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Leone XIV: la speranza, un mistero che riesce a tenere insieme gli opposti

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2025

Leone XIV: la speranza, un mistero che riesce a tenere insieme gli opposti
All’udienza giubilare in Piazza San Pietro, Leone XIV spiega che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale: credeva nell’umanità. Capiva che “Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità”
di Tiziana Campisi – Vatican News

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Sperare è non sapere. Noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo.

Ci insegna anche questo l’Anno Santo, spiega Leone XIV ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro per l’udienza giubilare. “Come i discepoli di Gesù, ora dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo”, a guardare ogni cosa “alla luce della risurrezione del Crocifisso” e avere la consapevolezza che così “siamo salvati”, in tale “speranza”. Tuttavia, nonostante il Risorto abbia “iniziato a educare i nostri sguardi, e continua a farlo anche oggi”, non siamo abituati a vedere le cose con speranza. Ma è invece con gli occhi della fede che bisogna proiettarsi al domani, incoraggia il Papa dal sagrato della basilica vaticana, dopo aver salutato i fedeli nel consueto giro con la sua jeep bianca.

L’amore ha vinto, sebbene abbiamo davanti agli occhi tanti contrasti e vediamo lo scontro fra molti opposti.

Ci sono opposti da tenere insieme
Chi ha vissuto in una realtà pure “travagliata”, è stato nel XV secolo il cardinale tedesco Nicola Cusano, “un grande pensatore e servitore dell’unità”. Da lui si può apprendere “che sperare è anche ‘non sapere’”, indica il Pontefice, che traccia un profilo del porporato. Pur non vedendo “l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra Oriente e Occidente”, e “la pace nel mondo e fra le religioni”, durante i suoi viaggi, “come diplomatico del Papa”, “pregava e pensava”, “per questo i suoi scritti sono pieni di luce”.

Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità. Nicola sapeva di non sapere e così comprendeva sempre meglio la realtà.

La “dotta ignoranza” e la speranza
Nicola Cusano, allora insegna a “fare spazio, tenere insieme gli opposti, sperare ciò che ancora non si vede”, evidenzia Leone, spiegando che il cardinale tedesco “parlava di una ‘dotta ignoranza’, segno di intelligenza” e ricordando che in alcuni scritti del porporato il protagonista “è un personaggio curioso:

l’idiota”, “una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze”. Così accade pure oggi nella Chiesa, fa notare il Pontefice.

Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. Siamo in un tempo benedetto: quante domande! La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande.

Imparare da Gesù
Di fronte a questa consapevolezza, l’invito del Papa e a diventare “un popolo in cui gli opposti si compongono in unità”, ad addentrarsi “come esploratori nel mondo nuovo del Risorto”, che ci precede. È da Lui che la Chiesa e “tutta l’umanità imparano”, conclude Leone, “avanzando un passo dopo l’altro” in un “cammino di speranza”.

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La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2025

GIUBILEO DELLA SPIRITUALITÀ MARIANA
SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro

Piazza San Pietro
XXVIII domenica del Tempo Ordinario, 12 ottobre 2025

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Sorelle e fratelli carissimi,

l’apostolo Paolo si rivolge oggi a ciascuno di noi, come a Timoteo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide» (2Tm 2,8). La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro. Come la domenica, che apre ogni nuova settimana nell’orizzonte della sua Risurrezione dai morti. «Ricordati di Gesù Cristo»: questo solo conta, questo fa la differenza tra le spiritualità umane e la via di Dio. In «catene come un malfattore» (v. 9), Paolo ci raccomanda di non perdere il centro, di non svuotare il nome di Gesù della sua storia, della sua croce. Ciò che noi riteniamo eccessivo e crocifiggiamo, Dio lo risuscita perché «non può rinnegare sé stesso» (v. 13). Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo.

La Lettura dal Secondo Libro dei Re (5,14-17) ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret (cfr Lc 4,27) e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale: «Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,28-29). L’Evangelista non fa cenno alla presenza di Maria, che poteva trovarsi là e provare ciò le era stato annunciato dall’anziano Simeone, quando aveva portato il neonato Gesù al tempio: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Sì, carissimi, «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» ( Eb 4,12). Così, Papa Francesco vide a sua volta nella vicenda di Naamàn il Siro una parola penetrante e attuale per la vita della Chiesa. Parlando alla Curia Romana, disse: «Quest’uomo è costretto a convivere con un dramma terribile: è lebbroso. La sua armatura, quella stessa che gli procura fama, in realtà copre un’umanità fragile, ferita, malata. Questa contraddizione spesso la ritroviamo nelle nostre vite: a volte i grandi doni sono l’armatura per coprire grandi fragilità. […] Se Naamàn avesse continuato solo ad accumulare medaglie da mettere sulla sua armatura, alla fine sarebbe stato divorato dalla lebbra: apparentemente vivo, sì, ma chiuso e isolato nella sua malattia». [1]

Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato (cfr Lc 17,11-19). Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!

Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr Lc 1,51-54). Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il “sì”, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno.

I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi – spesso i poveri – in nemici, in “lebbrosi” da evitare e respingere.

Il cammino di Maria è dietro a Gesù, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. «Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché “ha rovesciato i potenti dai troni” e “ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53) è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia» (n. 288).

Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti.


[1]  Discorso ai membri del Collegio Cardinalizio e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 23 dicembre 2021.


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Terminato il restauro del Volto Santo, diretto dall’Opificio delle Pietre Dure. Sarà visibile dal 13 settembre nella Cattedrale di Lucca

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2025

Terminato il restauro del Volto Santo, diretto dall’Opificio delle Pietre Dure. Sarà visibile dal 13 settembre nella Cattedrale di Lucca
11 settembre 2025. È terminato il restauro del Volto Santo: il monumentale crocifisso ligneo policromo del IX secolo conservato nella Cattedrale di Lucca. Dal 13 settembre sarà visibile, per la prima volta, dopo il restauro. Sotto una ridipintura scura è tornata visibile la bella policromia che restituisce al Volto Santo l’aspetto che aveva dal IX al XVII secolo.
Gli occhi del Volto Santo in pasta vitrea furono realizzati rifondendo vetri di epoca romana. Tutte le indagini diagnostiche convergono nel confermare che si tratta di un’opera del IX secolo: uno dei più antichi crocifissi lignei d’Occidente.
de L’Opificio delle Pietre Dure

Terminato il restauro del Volto Santo, diretto dall’Opificio delle Pietre Dure. Sarà visibile dal 13 settembre nella Cattedrale di Lucca dans Articoli di Giornali e News Volto-Santo-di-Lucca

Gli occhi “terribilis” del Volto Santo sono tornati a brillare. Sono gli occhi di un Cristo vivo, un Christus triumphans, vittorioso sulla morte e sul male. È terminato il restauro del Volto Santo, il monumentale crocifisso ligneo policromo conservato da oltre mille anni nella Cattedrale di Lucca. L’intervento ha portato alla scoperta di numerose informazioni sulla tecnica costruttiva e sui materiali di cui è fatta la scultura ed ha svelato la bella policromia nascosta sotto una ridipintura scura, restituendo al Volto Santo l’aspetto che aveva dal IX al XVII secolo. Il Volto Santo di Lucca è uno dei tre più antichi crocifissi lignei d’Occidente e il meglio conservato: tutti i risultati delle indagini diagnostiche, eseguite sull’opera, concordano nel datarlo al IX secolo.

Il restauro, interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è stato promosso dall’Ente Chiesa Cattedrale di San Martino e diretto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze sotto l’Alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Lucca Massa Carrara e Pistoia.

Dal 13 settembre 2025, il mese tradizionalmente dedicato dalla città di Lucca ai solenni festeggiamenti in onore della Santa Croce, sarà possibile vederlo, per la prima volta, dopo la fine del restauro. Il Volto Santo rimarrà esposto fino all’estate 2026 nel cantiere di restauro nella Cattedrale per dare la possibilità di ammirarlo in una maniera unica e irripetibile, per poi essere ricollocato nel tempietto marmoreo di Matteo Civitali (in restauro dopo la scoperta al suo interno di antichi affreschi) che dal 1484 lo ospita. La mattina del 13 settembre, dalle ore 10:00, si terrà la cerimonia (aperta a tutti) di restituzione del Volto Santo con la preghiera e la benedizione di S.E.R. Mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca.

Il restauro, diretto dal Settore di restauro Sculture lignee policrome dell’Opificio delle Pietre Dure ed eseguito da Francesca Spagnoli, si è reso necessario per lo stato di degrado dell’opera. Le attività sono durate più di tre anni: dopo la complessa movimentazione e una fase conoscitiva di indagini diagnostiche (2022-2023) è seguito il restauro (2023-2025). Le preziose informazioni raccolte hanno permesso di orientare l’intervento e in particolare le scelte più impegnative: la separazione del Cristo dalla croce per consentire di operare sulle parti interne dell’opera e la rimozione dello strato superficiale a cera pigmentata e della sottostante ridipintura, nera sulla veste e color mattone sugli incarnati, che ricoprivano il Volto Santo (250 cm di altezza per 270 di larghezza e 40 di profondità) e la croce (442 x 286 cm).

La policromia del Cristo e della croce
Sotto una cromia superficiale scura, stesa sulla scultura e sulla croce a partire dal XVII secolo, in maniera non uniforme nelle diverse parti, sono tornati visibili gli incarnati del volto, delle mani e dei piedi del Cristo; le decorazioni in foglia oro del bordo delle maniche e dell’orlo della veste; quella raffinata del girocollo (forse quattrocentesca); la colorazione giallo-bruna dei capelli e della barba. La veste è adesso di colore blu scuro, una stesura costituita da lapislazzuli di altissima qualità e in buono stato di conservazione. Al di sotto di questa, sono state rinvenute tracce di due ulteriori strati della stessa cromia. I campioni stratigrafici mostrano come nel tempo il colore blu e le dorature della veste fossero ripetute. Sulla croce del Volto Santo, antica come il Cristo, anch’essa soggetta nel tempo a ridipinture, è stato recuperato un prezioso “alfa e omega” in foglia oro su fondo azzurro e la testimonianza dell’esistenza di almeno due policromie precedenti, nei toni del rosso e del blu, arricchite da motivi decorativi a fasce e a palmette.

Gli occhi del Cristo
Il restauro ha riservato anche un’altra emozionante scoperta: la pasta vitrea di cui sono fatti gli occhi del Volto Santo fu realizzata rifondendo vetri di epoca romana. Se le pupille di colore blu profondo erano già visibili, la sclera bianca era coperta da una pittura di bianco di zinco ottocentesca, che è stata rimossa. Sull’occhio sinistro la sclera presentava una lacuna su cui si è intervenuti con una integrazione in resina. L’intervento ha permesso di restituire allo sguardo del Volto Santo la sua profonda espressività. Uno sguardo penetrante di cui tutti parlano fin dall’antichità, definendolo “terribilis”. Il Volto Santo è l’unica scultura lignea dell’epoca, ancora esistente, con gli occhi di pasta vitrea.

La separazione del Cristo dalla croce: la scoperta della tecnica costruttiva e delle specie legnose
La separazione del Cristo dalla croce, risultata coeva, effettuata senza azioni distruttive, ha permesso di conoscere la tecnica costruttiva e scoprire le specie legnose di cui è fatta la scultura. È stato possibile, inoltre, conoscere il sistema originale di ancoraggio, costituito da sei perni in legno di quercia e cedro, e progettare la struttura in metallo di rinforzo. Il Volto Santo – comprese testa e gambe – è ricavato dall’intaglio di un unico tronco di legno di noce. La testa, molto sporgente rispetto al corpo, è ricavata nella parte del tronco verso la radice dell’albero, le gambe corrispondono alla parte rivolta alla chioma. Il Cristo è svuotato sul retro in tutta la sua lunghezza, come era norma per le sculture lignee riducendone lo spessore e attenuando così le dannose dilatazioni del legno, e la nuca è chiusa da un coperchio ligneo, in passato rivestito di tessuto rosso, dove probabilmente venivano poste le reliquie. La croce è stata realizzata impiegando due specie legnose differenti: il braccio verticale è in legno di castagno, mentre quello orizzontale è in abete bianco.

Il nimbo con 384 gemme in pasta vitrea di colore verde smeraldo e rosso rubino
Anche il grande nimbo (la cui datazione è ancora in corso di studio), che circonda il Volto Santo (circa 240 cm di diametro) a forma di semicerchio era ricoperto da uno spesso strato di colore scuro, identificato come una gomma vegetale alterata. Adesso è possibile ammirarlo in tutta la sua bellezza: su un supporto di legno sono state poste 14 lastre d’argento sbalzato e cesellato con cherubini, entro nervature a rilievo dorate, con incastonate 384 gemme in pasta vitrea di colore verde smeraldo e rosso rubino molto intensi, al cui centro è posto un fiore a quattro petali in argento. Alle estremità inferiori sono fissati due gigli in lamina di rame dorata.

