Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre

Posté par atempodiblog le 10 juin 2026

Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre
Rispondendo alle domande di tre giovani, Leone XIV esorta a coltivare l’inquietudine per scendere nelle profondità del cuore. Invita a dare priorità al malessere invisibile dei ragazzi, ricorda che il perdono va invocato con costanza. “E’ un cammino lungo – ammette – si procede a piccoli passi”. Sui femminicidi, una “drammatica realtà” è necessario l’impegno di ognuno e di tutta la società
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Santo Padre Leone XIV

Le parole a volte sono pesi da scaraventare via. E farlo vuol dire aver affrontato una strada tortuosa, perché già chiamare le cose con il proprio nome significa averle riconosciute nella loro ferocia e nel dolore che provocano. Dirle a voce alta è un passaggio in più perché è allora, in quel momento con commozione e davanti a tutti, che si inizia a depotenziarle.
Nelle tre storie che il Papa ascolta, nella veglia di preghiera nello stadio olimpico “Lluís Companys” di Barcellona, si percepisce che in quella strada tortuosa l’incontro con Gesù ha gettato luce nel buio. È “l’acqua”, come dice Leone XIV parlando in catalano e in spagnolo, che disseta completamente, è la mano che aiuta chi è all’angolo della strada mezzo morto.

A contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

Gli anestetici
L’acqua torna nella storia del giovane Ferran che nella notte di Pasqua ha ricevuto il Battesimo. Racconta al Papa di aver vissuto cercando di raggiungere obiettivi precisi e di curare la sua immagine per non sentire “un vuoto immenso”. Un vuoto colmato, nella sua vita, dall’incontro con Dio. Chiede al Vescovo di Roma come tenere lo sguardo verso ciò che conta davvero quando tutto rema contro. Come scoprire la vera vocazione?
Il Pontefice si sofferma sull’inquietudine che si avverte, quel desiderio di verità e di felicità che ha bisogno di un orizzonte più ampio. È “un dono di Dio” che ci spinge a cercare, scavando in profondità. La raccomandazione del Pontefice è di “coltivare quella sana inquietudine.

Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.

La paura del Vangelo
Papa Leone sottolinea che quando ci si ferma e si dà priorità alle cose importanti, cambia lo sguardo grazie al Vangelo e si sviluppa “un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro – afferma – e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”.

Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.

Coltivare l’inquietudine
Ribadisce ancora la necessità di coltivare l’inquietudine proprio lì dove si è, con le persone che camminano accanto, nella realtà e nella società – afferma il Papa – in cui si scopre “il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede”.

Dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

La malattia silenziosa
Nella seconda storia di Carmina che in alcuni momenti si ferma per la commozione c’è una parola che fa paura: depressione. Una malattia che spesso viene nascosta per vergogna, che porta con sé “oscurità, isolamento e un dolore immenso”. La ragazza ammette di aver provato ad uscire dalla malattia ma senza successo e una sera tenta il suicidio. “Sono qui – racconta – perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata”. “Come possiamo avere fiducia in Dio, quando – è la sua domanda – sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”.
Papa Leone resta colpito dal racconto di questa ragazza, la ringrazia per il coraggio avuto nel dire quello che è successo, richiama i tanti personaggi del Vangelo che con Gesù hanno ripreso a vivere. Si sofferma poi sulla “malattia silenziosa” che è la depressione notando quanto la salute mentale sia in pericolo nelle società più avanzate perché si è diffusa una idea di crescita “che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”.

Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Con Dio la vita rinasce sempre
La società, evidenzia il Papa, mette a tacere il dolore perché molti modelli culturali inneggiano alla perfezione e infatti “per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante”. La croce di Gesù – aggiunge il Pontefice – ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema. Ricorda poi la catechesi di Benedetto XVI sulle ultime ore di Gesù quando la sua sofferenza diventa preghiera e grido. Così bisogna agire, chiedere con insistenza, aprirsi con qualcuno “che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”.

Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

Prigionieri del male
La terza testimonianza di Cecilia è incentrata sul perdono. Una bambina vive il dolore di vedere il padre che cerca di uccidere la madre e invece ferisce a morte un ragazzo intervenuto per difenderla. Il dolore di una madre che si getta nella droga e di una piccola di dieci anni costretta a vivere in un centro di accoglienza minorile. Solo l’amore di una famiglia affidataria riesce ad aprire quel cuore nel quale entra anche Gesù. Oggi però il dolore torna alla sensazione di sentirsi abbandonata da Dio e al perdono di un padre che ha fatto male. Papa Leone invita a guardare da un’altra prospettiva.

Dobbiamo chiederci “dov’era Dio?” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?

Femminicidi, drammatica realtà
“Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, – spiega il Papa – caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”. Necessario, aggiunge Leone, affrontare “questa drammatica realtà” che ha « ragioni antropogiche e culturali » sia in modo personale che come società. “Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità”.

Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.

A piccoli passi
Il perdono, afferma Papa Leone, è un “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”, va chiesto al Signore continuamente, “forse per tutta la vita”, perché “allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.

È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

Disporre il cuore
C’è una indicazione importante, in conclusione della risposta del Papa, non è detto che con il perdono si torna alla situazione precedente né “vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza”. Ma qualcosa si può fare.

Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.

“Siamo peccatori perdonati, – conclude Papa Leone – riconciliati e capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Papa Leone XIV, Perdono, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti

Posté par atempodiblog le 9 juin 2026

La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti
Menzionato da Papa Leone XIV nel corso del suo viaggio in Spagna, questo genere di natura religiosa e popolare è una forma musicale legata alle cerimonie quaresimali, soprattutto a quelle della Settimana Santa
di Eugenio Murrali – Vatican News

Padre mio il Nazareno

Nel suo discorso di domenica 7 giugno, durante l’incontro Tessere reti con il mondo dell’arte, della cultura, dell’economia e dello sport, al Movistar Arena di Madrid, Papa Leone ha fatto riferimento alle “saetas” un genere particolarmente popolare in Spagna. Nel suo discorso il Pontefice ha detto che “tessere reti significa creare insieme”. Tra le produzioni artistiche, che mostrano “il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza”, Leone XIV ha ricordato – oltre ad alcuni classici come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila, Calderón de la Barca – anche le saetas: “Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapevolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di ‘saeta’ durante la Settimana Santa”.

