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Chesterton: La storia in giallo

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2013

Chesterton: La storia in giallo
Un esempio di didattica alle superiori, quando la fantasia viene in soccorso alla storia.

Con Chesterton alle radici della modernità attraverso la metafora
di Roberto Filippetti
Tratto da: Cultura Cattolica

Novembre ’95. IV superiore. “Professore, ci hanno dettato il nuovo orario provvisorio: abbiamo lei alla VI ora del sabato”. Tanto in Italiano con Machiavelli, quanto in Storia col Protestantesimo e la Riforma cattolica stiamo approfondendo le radici della modernità. Mi viene un’idea: leggere insieme in classe un racconto di G. K. Chesterton: Il martello di Dio (dal volume L’innocenza di Padre Brown, BUR, 1989).

Chesterton: La storia in giallo dans Anticristo uqitSiamo in un villaggetto, Bohun Beacon, appollaiato su una ripida altura, sormontata da un’imponente chiesa gotica. Ai suoi piedi la bottega del fabbro e l’osteria, ove – dopo l’ennesima notte di bagordi – sta seduto Norman Bohun. Lì lo sorprende suo fratello Wilfred Bohun, pio e austero prete anglicano. I Bohun sono rampolli dell’antica famiglia medievale che ha dato lustro (“Beacon”) al villaggio, “ma è un grave errore credere che simili casate mantengano alta la tradizione cavalleresca. A parte i poveri, sono ben pochi quelli che conservano le tradizioni; gli aristocratici non seguono le tradizioni, ma la moda” (vecchio Chesterton, hai colpito ancora!). Norman, il libertino, confessa di star andando a fare visita alla moglie del fabbro – donna formosa, bellissima, e cattolica – dato che l’erculeo marito di lei – protestante presbiteriano – è fuori paese. Il reverendo Wilfred mette in guardia il fratello sia dai fulmini di Dio che dalla forza dell’uomo, ma Norman replica di essere uscito di casa “parzialmente corazzato”: ha in testa uno strano cappello verde che cela un elmetto d’acciaio. Wilfred, disgustato, s’avvia verso la chiesa, dalla quale sta uscendo Joe, l’idiota del villaggio; prima di entrare nell’edificio sacro, fa in tempo a vedere il fratello dissoluto che si prende gioco del povero ragazzo, gettandogli monetine nella bocca aperta, in un crudele tiro al bersaglio. Il reverendo, che ama andare a pregare nei luoghi alti e solitari, sale su uno stallo posto sotto una splendida vetrata gotica. Lì mezz’ora dopo lo trova Gibbs, l’ateo ciabattino del paese, e gli porta la tragica notizia: Norman è stato ammazzato. Giace a terra con il cranio ridotto a “un’orrenda massa molle spiaccicata”. Gli stanno attorno l’ispettore di polizia, il medico, il pastore presbiteriano, mentre un pretino cattolico – padre Brown – parla con la bellissima moglie del fabbro. Al ciabattino Gibbs tutto sembra chiaro: solo un gigante come il fabbro può aver assestato un tal colpo. Il medico conferma: schegge di cranio si sono conficcate addirittura nel terreno. L’ispettore rinviene l’arma del delitto: un piccolo, leggero martello che sta, insanguinato e sporco di capelli, vicino al muro della chiesa. La cosa – nota padre Brown – è di per sé misteriosa: perché un uomo così grosso ha usato un martello tanto piccolo?

Intanto il fabbro, calmo e tranquillo, sta tornando in paese con due amici. Visto il cadavere, con “occhi d’acciaio” fissa “quel cane d’un peccatore” e commenta: “È andato all’inferno”. È subito invitato dal ciabattino ateo a tacere: sono gli altri che devono dimostrarne la colpevolezza. Gibbs è pieno “d’ammirazione per il sistema giudiziario inglese; giacché non c’è uomo più attaccato alla legge di un laicista convinto” (quant’è vero, vecchio Chesterton!). Il fabbro ha un alibi di ferro: ha molti testimoni, puritani come lui, che gli sono rimasti accanto “nella sala del comitato della nostra missione per il risveglio della fede, che tiene seduta tutta notte: pensiamo alla salvezza delle anime noi!”. Chi è allora l’assassino? A parere del medico non può essere che la moglie del fabbro, e cerca di dimostrarlo entrando nei meandri della coscienza di una donna che tradisce il marito, ma che forse odia l’arrogante e perfido amante. Padre Brown ribatte che l’ipotesi non è ragionevole, perché non considera tutti i fattori: il colpo ha frantumato un elmetto di ferro come se fosse vetro, impossibile per le esili braccia di quella donna. “Lei è come molti altri medici, – osservò -. La sua scienza psicologica è davvero suggestiva; ma la sua scienza fisica è del tutto inconcepibile” (cosa non di poco conto per un fisiatra!) Tocca ora al reverendo Bohun avanzare la propria ipotesi: solo un idiota si sarebbe servito di un martello così piccolo, avendone a disposizione tanti più grandi; l’assassino è Joe il matto che, come ogni pazzo, “nel suo parossismo può avere la forza di dieci uomini”. Padre Wilfred ha un sorriso “scomposto ma stranamente felice”: da prete, non vuole che il reo finisca sul patibolo e Joe, essendo idiota, verrà risparmiato. Il medico è convinto. Anche padre Brown trova l’ipotesi “intrinsecamente inattaccabile”, eppure afferma “sulla base di quanto sa positivamente, che non è la vera”. Il medico è stizzito. “Questi preti papalini sono diabolicamente astuti”. Anche il fabbro (ormai scagionato: lui era lontano e il suo martello “non aveva 44 ali per volare lungo mezzo miglio”) ha un idea: è la mano stessa di Dio che ha fulminato il malvagio per difendere l’onore della donna. A padre Brown, che con Wilfred si sta avviando a visitare l’antica chiesa gotica (già cattolica ed ora anglicana), il dottore chiede di svelare il mistero di quell’omicidio, ma il nostro pretino replica: “Esiste un’eccellente ragione perché un uomo che esercita il mio ministero tenga le cose per sé quando non ne è sicuro: e la ragione è ch’è sempre suo dovere tenerle per sé quando è sicuro”.

Il piccolo sacerdote offre però due indizi: il fabbro sbaglia a dire che il colpo è piombato giù per miracolo (“a parte il miracolo che l’uomo di per sé rappresenta, col suo cuore strano, malvagio, e tuttavia semieroico”); la fiaba di un martello che vola “è la cosa più vicina alla verità”. Quindi i due religiosi entrano in chiesa. Wilfred porta Brown su in alto, sotto la vetrata; ma il prete cattolico sale più in alto ancora, fin sulla piattaforma esterna e chiede a Wilfred di raggiungerlo. Da lassù il recinto del fabbro appare minuscolo e il cadavere di Norman sembra “una mosca schiacciata”. “Penso che è pericoloso fermarsi in questi luoghi alti, sia pure per pregare – disse padre Brown -. Le altezze furono fatte perché si guardi a esse, non perché da esse si guardi in giù. La religione puritana del fabbro fa di lui “un buon uomo”, ma non un cristiano: duro, impetuoso, inesorabile”: è la religione di chi, dalle cime, guarda “all’ingiù, sul mondo, invece che in alto, verso il cielo. L’umiltà è madre di giganti. Si vedono cose grandi dalla valle; e solo cose piccole dalle cime”. Ma anche ad un altro uomo è accaduto di salire in alto a guardare il mondo da lassù: egli aveva cominciato “col pregare assieme agli altri, davanti all’altare, ma poi fu preso dalla passione dei luoghi alti e solitari, per andarvi a dire le preghiere: angoli o nicchie sui campanili e sulle guglie. E una volta, su uno di questi luoghi che danno le vertigini… immaginò di esser Dio… e commise un gran delitto”. Da lassù gli uomini gli apparivano “come insetti”, e specialmente uno, con quel cappello verde, gli sembrò “un insetto velenoso”; aveva poi a disposizione quella terribile energia della natura che è la forza di gravità, per la quale un piccolo martello, raccolto da terra in un impeto “d’ira non giusta”, diventa un’arma micidiale. Il reverendo Wilfred, smascherato, sta per gettarsi nel vuoto, ma padre Brown lo blocca: “Non da questa porta, – disse con dolcezza: – questa conduce all’inferno”. Quindi aggiunge che non lo denuncerà, poiché Wilfred “non è ancora andato all’estremo del male”: non ha infatti cercato di far ricadere la colpa sul fabbro o sulla donna, ma ha tentato di accollare il delitto all’idiota Joe “perché sapeva che non poteva essere condannato. Questo è uno di quei barlumi ch’è mia missione trovare negli assassini” (e di lì a poco, liberamente, da uomo, Wilfred scenderà per la porta giusta e andrà a costituirsi).Quest’ultima battuta di padre Brown descrive il genio della posizione cattolica: una capacità “ecumenica” di valorizzare il buono, pur di mezzo al marciume.

[...]

Suona la campanella. La sesta ora del sabato è… miracolosamente volata. Abbiamo imparato qualcosa in più sul laicismo legalista, sul puritanesimo calvinista, sullo psicologismo scientista, sul farisaico superomismo. Ma soprattutto abbiamo ricevuto da Chesterton una lezione di metodo che è – manzonianamente – “il sugo di tutta la storia”: padre Brown risolve il caso perché è aperto a tutta la realtà, tiene conto di tutti i fattori; e ci suggerisce quell’amore al Destino grazie al quale vediamo i “barlumi” ch’è nostra missione trovare.

