Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù

Posté par atempodiblog le 29 mars 2026

Scolpisci sul tuo cuore la Passione di Gesù
di Padre Livio Fanzaga

Scolpisci sul tuo cuore la passione di Gesù

La Settimana Santa si apre con la lettura solenne della Passione del Signore, perché non possiamo comprendere il mistero della Redenzione senza essere messi di fronte all’oceano di dolore nel quale il Figlio di Dio è stato immerso a causa dei nostri peccati.

Hai notato, caro amico, come la Passione sia costantemente all’orizzonte del Vangelo? Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù la profetizza e perfino la anticipa nelle sue sofferenze quotidiane. I tre anni di apostolato di Gesù sono come una grande introduzione al dramma della Passione. La meta ultima del suo pellegrinare fra le contrade della Palestina è la città Gerusalemme, dove l’Agnello di Dio sarebbe stato sacrificato per togliere il peccato del mondo.

Potremmo dire che l’Incarnazione è in vista della Passione. Nella mangiatoia è già prefigurata la Croce. Nei panni in cui il Bambino è avvolto è già anticipata la Sindone.
È la Passione il culmine della Redenzione. È la Passione la chiave di ingresso nella gloria della resurrezione. È nel dolore che siamo stati redenti. È nelle lacrime e nel sangue che siamo stati partoriti a vita nuova.

La Passione di Gesù deve essere presente alla nostra mente ogni giorno dell’anno. Scolpiscila con caratteri di fuoco sulle pareti del tuo cuore.

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Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità

Posté par atempodiblog le 24 mars 2026

Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità
Promulgato il decreto di venerabilità di p. Caffarel, sacerdote francese e uomo di profonda preghiera che intuì la vocazione degli sposi alla santità, fondando le Équipes Notre-Dame e nuove forme di accompagnamento spirituale. La sua eredità continua a ispirare coppie e laici in tutto il mondo.
di Raffaele Iaria – Agenzia SIR

Padre Henri Caffarel

Sacerdote francese, uomo di preghiera e instancabile cercatore di Dio, p. Henri Caffarel intuì il bisogno di accompagnare le coppie di sposi nella scoperta della loro vocazione alla santità. Un’intuizione maturata pochi anni dopo la sua ordinazione sacerdotale.

Nato a Lione il 30 luglio 1903 e battezzato tre giorni dopo, fu ordinato sacerdote il 19 aprile 1930 a Parigi. Nel 1939 iniziò a riunire quattro coppie di sposi per riflettere insieme sul mistero del matrimonio cristiano: da quel piccolo gruppo nacque l’esperienza delle “Équipes Notre-Dame”, oggi associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio, presente in oltre 90 Paesi.

La radice del suo cammino spirituale risale a un incontro personale con Cristo, che lui stesso raccontò così: “A vent’anni, Gesù Cristo, in un istante, è diventato Qualcuno per me… Ho fatto esperienza di essere amato e di amare, e che da quel momento in poi tra lui e me sarebbe stato per tutta la vita. Tutto era deciso”. Il card. Jean-Marie Lustiger lo ha definito “profeta del ventesimo secolo”.

Caffarel studiò presso i Fratelli Maristi dal 1913 al 1921, conseguendo il baccalauréat de mathématiques. Si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza, ma una grave forma di anemia cerebrale lo costrinse a interrompere gli studi. Una fragilità che lo accompagnò per tutta la vita.
La lettura del “Vademecum proposé aux âmes religieuses” della suora italiana Benigna Consolata Ferrero lo aiutò a discernere la vocazione sacerdotale. Dopo il servizio militare desiderava entrare nell’abbazia trappista di Notre-Dame-des-Dombes, ma il suo direttore spirituale lo invitò ad attendere, ritenendo che la salute non gli avrebbe permesso di sostenere la vita monastica. Fu così che mons. Jean Verdier lo accolse come uditore all’Institut Catholique di Parigi, dove completò la formazione teologica.
Ordinato sacerdote per la diocesi di Parigi, lavorò dapprima nel segretariato generale della JOC e poi in quello dell’Azione Cattolica, in particolare nella Centrale cattolica del cinema e della radio. Nel 1936 lasciò gli incarichi per dedicarsi alla predicazione di ritiri spirituali, soprattutto per i giovani. Tre anni dopo iniziò l’apostolato che lo avrebbe reso noto in tutto il mondo: il cammino con le coppie di sposi.

“La sua grande originalità – si legge in una testimonianza del processo di beatificazione – fu quella di promuovere il matrimonio come cammino di santità, l’orazione personale, la preghiera in coppia e in équipe, l’aiuto spirituale reciproco e il ruolo del laicato come motore della vita spirituale”.

Su richiesta delle coppie, l’arcivescovo di Parigi, cardinale Emmanuel Suhard, gli affidò ufficialmente questo apostolato. L’8 settembre 1943, presso la grotta di Lourdes, Caffarel ebbe l’intuizione di fondare un gruppo dedicato alle donne in stato di vedovanza: nacque così quella che dal 1977 è conosciuta come “Fraternité Notre-Dame de la Résurrection”. Nel 1945 la rivista L’Anneau d’Or e, con padre Pierre Joly, i centri di preparazione al matrimonio.

Nella stessa logica delle Équipes Notre-Dame nacquero anche le Fraternità Giuseppe e Maria, per aiutare le coppie ad approfondire la loro chiamata alla santità.
Il 29 agosto 1960 fu nominato consultore della Commissione per l’Apostolato dei Laici in vista del Concilio Vaticano II.

