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Il senso della memoria e della storia

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

IL SENSO DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
Trascrizione di Claudio Forti, 28 Gennaio 2020
Fonte: Radio Maria

Il senso della memoria e della storia dans Cardinale Robert Sarah Radio-Maria

Lezione trasmessa dai microfoni di RADIO MARIA dal professor Andrea Arnaldi, il 18 gennaio 2020, nella sua rubrica mensile PROBLEMI DI STORIA DELLA CHIESA. Il pregio del professor Arnaldi è quello di avvalersi di citazioni di numerosi storici, di personalità del mondo ecclesiale e culturale. Tutto ciò contribuisce a rendere attrattive ed arricchenti le sue lezioni. Andrea Arnaldi è stato il primo storico a trasmettere da Radio Maria Italia, e cioè circa dal 1980. Già dalla lettura di questa trascrizione, che corrisponde circa a un quarto della sua lezione, possiamo renderci conto dell’alto livello culturale e pedagogico che ci viene dai sempre ottimi collaboratori di questa Radio ormai diffusa sui cinque continenti con più di 100 emittenti. Per chi desidera ascoltare anche il resto, ecco il link: https://radiomaria.it/puntata/problemi-di-storia-della-chiesa-18-01-2020/  Ndt.

Buona sera! Ben trovati, cari amici ascoltatori!

Dopo aver dedicato una trasmissione al concetto di tempo, vorrei proseguire oggi sulla medesima linea di pensiero, proponendovi una conversazione sul tema della storia e della memoria storica. Il tempo, abbiamo detto a chi ha avuto occasione di ascoltare quella trasmissione, è connotato da una dimensione cronologica, quantitativa, data dal suo fluire incessante ed inesorabile, che abbiamo definito KRONOS, che si rifà al mito greco del dio divoratore dei suoi figli. Il tempo nemico dell’uomo, in un certo senso.

Vi è poi una dimensione alta, qualitativa, della dimensione temporale, come spazio di Dio, aperto all’eternità, luogo di crescita e di sviluppo della persona, che abbiamo definito KAIROS: il tempo amico dell’uomo. Farsi divorare dallo scorrere dei minuti e dall’angoscia della morte, oppure vivere il tempo presente con lo sguardo alzato verso il proprio perfezionamento umano e spirituale. Qui si gioca la grande diversità con cui gli uomini si accostano al mistero del tempo.

E allora passiamo adesso ad esaminare il concetto di storia e a considerare il senso profondo della conservazione e della trasmissione della memoria storica. Vi propongo, per entrare nel merito di questo argomento così affascinante una serie di citazioni molto autorevoli – soprattutto alcune -, che ci aiutano a mettere a fuoco questo tema di importanza cruciale; perché ci riguarda tutti: non è una semplice conversazione, un tema astratto, nel senso che non facciamo dell’accademia, perché non è nella logica di queste trasmissioni.

Allora, iniziamo dal Santo Padre Papa Francesco: esortazione apostolica Evangelii gaudium. Al numero 13 leggiamo così: «La memoria è una dimensione della nostra fede, che potremmo chiamare “deuteronomica” in analogia con la memoria di Israele. Gesù ci lascia l’Eucaristia come memoria quotidiana della Chiesa, che ci introduce sempre più nella Pasqua. La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata. È una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò il loro cuore. Erano circa le quattro del pomeriggio, si legge nel Vangelo di Giovanni. Insieme a Gesù, la memoria ci fa presente una vera moltitudine di testimoni. Tra loro si distinguono alcune persone che hanno inciso in modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente. “Ricordatevi dei vostri capi i quali vi hanno annunciato la Parola di Dio”, (lettera di San Paolo agli Ebrei). A volte si tratta di persone semplici e vicine che ci hanno iniziato alla vita della fede. “Mi ricordo della tua schietta fede, che è però anche della tua nonna Loide e di tua madre Eunice”, leggiamo nella seconda lettera di S. Paolo a Timoteo). Il credente è fondamentalmente uno che fa memoria».

San Giovanni Paolo parla dello “smarrimento della memoria come di un grave aspetto che caratterizza l’uomo contemporaneo”. Leggiamo così nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa: «Smarrimento della memoria e dell’eredità cristiana, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale, e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia».

Anche Benedetto XVI ha scritto e detto parole molto importanti nell’udienza del 7 marzo 2008 al Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Dice così: «Una società dimentica del proprio passato, e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi comuni. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica». E ancora più avanti nello stesso discorso, disse: «Come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per le società nel loro complesso». Questa è una considerazione di grande importanza. Ogni tanto capita di leggere notizie di cronaca di persone anziane o particolarmente colpite dalla malattia, che perdono la memoria, vagano senza sapere chi sono, come si chiamano, dove abitano, senza ricordare alcuna relazione di parentela o di amicizie, e che vengono pietosamente raccolte da qualcuno sul ciglio di una strada. Si indaga per cercare in qualche modo di ricollocarli nel loro contesto per ridar loro una identità. Ecco, questa penosa condizione diventa drammatica all’ennesima potenza quando coinvolge un intero corpo sociale. Questo succede quando interi popoli, intere nazioni, intere comunità che un tempo si ispiravano a valori e davano vita a una civiltà, si dimenticano completamente chi sono, da dove sono venute, su quali basi si sono fondate.

Scrive Alessandro De Carolis: «Nelle società in cui si è troppo soggetti al fascino delle scoperte della scienza e dei progressi della tecnologia, la memoria storica tende a sbiadirsi, perché il qui ed ora del più recente successo medico o tecnico illudono che un certo paradiso in terra sia a portata di mano. Mentre ciò che è stato, e l’esperienza che ne deriva finiscono relegati in un oblio polveroso, ma anche pericoloso».

Con un intervento stringente Benedetto XVI ha espresso alcune sue convinzioni sull’importanza delle scienze storiche che indagano, non solo il passato dell’umanità, ma anche quello della Chiesa nella sua missione nelle varie epoche. Il papa ha ribadito la lungimiranza del suo predecessore, Leone XIII, che per opporre un contro altare a una certa storiografia anti ecclesiale, istituì una commissione di studio alla quale in sostanza Benedetto XVI, l’attuale Pontificio Comitato delle Scienze Storiche, può far risalire le proprie origini, il quale ha annotato: «Il contesto culturale ha vissuto un profondo cambiamento. Non si tratta più solo di affrontare una storiografia ostile al cristianesimo e alla Chiesa; oggi è la storiografia stessa ad attraversare una crisi più seria, dovendo lottare per la propria esistenza in una società plasmata dal positivismo e dal materialismo. Entrambi queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici – malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare così solo come uno sfondo buio sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l’utopia di un “paradiso sulla terra”, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace».

