Attenti al linguaggio della visibilità

Posté par atempodiblog le 9 avril 2017

Attenti al linguaggio della visibilità
di don Fabio Rosini

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In questa Domenica delle Palme dobbiamo stare molto attenti al linguaggio della visibilità. Non è una visibilità che si impone, qui non si vince niente, qui si annunzia allegramente, qui non si costringe qualcuno a venirci appresso, qui viene chi ci trova allegri.

Com’è possibile che abbiamo ridotto, tante volte, il Cristianesimo ad un rimprovero, ad una ritualità acida fatta di amarezze, fatta di negazioni, fatta di regole, fatta di imposizioni? Ma il Cristianesimo è qualcuno che salta di allegria perché dice “il Signore viene da me!”, “il Signore viene proprio da me?”, “sta dalle mie parti?”… e questo è forse quello che può attirare ad aprirsi all’opera di Dio.

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Entrare nelle relazioni

Posté par atempodiblog le 30 août 2015

fabio rosini

Questa domenica è veramente molto importante uscire da questo mondo di scrupoli, di cura della propria individuale giustizia, per entrare nelle relazioni. Quando, nelle relazioni, vogliamo osservare le regolette normalmente vogliamo ferire chi abbiamo intorno, quando vogliamo amare chi abbiamo intorno dimentichiamo le regolette, andiamo al cuore, ci occupiamo delle persone e guardiamo alle loro reali necessità.

di don Fabio Rosini – Commento ai Vangeli festivi (XXII domenica del tempo ordinario, anno B)

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Gesù buon Pastore si relaziona a noi con generosità

Posté par atempodiblog le 26 avril 2015

Gesù buon Pastore si relaziona a noi con generosità
di Don Fabio Rosini (direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma)

Gesù buon Pastore si relaziona a noi con generosità dans Commenti al Vangelo 2vaav5z

Gesù buon Pastore si relaziona a noi con generosità
[…] Gesù è il buon Pastore, vuol dire che esistono i cattivi pastori… infatti questo testo fa il confronto con il mercenario, c’è il buon Pastore e il mercenario. Qual è la differenza? Il buon Pastore dà la vita per le pecore, il mercenario non darà la vita per le pecore perché è mercenario; quando arriverà il lupo abbandona le pecore e fugge perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. [...] Il buon Pastore sta davanti alle pecore come il Padre è stato davanti a Lui. […]

Noi non conosciamo le persone, noi le usiamo. Non abbiamo una relazione di protezione davanti alle persone, se non perché ci conviene. […]

Il comando ricevuto dal Padre è quello di essere secondo la Sua propria natura: essere dono. Gesù è dono. Cristo è frutto della generosità del Padre, quindi con questa generosità si relaziona a noi. E’ il buon Pastore, non è il mercenario.

Dio non misura i millimetri e gli errori e non ci vuole traumatizzati
Quante volte noi stiamo davanti a Dio come se fosse un mercenario, stiamo di fronte a Dio come se stesse lì a misurarci i millimetri, gli errori, le povertà, le cose che diamo… con una paura di lui che in fondo resta latente, ma è la nostra mentalità da orfani che resta lì invadente e ossessiva, che ci costringe a stare davanti a lui tremebondi e sfiduciati, con una paura della Sua volontà che non si giustifica se uno guarda la Croce di Cristo. Ma come si può avere paura di Uno che è morto per  amore nostro? Ma come si può avere paura di Dio? Eppure questa paura è in noi. Perché questa paura è in noi? Perché proiettiamo l’ambiente da cui veniamo. L’ambiente da cui veniamo è un ambiente di “do ut des”, di scambi.

Noi siamo questi traumatizzati dall’assenza della gratuità. Il bagno di gratuità che è la relazione con Dio, questo essere accolti veramente, non perché siamo “così o cosà”, ma perché ci siamo punto e basta. Come una madre che ama il suo bimbo perché è il suo bimbo, non perché è bello o brutto ma perché è il suo bimbo. Sentirci suoi, il Pastore dà la vita per le pecore perché le pecore gli appartengono. Ecco: sentirsi sua proprietà, cose sue. “Io sono una cosa Sua”, ogni persona è un possesso felice di Dio. Veramente questo Vangelo viene perché facciamo una Pasqua dal freddo della nostra solitudine alla dolcezza della Sua Misericordia.

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La vera Sapienza

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2015

La vera Sapienza dans Citazioni, frasi e pensieri ip48pg

Ci affacciamo su questo nuovo anno cominciando con questa proclamazione del Prologo di Giovanni, che abbiamo già ascoltato nella Messa del giorno del Natale. Ecco: la chiave che la liturgia ci dà è quella del capitolo 24° del libro del Siracide, dove si parla della Sapienza che fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto e proclama la sua gloria, apre la bocca dinanzi alle schiere dell’Altissimo e anche nell’assemblea viene ammirata. E’ interessante perché c’è un dualismo in questa proclamazione della Sapienza.

