Antonia Salzano: «Il miracolo di Carlo Acutis, mio figlio, morto 15enne di leucemia: un santo per il web»

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2020

Antonia Salzano: «Il miracolo di Carlo Acutis, mio figlio, morto 15enne di leucemia: un santo per il web»
La madre: «Morì in 72 ore. Mi disse: ti darò molti segni e sarai di nuovo mamma»
di Stefano Lorenzetto – Corriere della Sera

Antonia Salzano: «Il miracolo di Carlo Acutis, mio figlio, morto 15enne di leucemia: un santo per il web» dans Articoli di Giornali e News Antonia-Salzano-e-Carlo-Acutis

Intercede. Salva. Guarisce. Converte. Appare. I devoti di quello che già viene chiamato «il patrono di Internet», almeno 1 milione nei cinque continenti, vedono la sua presenza ovunque. L’ultimo segno, il 15 agosto. Scrivono i fan su Facebook: «Questa notte, nella solennità della Santissima Vergine Maria Assunta, Carlo è venuto a prendersi la sua cagnolina Briciola di quasi 17 anni. Ora corre e gioca anche lei nei meravigliosi giardini del Paradiso assieme agli altri animali di Carlo che l’hanno preceduta», i cani Poldo, Stellina e Chiara, i gatti Bambi e Cleopatra. Non le pare eccessivo che associno l’Assunzione alla morte di una bestiola? Sorride indulgente Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, stroncato a 15 anni da una leucemia fulminante nel breve volgere di 72 ore. «Prima che ci lasciasse, gli dissi: se in cielo troverai i nostri amici a quattro zampe, compari con Billy, il cane della mia infanzia. Lui non lo conosceva. Un giorno zia Gioia, ignara del nostro accordo, mi telefonò: “Stanotte in sogno ho visto Carlo. Teneva fra le braccia Billy”».

Ma sono ben altri i segni per cui lo studente milanese, già venerabile dal 2018, verrà proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre ad Assisi, ultima tappa prima di diventare santo. Quando il 23 gennaio 2019 si eseguì la ricognizione canonica sulle spoglie mortali del giovanissimo servo di Dio, la sua salma fu trovata intatta. «Io stavo lì, mio marito non volle vedere. Era ancora il nostro ragazzone, alto 1,82, solo la pelle un po’ più scura, con tutti i suoi capelli neri e ricci. E lo stesso peso, quello che si era predetto da solo».

Che intende dire?
«Pochi giorni dopo il funerale, all’alba fui svegliata da una voce: “Testamento”. Frugai in camera sua, pensavo di trovarvi uno scritto. Nulla. Accesi il pc, lo strumento che preferiva. Sul desktop c’era un filmato brevissimo che si era girato da solo ad Assisi tre mesi prima: “Quando peserò 70 chili, sono destinato a morire”. E guardava spensierato il cielo».

La vita di Carlo durò solo 5.641 giorni.
«In realtà 5.640. Entrò in coma alle 14 dell’11 ottobre 2006, con il sorriso sulle labbra. Credevamo che si fosse addormentato. Alle 17 fu dichiarata la morte cerebrale, la mattina del 12 quella legale. Avremmo voluto donare i suoi organi, ma non fu possibile, ci dissero che erano compromessi dalla malattia. Un bel paradosso, perché il cuore, perfetto, ora sarà esposto in un ostensorio nella basilica papale di San Francesco ad Assisi».

Quand’è stato prelevato?
«Durante la ricognizione del 2019. Con atto notarile abbiamo voluto donare il corpo al vescovo di Assisi. Era giusto che appartenesse alla Chiesa universale».

In che modo Carlo scoprì la fede?
«Non certo per merito di noi genitori, lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non è che la domenica andasse a messa».

Allora come spiega questa religiosità?
«Un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla. Ma c’era in lui una predisposizione naturale al sacro. A 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all’eucaristia a 7 anni, anziché a 10».

E voi come reagiste?
«Lo lasciammo libero. Ci pareva una cosa bella, perciò chiedemmo una deroga. Per me fu una “Dio-incidenza”. Carlo mi salvò. Ero un’analfabeta della fede. Mi riavvicinai grazie a padre Ilio Carrai, il padre Pio di Bologna, altrimenti mi sarei sentita screditata nella mia autorità genitoriale. È un percorso che dura tuttora. Spero almeno di finire in purgatorio».

Carlo fu precoce solo nella preghiera?
«In tutto. Era un mostro di bravura. A 6 anni già padroneggiava il computer, girava per casa con il camice bianco e il badge “Scienziato informatico”. A 9 scriveva programmi elettronici grazie ai testi acquistati nella libreria del Politecnico».

Carlo-Acutis dans Carlo Acutis

Non era troppo piccolo per usare il pc?
«I promotori della causa di beatificazione hanno analizzato in profondità la memoria del suo computer con le tecniche dell’indagine forense, senza riscontrare la minima traccia di attività sconvenienti. Sognava di adoperare il pc e il web per diffondere il Vangelo. Papa Francesco nellaChristus vivit cita Carlo come esempio per i giovani. “Sapeva molto bene”, spiega, “che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Il suo sguardo spaziava ben oltre Internet».

Fino a dove?
«Alle mense dei poveri, quelle delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Baggio e dei cappuccini in viale Piave, dove prestava servizio come volontario. La sera partiva da casa con recipienti pieni di cibo e bevande calde. Li portava ai clochard sotto l’Arco della Pace, per i quali con i risparmi delle sue mance comprava anche i sacchi a pelo. Lo accompagnava il nostro cameriere Rajesh Mohur, un bramino della casta sacerdotale indù, che si convertì al cattolicesimo vedendo come Carlo aiutava i diseredati».