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La maldicenza

Posté par atempodiblog le 14 août 2011

OMELIE DEL SANTO CURATO D’ARS
La maldicenza
Tratto da: Parrocchia San Michele Arcangelo
Borgo San Michele- Latina

La maldicenza arsu

« Si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente » (Mc 7,35)

Sarebbe desiderabile, fratelli miei, che si potesse dire di ognuno di noi, ciò che il Vangelo dice di questo muto che Gesù guarì, cioè, che parlava molto bene. Ma, ahimè!, fratelli miei, forse ci si dovrebbe rimproverare che noi parliamo quasi sempre male, soprattutto quando parliamo del nostro prossimo. Quale è, infatti, la condotta della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccola: criticare, censurare, screditare e condannare, ciò che fa e dice il prossimo. Questo, fra tutti i vizi, è quello più comune, quello più universalmente diffuso, e, forse, il peggiore di tutti. Vizio, che non si potrà mai detestare abbastanza, vizio che produce le più funeste conseguenze, che sparge dappertutto il turbamento e la desolazione. Ah! piacesse a Dio di darmi uno dei suoi carboni di cui l’angelo si servì per purificare le labbra del profeta Isaia, perché potessi purificare la lingua di tutti gli uomini! Oh! Quanti mali si potrebbero bandire dalla faccia della terra, se si potesse scacciarne la maldicenza! Potessi, fratelli miei, farvi provare un tale orrore, da ricevere la grazia di correggervi per sempre da questo vizio! Ecco, fratelli miei, qual è il mio progetto.

1°: farvi capire cos’è la maldicenza;
2°: quali sono le sue cause e le sue conseguenze;
3°: la difficoltà e la necessità di combatterla.

Non voglio cominciare mostrandovi la gravità e la nefandezza di questo crimine, che semina tanto male; che è la causa di tante discordie, di odio, di omicidi e di inimicizie, che spesso durano tanto quanto la vita delle persone, crimine che non risparmia né i buoni, né i cattivi. E’ sufficiente che vi dica, che questo crimine è uno di quelli che trascina più anime nell’inferno. Credo, però, che sia più necessario farvi conoscere in quanti modi noi possiamo rendercene colpevoli, affinché, conoscendo il male che fate, possiate correggervi, ed evitare i tormenti che sono preparati nell’altra vita per questo vizio. Se mi domandaste: che cos’è la maldicenza? Io vi risponderei: la maldicenza è far conoscere un difetto o una colpa del prossimo, in maniera tale da nuocere, poco o molto, alla sua reputazione. E ciò avviene in vari modi. Si parla male, in primo luogo, allorché si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non ha, e questo si chiama calunnia. E’ un crimine infinitamente terribile, ma che, tuttavia è molto comune. Attenti a non ingannarvi, fratelli miei, perché dal parlar male al calunniare, il passo è molto breve. Se ci facciamo caso, ci accorgiamo che, quasi sempre, si aggiunge qualcosa e si aumenta il male che si dice del prossimo. Una cosa che passa per molte bocche, non è più la stessa; colui che l’ha detta per primo, non la riconosce più, tanto è stata cambiata e accresciuta. Da ciò, io concludo che uno che parla male è, quasi sempre, anche calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo padre che dice che bisognerebbe scacciare i maldicenti dalla società degli uomini, come si trattasse di bestie feroci. Si parla male, inoltre, quando si gonfia il male che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che ha commesso qualche colpa, e voi cosa fate? Invece di ricoprirla col velo della carità, o, almeno, di ridimensionarla, voi invece la ingigantite. Vedete un domestico che si riposa un istante, o un operaio che fa lo stesso, e se qualcuno ve ne parla, riferirete, senza nessuna verifica, che è un fannullone, che ruba il denaro del suo padrone. Vedete passare una persona in una vigna o in un frutteto, e vi accorgete che coglie qualche radice o qualche frutto, cosa che non dovrebbe fare, è vero. Ma voi andrete a raccontare a tutti quelli che incontrate, che quel tale è un ladro, che bisogna guardarsi da lui, anche se quello non ha mai rubato; e così via… E’, ciò che si chiama, parlare male per esagerazione. Ascoltate cosa dice san Francesco di Sales: « Non dite che il tale è un ubriaco o un ladro, perché lo avete visto rubare o ubriacarsi una sola volta. Noè e Lot si ubriacarono una volta; eppure né l’uno né l’altro erano degli ubriachi. San Pietro non era un bestemmiatore, per aver imprecato una volta. Una persona non è viziosa, per essere caduta una volta nel vizio, e quand’anche vi cadesse più volte, parlandone male si corre il rischio di accusarlo falsamente. E’ ciò che accadde a Simone il lebbroso, quando vide la Maddalena ai piedi del Salvatore, mentre li bagnava con le sue lacrime: « Se quest’uomo fosse un profeta, come si dice, non saprebbe che è una peccatrice, colei che si è gettata ai suoi piedi? ». Egli si sbagliava di grosso: la Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché le erano stati perdonati tutti i suoi peccati. Vedete ancora questo orgoglioso fariseo, che, stando nel tempio, faceva l’elenco di tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini, adulteri, ingiusti e ladri, proprio come quel pubblicano. Egli riteneva che quel pubblicano fosse un peccatore, invece, in quello stesso momento, quello era stato giustificato. Ah! figli miei, continua questo ammirevole san Francesco di Sales, dal momento che la misericordia di Dio è tanto grande, che un solo istante è sufficiente perché Egli perdoni il più grande delitto del mondo, come possiamo noi avere l’audacia di dire che colui che fino a ieri era un gran peccatore, lo sia anche oggi? ».

Concludendo le osservazioni fatte in precedenza, io dico che quasi sempre ci sbagliamo, quando giudichiamo male il nostro prossimo, sebbene la cosa su cui portiamo il nostro giudizio, possa avere qualche apparenza di verità. Dico ancora che si parla male, quando si fa conoscere, senza una legittima ragione, un difetto nascosto del prossimo, o una colpa ignota. Ci sono persone che s’immaginano che quando vengono a sapere qualcosa di male sul prossimo, possono tranquillamente dirlo ad altri e intrattenervisi. Ti sbagli di grosso, amico mio. Che cosa la nostra religione ci raccomanda più della carità? La stessa ragione ci suggerisce di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Considerate la cosa più da vicino: saremmo contenti noi, se qualcuno ci avesse visto commettere una colpa, e andasse a spifferarla a tutti? No, senza dubbio; al contrario, se ci facesse la carità di tenerla nascosta, gli saremmo molto riconoscenti. Sapete bene come vi infastidisce, se qualcuno dice qualcosa sul vostro conto o sulla vostra famiglia. Dov’è, dunque, la giustizia e la carità? Finché la colpa del vostro prossimo è nascosta, egli conserverà la sua reputazione; ma dall’istante in cui la farete conoscere, gli ruberete la stima di cui gode, e in ciò gli farete un gran torto, più che se gli toglieste una parte dei suoi beni, poiché lo Spirito Santo ci dice che una buona reputazione vale più delle ricchezze. Si parla male, inoltre, allorché si interpretano male le buone azioni del prossimo. Ci sono persone simili al ragno, che trasforma in veleno le cose migliori. Un poveretto, una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è simile a un chicco di grano, sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente distrutto. Questa gente, vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avveleneranno ogni vostra azione e ogni vostro movimento. Se siete persone pie, che vogliono adempiere fedelmente i doveri della vostra religione, per loro siete solo degli ipocriti, che vi comportate come un dio, quando state in Chiesa, e come diavoli, quando siete in casa vostra. Se compite opere buone, essi penseranno che lo fate per orgoglio, per farvi vedere. Se fuggite le abitudini del mondo, per essi siete persone strane, malati di testa; se avete cura dei vostri beni, per essi siete soltanto avari. Diciamolo francamente, fratelli miei, la lingua del maldicente è come un verme che intacca i buoni frutti, cioè le migliori azioni di questo mondo, e cerca di trasformarli in roba da buttar via. La lingua del maldicente è come un bruco che insudicia i fiori più belli, deponendo in essi la traccia disgustosa della sua schiuma. Affermo ancora, che si parla male, perfino senza dire nulla, ed ora vi spiego come. Potrà accadere che, alla vostra presenza, si lodi una persona che si sa che conoscete. E voi non dite nulla, oppure la lodate con una certa freddezza: allora il vostro silenzio o la vostra simulazione, porteranno a pensare che voi conoscete, sul suo conto, qualcosa di brutto, e che ciò vi porta a non dire nulla. Altri, poi, parlano male sotto un’apparenza di compassione. « Non sai niente, essi dicono, non hai sentito ciò che è successo a quella tale, che conosci bene? Peccato, che si è lasciata ingannare!… Tu, tu che sei come me, non avresti mai creduto?… ». San Francesco ci dice che una simile maldicenza è simile a una freccia avvelenata, che si immerge nell’olio, perché penetri più in profondità. E poi, un gesto,un sorriso, un « ma… », un dondolio della testa, una sottile aria di disprezzo: tutto ciò contribuisce a far pensare un gran male della persona di cui si parla. Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle sue conseguenze, consiste nel riferire a qualcuno ciò che un altro ha detto di lui o ha fatto contro di lui. Queste delazioni, producono i mali più terribili, che fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta, che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi quanto questa specie di persone sia colpevole, ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: « Ci sono sei cose che Dio odia, ma la settima egli la detesta, questa settima è la delazione ». Ecco, fratelli miei, in quanti modi, pressappoco, si può peccare a causa della maldicenza. Scandagliate il vostro cuore e vedete se non siete anche voi, in qualche modo, colpevoli in questa materia.

