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La solidarietà nazionale della Chiesa in Francia

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2016

La solidarietà nazionale della Chiesa in Francia
Il clero francese ha confermato ieri la sua nota vena patriottica, affrontando il dramma comune della strage di Nizza non solo con le armi della fede e della preghiera ma anche con le ragioni dell’identità nazionale e dell’unità inclusiva di fronte alla sfida del multiculturalismo. Capita così che le considerazioni sul 14 luglio s’intreccino a quelle sull’Anno della Misericordia
di Claudia Cirami – La Croce – Quotidiano

La solidarietà nazionale della Chiesa in Francia dans Articoli di Giornali e News Nizza_commemorazione_vittime_terrorismo

Preghiera, solidarietà e unità nazionale. Così la Chiesa di Francia ha reagito allo spaventoso attentato di Nizza, costato la vita ad 84 persone (anche se il bilancio appare ancora provvisorio) e causa di grandi sofferenze per diversi feriti, alcuni in gravi condizioni. Sebbene i festeggiamenti del 14 Luglio fossero un momento di rischio e l’allerta fosse ovunque elevata, tuttavia ogni volta la morte in Francia sembra colpire a tradimento, prendendo tutti alla sprovvista. Il male che s’abbatte all’improvviso appare sempre più organizzato, più efficiente di qualsiasi difesa. Di fronte a questo nuovo dolore che colpisce principalmente la Francia e, in questo paese, il mondo intero, occorre immediatamente una risposta efficace anche da parte della Chiesa, prima che abbiano il sopravvento sentimenti di rinnovate ostilità. Il primo a parlare, ieri, è stato il portavoce della Conferenza Episcopale Francese (CEF), Mr. Olivier Ribadeau Dumas, che su Twitter ha scritto: «La solidarietà nazionale sarà più forte del terrorismo. La nostra preghiera raggiunge tutte le vittime e i loro parenti». Successivamente, sempre nella stessa mattinata del 15 Luglio, la Conferenza dei vescovi di Francia ha emesso un comunicato in cui viene fatto presente che i vescovi francesi si associano «pienamente al dolore dei parenti e delle famiglie delle vittime». Sono inoltre assicurati pensieri e preghiere, e tutti i cattolici di Francia, su invito di Mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia e presidente della CEF, sono chiamati «a pregare specialmente per le vittime e i loro parenti durante la messa», che sarà celebrata Domenica 17 Luglio, nella cattedrale di Notre-Dame, nella capitale francese (officiata da Monsignor Denis Jachiet, vescovo ausiliare di Parigi).

Ancora una volta Messe e preghiere: la prima strada per uscire dall’incubo e aprire il cuore al perdono non può che passare necessariamente dal soccorso che viene dalla grazia di Dio. Il comunicato si ferma poi a commentare quello che è accaduto: «questa tragedia si aggiunge alla triste lista d’atti terroristici che gettano nel lutto» la Francia e «altri paesi nel mondo da molti mesi. Qualunque sia il motivo, questa barbarie è inaccettabile, intollerabile». Nonostante la sottolineatura dell’inaccettabilità del gesto, qui il comunicato sembra procedere in modo molto cauto, sena alcun riferimento al motivo degli attentati, perché i vescovi di Francia sanno bene che il paese della Torre Eiffel è ormai un luogo ad alto tasso di presenza di musulmani e nessuno di loro vuole aprire a conflitti religiosi, né infastidire gli islamici moderati e integrati. Così, il comunicato conclude: «Il nostro paese è stato ferito mentre viveva un momento d’unione nazionale. Più che mai, la solidarietà nazionale deve essere più forte del terrorismo». La richiesta è, dunque, quella non perdersi in mille divisioni di fronte ad un nemico che, probabilmente, opera in modo così efferato, non solo per scoraggiare, terrorizzare, ma anche per incutere divisione, e – di conseguenza – indebolire ancor di più. Sul momento di unità nazionale vissuto dall’intera Francia, certamente i vescovi, pur con qualche riserva, fanno riferimento ad una situazione accettata in buona parte. Dopo la nota dei Vescovi francesi, scritta per il bicentenario della Rivoluzione Francese, avvenuto nel 1989, che ricordava le prove vissute dalla Chiesa durante quel periodo storico, ma al tempo stesso l’importanza di tutto quello che la Rivoluzione Francese ha contribuito a sviluppare con i suoi principi, l’opera di pacificazione nazionale è andata avanti. Non è stato semplice: la Rivoluzione nel tempo ha diviso clero e fedeli. Ha straziato, ucciso, confiscato, ma è stata anche da alcuni cattolici approvata e – successivamente – già a partire dall’Ottocento, nonostante molti continuassero a mantenere un atteggiamento contrario, diversi, nel mondo cattolico, si sono interrogati su questo evento, così foriero di conseguenze nel bene e nel male. Così, ieri era gran pare della Francia che, in diverse città, si era riversata nelle strade per i festeggiamenti del 14 Luglio.

Così come è accaduto nel luogo dell’attentato. La voce del vescovo di Nizza ha ben evidenziato il momento drammatico vissuto dagli abitanti di Nizza e da coloro che si trovavano lì in vacanza o per lavoro. Mons. Merceau ha infatti usato il termine “sotto-choc” che riguarda sia famiglie e amici di chi ha perso la vita, che testimoni e personale che ha operato durante tutta la notte per venire in soccorso di chi era ferito, nascosto, terrorizzato. Il Vescovo ha usato un’espressione dolorosa come “scene insostenibili” e ha fatto riferimento all’attentato come ad un “atto inumano” che non si può comprendere. «Niente – ha affermato – può legittimare la follia assassina, la barbarie». Inoltre «Davanti ad un comportamento incomprensibile e folle, i perché non trovano risposta» ha poi aggiunto, chiedendosi se il cuore dell’uomo è fatto per amare o per uccidere. Ma la certezza non può che essere una sola, da parte del vescovo: «Questi momenti tragici non devono suscitare ripiegamento in se stessi, chiusura, discriminazione e io mi auguro che alle persone non rimanga la solitudine di un momento così terribile per le famiglie, per la gente in choc». E ha invitato a non aver paura di rivolgersi ai sacerdoti, a persone che possono aiutare a fare in modo che non venga tenuto dentro di sé quello che può trasformarsi in odio e in violenza. Il momento è indubbiamente tragico. La Chiesa di Francia sembra sentire forte la responsabilità di frenare sentimenti di odio e vendetta, pur condannando con fermezza l’inumanità di azioni come queste. Come già era accaduto il 13 Novembre dello scorso anno, quando la “mannaia” del terrorismo si era abbattuta sui luoghi del tempo libero e del divertimento, sale concerto, bar, ristoranti (lo stadio sfuggì per un soffio ad un’ulteriore carneficina), i terroristi – poco importa che si tratti di una cellula o di un lupo solitario – hanno scelto ancora una volta di colpire in un momento di svago, quando le difese si allentano, e infierire su vittime civili che nulla hanno a che fare con le responsabilità decisionali dei loro governi.

Non sarà semplice accettare che, ad esempio, secondo le testimonianze, l’attentatore si è diretto con il camion contro un chiosco che vendeva caramelle e ha preso in pieno bambini e genitori e nonni: di fronte a scene simili, è più facile che il cuore si chiuda in sentimenti di odio, piuttosto che aprirsi al perdono. Consapevole di questa possibile conseguenza, il vescovo di Nizza ha auspicato, ancora, una «vicinanza […] che porti sostegno e speranza » in tutti quei luoghi in cui gli abitanti di Nizza si incontrano per lavoro, nelle associazioni, nelle comunità cristiane. Il suo è un «messaggio di compassione, di consolazione. Non esitiamo a dirci ciò che ha ferito il nostro cuore». Come si vede, torna, ancora una volta, la richiesta di far uscire tutto il dolore, la sofferenza, la difficoltà di capire. Il passaggio è fondamentale: solo non tenendo tutto dentro, sarà possibile ricominciare a rivedere la luce e risentire la pace. Non ci sono alternative.

Il vescovo chiude poi con il riferimento all’Anno della Misericordia che «è un appello a cambiare i cuori. Attraverso la preghiera, andiamo verso Colui che è il maestro dell’Amore». Il riferimento a Cristo, nelle parole del vescovo di Nizza, è molto significativo: egli rimanda al sangue e l’acqua che sono colati dal suo costato trafitto, “fiumi d’amore”, così li definisce, e portare il “messaggio d’amore” è il compito che dà ai cristiani, ai cattolici. Così conclude: «Alcuni fratelli sono nel bisogno. Noi abbiamo bisogno. La nostra società ha bisogno. Questi momenti tragici sono lontani dal farci chiudere, lontani da fare di noi ciò che quell’uomo ha voluto fare. Portate con voi un messaggio che dica la forza del cuore dell’uomo. La morte non avrà l’ultima parola». Se l’atto è inumano, colpisce che il terrorista viene chiamato “uomo”.

Vedere l’umanità anche dove il mondo non riesce più a scorgerla è il compito dei cristiani. Anche altri vescovi francesi hanno fatto sentire la propria voce in questo momento così triste per il popolo di Francia, ma anche per altre nazioni, dato che è ormai certo che tra le vittime e i feriti di questo nuovo atto di barbarie ci sono uomini e donne (e probabilmente bambini) di diversa nazionalità. Mons. Marc Aillet, vescovo de Bayonne, ha scritto su Twitter «Costernazione e preghiera per le vittime dell’attentato di Nizza. È urgente pregare per la Francia». Cita invece Paolo VI e il suo “mai più la guerra” il vescovo di Fréjus-Toulon, monsignor Dominique Rey. Esprime la sua vicinanza a tutti coloro che erano nella Promenade des Anglais – il luogo dove è avvenuto l’attentato – l’arcivescovo di Avignone, mons. Jean-Pierre Cattenoz, commentando che «ancora una volta ci troviamo ad affrontare l’orrore assoluto». Due volte, nel suo intervento, compare il termine “orrore”: segno che la Francia è di nuovo travolta da una fortissima onda emotiva, dovuta ad un fatto che per molti appare inspiegabile, perché le procedure di sicurezza, dopo gli attentati del 13 Novembre, avrebbero dovuto scongiurare una simile carneficina. Lo sgomento dei vescovi esprime perfettamente lo stato d’animo dei francesi. Il vescovo d’Evry, Mons. Michel Dubost, si è, invece, interrogato sul significato di “fraternità”, su cosa voglia dire e se è un concetto inclusivo o limitato a quelli che vivono insieme a noi. Non è un tema peregrino: la strada per un progressivo superamento di odi e vendette sembra una soltanto. Riconoscere che l’altro – pur nella sua diversità e nella sua peculiarità – è mio fratello serve per una buona integrazione, coinvolgendo sia chi ospita che chi viene ospitato.

I vescovi francesi, dunque, sembrano consapevoli che occorre lavorare ancora tanto per scongiurare tragedie come quella di Nizza. I tempi sono complessi, è necessario che ognuno si impegni a ricercare le radici del concetto di fraternità, ad interiorizzarlo, una volta trovate, e a incarnarlo quotidianamente. Perché il male non abbia il sopravvento. Nel sito La Croix, leggiamo che Mgr Dominique Lebrun, arcivescovo di Rouen, ha invece invitato i fedeli della sua diocesi a partecipare ad un messa sabato 16 Luglio nella basilica di NotreDame de Bonsecours. «Più che mai, è necessario costruire una civiltà dell’amore. Chi meglio di Gesù può insegnare e mostrarci la via?», si è chiesto. Sempre sullo stesso sito, leggiamo parte del messaggio che il segretario di Stato della Santa Sede, card. Pietro Parolin, ha inviato al vescovo di Nizza. Secondo questo messaggio, Papa Francesco «affida alla misericordia di Dio le persone che hanno perso la vita e si associa vivamente al dolore delle famiglie colpite dal lutto. Esprime la sua solidarietà alle persone ferite, così come a tutti quelli che hanno contribuito ai soccorsi, domandando al Signore di sostenere ciascuno in questa prova. Implorando da Dio il dono della pace e della concordia, invoca sulle famiglie provate e su tutti i francesi il beneficio delle Benedizioni divine». La Chiesa Francese, sostenuta da tutta la cattolicità, avrà di nuovo un compito difficile: riconciliare, invitare al perdono, costruire l’amore. In questo, tuttavia, non è sola: Cristo, che non ama perdere tempo, si è già messo all’opera.

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Benigni, tra scivoloni e cose belle

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2014

Benigni, tra scivoloni e cose belle
I 10 Comandamenti di Benigni, Parte 2: Promossa, o no?
Fonte: Cattonerd
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Benigni, tra scivoloni e cose belle dans Articoli di Giornali e News 2j5j9u0

Roberto tocca note altissime, ma alle volte stecca. Eppure…

È andata in onda ieri sera l’ultima puntata della serie “I Dieci Comandamenti” di Benigni. Se volete sapere cosa ne pensiamo della prima parte, c’è un articolo pronto per voi: I 10 Comandamenti di Benigni – Prima Parte: Promossa ma…

Noi cattolici sapevamo che, nonostante qualche frecciatina contro Santa Romana Chiesa già scoccata nella prima puntata, nella seconda parte ne avremmo potute sentire di cotte e di crude, e purtroppo così è stato. Devo ammettere che, arrivati al VI Comandamento, dentro di me ci sia stato un flusso anomalo di sangue verso il cervello. Già… ma poi, a mente lucida e dirigendo il suddetto sangue verso il cuore, mi sono preparato a scrivere quanto tra poco leggerete.   