Avrebbe mai detto che un giorno sarebbe salito all’onore degli altari?
«Ero certa che fosse santo già in vita. Fece guarire una signora da un tumore, supplicando la Madonna di Pompei».

Il miracolo riconosciuto dalla Chiesa?
«No, solo uno dei tanti che nemmeno sono entrati nel processo di canonizzazione. Quello che lo farà proclamare beato accadde in Brasile nel settimo anniversario della morte, il 12 ottobre 2013, a Campo Grande. Matheus, 6 anni, era nato con il pancreas biforcuto e non riusciva a digerire alimenti solidi. Padre Marcelo Tenório invitò i parrocchiani a una novena e appoggiò un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente, che l’indomani cominciò a mangiare. La Tac dimostrò che il suo pancreas era divenuto identico a quello degli individui sani, senza che i chirurghi lo avessero operato. Una guarigione istantanea, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche».

Suo figlio come si ammalò?
«Sembrava una banale influenza. Dopo alcuni giorni comparvero forte astenia e sangue nelle urine. Lui se ne uscì con una delle sue frasi: “Offro queste sofferenze per il Papa, per la Chiesa e per andare dritto in paradiso senza passare dal purgatorio”, ma in famiglia non vi demmo troppo peso. Chiamai il professor Vittorio Carnelli, che era stato il suo pediatra. Ci consigliò l’immediato ricovero nella clinica De Marchi. E lì avemmo la diagnosi infausta: leucemia mieloide acuta M3. Carlo ne fu informato dagli ematologi. Reagì con dolcezza e commentò: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia”. Fu trasferito all’ospedale San Gerardo di Monza. Appena giuntovi, scosse la testa: “Da qui non esco vivo”».

Lei invocò un miracolo per suo figlio?
«Sì, da Gesù, dalla Madonna e dal venerabile fra Cecilio Maria, al secolo Pietro Cortinovis, il cappuccino fondatore dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. Ma i piani di Dio erano altri».

Quali?
«Quelli che avevo proposto a Carlo prima che spirasse: chiedi al Signore di manifestarci un segno della sua presenza».

E suo figlio che cosa le rispose?
«“Non preoccuparti, mamma. Ti darò molti segni”. Nove giorni dopo la sua morte, a Tixtla, in Messico, un’ostia si arrossò di sangue. Una commissione composta anche da scienziati non credenti accertò che era del gruppo AB, lo stesso presente nella Sindone e nel miracolo di Lanciano, e che si trattava di cellule del cuore. A distanza di quattro anni, negli strati sottostanti alla coagulazione restava ancora presente del sangue fresco».

Suo figlio aveva allestito «Segni», una mostra sui miracoli eucaristici.
«Sì, sta girando tutti i santuari del mondo. Negli Stati Uniti l’hanno ospitata 10.000 parrocchie. Sono eventi soprannaturali come quello accaduto il 12 ottobre 2008, nel secondo anniversario della sua morte, a Sokólka, in Polonia. Un’ostia caduta a terra durante la comunione, e conservata in cassaforte, una settimana dopo divenne un pezzo di carne di origine miocardica, gruppo sanguigno AB».

Ha avuto solo questi, di segni?
«Anche altri. Carlo mi predisse che sarei diventata di nuovo madre, benché stessi per compiere 40 anni. E nel 2010, quando già ne avevo 43, diedi alla luce due gemelli, Michele e Francesca».

Perché fu sepolto ad Assisi?
«Abbiamo una casa in Umbria. Un cartello avvertiva che c’erano in vendita nuovi loculi nel cimitero comunale. Chiesi a Carlo che cosa ne pensasse. “Sarei felicissimo di finire qua”, rispose. Il suo corpo intatto è stato poi traslato nel santuario della Spogliazione, dove ora i fedeli potranno venerarlo per sempre».

Che cosa le manca di più di suo figlio?
«L’allegria. Appena morì, ricordo d’aver pensato: e ora chi mi farà ridere? e chi mi aiuterà con il computer? Mi restano i suoi pensieri, detti e scritti: “Non io, ma Dio!”. “Da qualunque punto di vista la si guardi, la vita è sempre fantastica”. “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”».

L’ultimo rende bene l’idea dei social.
«È così, gli uomini d’oggi sono ripiegati su sé stessi. La loro felicità è fatta solo di like. Ma Carlo è l’influencer di Dio».

Non vorrebbe che fosse ancora qui con lei, anziché avere un santo in cielo?
«Ho fatto mia l’invocazione di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. I figli non ci appartengono, ci sono affidati. Sento Carlo più presente di quando era in vita. Vedo il bene che fa. Mi basta».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Carlo Acutis, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stefano Lorenzetto, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Stefano Lorenzetto intervista Gianfranco Amato

Posté par atempodiblog le 20 février 2014

Stefano Lorenzetto intervista Gianfranco Amato
“Mi denuncio: sono omofobo e pronto ad andare in galera”

L’avvocato Giuliano Amato notifica una diffida al governo: “Ritiri subito il progetto alla Goebbels gestito da gay, lesbiche e trans. Stop ai fascicoli che “rieducano” docenti e bidelli”
di Stefano Lorenzetto – Il Giornale
Tratto da: GIURISTI per la VITA

Stefano Lorenzetto intervista Gianfranco Amato dans Articoli di Giornali e News 20peqol

Gli alunni devono portarsi da casa la carta igienica perché mancano i soldi, ma la Presidenza del Consiglio dei ministri, attraverso l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha deciso che fosse prioritario fornire alle scuole di ogni ordine e grado «gli strumenti per approfondire le varie tematiche legate all’omosessualità». Primo strumento: «I rapporti sessuali omosessuali sono naturali? Sì». Purtroppo però «un pregiudizio diffuso nei Paesi di natura fortemente religiosa è che il sesso vada fatto solo per avere bambini».

