Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026

Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

Crans Montana

Che cosa resta dei tragici avvenimenti di Crans-Montana dopo una lunga settimana? Oggi il cordoglio unanime, che è diventato in questi giorni una commovente partecipazione, calerà definitivamente il suo sipario con la celebrazione dei funerali, ma un istante dopo che il rito delle esequie sarà compiuto resteranno sul tavolo almeno cinque dolori.

Si tratta di dolori molto diversi fra loro, con un’unica grande radice comune: il fatto di essere sopravvissuti. Sopravvivere, infatti, è più impegnativo di morire, perché la sopravvivenza spinge a fare i conti con ciò che rimane e con ciò che non c’è più. Resterà pertanto il dolore dei compagni di classe, degli amici, dei tanti adolescenti che da questa vicenda sono stati toccati e che reagiranno com’è loro costume: alle lacrime di qualcuno – a volte anche imponenti – seguirà il silenzio di tutti.

Perché l’adolescente sedimenta e va avanti, sembra che non ne voglia parlare, ma il dolore lavora, s’inserisce nelle pieghe della giornata, dello sguardo, dei mille momenti di distrazione che sembrano perfino irrispettosi per la stessa morte, ma che sono soltanto un modo di addomesticare l’indicibile, per poi un giorno – magari d’improvviso e non visti – furtivamente dirlo.

Resterà il dolore dei genitori. Forse sfugge a tanti il carattere assolutamente crudele e simbolico di quel che è accaduto: un figlio è la promessa di un’intera vita e il fuoco di Crans-Montana ha letteralmente ridotto quella promessa in cenere. Come si sopravvive ad una promessa infranta? Come si continua a vivere quando un desiderio è ormai perduto?

Al centro di tutti questi dolori c’è inoltre quello dei feriti, anche gravi, toccati per sempre da una notte che resterà impressa nella loro storia. Qui c’è forse la sfida più ardua, una sfida che riguarda l’identità: che cos’è un uomo – un ragazzo o una ragazza – quando il livore di un incendio lo devasta e lo rende a tratti irriconoscibile? Come si può riconoscere un’esistenza quando quell’esistenza è stata completamente deturpata? Come farà un giovane cuore a fare casa in quel nuovo corpo?

Resterà poi il dolore dei tanti adulti che in questi giorni hanno pianto, silenziosamente sofferto o pregato, per quanto accaduto. Si tratta di genitori, ma anche di educatori e – non bisogna dimenticarlo – anche di docenti. Chi è stato intercettato dalle immagini e dal racconto di quella notte ha percepito tutta l’impotenza di un padre e di una madre, di chi non vorrebbe sofferenza per chi ama e che invece deve arrendersi impotente.

Crans-Montana è apparsa agli occhi di tanti come la località in cui la domanda della vita viene travolta, dove la voglia di vivere viene sopraffatta da una morte beffarda che quei ragazzi ancora non conoscono.

Ma, occorre dirlo, come è possibile parlare della morte e del morire a coloro che sono ancora vivi? Che cosa quell’esperienza vista, e quindi potenzialmente vissuta, cambia nel modo di insegnare, di accompagnare e di condividere? Non si vive di emozioni, di slogan, di fatti memorabili: si vive di ciò che si impara. E si impara davvero se si prende sul serio ciò che si vive. Senza permettere che la realtà diventi clamore e che il cammino umano non sia altro che una lunga serie di clamori che lascia l’uomo sempre più incerto, sempre più fragile, sempre più segretamente cinico.

In fondo, in coda a tutti gli altri, è giusto nominare un dolore non visto, forse non conosciuto, ma che certamente resta: il dolore di chi ha fede. Esisteva un prete fino a qualche anno fa che, quando morivano dei giovani, poneva sempre una domanda che appariva fuori dal tempo e atroce: ma quei ragazzi, quando sono morti, saranno stati in grazia di Dio? Sembrava che egli si preoccupasse se la morte avesse colto quelle esistenze con le carte in regola per il paradiso. Non era così. La grazia di Dio, nel cristianesimo, è la presenza stessa di Cristo, è la presenza che spezza tutta la solitudine del mondo per diventare compagnia a ognuno.

Nella notte in cui la Chiesa celebra il compimento degli otto giorni dal Natale, Crans-Montana ha rappresentato un interrogativo radicale: quei ragazzi, morendo, con chi saranno stati? Tra le grida e le urla di quei pochi secondi, che cosa sarà veramente successo?

