere, in fortezza, in beltà? E’ sufficiente, dunque, dire che il grande Giuseppe fu sposato alla Vergine, per affermare che in lui vi è ogni genere di virtù: che egli ha raggiunto un’altissima santità; che in lui risplende una dignità sovrumana, un decoro angelico.

Ma più ancora. Quel Dio dal quale dipendono tutte le creature, quel Dio che signoreggia i cieli, Quegli a cui si sottomettono riverenti tutti i principi, questo Dio stesso, per apparire quale figlio di Giuseppe, volle ubbidirgli, volle stare sotto la sua autorità domestica, sotto la sua direzione paterna e, come se non fosse capace di autogovernarsi, si volle a lui assoggettare: et erat subditus illis . Deducete voi qual candore, quale prudenza, quale abilità dovette avere chi venne eletto non solo per essere custode fedele dell’integrità verginale della sua sposa Maria, ma anche alla tutela del Dio fatto uomo! Sì, a Giuseppe fu consegnato dal cielo il Bambino Gesù perché lo scampasse dalle insidie dei persecutori, perché lo accompagnasse per vie difficili, per solitudini ignote, perché lo provvedesse di vitto, lo fornisse di vestito, gli procurasse una casa. Vi pare perciò che a tanto ufficio, per il quale sarebbe stata inadatta la carità degli stessi serafini, non dovesse il cielo ritenere molto adatto un sì grande uomo?

Senza dubbio Giuseppe adempì così bene l’ufficio che gli fu dato, non solo nel governare il suo Dio bambino, ma nel custodirlo, che poté giungere a dirgli con verità: « Voi mi dovete la vita »; perché quantunque non gliela avesse data, gliela aveva però conservata. Un uomo, al quale Dio doveva la sua vita, non doveva essere un uomo da Dio privilegiato, a Dio vicino e, in un modo straordinario, a Lui caro? Perciò, se per questa pura ragione, Mardocheo, come voi sapete, venne esaltato da Assuero con onori regali nel suo grande regno, non posso io credere che sia stato esaltato Giuseppe, da Gesù, nel suo regno celeste? Mardocheo non fece altro che un atto di fedeltà nel rivelare le insidie tramate contro la vita del monarca; Giuseppe invece fece molto di più, perché, non solamente rivelò le insidie, appena le seppe dall’Angelo, ma con la sua rara accortezza le deluse, le vanificò. Sempre più ritengo per probabile che in cielo egli goda i primi onori; sia pure inferiori alla Vergine sua Sposa, ma possegga anche lui il suo trono, porti il suo scettro e cinga anch’egli la sua corona come re, suddito solamente al Re dei re.

Né vi stupite di ciò, poiché Giuseppe è fra tutti gli altri uomini in così alto grado che non si può parlare di lui come degli altri. Tutti gli altri uomini, dopo che avranno fatto per Iddio quanto possono o quanto sanno, conviene che alla fine umilmente dicano: servi inutiles sumus : poiché nessuno vi è che possa recare a Dio alcun giovamento.

Ma, prodigi inauditi! Queste regole così universali, non valgono per Giuseppe. Egli solo può dire a Dio di non essergli stato servo inutile, ma importante e necessario poiché egli con i suoi sudori fece sì che non si vedesse un Dio mendico. Egli fece sì che Dio non morisse di fame, che Dio non gelasse dal freddo, che Dio non arrossisse per nudità. In tutte le necessità fu lui che diede al Dio-Uomo pronto soccorso.

Ora, se otterranno da Cristo, secondo la divina promessa, grande premio coloro che avranno soccorso Lui nei suoi poveri, quanto più abbondantemente sarà ricompensato colui che l’avrà soccorso nella sua persona? Chi accoglie in casa sua il profeta, in nome del profeta, avrà la mercede del profeta; chi riceve il giusto, in nome del giusto, ugualmente avrà la ricompensa del giusto; e perché dunque colui che ricevette Dio in nome di Dio, non riceverà la mercede di Dio, cioè una mercede proporzionata alla grandezza dell’Ospite che egli accolse?

