La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti

Posté par atempodiblog le 9 juin 2026

La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti
Menzionato da Papa Leone XIV nel corso del suo viaggio in Spagna, questo genere di natura religiosa e popolare è una forma musicale legata alle cerimonie quaresimali, soprattutto a quelle della Settimana Santa
di Eugenio Murrali – Vatican News

Padre mio il Nazareno

Nel suo discorso di domenica 7 giugno, durante l’incontro Tessere reti con il mondo dell’arte, della cultura, dell’economia e dello sport, al Movistar Arena di Madrid, Papa Leone ha fatto riferimento alle “saetas” un genere particolarmente popolare in Spagna. Nel suo discorso il Pontefice ha detto che “tessere reti significa creare insieme”. Tra le produzioni artistiche, che mostrano “il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza”, Leone XIV ha ricordato – oltre ad alcuni classici come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila, Calderón de la Barca – anche le saetas: “Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapevolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di ‘saeta’ durante la Settimana Santa”.

Un genere amato e popolare
“Cammina lento e stanco/ Padre mio il Nazareno/ quanto martirio ho qui cantato/ alzato sul palo / sembra un giglio spezzato”, recita il testo di una saeta flamenca, studiata dall’etnomusicologa Eloisa Zoia. Le “saetas” appartengono alla tradizione orale e sono una particolare espressione di canto, generalmente monodica, raramente dialogica, che ha avuto il suo maggiore sviluppo nella Spagna del sud, in particolare in Andalusia, a partire dal Cinquecento. Sono eseguite durante la Settimana Santa e, talvolta, in altri momenti della Quaresima.

La parola deriva dal latino “sagitta”, “freccia”, forse a indicare l’acuto dolore che il saetero esprime levando la sua voce penetrante per onorare la sofferenza di Cristo. Due sono le principali famiglie di questo genere: le saetas antiguas e le saetas flamencas. Le prime, come dice il nome, risalgono ai tempi più lontani, mentre le seconde hanno fatto propri alcuni tratti del repertorio del flamenco e questo ha facilitato la loro diffusione e le ha rese molto amate.

Le “saetas” più antiche e quelle afflamencate
Le varianti più antiche del genere, spiega Zoia, continuano oggi a essere recitate nei piccoli centri. Questi canti, che hanno di solito una struttura molto semplice e non prevedono accompagnamento musicale, si sono però trasformate nel tempo. In particolare nel ventesimo secolo, l’influenza del flamenco ha arricchito le saetas di melismi e altri abbellimenti e le ha fatte apprezzare anche ai ceti meno popolari. Oggi sono queste ultime, le saetas flamencas, a essere eseguite nelle città maggiori. Sono le confraternite a organizzarle, chiedendo saeteros professionisti di eseguire questi canti in determinati momenti della processione.

Ma oltre alla dimensione performativa, c’è un fortissimo senso di devozione nella saeta. C’è chi, volendo rendere grazie a Gesù, pur non essendo un cantante di mestiere, si prepara duramente per rendere il proprio omaggio, ci sono scuole in cui si studia questo genere fin da bambini. Ed è questa natura trasversale, questo coinvolgimento complessivo l’aspetto più significativo delle saetas.

Ispirazione per grandi artisti
La “saeta” è stata capace di impressionare negli anni diversi artisti. Tra questi, il jazzista statunistense Miles Davis, nel suo Sketches of Spain, del 1960, incise un brano, Saeta, dedicato al genere, e cercò di rendere strumentalmente quella voce che raccontava la Passione di Cristo.

“Da un punto di vista jazzistico – chiarisce Zoia – prende la base e improvvisa dei melismi, degli abbellimenti sulla scala flamenca, e lo fa con la tromba, solamente a livello musicale a livello melodico, senza aggiungere il testo, che pure è una parte importante della saeta, perché è la parte più legata all’espressione del sentimento religioso”. La studiosa ricorda inoltre la poesia di Antonio Machado, dedicata a questo genere e musicata da Joan Manuel Serrat: “Oggigiorno è una delle versioni di saeta più importanti in tutta la Spagna, tutte le bande la hanno nel repertorio e la suonano costantemente durante le processioni”.

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Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù

Posté par atempodiblog le 29 mars 2026

Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù
di Padre Livio Fanzaga

Scolpisci sul tuo cuore la passione di Gesù

La Settimana Santa si apre con la lettura solenne della Passione del Signore, perché non possiamo comprendere il mistero della Redenzione senza essere messi di fronte all’oceano di dolore nel quale il Figlio di Dio è stato immerso a causa dei nostri peccati.

Hai notato, caro amico, come la Passione sia costantemente all’orizzonte del Vangelo? Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù la profetizza e perfino la anticipa nelle sue sofferenze quotidiane. I tre anni di apostolato di Gesù sono come una grande introduzione al dramma della Passione. La meta ultima del suo pellegrinare fra le contrade della Palestina è la città Gerusalemme, dove l’Agnello di Dio sarebbe stato sacrificato per togliere il peccato del mondo.

Potremmo dire che l’Incarnazione è in vista della Passione. Nella mangiatoia è già prefigurata la Croce. Nei panni in cui il Bambino è avvolto è già anticipata la Sindone.
È la Passione il culmine della Redenzione. È la Passione la chiave di ingresso nella gloria della resurrezione. È nel dolore che siamo stati redenti. È nelle lacrime e nel sangue che siamo stati partoriti a vita nuova.

La Passione di Gesù deve essere presente alla nostra mente ogni giorno dell’anno. Scolpiscila con caratteri di fuoco sulle pareti del tuo cuore.

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L’Ora Santa

Posté par atempodiblog le 17 avril 2025

L’Ora Santa
Fonte: Parrocchia Santa Maria Goretti di Cesenatico

L’Ora Santa dans Paray le Monial Ges-nell-orto-degli-ulivi

Significato e origine della devozione
L’Ora santa è uno strumento di riparazione per i peccati e consolazione di Gesù lasciato solo dai suoi discepoli nell’orto degli Ulivi e da noi nel tabernacolo; trae origine proprio nella preghiera che egli fece alla vigilia della sua morte, nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo. Questa forma di preghiera è stata chiesta da Gesù stesso alla sua diletta discepola Margherita Maria Alacoque (1647-1690).

La Santa riferisce la rivelazione, nella sua autobiografia, con le seguenti parole: «Stavo un giorno in orazione e considerando attentamente l’unico oggetto dell’amor mio nell’orto degli Ulivi, immersa in una profonda tristezza e sentendomi accesa dal desiderio di aver parte alle sue angosce, Gesù mi disse amorevolmente: «È qui che internamente ho sofferto più che in tutto il resto della mia passione, vedendomi nell’abbandono del cielo e della terra, carico dei peccati di tutti gli uomini… Tutte le notti dal giovedì al venerdì ti farò partecipe alla stessa tristezza mortale che volli provare nell’orto degli Ulivi, e questa tristezza ti condurrà, senza che tu lo possa comprendere, a una specie di agonia più dura da sopportare della morte. E per unirti a me, nell’umile preghiera che presenterai al Padre mio in mezzo a tutte quelle angosce, tu ti alzerai fra le undici e mezzanotte, per prosternarti, per un’ora con me, con la faccia a terra, sia per calmare la collera divina, chiedendo misericordia per i peccatori, sia per addolcire, in certo modo, l’amarezza che sentivo per l’abbandano dei miei Apostoli, che mi obbligò a rimproverarli di non aver potuto vegliare un’ora con me».

Come si pratica
Seguendo l’invito di Gesù, si consiglia di compiere questa pia pratica la notte di giovedì tra le undici e mezzanotte, o almeno la notte del primo giovedì del mese. In particolar modo la sera o la notte del Giovedì Santo è il momento più indicato, davanti all’altare della reposizione.
Benché sia preferibile che la veglia si svolga in chiesa, in adorazione davanti a Gesù sacramentato, si può comunque pregare in qualunque luogo: anche in casa propria andando Spiritualmente ai piedi del tabernacolo. Quanto al modo di praticarla, si invita a meditare l’agonia del Getsèmani e la rinnovata agonia per trascuratezza nel tabernacolo.
A tal proposito attingiamo i brani per la meditazione dell’Ora santa dalle pagine di diario di suor Josefa Menéndez, alla quale nel 1923 il Signore raccontò ciò che visse, durante la passione, dalla Cena del giovedì alla morte di croce. Sono pagine sublimi dalle quali attingiamo solo alcuni brani (tratti da Invito all’Amore, cod. 8251, Editrice Shalom), per cui si consiglia non una semplice lettura frettolosa bensì lenta e meditata, affinché sia vera preghiera il tempo necessario è stato calcolato di circa un’ora. Le pause suggerite sono un invito al raccoglimento.