Premessa per i cattolici

Immaginatemi in ginocchio, con le mani giunte, e con gli occhi a-là gatto con gli stivali di Shrek. Vi chiedo con tutto il cuore di leggere questo articolo mandando giù quel groppo che avete in gola. Ce l’ho avuto pure io – ve lo assicuro – ma prestatemi orecchio (gli occhi in questo caso) accantonando rabbia e giudizi già formulati.

So benissimo che le accuse fatte alla Chiesa, arrivate al VI Comandamento, sono molto gravi. So benissimo che la Chiesa non ha mai detto, al contrario di quanto dice Benigni, che il sesso fa schifo, né tantomeno ce l’ha con la donna o con il piacere. Ne parlerò più avanti, ma vi chiedo per il momento di chiudere un occhio, forse anche tutti e due, e di lasciare aperti quelli di Dio.

C’è un dettaglio molto importante che dovete sapere; la lettura che Benigni fa ne “I 10 Comandamenti”, in realtà non è cattolica, ma ebraica! Questo spiega come mai, secondo lui, alcuni Comandamenti sarebbero stati “manomessi” dalla Chiesa! Quello che manca in realtà a Roberto, dal nostro punto di vista cristiano, è il compimento degli stessi Comandamenti, ovvero Gesù Cristo. Per Benigni infatti Gesù sembra una semplice postilla, un altro profeta che non fa altro che aggiungere un nuovo Comandamento “più bello e alto degli altri“ (ovvero Luca 10,27). Ma questo, per noi, è limitativo. Cristo non è venuto solo a rendere “gli altri Comandamenti un commento all’ultimo” ma a portare le Parole del Padre ad un livello ancora più alto. Una cosa è mangiare un ottimo piatto con la degustazione di un vino che ne esalta i sapori. Altro è mangiare quello stesso piatto e, una volta finito, bere quel vino a parte. Non funziona allo stesso modo, se ne perde la vera efficacia.

È un errore imperdonabile questo? Riflettendoci… no. Calmi, mi spiego subito.

Noi sappiamo, e nelle discussioni con la gente che si improvvisa teologa lo ribadiamo spesso, che i versetti della Bibbia necessitano di essere contestualizzati. Bene, allora…  

Contestualizziamo il programma

In che epoca è stato trasmesso lo spettacolo? La Bibbia narra la storia di pedagogia che Dio applica ad un popolo che si è allontanato da Lui. Narra dei metodi utilizzati per insegnargli a fare i primi i passi fino a camminare verso il Cielo. Anche le leggi di Dio variano in base alla maturità del popolo che ha davanti (e questo è un parallelo con il nostro percorso di Fede). A riprova di quanto appena affermato, Gesù in persona afferma che alcune leggi erano state dettate in un determinato modo solo perché il popolo aveva ancora un cuore di pietra (Matteo 19,8). Insomma, tornando a noi, in questa nostra epoca del “Dio assente”, del moltiplicarsi degli idoli, di una nuova schiavitù d’Egitto, forse è proprio il caso di riavvicinare le persone al Padre ripartendo dalla pedagogia divina dell’epoca che più assomiglia alla nostra.

Vi ho convinti? Lo spero, ma nel caso non fosse così, almeno prego che abbiate capito che non la sto buttando sul chissenefrega, ma su qualcosa di concreto da cui ripartire.  

Partiamo dagli scivoloni

Piccola frecciatina sul Comandamento “Non Uccidere”: Roberto cede alla fine nell’ammettere che è legittima l’autodifesa, come le guerre di liberazione. E allora perché se la prende tanto con le crociate?

Sul VI Comandamento purtroppo Benigni ne spara di grosse. Arriva ad affermare che la Chiesa si è inventata cose che nella Bibbia non ci sono. Cita due peccati in particolare: la masturbazione e i pensieri erotici.

Come ogni buon cattolico dovrebbe fare, parto da un mea culpa. È vero che da un punto di vista pastorale la Chiesa non sempre è stata all’altezza della situazione per quel che riguardava il sesso. Se nei secoli più addietro, a dirla tutta, era all’avanguardia (checché se ne dica), il patatrac è avvenuto dall’esplosione del libertinismo in poi passando per la rivoluzione sessuale (ma ci stiamo riprendendo eh!). A livello di catechismo insegnato, ci siamo chiusi sulla difensiva e sulla prevenzione. Abbiamo messo, come si suol dire “il carro davanti ai buoi”. Da una parte però, capisco l’apprensione. Quando si ha un fuocherello davanti, si ha tutto il tempo di insegnare tranquillamente al bambino perché è meglio non toccare la fiamma, poiché il massimo che gli può succedere è di scottarsi lievemente. Quando invece intorno hai un incendio, non puoi far altro che correre a bloccarlo. Ti preoccuperai solo dopo, quando lo avrai messo in salvo, di spiegargli il perché dell’imposizione. Con il sesso abbiamo un po’ fatto così. Prima si è cercato di bloccarlo senza dare grosse spiegazioni, nella speranza che i ragazzi e le ragazze non si facessero del male “giocando”, e siamo rimasti fermi nella ancor più vana speranza che i pargoli, finita l’adolescenza, tornassero a farsi spiegare da catechesi per adulti il perché di tale blocco. Insomma, la nomea di “repressi”, per quanto ingiusta, ha qualche fondamento. Se non ammettiamo questo ci chiudiamo al dialogo e quindi alle possibili chiarificazioni!

Ma davvero la Chiesa si è inventata “gli atti impuri”? Ovviamente no. In questo frangente Benigni dimostra che le sue “ricerche” sulla Bibbia fanno acqua da tutte le parti. Prova lampante è che, sia nell’anteprima dello spettacolo della prima puntata che durante questa seconda puntata, affermi di conoscere benissimo “la pagina” di una frase nella Bibbia… anche un ragazzino del catechismo sa che la Bibbia è suddivisa in versetti e che il numero delle pagine non ha alcun valore! Le ha fatte veramente queste ricerche o il testo, che anche lui afferma non essere suo, era un po’ pilotato da altri? A voi la sentenza!

Ma torniamo al comandamento: Disperdere il seme era già considerato sbagliato nell’Antico Testamento, ma Gesù, che non si cura dei principi moralistici, mostra la via di nobiltà più alta e di libertà totale dell’uomo. “Non commettere atti impuri” infatti è stato messo per riassumere il vero senso del Comandamento “Non commettere adulterio”, che è molto più ampio di quello che racconta Roberto: È il Comandamento che non parla solo della fedeltà, ma anche delle purezza di cuore! (Matteo 5,28)

Insomma, Benigni afferma una aspetto giustissimo all’inizio, ovvero che questo Comandamento nel tempo si è allargato. Ecco! Bravo… solo che si è allargato più di quanto Roberto abbia capito… ma forse è giusto così, forse il pubblico non è ancora pronto per il passo successivo. In fondo, bisogna dargliene atto, è stato il primo che in TV, da chissà quanti anni ed in prima serata, ha detto “Che è vietato fare sesso fuori dal matrimonio” (che poi è la famosa fornicazione), e non tanto per la morale, ma per un principio di responsabilità, fedeltà e amore, qualità che per loro essenza devono essere per sempre! La vera castrazione non è nel rimandare il sesso, ma nella sessualità che non si vuole donare completamente. Scusate se non è tutto, ma non è neanche poco!

Leggete poi la stupenda citazione che Benigni estrapola dal Talmud:

“A una donna che si ama si perdonano persino le corna. A una donna che non si ama più non si perdona nemmeno una minestra salata. State molto attenti a non far piangere una donna: poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai suoi piedi perché debba essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata.”

Questo stesso passaggio fu ripreso anche da San Tommaso d’Aquino, che lo ha quindi perpetuato come pilastro della fede cattolica. La donna per il cristianesimo è qualcosa di più nobile di quanto non fosse nell’ebraismo, questo grazie a Maria, colei che riscattò Eva, e che venne (secondo la tradizione cattolica) incoronata Regina dei Cieli. Non vado oltre perché delle accuse di misogina ne abbiamo già parlato nell’articolo su DOGMA.  

Torniamo alle cose belle

Come abbiamo già detto, a Roberto Benigni con i suoi “I 10 comandamenti” va riconosciuto il coraggio di portare in TV valori che oramai si sono persi nel vento. Onestà, fedeltà, castità (sì la prende in giro ma poi fa marcia indietro), famiglia, figli… e la coscienza!!! Ma soprattutto il dominio di sé sopra agli istinti e ai desideri perversi.

Vi sembra roba da niente?

Siamo bombardati da messaggi che stimolano i nostri appetiti e il nostro egoismo. Viviamo in una cultura edonistica che vuole l’uomo schiavo dei suoi più bassi istinti perché colui che insegue le sue voglie è facile da governare come un somaro che insegue la carota del cocchiere! E in quest’epoca che cosa ti va a dire Benigni davanti a milioni di spettatori? Che la felicità ce l’abbiamo già – va solo trovata – e non è nel prendere o nell’appagare i nostri capricci, ma nel donarsi e nell’amare il prossimo. E chi gliel’ha detto? Non qualche santone newage o un filosofo umanista, ma Dio!

Come non commuoversi quando ci ricorda una particolarità bellissima dei Dieci comandamenti, ovvero che iniziano con “Io Sono…”, e finiscono con “… il tuo prossimo”. Spiegatemi come può non sussultarvi il cuore (nonostante gli insulti) nell’udire questa Verità, sapendo per giunta che è stata urlata a tutta la nazione! Verità che ricorda questo passo del Nuovo Testamento:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. (1Giovanni 4,20).

Applausi, davvero, sinceri.

Accantoniamo (anche se mi piange il cuore dirlo) i suoi attacchi alla Chiesa. Mi disse una volta un saggio prete che a difenderLa ci pensa Dio, mentre a noi spetta il compito di curarci del prossimo. E chi lo sa… forse il nostro prossimo, che ha seguito la trasmissione, da ieri sera è un po’ più vicino a Dio. Del resto, ricordiamocelo, a distruggere Santa Romana Chiesa ci hanno provato imperi, dittature e lobby, ma tutti hanno fallito (ce lo aveva promesso Gesù no? Matteo 16,18). Le battute e gli strafalcioni di Roberto non la scalfiranno, ma il resto del programma, se lo aiutiamo con un po’ di Carità cristiana e il perdono, potrebbe portare buoni frutti… perché no?  

Conclusione

Con i suoi “I 10 Comandamenti” Benigni fa un miracolo nonostante i soliti scivoloni che avremmo preferito evitasse… ricordiamoci del resto che Mosè non solo era balbuziente, ma di errori ne ha commessi un bel po’, e nonostante tutto è riuscito a portare il suo popolo verso la Terra Promessa. Come ha fatto? Con l’aiuto di Dio ovviamente.

Quello che manca di più nella sua trasmissione, quasi sicuramente, è stato proprio il non ricordare al suo pubblico che Dio non ci abbandona con delle buone regole da seguire. Non ci ha dato il libretto delle istruzioni per poi andarsene in vacanza. Non è stoicismo né moralismo. È Amore quello che ci indica, e poiché ci ama ci segue e ci sorregge!

Purtroppo (o per fortuna se avete letto la premessa), la sua interpretazione dei Dieci Comandamenti è limitata alla lettura ebraica (in versione comunque tagliuzzata e con qualche aggiunta di cristianesimo). È quindi manchevole della Provvidenza, dello Spirito Santo e della Misericordia Divina. Lo dimostra Beningi quando afferma che la frase più assurda mai pronunciata dal Figlio di Dio, “Ama il tuo nemico”, è troppo alta per noi. Certo che lo è mio caro Roberto, ma noi non siamo soli e non siamo lasciati a noi stessi! Con l’aiuto di Dio ci possiamo arrivare insieme, e da lassù, te lo possiamo assicurare, la vista è ancora più entusiasmante di quella che già vedi!

Benigni chiude lo spettacolo con una poesia che domanda “Che cosa c’è di buono in tutto questo?”. Io rispondo che (forse) Roberto, in questo potente spettacolo che continua, ha contribuito con un suo verso, e che spero che non sia l’ultimo per lui e per il suo pubblico; perché i Dieci comandamenti (quelli cristiani) hanno ancora tanto da insegnare, da mostrare e da illuminare.

Invito tutti ( che il mio articolo vi abbia convinti o meno) a pregare per il percorso di Fede di Roberto Benigni e per quello dei suoi fan.  

Un ultimo consiglio

Per chiunque abbia sentito dentro di sé che c’è del vero nei Comandamenti di Roberto, rinnovo il mio invito a fare un passo ulteriore in questo cammino di scoperta, andando a seguire i percorsi delle 10 parole più vicini a casa vostra.

P.S. La questione dei 4 milioni di cachet per Benigni è una bufala. Non cadete nei tranelli di chi vuole distrarvi.

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Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2014

Il gesuita Sonnet
Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio
Roberto I. Zanini – Avvenire
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio dans Articoli di Giornali e News 2vjsaax
“Lasciate che i bambini vengano a me” di Fritz von Uhde (1884)

Da una parte ci sono gli idoli che costruiamo  a nostra immagine, che pretendiamo  e nei quali ci riflettiamo egoisticamente  come in uno specchio; dall’altra ci sono i  figli, che sono un dono, sono altro da noi  e proprio per questo ci stupiscono e ci  mettono alla prova con le loro azioni, con le loro domande. E dopo aver acquisito questa disposizione  ad accogliere e a stupirsi (per nulla scontata), è al momento delle domande che i genitori mostrano davvero  la loro capacità di essere padri e madri: sulle loro risposte,  infatti, i figli costruiranno il racconto della loro vita.  Perché è il racconto che ci insegna a vivere. Perché il racconto di quelle risposte si inserirà nel racconto della vita del figlio (della nostra vita). Perché… Perché il racconto è la forma pedagogica con la quale Dio ci indica la strada  della fede; con la quale Gesù ci mostra la realtà del Regno.  «Perché i figli (ciò che siamo stati capaci di accogliere come dono) sono il racconto della  nostra vita; e il figlio, come fu per Abramo, per Isacco, per Elisabetta e per Maria, è colui attraverso il quale Dio visita la nostra storia».