La presenza di Cristo è, appunto, gratuita. Ma occorre riconoscerla giorno dopo giorno perché diventi familiare. Quella familiarità abbraccia tutta la vita dell’uomo e rende l’istante colmo di bene, ricco di compassione. Alla fine della vita o si sperimenta la disperazione o si sperimenta un’inesorabile amicizia. Coloro che questa amicizia l’hanno sperimentata hanno l’urgenza – oggi più che mai – di insegnare, di piangere, di ridere o di litigare con un’unica certezza: noi non siamo soli.

Anche se io, adulto, non potrò impedire che tu muoia, certamente ti posso donare la gioia di un Amico che nemmeno il fuoco scalfisce. Uno che resta di più del dolore. Uno che, quando tutto brucia, ha l’inaudito coraggio di dire: “Non è ancora finita”.

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Il Santo Natale e il Paradiso

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Il Santo Natale e il Paradiso
Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna
di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana
Tratto da: 
Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Santo Natale

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata.

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità.

San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.

Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza.

I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo.

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il Paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna.

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Singapore/ Sacerdote dona un rene a suo fratello, anch’egli Sacerdote

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2025

Singapore/ Sacerdote dona un rene a suo fratello, anch’egli Sacerdote
di Christopher Khoo – RVA

Singapore/ Sacerdote dona un rene a suo fratello, anch’egli Sacerdote dans Amicizia Padre-Adrian-Yeo-e-padre-Ignatius-Yeo

Due fratelli parroci di Singapore si stanno riprendendo dopo un’intervento chirurgico in cui il più giovane ha donato un rene al fratello maggiore.
Padre Adrian Yeo, che necessitava del trapianto, ha ricevuto l’organo da suo fratello minore, padre Ignatius Yeo, durante l’intervento chirurgico del 3 settembre scorso. Entrambi, ora, sono in convalescenza in una struttura di cura.
In un post su FB del 10 settembre, padre Adrian, parroco della Chiesa Santa Famiglia, ha ringraziato tutti coloro che hanno pregato per loro. “Mi sono ripreso bene e ora sono in una casa di riposo per la convalescenza, che durerà alcuni mesi, fino a quando le mie condizioni non saranno stabili. Per favore, continuate a pregare per noi mentre ci riprendiamo”, ha scritto.

Padre Ignatius, parroco della chiesa di Sant’Antonio, in un aggiornamento sulla pagina FB della sua parrocchia, ha scritto di aver offerto una santa messa di ringraziamento, venerdì 5 settembre, al Sacro Cuore di Gesù “in segno di gratitudine per le abbondanti grazie riversate su di me e su mio fratello durante la nostra recente operazione”. “Innalzo, inoltre, un ringraziamento per le preghiere di tante persone meravigliose, così come per la mano di Dio che ha guidato i chirurghi, le loro équipe e per benedire tutti coloro che ci assistono durante questo periodo di convalescenza”, ha scritto.
Nelle settimane precedenti l’operazione, i cattolici dell’Arcidiocesi di Singapore hanno tenuto incontri di preghiera per il successo dell’intervento stesso.
Entrambi i sacerdoti hanno circa 50 anni.

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San Gennaro. Il coraggio di un amico e Pastore vince il mondo

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2025

San Gennaro. Il coraggio di un amico e Pastore vince il mondo
di Matteo Liut – Avvenire

San Gennaro. Il coraggio di un amico e Pastore vince il mondo dans Amicizia San-Gennaro

Quella di san Gennaro è un’affascinante storia di amicizia e di coraggio. È la storia di un pastore dal cuore grande e di un uomo capace di relazioni piene. La storia di testimone di quel Vangelo che ci invita tutti a non lasciare indietro nessuno, soprattutto coloro che fanno più fatica, che rimangono ai margini o che patiscono più di altri la violenza del mondo. E così san Gennaro decise di non lasciare indietro il diacono Sosso (o Sossio), che era stato arrestato proprio mentre si recava all’incontro con il vescovo.

Nato forse nella città partenopea nella seconda metà del III secolo, Gennaro era vescovo di Benevento e i fatti legati al suo martirio avvennero nel 305 durante la visita pastorale ai fedeli di Pozzuoli, mentre infuriava la persecuzione di Diocleziano.

Sosso era amico di Gennaro, che aveva incontrato a Miseno, e stava andando a Pozzuoli quando venne arrestato. Gennaro, assieme a due compagni, Festo e Desiderio, decise di andare a portargli conforto in carcere e fece pressione per la sua liberazione. Il proconsole della Campania, Dragonio, però, fece arrestare anche il vescovo e i compagni. Il gruppo venne prima condannato a morire nell’anfiteatro fra le zanne degli orsi, poi, per evitare disordini, dovuti alla simpatia della gente per i prigionieri, furono decapitati.

Per Napoli san Gennaro non è solo un patrono, ma l’emblema di una fede di popolo, capace di prendersi cura di tutti e di cambiare la storia.

