San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura
Tratto dal libro di san Giovanni Bosco: Vita di san Giuseppe, sposo di Maria Santissima, padre putativo di Gesù Cristo
Fonte: Informazione Cattolica

Novena a San Giuseppe dans Preghiere San-Giuseppe

“Nunc dimittis servum tuum Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum” (“Adesso lascia, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo secondo la tua parola: perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te”, LC. II,29).

L’ultimo momento era giunto, Giuseppe fece uno sforzo supremo per alzarsi e adorare Colui che gli uomini consideravano quale suo figlio, ma che Giuseppe conosceva per suo Signore e Dio. Egli voleva gettarsi ai suoi piedi e domandarGli la remissione dei suoi peccati. Ma Gesù non permise che egli s’inginocchiasse, e lo ricevette nelle sue braccia.
Così poggiando il venerando capo sul Divin petto di Gesù con le labbra vicino a quel cuore adorabile spirava Giuseppe, dando agli uomini un ultimo esempio di fede e di umiltà.
Era il diciannovesimo giorno di marzo, l’anno di Roma 777, il venticinquesimo dalla nascita del Salvatore.
Gesù e Maria piansero sulla fredda spoglia di Giuseppe, e fecero presso di lui la mesta veglia dei morti.
Gesù lavò egli stesso questo corpo verginale, gli chiuse gli occhi e gli incrociò le mani sul petto; poi lo benedisse per preservarlo dalla corruzione della tomba, e pose a sua custodia gli angeli del Paradiso.
I funerali del povero operaio furono modesti come modesta era stata tutta la sua vita. Ma se parvero tali in faccia alla terra ebbero per altro così grande onore che non vantarono certamente i più gloriosi imperatori del mondo, giacché ebbero presso l’augusta salma il Re e la Regina del Cielo Gesù e Maria.
Il corpo di Giuseppe fu deposto nel sepolcro dei suoi padri, nella valle di Giosafat, tra la montagna di Sion e quella degli Oliveti.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2025

Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti
Diffusa oggi, 28 ottobre, la Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione conciliare “Gravissimum educationis”, documento che Leone XIV rilancia e integra con le sfide attuali. Ribadita la necessità della formazione integrale della persona, che non può essere ridotta a un algoritmo, della famiglia come primo luogo educativo, e incoraggiato il lavoro di rete: “Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili”
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti dans Fede, morale e teologia Disegnare-nuove-mappe-di-speranza

Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

I carismi educativi non sono formule rigide
Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino – il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale
Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa – a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo
Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti
Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita
L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo
L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera, è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo. Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale
L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma – il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze; e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla
Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.

E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili
Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera “Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito
La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore. Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”. Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”. Se così non fosse, si perderebbero i poveri, ma:

Perdere i poveri equivale a perdere la scuola stessa.

Divisore dans San Francesco di Sales

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“A Maria, nostra Madre…”

Posté par atempodiblog le 5 août 2025

“A Maria, nostra Madre…”
10 frasi di affetto alla Madonna da 10 santi diversi. Una raccolta di frasi che alcuni santi, di epoche diverse, hanno rivolto alla Madonna
Fonte: OPUS DEI

“A Maria, nostra Madre...” dans Citazioni, frasi e pensieri Buon-compleanno-Mamma-Maria

Nel corso della storia i santi hanno scritto numerose frasi per esaltare la bellezza della Vergine Maria. Frasi significative come “Stella del mattino”, “Rosa mistica”, “Consolazione degli afflitti”, “Porta del Cielo” sono ripetuti ogni giorno dai cristiani del mondo intero per onorare la Regina del Cielo.

Ecco 10 frasi di santi che esaltano la Madre di Dio:

1. San Josemaría: “Se qualche volta non sai come parlargli o che cosa dirgli, oppure non osi cercare Gesù dentro di te, rivolgiti a Maria, “tota pulchra” – tutta pura, meravigliosa –, per confidarle: Madonna, Madre nostra, il Signore ha voluto che fossi tu, con le tue mani, a guidare Dio: insegnami – insegna a tutti noi – a parlare a tuo Figlio!”.

2. San Giovanni Paolo II: “Vergine immacolata, predestinata da Dio su ogni altra creatura come avvocata di grazia e modello di santità per il suo popolo, guida tu i suoi figli nella peregrinazione della fede, rendendoli sempre più obbedienti e fedeli alla parola di Dio”.

3. San Giovanni XXIII: “O Maria Immacolata, stella del mattino, che dissolvi le tenebre della notte oscura, a Te ricorriamo con grande fiducia!”

4. San Luigi di Montfort: “Maria è il cammino più sicuro, il più breve e perfetto per andare da Gesù”.

5. Beata Teresa di Calcutta: “A Maria, nostra Madre, dimostreremo il nostro amore lavorando per suo Figlio Gesù, con Lui e per Lui”.

6. Sant’Ignazio di Loyola: “Per quanto tu possa amare molto Maria Santissima, Ella ti amerà sempre molto di più”.

7. San Giovanni Maria Vianney: “Dio potrebbe fare certamente un mondo più bello di questo; ma non sarebbe più bello se vi mancasse Maria”.

