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La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2022

141 anni fa nasceva il Papa dell’Enciclica sulla pace
La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII dans Articoli di Giornali e News Papa-Roncalli

Il 25 novembre 1881 nasce a Sotto il Monte, un piccolo paese della provincia di Bergamo, Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII, l’anima del Concilio Vaticano II,  il pontefice dell’Enciclica Pacem in terris. Pace, parola sempre attuale e quanto mai sospirata da tutti i popoli del globo terrestre.

Il recente conflitto Russia-Ucraina ha aperto uno scenario politico che il mondo aveva già vissuto e che – dopo la fine degli ‘60 e, soprattutto, dopo il crollo del muro di Berlino - non avrebbe mai immaginato di riavere nuovamente di fronte. Il ricordo non può che andare agli anni della cosiddetta “guerra fredda”, a quel contesto politico-storico-ideologico che ha segnato gli inizi degli anni ’60, quando – a seguito degli importanti avvenimenti storici quali la costruzione del muro di Berlino e, soprattutto, la “crisi di Cuba” (il dispiegamento da parte dell’URSS di missili nucleari nell’isola governata da Fidel Castro) – aveva portato il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. Ed è in questo contesto che si inserisce l’ottava e ultima Enciclica di Papa Giovanni XXIII, la Pacem in terris (11 aprile 1963). Il testo di papa Roncalli si collocava sulla scia dei documenti pontifici del XX secolo sul tema della pace; fra i numerosi scritti, è doveroso ricordare quelli di Benedetto XV, la Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1917) e la Pacem Dei (1920), l’Enciclica Ubi arcano (1922) di Pio XI; e, infine, i radiomessaggi di Pio XII nei quali veniva sottolineata la tragicità dell’ inutile strage del secondo conflitto mondiale.

“Pacem in terris”, nelle prime parole, già il senso dell’intera Enciclica in cui la pace è descritta, fin dall’inizio, come “anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”. Il documento, nella sua immediatezza e semplicità di stile e – al contempo – profondità di argomentazione,  è uno dei testi più belli che il pontificato di Roncalli abbia mai prodotto.  Inoltre, il documento – sul piano pastorale – risultava più che originale: la Chiesa era chiamata – in pieno spirito del Concilio Vaticano II – a un grande impegno di dialogo con la società, superando pregiudizi, timori e tradizionali steccati. A tal proposito, vi è – infatti – un dato importante su cui focalizzare l’attenzione: i destinatari del documento. Giovanni XXIII si rivolge non solo agli uomini credenti, ma anche a quelli non credenti, “a tutti gli uomini di buona volontà”.  Inoltre, nella stessa Enciclica, è possibile riconoscere due fonti di ispirazione: la prima fonte, l’insegnamento tradizionale della Chiesa, naturalmente; la seconda, molto vicina alla personalità dello stesso pontefice, l’insegnamento della Chiesa in materia sociale; Roncalli, nel documento, farà riferimento ai “segni dei tempi”: dalla crescita del ruolo sociale della donna all’affermazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali in generale; dalla richiesta di dignità e di uguaglianza per i popoli in via di sviluppo al ruolo, sempre più importante, che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) stava assumendo nel panorama della politica internazionale.

L’enciclica si compone di un’introduzione e di cinque capitoli: L’ordine tra gli esseri umani; Rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche; Rapporti tra le comunità politiche; Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale; Richiami pastorali. Le argomentazioni di Giovanni XXIII partono, prima di tutto, da un dato: è Dio a essere il fondamento di ogni ordine morale; ed è proprio su questo elemento che poggiano i diritti della persona; questi, però, comportano altrettanti doveri, indispensabili per regolare  i rapporti tra gli esseri umani: “Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto. Infatti ogni diritto fondamentale della persona trae la sua forza morale insopprimibile dalla legge naturale che lo conferisce, e impone un rispettivo dovere. Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra” (I, L’ordine tra gli esseri umani).

