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Il vero fine del compimento è la contemplazione

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

Il vero fine del compimento è la contemplazione dans Citazioni, frasi e pensieri 258m8u1

La scienza antica, la scienza di epoca vittoriana dei giorni di Charles Darwin, sosteneva quella bizzarra intuizione in base a cui tutto è credibile se avviene molto lentamente. Che è come dire che si può credere all’ippogrifo, a patto che a un cavallo sia cresciuta una piuma alla volta; o che si può credere all’unicorno, solo se il corno non salta fuori all’improvviso, ma comincia a svilupparsi come un piccolo brufolo. Ma, qualsiasi cosa sia, questa non è scienza moderna. La vera scienza moderna, la nuova scienza, per quel che può valere, tende sempre più ad avvicinarsi alla visione mistica di un disegno matematico, che potrebbe benissimo essere fuori dal tempo.

In base alle ultime teorie scientifiche, il cosmo sarebbe potuto nascere in sei giorni, o in sei secondi, o più probabilmente in meno sei secondi o forse nella radice quadrata di meno sei secondi. Io però non voglio mettermi a insistere sulla verità letterale dei sei giorni, perché la mia fede non lo richiede e qui non sto parlando della fede di nessuno. Voglio parlare delle grandi idee che quel simbolo suggerisce, ovvero il fatto che il potere creativo è stato tale per sei giorni e il settimo è stato contemplativo. Perché il vero fine di tutta la creazione è il compimento, e il vero fine del compimento è la contemplazione.

Gilbert Keith Chesterton
Tratto da: G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo

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Confessarsi, che fatica!

Posté par atempodiblog le 18 juin 2015

Le avventure di un «povero peccatore» che decide di riconciliarsi con Dio
Confessarsi, che fatica!
«Non stanchiamoci mai di chiedere perdono», ha esortato il Papa. A volte però trovare un sacerdote nel confessionale, che abbia tempo di ascoltarci senza fretta, è un’impresa. Le risposte dei sacerdoti: «Dovremmo essere sempre disponibili e non mandare via nessuno. Ma a volte non è facile…».
di Redazione Toscana Oggi

Confessarsi, che fatica! dans Articoli di Giornali e News vne637

«Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono». Sono queste le parole pronunciate da Francesco nel suo primo Angelus da Papa.

Certo, Dio non si stanca, ma verrebbe da chiedersi: e i suoi ministri? In loro, infatti, un po’ di stanchezza a dire il vero si coglie. Da qualche tempo, mi capita di raccogliere le confidenze di persone che, indignate, raccontano le peripezie che hanno dovuto sostenere per accedere alla grazia del Sacramento della Confessione.

Di solito l’avventura del povero peccatore pentito comincia quando, in modo del tutto inopportuno, è assalito dal desiderio di confessarsi al di fuori della domenica e degli orari delle Messe. Sembra, infatti, che nei gironi feriali l’elargizione della grazia sia più difficile. Per di più, l’incauto penitente, che non ha un confessore stabile, pensa di poter ricevere la misericordia del Signore anche senza appuntamento, ma si sa che ormai, essendo tutti strapieni di cose da fare e non avendo tempo da perdere, non si può fare nulla senza appuntamento, né una visita medica, né ricevere una consulenza tecnica, né riparare un guasto della macchina e tanto meno fare una semplice messa in piega dalla parrucchiera. L’ignaro «cercatore di grazia» si mette dunque in movimento, cominciando la sua peregrinazione di chiesa in chiesa, con il primo e apparentemente facile obiettivo di trovare un ministro del Signore che possa concedergliela. Ma ecco la prima difficoltà. Là dove non trova la porta della chiesa serrata a quattro mandate, non è facile incontrare un prete o un religioso che si aggiri in zona, solo qualche extracomunitario addetto alla sorveglianza o alla pulizia.

Nei casi più fortunati, il penitente si può avvalere di una soffiata da parte di un amico: «Vai in quella chiesa, c’è un cartello che dice che le confessioni sono dalle 10 alle 12». Così, pieno di fiducia, il povero peccatore va, entra nella chiesa e si sedie, cominciando la sua preparazione. Passa un quarto d’ora, passa mezz’ora, passa un’ora e niente, non si vede nessuno, solo tanto buio e tanto freddo. Per riscaldarsi allora il poveretto comincia a passeggiare su e giù e così gli occhi cadono su un campanello su cui è scritto «suonare». Comincia dunque a suonare una, due, tre volte, ma il risultato è sempre lo stesso, non si vede nessuno. Alla fine, deluso e ormai «congelato», il penitente, persa ogni speranza, si incammina verso casa, costretto a rimandare ad un’altra volta il suo proposito, sempre se riuscirà a trovare il tempo e la disposizione d’animo per poter fare un secondo tentativo.

È andata meglio, se così si può dire, ad un altro «peccatore pentito» che proprio alla vigilia di Natale, volendo giustamente riconciliarsi con il Signore, è entrato in una chiesa, contento di poter riconoscere subito la presenza di un sacerdote presso l’altare. Timoroso il penitente si avvicina chiedendo: «Mi scusi, Padre, potrebbe confessarmi?». Non lo avesse mai detto: «Ma viene a confessarsi a quest’ora? Non vede che sto preparando i fiori per l’altare? Venite a confessarvi proprio quando noi sacerdoti abbiamo più da fare?». Per gentile concessione, però, il sacerdote, seppur bofonchiando un po’, accetta di confessare il devoto penitente che, ingenuamente, comincia a parlare dei vari aspetti della propria vita per i quali desidera chiedere perdono al Signore. E mentre con timore e tremore tenta di mettere insieme le parole per esprimere i suoi sentimenti, dall’altra parte della grata si sente dire: «Ma che fa? È venuto qui per tenere un’omelia?». Ovviamente tutto quello che il poveretto aveva in testa e soprattutto nel cuore viene d’un colpo azzerato e si ferma ammutolito, aspettando solo di poter ricevere l’assoluzione e scappare via da tanto disagio, chiedendosi poi se una confessione del genere sia realmente valida.

Non sono poche le volte in cui il penitente deve insistere e fare una vera e propria opera di convincimento nei confronti del ministro che tergiversa, invitando a tornare un’altra volta o a scegliere un momento più opportuno.

Ma c’è da chiedersi: non è sempre il momento opportuno quando nel cuore di una persona sorge il desiderio di incontrare il volto misericordioso del Signore? Forse, bisognerebbe che i nostri sacerdoti e religiosi, smettessero di fare tante altre cose e trovassero più tempo per restare in chiesa a pregare e ad amministrare quello che è davvero il più grande dono che il Signore ci ha lasciato, la sua grazia sovrabbondante, la sua misericordia infinita. Certo, il sacramento ha la sua efficacia indipendentemente dalla povertà dei suoi ministri, ma spesso un cuore pentito desidera ricevere e percepire quella carezza, quel tenero abbraccio che il Signore stesso è pronto a donare a chi con sincerità ritorna a Lui, qualunque sia stato il suo percorso, un abbraccio e una carezza che, non lo possiamo negare, possono giungere solo attraverso un ministro accogliente, disponibile all’ascolto e capace di offrire una parola di conforto ed incoraggiamento, restituendo un po’ di speranza e di pace ad un cuore smarrito e scoraggiato.

di A. R.

Confessarsi come Dio comanda dans Fede, morale e teologia confessionali

Le risposte dei sacerdoti: «Dovremmo essere sempre disponibili e non mandare via nessuno. Ma a volte non è facile…»

L’invito di papa Francesco a non stancarsi di chiedere perdono a Dio sembra aver trovato riscontro: a confermarlo c’è anche una indagine statistica promossa dal Cesnur (l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo Massimo Introvigne): «su un campione di duecento sacerdoti e religiosi intervistati, il 53% ha affermato di avere riscontrato nella propria comunità un aumento delle persone che si riavvicinano alla Chiesa o si confessano, aggiungendo che queste persone citano esplicitamente gli appelli di Papa Francesco come ragione del loro riavvicinamento alla pratica religiosa».

E i sacerdoti, come vivono il sacramento della confessione? Don Antonio Scolesi è parroco ad Albinia (diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello) ma è anche confessore presso alcuni istituti religiosi e di alcuni seminaristi. «È vero – dice – che noi preti siamo pochi e presi da molti impegni, e può capitare che qualuno venga a cercare un sacerdote e non lo trovi. Però nella mia esperienza posso dire che chi viene con un desiderio forte, la disponibilità la trova. A me capita spesso di persone che vengono da me dopo la Messa, oppure telefonano, e mi dicono “quando posso venire?” Sicuramente per chi sente il bisogno di un colloquio più ampio è il modo migliore». Poi ci sono le persone che si confessano, per abitudine, prima della Messa domenicale: «Anche quella è una esigenza a cui si deve rispondere: lì la confessione è più veloce, si limita all’elenco dei peccati e all’assoluzione».

L’importante comunque, secondo don Antonio, è che i sacerdoti non tralascino questo sacramento ma anzi cerchino di farne scoprire sempre di più la bellezza: «Chi non si accosta alla confessione è perché non ha scoperto quanto sia bello sentirsi perdonati. L’assoluzione che si riceve dal prete non la si può avere da nessun altro. Ed è un sacramento bello anche per il sacerdote: lo si celebra insieme, e fa bene anche al prete».