Il disinteresse per la storia, possiamo dunque dire, cercando di riannodare i fili di queste citazioni, «genera trascuratezza nell’analisi degli avvenimenti passati, che arriva ad ignorare perfino intere epoche, cosicché si hanno piani di studio per i quali – queste sono parole di Benedetto XVI -, la storia inizia solamente a partire dagli avvenimenti della Rivoluzione Francese. Tutto questo oblio storico però ha un prezzo. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. E la deformazione del passato è un’arma tipica della mentalità totalitaria. L’ideologia dominante avverte la necessità di piegare il passato all’interno di uno schema preconfezionato, compatibile con la propria visione astratta. Non ha alcuna importanza che la realtà sia diversa, che i fatti si siano svolti al di fuori di questo schema ideologico. Le ideologie dominanti, che conquistano il potere per mantenerlo e rafforzarlo devono incidere sulla storia, modificarla, alterare il senso della storia e degli avvenimenti del passato». Ed ecco in quale senso il magistero parla di uno smarrimento. Proprio Benedetto XVI dice che “una società che perde il senso della propria storia, delle proprie origini, delle proprie radici, è particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica”.

In un suo recente saggio il cardinale Robert Sarah, affrontando il tema della modernità e ei suoi limiti, affronta anche l’argomento che affrontiamo quest’oggi, e ci aiuta con alcune interessanti considerazioni, scrivendo così: «L’uomo moderno occidentale disprezza il passato. È fiero della propria civiltà che ritiene superiore a tutte quelle che l’hanno preceduta. I progressi nei campi scientifico e tecnologico alimentano questa sua illusione. Le ultime rivoluzioni nell’ambito della tecnologia e della comunicazione, in particolare in internet, rafforzano tale pretesa. L’uomo moderno è smemorato. Aspiriamo alla rottura con il passato, mentre il nuovo si trasforma in un idolo. Esiste a mio avviso una aggressiva ostilità nei confronti della tradizione, e più in generale di ogni eredità. Oggi, vivendo un continuo mutamento, l’uomo moderno si priva della bussola». E più avanti, nel medesimo saggio, leggiamo così: «La crisi della memoria non può che generare una crisi cultuale. Il requisito per il progresso consiste nella trasmissione delle acquisizioni del passato. L’uomo è fisicamente e ontologicamente legato alla storia di coloro che l’hanno preceduto. Una società che rifiuta il passato si preclude il proprio futuro. È una società morta, una società senza memoria, una società spazzata via dal alzheimer!

Le radici costituiscono la base e l’alimento della vita. Innestano la vita in un terreno fertile e la irrorano di una linfa nutriente. Si immergono nell’acqua perché la vita sia lussureggiante in ogni stagione. Permettono la crescita della chioma e la comparsa di fiori e frutti. Una vita senza radici richiama la morte. Il complicato rapporto dei moderni con il concetto di radici sorge dalla crisi antropologica. L’uomo moderno ha paura che le proprie radici diventino un vincolo. Preferisce misconoscerle. Si crede libero, quando invece è più vulnerabile. Diventa come una foglia morta staccata dall’albero, in balia del vento».

Qual è allora il senso e l’utilità dello studio storico? E come agisce la mano provvidente di Dio sulla storia dell’umanità? È necessario, per scoprire e amare le radici della nostra civiltà, quindi le nostre stesse radici, esercitare una facoltà tanto importante quanto trascurata: LA MEMORIA STORICA, appunto. E allora interroghiamoci sulla storia e sulla sua importanza, e cerchiamo di capire qual è l’utilità della storia, cioè della conservazione e della trasmissione della memoria storica.

Lo studioso Luciano Pellicani ha scritto una bellissima considerazione che vi propongo. Scrive così: «La tradizione è la precondizione del progresso». Quindi il progresso non può esserci se non c’è un corpo di valori, se non c’è un antefatto che lo precede e lo prepara. E continua Pellicani: «Poiché senza di essa – cioè senza la tradizione -, gli uomini sarebbero costretti a partire da zero. Si troverebbero senza un sistema di soluzioni materiali, intellettuali e morali collaudate su cui appoggiarsi, dal momento che la tradizione è ciò che la società ha tesaurizzato, (ha fatto tesoro), ha accumulato ed istituzionalizzato. La serie degli esperimenti compiuti dalle passate generazioni, e utilizzati dalle generazioni presenti. Il che significa che la continuità è la legge dell’esistenza storica delle società. Una legge che opera attraverso le generazioni, le quali arricchiscono e trasmettono ciò che hanno ereditato». È tutto qua, potremmo dire! E non c’è nessuna considerazione di tipo confessionale. Queste sono proprio considerazioni di buon senso di uno studioso che spiega come non possa esistere un progredire fruttuoso a livello sociale se si è completamente dimentichi del proprio passato.

La storia fra l’altro non è un mero strumento di studio del passato, affinché questo possa aiutare a comprendere il presente e a costruire il futuro. Non è solo questo, o comunque non può essere ridotto solo a questa funzione utilitaristica. Come ha scritto il grande e compianto storico del Medio Evo Marco Tangheroni: «Contrariamente a quanto credeva chi ne dilatava i compiti e affidava ad essa la comprensione completa, tendenzialmente definitiva, positiva e scientifica, del passato, del presente ed anche del futuro, la storia non offre la risposta decisiva alle domande essenziali sull’uomo. Non è a essa che tali domande – che il mondo tende a eludere -, ma che si riaffacciano prepotenti, ineludibili, fondamentali; non è a essa che tali domande vanno poste. Ciò non esclude che in qualche modo la storia ci prepari a tali domande e alle relative risposte, sgombrando, in un certo senso, il campo. Ci aiuta a capire che l’uomo non è un dio. La storia educa alla complessità e con ciò stesso affina la nostra capacità di leggere il presente. La storia inoltre educa alla responsabilità. E penso qui alla disciplina nella scuola, mostrando che ciò che accade, accade non necessariamente, ma per le scelte libere degli uomini, talora di un uomo qualsiasi che si trova casualmente all’incrocio decisivo, abitua e forma alla responsabilità delle proprie scelte. Essa deve contribuire a formare l’uomo, l’uomo libero e responsabile». Direi che queste parole del professor Tangheroni ci aiutano bene a comprendere il senso e il valore della memoria storica.

E, sulla stessa linea, monsignor Luigi Negri, quando scrive: «È una questione di estrema importanza per il nostro presente, conoscere la storia, perché una personalità, un gruppo, il popolo cristiano, che non conosca adeguatamente la propria tradizione, è come se non avesse consistenza culturale, e quindi responsabilità. Privare una personalità del senso della sua storia è un modo per incominciare già a renderlo schiavo. Insomma, un uomo privo della propria storia non ha la capacità di presenza significativa ed incisiva. È destinato ad essere travolto e annientato. Ed è in questo senso che Sant’Agostino diceva che il presente – il tempo – è una distensione della persona tra un passato che deve essere assimilato da ciascuno, e un futuro che dev’essere progettato. Pretendere di vivere bene il presente e di poter progettare con serietà un futuro degno dell’uomo senza conoscere e comprendere il proprio passato, è una folle e tragica utopia che non deve assolutamente coinvolgere il cristiano». Il cristiano dev’essere assolutamente alieno da una tentazione utopistica di questo tipo. La conservazione della memoria storica – possiamo allora dire -, è uno strumento decisivo che consente all’uomo di conoscere sé stesso, di esaminare il proprio passato, di capire il presente, di agire con prudenza nel progettare il futuro. In questo senso la saggezza definisce la storia come maestra di vita. E, analogamente, il pensatore francese Joseph De Maistre parla della storia come di politica sperimentale, cioè come luogo di verifica delle costruzioni e delle teorizzazioni filosofiche, ideologiche, sociali ed economiche.

