Litanie Lauretane, Papa Francesco dispone tre nuove invocazioni

Posté par atempodiblog le 21 juin 2020

Litanie Lauretane, Papa Francesco dispone tre nuove invocazioni
Attraverso una lettera del Cardinale Sarah la decisione è stata notificata ai Presidenti delle Conferenze Episcopali
di Marco Mancini – ACI Stampa

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Dietro diretta indicazione del Papa, il Cardinale Robert Sarah – Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – ha inviato una lettera a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali circa le invocazioni «Mater misericordiae», «Mater spei», e «Solacium migrantium» da inserire nelle Litanie Lauretane.

“Anche nel tempo presente, attraversato da motivi di incertezza e di smarrimento, il devoto ricorso » a Maria - scrive il Cardinale Sarah – « è particolarmente sentito dal popolo di Dio”.

“Interprete di tale sentimento – prosegue il porporato – il Sommo Pontefice ha voluto disporre che nel formulario delle litanie della beata Vergine Maria, chiamate «Lauretane», siano inserite le invocazioni «Mater misericordiae», «Mater spei» et «Solacium migrantium»”, ovvero Madre di misericordia, Madre di speranza e Conforto dei migranti.

Il Cardinale Sarah specifica infine che “la prima invocazione sarà collocata dopo «Mater Ecclesiae», la seconda dopo «Mater divinae gratiae», la terza dopo «Refugium peccatorum»”.

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Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio

Posté par atempodiblog le 13 avril 2020

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio
Cosa ci insegna il Coronavirus, nel tempo presente e per il futuro? Come si può leggere, su un piano spirituale, il momento di prova che l’intera umanità sta attraversando?
Interrogato in tal senso dal settimanale francese Actuelles di Valeurs, il cardinale Robert Sarah ha proposto un’analisi ampia e profonda della situazione in cui siamo immersi.
di Giulia Tanel – Il Timone

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DALL’ONNIPOTENZA, ALL’IMPOTENZA. DAL RUMORE, AL SILENZIO
Innanzitutto, secondo quanto riporta il Tagespost, il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha rilevato come il Coronavirus, nella sua infinitesima piccolezza, abbia in poche settimane messo in ginocchio l’Occidente materialista, rilevandone la sua estrema vulnerabilità. L’uomo che si credeva onnipotente, si è risvegliato indifeso e si è (ri)scoperto mortale. E anche quanto fino a un momento fa sembrava essere imprescindibile nella sua importanza, fagocitando la quasi totalità del nostro tempo, si è rivelato «irrilevante e ozioso». In definitiva, insomma, tutto il sistema di pensiero mainstream si è dimostrato essere «incoerente, fragile e privo di contenuti». 

L’UOMO, ESSERE IN RELAZIONE
Oltre a questo, la situazione di isolamento cui la pandemia in atto ci ha costretti ha messo in evidenza il bisogno di relazione proprio dell’uomo. Contro il mito dell’indipendenza, da tutti e da tutto, il Coronavirus ha rimescolato le carte: non solo ha mostrato che l’uomo è dipendente dalle leggi di natura, ma anche non può prescindere dalla relazione con il prossimo e, in ottica di fede, con Dio. La verità, infatti, è che «siamo realmente e specificamente dipendenti l’uno dall’altro. Se tutto si rompe, i legami del matrimonio, della famiglia e dell’amicizia rimangono. Abbiamo riscoperto che come membri di una nazione siamo collegati attraverso connessioni invisibili ma reali. In particolare, abbiamo riscoperto di essere dipendenti da Dio».

L’APPELLO ALLA PREGHIERA, ALLA RELAZIONE CON DIO
Ed è proprio la relazione con Dio che costituisce il punto centrale dell’intervento di Sarah, con un richiamo forte a sfruttare il silenzio in cui siamo costretti per pregare. Solamente stando uniti al Signore, infatti, è possibile vivere nella verità, senza ergersi a padroni del mondo e nel contempo senza farsi abbagliare dalle diverse ideologie. Il Coronavirus passerà, e ci auguriamo che questo succeda presto, ma nulla sarà stato vano se vi avrà permesso di muovere un ulteriore passo nel cammino quotidiano alla conversione.

FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA
Naturalmente, la preghiera non è solo quella personale, bensì anche quella condivisa in famiglia. Perché, domanda il cardinale, non cogliere questa occasione di isolamento e di assenza forzata alla partecipazione alla Santa Messa come un’opportunità per pregare e per «trasformare la nostra famiglia e la nostra casa in una chiesa domestica?». Inoltre, riporta la CNA, «è tempo che i padri imparino a benedire i propri figli. I cristiani, privati ​​dell’Eucaristia, si rendono conto di quanta comunione sia stata una grazia per loro. Li incoraggio a praticare l’adorazione da casa, perché non c’è vita cristiana senza vita sacramentale».

L’IMPORTANZA DEI SACERDOTI E DEI SACRAMENTI
L’uomo è fatto di anima e di corpo. Per questo, ha affermato Sarah, «i sacerdoti devono fare tutto il possibile per rimanere vicini ai fedeli. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per aiutare i morenti, senza complicare il compito dei custodi e delle autorità civili». «Ma nessuno», ha continuato, «ha il diritto di privare una persona malata o morente dell’assistenza spirituale di un sacerdote. È un diritto assoluto e inalienabile».

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La preghiera del cristiano davanti al dramma che stiamo vivendo

Posté par atempodiblog le 19 mars 2020

La preghiera del cristiano davanti al dramma che stiamo vivendo
“Se le circostanze vi impediscono di andare in Chiesa, sappiate comunque che nessuno può impedirvi di rivolgervi a Dio e chiedere il suo aiuto in questo momento di grande prova”
del Card. Robert Sarah – Il Foglio

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Cari amici,
Sono felice di unirmi a voi con queste righe per incoraggiarvi a pregare di più, senza demordere. Pregate con un cuore traboccante di amore e carità, un cuore riconciliato con Dio e con i nostri fratelli e le nostre sorelle.

Se le circostanze o le disposizioni civlli o ecclesiastiche determinate dal coronavirus vi impediscono di andare in Chiesa semplicemente per incontrare il Signore o per partecipare all’Eucaristia, sappiate comunque che nessuno, assolutamente nessuno, può impedirvi di rivolgervi a Dio e chiedere il suo aiuto in questo momento di grande prova. Ricordate le parole che Gesù ci rivolge nella Terza domenica di Quaresima: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre… Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,21-24).

E’ ora, in questo momento in cui il coronavirus opprime i popoli del mondo interno, che dobbiamo rivolgerci con più intensità, fiducia e verità verso Dio, per affidarci alla sua tenerezza di Padre e alla Santissima Vergine Maria, in modo che ci copra e ci protegga con il suo manto materno. San Paolo ce lo raccomanda quando scrive ai cristiani di Efeso, e anche a noi: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef 6,18).

Insieme, con un cuore solo e un’anima sola e uniti nella stessa fede, alziamo le mani a Dio e preghiamo. Affidiamo a lui il mondo e la sua Chiesa. Il suo cuore si addolcirà e ci salverà.

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Perché è necessario opporsi ai preti sposati. Firmato: Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 14 février 2020

Perché è necessario opporsi ai preti sposati. Firmato: Benedetto XVI
Papa Francesco non ha cambiato la tradizione sul celibato sacerdotale. Nel libro con Sarah, Ratzinger spiega perché è la decisione giusta.
di Leone Grotti – Tempi

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IL DIBATTITO AL SINODO E L’ESORTAZIONE DEL PAPA
Lo scorso autunno l’attenzione al Sinodo era stata catalizzata proprio da questa possibile apertura, esplicitamente richiesta nel documento finale: i padri sinodali avevano infatti chiesto di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la celebrazione dei sacramenti».

LA RIBELLIONE DEI VESCOVI TEDESCHI
Il Papa però, nell’esortazione consegnata lo scorso 27 dicembre, prima quindi dell’uscita del libro del cardinale Robert Sarah e di Benedetto XVI, ha chiuso le porte allo stravolgimento della tradizione. A conferma che per molti l’unico obiettivo del Sinodo era portare all’ordinazione di uomini sposati, i vescovi tedeschi sono insorti: «Il Papa non trova il coraggio di attuare vere riforme. Ci dispiace moltissimo che abbia rafforzato le posizioni esistenti della Chiesa romana in termini di accesso al sacerdozio e di partecipazione delle donne ai ministeri», scrive il Comitato centrale dei laici tedeschi. Deluso anche il vescovo di Stoccarda, monsignor Gebbard Furst: «Le dichiarazioni del Papa sono deludenti. Dobbiamo parlarne in particolare nel nostro Sinodo tedesco».

Il Sinodo «vincolante» (parola che puzza di scisma) per la Chiesa di Germania è stato lanciato dal cardinale Reinhard Marx (che ha appena dichiarato che non si ricandiderà alla guida della Conferenza episcopale tedesca) e ha l’obiettivo esplicito di aggiornare la dottrina e la pastorale su morale, sesso, famiglia, donne, celibato sacerdotale. Non si parlerà invece del vero cancro della Chiesa tedesca: come ha spiegato al Corriere pochi giorni fa monsignor Massimo Camisasca, «è profondamente segnata dalla terribile contraddizione di essere una Chiesa ricca ma senza fedeli e ora pensa di recuperarli inseguendo la logica del mondo». È lo stesso giudizio che traspare dalle pagine della nostra rivista, che proprio alla Chiesa tedesca ha dedicato un approfondimento sul numero di marzo. Il titolo è “Una Chiesa così perfetta che Cristo è un optional”.