Quindi i signori docenti sono invitati a porre agli allievi un’altra domanda: «I rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?». Secondo strumento: «Nell’elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”». L’obiettivo è che maestre e professori possano «essi stessi diventare “educatori dell’omofobia”». A Palazzo Chigi, già poco ferrati nell’aritmetica dei conti pubblici, devono essere assai scarsi anche in italiano. C’è scritto questo e molto altro nei tre opuscoli intitolati Educare alla diversità a scuola commissionati dal Dipartimento per le Pari opportunità all’Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale, con sedi a Roma e Caserta, destinati alle scuole primarie e secondarie per dare concreta attuazione alla Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Quando Gianfranco Amato, 52 anni, avvocato di Varese, ha letto le linee guida che il governo intende perseguire nel triennio 2013-2015 sotto l’egida del Consiglio d’Europa, non credeva ai propri occhi. Non solo perché la gestione del progetto risulta affidata al Gruppo nazionale di lavoro Lgbt (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali e transgender), «formato da 29 associazioni tutte e solo di quella sponda, come Arcigay, Arcilesbica e Movimento identità transessuale», ma anche perché ha scoperto che in Italia è stata creata a sua insaputa una forza speciale per mettere in riga gli omofobi: «Si chiama Oscad, cioè Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, ed è composto da polizia e carabinieri. La sigla ricorda l’Ovra fascista. Ormai siamo a uno zelo da far invidia al Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda di quel malefico genio dell’indottrinamento di Stato che fu Joseph Goebbels».

Ecco perché l’avvocato Amato ha notificato un atto di diffida stragiudiziale al Dipartimento delle Pari opportunità, all’Unar, al ministero dell’Istruzione e ai 122 Uffici scolastici regionali e provinciali. «Guai a loro se adotteranno atti o provvedimenti che diano seguito alla Strategia nazionale del governo. Quell’arbitrario documento dev’essere solo annullato». Il legale non ha agito a titolo personale, bensì come presidente dei Giuristi per la vita, un’associazione che ha sede a Roma. Ne fanno parte una quarantina di cultori delle scienze giuridiche, fra cui magistrati come Francesco Mario Agnoli, presidente aggiunto onorario della Cassazione, e Giacomo Rocchi, consigliere della prima sezione penale della medesima Corte suprema. «Non c’interessa il dialogo sui massimi sistemi, siamo una task force operativa molto agguerrita», spiega Amato, sposato, tre figli, rappresentante per l’Italia di Advocates international e collaboratore dell’Alliance defense fund, formata da legali che si occupano di cause riguardanti la libertà religiosa e la bioetica. «Ci autofinanziamo per offrire patrocinio gratuito a docenti e medici nei guai con la giustizia per motivi di coscienza».

Le maestre finiscono in tribunale?
«Agli italiani è sfuggito che il 19 settembre la Camera ha approvato il disegno legislativo promosso da Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, gay dichiarato. Presto andrà in aula al Senato e diventerà legge dello Stato. Quando ne ho illustrato i contenuti a un amico imprenditore e a sua moglie, non volevano crederci: “Tu esageri sempre”. Allora ho capito come si arrivò ai campi di sterminio: grazie all’ignoranza dei tedeschi. Tant’è che mi sono sentito in obbligo di scriverci un libro, Omofobia o eterofobia? Perché opporsi a una legge ingiusta e liberticida, edito da Fede & Cultura, che sta andando a ruba con il passaparola».

Legge liberticida?
«Hanno inventato l’emergenza omofobia per avviare una persecuzione contro chi non la pensa come loro. Il Pew research center di Washington, presieduto da Allan Murray, ex vicedirettore del Wall Street Journal, ha pubblicato uno studio mondiale sull’atteggiamento verso l’omosessualità. L’Italia è fra le 10 nazioni più amichevoli con i gay, per i quali il 74 per cento della popolazione non prova alcuna ostilità. Siamo appena un gradino sotto la civilissima Gran Bretagna. Ma poi, scusi, servono le statistiche? Puglia e Sicilia non hanno forse eletto due governatori omosessuali?».

Allora perché è stata varata la Strategia nazionale contro l’omofobia?
«Me lo dica lei. Il piano del governo prevede corsi di formazione obbligatoria sui diritti Lgbt non solo per docenti e alunni ma anche per bidelli e personale di segreteria. E che cosa vorrà dire l’impegno a “favorire l’empowerment delle persone Lgbt nelle scuole”? E il “diversity management per i docenti”? Lo chiedo ai cattolici che siedono nel governo, come Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’Istruzione, e Maurizio Lupi e Mario Mauro, ministri ciellini».

A che serve l’Oscad?
«Già, a che serve una sorta di polizia speciale? A me risulta, proprio dai dati dell’Oscad, che dal 2010 a oggi siano pervenute appena 83 segnalazioni per offese, aggressioni, lesioni, danneggiamenti, minacce e suicidi relativi all’orientamento sessuale. Una media di 28 casi l’anno, 1 ogni 2 milioni di abitanti. E questa sarebbe un’emergenza nazionale?».