8. San Giovanni Paolo II: “Totus Tuus (Tutto tuo) attraverso l’Immacolata”.

9. San Giovanni Bosco: “Chi confida in Maria non si sentirà mai defraudato”.

10. San Paolo VI: “Considerando l’ineffabile amore con cui la Vergine Madre aspettò il Figlio, i cristiani si sentiranno incoraggiati a prenderla come modello e a prepararsi, vigilanti nella preghiera e giubilanti nella lode, ad andare incontro al Salvatore che viene”.

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Il mese di maggio

Posté par atempodiblog le 30 avril 2023

Il mese di maggio dans Citazioni, frasi e pensieri Maggio-mese-di-Maria

“Il mese di maggio che è il più delizioso dell’anno doveva con tutta ragionevolezza essere consacrato a Maria”.

San Giovanni Bosco

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La corona del Rosario, “arma” dei Santi

Posté par atempodiblog le 18 février 2023

La corona del Rosario, arma dei Santi
Da Padre Pio a Carlo Acutis, da S. Alfonso a S. Giovanni Bosco la recita del Rosario è stata sempre parte integrante della vita spirituale dei Santi
di Gianluca Giorgio – ACI Stampa
Carlo Acutis: “Il Rosario è la scala più corta per salire in Cielo” dans Carlo Acutis Il-Rosario-la-scala-pi-corta-per-salire-in-Cielo-Beato-Carlo-Acutis

Il Rosario è una forma di preghiera che nasce all’interno dell’Ordine domenicano. Incoraggiata nelle Regole della fraternità di San Domenico, questa rappresenta uno dei modi più autentici di pregare la Madre di Dio. San Domenico, il beato Alano della Rupe e molti altri santi ne hanno custodito il segreto e la devozione.

Tra questi brilla anche San Pio da Pietrelcina. Sacerdote cappuccino, scomparso nel 1968, ne diffuse il culto e la spiritualità. Devotissimo alla Madonna, incoraggiava i propri devoti alla recita, fedele e costante, della preghiera mariana. Per loro disegnò i Gruppi di preghiera che si riuniscono, ogni mese, per la celebrazione della Messa, preceduta dalla recita del Rosario. Amava ripetere che la Madonna non gli aveva mai negato una grazia. La chiamava l’arma, non separandosene mai. Alla morte la lasciò in eredità ai suoi figli spirituali sparsi nel mondo, in continuità con il proprio apostolato sacerdotale.

Questa insegna a vivere con Cristo e Maria per le strade della vita. I venti misteri, gioiosi, gloriosi, dolorosi e luminosi, rivivono la vita del Redentore, permettendo di meditare sul mistero assunto. Questo è tanto altro è contenuto nel mistero di questa orazione, che è stata definita il breviario del Popolo di Dio.

Sant’Alfonso Maria de Liguori, il beato Carlo Acutis, San Serafino da Montegranaro, e molti santi hanno intessuto la propria giornata di rosari.

Don Dolindo Ruotolo e il venerabile Marcellino da Capradosso la recitavano, per la strada, in cammino. San Giovanni Bosco la diffuse nei propri oratori e per i suoi ragazzi.

Un tempo, nelle famiglie, si recitava la corona tutte le sere. Chiunque può, in pochi minuti, recitarlo in strada, in macchina o in casa. Un solo mistero o i cinque misteri di dieci poste, aiutano il contatto con Maria. Oggi come ieri e domani il santo Rosario resta una delle preghiere più belle che le persone possono rivolgere alla propria Madre, per onorala ma di più amarla.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza

Posté par atempodiblog le 23 mai 2020

Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza
di ANS – Agenzia Notizie Salesiane

Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza dans Apparizioni mariane e santuari Festa-di-Maria-Ausiliatrice-insieme-pure-a-distanza

Domenica prossima, 24 maggio, ricorre la festa di Maria Ausiliatrice. Normalmente a Torino la giornata di festa è sempre stata contrassegnata da molte celebrazioni e da una processione serale tra le più sentite e partecipate a livello cittadino. Ma quest’anno, a causa della pandemia da Covid-19, la festa sarà “speciale” e diventerà ancora più importante potervi partecipare pure restando “a distanza”. Ecco il calendario delle dirette streaming:

Domenica 24 maggio – Festa di Maria Ausiliatrice

Le principali celebrazioni avranno luogo nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino:

  • alle ore 11:00 (GMT+2), con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino;

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italiano.

  • alle ore 17:00, con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore;

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italianoinglese, spagnolo e portoghesee solo, in spagnoloanche sul canale YouTube di ANS e l’emittente colombiana TeleVid.

  • alle 20:30, con il Rosario meditato all’interno della Basilica. Successivamente la statua dell’Ausiliatrice sarà portata sul piazzale antistante la chiesa e l’arcivescovo di Torino e il Rettor Maggiore dei Salesiani pronunceranno una preghiera di affidamento a Maria Ausiliatrice.

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italianoinglese, spagnolo e portoghesee solo, in spagnoloanche sul canale YouTube di ANS e l’emittente colombiana TeleVid.

Moltissimi fedeli e gruppi della Famiglia Salesiana di tutto il mondo hanno già confermato la loro partecipazione spirituale – in particolare all’atto di affidamento a Maria Ausiliatrice: una maniera per mettere sotto il suo manto le sorti del mondo provato dalla pandemia.