Nel 1996 fu colpito da una grave crisi cardiaca e morì il 18 settembre all’ospedale di Beauvais. Le esequie furono celebrate il giorno successivo nella cappella delle Fraternità Giuseppe e Maria, come egli stesso aveva richiesto. Sulla sua tomba, a Troussures, la frase “Vieni e seguimi!”.
Il 23 marzo 2026 Papa Leone XIV ha autorizzato la promulgazione del decreto di venerabilità di p. Caffarel: “una bella e importante notizia per il nostro Movimento!. Ringraziamo il Signore e uniamoci in preghiera”, dicono al Movimento da lui fondato.

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Preghiera e digiuno uniche armi

Posté par atempodiblog le 19 mars 2026

Le parole di padre Patton sulla guerra in Medio Oriente
Preghiera e digiuno uniche armi
di Francesca Sabatinelli– L’Osservatore Romano

Preghiera e digiuno uniche armi

«Si è in preda ad una follia bellicistica, l’idea di voler risolvere tutto con la forza e con le armi. E il pensiero alle vittime civili della guerra è costante e fortemente presente». Padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, parla dal Monte Nebo, in Giordania, con lo sguardo rivolto al di là del Mar Morto che divide il Regno Hashemita da Israele e dalla Palestina e con il pensiero a tutto il Medio Oriente in fiamme. «Penso quotidianamente ai miei confratelli che vivono in Libano, a Beirut e in altri luoghi, sia a sud che a nord, e che in questo momento sono provati oltre misura. Il convento di Tiro è stato trasformato in un campo profughi e chi è a Beirut è alla disperata ricerca di poter aiutare la popolazione civile, che non ce la fa più, ormai ci sono un milione di sfollati su un totale di sei milioni di abitanti».

Patton ricorda come già all’inizio della guerra a Gaza fosse chiaro, soprattutto a chi come lui aveva alle spalle anni di vita in quella regione, che se non si fosse riusciti a chiudere «in maniera non violenta, il conflitto si sarebbe allargato». Ma il pericolo paventato dal religioso è che non si sa cosa avverrà alla fine della guerra, «perché dopo tutte le ultime guerre mediorientali sono nati nuovi fenomeni di terrorismo e sono nate formazioni nuove, come Al Qaeda, Is, Hezbollah, Hamas, nate tutte a seguito di qualche conflitto non risolto in modo politico in Medio Oriente, tutte frutto di tentativi di soluzione militare, di conflitti che invece andavano risolti diversamente».

Patton si sposta poi su Gaza, riprendendo quanto detto pochi giorni fa dal cardinale patriarca di Gerusalemme dei latini, Pierbattista Pizzaballa, per ribadire che è distrutta, che le persone vivono praticamente in una fogna a cielo aperto, e che, in assenza della fame estrema, restano «il problema dei medicinali, della sicurezza, il problema di una vita nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona umana. E in più c’è questa storia del board of Peace che non ha neanche cominciato a funzionare e che sembra essere più un fantasma che una realtà operativa».

In Cisgiordania, poi, prosegue l’espansione degli insediamenti israeliani, con decine di migliaia di sfollati. «Continua l’occupazione e continuano anche gli atti di violenza», prosegue Patton, ricordando «la famiglia uccisa pochi giorni fa nella zona di Nablus con unico sopravvissuto, un bambino di nove anni». Proseguono pure «le iniziative di legislazione che impediscono alla Cisgiordania di esistere e ai palestinesi di avere una loro terra e il rispetto dei diritti fondamentali: come la registrazione dei territori palestinesi al catasto israeliano o il non ammettere all’insegnamento nelle scuole israeliane di professori con un titolo conseguito in università palestinesi», tutte «forme di pressione diretta o indiretta per cacciare la popolazione palestinese dalla terra sulla quale ha vissuto per millenni». La grave crisi economica provocata dalla guerra si avverte molto anche in Giordania, per il crollo dei pellegrinaggi. «A fine febbraio stavamo constatando una certa ripresa del numero di visitatori e di pellegrini e improvvisamente siamo ripiombati indietro, praticamente a zero», il che segna una ricaduta soprattutto sui cristiani, ma non solo, che lavorano per i luoghi santi, rimasti senza lavoro e senza sostentamento per le loro famiglie.
Perché possa interrompersi questa violenza, la comunità internazionale, è opinione di Patton, deve attuare un intervento più deciso e deve «esserci un cambio di politica da parte degli Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente».

Dal punto di vista ecclesiale inoltre, la speranza è che possa esserci «una grande convocazione, rivolta a cristiani e a credenti di tutte le religioni, come fece Giovanni Paolo II al tempo della guerra in Iraq e come fece Papa Francesco nel 2013, una grande convocazione per tutti al digiuno e alla preghiera per la pace.

È uno strumento che può sembrare ridicolo di fronte a quello delle armi, ma è uno strumento di coscientizzazione che può unire i credenti delle varie religioni» e che risponde a quanto indicato da Papa Leone XIV quando parla di «pace disarmata e disarmante, umile e perseverante».

C’è bisogno di questo, conclude Patton, «sapendo che per noi credenti la preghiera, il digiuno sono le uniche “armi” che ci è lecito imbracciare».