Che se Giuseppe è quel santo così nobile, così sublime e, come molti vogliono, superiore ad ogni altro santo, chi tra voi, mie figlie, che fra tutti i suoi cari santi avvocati particolari, non voglia in primo luogo avere Giuseppe? Gli altri santi hanno, è verissimo, grande autorità presso Gesù Cristo, ma domandano, non comandano. S. Giuseppe, invece, è in tale stato che, come animosamente parlò il Gersone, non impetra ma comanda: non impetrat, sed imperat . Non è inverosimile che Cristo anche in cielo conservi verso Giuseppe quell’amore filiale, se così è lecito dire, che Egli ebbe in terra. E perciò chi può dubitare che Gesù non accolga ogni supplica di S. Giuseppe, qual paterno comando, e come tale la esaudisca più prontamente che quella di qualunque altro? Ubbidiente come era in terra, così ora nel cielo? Tutte, dunque, mie figlie, tutte prendetelo per vostro protettore, con grande fiducia, poiché egli ha in sé sufficientissimi motivi per salvare tutte.

Prendetelo come vostro avvocato singolarissimo, per custodire più illibato il candore della vostra verginale purezza; per sopportare in pace i pesi della povertà evangelica e tutti i travagli e le tribolazioni di questa misera vita; per vivere tra voi con vicendevole carità; per condurre, insomma, una vita santa e irreprensibile, onde ottenere morendo un’agonia soave e consolante.

S. Giuseppe morì avendo da un lato Gesù e dall’altro Maria. Gesù e Maria gli chiusero gli occhi con le loro mani; e anche lui, come è molto credibile, morì di puro amore. Quali altri accenti dovette egli avere sulle labbra in quel momento se non questi così dolci: Gesù e Maria? Noi felici se egli impetrerà anche a noi un tale privilegio! Sì, chiediamoglielo istantemente e non dubitiamo; poiché, se egli vuole, ben può alla fine della nostra vita condurre nella nostra camera Gesù e Maria, e far sì che noi, vedendo loro, spiriamo quasi in un’estasi di amore; spiriamo tra le loro braccia; spiriamo, come io desidero a quante voi siete, con soavità celestiale, nel bacio del Signore, in osculo Domini. Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Dir male del prossimo

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2011

Dir male del prossimo  dans Citazioni, frasi e pensieri pettegolezzi

Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?

I fatti che voi riferite sono veri? Ma ditemi, noi non abbiamo mai mancato in niente? Chi è che può dirsi senza peccato? Se vi è alcuno così innocente che la sua coscienza non gli rinfacci colpa di sorta, si faccia avanti e sia costui il primo a dir male del suo prossimo che io mi contento.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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La mormorazione

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2011

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Bella è la virtù della Carità! Questa figlia del Cielo, se da una parte ci eleva sopra di noi stessi e ci porta direttamente a Dio, centro di ogni bene, che dobbiamo amare sopra ogni altra cosa con tutte le nostre forze, dall’altra parte, riguardo al prossimo, ci comanda di amarlo come noi stessi, pronti a fare per lui tutto ciò che vorremmo fosse fatto a noi, e a non fare a lui ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Vi sono però vizi e peccati che più si oppongono alla santa carità. Questa sera dunque desidero parlarvi della maldicenza che diametralmente si oppone alla carità fraterna, al fine di prevenirvi se qualcuna di voi, anche inavvertitamente, se ne fosse resa colpevole. Ad ottenere lo scopo, vi mostrerò che cosa sia la maldicenza, di quante specie ve ne siano, quanto essa sia peccato comune, e quanti siano i disordini che cagiona, le scuse con cui si difende e finalmente i pericoli a cui espone. La materia è vasta e non può certo contenersi tutta nei limiti di una istruzione, ma quello che non posso dire questa sera lo diremo la prossima volta. Seguite con grande attenzione e gravità: si tratta di un argomento di somma importanza.