La Sapienza proclama la sua gloria nell’assemblea dell’Altissimo, cioè alla Sua presenza… questo è il Cielo, è la dimensione non umana, però a un dato momento “nella città che Egli ama, mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso. Nella porzione del Signore la mia eredità”, cioè questa Sapienza che sta in Dio scende nel popolo di Dio e, cioè, mette radici in mezzo a un popolo.

E’ interessante l’aspetto del popolo perché noi abbiamo un’idea di Sapienza come di una realtà individuale; noi crediamo che la Sapienza sia un’erudizione personale, sia una forma di possesso di dati e di sintesi, tutto collegato alla nostra intelligenza ossia a un intelletto… No, la Sapienza è l’esperienza di un popolo: è la vita di un popolo. C’è nascosta Sapienza nella vita di un popolo. Nell’assemblea di questa povera gente che Dio ha scelto, lì è la Sapienza e, quindi, non è conoscenza, ma è arte di campare, è vivere, ma vivere non da soli ma con gli altri.

Cos’è la vera Sapienza? Chi è il Sapiente? Colui che si ricorda a memoria il volume della sfera? La Sapienza è saper stare con gli altri.

Esistono molti eruditi che sono degli ignoranti relazionali, degli analfabeti affettivi. La Sapienza è l’amore, la Sapienza è il vivere.

Infatti, guardiamo come si presenta la Sapienza nel Vangelo:

primo è Dio, è presso Dio ed è la vita stessa di Dio e tutto è stato fatto in questa chiave; tutto è nella chiave di questa vita di Dio, che è stare davanti a Lui, essere in Lui, essere Lui, cioè la comunione totale con Dio, che è ciò che poi vediamo compiersi come questa immagine che nella prima lettura viene denominata Sapienza. Allora in Lui è la vita, questo che sta arrivando è la Vita e la Vita sa annunciarsi attraverso san Giovanni Battista, viene incontro a noi ed è la Luce vera, quella che illumina ogni uomo, alla fin fine di tante cose che possiamo fare o non fare, capire o non capire, essere o non essere, tante prerogative che possiamo avere o non avere, la Luce che ci illumina è proprio il Signore Gesù, che è Sapienza, ma non è una Sapienza da studiare nei libri, come abbiamo già abbondantemente ripetuto, la Sapienza è Qualcuno che viene e può essere rifiutato, può essere non accolto, può essere buttato via, cioè è amore che non si impone. La Sapienza è l’Amore Vero, autentico, che non è violenza, che non conosce aggressività, ma a chi la accoglie dona una nuova identità.

Quando io ho sapienza, quella umana, io ho semplicemente altri dati… quando ho la vita di Dio che è la Sua Sapienza, divento un altro, sfodero qualcosa che in me non era evidente, che è la mia potenzialità di figlio di Dio, perché io posso accogliere il Suo potere, la Sua potenza, la Sua forza, la Sua bellezza, la Sua tenerezza in me… e il Verbo sa farsi carne, questa Sapienza non resta astratta, sa entrare nel reale, sa entrare nelle cose.

Ogni giorno siamo chiamati ad incarnarci, ogni giorno siamo in questa tentazioni di restare incapsulati nei nostri schemi, nelle nostre idee e, invece, la Sapienza è entrare nel reale, mettere la tenda fra gli uomini. Lo fa Gesù Cristo e dobbiamo farlo noi, stare nella realtà. Non vivere aspettare chissà che cosa, non vivere di progetti. E’ saper entrare nella pienezza e ricevere grazia su grazia, ciò che alla fin fine canta questo Prologo, questa poesia meravigliosa, con cui inizia il Vangelo di Giovanni è la rivelazione del Padre, cioè “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio Unigenito che è Dio ed è nel Seno del Padre, è Lui che Lo ha rivelato”, in fondo è tutto qui il punto, cioè tutto quello che ha fatto “è sceso fra gli uomini”, “ha piantato le sue radici nel popolo”, come diceva la prima lettura, ha posto la Sua dimora in mezzo a noi, ha piantato la Sua tenda fra noi, dà le cose ha chi lo accoglie… alla fin fine tutto questo è rivelare il Padre, rivelare ciò che Adamo aveva perso e fa di Adamo un teoreta, un astratto, che vive di proiezioni, uno che vive di idoli, uno che vive di aspettative.

