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Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska
Dopo il beato Michał Sopoćko, anche per padre Józef Andrasz è iniziato il processo di beatificazione in Polonia. È stato il primo direttore spirituale della santa della Misericordia e anche l’ultimo, molto citato da suor Faustina nel suo famoso Diario. È stato una figura importante per la diffusione del culto della Divina Misericordia. Parla il vicepostulatore padre Mariusz Balcerak.
di Wlodzimierz Redzioch – La nuova Bussola Quotidiana

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska dans Articoli di Giornali e News Padre-J-zef-Andrasz

È ben conosciuta la figura del beato Michał Sopoćko, confessore di suor Faustina Kowalska, ma è molto meno conosciuto padre Józef Andrasz SI (1891 – 1963) che ebbe un ruolo importantissimo nella vita della futura santa. Questo gesuita fu il suo primo direttore spirituale nel noviziato e anche l’ultimo, nell’ultimo anno e mezzo della sua vita. Suor Faustina si confessò con lui anche il giorno della sua morte. Allora non è un caso che santa Faustina nel suo “Diario” ne parli per ben 59 volte.

Nella regione di Nowy Sacz, nella parte sud-orientale della Polonia, da dove proveniva il gesuita, dal 2015 è attivo un movimento di laici che diffondono il suo culto, fanno conoscere la sua figura e pregano per la sua intercessione. L’iniziativa è partita da un gruppo di uomini che si riunivano per l’adorazione di una copia dell’immagine di Gesù Misericordioso, in quel periodo peregrinante nella diocesi di Tarnów.

Recentemente è cominciata a Cracovia la fase diocesana del processo di beatificazione del confessore di santa Faustina, di cui vicepostulatore è padre Mariusz Balcerak SI, teologo, viceprefetto della Basilica del Sacro Cuore di Gesù a Cracovia. Abbiamo chiesto a lui di presentare la figura di p. Andrasz.

Perché padre Andrasz ebbe un ruolo così importante nella vita di santa Faustina?
Per capirlo, bisogna ricordare i fatti. Quando suor Faustina venne a Łagiewniki, p. Andrasz era il confessore “trimestrale” della Congregazione di Nostra Signora della Misericordia, cioè veniva una volta a trimestre per confessare le suore. Faustina si confessò per la prima volta da lui durante gli esercizi spirituali nell’aprile 1933, prima dei voti perpetui. Gli aprì il cuore perché era convinta che questo prete l’avrebbe capita. P. Andrasz, già durante la prima confessione, assicurò suor Faustina che tutto quanto stava vivendo veniva da Dio: prima lei aveva dei dubbi a riguardo. Le sue parole la tranquillizzarono.

Allora giovanissima, suor Faustina aveva dei dubbi su come poter realizzare le richieste di Gesù?
All’inizio suor Faustina giunse alla conclusione che l’intera faccenda, specialmente dipingere l’immagine di Gesù Misericordioso, fosse troppo grande per lei. Perciò cercava aiuto da padre Andrasz, ma lui disse decisamente: “Non la sciolgo da nulla, sorella, e non le è permesso sottrarsi a queste ispirazioni interiori…”. In questo senso il suo ruolo fu decisivo. Suor Faustina trattava padre Andrasz come un’autorità e, poiché era umile e obbediente, gli obbediva. In seguito scrisse: “Adesso Iddio Stesso, tramite padre Andrasz, aveva tolto ogni difficoltà. Il mio spirito era stato indirizzato verso il sole e sbocciò ai suoi raggi per Lui Stesso”. E ancora: “Mi erano state sciolte le ali per il volo e cominciai a volteggiare verso l’ardore del sole e non tornerò in basso fino a quando riposerò in Colui, nel Quale è annegata la mia anima per l’eternità”.

Che ruolo ha avuto padre Andrasz nello sviluppo del culto della Divina Misericordia?
Ancora durante la II guerra mondiale, padre Andrasz, con attenzione e prudenza (poiché il culto non era ancora ufficialmente approvato), iniziò la pratica di pregare la Divina Misericordia tra le suore di Łagiewniki. Ha incoraggiato le suore ad affidarsi a Gesù Misericordioso e a recitare la coroncina. Dopo la guerra, vedendo l’enormità della distruzione materiale, spirituale e morale, ha sostenuto la Chiesa nel suo rinnovamento, dando speranza alle persone e incoraggiandole a credere che Gesù le ama e si prende cura di loro. Inoltre, padre Andrasz ha scritto un libro intitolato Misericordia di Dio, confidiamo in te, pubblicato per la prima volta nel 1947. In esso, descrisse la missione di Suor Faustina e le rivelazioni, spiegò il significato dell’Immagine e cosa significhi aver fiducia in Gesù Misericordioso.

Ma chi era p. Andrasz?
Direi che era un uomo contemplativo in azione. Orante, immerso nella preghiera e nell’amore per Gesù – ma nello stesso tempo molto attivo. Aveva buoni studi, conosceva quattro lingue: latino, greco, francese e tedesco. Condusse ritiri per congregazioni religiose, soprattutto femminili, e per seminaristi; ha scritto per il Messaggero del Cuore di Gesù; è stato direttore della casa editrice L’Apostolato della Preghiera; ha tradotto diversi libri sulla spiritualità, ha partecipato alla promozione del culto del Sacro Cuore di Gesù, era impegnato nella Compagnia Mariana e, inoltre, era impegnato nel lavoro pastorale. Poiché era un buon confessore e direttore spirituale, una buona fama lo circondava a Cracovia. Era un uomo di profonda vita spirituale: frequentò i ritiri ignaziani e li tenne lui stesso. In lui si rifletteva questa “Caritas discreta”, o amore prudente, di cui parla S. Ignazio di Loyola.

Per questo motivo tante persone gli chiedevano di essere una guida spirituale per loro?
Sì. Padre Andrasz svolse un ruolo importante non solo nella vita di suor Faustina, ma anche nella vita di diverse persone, anche beate (la beata Aniela Salawa, madre Paula Tajber, suor Kaliksta Piekarczyk, suor Emanuela Kalb).

Potrebbe essere un esempio e patrono delle guide spirituali?
Potrebbe essere un ottimo patrono dei confessori e dei direttori spirituali, di cui abbiamo tanto bisogno oggi.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Padre Andrasz caro a Dio perché devoto della Madonna


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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2022

Supplica a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

O glorioso e amatissimo Sant’Alfonso, che tanto hai operato per assicurare agli uomini i frutti della Redenzione, vedi le necessità delle nostre anime e soccorrici.
Per l’intercessione di cui godi presso Gesù e Maria, ottienici il perdono di tutte le nostre colpe e la forza di resistere alle seduzioni del male.
Ottienici quell’ardente amore verso Gesù e Maria, di cui il tuo cuore fu sempre così infiammato: Aiutaci a conformare sempre la nostra vita alla divina Volontà, e impetraci dal Signore la santa perseveranza nella preghiera e nel servizio di Dio e dei fratelli.
Accompagnaci con la tua protezione nelle prove della vita fino a quando non ci vedrai insieme a te, in paradiso, a lodare per sempre il tuo e nostro Signore. Amen

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera dans Fede, morale e teologia Afterlight-Image
Napoli, 1696  Nocera de’ Pagani, Salerno, 1 agosto 1787

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera
di BENEDETTO XVI – Udienza generale, mercoledì, 1° agosto 2012

Cari fratelli e sorelle!

Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito. L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all’anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera.

Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata – lo sappiamo tutti – e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!». A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.). Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere. E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà, cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla.

Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri – molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.

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Chiara Corbella Petrillo, la grazia di dire “sì” a Dio

Posté par atempodiblog le 13 juin 2022

Il decennale
Chiara Corbella Petrillo, la grazia di dire “sì” a Dio
Ricorrono oggi dieci anni dalla morte della Serva di Dio. Una ragazza del suo tempo, vivace, intuitiva, empatica, ironica, con molti interessi, dai viaggi alla musica. Una “santa della porta accanto”, che ha affrontato la malattia con fortezza ed è stata madre eroica dei suoi tre figli, fino al dono della vita.
di Luca Marcolivo – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

Chiara Corbella Petrillo, la grazia di dire “sì” a Dio dans Articoli di Giornali e News Chiara-Corbello-Petrillo

Ci sono santi di cui apprendiamo l’esistenza al momento della beatificazione o canonizzazione. Altri, al contrario, diventano celebri subito dopo la morte. La Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo (1984-2012) è sicuramente tra questi ultimi. Il suo processo canonico è iniziato il 21 settembre 2018, a poco più di sei anni dalla morte. In tempi recenti, soltanto San Giovanni Paolo II (1920-2005) e Santa Teresa di Calcutta (1910-1997) e pochi altri sono stati avviati sulla via degli altari con più rapidità.

La popolarità di Chiara Corbella divampò immediatamente dopo il suo funerale, celebrato il 16 giugno 2012, in una gremitissima parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino. La storia della giovane sposa e madre romana aveva avuto immediato risalto mediatico, grazie soprattutto alle sue virtù non comuni, in particolare al coraggio nell’affrontare una malattia incurabile e nell’aprirsi alla vita dei tre figli, due dei quali morti subito dopo la nascita. L’allora cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, l’aveva definita la “nuova Gianna Beretta Molla”: un parallelo non inopportuno, sebbene negli anni siano emerse notevoli peculiarità che rendono questa storia unica nel suo genere.

Già nei mesi precedenti la sua nascita al Cielo, in tutta la diocesi di Roma erano girate numerose richieste di preghiere per Chiara, gravemente malata. Poco dopo la morte della loro prima figlia, era diventato virale il video caricato su YouTube della testimonianza di Chiara e di suo marito Enrico Petrillo, riguardo a un dramma che, vissuto in pace con Dio, si era trasformato in una sorprendente grazia.

Nei suoi 28 anni di vita, Chiara Corbella ha convintamente abbracciato la via della santità che il Signore ha voluto per lei. Un percorso di certo non facile, particolarmente drammatico nell’ultima fase della sua vita. Un percorso tanto coerente quanto aperto agli impulsi imprevedibili che la Provvidenza le metteva davanti. Chiara attinse a carismi ecclesiali diversi e complementari: cresciuta nel Rinnovamento Carismatico, si rafforzò e si plasmò definitivamente nella spiritualità francescana, sotto la guida di padre Vito D’Amato, OFM. In particolare, dopo il matrimonio, Chiara ed Enrico furono molto vicini a don Fabio Rosini, seguendo con attenzione il ciclo catechetico delle “Dieci Parole”. La Serva di Dio ha quindi vissuto una spiritualità a 360 gradi, molto dinamica e versatile, ma, al tempo stesso, articolata su discernimenti molto rigorosi. Il vero elemento “vincente” della spiritualità di Chiara è stato comunque la devozione mariana: un aspetto che non è sfuggito a padre Romano Gambalunga, carmelitano e postulatore della causa di beatificazione, che ha sempre colto nella Serva di Dio un “modello di santità molto attuale” che la rende una santa “della porta accanto”. Una ragazza del suo tempo, vivace, intuitiva, empatica, ironica, con molti interessi, dai viaggi alla musica (suonava piuttosto bene il violino).