La detrazione, ossia la mormorazione, è un’ingiusta diminuzione della fama altrui, fatta in assenza di quella persona contro cui si mormora. Ho detto un’ingiusta diminuzione della fama altrui, perché chi dicesse male di se stesso e diminuisse così la fama propria, non sarebbe ingiusto, perché ciascuno è padrone del suo buon nome e della sua propria fama. Ho detto in secondo luogo: fatta in assenza della persona di cui si mormora, perché se si fa alla sua stessa presenza si tratta di semplice contumelia. Inoltre, se si toglie o si diminuisce la fama al prossimo, manifestando un suo difetto vero, si chiama semplice mormorazione; se poi gli si toglie la fama, propalando un difetto falso, allora si chiama calunnia, la quale è assai più grave della semplice mormorazione, perché vi si unisce una bugia perniciosa contro il prossimo. Vari poi e diversi sono i modi con cui si può togliere e diminuire la fama o la riputazione al prossimo, ossia con cui si può mormorare. S. Tommaso ne conta sino a otto. Il primo e il più grave di tutti è la calunnia.

Pare strano che un cristiano, tenuto per legge alla pratica della carità e ad amare il suo prossimo come se stesso, possa giungere a tanto di malizia da imputare ad un suo fratello, ad una sua sorella, un difetto di cui non è colpevole; questo è un peccato così odioso che non può certo commetterlo chiunque serba ancora in cuore qualche residuo di probità e di amore. Eppure, sebbene non succeda con tanta frequenza, si sono trovati dei calunniatori e delle calunniatrici che imputano a persone innocenti delle colpe che non hanno commesso, né pensato mai di commettere. S’incolpa quella di intrigante, quell’altra di scrupolosa e di manica stretta; questa come persona che riporta e che dice ciò che non dovrebbe dire; quella come persona che parla per stizza e con finzione. E non temete che vi sorprenda l’ira di Dio inventando tali calunnie?

E’ anche poi una specie di calunnia, attribuire all’operato del prossimo dei fini e delle intenzioni che egli non ha mai avuto. Quegli, dicono queste lingue calunniatrici, ha detto la tal cosa, ma dev’essere perché qualcuno l’ha informato; quell’altro ha fatto la tal cosa, ma per farsi vedere e stimare; questa non tratta quasi mai con me, perché mi porta odio, non mi può vedere; quella mi ha usata un’attenzione perché aspettava da me un qualche regalo; la tale va spesso al parlatorio perché non ha niente da fare; oppure è più amante della conversazione che del ritiro; quest’altra sta molto in confessionale perché è scrupolosa, oppure confessa anche i peccati degli altri; quell’altra tace e ubbidisce sempre, perché non sa dire la sua ragione e non sa farsi portare rispetto, così si lascia mettere i piedi sul collo. Oh interpreti maligni! Chi vi ha data facoltà di entrare nelle intenzioni e nel cuore dei vostri simili? Come avete ardimento di usurparvi un diritto che appartiene solamente a Dio?

Il secondo modo di mormorare e togliere, o diminuire, la fama del prossimo è quello di amplificare o accrescere un suo difetto vero; l’ingrandimento che se ne fa è anche questo una vera calunnia.

Uno per esempio, dirà o farà una cosa piccolissima e di nessun valore, ma raccontata con quell’aria di serietà, con quell’importanza si amplifica in modo che si fa comparire una grande cosa e un grande difetto.

- Se sapeste, dice una, che cosa la tale ha detto alla cuciniera di voi!

- Che cosa ha detto? – Ha detto che siete buona a far niente, che vi perdete in chiacchiere, che danneggiate la comunità e via discorrendo, e invece aveva detto solamente che la minestra era troppo salala. – Sapete niente della tale che pare una santarella? – Io no, cosa c’è? – Sa dare certe risposte! Se aveste sentito che lingua! – E invece non aveva fatto altro che parlare un po’ più forte. E intanto con l’ingrandire, le mosche diventano cammelli.

