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Come nasce un movimento

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2012

Come nasce un movimento
Appunti da una conversazione di don Giussani con responsabili di Comunione e Liberazione durante un raduno internazionale nell’agosto del 1989.
Come nasce l’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione, quali sono i fattori che l’hanno fatta sorgere e quale ne è ancora oggi il punto di origine? Ci interessa conoscere anche come è stato per lei l’inizio.
Tratto da: Movimento di Comunione e Liberazione (CL)

Come nasce un movimento dans Don Luigi Giussani dongiussani

Sono un po’ impacciato nel rispondere a questo invito, perché una testimonianza di quanto sia occorso a destare e continuare una esperienza come la nostra è già stata perfino stampata. Ma è pur vero che di ciò che si ama si può sempre parlare: pur ripetendosi, si dicono ugualmente cose nuove, perché il cuore vero è sempre nuovo.
Come nasce un movimento, come nasce una esperienza cristiana? Da una testimonianza, per un dono dello Spirito – ma vi insisterò dopo.
Un quotidiano ad alta diffusione nazionale ha riesumato di recente la figura di Andrea Emo come quella di un grande pensatore ignorato, pubblicandone un’antologia di pensieri, tra cui il seguente: «La Chiesa è stata per molti secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia. Oggi è soltanto la cortigiana della storia». Ecco: noi non vogliamo vivere la Chiesa come cortigiana della storia. Se Dio è entrato nel mondo non è per essere cortigiano, ma redentore, salvatore, punto affettivo totale, verità dell’uomo. È questa passione che ci tormenta e determina ogni nostra mossa. Nella contingenza d’una decisione si può, evidentemente, sbagliare, ma lo scopo per cui agiamo è solo questo: che la Chiesa non sia cortigiana, ma protagonista della storia. Questa immanenza della Chiesa alla storia incomincia da me, da te, dove sono, dove sei.
In un recente discorso del Papa ai giovani, in Scandinavia, vi è una frase che riassume tutto il nostro contenuto di messaggio – a noi stessi e quindi agli altri –, che vogliamo gridare a tutto il mondo. «Come tutti i giovani del mondo» dice il Papa «voi siete alla ricerca di ciò che è importante e centrale nella vita. Nonostante alcuni di voi siano distanti dal punto di vista geografico e alcuni possano essere anche lontani dalla fede e dall’affidamento in Dio, siete venuti qui perché siete veramente alla ricerca di qualcosa d’importante su cui basare la vostra vita. Voi volete stabilire salde radici e percepite che la fede religiosa è parte importante per la vita piena che desiderate. Permettetemi di dirvi che io capisco i vostri problemi e le vostre speranze. Per questo desidero oggi, giovani amici, parlarvi a riguardo della pace e della gioia che possono essere trovate, non nel possedere ma nell’essere. E l’essere si afferma conoscendo una Persona e vivendo secondo il Suo insegnamento. Questa Persona si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e Amico. Egli è il centro, il punto focale, Colui che tutto riunisce nell’amore».
Se è lecito, vorremmo ripetere: «Noi non conosciamo altro che questo!».

«E il Verbo si è fatto carne»
Come a me è apparsa all’orizzonte tale verità, così che improvvisamente ha abbracciato la mia vita? Ero un giovanissimo seminarista a Milano, un ragazzo probo, obbediente, esemplare. Ma – se ricordo bene quel che dice Concetto Marchesi in un suo testo di letteratura latina – «l’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti». L’arte, cioè la vita – se deve essere creativa, ovvero se deve essere “vita” –, ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti. E io ero stato un seminarista ben riverente, salvo una parentesi in cui il poeta Leopardi, per un mese, mi tenne “agganciato” più di nostro Signore.