Come Maria Beltrame Quattrocchi (1884-1965) o la già citata Gianna Beretta Molla (1922-1962), Chiara Corbella vive un percorso di santità che si realizza soprattutto nella vocazione familiare. Una vocazione che diventa fertile, grazie alla straordinaria attitudine alla disponibilità.

Chiara è innanzitutto disponibile con Dio. Fin da bambina impara subito che la preghiera non è un formulario ma un autentico e radicale colloquio con Gesù, che orienta ogni scelta della vita. Anche per questo, nemmeno durante l’adolescenza, Chiara ebbe grandi tentennamenti nella sua fede, che, al contrario, crebbe e maturò, al punto che, già in quegli anni, la vocazione al matrimonio le apparve molto nitida. È proprio nell’incontro con Enrico Petrillo (avvenuto a Medjugorje, il 2 agosto 2002, festa francescana del Perdono d’Assisi), che Chiara compie il passo decisivo nella sua disponibilità all’amore: non certo un amore mondano, zuccheroso ed effimero ma un amore maturo, solido, concreto e, al contempo, ambizioso ed elevato, alla stregua di quello che Gesù manifesta sulla Croce. Con questo spirito, Chiara, negli anni del liceo, respinge delicatamente più di un corteggiatore, preferendo attendere l’unico vero amore della sua vita. Quando conosce Enrico, Chiara intuisce subito il destino che li unirà nel sacramento matrimoniale. Per lui è disposta a scommettere tutto, persino ad accettare – se fosse stata volontà di Dio – l’idea di un’eventuale rottura definitiva nel momento più critico del loro fidanzamento. Enrico e Chiara sono una coppia che vive le stesse ansie e gli stessi dubbi dei loro coetanei: hanno però l’umiltà – lei per prima – di aprirsi all’Amore vero, quello che non pretende e che non conosce orgoglio: da quel momento, il loro legame spiccherà il volo, fino al matrimonio, celebrato nella chiesa di San Pietro ad Assisi, il 21 settembre 2008.

Il successivo passo è la disponibilità alla vita. Anche nella sua maternità, Chiara non conosce mezze misure. Accoglie la malattia e la morte dei piccoli Maria Grazia Letizia (2009) e Davide Giovanni (2010), perché, con gli anni, ha imparato che il possesso è il contrario dell’amore e loro sono figli di Dio, prima che figli suoi. Quando, poi, ad ammalarsi sarà lei, Chiara anteporrà la vita del suo terzogenito Francesco (2011) alla sua, scegliendo di posticipare le cure per sé stessa. Scelte coraggiose, non comprese da tutti ma compiute in totale libertà. Scelte che hanno reso straordinaria una vita simile a molte altre, sebbene indubbiamente “sopra la media” e felicemente intrisa di Spirito Santo.

L’ultimo passaggio chiave nella vita di Chiara Corbella è nella sua disponibilità all’incontro definitivo con lo Sposo. Proprio lei, che aveva fatto del matrimonio la sua vocazione terrena, arriva più che preparata allo sposalizio celeste. Sul letto di morte, al marito che le domanda: “Ma questo giogo è davvero dolce?”, lei risponde: “Sì, è tanto dolce”. Così Enrico vede svanire miracolosamente la sua tristezza: sua moglie – dice – sta andando “da Uno che la ama più di me!”. Circondata dall’affetto di Enrico, del piccolo Francesco, della mamma Anselma, del papà Roberto, della sorella Elisa e di un’impagabile comunità di amici in Cristo, Chiara Corbella si spegne serenamente il 13 giugno 2012, nella provvidenziale coincidenza della memoria liturgica di un francescano: Sant’Antonio di Padova.

Nel decennale della sua nascita al Cielo, che si celebra oggi, Chiara Corbella offre una grande opportunità a chi conosce la sua storia e, ancor più, a chi la conosce poco: quella di imparare ad abbracciare la propria vocazione senza compromessi, nella consapevolezza che non c’è amore senza Croce ma, soprattutto, non c’è Croce che non sia una prova d’amore.

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Casa del Volto Santo/ Il 31 maggio 2022 ricorre il 53° anniversario della nascita al Cielo di Madre Flora

Posté par atempodiblog le 30 mai 2022

Casa del Volto Santo/ Il 31 maggio 2022 ricorre il 53° anniversario della nascita al Cielo di Madre Flora
Nella moderna chiesa del quartiere Ponti Rossi si venera un’immagine di Gesù che ispirò la missione di Madre Flora, una mistica laica che si adoperò per i più poveri nell’ultimo dopoguerra
di Nicola Nicoletti – Credere

Casa del Volto Santo/ Il 31 maggio 2022 ricorre il 53° anniversario della nascita al Cielo di Madre Flora dans Apparizioni mariane e santuari Madre-Flora-de-Santis-e-il-Volto-Santo-di-Ges

È mattina presto a Napoli e nello spazio davanti al santuario c’è già gente. Tanti sono italiani, ma diversi anche gli stranieri: immigrati da India, Nordafrica ed Europa dell’Est sono ormai degli habitués della chiesa del Volto Santo e il loro numero è in crescita. Sanno che, come tutti gli altri, riceveranno un aiuto materiale, abiti e alimenti, oltre a una parola di solidarietà e amicizia. Da qui si domina dall’alto la parte moderna della città. Non lontano dall’incantevole reggia e dal parco di Capodimonte, icone dell’epoca borbonica, nel quartiere Ponti Rossi sorge questo complesso sacro dedicato a un’immagine del volto di Gesù capace di attirare migliaia di fedeli.

LA MISSIONE DI MADRE FLORA
Non si può pensare al Volto Santo senza ripercorrere la vita di Florinda Romano, impegnata – non senza difficoltà – a diffondere questa devozione tra i napoletani in un periodo difficile come la fine della Seconda guerra mondiale, tra disperazione e povertà.

Flora, come tutti la chiamano, nasce nel 1899 a Napoli. La sua infanzia – racconta Ulderico Parente in Madre Flora, una vita per il Volto Santo – è dura: povertà e umiliazioni sono all’ordine del giorno per la bambina. Deve occuparsi dei fratellini più piccoli prima di andare a scuola. Anche l’esperienza del collegio dove studia non è felice, come racconta lei stessa nell’autobiografia. Dopo 3 anni torna a casa, contenta di abbandonare l’istituto. Frequenta la parrocchia e inizia a lavorare. Nel 1918 si sposa con Ernesto de Santis, un vedovo più grande di lei. Il marito lavora in banca a Meta di Sorrento, è sensibile all’infanzia abbandonata e promuove iniziative missionarie. De Santis diffonde diversi giornali religiosi, come Crociata Missionaria. Nella sala della loro casa, sopra la radio, i coniugi appendono una dolce immagine di Cristo ritagliata dalla copertina di una di quelle riviste. È la riproduzione di un’opera di Rina Maluta ispirata a un crocifisso della cattedrale di Lucca, il Volto Santo.

L’ESPERIENZA MISTICA
 Il 10 febbraio del 1932 è una data speciale per Flora. Mentre in casa sta rassettando, si sente chiamare: è il ritratto del volto di Gesù. L’immagine, secondo quanto percepisce la donna, le si rivolge parlando della guerra, della cattiva condotta della gente e della necessità di purificazione da parte della Chiesa. «Flora, guarda questo Volto tanto offeso e ingiuriato. Amalo e fallo amare», è il messaggio. Da quel momento la sua vita cambia. Passata la sorpresa e lo spavento, la donna comincia a pregare e a far pregare i suoi amici. Indosserà sul vestito, sino alla morte, un crocifisso e vivrà in maniera ascetica la fede, con forti sacrifici personali. Le persone vanno a chiederle consigli, a volte va in estasi e ha delle visioni. Flora inizia a diffondere la devozione al Volto Santo distribuendo le copie dell’immagine. Lei è una persona semplice, non ha compiuto grandi studi e il popolo le si rivolge con fiducia: chi per chiedere se il figlio tornerà dalla guerra, chi per domandare guarigioni. Alcuni atti dei fedeli che rasentano la superstizione rischiano di esasperare la vicenda, mentre la Curia decide di cercare di capire cosa sta accadendo. La donna ha un carattere forte ma si lascia guidare da un padre spirituale e ottiene la fiducia delle autorità ecclesiastiche.

Madre Flora – oramai tutti la chiamano così – matura quindi un grande progetto: la costruzione di un tempio per il Volto Santo. Acquista una villa sulla collina di Capodimonte, dove le verrà data la possibilità di far celebrare l’Eucaristia. Modifica in cappella alcune stanze dell’abitazione che diventa la Casa del Volto Santo in cui riceve i fedeli in cerca di un incontro con Cristo.

Alla morte del marito trasforma la casa ai Ponti Rossi in un orfanotrofio e chiama a gestirlo le Piccole Ancelle di Cristo Re. I fedeli crescono e anche le opere. Apre altri due orfanotrofi per le vittime della guerra e i poveri ad Aversa e Brusciano. Il cardinale Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli dal 1966 al 1987, le dà fiducia e autorizza la costruzione del santuario; non pochi preti da tutta Italia la incoraggiano ad andare avanti.

Madre Flora muore il 31 maggio 1969 e lascia tutto alle suore. Il 10 marzo 1996 si celebra la prima Messa nel moderno santuario in cui, al centro dell’altare, viene collocata l’immagine del Volto Santo.

LUOGO DI GRAZIE
«Oggi i pellegrini arrivano desiderosi di ritirarsi in preghiera, ascoltare la Messa e dedicare del tempo allo spirito», spiega suor Elvira, della comunità delle Piccole Ancelle di Cristo Re che proseguono l’opera di Madre Flora. Il profilo della chiesa è moderno, luminoso; all’interno, proprio al centro dell’aula sacra sopra l’altare, è incorniciata la sacra immagine del volto di Cristo. Sul lato destro della chiesa, in una cappellina, si trova la tomba di Madre Flora, dove sorgeva la stanzetta che l’ha vista accogliere e confortare tante persone. Furono i fedeli a decidere che doveva rimanere lì. Ancora oggi lasciano messaggi, preghiere o richieste d’aiuto sulla parete della struttura. Gli innumerevoli ex voto giunti da ogni parte d’Italia, inoltre, testimoniano le grazie ottenute con le preghiere al Volto Santo di Gesù. «Devo la mia guarigione alle preghiere di Madre Flora», testimonia oggi padre Gianni Manco, missionario del Pime. «Avevo pochi mesi e delle crisi continue. Mia mamma si rivolse a lei disperata. Madre Flora l’ascoltò e, con poche parole, le disse di rasserenarsi, io sarei guarito». Gli oggetti che arrivano al santuario diventano anche solidarietà, li chiamano «i doni della misericordia»: dalle culle agli abiti da sposa o per la prima Comunione e regali per chi deve vivere un evento importante e non ha sufficienti risorse.

Accanto al santuario le suore portano avanti anche la missione della Casa del Volto Santo: la scuola, l’accoglienza di bambini appartenenti a famiglie in difficoltà e un centro di spiritualità dal quale il messaggio del Volto Santo continua a diffondersi in tutto il mondo.

ORGANIZZARE LA VISITA
Il santuario Casa del Volto Santo si trova in via Ponti Rossi 54 a Napoli. Si raggiunge con il filobus 254 (www.anm.it) dalla Stazione Centrale (www.trenitalia.it) o con i bus C63 e C66. In auto uscire della tangenziale a Capodimonte. Telefono: 081/74.10.746. Un’ampia sala del pellegrino è disponibile per i visitatori provenienti da lontano che desiderano consumare in loco i loro pasti.