Il terzo modo di mormorare è quello di manifestare gli altrui difetti occulti. Questa maniera di screditare il prossimo è quanto mai familiare e comune nelle conversazioni e nelle adunanze: non si fa altro dalla mattina alla sera, dal principio dell’anno fino alla fine, che mormorare e dir male del prossimo. Appena si trovano insieme due persone, sapete qual è il loro trattenimento, il loro discorso? Nel parlare male di questa o di quella; nello scoprire questo o quell’altro difetto. Confessatelo voi, sorelle mie, se non è vero che trovandovi fuori di casa, o in parlatorio con parenti o altre persone, e forse anche nella stessa vostra casa con alcune delle vostre consorelle, non si faccia qualche mormorazione grave o leggera del prossimo?

Il quarto modo di mormorare è quello di interpretare sinistramente e prendere in mala parte le azioni del prossimo. Uno, per esempio, vuol fare elemosina a quella famiglia, a quelle persone bisognose e, « Non è tutta carità – dice subito il maldicente – vi sarà qualche altro fine ». Un’altra si presta volentieri e si sacrifica intorno a quella inferma e lo fa per semplice e pura carità, ma una lingua maledica vuole aggiungere che lo fa per interesse. Questa se ne sta ritirata per schivare le chiacchiere inutili e non perdere il raccoglimento e la presenza di Dio, ma la maldicente dirà che lo fa per malinconia e per cattiva indole.

Si mormora, in quinto luogo, nel negare o nascondere le opere buone del nostro prossimo. Uno, a mo’ d’esempio, crede che quella tale persona abbia fatto questa o quell’altra opera buona, abbia esercitata questa o quell’altra virtù, ma la maldicente dice che non è vero.

Si mormora, in sesto luogo, nel tacere di quelle circostanze, dalle quali dal nostro silenzio si può facilmente intendere che quel nostro prossimo non è degno d’essere lodato, o almeno non merita tanta lode. Quel tale è proprio una brava persona docile, ubbidiente, caritatevole; l’altra che sente questo discorso, tace e questo silenzio è una vera mormorazione, perché col suo silenzio dà a vedere che la cosa non è così.

In settimo luogo si manca coll’attenuare la virtù del prossimo, o col lodarlo così freddamente che gli astanti s’accorgono che chi loda non ha buona opinione della persona da lui lodata. Si mormora coi gesti, quando cioè, sentendo discorrere di qualche difetto, si indica con gli occhi o con la mano, o con altro segno una persona, quasi fosse anch’essa colpevole di un tale difetto.

In ultimo, si mormora sotto pretesto di dar buoni consigli. « Non fate come quel tale o quella tale che non si diportano molto bene. – Guardate di non imitare quell’altra che tende a far partito. – Non vi fidate di questa, perché non sa tacere una parola ». Bella maniera di dar consigli! Si mormora, dice S. Bernardo, anche sotto apparenza di zelo, di compassione, di carità. « Che disgrazia che quella persona, così modesta e devota, abbia quel tale difetto! Che dite di quella Superiora? E’ proprio una brava persona, ma non è buona a niente, non ha energia, si lascia menar pel naso da tutti. Di quel religioso, di quel sacerdote che ve ne pare? Conduce una vita irreprensibile: peccato che sia così scrupoloso e si lasci talvolta trasportare dalla sua passione, dall’interesse, dalla superbia ». E questa vi pare compassione? vi pare carità? vi pare zelo? Non vedete che sono raffinate mormorazioni, vere maldicenze?