Un genere amato e popolare
“Cammina lento e stanco/ Padre mio il Nazareno/ quanto martirio ho qui cantato/ alzato sul palo / sembra un giglio spezzato”, recita il testo di una saeta flamenca, studiata dall’etnomusicologa Eloisa Zoia. Le “saetas” appartengono alla tradizione orale e sono una particolare espressione di canto, generalmente monodica, raramente dialogica, che ha avuto il suo maggiore sviluppo nella Spagna del sud, in particolare in Andalusia, a partire dal Cinquecento. Sono eseguite durante la Settimana Santa e, talvolta, in altri momenti della Quaresima.

La parola deriva dal latino “sagitta”, “freccia”, forse a indicare l’acuto dolore che il saetero esprime levando la sua voce penetrante per onorare la sofferenza di Cristo. Due sono le principali famiglie di questo genere: le saetas antiguas e le saetas flamencas. Le prime, come dice il nome, risalgono ai tempi più lontani, mentre le seconde hanno fatto propri alcuni tratti del repertorio del flamenco e questo ha facilitato la loro diffusione e le ha rese molto amate.

Le “saetas” più antiche e quelle afflamencate
Le varianti più antiche del genere, spiega Zoia, continuano oggi a essere recitate nei piccoli centri. Questi canti, che hanno di solito una struttura molto semplice e non prevedono accompagnamento musicale, si sono però trasformate nel tempo. In particolare nel ventesimo secolo, l’influenza del flamenco ha arricchito le saetas di melismi e altri abbellimenti e le ha fatte apprezzare anche ai ceti meno popolari. Oggi sono queste ultime, le saetas flamencas, a essere eseguite nelle città maggiori. Sono le confraternite a organizzarle, chiedendo saeteros professionisti di eseguire questi canti in determinati momenti della processione.

Ma oltre alla dimensione performativa, c’è un fortissimo senso di devozione nella saeta. C’è chi, volendo rendere grazie a Gesù, pur non essendo un cantante di mestiere, si prepara duramente per rendere il proprio omaggio, ci sono scuole in cui si studia questo genere fin da bambini. Ed è questa natura trasversale, questo coinvolgimento complessivo l’aspetto più significativo delle saetas.

Ispirazione per grandi artisti
La “saeta” è stata capace di impressionare negli anni diversi artisti. Tra questi, il jazzista statunistense Miles Davis, nel suo Sketches of Spain, del 1960, incise un brano, Saeta, dedicato al genere, e cercò di rendere strumentalmente quella voce che raccontava la Passione di Cristo.

“Da un punto di vista jazzistico – chiarisce Zoia – prende la base e improvvisa dei melismi, degli abbellimenti sulla scala flamenca, e lo fa con la tromba, solamente a livello musicale a livello melodico, senza aggiungere il testo, che pure è una parte importante della saeta, perché è la parte più legata all’espressione del sentimento religioso”. La studiosa ricorda inoltre la poesia di Antonio Machado, dedicata a questo genere e musicata da Joan Manuel Serrat: “Oggigiorno è una delle versioni di saeta più importanti in tutta la Spagna, tutte le bande la hanno nel repertorio e la suonano costantemente durante le processioni”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Canti, Fede, morale e teologia, Papa Leone XIV, Quaresima, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”

Posté par atempodiblog le 26 mai 2026

Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”
Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica!
di ChurchPOP

IMG E5533

Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica! All’interno del quinto capitolo di Magnifica Humanitas (sì, proprio un’Enciclica Papale) la nota a piè di pagina numero 187 recita:

“J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Il ritorno del re, parte III, libro cinque, capitolo IX, New York 1965, 190”.

Nel paragrafo 213, per respingere la tentazione di considerare le forze dell’IA e della tecnologia così grandi da rendere le nostre scelte fondamentalmente inutili, Leone XIV cita uno dei più famosi discorsi di Gandalf:

“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.

Poi il Santo Padre aggiunge:
“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.

Il Paragrafo Integrale di Magnifica Humanitas che cita Tolkien:
213. “Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». [187] La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.

Tolkien era un cattolico devoto che andava a Messa ogni giorno. Amava definire Il Signore degli Anelli “un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica”. Papa Francesco l’aveva citato ad una Messa di mezzanotte di Natale, in una veglia eucaristica e in una lettera pastorale.

Ma Leone XIV ha fatto qualcosa di nuovo! Ha inserito Tolkien in un’Enciclica, la più alta forma di magistero ordinario (insegnamento) che la Chiesa può produrre. Ciò significa che, da adesso, le parole di Gandalf fanno ufficialmente parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Sarà citato nelle aule dei seminari e nei documenti di teologia per decenni…

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, John Ronald Reuel Tolkien, Libri, Papa Francesco I, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Restare umani nel tempo degli algoritmi

Posté par atempodiblog le 25 mai 2026

Restare umani nel tempo degli algoritmi
Nell’enciclica “Magnifica humanitas” la richiesta di Papa Leone: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore
di Andrea Tornielli – Vatican News

Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, con la dignità umana che rischia di essere oscurata dalle enormi concentrazioni di potere tecnologico fuori da ogni controllo, e da nuove forme di disumanizzazione, Papa Leone ci richiama al “dovere urgente” di restare profondamente umani. Nell’epoca delle polarizzazioni e delle violenze, che vede espandersi una “cultura della potenza” con la guerra riabilitata quale strumento di politica internazionale, il Successore di Pietro ci chiede di far crescere la tecnica “senza far regredire il cuore”.

Ci invita ad accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli, come fa l’ideologia tecnocratica, un errore da correggere.

Ci esorta a guardare il mondo non con l’ottica dei grandi ma dal basso, con gli occhi di chi soffre, a partire dagli ultimi. Con gli occhi di un Dio che ha preso su di sé la nostra debolezza trasformandola in un luogo di salvezza, perché “anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato”.

“Magnifica humanitas”, la prima enciclica di Leone XIV, non è innanzitutto un testo analitico sull’intelligenza artificiale, non entra nei dettagli di processi che sono in continua evoluzione. È piuttosto una “summa”, che applica i principi della Dottrina sociale al nostro tempo, che è il tempo dell’IA, consolidando e attualizzando i punti cardine del magistero. È un testo che pone anche fine all’equivoco di quanti, confidando nell’assoluta libertà dei mercati e delle nuove tecnologie, tendono a derubricare come insegnamento opinabile il magistero papale sulla richiesta di un governo umano condiviso dell’IA, sull’ecologia integrale, sulle strutture economiche che diventano “strutture di peccato”, sul no alla guerra.