IL SAGGIO MAGISTRALE DI BENEDETTO XVI
Le ragioni profonde della decisione di papa Francesco di confermare la tradizione della Chiesa in merito al celibato sacerdotale, nonostante le enormi pressioni, le ha spiegate Benedetto XVI nel suo magistrale saggio contenuto nel testo Dal profondo del nostro cuore. Scrive il Papa emerito tornando «alle radici del problema», offrendo una «interpretazione cristologica dell’Antico Testamento» e una corretta «teologia del sacerdozio» (estratti selezionati e traduzione nostra dal francese):

«La Croce di Gesù Cristo è l’atto d’amore radicale nel quale trova realmente compimento la riconciliazione tra Dio e il mondo segnato dal peccato. Attraverso la Croce, il corpo di Cristo diviene il nuovo Tempio con la Risurrezione. Pertanto un nuovo culto viene istituito allo stesso tempo. Gli Atti degli apostoli evocano l’eccessivo carico di lavoro degli apostoli che, oltre al compito dell’annuncio e della preghiera della Chiesa, devono anche assumere la piena responsabilità della cura dei poveri. Gli apostoli decisero allora di consacrarsi interamente alla preghiera e al servizio della Parola. I nuovi ministeri [rispetto a Israele] non riposano più sull’appartenenza a una famiglia, ma su una vocazione donata da Dio. Di più, questa chiamata deve essere riconosciuta e accettata dal suo destinatario.

«MATRIMONIO E SACERDOZIO INCOMPATIBILI»
«Molto presto, la celebrazione regolare, quotidiana, dell’Eucaristia è diventata essenziale per la Chiesa. Questo ha avuto una conseguenza importante che, precisamente, si ritrova oggi nella Chiesa. Nella coscienza comune di Israele, i preti erano tenuti rigorosamente a rispettare l’astinenza sessuale nel periodo in cui esercitavano il culto ed erano dunque in contatto con il mistero divino. La relazione tra l’astinenza sessuale e il culto divino fu assolutamente chiara nella coscienza comune di Israele. Ma poiché i sacerdoti dell’Antico Testamento non dovevano consacrarsi al culto che durante periodi determinati, il matrimonio e il sacerdozio erano compatibili. Ma a causa della celebrazione eucaristica regolare e spesso quotidiana, la situazione dei sacerdoti della Chiesa di Gesù Cristo si trova radicalmente cambiata. Ormai, la loro vita intera è in contatto con il mistero divino. Questo esige da parte loro l’esclusività nei confronti di Dio. Questo esclude di conseguenza gli altri legami che, come il matrimonio, abbracciano tutta la vita.

«Dalla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia nacque spontaneamente l’impossibilità del legame matrimoniale. Si può dire che l’astinenza sessuale che era funzionale si è trasformata in una astinenza ontologica. Lo stato coniugale riguarda l’uomo nella sua totalità, ma anche il servizio del Signore esige ugualmente il dono totale dell’uomo e non sembra possibile realizzare simultaneamente le due vocazioni.

«I SACERDOTI COME I LEVITI VIVONO DI E PER DIO»
Tutte le tribù di Israele, come anche ogni famiglia, rappresentava l’eredità della promessa di Dio ad Abramo. Questa si esprimeva concretamente nel fatto che ogni famiglia otteneva in eredità una porzione della Terra promessa, di cui diventata proprietaria. Il possesso di una parte della Terra santa dava a ogni famiglia la certezza di partecipare alla promessa. La tribù di Levi aveva questo di particolare: era l’unica tribù che non possedeva terra in eredità. Il levita restava privo di terra ed era dunque deprivato di una sussistenza immediata. Egli viveva solamente di Dio e per Dio. In pratica, questo implica che doveva vivere, secondo norme precise, delle offerte sacrificali che Israele riservava a Dio. Questa figura veterotestamentaria si realizza nei sacerdoti della Chiesa in maniera nuova e più profonda: essi devono vivere solo di Dio e per Lui. Nel Vecchio Testamento, i leviti rinunciano a possedere una terra. Nel Nuovo testamento, questa privazione si trasforma e si rinnova: i preti, poiché sono radicalmente consacrati a Dio, rinunciano al matrimonio e alla famiglia. Entrare nel clero significa rinunciare al proprio centro di vita e non accettare che Dio solo come sostegno e garante della propria vita. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il sale della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. Il celibato non può essere compreso e vissuto in definitiva se non su questo fondamento.

«L’uomo diventa santo nella misura in cui comincia a essere con Dio. Essere con Dio significa rimuovere ciò che è soltanto mio e diventare uno con il tutto della volontà di Dio. Questa liberazione da me può rivelarsi molto dolorosa e non è mai compiuta una volta per tutte. Con il termine “santificarsi” si può anche comprendere in modo molto concreto l’ordinazione sacerdotale, nel senso che questa implica che il Dio vivente rivendichi radicalmente un uomo per farlo entrare al suo servizio.

«IL CAMMINO PERCORSO PER TUTTA LA MIA VITA»
«Alla vigilia della mia ordinazione si è impresso profondamente nella mia anima ciò che significa l’essere ordinati sacerdoti, al di là di tutti gli aspetti cerimoniali: significa che noi dobbiamo di continuo essere purificati e invasi da Cristo perché sia Lui che parla e agisce in noi e sempre meno noi stessi. Mi è apparso chiaro che questo processo che consiste nel diventare una cosa sola con lui e a rinunciare a ciò che appartiene a noi dura tutta la vita e include in continuazione liberazioni e rinnovi dolorosi. In questo senso le parole di Giovanni 17, 17 mi hanno indicato il cammino che ho percorso durante tutta la mia vita».

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Preti sposati, da Papa Francesco nessuna apertura: «Ecco i miei 4 sogni per l’Amazzonia»

Posté par atempodiblog le 13 février 2020

Preti sposati, da Papa Francesco nessuna apertura: «Ecco i miei 4 sogni per l’Amazzonia»
Nell’esortazione apostolica «Querida Amazonia» il pontefice non parla della possibilità di concedere l’ordinazione sacerdotale a uomini sposati, su cui il «fronte conservatore» aveva polemizzato nelle scorse settimane. E sogna un’Amazzonia che «lotti per i diritti degli ultimi»
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

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Le note al testo, anzitutto. La numero 132: «Colpisce il fatto che in alcuni Paesi del bacino amazzonico vi sono più missionari per l’Europa o per gli Stati Uniti che per aiutare i propri Vicariati dell’Amazzonia». E la 133: «Nel Sinodo si è parlato anche della carenza di seminari per la formazione sacerdotale di persone indigene». Come ci si attendeva, e lo stesso Papa Francesco aveva anticipato in un incontro con alcuni vescovi americani, nell’Esortazione apostolica «Querida Amazonia» non ci sono svolte né aperture di sorta all’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, come avevano chiesto a maggioranza i vescovi del Sinodo amazzonico di ottobre per compensare la mancanza di clero e come temeva il fronte ecclesiastico conservatore, sulle barricate da settimane «a difesa del celibato»: lo dimostra la vicenda del libro del cardinale Sarah con il saggio di Benedetto XVI e relative polemiche sui «due Papi». Francesco, semplicemente, non ne parla. Piuttosto, perché i fedeli possano ricevere l’eucaristia «anche nelle comunità più remote e nascoste», ammonisce i vescovi dell’America Latina ad essere «più generosi» perché i nuovi preti «scelgano l’Amazzonia» (al Sinodo si parlò ad esempio di 1.200 sacerdoti colombiani, in gran parte destinati ad Usa ed Europa), invita ad aprire seminari per le vocazioni indigene, scrive che il ruolo di laici e donne è fondamentale e va riconosciuto senza per questo «clericalizzarli» ed esclude così, tra le righe, anche le donne-diacono: «Si deve evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali. Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo». Del resto, nelle tensioni ricorrenti fra riformatori e conservatori, è come se Francesco volesse offrire in tutto il testo un punto di equilibrio.

I quattro sogni
All’inizio, il Papa scrive di «voler presentare ufficialmente il documento» del Sinodo, invita «a leggerlo integralmente», ma spiega di non volere «sviluppare qui tutte le questioni abbondantemente esposte», dice : «Non intendo sostituirlo né ripeterlo». E chiarisce: «Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nel documenti precedenti». Così il documento è scandito da quattro «sogni» del Papa: « Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste. Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici».

Inculturazione
Durante il Sinodo i tradizionalisti hanno gridato al sacrilego per la presenza, durante una messa, di una figura lignea che rappresenta una donna incinta, la «Pachamama». Nell’Esortazione, Francesco spiega che «è possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico: un mito carico di senso spirituale può essere valorizzato e non sempre considerato un errore pagano». Parla di inculturazione e ricorda che «ai suoi inizi la fede cristiana si è diffusa mirabilmente seguendo questa logica, che le ha permesso, a partire da una matrice ebraica, di incarnarsi nelle culture greca e romana e di assumere al suo passaggio differenti modalità». E d’altra parte chiarisce che «come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo». Scrive: «L’inculturazione eleva e conferisce pienezza. Certamente va apprezzato lo spirito indigeno dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato, spirito di gratuità che ama la vita come dono, spirito di sacra ammirazione davanti alla natura che ci oltrepassa con tanta vita. Tuttavia, si tratta anche di far sì che questa relazione con Dio presente nel cosmo diventi sempre più la relazione personale con un Tu che sostiene la propria realtà e vuole darle un senso, un Tu che ci conosce e ci ama». Il punto di equilibrio di Francesco è tutto nelle sue considerazioni sul senso della tradizione: «L’autentica Tradizione della Chiesa non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce. È la millenaria Tradizione che testimonia l’azione divina nel suo Popolo e ha la missione di mantenere vivo il fuoco più che di conservare le ceneri».