ORARI E CELEBRAZIONI
Il santuario è aperto tutti i giorni dalle 7 alle 20. La Sala offerte dalle 8.30 alle 20. Messe festive 7.30; 9; 10.30; 11.30; 12.30, 17.30; 19. Il 10 di ogni mese, nella giornata di particolare devozione al Volto Santo, le Messe sono celebrate dalle 7.30 alle 19. Per gli orari di Confessioni, Liturgia delle ore, Rosario, adorazione eucaristica e benedizione delle auto si può consultare il sito www.casadelvoltosanto.it. È possibile visitare il museo dedicato a Madre Flora previa prenotazione. La festa del Santo Volto si celebra il 6 agosto.

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Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore

Posté par atempodiblog le 14 mai 2022

“Ogni vita di santo ci fa conoscere meglio Gesù, poiché è insieme una pagina della vita di Gesù, il quale vive nei santi suoi”.
di San Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore dans Articoli di Giornali e News Nuovi-santi

Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore
La diversità delle biografie dei 10 beati, che verranno canonizzati domani in Piazza San Pietro, conferma che la santità rappresenta semplicemente la risposta alla chiamata di Gesù, sebbene in modalità e tempi differenti. Lo ribadisce il prefetto della Congregazione delle cause dei santi
di Eugenio Bonanata  – Vatican News

Numerosi i fedeli e i pellegrini in arrivo a Roma per partecipare alla celebrazione di domani in Piazza San Pietro per la canonizzazione di 10 beati. “Ciascuno di loro è il riflesso del volto di Cristo”, afferma il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che a Telepace ricorda come tutti i nuovi santi abbiano vissuto in epoche e regioni geografiche diverse. Citando Benedetto XVI, il porporato ribadisce che c’è un solo filo che unisce la santità: “è sempre la risposta a Gesù, che avviene in tempi e modi differenti”. Nell’elenco – prosegue – figurano grandi biografie e persone umili se non addirittura “impotenti”. E questo vuol dire “che la chiamata alla santità non è spinta né dal clamore né dalla potenza, bensì dalla semplicità e dalla purezza di cuore di cui si parla nelle beatitudini”.

La chiamata del popolo di Dio
Visto l’alto numero dei canonizzati c’era da aspettarsi una massiccia partecipazione. Secondo il cardinale questa è la reazione del popolo di Dio che esprime così il suo cuore e la sua preghiera al cospetto del Signore. “Papa Francesco ci tiene tanto alla pietà popolare”: una dimensione dove è importante il corpo, il canto e lo stare insieme. “La santità – spiega Semeraro – è qualcosa che germoglia sul terreno della Chiesa, non viene coronata dall’alto. E me ne sono accorto recandomi nelle Chiese particolari per presiedere a nome del Santo Padre i riti di beatificazione”. Quella di domenica, dunque, è un’autentica espressione di fede radicata nella dimensione locale.

La fama di santità
Per altri versi è anche il punto di arrivo di un lungo lavoro svolto dalla Congregazione. Un percorso fondato soprattutto sull’ascolto delle testimonianze, teso essenzialmente ad appurare la fama di santità. Un concetto da spiegare – afferma il cardinale – che non deve essere confuso con la pubblicità o la notorietà, tipica di quanti hanno ad esempio una intensa esposizione sui media che poi svanisce di colpo. “Invece – precisa – bisogna discernere osservando anche se attorno a queste figure si sviluppa una risposta da parte del popolo di Dio, in termini di preghiere e di richieste di intercessione, che spesso è spontanea e inattesa”.

Tutto pronto per la celebrazione
Intanto, lo sguardo dalla finestra dello studio del cardinale, che si affaccia su Piazza San Pietro, riporta ai preparativi del rito. Uno scenario tipico di questi ultimi giorni, caratterizzato dalla mobilitazione di mezzi e di dipendenti vaticani impegnati a completare l’allestimento dell’altare e la sistemazione delle sedie sul sagrato. “Anche sotto l’aspetto logistico questi eventi sono molto impegnativi per la Santa Sede”, dice il porporato che sottolinea l’importanza di accogliere adeguatamente i pellegrini. Una dimensione che include anche i prossimi appuntamenti in calendario nei mesi a venire, a cominciare dalla beatificazione di Papa Luciani del 4 settembre. “Ancora non è stato deciso se la celebrazione avverrà in basilica o in piazza”, afferma Semeraro che in conclusione rassicura sulle condizioni di salute del Santo Padre. “Sono buone, basta sentirlo parlare: ha sempre la stessa verve, come dimostra anche nelle udienze. Ci auguriamo che la difficoltà fisica possa essere presto superata. Ma, scherzando un po’, dico che per guarire dal disturbo al ginocchio occorre stare fermi. E il Papa è un po’ difficile tenerlo fermo”.

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Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

Posté par atempodiblog le 15 mars 2022

Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria
L’atto avverrà durante la Celebrazione della Penitenza che Papa Francesco presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato del Papa
della Redazione di Vatican News

Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-la-Vergine-Maria

Venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco consacrerà all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre. Lo rende noto in una dichiarazione il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Per la consacrazione è stato scelto il giorno della festa dell’Annunciazione del Signore. Lo annuncia in un tweet anche il Papa, invitando a pregare per la pace.

La Madonna, nell’apparizione del 13 luglio 1917 a Fatima, aveva chiesto la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, affermando che, qualora non fosse stata accolta questa richiesta, la Russia avrebbe diffuso “i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni – aveva aggiunto – saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte”. Dopo le apparizioni di Fatima ci sono stati vari atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria: Pio XII, il 31 ottobre 1942, consacrò tutto il mondo e il 7 luglio 1952 consacrò i popoli della Russia al Cuore Immacolato di Maria nella Lettera apostolica Sacro vergente anno:

“Come pochi anni fa abbiamo consacrato tutto il mondo al Cuore immacolato della vergine Madre di Dio, così ora, in modo specialissimo, consacriamo tutti i popoli della Russia al medesimo Cuore immacolato”.

Paolo VI, il 21 novembre 1964, rinnovò la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato alla presenza di Padri del Concilio Vaticano II. Papa Giovanni Paolo II compose una preghiera per quello che definì Atto di affidamento da celebrarsi nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 7 giugno 1981, solennità di Pentecoste. Questo il testo:

O Madre degli uomini e dei popoli, Tu conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo, accogli il nostro grido rivolto nello Spirito Santo direttamente al Tuo cuore ed abbraccia con l’amore della Madre e della Serva del Signore coloro che questo abbraccio più aspettano, e insieme coloro il cui affidamento Tu pure attendi in modo particolare. Prendi sotto la Tua protezione materna l’intera famiglia umana che, con affettuoso trasporto, a Te, o Madre, noi affidiamo. S’avvicini per tutti il tempo della pace e della libertà, il tempo della verità, della giustizia e della speranza.

Poi, per rispondere più pienamente alle richieste della Madonna, volle esplicitare durante l’Anno Santo della Redenzione l’atto di affidamento del 7 giugno 1981, ripetuto a Fatima il 13 maggio 1982. Nel ricordo del Fiat pronunciato da Maria al momento dell’Annunciazione, il 25 marzo 1984 in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i Vescovi del mondo, precedentemente convocati, Giovanni Paolo II affida al Cuore Immacolato di Maria tutti i popoli:

E perciò, o Madre degli uomini e dei popoli, Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno.

Nel giugno del 2000 la Santa Sede ha rivelato la terza parte del segreto di Fatima e l’allora arcivescovo Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, sottolineò che suor Lucia, in una lettera del 1989, aveva confermato personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva la Madonna: Sì, è stata fatta – aveva scritto la veggente – così come Nostra Signora l’aveva chiesto, il 25 marzo 1984″.

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Maratona di preghiera da Medjugorje: Questa prova è un’occasione per testimoniare la nostra fede

Posté par atempodiblog le 25 mai 2021

Maratona di preghiera da Medjugorje: Questa prova è un’occasione per testimoniare la nostra fede
Fonte: Medjugorje.hr

Maratona di preghiera da Medjugorje: Questa prova è un’occasione per testimoniare la nostra fede dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje-I-Santuari-del-mondo-pregano-il-Rosario-per-la-fine-della-pandemia

“Cari fratelli e sorelle, il tempo di pandemia ha inciso profondamente sulle nostre vite. Questa prova è un’ occasione per testimoniare la nostra fede, per alimentare la speranza e compiere gesti d’ amore attraverso opere di carità corporale e spirituale.

In questa esperienza ci sentiamo come la prima comunità cristiana, che il testo degli Atti descrive con questa bella espressione “da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio” (At. 12,5). Anche noi desideriamo unirci al Santo Padre per far salire a Dio la preghiera, che possa esaudire le nostre richieste”.

In modo speciale oggi, da questa parrocchia di San Giacomo, in assenza del Visitatore Apostolico Henryk Hoser per motivi di salute, con il Nunzio Apostolico in Bosnia ed Erzegovina mons. Luigi Pezzuto desideriamo pregare per i migranti, per tutti coloro che hanno lasciato il proprio Paese, casa, famiglia in cerca di sicurezza.

“Che questa candela, accesa dalla lampada che arde dinanzi alla statua della Madonna, qui nella nostra chiesa, possa illuminare e trasformare questo momento di buio in aurora di luce nuova” ha detto il Provinciale della Provincia francescana in Erzegovina, p. Miljenko Šteko, all’inizio della preghiera del Rosario trasmessa da Medjugorje il 15 maggio 2021, invitando tutti coloro che seguono i canali web ad unirsi spiritualmente alla recita del Rosario con le proprie famiglie.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha organizzato a maggio la “maratona di preghiera” del Rosario trasmesso da 30 santuari e luoghi di preghiera di tutto il mondo, tra cui Medjugorje, per porre fine alla pandemia.

L’iniziativa con il motto “Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio” (At. 12,5) include la preghiera quotidiana nei santuari di tutto il mondo, divenuti così promotori della preghiera del Rosario tra credenti, famiglie e comunità. Il Papa ha iniziato la maratona di preghiera il 1° maggio nella Basilica Vaticana e la concluderà il 31 maggio nei Giardini Vaticani.

Il Rosario a Medjugorje è stato recitato da P. Miljenko Šteko e dall’Arcivescovo Luigi Pezzuto, assistiti dai novizi della Provincia Francescana dell’Erzegovina. Il rosario è stato recitato dai parrocchiani della parrocchia di Medjugorje e il coro ‘Regina della Pace’ di Medjugorje ha animato con le canzoni. La preghiera del Rosario è stata trasmessa in diretta sui canali ufficiali della Santa Sede.

A Medjugorje sono stati recitati i misteri gloriosi del Rosario, e prima di ogni mistero è stato letto un brano della Sacra Scrittura e un brano della lettera di Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 27 settembre 2020.