L’uomo è infelice della sua realtà perché non entra nella realtà in comunione con il Padre perché non crede che Dio sia Padre. Cosa rivela il Figlio? Il Padre. Rivela l’amore del Padre. Quando nel nostro cuore entra l’intuizione, che è dono dello Spirito Santo, della tenerezza di Dio, della Provvidenza sapiente della paternità di Dio, entra la pace.

Io posso entrare in una vita meravigliosa, posso vivere in Lui, abbandonato a Lui senza angustiarmi, senza entrare in ansia, senza dover vivere di possessi, di autoaffermazioni o non so cosa. Vivendo veramente la vita reale, incarnandomi, stando nell’anno che Dio mi dà.

Comincia un anno… un anno per incarnarsi, un anno per fidarsi di Dio, un anno per vivere nella realtà. Non c’è felicità fuori dalla realtà. Se esiste una felicità è nel reale, non può essere in un paradiso fittizio, ideale o chimico, di appagamenti o confort, di fughe dalla realtà o di alienazioni. Se esiste un paradiso è lì dove ognuno di noi sta, quando entra in comunione con il Padre.

Don Fabio Rosini (catechesi audio)

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Festa di Cristo Re: amare i fratelli secondo la misura dell’amore di Cristo

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2014

Festa di Cristo Re: amare i fratelli secondo la misura dell’amore di Cristo
Don Fabio Rosini (catechesi audio)

Festa di Cristo Re: amare i fratelli secondo la misura dell’amore di Cristo dans Commenti al Vangelo 14a8rqu

E’ molto interessante oggi, come sempre, logicamente, confrontare la prima lettura con il Vangelo perché c’è un rovesciamento di prospettiva… ovverosia nella prima lettura c’è  il famoso rimprovero, fatto per mezzo del profeta Ezechiele, da parte del Dio di Israele ai pastori, a coloro che governano il popolo, a coloro che lo pascolano, perché si son comportati male… non hanno veramente fatto il bene del popolo di Dio. Allora Dio adirato dice: “Io stesso cercherò le mie pecore, siccome non lo fate voi… le passerò in rassegna”. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, no? “E cosa farò? Condurrò le mie pecore al pascolo, le farò riposare, andrò in cerca della pecora perduta, ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte, le pascerò con giustizia”.

Questa prospettiva ci fa vedere un certo tipo di realtà. Quella cosa per cui, siccome gli uomini non si son occupati dei loro fratelli, Dio stesso andrà a occuparsi di questi bisognosi, di queste persone che hanno bisogno di cura, secondo le loro diverse necessità.

Invece, il Vangelo rovescia la prospettiva se ci pensiamo bene, si da una parte compare questo Re Pastore il quale (come dice l’ultimo versetto della prima lettura: “giudicherò tra pecora e pecora, montoni e capri”) divide, discerne, chiarisce quello che è il confronto tra le opere di alcuni e le opere di altri e  metterà alla destra e alla sinistra chi ha fatto qualcosa – che cosa però? –. Il principio del discernimento è necessario per capire dove vien messa una pecora, dove vien messo un capro: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere. Ero straniero e mi avete accolto. Nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Oppure non lo avete fatto…”.

Nella prima lettura era il Signore che si prendeva cura del suo popolo, qui – nel Vangelo – è ognuno di noi che si prende cura di qualcuno. Ed è curioso: “avevo fame…”, cioè Dio si cura di noi, nella prima lettura, perché noi non abbiamo carità fra di noi… nella seconda lettura noi siamo chiamati a prenderci cura, curiosamente, di Lui… “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”, cioè chiamati tutti quanti a essere pastori, chiamati a dare da mangiare a qualcuno, chiamati a visitare qualcuno, chiamati a curare qualcuno.

Dov’è il punto? Ce ne sono due:

Innanzi tutto: ognuno di noi ha qualcuno di cui prendersi cura. Attenzione quando partiamo per grandi opere eclatanti, altisonanti, magari molto estranee al nostro contesto vitale. Partiamo da quello che già Dio ci ha dato da fare ,perché non ci succeda che noi ci stiamo occupando di non si sa chi, mentre non ci stiamo occupando della prima emergenza che ci circonda… delle persone che Dio, in un discernimento che va fatto con semplicità e semplicità, ci affida. Secondo ministero, secondo quello che è la nostra propria condizione.

Prima di tutto noi abbiamo da servire qualcuno. Sicuramente, non c’è ombra di dubbio. Ognuno di noi è chiamato a servire qualcun altro. Noi non viviamo se non ci serviamo reciprocamente, nessun uomo e nessuna donna può vivere se non è aiutato da qualcun altro e noi tutti abbiamo bisogno di essere pascolati e noi tutti siamo, quindi, chiamati a pascolare qualcuno, a pascere qualcuno, a occuparci di qualcuno.