Un grande contributo per approfondire il senso della storia, il senso del lavoro dello storico, lo ha dato il pensatore cattolico svizzero Gonzague de Reynold che ha scritto pagine magistrali sulla storia e la sua funzione pedagogica. Vi propongo alcuni stralci perché davvero meritano di essere riletti, ascoltati e meditati. Sentiamone uno: «Ecco un’altra domanda che mi è stata spesso posta. A cosa serve la storia? Insegna agli uomini a vivere in società, perciò è una sapienza. È una sapienza perché è una esperienza. Mostra che gli uomini sanno quello che fanno, ma non possono prevederne tutte le conseguenze. Ci insegna che molte disgrazie, molte catastrofi, molte decadenze, molte degenerazioni, hanno il loro punto di partenza in ERRORI MORALI. La storia ha questa virtù: ci aiuta a prevedere. In questo senso è una prudenza. La prudenza stessa si definisce una sapienza pratica: quella che deve possedere l’uomo di Stato. “Ma se l’uomo di Stato vuole prevedere – e questo è un atto specifico della ragione -, deve fondarsi nello stesso tempo sulla conoscenza del presente e sulla esperienza del passato». Chi parla così – scrive De Reynold – è San Tommaso d’Aquino.

E sempre il medesimo autore, parlando del ruolo della storia come scuola di realismo politico, scrive: «L’oblio, il disprezzo della storia, bisognerebbe considerarlo come uno dei più gravi fenomeni di degenerazione e di barbarie. Infatti il fenomeno sarebbe equivalente per la società ciò che rappresenta la perdita della memoria per l’individuo. Ma se l’uomo perde la memoria, prenderà per guida soltanto i suoi istinti».

Il grande studioso svizzero si è interrogato molte volte, in differenti contesti, sui grandi temi dello scorrere del tempo, il susseguirsi delle culture e delle civiltà. Il percorso storico dell’umanità, e di quella europea e occidentale in particolare. Vorrei allora proporvi alcuni altri straordinari spunti di riflessione che credo ci aiutino a entrare sempre di più nel merito di questa nostra conversazione sul senso e l’utilità della storia.

Leggiamo allora questa breve pagina di De Reynold: «Possiamo vedere dove andiamo solo se abbiamo imparato da dove veniamo. Non si tratta di una concezione nuova: fino allo scientismo e al determinismo del secolo XIX, si sapeva che la storia aveva un fine: insegnare agli uomini a vivere in società. Tutti quelli che hanno fatto studi classici hanno tradotto almeno una volta l’elogio che nel “De oratore”, Cicerone fa della storia: “Testimone delle generazioni, luce di verità, conservatrice delle memorie, maestra di vita, messaggera di antichità”. Nella Somma teologica, dove dedica nove questioni alla prudenza, San Tommaso d’Aquino fissa in questi termini l’obbligo di prevedere la possibilità di fare. Prevedere il futuro – dice – e prevederlo fondandosi nello stesso tempo sulle circostanze presenti e sull’esperienza passata, come nel caso della prudenza, è funzione propria della ragione, poiché appartiene solo alla ragione istituire paragoni e valutarli».

E più avanti, in un altro saggio molto interessante, ci sono considerazioni davvero straordinarie. Sono testi della prima metà del Novecento. Scrive De Reynold: «La storia non coincide solamente con il passato (Ecco, questo mi sembra un passaggio molto interessante, e vi invito a prestare attenzione, perché sfata anche un pregiudizio molto diffuso, cioè che parlando di storia parliamo di avvenimenti del passato. Infatti la storia si identifica con ciò che non è più. Invece De Reynold fa questa precisazione. Dice: «La storia non coincide solamente con il passato. Il passato è solo una parte della storia: quella che seguiamo con lo sguardo quando ci sforziamo di risalire la corrente verso la sorgente, ma la storia è tutto il fiume, con tutti gli affluenti e tutti i subaffluenti, dalla sorgente alla foce. Non vi è affatto separazione fra il passato, il presente e l’avvenire; tra l’origine e la fine dell’umanità. Le cause della storia sono cause finali. Ma poiché solo gli spiriti puri sono capaci di cogliere tutto in un’intuizione immediata, ecco che noi uomini votati al lavoro e alla ricerca siamo assolutamente costretti a dividere il fiume con dighe di sbarramento e a porre lungo le rive pietre miliari. Se non procedessimo con questo metodo analitico, ci sarebbe impossibile elevarci ad una sintesi. Poiché viviamo nel presente, crediamo che il passato sia morto. Cerchiamo di chiudere la storia nel sepolcro del passato, dimenticando che quella va più veloce e più lontana di esso. Proprio la storia impedisce al passato di morire, trascinandolo sul presente e spingendo entrambi nell’avvenire».

Ecco, mi sembra che questa sia veramente una figura di straordinaria bellezza, di grande profondità, e su cui vale veramente la pena di fare una riflessione. Ripeto, chi di noi non è abituato a pensare la storia come ad un insieme di avvenimenti del passato che cerchiamo in qualche modo di riordinare, di ricordare, di mettere in fila, di sistemare in qualche casella, in qualche anno o secolo, di dar loro una cronologia, ma nulla di più. Si tratta di qualcosa che c’è stato e che non tornerà più. Anche un proverbio popolare dice che “la storia non si ripete”, non ritornerà più così esattamente come è stata, quindi è una cosa che non ci appartiene. E invece Gonzague De Reynold ci offre questa bellissima immagine del fiume. L’esistenza degli uomini e delle società, e quindi anche dei corpi sociali e delle civiltà umane sono come un lungo fiume che va verso una foce procedendo da una fonte, un’origine, una sorgente. Ma tra la sorgente e la foce si snoda per tutta una serie di avvallamenti, di anse, di rapide, di momenti di turbolenza e momenti di calma; momenti in cui siamo di fronte a un torrente e momenti in cui siamo di fronte a un grande fiume tranquillo.

Ecco, se questa similitudine è, come credo, valida, ci aiuta pienamente a capire che il nostro presente si situa in un certo punto del fluire del fiume, dell’acqua che scorre. Certo, non ci troviamo alla sorgente, e quindi c’è un tratto di fiume che è venuto prima di noi, che ha percorso una strada, ma noi siamo già molto più avanti. E questo è in qualche modo il passato. Ma questa stessa acqua che viene dalle nostre spalle, dalla sorgente, passa in questo momento sul punto dove ci troviamo, e spinge tutto verso la foce in un modo unitario, che coinvolge tutto, che tutto rende omogeneo, che ci consente di comprendere come la storia appartenga al nostro presente e ci porti verso il nostro futuro. Questo mi sembra davvero un passaggio di straordinaria importanza.

Direi ora di fare una breve pausa musicale, in modo che su questo concetto abbiamo modo di riflettere, prima di aprire un altro capitolo, di fare un ulteriore passaggio in questo ragionamento.