Si è pregato per i fratelli e per le sorelle che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie: per trovare  nella Chiesa un rifugio degno di ogni uomo; per tutte le persone, soprattutto i cristiani, per non dimenticare nel rumore e nella quantità di informazioni di ascoltare il grido di tutti coloro che soffrono, degli sfollati, di tutti i bisognosi; per medici, infermieri e tecnici, che non si stanchino di testimoniare con il loro esempio il significato evangelico del servizio ai malati e ai bisognosi; per il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i monaci e le monache: essere nei momenti difficili dell’umanità sempre testimoni dell’amore e della misericordia incommensurabile di Dio, e portatori di speranza per tutti gli uomini, ed essere pronti per l’amore reciproco, la responsabilità e la cooperazione nella prevenzione della pandemia di coronavirus.

Prima della benedizione finale del Nunzio Apostolico in BiH, mons. Luigi Pezzuto, P. Miljenko Šteko, ha detto:  “Nella presente situazione drammatica, carica di sofferenze e di angosce che avvolgono il mondo intero, ricorriamo a Te, Madre di Dio e Madre nostra, Regina della Pace e cerchiamo rifugio sotto la tua protezione”.

“O Vergine Maria, volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questa pandemia del coronavirus, e conforta quanti sono smarriti e piangenti per i loro cari morti, sepolti a volte in un modo che ferisce l’anima. Sostieni quanti sono angosciati per le persone ammalate alle quali, per impedire il contagio, non possono stare vicini. Infondi fiducia in chi è in ansia per il futuro incerto e per le conseguenze sull’economia e sul lavoro.

Madre di Dio e Madre nostra, implora per noi da Dio, Padre di Misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace. Come a Cana, intervieni presso il tuo Figlio Gesù, chiedendogli di confortare le famiglie dei malati e delle vittime e di aprire il loro cuore alla fiducia.

Proteggi i medici, gli infermieri, il personale sanitario, i volontari che in questo periodo di emergenza sono in prima linea e mettono la loro vita a rischio per salvare altre vite. Accompagna la loro fatica e dona loro forza, bontà e salute.

Sii accanto a coloro che notte e giorno assistono i malati, ai sacerdoti e alle persone consacrate che, con sollecitudine pastorale e impegno evangelico, cercano di aiutare e sostenere tutti. Vergine Santa, illumina le menti degli uomini e delle donne di scienza, perché trovino giuste soluzioni per vincere la malattia”,  ha concluso padre Miljenko Šteko. Dopo di che il Nunzio Pezzuto ha impartito la benedizione e ha iniziato la Messa in concelebrazione con altri 19 sacerdoti.

“Giovedì scorso abbiamo celebrato la Festa dell’Ascensione. Questa domenica il Vangelo approfondisce il messaggio dell’Ascensione, cioè il messaggio salvifico. Il primo approfondimento del messaggio dell’Ascensione è questo: Gesù ritorna al Padre, ma è solo un’impressione che Gesù se ne va. Gesù va, ma per essere ancora più presente in mezzo a noi. Lui stesso ha detto ‘Se non vado dal Padre, non posso mandarvi lo Spirito Santo’ e lo Spirito Santo è la presenza profonda di Gesù in mezzo a noi. Così Gesù se ne va, ma rimane in mezzo a noi. Nel giorno dell’Ascensione, Pietro e gli altri apostoli lo capiscono molto bene.

Quando Gesù ascende al Cielo, gli Atti degli Apostoli dicono che gli apostoli tornano a Gerusalemme pieni di gioia. Tutti abbiamo sperimentato che quando una persona va via, proviamo tristezza. Tuttavia, Gesù ascende al Cielo e gli apostoli sono gioiosi. Questo perché gli apostoli si rendono conto che Gesù se ne stava andando e così approfondiva ancora di più la sua presenza tra noi. È impossibile spiegare quella paura che a volte ci travolge, la paura che proviamo quando abbiamo l’impressione che Gesù sia lontano da noi. È con un senso di profonda fede che si vive questa esperienza di completo abbandono a Dio. Ad esempio, chi di noi nel tempo di questa pandemia non ha detto: ‘Signore, dove sei? Non vedi cosa sta succedendo?’ Confesso pubblicamente di averlo detto a volte, ma sono sicuro che lo avete detto anche voi a volte. È vero o no? », ha chiesto mons. Pezzuto, sottolineando di essere certo che ci sono stati momenti di ribellione a Dio in questo tempo di pandemia.

“Questa sera in questa Eucaristia dobbiamo dire, non solo per la paura in questa pandemia, ma per qualsiasi paura: ‘Via la paura dalla mia vita perché il Signore è vicino a noi’. Il Signore sa, il Signore vede e noi non siamo soli, non siamo abbandonati a noi stessi”, ha detto il Nunzio Pezzuto, ringraziato dal parroco di Medjugorje p.  Marinko Šakota per essere venuto a Medjugorje, sottolineando che “questa sera siamo tutti felici e grati perché Medjugorje è stata scelta tra trenta santuari del mondo in cui si prega per la fine della pandemia”.

“Sono molto contento come i Padri francescani e voi, come comunità, avete organizzato questo incontro per prendere parte alla maratona di preghiera organizzata da Papa Francesco. È evidente che la preghiera del Rosario per questa comunità parrocchiale è un pilastro così solido che non se ne può fare a meno. Per quanto conosco papa Francesco, se fosse stato al mio posto, vi avrebbe sicuramente detto le stesse cose”, ha detto mons. Pezzuto invitando tutti a non dimenticare di pregare affinché il Visitatore Apostolico, l’Arcivescovo Henryk Hoser recuperi la salute e possa continuare a lavorare in mezzo a noi”.

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Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova

Posté par atempodiblog le 1 mai 2021

Storia di una preghiera
Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova
Nata in un periodo in cui i cristiani erano duramente perseguitati, Sub tuum praesidium è la più antica preghiera a Maria conosciuta, risalente al III secolo. Essa ricorda l’importanza di invocare la Madonna, Madre di Dio e Madre nostra. E risulta particolarmente opportuna per i tempi di prova che viviamo. All’inizio del mese di Maria, vi raccontiamo la sua storia.
di Aurelio Porfiri – La nuova Bussola Quotidiana

Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova dans Articoli di Giornali e News Maria-coprici-con-il-tuo-manto

In un suo libro chiamato Le più grandi preghiere a Maria, Anthony M. Buono chiede retoricamente di citare la più antica preghiera alla Vergine Maria. Lui afferma che la gran parte delle persone risponderebbero l’Ave Maria, ma sbaglierebbero, in quanto questa preghiera prende la forma attuale in epoca rinascimentale. In realtà la preghiera più antica è Sub tuum praesidium (Sotto la tua protezione) che risale al III secolo. Questa preghiera è meno nota di altre antifone mariane ma è molto bella e, per i tempi che viviamo, molto opportuna.

La preghiera nacque in un periodo in cui il cristianesimo era perseguitato, probabilmente sotto l’imperatore Settimio Severo (†211) o Decio (†251). Nacque in Egitto per poi diffondersi in tutto il mondo cattolico. Le parole, in una versione italiana, sono queste:

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta».

Pier Luigi Guiducci sintetizza la storia di questa antifona nel modo seguente: «Nei primi secoli, ci si rivolgeva alla Vergine con brevi formule, o con una prece scritta in Egitto. Quest’ultima, dalle prime parole della successiva traduzione in latino, venne indicata con il titolo: Sub tuum praesidium (“Sotto la tua protezione”). Tale preghiera si diffuse poi in Oriente (liturgia bizantina, armena, siro-antiochena, siro-caldea e malarabica, maronita, etiopica…), e in Occidente (liturgia romana, ambrosiana…). Ogni comunità fece una propria traduzione. Purtroppo, gli studiosi non ebbero la possibilità di conoscere subito il testo primitivo, quello egiziano. Per tale motivo, si ritenne il Sub tuum praesidium uno scritto medievale (periodo carolingio, 800-888), usato, con più variazioni, nelle Chiese locali. Nel 1917, però, un ricercatore inglese ebbe modo di acquisire in Egitto un lotto di papiri. Tra questi, ne era incluso uno in greco con il testo dell’antica preghiera. Ciò dimostrò l’origine della prece. Il reperto, che è conservato nel Regno Unito, è catalogato Papyrus Rylands 470» (storico.org).

Il papiro Rylands 470 è stato oggetto di vari studi per la datazione, specie in ambito inglese; alcuni studiosi tendono a collocarlo al IV secolo piuttosto che al III, proprio per l’invocazione di Maria come “Madre di Dio”, Theotókos, che sarebbe stata considerata come prematura nel III secolo (il relativo dogma fu solennemente proclamato nel 431). Ma poi il consenso degli studiosi andò per una datazione al III secolo, considerando anche alcuni dati paleografici.

Questa antifona è breve ma possiede una grande ricchezza. Nel 2018 papa Francesco invitò alla recita di questa antica preghiera per impetrare la protezione della Vergine Maria, Madre di Dio, perché le nostre suppliche nel tempo della prova trovino ascolto presso Colui che può intervenire e liberarci da ogni pericolo. Un testo reso disponibile dal monastero carmelitano “Janua Coeli” così commenta la preghiera:

«La bellezza del termine praesidium valica la connotazione del lessico militare e significa esattamente “luogo difeso da presidio” ma nell’accezione più ampia indica il tutelare, proteggere, custodire. La Vergine Maria è considerata presidio potente dei cristiani, è la Madre a cui potersi rivolgere per essere accolti e sostenuti lungo i momenti difficili del cammino, è Lei che intercede per ognuno presso il Figlio. È Lei la Vergine Madre santa, “sola pura”, e “benedetta”. Questa antica preghiera allude alla totale Santità di Maria e alla perpetua verginità. Proprio alla Virgo Purissima si rivolge la supplica del fedele che vive nel pericolo e nella prova» (monasterocarmelitane.it).

Un canto in cui si allude alla maternità di Maria, ma anche alla sua verginità, dunque. La melodia con cui è conosciuta questa preghiera nel repertorio gregoriano ci suona soave e confidente, quasi a denunciare la fiducia certa che accompagna le richieste del fedele cristiano. Melodia semplice e memorizzabile con grande facilità. Naturalmente esistono anche numerose versioni polifoniche di questa antifona.

Come non pensare ad una preghiera del genere in un tempo in cui tutto il mondo è sotto una terribile prova? Come non desiderare una protezione più intensa da parte di Maria Madre di Dio? Quanto sentiamo parlare in questi tempi di proteggerci dal virus, proteggerci dall’infezione! Certamente tutti cerchiamo di essere prudenti e di non esporci a questa malattia, ma proprio per questo non sarà sbagliato affidarsi sempre più all’aiuto soprannaturale che ci offre la nostra fede. Ricordiamo che nella famosa preghiera di san Bernardo alla Vergine viene detto: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato”. Questa è la nostra consolazione e speranza.

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Le indulgenze plenarie per i defunti estese a tutto il mese di novembre

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2020

Le indulgenze plenarie per i defunti estese a tutto il mese di novembre

Le indulgenze plenarie per i defunti estese a tutto il mese di novembre dans Articoli di Giornali e News Commemorazione-dei-defunti

Decreto
Questo anno,
nelle attuali contingenze
dovute alla pandemia
da “covid-19”,
le Indulgenze plenarie
per i fedeli defunti
saranno prorogate per tutto
il mese di Novembre,
con adeguamento delle opere
e delle condizioni
a garantire l’incolumità
dei fedeli.