Padre Jean Pierre Sonnet è un gesuita francese,  teologo, scrittore e poeta. Insegna Esegesi dell’Antico testamento alla Gregoriana. il suo ultimo libro Generare è narrare (Vita e pensiero,  pp. 166, euro 16) – che viene presentato dall’autore  e da Silvano Petrosino giovedì 11 dicembre  alle ore 16 alla Libreria della Cattolica in Largo Gemelli 1 a Milano – è un viaggio affascinante  nell’arte del generare alla fede attraverso  la narrazione. «E i veri maestri in questo  non possono che essere i genitori. Io appartengo a un ordine religioso al quale per secoli le famiglie hanno affidato  i figli affinché fossero educati alla fede. Oggi credo  sia giunto il tempo di riaffidare i figli ai genitori aiutandoli  nel difficile compito di indicare la strada di Dio. I genitori, soprattutto oggi, sono gli unici a poterlo fare. E il racconto resta una strada privilegiata di educazione».

Nonostante l’attuale crisi del rapporto fra le generazioni?
«La nostra è una cultura in cui ogni generazione deve reinventarsi al ritmo delle nuove tecniche. Non è più il padre che trasmette le conoscenze al figlio: anzi, fa persino  la figura dell’incapace. Ma di cosa si ricorderanno un giorno i figli divenuti adulti? Non credo della penultima  versione dell’iPhone, ma della voce della mamma.
Così come non dimentico mia mamma che cantava canzoncine  con delle storie bibliche. Una sulla storia di Zaccheo  la ricordo molto bene… e io che giravo intorno al tavolo in cucina…».

Perché lo ricorda così bene?

«Perché le storie raccontate dai genitori si legano ai ricordi  della vita. E quelle storie hanno una loro storia nella  nostra vita: rilette a varie età mostrano contenuti sempre  diversi. Per questo i genitori devono cominciare da subito a raccontare. Il racconto è un po’ come un’opera di artigianato che si trasmette di padre in figlio: ci lavora  il padre e poi ci lavorano i figli e spesso anche i figli dei figli».

Tanti genitori oggi non raccontano e non saprebbero nemmeno cosa raccontare.

«Da giovane prete, in Francia, mi capitava di passare ore  in confessionale e spesso per penitenza invitavo a raccontare  una storia biblica ai figli o ai nipoti. Una donna anziana un giorno mi rispose: ‘Padre, non sarebbe meglio un rosario?’. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quell’alleanza speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche Papa Francesco  ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa.  Nella dedica che ho fatto nella copia di questo libro che ho inviato a Francesco ho scritto: ‘A Papa Francesco che ci ha raccontato di come nonna Rosa gli raccontava’.  Ecco, i nonni hanno un dono speciale. E se, come i genitori, hanno paura di raccontare, credo che nostro compito, il compito della Chiesa, sia di incoraggiarli, di confermarli in questa loro funzione essenziale: ‘Quando  tuo figlio domani ti chiederà perché? Tu gli risponderai:  Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…’  (Es 13, 14). Quando Dio si rivela a Mosè nel roveto  ardente (Es 3, 6) gli dice: ‘Io sono il Dio di tuo padre.
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’,  e in Dt 26, 5 Dio insegna a raccontare: ‘Mio padre era un arameo errante…’. Insomma, le generazioni sono  direttamente implicate nella trasmissione del mistero e della fede».

Legandolo alla famiglia, lei scrive che il racconto è ospitale come una casa.
«Noi abitiamo le storie come una casa nella quale col tempo cambiamo l’arredamento: nella casa c’è posto per tutti, così come del racconto c’è una versione adatta a ciascuno. Le parabole che raccontava Gesù hanno vari  livelli di comprensione e ognuno trova il suo. Il racconto  è una dimensione che non esclude e che tutti possono approfondire. Il racconto aggrega. Pensi alle storie che, soprattutto una volta, nelle case si narravano  sugli antenati: ti facevano sentire parte di una storia, di una famiglia».

Un cristiano non può fare a meno di raccontare?

«Il nucleo della nostra fede è narrativo. Gli ebrei raccontano:  ‘Eravamo schiavi e Dio ci ha liberati…’.  Per noi cristiani ‘il Signore Gesù alla vigilia  della sua morte prese il pane…’, oppure: ‘Il  Signore Gesù ci ha liberati dalla morte…’. Storie  del passato, ma strettamente legate alla  vita di oggi. Tocca a noi continuare a renderle  vive. Il Salmo 78 ci invita: ‘Ciò che abbiamo  udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno  raccontato non lo terremo nascosto ai nostri  figli…’. E i bambini sono affascinati dal  passato, soprattutto se è possibile riviverlo per il presente».

Lo dicevamo all’inizio: in tante famiglie non si raccontano nemmeno più le favole… E poi qual è il momento per raccontare?
«Io sono un prete, non ho figli, ma ho 18 nipoti e seguo tante famiglie. La mia esperienza mi dice che bisogna sfruttare il sacro momento in cui il bambino si corica, non ha più la tv e i videogiochi. C’è il libricino illustrato e la voce della mamma, del papà, dei nonni. Perché in quel momento non raccontare storie bibliche? Ce n’è una per ogni situazione. Ma si può raccontare anche in vacanza, durante una gita, camminando insieme. Del resto l’elaborazione  del racconto apre a un cammino interiore e la Bibbia è densa di personaggi che raccontano e camminano.  Gesù è un grande camminatore e un grande narratore.  Spero davvero che il Sinodo sulla famiglia proponga  strade e offra consigli a questo riguardo: questa è la chiesa domestica».

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Una passeggiata a Bruges (o Brugge)

Posté par atempodiblog le 18 septembre 2014

Una passeggiata a Bruges (o Brugge)
di Ferny Forner – DOVE. Corriere della Sera

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Viaggio fai da te, organizzato tutto su internet: Parteza 12 Maggio 2011, Tgv Parigi Gare du Nord-Bruxelles Midi a/r 50 euro p.p; treno IC Bruxelles Midi-Bruges a/r 5,20 euro p.p. Io e Rita eravamo in vacanza a Parigi e abbiamo deciso di andare a Bruges, partenza alla 7 del 12 Maggio, poi con il bus 11 in centro città, sappiamo che i luoghi da visitare sono entro un raggio di 15-20 minuti a piedi.

Arriviamo alle 10, non c’è ancora molta gente nelle strade, ne approfittiamo per passeggiare lungo le caratteristiche vie e piazze non ancora affollate e fare un’escursione in barca. Passiamo tra edifici di architettura rinascimentale e nordica, alti e stretti, con facciate a cuspide e frontoni a gradoni, tipo Amsterdam per intenderci, i canali si attraversano su ponti in pietra a forma di schiena d’asino, in barca occorre spesso abbassare la testa per passare, angoli imprevisti e suggestivi di una città che ha conservato molti elementi dei secoli XIV e XV, quindi del tardo gotico e del rinascimento, soprattutto, vedendola dalla barca sembra che il tempo a Bruges si sia fermato.

La bella giornata di sole (ma spira un venticello freddo) ne mette in risalto i colori, sembra di essere dentro una cartolina illustrata, i canali scorrono tra gli edifici che si susseguono senza spazi, con le facciate che si riflettono nell’acqua, numerosa la presenza dei cigni, che oltre a contribuire al panorama costruiscono la memoria storica della città.

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A Bruges programmare un tour in barca è indispensabile per avere un’idea precisa della città ma anche per vedere angoli panoramici non visibili altrimenti. Naturalmente nel tour a piedi abbiamo visitato anche la Bruges dei musei e dei monumenti.

Il Markt e il Burg, costituiscono il centro storico, sono piazze grandi, vivaci e affollate, carrozze a cavalli, tante bici,  edifici in mattoni rossi, su tutti campeggia il Beffroi, una torre alta circa 80 metri, in passato torre militare, ora è praticamente un belvedere (ingresso a pagamento, 360 scalini, no ascensore), notevoli il Palazzo delle Halles, l’Hotel de Ville, l’Antico Notariato civile, il Palazzo della Provincia, per citarne alcuni, in particolare l’Hotel de Ville in stile gotico del 1400, un elegante palazzo decorato con statue, gli originali furono distrutti dai rivoluzionari francesi, alcune erano state dipinte dal grande Van Eyck.

Nel Burg visitiamo la basilica del Santo Sangue, dove sono venerate alcune gocce del sangue di Cristo, facciata gotica, composta di due chiese sovrapposte, quella in basso (era chiusa), l’altra in tardo gotico, con un interno in stile barocco, interessanti vetrate (copie anche queste); era giorno di venerazione un anziano sacerdote seduto all’altare tiene la reliquia con due mani e i fedeli in fila vanno a turno a stringere l’ampolla e recitare una preghiera.

La Chiesa di Notre Dame, con un campanile alto più di 120 metri passando sul ponte a dorso d’asino di S. Bonifacio, che è uno dei luoghi preferiti dai turisti per farsi immortalare con le foto. All’interno della chiesa, il gruppo della Vergine con Bambino, opera di Michelangelo, la scultura in marmo bianco raffigura la Vergine seduta con un aspetto giovane e sereno che regge il Bambino, l’interno della chiesa è prevalentemente barocco, lungo le pareti opere di fiamminghi primitivi, volendo si può visitare il coro con i monumenti funerari (a pagamento 1 euro).

Museo Groeninge sono esposte opere di pittori fiamminghi del XV secolo, tra i quali Memling, Van Eyck, Provost (no foto).

Ospedale San Giovanni (edificio del XII secolo), uno dei più antichi ospedali, un lato è lambito dai canali, sono esposti in un grande salone antichi strumenti chirurgici e opere di pitori fiamminghi, all’interno il museo dedicato a Memling con solo 6 opere, fantastico il Cofanetto di S. Orsola, a forma di piccola cappella, con le pareti dipinte con scene in miniatura, vale da sola la visita (no foto).

Usciamo dal museo, ultima passeggiata in questa città gioiello per rivedere il Minnewater, un piccolo lago e il Beghinaggio (XIII secolo) che avevamo visto dalla barca, poi stremati alla stazione per tornare a Parigi dopo aver girato a piedi per quasi sette ore, salvo uno spuntino nella piazza del Burg, che preferiamo non ricordare.

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“Nemici interni” e cattolici da reality show, il Papa va giù duro

Posté par atempodiblog le 29 août 2014

“Nemici interni” e cattolici da reality show, il Papa va giù duro
di Cristiana Caricato – Il Sussidiario.net

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Siamo alla fine di un’estate che non è mai decollata, pronti a sequestrare un raggio di sole smarcato da nuvole e fulmini. Inseguiamo uno scorcio di bel tempo, da riempire con oziosi e inutili pensieri. Vogliamo una vacanza vera, quella con il caldo opprimente che ti frigge il cervello e ti impedisce qualsiasi attività intellettuale degna di rispetto. Eppure c’è chi ci dà il tormento. Chi insinua nel nostro meritato scampolo di agosto senza pioggia il tarlo che rosicchia il cassetto dove abbiamo temporaneamente riposto la coscienza.

È sempre lui, Francesco, il Papa che le vacanze le fa nell’habitat naturale (nel linguaggio bergogliano si traduce con “casa propria”), dormendo, pregando e dormendo, cercando di recuperare forze spese, in maniera apparentemente dissennata, in un ministero che non conosce misure. Ancora una volta il pontefice argentino invece di scivolare via tranquillo nell’ultima udienza generale d’agosto, con una catechesi senza scosse, ha picchiato giù duro. Ancora una volta aveva in mente la sua Chiesa, la Chiesa di Cristo, Una e Santa, che “prende origine dal Dio Trinità”, mistero di comunione, la Chiesa fondata su Gesù. Ancora una volta ha raccontato e testimoniato un Dio che non abbandona mai, che non lascia soli, che cammina con gli uomini per capirli e consolarli. Ancora una volta insomma ha fatto il parroco di campagna: si accorge che le cose non vanno tanto bene e dà a tutti una bella ripassata.

A cosa e chi pensava Bergoglio quando ha parlato dei peccati contro l’unità? Certo non solo alle infinite ramificazioni cristiane, a quel corpo lacerato nei secoli da dispute e ripicche teologiche, anatemi e scismi, ambizioni e scalate al potere. Lo ha detto lui stesso. Volava molto più basso e quindi, decisamente, più in profondità. Pensava ai “peccati parrocchiali”. Non una nuova categoria di infrazioni morali, tipo non far tintinnare il giusto euro nella cassetta delle candele elettriche o far squillare il telefonino con l’ultimo tormentone estivo durante la consacrazione, o ancora mettere le scarpe infangate sopra l’inginocchiatoio in similpelle.

No, qui si tratta di veri e proprio peccati contro l’unità e la santità della Chiesa. Ieri mattina il Papa pensava al luogo di condivisione e comunione che dovrebbe essere una parrocchia, trascinato nelle beghe da soap opera da fedeli infarciti di sentimentalismi e reazioni da reality show. C’è chi ci ha già pensato a raccontare il microcosmo sacro attraverso le telecamente perennemente “on”. Segno che evidentemente non si smette di essere uomini, quindi limitati, miseri, peccatori solo oltrepassando il portico di un tempio o accendendo qualche candela. Anzi esperto in vita e umanità, papa Bergoglio ha fotografato certi interni ecclesiastici, dove il parroco viene strattonato da beghine, perpetue e sacrestani (o la versione più moderna e stilosa di costoro), e dove certi consigli pastorali diventano disfide all’arma bianca, occasioni per risse e contese ad alto rischio.