La festa di Maria Ausiliatrice è stata fissata al 24 maggio da Papa Pio VII in ricordo del suo rientro a Roma (24 maggio 1814), dopo la prigionia sotto Napoleone a Fontainebleau. In origine la festa era limitata alla Chiesa di Roma, ma fu presto adottata dalle diocesi toscane (1816) e poi estesa alla Chiesa universale. I gruppi della Famiglia Salesiana sono molto legati alla devozione di Maria sotto il titolo di Ausiliatrice, perché San Giovanni Bosco, il fondatore della Congregazione Salesiana, la scelse come principale patrona della Famiglia Salesiana e delle sue opere.

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Il coronavirus, Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco

Posté par atempodiblog le 22 février 2020

Il coronavirus, Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco
La diffusione della infezione da coronavirus ci fa giustamente molto paura, ci mette angoscia. Tutta la nostra fiducia nelle nostre capacità tecniche e nella potenza della scienza viene velata dal dubbio. Eppure nel passato vi sono state pestilenze e santi. Cosa ci hanno insegnato?
Ecco un articolo di Donal Anthony Foley, pubblicato su The Wandererche ci parla di  Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco nella traduzione di Sabino Paciolla

di Sabino Paciolla – Il blog di Sabino Paciolla

Tutta la nostra confidenza in Maria dans Citazioni, frasi e pensieri San-Giovanni-Bosco

Per una di queste curiose coincidenze, l’attuale minaccia del coronavirus cinese è venuta alla ribalta proprio mentre si celebra il centenario della morte di Santa Giacinta di Fatima, una morte che può essere attribuita alle complicazioni derivanti dalla pandemia di influenza spagnola che afflisse il mondo tra il gennaio 1918 e il dicembre 1920. Si pensa che questa malattia abbia contagiato fino a 500 milioni di persone in tutto il mondo e abbia causato tra i 50 e i 100 milioni di morti.

Santa Giacinta è stata l’esempio perfetto di come comportarsi di fronte alla morte in giovane età. La Madonna le aveva detto che avrebbe dovuto andare in due ospedali ma non sarebbe stata curata, piuttosto avrebbe sofferto di più per amore di Dio, per la conversione dei peccatori e per rimediare ai peccati contro il Cuore Immacolato di Maria.

Dopo aver sopportato un dolore costante e un’operazione per rimuovere due costole malate con il solo anestetico locale, Giacinta finalmente morì il 20 febbraio 1920. In questo, la giovane santa ci ha lasciato un esempio meraviglioso dell’importanza della conformità alla volontà di Dio, in quanto era disposta ad accettare la morte particolare che Egli voleva per lei, indipendentemente da quanto potesse essere solitaria e dolorosa.

L’insorgenza del coronavirus, invece, anche se forse pericolosa, non è necessariamente mortale, anche se ci sono stati migliaia di casi confermati durante l’attuale epidemia, e centinaia di persone sono di fatto morte. Coloro che lo contraggono soffrono di una grave infezione respiratoria e hanno sintomi che includono febbre e tosse secca.

La malattia si sta diffondendo rapidamente, ma al momento non è possibile dire se diventerà un fenomeno mondiale come l’influenza spagnola. Ma data l’interconnessione del mondo moderno, c’è sicuramente la possibilità che ciò accada.

Dobbiamo sperare e pregare sinceramente che non sia così, ma la possibilità fa sorgere la domanda: cosa possiamo fare se diventa più grave, non solo dal punto di vista pratico ma anche con mezzi spirituali?

Per quanto riguarda le questioni pratiche, è ovviamente ragionevole seguire i più recenti consigli medici, e prendere precauzioni prudenti per evitare l’esposizione al virus – laddove possibile.

Ma possiamo anche combattere le malattie minacciose in senso spirituale, come nel caso di San Giovanni Bosco nel XIX secolo.

Questo santo incredibile, il cui Oratorio e altre opere avevano sede a Torino, nel nord Italia, è stato il fondatore dei Salesiani, un ordine dedicato all’educazione dei giovani. Fu una delle figure spirituali più alte della sua epoca, un miracolato e un fidato confidente dei Papi Pio IX e Leone XIII. Era particolarmente noto per la sua profonda devozione alla Santa Vergine, sotto il titolo di “Maria Ausiliatrice”.

Prima dell’avvento della medicina moderna, il colera era una malattia particolarmente pericolosa e spesso mortale, e il santo aveva infatti profeticamente detto ai suoi ragazzi, nel maggio 1854, che Torino sarebbe stata colpita da un’epidemia; ma li confortava dicendo che se avessero fatto come diceva lui sarebbero stati al sicuro. Il consiglio che diede loro era semplice ma alla fine molto efficace: evitare il peccato, indossare una medaglia benedetta della Beata Vergine e ricorrere alla preghiera.

Proprio come aveva predetto, nel luglio 1854 in Italia scoppiò il colera. I sintomi e le conseguenze scoraggianti di questa malattia divennero presto evidenti, cioè vomito e dolori addominali, diarrea, crampi muscolari e, cosa più spaventosa di tutte, un tasso di mortalità molto elevato, fino al sessanta per cento.