Anzitutto vorrei avvertirvi che non si deve credere facilmente al male che si dice degli altri, e, se capita che una persona, accusata, non si difenda, non si deve affatto credere che, per questo, ciò che si va dicendo sia vero. Eccovi un esempio che vi dimostrerà che possiamo sbagliarci tutti, e che dobbiamo molto difficilmente credere al male che ci viene riferito sugli altri. Si racconta che un vedovo, che aveva una figlia unica molto giovane, la affidò a uno dei parenti e andò a farsi religioso in un monastero di solitari. La sua virtù lo rese amabile da parte di tutti gli altri religiosi. Da parte sua, egli era molto contento della sua vocazione, ma qualche tempo dopo, pensando a sua figlia, la tenerezza che nutrì per la ragazza, lo riempì di dolore e di tristezza per averla abbandonata così. Il padre abate se ne accorse e un giorno gli disse: « Fratello mio, cos’è che ti affligge tanto? » – « Ahimè! padre mio, gli rispose il solitario, ho lasciato in città una ragazza molto giovane: è questo il motivo della mia pena ». L’abate, non avendo compreso che si trattava di una figlia, ma credendo che fosse un figlio maschio, gli disse: « Vai a cercarlo e portalo qui, così lo farai crescere in mezzo a noi ». Subito quello partì, considerando il comando come se fosse una voce dal cielo, e, trovata la figlia, ancora piccola, che si chiamava Marina, le disse di prendere il nome di Marino, le raccomandò di non rivelare mai di essere una donna, e la condusse in monastero. Il padre si adoperò talmente per mostrarle la necessità della perfezione, dopo che aveva lasciato il mondo per donarsi a Dio,che, in poco tempo, ella divenne un modello di virtù, anche per i religiosi più anziani, pur essendo, lei, così giovane. Prima di morire, suo padre le raccomandò fortemente di nuovo, di non rivelare mai la sua vera identità. Marina aveva appena diciassette anni, allorché il padre la lasciò. Tutti i religiosi, la chiamavano Marino. La sua umiltà profonda e la virtù non comune, la fecero amare e rispettare da tutti i religiosi. Ma il demonio, geloso perché la vedeva camminare tanto rapidamente nella via della virtù, o piuttosto, volendo Dio metterla alla prova, permise che fosse calunniata nel modo più abietto. Le sarebbe stato molto facile dimostrare la sua innocenza, ma ella non volle farlo. Capite, così, che una persona che ama veramente Dio, considera tutto ciò che Dio permette che accada, persino la maldicenza e la calunnia, come un dono per il suo maggior bene. I fratelli del monastero, erano soliti, certi giorni della settimana, andare al mercato a fare provvista, e quel fratello (Marino) li accompagnava. Il padrone dell’osteria, aveva una figlia che aveva peccato miseramente con un soldato. Essendosi accorto che era incinta, volle sapere da lei chi l’aveva disonorata. Questa figlia, piena di malizia, si inventò la più oscena maldicenza e la più terribile calunnia, e disse a suo padre che era stato il monaco Marino che l’aveva sedotta, e che era caduta nel peccato insieme a lui. Il padre, pieno di furore, venne a fare le sue rimostranze all’abate, il quale rimase molto stupito che il monaco Marino avesse potuto fare una simile cosa, proprio lui che era ritenuto un grande santo. Allora il padre abate mandò a chiamare fratel Marino alla sua presenza e gli chiese che cosa mai avesse combinato, che razza di vita avesse condotto finora, e se si rendesse conto quale vergogna fosse per un religioso! Il povero fratel Marino, elevando a Dio il suo cuore, pensava a che cosa dovesse rispondere, e allora, piuttosto che diffamare quella ragazza impudica, si accontentò di rispondere così: « Sono un povero peccatore, che merita di fare penitenza ». L’abate non indagò oltre, e credendolo colpevole del crimine di cui veniva accusato, lo castigò aspramente e lo cacciò dal monastero. E questa povera figlia, simile a Gesù Cristo, ricevette i colpi e l’affronto, senza aprire bocca per lamentarsi né per fare riconoscere la sua innocenza, lei che avrebbe potuto dimostrarla con tanta facilità. Ella restò per tre anni alla porta del monastero, guardata da tutti i religiosi come un’infame. Quando i religiosi passavano, si prostrava davanti a loro per chiedere l’aiuto delle loro preghiere e un piccolo pezzo di pane, per non morire di fame. La ragazza dell’osteria, avendo partorito, custodì per qualche tempo il bambino, ma poi, quando fu svezzato, lo inviò a fratel Marino, come se ne fosse il padre. Egli, senza manifestare per nulla la sua innocenza, lo accolse come se fosse suo figlio, e lo nutrì per due anni, condividendo con lui le poche elemosine che riceveva. Gli altri religiosi, commossi da tanta umiltà, andarono a pregare l’abate di avere piètà di fratel Marino, osservando che da cinque anni faceva penitenza alla porta del monastero, e che bisognava accoglierlo e perdonarlo per amore di Gesù Cristo. Il padre abate, avendolo fatto venire, gli rivolse aspri rimproveri: « Tuo padre era un santo, gli dice l’abate, ti fece entrare qui dalla tua infanzia, e tu hai avuto la sfrontatezza di disonorare questo luogo col più detestabile dei crimini. Tuttavia, ti concedo di entrare in questa casa con questo bambino, del quale tu sei l’indegno padre, e ti condanno, come espiazione del tuo peccato, ai servizi più vili e più bassi verso tutti gli altri fratelli ». Il povero fratel Marino, senza dire una sola parola di lamento, si sottomise a tutti, sempre contento e sempre deciso a non dire nulla per far conoscere la sua completa innocenza. Questo nuovo lavoro, che a mala pena avrebbe potuto sostenere un uomo robusto, non lo scoraggiò affatto. Tuttavia, di lì a poco, schiacciato dalla fatica del lavoro e dall’austerità dei digiuni, soccombette, e, pochi giorni dopo, morì. L’abate ordinò, secondo carità, che gli fossero tributati gli uffici, come a ogni altro religioso; ma per stigmatizzare al massimo il vizio dell’impurità, lo fece seppellire lontano dal monastero, perché al più presto venisse dimenticato. Ma Dio volle che si riconoscesse la sua innocenza, che ella (Marina = fratel Marino) aveva tenuta nascosta per sì lungo tempo. Avendo i fratelli scoperto che era una donna, si misero a gridare, percuotendosi il petto: « Dio mio, come ha potuto, questa santa figlia, soffrire con tanta pazienza tante ingiurie e afflizioni, senza lamentarsi, quando invece le sarebbe stato tanto facile discolparsi? ». Allora corrono dal padre abate, urlando con forza e spandendo lacrime in abbondanza: « Venite, padre mio, gli dissero, venite a vedere fratel Marino ». L’abate, meravigliato per queste grida e per queste lacrime, corre verso questa povera figlia innocente. Egli fu assalito da un così vivo dolore, che si inginocchiò, battendo la fronte per terra e versando torrenti di lacrime. Allora tutti insieme, lui e i suoi religiosi, cominciarono a gridare, desolati: « O santa e innocente figlia, ti scongiuro, per la misericordia di Gesù Cristo, di perdonarmi tutte le pene e gli ingiusti rimproveri che ti ho fatti! Ahimè! urlava l’abate, ero nell’ignoranza; tu hai avuto tanta pazienza per accettare tutto, mentre io troppo poca luce per riconoscere la santità della tua vita ». Avendo fatto riporre il corpo di questa santa donna nella cappella del monastero, portarono la notizia al padre della ragazza che aveva accusato fratel Marino. Questa povera disgraziata, che aveva falsamente accusato il santo fratello Marino, dopo il peccato era rimasta posseduta dal demonio. Ella venne, disperata, ai piedi della santa (Marina), per confessare il suo crimine, domandandole perdono. E subito, per sua intercessione, fu liberata dal demonio.

Vedete, fratelli miei, quanto la calunnia e la maldicenza fanno soffrire dei poveri innocenti! Quante povere persone, anche nel mondo,vengono accusate falsamente, ma nel giorno del giudizio, riconosceremo essere innocenti. Tuttavia, coloro che sono accusati in questo modo, devono riconoscere che è Dio che lo permette, e che la cosa migliore per loro, è quella di rimettere la loro innocenza nelle mani di Dio, e di non tormentarsi perché la loro reputazione ne può risentire; quasi tutti i santi hanno fatto così. Vedete ancora san Francesco di Sales, che fu accusato davanti a un gran numero di persone, di aver fatto uccidere un uomo, per convivere con sua moglie. Il santo lasciò tutto nelle mani di Dio, e non si preoccupò per nulla della sua reputazione. A coloro che gli consigliavano di difenderla (la reputazione), rispondeva che lasciava a Colui che aveva permesso che fosse infamata, il compito di ristabilirla, quando lo avesse ritenuto opportuno. Siccome la calunnia è qualcosa che ferisce la sensibilità, Dio permette che quasi tutti i santi siano calunniati. Credo che la scelta migliore che possiamo fare in questi casi, sia quella di non dire niente, di chiedere al buon Dio di poter soffrire tutto ciò per amor suo, e di pregare per coloro che ci calunniano. D’altro canto, Dio permette questo solo a coloro sui quali la sua misericordia nutre grandi aspettative. Se una persona è calunniata, significa che Dio ha deciso di farla giungere a grande perfezione. Dobbiamo piangere su coloro che oscurano la nostra reputazione, e rallegrarci per noi stessi, perché stiamo accumulando grandi tesori nel cielo.
Ma ora ritorniamo al nostro argomento, poiché il nostro principale scopo è quello di far conoscere il male che il maldicente procura a se stesso. Vi dirò che la maldicenza costituisce peccato mortale, quando si afferma qualcosa di grave, poiché san Paolo colloca questo peccato tra quelli che ci escludono dal regno dei cieli. Lo Spirito Santo ci dice che il maldicente è maledetto da Dio, che egli è in abominio a Dio e agli uomini. E’ vero anche che la maldicenza è più o meno grave, a seconda della qualità, della prossimità e della dignità della persona a cui è riferita. Di conseguenza, è peccato più grave divulgare i difetti e i vizi dei propri superiori, come anche del proprio padre o della propria madre, della moglie o del marito, dei propri fratelli e sorelle e dei parenti, piuttosto che divulgare i difetti di gente estranea, poiché si deve nutrire maggiore carità per gli uni che per gli altri. Parlare male, poi, delle persone consacrate e dei ministri della Chiesa, è un peccato ancora più grave, a motivo delle conseguenze funeste che si causano alla religione, e dell’oltraggio che si compie contro la loro sacra dignità. Ascoltate ciò che lo Spirito Santo ci dice per bocca del suo profeta: « Maledire i ministri sacri, equivale a toccare la pupilla del proprio occhio ». Vale a dire che niente li può oltraggiare in modo tanto sensibile, e quindi si commette un crimine talmente grande che non lo si potrà mai comprendere appieno… Gesù Cristo ci dice anche: « Chi disprezza voi, disprezza me ». Perciò, fratelli miei, quando vi trovate in compagnia di persone di un’altra parrocchia, sempre pronti a parlar male del loro pastore, non dovete mai prendervi parte. Allontanatevi, se lo potete, e se non vi è possibile, rimanete zitti. Ciò detto, fratelli miei, sarete d’accordo con me, che per fare una buona confessione, non basta dire che si è parlato male del prossimo; bisogna aggiungere se lo si è fatto per leggerezza, per odio, per vendetta, se abbiamo voluto nuocere alla sua reputazione. Bisognerà precisare, di chi abbiamo parlato male: se si tratta di un superiore, di un collega, del padre, della madre, dei nostri parenti, o di persone consacrate a Dio; e davanti a quante persone: tutto ciò è necessario, per fare una buona confessione.