Il Papa ha raccontato le parrocchie in cui molti di noi hanno messo piede (e spesso abbandonato di corsa): ring in cui si coltivano invidie, gelosie e antipatie, vasche di allevamento per fedeli spennati da chiacchiere e giudizi da bar. Insomma non proprio luoghi edificanti. Qualcuno potrebbe sbuffare, lamentando una certa tendenza all’esagerazione e all’iperbole. In realtà basta dare un’occhiata alle nostre comunità per riconoscere alcune nevrastenie clericali. Anche nelle parrocchie si punta ai primi posti, al mettere al centro se stessi o la propria particolarissima visione ecclesiale, si cercano spazi per gratificare la propria ambizione e imporre idee o ideologie, obiettivi facili su cui scaricare le proprie insoddisfazioni. Si giudica e spesso senza appello.

Papa Francesco ha invitato ad un esame di coscienza, ricordando che proprio la divisione è uno dei peccati più gravi per quel popolo per cui Cristo sulla croce ha offerto la sua sofferenza.

Insomma che posto occupa nella nostra fede quel “che siano una cosa sola” di evangelica memoria? Non bisogna chiederselo una settimana l’anno, quando si prega insieme ai fratelli separati di altre confessioni cristiane, ma tutti i giorni quando si passa dagli uffici parrocchiali e si evita la catechista molesta, il responsabile degli scout con cui si è discusso per le date delle prime comunioni o le signore del rosario che passano ai raggi x chiunque capiti nel loro raggio visivo (mi sono sempre chiesta come fanno a non perdere il ritmo delle Avemaria e allo stesso tempo non perdere un colpo su chi entra ed esce, sulle mise indossate e sul tempo di permanenza nell’ufficio del parroco). Stiamo attenti, non sono quisquilie, c’è di mezzo il diavolo. Sempre Bergoglio ha ricordato che è nella natura del maligno separare, rovinare i rapporti, insinuare pregiudizi. E pare si diverta molto quando riesce a farlo proprio tra il gregge del Buon Pastore. Le nostre chiese dovrebbero essere il luogo dove crescere nella capacità di accogliere, perdonare e volersi bene. Questo ha chiesto il Papa. Nulla di più o di meno che la santità. “Una chiesa che si riconosce ad immagine di Dio, ricolma di Misericordia e Grazia”.

Eppure spesso sembrano le succursali delle riunioni di condominio. Potrei raccontare della suorina che mi ha redarguito in fila per la comunione perché avevo una spalla scoperta. Mi ha dato un’occhiataccia che mi porterà ad indossare la versione cattolica del burka vita natural durante. Ma non sarei abbastanza sincera se non ricordassi anche le tante, troppe volte, che ho dato, insieme ad amici di fede, giudizi affrettati su altri cristiani, magari attratti, cresciuti e pasciuti in carismi lontani da quello che mi ha afferrato. Credo sia utile ciò che sta facendo Francesco: scortica la nostra appartenenza ecclesiale, purifica il nostro vivere da cristiani, cerca la verità e l’autenticità del credere. Vuole una conversione quotidiana e ci accompagna nel lavoro da fare. Bisogna solo dargli retta.

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Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita

Posté par atempodiblog le 2 novembre 2013

La forza dell’amore
Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita
di Giorgio Paolucci – Avvenire

Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita dans Riflessioni t728In una società in cui la morte è argomento tabù perché non si riconosce più il significato della vita, accadono fatti che si portano dentro un carico di umanità così forte che è sufficiente guardarli per “capire”. Bisogna solo lasciarsi colpire dalla testimonianza che ne sgorga. Basta guardare, basta ascoltare. È tutta da guardare, è tutta da ascoltare la storia di Francesca Pedrazzini, che ha attraversato il mare di una malattia senza scampo con la certezza che Dio continuava a starle accanto. E vivendo così fino all’ultimo respiro, ha lasciato un segno incancellabile nel cuore di tante persone che l’hanno accompagnata nel suo calvario.

Una bella famiglia, la sua. Insegnante di diritto in una scuola superiore di Milano, sposata con Vincenzo, avvocato, tre figli, grintosa e appassionata sul lavoro e con gli amici, un amore speciale per il mare della Grecia. Una vita costellata di superlativi assoluti. Tutto “issimo”: la pizza buonissima, la persona incontrata simpaticissima, e che spesso diventava amicissima. Cercava la felicità ovunque, e se in una cosa ne percepiva anche solo un barlume, quella cosa diventata “issima”.

Un giorno di febbraio del 2011, mentre si toglie il maglione, avverte un fastidio al seno. Un sospetto, poi la visita ginecologica, gli esami, la scoperta di un piccolo tumore, l’intervento chirurgico, i medici che rassicurano – «complimenti, è guarita, tutto a posto». E invece dopo qualche mese il male rispunta, i marker tumorali sono alti, «è arrivato dappertutto, ossa e fegato», si sfoga con un’amica. Francesca va col marito a confidarsi con l’amico Claudio al monastero benedettino della Cascinazza, alle porte di Milano. Un dialogo essenziale. «Noi preghiamo per la tua guarigione – le dice il monaco – ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande».

Comincia un calvario fatto di radio e chemioterapia, ricoveri e periodi trascorsi a casa tra letto e divano, cortisone, gonfiori, complicazioni, le ossa che si fanno cristallo. Gli amici, tantissimi, si stringono a lei e alla famiglia. In una mail scrive a Clara: «Sono sopraffatta dalla carità di tutti verso di me e quindi dall’abbraccio di Gesù. Lo sai che si girano un file-excel con i turni mattino-pranzo-pomeriggio-sera? È incredibile, continua a chiamarmi gente che vuole venire a trovarmi». «Sopraffatta». Lo dice anche quando viene a sapere che il giro degli amici si è allargato al punto che c’è gente che prega e chiede la grazia della guarigione in America, Russia, Libano, Taiwan. Ad Anna, un’altra amica, confida che «la misericordia di Dio è grande, perché non passa giorno in cui non mi tiri fuori dalla disperazione. C’è sempre una persona, una telefonata, qualcosa che leggo che non permette alla tristezza di avere il sopravvento».

Si fa più intenso, più vero, il suo cammino nel movimento di Comunione e liberazione che aveva incontrato da ragazza e le aveva letteralmente riempito l’esistenza, aiutandola a riconoscere la presenza del Mistero in ogni circostanza. Una frase di Julián Carrón, il sacerdote spagnolo che guida Cl e al quale racconta della malattia, le resta nel cuore: «Vedi Francesca, tutti noi siamo malati cronici. Ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione, che non puoi perdere».

Anche quando il male si fa più aggressivo, Francesca vuole gustare la vita fino in fondo. A fine luglio 2012 l’ultima vacanza a Cefalonia, in Grecia: «Voleva guardare il mare, avere davanti una bellezza – ricorda il marito –. La notte prima di partire l’ha passata sveglia, sul terrazzo. C’era quella vista pazzesca, con la luna riflessa nell’acqua».

Pochi giorni dopo è di nuovo in ospedale, a Milano, dove rimarrà fino alla morte. Il 22 agosto niente visite, vuole dedicare tutto il giorno ai suoi bambini: Cecilia, 9 anni, Carlo 6, Sofia 3. Chiacchiere, scherzi, indovinelli, qualche lacrima. A Cecilia, che si infila nel suo letto, dice: «Vado in un posto bellissimo, sono contenta e curiosa. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa». Vincenzo, guardando oggi i suoi bambini, commenta: «Sono sereni, pieni di vita. La nostalgia c’è, ma non è un ostacolo. Mia moglie quel giorno ha fatto per loro più di quello che una madre può fare in cinquant’anni di amore e educazione». In ospedale sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare. Un medico dice alla madre di Francesca: «Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo medico che l’ha curata». Il 23 agosto entra in coma, il tempo si fa breve. Vincenzo le dà un bacio e sussurra all’orecchio: «Non avere paura». Lei si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: «Io non ho paura».

Sono le sue ultime parole. E sono diventate il titolo di un libro scritto da Davide Perillo (edizioni San Paolo), che raccoglie decine di commoventi testimonianze e sta vendendo migliaia di copie. La vicenda di Francesca ha segnato il cuore di molti, ha favorito il riavvicinamento alla fede di qualcuno, ha lasciato a bocca aperta il taxista che accompagnava una delle sue amiche al funerale: «Che aria di festa, credevo fosse un matrimonio». Piccoli e grandi miracoli quotidiani che continuano ad accadere. Il monaco benedettino che Francesca aveva incontrato dopo avere saputo del tumore, le aveva detto: «Preghiamo per la tua guarigione, ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande». È andata proprio così.

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Ricchezza della Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2012

“Il Papa vendendo uno dei suoi anelli sfamerebbe L’Africa”, “Perché la Chiesa che è cosí ricca non destina tutti i suoi beni per aiutare i poveri?”, “Il Papa veste Prada”

Ricchezza della Chiesa dans Riflessioni

Queste le provocazioni tragicomiche che circolano spesso sul web, stimolate da alcuni media (i soliti noti) che montano ad arte la questione della “Chiesa ricca”, così come hanno fatto in modo strumentale e disonesto, e tuttora a cadenze alterne continuano a fare, sul tema ICI (ora IMU) e Chiesa Cattolica.

Si tratta in realtà di alcuni dei tanti luoghi comuni – a cui oramai siamo abituati – ampiamente diffusi da movimenti atei, materialistici e massonici, che spesso purtroppo fanno breccia anche nella mentalità degli stessi fedeli cristiani. Proprio ieri mi è capitato di parlare con una signora molto devota che dopo aver chiesto indicazione stradali per raggiungere una nota località mariana per prepararsi all’Indulgenza del “Perdono di Assisi”, ha concluso dicendo che “San Francesco sì che era un vero esempio cristiano, non i preti e le chiese che sono pieni di ricchezze”. Alla signora non ho avuto il tempo di dire che comuqnue un prete guadagna, sì e no, 800 euro al mese, e un vescovo tra gli 800 e i 1200 euro al mese (e di certo non li spendono per andare in vacanza alle Seychelles).

Ma mi rendo conto che tali luoghi comuni sono molto diffusi anche perchè favoriti da una certa ignoranza circa le reali proporzioni del problema.

 dans Riflessioni

Innanzitutto la Chiesa, come ogni altra istituzione, ha il diritto e la necessità di dotarsi di tutti i mezzi necessari allo svolgimento della sua missione, perciò non solo può ma deve possedere beni mobili e immobili ed ogni altro mezzo necessario alla sua vita e alla sua missione. La comunità ecclesiale, qualsiasi comunità, piccola o grande, ha una dimensione che non è solo spirituale ma anche fisica e sociale e perciò necessità di spazi di aggregazione, edifici, strutture di governo, mezzi assistenziali e caritativi di ogni genere, in tutti i settori, inclusi quelli della cultura e dell’arte che spesso sono fra i piú appariscenti. Ogni organismo se vuole svolgere una missione deve garantire anche il proprio sostentamento, in caso contrario, la sua prima opera sarebbe anche l’ultima.

L’anello e le scarpe del Papa

Faccio una breve parentesi riguardo al famoso “anello del Papa che sfamerebbe l’Africa”, e che “varrebbe milioni – qualcuno dice addirittura “miliardi” – di euro”.
Nulla di più falso e ridicolo. In realtà si tratta di semplice oro, ha la grandezza e dunque il valore di due fedi nuziali, viene usato come timbro per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa. Senza poi contare che alla morte del Papa viene rotto con un martelletto d’argento, rifuso e riutilizzato per il Pontefice successivo. Tecnicamente è sempre lo stesso da secoli. E non occorre essere cattolici per capire che un oggetto di tal valore non risolverebbe i problemi di una sola famiglia neppure per una settimana e che, onde evitare di urlare slogan tanto assurdi, basterebbe semplicemente informarsi, o almeno usare un pò di buon senso o quella razionalità laica che il Signore ha concesso a tutti.

Seconda parentesi: le “fantomatiche scarpe del Papa”. Un articolo di Repubblica – pubblicato pochi mesi dopo l’elezione del Papa al soglio pontificio – titolava: “Il look di Papa Ratzinger: spuntano le scarpe Prada”. Questo era lo scoop a cui hanno abboccato decine e decine di anticlericali e la notizia si è trascinata negli anni. La leggenda è stata così confezionata: il Papa veste Prada, vive nel lusso, è servito e riverito mentre nel mondo c’è gente che muore di fame. Nel 2008 l’Osservatore Romano ha provato a smentirla, ottenendo pochi risultati purtroppo. Lo stesso l’Agenzia Ansa nel 2010. Di recente si è tornati sulla questione grazie ad una pagina Facebook dedicata proprio al Pontefice. Si riporta la notizia, come vi è scritto sul quotidiano del Vaticano, che è il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell’abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Non sono Prada, non hanno alcun costo, visto che il Sig. Stefanelli le ha donate al Santo Padre e ha affermato: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro». (Qui l’articolo citato).

Le proprietà vaticane

Ma torniamo alla questione da cui siamo partiti. Bisogna chiarire innanzitutto che il Papa non è ricco, che tutto ciò che gli viene attribuito non è suo, e che dopo la morte non lascia niente a nessuno e viene seppellito in una bara di legno grezzo, praticamente nudo, e con un velo di lino sul volto.