Non appena Torino iniziò a essere colpita dalla malattia, Don Bosco adottò misure precauzionali, tra cui la pulizia di tutta la casa e la riduzione del numero di letti in ogni stanza. Ma andò oltre e, inginocchiato davanti all’altare, offrì la sua vita, se necessario, purché i suoi alunni potessero essere risparmiati da questo flagello.

Le autorità istituirono ospedali di fortuna, i lazzaretti, nel tentativo di far fronte alla malattia, ma trovarono molto difficile assumere personale, tale era la paura generale del colera.

La sera di sabato 5 agosto, festa della Madonna della Neve, parlò ai suoi alunni, sottolineando il potere della Madonna nel combattere la malattia, sia che fosse dovuta al contagio naturale, sia che si trattasse di una pestilenza mandata da Dio per punire il popolo per i suoi peccati. Parlò anche di come Lei fosse una sostenitrice immensamente potente, la Madre di Misericordia, che solo lei poteva aiutarli.

Soprattutto, disse ai suoi ragazzi che la migliore protezione era quella di fare una buona confessione e poi ricevere degnamente la Santa Comunione, e continuò dicendo che se si fossero messi in stato di grazia, e non avessero commesso peccato mortale, promise che nessuno di loro sarebbe stato colpito dalla malattia. Questa promessa ebbe un impatto enorme e il comportamento dei ragazzi divenne esemplare.

Devozione instancabile
Poi don Bosco e i suoi sacerdoti si impegnarono nella cura delle vittime della malattia in loco, e decise di chiedere ancora di più ai suoi alunni. Parlò loro in modo commovente dello stato di miseria a cui erano ridotte molte vittime del colera, e di come alcuni di loro erano morti perché non c’era nessuno che si occupasse di loro. Spiegò quanto fosse caritatevole impegnarsi in questo lavoro, anche a rischio personale, e finì chiedendo volontari tra loro perché aiutassero in quell’opera di misericordia. Il risultato fu che più di quaranta dei suoi ragazzi si offrirono volontari.

Furono rapidamente istruiti sui loro compiti e, mettendosi sotto la cura della divina Provvidenza, si misero al lavoro nelle condizioni più difficili che si potesse immaginare. Furono divisi in quattro gruppi e furono loro affidati quattro compiti: di aiutare nei lazzaretti; aiutare le vittime nelle loro case; cercare le persone che erano state abbandonate dai loro parenti, e un ultimo gruppo era di turno all’oratorio, aspettando giorno e notte per sapere dove sarebbe stato necessario il loro prossimo intervento.

Don Bosco era un grande esempio per tutti loro con la sua instancabile devozione ai malati e ai moribondi, ma i ragazzi dovevano comunque superare una grande ripugnanza nell’affrontare le vittime dell’epidemia, che spesso si contorcevano per il dolore e le terribili convulsioni, con schiuma alla bocca.

Questo andò avanti per oltre due mesi e lasciò i ragazzi completamente esausti, ma alla fine il peggio dell’epidemia di colera passò, e proprio come aveva promesso don Bosco, nessuno dei ragazzi prese la malattia.

La lezione che ci viene poi impartita dall’epidemia di colera a Torino nel 1854 è sicuramente che il miglior antidoto al coronavirus, o a qualsiasi altra simile minaccia per la salute, è quello di rimanere in uno stato di grazia, di pregare con fervore, e in particolare di avere una vera devozione alla Santa Vergine – espressa praticamente nell’indossare una medaglia benedetta a Lei dedicata, come la medaglia miracolosa.

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Il meraviglioso scherzo di don Bosco a chi voleva rinchiuderlo in manicomio

Posté par atempodiblog le 27 juin 2015

Il meraviglioso scherzo di don Bosco a chi voleva rinchiuderlo in manicomio
Pochi uomini al mondo furono protagonisti sin dall’infanzia di tante peripezie come lui
Tratto da: Aleteia

Il meraviglioso scherzo di don Bosco a chi voleva rinchiuderlo in manicomio dans Libri Don-Bosco

Non solo le autorità civili molestavano il povero don Bosco e tentavano d’impedire lo sviluppo della sua Opera, ma anche i suoi colleghi sacerdoti. Anzi, costoro si erano messi in testa che don Bosco stesse dando i numeri, e che tutto questo affaccendarsi appresso ai ragazzi fosse una vera mania.

Alcuni, infatti, andarono a trovarlo e, con tutta carità, presero a dirgli:

- Caro don Bosco, tu, capiscilo, comprometti il carattere sacerdotale! Con le tue stravaganze, con l’abbassarti a prendere parte ai giochi di quei monelli, con l’accompagnarti con loro per le vie e per le piazze, perdi il tuo decoro, desti ammirazione, ti fai ridere appresso!

E siccome don Bosco, sicuro dell’Opera sua, dava segno di non essere persuaso della logica di quegli avvisi, essi andavano continuando:

- Ma tu hai perso la testa! Non ragioni più! Povero e caro don Bosco, non bisogna ostinarsi… Tu non puoi fare l’impossibile! Non vedi che anche la Provvidenza è contraria alla tua opera e che non trovi nessuno che ti voglia affittare un locale?