Ma chi sono quei tali che in tante e sì svariate maniere tolgono la fama e la riputazione ai loro fratelli? Sono talvolta i cristiani, e non sono pochi. Purtroppo, anche in mezzo ad essi, anche nelle stesse famiglie religiose, non v’è cosa che si ascolti con maggior gusto, quanto la detrazione del prossimo. Il vizio di mormorare è comune a tutti. Si mormora dai ricchi e dai poveri, dalla gente di campagna e da quella di città. Si mormora non solamente dalle persone più rilassate e corrotte, ma anche da quelle che fanno professione di pietà e di religione, persone che si fanno tanto scrupolo di tante cose… e non si fanno scrupolo di mettersi sovente a dir male del prossimo e ad ascoltare volentieri chi ha da dire male. Pochi son quelli, dice S. Paolo, che sanno tenersi forti contro questo vizio. Essi dopo aver fatto resistenza a tutti gli altri vizi, cadono in questo che può chiamarsi l’ultimo laccio del demonio. Ma che gioverà a costoro la loro pietà, se sono mordaci e crudeli col loro prossimo? Che gioveranno le orazioni, le comunioni, le penitenze, se con i loro discorsi non fanno altro che denigrare la fama e la riputazione di questo e di quello? Credete forse che il mormorare non sia peccato? Esso è un vizio dei più enormi, che si oppone direttamente alla più grande di tutte le virtù, cioè alla santa fraterna carità.

A Dio piacendo, in altro ragionamento ne esamine remo la colpevolezza e la malizia, con tutte le conseguenze che ne derivano, ma intanto riflettiamo sopra noi stessi, perché si tratta di un punto di grande importanza. Ho aperto un poco il mio cuore e vi ho detto ciò che già da tempo avrei dovuto dirvi, ma ho dilazionato (e chissà che non debba rendere conto a Dio!) perché mi rincresceva, come mi rincresce grandemente ora di averlo fatto. Vi prego però di non prenderve-la a male, perché io non parlo che per scrupolo di coscienza e per vostro bene, e per l’amore che porto a questa vostra comunità. Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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L’eternità

Posté par atempodiblog le 20 juin 2011

L'eternità dans Fede, morale e teologia eternit

È articolo di fede che, come è senza fine la gloria che dà Iddio alle anime giuste, così è senza fine il castigo che dà ai malvagi all’inferno. Il motivo è che, dopo la morte, è finito il tempo e non è più possibile né meritare, né demeritare: come si muore, tali si resta per tutta l’eternità: i giusti sempre giusti, i malvagi sempre malvagi. Ora, Dio, giustissimo rimuneratore, non può non premiare e glorificare le anime dei giusti e non punire e castigare i cattivi. I buoni in cielo saranno sempre buoni per tutta l’eternità, perciò Dio per tutta l’eternità li premia e li glorifica; i cattivi, al contrario, nell’inferno saranno sempre soggiogati, per tutta l’eternità, dai loro vizi, quindi Dio per tutta l’eternità li punisce e li tormenta. A far cessare all’inferno il castigo, bisognerebbe che cessasse il peccato, ma il peccato permane, perché il dannato non potrà mai rivolgersi a Dio con un atto di contrizione e chiedergli perdono.

Anzi egli lo odierà e maledirà eternamente, quindi conviene che anche la pena sia sempiterna, altrimenti Dio non sarebbe giusto.

Posto ciò, considerate che vuol dire eternità di castigo. Essa è una pena terribilissima, perché non ha misura. Amplissimo è il giro della terra e l’altezza dei pianeti, ma tuttavia si possono misurare; profondo è il fondo del mare, ma si può scandagliare dagli esperti; ogni cosa, insomma, benché si chiami smisurata, si può sempre, in qualche modo, misurare. L’eternità sola non può misurarsi; tutte le misure immaginabili, applicate all’eternità, sono di essa infinitamente minori.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Il giudizio temerario

Posté par atempodiblog le 24 mai 2011

Il giudizio temerario dans Fede, morale e teologia 1zm2szb

In due modi si può recar danno alla fama del prossimo e fargli perdere la sua buona stima e la sua reputazione: 1°) con la calunnia e la mormorazione, come abbiamo veduto nelle precedenti istruzioni; 2°) internamente col giudizio temerario. Quando noi diciamo male di qualcuno, mormorando o calunniandolo, facciamo perdere a questo tale quella buona stima ch’egli godeva presso gli altri; quando invece ne giudichiamo male, gli facciamo perdere la buona opinione ch’egli godeva presso noi stessi, cioè nella nostra mente. Dopo aver parlato della maldicenza con cui si toglie la fama al prossimo, esternamente, è bene che parliamo anche del giudizio temerario con cui si toglie la fama al prossimo, internamente.