La cosa interessante è, appunto, il rovesciamento rispetto alla prima lettura. Quando faremo questo, infondo, stiamo occupandoci di Cristo. Infatti, qui sia i buoni che i cattivi non Lo riconoscono: “quando mai ti abbiamo visto e ti abbiamo dato da mangiare?”, oppure “quando ti abbiamo visto affamato e non ti abbiamo dato da mangiare?”.

E svelerà, questo Re Pastore, che era nascosto nelle persone che erano intorno. Ovverosia “ogni volta che avete fatto questo ai miei fratelli più piccoli lo avete fatto a Me”.

Qui è il cambio tra le opere di semplice filantropia con la carità cristiana. La carità cristiana è molto diversa dalla filantropia. Quest’ultima è amore dell’uomo secondo concetti di giustizia e di solidarietà, che sono cose molto buone, non c’è niente di male, ma l’amore cristiano è una relazione con Cristo, quando si fanno le cose alle persone non le si fanno perché uno ha un concetto o un’astrazione di bontà, per cui fa le cose che, logicamente, saranno limitate dal concetto, limitate anche dal merito, dalla giustizia, dall’opportunità, dalla quantità di parametri umani che resteranno sempre e comunque validi in questo ambito. Qui si va oltre: si va a una relazione con Cristo ovverosia si fa quello che Lui ha fatto per noi. Qui entrano altri parametri, qui la giustizia diventa meno importante perché non faremo le cose solo per chi se lo merita ma anche per chi non se lo merita… perché Cristo ha fatto questo con noi.

Noi in questo entreremo in categorie come “l’amore al nemico”, che sono straordinarie, oltre l’umano che sono solamente del tipo che appartiene allo Spirito Santo, non appartiene allo spirito umano. Qui noi non facciamo le cose perché sono giuste, perché io con la mia volontà ho capito che vanno fatte, ma perché io ho ricevuto tanto. Si parte nelle opere di misericordia da come Cristo le ha applicate a noi e, quindi, noi le facciamo a Lui. Noi amiamo Lui che ci ha tanto amato, quindi non ho bisogno che l’altro se lo meriti quello che io gli faccio. Lo faccio anche se l’altro non se lo merita, lo faccio perché la mia relazione con lui è una triangolazione con Cristo. Lo so che l’altro è povero… è povero come lo sono stato io, per questo userò misericordia, userò pazienza secondo una misura che non è la misura della mia giustizia, dei miei poveri concetti umani, ma secondo la misura dell’amore di Cristo, il Quale quando ero carcerato nelle mie schiavitù, nelle mie assurdità, è venuto a liberarmi, è venuto a visitarmi, ha avuto pazienza con me, quando avevo fame di una fame più profonda non mi ha lasciato senza sostegno. Quando ero malato delle mie malattie interiori, quelle invisibili, quelle che si vivono tranquillamente senza mostrarle, Lui ha avuto pazienza con me. Piano piano mi ha preso per mano e mi ha condotto a riconoscere la mia malattia e mi ha insegnato a vivere nella sua salute.

E’ dalla relazione con Cristo che partono le  opere di misericordia, altrimenti sono solamente delimitate dallo spazio della nostra razionalità che è tanto piccola, che è tanto mediocre.

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È misericordioso chi cerca misericordia

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2014

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

È misericordioso chi cerca misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri 2lmxc9u

Nella nostra esperienza di tutti i giorni…, normalmente sono un iroso, uno che reagisce male…: prego sempre con intensità il II° mistero doloroso dove Gesù viene catturato e flagellato alla colonna e gli chiedo: “quando mi darai mitezza, quando risponderò mitemente alle persone, come tu mi rispondi mitemente?”.

Offendi un uomo e vediamo come ti risponde, anche se è un uomo che prega sempre; tu prova ad offenderlo e vedrai quale è la sua reazione: sarà violenta, risponderà male e se tirerà fuori dal suo sacco ciò che ha dentro veramente, la giustizia, rabbia, allora non ha capito il perdono.

Dobbiamo pregare costantemente perché Dio ci dia una reazione mite come il Signore Gesù Cristo, perché i nostri conti con Dio non sono in pareggio; non so come voi siete messi, ma se Dio facesse i conti con me, io non me la cavo.

Se Dio applicasse con me i conti come deve, come sono, mi fulmina davanti a voi, perché è quello che mi merito, e non parlo per parlare; i miei peccati sono molto concreti, sono brutti e, nel passato, quando guardo la croce, vedo le mie impronte digitali, vedo come ho lasciato alcune persone della mia vita, come ho ferito e sono stato freddo con alcuni, quello che ho fatto a mio fratello e via dicendo.

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.