Continua su Freccia dans Preghiere Parrocchia Santa Maria Goretti di Cesenatico

Divisore dans San Francesco di Sales

Inoltre

Freccia dans Quaresima Nella prigione sotterranea (Santa Faustina Kowalska)

Freccia dans Santa Margherita Maria Alacoque Gesù a Maria Valtorta: “Io mi sono ripetuto i vostri nomi”

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San Disma, la speranza passa dalla croce

Posté par atempodiblog le 25 mars 2025

San Disma, la speranza passa dalla croce
Oltre all’Annunciazione la Chiesa celebra oggi san Disma, il buon ladrone che si convertì in punto di morte confessando la regalità di Gesù e avendo in premio la vita eterna. Un santo perfetto per riscoprire la speranza, tema di questo Giubileo.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

San Disma, la speranza passa dalla croce dans Commenti al Vangelo Tiziano-Il-buon-ladrone

Il nostro mondo secolarizzato sta perdendo progressivamente la speranza e non sa bene più neanche cosa significhi. Il termine, speranza, viene ancora usato in tante circostanze, ma molto spesso in una dimensione puramente orizzontale e perfino “sperando” fini non buoni. Ma ci viene in soccorso il Catechismo della Chiesa Cattolica, che all’inizio del numero 1817 spiega: «La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo». Questa è l’unica speranza che non delude, come già scriveva san Paolo (Romani 5,5), e come ricorda l’incipit della Spes non confundit, la bolla di indizione del Giubileo del 2025.

I santi, da amici di Cristo, sono coloro che più di altri hanno nutrito questa speranza: chi dalla primissima infanzia, chi magari dopo una conversione in età matura, chi addirittura nell’ultimissimo tratto della vita terrena. L’esempio più clamoroso è quello del buon ladrone, uno dei due malfattori crocifissi assieme a Gesù e che il Martirologio Romano commemora oggi, 25 marzo, stesso giorno dell’Annunciazione del Signore. Un santo in buona sostanza canonizzato da Gesù stesso, con le famose parole trasmesse dall’evangelista Luca («In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso»), che ci permettono di afferrare un po’ il senso dell’infinita misericordia di Dio.

Di questo santo sono stati tramandati diversi nomi, di cui uno dei più noti è certamente Disma (Dimas in spagnolo e portoghese). Dai Vangeli sappiamo poco di lui, ma tanto basta per capire – a una lettura incrociata – quale profondo atto di contrizione e umiltà dovette fare sulla croce, in quel lasso di tempo tra la crocifissione e la morte di nostro Signore, ossia tra le nove del mattino e le tre del pomeriggio. Almeno all’inizio di quel lasso di sei ore, il futuro santo non diede grande prova di sé, anzi peggiorò la sua condizione di peccatore. Da san Matteo (27,44) e san Marco (15,32) sappiamo infatti che anche il buon ladrone si associò a quanti insultavano Gesù in croce.

Ma la mansuetudine, la divina pazienza mostrata da Gesù lungo tutto il tempo della crocifissione, il perdono invocato sui propri persecutori («Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»; Lc 23,34) e, ancora, l’intercessione di Maria Santissima ai piedi della croce, evidentemente, a un certo punto toccarono nell’intimo il cuore di Disma.

San Luca, di fatto integrando il racconto degli altri due sinottici, ci restituisce in pochi ma incisivi versetti la conversione vissuta in croce dal buon ladrone, basata su alcuni grandi capisaldi che già i Padri della Chiesa non hanno mancato di esaltare: il pentimento, la correzione fraterna, la confessione delle proprie colpe, il riconoscimento non solo dell’innocenza di Gesù ma perfino della sua regalità; e questo proprio quando nostro Signore – crocifisso, flagellato, coronato di spine, deriso e oltraggiato nei modi più vari – era al culmine della sua umiliazione.

Il buon ladrone – scrive la venerabile Maria di Ágreda nella Mistica Città di Dio – «intuì un barlume di questo arcano», ossia del mistero della Redenzione che Gesù stava mirabilmente operando sul Calvario, mostrando tutto il suo amore per ogni uomo.

In un certo senso, san Disma è stato il perfetto contraltare di Giuda Iscariota. Se il più grande peccato di Giuda fu (più ancora del tradimento) la disperazione della salvezza, si può dire che il più grande merito del buon ladrone fu la speranza, dunque la fiducia che ripose nella misericordia di Gesù. Una misericordia che è immensamente più grande di ogni nostro peccato e che non aspetta altro di riversarsi su ciascuno di noi, purché ci pentiamo e chiediamo perdono. In questo senso, san Disma ci può essere compagno speciale in questo Giubileo dedicato alla speranza, tanto più che in qualche modo l’indulgenza plenaria è “sorella” di quella grazia immensa accordata da Gesù al buon ladrone («oggi sarai con me in paradiso»), sorella della stessa solida promessa di salvezza eterna.

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La festa della Sindone, a Torino un’ostensione multimediale aperta al mondo

Posté par atempodiblog le 16 mars 2025

La festa della Sindone, a Torino un’ostensione multimediale aperta al mondo
Presentate le iniziative speciali collegate alla festa liturgica del sacro lino di Torino nell’anno giubilare. L’iniziativa, dal titolo “Avvolti. Sindone, Speranza, Giubileo”, si avvale delle nuove tecnologie per offrire un approccio inedito dove fede e innovazione si uniscono per arrivare al cuore delle persone. Il cardinale Repole: “Sarà la prima ostensione multimediale della storia”
di Maria Milvia Morciano – Vatican News
Tratto da: Radio Maria

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“Si ricorda anche che alcuni studiosi hanno osservato, mediante un confronto al computer, una perfetta corrispondenza del Volto Santo di Lucca con quello dell’Uomo della Sindone”. (Maria Milvia Morciano)

Quest’anno la memoria liturgica della Sindone, il 4 maggio prossimo, riveste un significato particolarmente intenso perché è racchiusa nell’anno giubilare: i suoi significati di fede e di speranza diventano pertanto più vividi non solo per la città di Torino che la custodisce, ma anche per tutto il mondo che quest’anno potrà parteciparvi grazie alle tecnologie digitali, realizzando un pellegrinaggio virtuale, attraverso programmi dedicati e collegamenti speciali.

Calco della resurrezione
[...] durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative speciali collegate alla festa, dal 25 aprile al 5 maggio, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, custode pontificio del sacro lino, ne ha ricordato l’attualità poiché, mostrando “un Uomo sconfitto dalla storia, vilipeso, torturato e ucciso”, rispecchia i drammatici eventi attuali, guerre ma anche malattie e l’abbandono dei più deboli. Allo stesso tempo, però, il velo è un “invito a vivere una vita nuova” perché è “il calco della resurrezione” e in questo senso apre alla speranza che è sempre “fiducia che tutte le sconfitte della nostra storia non siano l’ultima parola, ma solo nell’orizzonte dell’eternità. È un orizzonte di speranza, quel telo, che ci lascia Gesù, perché ci dice che ci sarà un giudizio sulla storia, di cui molti uomini e donne hanno bisogno”.

La “Tenda della Sindone” accanto alla Cattedrale
Come già preannunciato lo scorso anno, l’ostensione pubblica non avrà luogo, ma le proposte offerte sono diverse: programmi dedicati e collegamenti speciali e, nel centro del capoluogo piemontese, a piazza Castello, proprio dietro la Cattedrale dove è custodita la Sindone, l’allestimento di una “Tenda della Sindone” che durante i giorni della festa accoglierà cittadini e visitatori che avranno così l’opportunità di conoscere il velo sindonico, la sua storia e il suo significato. “C’è un modo laico di avvicinarsi al telo, che porta un interesse – ha osservato il porporato – di tipo scientifico, poi c’è un interesse religioso, che deriva dalla tradizione cristiana, perché sorprendentemente la Sindone dice ciò che dicono i Vangeli rispetto alla morte di Gesù”. L’esposizione è stata allestita in una tenda e non in un luogo sacro, ma “è comunque subito dietro alla cattedrale, dove il telo è conservato – ha sottolineato il cardinale Repole – e direi che permette di immergersi in quella vicenda di cui parla il Nuovo Testamento. Nulla vieta che chi vuole possa poi sporgersi nella cattedrale”.