La datazione
Nel 2020, per la celebrazione dei 950 anni dalla rifondazione della cattedrale lucchese, tre campioni del legno di noce, nel quale è intagliato il Volto Santo, e un frammento di tela furono sottoposti per la prima volta, dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Firenze (INFN), alle indagini con il Carbonio 14 dando come risultato una datazione tra la fine dell’VIII e la fine del IX secolo (fino ad allora il Volto Santo era ritenuto dagli studiosi un’opera del XII secolo, replica di un originale più antico andato perduto). Durante il restauro appena terminato, i risultati delle analisi diagnostiche convergono tutte nel datarlo al IX secolo. In particolare le indagini dendrocronologiche, eseguite dal Laboratorio IBE-CNR di Firenze, sul legno della croce coeva al Cristo, hanno potuto attestare con precisione una datazione all’860 con un margine cronologico di scostamento di poco oltre. “E’ una data che trova conferma anche nella tipologia del Volto Santo – spiega Anna Maria Giusti, consulente storico artistica per il complesso museale e archeologico della Cattedrale di Lucca e per il restauro del Volto Santo – che ha stringenti affinità con il Crocifisso del Duomo di Sansepolcro, anche questo assegnato al IX secolo dalle indagini con il Carbonio 14. Analoga datazione è stata diagnosticata per un Crocifisso conservato in Belgio a Tancrémont e proveniente da un’abbazia di fondazione carolingia. Crocifissi di questo tipo, perduti ma ricordati nei documenti, si concentrarono numerosi nei territori dell’Impero di Carlo Magno, di cui anche Lucca fece parte dal 774, e non è da escludere che si possa ipotizzare la provenienza del Volto Santo da quell’ambito carolingio, che fu epicentro di una straordinaria fioritura artistica”.

Le dichiarazioni
“Sono diversi i motivi per cui il restauro del Volto Santo può definirsi un evento per la Chiesa di Lucca – afferma S.E.R. Mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca – quello più eclatante è senz’altro la restituzione dell’immagine all’aspetto originario, piuttosto differente da quella cui i lucchesi erano abituati da alcuni secoli a questa parte. L’operazione, oltre all’indubbio valore filologico, porta a rafforzare le valenze simboliche della sacra immagine, legata al modello del Christus triumphans, il Crocifisso vittorioso sul male e sulla morte. I colori della veste, dell’incarnato e della stessa croce, infatti, liberati dalla patina di nera austerità depositata dal tempo e dagli uomini, tornano a proclamare quanto il Risorto afferma nel dialogo con i discepoli diretti a Emmaus: ‘Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’ (Lc 24, 26). È una lettura del supplizio della croce alla luce della fede pasquale della Chiesa, che ci viene riproposta in tutta la sua forza e bellezza”.

“Il nostro obiettivo – dichiara Mons. Marco Gragnani, rettore dell’Ente Chiesa Cattedrale di Lucca – era di coniugare l’esigenza della ricerca scientifica con il rispetto dell’importanza cultuale e religiosa che il Volto Santo riveste da secoli all’interno della Cattedrale. Il restauro ha restituito al Crocifisso la sua originaria vitalità cromatica e materica, consentendo una lettura più piena del suo significato teologico: nell’iconografia del Cristo Trionfante, la Croce – da strumento di morte – si trasforma, attraverso la Resurrezione, nel Trono della Grazia. Anche il nimbo, semicerchio gigliato che ha riacquistato lo splendore del materiale prezioso precedentemente occultato da una vernice scura, contribuisce a rafforzare il messaggio teologico, rendendo visibile lo splendore della luce che circonda il Cristo Trionfante”.

“L’impegno pluriennale della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per questo restauro – spiega il presidente Massimo Marsili – si fonda sul significato del Volto Santo, quale simbolo riconosciuto del suo legame profondo e inscindibile con Lucca e il suo territorio. L’intervento non rappresenta soltanto un’azione di conservazione e tutela, ma la custodia e la conferma del radicamento della comunità lucchese negli universali valori cristici: l’identità come espressione di solidarietà, fraternità, accoglienza, comprensione dell’alterità e speranza. L’impegno sul territorio della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si sostanza in un diffuso sostegno verso chi opera per i valori dell’inclusione e della coesione sociale contrastando vecchie e nuove povertà e nell’accompagnamento delle attività degli enti operano in questa direzione. Si tratta di una scelta convinta e non a caso l’effige del Volto Santo è storicamente anche il nostro simbolo”.

“Siamo stati tutti quanti partecipi fortunati di un evento eccezionale – spiega Angela Acordon, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Lucca, Massa Carrara e Pistoia – che ha trasformato una situazione critica in un’occasione unica e irripetibile perché questo restauro, voluto da tanti Soggetti che hanno lavorato in perfetta sintonia, restituisce un’immagine rinnovata, ma non sconvolta, del “Volto Santo” e la consegna ai fedeli, per il ripetersi di una devozione antica e pur sempre attuale, e agli studiosi di arte e di storia per nuove riflessioni”.

Emanuela Daffra, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure aggiunge: “Il restauro del Volto Santo era necessario. Affrontare un’opera che assomma in sé l’indubbio valore storico artistico e quello religioso e devozionale altrettanto indubbio rende il percorso ancora più complesso e obbliga ad esercitare un discernimento giudizioso in occasione di ogni singola scelta. È quanto si è fatto in questo caso, indirizzando costantemente le indagini e poi mettendone a frutto i risultati intrecciandoli con i dati storici e con quelli materiali che scaturivano dall’operare. Ora grazie all’attività di un gruppo coeso di professionisti eccellenti si restituisce una scultura non solo potente ed impressionante ma in grado di proseguire in sicurezza la sua storia millenaria, accompagnata da una messe di dati che offriranno ulteriori occasioni di studio”.

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Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2025

Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina
di padre Stefano Maria Manelli – Il settimanale di Padre Pio
Tratto da:  Radici Cristiane

Il Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina ha riflessi particolari segnati in profondità dalla sua configurazione spirituale certamente non comune. È evidente in padre Pio il peso di una realtà carismatica così eccezionale, che impegnerà senza fine gli studiosi della teologia mistica a tutti i livelli di ricerca anche interdisciplinare. Lo spiega padre Stefano Maria Manelli in questo prezioso ed appassionato articolo, che pubblichiamo per gentile concessione de “Il Settimanale di padre Pio”, edito dalla Casa Mariana Editrice. (Radici Cristiane)

Il Santo Volto di Gesù in padre Pio da Pietrelcina dans Commenti al Vangelo Padre-Pio-Ges-e-San-Francesco-d-Assisi

Nelle Fonti Francescane leggiamo questa significativa testimonianza riportata dal beato Tommaso da Celano nella Vita seconda di San Francesco d’Assisi sulla morte di san Francesco rivelata ad alcuni santi frati e sull’entrata del Serafico Padre nel Regno dei cieli:

«In quella notte [della morte di san Francesco d’Assisi] e alla stessa ora, il padre glorioso apparve ad un altro frate di vita lodevole, mentre era intento a pregare. Era vestito di una dalmatica di porpora, e lo seguiva una folla innumerevole di persone. Alcuni si staccarono dal gruppo per chiedere al frate: “Costui non è forse Cristo, o fratello?”. “Sì, è lui”, rispondeva. Ed altri di nuovo lo interrogavano: “Non è questi san Francesco?”. E il frate allo stesso modo rispondeva affermativamente. In realtà sembrava a lui e a tutta quella folla che Cristo e Francesco fossero una sola persona» (n. 219).

Questa affermazione non può essere giudicata temeraria da chi sa intendere bene, perché «chi aderisce a Dio diventa un solo spirito» (cfr. 1Cor 6, 17) con Lui e lo stesso Dio «sarà tutto in tutti» (cfr. 1Cor 12, 6).
Per questo e con non minore valore di autorità, la Liturgia definisce san Francesco di Assisi «fedelissima immagine di Cristo Crocifisso» (dal Prefazio della santa Messa).
Questo episodio riguardante san Francesco d’Assisi nella sua straordinaria conformità e somiglianza anche fisica con Cristo «povero e crocifisso», serve bene per immettere subito padre Pio da Pietrelcina sulla pista agiografica a lui più congeniale, sia perché egli è un francescano, figlio del Poverello d’Assisi, sia perché anch’egli è uno stimmatizzato, ben somigliante al suo Serafico Padre.

Il volto di Gesù
Nel Vangelo possiamo tutti scoprire il Volto di Gesù. Volto teandrico. Volto umano. Volto divino. Volto di bimbo. Volto di adulto. Volto paterno. Volto compassionevole. Volto trasfigurato. Volto sdegnato. Volto appassionato. Volto crocifisso… Chi potrà mai esaurire, in effetti, le espressioni delle fattezze reali di un volto umano e divino insieme?
Ma già questa ricchezza e varietà di espressioni erano presenti, si può dire, nel volto di padre Pio, segnate pressoché sempre da un quid arcano non afferrabile né misurabile, che sfuggiva ad ogni dimensione soltanto umana, trascendendola in modo quasi imperativo e sovrano, ma con naturalezza, senza ombra di posa o di maniera o di forzatura qualsiasi. Padre Pio appariva come un mistero anch’esso umano-divino, sia pure in misura ridotta, e tale mistero ne impersonava l’intera figura e in particolare il volto.
È testimonianza moltiplicabile indefinitamente. Gli occhi, i sorrisi, la tristezza, lo sdegno, la dolcezza, la durezza, le lagrime, le parole sferzanti: chi è colui che ha visto padre Pio, che ha conosciuto padre Pio da vicino e non ricorda tutto ciò? Il suo volto s’irradiava o s’incupiva per cose, che non si udivano né si vedevano da altri che da lui. Il suo volto tradiva operazioni ad intra inafferrabili ed inspiegabili a chicchessia. I suoi occhi, in particolare, penetravano e scrutavano al di là del visibile e del sensibile, leggendo nei cuori e nelle anime come in un libro aperto.

Un vero “Gesù visibile”
Insegna san Giovanni della Croce che ogni fenomeno mistico di natura anche fisica si diparte sempre da una radice spirituale ad intra che matura, fiorisce e si manifesta quindi ad extra. E san Francesco di Sales, infatti, spiega bene che il fenomeno mistico fisico delle stimmate di san Francesco di Assisi fu la proiezione e manifestazione esterna del mistero della crocifissione di Cristo, già tutto presente e operante in lui, da molto tempo, nell’intimo del cuore, come è attestato espressamente nelle stesse Fonti Francescane (n. 594).
Se padre Pio è stato visto, chiamato e considerato, da molti, un vero “Gesù visibile”, ciò significa che già nell’intimo egli era pieno di Gesù, aveva assimilato Gesù, si era fatto assorbire da Gesù, vivendo l’arcana esperienza di san Paolo che scrive:

«Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

In particolare, poi, riguardo al Volto di Gesù riflesso nel volto di padre Pio, l’evidenza dell’identificazione si può dire che apparisse primaria e a volte pressoché totalizzante. Infatti, era soprattutto guardando padre Pio nel volto, che si poteva provare netta l’impressione di vedere riflesso nel suo il volto stesso di Cristo con i suoi lampeggiamenti negli occhi, i sorrisi celestiali, le contrazioni di dolore, la concentrazione intensissima, la trasfigurazione di sguardi e lagrime.
Chi scrive ricorda bene tutto questo, impresso indelebilmente nella memoria. Il Volto di Gesù, il volto di padre Pio: due volti in uno, ambedue irradiazioni del divino nell’umano e attraverso l’umano, senza diaframmi, quasi a identificarsi, per attimi lunghi o brevi, agli occhi stupefatti dei presenti, incapaci di sottrarsi a quella così arcana visibilità del divino partecipata dal Volto di Cristo al volto di padre Pio.

Come un’icona
Forse la configurazione migliore del volto misterioso di padre Pio è quella dell’“icona” del Volto di Cristo. Si sa che l’“icona”, a differenza di ogni altra raffigurazione pittorica, condensa in sé una sorta di “presenza celeste” particolarmente avvertita, soprattutto dai cristiani d’Oriente, per la forza evocativa che l’immagine iconica provoca in chi la guarda e la prega.
L’impressione più forte che colpiva la vista e incideva nell’animo era particolarmente quella che si provava guardando padre Pio all’atto della consacrazione del pane e del vino durante la celebrazione della sua santa Messa. A quel punto, in quei lunghi minuti di tempo che durava il mistero della consacrazione eucaristica, si può dire che il volto di padre Pio diventasse visivamente un’impressionante “icona” del Volto di Cristo durante la crocifissione. Senza tema di esagerazione, chi scrive ha visto e può attestare tutto ciò, pur mancando i termini adeguati a descrivere la realtà dolorosa delle espressioni sofferte del volto di padre Pio e lo stupore struggente che ogni volta si provava a guardare quel volto in quei momenti così arcani e sovrumani.

«Sul volto pallidissimo, trasfigurato – è stato scritto da Gennaro Preziuso in Padre Pio, un martire – erano visibili dolorose contrazioni che lo facevano vibrare». «Sul volto di padre Pio – ha aggiunto Fallani nella stessa opera – passavano le vibrazioni interiori della sua anima, scossa dal memoriale della Passione vissuto minuto per minuto nella liturgia eucaristica».