È misericordioso chi cerca misericordia, esercita il perdono chi cerca perdono; la misericordia nasce dalla coscienza della nostra povertà, del nostro debito, di un debito impagabile; se noi fossimo nella verità, se noi – semplicemente quelli che siamo qui – fossimo nella pura e semplice verità, oggi chi ci incontra incontrerebbe solo tenerezza, solo misericordia, solo benevolenza… perché siamo tutti molto indietro coi conti!

di don Fabio Rosini (audio)
Tratto da: Collevalenza, Santuario dell’Amore Misericordioso

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La storia dei lavoratori a giornata

Posté par atempodiblog le 18 mai 2013

La storia dei lavoratori a giornata dans Commenti al Vangelo bbdqvSi, questo è il brano classico della paga uguale per i diversi tempi di lavoro. Ovverosia la storia di una serie di operai che vengono presi la mattina, a metà giornata, quando la giornata è inoltrata, a fine giornata e tutti vengono pagati nella stessa maniera. E questa è sembra ingiustizia sociale e c’è la lamentela dei primi lavoratori.

Questo testo non lo possiamo capire compiutamente finché non lo contestualizziamo, ovverosia mentre il testo liturgico comincia con il dire “in quel tempo” Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola, è l’inizio, classico, liturgico di una parabola, di una proclamazione… c’è, invece, nel racconto evangelico l’apertura del testo “il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscii all’alba per prendere a giornata i lavoratori”… allora, in realtà noi dobbiamo leggere il versetto precedente e capire questo capitolo 20 a partire dal capitolo 19. Il capitolo 19 ha delle parole fondamentali sul discepolato, è il capitolo del giovane ricco, è il capitolo di colui che è chiamato a seguire Gesù e il momento in cui i discepoli dicono: “ma noi abbiamo lasciato tutto, cosa ne otterremo” e si parla dell’eredità del discepolo e del lasciare tante cose per seguire il Signore, e si termina con questa frase, che è il versetto 30° del capitolo 19, “molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi” e quindi comincia questa parabola. Dove veramente gli ultimi diventeranno i primi e i primi, curiosamente, ultimi secondo una forma un po’ peculiare.

La storia in sé è la storia di un padrone di casa che esce all’alba per prendere a giornata i lavoratori per la sua vigna e si accorda per la paga normale, ordinaria che era un denaro al giorno. Poi esce verso le nove del mattino ne vede altri e li prende e dice: “il giusto ve lo darò”. E’ curioso perché il giusto sarebbe già meno di quanto gli altri che hanno iniziato, ormai da ore, prenderanno. Esce ancora  verso mezzogiorno e fece altrettanto che vuol dire che dice: “quello che è giusto ve lo darò”. Esce verso le cinque e dice: “perché siete qui senza far niente?”. La parola greca che c’è sotto ‘senza far niente’ è proprio un altro abbreviativo rispetto a ‘non lavorare’, a ‘operare’… “senza lavoro”, “perché siete qui senza lavoro?”. La vecchia traduzione della Cei metteva addirittura ‘oziosi’, ma era una caratura morale inesistente nel testo. La nuova traduzione dice “senza far niente” come è più esatto. Rispondono: “perché nessuno ci ha presi a giornata”… il padrone dice: “andate anche voi nella vigna”, non ha aggiunto altro.

Quando viene la sera dovremmo scoprire quanto darà a questi operai di un’ora di lavoro, quanto darà agli altri a cui ha detto “ti darò il giusto” e quindi quanto darà a quanti hanno pattuito con lui un denaro.
Che succede? Che il padrone appositamente, intenzionalmente, chiama i lavoratori a prendere la paga incominciando dagli ultimi. Perché? Perché i primi vedano gli ultimi lavoratori. Infondo, c’è un po’ una provocazione, vuole apposta creare questa realtà, cioè se gli dava il denaro prima non si rendevano conto del ‘problema’. Allora che cosa dicono i lavoratori di tutta la giornata, quelli che pensano di ricevere di più e mormorano contro il padrone perché dicono: “ha trattato come noi questi che hanno lavorato un’ora sola e noi abbiamo invece sopportato il peso della giornata e il caldo”. Il problema è che è stata introdotta questa parola: “ciò che è giusto te lo darò” e qui la giustizia ai nostri occhi non viene rispettata. “Ciò che è giusto” sarebbe stato dagli di meno rispetto agli altri lavoratori e via dicendo… e dare un contentino a quelli che erano arrivati all’ultimo.