Un nuovo approccio per avvicinare ancora più persone
Nella tenda sarà esposta, distesa su un tavolo, quasi come su un “tavolo operatorio”, la riproduzione della Sindone a grandezza naturale, che potrà essere “esplorata” illuminando di volta in volta alcuni dei dettagli più significativi: come il Volto, la corona di spine, i segni dei chiodi. Le risorse offerte dalla tecnologia permetteranno di vedere il lino su cui è impresso il negativo fotografico del corpo di Gesù: non sarà esposto, ma fruibile in modo multimediale, “sarà la prima ostensione multimediale della storia” – aggiunge ancora Repole – “che spera, con questo nuovo approccio di avvicinare nuove persone, anche molti giovani”. Infatti, attenzione particolare sarà riservata alle nuove generazioni perché “ci sembrava un modo di concludere un itinerario di catechesi con un taglio esistenziale rivolto ai più giovani – precisa il cardinale – con la consapevolezza che per noi cristiani con loro si gioca una partita nuova, perché la trasmissione della fede come avveniva in passato non è più scontata”.

Per questo motivo, il progetto della diocesi di Torino è stato realizzato, oltre che in occasione dell’Anno giubilare, anche come contributo alla “Festa dei giovani” che conclude il ciclo di catechesi 2024-2025, iniziato l’8 novembre dello scorso anno e giunto alla terza edizione. Guidato dal cardinale Repole, il corso coinvolge i ragazzi delle diocesi di Torino e Susa di età compresa tra i 18 e i 30 anni. L’iniziativa è stata resa possibile grazie al contributo di Regione Piemonte, Città di Torino, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Carlo Acutis.

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Padre Roberto Pasolini: il vero riposo è pace interiore, accogliere ciò che la vita ci dona

Posté par atempodiblog le 14 mars 2025

Provate ad immaginare se un bel giorno vi arrivasse un invito che stavate aspettando da moltissimo tempo, da qualcuno che avevate tanto atteso di incontrare. Una persona al fianco della quale avete tanto desiderato di trattenervi, per stare lungo tempo vicini a parlare. Il giorno in cui quell’invito arrivasse, quanto grande sarebbe la vostra gioia? La morte è l’invito di Dio ed è con questa gioia in cuore che io la attendo. Io so bene quanto Dio sia buono e bello e con quanta tenerezza Egli si prenda cura di me”.

di Takashi Paolo Nagai

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Padre Roberto Pasolini: il vero riposo è pace interiore, accogliere ciò che la vita ci dona
Nella nona meditazione degli Esercizi Spirituali in Aula Paolo VI, di cui pubblichiamo una sintesi, il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sul concetto biblico del riposo che non è inattività ma condizione di pienezza e appagamento. E prima delle parole del religioso, quelle di monsignor Viola, segretario del Dicastero per il Culto Divino, che a nome della Curia assicura al Papa, nell’anniversario dell’elezione, vicinanza e preghiera
de La Redazione di Vatican News

La vita eterna è un dono già presente, ma spesso fatichiamo a comprenderne un aspetto fondamentale: il riposo. Fin da piccoli, siamo abituati a sentire la preghiera:

«L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen».

L’idea di un’eternità basata sul riposo eterno può sembrare deludente, come se la vita finisse con un’infinita dormita. Ma questa percezione nasce da un equivoco profondo: vediamo il riposo solo come inattività, mentre nella visione biblica è una condizione di pienezza e appagamento.

Dio stesso ha vissuto il riposo, quando Gesù, dopo la croce, è stato deposto nel sepolcro. Questo momento non è un’inerzia sterile, ma il compimento di un’opera, come racconta un’antica omelia sul Sabato Santo: «Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi».

Cristo riposa, eppure agisce misteriosamente, liberando i prigionieri degli inferi. Questo ci insegna che fermarsi non significa essere inutili, ma saper abbracciare il tempo con fiducia, senza inseguire un’attività frenetica e sterile.

Oggi il riposo è un lusso trascurato. Viviamo in una società che ci impone di essere sempre attivi, sempre connessi, sempre produttivi. Eppure, più aumentano le opportunità, meno riusciamo a riposare davvero. La parabola del servo, che dopo aver lavorato non si aspetta un premio ma accetta di aver fatto ciò che era chiamato a fare, ci insegna un segreto importante. Fino a quando viviamo con l’ossessione del risultato, non troveremo mai riposo. Solo chi accoglie con serenità il proprio limite può finalmente fermarsi in pace.

Il vero riposo non è inattività, ma libertà. È lo stato in cui non dobbiamo più dimostrare nulla, perché ci lasciamo abbracciare dall’amore di Dio. È la pace interiore che ci permette di dire: «Chi è entrato nel riposo di Dio, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie» (Eb 4,10).

Vivere bene il riposo significa allenarsi alla vita eterna, imparando a vivere senza paura, a lasciar andare il superfluo e a fidarci del fatto che Dio è già all’opera in noi.

Il riposo vero è pace interiore, non si misura in risultati, ma nella capacità di accogliere ciò che la vita ci dona. Non è fuga, ma un modo per imparare a vivere più intensamente, senza ansia. Non è passività, ma una fiducia attiva che ci rende liberi di amare. «Nell’amore non c’è timore. L’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18).

Alla fine, la vita eterna non è un traguardo lontano, ma una realtà che cresce già dentro di noi. Già ora, siamo chiamati a viverla.

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L’universo in una sola piaga di Gesù

Posté par atempodiblog le 13 mars 2025

L’universo in una sola piaga di Gesù
L’universo intero è in una sola piaga di Gesù, perché una sola sofferenza di Cristo ha ontologicamente la capacità di salvare tutto. Il Cristianesimo è l’unica religione che afferma che nella singolarità vi è la spiegazione di tutto.
di Corrado Gnerre – Radici Cristiane

L’universo in una sola piaga di Gesù dans Corrado Gnerre L-universo-in-una-sola-piaga-di-Ges

San Bonaventura insegnava a Parigi; era molto famoso: le sue lezioni erano seguitissime e molto apprezzate. Un giorno si recò a fargli visita un suo collega, san Tommaso d’Aquino. Questi lo pregò di mostrargli i libri di cui si serviva per i suoi studi. San Bonaventura lo introdusse nella sua celletta e gli mostrò dei libri ordinatissimi che stavano sul suo tavolino. San Tommaso non si accontentò e domandò di vedere altri libri, dai quali sicuramente attingeva la sapienza per i suoi insegnamenti.

Il Santo francescano gli mostrò allora un piccolo oratorio nel quale vi era solo l’immagine del Crocifisso: tutto annerito per i tanti baci che gli dava.

Ecco, padre, il mio miglior libro – disse san Bonaventura indicando il Crocifisso – da qui attingo tutto quello che insegno e scrivo; gettandomi ai piedi di questo Crocifisso, domandando a Lui la luce dei miei dubbi, faccio nelle scienze maggior progresso che leggendo qualsiasi libro”. Poi san Bonaventura concluse: “Vi sono uomini che studiano molto nei libri e concludono poco; mentre i santi diventano grandi sapienti soprattutto perché studiano il Crocifisso”.

Si racconta anche di una giovane aristocratica che chiese di entrare in una comunità religiosa. Per provarne la vocazione, la Superiora le fece un quadro assai duro ed esigente della vita in quella comunità. Le fece vedere il monastero insistendo particolarmente sui luoghi più austeri. La giovane sembrava scoraggiarsi, poi, improvvisamente, domandò alla Superiora: “Troverò un Crocifisso in quella cella in cui dovrò stare molto ristretta e in cui dovrò dormire sopra un pagliericcio? Troverò un Crocifisso in quel refettorio, in cui il cibo sarà molto grossolano? Lo troverò in quel Capitolo, in cui dovrò ricevere tante correzioni?”. La Superiora rispose: “Oh! sì, figlia, il Crocifisso è dappertutto”. “Ebbene, madre – rispose decisa la giovane – io penso che niente mi sarà difficile quando avrò con me un Crocifisso in tutti quei luoghi in cui dovrò sacrificarmi”.