Idem Christus
Dopo la celebrazione della santa Messa, invece, di solito padre Pio «aveva il viso splendente – afferma un altro teste diretto – di un roseo di fiamma… Era così il volto di Mosè, quando scendeva dal Sinai, dopo il colloquio col Signore?», si legge in Detti e aneddoti di Padre Pio (P. Costantino Capobianco).
E un altro testimone oculare, in pagine profonde di analisi sugli scritti e sulla vita di padre Pio, ha potuto affermare con acutezza di indagine e di riflessioni che nel frate, visto dall’interno e dall’esterno, si attua e si coglie il mistero della trasformazione in Cristo fino al punto che «il processo tocca il culmine: e con lui si ha non soltanto un “alter Christus”, non soltanto un avviamento alla “identitas Christi”, ma addirittura l’idem Christus!», è scritto in Solo nel mistero di Dio di san Panunzio.
Si è ben lontani, qui, dalle descrizioni di quei pii volti oleografici così graditi a certa letteratura devozionistica, ferma alle apparenze che commuovono mentre rifugge dal mistero di quei volti trasfigurati che colpiscono e magari sconvolgono. Il Santo Volto di Cristo, così dolce e insieme maestoso nella sagoma della celebre Sindone, aiuta a scavalcare le impressioni di volti, che nella loro bellezza anche non comune rivelano soltanto una dimensione umana, che non trascende in nulla l’umano, mortificando la dimensione più nobile e sovrana dell’uomo, che è quella tutta interiore e spirituale riflessa e irradiata soprattutto dai lineamenti e movimenti del volto animato dalla divina grazia, che riflette il Volto umanato del Tre volte Santo.
Se è vero che il richiamo primario del Santo Volto di Gesù è al mistero della sua Crocifissione e Morte per la redenzione universale, è anche vero che tale richiamo costituisce il cuore della spiritualità cristocentrica francescana vissuta ai livelli più alti dell’esperienza mistica, anche fisica, dal Serafico padre san Francesco, espressa dottrinalmente ai livelli della più elevata teologia mistica dal Dottore serafico, san Bonaventura da Bagnoregio.

Assimilazione al Crocifisso
Nella storia degli stimmatizzati certamente l’esperienza dell’assimilazione al Crocifisso in padre Pio resta unica e ineguagliabile, segnata al vivo e davvero scolpita, si può dire, dalle parole di san Paolo Apostolo: «Sono crocifisso con Cristo in croce…» (Gal 2, 19) e «Porto nel mio corpo le stigmate del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6, 17).
Nell’accurata indagine sul magistero spirituale di padre Pio da Pietrelcina, infatti, padre Melchiorre da Pobladura ha potuto scrivere che «indubbiamente il richiamo alla Croce è una delle “costanti” dell’insegnamento di padre Pio. È un pensiero dominante, facilmente individuabile nel sottofondo del suo magistero». Nel cammino della vita spirituale secondo padre Pio – afferma ancora padre da Pobladura in Alla scuola spirituale di padre Pio da Pietrelcina – è essenziale «incontrarsi vitalmente con Cristo Crocifisso», aiutati e accompagnati dalla sua divina Madre Maria, la «cara Corredentrice».

«Tieni nel tuo cuore Gesù Crocifisso»: è questa una delle espressioni più frequenti uscite dalla penna di padre Pio nelle sue lettere di direzione spirituale. E in un’altra lettera di direzione spirituale raccomanda di guardare al Crocifisso, di «avere gli occhi sempre fissi su Colui che vi guida». E il Volto di Gesù prediletto da padre Pio resta appunto quello doloroso della Sindone ossia il volto di Gesù Crocifisso, mentre passa in second’ordine, per lui, il Volto glorioso di Gesù Risorto. «Gesù glorificato è bello – scrive espressamente padre Pio – ma quantunque egli sia tale, sembrami che lo sia maggiormente crocifisso». «Quanto è bello il suo Volto – scrive ancora – e dolci i suoi occhi».

«Nei suoi insegnamenti e nelle sue esortazioni – rileva attentamente padre Melchiorre da Pobladura in una pagina di acuta analisi – egli mette l’accento più sulla morte ignominiosa del Cristo che sulla sua trionfale risurrezione» e questa impostazione «sembra più consona ed anche più intelligibile alla natura umana decaduta», giacché «lo stato di morte è, si può dire, più connaturale e consustanziale alla vita dell’uomo che non quello di gloria. La vita umana è intessuta di spine… Orbene, presentare come sostrato di questo faticoso cammino la vita gloriosa del Cristo risorto è in certo modo invitare quasi a vivere fuori del tempo presente e a cullarsi nel futuro. La risurrezione è il termine escatologico del cristiano, la morte invece, simboleggiata nella Croce, è lo stato attuale di ogni persona in qualunque condizione di vita si trovi. In altre parole la sapienza della Croce si addice più che la sapienza della risurrezione alla vita presente… Realisticamente, pertanto, la vita cristiana deve essere orientata sotto il segno della Croce, più che vista e contemplata sotto lo splendore della risurrezione».

La “teologia cordis”
Padre Pio, con la sua teologia cordis, così caratteristicamente francescana, adorava amorosamente il mistero dell’Incarnazione e aveva una passione così ardente per il Natale di Gesù, che quasi si estasiava nella contemplazione gioiosa di Gesù Bambino a Betlemme. Chi ha avuto l’occasione di vederlo, ricorda bene il volto roseo, trasfigurato, di padre Pio che contemplava Gesù Bambino mentre lo dava a baciare ai fedeli nella Notte Santa del Natale. Tutto ciò è vero.
Ma è ancora più vero che i suoi sguardi al Crocifisso erano di una frequenza e di una intensità amorosa così particolare da rivelare, senza posa o forzatura alcuna, una partecipazione amorosa di sofferenza viva e immediata. Chi scrive ricorda bene che i figli spirituali avevano un’attenzione particolare nel portare a padre Pio i Crocifissi da benedire; e padre Pio ad ogni Crocifisso rivolgeva, con la benedizione, uno sguardo prolungato che rapiva e commuoveva anche i presenti. Quale mistero visibile di comunione, in quei momenti, fra il Santo Volto di Gesù Crocifisso e il volto di padre Pio, anch’egli crocifisso!

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Il Credo di Nicea, carta d’identità del cristiano

Posté par atempodiblog le 4 avril 2025

Il Credo di Nicea, carta d’identità del cristiano
Pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale il documento “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)” dedicato all’assise passata alla storia per il Credo che proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Quattro capitoli nel segno della promozione dell’unità dei cristiani e della sinodalità nella Chiesa
de La Redazione di Vatican News

Il Credo di Nicea, carta d’identità del cristiano dans Articoli di Giornali e News Una-raffigurazione-del-Concilio-di-Nicea

Il prossimo 20 maggio il mondo cristiano farà memoria dei 1700 anni dall’apertura del primo Concilio ecumenico, quello svoltosi a Nicea nel 325, passato alla storia principalmente per il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Completato poi dal Concilio di Costantinopoli del 381, il Credo di Nicea è divenuto nella pratica la carta d’identità della fede professata dalla Chiesa. Per questo la Commissione Teologica Internazionale (CTI) ha deciso di dedicare all’assise conciliare che fu convocata dall’imperatore Costantino in Asia Minore un documento di quasi settanta pagine, con il duplice obiettivo di rievocarne il significato fondamentale e di mettere in luce le straordinarie risorse del Credo, rilanciandole nella prospettiva della nuova tappa dell’evangelizzazione che la Chiesa è chiamata a vivere nell’attuale cambiamento d’epoca. Anche perché la ricorrenza avviene durante il Giubileo della speranza e in concomitanza con la coincidenza della data di Pasqua per tutti i cristiani, in Oriente e in Occidente.

Per tali motivi Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025), questo il titolo del documento uscito [...], giovedì 3 aprile, non è un semplice testo di teologia accademica, ma si propone come una sintesi che può accompagnare l’approfondimento della fede e la sua testimonianza nella vita della comunità cristiana. Del resto a Nicea per la prima volta l’unità e la missione della Chiesa si espressero a livello universale (da qui la qualifica di “ecumenico”) nella forma sinodale di quel camminare che le è propria, divenendo così pure un punto di riferimento e di ispirazione nel processo sinodale in cui è coinvolta la Chiesa cattolica oggi.

Al documento hanno lavorato anche due teologhe
Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della CTI di approfondire nel corso del suo decimo quinquennio uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e Karl-Heinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione. Il porporato argentino, dopo aver avuto l’approvazione di Papa Francesco, il 16 dicembre scorso ne ha autorizzato la pubblicazione. I quattro capitoli in cui si snoda la riflessione delle teologhe e dei teologi, sono preceduti da un’introduzione intitolata “Dossologia, teologia e annuncio” e seguiti dalla conclusione.

Una lettura dossologica del Simbolo
Il primo capitolo “Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea” (nn. 7-47) è il più corposo. Offre «una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche», con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani». Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dallo stesso Papa Bergoglio. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come questo 2025 rappresenti per tutti i cristiani «un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna». Di conseguenza — mette in guardia la CTI al n. 45 — «la divergenza dei cristiani a proposito della festa più importante del loro calendario crea dei disagi pastorali all’interno delle comunità, al punto da dividere le famiglie, e suscita scandalo presso i non cristiani, danneggiando così la testimonianza resa al Vangelo».

“Noi crediamo come battezziamo; e preghiamo come crediamo”
Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo diciassette secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo “Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti” (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. «Noi crediamo come battezziamo; e preghiamo come crediamo», ricorda il documento, esortando ad attingere oggi e sempre a quella “fonte di acqua viva”, il cui ricco contenuto dogmatico è stato determinante nello stabilire la dottrina cristiana. E in tal senso il documento approfondisce la ricezione del Credo nella pratica liturgica e sacramentale, nella catechesi e nella predicazione, nell’orazione e negli inni del IV secolo.

Evento teologico ed ecclesiale
Il terzo capitolo “Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale” (nn. 70-102) approfondisce quindi il modo in cui il Simbolo e il Concilio «rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano» e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione. «Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente — spiega il documento —, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo. La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anch’esso uno strumento di un’autorità senza precedenti» (Cfr n. 101).

Una fede accessibile anche ai semplici
Infine, nel quarto e ultimo capitolo “Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio” (103-120) vengono messe in luce «le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili». Secondo la CTI la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la libertas Ecclesiae, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico». Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo “a disposizione” di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità “in credendo” del popolo dei battezzati. I vescovi pur avendo un ruolo specifico nella definizione della fede, non possono assumerlo senza essere nella comunione ecclesiale di tutto il Santo popolo di Dio, tanto caro a Papa Francesco.

Perenne attualità del primo Concilio ecumenico
Ecco allora le conclusioni del documento con «un pressante invito» ad «annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi» a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati» e a «rianimare il fuoco del nostro amore per lui» perché «in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre»; in secondo luogo consiste nel non ignorare «la realtà» né distogliere «dalle sofferenze e dagli scossoni che tormentano il mondo e sembrano compromettere ogni speranza», mettendosi anche in ascolto della cultura e delle culture; in terza istanza vuol dire rendersi «particolarmente attenti ai più piccoli tra i nostri fratelli e le nostre sorelle», perché «questi crocifissi della storia sono il Cristo tra di noi», ovvero «coloro che hanno più bisogno della speranza e della grazia», ma al contempo conoscendo le sofferenze del Crocifisso sono a loro volta «gli apostoli, i maestri e gli evangelizzatori dei ricchi e dei benestanti»; e da ultimo vuol dire annunciare «in quanto Chiesa» ovvero «con la testimonianza della fraternità», mostrando al mondo le cose meravigliose per cui essa “una, santa, cattolica e apostolica” è “sacramento universale di salvezza”, e diffondendo al contempo il tesoro delle Scritture che il Simbolo interpreta, la ricchezza della preghiera, della liturgia e dei sacramenti che derivano dal battesimo professato a Nicea e la luce del Magistero; sempre con lo sguardo fisso verso il Risorto che vince sulla morte e sul peccato e non su degli avversari, non essendovi perdenti nel Mistero Pasquale, se non lo sconfitto escatologico, Satana, il divisore. Non a caso il 28 novembre scorso, ricevendo in udienza i membri della CTI, il Pontefice elogiandone il lavoro aveva parlato dell’utilità di un documento mirante a «illustrare il significato attuale della fede professata a Nicea… per nutrire la fede dei credenti e, a partire dalla figura di Gesù, offrire anche spunti e riflessioni utili a un nuovo paradigma culturale e sociale, ispirato proprio all’umanità di Cristo».

Una giornata di studio su Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025), si terrà proprio il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2024

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»
L’intensa testimonianza del giornalista e scrittore autore di tanti libri sulla Vergine, raccolta da un amico. «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Quella volta che venne convocato per parlare di lei con i rabbini di Gerusalemme e uno di loro gli diede una risposta che lo lasciò di stucco
Fonte: Famiglia Cristiana

In una lunga intervista – quasi un testamento spirituale – rilasciata in esclusiva al settimanale dei Paolini “Maria con te” lo scrittore cattolico più tradotto al mondo spiega la sua devozione per la Madonna e si racconta al giornalista Riccardo Caniato dopo la morte della moglie: «So che questo distacco sarà solo temporaneo». La pubblichiamo integralmente per concessione dell’editore e della direzione del periodico.

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte» dans Articoli di Giornali e News Vittorio-Messori-e-Rosanna-Brichetti-Messori

«La Madonna? Ce l’ho davanti. Ce l’ho sempre davanti». Vittorio distoglie lo sguardo dai miei occhi e lo fissa su uno spazio vuoto come se veramente ci fosse qualcuno, visibile soltanto a lui. «Quanto è presente Maria, nelle tue giornate?», gli avevo chiesto, e questa risposta silenziosa e assorta mi ha restituito la misura e la sostanza di un rapporto. Messori mi ha dato appuntamento all’abbazia di Maguzzano, nei cui terreni ha dedicato alla Madonna degli Olivi un santuario a cielo aperto. A 82 anni, dopo una delicata operazione al cuore da cui è uscito bene, l’ho trovato un po’ affaticato, con la voce fioca ma sereno, con lo spirito proiettato nel futuro, quando, e lo dice con un velo di lacrime sugli occhi, «potrò riabbracciare la mia Rosanna», la moglie mancata lo scorso anno, e vedere finalmente «la piccola Bernadette di Lourdes, Gesù e la Madonna».