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San Leopoldo Mandic diventa ufficialmente il patrono dei malati di tumore

Posté par atempodiblog le 10 février 2020

San Leopoldo Mandic diventa ufficialmente il patrono dei malati di tumore
L’11 febbraio messa speciale nella Basilica di Padova in attesa della festa del 12 maggio
di Caterina Maniaci – ACI Stampa

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Era un frate piccolo, fragile, con il saio di francescano cappuccino tutto consumato. Ed era una figura sempre più familiare, a Padova e nella provincia, con la con quel suo passo lento, appoggiato al bastone. La sua vita era trascorsa tra le ore passate in confessionale, quelle in preghiera, soprattutto davanti ad una statua della Madonna, la “Parona”, come affettuosamente la chiamava lui, in dialetto veneto, che aveva assunto come seconda lingua, per lui che era nato in Montenegro, la patria che mai avrebbe dimenticato. E poi tante, tante ore passate al capezzale di malati gravi. Sapeva cosa volesse dire soffrire, nello spirito e nel corpo. E del resto lui stesso si ammalò di un tumore all’esofago, che lo portò alla morte.

Ma quel frate dalla corporatura minuta, con una vocazione alla missione e con il sogno ecumenico di far riconciliare le chiese d’ Oriente e di Occidente, scomparso nel 1942 in seguito alla malattia, è diventato uno dei santi più amati dalla gente, e dal suo convento a Padova la fama è cresciuta nel mondo.

Ora è stato ufficialmente riconosciuto come patrono dei malati d’Italia colpiti da tumore. L’annuncio è stato dato a Padova, dal vescovo Claudio Cipolla e da vari esponenti dell’ordine dei cappuccini, a cui apparteneva il santo, nonché dal rettore del Santuario di San Leopoldo di Padova, fra Flaviano Gusella. Non casualmente, l’annuncio è arrivato alla vigilia della Giornata del Malato, che coincide con la Festa della Madonna di Lourdes.

Dopo un complesso iter, cominciato nel luglio 2016, dunque è arrivato il tanto atteso riconoscimento da parte del Vaticano, specificatamente da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, presieduta dal cardinale Robert Sarah. Ma è stata una petizione popolare, che ha raccolto ben 70.000 firme, a chiedere in primis questo riconoscimento, sostenuto anche da un folto numero di medici, a partire dal professor Matteo Bevilacqua.

In un mondo che sembra sempre più spaventato dalla sofferenza, in cui questa realtà, è la realtà della morte, sono ancora tabù, la Chiesa vuole invece richiamare l’attenzione su questa presenza ineludibile e su come la condivisione e l’amore verso i più fragili e deboli sia la chiave di volta per il nostro essere cristiani, figli della luce, sale della terra, come spiega il Vangelo.

San Leopoldo ne è un concreto esempio. La devozione che suscita coinvolge in particolare molti malati, che si rivolgono con fiducia al santo per chiedere la guarigione o comunque il sostegno in un momento tanto difficile per la loro esistenza e per quello della famiglia. Lo dimostrano le migliaia di pellegrini che ogni anno affollano il santuario padovano, in particolare la tomba e ovviamente la teca in cui è esposto il corpo del frate.

E del resto san Leopoldo è noto anche per la sua fama di taumaturgo, per le decine e decine di miracoli che gli sono stati riconosciuti, sia in vita che dopo la sua morte, come testimoniano gli ex voto raccolti in diverse stanze. Canonizzato nel 1983 da papa Giovanni Paolo II, che lo indicò come modello dei
confessori, Papa Francesco ne ha voluto le spoglie in Vaticano insieme a quelle di san Pio di Pietrelcina nel 2016, durante il Giubileo della Misericordia.

Ora i malati e i devoti potranno utilizzare un piccolo opuscolo con tre preghiere – quella del malato, quella dei familiari, quella per gli operatori sanitari – create e formulate appositamente. Un’occasione “bella e significativa” questo riconoscimento, ha spiegato il vescovo di Padova, proprio “per farsi
prossimi a tutti i bisogni di attenzione e vicinanza di chi vive la malattia, specie in campo oncologico”.

E vicinanza ai familiari, spesso soli in questo doloroso percorso, ha sottolineato ancora il vescovo, agli operatori sanitari che quotidianamente affrontano l’assistenza e la cura, e “San Leopoldo, anche per la sua esperienza personale di malattia e per la sua vita spesa in confessionale proprio nell’esercizio dell’ascolto misericordioso, è sicuramente la figura più adeguata”.

Domani, martedì 11 febbraio, alle ore 16 nella basilica di Sant’Antonio monsignor Cipolla, in occasione della Giornata mondiale del malato, durante la messa sarà ricordata la proclamazione di padre Leopoldo come patrono di malati di tumore. In attesa del 12 maggio, festa del santo, dove la gioia e la riconoscenza dei fedeli potrà essere diventare un momento di festa.

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Il senso della memoria e della storia

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

IL SENSO DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
Trascrizione di Claudio Forti, 28 Gennaio 2020
Fonte: Radio Maria

Il senso della memoria e della storia dans Cardinale Robert Sarah Radio-Maria

Lezione trasmessa dai microfoni di RADIO MARIA dal professor Andrea Arnaldi, il 18 gennaio 2020, nella sua rubrica mensile PROBLEMI DI STORIA DELLA CHIESA. Il pregio del professor Arnaldi è quello di avvalersi di citazioni di numerosi storici, di personalità del mondo ecclesiale e culturale. Tutto ciò contribuisce a rendere attrattive ed arricchenti le sue lezioni. Andrea Arnaldi è stato il primo storico a trasmettere da Radio Maria Italia, e cioè circa dal 1980. Già dalla lettura di questa trascrizione, che corrisponde circa a un quarto della sua lezione, possiamo renderci conto dell’alto livello culturale e pedagogico che ci viene dai sempre ottimi collaboratori di questa Radio ormai diffusa sui cinque continenti con più di 100 emittenti. Per chi desidera ascoltare anche il resto, ecco il link: https://radiomaria.it/puntata/problemi-di-storia-della-chiesa-18-01-2020/  Ndt.

Buona sera! Ben trovati, cari amici ascoltatori!

Dopo aver dedicato una trasmissione al concetto di tempo, vorrei proseguire oggi sulla medesima linea di pensiero, proponendovi una conversazione sul tema della storia e della memoria storica. Il tempo, abbiamo detto a chi ha avuto occasione di ascoltare quella trasmissione, è connotato da una dimensione cronologica, quantitativa, data dal suo fluire incessante ed inesorabile, che abbiamo definito KRONOS, che si rifà al mito greco del dio divoratore dei suoi figli. Il tempo nemico dell’uomo, in un certo senso.

Vi è poi una dimensione alta, qualitativa, della dimensione temporale, come spazio di Dio, aperto all’eternità, luogo di crescita e di sviluppo della persona, che abbiamo definito KAIROS: il tempo amico dell’uomo. Farsi divorare dallo scorrere dei minuti e dall’angoscia della morte, oppure vivere il tempo presente con lo sguardo alzato verso il proprio perfezionamento umano e spirituale. Qui si gioca la grande diversità con cui gli uomini si accostano al mistero del tempo.

E allora passiamo adesso ad esaminare il concetto di storia e a considerare il senso profondo della conservazione e della trasmissione della memoria storica. Vi propongo, per entrare nel merito di questo argomento così affascinante una serie di citazioni molto autorevoli – soprattutto alcune -, che ci aiutano a mettere a fuoco questo tema di importanza cruciale; perché ci riguarda tutti: non è una semplice conversazione, un tema astratto, nel senso che non facciamo dell’accademia, perché non è nella logica di queste trasmissioni.

Allora, iniziamo dal Santo Padre Papa Francesco: esortazione apostolica Evangelii gaudium. Al numero 13 leggiamo così: «La memoria è una dimensione della nostra fede, che potremmo chiamare “deuteronomica” in analogia con la memoria di Israele. Gesù ci lascia l’Eucaristia come memoria quotidiana della Chiesa, che ci introduce sempre più nella Pasqua. La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata. È una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò il loro cuore. Erano circa le quattro del pomeriggio, si legge nel Vangelo di Giovanni. Insieme a Gesù, la memoria ci fa presente una vera moltitudine di testimoni. Tra loro si distinguono alcune persone che hanno inciso in modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente. “Ricordatevi dei vostri capi i quali vi hanno annunciato la Parola di Dio”, (lettera di San Paolo agli Ebrei). A volte si tratta di persone semplici e vicine che ci hanno iniziato alla vita della fede. “Mi ricordo della tua schietta fede, che è però anche della tua nonna Loide e di tua madre Eunice”, leggiamo nella seconda lettera di S. Paolo a Timoteo). Il credente è fondamentalmente uno che fa memoria».

San Giovanni Paolo parla dello “smarrimento della memoria come di un grave aspetto che caratterizza l’uomo contemporaneo”. Leggiamo così nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa: «Smarrimento della memoria e dell’eredità cristiana, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale, e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia».

Anche Benedetto XVI ha scritto e detto parole molto importanti nell’udienza del 7 marzo 2008 al Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Dice così: «Una società dimentica del proprio passato, e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi comuni. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica». E ancora più avanti nello stesso discorso, disse: «Come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per le società nel loro complesso». Questa è una considerazione di grande importanza. Ogni tanto capita di leggere notizie di cronaca di persone anziane o particolarmente colpite dalla malattia, che perdono la memoria, vagano senza sapere chi sono, come si chiamano, dove abitano, senza ricordare alcuna relazione di parentela o di amicizie, e che vengono pietosamente raccolte da qualcuno sul ciglio di una strada. Si indaga per cercare in qualche modo di ricollocarli nel loro contesto per ridar loro una identità. Ecco, questa penosa condizione diventa drammatica all’ennesima potenza quando coinvolge un intero corpo sociale. Questo succede quando interi popoli, intere nazioni, intere comunità che un tempo si ispiravano a valori e davano vita a una civiltà, si dimenticano completamente chi sono, da dove sono venute, su quali basi si sono fondate.