Nella teologia cristiana la sofferenza di Cristo ha un ruolo centrale. Certamente la Passione e la Morte di Gesù non sono la conclusione; la conclusione è la Resurrezione, ma indubbiamente costituiscono il momento apicale del Cristianesimo, il momento più rappresentativo in quanto è la massima espressione dell’amore di Dio verso l’uomo. Non a caso il segno distintivo dei cristiani è, appunto, il segno della Croce.

La parte contiene il tutto
Tutto questo ci permette di fare delle considerazioni su un’unicità del Cristianesimo. Nella teologia salvifica cristiana si afferma che la sofferenza di Cristo ha redento l’universo intero. Tutto è ricapitolato in Cristo. Quando ci poniamo dinanzi ad un oggetto, per osservarlo nella sua interezza, dobbiamo indirizzare lo sguardo verso il centro e poi, eventualmente, ruotare lo sguardo per completarne la visione. E’ una legge dell’ottica. Ugualmente quando si vuole sintetizzare un discorso o un fatto bisogna enuclearne l’essenza. Ebbene, il Cristianesimo afferma che il centro non solo di una vita, non solo della storia di alcuni uomini, non solo di quella di una nazione o di un continente, ma dell’universo intero è nella singola, e circoscritta temporalmente (“sotto Ponzio Pilato” recitiamo nel Credo), sofferenza di Gesù.

Se nel centro s’include la visione di tutto l’oggetto, se nella sintesi si riassume un fatto, allora possiamo dire che nella sofferenza di Cristo vi è l’universo intero. Ma – è noto – tutto ciò che Gesù ha singolarmente fatto ha avuto un valore infinito, perché vissuto e voluto da un soggetto divino. Dunque possiamo dire che già in una sola sofferenza di Cristo vi è l’universo intero. Già in una sola sua piaga. […]

“Dentro le tue piaghe nascondimi”
Una famosa preghiera per il ringraziamento eucaristico (tanto amata da sant’Ignazio di Loyola) dice: “dentro le tue piaghe nascondimiOvvero l’uomo può trovare la sua dimora nelle piaghe di Gesù. […]

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La scala che Cristo salì durante la Passione e il luogo più santo al mondo

Posté par atempodiblog le 25 février 2025

La scala che Cristo salì durante la Passione e il luogo più santo al mondo
La tradizione li identifica nei 28 gradini del Pretorio di Pilato percorsi da Gesù prima di essere condannato a morte. Moltitudini di fedeli giungono a Roma per salirli in ginocchio e ottenere l’indulgenza plenaria per sé o per un defunto. Nel Santuario affidato alla custodia dei Passionisti si conserva anche l’antica cappella privata dei Papi, detta « Sancta Sanctorum » che custodisce al suo interno reliquie di grande valore
di Paolo Ondarza – Vatican News

La scala che Cristo salì durante la Passione e il luogo più santo al mondo dans Angeli La-Scala-Santa

È per eccellenza il Santuario della Passione di Cristo. Sorge a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni in Laterano dove fino al XIV secolo, prima della attività avignonese, sorgeva il Patriarchio, l’antica residenza ufficiale del romano Pontefice. Conserva i ventotto gradini che la tradizione ci ha tramandato come quelli del Pretorio di Ponzio Pilato, fatti trasportare a Roma dalla madre dell’imperatore Costantino, Sant’Elena. La donna ritenuta di fatto la prima archeologa cristiana, durante il suo viaggio in Terra Santa tra il 327 ed il 328, effettuò numerose ricerche per ritrovare i luoghi della vita di Gesù.

A custodire “in perpetuum” la Scala Santa dal 1854, per volere di Pio IX, sono i Religiosi Passionisti il ​​cui carisma è quello di “promuovere la memoria della Passione del Signore”: “la più grande e stupenda opera del divino amore”, come diceva il fondatore San Paolo della Croce.

Per il Giubileo atteso un milione di visitatori
Ci lasciamo alle spalle l’intenso traffico urbano che caratterizza Piazza di San Giovanni in Laterano e ci dirigiamo a piedi verso questo luogo venerato e visitato da secoli da moltitudini pellegrini di tutto il mondo. Ad accoglierci nel silenzio dell’adiacente convento, voluto 150 anni fa da Papa Mastai, è il rettore Padre Leonello Leidi: “Generalmente in un anno superiamo il mezzo milione di visitatori. Quest’anno stima di arrivare al milione”, commenta illustrandoci anche le varie iniziative messe in calendario per l’Anno Santo. Tra tutte la celebrazione della Via Crucis e della Messa internazionale ogni venerdì pomeriggio, ad eccezione dei mesi di luglio e agosto.

Il trasporto è avvenuto in una notte
“Il Santuario – spiega il sacerdote – risale all’epoca di Papa Sisto V che lo istituì nel 1590 con la bolla Cum rerum singolarum . Un anno prima il Pontefice aveva chiesto al suo architetto di fiducia Domenico Fontana di traslare, in una sola notte come dicono le cronache, la Scala Santa dal lato nord dell’antico Patriarchio al luogo in cui oggi è collocata, al centro di altre quattro scale. Abbiamo notizie certe che fin dall’anno Mille questi 28 gradini siano identificati dai pellegrini con quelli saliti da Cristo diverse volte, quando venne giudicato e condannato a morte nel Pretorio di Gerusalemme”.

I-segni-delle-ginocchia-scavati-nel-marmo dans Apparizioni mariane e santuari

I segni delle ginocchia scavati nel marmo
Per antica tradizione la Scala Santa si sale solo in ginocchio. L’evidente segno del passaggio di generazioni di pellegrini sono i solchi scavati nei gradini di marmo, ricoperti di legno di noce nel 1724 da Papa Innocenzo XIII. “Salire è molto faticoso”, ammette padre Leidi, “questo esercizio ascetico vuole significare un atto di penitenza, un’immedesimazione nella Passione di Cristo”.

Le gocce del sangue di Gesù
Sul primo, sull’undicesimo e sull’ultimo gradino il rettore del Santuario ci fa notare la presenza di alcuni oblò in vetro, oltre i quali si intravedono croci di ottone e marmo: “Secondo una tradizione sviluppatasi nel Medioevo, su alcuni scalini gocce del Sangue di Cristo dopo la flagellazione.

Quelle macchie, oggi invisibili, sono ancora oggetto di devozione da parte dei pellegrini che qui si fermano, e vi posano il capo o oggetti religiosi”: innumerevoli preghiere, crocifissi, rosari, immaginette o fotografie di persone care per le quali si chiede una grazia speciale, sono stati ritrovati al di sotto della copertura lignea rimossa in occasione dei restauri conclusi nel 2020. Oggi sono conservati dai Padri Passionisti in un’apposita teca.

Un percorso penitenziale accessibile a tutti
Nel corso dello stesso intervento conservativo, condotto dalle maestranze dei Musei Vaticani e finanziato dai ‘Patrons of the Arts in the Vatican Museums’, in una delle quattro scale costruite attorno alla Scala Santa è stato installato un montascale per consentire anche alle persone con difficoltà motorie di compiere il pellegrinaggio e ottenere l’indulgenza plenaria che nel Santuario è concessa alle consuete condizioni (Confessione, Comunione, Credo e Preghiera per il Papa), ogni giorno dell’anno, al di là del Giubileo.

L’arte che favorisce la fede
La contemplazione nella salita di due delle scale laterali è favorita da 75 meravigliose scene bibliche affrescate sulle pareti e sulla volta nel XVI secolo su commissione di Sisto V, da almeno 12 pittori diversi: una Biblia Pauperum che aiuta il pellegrino ad immergersi nella storia della salvezza. Un ricco apparato decorativo di 33 affreschi con la Passione di Cristo avvolge invece il percorso della Scala Santa. Di 1700 mq in totale la superficie dipinta nel Santuario. In ginocchio saliamo i 28 gradini e grazie a queste opere è più facile immedesimarsi e meditare sui dolori del Rendentore.