L’occasione dell’incontro è stata la ripubblicazione de Il Miracolo a cura delle Edizioni Ares, che stanno riportando in libreria tutte le sue opere maggiori – da Ipotesi su Gesù a Dicono che è risorto, da Patì sotto Ponzio Pilato? a Scommessa sulla morte – dello scrittore cattolico più tradotto al mondo, firma storica della Periodici San Paolo. Il miracolo, in particolare, riporta a galla lo straordinario prodigio che si verificò il 29 marzo 1640, a Calanda, un piccolo villaggio dell’Aragona: a un giovane contadino, devoto alla Vergine del Pilar, fu restituita di colpo la gamba destra, amputata due anni prima. Un evento, oggi quasi caduto nell’oblio, che ebbe all’epoca una grande risonanza e fu subito vagliato e confermato da uno accuratissimo processo, ricostruito con rara precisione documentale da Messori. Ma quello che doveva essere solo uno scambio di battute su un singolo titolo è divenuta una chiacchierata ampia, la testimonianza di un uomo che, per dirla con san Paolo, ha combattuto la buona battaglia e non ha perduto la fede.

Mi hai detto che per la nuova edizione del tuo libro spingevi per un titolo ancora più forte…
«Il Maggiore fra i Miracoli. Il libro indaga la grazia più straordinaria che la Madonna abbia concesso. Si è mai sentito, infatti, che un uomo abbia riavuto attaccata la gamba amputata e sepolta al cimitero, in presenza di numerosissimi testimoni?».

Alla Madonna hai dedicato anche Ipotesi su Maria e la biografia della Soubirous, oltre a centinaia di articoli…
«Per questo mi definiscono «un Madonnaro», della qual cosa oggi vado fiero, ma non è stato sempre così. Nel mio avvicinamento al cristianesimo fui affascinato prima di tutto dalla Parola di Dio, da Gesù, poi dalla sua presenza eucaristica, dalla liturgia. La Madonna rimaneva sullo sfondo. Nel mio approccio razionale si poteva rinvenire un’indole più protestante che cattolica per cui l’enfasi posta sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza viene letta come un eccesso. A sostegno di questa tesi alcuni si richiamano al nascondimento di Maria nelle Scritture o evidenziano come Gesù, nei Vangeli, dopo la Risurrezione, scelga di apparire ad altre donne e ai discepoli. Ma noi sappiamo che dalla croce Gesù ha affidato il suo popolo alla Madonna e da qui si spiegano le sue apparizioni che costellano la storia del cristianesimo dopo l’Ascensione e, in accordo con numerosi mistici, possiamo dirci certi che la prima preoccupazione del Risorto sia stata quella di visitare sua Madre. E che lo abbia fatto in privato, nella più totale e desiderata intimità, mentre in seguito si è reso visibile pubblicamente per dare testimonianza della verità della Risurrezione».

Hai fatto cenno a un percorso di conversione. Non sei nato cattolico?
«Ho avuto un’educazione figlia di quella parte dell’Emilia atea e concreta. In casa si guardava alla Chiesa e ai preti con il fumo negli occhi e se finivano nei discorsi era per parlarne male. All’Università sono stato allievo di un’intellighenzia laica che rifiutava il pensiero religioso. Ero uno studente dotato e mi attirai le simpatie dei professori: Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio mi volevano avviare alla carriera universitaria. Ma durante la tesi iniziai a leggere la Bibbia, a lasciarmi incuriosire dalla religione, dagli assunti teologici e del magistero».

Com’è maturata questa svolta?
«All’epoca non sapevo perché ciò accadde. Non me lo ero cercato. La religione non mi aveva mai interessato, avevo vissuto benissimo fino ad allora prendendo la vita come veniva, senza farmi domande che mi proiettassero al di fuori della comprensione empirica. Fui come costretto a diventare cattolico, rimasi affascinato dai Sacramenti, presi a frequentare la Messa, inizialmente di nascosto, senza clamori, anche perché quando mia mamma lo scoprì chiamò il dottore preoccupata: “Corra”, gli disse, “che Vittorio sta male”. Solo dopo ho capito di essere stato scelto, proprio per la mia formazione così razionale e antitetica, per dare prova mediante i miei scritti che i Vangeli sono attendibili, che Gesù è realmente esistito e che, se è così, è Dio, vive qui e ora, è il Signore della storia e vale la pena seguirlo».

I tuoi maestri come l’hanno presa?
«Male, come i miei genitori del resto. La conversione è stata un nuovo inizio. Ho dovuto rivedere le mie posizioni, ricominciare da capo, le mie sicurezze sono cambiate. I professori che mi incensavano non volevano crederci: “Ma è vero che sei diventato cattolico?”. Ma, vedendomi irremovibile, mi hanno ripudiato. Bobbio però lo rividi…».

Racconta…
«Ho avuto un incontro profondo nel periodo in cui curavo per la San Paolo una serie di interviste sul senso religioso e della vita con figure anche laiche di grande rinomanza nel contesto culturale di allora. Interviste poi in parte confluite nel volume Inchiesta sul cristianesimo. Bobbio umanamente provava ancora affetto per me, ma durante l’intervista ebbi la sensazione che le mie domande, gli argomenti con cui ribattevo alle sue ferree convinzioni lo infastidissero e che non vedesse l’ora di congedarmi. Ma dopo la sua morte è accaduta una cosa curiosa: mi ha telefonato la moglie per dirmi che suo marito le aveva imposto di distruggere le interviste e gli scambi epistolari intrattenuti con giornalisti e intellettuali, raccomandandole di conservare unicamente quel confronto sulla fede che aveva avuto con me. Non so, forse è stato un modo estremo per ribadire le sue convinzioni, o forse è stata la sua apertura ugualmente definitiva per una lettura altra dell’esistenza».

Torniamo al «Madonnaro»…
«In principio vivevo con disagio certe manifestazioni devozionistiche che accompagnano il culto mariano e che liquidavo alla voce sentimentalismo. Poi finii col capitolare, del resto posso testimoniare che nessuno può rimanere indifferente al fascino di Maria. Se torniamo al mondo protestante, pochi sanno che in Gran Bretagna i luoghi di culto più visitati anche dagli anglicani sono le chiese cattoliche dedicate alla Vergine, come la Santa Casa della Madonna di Walsingham, nel Norfolk. Ma Maria esercita un grande fascino anche fra i musulmani che vedono in lei la Madre buona di un profeta, e lo stesso accade fra gli ebrei».

Gli ebrei…?
«Dopo l’enorme, per me inaspettato successo di Ipotesi su Gesù fui invitato a Gerusalemme. Mi attendeva un comitato di rabbini e professori cui dovetti dare conto di alcuni concetti che avevo espresso nei miei scritti sul popolo ebraico e il suo ruolo nella storia. Lì per lì rimasi spiazzato da questa sorta di esame, ma ne seguì un confronto pacato nel rispetto delle reciproche posizioni. Del resto, ho sempre parlato bene degli ebrei, che Dio ha posto al centro delle vicende umane. In quell’occasione fui introdotto a un rabbino molto influente che mi diede una testimonianza straordinaria che coinvolge Maria di Nazaret. Mi presentò suo figlio e poi mi disse che sia lui, sia quella che sarebbe divenuta la sua sposa erano scampati miracolosamente dai campi di concentramento. La coppia per lungo tempo aveva pensato di non poter avere figli, e di fatto non era riuscita ad averne, perché la futura moglie, durante la detenzione, era stata sottoposta a mutilazioni parziali ai fini di sperimentazioni scientifiche, come era d’uso in quei luoghi dell’orrore».

Ciò nonostante ebbero un figlio e tu l’hai visto!
«Un loro amico, cristiano, di nazionalità austriaca, li invitò a recarsi con fiducia al santuario di Pietralba, assicurandogli che in quel luogo la Madonna ha vinto molti casi di sterilità. I due coniugi ebrei non persero tempo e subito dopo quella visita comparvero i segni della gravidanza. Stupito, domandai: “Ma lei è un ebreo, un capo religioso per giunta, ed è andato a bussare da una Madonna cattolica?”. Mi rispose con un’altra domanda: “Perché la sua Madonna cattolica non è forse prima di tutto un’ebrea? Non poteva deludere la nostra speranza e ci ha fatto un favore, da ebrea a ebrei”».

Che cosa rende Maria così attraente?
«Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Fa parte del sensus fidei, ma Lei stessa, talvolta, si è definita la nostra «Avvocata» in Cielo. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio. Quando uno si trova nel bisogno chiama sempre la mamma. Anche quando lei non è più qui. Lo fanno i bambini, lo fanno i soldati sul campo di battaglia, lo fanno gli anziani lasciati soli nei ricoveri. E la Madonna è la Mamma che ci è data da Gesù Crocifisso, la Madre che ci dona la vita nella fede, ci guarda, ci cresce, ci accompagna, ci protegge. E spero che mi venga incontro Lei quando sarà il momento. Così come sono certo abbia fatto con Rosanna».

Vuoi dirci qualcosa di tua moglie?
«Rosanna è morta il 16 aprile 2022 nel Sabato di Maria che in quel giorno ha coinciso col Sabato Santo. Ma è anche la data del mio compleanno che condividevo con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e in cui è passata in Cielo nel 1879 Bernadette Soubirous, la santa che mi è più cara al mondo. Con mia moglie ho vissuto una comunione di vita che misteriosamente perdura tuttora. Recitavamo il Rosario insieme tutte le sere e fra l’altro, in peno accordo, chiedevamo che fossi io il primo a morire. Questo perché sono uomo di studi e mi vedevo impreparato a rimanere da solo: alla gestione pratica della nostra vita pensava Rosanna. Il Cielo ha disposto diversamente, ma grazie a Dio tiro avanti con l’aiuto di Rosy, una persona che è di casa da oltre trent’anni e si è dimostrata come una figlia per noi».

Che cosa hai pensato dopo questo distacco? Come lo hai superato?
«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri. Tuttavia, un poco alla volta ho realizzato che, se sono ancora qui, è perché ho ancora qualcosa da fare. E ho compreso che devo cercare di ultimare il santuario di Maguzzano».

Com’è nata questa impresa?
«Circa vent’anni fa, camminando con l’amico architetto Emilio Cupolo su un sentiero secondario nell’oliveto della basilica, ci siamo imbattuti in una statua della Madonna che giaceva per terra fra le sterpaglie. Era caduta dal piedistallo da chissà quanto tempo perché era in pessime condizioni ed era rotta in frantumi. Rimasi scosso per il fatto che fra quelle sacre mura l’immagine potesse essere rimasta trascurata. Così proposi a Cupolo di aiutarmi a restaurarla e a realizzare per lei un’edicola, che l’architetto ha trasformato in un progetto ambizioso, ricco di simboli cristiani. Un’opera costosa, sostenuta da numerosi donatori che sono intervenuti con puntualità provvidenziale ogni volta che non ho avuto le forze per provvedere da solo. Pochi sanno che, davanti a quella Madonna, quando ancora giaceva a terra, una sera io stesso mi sono ritrovato bocconi, colpito da un principio di infarto».

Che cosa è accaduto? Eri da solo?
«C’era Lei con me. Da terra guardavo il suo viso, in lei ho confidato prima di perdere conoscenza. E Lei è intervenuta: mi ha dato la forza di riprendermi, di guidare fino a casa, da dove mi hanno trasportato con urgenza in ospedale. Esattamente come avvenuto per la mia conversione nemmeno questo santuario avevo cercato, eppure la Vergine ha voluto che mi imbattessi nel suo simulacro, ha permesso che cadessi quasi morto, mi ha rialzato e ora ha fatto di questo luogo lo scopo ultimo della mia vita. Chi viene qui trova un tronco grosso tagliato. Nel 1999 Maguzzano è stata colpita da una tromba d’aria; una vecchia conifera, altissima, si è sradicata e cadendo, secondo la fisica avrebbe dovuto colpire la Madonna degli Olivi ma, inspiegabilmente, ha deviato di qualche centimetro, lasciandola intatta».

Che significato ne hai tratto?
«Il demonio insidia sempre Maria, ma Lei non può essere sconfitta e alla fine schiaccerà la testa del serpente».

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Cristo vive

Posté par atempodiblog le 18 avril 2022

Cristo vive dans Citazioni, frasi e pensieri Resurrezione

Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull’angoscia. Non abbiate paura: con questa esortazione un angelo salutò le donne che andavano al sepolcro. Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui. Haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea; questo è il giorno che fece il Signore, esultiamo.

Il tempo pasquale è tempo di gioia, di una gioia che non è limitata a quest’epoca dell’anno liturgico, ma è presente in ogni momento nell’animo del cristiano. Poiché Cristo vive: Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l’Emmanuele, Dio con noi. La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi.

– San Josemaría Escrivá de Balaguer 

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La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi

Posté par atempodiblog le 28 avril 2020

AD IESUM PER MARIAM
La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi
San Luigi, nel “Trattato”, propone la consacrazione per le mani di Maria quale via diretta per unirsi a Gesù. Il fedele rende così la Vergine «depositaria» dei propri meriti. È un cammino pensato per tutti, religiosi e laici, e quantomai necessario in quest’epoca di intensa battaglia spirituale: gli «ultimi tempi», li chiama Montfort, in cui la Madonna appare «terribile contro il demonio e i suoi seguaci».
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi dans Apparizioni mariane e santuari Maria-Santissima
«Io sono tutto tuo e tutto quanto posseggo te lo offro, amabile mio Gesù, per mezzo di Maria, tua Santissima Madre» (formula breve di consacrazione quotidiana – Trattato della vera devozione, 233).