Sono pervenute a questa Penitenzieria Apostolica non poche suppliche di Sacri Pastori i quali chiedevano che quest’anno, a causa dell’epidemia da “covid-19”, venissero commutate le pie opere per conseguire le Indulgenze plenarie applicabili alle anime del Purgatorio, a norma del Manuale delle Indulgenze (conc. 29, § 1). Per questo motivo la Penitenzieria Apostolica, su speciale mandato di Sua Santità Papa Francesco, ben volentieri stabilisce e decide che quest’anno, per evitare assembramenti laddove fossero proibiti:

a — l’Indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine. Tali giorni, liberamente scelti dai singoli fedeli, potranno anche essere tra loro disgiunti;

b — l’Indulgenza plenaria del 2 novembre, stabilita in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti per quanti piamente visitino una chiesa o un oratorio e lì recitino il “Padre Nostro” e il “Credo”, può essere trasferita non solo alla domenica precedente o seguente o al giorno della solennità di Tutti i Santi, ma anche ad un altro giorno del mese di novembre, a libera scelta dei singoli fedeli.

Gli anziani, i malati e tutti coloro che per gravi motivi non possono uscire di casa, ad esempio a causa di restrizioni imposte dall’autorità competente per il tempo di pandemia, onde evitare che numerosi fedeli si affollino nei luoghi sacri, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria purché, unendosi spiritualmente a tutti gli altri fedeli, distaccati completamente dal peccato e con l’intenzione di ottemperare appena possibile alle tre consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), davanti a un’immagine di Gesù o della Beata Vergine Maria, recitino pie orazioni per i defunti, ad esempio le Lodi e i Vespri dell’Ufficio dei Defunti, il Rosario Mariano, la Coroncina della Divina Misericordia, altre preghiere per i defunti più care ai fedeli, o si intrattengano nella lettura meditata di uno dei brani evangelici proposti dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita.

Per un più agevole conseguimento della grazia divina attraverso la carità pastorale, questa Penitenzieria prega vivamente che tutti i sacerdoti provvisti delle opportune facoltà, si offrano con particolare generosità alla celebrazione del sacramento della Penitenza e amministrino la Santa Comunione agli infermi.

Tuttavia, per quanto riguarda le condizioni spirituali per conseguire pienamente l’Indulgenza, si ricorda di ricorrere alle indicazioni già emanate nella nota «Circa il Sacramento della Penitenza nell’attuale situazione di pandemia», emessa da questa Penitenzieria Apostolica il 19 marzo 2020.

Infine, poiché le anime del Purgatorio vengono aiutate dai suffragi dei fedeli e specialmente con il sacrificio dell’Altare a Dio gradito (cfr. Conc. Tr. Sess. XXV, decr. De Purgatorio), tutti i sacerdoti sono vivamente invitati a celebrare tre volte la Santa Messa il giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, a norma della Costituzione Apostolica «Incruentum Altaris», emessa da Papa Benedetto XV, di venerata memoria, il 10 agosto 1915.

Il presente Decreto è valido per tutto il mese di novembre. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 22 ottobre 2020, memoria di San Giovanni Paolo II.

di Maurus Card. Piacenza
Paenitentiarius Maior

Christophorus Nykiel
Regens

Krzysztof-Nykiel dans Cardinale Mauro Piacenza

Un gesto di prossimità in tempo di pandemia

Questo anno, a causa della pandemia da covid-19, i fedeli hanno la possibilità di lucrare le indulgenze plenarie per i defunti per tutto il mese di novembre e non solo nei giorni tra il 1˚ e l’8, come da tradizione. Lo spiega il reggente della Penitenzieria apostolica, monsignor Krzysztof Nykiel, in questa intervista a «L’Osservatore Romano».

Cosa stabilisce il nuovo decreto?
Sostanzialmente, il decreto della Penitenzieria apostolica modifica le modalità previste per il conseguimento dell’indulgenza plenaria per le anime del Purgatorio, per il prossimo novembre, mese tradizionalmente dedicato al culto dei santi e alla preghiera per i fratelli defunti. Ordinariamente, infatti, l’indulgenza plenaria per i defunti è concessa al fedele che, nei giorni dell’ottava dal 1° all’8 novembre, si rechi al cimitero e preghi per i defunti, oppure a colui che, nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti, visiti una chiesa o vi reciti un Padre nostro e un Credo. Tuttavia, si è ben consapevoli della diffusione del covid-19 in tante aree del mondo e della necessità di prendere adeguate misure per prevenire l’estendersi del contagio, evitando anzitutto assembramenti di persone. Proprio per garantire l’incolumità dei fedeli che nei prossimi giorni intendono recarsi nei cimiteri a pregare sulle tombe dei loro cari, quest’anno la Penitenzieria ha voluto estendere il tenore delle suddette concessioni all’intero mese di novembre, per cui i fedeli potranno compiere le pie opere previste non più soltanto nei giorni dal 1° all’8 novembre o il 2 novembre, ma in un giorno a loro scelta di quel mese. Viene concessa su mandato di Papa Francesco e in accoglimento alle richieste pervenute da diverse Conferenze episcopali.

Ci può ricordare che cos’è l’indulgenza e come si consegue?
L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa. Essa può essere parziale o plenaria, a seconda che liberi in parte o in tutto dalla pena temporale. Ogni fedele può conseguire per se stesso le indulgenze o applicarle ai defunti a modo di suffragio. Per ottenere l’indulgenza plenaria il fedele, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, deve eseguire l’opera indulgenziata e adempiere alle tre condizioni della confessione sacramentale, della comunione eucaristica e della preghiera secondo le intenzioni del Pontefice. L’indulgenza è la testimonianza concreta di quanto veramente l’amore di Dio è più grande di ogni peccato e che dove arriva la divina misericordia tutto rinasce, tutti si rinnova, tutto è risanato.

Il nuovo decreto non è l’unico provvedimento attuato dalla Penitenzieria in questo tempo di pandemia. Quali altre iniziative ha già preso?
La Penitenzieria apostolica è il tribunale della Curia romana, denominato “Tribunale della misericordia”, cui sono affidate le questioni relative al foro interno e alla concessione delle indulgenze. Il 19 marzo scorso ha emesso due documenti, che hanno avuto ampia risonanza, per chiarire alcuni aspetti legati alle materie di sua competenza in concomitanza con la diffusione su scala mondiale del coronavirus. Attraverso la Nota circa il sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia, essa ha individuato nel diffondersi del contagio uno dei casi di grave necessità contemplati dal codice di Diritto canonico per autorizzare la concessione dell’assoluzione collettiva ai fedeli (cfr. can. 961 § 1), demandando al discernimento dei singoli ordinari la determinazione delle modalità concrete per la celebrazione del sacramento e ribadendo con forza, anche e soprattutto in questo tempo di grave sofferenza, la necessità di accostarsi al sacramento della riconciliazione. Con uno speciale decreto, inoltre, si è concesso il dono dell’indulgenza ai fedeli affetti dal morbo nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che, a qualsiasi titolo — anche con la preghiera — si prendono cura di essi. La Chiesa, dunque, è ben consapevole delle sofferenze inflitte dal covid-19 e, nel prendere su di sé la stessa croce del suo Signore e Maestro, si fa prossima a quanti sono nell’afflizione sia sul piano spirituale che materiale.

di Nicola Gori – L’Osservatore Romano

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Messaggio dell’Arcivescovo Bruno Forte per l’inizio dell’anno scolastico

Posté par atempodiblog le 26 septembre 2020

Messaggio dell’Arcivescovo Bruno Forte per l’inizio dell’anno scolastico

Messaggio dell’Arcivescovo Bruno Forte per l’inizio dell’anno scolastico dans Coronavirus Ritorno-a-scuola

Cari Amici,

l’anno scolastico 2020-2021 si presenta in modo del tutto particolare: la pandemia da Coronavirus che abbiamo dovuto affrontare e che stiamo ancora affrontando condiziona i nostri comportamenti e richiede attenzioni e precauzioni tanto necessarie, quanto per molti aspetti inedite. Oltre a raccomandare il senso di responsabilità verso se stessi e verso il bene comune, per osservare quanto ci viene richiesto (dall’uso della mascherina, al lavaggio frequente delle mani, al distanziamento fra le persone, all’impiego dei banchi singoli…), mi sembra importante richiamare l’importanza che in questa fase può avere la didattica via rete, sottolineando al tempo stesso il valore impareggiabile di quella in presenza, che consente ai nostri ragazzi e giovani di socializzare fra loro e di stabilire anche con i docenti rapporti significativi e fecondi.

Lo ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con parole che desidero riportare: «So bene, cari studenti, che la scuola vi è mancata… Avete avvertito quanto valesse l’incontro quotidiano con i vostri insegnanti, la vicinanza dei vostri compagni… Quel che è accaduto è stato come una lezione di vita che vi ha fatto comprendere, in modo chiaro, come la scuola sia indispensabile allo sviluppo personale di ciascuno di voi» (a Vo’ Euganeo, Padova, il 14. 09. 2020). Il Capo dello Stato ha aggiunto anche una considerazione che deve farci particolarmente pensare: «L’inaugurazione dell’anno scolastico, mai come in questa occasione, ha il valore e il significato di una ripartenza per l’intera società…Ci troviamo di fronte a una sfida decisiva».

Si tratta di una sfida da cogliere e da affrontare insieme: è l’invito e l’augurio che rivolgo a tutti, Docenti, Personale non Docente e Studenti con i Loro Familiari, che tanto sono chiamati a fare per accompagnare i Loro Figli in questa fase delicata.

Auguro in particolare ai nostri ragazzi e giovani un’intensa e fruttuosa attività di studio e di crescita umana, culturale e spirituale, da vivere con serenità e autentica coralità. Prego perché tutto questo si realizzi al meglio, mentre offro a Voi tutti come spunto di riflessione un brano della mia recente lettera pastorale sulla prudenza, virtù più che mai necessaria in tempi non facili come questi:

«A causa della pandemia dovuta al Coronavirus l’intera umanità si è trovata a vivere una fase in cui a tutti sono state richieste decisioni pratiche importanti, al fine di adottare stili di vita e comportamenti che… ognuno è stato chiamato a far propri in maniera consapevole e responsabile, con rigorosa prudenza. La devastante azione del virus ha infranto modelli che sembravano vincenti e definitivi, fondati sulla corsa ai consumi continuamente stimolata dalla propaganda, alla ricerca di piaceri suggeriti come appetibili e facili a conseguirsi a prescindere da ogni giudizio morale… Il virus ha colpito questa presunzione, facendo vittime in tutto il pianeta…, La drammaticità dell’esperienza ha anche mostrato esempi altissimi di dedizione e di generosità, specialmente fra medici, operatori sanitari, sacerdoti e addetti ai servizi essenziali, che non si sono risparmiati, fino al punto da perdere in numero notevole la propria vita» (da La prudenza, virtù dei coraggiosi, Lettera pastorale per l’anno 2020-2021, n. 1).

Possa Dio aiutarci a far tesoro di questi esempi e accompagni tutti Voi nel cammino di crescita personale e collettivo che la scuola propone. Vi benedico, portandoVi nella preghiera e nel cuore.