Colomba Bonifacio VIII concepì il Giubileo
Terminata l’ascesa si giunge nel cuore del Santuario: la Cappella di San Lorenzo in Palatio, nota come « Sancta Sanctorum ». Originariamente inglobata nel Patriarchio, menzionata per la prima volta nel Liber Pontificalis dell’ottavo secolo, era la cappella privata del Pontefice. Padre Leidi la definisce “la Cappella Sistina dei primi tempi” dove “si svolgevano alcune funzioni della Settimana Santa”. Era il punto di partenza della “processione che portava il Pontefice appena eletto all’intronizzazione nella Basilica di San Giovanni”. “Possiamo immaginare – osserva il rettore del Santuario della Scala Santa – che in questo luogo Bonifacio VIII concepì l’idea del primo Giubileo del 1300”.

La cappella privata dei Papi
La cappella è chiusa da una massiccia porta in bronzo che, varcata, introduce ad un ambiente decorato da elementi gotici e affreschi della Scuola Romana voluti da Papa Nicolò III. Sotto i nostri piedi si stende come un pregiato tappeto il pavimento cosmatesco costituito da un mosaico di porfido, granito e marmo, colorato proveniente dagli antichi monumenti di età imperiale.

L-icona-del-Santissimo-Salvatore dans Articoli di Giornali e News

L’icona non dipinta da mano d’uomo
Appena dentro il sacello lo sguardo è catturato da un’antica icona di Cristo in trono, ricoperta da preziose lastre d’argento fin dai primi anni del secondo millennio. La sua esecuzione è databile tra la fine del V e l’inizio del VI secolo. L’icona è da sempre venerata come il “Santissimo Salvatore”, titolo della vicina Basilica Lateranense. Avvolti nel mistero sono l’autore, le origini e l’arrivo a Roma di questa immagine che un’antica leggenda vorrebbe iniziata dall’evangelista Luca e completata dagli angeli: è detta infatti “acheropita”, ovvero “non dipinta da mano umana”.

Nei secoli passati al mattino di Pasqua i Pontefici si recavano nel « Sancta Sanctorum » per assistere all’ Anastasis, l’apertura delle ante che chiudevano l’icona, un rito che evocava l’uscita di Cristo dal sepolcro. Inoltre nella notte del 14 agosto, alla vigilia della solennità dell’Assunta, l’immagine del Santissimo Salvatore veniva condotta in processione attraverso il Foro Romano fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore dove alle prime luci dell’alba avveniva l’incontro con l’icona della “Salus Populi Romani”.

L’altare cassaforte
Al di sotto della venerata immagine si imponente un altare di epoca carolingia su cui può celebrare solo il Papa: si presenta come una cassaforte chiusa da porte di bronzo e circondata da una massiccia grata di ferro, serrata da un sistema di lucchetti molto complessi. Sulle porte in bronzo del XIII secolo sono effigiate le figure dei santi Pietro e Paolo, a memoria delle due teste degli Apostoli che qui un tempo si conservavano. All’interno è racchiusa un’arca cipressina dei tempi di Leone III contenente numerose reliquie di santi dei primi secoli del cristianesimo e altre riconducibili alla vita di Gesù Cristo stesso: dai sandali di Nostro Signore alle teste delle sante Agnese o Prassede. Erano custodite in preziosi reliquiari e teche medievali, dal 1905 esposti nel Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, oggi parte del percorso di visita dei Musei Vaticani sotto la responsabilità del Reparto Arti Decorative.

Il frammento del triclinio dell’Ultima Cena
Sulla parete antistante la porta di ingresso della cappella è conservato invece in un reliquiario di legno e cristallo un frammento di legno che la tradizione identifica con una parte del triclinio su cui Gesù era adagiato durante l’Ultima Cena, il Giovedì Santo.

Il silenzio e il mistero si avvolgono chi accede in questo ambiente caratterizzato da una sacralità senza tempo. “Non est in toto sanctior orbe locus” recita il cartiglio lungo la parete: non esiste al mondo luogo più santo di questo.

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La fortezza della Madonna

Posté par atempodiblog le 30 mars 2024

La fortezza della Madonna dans Citazioni, frasi e pensieri Santa-Maria-donna-del-Sabato-santo

Ammira la fortezza della Madonna: ai piedi della Croce, con il più grande dei dolori umani — non c’è dolore come il suo dolore — piena di fortezza. — Chiedile questo vigore, per saper stare anche tu presso la Croce.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Ponte Sant’Angelo, dove gli angeli cantano sfiorando la terra

Posté par atempodiblog le 9 mars 2023

Ponte Sant’Angelo, dove gli angeli cantano sfiorando la terra
Può far pensare alle vie colonnate di epoca antica, o all’attitudine barocca della decorazione fastosa, quella degli angeli lungo gli spalti del ponte a Roma. Invece le ragioni affondano, come sempre, in motivi più profondi e sacri. Le dieci statue ricordano ciascuno un oggetto della Passione di Cristo. Si tratta di un luogo dedicato alla Quaresima come incarnazione del suo significato di passaggio, di cammino verso la Pasqua di Risurrezione
di Maria Milvia Morciano – Vatican News

Ponte Sant'Angelo, dove gli angeli cantano sfiorando la terra dans Angeli Ponte-Sant-Angelo

Le statue degli angeli di Ponte Sant’Angelo non sono una semplice decorazione, l’eco dei fastigi imperiali di vie colonnate e percorsi trionfali. Questi angeli di pietra ci accompagnano nella traversata del Tevere in ricordo di un avvenimento memorabile. Il giorno in cui scesero sulla terra schiere alate, planando intorno alla preziosa icona della Vergine proveniente dalla basilica di Santa Maria Maggiore, la Salus Populi Romani, portata in processione per far cessare la peste.

L’origine del regina Coeli, tra gli angeli e lo sguardo di Maria
Papa Gregorio pregava per la fine dell’epidemia che aveva messo in ginocchio l’intera città, causando migliaia di vittime. Era il 590. Aveva organizzato una processione settiforme verso San Pietro, e procedeva alla guida con la sacra icona mariana e tutto il popolo a seguire.

Giunti al mausoleo di Adriano, allora denominato Castellum Crescentii, unico collegamento in quel punto tra le due sponde del Tevere, l’aria divenne un unico turbinio di angeli: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quem meruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”, cantavano. “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”, rispose San Gregorio. Queste sono proprio le parole del Regina Coeli, che da allora si recitano al posto dell’Angelus in tempo pasquale e salutano Maria Regina in segno di gioia per la Risurrezione del Figlio. L’origine dell’antifona nasce proprio in questo luogo e ha radici angeliche.

Ponte-Sant-Angelo dans Articoli di Giornali e News

San Michele arcangelo e gli angeli intorno
La storia è nota: con l’intervento dell’arcangelo Michele, che apparve e rinfoderò la sua spada, la peste cessò. Da allora, il luogo è stato dedicato alle creature celesti. Sul mausoleo, che mutò per questo motivo il suo nome in Castel Sant’Angelo, fu posta la statua del principe degli angeli.
Una prima effige, risalente all’epoca di Paolo III, è del 1544 e opera di Raffaello da Montelupo, in marmo e rame, alta poco più di 3 metri e restaurata dal Bernini nel 1660. Successivamente fu sostituita da quella che oggi vediamo sul colmo del mausoleo anche da molto lontano, nella sua sagoma inconfondibile, opera dello scultore fiammingo Peter Anton Verschaffelt, che vinse il concorso indetto da Papa Benedetto XIV Lambertini in occasione del Giubileo del 1750, e inaugurata due anni dopo, nel 1752.

Il ponte in origine
La struttura del ponte, come la vediamo oggi, è il risultato di rifacimenti secolari. All’inizio fu fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare quello che aveva progettato fosse il suo mausoleo, il suo sepolcro dinastico, enorme e ricchissimo, inaugurato nel 134 d.C. Anche il suo nome era una celebrazione del suo costruttore, si chiamava infatti pons Aelius o Hadriani.