Ci sono schiavitù scambiate, attraverso la terrena maschera del peccato, per libertà. E c’è invece la così chiamata “schiavitù mariana” che fa godere dell’unica e vera libertà, quella in Gesù Cristo. Come diventare schiavi di Gesù in Maria è il tema al centro del “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine”, l’opera principale di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), celebrato oggi dalla Chiesa.

È un testo che è rivolto a tutti – laici, religiosi, sacerdoti - poiché propone una consacrazione per le mani di Maria che il Montfort definisce «via facile, breve, perfetta e sicura per giungere all’unione con Gesù Cristo Signore, nella quale consiste la perfezione cristiana» (VD, 152).

Quale creatura, infatti, conosce e ama il Figlio più della Madre? Il fatto che Maria sia stata «finora sconosciuta» è, per il grande santo francese, «uno dei motivi per cui Gesù Cristo non è conosciuto come si dovrebbe. È dunque sicuro che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della Santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda» (VD, 13).

San Luigi Maria scriveva il Trattato in un periodo storico in cui la fede cattolica – e con essa la devozione mariana – era bersagliata da più parti: giansenisti, protestanti, razionalisti, ecc. Il suo manoscritto, composto verso il 1712, rimase nascosto per circa 130 anni (dunque sconosciuto per tutto il tempo dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese e oltre), venendo ritrovato provvidenzialmente nel 1842 e stampato l’anno dopo.

Ricorrente è il pensiero che Maria sarà tanto più conosciuta e amata dalle anime fedeli in quelli che il Montfort chiama «gli ultimi tempi», perché «l’Altissimo e la sua Santa Madre devono formare dei grandi santi, i quali saranno così eccelsi in santità da superare la gran parte degli altri santi, come i cedri del Libano superano i piccoli arbusti» (VD, 47). Maria «deve risultare terribile contro il demonio e i suoi seguaci, terribile come schiere a vessilli spiegati, soprattutto in questi ultimi tempi» (VD, 50).

Consacrarsi a Lei diventa allora quantomai necessario in un’epoca, come la nostra, in cui infuria la battaglia tra la Donna vestita di sole e il drago dell’Apocalisse (Ap 12). Si tratta infatti – riassume il Montfort – di scegliere se essere schiavi di Satana o di Gesù, se seguire l’angelo ribelle nella dannazione eterna o accogliere l’amore del Signore crocifisso e risorto, godendo con Lui della gloria del Paradiso.

Di qui la proposta di quella che il santo chiama perfetta consacrazione a Gesù Cristo: «Ora, essendo Maria, tra tutte le creature, la più conforme a Gesù Cristo, ne segue che, tra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma di più un’anima a Gesù Cristo Signore è la devozione alla Santa Vergine, Sua Madre, e che più un’anima sarà consacrata a Maria, più lo sarà a Gesù Cristo» (VD, 120). Maria è quindi il «mezzo perfetto» per unirci a Gesù «nostro ultimo fine»: è la Mediatrice che ci avvicina, in umiltà, all’unico Mediatore presso il Padre.

Con la sua mariologia perfettamente cristocentrica e trinitaria, il Montfort fuga i dubbi e smonta gli argomenti di quanti allora vedevano nella devozione a Maria un possibile ostacolo sulla via verso il Figlio. Un problema che rimane di grande attualità, se si pensa alle remore che ancora oggi non pochi teologi nutrono verso la consacrazione a Maria. Il santo, che individuò sette falsi tipi di devozione, li avrebbe probabilmente chiamati «devoti scrupolosi», cioè le «persone che temono di disonorare il Figlio onorando la Madre, di abbassare l’uno elevando l’altra» (VD, 94).

La vera devozione a Maria ha cinque tratti fondamentali (interiore, tenera, santa, costante, disinteressata). In particolare, deve essere «tenera, cioè piena di fiducia nella Santa Vergine, come quella di un bambino nei confronti della sua buona mamma. […] in ogni momento, in ogni luogo e per tutto, l’anima invoca l’aiuto della sua buona Madre: nei dubbi, per essere illuminata; negli smarrimenti, per ritrovare il cammino; nelle tentazioni, per essere sostenuta; nelle debolezze, per essere rinvigorita; nelle cadute, per essere rialzata; negli scoraggiamenti, per essere rincuorata; negli scrupoli, per esserne liberata; nelle croci, nelle fatiche e nelle contrarietà della vita, per essere consolata» (VD, 107). La vera devozione dovrà anche essere «santa, cioè deve condurre un’anima a evitare il peccato e a imitare le virtù della Vergine…» (VD, 108).

Grande merito del Montfort è di aver considerato questa consacrazione come «una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo Battesimo». L’una e l’altro impegnano il cristiano a rinunciare a Satana e donarsi a Gesù. In più, rispetto al Battesimo, ci si dona al Figlio espressamente «per le mani di Maria» e si rende la Vergine «depositaria universale» di tutto ciò che abbiamo, quindi il nostro corpo e la nostra anima, i beni materiali, «i beni interiori e spirituali, che sono i meriti, le virtù, le buone opere: passate, presenti e future». Questo significa che sarà Lei, Sede della Sapienza, a disporre dei meriti di chi le si consacra, per il maggior bene dell’anima e a maggior gloria di Dio.

Si tratta in breve di fidarsi meno di sé stessi e, nel medesimo tempo, aumentare la propria fiducia in Lei, Madre del buon consiglio. Questa fiducia e obbedienza – a imitazione di Gesù che per 30 anni visse a Lei sottomesso crescendo in sapienza, età e grazia - avrà sublimi conseguenze. Infatti, poiché la Santa Vergine «non si lascia mai vincere in amore e generosità», scrive ancora san Luigi Maria, «si dà ella stessa interamente e in modo inarrivabile a colui che le dona tutto. Lo sommerge nell’abisso delle sue grazie, lo adorna dei suoi meriti, lo sostiene con il suo potere, lo illumina con la sua luce, lo infiamma del suo amore, gli comunica le sue virtù» (VD, 144).

In tempi di intensa lotta spirituale come gli attuali, ci permettiamo allora questo consiglio: fare un cammino che può iniziare leggendo il Trattato e proseguire con l’aiuto di un sacerdote. Così da andare a Gesù, per Maria.

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Ecco, anima mia, cosa ti dice Gesù Risorto

Posté par atempodiblog le 13 avril 2020

Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! - Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia!”. Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest’annuncio di gioia: è l’annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine!
Benedetto XVI

Ecco, anima mia, cosa ti dice Gesù Risorto dans Fede, morale e teologia Beato-Angelico

Ecco, anima mia, cosa ti dice Gesù Risorto
del beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

1. Sono risorto e sto ancora con te! Non ti lascio, non ti posso lasciare! Io sto con te e tu con me. Staremo assieme per l’eternità!

2. I monti sono la nostra casa di colloquio, di riposo, di estasi! Sto ancora con te per invitarti a salire! Sono risorto per indicarti la strada… io non ti lascio e tu non mi lascerai giammai!

3. Ma tu non mi senti, non mi vedi ancora! Sei triste assai, perché? Tu non mi possiedi!

4. Tutto ti darò se tu mi ami! Perciò sono risorto. Perciò sto ancora con te! Risorgi tu pure e fermati con me. Vivi la mia vita, godi la mia gioia!

5. Sono risorto e sto ancora con te! Ma io cammino … se non mi segui, non staremo assieme. Deh, non fermarti! Per te son morto, per te risorto, per te cammino!

6. Vieni, diletta! Ascendiamo al cielo. Quanta festa troveremo lungo il cammino, quanta luce sui monti, quanto fuoco sulle vette! Quante cose ci diremo, non ti fermare!

7. Vieni, diletta! Ascendiamo al cielo. Al cielo della purezza infinita, della bellezza immensa, dell’amore eterno! Il cammino è lungo, non ti fermare!

8. Vieni, diletta! Ascendiamo al cielo. Ti porterò sul cuore, non temere. Il corpo rimarrà ostia sull’altare, l’anima salirà con me al Padre mio. A lui ti offrirò, candido fiore divinizzato dell’affetto mio!

9. Sarai del Padre, e resterai mia! Sarai la gioia dell’eterno sposo. Tutta in noi vivrai e noi in te! Sarai beata per l’eternità.

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Il mistero pasquale conferma che il bene è vittorioso

Posté par atempodiblog le 28 avril 2019

Il mistero pasquale conferma che il bene è vittorioso dans Citazioni, frasi e pensieri Giovanni-Paolo-II-e-la-Divina-Misericordia

Dio sa sempre trarre il bene dal male, Dio vuole che tutti siano salvi e possano raggiungere la conoscenza della verità (cfr. 1 Tm 2,4): Dio è Amore (cfr. 1 Gv 4,8). Cristo crocifisso e risorto, così come apparve a suor Faustina, è la suprema rivelazione di questa verità.

Qui voglio ancora ricollegarmi a quanto ho detto sul tema dell’esperienze della Chiesa in Polonia durante la resistenza contro il comunismo. Mi sembra abbiano un valore universale.  Penso che anche suor Faustina e la sua testimonianza circa il mistero della Divina Misericordia rientrino in qualche modo in quella prospettiva. Il patrimonio della sua spiritualità ebbe – lo sappiamo per esperienza – una grande importanza per la resistenza contro il male nei sistemi disumani di allora. Tutto ciò conserva un suo preciso significato non soltanto per i Polacchi, ma anche per il vasto ambito della Chiesa nel mondo. Vanno messe in evidenza, tra l’altro, la beatificazione e canonizzazione di suor Faustina. E’ stato come se Cristo, per suo tramite, avesse voluto dire: “Il male non riporta la vittoria definitiva!”. Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore.

Tratto da: Memoria e identità, di Giovanni Paolo II, ed. Rizzoli

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Il “sì” risuoni in ogni cuore

Posté par atempodiblog le 4 avril 2016

Risuoni in ogni cuore,
il “sì” della fede e dell’amore.

Padre Livio Fanzaga

Il “sì” risuoni in ogni cuore dans Beato Álvaro del Portillo 33nyxrd

Un conto è la vocazione, e un altro è la risposta alla vocazione. Il Signore chiama tutti ad essere santi, e chiama il laico ad esserlo nel mondo. I risultati dipendono dalla generosità della risposta, cioè dalla corrispondenza alla grazia.

In primo luogo occorre l’impegno, la decisione di rispondere, e poi bisogna adoperare i mezzi: sacramenti, orazione, mortificazione, secondo una genuina spiritualità laicale.

Santità è eroismo, e l’accessibilità che proviene dalla chiamata universale, non significa né sconti né facilitazioni. Santità è sempre e comunque identificazione con Cristo crocifisso e risorto, e non si può aspirare alla risurrezione senza passare attraverso la Croce.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

“[...] ‘Io sono uomo o donna del ‘sì’ o sono uomo o donna del ‘no’ o sono uomo o donna che guardo un po’ dall’altra parte per non rispondere?’. Che il Signore ci dia la grazia di entrare in questa strada di uomini e donne che hanno saputo dire il sì”.

Papa Francesco

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Jens Johannes Jørgensen

Posté par atempodiblog le 20 mai 2015

Johannes Jørgensen
Testimoni

Svendborg, Danimarca, 1866 – 19 maggio 1955

Chi sapeva che il grande biografo di San Francesco d’Assisi, fosse il protagonista di una vita tanto travagliata alla ricerca della Luce suprema? I cenni biografici qui esposti mostrano il cammino di conversione e fede di un grande scrittore che trovò ad Assisi, anche grazie alla figura del Serafico Patriarca, la pace della Fede.


Jens Johannes Jørgensen dans Santa Caterina da Siena 2zoj2g0

È uno dei più grandi scrittori della Danimarca – e d’Europa – innamorato dell’Italia, come della sua seconda Patria, e biografo di santi, in primo luogo di san Francesco d’Assisi, e anche di santa Caterina da Siena e di san Giovanni Bosco. Ma è il suo itinerario a Cristo che impressiona ancora oggi e può indicarci la via. Già, la via della conversione a Cristo, che è l’unica per salvarci nel tempo e nell’eternità.

