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Una “rete” di angeli per noi

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2013

Dobbiamo venerare gli angeli custodi, dono di Dio a ciascuno di noi. Per illuminarci, custodirci, sostenerci e governarci nella quotidianità della vita. Seguiamo l’esempio dei santi.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Una “rete” di angeli per noi dans Fede, morale e teologia k1j5
Napoli: Chiesa Santa Maria di Piedigrotta, particolare dell’affresco della volta della prima Cappella a sinistra raffigurante la Santissima Trinità e Angeli opera di Bellisario Corinzio, prima metà del XVII secolo. Calendario 2009 del Fondo Edifici di Culto (F.E.C.). Ministero dell’Interno.

Nella puntata precedente abbiamo visto su quali basi poggi una giusta devozione agli angeli, puri spiriti al servizio di Dio nella sua opera di salvezza. Ora cerchiamo di riflettere sulle forme che può assumere questa devozione.
Due certamente restano privilegiate.
Anzitutto la preghiera liturgica, ufficiale della Chiesa, nelle feste dedicate ad ognuno dei tre angeli maggiori (e cioè gli arcangeli Gabriele, Michele, Raffaele, di cui conosciamo ruolo e nome dalla Scrittura) e nel giorno dedicato alla commemorazione di tutti gli angeli, il 2 di ottobre. In secondo luogo la semplice, breve, ma intensa e profondissima preghiera che ciascuno di noi ha imparato a recitare fin da bambino: “Angelo di Dio che sei il mio custode illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste” .
Mentre, infatti, partecipare alle messe dedicate alla commemorazione degli arcangeli e degli angeli, con le letture appositamente scelte, ci aiuterà di anno in anno ad approfondire sempre più il ruolo di questi messaggeri e collaboratori celesti verso l’uomo e il mondo, recitare quelle poche parole dell’“Angelo di Dio” ci riporterà ogni volta a porci nel centro stesso di questa devozione, rendendola sempre più personale, intima, profonda.
È il cammino che hanno fatto praticamente tutti i santi, che hanno lasciato su questo tema innumerevoli testimonianze. Vi è solo l’imbarazzo della scelta. Diversissimi per temperamento, epoca nella quale sono vissuti, carisma del quale sono stati dotati, sono stati devotissimi agli angeli, per es., S. Bernardo, S. Ignazio di Loyola, don Bosco, il Beato Escrivà de Balaguer.
Raccomandava S. Bernardo ai fratelli monaci: “Che gli angeli siano i vostri confidenti; frequentate assiduamente con il pensiero e la preghiera devota coloro che sono sempre vicino a voi per custodirvi e consolarvi” .
S. Ignazio, nei suoi famosi Esercizi assegna un importante posto agli angeli, portando colui che li pratica a riflettere con impegno sul ruolo che essi hanno avuto e hanno nei misteri di salvezza. Inoltre, da fine psicologo quale era, si cimenta nella descrizione delle loro ispirazioni. Tema questo sul quale si erano applicati anche S. Tommaso, Origene, Agostino.
Don Bosco scrisse un libro al proposito: “Il devoto dell’angelo custode”. Lo fece per riconoscenza. Aveva parlato di questo tema una sera ai suoi ragazzi e li aveva caldamente esortati ad affidarsi a lui in ogni pericolo. La mattina dopo, uno di loro, un giovane muratore, ebbe subito l’occasione per verificare la verità di quelle parole. Si trovò con altri su di una impalcatura che, dal quarto piano, si schiantò al suolo. Ma egli vi giunse illeso.
Escrivà del Balaguer aveva una devozione particolare per gli angeli custodi. Così, proprio nel giorno a loro dedicato ricevette con chiarezza l’ispirazione per la fondazione dell’Opus Dei. Ai suoi figli spirituali lo raccomandò sempre come “un grande alleato” anche per gli aspetti pratici nelle imprese apostoliche. E se al proposito qualcuno gli riferiva meravigliato dell’aiuto ricevuto: “Ti sorprendi – rispondeva – perché il tuo angelo custode ti ha reso palesi servizi? Non dovresti, perché proprio per questo il Signore lo ha messo al tuo fianco”.
Giganti nella fede, i santi, saldi e sicuri anche per quel che riguarda gli angeli. E noi, noi uomini d’oggi spesso assai fragili e insicuri, anche se credenti, incerti sulle scelte del bene, confusi e frastornati dai valori diversi, talvolta opposti a quelli cristiani, che dominano il mondo? Noi, troppo spesso in preda all’emotività, sofferenti di solitudine e di depressione, prigionieri dell’angoscia?
È certo che una riscoperta della verità di fede dell’angelo custode e una conseguente devozione a lui forte, sincera, fiduciosa può davvero sollevare molte e difficili situazioni. Siamo spesso tanto speranzosi nelle cure mediche e psicologiche. Esse sono necessarie e certamente aiutano. Ma non possono togliere quell’angoscia di fondo sul significato della vita e della morte cui solo la fede può dare una risposta. La fede in un Dio che, tra i tanti doni, ci ha fatto anche quello di metterei accanto sempre, per ogni situazione, un angelo che vive con noi.
Quale solitudine, quale tristezza, quale disperazione oso dire – può resistere a ciò? Chi, se ci pensa bene, non sente il cuore aprirsi alla confidenza e alla speranza? Chi non capisce quale sollievo anche psicologico sia per dei genitori affidare i propri figli, con tutti i loro problemi, anche ai loro angeli custodi? Per un bambino crescere poco a poco con la certezza di non essere solo ad affrontare la vita? Per un marito e una moglie sapere che vi è chi veglia sul loro matrimonio, per il quale si può contare addirittura su una “rete” di angeli, quelli che custodiscono i membri della loro famiglia e la loro casa? E così via per i propri amici, per i propri nemici, il proprio paese, la nazione, il mondo intero.

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Chi sono gli Angeli?
Gli Angeli sono i ministri invisibili di Dio, ed anche nostri Custodi, avendo Dio affidato ciascun uomo ad uno di essi.
Abbiamo dei doveri verso gli Angeli?
Verso gli Angeli abbiamo il dovere della venerazione; e verso l’Angelo Custode abbiamo anche quello di essergli grati, di ascoltarne le ispirazioni e di non offenderne mai la presenza col peccato” (Catechismo di San Pio X, nn. 57-58).

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Gli Angeli, messageri e coordinatori di Dio

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2013

Sono tornati di moda con la New Age che, sbagliando, li considera energie spirituali autonome. Ma chi sono in verità gli angeli? Creature spirituali, messaggeri di Dio, custodi di uomini, popoli, città e nazioni.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

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Napoli: Chiesa di San Nicola da Tolentino, particolare dell’affresco della volta della navata raffigurante Angeli musicanti, opera di Vincenzo Galloppi, fine del XIV secolo. Calendario 2009 del Fondo Edifici di Culto (F.E.C.). Ministero dell’Interno.

In questi ultimi anni, come forse mai prima, abbiamo potuto assistere a filmati, trasmissioni televisive, pubblicazioni sugli angeli. Un vero boom. La New Age ha fatto di questo tema addirittura uno dei suoi cavalli di battaglia. Si voleva dimostrare che non solo questi esseri spirituali esistono, ma che sono in stretta relazione con noi uomini. Che intervengono nella nostra vita, spesso in modo anche visibile, per aiutarci, per assisterci in momenti di particolare bisogno fisico o morale. Esseri dunque che hanno come scopo quello di vegliare su di noi, di proteggerci, di guidarci.
Tutto bene, direte. Sì, ma… A questo punto, infatti, si pone inevitabile la domanda sul significato profondo di queste presenze accanto a noi, su quale sia la meta di questo loro infaticabile lavoro di assistenza. Per questo sarà interessante rivisitare, seppure brevemente, quello che crede la fede cristiana al proposito proprio per fondare correttamente la nostra devozione agli angeli. La Sacra Scrittura, sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento, è ricchissima di queste presenze angeliche.
Dalla Genesi fino alla Apocalisse gli angeli partecipano attivamente all’avventura (straordinaria, ricca di colpi di scena, perché fondata sulla libertà) del rapporto tra Dio e l’uomo. Questa creatura fragile ed esposta all’errore, vivente dello spirito di Dio e tuttavia impastato di materia corruttibile verso la quale, però, tutto sembra convergere. Infatti, non solo la storia umana, ma legata ad essa la storia dell’intero universo, non è cieca, tende a un fine: ristabilire pienamente, dopo l’iniziale caduta, il Regno di Dio e mostrarlo visibilmente in Cieli nuovi e nuova Terra. Al centro di essa l’episodio fondamentale: l’incarnazione del Verbo, la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione, la sua ascensione. Eventi tutti determinanti, perché lo Spirito di vita ritorni a soffiare con pienezza in ogni uomo che lo invochi e lo desideri. Tramite l’amore di quel Figlio che si è addossato tutto il fardello del male umano, è avvenuta la redenzione a cui, da quel momento in avanti, ogni uomo, unito a lui come tralcio alla vite, può attingere a piene mani.
Ebbene, in questa dinamica di amore e di salvezza, gli angeli sono costantemente presenti. Ordinati in nove cori gerarchici: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potenze, Principati, Arcangeli, Angeli, ognuno riflettente, dice san Bernardo, una particolare perfezione divina, essi lodano e glorificano costantemente quel Dio che contemplano faccia a faccia. Ma, al contempo, cooperano attivamente perché anche l’uomo, che a causa della caduta vive in una dimensione di fede, non più in una visione diretta, capisca sempre più profondamente il disegno di amore di Dio e vi aderisca di tutto cuore.
Così verso di noi essi si rivelano soprattutto come messaggeri del Signore e insieme come i collaboratori della provvidenza divina. Per questo li vediamo all’opera lungo tutta la storia della salvezza. Per citare solo alcuni esempi: chiudono il paradiso terrestre, trattengono la mano di Abramo che stava per uccidere Isacco, guidano il popolo di Israele verso la terra promessa, assistono i profeti nel loro compito. La stessa Legge, ci dicono gli Atti (7,53), viene comunicata a Mosé “per mano degli angeli”.
Nel Nuovo Testamento la vita di Gesù, dalla incarnazione fino alla ascensione è continuamente circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Essi annunziano a Maria la nascita del Redentore esultando poi sulla grotta di Betlemme; ne proteggono l’infanzia minacciata da Erode, lo servono nel deserto, lo confortano durante l’agonia, annunciano alle donne la sua risurrezione, accompagnano la sua ascensione. Facendo tutto questo non si limitano ad annunciare gli eventi, ma spesso li spiegano ai presenti, perché ne capiscano significato profondo, perché intuiscano in essi il piano di Dio. Per questo la Chiesa, riflettendo su tutto ciò, nel corso dei secoli ha promosso la devozione agli angeli. A quelli che vegliano sul disegno generale di salvezza, sul Cielo, sulla Terra, sulla Chiesa, sulle nazioni, sulle città ma anche su ognuno di noi. Perché sì, è verità di fede che ogni uomo abbia un angelo custode che ha il compito preciso di proteggerne la salute fisica e spirituale, facendosi mediatore della luce e della grazia divina che discendono dall’alto e che sono la vita dell’uomo. Ma anche delle preghiere di lode e al contempo delle richieste di aiuto che salgono al Cielo dai faticosi e turbolenti sentieri umani. In Gesù siamo tutti figli di Dio e come Lui è stato protetto dagli angeli del Padre così lo siamo anche noi. È una splendida e rasserenante certezza sulla quale contare.
Occorre tuttavia fare attenzione a non scambiare il mezzo con il fine. È il grave pericolo che esiste nella massiccia riproposizione New Age: fermare lo sguardo agli angeli, inducendoci così a pensare che essi possano essere potenze autonome, dotate cioè di energie salvatrici in proprio. Sarebbe un grave errore. Il loro ruolo, il loro potere trae senso e significato solo ed esclusivamente all’interno del piano divino di salvezza.
(continua)

Ricorda
“Non dimentichiamo che fuori di questo mondo materiale che conosciamo per mezzo dei sensi esiste un altro mondo che sfugge completamente a questa specie di conoscenza. Codesto mondo, composto di creature intelligenti buone o cattive, angeli o demoni, è in comunione reale, intima e misteriosa con noi. È però fuori del nostro ordine naturale, trovandosi su un piano completamente diverso. Esso costituisce, in relazione a noi, il mondo del preternaturale” (Antonio Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Paoline, Roma 19656, p. 1032-3).

