Ai preti manca sposarsi?

Questo intervento nasce, grazie ad una riflessione ad alta voce di Padre Livio,  perché in tv si parla di coppie di fatto e non più di matrimonio, mentre quest’ultima forma di unione vorrebbero affibiarla ai preti. Il celibato dei preti non è un dogma di Fede. Il primo Papa, San Pietro, era sposato.
La Chiesa latina, nel corso della storia, ha ritenuto opportuno associare al sacerdozio il voto di castità e questa scelta si è rilevata molto positiva.
 
Il popolo ha imposto il celibato perché andava a Messa dai preti celibi e non da quelli sposati.  Non dimentichiamo che Gesù Cristo era celibe e che il prete è un Altro Cristo.  
La crisi delle vocazioni non si risolve con i preti che si sposano, la crisi riguarda anche i pastori protestanti e i preti anglicani (che si sposano).  Il problema del clero è quello della Fede: ha poca Fede.  
La Valtorta scrisse che il tempo della grande impostura sarebbe stato preparato da una crisi del clero. Ricordo l’apparizione delle Tre Fontane a Roma dove 
la Madonna della Rivelazione fece vedere, per terra, al veggente un drappo nero, una veste gettatata e una croce spezzata; dicendo che ci sarebbe stata una grande infedeltà da parte dei sacerdoti. Infatti, in quei tempi, furono molti i sacerdoti che lasciarono l’abito. Questa crisi non riguardava una crisi dei sensi (crisi affettive e affini) ma una mancanza di Fede che porta al naufragio nella stessa.
 
Guardando la situazione della Chiesa oggi si è portati a pensare una frase di Gesù: “Quando verrà il Figlio dell’Uomo ci sarà ancora
la Fede sulla Terra?”.
 
Bisogna essere saldi nella Fede. Le vocazioni, sia maschili che femminili, di clausura – dove la vita è eroica – sono le uniche che non hanno crisi. Gli ordini religiosi più austeri han conservato le vocazioni, invece quelli che hanno aperto al mondo hanno perso le vocazioni. Ci vorrebbe una rinascita spirituale, in cui si è entusiasti della propria Fede e missione.  E’ fondamentale che i preti conoscano di più Gesù Cristo e che lo amino di più. Quindi il sacerdote è chiamato ad imitare Cristo che era celibe (essendo un Altro Cristo) e a dare piena dedizione alla Chiesa Sposa di Cristo, a cui dona la sua esistenza e la ricchezza dei suoi sentimenti. Questi ultimi due motivi che ho scritto sono un teologico e l’altro ecclesiologico e c’è anche una terza ragione di natura escatologica: per testimoniare la vita futura.  
Il prete si stacca da alcune cose per essere più disponibile, per diventare un padre in senso spirituale. Aiuta a scoprire l’Amore di Dio. Oggi manca l’amore per Gesù e per le anime. Il sacerdozio è il prolungamento di Gesù Cristo, della sua vita e delle sue scelte. Gesù era tutto della sua missione.  I preti sposati devono dedicare del tempo alla loro famiglia e la gente è scontenta. I fedeli sono “figli” del sacerdote. Per trasferire i preti da una Parrocchia ad un’altra o da un posto all’altro bisognerebbe chiedere il permesso alla moglie ed ai figli (che hanno amici, scuola, ecc… in quel posto). Se un figlio desse cattivo esempio, di riflesso il prete perderebbe un po’ della sua autorità (la gente mormorerebbe che se non sa educare il figlio come può condurre bene i fedeli, ecc…).  Veniamo al triste argomento dei preti che lasciano l’abito: costoro restano sacerdoti per sempre e per loro bisogna pregare e digiunare. Non forzarli perché Dio ha lasciato a tutti una volontà libera.  Gesù, gelosissimo dei suoi Sacerdoti, non vuole e non tollera che vengano mosse accuse, di nessun tipo e di nessun genere, anche se l’evidenza delle cose e dei fatti lo rendono palese. Bisogna pregare, pregare, pregare e mai giudicarli, se succede questo, la colpa è dei fedeli, che non pregano abbastanza per avere santi Sacerdoti! Bisogna usare carità spirituale, quando si parla di qualsiasi Sacerdote, anche se colpevole…  Profetiche furono le parole del Cardinale Newman: « Molti ecclesiastici si sono lasciati andare ad una vita di mollezza. Non intendono più il valore della loro chiamata alla vita di povertà, umiltà e castità. Spogliatevi ora di questi ornamenti del mondo che adescano ed intrappolano le vostre anime, fratelli miei; e distruggono la vostra vocazione. Gli anni che vi rimangono sono pochi per recuperare il gregge che avete disperso. Svegliatevi ora dal vostro sonno… O fratelli miei, sono pienamente consapevole dei vostri dilemmi e degli errori che si sono impossessati di voi. La vostra obbedienza deve essere data all’Eterno Padre. Non ci sarà alcuna giustifi­cazione per l’uomo che favorisce l’errore e l’eresia!… Tornate indietro, fratelli miei… ».  Oggigiorno si prega pochissimo per i Sacerdoti, invito tutti a recitare questa preghiera che ci ha insegnato San Pio da Pietrelcina: « Dio Onnipotente ed Eterno, che vuoi la salvezza di tutti gli uomini e non vuoi che alcuno perisca, dona al mondo Sacerdoti Santi, perché il Loro esempio trascini gli altri a conoscerti meglio, ad amarti di più e a servirti come a Te conviene. Amen ».  Concludendo, ai preti non manca sposarsi ma avere più Fede. 

