Fidarsi è come addormentarsi tra le braccia di un amico

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2015

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Uno degli attentati più vergognosi che ci siano al mondo è di abusare del sonno; il sonno, disarmando l’uomo, lo lascia senza difese alla mercé di chi lo circonda. E un tradimento del genere è di una speciale bruttezza che rivolta il fondo dell’anima. Ora la fiducia è una sorta di sonno. Colui che ha confidato i suoi segreti, si addormenta tra le braccia dell’amico. Come esprimere l’indignazione al suo risveglio, se si risveglia, di fronte a un tradimento?

di Ernest Hello, L’homme

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Il beato Giustino M. Russolillo ed Ernest Hello

Posté par atempodiblog le 28 juin 2015

Pensieri tratti da una lettera e dagli appunti del beato Giustino M. Russolillo:

1938

Caro D. Saggiomo,
mi occorre “L’uomo” di Ernest Hello. Sta a Posillipo. Domandare p. es. a Impagliazzo. Mi serve per le nostre stampe ecc.

***

16 febbraio 1931
L’umanità ha anche il bisogno di ammirare. E si getta come in ginocchio per chiedere l’elemosina di una qualche cosa sublime. Il superiore, il sacerdote deve soddisfare con il sublime dell’eroismo questo bisogno della comunità e dell’umanità (leggendo Hello: L’uomo).

***

11 febbraio 1936 – Da una agenda tascabile del 1932 – Triduo predicato a Posillipo, Bellavista
La funzione materna di Maria per l’alimentazione della vita soprannaturale sta nel metterci in relazione con le persone divine della ss. Trinità e con lo Spirito Santo, che viene prima nell’ordine delle relazioni tra la creatura e il Signore. Nostro bisogno della consolazione!

Prima c’è la liberazione da consolazioni profane, imbarazzi interni, influenze dello spirito del male. Poi purificazione del cuore, poi infusione di consolazioni.
Nisi efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum coelorum – Se non diventerete come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. (Sonno, sorriso, ebbrezza, secondo Hello).

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L’ebbrezza in Hello
Tratto da: Le siècle, les hommes et les idées, di Ernest Hello (traduzione di Giovanni Maria Bertin)