Stando agli opuscoli dell’Unar, gli insegnanti delle scuole sono tenuti a «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa» giacché «tale punto di vista può tradursi nell’assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà».
«Sposare una donna: inaudito! Aveva visto giusto Gilbert Chesterton: spade dovranno essere sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate e che 2 più 2 fa 4. Siamo giunti a un livello tale di relativismo da far impazzire la ragione. Non si riconosce più la natura. È la teoria del gender: i ragazzi non sono maschi o femmine per un dato biologico, ma a seconda di come sentono di essere».

Insegnare che «maschio e femmina Dio li creò», come sta scritto nella Bibbia, diventerà reato?
«La strada è quella, tracciata dall’Unar nelle Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone Lgbt, dove i credenti vengono biasimati perché descrivono “le unioni tra persone dello stesso sesso come una minaccia alla famiglia tradizionale, come contro natura e come sterili, infeconde”. Nei libretti destinati ai maestri, l’Unar denuncia che “il grado di religiosità” è “da tenere in considerazione nel delineare il ritratto di un individuo omofobo” e che “maggiore risulta il grado di cieca credenza nei precetti religiosi, maggiore sarà la probabilità che un individuo abbia un’attitudine omofoba”. Ed emette la condanna finale: “Per essere più chiari, vi è un modello omofobo di tipo religioso, che considera l’omosessualità un peccato”».

Perché la Presidenza del Consiglio ha affidato tutte le pubblicazioni dell’Unar all’Istituto A.T. Beck?
«È quello che stiamo cercando di scoprire. C’è stata una regolare gara d’appalto? Chi vi ha partecipato? Al vincitore quanti soldi sono andati? Quali competenze ha questo istituto? Perché il Dipartimento delle Pari opportunità ne ha sposato in toto le tesi come se fossero le uniche possibili? Si saranno accorti, a Palazzo Chigi, che nelle linee-guida per i licei viene assegnato il compitino di aritmetica antiomofobico di Rosa che compra tre lattine di tè con i suoi papà, copiato pari pari dal fascicolo per la scuola primaria? Non molto scientifico, come lavoro».

Di Antonella Montano, direttrice dell’Istituto A.T. Beck, che cosa può dirmi?
«Poco. Se non che il suo libro Mogli, amanti, madri lesbiche è stato presentato da Paola Concia, l’ex deputata del Pd firmataria di un progetto di legge contro l’omofobia bocciato dal Parlamento».

In compenso è passato quello del collega Scalfarotto.
«Testo inutile e pericoloso. Già l’articolo 3 della Costituzione sancisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. Non possono esservi cittadini più uguali di altri, come certi animali della Fattoria di George Orwell. Per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico s’introduce un reato senza definirne il presupposto. Che cos’è l’omofobia? Non esiste una definizione scientifica, né leggi o sentenze che lo stabiliscano. Poiché non è una malattia riconosciuta dall’Oms, come la claustrofobia o l’agorafobia, verrà lasciata alla libera interpretazione dei magistrati. Tipico degli Stati totalitari. Mi ricorda il reato di “attività antisocialista” nell’Urss: nessuno sapeva in che cosa consistesse, però ti faceva finire nei gulag».

Non starà davvero esagerando?
«In uno Stato liberale il cittadino sa preventivamente quali saranno le conseguenze dei suoi comportamenti. Il nostro diritto penale sanziona i fatti, non i motivi. Io rubo? Viene punito il furto. Che abbia rubato per fame – ecco un motivo – può servire al massimo per graduare la pena. Invece la legge Scalfarotto punisce i motivi. E crea una categoria privilegiata di soggetti che diventano meritevoli di tutela giuridica per il solo fatto di avere un certo orientamento sessuale».

Ho capito: la legge non le piace.
«Passato il principio secondo cui una categoria è stata discriminata, lo Stato dovrà dotarsi di sistemi riparativi e compensativi. È già successo con gli afroamericani negli Usa. Arriveremo alle quote viola, su calco di quelle rosa. Chi si dichiara gay avrà diritto a un posto di lavoro e a un alloggio. Non avendo il giudice strumenti per accertare l’omosessualità, basterà un’autocertificazione».

La legge Scalfarotto non lo prevede.
«La legge Scalfarotto non prevede nulla, qui sta l’inganno più subdolo. Punisce l’omofobia in base a un’altra legge, la Reale-Mancino, che fu promulgata per combattere l’ideologia nazifascista, il razzismo, l’antisemitismo. Con i gay parificati ai neri e agli ebrei, dire che un uomo non può sposare un altro uomo equivarrà a dire che va impedito il matrimonio fra l’uomo bianco e la donna nera».

Conseguenze penali?
«Terribili. Per una dichiarazione omofoba la legge mi punisce con 1 anno e 6 mesi di reclusione. Che diventano 4 anni se la faccio come associazione e addirittura 6 se ho una carica direttiva nella medesima. Con l’obbligo per lo Stato di procedere d’ufficio anche nel caso in cui il gay che ho offeso decidesse di perdonarmi o di ritirare la querela per evitare lo strepitus fori, cioè la pubblicità negativa».

Papa, vescovi e preti sono candidati alla galera, visto che il catechismo, al paragrafo 2.357, presenta le relazioni gay «come gravi depravazioni», dichiara che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» perché «precludono il dono della vita», decretando che «in nessun caso possono essere approvati».
«Sta già accadendo a tanti cristiani in giro per l’Europa. Tony Miano, 49 anni, statunitense, ex vicesceriffo della contea di Los Angeles che oggi fa il predicatore di strada, è stato arrestato lo scorso 1° luglio a Wimbledon, in Inghilterra, perché commentava davanti a un centro commerciale il capitolo 4 della prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, quella che invita ad astenersi dall’impudicizia. Ho letto il verbale dell’interrogatorio: allucinante, sembra un resoconto tratto dagli Acta Martyrum. E per fortuna che il poveretto non aveva osato proclamare in pubblico la prima Lettera ai Corinti, quella in cui San Paolo dice che “né effeminati, né sodomiti erediteranno il regno di Dio”».