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Un simbolo affascinante e misterioso

Posté par atempodiblog le 26 septembre 2013

Un simbolo affascinante e misterioso
Da duemila anni è il simbolo per eccellenza del cristianesimo. Ma da sempre la croce esprime il tentativo dell’uomo di penetrare il mistero della vita. E di mettersi in relazione con esso.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

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Perché Gesù è morto proprio su una croce? E’ stato un caso oppure dietro di essa si celano significati nascosti?
La morte di Gesù, come via alla redenzione dell’umanità, è un valore in se stessa, indipendentemente dallo strumento impiegato per ottenerla. Tuttavia, quella croce sulla quale il Nazareno è stato innalzato, quei due legni incrociati che i romani usavano per dare la morte agli schiavi, se indagati un po’ più profondamente, ci portano a fare delle scoperte molto interessanti. Fino a farci pensare che quel preciso modo di dare la morte non sia dovuto solo al caso, cioè al fatto che quello strumento era in uso nell’impero in quel preciso momento storico, ma rivesta significati più profondi che portano una luce ancor maggiore sul sacrificio di Gesù.
Da duemila anni la croce è il simbolo per eccellenza del cristianesimo, quello che lo caratterizza e lo distingue da altre fedi religiose. Ma prima ancora di diventare tale, la croce è stata e continua ad essere uno dei simboli principali che l’umanità ha elaborato per cercare di comprendere e descrivere il mistero che penetra e avvolge la vita. E, soprattutto, per cercare di entrare in relazione con esso. “Il simbolo – diceva Ugo di San Vittore, grande filosofo e mistico medievale – è quell’insieme di forme visibili che mira a mostrare cose invisibili”. È il frutto di una collaborazione complessa tra la ragione e l’intuizione, tra i livelli consci e inconsci dell’uomo; qualcosa che attinge nel profondo, là dove l’essere entra in relazione con le radici stesse della sua esistenza e del suo destino. Quella di elaborare simboli è una capacità e insieme una necessità propria solo dell’uomo che si nutre di essi come si nutre dei miti. Sono la sua mente, la sua psiche, il suo spirito che hanno bisogno dei simboli per trovarvi misteriosamente un significato e una guida per la vita.
Ebbene, la croce trova posto tra quelli che vengono considerati i quattro simboli fondamentali elaborati dall’immaginario umano: il centro, il cerchio, il quadrato e, appunto, la croce. Anzi, quest’ultima ha il potere di porre questi simboli gli uni in relazione con gli altri. Le sue due linee, infatti, si intersecano al centro, al quale giungono in un movimento centripeto ma dal quale ugualmente si dipartono in un movimento centrifugo. La croce, inoltre, può iscriversi in un cerchio, oppure in un quadrato. Così la croce si collega in particolare al simbolismo del numero quattro ma in una forma che appare dinamica, in un continuo gioco di relazioni. Per questo appare come il più totalizzante dei simboli. Quello meglio capace di aiutare l’uomo a capire davvero chi egli sia e ad orientare nelle giuste direzioni la propria esistenza. Il simbolo della croce gli consente, infatti, di scoprire il proprio centro, il punto fermo dal quale partire e al quale tornare dopo essersi aperto in tutte le direzioni: verso la terra e gli altri uomini, secondo la linea orizzontale, verso il cielo materiale e spirituale secondo la verticale. La croce, dunque, appare capace di aiutare l’uomo ad orientarsi nello spazio e nel tempo ma, al contempo, con i suoi bracci che possono non finire mai, a fargli intuire che ci può essere qualcosa che travalica lo spazio e il tempo.
Non a caso il simbolo della croce è quello nel quale è iscritto l’uomo stesso. Se, infatti, questa creatura che è la più elevata dell’intero universo, si pone eretta come la sua struttura prevede, e apre le braccia a tutto il creato nel compito che Dio stesso le ha affidato nella Genesi, si accorge di essere essa stessa una croce vivente.
Possiamo dunque pensare solo a un caso storico quando prendiamo coscienza che Gesù non è morto, che so, pugnalato, avvelenato, impiccato o in qualsiasi altro modo ma proprio su una croce? O, piuttosto, non siamo forse chiamati a renderci conto di quanto il mistero che si cela dietro quegli eventi sia ricco di vita, brulicante di significati, gravido di conseguenze? Quando Gesù si offre per tutti gli uomini, viene innalzato proprio su una croce in quel momento strumento di morte ma da sempre, presso tutte le culture, simbolo guida nella faticosa ricerca del mistero della vita.
Il cristianesimo raccoglierà e svilupperà questa eredità. I Padri parleranno della croce come del “polo del mondo”, simbolo non solo della salvezza portata da Gesù ma anche della via che il Vangelo traccia per l’uomo: elevato verso Dio, in stretto contatto con lui, per nutrirsi di quell’amore da distribuire a piene mani in tutte le direzioni. In Gesù Cristo, dunque, la croce si illumina di una luce più piena e diventa un vero e proprio faro per l’umanità che naviga faticosamente sul mare della vita.

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Ma c’è un caso particolare in cui l’antica tradizione precristiana della croce e dei simboli ad essa connessi sembra fondersi in modo singolare con gli eventi e con la fede cristiana. Si tratta del quadrato magico di Pompei. Sono cinque le parole che lo compongono: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS. Si possono leggere in tutte le direzioni e sempre tali rimangono. Un quadrato, dunque, ben definito ma nel contempo carico di grande dinamismo al suo interno. Ma, singolarità rilevante, queste parole convergono attorno alla parola TENET che l’attraversa a forma di croce. Il centro è una N, lettera composta da due elementi simili ma contrapposti, l’uno rivolto al cielo, l’altro alla terra; gli estremi sono quattro T che in greco, guarda caso, sono il simbolo della croce.

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Vi è incertezza sul significato delle cinque parole. Qualcuno traduce: “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”. È un’allusione all’uomo che, strettamente unito alla croce di Cristo, sotto la guida dello Spirito che soffia in ogni direzione (come quelle parole sembrano indicare), cerca di realizzare il disegno divino sull’intero universo? Chissà. Per certo sappiamo che, almeno a Pompei, dove tutto si fissò sotto l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., fu un simbolo adottato dai primi cristiani. Costoro certamente conoscevano bene la simbologia pagana, che probabilmente utilizzarono per esprimere in modo sintetico e celato la nuova fede. Nel 1925 ci si accorse, infatti, che quelle lettere misteriose nascondevano un segreto ancor più profondo di quelli visti fino ad ora: potevano essere disposte a formare una seconda croce costituita da due PATER NOSTER anch’essi centrati sulla N. Avanzavano due A e due O: l’Alfa e l’Omega greci indicanti Cristo.

Ricorda
“Egli è venuto in forma visibile per coloro che gli appartengono, è diventato carne ed è stato appeso alla croce per riassumere in sé l’universo”.
(S. Ireneo).

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Una piccola via

Posté par atempodiblog le 26 mai 2013

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[...] Teresa di Gesù Bambino [...] Innamorata com’è di Gesù, il 9 giugno 1895, Festa della Santissima Trinità, la piccola Teresa soffre acutamente, poiché l’amore del Signore “da tutte le parti è misconosciuto, respinto; i cuori nei quali tu desideri prodigarlo si volgono verso le creature..invece di gettarsi tra le tue braccia ed accogliere il tuo Amore infinito”. Per rimediare atanta stoltezza ed ingratitudine e consolare il cuore del Signore, Teresa offre se stessa affinché tutto questo Amore non rimanga respinto, rimanendo non realizzato, ma possa vicariamente riversarsi nel suo cuore, consumandolo e incendiandolo in un fuoco d’amore, come fanno i raggi del sole concentrati sulla paglia da una lente. La lente è il suo stesso atto offerta all’Amore Misericordioso.
Ed ecco quel che accade subito dopo: “Ah, da quel giorno felice, mi sembra che l’Amore mi penetri e mi circondi, mi sembra che ad ogni istante questo Amore Misericordioso mi rinnovi, purifichi la mia anima e non vi lasci nessuna traccia di peccato, perciò non posso temere il purgatorio” (Ms A 84 r°).
Teresa ha così la prova che l’Amato Dio, altro non desidera che di essere corrisposto da un “tu” che sappia accogliere il suo appassionato Amore. Affascinata da Gesù, si ritrova nel cuore di Dio, e ne conosce in se stessa il nome: Amore che ricolma l’Amato, Amato che Lo accoglie totalmente, Amore che circonda e unisce e rinnova senza posa.Dio, essendo Amore, non può essere altro che Trinità.

di Padre Angelo del Favero - Zenit, il mondo visto da Roma

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Santa Teresina del Bambin Gesù ha scoperto una “piccola via”, quella dell’abbandono totale al Padre nell’assimilazione completa a Gesù Cristo. Una via in cui conta non ciò che si fa, ma ciò che si è. E che conduce l’anima dapprima alla perfezione e poi al Cielo.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