Non aveva tanto una funzionalità di passaggio quanto la dimostrazione del potere imperiale. Tuttavia l’importanza sempre maggiore assunta dall’area sulla riva sinistra del Tevere, grazie all’attrazione esercitata dai luoghi dove era stato crocifisso l’apostolo Pietro e quindi dalla basilica a lui dedicata, divenne nel tempo punto nevralgico della viabilità. Nel Medioevo, infatti, si trovava lungo il percorso compiuto dai pellegrini diretti alla tomba di Pietro. Così, di conseguenza, prese il nome di pons Sancti Petri. Un percorso molto affollato, soprattutto durante i giubilei, come quello del 1450 che costò la vita di molti pellegrini precipitati nel fiume a causa del crollo delle spallette, cedute a causa della calca di gente che si avvicendeva sul ponte. All’imbocco del ponte vi erano due cappelle che in seguito, nel 1527, furono abbattute e sostituite, nel 1535, dalle due statue di Pietro e Paolo.

La mano del Bernini
Nel 1669, papa Clemente IX fece sostituire e realizzare un nuovo parapetto, progettato dal principale protagonista della scena artistica romana del XVII secolo: Giovan Lorenzo Bernini.
Sulle balaustre furono poste dieci statue, cinque per lato, raffiguranti angeli che recano gli strumenti della Passione. La direzione dei lavori fu sempre affidata al Bernini ma la realizzazione si deve agli allievi, tranne due scolpite dallo stesso artista: l’angelo con il cartiglio e quello con la corona di spine, che ora si trovano nella basilica di Sant’Andrea delle Fratte, mentre sul ponte ci sono due copie. Su ogni sostegno, su cui insistono le statue, ci sono brevi versetti tratti dall’Antico e Nuovo Testamento che aiutano nella comprensione dell’oggetto portato dalle creature alate.

Mentre l’Angelo con la colonna della flagellazione riproduce perfettamente quella conservata nella basilica di Santa Prassede, il cartiglio è invece rappresentato con la sigla contratta, alla maniera antica, INRI. Il Bernini non si ispirò al cartiglio scoperto nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme con l’iscrizione sulla croce di Cristo, nelle tre lingue ebraico, greco e latino, come raccontato nei Vangeli.

Il ritrovamento del Titulus Crucis fece infatti grande scalpore e da quel momento fu raffigurato abbastanza fedelmente da artisti a partire da Luca Signorelli e Michelangelo. Ma è del tutto evidente che trasferire su una scultura iscrizioni così minute e difficilmente leggibili da lontano avrebbe avuto una resa senz’altro meno efficace.

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Russia e Ucraina, l’abbraccio e il perdono

Posté par atempodiblog le 17 mars 2022

Russia e Ucraina, l’abbraccio e il perdono
Il 25 marzo papa Francesco consacrerà la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, rinnovando il gesto di san Giovanni Paolo II
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

Russia e Ucraina, l’abbraccio e il perdono dans Articoli di Giornali e News Maria-Immacolata

“Siete andati così bene fino ad oggi, perché adesso voi cattolici tirate fuori il vostro armamentario magico?”. Il bicchierino del primo caffè della mattina finisce nel cestino insieme alla tagliente frase che la collega pronuncia commentando la notizia della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, decisa da papa Francesco per il prossimo 25 marzo, festa dell’Annunciazione e giornata di preghiera della Chiesa in adorazione eucaristica per le cosiddette “24 ore per il Signore”, momento penitenziale forte all’interno della Quaresima.

Eppure ai vescovi dell’Ucraina che quotidianamente vivono sotto le bombe, rischiando la loro vita per non abbandonare il popolo, non è venuto in mente niente di più concreto e di più solido che chiedere al Papa di compiere proprio quel gesto, attribuendogli un grande significato simbolico, penitenziale e decisivo per le sorti della nazione ucraina.

Il tutto si arricchisce di un’attenzione che lascia trapelare quanto il Pontefice condivida fermamente questa decisione: infatti non solo lui compirà l’atto nella Basilica di San Pietro, ma lo stesso giorno la consacrazione sarà ripetuta dal cardinal Krajewski – Elemosiniere del Papa – proprio a Fatima.

La Chiesa dalla quale ci si aspetta iniziative diplomatiche, provvedimenti per i profughi, raccolte di beni per i più poveri, si presenta ai fedeli con un gesto così apparentemente straniante che viene da chiedersi in quale brandello di esperienza della vita esso trovi senso e fondamento. Il fatto è che consacrare qualcosa, nella dinamica della fede, significa determinare un’appartenenza, un destino, un abbraccio, significa avere fiducia che ciò che veramente cura l’esistenza – e cambia la storia – non è qualcosa che l’uomo può fare, ma un bene a cui deve cedere. Nella mentalità comune l’umanità è abituata prima a mettercela tutta e poi a farsi aiutare, come se la questione dirimente fosse l’azione umana, lo sforzo del singolo: nell’esperienza cristiana ciò che cura e guarisce è lo sguardo di un Altro, l’abbraccio di Qualcuno che cambia il nostro cuore in profondità.

È la Grazia che mette in moto la libertà, non la libertà che genera la Grazia. C’è un punto dell’esistenza, un istante del vivere, in cui l’unica cosa davvero concreta da desiderare è il cambiamento del cuore. In quel preciso spazio la preghiera diventa necessaria come l’aria, affinché il fiotto di un’inaudita primavera irrompa nel grigiore con cui normalmente percepiamo tutto. Mettersi nell’ottica di offrire questo abbraccio all’Ucraina e alla Russia significa scegliere lo sguardo di Dio, uno sguardo che va oltre la politica e le evidenti responsabilità storiche della guerra, per offrirsi a chi piange e a chi soffre come “misericordia” che argine gli errori delle nazioni e restituisce alla storia l’identità di un popolo, identità che è superiore alle barriere degli Stati e che trova nel pieno riconoscimento della reciproca fraternità la sua più completa manifestazione.

Dio sta dalla parte dell’umano, Dio sta dalla parte delle nostre ferite. La maternità di Maria non è un pio esercizio di immaginazione, ma l’irruzione nel tempo di una forza impensata, non scontata, dirompente. Nessuno può fare finta di niente di fronte a Uno che ti abbraccia e ti perdona. È così che Dio spazza via tutte le resistenze, tutte le meschinità, anche il perfido cinismo con cui siamo abituati a bere il primo caffè della mattina.

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Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo

Posté par atempodiblog le 24 février 2022

Uno sguardo di fede sull’attualità
Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo
Tratto da: La lettura cristiana della cronaca e della storia di Padre Livio Fanzaga

Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo dans Anticristo Ges-nostra-unica-speranza

Cari amici,

la notizia che temevamo è diventata una realtà: Putin ha dato ordine di invadere l’Ucraina.

Papa Francesco ha ammesso di provare un grande dolore per questa situazione che porta alla follia della guerra e ha invocato la Regina della pace dicendo: «La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra» e ha invitato soprattutto i credenti a dedicare la prima giornata di Quaresima alla preghiera e al digiuno per la pace.
È chiaro che queste parole sono particolarmente significative in quanto riecheggiano quanto la Madonna in tutti questi anni ci ha raccomandato.

La Madonna anche nel messaggio del 25 marzo 2021 (giorno dell’Annunciazione) ha ribadito che Lei è qui come Regina della pace perché satana vuole l’odio e la guerra. Questa è la nostra speranza, questa è la nostra gioia, questa è la nostra certezza!

In questi anni di pandemia la Madonna è intervenuta dodici volte per dirci che satana vuole l’odio e la guerra. In particolare vuole distruggere le nostre vite e il pianeta sul quale viviamo.

La Madonna è già intervenuta nel 1991, quando crollò Unione Sovietica ed era latente il pericolo di una conflagrazione mondiale che Lei stessa sventò. La stessa cosa fece nel 1984, quando l’Europa venne minacciata da un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica ma il 13 maggio, quando le forze del Patto di Varsavia si apprestavano a dare l’assalto all’Europa occidentale e meridionale, all’ultimo istante un imprevisto fa saltare i piani dello stato maggiore sovietico: un deposito strategico di armi e missili destinati alla Flotta dell’Artico, che avrebbe dovuto tagliare la strada ai rifornimenti dall’America del Nord all’Europa aggredita da Mosca, esplose rovinosamente e l’operazione fu annullata.

Spesso sottovalutiamo l’intervento del Cielo. La potenza di Dio è illimitata. Arriva a compiere miracoli, come ha fatto fino ad ora preservando il mondo dalla distruzione che satana brama e persegue in tutti i modi.