La maggior parte delle cosiddette “ricchezze” del Vaticano sono tesori che nell’arco della storia della Chiesa, sono stati donati da persone che hanno ricevuto delle grazie particolari e che il Vaticano non ha nessun diritto di vendere.

Due millenni di storia, di arte, di cultura, la Basilica di Pietro, la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, le stanze dei musei Vaticani sono patrimonio dell’umanità e sono solo gestite dalla Chiesa.

La Santa Sede è solo custode vigile e scrupolosa di una immensa quantità di opere d’arte in parte donate e in parte proprietà privata dei successori di S. Pietro, esposte in stanze degne di accogliere tanta bellezza e a di chiunque abbia desiderio di apprezzarle. Ma sono beni che il Papa pur volendo non potrebbe vendere, lo impedisce il diritto internazionale. Nulla è suo, ma gli è stato concesso di usarlo. La Chiesa non può farne ciò che desidera, ha il compito di conservare tali beni nel nome dello Stato italiano. In tutte le Nazioni esistono svariate misure per la difesa delle opere d’arte, perché lo Stato ha il dovere di preservarle nel tempo. E ricordo come i beni della Santa Sede facciano anche parte della storia culturale dell’Italia.
Con la stessa logica con cui chiediamo alla Chiesa di vendere i suoi beni per aiutare i bisognosi, potremmo chiedere allo Stato di vendere il Colosseo di Roma, o gli Uffizi di Firenze o la Mole Antonelliana di Torino o qualcuna delle tante opere d’arte che l’Italia possiede.

La Carità e la Chiesa

Quanto alla carità verso i più deboli, la Chiesa è sempre in prima linea nell’aiutare concretamente i poveri di tutto il mondo, con le Caritas, le Missioni e le Opere Pie. Si pensi ai tantissimi missionari che nei Paesi più disparati del mondo, soprattutto in quelli più poveri, portano l’annuncio evangelico prodigandosi anche per sollevare le popolazioni dalla povertà, dall’emarginazione, dalla fame, dalle malattie, nonchè per l’educazione e la scolarizzazione dei ragazzi, tutto questo spesso rimettendoci la salute e anche la vita.

Alla base di gran parte degli attacchi rivolti alla Chiesa sui beni e gli averi di sua proprietà, vi è un equivoco fondamentale dell’intera concezione vetero e neo testamentaria sulla ricchezza e sulla povertà.
Basterebbe leggere alcuni dei tanti versetti, sia dell’Antico Testamento sia del Nuovo, in cui il Signore non chiede che il culto gli venga dato in estrema povertà, tutt’altro… (Vedi qui alcuni esempi).

Solo nel distacco dalle cose materiali di questo mondo possiamo elevarci a Dio. Se siamo capaci di distaccare il cuore dalle nostre ricchezze ci sarà più facile glorificare il Signore cercando di rendere degna e bella la Sua casa. Gli oggetti preziosi custoditi dalla Chiesa e nelle chiese è chiaro che non servono a Dio, ma il loro splendore serve per richiamare noi, per ricordare che stiamo facendo gli atti più grandi e più sublimi di culto. Sono un segno della nostra fede, della nostra riconoscenza a Dio che ci ha resi partecipi di beni così grandi. Non teniamo gli oggetti preziosi nelle casseforti perché i ladri non li rubino, ma li usiamo anche per dare a Dio il massimo splendore nel culto.

Nel Vangelo (questo è un equivoco ricorrente) non c’è condanna per la ricchezza in sè. Anche Gesù aveva una tunica preziosa (che i soldati che lo crocifissero si giocarono a sorte), non disdegnò il profumo di nardo purissimo, gli piacevano i banchetti e riposarsi dall’amico ricco.

Gesù stesso ci dice che veniva accusato dai farisei di essere un beone e un mangione solo perché, nella loro visione distorta, si contrapponeva al Battista che viveva di stenti.

Alle nozze di Cana, finito il vino, Gesù non ha detto “avete bevuto abbastanza e dovreste pensare ai poveri che non hanno vino”, ma ha onorato la festa e il Sacramento del matrimonio.

Gesù Cristo loda la donna che gli cosparge i piedi di profumo di nardo assai prezioso. E ai commensali che gli contestano lo spreco di denaro di quel profumo per Lui anzichè “vendere quest`olio a più di trecento denari e darli ai poveri”, Lui risponde: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,3-9).

Un denaro era la paga giornaliera di un operaio. Trecento denari sono la paga quasi di un anno. Gesù non l’ha rimproverata, anzi l’ha lodata. E’ venuto incontro all’esigenza del nostro animo di manifestare anche con segni permanenti il nostro affetto verso di Lui.

Quello da cui ci mette in guardia Gesù è semmai l’atteggiamento di morbosità verso la ricchezza, l’attaccamento, il desiderio eccessivo, la schiavitù della ricchezza, l’avidità e la cupidigia nel perseguirla e l’ostinazione nel possederla, che soffocano il seme della vita e rischiano di sostituire i doni ricevuti a Dio stesso.

I Santi

Nella Vita del santo Curato d’Ars si legge che viveva poverissimamente. Aveva licenziato la perpetua, perché per cibo si cucinava ogni settimana una pignatta di patate.
Ma per quanto riguardava il culto a Dio voleva che fosse sempre al meglio. Era convinto che il culto esterno dev’essere un richiamo per il culto interno, oltre che un grande atto di amore.

San Francesco è vissuto poverissimo, ma anche lui voleva i vasi sacri fossero preziosi.
Ecco che cosa si legge nelle Fonti francescane: “Francesco sentiva tanta riverenza e devozione verso il corpo di Cristo, che avrebbe voluto scrivere nella regola che i frati ne avessero ardente cura e sollecitudine nelle regioni in cui dimoravano, ed esortassero con insistenza chierici e sacerdoti a collocare l’Eucaristia in luogo conveniente e onorevole. Se gli ecclesiastici trascuravano questo dovere, voleva che se lo accollassero i frati. Anzi, una volta ebbe l’intenzione di mandare, in soste le regioni, alcuni frati forniti di pissidi, affine di riporvi con onore il corpo di Cristo, dovunque lo avessero trovato custodito in modo sconveniente.
Volle inoltre che altri frati percorressero tutte le regioni della cristianità, muniti di belli e buoni ferri per far ostie”. (Fonti francescane n. 1635).

“Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare ogni giorno la Messa, anche se unica, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e quando riceveva l’agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore. Per questo amava la Francia, perché era devota del Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri.
Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pisside preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedesse conservato con poco decoro” (Fonti francescane n. 789).

“Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è state conferito il di potere di consacrare questo sacramento. “Se mi capitasse – diceva spesso – di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi, infatti, Ohi, Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano” (Fonti francescane n. 790).

Il Papa in Africa

Poco fa accennavo alla bufala totalmente inventata dell’“anello papale che sfamerebbe l’Africa”.
Vorrei fare anche una piccola riflessione sulla realtà dell’Africa e dei problemi che l’affliggono. La situazione in Africa – come in altre parti del mondo sottosviluppato – è molto complessa e di non facile soluzione a causa di innumerevoli ragioni che riguardano anche chi governa quei paesi e persino chi aiuta quei paesi. Non basta inviare soldi per risolvere i problemi in quelle zone.

I loro governanti spesso hanno interesse a che tutto rimanga così per controllare meglio il territorio. Ci sono poi alcune multinazionali che sfruttano le risorse naturali del continente. Per non parlare degli organismi internazionali (Vedi ONU e Unione Europea) che “ricattano” i paesi dell’Africa imponendo politiche disumane di controllo delle nascite (come sterilizzazioni, aborto, contraccezione, ecc.) in cambio degli aiuti.

Tutte questioni trattate, e anche coraggiosamente denunciate, una per una, da Papa Benedetto XVI quando si è recato in Africa qualche anno fa. Stranamente di quel viaggio si ricorda solo la famosa frase sui preservativi strappatagli maliziosamemte dai giornalisti in aereo, ma non si ricorda invece il fatto che il Papa era andato lì ad illustrare e presentare un importantissimo documento promulgato per la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi: l’Instrumentum laboris, un documento molto denso, frutto di quattordici anni di lavoro della Chiesa per studiare e capire l’Africa, a partire dall’esortazione apostolica di Papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Africa del 1995, che dopo il Primo Sinodo per l’Africa aveva esortato a uno studio più approfondito della situazione religiosa e sociale del continente africano.

Un documento salutato dai media africani come uno dei più importanti testi sull’Africa mai apparsi, tanto più se lo si legge – come Benedetto XVI ha invitato a fare – insieme con i discorsi del Papa in Camerun e Angola, che lo illustrano e lo completano [Cfr. « Il Papa e la sua Africa », di Massimo Introvigne – Cesnur].

I media italiani ed europei hanno invece completamente taciuto su questo importante documento. E purtroppo questo silenzio da parte della stampa occidentale dimostra o almeno fa sospettare fortemente che all’Occidente e ai media interessa ben poco della situazione in cui versano questi poveri fratelli.

E le continue ed infondate accuse verso la Chiesa oscurano purtroppo quello che di grande essa fa ogni giorno (giustamente nel silenzio e senza megafoni) proprio a favore dei più deboli.

Infine vorrei ricordare che la Chiesa con la C maiuscola è la comunità dei Battezzati. Ogni Battezzato è incorporato alla Chiesa che è il Corpo mistico di Gesù Cristo. Invece di condannare il mondo ecclesiale, ognuno di noi dovrebbe interrogarsi su ciò che fa di buono per migliorare le sorti di questo mondo e del terzo mondo. Ogni battezzato ha il dovere di contribuire al bene della comunità. Dunque, riguardo all’aiuto al prossimo – per quanto ci è possibile e ognuno nel suo piccolo – siamo tutti interpellati, nessuno escluso.

Fonte: Una casa sulla roccia

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Come nasce un movimento

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2012

Come nasce un movimento
Appunti da una conversazione di don Giussani con responsabili di Comunione e Liberazione durante un raduno internazionale nell’agosto del 1989.
Come nasce l’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione, quali sono i fattori che l’hanno fatta sorgere e quale ne è ancora oggi il punto di origine? Ci interessa conoscere anche come è stato per lei l’inizio.
Tratto da: Movimento di Comunione e Liberazione (CL)

Come nasce un movimento dans Don Luigi Giussani dongiussani

Sono un po’ impacciato nel rispondere a questo invito, perché una testimonianza di quanto sia occorso a destare e continuare una esperienza come la nostra è già stata perfino stampata. Ma è pur vero che di ciò che si ama si può sempre parlare: pur ripetendosi, si dicono ugualmente cose nuove, perché il cuore vero è sempre nuovo.
Come nasce un movimento, come nasce una esperienza cristiana? Da una testimonianza, per un dono dello Spirito – ma vi insisterò dopo.
Un quotidiano ad alta diffusione nazionale ha riesumato di recente la figura di Andrea Emo come quella di un grande pensatore ignorato, pubblicandone un’antologia di pensieri, tra cui il seguente: «La Chiesa è stata per molti secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia. Oggi è soltanto la cortigiana della storia». Ecco: noi non vogliamo vivere la Chiesa come cortigiana della storia. Se Dio è entrato nel mondo non è per essere cortigiano, ma redentore, salvatore, punto affettivo totale, verità dell’uomo. È questa passione che ci tormenta e determina ogni nostra mossa. Nella contingenza d’una decisione si può, evidentemente, sbagliare, ma lo scopo per cui agiamo è solo questo: che la Chiesa non sia cortigiana, ma protagonista della storia. Questa immanenza della Chiesa alla storia incomincia da me, da te, dove sono, dove sei.
In un recente discorso del Papa ai giovani, in Scandinavia, vi è una frase che riassume tutto il nostro contenuto di messaggio – a noi stessi e quindi agli altri –, che vogliamo gridare a tutto il mondo. «Come tutti i giovani del mondo» dice il Papa «voi siete alla ricerca di ciò che è importante e centrale nella vita. Nonostante alcuni di voi siano distanti dal punto di vista geografico e alcuni possano essere anche lontani dalla fede e dall’affidamento in Dio, siete venuti qui perché siete veramente alla ricerca di qualcosa d’importante su cui basare la vostra vita. Voi volete stabilire salde radici e percepite che la fede religiosa è parte importante per la vita piena che desiderate. Permettetemi di dirvi che io capisco i vostri problemi e le vostre speranze. Per questo desidero oggi, giovani amici, parlarvi a riguardo della pace e della gioia che possono essere trovate, non nel possedere ma nell’essere. E l’essere si afferma conoscendo una Persona e vivendo secondo il Suo insegnamento. Questa Persona si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e Amico. Egli è il centro, il punto focale, Colui che tutto riunisce nell’amore».
Se è lecito, vorremmo ripetere: «Noi non conosciamo altro che questo!».

«E il Verbo si è fatto carne»
Come a me è apparsa all’orizzonte tale verità, così che improvvisamente ha abbracciato la mia vita? Ero un giovanissimo seminarista a Milano, un ragazzo probo, obbediente, esemplare. Ma – se ricordo bene quel che dice Concetto Marchesi in un suo testo di letteratura latina – «l’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti». L’arte, cioè la vita – se deve essere creativa, ovvero se deve essere “vita” –, ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti. E io ero stato un seminarista ben riverente, salvo una parentesi in cui il poeta Leopardi, per un mese, mi tenne “agganciato” più di nostro Signore.