teresinadilisieux dans Santa Teresa di Lisieux

C’è un’esperienza spirituale che mi ha molto aiutata e che vorrei condividere con voi. Una autentica scoperta che mi è stata donata in momenti difficili e che è diventata da molto tempo un punto di riferimento essenziale per la mia fede. Si tratta di quel percorso spirituale noto come “la piccola via” di S. Teresa di Gesù Bambino, S. Teresina, come spesso viene chiamata per distinguerla da un’altra grande carmelitana, la fondatrice dell’ordine, S. Teresa d’Avila.
Era, questa Teresina, null’altro, agli occhi del mondo, che una giovane monaca normanna morta di tisi a soli ventiquattro anni in quel Carmelo di Lisieux in cui era entrata, dopo molte insistenze e con un permesso speciale, a soli quindici anni. Nulla aveva fatto che sembrasse rilevante. Le era solo riuscito di fare per qualche tempo l’assistente della maestra delle novizie. Eppure, nel silenzio e nella preghiera, nell’umiltà e nella ascesi di una malattia che l’aveva braccata sempre più da vicino, in una aridità interiore che era quasi una costante della sua vita, aveva vissuto un singolare itinerario mistico. Un cammino che l’avrebbe portata non solo ad essere proclamata santa, quasi a furor di popolo, a poco più di vent’anni dalla sua morte ma che le sarebbe valso il titolo di “dottore della Chiesa” riservato da sempre solo ai grandi Maestri dello spirito.
Perché tutta questa attenzione nei suoi confronti? Che cosa ha detto di nuovo e di diverso, rispetto alla grande tradizione contemplativa in cui aveva scelto di inserirsi, questa figlia del Carmelo? Il motivo sta tutto proprio in quella “piccola via dritta, molto breve, una piccola via tutta nuova” di cui abbiamo detto, che si rivelò assai valida per lei ma nella quale la Chiesa ha riconosciuto una spiritualità singolare e importante che giunge nel cuore stesso del cristianesimo. Semplice ed essenziale: dunque, utile non solo per una monaca come Teresa, ma anche per i molti che, conoscendola, volessero praticarla. È la via dell’abbandono totale al Padre nell’assimilazione completa a Gesù Cristo. Una via in cui ciò che conta davvero non è ciò che si fa, ma ciò che si è. Un itinerario in cui si intuisce che ciò che Dio chiede è sempre e soprattutto una adesione piena e fiduciosa al Suo amore. Un cammino in cui la sofferenza ha la sua parte, come è avvenuto per Gesù, e come, del resto, è inevitabile per ogni uomo, ma che non è fine a se stessa. Una spoliazione di sé che ha come scopo di introdurre in un ordine ancor più misterioso. Dirà dell’itinerario ascetico di Teresa lo storico Daniel Rops: «In lei la sofferenza stessa trovava il suo senso non più in una accettazione penitenziale, ma in una specie di uragano d’amore che travolgeva l’anima intera, portandola a raggiungere quello che Gesù stesso ha voluto sopportare per amore degli uomini».
Ma procediamo con calma, per meglio capire ciò che Teresa stessa comprese sempre più e sempre meglio nel corso della sua breve vita. Figlia di due genitori profondamente credenti – sono stati fatti santi anch’essi, prima coppia di sposi nella storia della Chiesa – sorella ultimogenita di altre quattro che sceglieranno esse pure di entrare in monastero, Teresa fin dalla più tenera età fu oggetto di predilezione divina. Emotivamente fragile, certamente ipersensibile, soprattutto dopo la morte della madre persa a soli quattro anni, sperimentò tuttavia fin da piccola la presenza divina nella sua vita che si espresse in una chiamata precocissima alla vita religiosa e in due guarigioni improvvise – a dieci e a tredici anni – che la trassero da situazioni di penosa sofferenza fisica e morale.
Quando riuscì finalmente ad entrare in Carmelo, era animata dal desiderio di farsi santa e di offrire la sua vita di preghiera e di penitenza per la salvezza di molti. La routine monastica, dura e senza sconto alcuno, anche se prevista, le fece tuttavia ben presto capire che da sola non ce l’avrebbe mai fatta. Conscia della propria debolezza, fece di questa il suo punto di forza: “Chi è molto piccolo venga a me” aveva letto nei Proverbi (IX, 4). “Come una madre accarezza il suo bambino, così io vi consolerò e vi cullerò sulle ginocchia” le aveva confermato Isaia (LXVI, 13-12). Da quel momento capirà che la santità cui aspira “non consiste in questa o quella pratica” bensì “in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli fra le braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre”. Paragonando la vita di fede ad una scala di cui è impossibile all’uomo solo salire anche il primo gradino, trova un compagno di strada, un “ascensore” (“le tue braccia, Gesù”) che le comunicheranno quella forza soprannaturale che la cingerà, lei piccola, e la innalzerà verso la grandezza divina. È l’infanzia spirituale che il vangelo considera indispensabile per entrare nel Regno. Ma non è ancora tutto. Teresa conosce la scienza della Croce e l’umiltà che si abbandona all’aiuto divino per viverla. Ma non ha ancora piena coscienza del mistero d’Amore che dietro ad essa si cela. Lo apprenderà durante la messa della festa della Trinità, nel 1895, nel corso della quale le verrà dato di comprendere come accettare la Croce sia una generosità ammirevole ma inadeguata a ciò che Dio è. Questa visione, infatti, è ancora nell’ordine della giustizia e non in quello della misericordia. Occorre fare come Gesù, cioè offrire tutto se stesso, con pienezza, all’Amore. Questo soltanto è in grado di ristabilire l’ordine rotto dal peccato permettendo a Dio “di non più comprimere le ondate d’infinita tenerezza” che il disprezzo di coloro che lo negano e che lo ignorano impedisce di sgorgare dal suo cuore. Da questo momento, il proposito della giovane monaca sarà “vivere in un atto di perfetto Amore”, martire, cioè testimone, non della giustizia ma della misericordia divina.
E su questa strada il cammino continuerà ancora. Così, Teresa capirà sempre meglio come questo Amore al quale si è offerta senza nulla tenere per sé sia una forza missionaria potentissima: l’anima, incandescente d’amore, non deve fare altro che dire a Gesù “attraetemi!” e “tutte le anime che essa ama sono trascinate dietro di lei”. È una conseguenza naturale, dice la santa, della sua attrazione verso Gesù.
E questo è anche il ruolo vero, il mistero profondo, lo scopo della Chiesa che, proprio per questo, le si rivela come fornita di un cuore nel quale palpita l’Amore eterno che attende risposta, il principio unico di ogni autentica vocazione. In essa, infatti, ognuno è chiamato all’impegno di fede con carismi diversi, secondo vocazioni che sembrano tra loro differenziarsi. In realtà, tuttavia, ognuna di esse sussiste e opera davvero solo se è sostenuta dalla vocazione più profonda, cioè da questa risposta totale all’Amore. Per questo, alla fine, Teresa potrà dire di aver trovato la sua autentica vocazione proprio essendo “Amore nel cuore della Chiesa, mia Madre”. Sarà proprio questa pienezza di adesione all’Amore Misericordioso che le consentirà, pur restando carmelitana, di vivere nella Chiesa, cogliendone tutte le vocazioni, nella loro fonte originaria.
Vertici mistici mirabili nella loro semplicità. Capaci di riscattare qualunque vita, anche quelle più assediate dal dolore, dalla malattia, dal fallimento. Anche le nostre, magari meno tragiche, ma appesantite dalla fatica della fedeltà quotidiana. Un’ottica che toglie di mezzo ogni ostacolo interiore, ogni superfluo nella vita spirituale. Che anima ogni cosa vivificandola con l’Amore. A un solo patto: che non si abbia paura di questa apertura totale e senza misura, di questa assimilazione piena a Gesù. Che ci si fidi di quanto Dio opererà nel cuore che con generosa pienezza gli si affiderà. Non potranno che venirne un bene e una gioia sempre più grandi, accompagnati da frutti di apostolato sorprendenti e imprevedibili.

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Sottomettersi l’uno all’altro

Posté par atempodiblog le 23 mai 2013

Sottomettersi l’uno all’altro dans Francesco Agnoli fogliealvento

Un coniuge che pesasse sulla bilancia tutti gli errori dell’altro coniuge, e contabilizzasse ogni sbaglio del suo compagno di vita, sarebbe un cristiano?

Francesco Agnoli: Una grande santa educatrice, Teresa Verzeri, scriveva a sua sorella, che ogni tanto le scriveva parlando dei difetti del marito, “sicuramente tuo marito ha grandi difetti, io che ti conosco ti posso dire che li hai anche tu!”. Diceva “sottomettiti” e la parola, come quella che è nel libro di Costanza Miriano, detta così all’uomo di oggi dà molto fastidio eppure il matrimonio, posso dirlo anch’io per la mia esperienza, è continuamente un sottomettersi l’uno all’altro, perché non si può andare avanti, a meno che non ci sia disparità di un carattere santo accanto ad un caratteraccio. Ma di solito non è così… di solito si sta un po’ sulla stessa barca. Bisogna sottomettersi l’uno all’altro, bisogna, nel matrimonio, costantemente piegare il capo una volta l’uno una volta l’altro, c’è chi lo piega di più… però sostanzialmente bisogna cercare di essere sottomessi l’uno all’altro.

Rosanna Brichetti Messori: Anche perché in realtà noi siamo convinti che l’altro debba, come dire, venire incontro ai nostri bisogni e se l’altro non viene incontro… noi ci lamentiamo e non capiamo invece che il segreto vero, io naturalmente credo che ci ho messo cinquant’anni per capirlo, è andare noi incontro all’altro, cioè non pretendere, accettare l’altro com’è. Invece di pretendere che l’altro venga incontro a noi e ci capisca sempre.

Tratta da una conversazione radiofonica

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Maria e il mese di maggio

Posté par atempodiblog le 4 mai 2013

Maria e il mese di maggio dans Mese di maggio con Maria verginedelrosario

Oggi è il primo sabato di maggio, cioè del mese che la tradizione vuole  – insieme ad ottobre, mese del rosario – dedicato in particolare al culto della Vergine Maria. È un fatto che, se siamo cresciuti all’interno della cattolicità, abbiamo appreso fin da  bambini e che diamo ormai per scontato. Ma forse, proprio per questo, è interessante cercare di risalire alle origini della speciale attenzione per Maria in questo momento dell’anno, per renderci conto meglio di come essa è nata e si è diffusa nell’intera cristianità.

Incominciamo col dire che essa è un piccolo vanto tutto italiano come, del resto, la famosa “supplica” alla Madonna di Pompei. E questo perché, se è vero che già qualcuno come il re di Castiglia e Leòn, Alfonso X il Saggio (vissuto nel XIII sec.), in uno dei suoi Cantici aveva in qualche modo associato la figura di Maria al mese di maggio e tre secoli dopo a Monaco di Baviera il benedettino Wolfang Seidl aveva pubblicato un abbozzo di mese mariano, sarà solo in età barocca e in Italia che la devozione andrà chiaramente strutturandosi.

In realtà, occorre precisarlo subito: ciò da cui sembra che tutto abbia preso le mosse non è un aggancio con il ciclo liturgico, come in teoria si potrebbe pensare e come, per esempio, è avvenuto per il mese mariano presente nel rito bizantino fin dal XIII secolo, che viene celebrato in agosto in relazione alla festa della Assunta, la Dormitio Mariae per gli ortodossi. Il nostro “mese di maggio” si ricollega piuttosto, per un verso, al bisogno di riproporre Maria alla devozione dei fedeli dopo quella sorta di diminuzione di ruolo che le era derivata dalla Riforma. Ma anche dal rilancio che alcuni culti pagani, come quelli legati alle feste di primavera, accentrate sui Calendimaggio, stavano ritrovando spazio all’interno del Rinascimento e ciò preoccupava assai gli ambienti religiosi.

Per questo non sembra un caso che proprio attorno a Firenze, centro di questo rinascimento, e precisamente nel noviziato domenicano di Fiesole, nel 1677, sia nata la Comunella, cioè una sorta di confraternita che cominciò a dedicare alla Vergine il mese di maggio con degli esercizi di devozione. Ecco che cosa possiamo leggere negli archivi: «Essendo giunte le feste di maggio… e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominciavano a “cantar maggio”e a far festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo vantare anche noi alla Santissima Vergine Maria e che non era dovere che ci lasciassimo superare dai secolari». Dunque alla regina della primavera viene quantomeno affiancata la Regina del Cielo.

Da quel momento in poi è tutto un susseguirsi di iniziative prima sporadiche e poi sempre più organizzate fino al “Mese di Maria” pubblicato a Verona nel 1725 da un gesuita, padre Dionisi, seguito nel 1747 dal “ Mese di Maggio” di padre Saporiti e poi ancora da quelli di padre Lalomia e infine nel 1787 di padre Muzzarelli. Con quest’ultimo la devozione assume il suo aspetto definitivo. La pubblicazione che la illustra viene infatti inviata a tutti i vescovi perché la introducano nelle parrocchie della loro diocesi. Cosa che avverrà praticamente dovunque.

Durante la prima metà dell’800 il “Mese di Maggio” è già affermato in Europa e in America; progressivamente raggiungerà anche i paesi di missione. Diversi papi lo sosterranno esplicitamente: Pio VII, Gregorio XVI, Pio IX addirittura lo indulgenzieranno. Al punto che questa devozione è stata definita «l’omaggio più grandioso che i tempi moderni hanno offerto alla Santa Vergine».