- Oh la Provvidenza! – esclamò a questo punto don Bosco alzando le mani al cielo -, la Provvidenza mi aiuterà! Lei mi ha inviato questi ragazzi e io non ne respingerò neppure uno, ritenetelo bene! Voi siete in errore, la Provvidenza farà tutto ciò che è necessario. E poiché non mi si vuole affittare un locale, ne fabbricherò uno io con l’aiuto di Maria Santissima. Vi saranno vasti edifizi, con scuole, laboratori, officine, di ogni specie, spaziosi cortili e porticati… una magnifica chiesa. E poi, anche chierici, catechisti, assistenti, professori, capi d’arte, e numerosi sacerdoti. Vedrete, vedrete…

All’udire tali parole, quei suoi amici si sentirono profondamente commossi. Essi vi vedevano una prova certa della pazzia del loro amato collega, e se ne andarono crollando il capo e ripetendo fra loro:

- Poveretto! Davvero gli ha dato di volta il cervello! Occorre subito provvedere.

Don Bosco attendeva gli eventi, pronto a ogni più dura lotta.

Quei tali, presi gli accordi con la Curia Vescovile, andarono a parlare col direttore del manicomio. Ottenuto un posto al creduto pazzo, due di loro, i più svelti e coraggiosi, accettarono di eseguire il pietoso disegno.

Presero a nolo una vettura chiusa, si recarono all’abitazione di don Bosco e, fatti i primi convenevoli, lo invitarono a una passeggiata dicendogli:

- Un po’ d’aria ti farà bene, caro don Bosco; vieni, abbiamo qui una carrozza che ci aspetta.

Il Santo si avvide subito del gioco che gli volevano fare, ma accolse l’invito esclamando:

- Corbezzoli!… una carrozza!… Evviva la carrozza!….Veramente non ci sono assuefatto, ma via!…andiamo.

Giunti alla vettura, lo invitarono a entrare per primo; ma egli si scusò dicendo:

– No! Sarebbe una mancanza di rispetto per parte mia. Favoriscano loro per primi.

Quelli salirono senza alcun sospetto, persuasi che don Bosco li avrebbe seguiti; ma egli, appena li vide dentro, chiuse con fragore lo sportello, gridando al cocchiere:

– Presto! …al manicomio!!! Il vetturino sferza il cavallo, e più veloce che non si dica, giunge alla mèta ove, trovato il portone spalancato e gli infermieri pronti in attesa, entra di corsa.

Il custode chiude prontamente il portone; gli infermieri circondano la carrozza, aprono gli sportelli e invece di un pazzo ne vedono due.

Quantunque entrambi protestassero energicamente, furono condotti al piano superiore, ed essendo assenti medici e direttore, perché era l’ora del mezzogiorno, dovettero adattarsi a pranzare coi ricoverati. Solo verso sera, chiarito l’equivoco, poterono essere messi in libertà.

La cosa fece in un baleno il giro della città, e da quel giorno si corressero le idee nei riguardi del Santo, e l’ammirazione verso di lui s’accrebbe assai.

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Alcuni pensieri di don Bosco

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2015

Alcuni pensieri di don Bosco dans Citazioni, frasi e pensieri hstbp5

Giudicare
Siate sempre facili a giudicare bene del prossimo, e quan­do non potete altro, giudicate bene delle intenzioni, scusandolo almeno per queste. VI,694.

Quando ti è fatto rapporto intorno a qualcheduno, procura di rischiarare bene il fatto prima di giudicare. Spes­so ti saranno dette cose che sembrano gravi e sono sol­tanto paglie. VI,524.

Il Santo Padre
Figlioli miei, tenete come nemici della religione coloro che colle parole o cogli scritti offendono l’autorità del Papa e cercano di scemare, l’ubbidienza ed il rispetto do­vuto ai suoi insegnamenti ed ordini. V,573.

Parlare con disprezzo
Guardatevi dal parlare con disprezzo di un giovane per qualche difetto, massime alla presenza sua o dei compagni. VII,508.

La Pazienza
Ci sia il vero zelo, sì… ma sempre pacatamente, con dolcezza, con pazienza. III,456.

Se volete ottenere molto dai vostri allievi, non mostratevi mai offeso contro alcuno. XVII,271.

Predicare
Il dogma va predicato. Esso è la sostanza della nostra Reli­gione, quindi è necessario che i fedeli ne siano istruiti e lo conoscano: esso ha relazione intima colla morale. Il dogma va predicato:
1) perché esso è la parte più nobile e vitale della religione;
2) il dogma è il segno, il carattere con cui il fedele si distingue dall’infedele;
3) il dogma è ger­me delle virtù soprannaturali;
4) il dogma è la materia del­la nostra fede: perché “fides est sperandarum substantia rerum”, dice san Paolo, “non apparentium”; e deve essere noto ai fedeli, affinché possa essere esercitata la loro fede;
5) il dogma dimostra la relazione che passa tra le verità naturali e le soprannaturali. Supera la forza della ragione, ma non è mai contrario a questa. Vi è tal nesso tra le verità dogmatiche, che negata una logicamente si dovrebbero negare tutte;
6) il dogma va predicato, perché nutrisce l’umiltà che è il fondamento della vita morale. É la sottomissione dell’intelligenza a Dio rivelatore e alla Chiesa docente. IX,733-4.