Si confondono due parole che, invece di esprimere cose due simili, esprimono cose due contrarie. Ecco queste due parole, la cui confusione distrugge la luce.
La prima è l’incomprensibile.
La seconda è l’inintelligibile.
L’incomprensibile è al di sopra dell’intelligenza; l’inintelligibile è al di sotto dell’intelligenza.
L’incomprensibile è il mistero.
L’inintelligibile è l’assurdo.
L’incomprensibile, troppo grande per noi, non può entrare tutto intero nella nostra intelligenza, a causa della sua dimensione, e soprattutto se noi parliamo dell’infinito, perché esso ha sorpassato ogni dimensione.
L’inintelligibile, al contrario, non può entrare nel nostro spirito, perché il nostro spirito è troppo grande, cioè troppo vero per lui. L’inintelligibile non può essere colto da noi, perché è senza verità, e perché il nostro spirito è fatto per cogliere la verità almeno in una certa misura.
La nostra intelligenza è una forza che si applica all’Essere.
Quando si tratta dell’Essere assoluto, immenso, infinito, la vocazione della nostra intelligenza è una abdicazione sublime, che lungi d’essere una morte, una restrizione, una diminuzione, è, al contrario, l’atto più fecondo, più attivo, più vivente, più sovrano che essa possa fare.
L’intelligenza è una forza che si esercita sopra un certo dominio. Al di sotto di questo dominio non ha niente da fare, ed ecco l’inintelligibile.
Al di sopra, essa si urta contro un dominio, è il dominio riservato, ed ecco l’incomprensibile.
L’incomprensibile è la cosa che non si abbraccia.
L’inintelligibile è la cosa nella quale non si può leggere.
L’etimologia di queste due parole stabilisce egregiamente la loro differenza.
L’incomprensibile è quello di cui nessuno fa il giro (non comprehendere).
L’ inintelligibile è ciò che non presenta all’occhio dello spirito alcun carattere (Non legere intus).
L’uomo che si ribella contro l’incomprensibile cade abitualmente nell’inintelligibile: c’è lì un castigo che non manca quasi mai.
L’intelligenza che s’inalbera davanti all’incomprensibile riceve questa punizione e questa umiliazione, di curvarsi e flettersi sotto l’inintelligibile.
Colui che rifiuta il mistero, cade nella superstizione.
Ora, la superstizione è ostile allo spirito e lo fa morire.
Il mistero è l’amico dell’intelligenza, egli la nutre e la conserva. L’esalta invece di schiacciarla. Mentre la superstizione la schiaccia invece di esaltarla. L’incomprensibile, è il mistero; è al di là dell’intelligenza. L’inintelligibile, è il non-senso; esso ne è al di qua.
Nei domini dell’inintelligibile, è l’oggetto che fa difetto all’intelligenza.
Nei domini dell’incomprensibile, è l’intelligenza che fa difetto al suo oggetto.
L’uomo non cammina sempre nella pianura, donde la sua intelligenza vede chiaro e lo conduce tranquillamente. Ora pende verso gli abissi dell’inintelligibile, ora si eleva verso le montagne dell’incomprensibile.
L’ebbrezza gli apre l’abisso in cui l’intelligenza lo perde.
L’estasi gli apre la montagna in cui l’intelligenza abdica nella gloria.
Il mistero risponde a uno dei bisogni più profondi della natura umana, il bisogno dell’adorazione.
L’uomo non adora ciò che comprende completamente ed ha ragione, perché ciò che comprende completamente non è l’infinito, e l’adorazione cerca l’infinito, come la bussola cerca il polo.
L’uomo ha sete di mistero, perché ha sete d’infinito. E questa sete d’infinito che spinge le anime superiori sulla strada che non finisce. Esse vanno alla scoperta con la sublime certezza di non scoprire mai tutto.
L’oggetto della ricerca essendo infinito, esso eccede sempre ogni scoperta. Aumenta la sete al tempo stesso che la soddisfa. “Né fame, né sazietà!”, esclama Sant’Agostino e aggiunge: “Io non so con qual nome chiamare questo stato che desidero; ma Dio può soddisfare coloro che non possono neppure più esprimersi, purché credano e sperino!”. Sant’Agostino ha ragione.
Né fame! Né sazietà! Ecco appunto il desiderio dell’uomo. S’egli comprendesse tutto, avrebbe la sazietà.
Se non comprendesse nulla avrebbe la fame. La verità, che talora solleva e talora abbassa i veli, lo protegge dalla fame, con la rivelazione, e dalla sazietà col mistero.
Elia sulla cima dell’Horel vide la tempesta, il terremoto e la folgore. Ma, quando passò il soffio leggero, Elia si velò la testa col suo manto; aveva riconosciuto l’approssimarsi del Signore: il mistero era là. I Serafini che apparvero a Isaia davanti al trono del Signore, si velavano la faccia con le loro ali.
Avevano sei ali; le loro sei ali si dividevano le funzioni di trasportarli e di velarli. Il loro volo e il loro velo avevano lo stesso agente, lo stesso strumento, delle ali, dovunque ali, sempre ali. Il volo ne impiegava due; il velo ne impiegava quattro. Le ali che li esaltavano negli abissi della Luce, li proteggevano anche. I veli che sono delle ali sono veli gloriosi come il volo che li accompagna.
Per volare e per velarsi, essi avevano bisogno di ali, e non avevano bisogno d’altro…

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Solo l’Infinito può saziare l’uomo

Posté par atempodiblog le 13 juin 2015

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L’errore è lo stato di un uomo che, andando verso una mèta, sbaglia strada.
Ora, la passione è lo stato di un uomo che, aspirando a trovare in qualche parte la soddisfazione dei suoi desidèri, la cerca là ove essa non è. La passione è una ricerca fuorviata dell’Infinito. Il cuore umano vuole ciò che non ha limiti: l’orizzonte è il suo nemico. Ma l’uomo che si sente infinito in potenza, l’uomo che non si inganna sui suoi desidèri, si inganna sul loro oggetto, le arresta nel finito che non può placarli. Cerca di soddisfarsi in ciò che è limitato. Le passioni umane peccano per difetto di ambizione.

Se esse si muovono molto, senza avvicinarsi a niente, è perché l’uomo che sbaglia strada può camminare molto senza avvicinarsi alla meta che vuole raggiungere e della quale ignora il vero posto. […]

I nostri desidèri confessano che non hanno un termine, e che non cessano di divorarci se non quando avranno l’Infinito per cibo.

Ma per fare definitivamente la scelta sull’Infinito occorre coraggio: perché, allora, nella teoria e nella pratica, interviene il sacrificio. Non basta più essere ardente, bisogna essere forte. L’aspirazione non è la condizione unica: la virtù diviene necessaria per adorare l’Infinito, e adorarLo qual è, la dove è, l’uomo ha bisogno di essere giusto.