Grandioso, certamente, ma per alcuni anche un po’ troppo debordante. A raccogliere critiche e proposte, inseguendo il giusto equilibrio, è certamente servita la riflessione conciliare sul ruolo di Maria che, contro ogni rischio di deviazione e di devozionalismo sentimentale l’ha riportata in pienezza all’interno della storia della salvezza. Poi, l’enciclica di Paolo VI , la Marialis cultus, ha completato il quadro. La riforma del calendario liturgico, da parte sua, ha contribuito a favorire l’aggancio con il ciclo solenne della Chiesa ponendo proprio il 31 maggio, cioè tra l’annunciazione il 25 marzo, e la nascita del Battista il 24 giugno, la Festa della Visitazione. Così oggi, il “Mese di Maggio” continua a restare, per chi lo voglia, una grande occasione pastorale capace di unire la devozione liturgica a Maria con la più genuina pietà popolare.

di Rosanna Brichetti Messori – La nuova Bussola Quotidiana

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Via Lucis

Posté par atempodiblog le 1 avril 2013

Dalla Risurrezione alla Pentecoste, passando attraverso le apparizioni ricordate nei Vangeli: quattordici stazioni della Via Lucis invitano a pregare e meditare sulla vita di Gesù risorto.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone, 2003

Via Lucis dans Fede, morale e teologia resurrezioneb

Il cristiano, lo abbiamo visto quando abbiamo parlato della Via Crucis, sa, o almeno dovrebbe sapere, che quello della croce è un cammino che anch’egli, al seguito del Maestro, è chiamato a seguire. Sa però anche che quella via faticosa, a tratti davvero dolorosa, non porta in un antro oscuro in cui si spegne ogni vita. Al contrario, alla fine, essa si spalanca su un vivido chiarore, su una concreta speranza, su una gioia capace di colmare il cuore. È la Via Lucis. Naturalmente, fin dagli eventi che caratterizzarono quel mattino di Pasqua di cui narrano i Vangeli, la fede cristiana ebbe al suo centro la Risurrezione di Gesù, confermata dalle apparizioni e suggellata, infine, dalla discesa dello Spirito promesso.
Di recente, tuttavia, ad opera di un salesiano, Sabino Palumbieri, questa fede ha trovato una nuova forma di espressione in una devozione analoga alla Via Crucis, che ha assunto appunto il nome di Via Lucis. È anch’essa strutturata in quattordici stazioni che qui ricordiamo perché certamente meno note di quelle della ormai antica sorella maggiore.
Così, via via, si prega e si riflette su Gesù che risorge da morto; sul sepolcro che i discepoli trovano vuoto; sulla prima apparizione alla Maddalena incerta e confusa; sul bellissimo incontro tra Gesù e i due discepoli sulla via di Emmaus, prima turbati e delusi per quello che era avvenuto a Gerusalemme qualche giorno prima, e infine pieni di gioia quando, allo spezzare del pane, riconoscono il Maestro. Di seguito, nella sesta stazione, si ricorda l’apparizione di Gesù ai discepoli, narrata da Luca, in cui il Cristo insiste perché lo tocchino e poi chiede loro da mangiare per rassicurarli che è proprio Lui, e che è davvero risorto. Nella settima stazione si ricorda come Gesù, apparendo nuovamente ai discepoli, dia loro il potere di rimettere i peccati; e poi di nuovo riappaia per confermare la fede di Tommaso, che non aveva creduto ai suoi amici. Si mostra quindi nuovamente ai suoi sul lago di Tiberiade: è l’occasione della pesca miracolosa. In una nuova apparizione conferisce il primato a Pietro e in un’altra ancora affida ai discepoli la missione di diffondere ovunque la Buona Novella. La dodicesima stazione ricorda poi la straordinaria Ascensione. La tredicesima ci introduce nel Cenacolo con Maria, in attesa dello Spirito, e l’ultima celebra la Pentecoste cioè la promessa realizzata che chiude gli eventi pasquali ma inaugura la vita della Chiesa, preludio a quella nell’eternità.
Il cammino ecclesiale di questa Via Lucis è stato facile e veloce, perché corrispondeva ad una esigenza pastorale concreta. Così essa ha preso in fretta le vie del mondo entrando nel Vademecum donato ad ogni pellegrino in occasione dell’anno giubilare e ottenendo la definitiva consacrazione nel Direttorio su pietà popolare e liturgia di cui abbiamo più volte parlato.
Qualche volta i cattolici sono stati accusati di insistere troppo nella loro spiritualità e anche nella loro teologia sulla Passione e Morte del Signore. Può essere che, nel corso dei secoli, si sia caduti in taluni eccessi. Eppure, il Signore sembra gradire anche questa accesa devozione alla sua Croce, come attestano i tanti stigmatizzati, da San Francesco a P. Pio, che ripropongono nella loro carne quegli eventi e che diventano tramite di innumerevoli grazie. Quel che è certo, tuttavia, ti che il Concilio Vaticano II colloca senza discussioni al centro della vita cristiana, liturgica e personale, il Mistero Pasquale nella sua completezza e che la Via Lucis ci può aiutare ad esprimere consapevolmente tutto ciò. Sappiamo bene che, come dice san Paolo, « se Cristo non èrisorto vana è la nostra fede ».
Ebbene, ripercorrere la Via Lucis significa in primo luogo rivisitare anche storicamente quegli eventi.
Essi, infatti, non sono pie favole, miti creati ad arte per consolare i creduloni. Sono, al contrario, fatti realmente accaduti. Il sepolcro vuoto ha trovato conferma nelle apparizioni attestate del Risorto ai discepoli. Dopo la Risurrezione di Gesù, per suo volere e sua autorità, nasce la Chiesa, come tramite nel tempo, attraverso i sacramenti, della grazia redentrice del Cristo. La discesa dello Spirito promesso conferma visibilmente l’assistenza divina trasformante e vivificante. Così, mentre la Via Lucis ci ricorda questi eventi e ci fa rivivere il loro significato, la gioia può giustamente invadere il nostro cuore e permeare tutto il nostro essere. Siamo stati davvero salvati: la grazia nelllo Spirito è a nostra disposizione per trasformarci a immagine del Figlio primogenito.
Via Crucis e Via Lucis diventano così momenti esemplari della nostra vita, destinati ad alternarsi di continuo nel corso dei giorni e degli anni: alla oscurità, alla sofferenza seguono la speranza e la gioia, fino a quella Luce senza fine che ci attende nell’eternità beata.

DA NON PERDERE 
Stefano Zurlo, Inchiesta sulla devozione popolare, Piemme, Casale Mon.to 2003, pp. 187, € 12,90.
Confortante, a tratti persino commovente, questa inchiesta curata da Stefano Zurlo e prefata da Vittorio Messori. Un viaggio attraverso nove tra i più importanti santuari italiani dedicati a Maria o ad alcuni tra i santi più venerati. Uno scorcio su una realtà viva e dinamica, all’interno di una Chiesa che denuncia una pratica religiosa in grave crisi. Un sintomo di un legame che spesso non si esprime più nelle forme religiose tradizionali ma che tuttavia resta tenace. Una fede a volta sopita per anni ridotta magari a un « lucignolo fumigante », che tuttavia si riaccende, ravvivata talvolta da una malattia o da gravi difficoltà esistenziali e che trova nei santuari il luogo in cui esprimersi in una nuova esperienza di contatto con il divino. Uomini postmoderni, spesso separati, divorziati o comunque marginali alla vita ecclesiale, che accorrono fiduciosi in queste « cliniche dello spirito ». Incontri, spezzoni di vita, consolazioni, conversioni, guarigioni: affascinanti testimonianze di come gli uomini di ogni tempo e di ogni condizione continuino a cercare Dio e di come Egli non si stanchi mai di rispondere loro (R.B.).

RICORDA
« Dopo la Via Crucis mi sento il cuore gonfio di amore: so quanto Dio mi ha amato. Dopo la Via Lucis mi sento il cuore gonfio di gioia: so che questo Dio ha vinto la morte. E so che anch’io vivrò per sempre ».

(Sabino Palumbieri, Via Lucis. ln cammino con il Risorto. Ed. Santuario B. V. Del Rosario, Pompei).
« Con la metafora del cammino, la Via Lucis conduce dalla constatazione della realtà del dolore… alla speranza del raggiungimento della vera meta dell’uomo: la liberazione, la gioia, la pace, che sono valori pasquali ».
(La « Via Lucis », in Direttorio su pietà popolare e liturgia, Libreria Ed. Vaticana, 2002, pago 129).

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Via Crucis

Posté par atempodiblog le 8 mars 2013

Il significato profondo e decisivo di una tra le più note devozioni popolari. Dalla strettoia del Calvario passa la strada di ogni uomo che anela alla resurrezione per la vita eterna. La Via Crucis ci aiuta a percorrerla.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Via Crucis dans Quaresima viacrucisnapoli

Tra i pii esercizi con cui i fedeli venerano la Passione del Signore pochi sono tanto amati quanto la Via Crucis” [...] Essa ha alle spalle una lunga storia, che prende le mosse dai primi pellegrinaggi in Terra Santa fin dall’Alto Medioevo. È naturale che, recandosi là, i cristiani visitassero, tra gli altri, anche i luoghi che erano stati testimoni degli ultimi giorni di vita di Gesù. Anzi, delle sue ultime ore. Dal podere chiamato Getzemani sul Monte degli Ulivi, fino all’altro monte, quel Calvario dove fu crocifisso, al giardino dove fu deposto, cadavere, nel sepolcro prestato da Giuseppe d’Arimatea.
È anche naturale che, per coloro che non potevano recarsi in Palestina in tempi in cui i viaggi non erano certo facili, sia nato il desiderio di ricostruire in Occidente, là dove cristiani vivevano ed operavano, dei “cammini” che qualche modo ricordassero quel primo, doloroso percorso.
All’origine non erano proprio come quelli attuali. Ci furono nel tempo versioni diverse tra loro. Sta di fatto però che, poco a poco, molti pendii delle terre cristiane si coronarono con le steli o le cappelle che ricordavano la Passione e Morte del Signore, mentre già a partire dalla prima metà del 1600 la Via Crucis, diffusa soprattutto da S. Leonardo da Porto Maurizio, trovò la struttura che conosciamo, in quattordici stazioni. Essa è troppo nota perché ci soffermiamo sugli specifici contenuti. D’altra parte, sappiamo anche, come ci dimostra da parecchi anni la Via Crucis che si svolge, per iniziativa del Papa, il venerdì santo al Colosseo, e che viene trasmessa in tutto il mondo, che essa può organizzarsi con testi di commento diversi. In essi, trovano di volta in volta risonanza le varie accentuazioni con cui possono essere letti e rivissuti quegli eventi fondamentali della fede. Qui, dunque, ci sembra opportuno cercare di capire il significato fondamentale di questa devozione: cioè che cosa essa deve tendere ad operare in noi. Non vi è dubbio che, anzitutto, essa deve muoverci a compassione per quelle sofferenze patite volontariamente dall’innocente Gesù e commuoverci per il grande amore che questi eventi dimostrano. Ma non ci sembra sufficiente, anche per non rischiare di cadere nel sentimentalismo puro e semplice. Per questo occorre una riflessione più approfondita, che giunga fino a comprendere davvero il perché di quei gesti e di quegli accadimenti.
L’uomo non può salvarsi da solo: ha bisogno di un redentore. Per questo Gesù si è incarnato, è morto e poi è risorto. Oggi tendiamo a dimenticarlo, anche noi cristiani. La soglia in cui scatta il “bisogno di Dio”, in cui si avverte il proprio limite e la necessità di un aiuto e di un significato per la propria vita, si è molto elevata. In effetti, quest’uomo moderno, che molto ha conquistato con la scienza e con la tecnica, che confida nella medicina per diventare immortale e nella psicologia per guarire i propri guasti interiori crede sempre più spesso di essere autosufficiente.
Per questo ha smarrito il senso del peccato. Non riconoscendo, se non a fatica, la propria dimensione di creatura ordinata ad un fine, ad un progetto divino, non capisce il male che procura a se stesso e al mondo quando esce da questo progetto e va per una strada diversa. Gli sfugge che la distanza con Dio è incolmabile se non coglie la mano che questo stesso Dio tende nella persona del Figlio.
Non capisce che è destinato a molto di più di quel poco che la sua intelligenza sa costruire. È chiamato a superare il limite imposto dal peccato e dalla morte, a vincere la tendenza al male, realizzando così quella immagine divina che porta impressa nella sua natura.
Ecco, tutto questo può e deve ricordarci la Via Crucis.
Quelli compiuti da Cristo non sono solo gesti d’amore, sono gesti che, nell’amore, portano la nostra salvezza, necessari per vincere il peccato e la morte. Gesù doveva salire su quella croce per aprirci la Via che egli è: questa è la Verità ed è al contempo la Vita.
Così, in ogni Via Crucis noi contempliamo, attraverso le quattordici stazioni, quella salvezza che va prendendo forma, le catene del peccato che si allentano fino a spezzarsi. Così, seguendo quegli straordinari eventi, vediamo come la sofferenza umana da tragedia inspiegabile, da scandalo intollerabile, diventi un mistero, un prezioso mistero di salvezza. E capiamo perché anche noi, al seguito di Gesù, possiamo e dobbiamo accettare di percorrere la medesima via: la croce, la purificazione attraverso la morte progressiva del nostro io cieco ed egoista sono passaggio necessario ed inevitabile. È la vita stessa con le sue esigenze a farcelo capire. Ma noi spesso resistiamo, difendiamo con tutte le nostre forze noi stessi e quella felicità che ci sembra di meritare. Fatichiamo ad entrare nel paradosso evangelico, che sconvolge ogni logica umana: “Beati coloro che piangono perché saranno consolati”. Fino a quando, proprio attraverso la sofferenza, non ci viene concesso il dono della sapienza che ci fa capire come la gioia promessa dal Vangelo non sia una favola ma una realtà. Una certezza che fin da ora colma il nostro cuore, solo però quando ci arrendiamo alla verità che la Risurrezione, cui giustamente aneliamo, ha un passaggio obbligato, una strettoia che si chiama Calvario. La Via Lucis [...] passa dalla Via Crucis.