Scrive Alessandro De Carolis: «Nelle società in cui si è troppo soggetti al fascino delle scoperte della scienza e dei progressi della tecnologia, la memoria storica tende a sbiadirsi, perché il qui ed ora del più recente successo medico o tecnico illudono che un certo paradiso in terra sia a portata di mano. Mentre ciò che è stato, e l’esperienza che ne deriva finiscono relegati in un oblio polveroso, ma anche pericoloso».

Con un intervento stringente Benedetto XVI ha espresso alcune sue convinzioni sull’importanza delle scienze storiche che indagano, non solo il passato dell’umanità, ma anche quello della Chiesa nella sua missione nelle varie epoche. Il papa ha ribadito la lungimiranza del suo predecessore, Leone XIII, che per opporre un contro altare a una certa storiografia anti ecclesiale, istituì una commissione di studio alla quale in sostanza Benedetto XVI, l’attuale Pontificio Comitato delle Scienze Storiche, può far risalire le proprie origini, il quale ha annotato: «Il contesto culturale ha vissuto un profondo cambiamento. Non si tratta più solo di affrontare una storiografia ostile al cristianesimo e alla Chiesa; oggi è la storiografia stessa ad attraversare una crisi più seria, dovendo lottare per la propria esistenza in una società plasmata dal positivismo e dal materialismo. Entrambi queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici – malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare così solo come uno sfondo buio sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l’utopia di un “paradiso sulla terra”, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace».

Il disinteresse per la storia, possiamo dunque dire, cercando di riannodare i fili di queste citazioni, «genera trascuratezza nell’analisi degli avvenimenti passati, che arriva ad ignorare perfino intere epoche, cosicché si hanno piani di studio per i quali – queste sono parole di Benedetto XVI -, la storia inizia solamente a partire dagli avvenimenti della Rivoluzione Francese. Tutto questo oblio storico però ha un prezzo. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. E la deformazione del passato è un’arma tipica della mentalità totalitaria. L’ideologia dominante avverte la necessità di piegare il passato all’interno di uno schema preconfezionato, compatibile con la propria visione astratta. Non ha alcuna importanza che la realtà sia diversa, che i fatti si siano svolti al di fuori di questo schema ideologico. Le ideologie dominanti, che conquistano il potere per mantenerlo e rafforzarlo devono incidere sulla storia, modificarla, alterare il senso della storia e degli avvenimenti del passato». Ed ecco in quale senso il magistero parla di uno smarrimento. Proprio Benedetto XVI dice che “una società che perde il senso della propria storia, delle proprie origini, delle proprie radici, è particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica”.

In un suo recente saggio il cardinale Robert Sarah, affrontando il tema della modernità e ei suoi limiti, affronta anche l’argomento che affrontiamo quest’oggi, e ci aiuta con alcune interessanti considerazioni, scrivendo così: «L’uomo moderno occidentale disprezza il passato. È fiero della propria civiltà che ritiene superiore a tutte quelle che l’hanno preceduta. I progressi nei campi scientifico e tecnologico alimentano questa sua illusione. Le ultime rivoluzioni nell’ambito della tecnologia e della comunicazione, in particolare in internet, rafforzano tale pretesa. L’uomo moderno è smemorato. Aspiriamo alla rottura con il passato, mentre il nuovo si trasforma in un idolo. Esiste a mio avviso una aggressiva ostilità nei confronti della tradizione, e più in generale di ogni eredità. Oggi, vivendo un continuo mutamento, l’uomo moderno si priva della bussola». E più avanti, nel medesimo saggio, leggiamo così: «La crisi della memoria non può che generare una crisi cultuale. Il requisito per il progresso consiste nella trasmissione delle acquisizioni del passato. L’uomo è fisicamente e ontologicamente legato alla storia di coloro che l’hanno preceduto. Una società che rifiuta il passato si preclude il proprio futuro. È una società morta, una società senza memoria, una società spazzata via dal alzheimer!

Le radici costituiscono la base e l’alimento della vita. Innestano la vita in un terreno fertile e la irrorano di una linfa nutriente. Si immergono nell’acqua perché la vita sia lussureggiante in ogni stagione. Permettono la crescita della chioma e la comparsa di fiori e frutti. Una vita senza radici richiama la morte. Il complicato rapporto dei moderni con il concetto di radici sorge dalla crisi antropologica. L’uomo moderno ha paura che le proprie radici diventino un vincolo. Preferisce misconoscerle. Si crede libero, quando invece è più vulnerabile. Diventa come una foglia morta staccata dall’albero, in balia del vento».

Qual è allora il senso e l’utilità dello studio storico? E come agisce la mano provvidente di Dio sulla storia dell’umanità? È necessario, per scoprire e amare le radici della nostra civiltà, quindi le nostre stesse radici, esercitare una facoltà tanto importante quanto trascurata: LA MEMORIA STORICA, appunto. E allora interroghiamoci sulla storia e sulla sua importanza, e cerchiamo di capire qual è l’utilità della storia, cioè della conservazione e della trasmissione della memoria storica.

Lo studioso Luciano Pellicani ha scritto una bellissima considerazione che vi propongo. Scrive così: «La tradizione è la precondizione del progresso». Quindi il progresso non può esserci se non c’è un corpo di valori, se non c’è un antefatto che lo precede e lo prepara. E continua Pellicani: «Poiché senza di essa – cioè senza la tradizione -, gli uomini sarebbero costretti a partire da zero. Si troverebbero senza un sistema di soluzioni materiali, intellettuali e morali collaudate su cui appoggiarsi, dal momento che la tradizione è ciò che la società ha tesaurizzato, (ha fatto tesoro), ha accumulato ed istituzionalizzato. La serie degli esperimenti compiuti dalle passate generazioni, e utilizzati dalle generazioni presenti. Il che significa che la continuità è la legge dell’esistenza storica delle società. Una legge che opera attraverso le generazioni, le quali arricchiscono e trasmettono ciò che hanno ereditato». È tutto qua, potremmo dire! E non c’è nessuna considerazione di tipo confessionale. Queste sono proprio considerazioni di buon senso di uno studioso che spiega come non possa esistere un progredire fruttuoso a livello sociale se si è completamente dimentichi del proprio passato.

La storia fra l’altro non è un mero strumento di studio del passato, affinché questo possa aiutare a comprendere il presente e a costruire il futuro. Non è solo questo, o comunque non può essere ridotto solo a questa funzione utilitaristica. Come ha scritto il grande e compianto storico del Medio Evo Marco Tangheroni: «Contrariamente a quanto credeva chi ne dilatava i compiti e affidava ad essa la comprensione completa, tendenzialmente definitiva, positiva e scientifica, del passato, del presente ed anche del futuro, la storia non offre la risposta decisiva alle domande essenziali sull’uomo. Non è a essa che tali domande – che il mondo tende a eludere -, ma che si riaffacciano prepotenti, ineludibili, fondamentali; non è a essa che tali domande vanno poste. Ciò non esclude che in qualche modo la storia ci prepari a tali domande e alle relative risposte, sgombrando, in un certo senso, il campo. Ci aiuta a capire che l’uomo non è un dio. La storia educa alla complessità e con ciò stesso affina la nostra capacità di leggere il presente. La storia inoltre educa alla responsabilità. E penso qui alla disciplina nella scuola, mostrando che ciò che accade, accade non necessariamente, ma per le scelte libere degli uomini, talora di un uomo qualsiasi che si trova casualmente all’incrocio decisivo, abitua e forma alla responsabilità delle proprie scelte. Essa deve contribuire a formare l’uomo, l’uomo libero e responsabile». Direi che queste parole del professor Tangheroni ci aiutano bene a comprendere il senso e il valore della memoria storica.

E, sulla stessa linea, monsignor Luigi Negri, quando scrive: «È una questione di estrema importanza per il nostro presente, conoscere la storia, perché una personalità, un gruppo, il popolo cristiano, che non conosca adeguatamente la propria tradizione, è come se non avesse consistenza culturale, e quindi responsabilità. Privare una personalità del senso della sua storia è un modo per incominciare già a renderlo schiavo. Insomma, un uomo privo della propria storia non ha la capacità di presenza significativa ed incisiva. È destinato ad essere travolto e annientato. Ed è in questo senso che Sant’Agostino diceva che il presente – il tempo – è una distensione della persona tra un passato che deve essere assimilato da ciascuno, e un futuro che dev’essere progettato. Pretendere di vivere bene il presente e di poter progettare con serietà un futuro degno dell’uomo senza conoscere e comprendere il proprio passato, è una folle e tragica utopia che non deve assolutamente coinvolgere il cristiano». Il cristiano dev’essere assolutamente alieno da una tentazione utopistica di questo tipo. La conservazione della memoria storica – possiamo allora dire -, è uno strumento decisivo che consente all’uomo di conoscere sé stesso, di esaminare il proprio passato, di capire il presente, di agire con prudenza nel progettare il futuro. In questo senso la saggezza definisce la storia come maestra di vita. E, analogamente, il pensatore francese Joseph De Maistre parla della storia come di politica sperimentale, cioè come luogo di verifica delle costruzioni e delle teorizzazioni filosofiche, ideologiche, sociali ed economiche.