Come presidente dei Giuristi per la vita, passerà 6 anni in cella anche lei.
«Se essere omofobo significa considerare l’omosessualità un peccato, ritenere che il sesso debba essere aperto alla trasmissione della vita, credere nei precetti della Chiesa, allora mi autodenuncio: dichiaro pubblicamente e con orgoglio ai funzionari dell’Unar di essere un omofobo. Mandino nel mio studio gli agenti dell’Oscad ad arrestarmi. Li aspetto».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stefano Lorenzetto | Pas de Commentaire »

«Femminista, dico basta agli aborti»

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2011

Intervista (del 4 dicembre 2005) di Stefano Lorenzetto, per ‘Il Giornale’, ad una ginecologa che ha praticato molti aborti.

«Femminista, dico basta agli aborti» dans Aborto vitar

Mentre parla, sottovoce e con fatica, la ginecologa Rossana Cirillo tiene gli occhi bassi. La parola che ricorre con più frequenza nel suo racconto è «pesante», declinata in tutte le varianti: «peso», «pesantezza», «pesava». In due ore e 51 minuti me la annoterò sul taccuino 15 volte. Dalle pareti dello studio sorridono in fotografia decine di neonati: «Una piccola parte di quelli che ho fatto nascere». Il contrasto con la tormentata mimica facciale della dottoressa è stridente.

Dirigente di primo livello nella divisione di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Villa Scassi a Genova, il medico Rossana Cirillo ha deciso dopo 25 anni di togliersi un peso, quel peso, dal cuore: non esegue più aborti. È diventata obiettrice di coscienza nel 2004. Dal 22 maggio 1978, quando entrò in vigore la legge 194, ha praticato fino a 12 interruzioni di gravidanza la settimana. Dagli Anni 90, con l’ondata immigratoria di extracomunitarie, il numero degli interventi è raddoppiato. Per un quinquennio s’è trovata in sala operatoria da sola. È ragionevole supporre che nell’arco di 1.300 settimane abbia effettuato dai 13.000 ai 23.000 aborti. Forse l’istinto d’autoconservazione le ha impedito di tenere la tragica contabilità. Lei non ne parla, io non trovo il coraggio di chiedere.

La dottoressa Cirillo ha deposto cannula d’aspirazione e curette (il cucchiaio) ma non è diventata antiabortista. Anzi, continua a ritenere la 194 una buona legge, nonostante si rifiuti d’applicarla in prima persona. L’impressione è che la coerenza intellettuale faccia aggio sul travaglio interiore. Non può comportarsi altrimenti: entrerebbe in contraddizione con se stessa, con la sua storia di donna e di medico. Ai tempi dell’università animava con le compagne un gruppo d’autocoscienza. È stata tra le fondatrici del collettivo femminista permanente del Manifesto. Ha fatto la ginecologa per sei mesi in Nicaragua col Fronte sandinista. Benché non abbia mai sfogliato Il Giornale in vita sua, ha accettato l’intervista. Prima però è passata dalla pasticceria e al cronista venuto da 300 chilometri di gelo e nebbia fa trovare in ambulatorio tre brioche, due olandesine alla crema e un paio di focacce liguri: indipendentemente dal mio quintale di peso, non posso fare a meno di scorgere un tratto di tralignata generosità nel suo agire.

È nata in una famiglia «cattolica e conservatrice». Da bambina frequentava gli scout. Al liceo era impegnata nel volontariato. Confessa d’aver militato in Gioventù studentesca, ma quando le faccio notare che quel movimento fu fondato da don Luigi Giussani e si trasformò poi in Comunione e liberazione ancora una volta il suo istinto d’autoconservazione ha il sopravvento: «No, no, impossibile! Ma scherza? Non c’entrava nulla, era un’altra cosa». Inevitabile che confluisse nei cattolici del dissenso. «Andavamo a far visita alla comunità dell’Isolotto di don Enzo Mazzi a Firenze, cercavamo di convincere il cardinale Giuseppe Siri che Gesù era povero, quelle cose lì…». Quando le fu chiaro che l’arcivescovo di Genova non avrebbe preso lezioni di catechismo da lei, abbandonò la Chiesa.