Ora, essendo ardente e essendo debole, pieno di desidèri e vuoto di virtù, che ha fatto l’uomo? Ha scelto l’una o l’altra creatura e a procurato di adorarla; ma, siccome non vuole più restringere le sue pretese ha richiesto dalla creatura adorata che essa fosse o sembrasse infinita. […]

L’uomo ha bisogno di un nutrimento. Quando non ha pane, si avvelena. Occorre qualche cosa, a questa imperiosa natura umana e, quand’essa non si nutre del fuoco divino che disseta e rinfresca, si precipita nel fuoco che brucia, per sentire qualche cosa! A l’uomo che si è ingannato occorre il Pane della vita, e non il niente. A l’uomo che ha fuorviato i suoi desidèri, occorre il cristianesimo. L’uomo che ha fuorviato i propri desidèri, lungi dall’aver desiderato troppo, ha desiderato troppo poco. Non ha portato il suo sguardo troppo in alto. Il volgo crede che fuorviare i propri desidèri sia essere troppo ambizioso. E’ vero il contrario. Fuorviare i propri desideri è mancare di ambizione, è voler contentarsi di ciò che non è Infinito. E’ l’Infinito solo che può saziare l’uomo: a colui che ha desiderato una nuova religione, occorre la parola di Dio! Gli occorre il cristianesimo qual è, il cristianesimo rovente!

Tratto daLes plateaux de la balance”, di Ernest Hello

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Eterna giovinezza

Posté par atempodiblog le 11 juin 2015

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C’è senza dubbio un segreto per ringiovanire; questo segreto appartiene a Dio che rallegra la giovinezza. Dio è il signore del tempo, e il tempo si ferma quando Egli parla, come si pietrificano i buoi quando il tuono romba. Dio che ha potenza sul fuoco, è il guardiano della giovinezza. Nella Sua eterna giovinezza, la santa Vergine, la Diletta da Dio non ha conosciuto diminuzione. Ella è uscita dall’infanzia, Ella non è uscita dalla giovinezza. La giovinezza assomiglia a un deposito che non potrebbe essere confidato che a Dio perché nessuna altra mano ha la forza di tenerlo. Perciò i nemici di Dio detestano la giovinezza, come se essi vedessero in essa un riflesso di Colui che odiano. Detestano la giovinezza e, in luogo di trattenerla con la virtù dell’Eterno fino al momento in cui il tempo la porterebbe via, essi supplicano il tempo di affrettare i passi e di portarla via prima dell’ora. Il Mondo detesta la giovinezza, la vera giovinezza. Esso ama comparire vecchio e esserlo. Il mondo invecchia i fanciulli.

Tratto da: L’uomo, di Ernest Hello

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Ernest Hello e la croce

Posté par atempodiblog le 26 mai 2015

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“Il panteismo non ha una croce. La sua linea è la linea orizzontale…

La croce giansenista chiude le braccia, del Crocifisso e lo isola dalla natura. La croce giansenista è in piedi ma è sola… Il panteismo non ha testa, il giansenismo non ha braccia. L’uno abbraccia senza innalzarsi, l’altro si innalza senza abbracciare. Nella croce cattolica, omnia constant… tutto si ritrova. La vita solleva la morte e la trascina con sé nei cieli nella sua corsa trionfale. Tutto si abbraccia, tutto si innalza, tutto si distingue e si unisce”…

“La Croce è la forma dell’uomo: l’uomo vero è l’uomo che prega; orbene la preghiera stende le braccia dell’uomo e fa di esso il segno della croce… il segno della croce ha una bellezza particolare: mostra a Dio l’uomo tutto intero, sviluppato, disteso, ingrandito, che prega tutto intero con la vita dell’anima e con l’atteggiamento del corpo. L’uomo che stende le braccia chiama e chiede insieme.

Chiama gli uomini e chiede a Dio. Vuole abbracciare, abbracciare, prendere il volo. Guardandola Dio vede la creatura com’è, miserabile e estatica, che mette sotto gli occhi del Padre la sua impotenza e il suo ardore. Dio vede in lei la somiglianza di Colui che è il tipo, l’immagine del Figlio che, parlando dalla croce, come da un trono o da un carro di fuoco, voleva essere esaltato per trascinarsi tutti dietro”…

di Ernest Hello
Tratto da: Libertà e Persona

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E’ l’ora di divenire fieri

Posté par atempodiblog le 25 juillet 2014

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“Per uno strano inganno, abbiamo molta superbia per le nostre persone, ma poca fierezza per la nostra fede.

È l’ora di divenire umili perché è l’ora di divenire fieri”.