Un grande contributo per approfondire il senso della storia, il senso del lavoro dello storico, lo ha dato il pensatore cattolico svizzero Gonzague de Reynold che ha scritto pagine magistrali sulla storia e la sua funzione pedagogica. Vi propongo alcuni stralci perché davvero meritano di essere riletti, ascoltati e meditati. Sentiamone uno: «Ecco un’altra domanda che mi è stata spesso posta. A cosa serve la storia? Insegna agli uomini a vivere in società, perciò è una sapienza. È una sapienza perché è una esperienza. Mostra che gli uomini sanno quello che fanno, ma non possono prevederne tutte le conseguenze. Ci insegna che molte disgrazie, molte catastrofi, molte decadenze, molte degenerazioni, hanno il loro punto di partenza in ERRORI MORALI. La storia ha questa virtù: ci aiuta a prevedere. In questo senso è una prudenza. La prudenza stessa si definisce una sapienza pratica: quella che deve possedere l’uomo di Stato. “Ma se l’uomo di Stato vuole prevedere – e questo è un atto specifico della ragione -, deve fondarsi nello stesso tempo sulla conoscenza del presente e sulla esperienza del passato». Chi parla così – scrive De Reynold – è San Tommaso d’Aquino.

E sempre il medesimo autore, parlando del ruolo della storia come scuola di realismo politico, scrive: «L’oblio, il disprezzo della storia, bisognerebbe considerarlo come uno dei più gravi fenomeni di degenerazione e di barbarie. Infatti il fenomeno sarebbe equivalente per la società ciò che rappresenta la perdita della memoria per l’individuo. Ma se l’uomo perde la memoria, prenderà per guida soltanto i suoi istinti».

Il grande studioso svizzero si è interrogato molte volte, in differenti contesti, sui grandi temi dello scorrere del tempo, il susseguirsi delle culture e delle civiltà. Il percorso storico dell’umanità, e di quella europea e occidentale in particolare. Vorrei allora proporvi alcuni altri straordinari spunti di riflessione che credo ci aiutino a entrare sempre di più nel merito di questa nostra conversazione sul senso e l’utilità della storia.

Leggiamo allora questa breve pagina di De Reynold: «Possiamo vedere dove andiamo solo se abbiamo imparato da dove veniamo. Non si tratta di una concezione nuova: fino allo scientismo e al determinismo del secolo XIX, si sapeva che la storia aveva un fine: insegnare agli uomini a vivere in società. Tutti quelli che hanno fatto studi classici hanno tradotto almeno una volta l’elogio che nel “De oratore”, Cicerone fa della storia: “Testimone delle generazioni, luce di verità, conservatrice delle memorie, maestra di vita, messaggera di antichità”. Nella Somma teologica, dove dedica nove questioni alla prudenza, San Tommaso d’Aquino fissa in questi termini l’obbligo di prevedere la possibilità di fare. Prevedere il futuro – dice – e prevederlo fondandosi nello stesso tempo sulle circostanze presenti e sull’esperienza passata, come nel caso della prudenza, è funzione propria della ragione, poiché appartiene solo alla ragione istituire paragoni e valutarli».

E più avanti, in un altro saggio molto interessante, ci sono considerazioni davvero straordinarie. Sono testi della prima metà del Novecento. Scrive De Reynold: «La storia non coincide solamente con il passato (Ecco, questo mi sembra un passaggio molto interessante, e vi invito a prestare attenzione, perché sfata anche un pregiudizio molto diffuso, cioè che parlando di storia parliamo di avvenimenti del passato. Infatti la storia si identifica con ciò che non è più. Invece De Reynold fa questa precisazione. Dice: «La storia non coincide solamente con il passato. Il passato è solo una parte della storia: quella che seguiamo con lo sguardo quando ci sforziamo di risalire la corrente verso la sorgente, ma la storia è tutto il fiume, con tutti gli affluenti e tutti i subaffluenti, dalla sorgente alla foce. Non vi è affatto separazione fra il passato, il presente e l’avvenire; tra l’origine e la fine dell’umanità. Le cause della storia sono cause finali. Ma poiché solo gli spiriti puri sono capaci di cogliere tutto in un’intuizione immediata, ecco che noi uomini votati al lavoro e alla ricerca siamo assolutamente costretti a dividere il fiume con dighe di sbarramento e a porre lungo le rive pietre miliari. Se non procedessimo con questo metodo analitico, ci sarebbe impossibile elevarci ad una sintesi. Poiché viviamo nel presente, crediamo che il passato sia morto. Cerchiamo di chiudere la storia nel sepolcro del passato, dimenticando che quella va più veloce e più lontana di esso. Proprio la storia impedisce al passato di morire, trascinandolo sul presente e spingendo entrambi nell’avvenire».

Ecco, mi sembra che questa sia veramente una figura di straordinaria bellezza, di grande profondità, e su cui vale veramente la pena di fare una riflessione. Ripeto, chi di noi non è abituato a pensare la storia come ad un insieme di avvenimenti del passato che cerchiamo in qualche modo di riordinare, di ricordare, di mettere in fila, di sistemare in qualche casella, in qualche anno o secolo, di dar loro una cronologia, ma nulla di più. Si tratta di qualcosa che c’è stato e che non tornerà più. Anche un proverbio popolare dice che “la storia non si ripete”, non ritornerà più così esattamente come è stata, quindi è una cosa che non ci appartiene. E invece Gonzague De Reynold ci offre questa bellissima immagine del fiume. L’esistenza degli uomini e delle società, e quindi anche dei corpi sociali e delle civiltà umane sono come un lungo fiume che va verso una foce procedendo da una fonte, un’origine, una sorgente. Ma tra la sorgente e la foce si snoda per tutta una serie di avvallamenti, di anse, di rapide, di momenti di turbolenza e momenti di calma; momenti in cui siamo di fronte a un torrente e momenti in cui siamo di fronte a un grande fiume tranquillo.

Ecco, se questa similitudine è, come credo, valida, ci aiuta pienamente a capire che il nostro presente si situa in un certo punto del fluire del fiume, dell’acqua che scorre. Certo, non ci troviamo alla sorgente, e quindi c’è un tratto di fiume che è venuto prima di noi, che ha percorso una strada, ma noi siamo già molto più avanti. E questo è in qualche modo il passato. Ma questa stessa acqua che viene dalle nostre spalle, dalla sorgente, passa in questo momento sul punto dove ci troviamo, e spinge tutto verso la foce in un modo unitario, che coinvolge tutto, che tutto rende omogeneo, che ci consente di comprendere come la storia appartenga al nostro presente e ci porti verso il nostro futuro. Questo mi sembra davvero un passaggio di straordinaria importanza.

Direi ora di fare una breve pausa musicale, in modo che su questo concetto abbiamo modo di riflettere, prima di aprire un altro capitolo, di fare un ulteriore passaggio in questo ragionamento.

Per chi vuol proseguire l’ascolto, ecco il link: https://radiomaria.it/puntata/problemi-di-storia-della-chiesa-18-01-2020/

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Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2020

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”
Il portavoce vaticano Matteo Bruni e il direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli dopo le anticipazioni del libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah: Francesco come Paolo VI che diceva di preferire di dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Francesco

«La posizione del Santo Padre sul celibato è nota». Ed è quella ricalcata da tutti gli ultimi Pontefici, a cominciare da Paolo VI dal quale Francesco ha mutuato la nota frase: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Mentre incalza il dibattito – fragoroso sul web a colpi di tweet e post, più felpato nelle voci scambiate nei corridoi della Curia romana – per le anticipazioni sul libro di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, la Santa Sede è intervenuta per chiarire alcuni punti fondamentali. A cominciare dalla «posizione», appunto, del Papa – il regnante, Francesco – su una questione controversa che ha animato le discussioni negli ultimi cinquant’anni, ancor più il Sinodo sull’Amazzonia con la proposta dei “viri probati”.

Una posizione certamente non aperturista, quella di Jorge Mario Bergoglio, come dimostrano i vari interventi sul tema riassunti in una breve nota del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, e in un’accurata analisi del direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

Due pubblicazioni che non vogliono costituire una memoria difensiva del Pontefice – dato che, fino a prova contraria, non gli viene imputata alcuna colpa -, ma uno strumento per ridimensionare l’acceso dibattito venutosi a creare con il nuovo intervento del Papa emerito. Lo stesso Pontefice che aveva promesso silenzio e nascondimento dopo le sue dimissioni, ma che per la terza volta in questi sette anni ha reso pubbliche le sue posizioni su una problematica spinosa (l’ultima era, l’aprile scorso, con gli “appunti” sugli abusi). Un gesto indubbiamente animato dal profondo amore alla verità e all’unità della Chiesa – come ribadisce nel nuovo volume edito da Fayard presentandosi, insieme a Sarah, come un vescovo in «filiale obbedienza a Papa Francesco» -, ma che, al di là di ogni intenzione, va ad alimentare la narrativa di un doppio pontificato o di un «pontificato condiviso» (tesi avvalorata da alcuni membri dell’entourage di Ratzinger), di gran voga ultimamente dopo l’uscita del film Netflix “I due Papi”, e a prestare il fianco agli oppositori del pontificato bergogliano che approfittano di ogni persona – fosse anche il predecessore – e situazione per delegittimare il Papa in carica.

Nel suo comunicato il portavoce Bruni ricorda un importante intervento di Francesco sul celibato che è la risposta offerta ai giornalisti sul volo che lo riportava, nel gennaio 2019, da Panama a Roma. «È possibile pensare che nella Chiesa cattolica, seguendo il rito orientale, Lei permetterà a degli uomini sposati di diventare preti?», domandava al Papa una giornalista francese. Il Vescovo di Roma ha risposto così: «Mi viene alla mente una frase di San Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Mi è venuta in  mente e voglio dirla, perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, 1968/1970… Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alla Isole del Pacifico… Quando c’è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli».