Ha figli?
«Due, di 23 e 22 anni. E sono già nonna di una nipotina, Matilde, che ha un anno e mezzo».
Come s’è sentita dopo aver preso la decisione di non praticare più aborti?
«Serena».
Perché ha smesso?
«Preferisco dirglielo alla fine».
In che modo hanno reagito i colleghi che continuano a praticare interruzioni di gravidanza?
«Sono stati comprensivi. Nessuno mi ha giudicata. Hanno capito che non potevo più andare avanti così. Chi mi conosce sa quali pesi ho portato sulle spalle. Per un lungo periodo sono stata l’unico medico di Villa Scassi a fare aborti. Dopo aver preso la decisione, ho aspettato sei mesi prima di smettere. Volevo essere sicura di non danneggiare il servizio».
E adesso?
«Vanno avanti i quattro colleghi non obiettori. Altri otto medici sono obiettori».
In famiglia che cosa le hanno detto?
«Sono stati solidali. Negli ultimi tempi i miei figli spesso mi chiedevano se non mi pesava troppo quello che facevo».
Hanno sempre saputo del suo lavoro?
«Sì, non sono cresciuti con un’educazione cattolica, non hanno il concetto di colpa, di peccato. Però il più grande nutriva qualche perplessità. È contento che abbia smesso».
È lui il padre di Matilde?
«Sì. È ancora studente. La sua ragazza è rimasta incinta».
Si sono chiesti se abortire?
«No, erano molto contenti. Hanno deciso fin da subito di tenersela. Per fortuna non c’erano di mezzo problemi economici ed è nata questa bambina stupenda».
Tornerebbe per qualche motivo a eseguire aborti?
«Be’, se si creassero le condizioni per cui non è garantito il servizio, dovrei riconsiderare la mia decisione».
Quindi non è una decisione definitiva.
«Niente è definitivo nella vita».
A parte la morte.
«Ogni giorno impariamo qualcosa. Le persone che hanno sicurezze assolute non mi convincono. Bisogna stare 25 anni in prima linea per capire… Chi parla pro o contro l’aborto questa realtà non la conosce».
L’Oms calcola che negli ultimi vent’anni siano stati praticati nel mondo un miliardo di aborti. Non le sembra una cifra impressionante?
«Penso che non sia l’unico male del mondo. Esistono anche le guerre, la fame. Negli Stati Uniti gli antiabortisti sono arrivati ad ammazzare i ginecologi che praticano le interruzioni di gravidanza».
In Italia si registrano ogni anno 540.000 nascite e 136.000 aborti. Il rapporto è di una vita soppressa ogni quattro.
«È un dato che dovrebbe far riflettere non solo le donne, ma anche qualcun altro».
Chi?
«I parlamentari che gestiscono le politiche familiari».
Giuliano Ferrara sostiene che finché l’aborto era clandestino faceva parte della legge morale individuale, quella che è «in me» secondo Kant. Un miliardo di aborti legali è diverso: esce da «me» e diventa «noi», ci riguarda, tutti.
«È una responsabilità collettiva anche il fatto che tante donne non possano permettersi d’avere un bambino».
Lo sa che l’aborto libero e legale fu introdotto per la prima volta con la rivoluzione d’ottobre del 1917 in Russia e per la seconda volta nel 1933 con l’avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania?
«Non vedo collegamenti con l’Italia, dove è diventato legale sulla base di un movimento d’opinione molto ampio. L’aborto esiste ed esisterà sempre».
Qual è l’identikit della donna che abortisce?
«Ceto medio, età 35-40 anni, sposata, due figli».
Quali sono i motivi per cui una donna rifiuta il bambino?
«Sono cambiati nel tempo. All’inizio influiva molto l’impossibilità d’assicurare al nascituro rapporti affettivi stabili. La gravidanza arrivava in una situazione familiare turbata, con i coniugi che litigavano. Tante pazienti erano giovanissime o tossicomani o avevano deciso a priori di non avere figli. Aggiungerei una ristretta minoranza di donne d’elevato livello culturale nelle quali agiva il desiderio inconscio di dimostrare a se stesse d’essere fertili. Soddisfatto quello…».
Aberrante.
«È un aspetto dell’animo umano».
E oggi?
«Si abortisce perché tutto dev’essere previsto e calcolato: il benessere economico, la carriera professionale, l’acquisto dei beni di consumo. Perciò si decide di fare un figlio solo in età avanzata. Del resto le giovani coppie vivono nella precarietà più totale, non hanno un lavoro fisso, non dispongono dell’alloggio».
Mi sta dicendo che si abortisce per soldi?
«Oggi prevalgono quelli. Negli Anni 80 contava di più l’aspetto interiore, il non sentirsi pronte, il non avere un compagno affidabile. Anche se ultimamente noto un aumento di coppie che, benché prive di sicurezze materiali, decidono di portare avanti la gravidanza. I venticinquenni sono più fiduciosi, positivi, aperti alla vita dei trentacinquenni».
E le immigrate perché ricorrono numerose alla 194?
«Non possono permettersi una gravidanza. Devono lavorare per mandare i soldi in patria, dove magari hanno già dei figli. Africane e ragazze dell’Est vengono qui a prostituirsi, per loro restare incinte è un incidente. Mi sono trovata ad affrontare 30-40 extracomunitarie al colpo, tutte di lingua diversa, assistita da una sola infermiera. Io parlo male l’inglese, ma anche le nigeriane non scherzano. Era impossibile capirsi. Spesso stentavo persino a comprendere se volevano abortire o no».
Il suo collega professor Claudio Giorlandino sostiene d’aver visto donne scegliere l’aborto solo perché il feto aveva sei dita ai piedi, una malformazione operabilissima.
«Io le avrei mandate dallo psichiatra per una consulenza. E comunque, trascorsi i primi 90 giorni, il medico può rifiutare l’intervento. Ho respinto richieste di aborto a 24 settimane. Da questo punto di vista mi sento pulita, in serena coscienza posso dire di non aver mai deciso se un bimbo malformato o mongoloide dovesse nascere oppure no. Era sempre e comunque una scelta della donna, non mia. Tra la madre e il bambino chi vogliamo salvare? Sottovalutare il disagio psichico della gestante significava mettere in conto il rischio di un suicidio. Così avrei perso entrambi».