Come scrive Camus nei suoi Quaderni: «Non è attraverso degli scrupoli che l’uomo diventerà grande; la grandezza viene per grazia di Dio, come un bel giorno». Per me tutto avvenne come la sorpresa di un «bel giorno», quando un insegnante di prima liceo – avevo 15 anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni Messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte. Ma venne il «bel giorno»: tutto è grazia.
Come dice Adrienne von Speyr, «la grazia ci inonda. Ciò costituisce la sua essenza [la grazia è il Mistero che si comunica; l’essenza del comunicarsi del Mistero è che ci inonda, ci investe]. Essa non chiarisce punto per punto, ma irradia la sua luce come il sole. L’uomo su cui Dio prodiga se stesso dovrebbe essere preso da vertigine così da vedere solo la luce di Dio e non più i propri limiti, la propria debolezza [per questo è ignobile l’atteggiamento di chi si scandalizza dell’entusiasmo di un giovane cui è accaduto il “bel giorno”]. Dovrebbe rinunciare a ogni equilibrio (ricercato da sé), dovrebbe rinunciare a un dialogo tra sé e Dio come due partner, essere un semplice ricevitore con le braccia spalancate che non riescono ad afferrare, poiché la luce scorre su tutto e rimane inafferrabile e rappresenta molto di più di quanto possa accogliere la nostra mossa».
Dopo quarant’anni, leggendo questo brano della von Speyr, ho percepito ciò che mi accadde quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: «Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne,» diceva «perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi». Mi ricordai in quel momento di una poesia di Leopardi, studiata in quel mese di “fuga” in terza ginnasio, intitolata Alla sua donna. Era un inno non a una delle sue “amanti”, ma alla scoperta che improvvisamente aveva fatto – in quel vertice della sua vita da cui poi decadde – che ciò che cercava nella donna amata era “qualcosa” oltre essa, che si palesava, si comunicava in essa, ma era oltre essa. Questo inno bellissimo alla Donna termina con un’appassionata invocazione: «Se dell’eterne idee / l’una sei tu, cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita, / e fra caduche spoglie / provar gli affanni di funerea vita; / o s’altra terra ne’ superni giri / fra’ mondi innumerabili t’accoglie, / e più vaga del Sol prossima stella / t’irraggia, e più benigno etere spiri; / di qua dove son gli anni infausti e brevi, / questo d’ignoto amante inno ricevi». In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, 1800 anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio: «Il Verbo si è fatto carne». Non solo l’essere (bellezza, verità) non ha “sdegnato” di rivestire di carne la Sua perfezione e di portare gli affanni della vita umana, ma è venuto a morire per l’uomo: «Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto», ha bussato a casa sua e non è stato riconosciuto.
Ecco, questo è tutto. Perché la mia vita da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. L’istante, da allora, non fu più banalità per me. Tutto ciò che era – perciò tutto ciò che era bello, vero, attraente, affascinante, fin come possibilità – trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare.
Avevo a quel tempo sul tavolo di studio una figura di Cristo del Carracci, sotto la quale avevo scritto una frase di Möhler (il famoso antesignano dell’ecumenismo, di cui al liceo avevo letto la Simbolica e altri scritti): «Io penso che non potrei più vivere se non Lo sentissi più parlare». Adesso, quando faccio l’esame di coscienza, sono costretto a chiedere alla misericordia di Cristo, attraverso la pietà di Maria, che mi faccia ritornare alla semplicità e al coraggio di allora; perché quando un così «bel giorno» accade e si vede improvvisamente qualcosa di bellissimo, non si può non dirlo all’amico vicino, non si può non mettersi a gridare: «Guardate là!». E così successe.

Studium Christi
Successe già in seminario, con i compagni vicini di banco, nella grande classe (eravamo molto numerosi). Così un gruppetto si unì – perché è all’opera sempre la medesima legge: alcuni si rendono più prossimi, si sentono affini alla tua visione, al tuo cuore, alla tua vita – e nacque il primo vero nucleo del movimento, che chiamammo Studium Christi. Ogni mese – poi ogni quindici giorni – facevamo una specie di ciclostilato intitolato Christus, in cui ognuno testimoniava una sua particolare ricerca sul rapporto tra la presenza di Cristo e qualcosa che gli interessava: lo studio, gli avvenimenti, ecc. Un altro gruppo di compagni ironizzava sul nostro tentativo; questo gruppo si coagulò e s’intitolò Studium Diaboli. Nella libertà tutto è possibile. Ma dopo un anno e mezzo il rettore del seminario (che fu poi cardinale a Milano) mi chiamò e mi disse: «La vostra è una bellissima cosa, ma divide la classe e non dovete più farla». Quando era Vescovo a Milano raccontava ancora, un po’ esagerando poeticamente come era nel suo temperamento, che una sera d’inverno, mentre noi seminaristi andavamo in massa in refettorio e lui era dietro di noi senza che ce ne accorgessimo, io dissi ai compagni vicini: «Il rettore ci ha ucciso il “Cristo”» (io, a dire il vero, non ricordo d’averlo detto).