RICORDA
“La via crucis ha sempre qualcosa da dire. Ora è una stazione che parla con più insistenza, ora è un’altra. Qualche immagine resta a lungo muta. Poi, risvegliata da qualche esperienza interiore incomincia improvvisamente a parlare all’anima. Altre l’accompagnano invariate, col loro splendido segreto, per molti anni. E se poi qualcuno si abitua a portare nella via crucis esperienze personali, problemi che tormentano e perplessità, riceve spesso luce insospettata e insuperata consolazione”.
(Romano Guardini, Via Crucis, Queriniana, Brescia 1976, p. 8).

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Ogni uomo cerca l’Amore

Posté par atempodiblog le 8 février 2013

È sempre più frequente incontrare persone che vivono una condizione moralmente disordinata. Come comportarsi con loro? Come aiutarle a guardare a se stesse e al mondo con gli occhi della fede?
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone (2007)
Tratto da: Una Casa sulla Roccia

Ogni uomo cerca l’Amore dans Riflessioni qryo7c

Diciamoci la verità: ognuno di noi, a meno che non scelga di vivere in una sorta di “ghetto” cattolico, si trova ormai a condividere la propria vita familiare o sociale o lavorativa con molti che si trovano in situazioni che per un cristiano sono anomale, qualche volta addirittura estreme. Che fare? Come comportarsi? Come gestire quell’insieme di sentimenti che si avvertono dentro: il dispiacere di imbattersi in forme di “trasgressione” che spesso riguardano anche persone che ci sono molto care, il desiderio di accettarle per vederle il più possibile felici e realizzate ma insieme la voglia di aiutarle in un cammino interiore che possa portarle a guardare a se stesse e al mondo con gli occhi della fede?

Cercherò di rispondere attingendo alla mia piccola esperienza personale, lieta se qualcuno vorrà completarla facendomi conoscere la propria.
Ho osservato e riflettuto a lungo, quando, mano a mano che gli anni passavano, non solo aumentavano sempre più gli amici divorziati e risposati, i giovani che, pure educati in ambito cattolico, convivevano senza progetti matrimoniali e magari nel frattempo abortivano perché non si sentivano maturi per fare i genitori. O quando venivo a sapere che i miei nuovi vicini di casa erano una coppia di omosessuali. E le mie negozianti una coppia di lesbiche che si erano dedicate a questa attività aprendo anche altri punti vendita nello stesso settore per dare lavoro ad amiche nella medesima situazione…

Potrà sembrarvi che abbia calcato la mano, ma vi assicuro che non è così. Non ho inventato niente. Ho solo descritto un piccolo universo limitato, però, credo, rappresentativo di quella che è ormai la realtà. Eppure, nei contatti con tutti loro, una cosa sempre e soprattutto mi ha colpito: ognuno lottava, spesso con grande impegno, per superare ostacoli notevoli spinto da un bisogno di amore e di libertà. Le forme scelte erano certamente discutibili e lontane da quelle tradizionali, ma volevano avere questo fine. Un bisogno di far emergere ciò che sentivano dentro senza il freno di norme cogenti. Di affermare, anche se poteva costare, quello che a loro sembrava giusto.

Non voglio con questo dire che fossero degli eroi da imitare, ma solo che quelle scelte che a noi possono sembrare (e sono nei fatti) negative, in realtà rispondevano ad una sorta di morale diversa e contrapposta che aveva tuttavia le sue leggi: cercare di scoprire e di seguire senza “tabù” la propria verità interiore, sforzarsi di costruire rapporti magari difficili ma sinceri, rifiutando situazioni di compromesso. E, infine, soprattutto nel caso di omosessuali – uomini e donne – di dare grande spazio all’amicizia, considerata un valore fondamentale, come forma di sostegno e di aiuto reciproco.
Forme di trasgressione certamente, però guidate non solo dal desiderio di accontentare i propri bisogni egoistici ma spesso da una ricerca seria riguardo alla propria umanità, dal tentativo di costruire qualcosa che avesse un valore. E se è vero che tutto questo, come spesso abbiamo detto, è sicuramente il frutto del modello liberal imperante e agli occhi di un cristiano fortemente negativo, è anche vero che, se vogliamo in qualche modo incidere su di esso, dobbiamo conoscerlo e avvicinarlo nelle sue dinamiche interne.

A persone che vivono queste esperienze e hanno questa sensibilità e questi atteggiamenti interiori non credo, per esempio, che sia utile e proficuo fare un annuncio evangelico che parta direttamente – come era possibile fare un tempo – dalle esigenze morali. Credo invece sia possibile, negli incontri familiari, amicali, di lavoro incontrare il loro animo sul piano stesso in cui si muovono, quello delle dinamiche umane alle quali sono invece molto interessati. Così, li affascina parlare di vita in tutte le sue sfumature: amore, rapporti di coppia, di amicizia, di famiglia, di figli, di lavoro, e così via.
È una strada lunga? Può essere. Però è anche vero che tutto ciò che può aiutare la maturazione umana, una comprensione più profonda del proprio essere, una capacità maggiore di vivere l’amore, è in realtà una prima forma di annuncio, una strada verso una evoluzione interiore che può aprire la via alla fede. Dice Escrivà de Balaguer in Solco: «Consentimi lettore amico, di prendere la tua anima e di farle contemplare virtù umane: la grazia opera sulla natura».

A questi uomini di oggi che hanno rotto con la tradizione cristiana, che spesso nella loro ricerca di novità hanno buttato il bambino insieme all’acqua sporca, credo sia possibile far riscoprire – in un clima di rispetto e di accettazione, partendo dalla loro stessa esperienza che si confronta con la nostra, dalle loro gioie ma anche dalle loro delusioni – le dinamiche fondamentali della vita, quelle naturali proprie di ogni essere umano sulle quali possiamo trovare punti di comunione. Qualche volta è proprio un secondo matrimonio o l’esperienza di una nuova convivenza dopo il fallimento della prima a rendere le persone più mature e in grado di capire che cosa sia davvero l’amore umano e ad intravedere quello divino. Così, è rilevante il numero di coloro che, seppure in situazione irregolare, hanno maturato nel tempo il desiderio di riavvicinarsi alla fede. Oppure quei giovani che dopo un tratto di vita insieme o un matrimonio civile decidono, magari già genitori da anni, di avvicinarsi al matrimonio-sacramento. Per questo, credo, non va persa del tutto la speranza anche di fronte al fatto che sempre più spesso coloro che frequentano i corsi prematrimoniali siano già conviventi.

Lo abbiamo già detto altre volte: oggi la fede è un punto di arrivo. È una cristianità diversa da quella passata che si sta facendo strada. Un modo di incontrare Gesù e la sua Chiesa che parte dal basso, che si apre la via attraverso una progressiva esperienza e una presa di coscienza che ridimensiona i modelli anticristiani all’inizio assorbiti in modo acritico. Una maturazione umana che porta con sé anche una maturazione spirituale. Naturalmente può succedere anche di più e più in fretta. Tutta questa gente che per strade magari sbagliate in realtà cerca l’amore, è infatti molto sensibile – lo dico per esperienza diretta – non a un Dio generico ma al Dio di Gesù Cristo. Così, se non cessi di parlare con delicatezza, al momento opportuno, anche di fronte a situazioni intricatissime dal punto di vista morale, di questo Amore che bussa al cuore di tutti e che tutti accetta, qualunque sia la loro condizione di vita, prima o poi vedrai che si aprirà una breccia. E a quel punto potrà succedere di tutto. Perché sarà la Grazia stessa a farsi strada e ad operare dei miracoli. Come hanno dimostrato molti convertiti e tra loro di recente Leonardo Mondadori. Era il prototipo di un liberal attuale in sincronia coi tempi. Costumi sessualmente liberi, vita moralmente disimpegnata, due matrimoni, molte relazioni, parecchi vizi, molte emozioni ma anche, alla fine, qualche inevitabile delusione. Incontrò dei veri amici e, tramite loro, Gesù. Fu una svolta radicale che cambiò molte cose. Quella vita complessa e disordinata ritrovò una sua armonia. L’Amore che aveva scoperto colmò quei vuoti che lo rendevano inquieto, donandogli la pace che aveva a lungo cercato.

2nlbi36 dans Rosanna Brichetti Messori

Ricorda

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua potenza e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te».
(Sant’Agostino, Le Confessioni, 1,1).

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I luoghi mariani

Posté par atempodiblog le 17 janvier 2013

I luoghi mariani dans Apparizioni mariane e santuari lourdest

Quanto Maria sia importante non solo per il passato, in relazione ai fatti avvenuti duemila anni fa, e dei quali abbiamo parlato le scorse settimane, ma anche per il tempo che ne è seguito, lo dimostra anche la diffusione dei luoghi che a lei si ricollegano e che sono numerosissimi, praticamente in ogni parte del mondo. Segno evidente che grande è la devozione da sempre riservata a questa Donna, chiamata ad un destino tanto alto, come tenace e profonda è la fiducia nella sua potenza di intercessione.