Come scrive Camus nei suoi Quaderni: «Non è attraverso degli scrupoli che l’uomo diventerà grande; la grandezza viene per grazia di Dio, come un bel giorno». Per me tutto avvenne come la sorpresa di un «bel giorno», quando un insegnante di prima liceo – avevo 15 anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni Messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte. Ma venne il «bel giorno»: tutto è grazia.
Come dice Adrienne von Speyr, «la grazia ci inonda. Ciò costituisce la sua essenza [la grazia è il Mistero che si comunica; l’essenza del comunicarsi del Mistero è che ci inonda, ci investe]. Essa non chiarisce punto per punto, ma irradia la sua luce come il sole. L’uomo su cui Dio prodiga se stesso dovrebbe essere preso da vertigine così da vedere solo la luce di Dio e non più i propri limiti, la propria debolezza [per questo è ignobile l’atteggiamento di chi si scandalizza dell’entusiasmo di un giovane cui è accaduto il “bel giorno”]. Dovrebbe rinunciare a ogni equilibrio (ricercato da sé), dovrebbe rinunciare a un dialogo tra sé e Dio come due partner, essere un semplice ricevitore con le braccia spalancate che non riescono ad afferrare, poiché la luce scorre su tutto e rimane inafferrabile e rappresenta molto di più di quanto possa accogliere la nostra mossa».
Dopo quarant’anni, leggendo questo brano della von Speyr, ho percepito ciò che mi accadde quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: «Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne,» diceva «perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi». Mi ricordai in quel momento di una poesia di Leopardi, studiata in quel mese di “fuga” in terza ginnasio, intitolata Alla sua donna. Era un inno non a una delle sue “amanti”, ma alla scoperta che improvvisamente aveva fatto – in quel vertice della sua vita da cui poi decadde – che ciò che cercava nella donna amata era “qualcosa” oltre essa, che si palesava, si comunicava in essa, ma era oltre essa. Questo inno bellissimo alla Donna termina con un’appassionata invocazione: «Se dell’eterne idee / l’una sei tu, cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita, / e fra caduche spoglie / provar gli affanni di funerea vita; / o s’altra terra ne’ superni giri / fra’ mondi innumerabili t’accoglie, / e più vaga del Sol prossima stella / t’irraggia, e più benigno etere spiri; / di qua dove son gli anni infausti e brevi, / questo d’ignoto amante inno ricevi». In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, 1800 anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio: «Il Verbo si è fatto carne». Non solo l’essere (bellezza, verità) non ha “sdegnato” di rivestire di carne la Sua perfezione e di portare gli affanni della vita umana, ma è venuto a morire per l’uomo: «Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto», ha bussato a casa sua e non è stato riconosciuto.
Ecco, questo è tutto. Perché la mia vita da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. L’istante, da allora, non fu più banalità per me. Tutto ciò che era – perciò tutto ciò che era bello, vero, attraente, affascinante, fin come possibilità – trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare.
Avevo a quel tempo sul tavolo di studio una figura di Cristo del Carracci, sotto la quale avevo scritto una frase di Möhler (il famoso antesignano dell’ecumenismo, di cui al liceo avevo letto la Simbolica e altri scritti): «Io penso che non potrei più vivere se non Lo sentissi più parlare». Adesso, quando faccio l’esame di coscienza, sono costretto a chiedere alla misericordia di Cristo, attraverso la pietà di Maria, che mi faccia ritornare alla semplicità e al coraggio di allora; perché quando un così «bel giorno» accade e si vede improvvisamente qualcosa di bellissimo, non si può non dirlo all’amico vicino, non si può non mettersi a gridare: «Guardate là!». E così successe.

Studium Christi
Successe già in seminario, con i compagni vicini di banco, nella grande classe (eravamo molto numerosi). Così un gruppetto si unì – perché è all’opera sempre la medesima legge: alcuni si rendono più prossimi, si sentono affini alla tua visione, al tuo cuore, alla tua vita – e nacque il primo vero nucleo del movimento, che chiamammo Studium Christi. Ogni mese – poi ogni quindici giorni – facevamo una specie di ciclostilato intitolato Christus, in cui ognuno testimoniava una sua particolare ricerca sul rapporto tra la presenza di Cristo e qualcosa che gli interessava: lo studio, gli avvenimenti, ecc. Un altro gruppo di compagni ironizzava sul nostro tentativo; questo gruppo si coagulò e s’intitolò Studium Diaboli. Nella libertà tutto è possibile. Ma dopo un anno e mezzo il rettore del seminario (che fu poi cardinale a Milano) mi chiamò e mi disse: «La vostra è una bellissima cosa, ma divide la classe e non dovete più farla». Quando era Vescovo a Milano raccontava ancora, un po’ esagerando poeticamente come era nel suo temperamento, che una sera d’inverno, mentre noi seminaristi andavamo in massa in refettorio e lui era dietro di noi senza che ce ne accorgessimo, io dissi ai compagni vicini: «Il rettore ci ha ucciso il “Cristo”» (io, a dire il vero, non ricordo d’averlo detto).

Si tratta però di avvenimenti che non si possono arrestare. Quel seme che ho descritto animò la nostra amicizia per tutta la storia del seminario, ci impose la scelta degli autori da leggere, divenne il motivo degli autori da preferire (al liceo leggendo, per esempio, Möhler, Solov’ev, Newman, comprendendo quel che si poteva comprendere), e rese animoso il nostro studio di teologia, che non restò certamente dottrina cristallizzata.

«Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto»
Dopo una decina d’anni di varie vicende, divenuto insegnante nello stesso seminario teologico, incontrai sul treno un gruppo di studenti e incominciai a discutere di cristianesimo con loro. Li trovai così estranei alle cose più elementari che mi venne come irrefrenabile impeto il desiderio di far conoscere loro quello che io avevo conosciuto, affinché anche per loro avesse a sorgere il «bel giorno». Abbandonai perciò, sollecitato dal rettore, l’insegnamento in seminario (mi dedicavo di fatto più ai giovani che alla preparazione delle lezioni) e scelsi di insegnare religione nelle scuole medie superiori dello Stato.

Mi ricordo perfettamente quel giorno così importante per la mia vita. Mentre stavo salendo per la prima volta i quattro gradini che dalla strada portavano all’ingresso del liceo «Berchet» di Milano, dicevo a me stesso: «Io vengo qui a dare a questi giovani quello che è stato dato a me». Lo ripeto sempre, perché è questa l’unica ragione per cui abbiamo fatto tutto quel che abbiamo fatto (e continueremo a farlo fino a quando Dio ce lo concederà). L’unica ragione di ogni nostra mossa è che Lo conoscano, che gli uomini conoscano Cristo. Dio è diventato uomo, è venuto tra i suoi: che i suoi non Lo conoscano è il peccato più grave, è l’ingiustizia senza paragone più grande.

Cristo centro del cosmo e della storia
«Cristo centro del cosmo e della storia». Quando ho sentito nel suo primo discorso Giovanni Paolo II ripetere questa frase (letteralmente la stessa frase, lo possono testimoniare i miei amici di allora, è stata fin dall’inizio testo abituale della nostra meditazione), l’emozione provata mi ha ridestato il ricordo di tutta la dialettica che si sviluppò tra me e i giovani e tra i giovani stessi nella scuola, e il ricordo della tensione profonda con cui ci riunimmo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ripetevo sempre ai ragazzi: «Vieni e vedi», o «Vedrai cose maggiori di questa», come dice Gesù nel Vangelo; oppure, come dice una preghiera della Messa: «La Tua Chiesa si riveli al mondo»; o ancora: «Dio gloria del Suo popolo». E osservavo: «Che cosa significa ad esempio “Dio gloria del Suo popolo” se non il cambiamento che Cristo, attraverso il mistero della Sua permanenza nella Chiesa, produce nel singolo e nella società? Tale cambiamento è il miracolo che gli dà gloria».

Questo noi chiediamo a Dio da tanti anni, solo questo: che Cristo ci aiuti a vivere la Chiesa, affinché anche attraverso la nostra vita, la nostra azione, la nostra compagnia, i nostri progetti, Egli appaia sempre di più nel mondo agli uomini prescelti dal Mistero del Padre, affinché cioè appaia sempre di più la gloria di Dio attraverso un’adesione a Cristo che cambi la nostra vita e la vita del mondo trasfigurandole. È questo l’unico scopo per cui ci siamo ritrovati e ci ritroviamo, fino a quando Iddio vorrà.
I primi giorni del mio insegnamento di religione domandavo ai ragazzi, lungo le scale, o sui pianerottoli: «Il cristianesimo è presente qui, nella scuola, secondo te?». Quasi tutti mi guardavano stupiti e ridevano. Chi invece rispondeva diceva: «Ma no!». E io ribadivo: «Ma, allora, o la fede in Cristo non è vera, oppure chiede una modalità nuova». Fu l’inizio della dialettica aperta dall’affermazione che Cristo è il centro del cosmo e della storia, la chiave di volta per conoscere l’uomo e il mondo, l’origine di una possibile pace per il cuore dell’io e per la società, la ragione di un impeto affettivo ignoto e senza paragoni (qualcosa di analogo coglieva Socrate, quando sospendeva improvvisamente il suo discorso – tra i suoi scolari c’erano Platone, Senofonte ecc. – e diceva: «Non è forse vero, amici miei, che quando parliamo della verità dimentichiamo anche le donne?»).
Lo sviluppo dialettico del contenuto del messaggio lentamente polarizzò la curiosità, l’ira e l’affezione dei ragazzi, divenendo il punto più discusso della scuola per dodici anni (tempo in cui vi rimasi come insegnante di religione): Cristo e la Chiesa erano il tema quotidiano, oggetto di accanite discussioni.
« Che alternativa abbiamo,» dicevo allora, e ripeto ora «l’alternativa politica?». Vi è in proposito un’altra frase dai Quaderni di Camus, scritta nel 1953: «Ciò che la sinistra approva [la sinistra costituiva allora il simbolo dell’onestà redentiva dell’energia politica] passa sotto silenzio o viene giudicato inevitabile: 1) la deportazione di migliaia di bambini greci; 2) la distruzione fisica della classe contadina russa; 3) i milioni in campo di concentramento; 4) i sequestri politici; 5) le esecuzioni politiche quotidiane; 6) l’antisemitismo; 7) la stupidità; 8 ) la crudeltà. La lista è aperta». Ma già basta. Non è pessimismo, ma è difficile non far rientrare in queste categorie la politica nella sua attualità.
« Qual è» domandavo allora «l’altro campo di speranza alternativa, più serio della politica, più carico di riuscita? È la scienza?». Solo trent’anni fa, “scienza” era una parola cento volte più “divina” di quanto lo sia adesso. Tanti anni dopo avremmo dovuto sentire Giovanni Paolo II affermare: «La scienza della totalità (perché non è scienza se non ha la pretesa di afferrare l’orizzonte totale) conduce spontaneamente alla domanda sulla totalità stessa; domanda che non trova la sua risposta all’interno di tale totalità». La passione per l’orizzonte totale porta inesorabilmente alla domanda sul senso di questo orizzonte, ma all’interno di esso non è possibile trovare risposta.
Lo sviluppo del nostro interesse alla vita in tutti i suoi aspetti ebbe e ha come riferimento la Sua presenza: «Noi crediamo in Cristo morto e risorto, in Cristo presente qui e ora». Questo ci ha fatto interessare alla politica secondo la totalità della sua accezione, nella perfetta consapevolezza che non è dalla politica che ci può venire la salvezza; e ci ha fatto riappassionare allo studio, alla scienza, non per idolatria o per la promozione, ma per una serietà che scavasse un alveo sempre più preciso alla conoscenza, la quale, ultimamente, ha la sua consistenza in Cristo. Dall’esperienza della Sua presenza sono nate dunque una passione per la vita sociale e politica e una passione per la conoscenza (il Meeting di Rimini, sia pure tentativamente, ma tenacemente e appassionatamente, nasce da questo duplice interesse, o meglio dalla radice che ha creato questo duplice interesse).
Sant’Agostino nel Contra Iulianum osserva: «Questa è l’orrenda radice del vostro errore: voi pretendete di far consistere il dono di Cristo nel suo esempio mentre quel dono è la Sua persona stessa». Tutti parlano con riverenza dell’esempio di Cristo, dei valori morali, anche coloro che scrivono sulla «Voce Repubblicana»; costoro, anzi, insegnano, predicano ai cristiani che debbono vivere i valori morali per sostenere lo Stato. Ma il dono di Cristo è la Sua presenza: questo è il nuovo nel mondo e non vi sarà mai nulla di più nuovo di questo.
Scrive Milosz in una sua poesia: «Sono solo un uomo, ho bisogno di segni sensibili, costruire scale di astrazioni mi stanca presto. Desta, dunque, o Dio, un uomo in un posto qualsiasi della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te». Cristo è la risposta a questa suprema invocazione umana. L’Incarnazione di Cristo corrisponde all’esigenza propria della natura dell’uomo, corrisponde in modo inconcepibile a un sensibile bisogno, a un bisogno dell’uomo vissuto e appassionato.

«Siamo una cosa sola»
Quanto ha affermato nel suo discorso inaugurale il nuovo arcivescovo di Colonia, cardinal Meisner, pone il tema che occorre ora toccare: «La parola eterna del Padre si è fatta carne. E ora nella Chiesa è rimasta udibile e toccabile per tutti gli uomini». Ma la Chiesa di che cosa è fatta? Di te, di me. Questa è stata la scoperta immediata e spontanea che, nel mese di ottobre in cui entrai nella scuola come insegnante di religione, seguì al messaggio lanciato.