Sono queste tematiche - personadiritti e doveri della persona, e di conseguenza, diritti e doveri delle nazioni - a confluire nel concetto di pace di papa Roncalli; sono questi i presupposti per poter  garantire al mondo la pace: “Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche” (III, Rapporti fra le comunità politiche). Grazie alle parole-chiave  verità, giustizia, solidarietà operante, e libertà, il concetto di pace contenuto nella Pacem in terris assume un carattere del tutto originale poiché non è soltanto una condizione dei rapporti fra paesi, bensì riguarda tutti i livelli dell’esistenza sociale, fino alla dimensione più intima per ogni persona: la pace, non è solo determinata dall’assenza di guerra, ma è piuttosto un insieme di relazioni – in armonia  - tra gli individui di una comunità e tra le stesse comunità che formano l’immensa famiglia umana.

L’enciclica si chiude con una preghiera che, allo stesso tempo, denota tutto il tono di una esortazione al mondo; Roncalli chiede al Signore di illuminare i governanti affinché “accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il gran dono della pace”; chiede a Lui di accendere “le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Russia e Ucraina, l’abbraccio e il perdono

Posté par atempodiblog le 17 mars 2022

Russia e Ucraina, l’abbraccio e il perdono
Il 25 marzo papa Francesco consacrerà la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, rinnovando il gesto di san Giovanni Paolo II
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

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“Siete andati così bene fino ad oggi, perché adesso voi cattolici tirate fuori il vostro armamentario magico?”. Il bicchierino del primo caffè della mattina finisce nel cestino insieme alla tagliente frase che la collega pronuncia commentando la notizia della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, decisa da papa Francesco per il prossimo 25 marzo, festa dell’Annunciazione e giornata di preghiera della Chiesa in adorazione eucaristica per le cosiddette “24 ore per il Signore”, momento penitenziale forte all’interno della Quaresima.

Eppure ai vescovi dell’Ucraina che quotidianamente vivono sotto le bombe, rischiando la loro vita per non abbandonare il popolo, non è venuto in mente niente di più concreto e di più solido che chiedere al Papa di compiere proprio quel gesto, attribuendogli un grande significato simbolico, penitenziale e decisivo per le sorti della nazione ucraina.

Il tutto si arricchisce di un’attenzione che lascia trapelare quanto il Pontefice condivida fermamente questa decisione: infatti non solo lui compirà l’atto nella Basilica di San Pietro, ma lo stesso giorno la consacrazione sarà ripetuta dal cardinal Krajewski – Elemosiniere del Papa – proprio a Fatima.

La Chiesa dalla quale ci si aspetta iniziative diplomatiche, provvedimenti per i profughi, raccolte di beni per i più poveri, si presenta ai fedeli con un gesto così apparentemente straniante che viene da chiedersi in quale brandello di esperienza della vita esso trovi senso e fondamento. Il fatto è che consacrare qualcosa, nella dinamica della fede, significa determinare un’appartenenza, un destino, un abbraccio, significa avere fiducia che ciò che veramente cura l’esistenza – e cambia la storia – non è qualcosa che l’uomo può fare, ma un bene a cui deve cedere. Nella mentalità comune l’umanità è abituata prima a mettercela tutta e poi a farsi aiutare, come se la questione dirimente fosse l’azione umana, lo sforzo del singolo: nell’esperienza cristiana ciò che cura e guarisce è lo sguardo di un Altro, l’abbraccio di Qualcuno che cambia il nostro cuore in profondità.

È la Grazia che mette in moto la libertà, non la libertà che genera la Grazia. C’è un punto dell’esistenza, un istante del vivere, in cui l’unica cosa davvero concreta da desiderare è il cambiamento del cuore. In quel preciso spazio la preghiera diventa necessaria come l’aria, affinché il fiotto di un’inaudita primavera irrompa nel grigiore con cui normalmente percepiamo tutto. Mettersi nell’ottica di offrire questo abbraccio all’Ucraina e alla Russia significa scegliere lo sguardo di Dio, uno sguardo che va oltre la politica e le evidenti responsabilità storiche della guerra, per offrirsi a chi piange e a chi soffre come “misericordia” che argine gli errori delle nazioni e restituisce alla storia l’identità di un popolo, identità che è superiore alle barriere degli Stati e che trova nel pieno riconoscimento della reciproca fraternità la sua più completa manifestazione.