Una vita intensa
Nasce a Svendborg, isola di Fiona, in Danimarca, nel 1866, da famiglia luterana. Il padre è marinaio, pertanto spesso solo “ospite” a casa sua. Il ragazzo cresce appassionandosi di vane letture: Byron, Hein, Shelley, soprattutto Goethe, sono i suoi autori peferiti. Quanto al suo pensiero, passa dal panteismo al naturalismo, dal positivismo all’ateismo. Quindi legge Zola, Nietzsche, Pöe, Baudelaire, Verlaine e Huysmans. E arriva non alla vetta della Luce, ma sprofonda nell’abisso della disperazione: in fondo è un senza-Dio, ma Dio lo tormenta e nell’intimo ne sente il terrore e il fascino. Ancora giovane, fa amicizia con due convertiti: Morgens Ballin, giovanissimo, ebreo che ha trovato Gesù, il Cristo; il pittore Verkade, che si farà monaco benedettino a Beuron. Dalle nebbie del Nord Europa attraverso un lungo viaggio in Germania e in Svizzera, giunge in Italia. C’è tanta luce – di clima e di fede – nel nostro «bel paese che Appennin parte, / il mar circonda e l’Alpe», ma anche luce di pensiero, di fede e di santità. Per tre mesi, soggiorna ad Assisi e si accosta alla testimonianza incandescente di san Francesco, “il tutto serafico in ardore” per Gesù. Oltre alle biografie già citate, sono interessanti e coinvolgenti i suoi testi autobiografici, la monumentale Leggenda della mia vita (in 7 volumi), Il libro della vita, Dal pelago alla vita, Il pellegrinaggio della mia vita, dai quali attingeremo la sua storia d’anima. Nella sua giovinezza, passa nella notte e nella vertigine del dubbio e della disperazione: «Ero ben io che avevo cercato il fuoco e non c’era proprio da meravigliarsi se mi ero scottato. Nessuno diventa ateo, se non l’ha meritato. Ognuno ha – o non ha – la fede che si merita di avere. Soltanto chi è buono, accetta il Cristianesimo. Nessun altro al di fuori di me, ha sciupato la mia felicità». A 28 anni, nel 1894, scrive: «Sono inquieto della vita e della morte. Leggo tante cose con un bruciante desiderio di raggiungere la conoscenza della Verità». Un giorno, prega, come con un prolungato gemito: «O Dio, Tu che sei dietro a tutte le cose… rivelati a me». è allora che legge i libri di Léon Bloy e il capolavoro di Ernest Hello, L’uomo, e medita l’Imitazione di Cristo, e si avvicina sempre di più a Cristo: «Chi serve la Verità, adora Dio. Chi serve il Bene, adora Dio. Ma non si giunge alla Verità, alla Bellezza più alta, al Bene sommo, che per mezzo di Gesù Cristo». E ancora, la sua umile confessione: «Gesù Cristo è quella “luce suprema” di cui Goethe ha parlato nell’ora della sua morte, e che ora mi mostra i miei peccati, la mia insolvibilità, la mia sensualità, il mio egoismo, l’aridità del mio cuore, tutto il male insomma… Oh, esserne liberato una volta per sempre, tornare puro e rinnovato». Era partito da Copenaghen nel 1894. A Berlino, il primo “tocco” della grazia divina. Dalla camera vicina, sente il suo amico, Morgens Ballin, l’ebreo convertito, che dice le sue preghiere della sera. «Ecco – scrive – in questo momento, Ballin sta in ginocchio davanti al Crocifisso [quel Gesù che il sinedrio del suo popolo ha mandato al patibolo più infame] così come l’ho visto a Pasqua nella chiesa di Sant’Ansgar, con le mani giunte, rivolto all’altare». Joergensen si avvicina alla porta della camera per parlare con l’amico: «Poi indietreggiai, perché avevo sentito qualche parola: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi, peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Ecco, sta recitando il Rosario a Maria… Non ha che 23 anni e pensa già alla morte». A Lucerna, in Svizzera, il 24 giugno, per sfuggire a un uragano, si mette al riparo in una chiesa dove c’è la preghiera della sera: «Entrai – racconta – e vidi Gesù Sacramentato sull’altare in mezzo ai ceri che ardevano, e il canto di un prete: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”. Allora, anch’io giunsi le mani, mi inchinai, mi segnai con il segno della croce e esultai di gioia».

Cristo nella “Cattolica”
Comincia a leggere il Nuovo Testamento, prima il Vangelo di san Giovanni, poi gli Atti degli Apostoli: «Trovai tre parole che rischiararono ogni cosa per me. Maria Maddalena davanti a Gesù Risorto che lo chiama “Rabbonì” (Maestro mio!). Scoppiai in singhiozzi, come ella dovette fare. Poi la parola del ministro etiope a Filippo: “Credo che Gesù è il Figlio di Dio”. Infine quella di Pietro: “Saremo salvati dalla grazia del Signore Gesù Cristo”. In un lampo compresi come la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci guadagna la grazia divina per la Vita eterna». Comprende tutto il giovane Joergensen: «Soltanto in Gesù Cristo, l’uomo è veramente uomo, in quanto non può entrare nella società con Dio, se non mediante Gesù Cristo». Ora si affaccia in lui un altro pensiero: «La salvezza non è nella Scrittura né nel Vangelo, ma nell’unione nostra con Cristo. E dov’è l’unione con Lui se non nella sua Chiesa Cattolica? Affidati alla Chiesa e allora comprenderai la Scrittura». Ecco, che ora egli supera per sempre Lutero e lo dichiara ribelle ed eretico: «Dio non può aver fatto dipendere la salvezza dallo studio di un libro e dall’intelligenza che se ne ha. Gesù Cristo ha fondato la Chiesa perché l’unione con Gesù è la sola condizione della salvezza. Ecco perché si crede alla Chiesa come si crede a Cristo». Tutta la “riforma” protestante gli appare come folle ribellione a Gesù Cristo, non l’esaltazione della Sacra Scrittura, ma lo scardinamento della Scrittura, operato da Lutero, da Calvino e dai loro adepti: «Fu allora che di fronte alla loro confusione balzò dinanzi al mio sguardo la Chiesa Cattolica con la sua unità di dogmi, ereditati fin dall’inizio dei primi Apostoli, l’inizio della Chiesa. Nella splendida luce della storia universale, la Chiesa mi parve come la città posta sul monte. Decisi allora di ascendere alla santa Città di Dio». Il 16 febbraio 1896, a 30 anni di età, dopo lunga ricerca, preghiera e sofferenza, viene accolto nella Chiesa Cattolica. Il papa era Leone XIII cui succederà san Pio X: il Papa, Vicario di Cristo, la Roccia su cui Gesù ha fondato la Chiesa, quindi il Papa dogmatico nella Verità immutabile, datore di certezze incrollabili, mai di dubbi, anche se essere senza dogmi e dubitare (essere relativisti!) può far piacere al mondo e agli uomini di mondo posti in autorità. Finalmente, ha raggiunto la Verità nella sua totalità, in Cristo, unito per sempre a Lui nella Santa Chiesa Cattolica, unica vera Chiesa di Cristo. Vinto il buio dell’ateismo, superate per sempre l’angoscia e la disperazione dei senza-Dio, (possono essere anche “sazi”, ma sono sempre disperati i senza-Dio!), pur nel fragore delle guerre e delle vicissitudini del XX secolo, Johannes Joergensen diventa un luminoso testimone e seminatore di speranza.

La gioia della fede
Scrive una sessantina di opere geniali, piene di poesia e calde di amore, di dolcezza; una vera gioia leggerlo: poesie, saggi letterari, biografie dei campioni della Fede e della santità. Vivrà quasi sempre in Italia, nella sua diletta Assisi, a respirare il clima, anche fisico, del Santo da lui prediletto e conosciuto nella sua verità: san Francesco d’Assisi, immagine di Gesù, specchio di Gesù, un altro-Gesù, l’uomo che forse più di tutti, nella Chiesa è stato simile a Gesù, il Santo per il quale vale ciò che Dio Padre disse a santa Caterina riguardo san Domenico di Guzman: «Gesù è il mio Figlio Unigenito nella mia stessa natura, l’altro è mio figlio di adozione nella piena somiglianza al mio Unigenito». Non il Francesco di Sabatier, umanista, naturalista, ecologista, romantico, come fa comodo ai mistificatori di oggi. Nel 1926, Joergensen fu festeggiato per il suo 60° compleanno dalla piccola comunità cattolica della Danimarca, il cui Vescovo gli ripeté l’elogio che già gli aveva formulato Leone XIII nonagenario: «Lei è una gloria del popolo danese, perché non ha tenuto sepolti i talenti che sono i più belli di tutte le corone d’alloro». Poco prima egli aveva saputo che Vladimir Lenin, il “fondatore” nel sangue e nella menzogna dell’Unione sovietica con la terribile rivoluzione dell’ottobre 1917, aveva riconosciuto: «Compagni, se io avessi incontrato sette uomini come Francesco d’Assisi, non avrei scatenato la rivoluzione comunista». Gli anni della sua lunga esistenza dopo la conversione, li possiamo sintetizzare con due pagine stupende dei suoi scritti: «Ormai la gioia di Dio è in me, la sola vera gioia, la gioia di essere nella Verità e nell’amore. Dico solo una semplice preghiera: “Verità e amore non mi abbandonate!”. Con questa preghiera non possiamo ingannarci, e viviamo sicuri e moriamo tranquilli. “Verità e amore non mi abbandonate!”. Dinanzi a questa pura preghiera, tutte le tentazioni, tutte le inquietudini, tutti i dubbi, tutte le ombre e tutti i terrori, devono dileguarsi. Dio non può volere altro da noi, se non questo: che la nostra volontà sia pronta e facile a cedere al suo amore, e il nostro pensiero si lasci condurre docilmente dalla Verità. Questo è il santo stato di grazia, la parte migliore che non ci sarà tolta». Dalla sua insuperabile vita di san Francesco, la lezione sulla “letizia spirituale”: «San Francesco diceva che solo quelli che appartengono al diavolo, vanno a testa bassa: noi invece dobbiamo rallegrarci nel Signore. Quando l’anima è afflitta, sola e piena di pensieri, allora si volge ai piaceri del mondo. Invece voi vivete sempre in letizia. La quale deriva dalla purezza del cuore e dalla costanza nella preghiera». In una parola, la gioia, la speranza, per gli uomini del XX secolo e di tutti i secoli, è solo Gesù Cristo, e Lui Crocifisso. Nel 1955 volle rivedere, con le sue ultime energie, tutti i luoghi di san Francesco nella amatissima Assisi. Poi sentendo vicina “sorella morte”, a 89 anni, Johannes Joergensen si fece riportare in Danimarca, dove andò incontro al suo Cristo adorabile, nella città natale di Svendborg, il 19 maggio 1955. A un tempo che ormai si illudeva di poter dare agli uomini in difficoltà una specie di “amore” ma senza Verità, un “amore dimidiato”, che non salva ma confonde le anime, il grande Scrittore danese convertito da Lutero a Cristo nella Chiesa Cattolica, lasciava una preghiera di struggente attualità: «Verità e amore non mi abbandonate». Perché, sappiate, l’amore più grande è la Verità.

Autore: Paolo Risso
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio
Tratto da: Santi e beati

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I segni della fede

Posté par atempodiblog le 12 avril 2015

I segni della fede
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

I segni della fede dans Commenti al Vangelo I-segni-della-Fede

La fede è un dono di grazia

Vi è un dolce rimprovero di Gesù all’apostolo Tommaso, il quale non aveva creduto alla testimonianza degli altri apostoli che affermavano di aver visto il Signore risorto. Ma insieme all’affettuoso richiamo dobbiamo cogliere anche un altro aspetto molto importante della pedagogia divina nei confronti della nostra fragilità, che spesso ci fa vacillare lungo in cammino di fede. Gesù viene incontro al desiderio di Tommaso di avere un segno che lo aiuti nell’atto di fede. Gli fa mettere il dito nel posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato, come Tommaso stesso aveva chiesto come condizione per poter credere.

Dio sa che la fede pura, che non ha bisogno di appoggiarsi ai segni, è un punto di arrivo e non di partenza. Infatti quando il cammino spirituale diventa un’autentica esperienza di Dio non si ha più bisogno di segni perché Dio è una presenza più vera e più sicura di qualsiasi cosa materiale che possiamo vedere o toccare. Ma all’inizio, quando la fede bambina fa i primi passi, deve aggrapparsi ai segni per procedere senza inciampare.

La fede è senza dubbio un dono di Dio, ma anche i segni che l’accompagnano lo sono. Non si deve disprezzarli, perché nei momenti di oscurità perfino i santi ne hanno avuto bisogno. Non si deve neppure fare di essi una condizione per credere. Infatti il segno senza la corrispondenza alla grazia non approda a nulla. Non è forse vero che, davanti ai segni più grandi, i cuori induriti non si smuovono? Non fece forse Gesù dei miracoli, come mai prima era accaduto, a conferma della sua autorità divina? Eppure ci furono di quelli che l’accusarono di compiere prodigi con l’aiuto del maligno.

Il segno è un sostegno alla fede se con esso si accoglie la grazia. In questa luce, caro amico, soffermiamoci a meditare quali sostegni mirabili Dio ci ha dato per accompagnarci nel cammino di fede.  [...]

Divisore dans Fede, morale e teologia

“E’ importantissimo, signori, sottolineare il fatto empirico e sensibile dell’apparizione pasquale. Se non facciamo questo, noi cristiani corriamo il grande rischio di trasformare il cristianesimo in una gnosi”.

Paolo VI

Divisore dans Gilbert Keith Chesterton

L’incredulo Tommaso che ha bisogno di vedere e toccare per poter credere, mette la sua mano nel fianco aperto del Signore e, nel toccare, conosce l’intoccabile e lo tocca realmente, guarda all’invisibile e lo vede veramente: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28) [...] Noi siamo tutti come Tommaso, l’incredulo, ma noi tutti, come lui, possiamo toccare lo scoperto cuore di Gesù; ed in esso toccare, guardare il Logos stesso, così, mano e cuore rivolti a questo cuore, giungere alla confessione: “Mio Signore e mio Dio”.

Joseph Ratzinger – Guardare al crocifisso

Divisore dans Libri

“Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega lo fa perché ha una teoria contraria ad essi”.

Gilbert Keith Chesterton

Divisore dans Padre Ignace de la Potterie

L’importanza dei segni
Tommaso viene rimproverato da Gesù perché avrebbe già dovuto credere per la testimonianza degli altri discepoli
di Padre Ignace de la Potterie

[...] Nell’ultimo episodio Gesù riappare ai discepoli una settimana dopo. Adesso c’è anche Tommaso, assente la prima volta. L’inizio è lo stesso, la vera novità è costituita dalla presenza di Tommaso, che riveste qui un duplice ruolo: essendo «uno dei Dodici» deve aver visto il Signore risorto; ma d’altra parte, lui è anche uno di quelli che non l’ha visto la prima volta e quindi rappresenta un pò tutti noi. Così il caso di Tommaso prefigura l’atteggiamento di tutti i credenti. Perciò vale per tutti l’invito: «Diventa un uomo di fede». Ma poi Gesù dice: «Perché mi hai visto, Tommaso, hai creduto», e l’evangelista utilizza due volte il perfetto. Ma viene rimproverato da Gesù perché avrebbe già dovuto credere per la testimonianza degli altri discepoli, i quali a loro volta avevano creduto a ciò che aveva detto loro la Maddalena.