Proprio una «necessità pastorale» sta alla radice della proposta dei vescovi della Regione Panamazzonica, presentata ai padri riuniti nel Sinodo dello scorso ottobre, di ordinare uomini sposati di comprovata fede per distribuire i sacramenti in quelle comunità indigene che vivono in luoghi sperduti della foresta dove i sacerdoti, a causa delle lunghe distanze (in Perù e in Brasile, ad esempio, si parla anche di otto giorni di viaggio) o della carenza di clero, celebrano messa una volta ogni due mesi. Al termine del Sinodo i padri hanno approvato l’ipotesi con una maggioranza dei due terzi, in una soluzione forse più “soft”: ordinare sacerdoti diaconi permanenti sposati. Più che «preti sposati», «sposi spretati», volendo usare il gioco di parole di un vaticanista di lungo corso.

La questione è ora al vaglio del Pontefice, il quale si pronuncerà in merito nella esortazione apostolica post-sinodale che sembra possa essere pubblicata già nelle prossime settimane. Qualcuno ha già previsto scenari apocalittici come l’abolizione definitiva del celibato e la conseguente scomparsa della stessa Chiesa (alcune espressioni del cardinale Sarah, che nel libro arriva a definire «una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un oscuramento della comprensione del sacerdozio» l’eventuale possibilità di ordinare uomini sposati, sembrano muoversi in questo senso), nella certezza assoluta che il Papa argentino dia il suo placet alla proposta.

Nell’attesa bisognerebbe ripartire dai fatti concreti e dalle parole già pronunciate, come quelle del Papa nel discorso finale del Sinodo il 26 ottobre. Come fa notare Tornielli nel suo editoriale, Bergoglio, dopo aver seguito in aula tutti i lavori, non ha menzionato in alcun modo il tema dell’ordinazione di uomini sposati, «neanche di sfuggita». Ha invece ricordato le quattro dimensioni del Sinodo: quella relativa all’inculturazione, quella ecologica, quella sociale e infine la dimensione pastorale, che «le include tutte».

«In quello stesso discorso – sottolinea il direttore editoriale -, il Pontefice ha parlato della creatività nei nuovi ministeri e del ruolo della donna e riferendosi alla scarsità di clero in certe zone di missione, ha ricordato che ci sono tanti sacerdoti di un Paese che sono andati nel primo mondo – Stati Uniti ed Europa – “e non ce ne sono per inviarli alla zona amazzonica di quello stesso Paese”». Nient’altro. Anzi, il Papa ha espresso il proprio compiacimento nel vedere che i partecipanti all’assise non siano «caduti prigionieri di questi gruppi selettivi che del Sinodo vogliono vedere solo che cosa è stato deciso su questo o su quell’altro punto intra-ecclesiastico, e negano il corpo del Sinodo che sono le diagnosi che abbiamo fatto nelle quattro dimensioni». Un rischio che sembra invece paventarsi ora, a tre mesi dalla chiusura del Sinodo.

Sempre Tornielli nell’articolo pubblicato sul sito Vatican News e su L’Osservatore Romano ricorda anche un punto fondamentale nelle discussioni sul celibato, il fatto che esso non è e non mai stato un «dogma», bensì una «disciplina ecclesiastica della Chiesa latina» che tutti i Papi hanno sempre considerato un «dono prezioso».

La Chiesa cattolica di rito orientale prevede infatti la possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati ed eccezioni sono state ammesse anche per la Chiesa latina proprio da Benedetto XVI nella Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus” (la vera “svolta” sul celibato) dedicata agli anglicani che chiedono la comunione con la Chiesa cattolica, dove si prevede «di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Ora Benedetto, in coppia con Sarah che rimarca il «legame ontologico-sacramentale tra sacerdozio e celibato», riflette sull’argomento risalendo alle radici ebraiche del cristianesimo per affermare che sacerdozio e celibato sono uniti dall’inizio della «nuova alleanza» di Dio con l’umanità, stabilita da Gesù. E ricorda che già «nella Chiesa antica», cioè nel primo millennio, «gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’ordine solo se si erano impegnati a rispettare l’astinenza sessuale».

Tutta questa tradizione «ha un peso e una validità». Così diceva Papa Francesco, ancora cardinale, dialogando con l’amico rabbino Abraham Skorka nel libro “Il cielo e la terra”. Nella conversazione l’allora arcivescovo di Buenos Aires spiegava di essere favorevole al mantenimento del celibato «con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

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Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2020

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere
Il monito di Raztinger dopo il Sinodo sull’Amazzonia che apre alla possibilità di ordinare preti persone sposate. L’anticipazione di un libro scritto con il cardinale Sarah
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera
Tratto da: 
Radio Maria

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere dans Articoli di Giornali e News Benedetto-XVI

«Silere non possum! Non posso tacere!». Il Papa emerito Benedetto XVI, insieme con il cardinale Robert Sarah, cita Sant’Agostino per dire che il celibato dei preti è «indispensabile» e chiedere di fatto al successore Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, proposta in ottobre dal Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia per compensare la carenza di clero: «Viviamo con tristezza e sofferenza questi tempi difficili e travagliati. Era nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico. Con esso, infatti, si trova messa in discussione tutta la bellezza della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un’istituzione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. È quanto il nostro celibato sacerdotale non cessa di rammentare al mondo. È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale».

Il libro
Così si legge nel libro Dal profondo del nostro cuore, firmato Benedetto XVI e da Sarah, che esce mercoledì in Francia da Fayard (in Italia sarà pubblicato a fine mese da Cantagalli) e del quale il quotidiano Le Figaro ha anticipato ieri alcuni estratti. I due autori — Raztinger si firma con il nome da pontefice — dicono di presentare le loro riflessioni «in quanto vescovi», «in obbedienza filiale a papa Francesco» e con «uno spirito d’amore per l’unità della Chiesa». Scrivono di volersi tenere «lontani» da ciò che divide, «le offese personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acredine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il padre della menzogna». Ma certo l’operazione editoriale crea una situazione che non ha precedenti nella storia della Chiesa, come del resto non ha precedenti la presenza di un «emerito» accanto al Papa eletto.

Il Sinodo
Nei prossimi mesi, forse settimane, è attesa infatti l’«Esortazione apostolica» nella quale papa Francesco tirerà le somme del Sinodo. Il 26 ottobre l’assemblea ha approvato un testo che, nell’articolo più controverso (128 sì, 41 no), proponeva di «stabilire criteri e disposizioni» «per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

L’Amazzonia
In Amazzonia lo chiedevano da anni, ma era la prima volta che la «proposta» compariva nero su bianco in un testo ufficiale della Chiesa. Alla fine sarà il Papa a decidere. Già il cardinale Christoph Schönborn, vicino a Francesco, invitava alla «prudenza» e spiegava al Corriere della Sera: «Prima si deve cominciare con i diaconi permanenti, poi si vedrà». Ma intanto ora interviene il Papa emerito, con tutto il peso del suo nome e della sua autorità teologica. Nell’introduzione, gli autori scrivono: «Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il mondo rimbombava del frastuono provocato da uno strano sinodo dei media che aveva preso il sopravvento sul Sinodo reale. Ci siamo confidati le nostre idee e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e meditato in silenzio». Il cardinale Sarah scrive che «parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna» e «non si può proporre all’Amazzonia dei preti di “seconda classe”».

«Un’astinenza ontologica»
Nel suo saggio sul «sacerdozio cattolico», Ratzinger risale alle radici teologiche della scelta celibataria, parla di «un’astinenza ontologica» che non significa «un giudizio negativo della corporeità e della sessualità» e aggiunge, netto: «La chiamata a seguire Gesù non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a qualsiasi compromesso». Per Benedetto XVI e il cardinale Sarah ne va del futuro della Chiesa, insieme firmano introduzione e conclusioni: «È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul celibato sacerdotale che protegge il suo mistero. Tale sguardo sarà il miglior baluardo contro lo spirito di divisione, contro lo spirito partitico, ma anche contro l’indifferenza e il relativismo».

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Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa

Posté par atempodiblog le 3 mars 2018

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa
Un decreto del cardinale Sarah, prefetto del Culto divino, stabilisce la memoria obbligatoria nel rito romano per il lunedì dopo Pentecoste
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa dans Andrea Tornielli Affresco_di_Maria_Theotok_s_nel_Monastero_di_Visoki_Decani
Affresco di Maria Theotokós nel Monastero di Visoki Decani

«Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, madre della Chiesa, sia iscritta nel calendario romano nel lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno». È quanto si legge nel decreto pubblicato sabato 3 marzo 2018 e firmato dal cardinale prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah. Il decreto porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes.

Insieme al decreto sono stati pubblicati i relativi testi liturgici, in latino, per la messa, l’Ufficio divino e il Martirologio romano. Le Conferenze episcopali provvederanno ora ad approvare la traduzione dei testi. Il motivo della celebrazione, spiega in una nota di commento alla decisione papale il cardinale Sarah, è legato alla «maturazione della venerazione liturgica riservata a Maria a seguito di una migliore comprensione della sua presenza “nel mistero di Cristo e della Chiesa”, come ha spiegato il capitolo VIII della Lumen gentium del Concilio Vaticano II».

Nel promulgare la costituzione conciliare sulla Chiesa, il 21 novembre 1964, Paolo VI «volle solennemente riconoscere a Maria il titolo di “Madre della Chiesa”» . Una decisione accolta dall’applauso dell’aula. «Il sentire del popolo cristiano – spiega Sarah – in due millenni di storia, aveva in vario modo colto il legame filiale che unisce strettamente i discepoli di Cristo alla sua santissima Madre».