Per chi vuol proseguire l’ascolto, ecco il link: https://radiomaria.it/puntata/problemi-di-storia-della-chiesa-18-01-2020/

Publié dans Cardinale Robert Sarah, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli

Posté par atempodiblog le 21 juin 2019

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo, Il suo intervento ha chiuso le giornate di riflessione che si sono tenute alla Pontifica Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale. Dopo il suo discorso, il Papa ha fatto rientro in Vaticano
di Debora Donnini – Vatican News

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-Napoli

Annuncio, dialogo, discernimento, misericordia, fare “rete” fra istituzioni, università, religioni: sono i “criteri” che devono ispirare una teologia dell’accoglienza, una teologia rinnovata nel senso di una Chiesa missionaria perché gli uomini possano ascoltare “nella loro lingua” una risposta alla ricerca di vita piena. Nel tracciarne la rotta, Papa Francesco guarda soprattutto al Mediterraneo, da sempre luogo di scambi e talvolta di confitti, che “pone una serie di questioni, spesso drammatiche”. Per affrontarle serve un dialogo autentico e sincero in vista della costruzione di una “convivenza pacifica” fra persone di religioni e culture diverse, che si affacciano sulle sponde di questo “Mare del meticciato”, in particolare nel discorso si fa riferimento a Ebraismo e Islam.  Si tratta di uno spazio che si vede bene dalla collina di Posillipo dove sorge la sezione san Luigi della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affidata fin dal ‘500 ai gesuiti, che ospita il convegno. Dal palco che incornicia il mare il Papa con il suo discorso a tutto campo offre in qualche modo una risposta alla domanda su come la teologia oggi possa rinnovarsi, domanda che è stata poi il tema al centro del convegno che lui è chiamato a chiudere dopo le riflessioni della mattinata: “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo. È chiaro il riferimento a questa Costituzione apostolica del 2017, che ha voluto imprimere appunto agli studi teologici ed ecclesiastici un rinnovamento nel senso di una Chiesa in uscita. Centrale, ricorda anche il Papa, è che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalle sofferenze di tanti poveri per guerre e violenze. Si tratta quindi di riprendere la strada “in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”. E specifica che si tratta di avviare processi, non di occupare spazi.

Il sole brilla sul mare di Napoli così come gli occhi dei 650 presenti che lo seguono nel Piazzale che si affaccia sul Golfo, tra studenti, docenti anche di altri Paesi, e le cariche più alte dell’Ateneo tra cui il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e Gran Cancelliere della Facoltà, il Decano della Facoltà padre Pino Di Luccio, il vescovo di Nola, mons. Francesco Marino in rappresentanza dei presuli della Campania, e il gesuita padre Joaquin Barrero Diaz, assistente regionale per l’Europa del Sud. Altre 500 persone seguono i lavori del Convegno dalle aule interne attraverso monitor.

La teologia espressione di una Chiesa ospedale da campo
All’inizio del discorso il Papa ricambia il saluto del patriarca Bartolomeo che ha voluto contribuire alla riflessione con un messaggio e lancia un forte invito a “ripartire dal Vangelo della misericordia” perché la teologia nasce in mezzo ad esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo di Dio che va in cerca di loro con amore:

Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo!».

Dialogo e kerygma
Per rinnovare gli studi nella direzione di “una teologia dell’accoglienza” i pilastri sono il kerygma, cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto, e un dialogo autentico, al servizio di una Chiesa che deve mettere al centro l’evangelizzazione, non l’apologetica o i manuali ma l’evangelizzazione “che non vuol dire proselitismo”. Dialogo anche come “un metodo di discernimento” e di annuncio, sottolinea Francesco esortando a praticarlo sia nella posizione dei problemi, sia nella ricerca di soluzioni, per poter contribuire allo sviluppo dei popoli con l’annuncio del Vangelo”. E’ san Francesco d’Assisi a tratteggiare come dialogo e annuncio possano avvenire, cioè vivendo da cristiani, senza liti né dispute, e annunciando come in Gesù si manifesti l’amore di Dio per tutti gli uomini. E in particolare, come già altre volte, il Papa ricorda quello che Francesco diceva ai frati sulla testimonianza: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Pertanto serve docilità allo Spirito, cioè “uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. Un dialogo con le persone e le loro culture che comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita come fecero, tra gli altri, Charles de Foucauld, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Oran Pierre Claverie. Per Papa Francesco l’orizzonte a cui la teologia deve guardare è anche quello della “nonviolenza” e, in questo senso, sono d’aiuto, le testimoniane di Martin Luther King e Lanza del Vasto e anche il Beato Giustino Russolillo e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che studiarono qui. E, a braccio, il Papa fa riferimento alla “sindrome di Babele” che non è solo non capire quello che l’altro dice ma – sottolinea – la vera “sindrome di Babele” è quella di “non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e l’altro che dirà. Questa è la peste”.

Dialogo con Ebraismo e Islam
Concretamente questo dialogo si intesse incoraggiando nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica. Questo per favorire conoscenza e dialogo con Ebraismo e Islam, comprendendo radici comuni e differenze. Con i musulmani, dice, “siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città”, “a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.

Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’imam con me, in macchina, e ambedue siamo andati lì per convincere i cristiani che noi siamo amici, che questi sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo.

Con gli ebrei, per “vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso”. Importante è poi considerare il dialogo anche come un metodo di studio, e per “leggere realisticamente” un tempo e un luogo – in questo caso il Mediterraneo all’alba del terzo millennio – come “un ponte” fra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio dove l’assenza di pace ha prodotto squilibri regionali e mondiale e dove sarebbe importante avviare processi di riconciliazione. Come direbbe La Pira, nota il Papa, per la teologia si tratta di contribuire a costruire sul Mediterraneo una “grande tenda di pace” dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Francesco ricorda anche di aver studiato al tempo della “scolastica” decadente, una teologia di tipo difensivo, apologetico, chiusa in un manuale.

Teologia in rete e con i naufraghi della storia
Si tratta anche di fare una “teologia in rete”, in collaborazione fra istituzioni civili, ecclesiali ed interreligiose, e in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia.

Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Un lavoro nella “rete evangelica” per discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

Una Pentecoste teologica
Il compito della teologia è quindi quello di sintonizzarsi con Gesù Risorto e “raggiungere le periferie”, “anche quelle del pensiero”. In questo senso i teologi devono “favorire l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione”. “Le grandi sintesi teologiche del passato” sono miniere di sapienza teologica ma “non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali”:

Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Centrale nel dialogo rapportato alla teologia, anche “l’ascolto consapevole” del vissuto dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per cogliere le vicende che collegano il passato all’oggi. In particolare di come le comunità cristiane hanno, anche recentemente, incarnato la fede in contesti di conflitto e di minoranza. Per generare speranza servono “narrazioni” condivise, in cui sia possibile riconoscersi. Così si forma la realtà multi culturale e pluri-religiosa di questo spazio. In questo senso è quindi importante ascoltare le persone, i grandi testi delle religioni monoteistiche e soprattutto i giovani. E come Gesù ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo di persona del Giudaismo, così nel discorso si ricorda che l’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo. Nel dialogo sempre si guadagna mentre nel monologo si perde tutti, rimarca.

I teologi della compassione
Per una teologia dell’accoglienza, sottolinea poi il Papa, servono teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, con profondo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, “aperti alle inesauribili novità dello Spirito”, teologi che sfuggano alle logiche competitive e accecanti che “spesso esistono anche nelle nostre istituzioni”, rileva Francesco. Ma soprattutto il Papa li esorta alla compassione attinta dal Cuore di Cristo per non essere inghiottiti nella condizione di privilegio di chi “si colloca prudentemente fuori dal mondo”, non condividendo nulla di rischioso:

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione – toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante; soltanto si può fare teologia in ginocchio -, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà.