Molti si ingannano su quest’ultima cosa: ci si accusa, magari, di aver parlato male del prossimo, ma non si precisa di chi, né quale fosse l’intenzione che li spingeva a parlar male di quelle persone, e ciò è causa di molte confessioni sacrileghe. Altri, poi, se si chiede loro se per caso queste maldicenze abbiano recato danno al prossimo, vi risponderanno di no. Amico mio, ti sbagli di grosso; tutte le volte che hai detto qualcosa di male su qualcuno, e quella cosa fino ad allora era sconosciuta alla persona con cui ne hai parlato, ciò ha prodotto un danno al prossimo, perché hai pur sempre sminuito nell’animo di questa persona, la buona stima che essa poteva avere dell’altro. Da ciò possiamo facilmente dedurre, che quasi mai si parla male senza nuocere, o indebolire, in qualche modo, la reputazione del prossimo. Ma forse mi obietterai: se il fatto è di pubblico dominio, non c’è nulla di male. Amico mio, quando la cosa è ormai risaputa, è come se una persona avesse tutto il corpo coperto di lebbra, eccetto una piccola parte, e tu dicessi che siccome ormai è tutto coperto, bisogna finire di ricoprirlo (di lebbra). Così avviene qui.

Se il fatto è pubblico, tu devi, al contrario, avere compassione di questo povero infelice, nascondere o sminuire la sua colpa quanto più puoi. Ti sembrerebbe giusto, vedendo una persona malata sull’orlo del precipizio, approfittare della sua debolezza e del fatto che è prossima a cadere, per spingerla giù? Ebbene! Proprio questo si fa quando si ripete ad altri un fatto di pubblico dominio. Ma, mi dirai, e se si riferisce il fatto ad un amico, facendosi promettere che non lo dirà mai a nessuno? Ti sbagli ancora; come puoi pensare che quello non lo dirà, dal momento che tu stesso non ti sai trattenere dal dirlo? E’ come se tu dicessi a qualcuno: « Vedi, amico mio, sto per dirti una cosa, ti prego di essere più saggio e più discreto di me; abbi più carità di me; non fare e non dire ciò che ti dico ». Ma allora la cosa migliore è che tu non dica proprio niente. Qualunque cosa un altro faccia o dica, a te non deve interessare che una cosa soltanto: guadagnarti il cielo. Mai nessuno si è dispiaciuto di non aver detto nulla, mentre quasi sempre ci si è pentiti di aver parlato troppo. Lo Spirito Santo ci dice che « chi troppo parla, non parla mai bene ». Vediamo adesso, quali sono le cause e le conseguenze della maldicenza.

Ci sono molti motivi che ci portano a parlar male del prossimo. Gli uni parlano male per invidia, e questo accade soprattutto fra persone dello stessa condizione, per trarne vantaggio. Essi diranno male degli altri: che le loro mercanzie non valgono niente, o che ingannano, che sono dei poveracci, e che quindi sarebbe impossibile per loro dare la mercanzia a un prezzo così basso, che molti sono rimasti delusi…, che si accorgeranno essi stessi che ciò che hanno comprato è inservibile…, oppure che non era il peso o la misura giusta. Un operaio giornaliero, dirà che quell’altro non è un buon operaio, che dovunque vada a lavorare, nessuno resta contento; che invece di lavorare, perde tempo, oppure, che non sa proprio lavorare. E poi chi vi sta parlando aggiungerà: « Mi raccomando, non riferire a nessuno ciò che ti ho detto, non vorrei che gli procurasse un danno ». Allora bisognerebbe rispondergli: « Ma, se è così, non sarebbe stato meglio che ti fossi stato proprio zitto? ». Un contadino vedrà che la proprietà del vicino prospera più della sua: ciò lo infastidisce, e allora comincerà a sparlare. Altri parleranno male di te per vendetta, specialmente se gli hai detto o fatto qualcosa, magari, per dovere di carità. Cominceranno a screditarti, a inventare mille cose contro di te, per vendicarsi. Se poi parli bene di qualcuno, altri restano infastiditi e ti diranno: « E’ come gli altri, ha anche lui i suoi difetti; ha fatto questo…, ha detto quest’altro…; tu non lo conosci, non hai mai avuto a che fare con lui ». Parecchi sparlano per orgoglio, credendo di mettere in risalto se stessi, abbassando gli altri, parlando male degli altri; essi faranno valere le loro presunte buone qualità; tutto ciò che essi stessi diranno o faranno sarà bene, e tutto ciò che gli altri faranno o diranno, sarà male.

La maggior parte della gente, però, sparla per leggerezza, per un certo prurito di parlare, senza esaminare se quello che dicono è vero o no, basta che parlino. Sebbene costoro siano meno colpevoli degli altri, cioè di coloro che sparlano per odio, per invidia o per vendetta, tuttavia non sono esenti da peccato; quale che sia il motivo che li spinga, tuttavia, non sono meno nocivi alla reputazione del prossimo.

Sì, fratelli miei, questo peccato contiene in sé il veleno di tutti i vizi: la meschinità della vanità, il veleno della gelosia, l’asprezza della collera, il fiele dell’odio, e la leggerezza, tanto indegna di un cristiano. E’ questo che fa dire a san Giacomo apostolo « che la lingua del mormoratore è piena di veleno mortale, è un mondo di iniquità ». Se volessimo prenderci la pena di esaminare meglio tutto ciò, nulla ci sembrerebbe più chiaro. Non è, infatti, la maldicenza che semina, quasi dappertutto, discordia e divisione, che scompiglia le amicizie, che impedisce ai nemici di riconciliarsi, che turba la pace delle famiglie, che mette il fratello contro il fratello, il marito contro la moglie, la nuora contro la suocera, il genero contro il suocero? Quante famiglie vivevano in armonia, prima che una sola lingua cattiva le mettesse sottosopra, e ora non si possono più vedere e non si parlano più. Chi ne è stata la causa? La sola malalingua del vicino o della vicina…

Sì, fratelli miei, la lingua del maldicente avvelena tutte le buone azioni e mette allo scoperto quelle peggiori. E’ lei, che tante volte spande su un’intera famiglia delle macchie, che si trasmettono di padre in figlio, da una generazione all’altra, e che, forse, non saranno mai cancellate! La lingua del maldicente arriva perfino a rivoltare le tombe dei morti, ella tenta di riesumare le ceneri di quei poveri malcapitati, facendole rivivere, cioè ricordando i loro difetti, che erano stati sepolti con loro nella tomba. Quale ignominia! Da quale indignazione sareste presi, fratelli miei, se vedeste un disgraziato infierire contro un cadavere, tagliuzzandolo in mille pezzi? Ciò vi farebbe gemere di compassione. Ebbene! E’ ancora molto più grande il crimine di andare a riesumare le colpe di un povero morto.

Quante persone, che hanno quest’abitudine, parlando di qualcuno che è morto, diranno: « Ah! quante ne ha combinate ai suoi tempi, era un ubriaco incallito, un furbo finito male, insomma, viveva molto male ». Ahimè! amico mio, forse ti sbagli, e quand’anche avessi indovinato, potrebbe darsi che quello ora si trovi in cielo, avendolo il buon Dio perdonato. Ma dov’è la tua carità? Non pensi che stai danneggiando la reputazione dei suoi figli, se ne ha, o dei suoi parenti? Saresti contento che si parlasse così dei tuoi parenti? Se avessimo la carità, noi non troveremmo niente da dire su nessuno, cioè ci prenderemmo cura di esaminare soltanto la nostra condotta e non quella degli altri. Ma se mettete da parte la carità, non ci sarebbe sulla terra un solo uomo, nel quale non trovereste qualche difetto; sicché la lingua del maldicente, trova sempre qualcosa da ridire su chiunque. No, fratelli miei, noi non conosceremo se non nel Giorno della Vendetta, il male che la lingua del maldicente ha fatto. Considerate che la sola calunnia che Aman fece contro i Giudei, poiché Mardocheo non aveva voluto piegare le ginocchia davanti a lui, aveva prodotto nel re, la decisione di far morire tutti i Giudei. Se la calunnia non fosse stata sventata, la nazione giudea sarebbe stata sterminata, secondo il disegno del generale (Aman). Dio mio! Quanto sangue sarebbe stato sparso per una sola calunnia! Ma Dio, che non abbandona mai l’innocente, permise che questo disgraziato perisse col medesimo supplizio con cui voleva far morire i Giudei.
Ma, senza andare troppo lontano, quanto male fa una persona che parli male col figlio, del proprio padre o della propria madre, o dei suoi padroni. Così facendo, avete iniettato in lui una cattiva opinione, per cui egli li guarderà con disprezzo; se non avesse timore della punizione, arriverebbe perfino a maltrattarli. Come risposta, il padre e la madre, il padrone o la padrona, lo malediranno, imprecheranno contro di lui, lo tratteranno con durezza; e quale sarà stata la causa di tutto ciò? La vostra malalingua! Avete parlato male dei ministri della Chiesa, e forse anche del vostro stesso pastore; così facendo avete indebolito la fede in coloro che vi ascoltavano, ed ora hanno abbandonato i sacramenti, e vivono senza più religione; e quale ne è stata la causa? La vostra malalingua! Siete voi la causa per cui quei mercanti o quegli operai non fanno più gli stessi affari, perché li avete screditati. Quella moglie, che viveva felice e contenta con suo marito, voi l’avete calunniata presso di lui; adesso egli non può più sopportarla, sicché a causa delle vostre mormorazioni, in quella famiglia non c’è più che odio e maledizione.