Si tratta però di avvenimenti che non si possono arrestare. Quel seme che ho descritto animò la nostra amicizia per tutta la storia del seminario, ci impose la scelta degli autori da leggere, divenne il motivo degli autori da preferire (al liceo leggendo, per esempio, Möhler, Solov’ev, Newman, comprendendo quel che si poteva comprendere), e rese animoso il nostro studio di teologia, che non restò certamente dottrina cristallizzata.

«Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto»
Dopo una decina d’anni di varie vicende, divenuto insegnante nello stesso seminario teologico, incontrai sul treno un gruppo di studenti e incominciai a discutere di cristianesimo con loro. Li trovai così estranei alle cose più elementari che mi venne come irrefrenabile impeto il desiderio di far conoscere loro quello che io avevo conosciuto, affinché anche per loro avesse a sorgere il «bel giorno». Abbandonai perciò, sollecitato dal rettore, l’insegnamento in seminario (mi dedicavo di fatto più ai giovani che alla preparazione delle lezioni) e scelsi di insegnare religione nelle scuole medie superiori dello Stato.

Mi ricordo perfettamente quel giorno così importante per la mia vita. Mentre stavo salendo per la prima volta i quattro gradini che dalla strada portavano all’ingresso del liceo «Berchet» di Milano, dicevo a me stesso: «Io vengo qui a dare a questi giovani quello che è stato dato a me». Lo ripeto sempre, perché è questa l’unica ragione per cui abbiamo fatto tutto quel che abbiamo fatto (e continueremo a farlo fino a quando Dio ce lo concederà). L’unica ragione di ogni nostra mossa è che Lo conoscano, che gli uomini conoscano Cristo. Dio è diventato uomo, è venuto tra i suoi: che i suoi non Lo conoscano è il peccato più grave, è l’ingiustizia senza paragone più grande.

Cristo centro del cosmo e della storia
«Cristo centro del cosmo e della storia». Quando ho sentito nel suo primo discorso Giovanni Paolo II ripetere questa frase (letteralmente la stessa frase, lo possono testimoniare i miei amici di allora, è stata fin dall’inizio testo abituale della nostra meditazione), l’emozione provata mi ha ridestato il ricordo di tutta la dialettica che si sviluppò tra me e i giovani e tra i giovani stessi nella scuola, e il ricordo della tensione profonda con cui ci riunimmo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ripetevo sempre ai ragazzi: «Vieni e vedi», o «Vedrai cose maggiori di questa», come dice Gesù nel Vangelo; oppure, come dice una preghiera della Messa: «La Tua Chiesa si riveli al mondo»; o ancora: «Dio gloria del Suo popolo». E osservavo: «Che cosa significa ad esempio “Dio gloria del Suo popolo” se non il cambiamento che Cristo, attraverso il mistero della Sua permanenza nella Chiesa, produce nel singolo e nella società? Tale cambiamento è il miracolo che gli dà gloria».