Questo padrone ha un’altra giustizia. Qui è lo scontro di due giustizie, di due visioni… Chiamati ad essere discepoli di Cristo e chiamati a vivere secondo un’altra logica, perché la frase “gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi” è paradossale. Questa è la logica rovesciata: nel mondo i primi sono i primi e gli ultimi sono gli ultimi, punto. Infatti, in questa parabola si rovescerà la prospettiva perché secondo quella che è la vita normale noi possiamo ragionare secondo utilità, secondo rendimento, secondo efficacia. Proviamo ad applicare questa logica.

Secondo questa logica chi è utile, efficace, lavora… fa le cose… ha diritto a essere ricompensato; chi ha queste caratteristiche deve essere scartato.
Se noi applichiamo fino in fondo questa logica di giustizia ci potremmo trovare a che fare con cose piuttosto imbarazzanti. ‘Che ce ne facciamo noi di un vecchio? Di una persona che non ha più la capacità di aiutarci?’, non è che ci troviamo ad affrontare una mentalità che è lontana da noi… no, no. E’ una mentalità che ci è molto vicina. ‘Che ce ne facciamo noi di una persona malata? Che ce ne facciamo noi di uno che non può lavorare?’, mi sembra che sia consequenziale fare la amniocentesi e scartare chi non ci fornirà quello che noi ci possiamo aspettare da lui e da lei.
Va da sé che entriamo in un mondo cinico di vantaggio, di guadagno, un mondo terrificante, è un mondo spaventoso.

La giustizia… c’è qualcuno di noi che può vivere veramente misurandosi con la giustizia, senza paura? Io che parlo non posso, non me lo posso certamente permettere. Vivere di fronte al parametro della semplice esattezza… chi di noi può mettersi davanti a Dio, davanti al padrone e dire: “mi devi dare ciò che mi spetta senza sperare in una misericordia, in una pazienza, in una benevolenza, senza una magnanimità da parte di Dio?”.
Se la vita, se i rapporti, se la nostra esistenza si misura con ciò che è dovuto e quanto ci è dovuto e conti veramente, noi ci possiamo permettere di metterli così in chiaro completamente con Dio, io non me lo posso permettere, non so gli ascoltatori. Noi siamo tutte persone che abbiamo bisogno di un’altra logica. Abbiamo bisogno che l’ultimo non sia scartato, che l’ultimo sia accolto… perché c’è un ultimo in tutti noi.

Se noi andiamo a vedere la storia sotto un’altra prospettiva, noi possiamo vedere molta cattiveria nella frase dei primi lavoratori… ‘questi signori che hanno lavorato un’ora soltanto e noi siamo stati tutto il giorno sotto il peso del caldo e con la fatica del lavoro’. Ma se questi sono lavoratori a giornata… oggi come oggi capiamo sempre di più con la drammatica realtà della disoccupazione che cos’è lavorare e che cos’è non lavorare. Da quando in qua si considera più leggero il non lavorare del lavorare?
E’ molto più pesante non lavorare. Il poter lavorare, il poter essere ‘presi a giornata’ dal padrone, vuol dire aver risolto quella  giornata, avere del pane per i propri figli. Aver trovato qualcuno che ti da qualcosa da fare, una delle cose più terribili della nostra vita è sentirsi inutili.
Una delle sofferenze che possiamo vivere nel nostro percorso esistenziale è sentire che nessuno ci prende nella sua vigna, nessuno ci chiede niente, sentirsi senza un esito, sentirsi senza un frutto, sentirsi sterili nell’esistenza. Ecco ma chi è lo sfortunato? Colui che ha lavorato tanto o chi non ha trovato lavoro tutto il giorno? “Perché state qui senza lavoro?”, “perché nessuno ci ha preso a giornata”. Ecco, l’uomo può vivere questa realtà, vivere senza avere un lavoro vero da fare, senza avere qualche cosa di buono da fare, d’importante. Senza essere stato preso nella vigna del padrone buono. Aver sprecato la propria esistenza. Quante volte le persone incontrano il Vangelo e dicono: “ma che cosa ho fatto fino ad oggi?”, “come ho sprecato la mia esistenza fino ad oggi?”, “ma che cosa ho fatto d’importante?”. Ecco: lavorare è un dono e non lavorare è una sofferenza. Le fasi di ozio, le fasi di esser nel vuoto, nell’adolescenza o in un’adolescenza prolungata (che oggi è un fenomeno non piccolo di giovani, di persone che ormai già adulte 30-45 anni a vuoto, che non hanno finito l’università e che non riescono a quagliare nella vita qualcosa di serio, è una vita fallita, è una vita morta, è una vita dove il fortunato è colui che è riuscito a trovare la strada della propria esistenza, è riuscito a trovare la vigna buona e non ha sprecato la sua esistenza.