+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto
Presidente della CEAM

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Genialità pastorale di un mistico del servizio

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2020

La figura e l’insegnamento di san Roberto Bellarmino
Genialità pastorale di un mistico del servizio
di Armando Ceccarelli – L’Osservatore Romano

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Nei piani di Dio la figura di san Roberto Bellarmino si colloca nel periodo più acceso della Controriforma e della ricerca teologica e scientifica tra la seconda metà del secolo XVI e gli inizi del XVII. Egli è stato una personalità capace di adattarsi alle occupazioni più varie e alle situazioni più diverse. Fu predicatore, professore, scrittore, controversista vivace, e come religioso fu suddito e superiore, ottimo padre spirituale di grandi santi, consultore delle principali congregazioni romane, vescovo e cardinale. Si impegnò in ciascuna di queste attività come se ciascuna di esse fosse la sua specialità. In tutte mostrava una grande semplicità di vita e amabilità. Rispondeva alla prima necessità di quel tempo che era il dialogo e, per come era possibile, il confronto sereno. Per questo è stato chiamato a compenetrarsi con i problemi culturali e spirituali del suo tempo.

Era nato da una famiglia toscana di Montepulciano, nobile per tradizione, ma un po’ decaduta, il 4 ottobre 1542. Sua madre, Cinzia Cervini, era sorella del cardinale Marcello Cervini, che fu molto influente nella preparazione e nei lavori del concilio di Trento e che sarà eletto Papa col nome di Marcello ii nel 1555 per soli trenta giorni. Roberto Bellarmino fu alunno del collegio dei gesuiti a Montepulciano, si mostrò molto portato agli studi letterari e si sentì chiamato a entrare nella Compagnia di Gesù. Il suo ingresso in noviziato si realizzò quando egli ebbe 18 anni, nel 1560. Nonostante la sua parentela con un Pontefice, egli mantenne un atteggiamento umile, riconosciutogli da tutti. La sua vita si conformava in tutto a uno dei suoi libri spirituali preferiti, l’Imitazione di Cristo.

Si formò poi nelle aule del Collegio Romano. Fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Successivamente insegnò materie umanistiche sempre in scuole dei padri gesuiti, prima a Firenze, poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio dei classici latini e greci. Studiò poi sistematicamente la teologia a Padova e subito dopo fu chiamato a insegnare a Lovanio, dove nel 1570 il vescovo Cornelio Giansenio lo ordinò sacerdote nella chiesa di Saint Michel costruita da poco dalla Compagnia di Gesù. È notevole l’interesse che egli riservò alle nuove scoperte scientifiche. Già durante le lezioni di filosofia naturale tenute a Lovanio nel biennio 1570-1572, si era discostato dall’ortodossia tolemaica, dichiarandosi a favore della fluidità dei cieli e del libero moto dei pianeti.

In seguito, tornato a Roma e nominato rettore del Collegio Romano (1592-1595), Bellarmino accolse le richieste del padre Clavio che voleva potenziare l’insegnamento matematico, facendolo impartire agli allievi dotati anche durante il quadriennio teologico. Così si deve anche a lui la formazione della cosiddetta Accademia di Matematica del Collegio che, con il Clavio, fu di alta qualificazione e poté verificare le scoperte galileiane confermandole al Bellarmino stesso.

Nel 1602 Papa Clemente VIII lo consacrò arcivescovo, ricorrendo a lui anche per le questioni scottanti del momento. Bastano due nomi famosi per significare di che si trattava: Giordano Bruno e Galileo Galilei.

La vicenda di Giordano Bruno coinvolse Bellarmino fin dal 1597, da quando fu nominato consultore del Sant’Uffizio. Ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, nei quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell’ammettere l’ereticità delle proprie posizioni. Papa Clemente VIII e il Bellarmino si opposero fermamente alla tortura a cui gli inquisitori volevano ricorrere. Durante il processo la congregazione fece esaminare dal Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche e il 24 agosto 1599 Bellarmino riferì che il suo assistito aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni e sulle altre due la sua posizione non era chiara: «Videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma Giordano Bruno mantenne il suo pensiero. A condanna pronunciata, gli fu concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte, ma Giordano Bruno rifiutò di rinnegare le sue idee e preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600.

Nel tempo in cui la dottrina prevalente era che l’infallibilità della Bibbia fosse letterale, non solo simbolica, Bellarmino fu coinvolto nella questione copernicana fino all’ammonimento a Galileo del 1616. I documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari sia diretti, anche dopo la denuncia davanti al Sant’Uffizio nel 1615. Allora egli aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato e sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma consigliava prudenza, suggerendo di proporla come descrizione fisica solo dopo che se ne fosse avuta la prova concreta e definitiva dal punto di vista matematico. Il 24 maggio 1616 Bellarmino firmò, su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice, a riprova del fatto che non c’era stato alcun processo contro di lui. Più tardi, verso il 1630, questa dichiarazione fu falsificata da un grande nemico di Galilei, aggiungendovi minacce di carcere se non ritrattava la teoria eliocentrica. Questo documento falsato, che Bellarmino, ormai morto, non poteva smentire, portò alla condanna di Galilei nel 1633.

Bellarmino trascorse la maggior parte della sua vita come docente, però più che professore era un vero maestro di vita. Scrisse libri scientifici, come le Controversie e la Spiegazione dei Salmi, tenendo sempre una linea mediana ed evitando prese di posizioni molto categoriche. Papa Clemente VIII lo chiamò a far parte della congregazione “De Auxiliis Divinae Gratiae” per ricomporre la controversia teologica sorta tra i Tomisti, guidati da Domingo Bañez e dai domenicani, e i Molinisti, con Luis de Molina e i gesuiti, sui rapporti tra grazia efficace e libertà umana. Sin dall’inizio Bellarmino consigliò di non intervenire autoritativamente su una questione squisitamente dottrinale, ma di lasciarla ancora alla discussione senza che si dessero condanne reciproche di calvinisti (verso i Tomisti) e di pelagiani (verso i Molinisti).

Con lo spirito del dialogo Bellarmino ha sempre espresso un grande amore alla Chiesa come la vera sposa di Cristo e al Sommo Pontefice come suo vicario. Gli attacchi dei luterani contro il Papa avevano una ripercussione profonda nel suo cuore e lo trasformarono in paladino del Pontificato. In materia teologica la definizione da lui data della Chiesa come “Societas perfecta” è stata proposta nell’insegnamento teologico fino al tempo del Vaticano II, fino a quando cioè la Lumen gentium adottò il termine di «Popolo di Dio convocato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Per lui il «fundamentum» dell’unità della fede era la centralità del Pontefice romano.

Scrisse anche sei opere spirituali, tra le quali spicca il De ascensione mentis ad Deum, che formano la quintessenza della sua spiritualità. Esse sono un continuo colloquio con Dio e si muovono con limpidezza nel livello soprannaturale nel quale contemplava Dio negli uomini e gli uomini in Dio. Perciò egli è stato un gran confidente di Dio e degli uomini. Come padre spirituale esercitò un notevole influsso sui giovani studenti del Collegio Romano. Dalla sua guida spirituale furono orientati nel cammino di santità san Luigi Gonzaga, san Giovanni Berchmans, sant’Andrea Bobola e molti altri che divennero missionari importanti, anche se non giunsero agli onori degli altari.

L’amore verso Dio e verso la Chiesa si espresse molto chiaramente nei tre anni trascorsi come arcivescovo di Capua, nei quali poté dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale. Lo si vedeva sempre con i suoi sacerdoti e con i poveri. Distribuiva tutto ciò che aveva ai più bisognosi. Pregava insieme al suo clero nella cattedrale, insegnava personalmente il catechismo, andava nei paesi, accoglieva uno a uno quelli che ricorrevano a lui. Il catechismo per lui è stato il campo in cui ha potuto trasfondere tutta la sua scienza unita alla sua esperienza spirituale. Stando in collegamento stretto con san Pietro Canisio, che operava tra Vienna e le terre luterane tedesche, questi gli comunicò come Lutero avesse scritto un catechismo per diffondere tra il popolo il suo pensiero. A entrambi venne l’idea di fare lo stesso per la Chiesa cattolica. Con uno scambio postale molto stretto tra Bellarmino e Canisio, si formulò un catechismo per aiutare il popolo ad assimilare, fin dall’infanzia, le verità della fede. Ne scaturì un libretto che esponeva tutto il contenuto della nostra fede con domande e risposte, le prime delle quali chiedevano “Chi è Dio?” e “Chi ci ha creato?”, richiamando l’incipit del Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il testo finale stampato in tedesco e in italiano e diffuso in grande quantità, terminava con alcuni esercizi di contemplazione sui misteri della vita del Signore, come l’Incarnazione, l’Annunciazione, la Natività. Questo metodo è stato adottato dalla Chiesa fino agli inizi del 1900, quando Papa san Pio X diffuse il catechismo che ha portato il suo nome fino alla riforma della catechesi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Un “mistico del servizio”: così lo definisce in un breve profilo il padre Iñacio Iparraguirre, gran conoscitore della spiritualità ignaziana. Infatti san Roberto Bellarmino, nonostante le sue molteplici occupazioni, era alimentato dall’amore di Dio con una preghiera serena, ma continuata nella sua giornata. Il suo spirito si mantenne, come nei grandi mistici, profondamente sereno nel mezzo di una vita piena di lavoro e di preoccupazioni. Niente gli tolse la pace, neppure il “pericolo” di essere nominato Papa, come egli riconosce candidamente nella sua Autobiografia. In virtù di questa forza, che gli veniva dalla sua unione con Dio e dalla sua indole dolce e piena di bontà, poté gettarsi nella mischia delle dispute più importanti del suo tempo. Il suo tempo non era per lui, ma per gli altri, per la Chiesa e per la Compagnia di Gesù. Incarnò i problemi della Chiesa, le sollecitudini del Pontificato e, allo stesso tempo, si sentì vicino a tutti coloro che erano travagliati dai problemi. Così manifestò l’amore di Dio agli uomini. Fu un vero figlio di sant’Ignazio, che diceva che noi possiamo «cercare e trovare Dio e la sua volontà in ogni momento e in ogni cosa».

Raggiunse la casa del Padre il 17 settembre 1621. Ma per essere dichiarato santo bisognò aspettare che Pio XI lo proclamasse tale il 29 giugno 1930, dichiarandolo poi dottore della Chiesa il 17 settembre 1931. Nel 1923 la sua salma è stata riesumata e ricomposta nella cappella vicino a quella di san Luigi Gonzaga, nella chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio a Roma.