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Le 7 apparizioni di San Giuseppe che dovresti conoscere

Posté par atempodiblog le 18 mars 2026

Le 7 apparizioni di San Giuseppe che dovresti conoscere
Tratto da: ChurchPOP

San Giuseppe e Gesù Bambino

Non si ama la Santa Vergine se non si onora il suo protettore e sposo, San Giuseppe. Il mese di marzo è importante per le famiglie e per la Chiesa perché è il mese di San Giuseppe, il Santo patrono delle famiglie e della Chiesa.
Molti santi hanno avuto una visione o un’apparizione di San Giuseppe, in particolare Santa Teresa d’Avila, suor Maria di Gesù Crocifisso, ecc.

Le apparizioni di San Giuseppe
Talune apparizioni di San Giuseppe sono state riconosciute in luoghi che sono diventati grandi santuari, noi abbiamo voluto raccogliere soltanto le più significative:

1) Apparizioni di Cotignac
In Francia, a Cotignac, il 7 giugno 1660, verso l’una, un giovane pastore, Gaspard Ricard, pascola il suo gregge sul monte Bessillon. Il caldo è opprimente. Ha sete. Improvvisamente vede “un uomo al suo fianco”, che gli dice mostrandogli una roccia: «Io sono Giuseppe; toglila, e berrai». Gaspard dubita. L’apparizione ripete il suo consiglio. Egli sposta la roccia senza difficoltà e scopre una sorgente…

Questa è l’unica apparizione riconosciuta dalla Chiesa di San Giuseppe apparso singolarmente e non accompagnando la Madonna.

2) Apparizioni di Kalisz
In Polonia, a Kalisz, verso il 1670, un uomo, Stobienia, soffrendo molto per una brutta malattia e non avendo alcuna speranza, pregava Dio di lasciarlo morire. Si rivolse a San Giuseppe, patrono della buona morte. La notte seguente, un uomo venne da lui ed egli riconobbe in lui San Giuseppe. Questi disse al malato: «Tu guarirai quando farai dipingere un quadro della Sacra Famiglia con la scritta “Rivolgetevi a Giuseppe” e l’offrirai alla chiesa collegiale di Kalisz» . D’allora, i fedeli ricevono molte grazie e Kalisz è diventata un grande santuario.

3) Apparizioni di Knock
In Irlanda, a Knock (vicino a Dublino), il 21 Agosto 1879, sotto gli occhi di 18 persone, la Santa Vergine appare, in piedi, vestita di bianco e con una corona d’oro. Sembra che preghi. L’accompagnano San Giuseppe e San Giovanni Evangelista “vestito da vescovo che predica”. I testimoni vedono anche un “altare” sul quale vi è un “agnello” dietro al quale è piantata una croce.

4) Apparizioni di Fatima
In Portogallo, a Fatima, il 13 Ottobre 1917, mentre la folla assiste al miracolo del sole, i tre veggenti vedono la Sacra Famiglia con San Giuseppe e Gesù Bambino che benedicono il mondo.

6) Apparizioni di Zeitoun
A Zeitoun, un sobborgo del Cairo (Egitto), dove secondo la tradizione, apparse la Madonna dal 2 aprile del 1968 al settembre del 1970 sulla cupola di una chiesa copta. Furono apparizioni in cui parteciparono più di 100.000 persone e che potevano durare da 15 minuti fino a 2 ore. Furono apparizioni silenziose in cui per ben due volte apparve anche San Giuseppe assieme a Gesù Bambino.

7) Apparizioni di Ghiaie di Bonate
Il 13 maggio 1944 la Vergine Maria apparve con il Bambino Gesù e San Giuseppe, nella provincia di Ghiaie di Bonate a Bergamo, Italia. Si fece chiamare la Vergine della famiglia. Apparve ad una bambina di sette anni, Adelaide Roncalli. Per sei volte, tra il 13 maggio e il 13 luglio del 1944, il miracolo del sole fu visto non soltanto da migliaia di testimoni ma fu catturato dall’osservatorio astronomico di Venezia, quindi a ben 200 km di distanza da luogo dell’apparizione.

Queste sono solo alcune delle tante apparizioni di San Giuseppe, che celebriamo il 19 marzo.

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Breve novena a San Pedro Calungsod

Posté par atempodiblog le 18 mars 2026

San Pedro Calungsod
Mosaico di san Pedro Calungsod presente nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Questa breve novena può essere recitata in preparazione della festa del santo, il 2 aprile, dal 24 marzo al 1 aprile, o in qualsiasi momento per le proprie necessità. Tuttavia, se il giorno della festa cade nella Settimana Santa o nell’ottava di Pasqua, la festa viene spostata al sabato prima della Domenica delle Palme (28 marzo 2026).

San Pedro Calungsod, studente, catechista, giovane migrante, missionario, amico fedele e martire, ispiraci con la tua fedeltà nei momenti di prova e con il tuo coraggio nell’insegnare la Fede in mezzo alle ostilità e con il tuo amore nel versare il sangue per il Vangelo di N. S. Gesù Cristo.

Ti affidiamo tutte le nostre intenzioni e i nostri problemi (breve pausa per formulare in silenzio le proprie richieste) ed intercedi per noi davanti al trono della Misericordia e della Grazia affinché, sperimentando l’aiuto del Cielo, siamo incoraggiati a vivere e proclamare il Vangelo qui sulla terra. Amen.

Tre Pater, Ave, Gloria

San Pedro Calungsod, prega per noi!