Quindi, si fa riferimento alle complesse vicende di “atteggiamenti aggressivi e guerreschi”, di “prassi coloniali” di “giustificazioni di guerre” e “persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale”. “Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte”, aggiunge a braccio richiamandosi alla Chanson de Roland, quando “dopo aver vinto questa battaglia i musulmani erano in fila”, “davanti alla vasca del battesimo” e “c’era uno con la spada, lì”. E li facevano scegliere: “o il battesimo o la morte. Noi lo abbiamo fatto questo”.  Il metodo del dialogo, guidato dalla misericordia, può arricchire una rilettura interdisciplinare di questa dolorosa storia facendo emergere anche “per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare”.

Ricordando, poi, l’importanza di reinterrogare la tradizione, a patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, il Papa ricorda che è una radice che dà vita, non un museo. La tradizione per crescere è come la radice per l’albero.

E’ poi necessaria una “libertà teologica” perché senza la possibilità di sperimentare strade nuove, non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto. Sulla libertà di riflessione teologica, Francesco sottolinea che gli studiosi, sono chiamati ad “andare avanti con libertà”, “poi in ultima istanza sarà il magistero a dire qualcosa”, e si raccomanda nella predicazione a “non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate. Le questioni disputate soltanto fra i teologi”. Al Popolo di Dio va data infatti sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Servono anche strutture flessibili e leggere, che manifestino la priorità dell’accoglienza. Dagli statuti all’ordinamento degli studi fino agli orari: “tutto deve essere orientato” a “favorire il più possibile la partecipazione di color che desiderano studiare teologia”, oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne, rileva Francesco sottolineando il contributo “indispensabile” che le donne stanno e possono dare alla teologia e quindi bisogna sostenerne la partecipazione come si fa in questa Facoltà.

Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

In conclusione, il Papa aggiunge fra i “criteri” anche “la capacità di essere al limite, per andare avanti” e rilancia il suo appello a fare del Mediterraneo luogo dell’accoglienza praticata con il dialogo e la misericordia di cui – ricorda – questa Facoltà teologica è esempio. Il Santo Padre “è stato felice di poter partecipare al Convegno”, ha fatto sapere al termine il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, spiegando che “concluso il Convegno, che era la finalità della visita a Napoli, il Papa non si intrattiene per il pranzo, ma fa ritorno a Roma”.

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Benson, folgorato sulla via di Luxor

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2013

Benson, folgorato sulla via di Luxor
Storia di un pastore anglicano convertito al cattolicesimo. E molto citato da Papa Bergoglio
di Mattia Ferraresi – Il FoglioBenson, folgorato sulla via di Luxor dans Robert Hugh Benson empty

Schermata%202013-12-02%20a%2011_06_34 dans Stile di vitaIl cardinale John Henry Newman paragonava l’esperienza di chi, come lui, ha abbandonato la chiesa d’Inghilterra per passare al cattolicesimo alla passeggiata notturna di un personaggio delle fiabe attraverso un villaggio incantato. Al sorgere del sole improvvisamente i prodigi meravigliosi che avevano intrattenuto il viaggiatore per tutta la notte scompaiono, come liquefatti dalla luce del giorno, tanto che il protagonista si chiede se siano davvero esistiti o fossero soltanto i frutti di una grandiosa allucinazione. Robert Hugh Benson, pastore cresciuto nella più anglicana delle famiglie, ha sperimentato la sensazione che si accompagna alla fine di un sortilegio e l’ha immediatamente raccontata in una serie di articoli apparsi sulla rivista americana Ave Maria fra il 1906 e il 1907. Dopo accorate richieste che gli scritti fossero raccolti e pubblicati in un volume, magari arricchiti da qualche riflessione ulteriore, Benson ha acconsentito all’operazione editoriale ma non ha trovato modo di aggiungere nuovi elementi. Al sorgere del sole, il vecchio villaggio anglicano era scomparso. Trovava persino difficile ricordarne le fattezze, come certi sogni che appaiono chiari e distinti nel momento in cui ci si sveglia ma svaporano se ci si riaddormenta anche soltanto per un attimo. Riferendosi a sé in terza persona, forse per compensare “il raccapricciante egoismo” che trasuda negli articoli autobiografici, scrive: “Egli non è più in grado, come nei primi mesi dopo la sua conversione, di paragonare i due sistemi religiosi, dal momento che ciò che ha lasciato non gli appare più come un oggetto coerente. Ci sono, certamente, associazioni, ricordi ed emozioni ancora impressi nella sua mente […] e tuttavia non riesce più a vedere in questi altro che indizi, frammenti e aspirazioni distaccate dal loro centro e ricostruite in un edificio puramente umano senza fondamenta né solidità”.

Potrebbe sembrare che il passaggio dal mondo anglicano a quello cattolico sia stato per Benson tutto sommato naturale e indolore, il sorgere del sole della fede universale su una tradizione che gli era apparsa in tutta la sua modesta portata, ma non è così. Percorrere il guado fra un credo religiosamente corretto e morto e la religione del Dio vivente non è un’impresa senza rischi. Benson era il figlio più giovane di Edward White Benson, pastore anglicano che diventerà poi arcivescovo di Canterbury, uomo dotto la cui incrollabile fede è perfettamente impressa nella scena della sua morte: si spegne nel 1896 mentre è inginocchiato in chiesa, assorto nella meditazione. Ogni domenica Edward portava i figli a passeggio per la campagna inglese e leggeva episodi tratti dall’Acta Martyrum. Soltanto molti anni dopo Robert scoprirà che il padre traduceva all’impronta dall’originale latino, in un inglese perfettamente oliato da decenni di frequentazione dell’apparato agiografico. “La sua influenza su di me è stata talmente profonda che non posso sperare di riuscire a descriverla”, ricorda Benson. Il padre “non mi aveva mai capito molto bene”, a differenza della madre, con la quale terrà un lunghissimo e intimo carteggio, ma l’influsso della personalità paterna permea le profondità più recondite della vita della famiglia e in particolare quella del giovane Robert, che deciderà di farsi pastore anglicano nonostante le obiezioni e i dubbi sulla fede che ciclicamente affioreranno negli anni della formazione, quando “l’unico mio vero amico era un ateo dichiarato”.

Quando chiede al padre se la formula del Credo sull’unica “santa chiesa” comprenda anche i cattolici, rimane insoddisfatto della risposta. Alla chiesa di Roma, però, non accede tramite un pertugio teologico. Newman aveva lasciato la chiesa d’Inghilterra dopo una lunga riflessione sul rapporto fra la dottrina anglicana e il Concilio di Trento, passaggio che l’aveva portato “ex umbris et imaginibus in veritatem”; Benson coglie l’universalità del credo cattolico in una piccola chiesa egiziana. Poco dopo la morte del padre, il medico gli ordina di passare l’estate nel clima caldo dell’Egitto, essenziale per dare sollievo a uno stato di salute che sarà precario fino al giorno della sua morte, causata da un infarto a 43 anni. Sulla via per Luxor visita le cattedrali di Parigi, incontra la sensibilità orientale di Venezia, s’immerge nelle bellezze fiorentine, nei fasti del cattolicesimo romano, respira la fede barocca e ancestrale dell’Italia meridionale; ma niente scuote il suo animo come quella chiesa copta di nessun conto mimetizzata fra le case di fango di un villaggio qualsiasi. Ci era entrato quasi senza volerlo: “Ora sono certo che è stato lì che per la prima volta qualcosa di simile a un’esplicita fede cattolica si è fatto largo dentro di me. Quella chiesa era chiaramente parte della vita del villaggio, era alta come le case arabe, era aperta, ed era esattamente come tutte le altre chiese cattoliche, a eccezione degli ovvi limiti artistici. Lì mi è sembrato seriamente concepibile l’idea che Roma avesse ragione e noi torto”.