«L’acqua e il sangue sgorgati dal cuore di Cristo sulla croce, segno della totalità della sua offerta redentiva – si legge ancora nel commento del porporato Prefetto del Culto – continuano sacramentalmente a dar vita alla Chiesa attraverso il Battesimo e l’Eucaristia. In questa mirabile comunione, sempre da alimentare tra il Redentore e i redenti, Maria santissima ha la sua missione materna da svolgere». Una messa votiva dedicata a Maria madre della Chiesa era stata approvata dalla Congregazione nel 1973, in vista dell’Anno Santo del 1975.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II vi era stata concessa la possibilità alle Conferenze episcopali di aggiungere il titolo di “Madre della Chiesa” nelle Litanie lauretane che si recitano al termine del Rosario. Inoltre nel corso degli anni era stato anche approvato l’inserimento della celebrazione della “Madre della Chiesa” nel calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina, proprio nel lunedì dopo Pentecoste. In altre date si celebrava in luoghi peculiari, come la Basilica di San Pietro, dove era avvenuta la proclamazione da parte di Paolo VI, come pure in alcuni ordini e congregazioni religiose.

Ora Papa Francesco ha stabilito che, il lunedì dopo Pentecoste, la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria per tutta la Chiesa di rito romano. «È evidente – osserva Sarah – il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti… L’auspicio è che questa celebrazione, estesa a tutta la Chiesa, ricordi a tutti i discepoli di Cristo che, se vogliamo crescere e riempirci dell’amore di Dio, bisogna radicare la nostra vita su tre realtà: la croce, l’ostia e la Vergine».

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Il Papa eleva a festa la celebrazione di Maria Maddalena

Posté par atempodiblog le 10 juin 2016

Il Papa eleva a festa la celebrazione di Maria Maddalena
La celebrazione di Santa Maria Maddalena, oggi memoria obbligatoria nel giorno 22 luglio, sarà elevata nel Calendario Romano generale al grado di festa. Per espresso desiderio del Papa la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha pubblicato il relativo decreto.

di Paolo Ondarza – Radio Vaticana

Maddalena

“Apostolorum Apostola” la definiva san Tommaso d’Aquino: Maria Maddalena fu infatti la testimone oculare del Cristo Risorto, la prima a darne testimonianza agli apostoli. La celebrazione di questa Santa, finora memoria obbligatoria, sarà elevata nel Calendario Romano Generale al grado di Festa. Ne da notizia il decreto datato 3 giugno 2016, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, a firma del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, reso noto oggi. Nell’articolo di commento firmato dal segretario, mons. Artur Roche, si spiega che la  decisione si iscrive nell’attuale contesto ecclesiale, che domanda di riflettere più profondamente sul tema, della dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della misericordia divina.

Decisione presa nel contesto del Giubileo della Misericordia
“Fu San Giovanni Paolo II – si ricorda – a dedicare una grande attenzione non solo all’importanza delle donne nella missione stessa di Cristo e della Chiesa, ma anche alla peculiare funzione di Maria di Magdala quale prima testimone che vide il Risorto e prima messaggera che annunciò agli apostoli la risurrezione del Signore”. Un’importanza ribadita nell’impegno della Chiesa per la nuova evangelizzazione “che vuole accogliere, senza alcuna distinzione, uomini e donne di qualsiasi razza, popolo, lingua e nazione, per annunciare loro la buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo, accompagnarli nel loro pellegrinaggio terreno ed offrir loro le meraviglie della salvezza di Dio”. La decisione di Papa Francesco si inserisce nel contesto del Giubileo della Misericordia “per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata”.

Maria Maddalena, prima testimone della Divina Misericordia
La tradizione ecclesiale in Occidente identifica nella stessa persona Maria di Magdala, la donna che versò profumo nella casa di Simone, il fariseo, e la sorella di Lazzaro e Marta. Maria Maddalena formò parte del gruppo dei discepoli di Gesù, lo seguì fino ai piedi della croce e, nel giardino in cui si trovava il sepolcro, fu la prima testimone della Divina Misericordia, “la prima a vedere il sepolcro vuoto e la prima ad ascoltare la verità della sua risurrezione”. Nell’articolo di commento si segnala il contrasto tra Eva, donna del giardino del paradiso e Maria Maddalena, donna del giardino della risurrezione. La prima diffuse la morte dove c’era la vita; la seconda annunciò la Vita da un sepolcro, luogo di morte. «Noli me tangere», l’invito rivolto da Cristo a Maria Maddalena è per tutta la Chiesa: a non cercare sicurezze umane e titoli mondani, ma la fede in Cristo Vivo e Risorto! “E’ giusto – conclude l’articolo di commento – che la celebrazione di questa donna abbia il medesimo grado di festa dato alla celebrazione degli apostoli nel Calendario Romano Generale e che risalti la speciale missione di questa donna, che è esempio e modello per ogni donna nella Chiesa”. Il giorno della celebrazione – si specifica nel decreto – rimane invariato, il 22 di luglio.

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«Oh no, la predica!». Decalogo per sacerdoti per fare un’omelia come Dio comanda

Posté par atempodiblog le 4 mars 2015

“Non si offendano le persone con ironie o invettive; specialmente nelle piccole borgate non si dica parola che possa essere giudicata allusiva alla condotta di qualche individuo.

Il predicatore badi a non inasprire menomamente gli erranti. Le sue parole spirino sempre carità e benignità.

Le invettive non ottengono le conversioni: l’amor proprio si ribella. Era questo il metodo che teneva S. Francesco di Sales e che era da lui consigliato. Egli narrava che i protestanti correvano in folla ad udirlo e dicevano che loro piaceva, perché non lo vedevano infuriarsi come i loro Ministri”.

San Giovanni Bosco

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Quando si cerca di ascoltare il Signore è normale avere tentazioni. Una di esse è semplicemente sentirsi infastidito o oppresso, e chiudersi; altra tentazione molto comune è iniziare a pensare quello che il testo dice agli altri, per evitare di applicarlo alla propria vita.

Papa Francesco – Evangelii Gaudium

«Oh no, la predica!». Decalogo per sacerdoti per fare un’omelia come Dio comanda dans Cardinale Robert Sarah 25690mx 

«Oh no, la predica!». Decalogo per sacerdoti per fare un’omelia come Dio comanda
«Non è un pezzo di oratoria, né uno spettacolo, né tanto meno una sfilza di rimproveri». Consigli ai nostri cari sacerdoti (talvolta un po’ logorroici)
di Tempi.it

«Oh no, la predica!». Dite la verità, quante volte, con spirito poco cristiano, vi sono scappate per la mente queste parole quando il sacerdote ha cominciato l’omelia durante la Messa? Non dev’essere un pensiero solo di molti fedeli se anche il Vaticano ha voluto [...] ribadire l’importanza dell’omelia durante le celebrazioni. La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha pubblicato il Direttorio omiletico, un testo che vorrebbe aiutare i sacerdoti a recuperare il senso di questa parte così importante della funzione liturgica.

«Non è un pezzo di oratoria, né uno spettacolo, né tanto meno una sfilza di rimproveri», ha scritto l’Osservatore Romano, ricordando le parole del prefetto della Congregazione, il cardinale Robert Sarah: questo è un testo che «non nasce senza un perché». Già Benedetto XVI aveva parlato della necessità di un predicazione che deve essere «arte» e anche papa Francesco nell’Evangelii gaudium ha sottolineato l’importanza di questo «importante ministero».

LA LUNGHEZZA. Sia Sarah sia il segretario della Congregazione, l’arcivescovo Arthur Roche, hanno insistito sull’esigenza che l’omelia non sia improvvisata, ma preparata e che – come insegnato da grandi oratori come sant’Ambrogio e san Leone Magno – essa sia d’aiuto ai fedeli nella comprensione del contesto liturgico in cui è inserita. E quanto deve essere lunga? Non esiste un timer, anche perché, ha notato Sarah, «dipende dalle circostanze: in Europa forse venti minuti sembrano troppi, ma in Africa non bastano. Lì la gente arriva da lontano per ascoltare la parola di Dio». L’importante – e come dargli torto – è che «non sia noiosa», ha chiosato Roche.

IL DECALOGO. Avvenire ha schematizzato in un decalogo i suggerimenti dati ai sacerdoti (tra parentesi, la fonte).

  1. L’omelia va preparata accuratamente, ancorandola a una profonda conoscenza della Sacra Scrittura, in particolare del Vangelo. (Prop. 19, Sinodo dei Vescovi 2005) 
  2. Non è un discorso qualsiasi, ma un parlare ispirato dalla Parola di Dio. Si può ricorrere ad immagini o a leggende per non annoiare i fedeli. (Card. Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti) 
  3. L’omelia non è uno spettacolo di intrattenimento, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione (Evangelii Gaudium, n. 138) 
  4. L’omelia non può essere improvvisata: al contrario merita “un tempo prolungato di studio, preghiera, riflessività e creatività pastorale” (Evangelli Gaudium, n. 145) 
  5. La predicazione deve essere positiva perché offra “sempre speranza” e non lasci “prigionieri della negatività” (Evangelii Gaudium). 
  6. Il buon omileta guida “a intendere e gustare ciò che esce dalla bocca di Dio, aprire i i cuori al rendimento di grazie a Dio, alimentare la fede, preparare a una fruttuosa comunione sacramentale con Cristo”. Sarà un cattivo omileta che “pur essendo magari un grande oratore, non sarà capace di suscitare questi effetti”. (Mons. Arthur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti) 
  7. Il predicatore deve organizzare la sua omelia seguendo questa traccia: scegliere cosa dire, perché dirlo, come dirlo a “questa” assemblea specifica. Le omelie si differenziano a seconda della celebrazione: nella messa feriale si raccomanda una omelia breve. (Padre Corrado Maggioni, sottosegretario della Congregazione) 
  8. Una omelia efficace instilla in chi ascolta il desiderio di conoscere o ri-conoscere Dio, presentandolo nel modo più diretto e chiaro, non accartocciato o parziale (Filippo Riva, Officiale del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali) 
  9. Una omelia efficace mette in pericolo ciò che chi ascolta “sa già”. (Filippo Riva) 
  10. Il parlare di un sacerdote dovrà essere incarnato, dovrà cioè testimoniare un atteggiamento di fronte alla vita, una posizione umana. (Filippo Riva)

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La leggenda di Maimuna

Posté par atempodiblog le 11 février 2015

La leggenda di Maimuna dans Cardinale Robert Sarah La-leggenda-di-Maimuna

C’era un uomo che voleva sapere chi sarebbe stato il suo vicino in cielo. Avere, infatti, un vicino cattivo sulla terra, anche se per 50 anni, è già difficile ma averlo per l’eternità è ancora più difficile. Allora gli viene risposto: “Il tuo vicino si chiama Maimuna”. E lui: “Ma chi è Maimuna?”. “Maimuna è una ragazza che vive in un villaggio”.