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L’amicizia di Gesù

Posté par atempodiblog le 15 août 2025

L’amicizia di Gesù
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

L’amicizia di Gesù dans Amicizia L-amicizia-di-Ges

Caro amico,

non pensare che Gesù chiami alcuni, ma non te. Non c’è nessuna pecorella che Gesù non conosca per nome e nessuna che non ami come se fosse l’unica.

La bellezza della vita sta nella dignità di figlio che ogni uomo ha di fronte a Dio.

Non dire mai che sei sfortunato, perché non hai questa o quella cosa che hanno gli altri. Non invidiare la grazia altrui, come se Dio fosse avaro con te. Dio si concede a tutti con straripante ricchezza.

L’amicizia di Gesù è il più grande dono che si possa desiderare nella vita. Non è riservata ad alcuni privilegiati, ma a tutti coloro che rispondono alla chiamata.

Non ti accadrà mai di essere ignorato da Dio nel corso della tua vita e neppure di una sola giornata.

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Un testimone: qualcuno che sia il nostro bene

Posté par atempodiblog le 4 août 2025

Ma che cos’è il “bene”? Per rispondere a questa domanda, occorre un testimone: qualcuno che ci faccia del bene.

Più ancora, occorre qualcuno che sia il nostro bene, ascoltando con amore il desiderio che freme nella nostra coscienza.

Senza questi testimoni non saremmo nati, né saremmo cresciuti nel bene: come veri amici, essi sostengono il comune desiderio di bene, aiutandoci a realizzarlo nelle scelte di ogni giorno.

Carissimi giovani, l’amico che sempre accompagna la nostra coscienza è Gesù.

Papa Leone XIV

Un testimone: qualcuno che sia il nostro bene dans Amicizia Aiutare

Charles Péguy, con il suo sguardo penetrante, diceva che “non ci si salva da soli, ma nemmeno ci si perde da soli”. C’è una responsabilità collettiva.

di Padre Federico Pichetto

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Papa Leone XIV: “Che le società non cedano alla tentazione dello scontro”

Posté par atempodiblog le 29 juillet 2025

Papa Leone XIV: “Che le società non cedano alla tentazione dello scontro”
Tratto da: Pope’s Worldwide Prayer Network – Vatican

Papa Leone XIV: “Che le società non cedano alla tentazione dello scontro” dans Amicizia Mendicanti-della-Pace

  • Nel Video del Papa di agosto, Leone XIV invita a pregare perché le società sappiano evitare i conflitti interni su basi etniche, politiche, religiose o ideologiche.
  • Il Pontefice incoraggia a “cercare vie di dialogo” e a “rispondere ai conflitti con gesti di fraternità”.

(Città del Vaticano, 29 luglio 2025). – Oggi viene pubblicata la nuova edizione del Video del Papa, che accompagna e presenta l’intenzione di preghiera di Leone XIV per il mese di agosto: “Per la convivenza comune”.

Come di consueto, il Pontefice ha scelto un tema che rappresenta una sfida per l’umanità e per la missione della Chiesa oggi: i conflitti all’interno delle nostre società. Per questo motivo, chiede ai fedeli di pregare “perché le società in cui la convivenza sembra più difficile non cedano alla tentazione dello scontro su basi etniche, politiche, religiose o ideologiche”.

Nel video, realizzato questo mese con la collaborazione di Jesuit Communications Foundation (JesCom), Leone XIV recita una preghiera creata appositamente per l’intenzione di agosto dalla sua Rete Mondiale di Preghiera. E le immagini che accompagnano le sue parole sono un viaggio tra le divisioni presenti nel mondo: guerre, scontri e violenze che causano distruzioni, mettono persone in fuga dalla propria terra e provocano solitudini esistenziali.

Ma c’è un messaggio finale di speranza affidato ai giovani, il cui Giubileo coincide con la presentazione di questa edizione del Video del Papa. La speranza di un futuro migliore passa infatti per la capacità dei giovani di costruire comunità fraterne accogliendosi l’un l’altro nelle differenze, aprendo il proprio cuore e mettendosi al servizio degli altri.

Convivere con rispetto e compassione
La preghiera del Papa descrive la situazione attuale: “Viviamo in tempi di paura e di divisione. A volte ci comportiamo come se fossimo soli, costruendo muri che ci separano gli uni dagli altri”. È sufficiente sfogliare le notizie dei media in un giorno qualsiasi per constatare che ai conflitti internazionali si sommano i numerosi scontri che nascono all’interno delle comunità, a causa dell’esacerbazione delle differenze politiche, religiose, etniche e così via.