Dio sta dalla parte dell’umano, Dio sta dalla parte delle nostre ferite. La maternità di Maria non è un pio esercizio di immaginazione, ma l’irruzione nel tempo di una forza impensata, non scontata, dirompente. Nessuno può fare finta di niente di fronte a Uno che ti abbraccia e ti perdona. È così che Dio spazza via tutte le resistenze, tutte le meschinità, anche il perfido cinismo con cui siamo abituati a bere il primo caffè della mattina.

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Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

Posté par atempodiblog le 15 mars 2022

Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria
L’atto avverrà durante la Celebrazione della Penitenza che Papa Francesco presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato del Papa
della Redazione di Vatican News

Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-la-Vergine-Maria

Venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco consacrerà all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre. Lo rende noto in una dichiarazione il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Per la consacrazione è stato scelto il giorno della festa dell’Annunciazione del Signore. Lo annuncia in un tweet anche il Papa, invitando a pregare per la pace.

La Madonna, nell’apparizione del 13 luglio 1917 a Fatima, aveva chiesto la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, affermando che, qualora non fosse stata accolta questa richiesta, la Russia avrebbe diffuso “i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni – aveva aggiunto – saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte”. Dopo le apparizioni di Fatima ci sono stati vari atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria: Pio XII, il 31 ottobre 1942, consacrò tutto il mondo e il 7 luglio 1952 consacrò i popoli della Russia al Cuore Immacolato di Maria nella Lettera apostolica Sacro vergente anno:

“Come pochi anni fa abbiamo consacrato tutto il mondo al Cuore immacolato della vergine Madre di Dio, così ora, in modo specialissimo, consacriamo tutti i popoli della Russia al medesimo Cuore immacolato”.

Paolo VI, il 21 novembre 1964, rinnovò la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato alla presenza di Padri del Concilio Vaticano II. Papa Giovanni Paolo II compose una preghiera per quello che definì Atto di affidamento da celebrarsi nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 7 giugno 1981, solennità di Pentecoste. Questo il testo:

O Madre degli uomini e dei popoli, Tu conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo, accogli il nostro grido rivolto nello Spirito Santo direttamente al Tuo cuore ed abbraccia con l’amore della Madre e della Serva del Signore coloro che questo abbraccio più aspettano, e insieme coloro il cui affidamento Tu pure attendi in modo particolare. Prendi sotto la Tua protezione materna l’intera famiglia umana che, con affettuoso trasporto, a Te, o Madre, noi affidiamo. S’avvicini per tutti il tempo della pace e della libertà, il tempo della verità, della giustizia e della speranza.

Poi, per rispondere più pienamente alle richieste della Madonna, volle esplicitare durante l’Anno Santo della Redenzione l’atto di affidamento del 7 giugno 1981, ripetuto a Fatima il 13 maggio 1982. Nel ricordo del Fiat pronunciato da Maria al momento dell’Annunciazione, il 25 marzo 1984 in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i Vescovi del mondo, precedentemente convocati, Giovanni Paolo II affida al Cuore Immacolato di Maria tutti i popoli:

E perciò, o Madre degli uomini e dei popoli, Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno.

Nel giugno del 2000 la Santa Sede ha rivelato la terza parte del segreto di Fatima e l’allora arcivescovo Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, sottolineò che suor Lucia, in una lettera del 1989, aveva confermato personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva la Madonna: Sì, è stata fatta – aveva scritto la veggente – così come Nostra Signora l’aveva chiesto, il 25 marzo 1984″.