In quella che nel linguaggio francescano, nel senso del vescovo di Roma, si chiamerebbe periferia esistenziale, Benson ha intuito che la chiesa d’Inghilterra, con le sue scuole azzimate, i rituali perfettamente levigati, la precisione dottrinaria che suo padre incarnava (a quel punto Benson leggeva quotidianamente la Bibbia in greco) era la vera periferia della cristianità. Una nicchia autoreferenziale, chiusa al mondo, incomunicabile, il contrario esatto di quel modesto tempio copto che lo aveva affascinato più delle millenarie basiliche dell’Europa cattolica. L’incrocio fra universalismo, periferia, identità e tradizione porta dritti all’omelia di Papa Francesco del 18 novembre, la requisitoria a sfondo maccabeo del progressismo adolescenziale, con potente condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della mondanità e tonanti richiami identitari. Quella che ha fatto vacillare chi credeva di stare in piedi snocciolando le contraddizioni del Papa dialogante e spogliato della regalità che deriva dalla custodia della dottrina. Nel quotidiano esercizio omiletico di Santa Marta, Francesco ha fatto riferimento al romanzo “Il Padrone del mondo”, il testo di gran lunga più noto dell’apologeta inglese. Benson, ha detto Bergoglio, ha spiegato con potenza narrativa la battaglia fra lo spirito del mondo e la chiesa, e “quasi come fosse una profezia, immagina cosa accadrà. Quest’uomo, si chiamava Benson, si convertì poi al cattolicesimo e ha fatto tanto bene. Ha visto proprio quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia”.

“Il Padrone del mondo” è stato consegnato alla storia come romanzo “distopico”, ma sarebbe più corretto definirlo romanzo “parabolico”, nel senso che usa la forma della parabola, quindi dell’analogia, non si spinge nell’ambito della divinazione del futuro prossimo che verrà. Sta di fatto che il padrone del mondo è la storia di un conflitto esistenziale, moderno e contemporaneamente escatologico, fra la visione cristiana del mondo e un surrogato postcristiano fatto di umanitarismo, massoneria, ideali puri che sono il preludio di un inferno sulla terra. E la via che porta al regno di Satana e a un anticristo che sembra appena uscito dal Consiglio di sicurezza dell’Onu è, come al solito, lastricata di buoni propositi.

Ad aumentare la potenza dello scenario dipinto da Benson c’è la componente profetica, naturalmente, e letto a decenni di distanza il romanzo appare come una rappresentazione fedele, almeno concettualmente, con quello che poi è successo. Quando lo ha scritto, nel 1907, non c’erano ancora state guerre mondiali, genocidi nel mezzo dell’Europa né rivoluzioni bolsceviche. Lo spirito del mondo lavorava su più fronti per congegnare alternative dal volto umano all’oppiaceo della religiosità e Benson è stato perspicace nel cogliere i segni dei tempi e riversarli – amplificati – nelle sagome apocalittiche dei suoi personaggi, a partire da Giuliano Felsemburgh, grandioso leader anticristico – il nome evoca Giuliano l’apostata – a metà fra Barack Obama e un banchiere svizzero in partenza per una riunione del Bilderberg. La chiesa del padrone del mondo è un corpo mistico assediato, minoritario e tuttavia pugnace, sostenuto dallo Spirito e armato della spada della verità. Ridotta all’irrilevanza dal mondo, la chiesa combatte per la sua stessa vita senza concessioni e ricatti, sapendo che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. In questa parabola si potrebbe leggere una rappresentazione assai muscolare della lotta fra chiesa e mondo, un conflitto di trincea culturale ed escatologico fra identità incompossibili, lanciate come frecce verso niente meno che l’Apocalisse.

Si potrebbe essere tentati di mettere Benson nella schiera degli opliti della fede, un katechon che tiene chiuse le porte dell’inferno modernista e non tollera compromessi sulla strada della riabilitazione del regno divino. Uno che si sarebbe trovato più a suo agio nella cappella palatina di Aquisgrana che in una chiesa di fango alla periferia del Cairo. Il fraintendimento, in effetti, non si è fatto attendere. Per rettificare in qualche modo Benson ha scritto, pochi anni dopo la pubblicazione del “Padrone del mondo”, una seconda parabola, intitolata “L’alba di tutto”, controprofezia in cui la chiesa vince la battaglia contro lo spirito del mondo. Invece del massone-umanitario Felsemburgh è il Papa a guidare il consesso di nazioni i cui sovrani, uno a uno, si convertono al cristianesimo, modellando le società che governano alla dottrina cristiana. L’Europa trova la via virtuosa per coniugare la mentalità medievale con la prosperità moderna, cosa che affascina – ma senza soddisfare del tutto – il protagonista del romanzo, un prete che si risveglia dopo un lungo periodo di coma.

“In un libro precedente chiamato ‘Il Padrone del mondo’ – scrive Benson – ho tentato di tracciare la proiezione di quello che, pensavo, ci si potrebbe ragionevolmente aspettare fra cent’anni, se le attuali linee del cosiddetto ‘pensiero moderno’ fossero semplicemente prolungate nel tempo. Mi hanno detto ripetutamente che l’effetto del libro è stato quello di deprimere e scoraggiare in misura eccessiva i cristiani ottimisti. In questo libro cercherò, sempre in forma di parabola, non certo di ritirare ciò che ho affermato nel precedente, ma di seguire le linee opposte di pensiero per tracciare lo sviluppo che, penso, ci si potrebbe ragionevolmente aspettare se il processo opposto iniziasse, e l’antico pensiero si affermasse. Talvolta sentiamo dire dai moralisti che viviamo in tempi critici, espressione con la quale intendono dire che non sono certi se la loro parte vincerà o meno. In tal senso, nessun tempo può essere critico per i cattolici, perché i cattolici non possono avere alcun tipo di dubbio sulle possibilità di vittoria della loro parte. Ma da un altro punto di vista, tutti i periodi sono critici, perché ogni tempo contiene in sé il conflitto fra due forze irriconciliabili”.

I due lati della parabola di Benson non possono essere dunque completamente disgiunti, pena il fraintendimento del significato dei “tempi critici” per la chiesa e il cattolicesimo, circostanza quanto mai attuale. Benson è stato romanziere e apologeta indefesso, ma anche spirito aperto all’incontro con il mondo, forte della natura vitale di un cristianesimo in cui categorie come “cuore” e “incontro” – che aprono l’esortazione apostolica di Francesco, “Evangelii Gaudium” – ricorrono con più frequenza di quanta i suoi ammiratori contemporanei amino ricordare.