Stando ai dati riportati in Maria – Nuovissimo Dizionario, curato dal mariologo padre Stefano De Fiores, purtroppo recentemente scomparso, si calcola che nella sola Italia siano circa 1.500 i santuari mariani, ai quali vanno aggiunge le cappelle e le edicole che sono praticamente impossibili da calcolare. Mentre sono ben 2.133 le località abitate, comuni, frazioni, contrade, ecc. che hanno un toponimo mariano.

La cosa è assai interessante non solo perché, come dicevamo, è un indice di devozione, ma anche per un altro aspetto che sta ancor prima della devozione e che, anzi, ne è in qualche modo la causa. Ed è il fatto che, per quanto riguarda in particolare i santuari, nella quasi totalità dei casi la loro erezione risale in origine alla “memoria” di un fatto prodigioso che ha al centro Maria. Può essere stato un miracolo, oppure un’apparizione, oppure ancora il ritrovamento, in circostanze singolari, di una effigie mariana, oppure si può risalire a una visione o a un voto fatto, per esempio, da una città, in occasione di una carestia o di una pestilenza o di eventi bellici particolarmente pericolosi.

Ma ecco il punto che ci sembra utile evidenziare: moltissime sono le chiese erette nei paesi cattolici; parecchie, tra di esse, sono quelle dedicate a Maria. Soprattutto, pare, alla Assunta, come sempre padre De Fiores rileva. Ma accanto a queste esistono, sempre nei paesi cattolici, numerosissime altre chiese che hanno una caratteristica particolare che è quella appunto di ricordare un “contatto” speciale con Maria. Un contatto che, proprio per queste sue caratteristiche, ha meritato di essere ufficialmente riconosciuto e immortalato in un edificio che diventa in questo modo “testimonianza” che attraverserà i secoli. Testimonianza alla quale potranno attingere forza e luce, da quel momento in poi, anche le generazioni future.

Nei paesi cattolici, abbiamo detto. Non suoni, questo, offesa per i fratelli separati, perché si tratta semplicemente di un dato oggettivo. Per loro, infatti, Maria ha avuto semplicemente il ruolo di madre fisica di Gesù restando, alla fine, un membro della Chiesa come tutti gli altri. Diversamente presso il cattolicesimo: a lei, Madre di Dio ma anche Madre nostra, è stato riconosciuto un compito assai più grande e importante. Un compito che abbraccia il tempo fino al suo esisto finale. Quello di contribuire fortemente, da quel Cielo ove ora si trova gloriosa, ad aiutare ogni essere umano che veda la luce, a far nascere e crescere spiritualmente dentro di sé e nel mondo, quel Gesù al quale ella a suo tempo, ha donato la vita. Ruolo che, del resto, proprio i tanti santuari esistenti, con il loro carico di memoria sembrano confermare.

Luoghi, dunque, quelli mariani, che hanno un’origine e un’atmosfera particolare e che forse proprio anche per questo esercitano una forte attrazione sul popolo cristiano. Nella maggior parte dei casi essi si rivelano non scelti dagli uomini, come le chiese normali, ma in qualche modo promossi dal Cielo stesso. Qualche volta infatti Maria, apparendo, come per esempio a Lourdes, ha chiesto espressamente che lì venisse eretta una cappella e che la gente venisse in processione. Ma anche quando ciò non è avvenuto, pur sempre questi luoghi richiamano un intervento speciale di aiuto da parte di Colei che i credenti sanno essere stata designata dal Figlio stesso a vigilare sui loro bisogni spirituali e materiali.

Per questo essi registrano presenze così numerose, anzi crescenti, anche in tempi di crisi di fede come quelli in cui ci è dato vivere? Probabilmente sì. Perché se è vero che oggi la cultura nella quale viviamo spesso ci induce a pensare di non aver più bisogno di Dio, è anche vero che i santuari, con la loro stessa esistenza, sono in grado di risvegliare la nostalgia di Lui. Sono capaci di ricordarci, tramite la mediazione di Maria, che il Soprannaturale esiste e che, come ha operato un tempo, può tuttora tornare ad operare ridonando linfa alle nostre vite.

 di Rosanna Brichetti Messori – La nuova Bussola Quotidiana

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La medaglia miracolosa

Posté par atempodiblog le 12 novembre 2012

La medaglia miracolosa
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

La medaglia miracolosa dans Apparizioni mariane e santuari 2504hsg

Rendono viva e palpabile l’esperienza della fede. Sono le devozioni popolari, dettate dal Cielo, che resistono al tempo e alla derisione.
E alle accuse di superstizione. La “Medaglia miracolosa”: piccola, bellissima icona che rappresenta l’intera storia della salvezza.

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Il Concilio Vaticano II ha giustamente richiamato alla centralità del mistero della salvezza imperniato su Gesù Cristo, nel culto liturgico e in quello privato. Questo ha fatto guardare talvolta con sospetto alle tante “devozioni” che caratterizzano da sempre le espressioni concrete della vita di fede. Eppure, se bene intese, esse non solo non ostacolano il giusto rapporto con il Dio trinitario nel Quale crediamo, ma anzi, esprimendolo in simboli, rendono viva, palpabile, l’esperienza stessa del nostro credere. Il ruolo delle devozioni è così rilevante che spesso esse ci sono state suggerite dall’Alto nel corso di apparizioni o di rivelazioni private, poi approvate e riconosciute dalla Chiesa. Per questo vale la pena di rivisitarne alcune.
Cominciamo da quella che viene chiamata la “Medaglia miracolosa”. Questo piccolo oggetto è stato “commissionato” a Caterina Labouré, allora novizia delle Figlie della Carità di s. Vincenzo de’ Paoli da Maria stessa. La veggente riceve l’incarico di far realizzare una medaglia che riproduce esattamente la visione avuta nel corso dell’apparizione del 27 novembre 1830, in Rue du Bac, a Parigi. Sulla facciata anteriore è effigiata Maria poggiante i piedi su un globo raffigurante il mondo, nell’atto di schiacciare la testa a un serpente che tenta di divincolarsi. Dalle sue mani aperte scendono verso il basso fasci di raggi luminosi prodotti dalle pietre degli anelli che ingioiellano le sue dita. L’ovale della medaglia è circondato dalla scritta: “0 Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”. Sul retro della medaglia, trova invece posto il monogramma di Maria, cioè un M maiuscola, al quale si intreccia e si appoggia una croce che si erge fino a sovrastarlo. Sotto di esso, affiancati, due cuori: l’uno coronato di spine, l’altro trafitto da una spada. Tutt’attorno, nell’ovale, un arco di dodici stelle. Pur tra le inevitabili difficoltà che accompagnano eventi così straordinari, il desiderio della Vergine aveva trovato esecuzione e la medaglia aveva ben presto preso le vie del mondo in una miriade di esemplari. Nel 1894 papa Leone XIII istituirà per il 27 novembre, ricorrenza dell’apparizione, la festa liturgica detta appunto della Medaglia miracolosa, mentre nel 1947 Pio XII proclamerà santa la veggente Caterina Labouré. Grande, aveva assicurato Maria, sarebbe stata la protezione e copiose le grazie per chi avesse indossato la medaglia. E così di fatto era avvenuto. Ne restano numerosissime testimonianze tra cui quella clamorosa della conversione improvvisa dell’ebreo Ratisbonne in S. Andrea delle Fratte a Roma.
Ma cos’è, dunque, questa Medaglia miracolosa? Forse una specie di magico talismano da indossare contro il malocchio e altri mali affini? Dice al proposito Jean Guitton: “La frontiera della fede, della devozione, della superstizione si può tracciare difficilmente, per il fatto che qualsiasi atto religioso diventa ‘superstizioso’ agli occhi di chi lo guarda senza credere”. Tuttavia, per chi sappia percorrere le ardite ma insieme semplici vie del simbolo, sia esso un intellettuale o un illetterato, quel piccolo oggetto diventa una bellissima seppure minuscola icona in cui viene racchiusa e rappresentata tutta intera la storia della salvezza. Per dirla sempre con Guitton: “In essa si trova riassunta l’essenza del mistero di Cristo ritratto nel cuore di Maria”.
Vediamo dunque di ripercorrere anche noi questo itinerario spirituale. L’Immacolata, promessa ai nostri progenitori caduti nel peccato, quella Donna che avrebbe schiacciato la testa al serpente, non è solo venuta, ma ora è stata assunta in Cielo da dove, gloriosa, intercede per noi come mediatrice di luce e di grazie divine. La sua umanità pienamente realizzata aiuta a sorreggere le nostre, ancora in faticoso cammino fra i mali del mondo. Dobbiamo rendercene conto, ricorrere a Lei e invocarla come Lei stessa ci ricorda di fare.
Il resto della medaglia ci fa penetrare ancor più profondamente nel mistero da cui trae origine tutto questo. Maria è divenuta tale perché ha saputo aderire al progetto divino di salvezza. Così, in Lei il Verbo divino si è incarnato e poi, accettando di morire in croce, ha portato su di sé l’intero peccato del mondo riscattandolo e vincendolo definitivamente nella risurrezione. Quel sì di Maria è stato dunque decisivo: per questo la croce si intreccia al monogramma del suo nome e da esso si innalza. Una salvezza per l’umanità concepita e voluta anzitutto come dono d’amore: ce lo indicano i due cuori, quello di Gesù che ha accettato di immolare se stesso, e quello di Maria che ha accettato di partecipare senza riserve a questo mistero di morte e risurrezione. Così, il peccato delle origini è stato riscattato; così, il regno di Dio è già presente in mezzo a noi. Anche se sarà pienamente svelato con il ritorno glorioso di Cristo descritto nell’Apocalisse: ma già anticipato nel simbolo all’interno della medaglia. Maria mediatrice della luce che irradia dalle pietre preziose che ornano le sue dita, è già infatti il simbolo della Gerusalemme celeste, è la Donna dell’Apocalisse vestita di sole. Le dodici stelle che sul retro incorniciano il mistero della Madre e del Figlio illuminano al contempo tutta la storia della salvezza: la promessa di redenzione annunciata nel Genesi, si mantiene viva nella fede dei dodici Patriarchi e nell’alleanza con le dodici tribù di Israele. Questa promessa realizzatasi con la morte e la risurrezione di Gesù diffusa nel mondo dai dodici Apostoli e dalla Chiesa loro erede, risplende ora alla luce delle dodici stelle che ne disvelano il compimento. Sono quei nuovi cieli e quelle nuove terre che consacrano Gesù Re dell’universo e glorificano pienamente anche la Madre sua.
Nell’attesa, noi possiamo intanto pregare e, con fondamento, sperare: sollecitati, confortati e aiutati anche da una piccola “miracolosa” medaglia.