Alla radice di questo fenomeno c’è l’aver dimenticato una verità fondamentale: tutti siamo fratelli e sorelle, figli di un unico Padre. Per questo motivo, il Papa continua: “manda il tuo Spirito, Signore, per riaccendere in noi il desiderio di comprenderci l’un l’altro, di ascoltarci, di vivere insieme con rispetto e compassione”.

Per superare differenze e ideologie, è necessario guardare agli altri “con gli occhi del cuore”, che permettono di riconoscere la dignità inviolabile di tutte le persone. E avere il coraggio di “cercare vie di dialogo e di rispondere ai conflitti con gesti di fraternità”. L’apertura all’altro senza paura delle differenze permette di scoprire che queste non costituiscono una minaccia, ma “una ricchezza che ci rende più umani”.

Promuovere la convivenza pacifica
Il Direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, P. Cristóbal Fones, S.J., spiega che “tutti possiamo promuovere la convivenza pacifica”. Per realizzare ciò, “in primo luogo è necessario lavorare su se stessi per estirpare dal cuore l’orgoglio, le pretese, le parole offensive che feriscono e uccidono. Come ci insegna Papa Leone XIV, la pace si costruisce a partire dal cuore”.

In secondo luogo, è necessario mettere da parte i pregiudizi e affrontare la paura di chi è ‘diverso’: “bisogna avvicinarsi con rispetto per ascoltare l’altro, che ha sempre qualcosa di unico da offrire”, continua il P. Fones. “Attraverso il dialogo, è possibile cercare ciò che ci unisce e aprire vie di collaborazione per il bene comune”.

Per concludere, il P. Fones ricorda che “Papa Leone XIV sottolinea anche che i governanti devono lavorare per costruire società civili armoniose e pacifiche. Questo può avvenire investendo nella famiglia; tutelando la dignità di tutte le persone, specialmente delle più fragili e indifese; praticando la giustizia; cercando di rimediare alle disuguaglianze; e difendendo la verità, che è la base che permette di costruire relazioni autentiche”.

Va ricordato infine che, nel contesto dell’Anno Santo 2025, Il Video del Papa acquista una rilevanza particolare, perché ci fa conoscere le intenzioni di preghiera che il Santo Padre porta nel suo cuore. Per ottenere la grazia dell’indulgenza giubilare, occorre pregare per queste intenzioni.

Il Video del Papa di questo mese è stato realizzato con l’aiuto di Jesuit Communications Foundation (JesCom)Questo progetto è realizzato grazie alle donazioni, possibili attraverso il sito web

Dove si può vedere il video?

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Il Papa: i migranti sono una vera benedizione, desiderare dignità e pace per tutti

Posté par atempodiblog le 25 juillet 2025

Il Papa: i migranti sono una vera benedizione, desiderare dignità e pace per tutti
Nel Messaggio diffuso oggi, 25 luglio, per la 111.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra il 4-5 ottobre, Leone XIV riflette sul nesso tra speranza, migrazione e missione. La mobilità umana è generata per lo più dalla ricerca di una felicità che guerre, ingiustizie, crisi climatica mettono a dura prova: va superato l’individualismo, seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: i migranti sono una vera benedizione, desiderare dignità e pace per tutti dans Amicizia Il-seme-della-pace-si-manifesta-nelle-piazze-brulicanti-di-fanciulli-nella-gioia-di-poter-giocare-s
Il Pontefice cita Zaccaria laddove il “seme della pace” si manifesta nelle piazze brulicanti di fanciulli, nella gioia di poter giocare spensierati

È sul nesso tra speranza, migrazione e missione che si concentra il Messaggio, diffuso oggi 25 luglio, di Papa Leone XIV per la 111.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra il 4 e 5 ottobre prossimo. “È importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani”, soprattutto in un contesto, come quello attuale, minato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni climatici estremi: questo il presupposto da cui si sviluppano le considerazioni del testo “Migranti, migranti di speranza”.

Freccia dans Viaggi & Vacanze LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA 111ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2025

Curare gli interessi di tutta la famiglia umana
La corsa al riarmo, la crisi climatica, scarsamente considerata a livello globale, e le disuguaglianze economiche generano sfide “impegnative” e sempre più complesse. In questo quadro, aggravato da conflitti, violenze e ingiustizie, afferma il Papa, milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie terre di origine in cerca un futuro più sicuro. Da qui la constatazione di una indifferenza crescente al destino dell’altro.

La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana.