Questo noi chiediamo a Dio da tanti anni, solo questo: che Cristo ci aiuti a vivere la Chiesa, affinché anche attraverso la nostra vita, la nostra azione, la nostra compagnia, i nostri progetti, Egli appaia sempre di più nel mondo agli uomini prescelti dal Mistero del Padre, affinché cioè appaia sempre di più la gloria di Dio attraverso un’adesione a Cristo che cambi la nostra vita e la vita del mondo trasfigurandole. È questo l’unico scopo per cui ci siamo ritrovati e ci ritroviamo, fino a quando Iddio vorrà.
I primi giorni del mio insegnamento di religione domandavo ai ragazzi, lungo le scale, o sui pianerottoli: «Il cristianesimo è presente qui, nella scuola, secondo te?». Quasi tutti mi guardavano stupiti e ridevano. Chi invece rispondeva diceva: «Ma no!». E io ribadivo: «Ma, allora, o la fede in Cristo non è vera, oppure chiede una modalità nuova». Fu l’inizio della dialettica aperta dall’affermazione che Cristo è il centro del cosmo e della storia, la chiave di volta per conoscere l’uomo e il mondo, l’origine di una possibile pace per il cuore dell’io e per la società, la ragione di un impeto affettivo ignoto e senza paragoni (qualcosa di analogo coglieva Socrate, quando sospendeva improvvisamente il suo discorso – tra i suoi scolari c’erano Platone, Senofonte ecc. – e diceva: «Non è forse vero, amici miei, che quando parliamo della verità dimentichiamo anche le donne?»).
Lo sviluppo dialettico del contenuto del messaggio lentamente polarizzò la curiosità, l’ira e l’affezione dei ragazzi, divenendo il punto più discusso della scuola per dodici anni (tempo in cui vi rimasi come insegnante di religione): Cristo e la Chiesa erano il tema quotidiano, oggetto di accanite discussioni.
« Che alternativa abbiamo,» dicevo allora, e ripeto ora «l’alternativa politica?». Vi è in proposito un’altra frase dai Quaderni di Camus, scritta nel 1953: «Ciò che la sinistra approva [la sinistra costituiva allora il simbolo dell’onestà redentiva dell’energia politica] passa sotto silenzio o viene giudicato inevitabile: 1) la deportazione di migliaia di bambini greci; 2) la distruzione fisica della classe contadina russa; 3) i milioni in campo di concentramento; 4) i sequestri politici; 5) le esecuzioni politiche quotidiane; 6) l’antisemitismo; 7) la stupidità; 8 ) la crudeltà. La lista è aperta». Ma già basta. Non è pessimismo, ma è difficile non far rientrare in queste categorie la politica nella sua attualità.
« Qual è» domandavo allora «l’altro campo di speranza alternativa, più serio della politica, più carico di riuscita? È la scienza?». Solo trent’anni fa, “scienza” era una parola cento volte più “divina” di quanto lo sia adesso. Tanti anni dopo avremmo dovuto sentire Giovanni Paolo II affermare: «La scienza della totalità (perché non è scienza se non ha la pretesa di afferrare l’orizzonte totale) conduce spontaneamente alla domanda sulla totalità stessa; domanda che non trova la sua risposta all’interno di tale totalità». La passione per l’orizzonte totale porta inesorabilmente alla domanda sul senso di questo orizzonte, ma all’interno di esso non è possibile trovare risposta.
Lo sviluppo del nostro interesse alla vita in tutti i suoi aspetti ebbe e ha come riferimento la Sua presenza: «Noi crediamo in Cristo morto e risorto, in Cristo presente qui e ora». Questo ci ha fatto interessare alla politica secondo la totalità della sua accezione, nella perfetta consapevolezza che non è dalla politica che ci può venire la salvezza; e ci ha fatto riappassionare allo studio, alla scienza, non per idolatria o per la promozione, ma per una serietà che scavasse un alveo sempre più preciso alla conoscenza, la quale, ultimamente, ha la sua consistenza in Cristo. Dall’esperienza della Sua presenza sono nate dunque una passione per la vita sociale e politica e una passione per la conoscenza (il Meeting di Rimini, sia pure tentativamente, ma tenacemente e appassionatamente, nasce da questo duplice interesse, o meglio dalla radice che ha creato questo duplice interesse).
Sant’Agostino nel Contra Iulianum osserva: «Questa è l’orrenda radice del vostro errore: voi pretendete di far consistere il dono di Cristo nel suo esempio mentre quel dono è la Sua persona stessa». Tutti parlano con riverenza dell’esempio di Cristo, dei valori morali, anche coloro che scrivono sulla «Voce Repubblicana»; costoro, anzi, insegnano, predicano ai cristiani che debbono vivere i valori morali per sostenere lo Stato. Ma il dono di Cristo è la Sua presenza: questo è il nuovo nel mondo e non vi sarà mai nulla di più nuovo di questo.
Scrive Milosz in una sua poesia: «Sono solo un uomo, ho bisogno di segni sensibili, costruire scale di astrazioni mi stanca presto. Desta, dunque, o Dio, un uomo in un posto qualsiasi della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te». Cristo è la risposta a questa suprema invocazione umana. L’Incarnazione di Cristo corrisponde all’esigenza propria della natura dell’uomo, corrisponde in modo inconcepibile a un sensibile bisogno, a un bisogno dell’uomo vissuto e appassionato.

«Siamo una cosa sola»
Quanto ha affermato nel suo discorso inaugurale il nuovo arcivescovo di Colonia, cardinal Meisner, pone il tema che occorre ora toccare: «La parola eterna del Padre si è fatta carne. E ora nella Chiesa è rimasta udibile e toccabile per tutti gli uomini». Ma la Chiesa di che cosa è fatta? Di te, di me. Questa è stata la scoperta immediata e spontanea che, nel mese di ottobre in cui entrai nella scuola come insegnante di religione, seguì al messaggio lanciato.