Don Serafino Romeo è parroco di Chiesanuova, in diocesi di Prato: una parrocchia popolosa, dove il desiderio dei fedeli di confessarsi è ancora vivo. Anche se certe abitudini andrebbero riviste: «Nei momenti delle feste, prima di Natale e Pasqua, abbiamo grandi file, si passa ore e ore a confessare, fino a prosciugarsi. Nel resto dell’anno invece capita anche di stare ad aspettare invano, in chiesa, durante gli orari che vengono indicati per la confessione. Sono momenti in cui il parroco dà la sua disponibilità e le persone troverebbero tempo e ascolto. Se si vuole che la confessione diventi anche un colloquio, qualcosa di simile alla direzione spirituale, c’è bisogno di farla con tranquillità, Invece molti vengono prima della Messa, e allora capita di dover chiedere che aspettino la fine della celebrazione».

A parte questi aspetti pratici, comunque, anche secondo don Serafino i preti devono sempre essere disponibili: «A me, prima di diventare prete, è capitato di chiedere di confessarmi e di sentirmi rispondere di tornare in un altro momento o di andare nella parrocchia vicina. Adesso, da parroco, riconosco che non è sempre facile riuscire a districarci tra tutti gli impegni. Però dobbiamo ricordarci che quello della confessione è un compito che spetta al prete e nessun altro lo può svolgere al posto nostro. Quindi dobbiamo prendere i fedeli quando vengono, anche di notte». Può capitare? «Certo – risponde – le richieste di persone che sentono il bisogno di confessarsi arrivano nei luoghi e negli orari più imprevisti: a me per esempio è capitato durante un viaggio in treno. Poi si deve saper distinguere: ci sono persone che si confessano abitualmente e possono essere disponibili a tornare, ci sono persone che vengono dal prete spinte da un bisogno urgente di raccontare qualcosa che pesa sulla loro coscienza. Per loro la confessione può diventare un momento importante, di svolta per la loro vita. In questi casi l’impegno a non mandare via nessuno è ancora più importante».

di Riccardo Bigi

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Il sacerdote deve essere riconoscibile

Stralcio di una conversazione sulla figura del sacerdote, ai microfoni di Radio Maria, tra il Prof. Palmaro e il dott. Gnocchi

Prof. Mario Palmaro: «Eravamo a un convengo insieme [con il dott. Gnocchi] e si discorreva con un sacerdote che era vestito con la sua bella talare, come si conviene a un sacerdote cattolico, e mentre si parlava… a un certo punto si è avvicinata una persona e ha detto: “scusi padre ha 10 minuti per confessarmi?”. Ecco queste sono le scene che fotografano meglio di tante parole che cos’è un prete; un prete è uno che si rende innanzitutto riconoscibile da tutti e che quindi in qualsiasi momento è al servizio dei fratelli perché non ha un momento in cui agisce privatamente e nello stesso momento può fare questa cosa grande che è assolvere i peccati».

Dott. Alessandro Gnocchi: «Questo episodio me ne ricorda un altro assolutamente simile, ma che ci tengo a raccontare: qualche anno fa ero a Firenze per una conferenza ed eravamo stati a mangiare qualcosa in una trattoria con un sacerdote che aveva la sua brava talare, come si potrebbe dire, e mi ricordo che uscendo, era sera, verso le 11:00 – 11:30, si è avvicinata una donna, era una barbona, una donna che viveva sotto i ponti e ha chiesto a questo sacerdote di essere confessata… Siccome questa donna non era sicuramente in buone condizioni e poteva morire di lì a poco…. poteva anche capitarle qualcosa… se non avesse riconosciuto un sacerdote non avrebbe potuto confessarsi».

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L’ipocrisia sociale in don Abbondio

Posté par atempodiblog le 2 juin 2015

L’ipocrisia sociale in don Abbondio
della prof.ssa Francesca Procaccini (audio) - Radio Maria

L’ipocrisia sociale in don Abbondio dans Alessandro Manzoni 2j604ld

[…] Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. […]

Don Abbondio si era, dunque, creato un suo sistema per vivere senza problemi né contrasti di sorta e ad un uomo di questa fatta capita ciò che mai avrebbe potuto immaginare. Gli accade, come tutti sanno, di essere aspettato, proprio al termine di quella tranquilla passeggiata, da due bravi:

[…] – Signor curato, – disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.
– Cosa comanda? – rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
– Lei ha intenzione, – proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, – lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!
– Cioè… – rispose, con voce tremolante, don Abbondio: – cioè. […]

Diciamo noi: che cos’è questo “cioè”? E’ l’uomo che si mette subito nella posizione di chi ha torto, perché abituato a tremare davanti al più forte, il quale assume il tono del superiore, facendo sentire l’altro in uno stato di inferiorità, ovviamente.
Il prepotente ha il piglio minaccioso ed iracondo. Ed egli risponde con voce tremula, sottomessa. Quello, il prepotente, ha il tono di accusatore e don Abbondio si scusa, quello considera il celebrare il matrimonio come una colpa ed egli dice:

Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’andrebbe a un banco a riscuotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.
– Or bene, – gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, – questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.
– Ma, signori miei, – replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, – ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…
[…] – Ma, – interruppe questa volta l’altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, – ma il matrimonio non si farà, o… – e qui una buona bestemmia, – o chi lo farà non se ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e… – un’altra bestemmia. […]
–  Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand’inchino, e disse: – se mi sapessero suggerire…
– Oh! suggerire a lei che sa di latino! – interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. – A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti… ehm… sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome all’illustrissimo signor don Rodrigo?
– Il mio rispetto…
– Si spieghi meglio!
– … Disposto… disposto sempre all’ubbidienza […]

Don Abbondio vorrebbe continuare a parlare, ma i due non lo ascoltano più e si allontanano. Sapete bene che il povero parroco una volta giunto a casa non riuscirà a tacere e tra mille titubanze e incertezze vuoterà il sacco con la sua perpetua. Ho voluto riportare tutto il dialogo perché si commenta da sé.
Ora riflettiamo un po’: in che consiste l’umorismo del personaggio? Come dice Luigi Pirandello, in un saggio dedicato a don Abbondio, consiste in “avvertimento del contrario” e successivamente nel “sentimento del contrario”.

Mi spiego meglio: ognuno coglie fin da subito la distanza abissale che separa il comportamento di questo prete da quello che si aspetterebbe da un pastore di anime. Addirittura egli accusa i poveri sposi di aver combinato pasticci e di essere andati da lui per riscuotere come si va in banca. Sta veramente farneticando. Vorrebbe convincere i bravi a dargli dei consigli per uscire da quella situazione, si dichiara disposto all’obbedienza nei confronti di chi commette un sopruso e che sopruso. Don Abbondio con i suoi atti timorosi, con i gesti impacciati, con le sue frasi reticenti e del tutto improprie, non può non apparire comico, anzi potremmo dire ridicolo o grottesco.

Tuttavia se riflettiamo un attimo, il personaggio da comico diventa patetico e ci suscita non più riso, bensì un misto di sdegno e di compassione. In quella circostanza ci sarebbe voluto un eroe e invece chi troviamo? Don Abbondio, antieroe per eccellenza. Ecco scattare il “sentimento del contrario”, cioè quella comprensione umana che ci permette di capire il dramma che si nasconde dietro questo povero cristo. Dietro la sua assurdità, per cui è più corretto parlare, sempre secondo Pirandello, di “umorismo”. Sicuramente Manzoni in don Abbondio ha voluto simboleggiare la debolezza della natura umana che non va approvata, ma neppure stigamatizzata come qualcosa che non ci appartiene. Quanti di noi avrebbero avuto il coraggio di disubbidire sapendo con certezza che la minaccia si sarebbe trasformata in azione?

Un altro momento topico del suo umorismo è il soliloquio della sua salita al castello dell’Innominato in compagnia dell’Innominato stesso, come molti ricorderanno. L’Innominato a seguito dell’incontro con il cardinale Federigo ha deciso di cambiar radicalmente vita, ma don Abbondio non credere alla conversione e non vorrebbe seguirlo per andare a confortare Lucia che era ancora presente nel castello dopo il rapimento. […]

Il nostro eroe, don Abbondio, se la prende con i santi che come birboni hanno l’argento vivo addosso, se la prende con don Rodrigo che avrebbe potuto andare in Paradiso in carrozza mentre voleva andare a casa del diavolo a pie’ zoppo, se la prende con l’Innominato che dopo aver messo a soqquadro il mondo con le sue scelleratezze, lo metteva sottosopra con la conversione, se la prende anche con il cardinale perché era troppo precipitoso e si giocava la vita di un povero curato a pari e dispari, come se lo avesse gettato nelle fauci di un leone ed, infine, se la prende con Lucia che era nata per la sua rovina…

Al ritorno dal castello, don Abbondio, teme che i bravi dell’Innominato vedendo il cambiamento del loro padrone possano scambiare lui per un missionario artefice della conversione, un prete che teme di essere scambiato per un missionario. Don Abbondio rimane la stessa povera creatura di sempre anche durante il colloquio con il cardinale Federigo che gli chiede spiegazioni sul matrimonio non celebrato, di fronte alle parole infiammate dallo spirito d carità del suo superiore, il povero prete non trova altra giustificazione che questa: “il coraggio, chi non ce l’ha non se lo può dare”. E
così lui si sente giustificato. [...] Il coraggio massimo lo ha dimostrato Gesù Cristo morendo sulla Croce per noi. [...] L’unica motivazione, l’unica sollecitazione, è l’amore: l’amore ci da il coraggio di agire.