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Una speranza che si apre all’eternità

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

Una speranza che si apre all’eternità
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Il cristianesimo ci svela in che cosa consiste l’aldilà. E annuncia un duplice esito della nostra esistenza terrena, legato all’accoglienza o meno dell’amore di Dio: paradiso o inferno. Con la possibilità “temporanea” del purgatorio…

Una speranza che si apre all’eternità dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti cimiterofedelidefunti

C’è un aspetto della vita degli uomini che mi ha sempre colpito molto ed è la cura per i propri morti che continua anche in questo nostro Occidente in gran parte scristianizzato. E che, dunque, non sembra trovare la sua ragione d’essere solo in una dimensione religiosa esplicita. Credo, invece, che sia il segno di un profondo e radicato bisogno degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo di credere a una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte. Di affermare che quel legame di amore e di familiarità che c’era con chi se ne è andato non si è interrotto del tutto e che in una qualche forma continua a sopravvivere. Tanto che i morti non solo li andiamo a trovare al cimitero per omaggiarli con la nostra visita, cosa abbastanza incomprensibile se si trattasse solo di un cadavere in putrefazione. Ma appartiene all’esperienza comune sentirli in qualche modo ancora vivi e comunque in grado di ascoltarci e di accogliere i nostri sfoghi oppure le nostre richieste d’aiuto. Chi infatti, non ha mai invocato la protezione, per esempio, dei genitori che non ci sono più ma che pure speriamo possano ancora in qualche modo prendersi cura di noi?
Una sorta di istinto, dunque, quello di proiettare la vita oltre la morte o forse un’intuizione che gli uomini hanno colto fin dai bagliori dell’umanità come testimoniano ovunque nel mondo le tante scoperte archeologiche di culto dei morti e degli antenati. E come confermano anche le tante filosofie che si sono succedute nel corso dei millenni e che hanno dato praticamente per scontata l’immortalità dell’anima cioè almeno della parte spirituale dell’uomo.
Il cristianesimo in questo senso non ha fatto altro che confermare quella che era già credenza comune, facendoci conoscere però molte altre cose su quel mondo misterioso che segue alla morte. Anzitutto facendoci capire bene, nella sua Scrittura Sacra e per bocca di Gesù stesso, in che cosa consista questo aldilà. Poi, introducendo una novità assoluta e cioè quella risurrezione della carne che, anticipata in Gesù e in Maria, avverrà per tutti alla fine del mondo, accompagnata da quella prospettiva di trasfigurazione totale anche della materia che darà vita a cieli nuovi e nuove terre.
Il guaio è che, nonostante tutta questa ricchezza di conoscenze e di stimoli per la riflessione, oggi l’argomento “aldilà” è di fatto spesso trascurato anche all’interno del cattolicesimo. Se ne parla poco, infatti, persino nella predicazione, sicuramente se ne parla assai meno di quando in tempi non poi così remoti, la morte con quel che segue costituiva nella coscienza comune una parte essenziale della vita con la quale fare i conti senza troppi pudori, fin dall’aldiqua. Penso che ciò sia l’ennesimo frutto dell’influenza divenuta sempre più forte, nel corso degli ultimi decenni, della mentalità prevalente. E cioè di una visione dell’esistenza che, concentrata in modo esasperato, talvolta spasmodico, sulla vita, non vede altro che l’orizzonte terreno e dunque è praticamente costretta ad accantonare il pensiero della morte. La quale in questo modo è vista, essendo venuta meno una corretta visione religiosa, non come un passaggio verso la vita vera e cioè quella eterna, ma come la fine di tutto e dunque da evitare e da temere come il male assoluto. Ponendola quindi drasticamente alla porta, salvo poi farla rientrare dalla finestra manipolandola a piacimento come una cosa di cui essere padroni, cercandola volontariamente in quel suicidio assistito che è l’eutanasia, ultima tappa sulla via di quella perdita del senso del sacro che caratterizza purtroppo questa nostra epoca.
Cosicché, si ha l’impressione che, nel giusto tentativo di contrastare e di combattere l’eutanasia, qualche volta anche i cattolici rischino di concentrarsi talmente sulla difesa della vita terrena da quasi scordarsi che ne esiste anche un’altra sulla quale alla fine puntare. E che dunque, nella ricerca di distinguere bene che cosa sia accanimento terapeutico e che cosa sia invece lo sforzo di preservare fino al suo termine naturale la vita umana e la sua dignità, occorra fare molta attenzione per non incorrere, magari in buona fede, in una visione di quest’ultima – cioè della vita stessa – parziale e limitata. Sì, perché non solo non dovremmo, almeno noi credenti, aver paura di parlare della morte ma, anzi, abituarci a guardarla intravedendo tuttavia anche quanto le sta dietro. E questo perché, come l’esperienza ha sempre confermato, guardare alla morte e all’aldilà non solo non ci rende tristi ma, al contrario, è l’unica cosa che è in grado di dilatare fino ai suoi estremi quella speranza che nasce dal credere. E questo perché essa, seguendo la fede nel suo percorso che va oltre la fine terrena, giunge fino a quella eternità di vita beata che è l’unica in grado di rispondere davvero ai desideri del nostro cuore.
Con una avvertenza però. E cioè che se si assume la prospettiva cristiana in questo campo, occorre abbracciarla totalmente senza operare sconti. Accettarla, cioè, anche per quegli aspetti che oggi invece molti pongono in discussione. Per quelli belli e desiderabili, dunque, ma anche per quelli negativi.
Intendiamo riferirci in particolare a quell’inferno che infastidisce tanti. I quali, anche quando giungono ad ammetterne l’esistenza, contestano il fatto che esso ospiti davvero qualcuno. Ma come, si chiedono costoro, davvero quel Dio che Gesù ci ha rivelato Padre buono e che la Chiesa ci presenta come somma misericordia potrà condannare qualcuno a una pena eterna? E invece è così, come ribadisce spesso anche il magistero della Chiesa.
Il problema è che l’inferno è una necessità che si collega direttamente a come è stata concepita da Dio stesso questa nostra vita umana strutturata nella libertà di sceglierlo oppure di rifiutarlo. Rifiutarlo, però, con piena coscienza e deliberato consenso, come si diceva una volta riguardo alle condizioni che ponevano in essere un peccato mortale, quello cioè che se non confessato e assolto porta appunto alla dannazione. È sperabile, dunque, che non siano poi molti coloro che si mantengano in una scelta di rifiuto che sia davvero pienamente cosciente e libera fino all’ultimo istante della loro vita. Anche perché la fede ci dice che la misericordia divina bussa in mille modi e in continuazione al nostro cuore non abbandonando mai nessuno. Poi, però, chi avrà resistito nella sua posizione di lucido rifiuto di Dio finirà in quell’inferno che in fondo ha voluto. Il quale non sarà altro che la continuazione per l’eternità proprio di questo stesso rifiuto. E purtroppo, dispiace dirlo, spesso i veggenti delle apparizioni mariane hanno visto questo inferno pieno di anime e a suor Faustina Kowalska Gesù ha chiarito bene che occorre attingere alla sua misericordia in vita perché dalla morte in poi sarà la giustizia ad avere la meglio.
E poi, come sappiamo, ci sono il purgatorio e il paradiso. Anche il purgatorio è una necessità che discende dal fatto che per partecipare con pienezza alla vita divina occorre avere operato quella purificazione che ce ne rende capaci, avere cioè compiuto l’intero itinerario previsto dalla redenzione operata da Gesù. In purgatorio, lo sappiamo, si è già in vista di Dio e questo è moltissimo, ma sarà necessario completare quel cammino verso di lui, quella comprensione e partecipazione profonda del Mistero che in vita non si è attuato. Quella del purgatorio è una intuizione che anche altri itinerari spirituali hanno avuto, a dimostrazione della sua necessità logica una volta entrati nell’ottica della possibilità di una crescita spirituale progressiva da parte dell’uomo. La reincarnazione, in fondo, risponde proprio a questo bisogno: occorre un itinerario di purificazione attraverso varie vite per giungere alla illuminazione. Per questo i santi accettavano ogni croce, perché sapevano che il cammino compiuto su questa terra li avrebbe portati da subito, dopo la morte, più vicini a Dio e dunque a quella beatitudine che chiamiamo paradiso.
Sì, quel paradiso che è il culmine della nostra speranza e, in essa, anche della nostra gioia. Non è facile immaginarlo proprio perché noi qui su questa terra non riusciamo a fare un’esperienza in cui sullo sfondo non stiano il senso del limite, della fine, della sofferenza. Forse, a tratti, possiamo intuirlo in alcuni momenti particolarmente felici, in quegli istanti di pura contemplazione che qualche volta Dio ci regala. Ma poi, si torna inevitabilmente alla nostra realtà umana, intrisa di bene e di male.
E invece il paradiso sarà questa partecipazione piena, questa comprensione totale tra tutti noi e con Dio. Sarà la fine dei conflitti, delle contraddizioni e delle incomprensioni, l’amore vissuto in pienezza senza ostacoli e senza limiti. Non è immaginabile nulla di più bello, nulla di più desiderabile. La nostra esperienza attuale è così lontana da esso che ci vuole un po’ di coraggio per crederci davvero. Ci vuole un po’ di applicazione per entravi dentro con il pensiero e per abbandonarvisi. Ma conviene farlo, perché se ne ritorna caricati e rigenerati non solo nello spirito.
Ma non è ancora tutto perché c’è un altro aspetto della fede cristiana davvero sorprendente. Se infatti, quell’aldilà che abbiano tentato di abbozzare con qualche limitata espressione è il regime che vige fino alla fine del tempo poi, a questo, qualche altra cosa si aggiungerà. Sarà la risurrezione dei corpi, sarà la trasfigurazione del mondo intero, sarà una sorta di purificazione globale che riguarderà l’intera creazione. Ci è difficile andare oltre nel dire. Mancano le parole per definire tutto ciò che pure con certezza appartiene alla fede. Possiamo intuire qualcosa guardando a Gesù risorto. A quelle sue possibilità di dominare la materia, entrando e uscendo dal suo corpo ma anche dai muri del cenacolo. Una identità precisa, ma non sempre sulle prime immediatamente riconoscibile. Oppure guardando a Maria, che nella sue apparizioni assume fisionomie diverse, segno anch’esse di una libertà di tipo nuovo di fronte alla materia rispetto a quella che sperimentiamo in questo nostro mondo.
Ma si tratta solo di qualche frammento di luce, solo di qualche flash anticipatore. Sufficiente tuttavia per farci capire che qualcosa di misterioso avverrà affinché questa creazione – gesto di profondo amore del Padre unito al Figlio e allo Spirito, motivo della incarnazione e della redenzione – partecipi tutta, uomo compreso, alla grande festa dell’eterna e beata vita divina. 

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Il Cuore Sacro e Misericordioso di Gesù

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2012

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Simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, il Cuore di Gesù è oggetto di una diffusa devozione popolare. Ma anche segno della vera fede in Dio misericordioso e buono.
Ciò che non ha capito il Giansenismo.