Abbiamo questa grande grazia della presenza di Maria. Non dobbiamo dimenticare quello che la Madonna ha detto in più occasioni, ovvero che molti l’hanno accolta ma un numero enorme neanche la prende in considerazione.

Siamo ovviamente tutti molto ansiosi di sapere che cosa dirà la Regina della pace domani nel messaggio a Marija. Non aspettiamoci chissà quali novità o rivelazioni, ci basti la sua presenza e il fatto che Lei venga ogni giorno sulla terra a pregare con noi.

Con la preghiera e il digiuno si possono fermare anche le guerre peggiori.

Quando la Madonna dice che “satana regna” si riferisce al fatto che proprio la governance internazionale è in una prospettiva che a satana piace molto perché si contendono il dominio, il potere, l’egemonia sul mondo. La Madonna conosce bene le follie umane.
Dio è sempre intervenuto nella storia della salvezza e con il suo popolo di persone umili e semplici che sanno pazientare, sopportare, pregare e amare, preparerà il suo futuro.

Raccomando a tutti di entrare in una prospettiva nuova, alla luce del fatto che durante la pandemia non ci siamo messi in allarme per quanto riguarda la nostra situazione esistenziale in rapporto a Dio. Ci siamo affidati alla scienza. Le preghiere sono state poche o nulle. Il mondo ha continuato la sua deriva sulla via dell’apostasia rifiutando la fede e la Croce.
Con l’incombere di questa calamità gravissima sul mondo, l’umanità rischia di distruggere se stessa in pochi minuti perché nei cuori c’è l’odio accecante e porta sempre a soluzioni inimmaginabili, come il ricorso all’uso di armi atomiche.
Nel tempo delle apparizioni a Medjugorje abbiamo rischiato due volte un’ecatombe nucleare non casuale, ma voluta. Nel 1984 e nel 1991. La Madonna è in grado di fermare una deriva che satana persegue in tutti i modi.

Pur comprendendo l’apprensione e il senso di angoscia umano che ci accomuna in questo  momento, vi esorto a non perdere di vista il punto di riferimento fondamentale dei nostri tempi, ovvero la presenza della Madonna e soprattutto le parole che lei stessa ci ha detto, cioè che con la preghiera e il digiuno possiamo fermare le guerre per quanto violente esse siano.

Facciamo nostre le parole del Santo Padre e le nostre intenzioni di preghiera siano di richiesta di Sua intercessione per la pace:
La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra.

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Ucraina, Papa Francesco: ho un grande dolore, il 2 marzo preghiera e digiuno per la pace

Posté par atempodiblog le 24 février 2022

Ucraina, Papa Francesco: ho un grande dolore, il 2 marzo preghiera e digiuno per la pace
“La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra”: è l’invocazione accorata del Papa al termine dell’udienza generale in cui chiama a raccolta soprattutto i credenti perché dedichino la prima giornata di Quaresima al raccoglimento per il Paese europeo: Dio è il Padre di tutti non solo di qualcuno, ci vuole fratelli e non nemici
di Adriana Masotti – Vatican News

Ucraina, Papa Francesco: ho un grande dolore, il 2 marzo preghiera e digiuno per la pace dans Articoli di Giornali e News Regina-della-Pace-Cuore-Immacolato

“Ho un grande dolore nel cuore per il peggioramento della situazione in Ucraina”. Papa Francesco esordisce così al termine della catechesi all’udienza generale di oggi. Poco prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana, il suo ampio appello alla pace che non nasconde forte preoccupazione e rammarico per l’esito, per ora negativo, registrato dai negoziati internazionali. “Nonostante gli sforzi diplomatici delle ultime settimane – osserva – si stanno aprendo scenari sempre più allarmanti. Come me tanta gente nel mondo sta provando angoscia e preoccupazione. Ancora una volta la pace di tutti è minacciata da interessi di parte”. Francesco prosegue:

Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politiche perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è il Dio della pace e non della guerra, il Padre di tutti non solo di qualcuno che ci vuole fratelli e non nemici. Prego tutte le parti coinvolte perché si astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni, destabilizzando la convivenza tra le nazioni e screditando il diritto internazionale.

L’appello a credenti e non credenti
Francesco sa che la politica non basta a cambiare i cuori, solo Dio può farlo, si rivolge quindi a tutti invitando credenti e non credenti ad unirsi in una supplica corale per la pace:

Gesù ci ha insegnato che alla insensatezza diabolica della violenza, si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno. Invito tutti a fare il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, una giornata di digiuno per la pace. Incoraggio in modo speciale i credenti perché in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno.

La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra.

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Liturgia di contemplazione della Sindone a Torino: la cerimonia in tv in programma sabato 3 aprile

Posté par atempodiblog le 3 avril 2021

Liturgia di contemplazione della Sindone a Torino: la cerimonia in tv in programma sabato 3 aprile
“La Sindone non viene spostata in nessun modo, ma le immagini della diretta televisiva permetteranno a tutti di partecipare alla preghiera da casa e dagli schermi dei computer”
della Redazione di Torino Today

Liturgia di contemplazione della Sindone a Torino: la cerimonia in tv in programma sabato 3 aprile dans Apparizioni mariane e santuari Sacra-Sindone-in-Tv-e-sui-Social

Le parole dell’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, introducono l’evento in programma sabato 3 aprile 2021: “Torniamo anche quest’anno di fronte alla Sindone, a pregare per la nostra comunità e per il mondo intero ancora assediato dalla pandemia. La Segreteria di Stato della Santa Sede ha autorizzato questo momento, che non è una ostensione vera e propria, ma una contemplazione del sacro Lino deposto nella sua Teca. La Sindone non viene spostata in nessun modo: ma le immagini della diretta televisiva permetteranno a tutti di partecipare alla preghiera da casa e dagli schermi dei computer. Un grazie per questa collaborazione va alla rete TV2000 e al Centro Televisivo Vaticano, che diffonderà il segnale in tutto il mondo. Questo giorno del Sabato Santo è centrale, nel cammino della Chiesa; la Sindone infatti oltre che specchio del vangelo ci offre non solo il corpo martoriato di Gesù nei segni della sua passione ricordati dai Vangeli, ma è anche icona di questo giorno che prelude alla pasqua di risurrezione. Papa Francesco ci ha detto che non siamo noi che guardiamo il volto di Gesù nel sepolcro ma è Lui che ci guarda e ci invita a vederlo vivo in tanti fratelli e sorelle che soffrono a causa del coronavirus, o per ingiustizie e violenze o soprusi vari ricevuti, ma anche poveri come sono tanti senza dimora e immigrati”.

La liturgia in diretta
La diretta televisiva della Contemplazione va in onda per l’Italia dalle 17 alle 18 su TV2000 (canale 28 del digitale terrestre). Per il resto del mondo viene rilanciata via satellite dal Centro Televisivo Vaticano, da Telepace e altre emittenti. Viene offerta la traduzione simultanea in inglese e in spagnolo. La prima parte della celebrazione (dalle 17) vedrà esporre i vari segni della passione commentati da alcune persone scelte tra quanti si prodigano per alleviare le sofferenze del loro prossimo o hanno sperimentato la pandemia o altre forme di malattie o di ingiustizie e violenze. La seconda parte del pomeriggio (17,30) sarà dedicata alla preghiera presieduta dall’arcivescovo. “Quest’anno a differenza dello scorso anno abbiamo impostato la preghiera secondo una tradizione millenaria che ha segnato il Sabato Santo, giorno di silenzio e di meditazione e di preghiera davanti alla tomba di Cristo. Si tratta dell’ora di Maria che richiama la Madre di Dio che sta davanti al sepolcro del figlio in attesa della sua risurrezione e ricorda le parole del vangelo che annunciano la sua passione e morte e quelle pronunciate sulla croce che parlano di perdono, di fiducia nel Padre suo, di accoglienza del buon ladrone, di abbandono alla volontà del Padre e in particolare di invito a Giovanni apostolo a considerarsi figlio di Maria e accoglierla nella propria casa e a Maria di considerarsi madre di Giovanni e dunque di tutti noi. Mi auguro che tutto ciò aiuti le nostre comunità ma anche ogni persona di buona volontà ad accogliere nella speranza e per i credenti nella fede, questo messaggio pasquale di morte e risurrezione per non arrendersi e scoraggiarci mai difronte ad ogni tragedia e difficoltà che dobbiamo affrontare nella vita ma anche a operare perché tanti nostri fratelli e sorelle bisognosi di sostegno e aiuto trovino in ciascuno di noi il coraggio di imitare il Signore che non si è lasciato vincere dal male ma lo ha vinto con il bene e per questo ha sconfitto anche la morte. Il messaggio che la celebrazione vuole offrire a tutti è questo: il tuo amore è per sempre. Facciamo nostra così la certezza dell’apostolo Paolo ai Romani: chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, la miseria? Ma in tutte queste cose noi otteniamo la completa vittoria, grazie a colui che ci ha amato. Niente e nessuno ci potrà mai strappare da quell’amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù nostro Signore (8,35-39)”.