L’embrione è una persona?
«Eeeh…». (Sorride nervosa). «L’embrione è una persona…». (Riflette). «No, fino a quando non ha una vita autonoma dalla madre».
Il feto è una persona?
«Il feto è una persona…». (Riflette). «Quando può vivere fuori dall’utero».
Cioè quando?
«Già a 24 settimane, più o meno. Dal 1978 a oggi le possibilità di vita autonoma si sono ampliate grazie alla neonatologia».
Le è capitato di praticare aborti a 23-24 settimane?
«Sì, ma in tempi molto remoti».
Che cosa provava nel ritrovarsi fra le mani esserini dai caratteri umani evidenti?
«Eh be’… Diciamo che…». (Tace per 21 secondi). «È una situazione piuttosto pesante. Ma anche vedere le mamme provate lo è. Non me la sentivo di far prevalere il mio disagio sui bisogni di queste donne».
Il feto a chi appartiene?
«A se stesso nella misura in cui è autonomo e alla madre nella misura in cui dipende da lei per la sopravvivenza».
Però la sua struttura vitale è diversa da quella della madre, tant’è vero che se le membrane placentari si rompono, e viene a stabilirsi un contatto diretto fra embrione e gestante, l’organismo di quest’ultima sviluppa degli anticorpi.
«Sì, però qui entriamo nel merito di questioni… Diciamo…». (Riflette). «È come dimostrare o meno l’esistenza di Dio. Chi può stabilire con certezza quando comincia il diritto alla vita?».
La madre dovrebbe essere in grado di autofecondarsi per affermare che il feto le appartiene.
«È vero. Però la donna porta avanti la gravidanza e partorisce. Se l’uomo non vuol partecipare, esce di casa per comprarsi le sigarette e non torna più. La donna ha più responsabilità reali».
Chi le ha insegnato a praticare gli aborti?
«L’isterosuzione col metodo Karman l’ho imparata da sola. Non è una pratica molto diversa dalla revisione della cavità uterina che si esegue nel 95% dei casi di aborto spontaneo. Cinque-dieci minuti in anestesia locale ed è tutto finito».
E dopo il terzo mese?
«Dalle 14 settimane in su la somministrazione delle prostaglandine induce l’aborto e le contrazioni dell’utero, con l’espulsione di un feto non vitale».
Le prostaglandine uccidono il feto?
«A volte sì, a volte no».
Quindi a volte esce vivo?
«Vivo ma non vitale per una manciata di secondi. Per fortuna è da anni che non vedo queste situazioni».
Ha detto «per fortuna».
«Non è una cosa piacevole per nessuno. Non è normale. È un dramma. È un dolore per i medici, per le ostetriche, per tutti. Chi pratica l’aborto non è un irresponsabile incapace di consigliare una scelta diversa. I medici non obiettori sono stati lasciati da soli in trincea, hanno il merito d’aver garantito l’applicazione di una legge dello Stato».
È favorevole alla presenza di volontari antiabortisti nei consultori?
«Ho più probabilità io, che non sono pregiudizialmente contraria all’aborto, di convincere una donna a tenersi il bambino. Sono più credibile».
Ma lei ci provava a convincere le gestanti a rinunciare all’aborto?
«Agli inizi, finché mi è stato possibile, sì».
Con quali argomenti?
«Uno solo: signora, non ho mai conosciuto una donna dispiaciuta d’aver scelto di far nascere un figlio».
E in seguito?
«L’impossibilità, per mancanza di tempo, d’instaurare un rapporto umano è diventata un peso insopportabile. Non avere la certezza che la donna di fronte a me era consapevole di ciò che comportava un aborto, mi ha spaventato. Mi sono chiesta: che cosa sto facendo?».
Ha mai prospettato a una gestante la possibilità di far nascere il figlio e di non riconoscerlo, come ammette la legge?
«No, assolutamente no».
Perché?
«La ritengo una forma di crudeltà. Come si fa a dirle di partorirlo e poi abbandonarlo? Non l’ho mai neppure pensato».
Se torna con la memoria al momento in cui entrava in sala operatoria per interrompere una gravidanza qual è la prima sensazione che le viene in mente?
(Ci pensa). «Ripetitività. Pesante».
Le sono capitati casi di donne che si sono pentite d’aver abortito?
«Sì. Spesso poi hanno avuto un altro figlio».
E donne la cui psiche è rimasta segnata per sempre?
«Ho visto persone soffrire per molti anni fino ad ammalarsi di tumori alla mammella. Più di un caso di questo genere, ho visto».
Dopo aver praticato un aborto è mai stata sfiorata dal dubbio d’aver commesso un omicidio?
«Sì».
Quante volte?
«Tutte le volte che mi sono sentita…». (Riflette). «…che ho sentito la distanza fra me e la donna, che non c’era dialogo con questa persona. Non usiamo la parola omicidio… Qualcosa che non aveva senso, qualcosa di non giusto».
Se tornasse indietro rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«Sì».
Adesso può dirmi perché ha smesso di eseguire interruzioni di gravidanza?
«Ho cominciato a non credere più nelle ideologie, a dare importanza a quello che sentivo come vero. Ho aderito a me stessa, a ciò che è giusto e che mi fa star bene».
L’aborto non la faceva star bene.
«No, non mi faceva più star bene. Sono andata a un corso di meditazione tibetana con un maestro tedesco, nelle Marche. Di solito ti mettono in fondo a un pozzo e ti tirano su dopo tre settimane. Io sono rimasta da sola in silenzio per tre giorni e mezzo, chiusa in una stanza buia, le orecchie tappate, gli occhi tappati. Una deprivazione sensoriale totale. Essendo costretti a stare con se stessi, si va oltre se stessi. E lì non ho « pensato » che non me la sentivo più di praticare aborti: ho « sentito » che non me la sentivo più».
Capisco.
«Contemporaneamente è nata Matilde. Una gioia incredibile, un’emozione grandissima. Vedere che la vita continua… Non è stata facile, la mia vita. Il mio primo marito è morto a 33 anni. Però la mia nipotina…». (Piange). «Ho sentito quanta vita c’è».