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L’ipocrisia, il peccato sociale più grave
Ritornando al nostro don Abbondio, la sua era stata una scelta opportunistica, per lui farsi prete significava solo assicurarsi un futuro senza problemi, non c’era stata altra considerazione. Tutto ciò è senz’altro deprecabile, ma c’è una colpa ancora maggiore in don Abbondio ed è la sua ipocrisia.

Il peccato sociale più grave è proprio l’ipocrisia: che falsifica le sue relazioni con i potenti, ai quali rivolge un ossequio obbligato ed insincero, ovvio, ma l’ipocrisia anche con gli umili che cerca di ingannare con la sua superiorità culturale. Come non ricordare la scena in cui accampa scuse al povero Renzo che arriva tutto baldanzoso per fissare l’ora delle nozze. Prima il parroco finge di non ricordare che quello era il giorno stabilito, poi protesta di non sentirsi bene, accenna ad imbrogli e ad ostacoli, a formalità non ancora espletando, enumerando in latino tutti i motivi che rendono non valido il matrimonio. Poi chiede un posticipo delle nozze, sapendo benissimo che bastavano quattro giorni per sconfinare nel periodo dell’Avvento in cui la Chiesa, allora, impediva la celebrazione dei matrimoni. Don Abbondio con il suo latinòrum e, come dice Renzo, vorrebbe intimidire il povero ragazzo analfabeta, e quindi ingannarlo.

Si può cogliere una sorta di parallelismo tra don Rodrigo e don Abbondio. A parte le motivazioni che sono totalmente diverse, entrambi cercano, comunque, di schiacciare il più debole. Il primo con la violenza bieca e brutale, che conosciamo, ed il secondo con la cultura, uno strumento così nobile che diventa, in questo caso, strumento di oppressione del più debole. Questo è gravissimo, pensate quanto grave deve essere stato per il Manzoni che sentiva nella cultura uno strumento di elevazione morale. E’ interessare notare che il Manzoni pur considerando la Chiesa fondata da Cristo e depositaria del messaggio evangelico, come l’unica istituzione in grado di salvare la civiltà dalla catastrofe, non risparmia neppure gli uomini di Chiesa e accanto alla luminosità del cardinale e allo spirito missionario di fra’ Cristoforo pone un don Abbondio.
Luci e ombre si mescolano, ma queste ultime servono soprattutto per far risplendere ancora di più le prime, hanno una funzione. A questo punto mi piacerebbe parlarvi di Donna Prassede, ma lascio prevalere il buon senso e mi fermo qui, comunque dico per chi volesse conoscere questa “santa di mestiere” o rispolverare questo personaggio che basta leggere i capitoli XXV e XXVII.

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Rivive il miracolo di luce della Sainte-Chapelle di Parigi. E Benedetto XVI ci guida a contemplarlo

Posté par atempodiblog le 27 mai 2015

Rivive il miracolo di luce della Sainte-Chapelle di Parigi. E Benedetto XVI ci guida a contemplarlo dans Viaggi & Vacanze 25yxf14

«Una delle meraviglie del mondo medievale – scrive il britannico Guardian – la vetrata istoriata della Sainte-Chapelle di Parigi, è stata restaurata dopo sette anni di scrupoloso lavoro. Il restauro è stato completato in occasione dell’800esimo anniversario della nascita del re Luigi IX, che commissionò la Cappella alla metà del XIII secolo perché ospitasse la sua collezione di reliquie, inclusa quella che era ritenuta la corona di spine di Gesù e una parte della sua croce».

Qui è possibile vedere un’immagine ingrandita del miracolo di luce che è la Sainte-Chapelle. Di seguito un estratto dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI nella Cattedrale di Saint Patrick a New York, il 19 aprile 2008, e che è forse la più bella introduzione al significato delle vetrate medievali:

«[…] L’Arcivescovo John Hughes che – come ci ha ricordato il Cardinale Egan – è stato il promotore della costruzione di questo venerabile edificio, volle erigerlo in puro stile gotico. Voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede, e che la ispirasse a portare il meglio di tale patrimonio nella edificazione del Corpo di Cristo in questo Paese. Vorrei richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti di questa bellissima struttura, che mi sembra possa servire come punto di partenza per una riflessione sulle nostre vocazioni particolari all’interno dell’unità del Corpo mistico.

Il primo aspetto riguarda le finestre con vetrate istoriate che inondano l’ambiente interno di una luce mistica. Viste da fuori, tali finestre appaiono scure, pesanti, addirittura tetre. Ma quando si entra nella chiesa, esse all’improvviso prendono vita; riflettendo la luce che le attraversa rivelano tutto il loro splendore. Molti scrittori – qui in America possiamo pensare a Nathaniel Hawthorne – hanno usato l’immagine dei vetri istoriati per illustrare il mistero della Chiesa stessa. È solo dal di dentro, dall’esperienza di fede e di vita ecclesiale che vediamo la Chiesa così come è veramente: inondata di grazia, splendente di bellezza, adorna dei molteplici doni dello Spirito. Ne consegue che noi, che viviamo la vita di grazia nella comunione della Chiesa, siamo chiamati ad attrarre dentro questo mistero di luce tutta la gente. […]».

da «The Guardian» (in inglese)
Fonte: Il Timone
Tratto da: Una casa sulla Roccia

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Per approfondire:

2e2mot5 dans Diego Manetti Sainte-Chapelle, un gioiello dello stile gotico fiorito

2e2mot5 dans Diego Manetti La Sainte-Chapelle di Parigi, scrigno di luce

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Il mistero di Ghiaie di Bonate

Posté par atempodiblog le 13 mai 2015

Il mistero di Ghiaie di Bonate
dell’Associazione Gifra Vigevano

Il mistero di Ghiaie di Bonate dans Apparizioni mariane e santuari Ghiaie-001

Premessa
La catechesi del Gifra affronta il mistero delle apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate, località a breve distanza da Bergamo in cui Adelaide Roncalli ha sostenuto – è scomparsa lo scorso agosto a 77 anni – di aver visto la Madonna dall’13 al 31 maggio 1944. All’epoca l’Italia era dilaniata dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile tra i reduci del ventennio fascista e i partigiani sostenuti dagli alleati. Ghiaie di Bonate si trovava all’interno della Repubblica di Salò e quindi sotto l’occhio attento di alleati e forze di occupazione naziste, a concreto rischio di bombardamento. Eppure Adelaide Roncalli, una bambina di 7 anni, fu capace di portare migliaia di pellegrini a testimoniare la propria devozione alla “Madonna delle Ghiaie”, che secondo la veggente sarebbe apparsa nove volte, dal 13 al 21 maggio e dal 28 al 31. Fin qui la cronaca dei fatti, tuttavia su quella che è stata definita la “Fatima di Lombardia” si è scatenato sin dal 1944 un duro confronto tra sostenitori e negatori delle apparizioni, ancora oggi non sopito. La Chiesa si è espressa sulla questione con un decreto dell’allora vescovo monsignor Adriano Bernareggi, datato 30 aprile 1948, nel quale si afferma che «non consta della realtà della apparizioni». Anche riguardo a questa pronuncia, confermata da tutti i successori di mons. Bernareggi, sono state fornite valutazioni differenti, contrapponendo da un lato chi vi legge una chiusura definitiva e dall’altro chi ritiene che il giudizio sia sospeso, analogamente a quanto accade oggi per Medjugorje.

Nota dell’autore
L’interpretazione, che contrappone non solo i fedeli, ma perfino i sacerdoti, è sottile, per cui chi scrive ritiene di prendere come riferimento le “Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicate il 25 febbraio del 1978 (dopo le apparizioni del 1944) e recanti le linee guida per la valutazione di apparizioni private, almeno in attesa di migliori e precisi chiarimenti. In esse si fa riferimento esclusivamente alle formule “constat de” e “non constat de” supernaturalitate, nel primo caso esprimendo un giudizio positivo e nel secondo caso esprimendo un giudizio negativo. In entrambi i casi c’è l’espressione di un giudizio e pertanto c’è un pronunciamento della Chiesa, che è possibile ritenere non definitivo solo perché in qualunque momento le autorità ecclesiastiche potrebbero decidere di riaprire il caso, cosa che per Ghiaie di Bonate non è accaduta.