Ernest Hello

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Contrizione, spezzamento del cuore

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2014

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Il Cristianesimo ha restituito le lacrime e il san­gue al Creatore dei cieli e delle acque. Le ha poste presso le sorgenti della vita. Gesù Cristo piange pres­so la tomba di Lazzaro. Le lacrime di Maddalena so­no diventate uno dei grandi ricordi dell’umanità. I pit­tori farebbero bene a non trattarle alla leggera e a non confonderle con le lacrime contrarie, per non com­mettere un delitto.

Le lacrime sono salite cosi in alto che il loro posto è il tribunale della penitenza, quando accanto ad esse il sangue di Gesù Cristo cade sulla testa del peccatore insieme all’assoluzione. Dio fa quel che vuole delle cose che tocca. Talvolta ne fa un uso meraviglioso. Se tocca le lacrime, le muta in forza per i deboli e in terrore per i forti.

Il linguaggio cristiano con una energica parola designa il dolore del peccato. Questa parola è contrizione, che significa spezzamento del cuore. Se l’abitudine non gettasse su tutte le cose il grigio velo dell’indifferenza, gli uomini sarebbero particolarmentc colpiti da que­sta magnifica parola. Ed ecco quel che volevo dire: la contrizione è piena di gioia. La contrizione è più de­liziosa di qualsiasi cosa più desiderata. Non parlo del­le delizie vaghe di certi sentimenti che somigliano ai sogni, delizie infeconde e snervanti. Le delizie di cui parlo sono realtà fortificanti, attive, feconde. Sono gioie che fanno agire. Per valutare un atto compiuto nella verità è bene guardare lo stesso atto compiuto nell’errore.

A fianco del pentimento, che è un nome meno bello di contrizione, ci sono i rimorsi. Il pentimento è buono, il rimor­so è cattivo. E così il pentimento dona la gioia, men­tre il rimorso dona la tristezza; perché Dio è nel pen­timento ma non già nel rimorso. Il pentimento calma il colpevole; il rimorso l’esaspera. Il pentimento lo apre alla speranza, il rimorso lo chiude. Il pentimento è pieno di lacrime, il rimorso pieno di terrori. Il rimorso fa vedere i fantasmi, il pen­timento fa vedere delle verità. Però preferisco il nome contrizione a quello di pentimento. Trovo nella contrizione assai più gioia e luce.

A questo proposito voglio richiamare la vostra attenzione sul linguaggio del Cristianesimo, linguaggio così meravigliosamente profondo che aprirebbe vie in­finite alla nostra intelligenza e alla nostra anima se l’abitudine non s’intromettesse a farci misconoscere i doni di Dio, a farci passare sotto le stelle e le paro­le del cielo, senza alzare la testa. Orbene, il Cristia­riesimo nel suo linguaggio ci dice: — Fate un atto di contrizione. Un atto di contrizione! Che cosa meravigliosa, se non fossimo vittime dell’abitudine. Agli occhi di chi ignora la sua anima, la contrizio­ne appare forse qualcosa di puramente passivo, come la tristezza umana; una minorazione, una dispersione di forze; e invece, è vero il contrario. Essa è, oh mera­viglia, un atto. Una certa saggezza scadente potrebbe dire al col­pevole: — Non v’abbandonate al dolore; siate uomo; mostrate un coraggio virile. Il Cristianesimo invece gli dice: — Fate un atto di contrizione!

Ernest Hello

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Ecco il giudice di cui ha bisogno l’uomo

Posté par atempodiblog le 1 mars 2014

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È interessantissimo notare il contrasto interiore che esiste tra il carnevale e la Quaresima. Si seguono e si oppongono.
Caratterizzerei volentieri questo contrasto con una parola.
Il carnevale mette la maschera.
La Quaresima toglie la maschera.
Il carnevale veste l’uomo da eroe o da Pierrot.
La Quaresima invita l’uomo a considerare, in un tu a tu, ciò che egli è.
Orbene, non temo di affermarlo, ogni uomo che si toglie la maschera e si considera così com’è, vedrà dentro di sé quattro cose: un bambino, un malato, un ignorante e un colpevole.
Bambino, egli ha bisogno d’un padre; ignorante, ha bisogno di un dottore; ammalato, ha bisogno di un medico; colpevole, ha bisogno di un giudice.
Orbene, ecco il prete nel suo tipo ideale, padre, medico, dottore e giudice. Ma che giudice! Il giudice che perdona. Ecco il giudice di cui ha bisogno l’uomo.