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Santuario di Santa Maria a Parete dedicato all’Immacolata Regina delle Vittorie (Liveri)

Posté par atempodiblog le 17 août 2020

Santuario di Santa Maria a Parete dedicato all’Immacolata Regina delle Vittorie (Liveri)
di Fr. John Francesco Maria Lim – Madonna del giorno

Santuario di Santa Maria a Parete dedicato all'Immacolata Regina delle Vittorie (Liveri) dans Apparizioni mariane e santuari Santuario-di-Santa-Maria-a-Parete-dedicato-all-Immacolata-Regina-delle-Vittorie-Liveri

Il santuario di S. Maria a Parete è dedicato alla Immacolata Regina delle Vittorie e deve le sue origini alle apparizioni della Madre di Dio ad una giovane pastorella di Liveri di nome Autilia Scala. Tali apparizioni, tramandate da una veneranda e incontestabile tradizione, sono comprovate dalla seguente scritta che una volta si leggeva qui:

D.O.M. DEIPARAE VIRGINI CUIUS OLIM IMAGO SUB TERRA SEPTA VEPRIBUS AUTILIA SCALA DIVINO MONTI INDICANTE, MIRACULIS LATE CLARUIT ET A PARETE, IN QUO PICTA EST NOMEN HABUIT ANNO AB EILSDEM VIRGINIS PARTU MDXIV PIDIE IDUS APRILIS

Che tradotta in Italiano dice:

“Alla vergine Madre di Dio, la cui immagine, una volta sotto coperta di spine, fu dissepolta in seguito ad una rivelazione divina fatta ad Autilia Scala, ampiamente rifulse per miracoli e prese il nome della parete sulla quale è dipinta, il 12 aprile nell’anno dell’era volgare 1514”.

Secondo quanto viene tramandato, Autilia Scala, figlia di contadini, stava portando al pascolo le sue vacche quando ad un certo punto avrebbe visto la Madonna. Ella avrebbe detto:

“Autilia, ti ho scelta per una delle più alte imprese che compirai a mio nome, portati dal Conte Enrico Orsini, in Nola, e digli, che sotto quel cespuglio a destra della mia mano, vi è sepolta una mia immagine, da molti secoli; voglio che si scavi la terra e si edifichi in mio onore un Tempio”.

Recatasi dal conte, Autilia non fu creduta. Il giorno dopo (13 aprile) vi fu una seconda apparizione nello stesso luogo, e questa volta il volto della giovane fu segnato da un raggio di luce.

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Ritornata dal conte, questa volta fu presa sul serio, e con la collaborazione del vescovo monsignor Bruno, furono intrapresi degli scavi nel luogo indicato dalla Madonna. Qui fu ritrovato un dipinto che raffigurava la Vergine in mezzo a due angeli, la quale fu identificata come l’Immacolata Regina delle Vittorie.

Ai piedi della icona fu trovata la famosa “CAMPANELLA DELLA MADONNA”, del peso di circa quaranta chili, al cui suono la fede del popolo devoto associa un flusso continuo di grazie per i casi gravi ed urgenti della vita. Alle richieste quasi quotidiane del suono della campanella si unisce la preghiera solidale e fervente di quanti la ascoltano.

Sulla Campanella l’iscrizione: “SS. NICOLAS, CONFESSOR CHRISTI, MARIA VIRGO ORA PRONOBIS, KAROLUS DEI GRATIA REX SICILIAE”. Secondo alcune fonti, il Carlo citato nell’iscrizione sarebbe Carlo II d’Angiò, il quale, a seguito di qualche vittoria riportata in battaglia, avrebbe fatto costruire in quel luogo una cappella dedicata a San Nicola di Bari e alla Madonna. Dipinto e campana sarebbero quindi appartenenti a questa antica costruzione del XIII secolo.

Gli eventi di quei giorni rimasero un evento importante nella storia di Liveri, che da allora inizia un percorso da città mariana che si estende fino ad oggi. La vergine fece sentire ben presto ai suoi devoti la sua materna protezione con un abbondante pioggia di grazie per cui la devozione alla Regina delle Vittorie di Liveri si diffuse rapidamente. Circa tre mesi dopo le apparizioni Autilia morì. Alla pastorella è oggi dedicata la piazza adiacente al Santuario nella natìa Liveri.

La sacra immagine consiste in un affresco di scuola italo-bizantina, databile al sec. IX e raffigura la Madre del Signore con le mani congiunte in atteggiamento di preghiera, vestita in maniera regale, con il capo coperto e incoronato. Ai lati due Angeli, in espressione di servizio e di profonda venerazione, offrono alla Regina delle Vittorie il mondo, la palma e lo scettro, segni evidenti della efficacia e della universalità della sua mediazione materna.

L’immagine della Regina delle Vittorie venne incastonata in un magnifico tempietto ricoperto dentro e fuori di pitture di inestimabile valore. Il pellegrino che vi entra avverte immediatamente, in un clima di spiritualità e di misticismo, la soave presenza della madre celeste e, con fiducia e abbandono filiale, è portato ad affidare i suoi problemi e le sue ansie al suo Cuore Immacolato nell’intima certezza di essere accolto ed esaudito.

Al santuario convengono anche esteti e intenditori di arte, attratti dagli affreschi di artisti napoletani del seicento. Il tempietto a sua volta è sormontato dalle armoniche volte della Basilica rinascimentale.

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Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste

Posté par atempodiblog le 16 août 2020

Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 15,21-28)

Partito di là, Gesù si diresse verso le perti di Tiro e Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».
Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

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La Cananea, esempio pratico di una grande virtù sotto umili apparenze
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

Gli scribi e farisei nelle loro opposizioni al Redentore non si contentavano solo di parole, ma tentavano passare ai fatti e ordivano congiure contro di Lui per liberarsene. Gesù Cristo, per impedire una recrudescenza del loro odio, si allontanò dalla pianura di Genesaret, dove si trovava, e passò nelle parti di Tiro e Sidone, cioè tra gente Cananea. Egli annunziava così col fatto che la parola della verità, rigettata dal popolo ebreo, sarebbe passata ai pagani; non andò in quei luoghi per evangelizzarvi il popolo, ma per indicare quello che sarebbe avvenuto in futuro e, conoscendo tutto, vi andò per mostrare con un esempio pratico agli apostoli, disorientati dalla propaganda farisaica, che cosa significasse avere fede. È evidente dal contesto che Egli stesso attrasse a sé la povera Cananea, che andò a supplicarlo per la figlia indemoniata, anzi può dirsi che sia andato esclusivamente per lei in quelle contrade, non avendovi operato altro.

La fama dei suoi miracoli si era sparsa in ogni luogo, e forse la Cananea aveva tante volte desiderato incontrarsi con Lui, per supplicarlo in favore della figlia. Forse aveva pregato con viva fede credendolo il Messia, il fatto si è che, appena saputo della sua presenza, gli corse incontro, chiamandolo Figlio di Davide e Signore, e confessandolo per Colui che doveva venire.

La sua preghiera fu semplicissima: essa espose il suo caso doloroso, e lasciò a Lui la cura di pensarci.

Pregò con fede nel chiamarlo Figlio di Davide, con umiltà nell’implorarne pietà e con fiducia esponendogli il suo caso doloroso tra grida di suppliche. Gesù non le rispose nulla, sembrò insensibile a quell’angoscia materna, Egli che aveva un cuore infinitamente tenero.

La donna non si scoraggiò, continuò a gridare e gli apostoli, presi dalla compassione, lo supplicarono a sbrigarla. Egli rispose che non era stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.

Con queste parole non intese dire di non voler esaudire la preghiera di quella donna, ma volle mostrare agli apostoli, in una durezza che li addolorava, quanto era contrario alla carità la durezza di chi s’irrigidiva in una legge esteriore senza tener conto del suo spirito.

Dal suo Cuore però partivano raggi di carità invisibili che colpirono la donna, la fecero più ardita e la fecero avvicinare a Lui implorando aiuto. Gesù rispose che non era bene prendere il pane dei figli e darlo ai cani. Chiamò cani i pagani, non perché l’amor suo li stimasse tali, ma perché così li riguardavano gli scribi e i farisei.

A bella posta volle far sentire agli apostoli, in un contrasto con una madre supplicante, quanto fosse ingiusto il disprezzo che gli Ebrei avevano dei pagani. Essi vedendo quel disprezzo in confronto con Lui, carità per essenza, ne distinguevano di più l’orrore. Egli poi, dicendo una parola così dura alla povera Cananea, le fece sentire contemporaneamente con quale carità la riguardava; il suo Cuore divino la provava e le dava la grazia per resistere alla prova. La Cananea, infatti, rispose con maggiore fede che anche i cagnolini mangiavano le briciole che cadevano dalle mense dei loro padroni. Era indegna del pane dei figli, e come cagnolina voleva raccogliere solo una briciola di quella potenza taumaturga con la quale Egli colmava di benefìzi tanti poveri infelici. Era questa la più grande espressione di una fede umile e sincera, e Gesù, mutando d’un tratto atteggiamento, ed elogiando tanta fede, la esaudì e, in distanza, con una parola di onnipotenza, le sanò la figlia.

La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti; essi dovettero riconoscere che non avevano quella fede profonda che sa resistere alle prove; dovettero capire quanto superiore agli scribi e farisei era quell’umile donna, che aveva nel cuore un tesoro di fede sul Messia, e si sentirono rinfrancati nello spirito. Gesù poi, partito di là, e andato verso il mare di Galilea, cioè sulla riva orientale del lago di Genesaret, vi operò moltissimi strepitosi miracoli, confermando così la fede dei suoi apostoli.

Muti, ciechi, zoppi, storpi e molti altri infermi sperimentarono la sua potenza e ne furono consolati spiritualmente e corporalmente.

Quante volte, pregando, ci sembra che Gesù Cristo, la Madonna e i santi non ci ascoltino, e l’anima si disorienta a volte fino a sentirsi venir meno la fede! Quante volte, in questi momenti di tenebre, satana ci suggerisce che è vano pregare e ci getta in una cupa disperazione che è forse il tormento maggiore della vita! Eppure in quei momenti di oscurità, proprio allora, dobbiamo intensificare la preghiera, perché la fede esca ingigantita dalla prova ed ottenga grazie maggiori di quelle che ha richieste. Si può dire con assoluta certezza che nessuna preghiera è vana, e che quando non ci vediamo esauditi ci si prepara una consolazione più grande, temporale ed eterna. Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste, ed Egli ci riserba il suo pane, cioè la ricchezza delle sue misericordie.

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Il Papa prega con i Santuari del mondo per la fine pandemia, un rosario insieme a medici e sopravvissuti al Covid

Posté par atempodiblog le 30 mai 2020

Il Papa prega con i Santuari del mondo per la fine pandemia, un rosario insieme a medici e sopravvissuti al Covid
Il 30 maggio dalla Grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani l’evento in mondovisione. Domenica 31 messa di Pentecoste a San Pietro senza fedeli, alle 12 il Pontefice torna ad affacciarsi per il Regina Coeli
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

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Un Rosario in mondovisione con i Santuari dei cinque continenti dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, sabato 30 maggio, alle 17.30, con a fianco medici, infermieri, sopravvissuti al coronavirus e pure un neonato, per chiedere a Dio di porre fine per sempre alla pandemia. È l’ennesimo gesto forte che Papa Francesco compie dall’inizio della diffusione del virus che si è abbattuto come un flagello sulla popolazione mondiale. Dopo la preghiera al Crocifisso dei Miracoli che liberò Roma dalla peste, dopo la storica benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro deserta, il Pontefice torna ad invocare un aiuto divino per salvare l’umanità dal Covid-19 e dalle sue conseguenze che lasciano intravedere scenari nefasti dal punto di vista economico e sociale.

