Benedetta Bianchi Porro

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2014

“Io penso che cosa meravigliosa è la vita anche nei suoi aspetti più terribili; e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio per questo”.

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Benedetta Bianchi Porro
La storia della Chiesa è ricca di splendide figure. Che attraverso l’arduo cammino della sofferenza, sopportata con fede, e l’eroismo delle virtù cristiane hanno raggiunto la meta della vita. L’esempio di una venerabile vissuta nel secolo scorso e morta in giovanissima età.
di Matteo Salvatti – Il Timone

2mm9029 dans Stile di vita

Benedetta Bianchi Porro è una figura da tener ben presente ai nostri giorni: rappresenta infatti un’eroicità nel vivere le virtù cristiane non comune, una forza vitale dirompente, un messaggio che colpisce nel profondo. Benedetta non è la stereotipata immagine della santarellina, così distante dalla vita di tutti i giorni, ma una ragazza “virile” nel suo affrontare la vita, la malattia e le prove con coraggio e con grande attaccamento alla realtà, scorgendo quanto Dio tratteggiava sul suo cammino e rimanendo sorpresa della Sua grandezza, ma senza cedere a sensazionalismi, con infinita bontà ma senza buonismo, con dolcezza ma senza edulcorato sentimentalismo. Benedetta viene alla luce l’8 agosto 1936 a Dovadola, un modesto centro in provincia di Forlì, figlia dell’ingegnere Guido Bianchi Porro e di Elsa Giammarchi. Appena nata un’emorragia rischierà di portarla alla morte, così che la madre si trova costretta a conferirle il battesimo di necessità. Il suo calvario inizia prestissimo: a tre mesi le viene diagnostica una poliomielite, e questo comporterà il dover sopportare una menomazione fisica per tutta la vita quale può essere l’avere una gamba visibilmente inferiore all’altra. Oltre alle sofferenze per così dire sensoriali, si aggiunge dunque la derisione da parte dei suoi compagni, che mai condanna, ma che al contrario cerca sempre di comprendere e di scusare. Se da un lato Benedetta è pronta ad aiutare tutti, a essere gentile ed educata, dall’altro sente spesso il bisogno di ritirarsi a meditare, a pregare, a contemplare la grandezza del creato e del suo Creatore. Il cristianesimo di Benedetta non è dunque una sorta di sentimentalismo, di solidarietà di clan, un umanesimo filantropico, ma essenzialmente un essere al servizio della verità, conscia del fatto che la carità della verità è, in ottica cristiana, la più alta forma di carità. Ma torniamo al nostro racconto: il padre, un ingegnere termale, si trasferisce a Sirmione con la famiglia quando Benedetta ha l’età per iscriversi al liceo classico, che frequenterà a Desenzano. A quell’età Benedetta inizia a percepire i primi segnali di sordità; ciò nonostante non si lascia vincere dal timore di diventare sorda ma, al contrario, discerne sempre più cosa è essenziale e si rallegra del fatto che nulla potrà mai assordare la voce della sua coscienza. Benedetta era affezionatissima alla corona del rosario che le fu regalata in occasione del sacramento della prima comunione. Amava pregare la Vergine con una fede vera, autentica e convinta. Dopo aver perso la corona, grande fu la gioia nel ritrovarla “casualmente”: niente, infatti, le era così caro. Aveva ben capito che tutto ci è stato dato per mezzo di Maria. Benedetta individua la sua vocazione, che è quella di diventare medico.