Fratelli miei, se le conseguenze della maldicenza sono così terribili, la difficoltà nel porvi rimedio non è meno grande. Allorché la maldicenza è di una certa gravità, fratelli miei, non è sufficiente confessarsi di averla commessa. Con ciò non voglio dire che non bisogna confessarla; no, fratelli miei, perché se non confessate le vostre maldicenze, sarete condannati, nonostante tutte le penitenze che potreste fare. Ma voglio dire che, dopo averle confessate, bisognerà assolutamente, se è nella vostra possibilità, riparare il danno che la calunnia ha causato al vostro prossimo. Come, infatti, il ladro che non restituisce i beni che ha rubato, non vedrà mai il cielo, allo stesso modo, colui che ha tolto la reputazione al suo prossimo, non vedrà giammai il cielo, se non farà tutto ciò che dipende da lui, per ristabilire la reputazione del suo prossimo.
Ma, mi chiederete, come si deve dunque fare per riparare la reputazione del proprio prossimo? Ecco. Se quello che si è detto contro di lui è falso, bisognerà assolutamente andare a trovare tutti coloro con i quali si è parlato male di questa persona, riconoscendo che tutto ciò che si è detto è falso; che si è parlato per odio, per vendetta o per leggerezza. E se anche, facendo così, passeremo per bugiardi, per furbi o per impostori, dobbiamo farlo lo stesso. E se, per caso, ciò che avevamo detto era vero, non potremo disdire, perché non è mai permesso di mentire, ma bisognerà dire di quella persona tutto il bene che conosciamo, in modo da cancellare il male che si è detto prima. E se poi quella maldicenza, quella calunnia, gli hanno causato qualche torto, si è obbligati a ripararlo tanto quanto lo si può.

Giudicate voi stessi da ciò, fratelli miei, quanto sia difficile riparare le conseguenze negative della maldicenza. Vi accorgerete, fratelli miei, come sia imbarazzante dover ammettere di aver mentito su quella persona; eppure, se quello che abbiamo detto è falso, bisognerà farlo, se non volete dire addio al cielo! Ahimè! fratelli miei, proprio questa mancanza di riparazione, rischia di mandare il mondo in perdizione! Il mondo è pieno di maldicenti e di calunniatori, ma non c’è quasi nessuno che voglia riparare al male fatto, e, di conseguenza, quasi nessuno si salverà! Non c’è una via di mezzo, fratelli miei, o la riparazione, se è nella nostra possibilità, o la dannazione. Esattamente come accade per i beni che uno ha rubato; saremo dannati se li possiamo restituire ma non li restituiamo. Ebbene! fratelli miei, capite, adesso, il male che fate con la vostra lingua e come sia difficile, poi, riparare? Tuttavia, bisogna anche capire che non sempre si tratta di maldicenza. Non è maldicenza, infatti, allorché si fanno conoscere ai genitori i difetti dei propri figli, al padrone il difetto del suo domestico, purché lo si faccia nell’intento di aiutarli a correggersi. E allora se ne parlerà soltanto con coloro che possono porvi rimedio, e sempre guidati dal vincolo della carità. Termino dicendo che non è da evitare solo il parlar male o il calunniare, ma anche ascoltare con un certo piacere la maldicenza e la calunnia. Infatti, se non ci fosse chi ascolta, non esisterebbe neppure chi calunnia. San Bernardo ci dice che è molto difficile giudicare chi sia più colpevole, se chi calunnia, o chi ascolta; l’uno ha il demonio sulla lingua, l’altro nelle orecchie. Ma, mi direte voi, che cosa si deve fare quando si capita in una compagnia dove si sparla? Ecco. Se si tratta di un suddito, cioè di una persona a voi sottomessa, dovete imporgli di tacere all’istante, facendogli notare il male che va facendo. Se è una persona del vostro rango, dovete con abilità sviare la conversazione, parlando d’altro, o dando a vedere di non gradire ciò che dice. Se poi si tratta di un superiore, cioè di una persona che è al di sopra di voi, non la potrete rimproverare. Ma allora, mostrerete un’aria seria e triste, che gli faccia capire che vi trovate a disagio, e, se potete andarvene, dovete farlo.

Cosa dovremo concludere da tutto ciò che si è detto, fratelli miei? Ecco. Non dobbiamo, per nessun motivo, prendere l’abitudine di parlare del comportamento degli altri. Dobbiamo pensare che ci sarebbe tanto e poi tanto da dire sul nostro conto, se gli altri ci conoscessero come siamo veramente. Dobbiamo invece fuggire le compagnie mondane più che possiamo. Con sant’Agostino, dobbiamo spesso ripetere: « Dio mio, fammi la grazia di conoscermi come sono veramente ». Felice! mille volte felice, colui che userà la sua lingua soltanto per chiedere a Dio il perdono dei suoi peccati, e per cantare le sue lodi!

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« Io sono l’Immacolata Concezione »

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2010

« Io sono l’Immacolata Concezione »
dal libro « Sui passi di Bernadette » di Padre Livio Fanzaga

Bernadette strumento di grazia
Da una ventina di giorni ormai Bernadette non si recava alla grotta. Come spesso accade nella sapiente pedagogia divina, i momenti di grande grazia sono preparati da un tempo di purificazione, di aridità e di prova. Poi, quando meno te l’aspetti, la grazia irrompe nella tua vita come un fulmine a cielo sereno. Da tre settimane la piccola non sentiva nessuna attrazione di recarsi alla grotta. I visitatori andavano diminuendo, mentre la pressione delle autorità si faceva più audace. Si era dunque chiuso quello strano fenomeno di una giovane donna che si manifestava nella nicchia di una grotta a Massabielle?
Bernadette vive l’attesa oscura della fede. Dopo quindici apparizioni  la veggente continua a chiamare l’apparizione “Aquero”, “Quella cosa”, rinunciando per il momento a identificarla con la santa Vergine. Anche i veggenti hanno i loro tunnel oscuri da percorrere, quando il soprannaturale sembra improvvisamente eclissarsi.
Durante la notte che precede la grande solennità dell’Annunciazione ecco che la grazia passa improvvisamente a visitare l’umido Cachot, dove la famiglia Soubirous, sei persone sistemate su due letti,  dorme il sonno tranquillo dei giusti. Bernadette si sveglia, prima ancora dell’alba, mentre avverte in fondo al cuore un’attrazione che le è ben nota. Al riconoscerla il suo cuore trabocca di gioia e attende che si avvicini la pallida luce del mattino. Alla quattro però non riesce più stare nel letto. Si alza, si veste e senza esitazioni corre verso la grotta. Quando Dio chiama, bisogna correre. Gli appuntamenti col soprannaturale non ammettono pigrizie, o ritardi, o dilazioni.
Hai notato la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, quando le donne annunciano che il Signore è risorto? Se leggi attentamente la Bibbia ti renderai conto di questa particolare “fretta”, che caratterizza gli incontri con Dio. Mi ricordo che a Medjugorje, quando vi era l’apparizione di notte sulla montagna, riservato al gruppo di preghiera di Ivan, si correva così veloci lungo quei sentieri, inerpicandoci fra i sassi e le spine, che io mi ritrovavo sempre ad arrivare per ultimo trafelato e borbottante.
Quel giorno benedetto però non era solo Bernadette ad avere fretta. Anche la Madonna aspettava impaziente quel momento di grande grazia in cui avrebbe rivelato il suo nome immacolato. Dio ci fa attendere, prima di concederci le grazie, perché vuole disporre il terreno affinché possano dare frutti abbondanti. Non appena però i tempi sono maturi, non indugia un solo istante, ma realizza immediatamente quanto ha progettato di fare.
L’apparizione dura ormai da un’ora, preceduta come sempre dalla preghiera del S. Rosario. Il cuore di Bernadette ora è pronto per formulare ancora una volta l’audace richiesta e per accogliere la grande rivelazione. Vorrei farti notare, caro amico, come dopo ben quindici apparizioni la veggente non osi ancora identificare la giovane donna con la santa Vergine. Non vedi in tutto questo una regia divina, che prepara la manifestazione del mistero dell’Immacolata Concezione?
Il nome, nella prospettiva biblica, esprime la profondità inafferrabile di una persona. Chi è Maria se non colei che, unica fra le creature,  è stata concepita “immacolata”? Questa è la realtà profonda della sua persona che sta per essere svelata ed è per questo che fino a quel momento era stata indicata da nessun nome, se non da quello vago di “Aquero”, “Quella cosa”.
La rivelazione del mistero abissale di Maria è certo un grandissimo dono di grazia, fra i più straordinari che la Madonna ci abbia dato nelle sue apparizioni. Tuttavia esso ci viene dato attraverso una mediazione umana. Se Bernadette non l’avesse richiesto con insistenza, ripetendo la domanda per ben quattro volte, la Madonna non ci non ci avrebbe rivelato il tesoro nascosto della sua concezione immacolata.
“Signorina, volete avere la bontà di dirmi chi siete, per piacere?”, chiede la piccola veggente, col coraggio che le viene dal viso accondiscendete della giovane donna. Quest’ultima sorride, ma tace. Bernadette incalza, senza mostrare segni di scoraggiamento, mentre “Aquero” sorride sempre più bella. E’ forse facendo riferimento a questa sua personale esperienza che un giorno Bernadette dirà che la santa Vergine ama essere pregata a lungo?
Alla quarta volta la giovane donna cessa di sorridere. Tiene le mani giunte, mentre il rosario le pende dal braccio destro. Improvvisamente le mani si abbassano verso terra allargandosi, poi si ricongiungono all’altezza del petto e, alzando gli occhi al cielo, dice con ineffabile dolcezza: “Que soy era Immaculada Counceptiou”.
“Domandai per tre volte chi fosse – racconta Bernadette – ma le risposte furono altrettanti sorrisi. Mi azzardai a riproporle la domanda e questa volta Ella levò lo sguardo verso il cielo, congiungendo in segno di preghiera le mani che erano tese ed aperte verso terra, e mi disse: Io sono l’Immacolata concezione. Queste sono le ultime parole che mi ha rivolto. I suoi occhi erano blu”.
Esiste forse un momento più grande di questo nelle innumerevoli apparizioni mariane della storia? Io credo di no. Te beata, piccola Bernadette, che hai potuto contemplare l’umile grandezza di Maria, mentre si inabissava nel suo nulla, dal quale l’amore del Creatore l’aveva tratta, per farne il Tempio della sua gloria. Te beata, che hai visto gli occhi blu di Maria levati al cielo, gli occhi della sottomissione, gli occhi della gratitudine, gli occhi della lode, gli occhi dell’adorazione. Te beata, che hai contemplato la grandezza della creatura quando accetta con gioia la dipendenza dal suo Creatore. Te beata, che hai guardato l’essere umano nello splendore immacolato della prima creazione. Te beata che hai ammirato in Maria, perfetta redenta, la gloria della nostra redenzione. Te beata, che hai potuto scorgere nel destino di beatitudine della Madre quello che attende i suoi figli. Te beata, perché hai osato e hai creduto e attraverso di te è scesa sul mondo una luce che non si spegnerà più!