Ghiaie-002 dans Ghiaie di Bonate

Dalla parte di Adelaide
Decisamente a favore della veridicità delle apparizioni è il relatore Alberto Lombardoni, autore del libro “Non mi hanno voluta!” che [...] ha messo in fila tutti i dati che a parere suo, e di molti fedeli, fanno pendere la bilancia verso Adelaide Roncalli. «Nella valutazione del caso – ha spiegato Lombardoni – la diocesi di Bergamo non ha preso in esame le 300 guarigioni, di cui 80 non ordinarie, che sono legate alle apparizioni di Ghiaie. C’è un documento del 1 giugno 1944 dell’allora mons. Testa – Gustavo, poi cardinale – in cui si fa riferimento a centinaia di guarigioni, persone visitate da medici. A Fatima, c’è stato un solo fenomeno solare concentrato solo sulla Cova da Iria, a Ghiaie ce ne sono stati sei, visti anche altrove, non solo in montagna a 50 chilometri di distanza, ma anche in Piemonte, Veneto e, da testimonianze, persino in Svizzera e in Germania». Per questo Lombardoni ha avviato un lavoro certosino fatto di raccolta di testimonianze e di documenti, a partire dai racconti di chi sostiene di aver assistito al fenomeno solare, come il sacerdote Attilio Goggi che in quei giorni era insegnante nella diocesi di Novara oppure il senatore Giuseppe Belotti di Bergamo che durante uno dei fenomeni si trovava con il vescovo Bernareggi, il quale «disse di entrare in chiesa per intonare il “Te Deum” di ringraziamento», come ricorda lo stesso Belotti in uno dei reportage presentati da Lombardoni, il quale ha raccolto anche le riprese originali di Vittorio Villa, nelle quali compare la giovane Roncalli. Un altro argomento portato dal relatore a favore delle apparizioni sono le guarigioni, in particolare quella del cieco Antonio Zordan, della rachitica Rita Azzuffi miracolata dalla sabbia di Ghiaie e del malato di leucemia Ettore Bonaldi, sacerdote che entrò in contatto con Adelaide Roncalli in ospedale nel 1966, quando questa era diventata infermiera dopo aver ricevuto, nel 1953, l’ordine di “svestizione” dalla diocesi di Bergamo, che le aveva impedito in due occasioni di entrare a far parte delle suore Sacramentine. Terzo punto che confermerebbe il racconto della veggente, le profezie fatte dalla Madonna, in particolare quella sulla fine della seconda guerra mondiale e quella sul rapimento di Pio XII ad opera dei nazisti, effettivamente progettato in quel periodo. «La Madonna – ha commentato Lombardoni – disse ad Adelaide “Io lo proteggerò ed egli non uscirà dal Vaticano”, riferendosi esplicitamente al Papa. Effettivamente nel ’44 ci sarà l’ordine di deportare il papa, non eseguito dal generale Wolff che si recherà di nascosto dal pontefice: come poteva saperlo una bambina? La Madonna rispose anche alla domanda sulla pace dicendo “se gli uomini faranno penitenza fra due mesi, altrimenti fra poco meno di due anni”. Adelaide aveva anche aggiunto “quel giovedì” e il 20 luglio del ’44 ci sarà l’attentato a Hitler nella “Tana del lupo”, la cosiddetta Operazione Valchiria. La Madonna non aveva detto che sarebbe finita la guerra con certezza».

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Il contenuto delle apparizioni
«Cosa ha detto – ha interloquito Lombardoni – la Madonna a Ghiaie? Tante cose. Ha parlato di famiglia, di doveri dei figli, di amore verso il prossimo, di pace, del papa, dei “peccatori ostinati che fanno soffrire il mio cuore perché non pensano alla morte”. Adelaide dice che la Sacra Famiglia si manifesta in mezzo a una chiesa, con un asino, una pecora bianca, un cavallo “del solito colore marrone” e un cane maculato. Le quattro bestie sono inginocchiate e muovono il muso come se pregassero, rivolte verso la Sacra Famiglia. Il cavallo a un tratto si allontana e si dirige verso un campo di gigli, intenzionato a calpestarli, san Giuseppe lo raggiunge, lui tenta di dissimulare le sue intenzioni, ma si fa ricondurre accanto agli altri animali. Chi era il cavallo? Il capofamiglia, una persona cattiva, avida di dominio, che voleva distruggere il semplice candore dei gigli». Delle apparizioni e dei messaggi tuttavia non esiste alcuna interpretazione teologica perché «nessun teologo finora ha voluto interpretarle».

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Una vita difficile
Quello che resta, al di là delle valutazioni, è un’esistenza travagliata per una bambina strappata alla famiglia all’età di sette anni e sottoposta a pressioni psicologiche notevoli, in primis da quel don Luigi Cortesi «giovane professore del seminario di Bergamo» che, secondo quanto riporta il vaticanista Andrea Tornielli, «quasi da solo si mise a investigare» e lo fece in maniera quanto meno inusuale.

«Don Cortesi – ha confidato Lombardoni – ha ammesso lui stesso di aver condotto esperimenti che sarebbero stati considerati sacrilegi, tra cui, secondo le mie ricerche, ci fu anche l’ipnosi. Suscitò in Adelaide l’incubo del peccato mortale e dell’inferno, la interrogò giorno e notte, anche senza farla mangiare, in confessione gli diede una penitenza per l’intera vita, fino a strappargli una ritrattazione scritta il 15 settembre del 1945. Adelaide la ritrattò il 12 luglio del 1946, ma questo secondo testo non fu preso in considerazione. Inoltre Adelaide, ancora bambina, nel 1947 fu sottoposta a processo ecclesiastico, cinque sedute più una seduta tecnica intermedia di cui non furono informati neppure i genitori».

Del trattamento inconsueto di cui fu destinataria Adelaide Roncalli era consapevole anche papa Giovanni XXIII, che in una lettera al vescovo di Faenza monsignor Giuseppe Battaglia scrisse: «ciò che vale… è la testimonianza della veggente: e la fondatezza di quanto asserisce a 21 anni e in conformità alla sua prima asserzione a 7 anni: e ritirata in seguito alle minacce, alle paure dell’inferno fattele da qualcuno». Parole di dubbio, anche se occorre ricordare che pure papa Roncalli fu sempre cauto sulla possibilità di riaprire il caso.

Nota del relatore Lombardoni
Prima del 1978, – i fatti di Ghiaie di Bonate sono avvenuti nel 1944 –, sulle manifestazioni soprannaturali, la Chiesa, poteva esprimersi con tre formule: «constat de supernaturalitate», con la quale riconosceva la soprannaturalità di un evento; «constat de non supernaturalitate», con la quale escludeva la soprannaturalità di un evento; e infine «non constat de supernaturalitate»,  con la quale si diceva che al momento non si era in grado di affermare che i fenomeni erano di origine soprannaturale, ma neppure si era in grado di smentire categoricamente tale possibilità, lasciando aperta la possibilità di eventuali riconoscimenti futuri. Dal 1978, però, la formula «constat de non supernaturalitate» non è più menzionata nel più recente documento della Chiesa sull’argomento, e cioè «Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis». Quindi per Ghiaie di Bonate sarebbero ancora in vigore le norme antecedenti al 1978. In merito al «non constat de supernaturalitate» del decreto di mons. Bernareggi del 1948, Lombardoni ha proiettato un intervento a Rai2 dell’esperto mariologo,
Padre Angelo Tentori, scomparso recentemente, che spiega che non si tratta di un giudizio negativo, ma di un giudizio sospensivo (altrimenti Bernareggi avrebbe usato la formula «constat de non supernaturalitate». Quindi, il caso è ancora aperto. Lombardoni ha tra l’altro rivelato dell’esistenza di una Commissione istituita un paio di anni fa, fuori diocesi, dal vescovo di Bergamo mons. Beschi, che avrebbe il compito di rivedere il Caso Ghiaie.

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Giubileo, ‘Missionari Misericordia’ rimetteranno scomuniche

Posté par atempodiblog le 9 mai 2015

Giubileo, ‘Missionari Misericordia’ rimetteranno scomuniche
Papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Misericordiae vultus, afferma che durante la Quaresima dell’Anno Santo invierà in tutte le diocesi del mondo i “Missionari della Misericordia”, come “segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in ricerca del suo perdono”. “Saranno sacerdoti – spiega il Papa – a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica”. Ma quali sono questi particolari peccati? Lo spiega, alla Radio Vaticana, don Arturo Cattaneo, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, teologo e canonista, docente alla Facoltà di Teologia di Lugano, che fa chiarezza anche sui compiti che avranno durante l’Anno Santo questi particolari presbiteri.
Tratto da: News.va

Giubileo, 'Missionari Misericordia' rimetteranno scomuniche dans Fede, morale e teologia 9t1l5u

Non solo peccati, ma delitti
“I peccati riservati alla Sede Apostolica – spiega il canonista – sono peccati che la Chiesa ritiene particolarmente gravi, perché danneggiano dei beni importanti che la Chiesa ritiene di dover proteggere in modo speciale. Perciò, li considera non solo dei peccati ma dei veri e propri ‘delitti’ per i quali viene quindi prevista una pena canonica. Chi commette questi delitti, infatti, incorre, in alcuni casi in maniera automatica, in una pena canonica, la più grave delle quali è la scomunica. Alcuni di questi delitti sono appunto ‘riservati’ alla Sede Apostolica, nel senso che solo quest’ultima può rimettere le pene corrispondenti”.

Ma quali sono questi delitti la cui remissione è riservata alla Sede Apostolica? “Attualmente – spiega don Cattaneo – secondo il Codice di diritto canonico, sono cinque. Ma Papa Benedetto XVI ha aggiunto una sesta fattispecie che riguarda la ‘violazione del segreto del conclave’.

I cinque previsti dal diritto canonico sono: la profanazione delle specie consacrate; la violenza fisica contro il Romano Pontefice; l’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio (il cui caso più noto è quello che ha riguardato mons. Lefebvre); il tentativo di assoluzione del complice in un peccato contro il sesto comandamento; la violazione diretta del Sigillo sacramentale, cioè del segreto della confessione”.

Scomunica ‘automatica’
“In questi sei casi – conferma il canonista – la remissione della scomunica è riservata alla Sede Apostolica”. “Infatti – spiega don Cattaneo -, trattandosi di una pena di scomunica ‘latae sententiae’, chi commette uno di questi delitti è ‘automaticamente’ scomunicato, senza necessità che il Papa, un vescovo o un tribunale, dichiari o infligga la ‘scomunica’. La scomunica può anche venir dichiarata per maggior chiarezza, come è successo nel caso di mons. Lefebvre, ad esempio, anche se non era strettamente necessario ai fini canonici”.