Anche il giudizio temerario è un vizio che è divenuto comune, perché ci si mette, con tutta facilità, a giudicare e a sentenziare sulle azioni altrui. Vediamo quanto sia male giudicare temerariamente il prossimo, per evitare in noi questo vizio, per averne l’orrore che esso merita e per schivarlo con diligenza. Uditemi con attenzione.

Per procedere con chiarezza in questa materia e togliere ogni ansietà all’anima timorata e devota, bisogna avvertire che non sono giudizi temerari quei semplici pensieri e quei sospetti involontari che vengono in mente contro il prossimo, senza accorgercene, e che vorremmo che non ci venissero. Altro è sentirsi da essi molestati e combattuti, altro è essere vinti. Sarebbe bene che in noi ardesse tale carità verso il prossimo che ci facesse sempre pensar bene di tutti, e che fossimo così occupati nella indagine dei nostri difetti da non aver tempo di pensare a quelli degli altri; ma poiché in questa vita non viviamo senza tentazioni, basterà che contro di esse si combatta e si resista.

In secondo luogo bisogna avvertire che altro è il sospetto e altro è il giudizio. Il sospetto si ha quando si è più inclinati a credere il male; il giudizio si ha quando si ritiene una cosa per certa e indubitata. Il giudicare male del prossimo, apertamente e fermamente, senza giusto e vero motivo, è sempre peccato grave, perché ritenendo decisamente il nostro prossimo come cattivo, gli si toglie la buona stima e la riputazione. Ho detto: giudicar male decisamente, senza giusto motivo, perché se vi fossero dei gravi motivi, ossia dei gravi e forti indizi, allora il nostro giudizio non sarebbe più temerario, sebbene anche in questo caso sarebbe molto meglio sospendere ogni giudizio e coprire ogni cosa col manto della carità.

Premesse queste nozioni generali, è certo che non è mai lecito, senza un grave e giusto motivo, giudicar male del prossimo; se noi lo facciamo, i nostri giudizi sono sempre temerari e gravemente peccaminosi, a meno che la cosa di cui si giudica sia piccola e di poco conto, nel qual caso il giudizio sarebbe solo colpa veniale, per parvità di materia.

La ragione è quella che adduce l’angelico dottore S. Tommaso. Tre condizioni, dice il santo, si richiedono affinché un giudizio sia retto e lecito: a) autorità in chi giudica; b) cognizione di ciò di cui si giudica; c) che si giudichi con giustizia. Ora, che autorità abbiamo noi sopra il nostro prossimo? L’autorità è di due sorta: ordinaria e delegata. L’ordinaria è quella che compete a qualcuno in ragione del suo ufficio; la delegata è quella che si dà ad alcuno da chi ha l’ordinaria. Per esempio, un principe che abbia un assoluto dominio sopra i sudditi del suo regno, ha una giurisdizione ordinaria sopra di essi, e con autorità ordinaria li può giudicare. Ma perché non può trovarsi in ogni luogo del suo stato, costituisce dei ministri, propone loro che facciano le sue veci e questi si chiamano giudici delegati. Ora, di queste due autorità quale abbiamo noi che ci mettiamo a giudicare così facilmente il nostro prossimo? Nessuna: né l’ordinaria perché non abbiamo un ufficio a cui questa sia annessa; né la delegata, perché non ci fu conferita da nessuno. Non ci fu data nemmeno da Dio, supremo padrone di tutte le cose, a cui solo appartiene il diritto di giudicare tutti gli uomini. Egli, anzi, ci proibisce nel suo Vangelo di giudicare i fratelli, e se lo facciamo, ci minaccia di avere per noi giudizi severi: «Non giudicate e non sarete giudicati; un giudizio senza misericordia sarà fatto per colui che non usò misericordia».