(Da un sogno) I giovani che il demonio voleva portar via con sé, sono particolarmente quelli che si confessano male, che fanno sacrilegi nella confessione. Ricordati bene: quando predichi soprattutto alla gioventù insisti molto sulla necessità di fare buone confessioni e in specie sulla ne­cessità della contrizione. XVII,449.

Divisore dans Fede, morale e teologia

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La discrezione di don Bosco e le “parole all’orecchio”

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2015

La discrezione di don Bosco e le “parole all’orecchio”

La discrezione di don Bosco e le “parole all'orecchio” dans Fede, morale e teologia San-Giovanni-Bosco-e-san-Domenico-Savio

Lo spirito del Signore era davvero sulle labbra di don Bosco quando consigliava. Preti, chierici e alunni dell’oratorio facevano esperienza quotidiana di questa realtà, quando avvicinavano don Bosco in cortile, nella cameretta o in confessionale.
I consigli del cortile venivano chiamati “parole all’orecchio”.

Avveniva così, ricorda don Ceria: “Posata una mano sul capo di un giovane e curvatosi al suo orecchio, don Bosco gli parlava in segreto, riparandosi con l’altra mano la bocca perché nessuno sentisse. Era una questione di pochi secondi. Ma che effetti!”.

È ancora don Ceria a ricordare che i consigli che don Bosco dava nella sua silenziosa stanzetta, se fossero raccolti nella sua genuina semplicità, formerebbero un bel manuale di sapienza cristiana.

Tratto da: Don Bosco Torino

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San Giovanni Bosco: “Vergogniamoci di ciò che possa avere in noi l’aria di dominatori”

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2015

“Quando devi comandare, non umiliare: comportati con delicatezza; rispetta l’intelligenza e la volontà di chi ubbidisce”.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer

San Giovanni Bosco: “Vergogniamoci di ciò che possa avere in noi l'aria di dominatori” dans Citazioni, frasi e pensieri 1z55df5Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco: “Vergogniamoci di ciò che possa avere in noi l’aria di dominatori”
Fonte: Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209
Tratto da: News.va

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.

Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori.

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L’apparizione della Madonna nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte (Roma, 20 gennaio 1842)

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2015

Il raggio che unisce Parigi a Roma nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte porta il nome di Alfonso Ratisbonne
L’apparizione della Madonna nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte (Roma, 20 gennaio 1842)

L’apparizione della Madonna nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte (Roma, 20 gennaio 1842) dans Alfonso Maria Ratisbonne Alfonso-Ratisbonne

Un candore divino, che prima abbaglia e poi attira nelle trame dolcissime della sua purezza. La Madonna del Miracolo raffigurata nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, appare così, come l’emblema di un’arte che trasuda grazia, tanto che, anche per chi non crede, sarà difficile restare indifferente davanti a tale bellezza. In pieno centro storico, a due passi da Via Veneto, la Basilica e Santuario mariano di Sant’Andrea delle Fratte è da secoli meta di devoti e turisti, i primi attratti dalla fama della “Lourdes romana”, come la definì Papa Benedetto XV, i secondi, credenti o meno, affascinati dalla sua preziosità barocca. Cupola e campanile sono opera del Borromini, mentre all’interno, ai lati dell’Altare maggiore, si stagliano maestosi i due angeli in marmo che Bernini realizzò per Ponte Sant’Angelo, ma che Papa Clemente IX preferì non esporre alle intemperie.

Il 27 novembre si festeggia la Beata Vergine della Medaglia Miracolosa, un culto che nasce nel cuore di Parigi, per diffondersi in tutto il mondo, ma che con Sant’Andrea delle Fratte ha un legame tutto speciale. Prima di scoprirlo, è necessario ricordare cosa accadde il 27 novembre 1830 in Rue du Bac, una via non molto distante dal Louvre. In questa data la Madonna apparve a Santa Caterina Labouré, suora delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, per affidarle il compito di realizzare e diffondere la Medaglia Miracolosa. Nella visione, i piedi di Maria erano poggiati sul globo terrestre e schiacciavano la testa a un serpente. Le dita delle mani erano ricoperte di anelli, ornati di gemme preziose di varie misure dalle quali si sprigionavano, verso il basso, raggi luminosi di diversa intensità, a seconda della dimensione delle pietre. I raggi, disse la Madonna, erano il simbolo delle Grazie da Lei sparse su quanti gliene domandavano.

La suora vide poi formarsi intorno a Maria un quadro ovale, mentre dalla Sua mano destra a quella sinistra apparve, in semicerchio, la scritta: “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Era la rivelazione dell’immagine frontale della Medaglia Miracolosa. Una voce disse alla Santa: “Fate coniare una medaglia su questo modello; tutte le persone che la porteranno, riceveranno grandi grazie specialmente portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia…”. Santa Caterina vide anche il rovescio della medaglia, circondata da una corona di dodici stelle che ricordano il passo dell’Apocalisse: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo” (Ap, 12, 1). È la corona della Madre di Dio che, come regina del Cielo e della Terra, ha potere sulla creazione e tutto ottiene da Dio. Al centro vi erano la lettera “M”, monogramma di Maria, sormontata da una croce con la lettera “I”, monogramma di Gesù. Al di sotto, i Sacri Cuori di Gesù e della Madonna, l’uno circondato da una corona di spine, l’altro trafitto da una spada. Dopo alcune difficoltà, la medaglia venne realizzata da un orafo e, in pochi anni, guarigioni e conversioni furono così tante, che fu necessario coniarne milioni di copie. Oggi, al numero civico 140 di Rue du Bac, sorge un santuario con la Cappella della Medaglia Miracolosa, che ogni anno attira pellegrini in cerca di grazie.