“Normalmente – spiega ancora il canonista – il Papa concede al Penitenziere maggiore (che attualmente è il card. Piacenza) la facoltà di assolvere da queste pene”. “Esistono però altri peccati gravi che la Chiesa considera delitti e che comportano la pena della scomunica e che non sono però riservati alla Sede Apostolica ma al vescovo diocesano; in ogni diocesi c’è un penitenziere maggiore che ha la facoltà di assolvere da tali censure. Anche i cappellani delle carceri e degli ospedali hanno tale facoltà”.

Il caso dell’aborto procurato
“Il caso più noto di questi peccati che comportano la scomunica, ma la cui assoluzione non è riservata alla Sede Apostolica – aggiunge don Cattaneo – è quello dell’aborto procurato”. “E’ un caso particolare per cui è prevista la scomunica automatica, non solo per la madre che ha abortito, ma anche per il marito o i familiari che l’hanno indotta a procurare l’aborto e per il personale medico-sanitario che vi hanno cooperato positivamente”.

Le facoltà dei missionari
E qui il canonista osserva che a questi ‘Missionari della Misericordia’ verrà concessa la facoltà di assolvere da qualsiasi pena. “Dalla scomunica riservata alla Sede Apostolica, ma anche dalle altre scomuniche, che normalmente possono rimettere solo il vescovo diocesano o il canonico penitenziere diocesano”.

“Il principale effetto della scomunica – precisa il canonista – è il divieto di accedere ai sacramenti, compreso quello della Riconciliazione. Perciò, uno scomunicato non può ricevere l’assoluzione sacramentale se prima non gli è stata rimessa la pena della scomunica”. “Abitualmente il confessore – spiega don Cattaneo – non ha il potere di rimettere la scomunica. Perciò quando riceve un penitente e constata che è scomunicato, non può semplicemente assolverlo ma deve rinviarlo, secondo il caso, o al penitenziere apostolico o a quello diocesano, perché possa, prima di ricevere l’assoluzione sacramentale, essere assolto dalla pena”. “Qui – precisa il teologo – emerge l’interesse della figura dei ‘Missionari della misericordia’ che avranno la facoltà di rimettere direttamente la scomunica e poi di concedere l’assoluzione, per facilitare la riconciliazione dei fedeli”.

Riflettere sulla gravità dei peccati
“La creazione di questa figura – conclude il teologo – mi pare una bellissima idea del Papa. Da un lato per far riflettere i fedeli sulla gravità di certi peccati. Penso soprattutto a quello dell’aborto, che fra i delitti che comportano la scomunica è sicuramente il più frequente”. “Ma, al contempo, il Papa va incontro ai fedeli con questo gesto, facendo sì che sia più facile per loro accogliere la misericordia di Dio che si manifesta attraverso la Chiesa”.

Un’occasione per riscoprire la Confessione
“Sono fiducioso che questo Anno Santo straordinario possa far riscoprire a molti fedeli la bellezza del sacramento della Misericordia, che è la Confessione”, conclude don Cattaneo.
“Quelli che abbiamo citato sopra sono infatti casi speciali, ma ci sono tanti fedeli che hanno perso di vista il valore di questo sacramento che può fare un gran bene, aiutare tanta gente”. “E il Papa, fin dall’inizio del suo pontificato, si è impegnato a invitare i fedeli a riconciliarsi con Dio, a non stancarsi di chiedere perdono. Mi auguro che uno dei frutti di questo Giubileo sia proprio quello di riavvicinare tanta gente alla bellezza e alla gioia della Riconciliazione”.

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 2e2mot5 dans Diego Manetti Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa?

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I segni della fede

Posté par atempodiblog le 12 avril 2015

I segni della fede
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

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La fede è un dono di grazia

Vi è un dolce rimprovero di Gesù all’apostolo Tommaso, il quale non aveva creduto alla testimonianza degli altri apostoli che affermavano di aver visto il Signore risorto. Ma insieme all’affettuoso richiamo dobbiamo cogliere anche un altro aspetto molto importante della pedagogia divina nei confronti della nostra fragilità, che spesso ci fa vacillare lungo in cammino di fede. Gesù viene incontro al desiderio di Tommaso di avere un segno che lo aiuti nell’atto di fede. Gli fa mettere il dito nel posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato, come Tommaso stesso aveva chiesto come condizione per poter credere.

Dio sa che la fede pura, che non ha bisogno di appoggiarsi ai segni, è un punto di arrivo e non di partenza. Infatti quando il cammino spirituale diventa un’autentica esperienza di Dio non si ha più bisogno di segni perché Dio è una presenza più vera e più sicura di qualsiasi cosa materiale che possiamo vedere o toccare. Ma all’inizio, quando la fede bambina fa i primi passi, deve aggrapparsi ai segni per procedere senza inciampare.

La fede è senza dubbio un dono di Dio, ma anche i segni che l’accompagnano lo sono. Non si deve disprezzarli, perché nei momenti di oscurità perfino i santi ne hanno avuto bisogno. Non si deve neppure fare di essi una condizione per credere. Infatti il segno senza la corrispondenza alla grazia non approda a nulla. Non è forse vero che, davanti ai segni più grandi, i cuori induriti non si smuovono? Non fece forse Gesù dei miracoli, come mai prima era accaduto, a conferma della sua autorità divina? Eppure ci furono di quelli che l’accusarono di compiere prodigi con l’aiuto del maligno.

Il segno è un sostegno alla fede se con esso si accoglie la grazia. In questa luce, caro amico, soffermiamoci a meditare quali sostegni mirabili Dio ci ha dato per accompagnarci nel cammino di fede.  [...]

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“E’ importantissimo, signori, sottolineare il fatto empirico e sensibile dell’apparizione pasquale. Se non facciamo questo, noi cristiani corriamo il grande rischio di trasformare il cristianesimo in una gnosi”.

Paolo VI

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L’incredulo Tommaso che ha bisogno di vedere e toccare per poter credere, mette la sua mano nel fianco aperto del Signore e, nel toccare, conosce l’intoccabile e lo tocca realmente, guarda all’invisibile e lo vede veramente: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28) [...] Noi siamo tutti come Tommaso, l’incredulo, ma noi tutti, come lui, possiamo toccare lo scoperto cuore di Gesù; ed in esso toccare, guardare il Logos stesso, così, mano e cuore rivolti a questo cuore, giungere alla confessione: “Mio Signore e mio Dio”.

Joseph Ratzinger – Guardare al crocifisso

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“Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega lo fa perché ha una teoria contraria ad essi”.

Gilbert Keith Chesterton

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L’importanza dei segni
Tommaso viene rimproverato da Gesù perché avrebbe già dovuto credere per la testimonianza degli altri discepoli
di Padre Ignace de la Potterie

[...] Nell’ultimo episodio Gesù riappare ai discepoli una settimana dopo. Adesso c’è anche Tommaso, assente la prima volta. L’inizio è lo stesso, la vera novità è costituita dalla presenza di Tommaso, che riveste qui un duplice ruolo: essendo «uno dei Dodici» deve aver visto il Signore risorto; ma d’altra parte, lui è anche uno di quelli che non l’ha visto la prima volta e quindi rappresenta un pò tutti noi. Così il caso di Tommaso prefigura l’atteggiamento di tutti i credenti. Perciò vale per tutti l’invito: «Diventa un uomo di fede». Ma poi Gesù dice: «Perché mi hai visto, Tommaso, hai creduto», e l’evangelista utilizza due volte il perfetto. Ma viene rimproverato da Gesù perché avrebbe già dovuto credere per la testimonianza degli altri discepoli, i quali a loro volta avevano creduto a ciò che aveva detto loro la Maddalena.

Credere sui segni
Gesù dice allora all’apostolo: «Beati coloro che senza aver visto hanno creduto». Su questo versetto c’è molta confusione. Per Bultmann e per Marxsen sarebbe una critica radicale all’importanza dei segni e dell’apparizione pasquale del risorto. Una apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore. Il fedele non deve vedere i segni come fatti storici ma come una rappresentazione simbolica che serve a far comprendere l’efficacia della croce. Allora la resurrezione non c’è! Ma un’altra lettura sbagliata è anche quella che traduce: «Beati coloro che senza aver visto crederanno». Non è corretto tradurre con un futuro. Ci sono due verbi all’aoristo, e in tutti gli altri casi di aoristo utilizzati da Giovanni questi hanno valore di anteriorità. Gesù si riferisce quindi al passato ed è questa la ripresa di quanto è accaduto all’inizio del capitolo, cioè il fatto che i discepoli hanno cominciato a credere già sui segni e poi anche sulla testimonianza degli altri senza avere visto il risorto. [...]

Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti Non è la richiesta di una fede cieca

Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti Guardare per credere

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Santa Teresina e la Vergine del sorriso

Spesso si dice che santa Teresa del Bambin Gesù non ebbe mai segni, nulla di straordinario, nella sua vita… in realtà non è vero. Dio da a ogni anima dei segni… chi fa un sogno, chi vede gli occhi di un immagine muoversi e così via… i segni sono importanti, come afferma anche padre De la Potterie.

Teresa di Lisieux, gravemente ammalata, tanto da far temere per la sua vita, fu miracolosamente guarita il 13 maggio 1883, domenica di Pentecoste, dall’intervento della Santissima Vergine.

Teresina vide la statua viva e maternamente sorridente, nello splendore della sua eterna giovinezza. Anche su questa vita eccezionale la Santa Vergine ha posto il sigillo di santità. D’altra parte come avrebbe potuto essere la santa dell’infanzia spirituale senza avere la Madonna come Maestra? E non è forse la Madonna colei che ci dona il Bambino Gesù?