«Chi siete voi – dice S. Paolo – che vi prendete la libertà di giudicare il servo altrui? Sono forse vostri sudditi e dipendenti, quelli che voi giudicate? Certo no: sono servi e dipendenti di Dio. Se fanno bene o male, se cadono o no, non tocca a voi tenerne conto. Perché, dunque, volete censurare il vostro fratello, continua l’Apostolo, se non è suddito né servo vostro? Se sopra di lui non avete alcuna giurisdizione o potere? Lasciatelo completamente al suo giudice naturale, altrimenti fate ingiuria al vostro fratello, sottomettendolo al vostro giudizio, quando dipende solo da Dio».

«Nemmeno il divin Padre – dice S. Bernardo – si prende l’arbitrio di giudicare gli uomini, quantunque ne avrebbe tutto il diritto»: infatti ha rimesso il giudizio al suo divin Figlio G. C, che è giudice dei vivi e dei morti. Crediamo pure alla grande carità promessa da Gesù agli apostoli, e a noi nella loro persona, che se osserviamo scrupolosamente la sua legge e adempiamo con esattezza gli obblighi della nostra vocazione, sederemo un giorno con Gesù Cristo per giudicare. Ma non preveniamo la venuta di questo Giudice supremo, né vogliamo giudicare prima di Lui. Se solamente nel giorno del giudizio universale, Gesù Cristo ci comunicherà il suo divino potere, aspettiamo che ce ne faccia parte, e aspettiamolo con umiltà e pazienza. In una parola, non giudichiamo prima del tempo, come ci dice lo stesso apostolo Paolo, né prima della venuta del Signore; altrimenti i nostri giudizi saranno temerari, perché fatti senza autorità e sufficiente cognizione di causa, ch’è la seconda condizione richiesta da S. Tommaso, per formare un retto e giusto giudizio.

Ditemi un poco, voi che giudicate così facilmente il vostro prossimo: che cognizioni avete delle sue azioni? I giudici e i magistrati, prima di condannare uno, accusato come reo, fanno ricerche sopra ricerche. Dopo aver sentita l’accusa, esaminano con diligenza le prove da una parte e dall’altra, pesano tutte le circostanze del fatto, interrogano i testimoni, concedono la difesa al reo e fanno tutto il possibile per trarre la verità dalla bocca stessa dell’imputato, per non incorrere nel pericolo di proferire sentenze ingiuste. Ma noi, quando giudichiamo il nostro prossimo, non osserviamo alcuna di queste formalità. Solo da ciò che esternamente si vede, si giudica delle condizioni interne del cuore. Si giudica di tutto e si prendono per evidenti, i più leggeri sospetti. E non crediamo che siano falsi i nostri giudizi? Nessuna legge ancora ordina di intromettersi nel santuario dei cuori e di giudicarne i pensieri, le intenzioni, le idee, perché Dio solo può conoscere l’interno dell’uomo. La stessa Chiesa Cattolica, sebbene fondata da Gesù Cristo e illuminata dallo Spirito Santo, affinché non erri, in materia di fede e di costumi, non giudica mai le interne disposizioni e i movimenti del cuore. E noi, che non siamo che tenebre ed ignoranza, saremo così temerari ed audaci da giudicare la condotta del prossimo, la quale proviene dal fondo del cuore, perché l’azione esterna per sé non è né buona né cattiva, se non viene informata dall’interno? Ma se non capiamo neppure noi stessi, come possiamo pretendere di conoscere l’intimo degli altri? Non è forse vero che tante volte, essendo sorpresi da tentazioni di odio, d’invidia, d’impurità, non sappiamo neppure decidere se abbiamo acconsentito o no, e per levarci ogni ansietà, siamo pronte ad accusarcene in confessione come ne fossimo rei davanti a Dio? Se non sappiamo tante volte cosa passa nel nostro cuore, nel nostro intimo, come possiamo giudicare ciò che passa nell’intimo del cuore altrui? Decidiamo delle altrui intenzioni, senza timore di ingannarci; e con facilità definiamo il prossimo reo di questo o di quel difetto. Può darsi temerarietà maggiore di questa? Ma noi, padre, dirà forse qualcuna, non giudichiamo dalle sole apparenze, giudichiamo da ciò che vediamo con i nostri occhi. E il giudicare da quel che si vede, non è giudicare dall’apparenza e perciò temerariamente? Giudicare dalle apparenze, ci si mette a rischio di cadere in inganno.