Il Papa che ha assunto il nome dell’autore della “Rerum novarum”, nel tempo della rivoluzione digitale chiede a ciascuno di noi di assumere un ruolo attivo, perché la costruzione della “civiltà dell’amore” si realizza grazie ad “una somma di fedeltà piccole e tenaci”, capaci di arginare la disumanizzazione. Un compito, dunque, che ci riguarda tutti, e da vicino. Leone ci ricorda che “le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza” e che “non è umano uno sviluppo che aumenta il consumo di alcuni scaricando costi e ferite su altri, o che relega intere regioni a ruoli subordinati”, come purtroppo oggi sta accadendo anche nell’ambito delle nuove tecnologie e delle risorse che richiedono. Nell’enciclica si legge che è “dottrina certa” della Chiesa la funzione sociale della proprietà privata, e oggi, tra i beni universalmente destinati a tutti, “dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”, per evitare che nascano o si consolidino nuove forme di esclusione e privazione di libertà. La tecnica infatti non è un semplice strumento, e quando diventa criterio, “finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato”, riducendo “le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”.

Oggi il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo “non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici” che fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un tale potere si concentra in poche mani, “tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico”, portando con sé il rischio di uno sviluppo distorto “che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”. Il Papa, ribadendo il superamento della teoria della “guerra giusta”, chiede che l’uso dell’intelligenza artificiale in campo bellico sia sottoposto ai più rigorosi vincoli etici perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Inoltre, l’intelligenza artificiale è diventata un elemento determinante per indirizzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione di immagini e contenuti, rendendo sempre più difficile riconoscere il vero dal falso. Tante sono poi le incognite che riguardano il mercato del lavoro. L’enciclica ricorda, a questo proposito, che non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: è la politica ad avere il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione.

Restare umani, governare i processi, evitare – anche in questo campo – monopoli che finiscono per accrescere il potere di pochi a scapito delle esistenze di molti: la via indicata dal Pontefice non alza barricate né rifiuta aprioristicamente l’uso dell’IA. Ne segnala anzi i tanti aspetti positivi e le tante utili applicazioni ma al tempo stesso spiega che non basta porsi una domanda etica sullo scopo buono o cattivo per cui la si utilizza. È indispensabile infatti intervenire prima, e chiedersi anche come viene progettato un sistema e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano. Per questo servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, un’educazione degli utenti, e soprattutto, ancora una volta, “una politica che non abdichi al proprio compito”. In caso contrario, il cambiamento sarà governato solo dalle logiche tecnocratiche e sarà presentato come “necessario e inevitabile”, finendo così per imporre regole “dettate” da chi possiede i dati, le infrastrutture e le capacità di calcolo. È necessario dunque “disarmare” l’IA cioè “rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”. Non per rinunciare alla tecnologia, ma per impedirle di dominare l’umano: va resa discutibile, contestabile, e quindi abitabile. Proprio per non abdicare alla nostra umanità, così fragile e così “magnifica”.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»

Posté par atempodiblog le 19 mai 2026

San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»
Lettera ai vescovi e alle diocesi in occasione dell’Anno giubilare indetto nel terzo centenario della nascita del patrono della regione e dei giovani lucani. L’arcivescovo Carbonaro: figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti
di Lorenzo Rosoli – Avvenire

San Gerardo Maiella Riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti ma vocazione di

«Guardate a Gerardo e vedrete la bellezza di un Dio che si china sulle fragilità umane. Egli, che fu chiamato “il pazzarello di Dio”, interceda per voi affinché sappiate vivere con quella follia d’amore evangelico che sola può cambiare il mondo».

È l’invito che Leone XIV rivolge ai fedeli della Basilicata nella lettera indirizzata ai vescovi e alle comunità diocesane in occasione dell’Anno giubilare Gerardino, indetto nel terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella. Patrono della Basilicata e dei giovani lucani, Gerardo vide la luce a Muro Lucano (Potenza) il 6 aprile 1726 in una famiglia molto povera, fu «umile religioso redentorista che ha saputo leggere il Vangelo con gli occhi dei piccoli e dei poveri», sottolinea il Pontefice, e morì di tisi il 16 ottobre 1755, a soli 29 anni, dopo aver vissuto «una giovinezza ardente, segnata da fatiche ma illuminata da una gioia contagiosa».

L’anno giubilare offre un percorso che abbraccia celebrazioni liturgiche, iniziative culturali, gesti di solidarietà. Celebrare questa ricorrenza significa «riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti, ma vocazione di tutti i battezzati», scrive il Papa nella lettera datata 23 aprile 2026 – era il 23 aprile 1726 quando Gerardo venne battezzato – e resa nota sabato 16 maggio. «Qui si fa la Volontà di Dio», sono le parole che Gerardo scrisse sulla porta della sua cella nel convento di Materdomini (Avellino), dove morì e dove riposano le sue spoglie. Ebbene: quelle parole «rappresentano il cuore del suo messaggio», annota il Papa. Gerardo «non ha subito la volontà di Dio come un destino ineluttabile, ma l’ha abbracciata come una sinfonia di salvezza». In un tempo come il nostro segnato «dall’incertezza, dall’autoreferenzialità e dalla ricerca affannosa di autonomia, questo fedele discepolo di Cristo ricorda che la vera libertà si trova nell’adesione al progetto d’amore del Padre».

Gerardo, inoltre, «è universalmente invocato come il santo protettore delle partorienti e delle mamme». Dunque: «Di fronte alla deriva morale in cui la vita umana è spesso minacciata o non accolta, la sua testimonianza richiama anche le comunità della Lucania a essere avamposti di speranza. Si tratta di intensificare le iniziative a sostegno della maternità e delle famiglie in difficoltà», chiede Leone XIV. Che infine incoraggia i giovani «a scoprire la bellezza di una vita che, donata agli altri, viene moltiplicata per amore e senza limiti. Non lasciatevi rubare la speranza dalle ombre del precariato o dalla tentazione di abbandonare le vostre radici. Gerardo insegna che si può essere protagonisti di bene nel proprio territorio, modificando la realtà locale con la forza della preghiera, con la solidarietà e la creatività. Siate artefici di un cambiamento locale, nella consapevolezza che le zone periferiche possono trasformarsi in laboratorio di innovazione e di fraternità, facendo rete».