Ernest Hello - Il secolo e i secoli

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Quando l’uomo non vede altro…

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2014

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“Quando l’uomo non vede altro che il proprio nulla, Dio non lo vede più che nella sua misericordia”.

Ernest Hello

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Feconde come rugiada….

Posté par atempodiblog le 15 novembre 2013

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Se la rugiada è feconda, anche le lacrime lo devono essere. Tra le ricchezze della creazione, nessuna è sta­ta tanto prostituita quanto le lacrime. Santa Rosa da Lima diceva che esse appartengono a Dio e che chi le dà a un altro le sottrae al Signore. Ora, le lacrime so­no diventate abominevoli; esse, che per natura sono segrete, sono diventate una parata, una posa, un’ostentazione; esse, che sono i singhiozzi della verità quando la verità non può più parlare, sono diventate menzo­gne; esse, che sono forza, sono diventate dissolventi; esse, che sono sorgenti di vita, nascoste più su del pensiero, sono diventate sorgenti di morte nascoste più sotto del deliquio.
Nelle lacrime prostituite c’è qualcosa che somiglia ai sacrifici umani.
Il Cristianesimo ha restituito le lacrime e il san­gue al Creatore dei cieli e delle acque. Le ha poste presso le sorgenti della vita. Gesù Cristo piange pres­so la tomba di Lazzaro. Le lacrime di Maddalena so­no diventate uno dei grandi ricordi dell’umanità. I pit­tori farebbero bene a non trattarle alla leggera e a non confonderle con le lacrime contrarie, per non com­mettere un delitto. Le lacrime sono salite cosi in alto che il loro posto è il tribunale della penitenza, quando accanto ad esse il sangue di Gesù Cristo cade sulla testa del peccatore insieme all’assoluzione. Dio fa quel che vuole delle cose che tocca. Talvolta ne fa un uso meraviglioso. Se tocca le lacrime, le muta in forza per i deboli e in terrore per i forti.
Il linguaggio cristiano con una energica parola designa il dolore del peccato. Questa parola è contrizione, che significa spezzamento del cuore. Se l’abitudine non gettasse su tutte le cose il grigio velo dell’indifferenza, gli uomini sarebbero particolarmente colpiti da que­sta magnifica parola. Ed ecco quel che volevo dire: la contrizione è piena di gioia. La contrizione è più de­liziosa di qualsiasi cosa più desiderata. Non parlo del­le delizie vaghe di certi sentimenti che somigliano ai sogni, delizie infeconde e snervanti. Le delizie di cui parlo sono realtà fortificanti, attive, feconde. Sono gioie che fanno agire.
Per valutare un atto compiuto nella verità è bene guardare lo stesso atto compiuto nell’errore. A fianco del pentimento, che è un nome meno bello di contrizione, ci sono i rimorsi. Il pentimento è buono, il rimor­so è cattivo. E così il pentimento dona la gioia, men­tre il rimorso dona la tristezza; perché Dio è nel pen­timento ma non già nel rimorso.
Il pentimento calma il colpevole; il rimorso l’esa­spera. Il pentimento lo apre alla speranza, il rimorso lo chiude. Il pentimento è pieno di lacrime, il rimorso pieno di terrori. Il rimorso fa vedere i fantasmi, il pen­timento fa vedere delle verità.
Però preferisco il nome contrizione a quello di pentimento. Trovo nella contrizione assai più gioia e luce. A questo proposito voglio richiamare la vostra attenzione sul linguaggio del Cristianesimo, linguaggio così meravigliosamente profondo che aprirebbe vie in­finite alla nostra intelligenza e alla nostra anima se l’abitudine non s’intromettesse a farci misconoscere i doni di Dio, a farci passare sotto le stelle e le paro­le del cielo, senza alzare la testa. Orbene, il Cristianesimo nel suo linguaggio ci dice: — Fate un atto di contrizione.
Un atto di contrizione! Che cosa meravigliosa, se non fossimo vittime dell’abitudine.
Agli occhi di chi ignora la sua anima, la contrizio­ne appare forse qualcosa di puramente passivo, come la tristezza umana; una minorazione, una dispersione di forze; e invece, è vero il contrario. Essa è, oh mera­viglia, un atto.
Una certa saggezza scadente potrebbe dire al col­pevole: — Non v’abbandonate al dolore; siate uomo; mostrate un coraggio virile.
Il Cristianesimo invece gli dice: — Fate un atto di contrizione!

di Ernest Hello - L’uomo, San Paolo, Alba (Cuneo) 1958, pp. 99-101
Tratto da: Filia Ecclesiae

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