Ed ecco che c’è l’altra logica: “io sono buono. Tu sei invidioso di me perché sono buono”, dice il padrone. Iddio non è giusto della nostra giustizia, ma della sua. Secondo Dio è giusto essere buoni con noi, come per ogni padre, come per ogni persona che ami un figlio… la giustizia è la cura, è la salvezza, è dare la possibilità, è guadagnare il figliuolo, è prenderlo e trovargli la via perché lui sia felice. Questa è la giustizia di Dio. Che cos’è più importante ricevere di più perché ho fatto di più degli altri o essere felice di aver trovato il mio denaro? Avere la gioia di essere nella vigna buona e di avere oggi la moneta di Dio.
Questo appunto non ha un ambito di tipo sociale, ma ha un ambito di tipo esistenziale, di fede; è un problema di rapporto con Dio. Speriamo di avere tanti fratelli che anche all’ultimo trovino il Padre, trovino il denaro di Dio.
Non so, ma penso che tutti sperino di trovare tante persone in Paradiso, di trovare quel denaro, quella ricompensa di Dio, la ricompensa eterna che troveremo alla fine della nostra giornata. Abbiamo lavorato poco o abbiamo lavorato molto, ma sempre speriamo di andarci tutti in Paradiso, speriamo di trovarci tutti i nostri cari, anche quelli che ci sembrano che proprio stanno sprecando la vita, che all’ultimo minuto si convertano e Dio gli dia la stessa moneta.

Don Fabio Rosini (catechesi audio)

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Guadagnare un fratello

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2011

Guadagnare un fratello dans Commenti al Vangelo 14uj6ef

All’interno del discorso cosiddetto ecclesiale, ecclesiastico, comunitario, dove Gesù affronta il problema della relazione interna nella comunità. Ed è questo un brano celeberrimo… se il fratello commette una colpa contro di te, va e ammoniscilo fra te e lui solo, se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello, se non ti ascolterà prendi ancora una o due persone, e se non ti ascolta ancore dillo alla comunità e se non ascolta neanche la comunità  sia per te un pagano o un pubblicano.

La nostra interpretazione classica è questa: c’è qualcuno che ha fatto qualcosa di sbagliato contro di te… molto spesso la gente ti rimprovera delle cose che non hai fatto contro di loro, ma, insomma, perché ha bisogno di rimproverare qualcuno; quello è  un rimprovero così… ‘sfuso’, a disposizione della gente che normalmente ha tanta gioia nel praticare. No, qui si tratta di una relazione interpersonale, nella relazione interpersonale c’è stato un errore grave, una colpa, qui non parliamo di una sbadataggine, qui parliamo di qualcosa di grave, di qualcosa che ha sostanza. Ecco, va e ammoniscilo tra te e lui solo. E quindi, prima cosa, di parlargli di persona. Non ti ascolta… prendere qualcuno con cui parlargli. Non ti ascolta… rendere la cosa  più forte con la comunità cristiana, di fronte a tutti. Non ti ascolta? A quel punto,allora, bisogna escluderlo, sia per te come un pagano o un pubblicano.

Bene, dobbiamo dire due cose: la prima è che normalmente la prassi è la prassi contraria, cioè nella prassi anche ecclesiale dobbiamo lamentare che il processo è inverso, se qualcuno ha qualcosa contro di te prima lo dice a tutti, poi lo dice a qualcuno che ti conosce e poi tu lo vieni a sapere per interposta persona. Questa è la prassi antievangelica di molte comunità di vario genere, ecco.  Questa è una logica che andrebbe rimarcata perché questo fatto anche se forse non è  pertinente in questo mio commento, ma va da sé che purtroppo questa è la grave strategia comune con cui andiamo avanti. Ma più importante e più autorevole, diciamo così, come commento: la logica è un po’ diversa sotto il punto di vista proprio del testo a riguardo del fatto che, innanzitutto, noi dobbiamo prendere un termine che qui non  possiamo sottovalutare: “guadagnare un fratello”.

“Guadagnare un fratello”, il fratello era perso. Guadagnarlo. Ha commesso una colpa, il problema non è che mi sia fatta giustizia, ma che ho perso un fratello. Se questo fratello si è comportato così male con me, non mi pensa più fratello, parlare fra te e lui, non  perché così ti sarà fatta giustizia, ce l’abbiamo fatta! …No! Perché tu guadagni un fratello, questo è il valore fondamentale. Un fratello! Chi può permettersi di perdere un fratello? La strategia infatti che  dovremmo capire di questo testo  richiede che noi rispondiamo a questa domanda: ma c’è qualcuno degli ascoltatori che si può permettere di perdere un fratello? O io stesso che parlo mi posso permettere di perdere un fratello?  Può essere la mia vita la stessa avendo perso un fratello?  Carne della mia carne o fratello perché legato a me dalla fede, io posso farne senza? Abbiamo questa abbondanza, veramente ce lo possiamo permettere senza danno? E’ una cosa che faremo senza  micronizzarci? Possiamo chiudere i rapporti così facilmente? Forse non ce lo possiamo permettere. Forse non possiamo permetterci di presentarci davanti al Signore senza i nostri fratelli. Il Signore Gesù  che per guadagnare i suoi fratelli ha dato la vita ci insegnerà la tecnica  per guadagnare un fratello.