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El Greco allo specchio due dipinti a confronto

Posté par atempodiblog le 17 mars 2026

El Greco allo specchio due dipinti a confronto
Al Palazzo Papale di Castel Gandolfo la mostra che mette in dialogo due opere di El Greco offrendo uno sguardo sul processo creativo dell’artista. L’esposizione celebra gli ottocento anni dalla morte di san Francesco. Al termine, il primo concerto della rassegna “Musica ai Musei” organizzata dai Musei Vaticani
di Paolo Ondarza – Vatican News

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Due opere a confronto, l’una si riflette nell’altra. Da una parte il volto del Redentore, dall’altra un San Francesco che riceve le stimmate. Gli ottocento anni dalla morte del Poverello d’Assisi sono celebrati dal Palazzo Papale di Castel Gandolfo con una mostra che, fino al prossimo 30 giugno, mette in dialogo due capolavori di El Greco. I dipinti di piccolo formato ed entrambi concepiti per la devozione privata, offrono un inedito spaccato sul processo creativo del celebre artista, nato nel 1541 nell’isola di Creta e morto a Toledo, in Spagna, nel 1614.

Il Redentore del Palazzo Apostolico
Realizzato intorno al 1590-1595, il Redentore proviene dalla Sala degli Ambasciatori del Palazzo Apostolico Vaticano. Di dimensioni 45 x 29 centimetri, apparteneva alla collezione dell’intellettuale spagnolo José Sánchez de Muniáin, che nel 1967 lo donò a san Paolo VI. La presenza di quattro piccoli fori, due sul bordo superiore e due su quello inferiore, induce a ipotizzare che la tavola fosse stata utilizzata in passato come una sorta di altarolo portatile.

Un capolavoro giovanile
Proviene invece da Napoli, dalla Fondazione Pagliara dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, la più minuta tempera su tavola raffigurante San Francesco: un capolavoro giovanile databile intorno al 1570, quando l’artista era documentato a Roma ed era già transitato per le botteghe veneziane di Tiziano e del Tintoretto.

El Greco 002

Una pennellata proto-impessionistica
«È un’opera che risente della formazione dell’artista come pittore di icone, cretese e bizantino. Evidente anche l’influsso della pittura veneziana rinascimentale», spiega Fabrizio Biferali, curatore della mostra “El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto” e responsabile del reparto dei Musei Vaticani per le arti dei secoli XV e XVI.

Alle spalle di Francesco, c’è la figura di frate Leone. È sconvolto dalla visione di un piccolo angelo che in forma di crocifisso, dal cielo, colpisce i palmi delle mani del santo, il quale da quel momento sarà considerato l’Alter Christus. Il paesaggio scabro e avvolgente, la pennellata corposa e proto-impressionistica, l’accentuata teatralità nella pur minutissima scena, caratterizzano quest’opera giovanile, tra le oltre centotrenta dedicate da El Greco nel corso della vita al patrono d’Italia.

Uno sketchbook su tavola
La mostra offre poi l’occasione di ammirare gli impressionanti esiti a cui hanno condotto il restauro e le indagini scientifiche dei Musei Vaticani sulla tavola del Redentore. Contrariamente a quanto si credeva, non è un’opera compiuta: si è rivelata un vero e proprio palinsesto pittorico.

«Prima di essere donato a Paolo VI – rivela Biferali – venne ridipinto da parte di un ignoto falsario, che ne occultò le stesure originali ricalcando sommariamente l’immagine del Cristo. Fu un intervento che, oltre ad aver completamente trasfigurato il volto del Redentore, nascose dettagli riemersi oggi grazie alle analisi del Gabinetto Ricerche Scientifiche e al restauro condotto presso i nostri laboratori da Alessandra Zarelli. Al di sotto della ridipintura sono state individuate due stesure di altrettante opere preparatorie di El Greco. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a uno sketchbook su tavola, con tre dipinti in uno».

Le figure sotto la superficie pittorica
«Sotto la superficie con il Redentore, nell’angolo in alto a sinistra della tavola la riflettografia ha individuato la figura di una Madonna con Bambino». Era parte di uno studio dedicato all’Apparizione della Vergine a san Lorenzo. Al di sotto del volto di Cristo invece è affiorata, appena abbozzata, la figura di San Domenico in adorazione del Crocifisso, che El Greco dipinse nel 1590 circa.

«Non ce lo aspettavamo», ammette Biferali. «Per noi il quadro era quello che conoscevamo prima del restauro. L’opera è entrata in Vaticano come una sorta di piccolo falso storico. L’intervento appena concluso ha invece fatto emergere quello che c’è di autografo e autentico: uno straordinario triplice dipinto di cui rimangono tracce molto evidenti dalle analisi scientifiche ed in parte visibili anche ad occhio nudo. È un’opera che ci dà conto del lavoro all’interno della bottega e del processo creativo di uno dei più straordinari maestri della storia, nato come pittore di icone e divenuto artista visionario, amato da impressionisti e surrealisti».