Credere sui segni
Gesù dice allora all’apostolo: «Beati coloro che senza aver visto hanno creduto». Su questo versetto c’è molta confusione. Per Bultmann e per Marxsen sarebbe una critica radicale all’importanza dei segni e dell’apparizione pasquale del risorto. Una apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore. Il fedele non deve vedere i segni come fatti storici ma come una rappresentazione simbolica che serve a far comprendere l’efficacia della croce. Allora la resurrezione non c’è! Ma un’altra lettura sbagliata è anche quella che traduce: «Beati coloro che senza aver visto crederanno». Non è corretto tradurre con un futuro. Ci sono due verbi all’aoristo, e in tutti gli altri casi di aoristo utilizzati da Giovanni questi hanno valore di anteriorità. Gesù si riferisce quindi al passato ed è questa la ripresa di quanto è accaduto all’inizio del capitolo, cioè il fatto che i discepoli hanno cominciato a credere già sui segni e poi anche sulla testimonianza degli altri senza avere visto il risorto. [...]

Per approfondire Freccia dans Padre Livio Fanzaga Non è la richiesta di una fede cieca

Per approfondire Freccia dans Santa Teresa di Lisieux Guardare per credere

Divisore

Santa Teresina e la Vergine del sorriso

Spesso si dice che santa Teresa del Bambin Gesù non ebbe mai segni, nulla di straordinario, nella sua vita… in realtà non è vero. Dio dà a ogni anima dei segni… chi fa un sogno, chi vede gli occhi di un immagine muoversi e così via… i segni sono importanti, come afferma anche padre De la Potterie.

Teresa di Lisieux, gravemente ammalata, tanto da far temere per la sua vita, fu miracolosamente guarita il 13 maggio 1883, domenica di Pentecoste, dall’intervento della Santissima Vergine.

Teresina vide la statua viva e maternamente sorridente, nello splendore della sua eterna giovinezza. Anche su questa vita eccezionale la Santa Vergine ha posto il sigillo di santità. D’altra parte come avrebbe potuto essere la santa dell’infanzia spirituale senza avere la Madonna come Maestra? E non è forse la Madonna colei che ci dona il Bambino Gesù?

Sunto di una riflessione di padre Livio Fanzaga

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Il Mistero della Croce

Posté par atempodiblog le 16 avril 2014

Il Mistero della Croce
di Padre Livio Fanzaga – La nuova Bussola Quotidiana

Il Mistero della Croce dans Fede, morale e teologia TRJA2820

All’inizio  della Settimana Santa ciò che si presenta davanti a noi in un’ottica cristiana è il mistero della Pasqua, che è il mistero della nostra redenzione e della nostra salvezza. Questo è l’annuncio fondamentale del cristianesimo: siamo stati salvati. Salvati dalla condizione esistenziale di persone che nascono nel peccato, sotto l’impero delle tenebre e quindi nascono lontani da Dio e con la condanna a morte. Perché non c’è dubbio che  se la morte da un certo punto di vista è un fatto naturale, dal punto di vista teologico, dal punto di vista della fede è lo stipendio del peccato, come dice san Paolo. Per invidia del diavolo è entrata la morte nel mondo, dice il libro della Sapienza.

Questa condizione esistenziale nella quale tutti gli uomini nascono, è anche la condizione dalla quale nascono tutte le religioni, perché – come diceva René Girard – tutte le religioni sono nate per dare una risposta al problema della morte, del male e della morte. Per male si intende il male morale, il peccato, la cattiveria e tutto ciò che da esso deriva, a livello personale e sociale. Le religioni sono il tentativo dell’uomo di salvarsi da questa situazione. Ma tutti i tentativi umani, che si esprimono nelle varie religioni, nelle varie filosofie, perfino in varie ideologie, non approdano a nulla. Questo è il punto di partenza su cui possiamo convergere tutti: l’uomo nasce non solo malato, ma condannato: da solo non riesce a salvarsi né dal peccato né dalla morte, né dalla disperazione né dall’angoscia.

Il cristianesimo si distingue da tutte le altre religioni perché l’iniziativa di salvare l’uomo viene da Dio, viene dall’alto. Come dice Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” Dio si è assunto la natura umana ma eccetto il peccato. Assunta nella sua totalità, nel corpo e nell’anima, Gesù è vero corpo e vera anima, però senza il peccato.

Lui è quell’agnello immacolato che ha assunto su di sé tutti i peccati del mondo e li ha espiati: così è venuta la nostra salvezza. Cioè noi siamo stati liberati dal peccato, dalla morte, dalla lontananza da Dio, abbiamo riacquistato la divina amicizia e la vita eterna, prima che nel dono dell’immortalità nella pienezza della gioia. Abbiamo ottenuto questo come dono che Dio ci ha dato in quanto Gesù Cristo ha espiato il peccato che è la causa di tutti i mali, compresa la morte fisica. Anche gli apostoli ebbero grande difficoltà a capire perché Gesù aveva dovuto patire. Quando Gesù parlava della sua Passione, della sua morte, sullo sfondo della sua resurrezione, gli apostoli inorridivano, non volevano capire la necessità della sofferenza e della morte in Croce per la redenzione, tanto è vero che quando Gesù venne poi effettivamente catturato, fu veramente in mano ai pagani, vacillarono nella fede. E sotto la Croce non c’erano. C’erano Maria e san Giovanni, gli altri erano pecore sbandate, come se avessero perso il loro pastore, perché non avevano capito il significato della Croce.

Poi Gesù Cristo stesso, il Risorto, e poi il dono dello Spirito santo gli hanno fatto capire: San Pietro nella sua predicazione nel primo giorno di Pentecoste disse parlando di Gesù Cristo morto in croce:  “Patì per i nostri peccati”. Cioè la Croce è il momento scelto per distruggere i peccati.
Come è avvenuta questa distruzione dei peccati? Perché proprio in croce Cristo ha distrutto i peccati di tutto il mondo, di tutti i tempi? Per cui spirando al termine della sua passione, dice “Tutto è compiuto” e invoca il perdono del padre, dicendo “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Perché questo perdono che Gesù ci ha ottenuto? Coma ha fatto a ottenerlo? Lo ha ottenuto perché Gesù ha espiato i peccati del mondo nel suo cuore.

Pensiamo a cos’è il peccato: è orgoglio, disobbedienza, superbia, disamore, opposizione a Dio, odio per Dio e per il prossimo, c’è tutta la gamma delle passioni e del male, del peccato. Gesù Cristo nella sua Passione, nel suo cuore ha espresso una tale obbedienza, una tale sottomissione al padre, un tale amore, una tale generosità, una tale pazienza, un tale coraggio, una tale dedizione, una tale pietà, una tale compassione, una tale misericordia, che questo amore che ardeva nel suo cuore ha bruciato tutto il disamore e disobbedienza che c’è in tutti i peccati di tutti gli uomini. Questo cuore di Cristo crocefisso è la fonte di grazia da cui nasce il perdono, da cui nasce la remissione dei peccati, che poi si concretizza per quanto riguarda noi cristiani nei sacramenti del battesimo e della penitenza dove i peccati vengono rimessi perché un altro al nostro posto per nostro amore ha espiato.

Chi andasse in un tribunale e confessare un delitto: sarebbe condannato anche fino a trent’anni di reclusione per aver commesso il delitto e deve espiare quella pena. Se uno va in un confessionale, confessa un delitto, si pente sinceramente e di tutto cuore chiede perdono a Dio, gli viene data l’assoluzione; sì, farà una penitenza ma avrà l’assoluzione. Perché l’assoluzione? Perché Gesù Cristo ha espiato per te, al tuo posto, per tuo amore. Quindi dobbiamo sempre guardare la Croce con questo sguardo di fede, e cioè come l’agnello che si è addossato tutti i peccati del mondo con la sua mitezza, umiltà, obbedienza: li ha distrutti, bruciati. Per cui la Croce è la fonte inesauribile di ogni grazia innanzitutto per il perdono dei peccati, la grazia per la vita eterna, la grazia della figliolanza, quella grazia che poi si effonde in tutti i sacramenti. E questo è l’aspetto teologico della Croce che ovviamente va vista sempre alla luce della Resurrezione, perché il mistero pasquale è il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, quindi la croce va sempre vista nella gloria della Resurrezione, che è anche la nostra meta finale.

Questo è lo sguardo di fede per quanto riguarda il nostro modo di guardare la Croce, per cui dobbiamo chiedere al Signore anche la grazia dello Spirito Santo per avere questo sguardo di fede e accostarci anche al sacramento della confessione pasquale e della comunione vivendo in noi il mistero pasquale, il mistero di morte e di vita che ha vissuto Gesù Cristo.

C’è anche uno sguardo umano, molto denso di significato per quanto riguarda il Crocefisso, uno sguardo non dico laico ma di umana compassione: lo sguardo della ragione, del cuore anche se non illuminati dalla fede. Per cui possiamo dire che la croce è un grandissimo simbolo di civiltà, anzi è un simbolo di civiltà senza il quale l’uomo non avrebbe futuro.

Per quale motivo? Perché sulla Croce c’è l’uomo innocente, sofferente, quindi che sperimenta la condizione umana di sofferenza. L’uomo nasce crocifisso, vive crocifisso e muore. E questo uomo sofferente che soffre perché colpito dalla cattiveria, dalla malvagità dei suoi simili ma che tuttavia invece di opporre al male il male, alla violenza la violenza, invece dell’occhio per occhio dente per dente, ha spezzato la spirale della violenza, ha spezzato la logica della violenza che non solo distrugge le vite personali, i rapporti familiari, i rapporti sociali, ma che rischiano di portare il mondo alla distruzione. E invece di vendicarsi perdona.

Questo del perdono è storicamente il cuore del cristianesimo. Noi credenti lo vediamo come il perdono di Dio per i peccati degli uomini a cui vengono rimessi, per amore misericordioso; ma anche l’occhio non illuminato dalla fede vede il grandissimo valore personale e sociale e anche storico, di un passaggio fondamentale della storia: non si risponde al male con il male, non si risponde alla spada con la spada, bisogna saper perdonare i nemici. Non è solo un dettato di fede, un comandamento di fede, è un imperativo morale senza il quale il mondo non avrebbe più futuro. Perché oggi o è così – si risponde al male con il bene -,  o si risponde con l’amore oppure il mondo rischia l’autodistruzione. Vorrei sottolineare questo aspetto dell’altissimo valore che la Croce ha  sotto il profilo della storia della civiltà, come sottolinea Renè Girard: sotto un profilo puramente laico la Croce ha un valore altissimo perché Gesù Cristo è divenuto quel capro espiatorio di cui tutti gli uomini hanno bisogno nella loro vita, la storia umana ha sempre capri espiatori da distruggere. Cristo è capro espiatorio che ha preso il posto di tutti i capri espiatori. per cui gli uomini d’ora in poi dovranno imparare a perdonarsi.

La croce quindi come svolta della civiltà umana per ottenere una civiltà pacifica, fraterna, e sotto un altro ruolo la Croce come riconciliazione degli uomini con Dio, il riscatto della vita umana sottoposta al male e alla morte, la prospettiva della vita eterna e della resurrezione.

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Il teologo non vede e non tocca: Drewermann e la storicità della risurrezione (1992)

Posté par atempodiblog le 14 avril 2014

Il teologo non vede e non tocca
Drewermann e la storicità della risurrezione
Il caso Drewermann è solo la punta dell’iceberg. Così libri e giornali stanno andando all’attacco delle prove storiche della resurrezione.
di Antonio Socci - Il Sabato, 16.5.1992, n. 20, p. 50-53.
Fonte: Storia Libera

Il teologo non vede e non tocca: Drewermann e la storicità della risurrezione (1992) dans Antonio Socci 2qtfj1y

E’ il 1970. Paolo VI, dopo la grande testimonianza data alla Chiesa e al mondo con il ‘Credo del popolo di Dio’ del 30 giugno ’68, in parecchi drammatici discorsi parla dell’«ora inquieta della Chiesa», vede su di essa «nuvole, tempesta, buio», denuncia la penetrazione dentro le sue volte del «fumo di Satana». Proprio in questi mesi Paolo VI riesce a realizzare un suo grande desiderio per confermare il fondamento della fede: «Et resurrexit tertia die», un grande simposio internazionale sulla resurrezione di Gesù. Il titolo fu proprio «Resurrexit». Alla fine gli studiosi furono ricevuti dal Papa. «Ricordo che Paolo VI parlava in francese» dice il padre Ignace de la Potterie «e sottolineò i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli: la tomba vuota e le apparizioni di Gesù risorto. Il come e il quando della resurrezione è un mistero, ma resta il ‘fatto’ e qui Paolo VI scandì bene queste parole: “Il fatto empirico e sensibile delle apparizioni pasquali”. Ed aggiunse un monito che colpì molti di noi: “.
Era anche un grido di allarme… Poi accadde un piccolo incidente. Racconta padre De La Potterie: «Quando, nel 1974, uscirono gli Atti del simposio con l’allocuzione pontificia, pubblicati dalla Libreria editrice vaticana, quella frase -essendo stata pronunciata a braccio non c’era». Una metafora di ciò che doveva avvenire nella Chiesa. Nelle scorse settimane alcuni giornali hanno avanzato delle conclusioni: nella Chiesa si è tacitamente smesso di credere al fatto storico della resurrezione e alla prova costituita dalle apparizioni «empiriche e sensibili» di Gesù.