Se Dio è diventato uomo ed è qui e si comunica a noi, tu e io siamo una cosa sola. Tra te e me, estranei, è tolta l’estraneità o, come la chiamava san Paolo, l’inimicizia: siamo amici. Per contrasto, facevo notare ai ragazzi più grandi: «Siete stati cinque anni insieme nella stessa classe, nello stesso banco, siete pieni di connivenze, ma non di amicizia; andate in vacanza insieme, studiate insieme, vi divertite insieme, ma non siete amici: siete compagni provvisori, tra voi non c’è nulla che abbia durata, nessuno è in rapporto con e si sente interessato al destino dell’altro».
Lo dicevo perché Cristo è presente proprio attraverso, dentro, la nostra unità, quell’unità in cui ci immette il gesto con cui Egli ci afferra, il sacramento del Battesimo. Afferrandoci nel Battesimo, Cristo ci ha messi insieme come membra dello stesso corpo (cfr. i capitoli 1-4 della Lettera agli Efesini). Egli è presente qui e ora, in me, attraverso me, e la prima espressione del cambiamento in cui la Sua presenza si documenta è che io mi riconosco unito a te, è che noi siamo una cosa sola.
Come scrive san Paolo nella Lettera ai Galati, al capitolo 3 (un altro brano che sempre citavo): «Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete immedesimati con Cristo. Non esiste più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti voi siete uno, una sola persona in Cristo Gesù». Qualsiasi utopia l’uomo abbia creato, non è mai giunto a immaginarsi questa unità che il fatto di Cristo ha realizzato in noi. Se lo riconosciamo, agisce, e la nostra vita diventa più umana.
Cristo rende la nostra vita più umana. Perciò l’altra frase del Vangelo che costituiva la sfida con cui entravo nella scuola e che ripetevo in tutte le ore di insegnamento era: «Chi mi segue avrà la vita eterna, e il centuplo quaggiù». «“Chi mi segue avrà la vita eterna”, e questo vi può non interessare» osservavo, «ma avrà “il centuplo quaggiù” – cioè vivrà cento volte meglio l’affezione all’uomo o alla donna, al padre e alla madre, avrà cento volte più passione per lo studio, amore per il lavoro, gusto per la natura –, questo non può non interessarvi».
L’esigenza espressa da Milosz nella poesia citata è propriamente quella di incontrare qualcuno – visibile, toccabile – seguendo il quale si possa fare esperienza del centuplo. «Desta dunque un uomo in un posto qualunque della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te»: questo è Cristo per l’uomo.
Ma Cristo è in te e in me, e ciò è tremendo (tremendum mysterium): è la sorgente della nostra responsabilità e della nostra umiltà, impossibile a evitarsi, perché siamo il segno fisico della Sua presenza.
Eravamo in quindici quando dicevo che la nostra comunità è il segno reale, anche se contingente, provvisorio, risibile, ma grande, per cui Cristo diventa oggetto di un’esperienza presente. Da quindici che eravamo, l’ultimo anno di insegnamento al liceo, allo stesso raduno, diventammo circa trecento. Ma non importa il numero. Dopo dodici anni avremmo potuto essere in tre, in due (questo è il significato del matrimonio come sacramento; il matrimonio è, dovrebbe essere, il segno per la comunità, perché vi si incontra quell’unità che non nasce dalla carne e dal sangue, ma da Cristo).
La comunità, dilatata senza confine, è il Mistero di questa identità per cui e in cui veramente io posso dire con timore, tremore e amore a Cristo: «Tu». Questa scoperta è stata un passo preciso in un certo raduno tenuto davanti al mare, su una torre, a Varigotti.

La comunità è il luogo della memoria
La memoria è la coscienza di una presenza che è incominciata nel passato e che dura: la memoria è coscienza della presenza di Cristo.