Il raggio che unisce Parigi a Roma nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte porta il nome di Alfonso Ratisbonne, un giovane ebreo che il 20 gennaio 1842 ricevette, proprio in questo santuario, la grazia della conversione. Alfonso, che apparteneva a una ricca famiglia di banchieri, non aveva mai praticato la religione ed era dedito soltanto ai piaceri della vita. Nel corso di un viaggio che l’avrebbe portato sino a Costantinopoli, fu costretto, da una serie di imprevisti, a fermarsi a Roma, città che non avrebbe mai voluto visitare perché cuore del cattolicesimo e sede del papa. Per un semplice atto di cortesia verso il barone Teodoro de Bussière, amico del fratello maggiore (anni prima convertitosi al cattolicesimo), accettò di portare al collo la Medaglia Miracolosa e di recitare la preghiera di San Bernardo: “Ricordati piissima Vergine”.

Il 20 gennaio 1842 Ratisbonne accompagnò Teodoro nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte e, mentre l’amico era a colloquio con il parroco, decise di visitarla. Terminato l’incontro con il prete, Teodoro ritrovò Alfonso inginocchiato e in lacrime davanti alla cappella di San Michele. Stringendo tra le mani la Medaglia Miracolosa, in seguito raccontò di essere stato attratto da una luce sfolgorante e di aver visto la Vergine Maria, così com’è nella medaglietta, in piedi sull’altare della cappella. Nonostante la Madonna non gli avesse detto nulla, Alfonso comprese l’orrore della sua vita di peccato e capì anche la bellezza della religione cattolica. Il 31 gennaio, nella Chiesa del Gesù, fece abiura pubblica e ricevette il battesimo, prendendo anche il nome Maria. Divenne gesuita e lavorò insieme al fratello maggiore, fondatore della Congregazione di Nostra Signora di Sion a Gerusalemme.

Nel 1848 l’altare dell’apparizione, dedicato a San Michele, venne consacrato alla Beata Vergine Maria, in ricordo della Medaglia Miracolosa che Ratisbonne indossava al momento della conversione. Tra i santi e beati che hanno pregato davanti al dipinto della Madonna del Miracolo: san Giovanni Bosco, santa Teresina di Gesù Bambino, san Luigi Orione, san Massimiliano Kolbe.

Ricorda
Il beato Giovanni Paolo II, in visita pastorale nel 1982, disse:

“Spalancate le porte del vostro cuore al Signore. Non temete. L’amore di Dio non ci carica di pesi che non siamo in grado di portare. Egli offre l’aiuto necessario. Poi c’è Maria, che come dice sant’Alberto Magno, distribuisce a tutti, tutti i beni”.

di Laura Guadalupi – Zenit

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Usare grande amorevolezza coi giovani

Posté par atempodiblog le 9 juin 2014

“Bisogna usare grande amorevolezza coi giovani, trattarli bene. Questa bontà di tratto e questa amorevolezza sia un carattere a tutti i superiori, nessuno eccettuato. Fra tutti riusciremo ad attirar uno e basta per allontanar tutti! Oh! quanto si affeziona un giovane, quando si vede ben trattato! Egli pone il suo cuore in mano ai superiori”.

“Per riuscir bene coi giovanetti, fatevi un grande studio si usare con essi belle maniere; fatevi amare e non temere; mostrate loro e persuadeteli che desiderate la salute della loro anima; correggete con pazienza e con carità i loro difetti; soprattutto astenetevi dal percuoterli; insomma adoperatevi a far si, che quando veggono, vi corrano attorno e non vi fuggano”.

San Giovanni Bosco

Usare grande amorevolezza coi giovani dans Charles Dickens San-Giovanni-Bosco-e-san-Domenico-Savio

“Per quanto riguarda invece la socialità, un giorno sì e un giorno no lo si conduceva nello stanzone dove i ragazzi cenavano e lì veniva socievolmente fustigato, a monito ed esempio. Né gli erano negate le consolazioni della religione giacché, all’ora della preghiera, lo si spingeva a calci ogni mattina in quel medesimo stanzone e, a edificazione del proprio spirito, gli si consentiva di ascoltare l’orazione recitata coralmente dai ragazzi.

La quale orazione includeva una preghierina speciale, inserita per preciso ordine della Direzione, affinché essi fossero resi virtuosi, obbedienti e contenti, e immuni dai peccati e vizi di Oliver Twist, che veniva presentato come succube e schiavo delle forze del male, e come un soggetto uscito dalla fucina del diavolo in persona”.

 Charles Dickens – Oliver Twist

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Solo per il Signore

Posté par atempodiblog le 6 mai 2014

“Gesù dice: ‘La vanità non fa bene’. E alcune volte, noi facciamo cose cercando di farci vedere un po’, cercando la vanità. E’ pericolosa, la vanità, perché ci fa scivolare subito sull’orgoglio, la superbia e poi tutto e finito lì. E mi faccio la domanda: io, come seguo Gesù? Le cose buone che io faccio, le faccio di nascosto o mi piace farmi vedere?”.