“Umile e alta più che creatura” (Dante)
La richiesta del nome era venuta dalla Chiesa, rappresentata dal parroco, ed è a lui che Bernadette corre per riferire quanto detto da “Aquero”. Peyramale aveva chiesto come segno che fiorisse il cespuglio del rosaio selvatico che pendeva da sotto la nicchia. Aveva avuto in risposta un segno ben più grande.  “Immacolata Concezione” è una espressione che racchiude un abisso insondabile di luce. Peyramale ne è investito e quasi accecato.
Avrebbe potuto accettare che la giovane donna dicesse di essere colei che era stata concepita senza peccato originale. Ma definire se stessa “Immacolata Concezione” gli appariva assurdo. Non comprendeva, ma nel medesimo tempo capiva che una grande luce si era accesa nella nicchia di Massabielle, una luce così grande che né lui, né la piccola veggente potevano afferrare.
In realtà l’espressione “Immacolata Concezione” è assolutamente pertinente. Essa significa non solo che Maria è immacolata, ma che è la concezione immacolata per eccellenza, in quanto è l’unica creatura concepita senza la macchia del peccato originale. In questa espressione non solo è indicata la perfetta santità di Maria, ma anche l’unicità irrepetibile del suo essere incontaminato, in un mondo in cui tutti gli esseri umani portano il segno umiliante del male.
L’istante in cui la santa Vergine ha pronunciato il suo nome è rimasto impresso nell’anima di Bernadette come un sigillo indelebile. La descrizione che ce ne ha fatto vale da sola più di qualsiasi trattato di mariologia. Maria vi appare in tutta la sua abissale piccolezza e nel medesimo tempo nella sua sconfinata grandezza. Quando la Madonna dice “io”, scompare nella luce purissima della sottomissione e della riconoscenza al Creatore.
Innanzi tutto abbassa le braccia, per indicare il nulla dal quale è stata tratta. Poi le solleva al petto, congiungendole in atteggiamento di suprema adorazione. Quindi, senza alzare la testa, eleva gli occhi verso il cielo, alla fonte suprema dell’essere, della vita e della grazia. Poi pronuncia ciò che è, senza nulla tacere della sua infinita grandezza e senza minimamente appropriarsene, ma lasciando che l’immensità della luce divina che da lei emana celebri la gloria dell’Altissimo.
Potremo noi  parlare così di Maria? Impareremo la grande lezione di Lourdes, dove la Madre di Dio ci ha manifestato quale mistero inafferrabile di grandezza è in lei, piccola serva del Signore? Avremo ancora paura di confessare quale mirabile creatura Dio ci abbia donato come madre? Esiteremo ancora a presentare al popolo cristiano le grande cose che in lei ha fatto l’Onnipotente?
Rimango stupito davanti a questo miracolo dello spirito, unico e irripetibile, di vedere una creatura manifestare, col più semplice e trasparente dei gesti, che tutto il suo essere di luce è soltanto un puro dono di grazia. Comprendo che quando tacciamo sul mistero di infinita grandezza di Maria, o quando cerchiamo di oscurare il posto che Dio le ha affidato al suo fianco nell’opera della Redenzione, noi in realtà facciamo torto all’Onnipotente e anche a  noi stessi, che abbiamo in Maria l’onore del genere umano e la speranza della gloria futura.

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La disfida di Halloween

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2008

La disfida di Halloween dans Fede, morale e teologia No-Halloween

La festa della zucca è innocua oppure è soltanto una ricorrenza consumistica, anzi pericolosa, che finisce per irridere i riti sacri tradizionali e per far dimenticare contemporaneamente il senso della morte?
di Roberto Mussapi -  Avvenire

Avevo già espresso, tempo fa, il mio fastidio per la festa di Halloween. Poiché continua a imperversare, con la fatalità dei fenomeni più diffusi e immotivatamente accettati (il presenzialismo televisivo, i grandi fratelli e le isole dei presunti o sedicenti famosi), ma con un’ombra più inquietante, mi pare il caso di soffermarmi su questa carnevalata dello spirito, su questa « festa de noantri » dove il tema però non è la porchetta o il vino dei castelli, ma l’anima, il suo destino dopo la morte. La cupa festa chiaroscurale di Halloween mette infatti in scena zucche svuotate da zucche vuote, che impersonano spiriti dei morti, i quali in tale occasione verrebbero a visitarci. E precede quella dei Santi e di Morti. La prima riguardante i cattolici, che nei Santi vedono una sopravvivenza alla vita straordinaria, esemplare per esemplarità di comportamento già in vita. La seconda, quella dei morti, credo sia una festa di tutti: i morti sono di tutti e lo strazio del decesso riguarda perché ferisce allo stesso modo credente e non credente, che pure hanno, per il « dopo », prospettive ben differenti. Dante ha una visione della morte diversa da quella di Foscolo, ma è identico nei due poeti lo sgomento dell’attimo unito a un subitaneo desiderio, anzi bisogno, d’immortalità, a un perdurare comunque degli affetti, o in assoluto o nel non minimale assoluto della memoria.

La festa di Halloween attinge a tradizioni afroamericane serie, riguardanti il rapporto tra il vivente e gli antenati, tra l’istante e gli spiriti dei morti, tra il presente e l’origine. Cose serie, ripeto, inscritte nell’ordine sacro in cui in ogni tempo e in ogni parte del mondo l’uomo si interroga da sempre sul proprio destino. Tramutata così in carnevalata americana non offende solo il senso della vita e della morte, la cognizione del dolore, di noi contemporanei, non importa assolutamente se credenti o non credenti, offende anche lo spirito originario e antico da cui è stata presa in prestito per essere poi distorta, tramutata in parodia.

Non intendo colpevolizzare chi innocentemente, con la famiglia o gli amici, festeggia questo obbrobrioso atto di scherno ai defunti e allo spirito: intendo metterlo in guardia, fargli sapere che, in buona fede, sta scherzando col fuoco. Se oggi la vita non vale nulla e padri e figli si ammazzano come bestie, se si sceglie ciecamente la morte altrui e propria in folli scorribande notturne dopo la discoteca, se ci si distrugge a quindici anni con droghe acquistate davanti alla scuola e consumate in gruppo con inquietanti corollari, se a Perugia avviene un delitto esemplare per sprezzo di ogni forma di respiro, se ragazzotti ignoranti sfondano le porte delle chiese di notte per improvvisare orridi riti satanisti, con fiumi di sangue, non è forse perché non abbiamo più il senso tragico della morte? Certo la festa in questione non ha nessuna intenzione malvagia, sia chiaro. Ma sottende una sottovalutazione, anzi una farsesca messa in ridicolo di una questione di fondo.

Non è il caso di svegliarci rispetto a riti questa volta innocenti e pacifici, ma nel fondo sprezzanti del sacro confine tra vita e morte? Che, sia chiaro, non deve essere un incubo puritano, ma al contrario un ringraziamento alla vita, un inno a tutto ciò che respira, e che, se amato, vivrà ancora, e per sempre, ovunque ognuno di noi gli trovi posto secondo la sua sensibilità, in Cielo o semplicemente nel suo Cuore.