Come diceva Pavese: «La memoria è una passione ripetuta». Noi viviamo una passione per Cristo, una passione ripetuta, perché purtroppo in noi non ci può essere una continuità imperterrita.
Ancora Pavese scrive: «La ricchezza di un’opera [cioè di una generazione o della nostra vita come generazione] è sempre data dalla quantità di passato che essa contiene». Ma si deve trattare di un passato che possa essere nel presente più potentemente che come ricordo, perché il ricordo appiattisce, è come un vestito logoro. La memoria di Cristo è memoria di un passato che diventa così presente da determinare il presente più di ogni altro presente. Memoria è diventata la parola capitale della nostra comunità: la comunità è il luogo dove si vive la memoria.
Voglio ora dettagliare alcuni aspetti di questa realtà comunionale, parola che indica una compagnia che non nasce dalla carne e dal sangue ma da Cristo, e la cui vita è la memoria. «La memoria s’è empita di sangue» affermava santa Caterina da Siena. La memoria si «empie» del sangue della croce e della gloria della resurrezione, perché non si può concepire la croce di Cristo senza la resurrezione. Perciò, diceva giustamente Claudel, la pace, che è l’eredità che Cristo ci ha lasciato come segno della Sua presenza attiva e operante, «in parti uguali di dolore e di gioia è fatta».

La drammaticità di una lotta
Innanzitutto, la vita di comunità non ha mai soppresso la drammaticità, non ha mai preteso da alcuno un passo forzoso. È sempre stata una proposta appassionata, ma ben consapevole della fatica richiesta a chi la riceveva. La verità, certo, porta nella comunicazione di sé la propria evidenza, e l’annuncio di Cristo è talmente corrispondente a quello che l’uomo desidera, attende, che venirne investiti è come un frangente di evidenza che non può evitare di suscitare un positivo sussulto. Ma subito dopo insorge una resistenza. Facevo osservare ai ragazzi: «Mentre io parlo voi siete lì attenti e la vostra faccia inequivocabilmente dice: “Eh già”, ma, subito dopo, la diabolicità, il peccato originale, vi riempie di “ma, se, forse, però, chissà”, cioè di scetticismo, per farvi fuggire dall’evidenza che vi è balenata». Insorge una resistenza, e si apre la drammaticità di una lotta.

La drammaticità è inerente a ogni rapporto (non c’è un solo rapporto realmente umano che non sia drammatico). Nel rapporto con Cristo essa tocca la sua profondità più grande. E la drammaticità non consiste in un’esasperazione isterica, ma nel dire «Tu» con la consapevolezza della differenza e del cammino da compiere.
« Prima la mia volontà [dove innanzitutto si colloca la resistenza] e poi la mia intelligenza» scrive un dissidente lituano «hanno resistito a lungo, ma alla fine mi sono arreso e ho vinto [il vincitore è chi afferma se stesso]. Non è stata una capitolazione di fronte all’avversario. È stata la riconciliazione con il Padre [con l’origine costitutiva di sé]: il Suo possesso di me è la mia liberazione» (ne Il senso religioso, che contiene gli appunti da me dettati in quei primi anni di scuola, questa identificazione tra essere posseduti ed essere liberi viene sviluppata).
Dopo solo un anno dall’inizio del movimento, con i ragazzi di prima e seconda liceo classico, abbiamo stampato un’antologia di Dionigi l’Areopagita, col testo greco a fronte, che conteneva una tra le frasi più belle che abbia mai letto: «Chi mai potrà parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?». È il cuore della frase appena citata: «Il Suo possesso di me è la mia liberazione».

La domanda, gesto supremo dell’uomo
Assistendo alla drammaticità vissuta da quei primi giovani che partecipavano – allora, quando eravamo alcune centinaia, dalla mattina alla sera, anche al di fuori della scuola, stavamo insieme a discutere – ho capito per la prima volta, dopo tutti gli anni del seminario, che cosa vuol dire chiedere.