2 Réponses à “Ai preti manca sposarsi?”

  1. Palla di Neve dit :

    Dalla seconda lettera di Timoteo capitolo 4 [dal 3 al 5]:

    Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, 4 rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. 5 Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.

  2. Guido dit :

    E’ un po’ vecchio ma sempre ottimo per riflettere:
    PRETI E MATRIMONIO
    Di Antonio Socci
    Libero
    5 dicembre 2006
    Forse, oltre ad astenersi dal matrimonio, gli ecclesiastici dovrebbero astenersi anche dalle interviste. Per non confondere il Verbo con le chiacchiere. L’altroieri per esempio il cardinale Claudio Hummes ha rilasciato dichiarazioni che sono parse esplosive sul tema del matrimonio dei preti. Non potevano passare inosservate perché Hummes in queste ore sta arrivando a Roma chiamato dal Papa proprio come “ministro” per il clero.
    Ecco cos’ha detto il cardinale: “Anche se i celibi fanno parte della storia e della cultura cattoliche, la Chiesa può riflettere sulla questione del celibato perché non è un dogma, ma una norma disciplinare”. Di per sé ha ragione chi ha notato che non c’è niente di nuovo, perché di certo il celibato ecclesiastico non è un dogma di fede. Ma è evidente che annunciare oggi una possibile revisione, mentre Hummes si appresta a guidare la Congregazione del clero e mentre si intensificano gli attacchi a questo istituto, significa indurre i giornali a titolare: “Il Vaticano apre sui preti sposati”.
    Se il cardinale avesse inteso dire questo sarebbe andato contro il Papa e la Chiesa: appena venti giorni fa Benedetto XVI ha riunito i capi dei dicasteri romani ribadendo il “valore della scelta del celibato sacerdotale secondo la tradizione cattolica”. Ovvia e prevedibile dunque la sua correzione di ieri.
    Tuttavia dichiarazioni avventate come le sue alimentano la confusione nella Chiesa. E c’è una parte del suo ragionamento che, essendo molto diffuso, merita di essere discusso e confutato. La prima dichiarazione di Hummes sembra ridurre tutto a una banale “norma disciplinare” che, come tale, può anche essere ribaltata. La stessa posizione dei “catto-progressisti” che vogliono la resa della Chiesa davanti al mondo e il rinnegamento della tradizione.
    Infatti ieri Pietro Scoppola – per dirne uno – dichiarava al Corriere della sera: “il celibato ecclesiastico è solo una norma di diritto canonico, una scelta della tradizione, non fondata teologicamente. Mi sembra importante che oggi davanti alla crisi della vocazioni si possa pensare a scelte diverse aperte alle nuove esigenze”.
    In poche righe troviamo una summa dei luoghi comuni circolanti sulla materia. Solo che questo luogocomunismo è infondato. Intanto perché la cosiddetta “crisi delle vocazioni” e la secolarizzazione attanagliano anche (e di più) le confessioni protestanti e le chiese ortodosse che pure non hanno il celibato ecclesiastico. In secondo luogo perché i fatti (anche le statistiche recenti) dimostrano che nella stessa Chiesa Cattolica stanno aumentando le vocazioni più rigoriste, come quelle di clausura, mentre calano ancora le vocazioni secolari dove più si è concesso al mondo e all’attivismo sociale. Le vocazioni infatti – per la Chiesa – derivano dalla grazia di Dio e non certo da uno studio sociologico con conseguente pacchetto-regalo che elabora qualche offerta speciale: tonaca e moglie, due al prezzo di uno.