Publié dans Aborto, Articoli di Giornali e News, Stefano Lorenzetto | Pas de Commentaire »

Un’indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2011

Un’indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo
di Michele Brambilla

Un'indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo dans Articoli di Giornali e News vitamortemiracoli

Se vale il principio secondo il quale nessuno può fare a meno di acquistare un libro che lo riguarda, Stefano Lorenzetto venderà sei miliardi e seicento milioni di copie della sua nuova opera. Sei miliardi e seicento milioni: tante quanti sono gli abitanti della Terra. I quali, nessuno escluso, dovranno prima o poi fare i conti con quelle «cose ultime» di cui Lorenzetto si è occupato.

La morte, la «cosa ultima» per eccellenza, è davvero l’unica certezza nel nostro futuro. Nella sola giornata di oggi – ci dicono le statistiche – sessantamila nostri simili si congederanno da questo mondo. Un mondo nel quale noi vivi – voglio dire noi provvisoriamente vivi – non rappresentiamo che un’esigua minoranza. Siamo più di sei miliardi, d’accordo: ma, solo nei quattromila anni della storia che raccontiamo sui libri, sono almeno cento miliardi i «colleghi» che ci hanno preceduti.

Eppure non c’è evento più rimosso di questo. Strano: viviamo un tempo in cui imperversano i futurologi d’ogni specie, ma dell’unico appuntamento certo è proibito parlare. Superato, e da un pezzo, quello del sesso, il nuovo tabù è la morte: tra gente perbene non se ne parla. Per non pensarci ci riempiamo di cose da fare. Addirittura pianifichiamo imprese di lungo termine anche quando i nostri capelli si sono imbiancati da un pezzo. Ma l’agenda è sempre meno ricca di pagine. Perché, nonostante i progressi della scienza, poco o nulla è cambiato dai tempi in cui il salmista scriveva: «Gli anni della nostra vita sono settanta/ ottanta per i più robusti…/ passano presto e noi ci dileguiamo». Settanta anni: venticinquemila giorni o poco più. Fa specie veder definiti «giovani», sui giornali, i politici cinquantenni: non restano loro che 7.300 giorni, 10.950 se saranno tra i più robusti.

«Ci è capitata una curiosa avventura: abbiamo dimenticato che si deve morire», ha scritto anni fa uno storico francese, Pierre Chaunu. È una delle conseguenze della modernità. Abbandonata la speranza religiosa, sperimentato il fallimento dell’utopia positivista di sconfiggere quell’odiosa Signora, l’uomo non ha trovato altra soluzione al problema che far finta che il problema non esista. Discettiamo ogni giorno di politica, di economia, di ecologia, di sociologia: tutte cose importanti, ma che ci forniscono tutt’al più risposte sulle cose penultime, non sulle ultime. Le «cose ultime» che un tempo la Chiesa chiamava «i Novissimi»: morte, giudizio, inferno e paradiso. Questioni ridicolizzate dai sapienti della nostra epoca, che sostengono di parlare in nome della Ragione. Ma su simili temi l’unico prodotto di questa «ragione» è stato il riempirsi di lavoro per non ragionare: «Meglio oprando obliar senza indagarlo/ questo enorme mister dell’universo», suggeriva il Carducci.

Lorenzetto ha avuto il grande merito di «oprar indagando». Ha messo il suo talento di intervistatore al servizio di quell’unica domanda davvero decisiva: c’è qualcosa al di là di quella porta misteriosa? Il Tutto o il Nulla? Ha interrogato uomini e donne che con il mistero della morte – e della vita: è la stessa cosa – hanno scelto di mescolarsi ogni giorno, oppure hanno dovuto fare i conti prima di quanto avessero desiderato.

Tra queste persone che Lorenzetto ha intervistato ce n’è una a me cara, un’amica che ho frequentato nei miei anni comaschi. È una signora di 105 anni, dalle ancora formidabili energie fisiche e intellettuali. Si chiama Carla Porta Musa. Un pomeriggio di un paio di anni fa, a casa sua, mi disse: «Io non ho paura della morte. Come potrei? È la cosa più naturale che ci sia». Eh no cara Carla: naturale è la vita, non la morte. La morte, questa bastarda, è contro-natura, infatti noi non l’accettiamo mai. Naturale è la speranza di infinito, la ricerca di un senso, insomma il desiderio di vita. Quello che – come mi riferisce un amico di Como – ha portato Carla Porta Musa, ieri mattina alle 8, ad attendere l’apertura di una libreria per essere la prima acquirente del libro di Lorenzetto.

La vita: è la vita, e non la morte, a urlare dentro ciascuno di noi. Nel libro di Lorenzetto ci sono altri due miei amici comaschi, Erasmo e Innocente Figini: due fratelli che hanno lasciato che la loro esistenza venisse sconvolta da qualcosa di più grande. Hanno aperto la loro casa a ottanta «figli»: trenta vivono lì con loro, cinquanta sono in affido diurno. Chi glielo ha fatto fare, se non la certezza che la vita non finirà sotto un metro di terra?

I Figini hanno fede, sono cristiani, credono in quel solo Uomo che – dicono – è tornato vivo dal regno dei morti. Lorenzetto questa fede dice di non averla, ma di cercarla. Voglio sperare – per lui e per noi tutti – che siano vere le parole che Blaise Pascal dice di avere udito da Cristo stesso: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».

Stefano Lorenzetto, « Vita morte miracoli », Marsilio, pagg. 272, euro 16.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Festa dei Santi e dei fedeli defunti, Libri, Michele Brambilla, Stefano Lorenzetto | Pas de Commentaire »