Un episodio della sua giovinezza, prima della conversione, illustra sinteticamente la sua sensibilità cristiana. Durante una gita invernale sul Piz Palù, in Engadina, il giovane Benson ha un collasso. I compagni cercano invano di rianimarlo, e sono costretti a trasportarlo per ore prima di riuscire a trovare riparo in mezzo alla tormenta. Durante il trasbordo Benson riacquista coscienza, rendendosi in qualche modo conto della gravità della situazione, ma nessun atto di contrizione, nessuna richiesta di perdono né desiderio di riconciliazione arrivano al suo cuore malandato. Gli insegnamenti, le virtù, la dottrina, il timor di Dio instillato in una rigorosa educazione cristiana non sono sufficienti ad animare l’intenzione del ragazzo che i suoi compagni credono ormai morto. “La mia religione – scrive – così com’era allora, era talmente impersonale e senza vita che, per quanto non abbia mai dubitato dell’oggettiva verità di ciò che mi era stato insegnato, non ho mai amato né temuto Dio. Non sentivo nessuna responsabilità verso di Lui, né mi scuoteva la prospettiva di incontrarLo. Mi ero passivamente accontentato di credere che Lui fosse presente, ma non mi nascondevo da Lui con timore e non aspiravo a Lui con affetto”.

La conversione per Benson ha la forma di un ritorno alla vita dopo un lunga inibizione affettiva verso l’oggetto riconosciuto e ammirato soltanto tramite la pura ragione. E’ stato un cattolico multiforme e tridimensionale, Benson, irriducibile alla dialettica fra tradizione e modernità. I suoi “Paradossi del Cattolicesimo” sembrano scritti apposta per trarre una sintesi dalla dialettica odierna interna alla chiesa. Ne “I Negromanti” ha fissato in forma narrativa le sue considerazioni sull’occultismo e la magia nera che aveva tratto dalle corrispondenze con amici devoti del lato oscuro, alcuni associati al leggendario Aleister Crowley. E’ stato autore di racconti dell’orrore e romanzi storici sullo scisma anglicano. Ha intrattenuto per anni una relazione di amicizia e una fittissima corrispondenza – un biografo definirà il rapporto “casto ma appassionato” – con l’eccentrico Frederick Rolfe, il “Baron Corvo” che nei salotti letterari più quotati dell’epoca faceva vanto della propria omosessualità. Le lettere sono poi state in gran parte distrutte dal fratello.

Negli anni brevi e febbrili della predicazione in Inghilterra, dopo l’ordinazione nella basilica di San Silvestro a Roma, ha incontrato un altro grande convertito, Cyril Martindale, il gesuita che troverà il registro e il linguaggio per raccontare le vite dei santi ai suoi contemporanei. E’ lui a scrivere la prima biografia di monsignor Benson, a soli due anni dalla morte. Dice che si tratta di una “biografia psicologica”, ché sarebbe impossibile rinchiudere la vita di un uomo del genere nei termini di una piatta cronologia. Non è strano che la mente del gesuita sia stata conquistata, anzi travolta, nel giro di pochi anni da Benson. Entrambi erano partecipi di una medesima sensibilità cristiana. Martindale si era convertito alla chiesa di Roma a quattordici anni. Una volta arruolato nella Compagnia di Gesù era stato mandato a Oxford, dove, secondo i piani, sarebbe iniziata la sua carriera di teologo. Ha abbandonato la prospettiva accademica quando a Oxford è arrivato un gruppo di soldati australiani feriti al fronte, e nell’assistenza ai malati ha trovato il fondo ancora inesplorato della sua vocazione. Di lui scrive Bernard Basset: “Era interamente assorbito dai bisogni del presente, sopra tutti quello di portare il messaggio dell’incarnazione a un mondo sofferente. Egalitario, altruista, inquieto, la sua mente è rimasta per sempre un insieme di variazioni su questo tema”. La chiesa di Martindale, il più vicino fra i sodali spirituali di Benson, quello a cui la madre aveva chiesto di raccogliere i materiali per una biografia, era un ospedale da campo.

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Sintesi ampia dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2013

Sintesi ampia dell’Evangelii Gaudium
Sintesi ampia dell'Evangelii Gaudium di Papa Francesco x
epn4idPubblichiamo di seguito un’ampia sintesi dell’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco:

Nuova tappa evangelizzatrice caratterizzata dalla gioia
“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (1). Così inizia l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco. Si tratta di un accorato appello a tutti i battezzati perché con nuovo fervore e dinamismo portino agli altri l’amore di Gesù, vincendo “il grande rischio del mondo attuale”: quello di cadere in “una tristezza individualista” (2). “Anche i credenti corrono questo rischio” (2), perché “ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua” (6): un evangelizzatore non dovrebbe avere “una faccia da funerale” (10). E’ necessario passare « da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria » (15).

Riforma delle strutture ecclesiali
Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi” (11). L’appello rivolto a tutti i cristiani è quello di “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”: “tutti siamo chiamati a questa nuova ‘uscita’ missionaria” (20). Si tratta “di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” e che spinge a porsi in uno “stato permanente di missione” (25). E’ necessaria una “riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” (27). Partendo dalle parrocchie, il Papa nota che l’appello al loro rinnovamento “non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente” (28). Le altre realtà ecclesiali “sono una ricchezza della Chiesa”, ma devono integrarsi “con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare” (29).

Conversione del papato
Quindi aggiunge: “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato” perché sia “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. Giovanni Paolo II “chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Siamo avanzati poco in questo senso”. “Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente». Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (32).

Concentrarsi sull’essenziale
Riguardo all’annuncio, afferma che è necessario concentrarsi sull’essenziale, evitando una pastorale “ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere” (35): “in questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto” (36). Succede che si parli “più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio” (38). “A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature” dice: “in seno alla Chiesa … le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola” (40). Circa il rinnovamento, afferma che occorre riconoscere consuetudini della Chiesa “non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia”: “non abbiamo paura di rivederle”. (43).

Una Chiesa con le porte aperte
“La Chiesa – scrive il Papa – è chiamata ad essere sempre la casa aperta del padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così “l’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (47). Quindi ribadisce quanto diceva a Buenos Aires: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli” vivono senza l’amicizia di Gesù (49).

Sistema economico attuale ingiusto alla radice
Parlando di alcune sfide del mondo attuale, denuncia l’attuale sistema economico: “è ingiusto alla radice” (59). “Questa economia uccide”, fa prevalere la “legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’” (53). C’è la “nuova tirannia invisibile, a volte virtuale”, di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista” (56). Il documento affronta poi gli “attacchi alla libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza. In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista” (61).

Individualismo postmoderno snatura vincoli familiari
La famiglia, “cellula fondamentale della società” – prosegue il Papa – “attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo, quindi, “il contributo indispensabile del matrimonio alla società” (66), il Papa sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”(67).