    Ma infine è proprio vero che il celibato ecclesiastico è solo “una norma di diritto canonico” o – come dice Hummes – una “norma disciplinare” che come tale si può tranquillamente ribaltare? No. Non è vero. La Chiesa Cattolica, nella sua lunga tradizione, è andata maturando una dottrina opposta. Lo ha spiegato molto bene il cardinale Alfonso Stickler nell’opera “Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici”. Stickler lavorò come perito al Concilio Vaticano II e all’elaborazione del nuovo Codice di diritto canonico. E’ stato Rettore dell’Università salesiana e vicepresidente del Bureau dell’Associazione Internazionale di Storia del Diritto e delle Istituzioni. Creato cardinale nel 1985 da Giovanni Paolo II, Stickler ha dimostrato – nei suoi studi – che non è possibile capire le istituzioni della Chiesa senza comprendere le basi teologiche che le originano. Anche sul celibato ecclesiastico.
    La vulgata corrente, superficiale e sbagliata, è quella ripetuta ieri da Franco Cardini (ormai approdato alla comoda riva del pensiero dominante) secondo cui: “il celibato dei preti risale solo alla seconda metà dell’XI secolo. Prima i sacerdoti si sposavano”. In pratica, per costoro, si potrebbe fare una storia di come fu introdotta la legge del celibato ecclesiastico in Occidente. Ma questo non è vero, come si dimostra nel noto Wörterbuch der Kirchengeschichte, a cura di Carl Andresen e di Georg Denzler (Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco di Baviera 1982). Al contrario si può scrivere la storia della decisione inversa presa dalla Chiesa Orientale.
    Stickler, in sintesi, spiega che non conosciamo nessuna decisione ecclesiastica che abbia introdotto come innovazione il celibato, il quale risale invece a una ininterrotta tradizione non scritta, a una consuetudine di origine apostolica, probabilmente addirittura divina. E’ vero infatti che lo stesso S. Pietro era sposato, ma si era sposato prima della chiamata di Gesù e – spiega Stickler – la legge del celibato ecclesiastico consiste nell’obbligo della “continenza da ogni uso del matrimonio dopo l’ordinazione”. Che poi è diventata la norma del celibato perché “l’origine di ogni ordinamento giuridico consiste nelle tradizioni orali e nella trasmissione di norme consuetudinarie le quali soltanto lentamente ricevono una forma fissata per iscritto”.
    Risalendo alle origini troviamo anche le ragioni teologiche del celibato. Perché nel Nuovo Testamento il sacerdote non è più un uomo che svolge un servizio religioso, ma una persona che interamente si dona per
    amore, come Cristo alla sua Chiesa. E che da Cristo riceve prerogative e poteri divini. Stickler indica come essenziale e definitiva l’esortazione apostolica post-sinodale “Pastores dabo vobis”, del 25 marzo 1992, che definisce la “Magna Charta della teologia del sacerdozio che rimarrà norma autorevole per tutto l’avvenire della Chiesa”. In essa si afferma: “È particolarmente importante che il sacerdote comprenda la motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato”. E si aggiunge: “l’Ordinazione sacra configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore”.
    Ci sono anche ragioni pratiche e sociali che motivano il celibato ecclesiastico, ma la ragione di fondo è teologica e non può essere degradata a semplice “norma disciplinare”. Ma perché l’attacco mondano alla Chiesa su questo punto trova tali appoggi nel mondo ecclesiastico?
    Anni fa, da cardinale, Joseph Ratzinger colse il dramma del momento presente: “Il prete, cioè colui attraverso il quale passa la forza del Signore, è sempre stato tentato di abituarsi alla grandezza, di farne una routine. Oggi la grandezza del Sacro potrebbe avvertirla come un peso, desiderare (magari inconsciamente) di liberarsene, abbassando il Mistero alla sua statura, piuttosto che abbandonarvisi con umiltà, ma con fiducia per farsi elevare a quell’altezza”.

    Ecco perché, giustamente, padre Livio Fanzaga, dai microfoni di Radio Maria, nella sua ascoltatissima rassegna stampa del mattino, ha commentato il “caso Hummes” così: “Il problema non è la moglie, ma la fede”. Questo è il cuore del problema per la Chiesa di oggi.

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