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Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo

Posté par atempodiblog le 24 février 2022

Uno sguardo di fede sull’attualità
Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo
Tratto da: La lettura cristiana della cronaca e della storia di Padre Livio Fanzaga

Pensiero spirituale sulla preghiera per la pace nel mondo dans Anticristo Ges-nostra-unica-speranza

Cari amici,

la notizia che temevamo è diventata una realtà: Putin ha dato ordine di invadere l’Ucraina.

Papa Francesco ha ammesso di provare un grande dolore per questa situazione che porta alla follia della guerra e ha invocato la Regina della pace dicendo: «La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra» e ha invitato soprattutto i credenti a dedicare la prima giornata di Quaresima alla preghiera e al digiuno per la pace.
È chiaro che queste parole sono particolarmente significative in quanto riecheggiano quanto la Madonna in tutti questi anni ci ha raccomandato.

La Madonna anche nel messaggio del 25 marzo 2021 (giorno dell’Annunciazione) ha ribadito che Lei è qui come Regina della pace perché satana vuole l’odio e la guerra. Questa è la nostra speranza, questa è la nostra gioia, questa è la nostra certezza!

In questi anni di pandemia la Madonna è intervenuta dodici volte per dirci che satana vuole l’odio e la guerra. In particolare vuole distruggere le nostre vite e il pianeta sul quale viviamo.

La Madonna è già intervenuta nel 1991, quando crollò Unione Sovietica ed era latente il pericolo di una conflagrazione mondiale che Lei stessa sventò. La stessa cosa fece nel 1984, quando l’Europa venne minacciata da un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica ma il 13 maggio, quando le forze del Patto di Varsavia si apprestavano a dare l’assalto all’Europa occidentale e meridionale, all’ultimo istante un imprevisto fa saltare i piani dello stato maggiore sovietico: un deposito strategico di armi e missili destinati alla Flotta dell’Artico, che avrebbe dovuto tagliare la strada ai rifornimenti dall’America del Nord all’Europa aggredita da Mosca, esplose rovinosamente e l’operazione fu annullata.

Spesso sottovalutiamo l’intervento del Cielo. La potenza di Dio è illimitata. Arriva a compiere miracoli, come ha fatto fino ad ora preservando il mondo dalla distruzione che satana brama e persegue in tutti i modi.

Abbiamo questa grande grazia della presenza di Maria. Non dobbiamo dimenticare quello che la Madonna ha detto in più occasioni, ovvero che molti l’hanno accolta ma un numero enorme neanche la prende in considerazione.

Siamo ovviamente tutti molto ansiosi di sapere che cosa dirà la Regina della pace domani nel messaggio a Marija. Non aspettiamoci chissà quali novità o rivelazioni, ci basti la sua presenza e il fatto che Lei venga ogni giorno sulla terra a pregare con noi.

Con la preghiera e il digiuno si possono fermare anche le guerre peggiori.

Quando la Madonna dice che “satana regna” si riferisce al fatto che proprio la governance internazionale è in una prospettiva che a satana piace molto perché si contendono il dominio, il potere, l’egemonia sul mondo. La Madonna conosce bene le follie umane.
Dio è sempre intervenuto nella storia della salvezza e con il suo popolo di persone umili e semplici che sanno pazientare, sopportare, pregare e amare, preparerà il suo futuro.

Raccomando a tutti di entrare in una prospettiva nuova, alla luce del fatto che durante la pandemia non ci siamo messi in allarme per quanto riguarda la nostra situazione esistenziale in rapporto a Dio. Ci siamo affidati alla scienza. Le preghiere sono state poche o nulle. Il mondo ha continuato la sua deriva sulla via dell’apostasia rifiutando la fede e la Croce.
Con l’incombere di questa calamità gravissima sul mondo, l’umanità rischia di distruggere se stessa in pochi minuti perché nei cuori c’è l’odio accecante e porta sempre a soluzioni inimmaginabili, come il ricorso all’uso di armi atomiche.
Nel tempo delle apparizioni a Medjugorje abbiamo rischiato due volte un’ecatombe nucleare non casuale, ma voluta. Nel 1984 e nel 1991. La Madonna è in grado di fermare una deriva che satana persegue in tutti i modi.