Sunto di una riflessione di padre Livio Fanzaga

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Papa Francesco: Dio ci aiuti a non essere cristiani “sì, ma…”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2015

Una dottrina propria

La maggior parte dei cattolici ormai oggi, in totale buona fede, pensando di continuare ad essere cattolici, dicono “mah, si la Chiesa… sono d’accordo su quasi tutto, però su questa cosa per esempio no”, sulla questione dei divorziarti-risposati no, oppure sulla questione dell’aborto no, oppure sulla questione del divorzio no, oppure sulla questione dell’eutanasia no, oppure su tutte queste cose insieme no. Quindi su tutta una serie di questioni i cattolici si fanno una morale, una teologia, una dottrina propria. E’ ovvio che chiunque dissenta in qualche cosa che riguarda la struttura fondamentale della fede, della dottrina… non è più cattolico, però questo sembra  difficile da far capire oggi. Spesso le persone più disorientate dalla ferma dottrina che sta ribadendo Benedetto XVI sono tanti cattolici, i quali non si rendono conto di come un Papa possa dire delle cose che non vanno discusse, vanno imparate. Questo verbo “imparare” piace molto poco.

Alessandro Gnocchi – Radio Maria

Papa Francesco: Dio ci aiuti a non essere cristiani “sì, ma…” dans Fede, morale e teologia 24yoc5i

“Anche noi fra i cristiani, quanti, quanti troviamo anche noi, ci troviamo noi un po’ avvelenati per questo scontento della vita. Sì, davvero, Dio è buono, ma cristiani sì, ma… Cristiani sì, ma… Che non finiscono di aprire il cuore alla salvezza di Dio, sempre chiedono condizioni. ‘Sì, ma così!’. ‘Sì, sì, sì, io voglio essere salvato, ma per questa strada’…  Così il cuore diviene avvelenato”.

[...]

“Tante volte diciamo che siamo nauseati dello stile divino. Non accettare il dono di Dio col suo stile: quello è il peccato quello è il veleno. Quello ci avvelena l’anima, ti toglie la gioia, non ti lascia andare”.

Papa Francesco

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Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien

Posté par atempodiblog le 26 mars 2015

Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien
Tratto da: Il Timone

Il senso della Grazia che pervade l'opera di Tolkien dans John Ronald Reuel Tolkien 2zf92mb

Michael White, autore di libri di giornalismo scientifico, ha pubblicato anche La vita di J.R.R. Tolkien (trad. it., Bompiani, Milano 2002). White è tutto tranne che un apologeta del cattolicesimo di Tolkien – che presenta costantemente sotto una luce irreale o addirittura come esempio di fanatismo – e decisamente non è un esegeta meticoloso della sua produzione narrativa. Che quindi White sia in grado, del tutto liberamente, di mettere in evidenza quanto segue, costituisce un elemento di valore non secondario. Infatti,

«[...] l’aspetto religioso più curioso del libro [Il Signore degli Anelli] non riguarda tanto gli elementi che concorrono a creare i personaggi chiave, ma una sottile tendenza nascosta implicita nel raccontare la storia, e nella scansione del tempo. Nell’Appendice B del Signore degli Anelli ci viene detto che la Compagnia lascia Granburrone per iniziare la sua missione il 25 dicembre. Il giorno in cui Frodo e Sam riescono a distruggere l’Anello, il giorno in cui viene gettato nella Voragine del Fato e la nuova Era inizia davvero, nel calcolo degli anni di Gondor, è il 25 marzo. Anche se questa data non significa nulla per la maggior parte della gente, nella vecchia tradizione inglese (materia con cui Tolkien aveva molta familiarità), il 25 marzo era la data del primo venerdì santo, la data della crocifissione di Cristo».

Inoltre, «[p]er altre due ragioni il 25 marzo è una data significativa nella tradizione cristiana. È la felix culpa, la data della cacciata di Adamo ed Eva e anche la data dell’Annunciazione e del concepimento di Cristo, esattamente nove mesi prima della sua nascita il 25 dicembre».

Secondo White, ciò significa
«[...] che gli eventi principali nella storia dei come viene distrutto l’Anello e sconfitto Sauron si svolgono nel mitico [sic] periodo fra la nascita di Cristo (il 25 dicembre) e la sua morte (il 25 marzo). Non ci sarebbe ragione di inserirlo nella storia se non come forma di sottile “messaggio nascosto”. Tolkien sta imponendo la sua fede su un mondo pagano, i suoi personaggi svolgono il loro ruolo in un vuoto non cristiano, ma il loro “subcreatore” può farli muovere in una struttura temporale che è cristiana; dopo tutto, ha lui l’ultima parola. Oltre a questo, quello che voleva dire Tolkien quando sosteneva che la sua opera era di natura cristiana, e persino cattolica, era il senso della Grazia che pervade l’opera. I suoi personaggi vivono in un mondo [...] in cui la fede da sola può far accadere le cose. Non è una semplice questione di forza di volontà o di determinazione [...]. E anche se nella narrativa di Tolkien non c’è un cristianesimo specifico, non ci sono Bibbie, crocifissi o altari, “lo spirito cristiano” è dappertutto».

Non scordiamoci questa fondamentale impostazione narrativa di Tolkien quando ne facciamo un fenomeno da baraccone buono per ogni palato. Tolkien, infatti, ci parla costantemente, in maniera immaginifica e bella, dell’unica verità che salva, la verità di Cristo.

Per approfondire ulteriormente la dimensione cattolica dell’opera tolkienana, non scordatevi il dossier pubblicato da 2e2mot5 dans Diego Manetti Il Timone.

2e2mot5 dans Diego Manetti La vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa

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Festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria al Santuario di Lourdes di Napoli

Posté par atempodiblog le 5 février 2015

SANTUARIO IMMACOLATA DI LOURDES – NAPOLI
Missionari Vincenziani

Gradini San Nicola da Tolentino, 12 al Corso Vittorio Emanuele (Cariati)

Bernadette Soubirous è vissuta 35 anni: ventidue a Lourdes (1844 – 1866), tredici a Nevers (1866 – 1879). Nel 1858, nella Grotta di Massabielle, a Lourdes, la Vergine Maria le appare diciotto volte. La vita di Bernadetta ne fu trasfigurata. La nostra lo sarà, se noi accettiamo come lei di metterci alla scuola di Maria, alla scuola del Vangelo.

Diceva spesso: “Maria SS.ma Immacolata è così bella, che dopo averla vita una volta, non si attende altro che di rivederla in Cielo per sempre”. E andò a vederla, “la sua Madre del Cielo”, il 16 aprile 1879.
Insieme con Bernadette seguendo le sue orme di semplicità, di servizio e soprattutto di preghiera incontreremo in questi giorni Maria “la Signora vestita di bianco”.

Festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria al Santuario di Lourdes di Napoli dans Apparizioni mariane e santuari 2yyzjv8

Festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria di Lourdes

8 – 11 febbraio 2015 / 18 febbraio – 4 marzo 2015

Per approfondire le notizie sul Santuario alla Beata Vergine di Lourdes di Napoli: cliccare 2e2mot5 dans Diego Manetti QUI

PROGRAMMA

8 febbraio (domenica) – Apertura delle Celebrazioni Mariane 
Ore 8:30 Santo Rosario

Ore 10:00 Santa Messa
Ore 17:30 Santo Rosario
Ore 18:00 Pellegrinaggio GMV Montecalvario e Rione Traiano – Santa Messa
Ore 19:00 Processione aux flambeaux

9 febbraio – lunedì
Ore 8:30 Santo Rosario

Ore 9:00 Santa Messa alla Grotta
Ore 17:30 Santo Rosario
Ore 18:00 Pellegrinaggio III Decanato – Concelebrazione Eucaristica presieduta dal Decano Rev.mo don Giuseppe Carmelo
Ore 19:00 Processione aux flambeaux

10 febbraio – martedì
Ore 8:30 Santo Rosario

Ore 9:00 Santa Messa alla Grotta
Ore 18:00 Pellegrinaggio Parrocchia Medaglia Miracolosa Rione Traiano – Celebrazione Eucaristica
Ore 19:00 Processione aux flambeaux

11 febbraio – mercoledì
Ore 8:00 – 9:00 – 10:00 Sante Messe

Ore 11:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.mo don Antonio Serra, Parroco di Santa Maria Apparente
Ore 12:00 Supplica – Santa Messa presieduta dal Rev. Padre Provinciale dei Missionari Vincenziani p. Giuseppe Guerra C.M.
Ore 15:00 Santo Rosario
Ore 18:00 Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da Sua Ecc. Rev.ma mons. Gennaro Acampa, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Napoli con la partecipazione della Parrocchia della Concordia
Ore 19:00 Processione aux flambeaux

18 febbraio (mercoledì) – Inizio della quindicina
Ore 8:30  Santo Rosario
Ore 9:00 Santa Messa alla Grotta

1 marzo – domenica
Ore 10:30  Santo Rosario
Ore 11:00 Santa Messa

2 –3 marzo (lunedì – martedì)
Ore 8:30 Santa Rosario
Ore 9:00 Santa Messa
Dalle ore 9:30 alle ore 12:00 Esposizione del Santissimo Sacramento e Adorazione