Boicottiamo Halloween dans Halloween divisore-halloween

E se provassimo a rendere «cristiana» la festa?
I nostri antenati hanno saputo trasformare in autentico senso religioso i riti pagani. E noi?
di Roberto Beretta – Avvenire

La zucca è uno strano vegetale, che quando le metti davanti un ostacolo – sia un muro, sia una grossa e apparentemente invalicabile pietra, per non dire una rete o qualsivoglia altra recinzione – cerca, spinge, annusa e s’insinua nelle minime fessure fino a che, un bel giorno, ti ritrovi nell’orto una grossa cucurbitacea che certo non avevi piantato, voluto e programmato nemmeno; ma c’è. Eccome se c’è. La paraboletta tardo-autunnale non ha molte pretese, se non quella di attirar l’attenzione su un dato di fatto assai pratico e peraltro robustamente fondato su dati storici: ogniqualvolta cioè i cattolici si sono arroccati in difesa, hanno sempre inguaribilmente fallito (e, Halloween a parte, dobbiamo pur confessare che oggi la Chiesa gioca spesso il catenaccio). Non si tratta soltanto dell’applicazione pedissequa del buon (buon?) senso comune – tipo «La miglior difesa è l’attacco»; no, qui si va oltre: è che il cattolicesimo è fatto per essere espansivo, missionario, per contagiare ed entusiasmare, sennò è morto. E non riesce nemmeno a mantenere le posizioni che si era illuso di aver «conquistato» a mai più riparlarne.

Dipinto lo sfondo, il quale peraltro dovrebbe suggerire prudenza dallo sparar anatemi e indire crociate pastorali, non risulta inutile annotare che – in fondo – la Chiesa vien ripagata della sua stessa moneta. Già. Fu almeno dal IV secolo, infatti, che la saggezza dei Padri (non tutti, per la verità: ci fu anche chi abbatté gli idoli con l’ariete e la spada…) ha preferito mediare anziché cancellare, sovrapporsi e trasfigurare piuttosto che annullare, incenerire, seppellire, censurare. Ovvero: le feste pagane, i nostri antenati le hanno sapute «cristianizzare», riciclando intelligentemente il contesto – ormai ben introdotto nella tradizione popolare – e imbottendolo di contenuti completamente nuovi. Se dunque Hallowen (che, ricordiamolo, significa letteralmente «vigilia di Ognissanti») dovesse riprendere le sue vesti celtiche – vere o presunte che siano – o piuttosto ammantarsi di lustrini consumistici oppure celarsi sotto rituali più o meno «satanici», non farebbe che riappropriarsi di un territorio già suo; e a noi resterebbe semmai da meditare come e perché non ci sia data la forza culturale (e fors’anche spirituale) per ripetere l’impresa dei nostri antedecessori.

Ogni generazione ha i suoi modi per riflettere sulla morte: nel Seicento lo si faceva meditando davanti a un teschio, oggi sganasciandosi di fronte a una cucurbitacea intagliata. Ma lo scherzo e la stessa parodia non sono sempre stati nei secoli – dalle «danze macabre» al cinema horror – sistemi per esorcizzare la paura, in fondo dunque per riconoscerla, sia pure in via di paradosso e per contrari? Il nostro tempo cerca confusamente i contorni del mistero della vita e lo fa come sa, come può: poveramente, forse; carnascialescamente, anche. Del resto, bisognerebbe andare ben lontano per rintracciare le radici di una «scomparsa della morte» che coinvolge ormai tutti gli ambiti sociali (dagli ospedali alle chiese) e interessa versanti etici, intacca abitudini familiari, induce comportamenti nuovi. Dovrebbe sfiorarci dunque il dubbio che, con l’innocuo dilemma «Dolcetto o scherzetto?», i nostri figli mascherati da scheletri balbettino a modo loro (ma forse è l’unico che conoscono) una domanda – magari malposta o superficiale, comunque una domanda. Il futuro sarà quel che risponderemo.

Tratti da Holy Queen

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Canti

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2008

Preghiamo e…
…cantiamo!

Canti canta

Messaggio della Madonna del 27 giugno 1981 (messaggio straordinario):

A Vicka che chiede se ella preferisca la preghiera o i canti, la Madonna risponde: «Entrambi: pregate e cantate». Dopo un po’ la Vergine risponde alla domanda sul comportamento che devono tenere i francescani della parrocchia di San Giacomo: «Che i frati siano saldi nella fede e proteggano la fede del popolo».

musica

CON TE MARIA
Inno di Loreto’95

Io camminerò fino al mattino, fino a quando nuova luce mi sorprenderà.
Io camminerò con te Maria, aurora della vita madre dell’umanità.
Qui in queste spoglie mura, in purissimo silenzio,
hai spezzato il no del tempo, donandoci speranza.

Io camminerò con poveri e potenti, che nei secoli ed oggi ricorrono a te.
Io camminerò stringendomi al dolore, che il volto dei bambini specchia al mondo.
Qui dove fu bambino Dio, dove tu stessa nascesti,
tocchiamo le sorgenti, dell’intimo respiro.

Canteremo il nome tuo Maria, sulle strade del mondo,
ed ogni nazione ti dirà beata.
Canteremo il nome tuo Maria, sulle strade del mondo,
ed ogni nazione ti dirà beata.

Noi cammineremo sulla vita parola e vinceremo il male, miraggio di libertà.
Noi cammineremo echeggiando quell’ave, voci di pace sulle nostre città.
Qui dove il cielo discese, s’innalzi la preghiera,
che sciolga l’odio in lacrima, scoprendoci fratelli.

Canteremo il nome tuo Maria, sulle strade del mondo,
ed ogni nazione ti dirà beata.
Canteremo il nome tuo Maria, sulle strade del mondo,
ed ogni nazione ti dirà beata.
Canteremo il nome tuo Maria, sulle strade del mondo,
ed ogni nazione ti dirà beata.

chitarra

L’ultima cena
Comunità Gesù Risorto

Tutto tace ormai sotto questo cielo
è l’ora per me di lasciarvi
ora si compirà la volontà del Padre sulla vita mia
che il cuore mio spezzerà per amore.
Solo ancora un po’
e non mi vedrete
ma ritornerò non temete.
Voi mai soli no
lo Spirito Consolatore vi darà
la Verità
Lui sarà vostra forza.
Sono nel Padre e voi in Me
rimanete in Me
come dei tralci alla vite che la linfa da
e non vi lascerò mai soli.
Se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre da
ed è già dentro voi.
Questo pane è
il Mio Corpo offerto
Io lo dono a voi miei fratelli
questo è il calice che fa nuova l’alleanza tra voi e il Padre Dio
è il Sangue mio
questo è mia memoria.
Sarò per sempre con voi nelle avversità
sarà l’amore del Padre che vi guiderà
e non vi lascerò mai soli
se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre da
ed è già dentro voi.
Io vi ho scelti per vivere d’amore e verità
questo è il Mio comandamento
amore e libertà
e da questo sapranno che siete voi miei fratelli
amore più grande al mondo non c’è.

chitarra

Alla Madre Regina
Roberto Bignoli

Siam venuti, Madre cara,
da ogni parte della terra,
Ti portiam le nostre pene,
con le gioie e le speranze.

Ritornello:
O Regina della Pace,
il Tuo sguardo ci consoli,
su noi posa le Tue mani,
supplicando il Divin Figlio.
Guarda a Te la Chiesa intera,
Stella estrema di salvezza;
Ti preghiam con voce ardente:
rendi puri i nostri cuori.

Il Tuo piccolo Bijakovo,
Medjugorje tutta insieme,
han diffuso la Tua gloria
esaltando il Tuo bel nome.
Per l’amore, o Madre cara,
che su noi hai riversato
promettiam di diventare
più ferventi che in passato.

chitarra

Ali d’aquila
Rinnovamento nello Spirito

Tu che abiti al riparo del Signore
e che dimori alla sua ombra
di al Signore mio rifugio
mia roccia in cui confido

E ti rialzerà ti solleverà su ali d’aquila
ti reggerà, sulla brezza dell’alba ti farà brillar
come il sole, così nelle sue mani vivrai.

Dal laccio del cacciatore ti libererà
e dalla carestia che distrugge
poi ti coprirà con le sue ali
e rifugio troverai

E ti rialzerà ti solleverà su ali d’aquila
ti reggerà, sulla brezza dell’alba ti farà brillar
come il sole, così nelle sue mani vivrai.

Non devi temere i terrori della notte
né freccia che vola di giorno
mille cadranno al tuo fianco
ma nulla ti colpirà

E ti rialzerà ti solleverà su ali d’aquila
ti reggerà, sulla brezza dell’alba ti farà brillar
come il sole, così nelle sue mani vivrai.

Perchè ai suoi angeli ha dato un comando
di preservarti in tutte le tue vie
ti porteranno sulle loro mani
contro la pietra non inciamperai

E ti rialzerò, ti solleverò su ali d’aquila
ti reggerò, sulla brezza dell’alba ti farò brillar
come il sole così nelle mie mani vivrai.

chitarra

Maria, piccola Maria (Quel luogo vicino a me)
Kiko Arguello

Maria, piccola Maria,
tu sei la brezza soave di Elia,
il sussurro dello Spirito di Dio.
Tu sei il roveto ardente di Mosè
che porta il Signore
e non si consuma.
Tu sei: “Quel luogo vicino a me”
che mostrò il Signore a Mosè.
Tu sei la cavità nella rupe
che Dio copre con la sua mano
mentre passa la sua gloria.

VENGA IL SIGNORE CON NOI
SE ABBIAMO TROVATO GRAZIA AI SUOI OCCHI;
È VERO CHE SIAMO PECCATORI
MA PREGA TU PER NOI
E SAREMO LA SUA EREDITÀ.

Maria, piccola Maria, figlia di Gerusalemme.
Madre di tutti i popoli
vergine di Nazareth.
Tu sei la nube che protegge Israele
la Tenda della riunione
l’Arca che porta l’Alleanza
il luogo della Dimora del Signore
santuario della sua Shekinà.