L’umanità in movimento ricerca la felicità
“Scenari spaventosi” si profilano, ricorda il Pontefice, di fronte ai quali sperare in un futuro di dignità e pace per tutti non solo è lecito, ma necessario e profetizzato nelle Scritture. Cita Zaccaria laddove il “seme della pace” si manifesta nelle piazze brulicanti di fanciulli, nella gioia di poter giocare spensierati. Nella fiducia in un Dio che “mantiene sempre le sue promesse”, la speranza è intimamente legata al desiderio di felicità insito nell’essere umano e, nel quotidiano di oggi, è incarnata in molti migranti, rifugiati e sfollati tanto da diventarne essi “testimoni privilegiati” nella misura in cui rinnovano l’esperienza itinerante del popolo di Israele fatta di avversità, sopportazione, affidamento.

Ed è certamente la ricerca della felicità – e la prospettiva di trovarla altrove – una delle principali motivazioni della mobilità umana contemporanea.

Nelle guerre i migranti sono messaggeri di speranza
La Chiesa stessa, sottolinea ancora il Papa, è civitas pellegrina, citando Sant’Agostino, e ogni volta che cede alla tentazione di “sedentarizzazione”, smette di essere ‘nel mondo’ e diventa ‘del mondo’. Alla luce di questa attitudine, i migranti cattolici possono diventare messaggeri di speranza, riaccendendo energie evangelizzatrici o attivando dialoghi interreligiosi a seconda dei contesti geografici e culturali. In particolare:

In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee.

La missio migrantium che rivitalizza il deserto spirituale
Il Papa parla di quella che definisce “una vera missio migrantium (missione realizzata dai migranti)” per la quale, precisa, devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale. Recupera così quanto già scriveva san Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Leone XIV si spinge a considerare i migranti e i rifugiati una “vera benedizione divina” che, in quanto tale, va riconosciuta e apprezzata.

Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale.

Ospitalità nella fraternità
La speranza, nel Messaggio del Successore di Pietro, si sposa d’altro canto con l’ospitalità, la quale può garantire dignità e opportunità per esprimere al meglio i propri talenti. L’invito del Papa è pertanto quello di creare condizioni in cui chi bussa alle porte di un’altra nazione possa partecipare pienamente alla vita comunitaria in uno stile di autentica fraternità. Alla Vergine Maria, infine, il Pontefice affida i migranti affinché possa essere per loro conforto e sostegno nella realizzazione di quel Regno di Dio al quale il mondo dovrebbe auspicabilmente sempre più assomigliare.

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L’angelo custode può scherzare e giocare con chi custodisce?

Posté par atempodiblog le 11 mars 2025

L’angelo custode può scherzare e giocare con chi custodisce?
di Corrado Gnerre – Il Cammino dei Tre Sentieri

L’angelo custode può scherzare e giocare con chi custodisce? dans Amicizia HGAU8991

Nel Diario di santa Gemma Galgani (nata il 12 marzo 1878, ndr) si legge questo episodio:

La Santa sta per andare a dormire, ma si sente fortemente agitata a causa della vicinanza del demonio. Invoca il suo angelo custode che le appare, e così ella gli chiede di non lasciarla sola, di vegliare al suo fianco quella notte.

Ma l’angelo le risponde che ha bisogno di riposo, che anch’egli vuole andare a dormire. Giustamente santa Gemma gli ribatte che questo non può essere perché gli angeli non hanno bisogno di riposo e di sonno. A queste parole, l’angelo sorride e le fa capire che aveva voluto scherzare.

La questione che pone la domanda è tutt’altro che banale: è possibile che l’angelo possa scherzare e giocare con chi custodisce?

E’ possibile perché lo scherzo, così come il gioco, possono servire per alzare il morale. Scherzo e gioco rientrano nel ristoro dello spirito, che, proprio perché è oggettivamente un bene, sta certamente a cuore a colui che la Divina Provvidenza ha scelto come sostegno e conforto.

A proposito del gioco non sono poche le esperienze che hanno avuto santi bambini di poter giocare perfino con Gesù Bambino.

Il piccolo san Gerardo Majella soleva recarsi al santuario di Nostra Signora delle Grazie dove si trovava una statua della Vergine avente tra le braccia il Divino Bambino. Un giorno, tornando dal santuario, san Gerardo mostrò alla mamma un pezzo di pane. La madre, insospettita, decise di seguire Gerardo la volta successiva in cui si fosse recato al santuario. Fu così testimone di un fatto straordinario: il Bambino della statua prendeva vita e scendeva dalle braccia della Vergine per giocare con il piccolo Gerardo… se dunque Gesù arriva a giocare con i Santi, volete che non lo possano fare gli angeli custodi?