La domanda è l’espressione suprema dell’uomo, ed è la più elementare: in qualsiasi condizione l’uomo la può realizzare, anche se è ateo. Anzi, quanto più un uomo sente fatica tanto più essa gli è consona. Ne I promessi sposi, a un certo punto, l’ateo – l’Innominato – esclama: «Dio, se ci sei, rivelati a me». Non vi è nulla di più razionale di questo: «Se ci sei» è la categoria della possibilità, dimensione irrinunciabile di una ragione autentica, «rivelati a me» è la domanda.
Saremo tutti giudicati sulla domanda, perché anche nella fossa dei leoni o sotterrati dalla melma, noi possiamo gridare, domandare. Nella Settimana santa, la liturgia ambrosiana (è stupefacente fino a che punto di tenerezza giunge la Chiesa) ci suggerisce una forma commovente di domanda: «Anche se ho fatto tardi non chiudere la Tua porta. Sono venuto a bussare. A chi Ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso; accoglimi al Tuo convito, donami il pane del Regno».
Io non ho mai detto ai primi ragazzi che si riunivano: «Pregate». Coloro che venivano, anche se non partecipavano al contenuto, partecipavano al gesto della preghiera. Dopo un po’ di tempo tutti facevano la comunione quotidiana. Ripetevo loro che il sacramento è la preghiera più grande, l’essenza della preghiera, perché è domanda di tutto il proprio io: un uomo vi partecipa anche senza saper pensare, senza saper dire, senza saper nulla, domanda con la sua presenza: «Sono qui». Come fare, allora, a gerarchizzare valori e contenuti? Che cosa dobbiamo ottenere per poter sviluppare la vita? La domanda che cosa deve domandare? L’affezione a Cristo!
Scrive san Tommaso d’Aquino: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (che nel senso latino del termine significa compimento, completezza). La cosa più bella nella storia del nostro movimento è che centinaia, e poi migliaia di giovani hanno imparato e vivono l’affezione a Cristo, che sola permette vera affezione all’amico, alla donna, a sé.
Ma come ottenere questa capacità di affezione a Cristo? Innanzitutto, soprattutto, al di là di tutto, domandandola. La storia religiosa dell’umanità, cioè la Bibbia, termina con questa frase: «Vieni, Signore Gesù». È una domanda “affettiva”, un’espressione vibrante di “attaccamento”. Fino a pochi anni fa era questa la formula che sempre suggerivamo. Adesso se n’è aggiunta un’altra: Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. È la stessa, più sviluppata e cosciente.

Un’affezione totalizzante
Un’affezione che sostenga la vita, in cui l’uomo trovi la sua compiutezza, deve avere come contenuto, come oggetto, qualcosa che possa pertinere ad omnia (interessare tutto). Vi è in proposito una nota frase di Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito». Se è un grande amore quello tra un uomo e una donna, i sanguinosi fatti di piazza Tienanmen, un canto sentito, il sole davanti agli occhi, tutto ciò che accade, insomma, diventa un avvenimento nel suo ambito.

Occorre che l’oggetto d’amore sia tale da poter inglobare tutto. Per questo Comunione e Liberazione (una volta si chiamava Gioventù Studentesca) non ha mai organizzato gesti che non fossero inequivocabilmente educativi. La scelta della montagna per le vacanze, per fare un esempio, non è casuale (non abbiamo cominciato col mare, perché il mare è più distraente). La sanità dell’ambiente umano, l’imponente bellezza della natura, favoriscono ogni volta il rinnovarsi della domanda sull’essere, sull’ordine, sulla bontà del reale – il reale è la prima provocazione attraverso cui viene destato in noi il senso religioso –. Con la necessaria disciplina, che è sempre stata rigorosamente curata (la disciplina è come l’alveo di un fiume: l’acqua vi scorre più pura, più limpida, più rapida; la disciplina è necessaria in quanto è riconosciuto un senso a tutto), le vacanze in montagna si sono proposte all’esperienza delle persone come una profezia, sia pur fugace, della promessa cristiana di compimento, come un piccolo anticipo di paradiso, e ogni particolare doveva veicolare quella promessa e realizzare quell’anticipo.
Ciò che tutti normalmente ci rimproverano è il segno della nostra grandezza: che tutto avvenga dentro l’orizzonte della presenza di Cristo, cioè della nostra compagnia. Ci rimproverano che l’esperienza dell’amore a Cristo sia totalizzante: ma tutto ciò che è diviso e staccato dalla Sua presenza sarà distrutto! La divisione è l’inizio della distruzione. Per questo noi abbiamo sempre odiato la parola censura. «Non si può censurare nulla» dicevo «non per passione psicanalitica, ma perché tutto venga alla luce, sia chiarito, spiegato e aiutato».

Una letizia in fondo al dolore
Il segno di una vita che cammina nell’affezione a Cristo, che cioè aderisce e partecipa alla Sua compagnia, è la letizia. «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» ha affermato Cristo poco prima di morire.

La gioia soltanto è madre del sacrificio: non è ragionevole il sacrificio se non è attirato dalla bellezza del vero. È la bellezza – «splendore del vero» – che chiama al sacrificio. Come dice la Bibbia nel libro del Siracide: «Un cuore felice è anche sereno davanti ai cibi, quello che mangia egli gusta».
Questa gioia e questa letizia stanno anche nel fondo del dolore più acuto, che a un certo punto non si può evitare: il dolore del proprio male. Appartenere alla nostra compagnia significa anzi cominciare a presentire che il dolore più grande è quello del proprio male, del peccato. Nessuno può dire: «Non commetterò più il peccato», perché la coerenza alla legge di Dio, cioè il seguire Cristo, è un miracolo della grazia, non è una capacità nostra. Per questo il punto in cui la libertà del Mistero e la libertà dell’uomo s’abbracciano è la domanda.