Non mancano, però, le umiliazioni, cui lei sa rispondere sempre con una carità evangelica che lascia sbalorditi per l’illuminazione. Un esempio fra i tanti: un giorno, il professore di anatomia le getta il libretto per terra, dinanzi a tutti gli studenti, berciando che non si è mai visto un medico sordo. Invece di cedere alla collera per un simile maltrattamento, è lei che si scusa con il docente, assicurandogli di non averlo offeso volontariamente. A casa, poi, confiderà alla madre che l’insegnante si era comportato bene, dato che il libretto non si era rotto. Sarà però costretta ad arrendersi e non potrà mai diventare medico, pur essendo giunta all’ultimo esame del corso. Dovrà portare scarpe ortopediche, il busto, il bastone e sottoporsi a una lunghissima via crucis di pesanti interventi chirurgici fino a quando sarà lei stessa a diagnosticare la sua patologia: neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen. Una malattia rarissima che la porterà, poco alla volta, alla perdita di tutti i sensi e a immobilizzarla a letto. Diventerà anche cieca ed è appropriato vedere una somiglianza con il biblico Tobia. Benedetta andrà due volte a Lourdes con il treno ospedale dell’Unitalsi, a ricevere quell’acqua con la quale era stata battezzata dalla madre. Se la prima volta ci va con l’augurio di guarire, è la seconda volta che Dio le dà la grazia speciale di capire il mistero della croce. Molti si accorgono di lei, le chiedono consigli, le scrivono e lei si dona completamente agli altri. Gli ultimi tempi continua a farlo con l’aiuto della madre, sforzandosi di utilizzare un alfabeto muto e servendosi soltanto della mano destra, unica parte del corpo non paralizzata. Chi va a trovare Benedetta non ci va espletando opera di carità, o per pietà, ma per uscirne lui arricchito; è Benedetta che visita i peccatori, i bisognosi, gli afflitti e gli scoraggiati, con la luce del suo spirito cristiano. Incarna perfettamente le parole di San Paolo: «Quando sono debole, allora sì che sono forte. Tutto posso in Colui che mi dà forza». I suoi pensieri sono raccolti in un libro e sono tradotti in tutto il mondo, poiché è impossibile non restare contagiati da questa ragazza. Come per tutti i grandi mistici, anche Benedetta ha dovuto sopportare, oltre alle sofferenze fisiche, anche momenti di aridità, la cosiddetta notte dello spirito, e questo non la sminuisce, ma, al contrario, ne esalta il valore. Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale. Benedetta muore, a 27 anni, la mattina del 23 gennaio del 1964, giorno dello Sposalizio della Vergine. L’ultima sua parola fu «grazie». Tempo prima aveva confidato di aver fatto un sogno: entrare in un cimitero di Romagna e trovare in una tomba aperta una rosa bianca da cui emanava una luce abbagliante. Pochi istanti prima della sua morte, in giardino, una rosa bianca fioriva in modo inspiegabile, data la stagione invernale. La Chiesa l’ha dichiarata Venerabile con Decreto del dicembre 1993. Negli anni l’interesse verso Benedetta aumenta costantemente. Sono ormai più di dieci le biografie pubblicate su di lei. La sua storia ha interessato e colpito innumerevoli personalità, da Ignazio Silone a mons. Ennio Francia, da Giorgio La Pira al cardinal Tonini, da Oscar Luigi Scalfaro a Sergio Zavoli, da mons. Angelo Comastri a Padre Turoldo. Vi è persino un giornale dedicato a lei e un sito internet che porta il suo nome (www.benedetta.it).

Ricorda
«Sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo sofferente per la salute del mondo quelli che sono oppressi dalla povertà, dalla infermità, dalla malattia e dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzioni per la giustizia: il Signore nel Vangelo li ha proclamati beati, e “ il Dio… di ogni grazia, che ci ha chiamati all’eterna sua gloria in Cristo Gesù, dopo un po’ di patire, li condurrà egli stesso a perfezione e li renderà stabili e sicuri” (1 Pt 5,10)». (Concilio Vaticano II, Costituzione Lumen Gentium, n. 41).

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Benedetta Bianchi Porro: una storia vertiginosa, una storia cristiana

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2012

benedettabianchiporro.jpg

[...] Piacevolmente spiazzante è anche la storia di Benedetta Bianchi Porro, una ragazza molto talentuosa nata nel 1936 a Forlì. A diciassette anni si iscrisse alla Facoltà di medicina ma, arrivata ormai all’ultimo esame nel 1957, si diagnosticò da sola la propria malattia: neurofibromatosi diffusa, una patologia che provoca la perdita di tutti e cinque i sensi. All’età di ventiquattro anni le uniche sensibilità che le restano sono una piccola sensibilità su una mano e su una guancia e un filo di voce. Per il resto è immobilizzata nel letto, cieca e sorda. Ma non per questo non è viva, anzi. Venuta a conoscenza della situazione molto dolorosa di un giovane gravemente malato, gli scrive queste parole: “Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli. Fra poco io non sarò più che un nome, ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano. […] Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio. Lui mi sorride e accetta la mia collaborazione con Lui. […] Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui per giungere alla Patria” (A. Socci, Caterina: Diario di un padre nella tempesta, p. 125). Benedetta morì a ventotto anni. Oggi è in corso il processo per la sua beatificazione. [...]

di Giulia Tanel – Libertà e Persona.org

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