L’arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo Davide Carbonaro, presidente della Conferenza episcopale della Basilicata, a nome dei confratelli esprime gratitudine a papa Leone XIV «per l’attenzione avuta nei confronti delle nostre Chiese. Il magistero del Successore di Pietro è sempre uno sprone perché la bellezza che risplende nella nobile figura di san Gerardo, figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma
Papa Pio IX pregò davanti a questa statua per la liberazione dello Stato Pontificio
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Una statua, un’immagine, una storia. Una storia importante per la Chiesa, addirittura legata alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. [...] in piazza Plebiscito a Napoli, campeggiava in tutta la sua bellezza la statua dell’Immacolata della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli. Tra l’altro, proprio quest’anno i duecento anni dalla sua incoronazione. Davanti a questa statua, papa Leone XIV, stasera ha letto l’atto di affidamento scritto dal cardinal Battaglia. Una statua con una grande storia che per comprenderne davvero l’importanza, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. La storia insegna sempre e ci racconta anche il presente. Oggi, papa Leone XIV che prega davanti a questa statua per liberare il mondo dalla schiavitù della guerra. E nel passato, invece, fu pregata da papa Pio IX per altra liberazione. Ma, ora, dobbiamo comprendere bene questa storia.

Dobbiamo giungere al periodo della rivoluzione mazziniana (1848-49) che aveva portato alla costituzione della Seconda Repubblica Romana, di chiara estrazione massonica e anticristiana. Fu proprio con l’insorgere di questa nuova situazione politica, che papa Pio IX fu costretto all’esilio a Gaeta. Intanto, la questione sul dogma dell’Immacolata era sempre più imminente nella vita della Chiesa e nel pensiero del pontefice. Mentre era in esilio a Gaeta, papa Mastai pensava sempre di più all’annosa questione. Il 6 dicembre del 1848 era stata istituita una commissione di cardinali per affidare loro “l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere”. Nasce, allora, la lettera “Ubi primum” del 2 febbraio 1848 che si chiudeva con l’invito ai vescovi a far pervenire alla Santa Sede il parere del clero e di tutti i fedeli riguardo la questione del dogma.

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Questo, dunque, il clima che si respirava in quel periodo. Il dogma che “incalzava” papa Pio IX, la Chiesa che si interrogava su questa tematica, e lo stesso pontefice relegato a Gaeta, città del Lazio ma sotto il regno di Napoli, del Regno borbonico. Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie: Napoli con le sue tante chiese. In una di queste, la chiesa del Gesù Vecchio, vi era una particolare statua della Vergine, ritratta come Immacolata. Pio IX passando per la città partenopea, più volte si fermò in preghiera davanti a questa statua: la stessa che tale don Placido Baccher (oggi venerabile) – che tra l’altro Pio IX conobbe personalmente – aveva fatto realizzare per ringraziare la Vergine di aver liberato durante la sua prigionia in Castel Capuano, durante la Repubblica Partenopea del 1799. Si narra che alla vigilia dell’uccisione, mentre stava recitando il Santo Rosario, Baccher vide la Madonna che pronunciò queste parole: “Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu però dovrai essere mio e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento”.

“Immacolata Concezione”, appellativo che sarà dato a Maria ufficialmente solo con la promulgazione del dogma da parte di Pio IX che, intanto, proprio davanti a quella statua aveva pregato per la liberazione dello Stato pontificio e di lui stesso. Aveva fatto un voto a quella statua: se fosse stato liberato lo Stato pontificio, allora si sarebbe impegnato per promulgare il famoso dogma mariano: “Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; (…) dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio”. Il dogma fu promulgato, lo Stato Pontificio liberato. Anche il papa.

Publié dans Antonio Tarallo, Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita, Venerabile Placido Baccher | Pas de Commentaire »

Maria, Madre della Misericordia

Posté par atempodiblog le 8 mai 2026

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A POMPEI E NAPOLI

SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei
Venerdì, 8 maggio 2026

[Multimedia]

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV A POMPEI E NAPOLI

________________________________

Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo IIparlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della Misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6).  Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

Freccia dans Viaggi & Vacanze Documenti dei Papi sul Santo Rosario

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Beato Bartolo Longo, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Mese di maggio con Maria, Misericordia, Papa Francesco I, Papa Leone XIV, Pompei, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’unica rivoluzione di cui il mondo ha bisogno è quella dell’amore

Posté par atempodiblog le 24 avril 2026

La possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito
Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore.

Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito.

Papa Leone XIV, Visita alla prigione di Bata (22 aprile 2026)

“Ci ha amati”, l’Enciclica del Papa sul Sacro Cuore di Gesù dans Articoli di Giornali e News Sacro-Cuore-di-Ges

La rivoluzione di cui il mondo ha bisogno
L’unica rivoluzione di cui il mondo ha bisogno è quella dell’amore. Oggi siamo in grado di comprendere, meglio che in passato, che è la sola che può salvarlo. Passa attraverso il cambiamento di ogni cuore, di ogni famiglia, di ogni rapporto umano.

E’ però necessario che si attinga alla Fonte della Misericordia che Dio ha fatto sgorgare sulla Terra. Questa fonte inesauribile è il Cuore misericordioso di Gesù.

Tratto da: Il Volto della Misericordia, di Padre Livio Fanzaga. SUGARCO EDIZIONI

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Misericordia, Padre Livio Fanzaga, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Leone XIV saluta l’Africa: “Tesoro inestimabile di fede”

Posté par atempodiblog le 23 avril 2026

Leone XIV saluta l’Africa: “Tesoro inestimabile di fede”
Al termine della Messa celebrata nello stadio di Malabo, il Papa offre parole di riconoscenza per il viaggio compiuto in Africa, una terra che può offrire molto “alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Papa Leone e Nuestra Señora de Bisila

In spagnolo, la lingua del cuore del missionario Robert Francis Prevost, Papa Leone si congeda dalla Guinea Equatoriale, ultima tappa del suo terzo viaggio apostolico, che Dio gli ha concesso di compiere. Lo fa al termine della Messa, intervallando le sue parole con lo sguardo alla folla di fedeli che in questi giorni hanno mostrato l’affetto a volte incontenibile per il successore di Pietro. È il momento di salutare l’Africa e il Pontefice ringrazia “l’arcivescovo e gli altri vescovi, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio in cammino in questa terra che da 170 accoglie il buon seme del Vangelo”.