Tentazioni degli operatori pastorali
Il testo affronta poi le “tentazioni degli operatori pastorali”. Il Papa, afferma, “come dovere di giustizia, che l’apporto della Chiesa nel mondo attuale è enorme. Il nostro dolore e la nostra vergogna per i peccati di alcuni membri della Chiesa, e per i propri, non devono far dimenticare quanti cristiani danno la vita per amore” ((76). Ma “si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore” (78); in altri si nota “una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana” (79). “La più grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità” . Si sviluppa “la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo” (83). Tuttavia, il Papa invita con forza a non lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” (84). Nei deserti della società sono molti i segni della “sete di Dio”: c’è dunque bisogno di persone di speranza, “persone-anfore per dare da bere agli altri” (86). “Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (88).

Dio ci liberi da una Chiesa mondana
Denuncia quindi “la mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa”: consiste “nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale” (93). Questa mondanità si esprime in due modi: “il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo” e “il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che … fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché … sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. E’ una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare” (94). In altri “si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia”. In altri ancora, la mondanità “si esplica in un funzionalismo manageriale … dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione” (95). “E’ una tremenda corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” (97).

Più spazio nella Chiesa a laici, donne e giovani
Altra denuncia: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre!” per “invidie e gelosie”. “Alcuni … più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale” (98). Il Papa sottolinea quindi la necessità di far crescere “la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa”. Talora, “un eccessivo clericalismo” mantiene i laici “al margine delle decisioni” (102). “La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società”, ma “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”. Occorre garantire la presenza delle donne “nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali” (103). “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si possono superficialmente eludere. Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere”. “Nella Chiesa le funzioni «non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri». Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi” (104). Poi, il Papa rileva che i giovani devono avere “un maggiore protagonismo” (106). Riguardo alla scarsità di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata che si riscontra in molti luoghi, afferma che “spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso”. Nello stesso tempo, “non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico” (107).

La Chiesa ha un volto pluriforme
Affrontando il tema dell’inculturazione, il Papa ricorda che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” e che “la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità” mostrando la bellezza di un “volto pluriforme”. (116) “Non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde” (117). Il testo ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà popolare” (122). “Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!” (124). Il Papa incoraggia “il carisma dei teologi e il loro sforzo nell’investigazione teologica” ma li invita ad avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia” e a non accontentarsi “di una teologia da tavolino” (133).

Omelia: saper dire parole che fanno ardere i cuori
A questo punto, il Papa si sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie” (135). Innanzitutto, “chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio” (137). “L’omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento”, “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione” (138). Bisogna saper dire « parole che fanno ardere i cuori », rifuggendo da una « predicazione puramente moralista e indottrinante » (142). “La preparazione della predicazione è un compito così importante che conviene dedicarle un tempo prolungato di studio, preghiera, riflessione”, rinunciando anche “ad altri impegni, pur importanti”. “Un predicatore che non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed irresponsabile verso i doni che ha ricevuto” (145). “Una buona omelia … deve contenere ‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). “Altra caratteristica è il linguaggio positivo. Non dice tanto quello che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio”. “Una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività” (159).

Ruolo fondamentale del “kerygma”
“Nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o ‘kerygma’”. Sulla bocca del catechista risuoni sempre il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”(164). Ci sono “alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna” (165). Il Papa indica l’arte dell’accompagnamento, “perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro” che bisogna vedere “con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (169).

Una Chiesa povera per i poveri
Ricorda, quindi, “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana” (178). Ribadisce il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo” (182). “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza nella vita sociale e nazionale”. “Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”. E cita Giovanni Paolo II laddove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al margine della lotta per la giustizia” (183). “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri” (187). “A volte si tratta di ascoltare il grido … dei popoli più poveri della terra, perché ‘la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli’. Deplorevolmente persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione di una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei popoli più ricchi” (190). Il Papa denuncia la “cattiva distribuzione dei beni e del reddito” (191). Quindi lancia un monito: “Non preoccupiamoci unicamente di cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di vita e di sapienza. Perché ‘ai difensori «dell’ortodossia» si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politici che le mantengono’” (194). In questo contesto “c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via” (195). “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. “Per questo chiedo una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci” (198). Il Papa poi afferma che “la peggior discriminazione che soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale” (200). “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema” (202).

I politici abbiano cura dei deboli
“La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune” – scrive il Papa – “Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!” (205). Invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati”. Riguardo ai migranti esorta “i Paesi ad una generosa apertura, che, al posto di temere la distruzione dell’identità locale, sia capace di creare nuove sintesi culturali” (210). Il Papa parla “di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta delle persone” e delle nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” (211). “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza” (212).

Riconoscere dignità umana dei nascituri: aborto non è progressista
“Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo” (213). “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie” (214). Poi, l’appello a rispettare tutto il creato: “Piccoli, però forti nell’amore di Dio, come San Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (216).

Voce profetica per la pace
Riguardo al tema della pace, il Papa afferma che è “necessaria una voce profetica” quando si vuole attuare una falsa riconciliazione che “metta a tacere” i poveri, mentre alcuni “non vogliono rinunciare ai loro privilegi” (218). Per la costruzione di una società “in pace, giustizia e fraternità” indica quattro principi (221): “il tempo è superiore allo spazio” (222) significa “lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati” (223). “L’unità prevale sul conflitto” (226) vuol dire operare perché gli opposti raggiungano “una pluriforme unità che genera nuova vita” (228). “La realtà è più importante dell’idea” (231) significa evitare che la politica e la fede siano ridotte alla retorica (232). “Il tutto è superiore alla parte” significa mettere insieme globalizzazione e localizzazione (234).

Una Chiesa che dialoga
“L’evangelizzazione – prosegue il Papa – implica anche un cammino di dialogo” che apre la Chiesa a collaborare con tutte le realtà politiche, sociali, religiose e culturali (238). L’ecumenismo è “una via imprescindibile dell’evangelizzazione”. Importante l’arricchimento reciproco: “quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri!”, per esempio “nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” (246); “il dialogo e l’amicizia con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù” (248); “il dialogo interreligioso”, che va condotto “con un’identità chiara e gioiosa”, è “una condizione necessaria per la pace nel mondo” e non oscura l’evangelizzazione (250-251); “in quest’epoca acquista notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam (252): il Papa implora “umilmente” affinché i Paesi di tradizione islamica assicurino la libertà religiosa ai cristiani, anche “tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!”. “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento” invita a “evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (253). E contro il tentativo di privatizzare le religioni in alcuni contesti, afferma che “il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose” (255). Ribadisce quindi l’importanza del dialogo e dell’alleanza tra credenti e non credenti (257).

Evangelizzatori con Spirito
L’ultimo capitolo è dedicato agli “evangelizzatori con Spirito”, che sono quanti “si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo” che “infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente” (259). Si tratta di “evangelizzatori che pregano e lavorano” (262), nella consapevolezza che “la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (268): “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (270). “Nel nostro rapporto col mondo – precisa – siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano” (271). “Può essere missionario – aggiunge – solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri” (272): “se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita” (274). Il Papa invita a non scoraggiarsi di fronte ai fallimenti o agli scarsi risultati perché la “fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata”; dobbiamo sapere “soltanto che il dono di noi stessi è necessario” (279). L’Esortazione si conclude con una preghiera a Maria “Madre dell’Evangelizzazione”. “Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto” (288). (Sintesi a cura di Sergio Centofanti)

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/11/26/sintesi_ampia_dellevangelii_gaudium/it1-749987
del sito Radio Vaticana

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