Papa Francesco

Solo per il Signore  dans Fede, morale e teologia San-Giovanni-Bosco-e-San-Domenico-Savio

Una sera don Bosco chiamò i suoi piccoli cantori, bisognava recarsi al Santuario della Consolata per cantare alla funzione serale. Anche Domenico cantò con i compagni e cantò anche da solo. “Chi è quel ragazzo che canta così bene?”. “Oh, canta veramente bene”.
Domenico Savio: “Sigh! Sigh!”.
Don Bosco: “Che cos’hai Domenico? Ti senti male?”.
Domenico: “No, no”.
Don Bosco: “E… allora perché piangi?”
Domenico: “Vede Don Bosco… quando cantavo in chiesa… sentivo di cantar bene e dentro di me… mi sono un po’ insuperbito e poi sono venute anche quelle persone a lodarmi e così tutto il merito se n’è andato. Volevo cantare solo per il Signore e invece…”

Vita di san Domenico Savio (audio) – Radio Maria

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Il Papa ai Salesiani: vicini ai poveri e responsabili nella gestione dei beni, giovani siano protagonisti nella Chiesa

Posté par atempodiblog le 1 avril 2014

Il Papa ai Salesiani: vicini ai poveri e responsabili nella gestione dei beni, giovani siano protagonisti nella Chiesa

Il Papa ai Salesiani: vicini ai poveri e responsabili nella gestione dei beni, giovani siano protagonisti nella Chiesa dans Discernimento vocazionale Incontro-con-Gesu

“Lavoro e temperanza” guidarono l’opera di San Giovanni Bosco, volta a curare le anime, specie dei giovani. Lo ha ricordato il Papa, ricevendo ieri i partecipanti al 27.mo Capitolo generale dei Salesiani dedicato al tema “Testimoni della radicalità evangelica”, nell’anno bicentanario della nascita del fondatore. “Lo Spirito Santo vi aiuti a cogliere le attese e le sfide del nostro tempo” , ha auspicato Papa Francesco rivolto al neo-eletto rettor maggiore, don Angel Fernandez Artime, e al Consiglio generale, raccomandando a tutta la famiglia salesiana “trasparenza e responsabilità nella gestione dei beni”, oltre che “una vita essenziale ad austera”.
di Roberta Gisotti – Radio Vaticana

Se il motto di don Bosco era “Da mihi animas, cetera tolle” (Dammi le anime, prenditi il resto), il suo programma era rafforzato da altri due elementi – ha osservato il Papa – il lavoro e la temperanza. Dunque “lavorare per il bene delle anime”, superando “la tentazione della mondanità spirituale”, nella “temperanza”, che è il “senso della misura”, di “accontentarsi”, di “essere semplici”, che al figlio Giovanni aveva trasmesso la mamma:

“La povertà di Don Bosco e di mamma Margherita ispiri ad ogni salesiano e ad ogni vostra comunità una vita essenziale e austera, vicinanza ai poveri, trasparenza e responsabilità nella gestione dei beni”.

L’esperienza di Don Bosco e il suo sistema ‘preventivo’ – ha proseguito Francesco – vi sostengano “per rispondere all’attuale emergenza educativa”, preparando i giovani “a lavorare nella società secondo lo spirito del Vangelo, come operatori di giustizia e di pace, e a vivere da protagonisti nella Chiesa »:

“La presenza in mezzo a loro si distingua per quella tenerezza che Don Bosco ha chiamato amorevolezza, sperimentando anche nuovi linguaggi, ma ben sapendo che quello del cuore è il linguaggio fondamentale per avvicinarsi e diventare loro amici”.

E, “fondamentale qui – ha aggiunto il Papa – è la dimensione vocazionale”, che non venga “confusa con una scelta di volontariato”, evitando “visioni parziali, per non suscitare risposte vocazionali fragili e sorrette da motivazioni deboli”. Perché le vocazioni siano frutto di una buona pastorale giovanile, Papa Francesco ha chiesto anzitutto la preghiera, il coraggio della proposta, il coinvolgimento delle famiglie:

“La geografia vocazionale è cambiata e sta cambiando, e questo significa nuove esigenze per la formazione, l’accompagnamento e il discernimento”.

Attenzione particolare ha raccomandato il Papa per i giovani esclusi dal mondo del lavoro – 75 milioni solo in Occidente – e a quelli schiavi di dipendenze “che derivano da una comune mancanza di amore vero”:

“Andare incontro ai giovani emarginati richiede coraggio, maturità umana e molta preghiera. E a questo lavoro si devono inviare i migliori! I migliori! Ci può essere il rischio di lasciarsi prendere dall’entusiasmo, inviando su tali frontiere persone di buona volontà, ma non adatte. Perciò è necessario un attento discernimento e un costante accompagnamento”.

Infine una riferimento alla vita di comunità, perché sia ispirata a “relazioni autentiche”, superando “tensioni”, il rischio dell’individualismo e della dispersione”, e sia fatta di “accoglienza, rispetto, aiuto reciproco, comprensione, cortesia, perdono e gioia”.

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