Il tesoro inestimabile
Parole seguite da applausi e dallo sventolio di bandierine. Papa Leone ringrazia anche le autorità del Paese e quanti hanno contribuito “alla buona riuscita della mia visita”.

Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: un tesoro fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro.

L’Africa missionaria
Le persone incontrate, le vite racchiuse in lettere, gesti, parole dette nei saluti. Una ricca umanità che il Papa ha incrociato nel suo viaggio: un tesoro per la Chiesa universale e per il mondo.

Come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano. Lo ottenga l’intercessione della Vergine Maria, alla quale affido di cuore tutti voi, le vostre famiglie, le vostre comunità, la vostra Nazione e i popoli africani.

Poco prima del saluto, il Papa aveva raccolto gli altri tesori che l’Africa offre. Davanti a lui una processione di offerte, i frutti della terra, la grande ricchezza del continente spesso oltraggiato dallo sfruttamento indiscriminato. Frutti portati dalle persone, quei volti che hanno colpito il Pontefice per la loro freschezza, la gioia, il sorriso, espressione di un popolo che mai si arrende alle avversità e che loda con la musica, il ballo e con lo spirito il Dio della vita.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE (13-23 APRILE 2026)

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV

Posté par atempodiblog le 19 avril 2026

Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV
Nella vasta area intorno al piccolo luogo di culto risalente al XVII, dove la Vergine è venerata con il nome di Madre del Cuore, come la chiamano gli angolani in lingua kimbundu, giovani e adulti da qualche giorno si sono accampati per aspettare il Pontefice e prendere parte alla preghiera mariana. Gioie e speranze di migliaia di fedeli, entusiasti di potersi raccogliere con il Papa
di Tiziana Campisi – Vatican News

Santuario di Mamã Muxima Angola

Muxima si raggiunge dopo oltre due ore di viaggio da Luanda, quando lungo la strada si diradano abitazioni e baracche e il paesaggio cambia e si ammirano baobab ed euforbie nel verde intenso della vegetazione che diventa sempre più fitta. Poi d’improvviso si apre un’ampia radura brulla. Qui già migliaia di ragazzi e giovani, ma anche adulti, donne soprattutto, si sono accampati per aspettare il Papa, che oggi pomeriggio, 19 aprile, verrà al Santuario di Mamã Muxima per la preghiera del Rosario. Sorprende la distesa variopinta di tende da campeggio, piccole, esposte al sole caldissimo, che non scalfisce nessuno. Tutti sono alle prese con il montaggio dei loro ripari, predispongono giacigli, allestiscono angoli per cucinare, in un clima di gioia e allegria, in fibrillazione, perché qui passerà Leone XIV per giungere nell’antico luogo di culto, che compare alla vista solo scendendo verso le sponde del fiume Kwanza. Nel cantiere che sta realizzando la grande Basilica promessa dal governo angolano nel 1992 a Giovanni Paolo II durante la visita nel Paese, appare ancora più piccolo, mentre gru, escavatrici e impalcature occupano la vasta area intorno. I lavori dovrebbero essere ultimati nel 2027, e nella nuova chiesa ci saranno 4.600 posti a sedere e un piazzale per 200 mila pellegrini.

La storia del santuario
Nel Santuario di Mamã Muxima costruito dai portoghesi, in stile coloniale, insieme ad una piccola fortezza sulla riva sinistra del più grande corso d’acqua dell’Angola, nel XVII secolo, si venera l’Immacolata Concezione, ma per tutti gli angolani è Mamã Muxima, la Madre del Cuore, nella lingua Kimbundu, una delle più parlate nel nord del Paese. Era un piccolo snodo commerciale e nella chiesetta venivano battezzati gli schiavi prima di essere condotti verso la costa, dove iniziavano il loro viaggio senza ritorno verso il continente americano.
Nel tempo la devozione nelle popolazioni indigene è cresciuta, anche per il diffondersi delle voci di eventi prodigiosi attribuiti alla Vergine invocata come Mamã Muxima.
Oggi il santuario mariano, dichiarato monumento nazionale nel 1924, è il più caro alla pietà popolare angolana. Da tutta l’Angola affluiscono pellegrini, che chiedono grazie, guarigioni, riconciliazione in famiglia, pace interiore, protezione dai pericoli della vita e rimangono per più giorni vicini alla Madre del Cuore, accampandosi nelle vicinanze del Santuario e sopportando anche disagi, come prova di affetto verso di lei. E c’è anche chi omaggia con fede Maria percorrendo in ginocchio la spianata adiacente al luogo di culto.

Un luogo caro agli angolani
“Questo è un luogo molto importante per gli angolani; la storia di questo santuario è intrecciata con quella del Paese”, spiega padre Alberto Mpindi Lubanzadio, rettore del Santuario. “La Vergine di Muxima si è presa cura degli angolani; si è presa cura di noi quando il nostro Paese era in guerra – continua il religioso – l’Angola ha vissuto una terribile guerra civile e ora vive in pace; tuttavia c’è ancora del lavoro da fare per la riconciliazione”.
Ma gli angolani “sanno perdonare il passato e ricominciare”, prosegue il rettore, “e dove c’è una minaccia, vedono un’opportunità. Sono riusciti a trovare Dio” attraverso Mamã Muxima, che intercede per il popolo qui dove gli africani perdevano la libertà. “Questo oscuro passato di schiavitù e occupazione straniera è ormai alle nostre spalle – sottolinea padre Mpindi Lubanzadio – e oggi Muxima è un luogo di pace”.