Nuovi Lutero?
A Pasqua il settimanale francese L’Express dedica la copertina a Eugen Drewermann. Il teologo tedesco, autore di veri best seller, che vuol trasformare Gesù Cristo in una favola/terapia psicanalitica, è al centro di un grande battage giornalistico in tutta Europa. All’Express rivela che i Vangeli non vanno presi alla lettera, il loro carattere infatti è «simbolico». La resurrezione di Gesù? «E’ la sua persona che è resuscitata, non il suo corpo». Infatti «la sua resurrezione ha avuto luogo nel corso della sua vita». In che consiste questa strana resurrezione? «Egli si è liberato da un “io” che trae i suoi strumenti dal dominio, dal potere, dal denaro, dalla pretesa di possedere la verità». Così, ridotto a simbolo, l’avvenimento di Gesù Cristo non ha più niente di «unico»: «Anche altre religioni, per esempio l’antica religione egiziana, conoscono l’idea della divinità che, in forma umana, muore e risorge». Ad un’agenzia cattolica (la vecchia Informations catholiques) dice: «Bisogna innanzitutto comprendere che la resurrezione non si applica in particolare alla persona di Cristo. Gesù stesso è cresciuto in questa credenza che ha almeno duemila anni più del cristianesimo».
Grazie alle edizioni du Cerf, dei padri domenicani, che hanno invitato il teologo tedesco a Parigi alla veglia di Pasqua, adesso i francesi potranno trovare in libreria tre delle maggiori opere di Drewermann.
Ma c’è di più. L’Express pubblica anche un sondaggio sulla fede dei cattolici francesi. Ne viene fuori che il 25% dei praticanti non crede alla resurrezione di Gesù ed il 48% non crede alla resurrezione dei morti che professa nel Credo. Per i teologi le cose vanno anche peggio. Drewermann in una precedente intervista a Der Spiegel aveva dichiarato: «Quello che dico, lo dice la maggior parte dei teologi che trattano la medesima questione. Solo che non lo fanno se non servendosi di proposizioni subordinate limitative che dovrebbero garantire da una eventuale persecuzione dall’alto».
Un’accusa sconcertante? E’ vero che gran parte dei teologi contemporanei -come Drewermann- non credono che i resoconti evangelici sulla resurrezione vadano presi alla lettera? E’ vero che non credono alla presenza «empirica e sensibile» di Gesù quando tornò fra i suoi dopo la resurrezione? Ed è vero che nei loro libri dicono con complicate perifrasi ciò che Drewermann scrive apertamente?
«Purtroppo penso di sì» risponde amaramente padre De la Potterie, «e mi sembra che la tendenza a negare la storicità dei Vangeli sia oggi molto diffusa». Sul fronte opposto sentiamo Rosino Gibellini, che ha appena pubblicato il volume La teologia del XX secolo (Queriniana): «Drewermann vuole sottolineare soprattutto il valore simbolico della resurrezione. E’ la sua idea. Ma è vero che la maggior parte dei teologi cattolici oggi afferma la ‘realtà’ della resurrezione, non la ‘storicità’». Sofismi o necessarie distinzioni, ricerca teologica o eresie travestite da astrusi giochi di parole?
Per la verità lo stesso presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Karl Lehmann, uno dei vicepresidenti del Sinodo sull’Europa, ha usato questa distinzione in un’intervista rilasciata il 16 aprile all’agenzia Kna: «Quanto alla ‘fattualità storica’ della resurrezione di Gesù Cristo, la cosa è complessa. Comunque è un evento reale. La resurrezione di Gesù Cristo da parte di Dio Padre è, strettamente intesa, un avvenimento nella sfera di Dio, che nel suo nucleo non appartiene alla nostra storia. Ma essa si ripercuote in quanto evento nello spazio e nel tempo». Lehmann, che è stato l’assistente di Karl Rahner, parla difficile per i semplici cristiani. Non così il cardinale Camillo Ruini che, negli stessi giorni, nell’articolo di Pasqua, comparso sul Messaggero, usava la semplicità di san Pietro e san Paolo: «E’ anzitutto una questione di fatto: Gesù è o no risorto? Le testimonianze sono molte, ed alcune sono arrivate a noi in forma diretta e personale da parte dei protagonisti, come ad esempio, e incontestabilmente, quella dell’apostolo Paolo nelle sue lettere. Su questo piano dei dati di fatto nulla di altrettanto attendibile, o anche solo di paragonabile, può essere addotto per negare la resurrezione di Gesù».

Le prove
Perché la teologia è oggi così fumosa e astrusa sulla resurrezione? Ha forse ragione Drewermann? Come vengono trattati i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli indicati da Paolo VI: il sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto?
«Sì» ammette Gibellini «è vero che i racconti delle apparizioni di Gesù sono contestati. Ma è chiarissimo, è ormai assodato che le apparizioni sono racconti credenti della comunità cristiana che presuppongono la fede e non resoconti cronachistici. Perciò hanno tutto un tessuto simbolico».
La prova? «Non sono concordabili fra loro: i racconti delle tre donne, poi la Maddalena, poi Pietro, Giacomo, Gesù in Galilea o a Gerusalemme…» Ma è corretta questa liquidazione?
Erich Stier, uno storico tedesco dell’antichità, risponde così ai teologi: «Come esperto in storia antica devo dichiarare che le fonti sulla resurrezione di Gesù, con la loro notevole relativa contraddittorietà nel dettaglio, rappresentano per lo storico addirittura un criterio di straordinaria credibilità. Perché se fossero state costruite ad arte da una comunità o da un qualsiasi altro gruppo, formerebbero un blocco completo, chiaro e privo di lacune. Qualsiasi storico, infatti, è particolarmente scettico proprio quando un evento straordinario viene riferito mediante resoconti assolutamente privi di contraddizioni». Ma Gibellini, e con lui i teologi, è irremovibile: «Con il progresso degli studi biblici questi resoconti non si possono più accogliere come racconti cronachistici: presuppongono la fede». Ed è questo che si trova scritto nei testi di teologia?
Facciamo una rapida carrellata. Karl Rahner scrive: «Possiamo ammettere tranquillamente che i resoconti, che ci si presentano a prima vista come dettagli storici (historische) degli eventi della resurrezione e rispettivamente degli eventi delle apparizioni, non si lasciano totalmente armonizzare: quindi vanno interpretati piuttosto come rivestimenti plastici e drammatizzanti (di tipo secondario) dell’esperienza originaria “Gesù vive”, e non come descrizione di questa stessa nella sua autentica essenza originaria», insomma non vanno interpretati «come esperienza quasi grossolanamente sensibile». Gli apostoli vedrebbero la resurrezione soprattutto in riferimento al destino di Cristo, «questo destino (e non semplice mente una persona esistente cui in antecedenza è capitato questo e quello) viene spe rimentato come valido e salvato» (Corso fondamentale sulla fede, Edizioni Paoline, pag. 357). Rahner è un simbolo. Quando fu sottoposta ai 1007 studenti della Gregoriana -la più prestigiosa università pontificia- la domanda «quale teologo antico o moderno ha avuto o ha maggiore influenza?» quasi la metà (501) rispose: Karl Rahner (a san Tommaso andarono 203 voti, a sant’Agostino ancora meno).
«Gli antichi, non noi, potevano accettare sic et simpliciter quei racconti» ci spiega ancora Gibellini. «E’ ciò che va sotto il nome di “innocenza narrativa”. Oggi sappiamo come sono nati quei testi, dove sono nati -nella comunità- e ci guardiamo bene dal prenderli alla lettera come resoconti storici: così salviamo quel nocciolo di realtà che pur vi è dietro. Chiamiamo la nostra “seconda innocenza narrativa”».
Ma quando Paolo VI parlava di presenza «empirica e sensibile» di Gesù risorto non prendeva alla lettera quei resoconti? Lo stesso Giovanni Paolo II, in un memorabile discorso nel mercoledì, il 25 gennaio 1989, affermava: «Il Risorto “in persona” apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” Essi infatti “credevano di vedere un fantasma”. In quella occasione Gesù stesso dovette vincere i loro dubbi e il loro timore e convincerli che “era lui”: “Toccatemi e convincetevi: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. E poiché loro “ancora non credevano ed erano stupefatti”, Gesù chiese loro di dargli qualcosa da mangiare e “lo mangiò davanti a loro”». Insomma «egli stabilisce con loro rapporti diretti, proprio mediante il tatto. Così nel caso di Tommaso… Li invita a constatare che il corpo risorto, col quale si presenta a loro, è lo stesso che è stato martoriato e crocifisso».
C’è dunque un insegnamento pubblico, ufficiale della Chiesa per il popolo ed un altro, una sapienza nascosta per i dotti, che disprezza la «rozza grossolanità» dei resoconti apostolici? E c’è ancora qualcuno che prende alla lettera la testimonianza oculare degli apostoli?
«Sì, la manualistica cattolica, ufficiale e scolastica, è la vecchia apologetica. Ma questa posizione che direi “massimalista” oggi non ha più nessun seguito fra i teologi» risponde Gibellini. «Vi è poi l’estremo opposto, rappresentato da Schillebeeckx, per cui la resurrezione sarebbe il prodotto dell’esperienza di commozione profonda che hanno avuto gli apostoli. E infine vi è una via media che si può identificare con Walter Kasper».

La vita media, cioé i moderati
Su questa via media conviene gran parte della teologia cattolica? «Sì, la cristologia di Kasper (Gesù il Cristo, Queriniana) ha avuto enorme circolazione, è un testo tradotto in tutte le lingue, che raggiunge una sintesi eccezionale. Direi è un’opera che fa testo, che rappresenta il modo in cui la teologia cattolica oggi riflette sulla resurrezione».
Gibellini si riconosce anche lui nella «via media». Cosa dice Kasper? Sui racconti del sepolcro vuoto, per esempio: che non sono «racconti storici», ma «testimonianze della fede». Inoltre: «Gli enunciati della tradizione neotestamentaria della resurrezione di Gesù non sono affatto neutrali: sono confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede». «Le testimonianze sulla resurrezione parlano di un avvenimento che trascende la sfera di tutto ciò che si può storicamente constatare… ciò che è storicamente accertabile non è la resurrezione, ma soltanto la fede che i primi testimoni ebbero in essa». E Gesù che appare fisicamente ai suoi? «Questi racconti vanno dunque interpretati alla luce di quanto essi vogliono esprimere, nel loro carattere cioè di legittimazione della fede pasquale… Le apparizioni non sono eventi riducibili ad un piano puramente oggettivo. Chi ne fa esperienza non è l’osservatore distaccato e neutrale… questo loro “vedere” è stato reso possibile dalla fede».
C’è anche in Kasper un’istintiva ripugnanza al materialismo dei racconti evangelici «dove si parla di un Risorto che viene toccato con le mani e che consuma pasti coi discepoli… A prima vista potrebbero sembrare affermazioni piuttosto grossolane, che rasentano il limite delle possibilità teologiche e che corrono il pericolo di giustificare una fede pasquale troppo “rozza”». Sono accettabili solo se si va oltre la lettera, per ciò che i loro autori volevano esprimere… Anche nel Catechismo per adulti dei vescovi tedeschi, redatto appunto da Kasper, si legge: «Ogni racconto testimonia la comune fede pasquale delle comunità… Sia le narrazioni, talvolta un pò drastiche, dei pasti consumati con il Risorto, sia i racconti a riguardo della tomba vuota, intendono esprimere simbolicamente la corporeità della resurrezione di Gesù».
E’ questa la «seconda innocenza» sopravvenuta dopo venti secoli cristiani. Ma c’è chi parla di truffa intellettuale. Padre Daniel Ols, dell’Angelicum, segretario della Società San Tommaso, ci dice: «Non ha senso dire che la resurrezione non è un fatto storico. Un fatto che non sia storico non è un fatto (anche se, chiaramente, la resurrezione è un mistero che oltrepassa la storia)».
Con un pò d’ironia e un pò di amarezza conclude: «E poi non c’è niente di nuovo: i protestanti-liberali già un secolo fa sostenevano queste idee. E merce trita e ritrita. Deriva dall’errore idealista per cui il cristianesimo è una dottrina: tutto il resto è solo un rivestimento mitico che ha per scopo di far capire verità intemporali o norme di azione. L’importante sarebbe comprendere i significati. Dei fatti che ne sono veicoli possiamo anche fare a meno». Infatti per Drewermann la resurrezione è un’immagine che c’insegna a confidare «nell’amore di Dio più forte della morte». «Ma sono i fatti che sono opera di Dio!» ribatte Ols.
Lo smarrimento dei cristiani semplici è grande, perché purtroppo anche ai preti nei seminari e nei corsi di aggiornamento vengono insegnate tali teorie e quindi la predicazione domenicale ne risente. Peggio però se si tratta di cattolici impegnati, più a contatto con i dottori. Qualche tempo fa su una rivista dei padri passionisti del santuario di San Gabriele fu pubblicata una lettera firmata B.Z., da Napoli: «Sto frequentando un corso di teologia per laici» diceva il lettore. «Arrivati a studiare la resurrezione di Cristo, mi si sono confuse le idee. Il professore, un teologo abbastanza noto tra noi, ha cominciato a distinguere tra fatti storici e fatti di fede, tra dati oggettivi ed esperienza personale degli apostoli. Non ci capisco più niente e sento distrutta la mia fede… Insomma, è vero o non è vero che Gesù è risorto?».

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