Come scriveva san Giovanni Paolo II, quando un artista «plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, svela anche la propria personalità». I due dipinti in mostra a Castel Gandolfo lo confermano.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana

Posté par atempodiblog le 13 mars 2026

Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana
Oggi la giornata indetta dalla Cei, con centinaia di iniziative che vedranno protagonista la comunità cristiana. Da Bolzano a Cagliari, passando per Roma, sono previste Messe, Via Crucis e adorazioni eucaristiche. «La gente è preoccupata per la guerra, per questo la risposta dei fedeli è stata immediata»
di Roberta Pumpo – Avvenire

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiere

Dall’arcidiocesi di Cagliari a quella di Foggia-Bovino, dalle diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello all’arcidiocesi di Pisa, per ribadire che «la guerra non è e non può mai essere la risposta» e implorare dal Signore che taccia il fragore delle armi. Sono centinaia le comunità in Italia che hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace indetta per oggi dalla Conferenza episcopale italiana. Sarà anche l’occasione per pregare per padre Pierre al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas, ucciso il 9 marzo in un bombardamento mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid.

Incontri, Messe, Via Crucis, recita del Rosario, adorazioni eucaristiche: sono tante e diverse le iniziative organizzate dalle comunità per invocare la fine dei conflitti in Medio Oriente e in ogni angolo della Terra ferito da guerre, macerie e lutti. Un’invocazione costante in questi giorni, risuonata già l’11 marzo nelle parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Da Assisi, dove ha presieduto la Messa per implorare il dono della pace in Ucraina, volgendo lo sguardo al mondo intero, ha sottolineato che «non dobbiamo mai dimenticare che ogni guerra è fratricida. Qui impariamo la via della misericordia e della gioia: san Francesco continua a parlare, non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace».

Oggi invece, a Cagliari, la cappella del Seminario arcivescovile, a partire dalle 19, ospiterà la preghiera per la pace guidata dall’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. A seguire, nella Sala Benedetto XVI, padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, racconterà la sua esperienza. Missionario in Costa d’Avorio e in Niger, fu sequestrato dalla sua casa, nel villaggio di Bomoanga, nel 2018 da un gruppo jihadista, trascorrendo due anni e tre settimane di prigionia nel Sahel prima della liberazione nell’ottobre 2020. «Di fronte alle tante guerre che feriscono i popoli – ha affermato l’arcivescovo – la comunità cristiana sente il dovere di intensificare la preghiera e il digiuno, affidando al Signore il desiderio di pace che abita il cuore dell’umanità. La pace non è solo assenza di conflitto, ma nasce dalla conversione dei cuori, dal riconoscimento della dignità di ogni persona e dalla volontà di costruire relazioni di giustizia e fraternità».

L’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti presiederà alle 19 la Messa in Cattedrale. «In tutte e 54 le parrocchie dell’arcidiocesi si celebrerà una Messa per la pace – spiega il presule –. Sarà un venerdì di Quaresima particolare. Noi credenti abbiamo l’arma del digiuno e della preghiera per chiedere al Signore di far tacere le armi, di risparmiare i deboli e di donare la pace al mondo. La celebrazione eucaristica in Cattedrale vuole essere un segno di unità dell’arcidiocesi. Parteciperanno in particolare molte religiose, una rappresentanza delle diverse parrocchie, il capitolo canonico metropolitano. Siamo grati alla Cei per aver indetto questa Giornata. A Foggia, ma ovunque in Italia, si avverte il desiderio di pace in un mondo dove ormai, come diceva papa Francesco, si combatte una terza guerra mondiale a pezzi».

Nelle diocesi di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello sono stati organizzati momenti di preghiera fin dal mattino, con la recita comunitaria delle Lodi, e molte chiese resteranno aperte fino alle 22 per l’orazione davanti al Santissimo Sacramento. Nella parrocchia di Santa Lucia, a Grosseto, la Giornata va a innestarsi nella vita liturgica quotidiana. Il parroco, frate Valerio Mauro, spiega che «la mattina la Messa e le Lodi sono ordinarie. È stata aggiunta la recita del Rosario perché, solitamente, nei venerdì di Quaresima questo è sostituito dalla Via Crucis». Oggi, invece, «sia il Rosario sia la Via Crucis saranno adattati al tema della pace. Per la Giornata abbiamo promosso anche l’adorazione eucaristica dalle 20 alle 21». In questi giorni la preghiera è stata intensificata «perché è l’unica cosa che si può fare adesso; non ci sono altre strade», afferma in modo deciso. Non lontano dalla parrocchia c’è la base del 4° Stormo dell’Aeronautica Militare e «si nota che i voli non sono più sporadici».

Corale anche la risposta delle chiese della Versilia. Monsignor Roberto Canale, parroco del Duomo di San Martino a Pietrasanta, nell’arcidiocesi di Pisa, racconta che appena ha condiviso la proposta della Cei sui canali social «la risposta dei fedeli è stata immediata. C’è una grande sensibilità da parte di tutti quelli che credono nel potere della preghiera. Hanno aderito tutte le parrocchie limitrofe. La gente è preoccupata e si sente impotente».
Alle 17 si terrà la Via Crucis e dalle 20 alle 21,30 l’adorazione eucaristica. Quest’ultima scelta d’orario non è casuale perché è proprio «l’ora della cena – spiega monsignor Canale –. I fedeli sanno che questo è un invito concreto al digiuno e alla preghiera, un modo per “alzare” il cuore più che la voce».