4 marzo – mercoledì
Chiusura delle Celebrazioni Mariane
Ore 8:30 Santo Rosario

Ore 9:00 Santa Messa
Dalle ore 9:30 alle ore 12:00 Esposizione del Santissimo Sacramento e Adorazione
Ore 17:00 Santo Rosario
Ore 18:00 Pellegrinaggio Parrocchia Immacolata Concezione Portici
Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.mo don Antonio Serra, Parroco di Santa Maria Apparente e processione del Santissimo Sacramento

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Giornata antitratta. Le religiose: lotta forte per la dignità

Posté par atempodiblog le 5 février 2015

Giornata antitratta. Le religiose: lotta forte per la dignità
Sarà l’8 febbraio, in occasione della ricorrenza di Santa Bakhita, che si celebrerà la prima giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone, fortemente voluta da Papa Francesco, e promossa dalle Unioni internazionali femminili e maschili dei superiori e superiore generali. La presentazione stamattina in Sala Stampa vaticana, alla presenza dei cardinali presidenti dei dicasteri coinvolti: Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, e il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Con loro le vere protagoniste della lotta alla tratta, le suore missionarie di “Thalita Kum”, la rete internazionale della vita consacrata contro la tratta delle persone.
di Francesca Sabatinelli – Radio Vaticana

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Si accenderà una luce contro la tratta l’8 febbraio, giornata in cui si ricorda la santa sudanese Bakhita, passata dalla schiavitù alla libertà di poter scegliere poi la vita consacrata, una figura che fa riflettere su questa piaga che oggigiorno rende schiave nel mondo milioni di persone, donne, bambini e uomini. La tratta di esseri umani – hanno ripetuto le suore in Sala Stampa, coloro che più di ogni altro sono impegnate al fianco di chi la subisce – “ferisce la dignità di tutte le persone, sfigura il volto umano delle vittime e lacera vite e storie di vita individuale e familiare”. L’8 febbraio sarà una giornata anche per spezzare la paura, l’ignoranza, la negazione e l’indifferenza, silenziose complici di quell’orribile fenomeno che è la tratta. Suor Valeria Gandini, missionaria comboniana, da diversi anni vive a Palermo. Conosce da vicino il dramma dell’immigrazione e delle diverse forme di tratta. Sua, una delle toccanti testimonianze in sala stampa:

Prostitute bambine
“Ultimamente, le ragazze sulla strada sono aumentate e sono sempre più giovani. Spesso si tratta di ragazze arrivate con i barconi. Succede anche che nei centri di accoglienza alcuni gruppi lavorano sulle ragazzine più giovani per avviarle sulla strada. Le incontriamo in città e ci raccontano di provenire da centri di accoglienza di varie parti della Sicilia. Cosa ci dicono, queste donne-bambine? Nude sulle nostre strade, a tutte le ore? Cosa ci dicono? Che nome dare ai “clienti” che sono i nostri nonni, mariti, fidanzati, figli, fratelli?”

I clienti, quindi spiega suor Gandini, hanno una grande responsabilità, perché sono i primi sfruttatori delle ragazze, “sono coloro che pagano il sesso, ma i soldi passano alla organizzazione criminale che sta dietro”:

Mercanti di schiave “intoccabili”
“Noi che andiamo sulla strada, li vediamo. Ci sono dentro tutti, no? C’è una mancanza di responsabilità! Giocano, si sfogano e poi tornano. Però, io lo dico sempre: un uomo che ha bisogno di comprare sesso, non è un vero uomo. Io dico che anche loro sono schiavi: sono schiavi del sesso e non si accorgono che diventano i primi sfruttatori delle ragazze. Ecco: mi fanno paura, i clienti. E poi i mercanti, questi sfruttatori che sono ancora liberi battitori! Loro sono le persone che sono in regola e non vengono arrestati. Noi li conosciamo e la polizia li conosce, però aspetta che la ragazza, la vittima, sporga denuncia. Ma loro hanno problemi grossi e non possono denunciare, perché hanno paura per la loro famiglia, del ricatto fatto nei riguardi della loro famiglia”.

Poi, ripete le cifre fornite dall’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, che denuncia un aumento del 335% del numero delle donne nigeriane arrivate: 1.454 contro le 433 del 2013. Nel mondo sono oltre venti milioni le vittime di tratta, ogni anno circa 2,5 milioni di persone cadono preda del traffico e della riduzione in schiavitù, il 70% dei quali donne e bambini:

Lottiamo per la dignità
“We are here because we want to encourage all people of good will…”
Siamo qui per incoraggiare tutte le persone di buona volontà a unire le forze per fermare questo terribile fenomeno globale, ha detto suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali. Ogni anno migliaia di bambini, donne e uomini sono venduti come schiavi, per il  lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi. Lottiamo con tutte le forze, chiede suor Sammut, in nome dei diritti e della dignità di ogni persona. Accendiamo il mondo contro la tratta di esseri umani, diamo la voce ai milioni di fratelli e sorelle che sono senza voce.

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L’appello è quindi a combattere per garantire istruzione a tutti, per sconfiggere la povertà, perché proteggere le vittime non è sufficiente senza il coraggio e la determinazione per persuadere gli Stati a varare leggi efficaci al contrasto del traffico e per fermare le organizzazioni criminali. In preparazione all’8 febbraio, quindi in tanti Paesi si prepareranno veglie di preghiera, come quella che a Roma si svolgerà il 6, nella Basilica dei Santi Apostoli. Inoltre, chiunque attraverso il sito www.slavesnomore.it potrà prendere parte attiva all’iniziativa accendendo una luce e inviando storie di speranza.

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Novena alla Madonna di Lourdes (da recitarsi dal 2 al 10 febbraio)

Posté par atempodiblog le 1 février 2015

Novena alla Madonna di Lourdes (da recitarsi dal 2 al 10 febbraio) dans Lourdes Maria-della-Piccola-Lourdes

O Vergine Immacolata, Madre di Misericordia, salute degli infermi, rifugio dei peccatori, consolatrice degli afflitti, tu conosci i miei bisogni e le mie sofferenze; degnati di volgere su di me uno sguardo propizio a mio sollievo e conforto. Con l’apparire nella grotta di Lourdes hai voluto che essa divenisse un luogo privilegiato, da dove diffondere le tue grazie, e già molti infelici vi hanno trovato il rimedio alle loro infermità spirituali e corporali. Anch’io vengo pieno di fiducia a implorare i tuoi materni favori; esaudisci, o tenera Madre, la mia umile preghiera e, colmato dei tuoi benefici, mi sforzerò di imitare le tue virtù, per partecipare un giorno alla tua gloria in Paradiso. Amen.

3 Ave Maria.

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

Sia benedetta la santa e immacolata Concezione della beatissima Vergine Maria, Madre di Dio.

Tratto da: Lourdes-France.net

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Cliccare per leggere Freccia dans Viaggi & Vacanze Le prove di Bernadette

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La «notte illuminata da una luce sconosciuta»

Posté par atempodiblog le 26 janvier 2015

Fatima. Il presagio sulla guerra
Così Speer raccontò la «notte illuminata»
di Michele Brambilla – Corriere della Sera (22/05/2000)

La «notte illuminata da una luce sconosciuta» dans Articoli di Giornali e News 2467swh

«Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che quello è il grande segno che Dio vi dà prima di punire il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra…». Così si legge nella seconda parte del messaggio che suor Lucia dos Santos dice di aver ricevuto dalla Madonna il 13 luglio 1917 a Fatima. La punizione annunciata è la seconda guerra mondiale, e coloro che hanno indagato il «caso Fatima» hanno quasi sempre identificato la «notte illuminata da una luce sconosciuta» con quella tra il 24 e il 25 gennaio 1938, quando il cielo di tutta Europa fu illuminato da un’ eccezionale aurora boreale: meno di due mesi dopo, Hitler avrebbe invaso l’ Austria.

Questa interpretazione dei «fatimologi» è rafforzata dal fatto che nella profezia si sostiene anche che la seconda guerra mondiale sarebbe cominciata «durante il pontificato di Pio XI», quindi non nel 1939. Ma se questa è l’interpretazione «ufficiale», c’è però un fatto che – pur mantenendo, ovviamente, la prudenza dovuta quando si parla di profezie – desta perlomeno curiosità. Nelle sue «Memorie del Terzo Reich», Albert Speer – architetto del nazismo e ministro degli armamenti dal ’42 – così racconta cosa accadde la notte del 22 agosto 1939, poche ore dopo che Goebbels aveva annunciato la firma del patto di non aggressione con l’ Unione Sovietica: «Quella notte ci intrattenemmo con Hitler sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per circa un’ora, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’ arcobaleno. L’ ultimo atto del ‘Crepuscolo degli dei’ non avrebbe potuto essere messo in scena in modo più efficace. Anche i nostri volti e le nostre mani erano tinti di un rosso innaturale. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine. Di colpo, rivolto a uno dei suoi consiglieri militari, Hitler disse: “Fa pensare a molto sangue. Questa volta non potremo fare a meno di usare la forza”».

Il giorno dopo, sul Völkischer Beobachter si leggeva: «Martedì mattina (22 agosto) alle ore 2.45 l’ osservatorio astronomico del Sonnenberg ha notato una gran luce nel cielo settentrionale». All’ alba del 1° settembre, 60 divisioni tedesche entravano in Polonia.

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L’aurora boreale del 25 gennaio 1938
di don Aldo Galli

Lucia ritenne che la straordinaria “aurora boreale” avvenuta nella notte del 25 gennaio 1938 (la “notte illuminata da una luce sconosciuta” descritta dalla Vergine) era il segno di Dio per l’inizio della guerra. In realtà tale fenomeno, descritto come “aurora boreale”, si manifestò come  una strana colorazione del cielo, che divenne – secondo le testimonianze – di color rosso fuoco, come un enorme bagliore di fuoco che si alzava verso il cielo.