La grandezza dell’istante
Un’altra scoperta è diventata normale nella nostra storia: la grandezza dell’istante, l’importanza del momento, del contingente, che è il punto di incontro dell’infinità di sollecitazioni con cui il Mistero ci convoca (non abbiamo perciò niente di più amico delle circostanze inevitabili: esse sono il segno oggettivo del Mistero che ci chiama). Ancora nella liturgia ambrosiana si trova questa bella preghiera: «Tu, Dio, doni alla Chiesa di Cristo di celebrare Misteri ineffabili nei quali la nostra esiguità di creature mortali si rende sublime in un rapporto eterno e la nostra esistenza nel tempo comincia a fiorire come vita senza fine. Così, seguendo il Tuo disegno di amore l’uomo passa da una condizione mortale a una prodigiosa salvezza».

Lo stupore dell’incontro
De Lubac, in Paradossi e nuovi paradossi, osserva che «il conformista [chi aderisce alla mentalità comune, cioè chi non aderisce alla Sua compagnia] prende perfino le cose dello spirito per il loro aspetto formale, esteriore. L’obbediente invece prende perfino le cose della terra per il loro aspetto interiore e sublime». Per questo occorre coltivare una dote umana che è immediatamente propria del bambino e diventa grande quando è propria dell’adulto: lo stupore. Come mi è stato scritto: «Non è comunicato se non ciò che è ricevuto gratuitamente (come da un bambino). E si trattiene solo perché si è stupiti». Occorre incrementare dunque la capacità di stupore: «Se non sarete come bambini non entrerete mai».

Nella seconda parte del primo capitolo del Vangelo di Giovanni si racconta di Giovanni e Andrea che si mettono a seguire Gesù. «Gesù si volta e dice: “Che cosa cercate?”. “Maestro, dove abiti?”. “Venite a vedere”. Ed essi andarono e rimasero tutto quel giorno con Lui». Immaginiamo quei due che vanno dietro, tutti intimiditi, a quel giovane uomo che li precede: chissà con quale stupore lo guardavano e lo ascoltavano!
Un’altra pagina del Vangelo mi colpisce come questa. Descrive il momento in cui Gesù passa in mezzo alla folla di Gerico. Il capo della mafia di Gerico, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vederLo, perché era piccolo di statura. Gesù gli passa vicino, guarda su, dove si era issato, e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). Immaginiamo che cosa ha dovuto sentire quell’uomo! È come se Cristo gli avesse detto: «Io ti stimo, Zaccheo, fai presto a scendere, vengo a casa tua». Ma quell’incontro non sarebbe vero – sarebbe come se non fosse avvenuto duemila anni fa – se non avvenisse adesso. Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi! Gli incontri con persone che ci guardano e ci comprendono come Gesù ha guardato e compreso Zaccheo, e che noi possiamo guardare, sono i fatti più importanti della vita. «Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»: è l’invito di uno dei primi documenti cristiani, la Didaché.

La compagnia, luogo dell’appartenenza
La comunità, la compagnia, dove l’incontro con Cristo accade, è il luogo dell’appartenenza del nostro io, il luogo da cui esso attinge la modalità ultima di percepire e di sentire le cose, di coglierle intellettualmente e di giudicarle, di immaginare, di progettare, di decidere, di fare. Il nostro io appartiene a questo “corpo” che è la nostra compagnia, e da esso attinge il criterio ultimo per affrontare tutte le cose. Perciò il nostro punto di vista non va per la sua strada, ma si obbliga al paragone e nel paragone obbedisce alla comunità, alla compagnia. Come diceva Rilke alla moglie, in riferimento a quell’appartenenza breve ma esemplare che è il rapporto uomo-donna: «Dove rimane all’oscuro qualcosa, esso è di un genere che non esige chiarimenti, ma sottomissione». Grande è la sottomissione che noi sperimentiamo nella vita della nostra compagnia: è sottomissione al Mistero di Cristo che si rende presente nella nostra compagnia e cammina con noi.

Una affermazione di Péguy coglie bene il punto: «Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».
Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – del figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio.

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