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Uniti al Santo Padre

Posté par atempodiblog le 19 février 2025

Uniti al Santo Padre dans Amicizia Uniti-al-Santo-Padre

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Dio non ci ha abbandonato

Posté par atempodiblog le 21 octobre 2024

Dio non ci ha abbandonato dans Amicizia Non-ci-ha-abbandonato

Dio non ci ha abbandonato. Ha assunto e fatto sua la nostra vita crocifissa. L’ha riscattata, l’ha liberata e l’ha ricolmata di speranza.

di Padre Livio Fanzaga – Credo. Le verità fondamentali della fede, ed. SugarCo

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Sant’Alessandro Sauli e Carlo Acutis

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2024

La pesca del santo/ Un compagno nella vita di Carlo
Sant’Alessandro Sauli e Carlo Acutis

Sant'Alessandro Sauli e Carlo Acutis dans Amicizia Carlo-Acutis

“Chi combina le combinazioni?”. (San Pio da Pietrelcina)

Sabato 7 ottobre 2006. [...] Sulla soglia della clinica i miei pensieri giravano vorticosi. Mentre due infermieri portavano Carlo dentro la clinica, infatti, mi girai d’istinto per guardare dalla parte opposta della strada. Notai la chiesa dei padri Barnabiti dove sono custodite le reliquie di sant’Alessandro Sauli. Conoscevo bene quella chiesa, ma quella mattina mi sentii come attratta da essa. Qualcosa mi disse: girati, guarda là. Immediatamente ne compresi il motivo, Sant’Alessandro Sauli era casualmente divenuto quell’anno compagno nella vita di Carlo.

Ogni 31 dicembre a Milano, infatti, si usa fare “la pesca del santo”. Si dice che il santo che uscirà accompagnerà in modo speciale, per tutto l’anno, la persona che lo ha “pescato”. Quell’anno gli capitò sant’Alessandro Sauli, un vescovo barnabita, vissuto nel 1500, patrono dei giovani, la cui festa cade l’11 ottobre, un giorno che rimarrà scolpito per sempre anche nella storia del mio Carlo. Mi colpì che quella chiesa si trovasse proprio di fronte alla De Marchi. Istintivamente lo affidai a sant’Alessandro ed entrai in clinica. [...]

Domenica 8 ottobre. All’alba mi recai a Messa nella chiesa dei padri Barnabiti per chiedere l’intercessione del Signore e della Vergine Santissima. Pregai anche sant’Alessandro Sauli. Ho imparato grazie a Carlo che i santi sono sempre presenti. Poco dopo rientrai in clinica. Mi permisero di vedere Carlo. Era ancora sotto il suo scafandro, sempre sofferente. Mi confidò che non era riuscito a dormire granché. Poco dopo, il medico che lo seguiva decise di chiedere il trasferimento all’ospedale San Gerardo di Monza, dove esiste un centro specializzato per quel tipo di leucemie. Ci portarono nel reparto di ematologia pediatrica, all’undicesimo piano, dove ci avevano riservato la stanza numero undici. [...]

Mercoledì 11 ottobre. Clinicamente i medici lo considerarono morto quando il suo cervello cessò ogni sua attività vitale. Erano le 17.45 dell’11 ottobre del 2006. L’11 ottobre, lo stesso giorno in cui morì il suo santo dell’anno, Alessandro Sauli.
[...] I medici decisero di non staccare il respiratore finché il cuore non avesse smesso di battere da solo. Per questo motivo ci rimandarono a casa dicendoci che ci avrebbero telefonato non appena il cuore avrebbe cessato ogni sua pulsazione.

Giovedì 12 ottobre. Quando il sacerdote diede la benedizione finale dicendo «la Messa è finita, andate in pace», per pura coincidenza le campane della chiesa iniziarono a suonare a festa. Sembrò a molti come se Carlo volesse renderci partecipi della festa che in Cielo con il suo arrivo era appena iniziata.

Ci venne data la notizia che il cuore di Carlo aveva smesso di battere alle 6.45 del 12 ottobre, vigilia dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima. Per noi non fu un caso quella coincidenza. Avevamo perso l’unico figlio, un dolore immenso, ma ci sosteneva la speranza che non era scomparso definitivamente dalle nostre vite, anzi, che sarebbe stato vicino a noi più di prima e che ci attendeva per una vita migliore. [...]

Tratto da: Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo, di Antonia Salzano Acutis con Paolo Rodari. Ed. PIEMME

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“Pensate che gli angeli siano lenti come gli aeroplani?”

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2024

“Pensate che gli angeli siano lenti come gli aeroplani?”
Fonte: Fermenti Cattolici Vivi
Tratto da: Radio Maria

“Pensate che gli angeli siano lenti come gli aeroplani?” dans Amicizia San-padre-Pio-da-Pietrelcina

Padre Pio cercava sempre di inculcare nei suoi figli spirituali l’amore verso gli angeli custodi che, fin dalla nascita, illuminano, custodiscono e governano la creatura umana.