Questo fenomeno fu visibile anche in Italia nella notte tra il 25 e il 26 gennaio del 1938 (dalle ore 20,45 all’1,15 con brevi intervalli), evento rarissimo alle latitudini dell’Europa meridionale. In Italia fu soprattutto visibile in Piemonte e si vide addirittura sino a Napoli e tutta la stampa dell’epoca ne parlò. Come sappiamo la seconda guerra mondiale scoppiò l’1/9/1939 a seguito dell’invasione della Polonia da parte della Germania, anche se nel suo discorso al Reichstag del 30/1/1939 Hitler dichiarò di aver deciso l’invasione dell’Austria (l’Anschluss) proprio nel gennaio 1938.

Per approfondire:

2e2mot5 dans Diego Manetti La Madonna a Fatima predisse un grande segno nel cielo prima della II° guerra mondiale
2e2mot5 dans Diego Manetti Quando Hitler vide un segno nel cielo

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Sposalizio della Santa Vergine con Giuseppe (23 gennaio)

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2015

Sposalizio della Santa Vergine con Giuseppe (23 gennaio) dans Maria Valtorta zjcojk2prebso dans San Giuseppe
Sposalizio di Maria, fontana di Hohen Markt (Vienna), di Antonio Corradini

Dice Gesù a Maria Valtorta (05/09/1944):

«Che dice il libro della Sapienza cantando le lodi di essa? Nella sapienza è infatti lo spirito d’intelligenza, santo, unico, molteplice, sottile”. E continua enumerandone le doti, terminando il periodo con le parole: …che tutto può, tutto prevede, che comprende tutti gli spiriti, intelligente, puro, sottile. La sapienza penetra con la sua purezza, è vapore della virtù di Dio… per questo nulla in lei vi è d’impuro… immagine della bontà di Dio. Pur essendo unica può tutto, immutabile come è rinnovella ogni cosa, si comunica alle anime sante e forma gli amici di Dio e i profeti”. (Sap. 7, 22-27)

Tu hai visto come Giuseppe, non per cultura umana ma per istruzione soprannaturale, sappia leggere nel libro sigillato della Vergine intemerata, e come rasenti le profetiche verità col suo vedere” un mistero soprumano là dove gli altri vedevano unicamente una grande virtù. Impregnato di questa sapienza, che è vapore della virtù di Dio e certa emanazione dell’Onnipotente, si dirige con spirito sicuro nel mare di questo mistero di grazia che è Maria, si intona con Lei con spirituali contatti in cui, più che le labbra, sono i due spiriti che si parlano nel sacro silenzio delle anime, dove ode voci unicamente Dio e le percepiscono coloro che a Dio sono grati, perché servi a Lui fedeli e di Lui pieni.

La sapienza del Giusto, che aumenta per l’unione e vicinanza con la Tutta Grazia, lo prepara a penetrare nei segreti più alti di Dio e a poterli tutelare e difendere da insidie d’uomo e di demone. E intanto lo rinnovella. Del giusto fa un santo, del santo il custode della Sposa e del Figlio di Dio.

Senza sollevare il sigillo di Dio, egli, il casto, che ora porta la sua castità ad eroismo angelico, può leggere la parola di fuoco scritta sul diamante virginale dal dito di Dio, e vi legge quello che la sua prudenza non dice, ma che è ben più grande di quel che lesse Mosè sulle tavole di pietra. E, perché occhio profano non sfiori il Mistero, egli si pone, sigillo sul sigillo, arcangelo di fuoco sulla soglia del Paradiso, entro il quale l’Eterno prende le sue delizie passeggiando al rezzo della sera” e parlando con Quella che è il suo amore, bosco di gigli in fiore, aura profumata di aromi, venticello di freschezza mattutina, vaga stella, delizia di Dio. La nuova Eva è lì, davanti a lui, non osso delle sue ossa né carne della sua carne, ma compagna della sua vita, Arca viva di Dio, che egli riceve in tutela e che a Dio egli deve rendere pura come l’ha ricevuta.

“Sposa a Dio” era scritto in quel libro mistico dalle pagine immacolate… E quando il sospetto, nell’ora della prova, gli fischiò il suo tormento, egli, come uomo e come servo di Dio, soffrì, come nessuno, per il sospettato sacrilegio. Ma questa fu la prova futura. Ora, in questo tempo di grazia, egli vede e mette sé al servizio più vero di Dio. Dopo verrà la bufera della prova, come per tutti i santi, per esser provati e resi coadiutori di Dio.

Cosa si legge nel Levitico (Lev, 16, 2-4)? Dì ad Aronne tuo fratello di non entrare in ogni tempo nel santuario che è dietro al Velo dinanzi al propiziatorio che copre l’Arca, per non morire – ché Io apparirò nella nuvola sopra l’oracolo, se prima non avrà fatto queste cose: offrirà un vitello per il peccato e un montone in olocausto, indosserà la tunica di lino e con brache di lino coprirà la sua nudità”.

E veramente Giuseppe entra, quando Dio vuole e quanto Dio vuole, nel santuario di Dio, oltre il velo che cela l’Arca sulla quale si libra lo Spirito di Dio, e offre sé e offrirà l’Agnello, olocausto per il peccato del mondo e l’espiazione di esso peccato. E questo fa, vestito di lino e con mortificate le membra virili per abolirne il senso, che una volta, al principio dei tempi, ha trionfato ledendo il diritto di Dio sull’uomo, e che ora sarà conculcato nel Figlio, nella Madre e nel padre putativo, per tornare gli uomini alla Grazia e rendere a Dio il suo diritto sull’uomo. Fa questo con la sua castità perpetua.

Non vi era Giuseppe sul Golgota? Vi pare non sia fra i corredentori? In verità vi dico che egli ne fu il primo e che grande è perciò agli occhi di Dio. Grande per il sacrificio, la pazienza, la costanza e la fede. Quale fede più grande di questa, che credette senza aver visto i miracoli del Messia?

Sia lode al mio padre putativo, esempio a voi di ciò che in voi più manca: purezza, fedeltà e perfetto amore. Al magnifico lettore del Libro sigillato, istruito dalla Sapienza a saper comprendere i misteri della Grazia ed eletto a tutelare la Salvezza del mondo contro le insidie di ogni nemico».

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Voltaire, padre (illegittimo) della tolleranza

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2015

Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose. [...] Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi”. (frase di Voltaire, tratta da ‘La rivoluzione francese’ di Pierre Gaxotte, Mondadori, Milano 1989, p.63)
Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti Il Voltaire sconosciuto

Voltaire, padre (illegittimo) della tolleranza dans Articoli di Giornali e News 2qdvhn6
Immagini tratte dalle slide “Il mito di Voltaire” del prof. Mauro Mosconi

Eugenio Scalfari e Michela Marzano, domenica scorsa, si sono lanciati in un’apologia di François-Marie Arouet (1694–1778), più noto come Voltaire, il primo presentandolo fra i massimi «campioni di libertà», la seconda sottolineando come costui, nella sua opera, faccia «non solo l’elogio della ragione, ma anche della dolcezza» (La Repubblica, 19/1/2015, p.47). Peccato che entrambi, forse abbagliati dall’entusiasmo, abbiano omesso ai loro lettori dettagli, se così si può dire, che se non demoliscono quanto meno ridimensionano la statura del loro amato filosofo. Tanto per cominciare, avrebbero potuto spiegare che l’Autore del celebre Traité sur la tolérance (1763), contrariamente a quanto i più pensano, non disse mai quel «non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle», frase che invece dobbiamo alla scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (1868–1956).

La sua stessa esistenza non fu così esemplare come uno, leggendo Scalfari e Marzano, si immaginerebbe: Voltaire amava il gioco d’azzardo, lucrosi affari fra i quali il prestito (a tassi stellari) e investimenti in azioni nella Compagnia delle Indie, che si occupava di compravendita di schiavi. Nulla di che stupirsi: il Nostro detestava gli zingari – «un ammasso disprezzabile di gente sconosciuta» – gli ebrei – «non crederemmo che un popolo tanto abominevole abbia potuto esistere sulla terra» – e, soprattutto, gli uomini di colore, che considerava null’altro che animali: «L’uomo nero è un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe, è quasi tanto pratico quanto una scimmia, è meno forte che gli altri animali della sua taglia, possiede un poco più di idee ed è dotato di maggior facilità di espressione» (Trattato di Metafisica, 1978, p. 63).

Tutto questo suonerà probabilmente nuovo, forse incredibile, per i lettori di Repubblica. Ma è la pura realtà storica, come gli studiosi sanno bene, a partire da Carlo Ginzburg, il quale, pur sottolineando che Voltaire «non aderì mai pienamente al razzismo in senso stretto», ammette senza mezzi termini, fra le altre cose, come costui fosse «senza dubbio un razzista in senso lato» (Il filo e le tracce, Feltrinelli 2006, p.123).

Si dice questo, si badi, non già per ridimensionare, anzi per esaltare il valore della tolleranza. Che, proprio perché importante ai fini della convivenza civile, meriterebbe testimoni, ecco, un tantino più credibili di quello che Scalfari e Marzano con troppa superficialità osannano nella segreta speranza che in nessuno dei loro lettori si accenda mai la curiosità di andare a verificare l’effettiva fondatezza storica dei loro sperticati ed incauti elogi.

di Giuliano Guzzo

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