Pur comprendendo l’apprensione e il senso di angoscia umano che ci accomuna in questo  momento, vi esorto a non perdere di vista il punto di riferimento fondamentale dei nostri tempi, ovvero la presenza della Madonna e soprattutto le parole che lei stessa ci ha detto, cioè che con la preghiera e il digiuno possiamo fermare le guerre per quanto violente esse siano.

Facciamo nostre le parole del Santo Padre e le nostre intenzioni di preghiera siano di richiesta di Sua intercessione per la pace:
La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra.

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Benedetto XVI, l’essere cristiano mi dona l’amicizia con il giudice delle mia vita

Posté par atempodiblog le 8 février 2022

Benedetto XVI, l’essere cristiano mi dona l’amicizia con il giudice delle mia vita
La lettera del Papa emerito che accompagna la risposta tecnica al dossier sugli abusi nella diocesi di Monaco  Frisinga
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Benedetto XVI, l’essere cristiano mi dona l’amicizia con il giudice delle mia vita dans Articoli di Giornali e News Una-recente-foto-di-Benedetto-XVI-e-l-arcivescovo-G-nsw-ein-al-Mater-Ecclesiae
Una recente foto di Benedetto XVI e l’arcivescovo Gänswein al Mater Ecclesiae
Foto: Fondazione Ratzinger

“In tutti i miei incontri, soprattutto durante i tanti Viaggi apostolici, con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade”.

La lettera che Benedetto XVI scrive a tutti a seguito della relazione sugli abusi del clero nella diocesi di Monaco e Frisinga, che lo chiama in causa, non è solo un chiarimento. Il Papa emerito mette a nudo la sua coscienza e insegna a preti e vescovi, a responsabili e singoli cristiani come tutti davanti a Dio siamo peccatori e che solo Lui può perdonare “se con sincerità mi lascio scrutare da Lui e sono realmente disposto al cambiamento di me stesso”. Del resto, scrive Benedetto “ l’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte”.

Il testo si apre con la cronaca e alcuni dettagli pratici sulla comunicazione di una svista: “Nel lavoro gigantesco di quei giorni – l’elaborazione della presa di posizione – è avvenuta una svista riguardo alla mia partecipazione alla riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980. Questo errore, che purtroppo si è verificato, non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile. Ho già disposto che da parte dell’arcivescovo Gänswein lo si comunicasse nella dichiarazione alla stampa del 24 gennaio 2022. Esso nulla toglie alla cura e alla dedizione che per quegli amici sono state e sono un ovvio imperativo assoluto. Mi ha profondamente colpito che la svista sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo”.

Non ha paura di dire le cose come stanno, Benedetto, e aggiunge: “ Tanto più mi hanno commosso le svariate espressioni di fiducia, le cordiali testimonianze e le commoventi lettere d’incoraggiamento che mi sono giunte da tante persone. Sono particolarmente grato per la fiducia, l’appoggio e la preghiera che Papa Francesco mi ha espresso personalmente. Vorrei infine ringraziare la piccola famiglia nel Monastero “Mater Ecclesiae” la cui comunione di vita in ore liete e difficili mi dà quella solidità interiore che mi sostiene”.

Archiviata la cronaca degli ultimi eventi ecco la parte più intima e personale, quando all’inizio della celebrazione della Messa “Preghiamo il Dio vivente pubblicamente di perdonare la nostra colpa, la nostra grande e grandissima colpa. È chiaro che la parola “grandissima” non si riferisce allo stesso modo a ogni giorno, a ogni singolo giorno. Ma ogni giorno mi domanda se anche oggi io non debba parlare di grandissima colpa. E mi dice in modo consolante che per quanto grande possa essere oggi la mia colpa, il Signore mi perdona, se con sincerità mi lascio scrutare da Lui e sono realmente disposto al cambiamento di me stesso”.

La Misericordia Divina, che nasce dalla “profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono”.