Se Dio è diventato uomo ed è qui e si comunica a noi, tu e io siamo una cosa sola. Tra te e me, estranei, è tolta l’estraneità o, come la chiamava san Paolo, l’inimicizia: siamo amici. Per contrasto, facevo notare ai ragazzi più grandi: «Siete stati cinque anni insieme nella stessa classe, nello stesso banco, siete pieni di connivenze, ma non di amicizia; andate in vacanza insieme, studiate insieme, vi divertite insieme, ma non siete amici: siete compagni provvisori, tra voi non c’è nulla che abbia durata, nessuno è in rapporto con e si sente interessato al destino dell’altro».
Lo dicevo perché Cristo è presente proprio attraverso, dentro, la nostra unità, quell’unità in cui ci immette il gesto con cui Egli ci afferra, il sacramento del Battesimo. Afferrandoci nel Battesimo, Cristo ci ha messi insieme come membra dello stesso corpo (cfr. i capitoli 1-4 della Lettera agli Efesini). Egli è presente qui e ora, in me, attraverso me, e la prima espressione del cambiamento in cui la Sua presenza si documenta è che io mi riconosco unito a te, è che noi siamo una cosa sola.
Come scrive san Paolo nella Lettera ai Galati, al capitolo 3 (un altro brano che sempre citavo): «Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete immedesimati con Cristo. Non esiste più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti voi siete uno, una sola persona in Cristo Gesù». Qualsiasi utopia l’uomo abbia creato, non è mai giunto a immaginarsi questa unità che il fatto di Cristo ha realizzato in noi. Se lo riconosciamo, agisce, e la nostra vita diventa più umana.
Cristo rende la nostra vita più umana. Perciò l’altra frase del Vangelo che costituiva la sfida con cui entravo nella scuola e che ripetevo in tutte le ore di insegnamento era: «Chi mi segue avrà la vita eterna, e il centuplo quaggiù». «“Chi mi segue avrà la vita eterna”, e questo vi può non interessare» osservavo, «ma avrà “il centuplo quaggiù” – cioè vivrà cento volte meglio l’affezione all’uomo o alla donna, al padre e alla madre, avrà cento volte più passione per lo studio, amore per il lavoro, gusto per la natura –, questo non può non interessarvi».
L’esigenza espressa da Milosz nella poesia citata è propriamente quella di incontrare qualcuno – visibile, toccabile – seguendo il quale si possa fare esperienza del centuplo. «Desta dunque un uomo in un posto qualunque della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te»: questo è Cristo per l’uomo.
Ma Cristo è in te e in me, e ciò è tremendo (tremendum mysterium): è la sorgente della nostra responsabilità e della nostra umiltà, impossibile a evitarsi, perché siamo il segno fisico della Sua presenza.
Eravamo in quindici quando dicevo che la nostra comunità è il segno reale, anche se contingente, provvisorio, risibile, ma grande, per cui Cristo diventa oggetto di un’esperienza presente. Da quindici che eravamo, l’ultimo anno di insegnamento al liceo, allo stesso raduno, diventammo circa trecento. Ma non importa il numero. Dopo dodici anni avremmo potuto essere in tre, in due (questo è il significato del matrimonio come sacramento; il matrimonio è, dovrebbe essere, il segno per la comunità, perché vi si incontra quell’unità che non nasce dalla carne e dal sangue, ma da Cristo).
La comunità, dilatata senza confine, è il Mistero di questa identità per cui e in cui veramente io posso dire con timore, tremore e amore a Cristo: «Tu». Questa scoperta è stata un passo preciso in un certo raduno tenuto davanti al mare, su una torre, a Varigotti.

La comunità è il luogo della memoria
La memoria è la coscienza di una presenza che è incominciata nel passato e che dura: la memoria è coscienza della presenza di Cristo.

Come diceva Pavese: «La memoria è una passione ripetuta». Noi viviamo una passione per Cristo, una passione ripetuta, perché purtroppo in noi non ci può essere una continuità imperterrita.
Ancora Pavese scrive: «La ricchezza di un’opera [cioè di una generazione o della nostra vita come generazione] è sempre data dalla quantità di passato che essa contiene». Ma si deve trattare di un passato che possa essere nel presente più potentemente che come ricordo, perché il ricordo appiattisce, è come un vestito logoro. La memoria di Cristo è memoria di un passato che diventa così presente da determinare il presente più di ogni altro presente. Memoria è diventata la parola capitale della nostra comunità: la comunità è il luogo dove si vive la memoria.
Voglio ora dettagliare alcuni aspetti di questa realtà comunionale, parola che indica una compagnia che non nasce dalla carne e dal sangue ma da Cristo, e la cui vita è la memoria. «La memoria s’è empita di sangue» affermava santa Caterina da Siena. La memoria si «empie» del sangue della croce e della gloria della resurrezione, perché non si può concepire la croce di Cristo senza la resurrezione. Perciò, diceva giustamente Claudel, la pace, che è l’eredità che Cristo ci ha lasciato come segno della Sua presenza attiva e operante, «in parti uguali di dolore e di gioia è fatta».

La drammaticità di una lotta
Innanzitutto, la vita di comunità non ha mai soppresso la drammaticità, non ha mai preteso da alcuno un passo forzoso. È sempre stata una proposta appassionata, ma ben consapevole della fatica richiesta a chi la riceveva. La verità, certo, porta nella comunicazione di sé la propria evidenza, e l’annuncio di Cristo è talmente corrispondente a quello che l’uomo desidera, attende, che venirne investiti è come un frangente di evidenza che non può evitare di suscitare un positivo sussulto. Ma subito dopo insorge una resistenza. Facevo osservare ai ragazzi: «Mentre io parlo voi siete lì attenti e la vostra faccia inequivocabilmente dice: “Eh già”, ma, subito dopo, la diabolicità, il peccato originale, vi riempie di “ma, se, forse, però, chissà”, cioè di scetticismo, per farvi fuggire dall’evidenza che vi è balenata». Insorge una resistenza, e si apre la drammaticità di una lotta.

La drammaticità è inerente a ogni rapporto (non c’è un solo rapporto realmente umano che non sia drammatico). Nel rapporto con Cristo essa tocca la sua profondità più grande. E la drammaticità non consiste in un’esasperazione isterica, ma nel dire «Tu» con la consapevolezza della differenza e del cammino da compiere.
« Prima la mia volontà [dove innanzitutto si colloca la resistenza] e poi la mia intelligenza» scrive un dissidente lituano «hanno resistito a lungo, ma alla fine mi sono arreso e ho vinto [il vincitore è chi afferma se stesso]. Non è stata una capitolazione di fronte all’avversario. È stata la riconciliazione con il Padre [con l’origine costitutiva di sé]: il Suo possesso di me è la mia liberazione» (ne Il senso religioso, che contiene gli appunti da me dettati in quei primi anni di scuola, questa identificazione tra essere posseduti ed essere liberi viene sviluppata).
Dopo solo un anno dall’inizio del movimento, con i ragazzi di prima e seconda liceo classico, abbiamo stampato un’antologia di Dionigi l’Areopagita, col testo greco a fronte, che conteneva una tra le frasi più belle che abbia mai letto: «Chi mai potrà parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?». È il cuore della frase appena citata: «Il Suo possesso di me è la mia liberazione».

La domanda, gesto supremo dell’uomo
Assistendo alla drammaticità vissuta da quei primi giovani che partecipavano – allora, quando eravamo alcune centinaia, dalla mattina alla sera, anche al di fuori della scuola, stavamo insieme a discutere – ho capito per la prima volta, dopo tutti gli anni del seminario, che cosa vuol dire chiedere.

La domanda è l’espressione suprema dell’uomo, ed è la più elementare: in qualsiasi condizione l’uomo la può realizzare, anche se è ateo. Anzi, quanto più un uomo sente fatica tanto più essa gli è consona. Ne I promessi sposi, a un certo punto, l’ateo – l’Innominato – esclama: «Dio, se ci sei, rivelati a me». Non vi è nulla di più razionale di questo: «Se ci sei» è la categoria della possibilità, dimensione irrinunciabile di una ragione autentica, «rivelati a me» è la domanda.
Saremo tutti giudicati sulla domanda, perché anche nella fossa dei leoni o sotterrati dalla melma, noi possiamo gridare, domandare. Nella Settimana santa, la liturgia ambrosiana (è stupefacente fino a che punto di tenerezza giunge la Chiesa) ci suggerisce una forma commovente di domanda: «Anche se ho fatto tardi non chiudere la Tua porta. Sono venuto a bussare. A chi Ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso; accoglimi al Tuo convito, donami il pane del Regno».
Io non ho mai detto ai primi ragazzi che si riunivano: «Pregate». Coloro che venivano, anche se non partecipavano al contenuto, partecipavano al gesto della preghiera. Dopo un po’ di tempo tutti facevano la comunione quotidiana. Ripetevo loro che il sacramento è la preghiera più grande, l’essenza della preghiera, perché è domanda di tutto il proprio io: un uomo vi partecipa anche senza saper pensare, senza saper dire, senza saper nulla, domanda con la sua presenza: «Sono qui». Come fare, allora, a gerarchizzare valori e contenuti? Che cosa dobbiamo ottenere per poter sviluppare la vita? La domanda che cosa deve domandare? L’affezione a Cristo!
Scrive san Tommaso d’Aquino: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (che nel senso latino del termine significa compimento, completezza). La cosa più bella nella storia del nostro movimento è che centinaia, e poi migliaia di giovani hanno imparato e vivono l’affezione a Cristo, che sola permette vera affezione all’amico, alla donna, a sé.
Ma come ottenere questa capacità di affezione a Cristo? Innanzitutto, soprattutto, al di là di tutto, domandandola. La storia religiosa dell’umanità, cioè la Bibbia, termina con questa frase: «Vieni, Signore Gesù». È una domanda “affettiva”, un’espressione vibrante di “attaccamento”. Fino a pochi anni fa era questa la formula che sempre suggerivamo. Adesso se n’è aggiunta un’altra: Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. È la stessa, più sviluppata e cosciente.

Un’affezione totalizzante
Un’affezione che sostenga la vita, in cui l’uomo trovi la sua compiutezza, deve avere come contenuto, come oggetto, qualcosa che possa pertinere ad omnia (interessare tutto). Vi è in proposito una nota frase di Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito». Se è un grande amore quello tra un uomo e una donna, i sanguinosi fatti di piazza Tienanmen, un canto sentito, il sole davanti agli occhi, tutto ciò che accade, insomma, diventa un avvenimento nel suo ambito.

Occorre che l’oggetto d’amore sia tale da poter inglobare tutto. Per questo Comunione e Liberazione (una volta si chiamava Gioventù Studentesca) non ha mai organizzato gesti che non fossero inequivocabilmente educativi. La scelta della montagna per le vacanze, per fare un esempio, non è casuale (non abbiamo cominciato col mare, perché il mare è più distraente). La sanità dell’ambiente umano, l’imponente bellezza della natura, favoriscono ogni volta il rinnovarsi della domanda sull’essere, sull’ordine, sulla bontà del reale – il reale è la prima provocazione attraverso cui viene destato in noi il senso religioso –. Con la necessaria disciplina, che è sempre stata rigorosamente curata (la disciplina è come l’alveo di un fiume: l’acqua vi scorre più pura, più limpida, più rapida; la disciplina è necessaria in quanto è riconosciuto un senso a tutto), le vacanze in montagna si sono proposte all’esperienza delle persone come una profezia, sia pur fugace, della promessa cristiana di compimento, come un piccolo anticipo di paradiso, e ogni particolare doveva veicolare quella promessa e realizzare quell’anticipo.
Ciò che tutti normalmente ci rimproverano è il segno della nostra grandezza: che tutto avvenga dentro l’orizzonte della presenza di Cristo, cioè della nostra compagnia. Ci rimproverano che l’esperienza dell’amore a Cristo sia totalizzante: ma tutto ciò che è diviso e staccato dalla Sua presenza sarà distrutto! La divisione è l’inizio della distruzione. Per questo noi abbiamo sempre odiato la parola censura. «Non si può censurare nulla» dicevo «non per passione psicanalitica, ma perché tutto venga alla luce, sia chiarito, spiegato e aiutato».

Una letizia in fondo al dolore
Il segno di una vita che cammina nell’affezione a Cristo, che cioè aderisce e partecipa alla Sua compagnia, è la letizia. «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» ha affermato Cristo poco prima di morire.

La gioia soltanto è madre del sacrificio: non è ragionevole il sacrificio se non è attirato dalla bellezza del vero. È la bellezza – «splendore del vero» – che chiama al sacrificio. Come dice la Bibbia nel libro del Siracide: «Un cuore felice è anche sereno davanti ai cibi, quello che mangia egli gusta».
Questa gioia e questa letizia stanno anche nel fondo del dolore più acuto, che a un certo punto non si può evitare: il dolore del proprio male. Appartenere alla nostra compagnia significa anzi cominciare a presentire che il dolore più grande è quello del proprio male, del peccato. Nessuno può dire: «Non commetterò più il peccato», perché la coerenza alla legge di Dio, cioè il seguire Cristo, è un miracolo della grazia, non è una capacità nostra. Per questo il punto in cui la libertà del Mistero e la libertà dell’uomo s’abbracciano è la domanda.

La grandezza dell’istante
Un’altra scoperta è diventata normale nella nostra storia: la grandezza dell’istante, l’importanza del momento, del contingente, che è il punto di incontro dell’infinità di sollecitazioni con cui il Mistero ci convoca (non abbiamo perciò niente di più amico delle circostanze inevitabili: esse sono il segno oggettivo del Mistero che ci chiama). Ancora nella liturgia ambrosiana si trova questa bella preghiera: «Tu, Dio, doni alla Chiesa di Cristo di celebrare Misteri ineffabili nei quali la nostra esiguità di creature mortali si rende sublime in un rapporto eterno e la nostra esistenza nel tempo comincia a fiorire come vita senza fine. Così, seguendo il Tuo disegno di amore l’uomo passa da una condizione mortale a una prodigiosa salvezza».