Social
Accanto alla diretta televisiva si ripropone la condivisione della preghiera del Sabato Santo sui social, a partire dalla pagina Facebook della Sindone. La diretta si raggiunge anche dal canale Youtube dedicato. La preparazione della Contemplazione è presente anche su Twitter e Instagram (@sindoneofficial). Le dirette (condotte da don Luca Ramello, direttore della Pastorale giovanile della diocesi) sono raggiungibili, inoltre, a partire dal sito ufficiale, dalla pagina Facebook della Sindone e dal canale Youtube.

Chi interviene
Nella diretta social (dalle 16.30) e in quella televisiva intervengono studiosi ed esperti della Sindone e persone che stanno dedicando il proprio impegno a quelle opere di solidarietà e di carità verso il prossimo cui la Sindone richiama. Si vuole così contestualizzare la Contemplazione nella realtà torinese e nel cammino della città intera.

Ecco chi interviene. Nella diretta social: il prof. Gian Maria Zaccone, storico, direttore del Centro internazionale di studi sulla Sindone; don Roberto Gottardo, presidente della Commissione diocesana per la Sindone; il prof. Nello Balossino, direttore del Museo della Sindone; la dott. Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali di Torino. Infine è previsto, collegamento da Taizé, l’intervento del Priore Frère Alois, che parla del «pellegrinaggio di fiducia» della comunità ecumenica.

Nella prima parte della preghiera in Duomo si è voluto associare una riflessione a ciascuno dei «segni», delle piaghe, che la Sindone ci evidenzia. Il segno della croce sulle spalle è commentato da Piera Gioda, insegnante ed educatrice, del direttivo del Cisv di Torino. Quella croce invita a riflettere sul servizio dei giovani nel tempo della pandemia. Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, parla dei segni dei chiodi ai piedi, in relazione al tema delle migrazioni; Daniela Sironi, coordinatore delle Comunità di S. Egidio di Torino, dei segni alle mani: collegate ai senza fissa dimora e alle nuove solitudini. Il prof. Bruno Barberis, studioso della Sindone, invita a riflettere sulla corona di spine, segno di «potere» rovesciato e calpestato. Ferdinando Garetto, medico di cure palliative, parte dalla ferita al costato per il suo intervento sulla malattia, la sofferenza, la pandemia. E infine mons. Giuseppe Ghiberti, biblista e presidente d’onore della Commissione per la Sindone, invita a riflettere sui segni del Volto.

La Cappella del Guarini
“Celebriamo questa contemplazione nella nostra Cattedrale: e qualche metro sopra di noi possiamo vedere, finalmente restaurata, la Cappella inventata da Guarino Guarini, che fu la prima «casa» della Sindone qui a Torino. In questi giorni sono stati completati anche i restauri dell’altare del Bertola, al centro della Cappella: ed è un segno importante, che ci dà coraggio sulle nostre capacità di riprenderci anche dagli eventi più gravi. A quella Cappella si accede ora da Palazzo Reale, ed è compresa nel percorso museale. Ma essa rimane un luogo di culto, di preghiera e di riflessione: anche per questo mi auguro che non mancheranno, presto, occasioni per portare anche lassù la presenza di una liturgia che ricollega la nostra cultura e il nostro passato al «presente» della preghiera della Chiesa”.

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Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie

Posté par atempodiblog le 28 mars 2021

DOMENICA DELLE PALME
Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie
La strada indicata da Cristo rifugge il Potere, va verso la Croce, questo è il trionfo di Dio. Seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce. Qui sta anche la nostra vittoria.
del di Angelo Card. Comastri (Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano) – La nuova Bussola Quotidiana

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Un tempo spesso si cantava: Christus vincit, Christus regnat!, Cristo vince, Cristo regna! Ma qual è il trionfo di Dio? Certamente è tanto diverso da come noi lo immaginiamo.

Per capire qual è la strada del trionfo di Dio, meditiamo il senso degli avvenimenti di questo giorno. Guardiamo innanzi tutto come si comporta la folla. La folla! Essa grida, canta, prega, ma la folla è sempre ambigua. Oggi acclama, domani bestemmia. Oggi esalta e domani bastona. La folla fa paura: cambia troppo facilmente il proprio atteggiamento.

E noi? E la nostra fede? E la nostra risposta a Cristo? Non basta una preghiera, non basta una Messa, non basta un’opera di carità per essere cristiani. Gesù ha detto: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mc 13,13). E ancora: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62).
Il vero cristiano è colui che cammina dietro a Cristo ogni giorno con fedeltà e perseveranza!

Ma qual è la strada di Cristo? Guardiamo il comportamento di Gesù. Gesù respinge Satana, quando Satana gli propone la strada del Potere: perché Dio non vince così! Gesù fugge quando gli uomini, dopo il miracolo dei pani, lo vogliono proclamare re: fugge, perché Dio non vince così! Gesù rimprovera Pietro, quando egli tenta di distoglierlo dalla strada di Gerusalemme; e va decisamente verso Gerusalemme, verso la Croce: perché questa è la strada di Dio, la strada del Suo trionfo!

E oggi noi guardiamo Gesù che entra a Gerusalemme: ormai è vicina la Sua ora, l’ora tanto attesa!
Egli si presenta mite, buono, pacifico, apparentemente debole. Così Gesù ci ha insegnato che la grande forza del mondo è la bontà: il vero forte è l’uomo buono; il vero forte è colui che ha vinto la violenza dentro di sé; il vincitore è chi dà la vita per gli altri e non chi toglie la vita agli altri. Noi abbiamo accolto la Sua lezione? Noi camminiamo nella Sua strada? Ci riconosciamo nelle scelte di Cristo?

Ma nella passione non c’è soltanto Gesù; ci sono anche altri personaggi che prendono risalto in rapporto a Gesù.
C’è Pilato: un indeciso, perché vuoto. Chi è vuoto di ideali, facilmente può condannare… anche Cristo: ieri e oggi!
C’è Pietro: un indeciso, perché debole. La debolezza è pericolosa: è terreno di tradimento. E oggi, più che in altri tempi, la debolezza soccombe: nel nostro tempo la fedeltà a Dio si paga con l’eroismo.
C’è Giuda: un deciso al male, perché orgoglioso. E l’orgoglio è il cancro dell’anima, l’orgoglio è la radice di ogni violenza. L’orgoglio è un male tanto diffuso; l’orgoglio è l’inizio dell’inferno.
Ci sono i sommi sacerdoti: gente che conosceva la lettera della Bibbia, ma non conosceva lo spirito; gente che usava la Bibbia per piegarla alle proprie vedute, mentre invece dovevano loro piegarsi e convertirsi alla Parola di Dio.
Infine c’è Maria: una decisa nel bene fino alla Croce, perché Maria è umile di cuore. Nello scenario della Passione di Cristo, Maria rivela tutta la sua grandezza. Vengono in mente le parole profetiche di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria è la credente: è la creatura che si è fidata ciecamente di Dio.

Quale è il personaggio nel quale ci ritroviamo? La passione di Gesù continua: chi siamo noi oggi nella passione del Signore? Forse ci ritroviamo talvolta nel comportamento di Pilato, talvolta in quello di Pietro, talvolta in quello di Giuda o in quello dei sommi sacerdoti…
Allora ecco un proposito e un impegno per tutti: seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce: la strada della vittoria di Dio e della nostra vittoria.

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