La Caritas della diocesi di Roma promuove invece un incontro di preghiera alle 13 nella cappella Santa Giacinta della Cittadella della Carità presieduta dal vice direttore dell’organismo pastorale, don Paolo Salvini. «La cappella di Santa Giacinta è da sempre un punto di riferimento aperto al territorio», racconta il direttore della Caritas Giustino Trincia. Ogni mattina alle 8 si celebra la Messa per gli oltre cento ospiti della struttura, gli operatori e i residenti in zona. Oggi l’Eucarestia sarà dedicata particolarmente alla pace, seguendo anche le indicazioni della Cei. «Aderiamo con convinzione all’appello della Cei – aggiunge Trincia –. Alle 13, orario solitamente dedicato al pranzo, ci fermeremo per la preghiera. Ciò che non viene consumato fisicamente, viene donato idealmente e materialmente in opere di carità. Sarà un momento incentrato sulla Parola di Dio, sulla meditazione e, soprattutto, sul silenzio».

Nel segno di Chiara Lubich la preghiera promossa dall’arcidiocesi di Trento che aderisce alla Giornata indetta della Cei con una Messa che sarà presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi in Cattedrale. La liturgia era già in programma in memoria della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari, avvenuta il 14 marzo 2008. Sarà l’occasione per invocare la fine dei conflitti e implorare il dono della pace, di cui la stessa Lubich fu “seminatrice” durante la Seconda guerra mondiale e poi per tutta la sua vita.

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Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep
Il 2 luglio 2026 si terrà la sua solenne beatificazione

Francesco Saverio Tru o ng Bǚu Diệp

Dagli anni ‘80 gruppi di pellegrini, da tutto il Vietnam, si recano alla chiesa di Tac Say, nel Delta del Mekong, l’estremità meridionale del Vietnam. La loro visita è motivata dalla devozione e dalla richiesta di intercessione al sacerdote Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp, sepolto in quella chiesa, di cui la Santa Sede ha riconosciuto il martirio.

Il 25 novembre 2024, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio di padre Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp (1897-1946), sacerdote diocesano vietnamita assassinato in odio alla fede durante la prima guerra del Vietnam.

Il numero di persone che hanno ricevuto grazie e benedizioni nella vita tramite l’intercessione di padre Diep è aumentato negli anni, così un numero sempre maggiore di fedeli, ma anche di non cattolici, provenienti dal paese e dall’estero si sono recati alla chiesa di Tac Say.

In special modo l’11 e il 12 marzo (per l’anniversario della morte) i pellegrini sono decine di migliaia. Partecipano alla messa e pregano con riverenza e solennità. Ma anche nel corso dell’anno il flusso di persone che sosta sulla sua tomba è ininterrotto.

Padre Diep è considerato il sacerdote cattolico più amato in Vietnam, una nazione in cui i buddisti costituiscono oltre l’80% della popolazione. Lo testimoniano i pellegrinaggi spontanei di persone di tutti i ceti sociali e di diverse religioni, da ogni zona del paese. Tutti pregano affinché padre Diep sostenga le loro famiglie e li aiuti a superare situazioni difficili della vita.

L’immagine di Padre Diep è presente ovunque: nelle case, negli uffici, nei negozi, nei mercati, nei ristoranti, nelle auto, nelle strade urbane ma anche nelle remote aree rurali. Un gran numero di vietnamiti ha accolto Padre Diep nelle loro vite in modo così intimo che porta sempre con sé la sua immaginetta, tra gli effetti personali, nella forte convinzione che egli li aiuterà amorevolmente nelle circostanze della vita.

“Padre Diep era molto gentile, la sua voce era mite ma chiara quando predicava. Era un prete che amava molto i poveri: quando c’erano persone povere e affamate, o persone in difficoltà nel trovare un alloggio, donava loro riso dalla sua dispensa e faceva di tutto per aiutarle”, racconta all’Agenzia Fides Giacobbe Huynh Van Lap, un chierichetto che viveva con lui quando il sacerdote era parroco della chiesa di Tac Say.

Negli anni 1945-1946, la situazione sociale era molto caotica e instabile quando francesi e giapponesi combattevano per il dominio del Vietnam. Nelle aree rurali come il territorio della parrocchia di Tac Say, la situazione era ancora più tragica a causa dello stato di anarchia e dei saccheggi che si verificavano ogni giorno. Era anche il periodo in cui padre Truong Buu Diep era parroco della parrocchia di Tac Say, nel distretto di Gia Rai, parte della provincia di Bac Lieu, nel Vietnam meridionale. In quella situazione instabile, altri preti, temendo per la vita del loro confratello, gli consigliavano di nascondersi finché la situazione non si fosse stabilizzata. Anche i francesi per tre volte giunsero davanti alla chiesa per trarlo in salvo, ma padre Diep si rifiutò e rispose: “Vivo con il gregge dei miei fedeli e, se devo morire, desidero morire con loro”.

Il 12 marzo 1946 fu arrestato dai giapponesi, insieme a oltre 70 abitanti del villaggio, nella parrocchia di Tac Say. Tutti furono rinchiusi in un granaio. Come racconta Van Lap, i soldati ammassarono della paglia intorno a loro, con l’intenzione di bruciarla per ucciderli tutti, ma padre Diep disse agli uomini armati: “Sono io il Pastore di questi fedeli, sono disposto a morire per loro. Prendete me”. Il capo del gruppo armato pensava che uccidendo padre Diep la parrocchia e la comunità di Tac Say si sarebbero disintegrate. Di fronte alle parole di padre Diep, che si era offerto di morire per la sua comunità, molti cattolici si inginocchiarono e gli chiesero di ricevere per l’ultima volta il sacramento della confessione. Altri, che non erano cattolici, gli chiesero di farsi battezzare.