Dall’angelo custode riceveva spesso preziosi servigi. A lui affidava poi numerosi incarichi che riguardavano il suo ministero sacerdotale. Per aiutare, in caso di bisogno, i suoi figli spirituali lontani, mandava sempre l’angelo custode.

Un giorno, l’inglese Cecil Humpherey-Smith, noto figlio spirituale di Padre Pio, mentre era in Italia ebbe un incidente d’auto e fu ferito gravemente. Un amico, vedendolo in pessime condizioni, andò all’ufficio postale e inviò un telegramma a Padre Pio chiedendo preghiere per Cecil. Quando consegnò il telegramma allo sportello, il postino gli diede un altro telegramma a lui indirizzato, proveniente da San Giovanni Rotondo. Con esso Padre Pio assicurava le sue preghiere per la guarigione di Cecil Humpherey-Smith.

Passò qualche mese prima che Cecil potesse viaggiare. Appena fu guarito, con l’amico si recò a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio.

Giunti al convento, incontrarono il venerato padre, lo ringraziarono per le sue preghiere e, al fine di soddisfare la loro curiosità, chiesero a Padre Pio come fosse venuto a conoscenza dell’incidente e come avesse fatto a inviare loro così rapidamente il suo telegramma di rassicurazione.

Padre Pio con un largo sorriso sulle labbra disse: “Pensate che gli angeli siano lenti come gli aeroplani?”.

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LETTURE/ Il segreto dell’amicizia tra Dostoevskij e Solov’ëv

Posté par atempodiblog le 13 août 2020

LETTURE/ Il segreto dell’amicizia tra Dostoevskij e Solov’ëv
Il 13 agosto (calendario gregoriano) del 1900 moriva Vladimir Solov’ëv. Il filosofo aveva con Dostoevskij un rapporto di profonda amicizia
di Vincenzo Rizzo – Il Sussidiario

LETTURE/ Il segreto dell’amicizia tra Dostoevskij e Solov’ëv dans Amicizia Ivan-Kramskoi-ritratto-di-V-Solovev-1885-particolare
Ivan Kramskoi, ritratto di V. Solovev (1885), particolare

Qual è il segreto dell’amicizia e che esperienza fa vivere? Questa domanda scaturisce dal rapporto straordinario e generativo tra Dostoevskij e Solov’ëv: due grandi intellettuali distanti a livello generazionale (trentadue anni di differenza), che hanno lasciato un’eredità valida ancora oggi per cogliere ciò che “strappa dal nulla”.

Si può tentare di rispondere alle domande, non in maniera frontale e analitica, ma cercando di sorprendere alcuni aspetti che chiariscono il percorso della ricerca. Il legame tra i due scrittori, ad esempio, già dall’inizio (1873), non è un comodo rispecchiarsi dell’uno nell’altro, un’affinità di interessi o un’attenta benevolenza, ma un’asimmetria produttiva. Il giovane Solov’ëv guarda allo scrittore, già affermato e famoso, come una persona a cui porre domande significative e con cui confrontarsi su individualismo, razionalismo e positivismo. Ma, curiosamente, Dostoevskij vede in Vladimir, nonostante la giovane età, qualcuno di più grande e di autorevole. A Fëdor ricorda, infatti, Sidlovskij, una persona influente e significativa del suo passato. E, inoltre, il suo volto gli rammenta la “Testa di Cristo” di Annibale Carracci.

L’uno richiama all’altro, insomma, la memoria di qualcosa di più grande, con un invito a imparare. Non a caso, il grande scrittore nel 1878 si reca ad ascoltare le celebri Lezioni sulla Divinoumanità del filosofo: un richiamo al Dio vivente, al Dio tutto in tutti. Ognuno, ancora, vede nell’altro una specifica e opposta originalità che non è obiezione a sé, ma conferma di un misterioso legame nascosto. Dostoevskij indaga il sottosuolo e il basso dell’umano, fino ad arrivare agli  abissi dell’abiezione, alla morsa del tormento, al sussulto del tremore. Solov’ëv, invece, è preso dalle altezze mistiche della Sofia e da un riso, talvolta, stranamente contagioso. Entrambi considerano l’amicizia non come mero conforto, ma come compagnia al destino nei momenti cruciali della vita, proprio quando la vita urta e ferisce. È Solovëv, infatti, ad accompagnare Dostoevskij, dopo la morte dell’amato figlio Alëša, al monastero di Optina Pustyn. Così scrive Anna Snitkina in Dostoevskij mio marito: “pregai Solov’ëv, che in quei giorni di dolore veniva da noi molto spesso, di persuaderlo ad andare con lui a Optina Pustyn’ dove egli si proponeva di passare l’estate”.