Questo è il punto perché quando una persona ti si avvicina per criticarti o per dirti qualche cosa che a suo avviso hai sbagliato si capisce subito se si avvicina perché vuole guadagnarti come fratello o perché semplicemente ha un animo acidulo nei tuoi confronti. Se una critica è fatta perché mi vuoi bene lo percepisco subito. Stiamo parlando al fratello che critica, noi siamo tutti il fratello che critica, non dobbiamo pensare al fratello che è criticato come l’oggetto della predicazione di questo Vangelo. Dobbiamo gestire il nostro rapporto con gli errori altrui. Qui non c’è da rivendicare come gli altri ci trattano, ma avvicinarci agli altri che forse ci hanno trattato male e forse hanno sbagliato con noi… di guadagnarli, per ritrovare fraternità. Allora parla con lui, aprirgli il cuore… per guadagnarlo. Non ti ascolta prendi delle altre persone perché altre persone gli dicano “ma guarda che ti vuole guadagnare come fratello”  e dillo di fronte alla comunità, se ancora davanti a poche persone non lo guadagni, lo voglio dire davanti a tutti che ti voglio guadagnare come fratello che non posso vivere senza trovar pace con te. Senza dirti “ma non può essere questo che hai fatto tra me e te, non può passare” perché io e te siamo fratelli e la cosa più interessante e se non ascolta nemmeno in quel caso, se non lo guadagno  neanche così come lo guadagni? Sia per te come il pagano e il pubblicano.

Ecco se vogliamo trarre da questo testo la sana e opportuna pratica grave che la Chiesa usa solamente in casi estremi  della scomunica dell’esclusione dalla comunità cristiana, noi possiamo trarre questa pratica della Chiesa dai testi paolini, è san Paolo che parla di queste cose come cose terapeutiche atte a recuperare un fratello magari attraverso una strategia brusca, dura, perché bisogna svegliare il fratello che non si rende conto di quello che sta facendo; ma da questo testo questa pratica non  si lascia compiutamente trovare perché la categoria del pagano e del pubblicano nel Vangelo di Matteo non sono gli esclusi, ma coloro da amare.

Il pagano o il pubblicano è colui che deve essere amato. Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano dice lo stesso Vangelo di Matteo al capitolo sesto, settimo, quinto… nei termini in cui viene portata avanti la proclamazione del Regno dei Cieli, il Discorso della Montagna… Ovverosia, tu cerchi di guadagnarlo e cerchi di parlare con lui, cerchi di portare qualcuno che ti aiuti , cerchi di dirlo pubblicamente che tu non hai niente contro di lui e che lo vuoi guadagnare e che lo vuoi recuperare… Non accetta? A quel punto lo ami così com’è. Lo ami pagano, pubblicano… Dai la vita per lui perché con alcune persone, per esempio, bisogna parlare di Cristo e con qualcun altro bisogna esserLo… Gesù Cristo.  Con alcune persone bisognerà collaborare e ad altre bisognerà dare amore gratuito. Collaborare finché si può, ma quando non si può collaborare accogliere… amare per come sono le persone. Come potremmo pensare che subito un torto da qualcuno Cristo ci autorizzi ad escluderlo dalla comunità cristiana perché costui non si è pentito… Lui che per noi è morto in croce.

Come possiamo pensare che sia diversa questa parola? Come possiamo pensare che questa parola autorizzi l’esclusione? Altro è la prassi sacramentale dovuta e opportuna di riconoscere quando una persona può essere ammessa ai sacramenti e quando no. Lo stato di incoerenza sacramentale di alcune persone che purtroppo hanno una condizione che vanno curate, accolte e appunto amate per come sono… ma è un altro discorso la relazione fraterna, il guadagnare il fratello… resta sempre e comunque con chiunque e noi siamo chiamati alla strategia del pagano e del pubblicano ovvero a stare così di fronte a loro… come qualcuno che va amato ormai senza condizioni, senza pretendere che l’altro capisca. A quel punto lo ami per come è.

Don Fabio Rosini (catechesi audio)

Publié dans Commenti al Vangelo, Correzione fraterna, Don Fabio Rosini, Fede, morale e teologia, Misericordia, Perdono, Riflessioni | 1 Commentaire »

 

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