VENGA IL SIGNORE CON NOI
SE ABBIAMO TROVATO GRAZIA AI SUOI OCCHI;
È VERO CHE SIAMO PECCATORI
MA PREGA TU PER NOI
E SAREMO LA SUA EREDITÀ. TU SEI “QUEL LUOGO”…

chitarra

IO SCELGO TE
Rinnovamento nello Spirito

Io scelgo Te, come Signore della mia vita
scelgo Te perché il mondo amore non mi dà.
Io voglio amare Te, guardare il Tuo volto
e vivere per Te.

LA MIA VOCE SALE A TE,
ASCOLTAMI SIGNOR, PER SEMPRE IN TE
VIVRO’,
IO TI BENEDIRO’, ACCOGLI LA MIA LODE.
LA MIA VOCE SALE A TE,
ASCOLTAMI SIGNOR, PER SEMPRE IN TE
VIVRO’,
IO TI BENEDIRO’PERCHE’ TU SEI IL MIO RE,
ACCOGLI LA MIA LODE.

Io cerco Te, Tu sei il Signore della mia vita,
cerco Te perché il mondo pace non mi dà.
Io voglio amare Te, guardare il Tuo volto
e vivere per Te…

LA MIA VOCE SALE A TE,
ASCOLTAMI SIGNOR, PER SEMPRE IN TE
VIVRO’,
IO TI BENEDIRO’, ACCOGLI LA MIA LODE.
LA MIA VOCE SALE A TE,
ASCOLTAMI SIGNOR, PER SEMPRE IN TE
VIVRO’,
IO TI BENEDIRO’PERCHE’ TU SEI IL MIO RE,
ACCOGLI LA MIA LODE.

chitarra

Liberi
Sandro Stacchiotti

Dietro questo sole che riscalda i nostri visi
Dietro quei colori di un tramonto nel sereno
Dentro quello sguardo di un bambino che ti parla
C’è un progetto di Dio
È una storia unica Dietro la speranza di chi lotta e non si arrende
Dietro quel coraggio di andare controcorrente
Dentro quella forza che ci fa cantare e piangere
C’è lo Spirito di Dio
Che ci fa essere…
Liberi di vivere una vita senza cedere a ciò che l’interesse vuol difendere
Liberi di scegliere che tutto si può perdere per guadagnare il Cielo e l’invisibile
Liberi di correre e sentirsi ogni attimo in questo a more che ci fa distinguere
Liberi di respirare e lasciarsi prendere da un Dio che abbraccia questa umanità
Liberi!

chitarra

Come sei bella Maria
Comunità Gesù Risorto

Come sei bella Maria in questi giorni che sulla Terra
c’è la fame, c’è la guerra… come sei bella!
Come sei bella Maria in queste ore che nel mondo
c’è odio, non ‘è perdono, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Come sei bella…

Come sei bella Maria nelle preghiere di chi soffre,
di chi piange, di chi spera… come sei bella!
Come sei bella Maria in questo sole che tramonta
sulla fame sulla guerra, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Bella, bella, bella… Maria!

chitarra

Dov’è Carità e Amore
Dov’è Carità e Amore, qui c’è Dio.

Ci ha riuniti tutti insieme Cristo, Amore:
godiamo esultanti nel Signore!
Temiamo ed amiamo il Dio vivente
e amiamoci tra noi con cuore sincero.

Noi formiamo qui riuniti un solo corpo,
evitiamo di dividerci tra noi.
Via le lotte maligne, via le liti!
E regni in mezzo a noi Cristo Dio.

Chi non ama resta sempre nella notte
e dall’ombra della morte non risorge:
ma se noi camminiamo nell’Amore,
noi saremo veri figli della Luce.

Nell’amore di Colui che ci ha salvato,
rinnovati dallo Spirito del Padre,
tutti insieme sentiamoci Fratelli
e la Gioia diffondiamo sulla terra.

Imploriamo con fiducia il Padre Santo
perché doni ai nostri giorni la Sua Pace:
ogni popol dimentichi i rancori,
ed il mondo si rinnovi nell’Amore.

Fa’ che un giorno contempliamo il Tuo volto
nella gloria dei beati, Cristo Dio.
E sarà gioia immensa, gioia vera:
durerà per tutti i secoli, senza fine.

Sommo bene Iddio Signore ci ha donato
tra gli uomini inviando il suo amore,
in cui ha compimento il patto antico,
e nel quale noi vediamo la nuova legge.

chitarra

Ti amo Signore
Kiko Arguello

Ti amo, Signore,
sei la mia roccia, sei il mio liberatore, tu sei il mio Dio…
Ti amo, ti amo Signore.

Le onde della morte mi avvolgevano,
mi spaventavano le trombe di Belial,
mi stringevano i lacci dello Sheol,
ero preso nei ceppi della morte.

Le onde della morte mi avvolgevano,
mi spaventavano le trombe di Belial,
mi stringevano i lacci dello Sheol,
ero preso nei ceppi della morte.

Chiamai il Signore nella mia angoscia,
il mio Dio, il mio Dio invocai;
e ascoltò la mia voce dal Suo tempio
e giunse al Suo orecchio il mio grido;
e la terra si scosse e vacillò,
tremarono le fondamenta dei monti,
perché abbassò i cieli e discese.
E apparve il fondo del mare,
le fondamenta del mondo si scoprirono,
e stese la sua mano e mi prese,
mi sollevò… dal profondo delle acque…

Ti amo, Signore,
sei la mia roccia, sei il mio liberatore, tu sei il mio Dio…
Ti amo, ti amo Signore.

Le onde della morte mi avvolgevano,
mi spaventavano le trombe di Belial,
mi stringevano i lacci dello Sheol,
ero preso nei ceppi della morte.

chitarra

Sono qui a lodarTi
Worship Ensemble

Luce del mondo nel buio del cuore
vieni ed illuminami.
Tu mia sola speranza di vita,
resta per sempre con me.

Sono qui a lodarTi, qui per adorarTi, qui per dirTi che Tu sei il mio Dio
e solo Tu sei Santo, sei meraviglioso degno e glorioso sei per me.

Re della storia e Re nella gloria,
sei sceso in terra tra noi,
con umiltà il Tuo trono hai lasciato per dimostrarci il Tuo amor.

Sono qui a lodarTi, qui per adorarTi, qui per dirTi che Tu sei il mio Dio
e solo Tu sei Santo, sei meraviglioso degno e glorioso sei per me.

Non so quanto è costato a Te morire in croce lì per me…

chitarra

Ai piedi di Gesù
Rinnovamento nello Spirito

Signore sono qui ai Tuoi piedi,
Signore voglio amare Te.
Signore sono qui ai Tuoi piedi,
Signore voglio amare Te.

Accoglimi, perdonami,
la Tua grazia invoco su di me.
Liberami, guriscimi
e in Te risorto per sempre io vivrò!

Signore sono qui ai Tuoi piedi,
Signore chiedo forza a Te.
Signore sono qui ai Tuoi piedi,
Signore dono il cuore a Te.

Accoglimi, perdonami,
la Tua grazia invoco su di me.
Liberami, guriscimi
e in Te risorto per sempre io vivrò!

chitarra

Ave Maria, splendore del mattino
Claudio Chieffo

Ave Maria, splendore del mattino,
puro è il tuo sguardo ed umile il tuo cuore;
protegga il nostro popolo in cammino
la tenerezza del tuo vero amore.

Madre, non sono degno di guardarti!
Però fammi sentire la tua voce;
fa’ che io porti a tutti la tua pace
e possano conoscerti ed amarti.

Madre, tu che soccorri i figli tuoi,
fa’ in modo che nessuno se ne vada;
sostieni la sua croce e la sua strada,
fa’ che cammini sempre in mezzo a noi.

Madre, non sono degno….

Ave Maria, splendore del mattino,
puro è il tuo sguardo ed umile il tuo cuore;
protegga il nostro popolo in cammino
la tenerezza del tuo vero amore.

Protegga il nostro popolo in cammino
la tenerezza del tuo vero amore.

chitarra

Prendete il largo
Comunità Regina Pacis

Senza di Te,
senza di Te
non possiamo fare nulla né unità.
Solo in Te
saremo un cuore solo, un’anima.

Senza di Me,
Me Signore,
non potete fare nulla, nè unità.

Se siete in Me,
in Me,
sarete un core solo, un’anima.

Che vi amiate gli uni gli altri
questo è il mio comandamento
e l’amore regni sempre dentro voi.

Vi ho chiamato miei amici,
sono Io che ho scelto voi,
non abbiate mai timore non sarete soli mai.

Prendete il largo,
prendete il largo,
Io vi mando.

Che vi amiate gli uni gli altri
questo è il mio comandamento
e l’amore regni sempre dentro voi.

Vi ho chiamato miei amici
sono Io che ho scelto voi
non abbiate mai timore non sarete soli mai.

Prendete il largo,
prendete il largo,
Io vi mando.

chitarra

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L’ultima cena

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2008

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L’ultima cena
(Comunità Gesù Risorto)

Tutto tace ormai sotto questo cielo
è l’ora per me di lasciarvi
ora si compirà la volontà del Padre sulla vita mia
che il cuore mio spezzerà per amore.
Solo ancora un po’
e non mi vedrete
ma ritornerò non temete.
Voi mai soli no
lo Spirito Consolatore vi darà
la Verità
Lui sarà vostra forza.
Sono nel Padre e voi in Me
rimanete in Me
come dei tralci alla vite che la linfa da
e non vi lascerò mai soli.
Se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre da
ed è già dentro voi.
Questo pane è
il Mio Corpo offerto
Io lo dono a voi miei fratelli
questo è il calice che fa nuova l’alleanza tra voi e il Padre Dio
è il Sangue mio

questo è
mia memoria.
Sarò per sempre con voi nelle avversità
sarà l’amore del Padre che vi guiderà
e non vi lascerò mai soli
se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre da
ed è già dentro voi.
Io vi ho scelti per vivere d’amore e verità
questo è il Mio comandamento
amore e libertà
e da questo sapranno che siete voi miei fratelli
amore più grande al mondo non c’è.

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