Le speranze e le attese dei pellegrini
Nell’improvvisato campo di tende che crescono di ora in ora sulla terra rossa, Marcellina João Monteiro è contenta perché “Papa Leone arriverà presto”. Spera “che l’Angola conosca la pace e la felicità, che i suoi leader abbiano amore per il popolo sofferente”, che il Papa illumini i cuori e le menti e che ci sia più attenzione per quanti soffrono in tutto il mondo.
Poco più avanti, Pedro Juvenil sta piantando la sua canadese. Ogni anno viene a Muxima per il pellegrinaggio nazionale ed è convinto che il Papa “porterà un messaggio di fede e di speranza” e che il suo messaggio “cambierà molte cose di cui abbiamo bisogno qui in Angola”. Auspica che migliorino in particolare “i servizi sociali e le strutture sanitarie di base”.
Teresa Neto è venuta a Muxima per ricevere la benedizione di Leone XIV. Come lei, anche Laura Ngula, è arrivata qui “per vedere il nostro Papa, il nostro vescovo”.
Entusiaste pure due studentesse dell’Università Cattolica dell’Angola, che amano partecipare ai pellegrinaggi e negli eventi importanti come questo, offrono il loro aiuto come possono.
Insomma, migliaia di angolani stanno vegliando a Muxima per l’arrivo del Papa: con lui vogliono chiedere l’intercessione della Madre del Cuore perché nel mondo ci sia pace.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Leone XIV, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace

Posté par atempodiblog le 11 avril 2026

 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE

VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026 

[Multimedia]

Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace dans Fede, morale e teologia Papa-Leone-e-la-Regina-della-Pace

________________________________

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL  - PT

Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

_________________________________________

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!


Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Papa Leone XIV, Preghiere | Pas de Commentaire »

Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”

Posté par atempodiblog le 9 avril 2026

Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, racconta il senso del viaggio di Leone XIV in tutti i Paesi africani
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Papa Leone XIV e la Mamma del Cielo

Un viaggio di dieci giorni, che toccherà Algeria, Angola, Camerun e Guinea Equatoriale. Il nunzio di questi ultimi due Paesi è l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, arrivato nel 2023 dopo aver servito come “ambasciatore del Papa” in Armenia e Georgia. Il nunzio, che ha partecipato agli incontri preparatori del viaggio, nota che la decisione di Leone XIV di dedicare dieci giorni all’Africa è molto significativa.

Leone XIV verrà in Camerun e Guinea Equatoriale. Qual è l’occasione della visita e qual è il significato della visita del Papa per questi due Paesi?
Papa Leone XIV è stato eletto pontefice lo scorso 8 maggio e tra meno di un anno visiterà il continente africano. È un evento molto significativo a vari livelli. Innanzitutto a livello spirituale, sappiamo che Sua Santità è un religioso e membro dell’Ordine Agostiniano. Sant’Agostino è uno dei più grandi santi della Chiesa, un Padre della Chiesa e uno dei 39 Dottori della Chiesa. Sant’Agostino nacque in Africa.

Papa Leone XIV si considera profondamente un figlio spirituale di Sant’Agostino e quindi un “figlio dell’Africa”, un continente in cui la fede è oggi assolutamente esuberante. A livello ecclesiastico, l’Africa, e più specificamente il Camerun e la Guinea Equatoriale, dove sono Nunzio Apostolico, è una Chiesa in cui si è assistito a una moltiplicazione di diocesi, sono presenti quasi tutti gli ordini religiosi, c’è un’università cattolica e la Chiesa si è impegnata ad affrontare le sfide in modo molto creativo e proattivo.

Qual è la situazione del cattolicesimo in Camerun e Guinea Equatoriale?
Sul piano della testimonianza di Cristo, la Chiesa è presente nelle regioni più remote e periferiche con le sue scuole, ospedali, centri sociali, ed è vicina alla popolazione. A livello diplomatico, abbiamo celebrato nel 2024 il decimo anniversario della firma dell’Accordo quadro tra la Santa Sede e il Camerun, con una visita ufficiale dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Cardinali e Prelati della Chiesa hanno letteralmente “attraversato” questo continente per mostrare la vicinanza del Santo Padre ai fedeli africani. Quest’anno, nel 2026, celebriamo il 60° anniversario delle relazioni diplomatiche ufficiali tra la Santa Sede e il Camerun. Pertanto, da tutto il continente africano ci sono molteplici motivi, a più livelli, per comprendere l’importanza di questo Viaggio Apostolico.

Ci può anticipare qualcosa di quello che si pensa sarà il programma del Papa?
È noto che il Santo Padre visiterà Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale dal 13 al 24 aprile 2026. Al suo arrivo in Camerun, saremo accolti nella capitale, Yaoundé, dove incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Bamenda, nella regione separatista anglofona del Nord-ovest. È un luogo poco visitato per motivi di sicurezza. Sua Eminenza Pietro Parolin, Cardinale Segretario di Stato, ha visitato Bamenda quattro anni fa, i miei predecessori l’hanno visitata e io stesso ho visitato la regione otto volte nei due anni in cui sono stato qui. Le prime parole del Santo Padre dal Balcone di San Pietro, “la pace sia con voi”, troveranno un’eco particolare a Bamenda nel suo gesto personale per la pace nella Regione e in tutta l’Africa. Il Santo Padre si recherà anche a Douala per incontrare i giovani. Naturalmente, l’età media in Camerun è di 18 anni, quindi quando parlate di giovani in Africa, vi riferite a “tutta” la popolazione. Il viaggio in Camerun si concluderà a Yaoundé con una celebrazione liturgica. Sono attesi molti fedeli cattolici, così come persone di tutte le tradizioni religiose e di tutte le fasce della società.

C’è qualcosa di particolare programmato in Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Santo Padre arriverà a Malabo, la capitale situata sull’isola di Bioko. Incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Mongomo, dove si trova la seconda chiesa più grande dell’Africa, la Basilica dell’Immacolata Concezione. È un centro di pellegrinaggio e un bellissimo santuario nel mezzo della foresta pluviale tropicale equatoriale. Il Santo Padre visiterà anche Bata, la più grande città economica del Paese, dove incontrerà i giovani.

Quali sono i luoghi di interesse? Quali sono i temi che potrebbero essere sviluppati?
L’Africa è un continente con tante bellezze e con le sue sfide, proprio come ogni altro continente del mondo. Proprio come in Europa, la questione della pace è centrale. Proprio come nelle Americhe, la questione della giustizia sociale è centrale. Proprio come in Asia, la questione della dignità umana è centrale. Per questo in Africa il Santo Padre parlerà al mondo. In Camerun il Santo Padre parlerà in inglese e francese, in Guinea Equatoriale parlerà in spagnolo, proprio come in Angola parlerà in portoghese, ma soprattutto parlerà la lingua del Vangelo ai fedeli della Chiesa cattolica. Sarà una celebrazione della Buona Novella di Gesù Cristo, che può cambiare le menti e i cuori e portare luce e speranza al nostro futuro comune.