Allora, lui va in questo villaggio e chiede chi sia Maimuna. Gli viene risposto che Maimuna è una pazza, che custodisce le pecore vicino al cimitero. Allora, si reca al cimitero e trova Maimuna che prega. Mentre Maimuna pregava le pecore erano mescolate assieme ai lupi, ma i lupi non mangiavano le pecore e le pecore non avevano paura dei lupi.

E allora, al termine della preghiera, l’uomo chiede a Maimuma: “Come hai fatto a fare in modo che i lupi stiano assieme alle pecore senza pericolo?”. E lei rispose: “Ho migliorato i miei rapporti con Dio e Dio ha migliorato i rapporti fra i lupi e le pecore”.

del Cardinale Robert Sarah
prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
Fonte: Radio Vaticana

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Gay, rispetto oltre l’ideologia. Vicinanza, non confusione

Posté par atempodiblog le 19 novembre 2014

Dal Sinodo emerge la linea della misericordia
Gay, rispetto oltre l’ideologia. Vicinanza, non confusione
di Luciano Moia – Avvenire

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Sì all’accoglienza, sì alla vicinanza, sì alla comprensione «con rispetto e delicatezza». No alla discriminazione, no all’omofobia, no al giudizio denigratorio. Ma no anche alla confusione, alle posizioni ideologiche e alla banalizzazione. È lo stesso sguardo di misericordia e di simpatia rivolto a tutte le persone che combattono contro le difficoltà, le sofferenze e le ingiustizie quello con cui la Chiesa si rivolge alle persone omosessuali. Mentre si china con l’obiettivo di comprendere «le persone nel loro concreto stato di vita» e rifiuta qualsiasi «irrigidimento ostile», la Chiesa – sono parole pronunciate da Francesco nel discorso conclusivo del Sinodo – rifiuta anche «il buonismo distruttivo che a nome di una misericordia ingannatrice, fascia le ferite senza prima curarle e medicarle» e si guarda sia dalla «tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente», sia di trasformare «il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati, cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili”».

Un richiamo all’equilibrio e alla misura nella verità che, applicata alla situazione delle persone omosessuali, impone una serie di domande nello sforzo di entrare nel cuore di una situazione di cui troppo spesso si parla per slogan, in bilico tra demagogia e propaganda. La scuola, purtroppo, sembra diventata palestra per il peggior indottrinamento ideologico. Dalla vicenda dell’insegnante di religione di Moncalieri accusata di omofobia che – in una lettera al nostro giornale ha svelato la strumentalizzazione mediatica di cui è rimasta vittima – alla storia del professore di Perugia preso di mira per il suo accanimento omofobo contro un ragazzo considerato dapprima gay, poi presunto tale e infine rivelatosi eterosessuale. Se intolleranza c’è stata insomma, si sarebbe trattato di violenza gratuita – comunque inaccettabile – ma senza nessuna coloritura di discriminazione sessuale.

Due fraintendimenti tra i tanti, più o meno orchestrati, che offrono lo spunto per tornare su un argomento comunque controverso, comunque fonte talvolta di disagio e di sofferenza, comunque al centro di un dibattito scientifico che non ha offerto finora parole definitive. Occorre dire innanzi tutto che la riflessione sull’omosessualità, sia a livello pastorale, sia psicologico e filosofico, sconta un ritardo che è figlio da un lato di una propaganda martellante, dall’altro di uno sguardo talvolta troppo normativo. Posizioni che, in entrambi i casi, hanno impedito valutazioni più distaccate.

Al recente Sinodo, al di là del breve ma esplicito riferimento nella “Relazione finale”, il tema è stato ampiamente affrontato sia nel dibattito in Aula, sia nei “Circoli minori” con uno schema abbastanza uniforme in cui, accanto alla necessità di lasciare le porte aperte a tutte le persone e al dovere di «accogliere con rispetto, compassione e nel riconoscimento della dignità di ciascuno», non si è mai mancato di precisare che «accompagnare pastoralmente una persona non significa dare validità né a una forma di sessualità, né a una forma di vita» (circolo francese A, moderatore il cardinale Roberto Sarah, relatore l’arcivescovo Francois-Xavier Dumortier).

Nel circolo italiano A (moderatore il cardinale Fernando Filoni, relatore l’arcivescovo Edoardo Menichelli), è stato ribadito che, mentre è giusto valorizzare «i doni, la buona volontà e il cammino sincero di ciascuno», le unioni tra persone dello stesso sesso «non possono essere equiparate al matrimonio tra uomo e donna, esprimendo anche la preoccupazione di salvaguardare i diritti dei figli che devono crescere armonicamente con la tenerezza del padre e della madre». L’approfondimento “politico” forse più esplicito è arrivato dal Circolo italiano B (moderatore il cardinale Angelo Bagnasco, relatore l’arcivescovo Rino Fisichella), dove è stato messo in luce il pesante clima di condizionamento in cui «sembra si abbia timore di esprimere un giudizio su diverse questioni che sono divenute espressioni culturali dominanti.

Questo non appare coerente con la missione profetica che la Chiesa possiede… Ciò diventa evidente soprattutto dinanzi a situazioni che sono assunte come una forma di de-istituzionalizzazione del matrimonio e della famiglia in forza di pretesi diritti individuali».

In sintesi, se ogni situazione personale va rispettata, accolta, compresa, accompagnata e guardata con misericordia, appare invece infondata la pretesa di trasformare una scelta di vita individuale in modello politico e culturale valido per tutti e verso cui, pena addirittura il rischio di sanzioni (legge sull’omofobia in discussione in Parlamento), si dovrebbe evitare di esprimere dissenso. Non si tratta di denigrare le unioni affettive omosessuali ma di affermare con chiarezza che il tentativo di attribuire ad alcune situazioni particolari una valenza sociale allargata apre la strada a un pesante sfaldamento valoriale e simbolico. Calpestare il dato di realtà del maschile e del femminile in nome del concetto opinabile dell’orientamento sessuale – secondo le teorie del gender – significa aprire la strada a una società dell’immaginario che nega la verità dell’umano.

Monsignor Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista francese, presente al Sinodo in qualità di esperto, ha spiegato con chiarezza la contraddizione secondo cui, mentre si nega la realtà affermando che le differenze tra uomini e donne sarebbero quasi esclusivamente costruzioni sociali e quindi “non naturali”, per quando riguarda l’omosessualità – che secondo alcuni esperti avrebbe origini del tutto naturali – «è giusto appellarsi alla nozione di natura». Anatrella, che come psichiatra ha visitato migliaia di bambini che vivevano la bisessualità dei loro genitori e ne ha constatato le conseguenze problematiche, sostiene esattamente il contrario: «Dobbiamo sgomberare il campo da tanti luoghi comuni: l’omosessualità – ha affermato recentemente alla Settimana estiva dell’Ufficio nazionale Cei di pastorale familiare – non ha alcuna origine genetica, biologica o neurologica. Ha prima di tutto origine psicologica. Oggi sono numerose le false ricerche sul tema e sono stati fatti, senza successo, molti esperimenti per vedere se ci fosse un’origine ormonale».

Non una posizione dogmatica quindi, ma scientifica – anche se sostenuta da una robusta base di esperienza diretta – e verso la quale è lecito esprimere considerazioni diverse. Così come è lecito avanzare perplessità nei confronti delle varie terapie riparative che vorrebbero aiutare gli omosessuali a guardare con più serenità dentro se stessi. Anche in questo caso siamo nel campo dell’opinabile. Parlare di queste proposte terapeutiche fa però scattare un riflesso condizionato nel mondo delle lobby gay. Una sorta di demonizzazione preventiva che trasforma quella che è comunque una proposta di assistenza psicologica in pratica simil-stregonesca, comunque omofoba e in ogni caso da ostacolare con tutti i mezzi. Come se fosse vietato agli omosessuali, che vivono con disagio e sofferenza la propria condizione, chiedere un aiuto specialistico. Anzi, secondo una certa visione irenistica dell’omosessualità, queste persone incerte sulla propria identità sessuale non esisterebbero o comunque sarebbero vittime della propaganda oscurantista. Invece non è così. Più volte su queste pagine abbiamo raccolto la testimonianza sofferta di giovani che, in cerca di una parola di conforto e di chiarezza, si sono visti chiudere le porte in faccia da decine di psicologi. Ormai, non solo in Italia, l’ipotesi di “curare l’omosessualità”, anche se fonte di malessere interiore, equivale a un’offesa intollerante e blasfema.

Una tirannia del pensiero unico che non serve a nessuno, non fa avanzare di un passo la riflessione su un tema complesso e delicato, e non contribuisce a creare quel clima di accoglienza e di comprensione che sarebbe indispensabile per spogliare finalmente da qualsiasi condizionamento ideologico la ricerca sull’omosessualità.

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