Tra le devozioni, vie facili eppure importanti di rapporto con il divino, spesso Suggerite dall’Alto tramite rivelazioni private, riconosciute dalla Chiesa, occupa un posto preminente la devozione al Sacro Cuore di Gesù che si intreccia strettamente a quella di Gesù misericordioso. Vediamo come sono nate e quale sia il loro significato.
Da sempre la fede nella incarnazione del Verbo di Dio in Gesù di Nazareth morto, risorto e infine asceso al Cielo, ha portato non solo a riconoscere la pienezza in Lui delle due nature, quella divina e quella umana, ma anche ad adorare questo corpo glorioso in Paradiso e, insieme, realmente presente nella Eucaristia.
Per aiutare e confermare questa nostra fede in Cristo Redentore e Mediatore, la pietà divina nel corso di duemila anni ha spesso inviato segni straordinari di cui rimangono importanti tracce. Basterà, per esempio, ricordare il miracolo eucaristico di Lanciano: il pane e il vino appena consacrati da un monaco delI’VIII secolo, che dubitava della presenza reale, si trasformarono in carne e sangue.
Conservatisi intatti per oltre dodici secoli, passarono nel 1970-71 e poi ancora nel 1981 al vaglio della scienza che non solo confermò che si trattava di vera carne e di vero sangue, ma che la carne era costituita da tessuto cardiaco (in sezione sono presenti miocardio, nervo vago, ventricolo sinistro) e il sangue da plasma umano dello stesso gruppo di quello presente sulla Sindone.
Una testimonianza sconvolgente, se appena ci lasciassimo coinvolgere. Ma, come dice Pascal, “vi è abbastanza luce per chi vuoi vedere e abbastanza tenebre per chi non vuoi vedere”.
Questo Cuore di Gesù che opera silente, eppure straordinariamente presente, da un’altra manifestazione straordinaria di sé nella Francia del ’600 che iniziava ad essere percorsa dal gelido brivido del Giansenismo. Si trattava di una sorta di riscoperta del divino in chiave di timore, un rispetto trepido che sfociava in una ricerca di purezza che si faceva lontananza, mancanza di confidenza, di abbandono, e che infatti la Chiesa condannerà.
Ebbene,  proprio in quegli anni, in un convento di Visitandine di Paray-le-Monial, un’umile suora, Margherita Maria Alacoque, verrà ripetutamente visitata da Gesù che le affiderà la missione di richiamare la Francia e il mondo “alle meraviglie del suo amore, ai segreti inesplicabili del Sacro Cuore”. “Il mio divin cuore” le dirà “è così appassionato d’amore per gli uomini che, non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le espanda”. È il linguaggio del Cantico dei Cantici, dell’innamorato che insegue la sulammita fino a possederla; del Vangelo che porta memoria di quel discepolo, tanto amato da Gesù, che gli appoggia il capo sul petto, presago della passione che attende il Maestro. È certamente il ribaltamento dell’ottica giansenista. È la riaffermazione di un Dio vicino, che vuoi dare e ricevere amore in un rapporto libero e, proprio per questo, appassionato e coinvolgente. Una successiva visione a santa Alacoque, ci lascerà un segno anche visivo di quell’Amore che ha nel cuore il suo simbolo principale. Il Cuore divino apparirà su un trono di fiamme più raggiante del sole, trasparente come il cristallo, circondato da una corona di spine e sormontato da una croce. Elementi che indicano la gloria della risurrezione ma che ricordano al contempo il passaggio doloroso della passione e della morte. Pio X, nel 1920, proclamerà santa la veggente; Pio XI, nel 1928, estenderà alla Chiesa universale la festa del Sacro Cuore, che Gesù stesso aveva chiesto fosse celebrata il venerdì che segue l’ottava del Corpus Domini, con un significato riparatore delle offese ricevute sotto le specie eucaristiche.
Solo tre anni dopo quella decisione di Pio XI, a un’altra umile suora di un convento polacco, suor Maria Faustina Kowalska, veniva concesso un altro segno straordinario legato al Cuore di Gesù. Agli uomini del XX secolo, stretti tra i massacri di due guerre mondiali, che avrebbero conosciuto gli orrori del marxismo e del nazismo, Gesù voleva ricordare che si può sperare, che esiste un rifugio sicuro contro l’angoscia individuale e collettiva, che vi è la possibilità di ricevere e di dare perdono, che Dio è misericordia che si esprime tramite il Cuore di Gesù. A suor Faustina il Signore apparve vestito di una veste bianca, una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi, leggermente scostata, lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. “I due raggi – Gesù le spiegò – rappresentano il sangue e l’acqua. Il raggio pallido rappresenta l’acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il sangue che è la vita delle anime. Entrambi i raggi uscirono dall’intimo della mia misericordia, quando sulla croce il mio Cuore già in agonia venne squarciato con la lancia”. Gesù chiede alla veggente di dipingere un’immagine secondo il modello della visione con sotto scritto “Gesù, confido in te”.
E aggiunge il desiderio che venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua: questa domenica avrebbe dovuto essere proclamata la Festa della Misericordia. In quel giorno la Chiesa leggeva il Vangelo di Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza. L’immagine rappresenta così il Salvatore risorto che porta agli uomini la pace e la speranza con la remissione dei peccati ottenuti mediante la sua morte in croce.
I tempi del riconoscimento ufficiale saranno, in questo caso, più brevi. Suor Faustina, morta nel 1938, verrà beatificata da Giovanni Paolo II nel 1993, canonizzata nel 2000 e nel 1994 la Congregazione per il Culto approverà la Messa votiva.
Quel Cuore pieno di amore così spesso incompreso, riproposto all’attenzione del mondo nel Seicento tramite Margherita Maria, si svela, dunque, come infinita misericordia nel Novecento tramite Faustina. In entrambi i casi un richiamo potente al fatto che al centro del Mistero cristiano non sta un Dio impassibile, lontano ordinatore del mondo, ma il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo.
Quel Dio che, con il suo Cuore divino-umano, cerca ogni uomo per inserirlo nella stessa vita divina, per trasmettergli il suo Santo Spirito.
Per questo nel cristianesimo non sono necessarie tecniche di ascesi raffinate e particolari. Uno solo è il segreto che tutto muove: corrispondere umilmente a questo amore che viene rivelato, fidarsi e abbandonarsi ad esso. Basta avere un granello di fede: allora sarà possibile, per Grazia, giungere a spostare pure le montagne.
Questa è anche la logica sottesa alle promesse collegate alle visioni delle due suore. Alla prima. Gesù raccomandò di diffondere la pratica dei primi venerdì del mese e dell’ora santa di adorazione. Alla seconda, chiese di promuovere il culto dell’immagine di Gesù misericordioso. In entrambi i casi, promise ai devoti la salvezza eterna e molte grazie in vita.
Spesso le critiche si sono scagliate contro queste pratiche, giudicate una sorta di patto di scambio un po’ banale legato a forme di spiritualità infantile e superate. È proprio vero? O non si tratta piuttosto del modo di agire di un Dio che non vuole spegnere il lucignolo fumigante? Un Dio che propone vie semplici (come, appunto, la pratica dei primi venerdì del mese o il culto reso tramite un’immagine alla sua misericordia) a una fede incerta e traballante come appunto quella di una fiammella così piccola che rischia continuamente di spegnersi? La nostra umanità ha necessità di segni, di eventi tangibili che parlino allo spirito anche attraverso i sensi, di piccoli gesti dalle conseguenze profonde.
II Signore che ci ha fatto ben lo sa. Per questo sbriciola per noi in piccoli bocconi il pane della salvezza, affinché ci sia più facile cibarci e con essi nutrirci.

di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

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Quelle frecce lanciate verso il cielo

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2012

Dal cuore umano a quello divino, una via per imparare a vivere in intimità con Dio. Ecco lo scopo delle giaculatorie.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

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Vi è una devozione semplice, alla portata di tutti, assai breve per il tempo che richiede, eppure molto efficace nei suoi risultati. Avrete già capito che intendiamo riferirci alla giaculatoria. Da dove proviene questo strano nome? Da jaculum che in latino significa « freccia ». Sì, questa forma di preghiera è sempre stata intesa come un dardo che il cuore umano lancia verso il Cielo. È evidente che non ci si riferisce al cielo fisico, ma a tutto ciò che rappresenta, con una sola parola, il Mistero divino.
La Rivelazione biblica prima, gli eventi riguardanti la vita di Gesù poi, hanno insegnato ai cristiani che il rapporto con Dio passa in modo privilegiato attraverso la persona del figlio che si è incarnato, è morto per noi ed infine è risorto. Anche per questo noi possiamo raffigurare le nostre preghiere come frecce che salgono dal nostro cuore fino a colpire quello di Gesù. E, dunque, il cuore stesso della Santa Trinità. Ci sono alcune giaculatorie che possiamo considerare classiche. Si tratta in genere di quelle tratte direttamente dalla Scrittura. Tanto per citarne alcune, le parole suggerite da Elia a Samuele: « Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta »; quelle usate da Maria per rispondere a Gabriele: « Ecco, sono la serva del Signore »; oppure quel grido, che è insieme di stupore e di gioia, sgorgato spontaneo ed improvviso dalle labbra dell’apostolo Tommaso: « Mio Signore e mio Dio », quando Gesù risorto ha la pazienza non solo di mostrare, a lui dubbioso, le sue piaghe, ma anche di fargliele toccare.
Non è forse vero che già fare nostre queste tre semplici espressioni e ripeterle spesso dal profondo del cuore equivarrebbe a vivere con apertura e pienezza la nostra fede?
Esse, infatti, rappresentano da sole un compendio del modo giusto di porre il nostro rapporto con Dio: « docilità fiduciosa » e insieme un riconoscimento del mistero di salvezza operato in Gesù.
Ma le giaculatorie offrono delle possibilità praticamente inesauribili, perché accanto a quelle « codificate » ci sono le infinite altre che sgorgano spontaneamente dal cuore di ognuno di noi ogni volta che entriamo in contatto cosciente con il Mistero che al contempo ci supera e ci penetra.
Alla fine, diventando una santa abitudine, entrano fin nelle pieghe più profonde del nostro essere ottenendo il risultato che il nostro cuore sia sempre unito a Cristo anche quando stiamo svolgendo i compiti quotidiani della vita. Compiti che solo apparentemente sembrano distrarci, distoglierci da questa intimità profonda con Dio alla quale siamo chiamati e che costituisce lo scopo e la gioia della nostra vita. Perché, come ha sottolineato forse meglio di altri Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, rivalutando con pienezza la vocazione laicale, è proprio assumendo la realtà nelle sue espressioni quotidiane, dalle più semplici e oscure alle più complesse e importanti, che noi ci santifichiamo e insieme trasformiamo il mondo, contribuendo così alla nostra salvezza e allo sviluppo del Regno.
Così, mentre la preghiera liturgica, i sacramenti, la lettura e l’assimilazione della Parola di Dio sono la trama di base che ci prepara a vivere questo impegno nella realtà alla quale siamo chiamati, a realizzare la volontà di Dio così come essa per noi concretamente si manifesta nel quotidiano, le giaculatorie, questi slanci del cuore verso l’oggetto più caro, rendono attuale la fede, accompagnandola e sostenendola lungo il succedersi delle ore. Esse potranno sollevarci dal peso del dolore e dall’angoscia  quando incontriamo la croce: « Gesù aiutami », « Gesù mi unisco a te », « Gesù, ti offro tutto me stesso », « Gesù abbi pietà di me »… Potranno dare espressione alla nostra gioia quando essa si fa piena fino a traboccare: « Mio Dio, ti amo », « Grazie, Signore, grazie di tutto », « Mio Dio, mio Dio », come ripeteva sempre san Francesco… Potranno in ogni caso richiamarci con semplicità alla coscienza di far parte di un grande mistero che sappiamo essere un mistero d’amore.
Così, ognuno di noi potrà raccogliere ed esprimere al momento opportuno quell’espressione che gli sgorga dal cuore, quella preghiera veloce, quella freccia lanciata per se stessi o per gli altri fino al cuore di Dio. Per coltivare così la presenza della grazia, la convinzione che, uniti a Gesù, e attraverso di Lui al Padre, viviamo davvero immersi nello Spirito che opera in continuazione in ogni persona, in ogni angolo del mondo, in ogni istante della storia.

RICORDA
« Gli autori ascetici, i santi, la Chiesa s’accordano nel raccomandare l’uso delle giaculatorie come una delle pratiche più facili, poiché non richiede tempo e può essere intercalata fra tutte le nostre occupazioni anche le più intense, mentre è particolarmente efficace nel mantenere e rafforzare l’unione con Dio, nell’implorare l’aiuto della Grazia nelle difficoltà e nel ritemprare l’anima nei momenti di sconforto e di abbattimento. Nei momenti di aridità, quando altre forme di preghiera divengono difficili, le giaculatorie aiutano l’anima nel mantenere il contatto con Dio e la preservano dalla tiepidezza ».

(Luigi Morstabilini, v. Giaculatorie, in Enciclopedia Cattolica, vol. VI, coll. 336-337).

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