Trenta anni fa, Giovanni Paolo II firmò a Yaoundé la Ecclesia in Africa. Cosa di quel documento è ancora attuale?
“Ecclesia in Africa” rimane un documento senza tempo. Dopo la firma del documento da parte di San Giovanni Paolo II a Yaoundé nel 1995, seguì la visita di Papa Benedetto XVI nel 2009 nel contesto del secondo Sinodo per l’Africa. Ogni generazione è chiamata a esaminare e affrontare le questioni del proprio tempo. Questo è stato vero nel 1995 e nel 2009 e i Sinodi sull’Africa hanno dato alla Chiesa in Africa una visione lungimirante del loro apostolato.

Vorrei ricordare l’immensa importanza dei catechisti in Africa. Ovunque visiti mi ritrovo a pregare davanti alla tomba di catechisti straordinari che hanno dato la vita così generosamente per la causa della fede. Credo che un giorno molti di questi catechisti saranno riconosciuti come “martiri” della fede. C’è un profondo senso di famiglia e di fede. La Chiesa africana ha portato questo dono, e molti altri, alla luce della Chiesa universale. “Ecclesia in Africa”, che nel 2025 ha celebrato il 30° anniversario della sua promulgazione, rimane un documento di riferimento, da approfondire e mettere in pratica.

Il viaggio in Camerun e Guinea Equatoriale è parte di un percorso più ampio, che porterà il Papa a toccare anche Algeria e Angola. In che modo questi Paesi sono collegati?
Sì, c’è un significato profondo e ampio in questa visita così importante. Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa ricorda anche che il Bambino Gesù stesso fuggì in Egitto, in Africa, in un contesto particolare. L’Africa ha sempre svolto un ruolo essenziale nella fede cristiana con la sua presenza storica.

Con la diffusione della fede cristiana in tutto il continente e la celebrazione dei sacramenti, abbiamo visto individui molto speciali elevarsi al servizio del Vangelo. Oltre ai santi e ai martiri noti di questo continente, ci sono figure come il figlio del re Afonso del Congo, che divenne il primo vescovo subsahariano a essere consacrato all’inizio del XV secolo. Fu ausiliare dell’arcidiocesi di Funchal, che si estendeva fino al Giappone, ed esercitò il suo ministero per circa 10 anni. Nello stesso periodo, un altro figlio del re Afonso del Congo fu nominato primo ambasciatore dell’Africa subsahariana a raggiungere Roma. Le sue spoglie si trovano nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il cristianesimo abbracciava l’intero continente, fino ai punti più meridionali dove oggi è viva la vita cattolica. Si potrebbero citare molti altri esempi, ma da questi pochi possiamo comprendere che l’Africa è un continente ricco di cultura, tradizioni, risorse umane e soprattutto di fede. La missione apostolica della Chiesa in Africa è stata e continua ad essere una storia davvero epica. Il viaggio apostolico del Santo Padre in Africa è pieno di significato.

Quali sono le caratteristiche delle Chiese di Guinea Equatoriale e Camerun?
Sono particolarmente colpito dalla partecipazione dei fedeli alla Chiesa africana, in particolare in Camerun e in Guinea Equatoriale, dove ho l’onore di servire come Nunzio Apostolico. L’ anno scorso abbiamo celebrato il 75° anniversario della diocesi più antica del Camerun, la diocesi di Buea. Ha una sua storia particolare, data la presenza iniziale tedesca, poi inglese e francese. Tra il passaggio dalla presenza tedesca a quella inglese ci fu una lunga pausa di diversi anni in cui ai sacerdoti fu proibito di recarsi nella regione. La Chiesa continuò grazie all’attività dei catechisti che curavano e animavano le chiese, che tenevano i registri, che insegnavano la Parola di Cristo e che preparavano i fedeli ai sacramenti.

Come fu evangelizzata la Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Vangelo fu portato fino alle più remote zone interne delle foreste pluviali del paese da un laico. Imparò la preghiera e la meditazione del Santo Rosario da un sacerdote missionario incontrato nella regione costiera, dove si recava per commerciare con i mercanti stranieri. Iniziò a recitare il rosario e lo portò con sé al suo villaggio. La preghiera si diffuse presto e attraverso le meditazioni conobbero Gesù Cristo. Seguirono i missionari che fondarono missioni con scuole e ospedali e il Vangelo iniziò a essere letto.

Oggi, la Basilica di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, la seconda chiesa più grande d’Africa, si erge tra le foreste pluviali interne come testimonianza di fede. È una storia assolutamente straordinaria.
La chiesa di Buea, in Camerun, la chiesa di tutta la Guinea Equatoriale e la chiesa di tutto il continente africano sono animate da tanti fedeli impegnati e coinvolti nella missione evangelica della Chiesa.
Durante tutte le visite il Santo Padre incontrerà i diversi settori della società, i leader religiosi, i leader tradizionali e soprattutto coloro che frequentano le scuole cattoliche, gli orfanotrofi, i centri di accoglienza sociale, in sintesi coloro che più attendono la visita del Santo Padre.

Come si stanno preparando i fedeli alla visita del Papa? E in che modo pensa si lavorerà dopo la visita del Papa?
L’annuncio del Viaggio Apostolico di Papa Leone XIV in Africa è stato accolto con grandissima gioia, gratitudine e con la profonda consapevolezza che questo è fonte di una benedizione speciale. La Chiesa sta celebrando il Tempo liturgico della Quaresima e questo momento è particolarmente propizio per la preparazione spirituale alla visita. La Conferenza Episcopale della Guinea Equatoriale ha preparato una lettera pastorale che contestualizza la visita e propone un itinerario spirituale che include una preghiera per il Santo Padre e la sua visita in Guinea Equatoriale. La Conferenza Episcopale del Camerun ha iniziato a preparare i fedeli a livello parrocchiale e diocesano a seguire l’itinerario del Tempo liturgico e a contestualizzare il Viaggio Apostolico in tale itinerario liturgico e spirituale. Il fervore dei fedeli è palpabile. I preparativi sono in fase di completamento e tutti saranno in piazza, lungo le vie e lungo i vicoli per accogliere il Santo Padre in Africa.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Leone XIV, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Posté par atempodiblog le 5 avril 2026

Cristo è risorto! Alleluia!