Quella notte, uomini armati portarono fuori Padre Diep e lo decapitarono. Coloro che erano presenti all’esecuzione raccontarono in seguito che, di fronte alla morte, padre Diep rimase in uno stato di pace e profonda serenità, senza mostrare la minima paura. Guardò i due carnefici e gentilmente disse loro: “Vi perdono per le vostre azioni”. Dopo aver decapitato padre Diep, i due carnefici si inginocchiarono, con il corpo tremante, e corsero via verso la foresta. Da quel momento in poi, nessuno li vide mai più.

Il giorno dopo, il corpo del sacerdote fu trovato in uno stagno. Le sue mani erano ancora giunte davanti al petto come se stesse pregando. I parrocchiani lo ripresero e lo seppellirono segretamente nella chiesa di Khuc Treo, nel comune di An Trach, all’interno della provincia di Bac Lieu, a 7 km dalla chiesa di Tac Say.

Nel 1969 i suoi resti furono trasferiti nella chiesa di Tac Say, dove aveva svolto il ministero di parroco per 16 anni. La sua tomba attuale è stata ristrutturata il 4 giugno 1989 e ora è un luogo in cui i pellegrini vengono a vistarlo giorno e notte.

Francis Truong Buu Diep è nato il 1° gennaio 1897 ed è stato battezzato il 2 febbraio 1897 nella parrocchia di Con Phuoc, nel comune di My Luong, nella provincia di An Giang. Nel 1909, fu mandato al seminario minore di Cu Lao Gieng, nel comune di Tan My per studiare. Dopo aver terminato il seminario minore, andò al seminario maggiore di Nam Vang, in Cambogia (a quel tempo, le parrocchie di An Giang, Chau Doc, Ha Tien erano sotto la diocesi di Phnom Penh, in Cambogia). Fu ordinato sacerdote a Nam Vang dal vescovo francese Jean-Baptiste-Maximilien Chabalier MEP nel 1924. Dal 1924 al 1927 fu vice parroco nella parrocchia di Ho Tru, una parrocchia vietnamita che viveva nella provincia di Kandal, in Cambogia. Dal 1927 al 1929, tornò a lavorare come professore al seminario minore di Cu Lao Gieng nella provincia di An Giang. Nel marzo 1930, tornò a prendersi cura della parrocchia di Tac Say, dove venne ucciso il 12 marzo 1946.

di AD-PA – Agenzia Fides

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Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
Le reliquie di un martire cinese sono state deposte nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Cappella San Paolo Chen Il dipinto nella cappella dedicata a San Paolo Chen a Notre Dame

Tra le reliquie poste nell’altare della cattedrale di Notre Dame a Parigi, dopo la ricostruzione, c’erano anche quella di un santo romeno, Vladimir Ghika, in una unione particolarissima con Bucarest. Ma c’è una storia anche meno nota, che riguarda invece il legame con Parigi di San Paolo Chen, martire cinese, le cui reliquie sono state poste lo scorso dicembre nella cappella a lui dedicata, adornata da una Vergine Maria cinese dipinta dall’artista Yin Xin.

Paul Chen Changpin era un seminarista di 23 anni quando fu martirizzato nel Guinzhou, e le sue reliquie furono solennemente deposte nella Cappella della Santa Infanzia della Cattedrale di Parigi nel 1920. Con la nuova organizzazione della cattedrale, la cappella Saint-Paul-Chen è ora situata come punto finale del viale della Pentecoste, seguendo il percorso dei grandi santi parigini, Santa Genoveffa e San Dionigi.

Ma perché le reliquie di Paul Chen sono state inviate a Parigi? Fu il vescovo Louis Simon Faurie, missionario francese che fu vicario apostolico di Kouy-Tchéou, a offrire il corpo del giovane martire alla Società della Santa Infanzia, ricordando che lo stesso Paul Chen era stato dalla Società strappato alla povertà, istruito, battezzato, preparato al sacerdozio.

Le reliquie furono deposte presso il seminario della Società delle Missioni Estere di Parigi nel 1869. Il 10 giugno 1920, il vescovo de Teil, direttore della Società della Santa Infanzia, organizzò il grande trasferimento del reliquiario del beato martire nella Cattedrale di Notre-Dame, nella Cappella della Santa Infanzia.

Il tempo passò e Paul Chen e il suo reliquiario caddero nell’oblio. Solo nel 2007 tornò alla ribalta. Il cardinale Ivan Dias, allora prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, si recò in Francia per l’incontro nazionale dei Fidei Donum tenutosi a Lisieux il 1° ottobre.

In preparazione alla messa che avrebbe presieduto il giorno seguente nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, chiese che le reliquie dell’ormai santo Paul Chen fossero esposte.

Un’ondata di panico travolse il personale della cattedrale: dov’era finito il reliquiario? Fu finalmente ritrovato nella soffitta della cattedrale, dove era stato conservato e dimenticato. Il 2 ottobre, il cardinale Dias poté così pregare nella Cappella della Santa Infanzia, che era stata nuovamente restituita al suo santo martire.

Nel 2017, il nuovo rettore della cattedrale, Patrick Chauvet, incoraggiò un progetto di dare nuova visbilità alle reliquie. Il piano iniziale era di ottenere una copia originale dal pittore Gary Chu Kar Kui, residente a Hong Kong, che aveva realizzato il dipinto nel 1999 per la cattedrale di Pechino, che però non poté essere utilizzata perché Maria era raffigurata come un’imperatrice manciù.