Questa volta Bergoglio non sarà solo nella sua preghiera: in questo spazio tanto amato dai Papi, dove per volontà di Leone XIII fu posta una copia fedele della Madonna che apparve a Massabielle, saliranno con lui in processione una decina di persone in rappresentanza di varie categorie particolarmente toccate dal virus. Un medico e un’infermiera, esempi del personale sanitario che instancabilmente ha lavorato in prima linea durante l’emergenza; una persona sopravvissuta al coronavirus e una che ha perso un familiare, un cappellano ospedaliero, una suora infermiera, un farmacista. Presente anche una giornalista, Vania De Luca, vaticanista di Rainews24, in rappresentanza di tutti gli inviati che non hanno mai smesso di svolgere il proprio servizio nonostante i rischi. Completano il gruppo, infine, un volontario della Protezione civile con la famiglia e una coppia alla quale è nato due mesi fa un figlio in piena pandemia.

Ma ad invocare «l’aiuto e il soccorso della Vergine Maria» insieme al Papa ci saranno anche i fedeli di ogni angolo del globo. Il rosario alla Grotta di Lourdes sarà trasmesso infatti in mondovisione e, compatibilmente ai diversi fusi orari, avverrà in collegamento con i più importanti santuari d’Europa e del mondo. Luoghi solitamente affollati da migliaia o anche milioni di persone, ma che durante i mesi di lockdown hanno dovuto interrompere le normali attività e i pellegrinaggi. Anzitutto Lourdes che ha riaperto le sue porte lo scorso 16 maggio dopo circa due mesi di chiusura, poi Fatima, San Giovanni Rotondo, Pompei, Czestochowa; negli Usa, il Santuario dell’Immacolate Conception a Washington; in Nigeria, il santuario di Elele e in Costa d’Avorio, Notre Dame de la Paix; in America Latina, il noto santuario mariano di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, e quello dedicato alla Vergine di Lujan, in Argentina. 

Per la celebrazione, promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione guidato da monsignor Rino Fisichella, si prevede un boom di ascolti pari a quello registrato per la preghiera solitaria a San Pietro del 27 marzo. Solo in Italia, aveva raccolto 17,4 milioni di spettatori.

«L’appuntamento per la fine del mese mariano è un ulteriore segno di vicinanza e consolazione per quanti, in vari modi, sono stati colpiti da coronavirus, nella certezza che la Madre Celeste non disattende le richieste di protezione», spiega una nota diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede. «Ai piedi di Maria il Santo Padre porrà i tanti affanni e dolori dell’umanità, ulteriormente aggravati dalla diffusione del Covid-19».

Quello di sabato sarà il primo di tre appuntamenti “pubblici” del Papa che segnano l’inizio ufficiale della Fase 2 in Vaticano. Domenica 31 maggio, alle 10, Francesco celebrerà la messa di Pentecoste nella cappella del Santissimo Sacramento della Basilica vaticana. Nonostante San Pietro sia stata riaperta al pubblico il 18 maggio, giorno in cui in tutte le chiese d’Italia sono state riavviate le messe «cum popolo», per la celebrazione del Pontefice non è prevista la presenza dei fedeli.  

I quali, invece, dopo 78 giorni di lockdown, potranno accedere in piazza San Pietro per la preghiera del Regina Caeli, che il Papa reciterà alle 12 dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico e non in diretta streaming dalla Biblioteca, come avvenuto finora. Il numero delle persone – per ora si tratta solo fedeli di Roma e dintorni – sarà contingentato per evitare assembramenti. Nella Piazza del Bernini si entrerà con guanti e mascherina e dopo i dovuti controlli con il termoscanner. «Le forze dell’ordine – sottolinea una nota vaticana – garantiranno l’accesso in sicurezza alla Piazza e avranno cura che i fedeli presenti possano rispettare la necessaria distanza interpersonale». 

Al momento non si hanno notizie sulla ripresa di un altro importante appuntamento pubblico del Papa, l’udienza generale del mercoledì. Ieri mattina è stata trasmessa in streaming dalla Biblioteca apostolica; difficile allo stato attuale, mentre si teme il rischio di una nuova escalation di contagi, che possa tornare a svolgersi sul sagrato di San Pietro o in Aula Paolo VI dove il Pontefice compie il tradizionale giro tra i fedeli.

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LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo

Posté par atempodiblog le 23 mai 2020

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo
La storia di due santi specializzati in guarigioni mediche e che in questo periodo di pandemia è opportuno ricordare. Cominciando da san Charbel Makluf
di Giuseppe Emmolo – Il Sussidiario

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo dans Articoli di Giornali e News Fiaccolata
Fiaccolata per la vita (LaPresse)

I padiglioni della fiera trasformati in reparti di terapia intensiva sono stati dedicati dall’arcivescovo di Milano mons. Delpini a due santi, Riccardo Pampuri (1897-1930) e san Charbel Makluf (1828-1898). La ragione è che il primo, san Riccardo, era frate e medico condotto e Charbel, monaco libanese, è un santo che fa i miracoli come san Riccardo ma, talvolta, interviene personalmente a operare i pazienti. Chi era Charbel? Niente di meglio per conoscerlo che capitare in un pellegrinaggio guidato da un monaco suo confratello, padre Elias al Jamhoury, monaco dell’Ordine libanese maronita, autore di un libro a lui dedicato (San Charbel. Itinerario nelle profondità, San Paolo 2015).

Non esiste nel mondo un fenomeno come quello che si ripete in Libano dal 1993 ad oggi, ogni 22 del mese, sulla tomba di san Charbel, ad Annaya, dove sorge un monastero dell’ordine dei monaci maroniti (la Chiesa maronita del Libano è una chiesa cattolica a tutti gli effetti e  prende il nome da san Marone, monaco siriaco vissuto tra il IV e il V secolo). Dalla sera del 21 di ogni mese e per tutto il 22 successivo da tutto il Libano sciamano in pellegrinaggio decine di migliaia libanesi (con punte fino a 35-40 mila), che si recano in preghiera sulla cripta del santo. È da notare che tra questi ci sono moltissimi musulmani.

I pellegrinaggi mensili sono nati alla fine della sanguinosa guerra civile (1977-1990) che ha devastato il Libano e fatto emigrare centinaia di migliaia di cristiani. In uno sperduto paese a nord di Beirut, ad Annaya, una signora libanese, Nohad, madre di numerosi figli, fu colpita da ictus cerebrale con doppia occlusione della carotide, che le paralizzò la parte sinistra del corpo. Per la lesione cerebrale non poteva più parlare né camminare e si poteva nutrire solo con una cannuccia. Nohad pregò Charbel e nella notte del 22 gennaio 1993 sognò due monaci. Il primo le disse: “sono Charbel e sono venuto ad operarti”. Nohad si spaventò, ma il santo aveva già iniziato l’intervento senza anestesia. Nohad sentì le due dita del santo che le incidevano la gola e provò un dolore lancinante. Il secondo monaco, san Marone, le sistemò il guanciale dietro la schiena e l’aiutò a sedersi sul letto, dicendole: “Ti abbiamo operato. Ora puoi alzarti, bere e camminare”. Il sogno era così reale che Nohad si svegliò. Con stupore si accorse di muovere braccio e gamba sinistra e allo specchio vide ai lati del collo due tagli di dodici centimetri ciascuno, chiusi con tre punti di sutura a destra e quattro a sinistra, da cui fuoriusciva un sottile filo chirurgico. La notizia si diffuse come un lampo in tutto il Libano. San Charbel apparve poi ancora in sogno a Nohad e le disse: “Ti ho lasciato le cicatrici per volere di Dio, perché tutti possano vederle, soprattutto quelli che si sono allontanati da Dio, perché tornino alla fede. Ti chiedo di recarti all’eremo ogni mese, ogni 22, ricorrenza della tua guarigione e partecipare alla Messa. Là io sono sempre presente”. Così iniziarono i pellegrinaggi.

Charbel nacque l’8 maggio 1828 a nord del Libano e gli venne dato nome Yussef (Giuseppe). Visse in un villaggio ad appena 3 km dalla Bekà Kafra (“Valle santa”), così detta perché, secondo la tradizione, Gesù vi passò più volte ed operò miracoli. Il 1° novembre 1853 divenne monaco col nome di Charbel, in onore di un martire del I secolo. Grande influenza sulla sua formazione ebbero, oltre la famiglia, i professori del seminario. L’anno successivo alla sua ordinazione sacerdotale (1859) assistette impotente ad un terribile massacro di 2.200 cristiani per mano dei Turchi. Visse 70 anni circa e per 23 anni fece l’eremita: dormiva non più di 5 ore per notte e pregava notte e giorno il Sacramento. Morirà il 24 dicembre 1898.  Dal 1950 alla fine del 1952 si registrarono oltre 2.200 miracoli. Oltre ai miracoli pervennero al monastero da tutte le parti del mondo ben 300mila lettere con richieste di reliquie o per testimoniare una guarigione. Tutte queste lettere sono oggi esposte nel museo del monastero di Annaya.

Dopo la sepoltura si notò una luce brillare sul monastero per ben 45 giorni ininterrottamente. A quattro mesi dalla morte venne aperta la tomba e il corpo fu trovato intatto e flessibile. Soltanto venne notato un liquido rossastro che gocciolava dal fianco. Questo fenomeno si riscontrerà nel 1926, 1950 e soprattutto nel 1952 dal 7 al 24 agosto. Raccolto dai fedeli, questo liquido diede sovente sollievo ai malati e li guarì. Riaperta ancora la bara si vide il corpo di padre Charbel galleggiare letteralmente nel liquido rossastro. Per arrestare il flusso i monaci pensarono di passare dell’alcol sul corpo e di esporlo al sole nella speranza che si decomponesse: dopo 5 mesi di tale trattamento il corpo continuava ad emanare profumo e ad emettere liquido!

Si decise allora di espiantare gli organi interni ma il corpo continuò a trasudare sangue e acqua. Si provò ad asciugare il corpo, ricoprendolo di calce viva, tenendo la salma in posizione verticale, per bruciare i suoi piedi al fine di assorbire il sangue filtrato e dare il via al processo di necrosi dei tessuti: il corpo restava intatto! A 40 anni dall’inizio del processo di canonizzazione (1926) Paolo VI lo proclamò beato (1965) e il 9 ottobre 1977 santo.

Ma c’è ancora un mistero che avvolge il corpo di Charbel. Esso è rimasto flessibile e “fresco” fino all’anno della beatificazione. Dopo, senza subire il normale processo di corruzione, si è decomposto in una maniera inspiegabile. Nel 1976, riaperta la tomba, apparve l’intero scheletro con tutte le sue ossa, di colore rosato, che aveva mantenuto una certa freschezza. Secondo la scienza, due mesi dopo il decesso, lo scheletro umano si trasforma in ossa bianche perforate ma fino al 2009 questo fenomeno non si è mai verificato per san Charbel.

Forse con la chiamata in campo di san Charbel, l’arcivescovo di Delpini non ha voluto soltanto invocare la fine della pandemia in una Lombardia in ginocchio. Ma ha voluto mandare un messaggio di speranza che andasse oltre l’emergenza. Il Dio cristiano non si interessa solo spiritualmente dell’uomo e del suo destino ma spesso suscita testimoni con cui dimostra di prendersi cura in senso letterale dell’uomo, come ha fatto san Charbel, che si è preso cura di una donna, addirittura eseguendo un’operazione chirurgica e con tanto di punti di sutura interni alla gola.

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