Auguri a tutti per una Santa Pasqua di pace e di vera gioia che solo Cristo può donare.

Cristo è risorto Buona Pasqua

Fratelli e sorelle,
Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Da secoli la Chiesa canta con esultanza l’avvenimento che è origine e fondamento della sua fede:

«Il Signore della vita era morto / ma ora, vivo trionfa. / Sì, ne siamo certi: / Cristo è davvero risorto. / Tu, Re vittorioso, / abbi pietà di noi» (Sequenza di Pasqua).

Papa Leone XIV

Divisore dans San Francesco di Sales

Ripetiamo con la nostra Santa Madre Chiesa questo canto di vittoria:

«Gesù Cristo è veramente risorto!…».

Egli è il nostro Liberatore, la nostra Luce, la nostra Vita, la nostra Salvezza!

Beata Pauline Marie Jaricot

Publié dans Beata Pauline Marie Jaricot, Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Leone XIV, Santa Pasqua | Pas de Commentaire »

Preghiera e digiuno uniche armi

Posté par atempodiblog le 19 mars 2026

Le parole di padre Patton sulla guerra in Medio Oriente
Preghiera e digiuno uniche armi
di Francesca Sabatinelli– L’Osservatore Romano

Preghiera e digiuno uniche armi

«Si è in preda ad una follia bellicistica, l’idea di voler risolvere tutto con la forza e con le armi. E il pensiero alle vittime civili della guerra è costante e fortemente presente». Padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, parla dal Monte Nebo, in Giordania, con lo sguardo rivolto al di là del Mar Morto che divide il Regno Hashemita da Israele e dalla Palestina e con il pensiero a tutto il Medio Oriente in fiamme. «Penso quotidianamente ai miei confratelli che vivono in Libano, a Beirut e in altri luoghi, sia a sud che a nord, e che in questo momento sono provati oltre misura. Il convento di Tiro è stato trasformato in un campo profughi e chi è a Beirut è alla disperata ricerca di poter aiutare la popolazione civile, che non ce la fa più, ormai ci sono un milione di sfollati su un totale di sei milioni di abitanti».

Patton ricorda come già all’inizio della guerra a Gaza fosse chiaro, soprattutto a chi come lui aveva alle spalle anni di vita in quella regione, che se non si fosse riusciti a chiudere «in maniera non violenta, il conflitto si sarebbe allargato». Ma il pericolo paventato dal religioso è che non si sa cosa avverrà alla fine della guerra, «perché dopo tutte le ultime guerre mediorientali sono nati nuovi fenomeni di terrorismo e sono nate formazioni nuove, come Al Qaeda, Is, Hezbollah, Hamas, nate tutte a seguito di qualche conflitto non risolto in modo politico in Medio Oriente, tutte frutto di tentativi di soluzione militare, di conflitti che invece andavano risolti diversamente».

Patton si sposta poi su Gaza, riprendendo quanto detto pochi giorni fa dal cardinale patriarca di Gerusalemme dei latini, Pierbattista Pizzaballa, per ribadire che è distrutta, che le persone vivono praticamente in una fogna a cielo aperto, e che, in assenza della fame estrema, restano «il problema dei medicinali, della sicurezza, il problema di una vita nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona umana. E in più c’è questa storia del board of Peace che non ha neanche cominciato a funzionare e che sembra essere più un fantasma che una realtà operativa».

In Cisgiordania, poi, prosegue l’espansione degli insediamenti israeliani, con decine di migliaia di sfollati. «Continua l’occupazione e continuano anche gli atti di violenza», prosegue Patton, ricordando «la famiglia uccisa pochi giorni fa nella zona di Nablus con unico sopravvissuto, un bambino di nove anni». Proseguono pure «le iniziative di legislazione che impediscono alla Cisgiordania di esistere e ai palestinesi di avere una loro terra e il rispetto dei diritti fondamentali: come la registrazione dei territori palestinesi al catasto israeliano o il non ammettere all’insegnamento nelle scuole israeliane di professori con un titolo conseguito in università palestinesi», tutte «forme di pressione diretta o indiretta per cacciare la popolazione palestinese dalla terra sulla quale ha vissuto per millenni». La grave crisi economica provocata dalla guerra si avverte molto anche in Giordania, per il crollo dei pellegrinaggi. «A fine febbraio stavamo constatando una certa ripresa del numero di visitatori e di pellegrini e improvvisamente siamo ripiombati indietro, praticamente a zero», il che segna una ricaduta soprattutto sui cristiani, ma non solo, che lavorano per i luoghi santi, rimasti senza lavoro e senza sostentamento per le loro famiglie.
Perché possa interrompersi questa violenza, la comunità internazionale, è opinione di Patton, deve attuare un intervento più deciso e deve «esserci un cambio di politica da parte degli Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente».

Dal punto di vista ecclesiale inoltre, la speranza è che possa esserci «una grande convocazione, rivolta a cristiani e a credenti di tutte le religioni, come fece Giovanni Paolo II al tempo della guerra in Iraq e come fece Papa Francesco nel 2013, una grande convocazione per tutti al digiuno e alla preghiera per la pace.

È uno strumento che può sembrare ridicolo di fronte a quello delle armi, ma è uno strumento di coscientizzazione che può unire i credenti delle varie religioni» e che risponde a quanto indicato da Papa Leone XIV quando parla di «pace disarmata e disarmante, umile e perseverante».

C’è bisogno di questo, conclude Patton, «sapendo che per noi credenti la preghiera, il digiuno sono le uniche “armi” che ci è lecito imbracciare».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Digiuno, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Papa Leone XIV, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026

Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi
di: Ordo Fratrum Minorum – Frati Francescani

Papa Leone XIV proclama l Anno Giubilare Francescano

Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.

Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze.

In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.

Freccia dans Viaggi & Vacanze Leggi il Decreto

Condizioni per ricevere l’Indulgenza
(per sé o per i defunti)

  • Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
  • Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
  • Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
  • La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
  • Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Leone XIV | Pas de Commentaire »

12345