Fu in quel periodo che entrò in scena Yin Xin, un pittore cinese della regione dello Xinjiang, residente a Parigi, che accettò di fare un ritratto.

Per questa Nostra Signora della Cina, Yin Xin si è ispirato sia a un dipinto di una giovane madre circondata dai suoi figli, sia al chiaroscuro della “Maddalena con lampada da notte” di Georges de La Tour (1593-1652). Nel suo dipinto, il raggio di luce non emana da una candela esterna, ma dal bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia. Figlio di Dio, è la fonte stessa di ogni luce.

Per rappresentare Paul Chen, di cui non esiste alcuna immagine, il pittore ha scelto di utilizzare la sua tecnica della metamorfosi, che consiste nel trasformare e sinicizzare vecchie tele. Partendo dal ritratto di un giovane occidentale in preghiera, dipinto nel XIX secolo, Yin Xin lo ha trasformato in un seminarista cinese e ha aggiunto il nome cinese Paul Chen Changpin.

Nel progetto di restauro post-incendio della cattedrale, le cappelle laterali della navata sono disposte lungo un itinerario di pellegrinaggio.

Questo percorso inizia a nord nel Vicolo della Promessa, che presenta importanti figure bibliche dell’Antico Testamento (da Noè a Elia), e prosegue a sud nel Vicolo della Pentecoste, dedicato alla Chiesa e allo sviluppo della santità nelle membra di Cristo. I santi sono disposti in modo speculare: la saggezza di Salomone è riecheggiata nell’intelletto di San Tommaso d’Aquino, la figura del Servo di Isaia nello spirito di servizio di San Vincenzo de’ Paoli, e così via. Ogni cappella è dedicata a un santo la cui vita è legata alla diocesi di Parigi e che offre una particolare espressione dell’opera dello Spirito Santo.

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Gli interventi di Maria

Posté par atempodiblog le 11 mars 2026

Gli interventi di Maria
di San don Luigi Orione

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12 marzo, memoria liturgica di san Luigi Orione

“Opponiamo ai cannoni i ‘Rosari’ e mettiamo le mani giunte al posto di quelle che impugnano le armi che uccidono. La preghiera è sempre stata la forza dei deboli e la Chiesa ha vinto con essa le sue battaglie.

Sempre la Madonna fu invocata dai popoli e sempre accorse…

Quando sembrava che tutto fosse perduto e che il demonio, con i suoi satelliti, avesse la vittoria, c’è stato invece il trionfo di Dio, della religione, dei buoni attraverso gli speciali interventi di Maria. Anche nel campo delle battaglie morali, basti pensare a Lourdes ed a Fatima: la Madonna interviene e chiama a Dio le anime”.

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San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura
Tratto dal libro di san Giovanni Bosco: Vita di san Giuseppe, sposo di Maria Santissima, padre putativo di Gesù Cristo
Fonte: Informazione Cattolica

Novena a San Giuseppe dans Preghiere San-Giuseppe

“Nunc dimittis servum tuum Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum” (“Adesso lascia, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo secondo la tua parola: perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te”, LC. II,29).

L’ultimo momento era giunto, Giuseppe fece uno sforzo supremo per alzarsi e adorare Colui che gli uomini consideravano quale suo figlio, ma che Giuseppe conosceva per suo Signore e Dio. Egli voleva gettarsi ai suoi piedi e domandarGli la remissione dei suoi peccati. Ma Gesù non permise che egli s’inginocchiasse, e lo ricevette nelle sue braccia.
Così poggiando il venerando capo sul Divin petto di Gesù con le labbra vicino a quel cuore adorabile spirava Giuseppe, dando agli uomini un ultimo esempio di fede e di umiltà.
Era il diciannovesimo giorno di marzo, l’anno di Roma 777, il venticinquesimo dalla nascita del Salvatore.
Gesù e Maria piansero sulla fredda spoglia di Giuseppe, e fecero presso di lui la mesta veglia dei morti.
Gesù lavò egli stesso questo corpo verginale, gli chiuse gli occhi e gli incrociò le mani sul petto; poi lo benedisse per preservarlo dalla corruzione della tomba, e pose a sua custodia gli angeli del Paradiso.
I funerali del povero operaio furono modesti come modesta era stata tutta la sua vita. Ma se parvero tali in faccia alla terra ebbero per altro così grande onore che non vantarono certamente i più gloriosi imperatori del mondo, giacché ebbero presso l’augusta salma il Re e la Regina del Cielo Gesù e Maria.
Il corpo di Giuseppe fu deposto nel sepolcro dei suoi padri, nella valle di Giosafat, tra la montagna di Sion e quella degli Oliveti.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena a San Giuseppe (da recitarsi dal 10 al 18 marzo)

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Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli
Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo
Fonte: OPUS DEI

Festa della Donna

Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo.

C’è una donna, figlie mie, che amiamo tutti moltissimo, che è la Madre di Gesù, che è Madre nostra, Nostra Regina e Nostra Signora che quasi non appare nel Vangelo.

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli:

appare la Cananea con la sua ostinazione, appaiono Marta e Maria, che sanno accogliere il Signore, appare la madre di Giovanni e Giacomo, che come tutte le mamme, chiede il meglio per i suoi figli.

[...]

Ai piedi della Croce ci sono le donne.

Io vorrei dirvi che confido molto nelle donne, confido molto in voi. Ho un affetto enorme per le mie figlie.

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