Le abominazioni di Sodoma e Gomorra erano divenute così pubbliche e pestifere, che avevano contaminato tutto il paese all’intorno e, secondo l’espressione della divina Scrittura, erano salite fino al trono di Dio. Che fa Iddio? Giudica forse quegli sciagurati sull’istante e dà loro il meritato castigo? «No, esaminerò meglio la loro causa», dice Egli. Vuole portarsi sul luogo e constatare di persona l’entità di quell’enorme delitto. Ma perché questo? Iddio non è presente in ogni luogo? Non conosce minutamente ogni cosa, senza aver bisogno di portarsi a vedere? Perché, dunque, venire sul luogo a vedere, se la cosa sia vera? Per ammaestrare noi, dice S. Gregorio, e farci intendere che quando si tratta di giudicare il nostro prossimo non dobbiamo farlo così a precipizio, per quanto i fatti sembrino manifesti e divulgati. Bisogna andare adagio, prendere informazione diretta, non starsene alle relazioni altrui, esaminare se i fatti siano così, o altrimenti, per evitare i giudizi temerari. E la causa di questi giudizi sapete qual è? E’ perché si giudica secondo le proprie passioni. Sì le nostre cattive passioni sono quelle che ci spingono a giudicare il prossimo non solo senza carità, ma anche senza giustizia. L’invidia, l’amor proprio, la superbia non ci lasciano mai pensar bene del prossimo, ci fanno comparire colpevoli quegli stessi che sono innocenti. Davide agli occhi di Giònata sembrava innocente e tanto caro da essere amato da tutti; agli occhi di Saul, invece, lo stesso Davide pareva così malvagio, da giudicarlo degno di morte. Come mai un giudizio così diverso sulla stessa persona? Perché Giònata aveva un cuore ben fatto e questo lo faceva giudicare rettamente del suo amico; Saul invece aveva un cuore, maligno e lacerato dall’invidia che lo portava a fare sinistri giudizi. Gesù conduceva una vita irreprensibile, eppure scribi e farisei lo facevano passare per un peccatore. Sapete perché? Essi erano dominati da interessi e da amor proprio, e temevano che i suoi insegnamenti facessero loro perdere la stima del popolo. Così capita anche a noi, sorelle mie, giudicando il nostro prossimo con cuore accecato dalle passioni: tutto ciò che vediamo in esso ci pare vizioso e malvagio.

Stabiliamo dunque, come frutto di questa istruzione di non alzar mai più tribunali contro i nostri simili, né giudicare mai più alcuno dei nostri fratelli, perché non avendo noi autorità di farlo, mancandoci la sufficiente cognizione di poterlo fare rettamente ed essendo d’ordinario prevenuti dalle passioni, i nostri giu dizi non possono essere che temerari e conseguentemente peccaminosi. Cerchiamo di giudicare noi stessi e non gli altri, perché noi saremo giudicati da Dio non sopra le azioni altrui, ma sopra le nostre. S. Paolo ci avvisa che se giudicheremo e condanneremo noi stessi, non sentiremo più un giorno i rigori del giudizio di Dio.

Forse nel corso di questa istruzione avrò detto qualcosa che non a tutte sarà piaciuta, ma ricordatevi, mie sorelle, che come vi ho detto già un’altra volta, la verità che rimprovera è quella sola che corregge i costumi e risana il cuore dalle proprie miserie. Non dimentichiamo mai che Gesù Cristo N. S. nel S. Vangelo vieta il giudizio temerario nella maniera più rigorosa, dicendo: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; altrimenti sarete giudicati con la stessa severità che avrete usata verso gli altri». Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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