Lo stupore dell’incontro
De Lubac, in Paradossi e nuovi paradossi, osserva che «il conformista [chi aderisce alla mentalità comune, cioè chi non aderisce alla Sua compagnia] prende perfino le cose dello spirito per il loro aspetto formale, esteriore. L’obbediente invece prende perfino le cose della terra per il loro aspetto interiore e sublime». Per questo occorre coltivare una dote umana che è immediatamente propria del bambino e diventa grande quando è propria dell’adulto: lo stupore. Come mi è stato scritto: «Non è comunicato se non ciò che è ricevuto gratuitamente (come da un bambino). E si trattiene solo perché si è stupiti». Occorre incrementare dunque la capacità di stupore: «Se non sarete come bambini non entrerete mai».

Nella seconda parte del primo capitolo del Vangelo di Giovanni si racconta di Giovanni e Andrea che si mettono a seguire Gesù. «Gesù si volta e dice: “Che cosa cercate?”. “Maestro, dove abiti?”. “Venite a vedere”. Ed essi andarono e rimasero tutto quel giorno con Lui». Immaginiamo quei due che vanno dietro, tutti intimiditi, a quel giovane uomo che li precede: chissà con quale stupore lo guardavano e lo ascoltavano!
Un’altra pagina del Vangelo mi colpisce come questa. Descrive il momento in cui Gesù passa in mezzo alla folla di Gerico. Il capo della mafia di Gerico, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vederLo, perché era piccolo di statura. Gesù gli passa vicino, guarda su, dove si era issato, e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). Immaginiamo che cosa ha dovuto sentire quell’uomo! È come se Cristo gli avesse detto: «Io ti stimo, Zaccheo, fai presto a scendere, vengo a casa tua». Ma quell’incontro non sarebbe vero – sarebbe come se non fosse avvenuto duemila anni fa – se non avvenisse adesso. Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi! Gli incontri con persone che ci guardano e ci comprendono come Gesù ha guardato e compreso Zaccheo, e che noi possiamo guardare, sono i fatti più importanti della vita. «Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»: è l’invito di uno dei primi documenti cristiani, la Didaché.

La compagnia, luogo dell’appartenenza
La comunità, la compagnia, dove l’incontro con Cristo accade, è il luogo dell’appartenenza del nostro io, il luogo da cui esso attinge la modalità ultima di percepire e di sentire le cose, di coglierle intellettualmente e di giudicarle, di immaginare, di progettare, di decidere, di fare. Il nostro io appartiene a questo “corpo” che è la nostra compagnia, e da esso attinge il criterio ultimo per affrontare tutte le cose. Perciò il nostro punto di vista non va per la sua strada, ma si obbliga al paragone e nel paragone obbedisce alla comunità, alla compagnia. Come diceva Rilke alla moglie, in riferimento a quell’appartenenza breve ma esemplare che è il rapporto uomo-donna: «Dove rimane all’oscuro qualcosa, esso è di un genere che non esige chiarimenti, ma sottomissione». Grande è la sottomissione che noi sperimentiamo nella vita della nostra compagnia: è sottomissione al Mistero di Cristo che si rende presente nella nostra compagnia e cammina con noi.

Una affermazione di Péguy coglie bene il punto: «Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».
Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – del figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio.

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Il tempo della libertà

Posté par atempodiblog le 5 juillet 2011

«L’attesa delle vacanze documenta una volontà di vivere: proprio per questo non devono essere una “vacanza” da se stessi. Allora l’estate non sarà una interruzione o una proroga al prendere sul serio la vita» (Milano Studenti, 5 giugno 1964).
Don Luigi Giussani

Il tempo della libertà dans Don Luigi Giussani buonevacanze

Appunti di un dialogo prendendo un aperitivo con don Giussani, prima di partire per le ferie
Fonte: Comunione e Liberazione

Dai primissimi giorni di Gioventù Studentesca abbiamo avuto un concetto chiaro e semplice: tempo libero è il tempo in cui uno non è obbligato a fare niente, non c’è qualcosa che si è obbligati a fare, il tempo libero è tempo libero.
Siccome discutevamo spesso coi genitori e coi professori sul fatto che Gs occupava troppo il tempo libero dei ragazzi, mentre i ragazzi avrebbero dovuto studiare o lavorare in cucina, in casa, io dicevo: «Avranno ben il tempo libero, i ragazzi!». «Ma un giovane, una persona adulta» mi si obiettava «lo si giudica dal lavoro, dalla serietà del lavoro, dalla tenacia e dalla fedeltà al lavoro». «No» rispondevo, «macché! Un ragazzo si giudica da come usa il tempo libero». Oh, si scandalizzavano tutti. E invece… se è tempo libero, significa che uno è libero di fare quello che vuole. Perciò quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero.
Quello che una persona – giovane o adulto – veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessità sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell’anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco.
La risposta che davamo a genitori e insegnanti più di quarant’anni fa ha una profondità a cui essi non erano mai giunti: il valore più grande dell’uomo, la virtù, il coraggio, l’energia dell’uomo, il ciò per cui vale la pena vivere, sta nella gratuità, nella capacità della gratuità. E la gratuità è proprio nel tempo libero che emerge e si afferma in modo stupefacente. Il modo della preghiera, la fedeltà alla preghiera, la verità dei rapporti, la dedizione di sé, il gusto delle cose, la modestia nell’usare della realtà, la commozione e la compassione verso le cose, tutto questo lo si vede molto più in vacanza che durante l’anno. In vacanza uno è libero e, se è libero, fa quello che vuole.
Questo vuol dire che la vacanza è una cosa importante. Innanzitutto ciò implica attenzione nella scelta della compagnia e del luogo, ma soprattutto c’entra con il modo in cui si vive: se la vacanza non ti fa mai ricordare quello che vorresti ricordare di più, se non ti rende più buono verso gli altri, ma ti rende più istintivo, se non ti fa imparare a guardare la natura con intenzione profonda, se non ti fa compiere un sacrificio con gioia, il tempo del riposo non ottiene il suo scopo. La vacanza deve essere la più libera possibile. Il criterio delle ferie è quello di respirare, possibilmente a pieni polmoni.
Da questo punto di vista, fissare come principio a priori che un gruppo debba fare la vacanza insieme è innanzitutto contrario a quanto detto, perché i più deboli della compagnia, per esempio, possono non osare dire di no. In secondo luogo è contro il principio missionario: l’andare in vacanza insieme deve rispondere a questo criterio. Comunque, innanzitutto, libertà sopra ogni cosa. Libertà di fare ciò che si vuole… secondo l’ideale! Che cosa ne viene in tasca, a vivere così? La gratuità, la purità del rapporto umano.
In tutto questo l’ultima cosa di cui ci si può accusare è di invitare ad una vita triste o di costringere ad una vita pesante: sarebbe il segno che proprio chi obietta è triste, pesante e macilento. Dove macilento indica chi non mangia e non beve, perciò chi non gode della vita. E dire che Gesù ha identificato lo strumento, il nesso supremo tra l’uomo che cammina sulla terra e il Dio vivente, l’Infinito, il Mistero infinito, col mangiare e col bere: l’eucarestia è mangiare e bere – anche se adesso tanto spesso è ridotta a uno schematismo di cui non si capisce più il significato -. È un mangiare e un bere: agape è un mangiare e bere. L’espressione più grande del rapporto tra me e questa presenza che è Dio fatto uomo in te, o Cristo, è mangiare e bere con te. Dove tu ti identifichi con quel che mangi e bevi, così che, «pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio» (“fede” vuol dire riconoscere una Presenza).

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Inter campione d’Italia e gli altri verdetti

Posté par atempodiblog le 19 mai 2008

Torna Ibrahimovic e l’Inter è campione d’Italia. Fiorentina in Champions
di Lara Vecchio – Il Sole 24 ORE

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Il terzo per gli almanacchi. Il secondo per i protagonisti. Il primo, vero, questo sì, per i tifosi che non si sono mai davvero accontentati né del frutto del peccato altrui, né dell’impresa monca della scorsa stagione sulla quale pesava la falsa partenza o addirittura la latitanza delle contendenti storiche. Del trionfo di ieri si è detto tutto, troppo, e a tratti, giocando d’anticipo, a sproposito; oggi è il giorno di rendere onore ai campioni d’Italia, perché i detrattori, o i « gufi » (come li hanno definiti i neo scudettati) non hanno più nulla a cui aggrapparsi. E col senno di poi, aver rischiato di perderlo rocambolescamente non è una colpa, ma solo l’ingrediente segreto per rendere più gustoso il boccone. Il 16° scudetto dell’Inter è quello che straccia via, una volta per tutte, senza se e senza ma, l’etichetta dell’eterna incompiuta. È quello catartico che scrolla di dosso la frustrazione. È quello che i protagonisti si godranno solo dopo aver realizzato appieno. Ieri sera, paradossalmente, sono mancati i tempi tecnici. Come se non bastasse giocarsi tutto all’ultima giornata, a fine primo tempo il tricolore stava chiuso nella cassaforte del Massimino, a Catania, mentre Mancini e compagnia, al Tardini di Parma, rientravano in campo per la ripresa ostentando sicurezza, ma traditi dallo sguardo smarrito dell’ animale braccato. Certo, dopo aver respirato l’odore pungente della paura, quello della festa è così inebriante che arriva al cervello, ti toglie il respiro, annebbia immagini, riflessioni e pensieri. Per recuperare la visione d’insieme c’è tempo. Per ora bastano i flash. Il primo abbaglia e stordisce: arriva da Catania e, come nei film, in un istante, ti passa davanti una vita. Perché per la prima in volta in stagione, dopo 8′ dell’ultimo atto, l’Inter si trova a rincorrere senza averne attitudine e abitudine. Il gol di Vucinic, che illumina la faccia giallorossa della luna e prende a picconate il fortino della scaramanzia costruito ad hoc dal popolo romanista e dagli uomini di Spalletti, disegna rughe profonde sui volti nerazzurri e annichilisce i tifosi interisti infiltrati al Tardini, quelli che attendono fuori, quelli radunati sotto
la Madonnina. Il secondo, nell’intervallo, è un segreto che per sempre sarà custodito dai muri del Tardini. Le parole di Mancini, quelle di Moratti , o solo uno sguardo, chissà. Fatto sta che nel diluvio di Parma, i flash successivi sciolgono il ghiaccio e scaldano il cuore. È il 6′ della ripresa e, quando Ibrahimovic si alza dalla panchina, la Roma è campione d’Italia. Lo svedese, in undici minuti, spinge l’altalena dell’Inter così forte da rispedirla in paradiso. E rotto il digiuno con uno splendido gol (controllo, dribblig e gran destro), si assicura i titoli a nove colonne marchiando a fuoco lo scudetto con un sinistro al volo. Gli ultimi, sono quelli dei fotografi, che immortalano l’urlo liberatorio di Roberto Mancini fradicio come un pulcino, il mucchio nerazzurro in mezzo al campo e le lacrime gialloblù di un Parma che lascia la serie A dopo 18 anni. Speculari le immagini che giungono dalla Sicilia, dove si spengono i sorrisi di una Roma tenace e straordinaria, vinta dalla spossatezza di un’estenuante rincorsa, raggiunta dal gol salvezza del Catania che, a catena, condanna alla serie B l’Empoli, pur vittorioso sul già retrocesso Livorno. Mai, negli ultimi anni, un’ultima giornata era stata così decisiva e così gravida di verdetti:in testa, in coda, in mezzo. Milan e Fiorentina non sono state da meno. Nella lotta per la Champions League è successa un po’ la stessa cosa. Fiorentina avanti per tutto il campionato, raggiunta e superata da uno sprint milanista a un passo dal traguardo, aggredita al primo cedimento mentre tentava invano di smaltire la delusione dell’eliminazione in Coppa Uefa, capace però di piazzare la zampata finale per riprendersi meritatamente un posto tenuto in caldo per quasi tutta la stagione. La splendida rovesciata di Osvaldo, che vale la vittoria sul Toro, vanifica il 4-1 del Milan sull’Udinese. Giornata nera per il Milan e i suoi tifosi, costretti a beccare le briciole tenendo stretta la qualificazione in Coppa Uefa, ma soprattutto a sfollare alla svelta San Siro per cedere il palcoscenico alla festa dei cugini. Davvero pochi, ieri, i campi neutrali. Una scampagnata tra Cagliari e Reggina, già in vacanza: finisce 2-2, come Siena-Palermo, altra sfilata di fine stagione.
La Lazio all’Olimpico vince sul Napoli ma i risultati più interessanti sono, per ovvie ragioni, quelli che appaiono sul tabellone. Riflettori puntati invece su Atalanta-Genoa, con uno spettatore più interessato di altri: Alessandro Del Piero. In vetta alla classifica cannonieri con 21 gol, dopo la doppietta nella gara di sabato con la Sampdoria, Pinturicchio attendeva la consacrazione via telecomando. Il digiuno di Marco Borriello, che si ferma a quota 19, toglie l’ultimo alibi a Donadoni che, di fronte al capocannoniere del campionato, si trova con le spalle al muro.

Tutti i verdetti:
85 Inter, campione d’Italia con accesso diretto in Champions League
82 Roma, in Champions League accesso diretto 72 Juventus, 66 Fiorentina, in Champions League (preliminari);
64 Milan, 60 Sampdoria, 57 Udinese, in Coppa Uefa;
50 Napoli; 48 Genoa, Atalanta; 47 Palermo; 46 Lazio; 44 Siena; 42 Cagliari; 40 Torino Reggina; 37 Catania
36 Empoli, 34 Parma, 30 Livorno (serie B)

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