Nel loro rapporto vive,  anche,  una comune certezza che fa sì, addirittura, che l’uno possa parlare a nome dell’altro, nel Nome dell’Altro. Rispondendo a una lettera di Peterson, riguardo alle idee di Fëdorov, il 24 marzo 1878, il genio russo scrive che lui e Solovëv credono in una letterale, effettiva e personale resurrezione e che essa avverrà sulla terra. Si tratta, qui, di una forte ed evidente vicinanza e consonanza spirituale. Volgin, a tal proposito, afferma in Poslednii God Dostoevkogo (L’ultimo anno di Dostoevskij) che Solov’ëv è stata una delle rare persone a cui lo scrittore si è sentito veramente vicino negli ultimi anni della sua vita. E certo colpisce, anche, la medesima e vibrante tensione dello sguardo dei due: insieme verso la stessa profondità, lo stesso abisso. Entrambi, alla ricerca delle cose ultime, scrutano il mysterium iniquitatis e ciò che lo vince. La falsificazione del bene operata dall’Anticristo e la correzione dell’opera di Cristo fatta dal Grande Inquisitore, nei loro celebri testi, non hanno l’ultima parola, non hanno il potere di cancellare la Bellezza suprema: essa è più forte, perché totalmente vera.

Si può dire, allora, a giusta ragione, che nella loro unità c’è una reciproca e feconda compenetrazione. L’uno è presente all’altro e nell’altro. Alcuni tratti del filosofo sono rinvenibili nell’Alëša de I fratelli Karamazov e di Anna Snitkina in Ivan Karamazov. E anche il tema del Dio vivente, caro al filosofo, è presente ne “Il visitatore misterioso” dei Karamazov. E c’è aria di parentela, certamente, tra l’universalismo cristiano dell’entusiasmante Discorso su Puškin (1880) di Dostoevskij e il centrale concetto di unitotalità di Vladimir Sergeevič. Per i due straordinari profeti v’è, innanzitutto, un punto di partenza: la condivisione ideale del cristianesimo come Avvenimento. Così scrive Solov’ëv in Opravdanie dobra (La Giustificazione del Bene): “il vero cristianesimo … è un avvenimento assoluto – rivelazione della personalità perfetta del Dio-Uomo, di Cristo risuscitato corporalmente”.

Tale avvenimento non è statico, ma dinamico: avviene con una forza attuale presente. Nei Tre discorsi in memoria di Dostoevskij (ed. La Casa di Matriona), scritti tra il 1881 e il 1883, ricorre numerose volte il termine sila (forza). Il filosofo parla di forza divina, forza interiore, forza spirituale, forza benefica. Non si tratta di un’affermazione intellettuale o di un termine ben pensato, ma di un’esperienza reale: “Avendo sperimentato la forza divina nell’anima – una forza che si manifesta vittoriosa attraverso ogni infermità umana – Dostoevskij è giunto alla conoscenza del Dio e del Dio-Uomo”. Secondo il filosofo,  la presenza di “un di più” è la cifra e la peculiarità dello scrittore. Un di più, segretamente, in movimento nelle loro vite, capace di unire, vincendo il nulla.

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“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli
Un gruppo di tifosi della Curva Maratona in segno di solidarietà e amicizia ha deciso di intervenire dopo gli incendi dei giorni scorsi
di Gianluca Oddenino – La Stampa

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli dans Amicizia Torino-e-Ercolano

Si dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Vero, però a volte basta poco per invertire la rotta e fare rumore al contrario: basta un gruppo di ultrà del Toro e la loro decisione di autotassarsi per finanziare l’acquisto di piante da reimpiantare nel Vesuvio devastato dagli incidenti. Un gesto di solidarietà e di amicizia, nato spontaneamente dalle “Teste Matte” della curva Maratona nei confronti dei tifosi della Ercolanese 1924 che recentemente hanno onorato il Grande Torino a Superga. A Napoli non si parla d’altro e ha già scatenato ringraziamenti di ogni tipo.

Seminare bene si può, nel vero senso della parola, e aiuta in tempi di insulti, idiozie e follie con curve contrapposte e avvelenate dal calcio. Questi tifosi del Toro non pensavano di fare il giro del web con la loro iniziativa spontanea, ma a Napoli quel gesto non è passato inosservato. «L’Ercolanese è la squadra dai colori granata – scrive su Facebook il presidente di Teste Matte – e sappiamo tutti che purtroppo in questo periodo gran parte dei parchi naturali della zona vesuviana stanno bruciando. Con lo stesso spirito di amicizia e rispetto verso gli Ercolanesi, daremo un piccolo contributo».

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