Benedetto scende ancora più nel profondo, non è questione di cronaca ma di teologia: “ Sempre più comprendo il ribrezzo e la paura che sperimentò Cristo sul Monte degli Ulivi quando vide tutto quanto di terribile avrebbe dovuto superare interiormente. Che in quel momento i discepoli dormissero rappresenta purtroppo la situazione che anche oggi si verifica di nuovo e per la quale anche io mi sento interpellato”.

La grandezza della richiesta del perdono perché tutti sbagliamo. “Ben presto  scrive Benedetto  mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano”.

La lettera si conclude con una immagine potente dell’ Apocalisse: Giovanni “vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: “Non temere! Sono io…”.

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Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù”

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2021

Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù”
Scrittore fecondo e molto devoto dell’Eucaristia, Antonio Maria Claret vedeva in Cristo un Amico, seppur divino. Nel suo dialogo “mistico” intitolato Quindici minuti con Gesù, emerge, in 11 domande, la grande confidenza del santo con il Signore e la fiducia nella Sua onnipotenza.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù” dans Fede, morale e teologia Sant-Antonio-Maria-Claret

“Spirito grande, sorto come per appianare i contrasti: poté essere umile di nascita e glorioso agli occhi del mondo; piccolo nella persona però di anima gigante; modesto nell’apparenza, ma capacissimo d’imporre rispetto anche ai grandi della terra; forte di carattere però con la soave dolcezza di chi sa dell’austerità e della penitenza; sempre alla presenza di Dio, anche in mezzo ad una prodigiosa attività esteriore; calunniato e ammirato, festeggiato e perseguitato. E tra tante meraviglie, quale luce soave che tutto illumina, la sua devozione alla Madre di Dio”. Sono parole di Pio XII al momento della canonizzazione, nel maggio 1950, di Antonio Maria Claret.

Come si comprende dalle parole di Pio XII, Antonio Maria Claret è un personaggio difficile da descrivere perché ha toccato, nella sua ricca vita sacerdotale, una molteplicità di aspetti che ne fanno un monumento della storia della Chiesa. Scrittore fecondo, mistico, devotissimo dell’Eucaristia e apostolo del Cuore di Maria.

Nell’Eucarestia sant’Antonio Maria Claret trova una culla dei suoi pensieri, delle sue preghiere, del suo sentimento verso i poveri e i sofferenti. La preghiera, mirabile strumento di dialogo continuo con Dio. Preghiera e scrittura, vivacità di pensiero e di azione. In lui si fondono i due elementi in un equilibrio del tutto particolare. L’azione è per lui delineata, soprattutto, in una parola: carità. Una carità del tutto paolina. Basterebbe ricordare il suo stemma episcopale che reca la frase “L’amore del Cristo ci spinge”, tratta dalla Seconda Lettera ai Corinti. Questa è la sintesi estrema della sua spiritualità profondamente apostolica. Lo scriverà bene nella sua Autobiografia: “Lo dico e lo ripeto: la virtù di cui ha maggiormente bisogno il missionario è l’amore. Il missionario deve amare Dio, Gesù Cristo, la Madonna e i fratelli. Mancando di amore, egli vanifica tutte le sue qualità; ma se l’amore informa la sua vita, il missionario ha tutto”. Dunque, al Cristo povero, mansueto e umile di cuore, saranno rivolti i suoi pensieri.

Chi vedeva in Cristo, sant’Antonio Maria Claret? Chi era, per lui, il Figlio dell’Uomo? Alla domanda si potrebbe rispondere con un solo termine, profondo, che reca in sé una diversità di sentimenti di non poco conto: Cristo è, per il santo, un Amico. Con la “A” maiuscola, s’intende. Con Lui parla, con Lui prega, con Lui si interroga e Lo interroga sulla sua missione apostolica. È bello questo rapporto perché rende Cristo – seppur Re dei re, seppur di natura divina, come direbbe sempre il suo amato Paolo di Tarso – profondamente umano. E, allora, leggere la sua preghiera-dialogo dal titolo Quindici minuti con Cristo non ci scandalizza per la sua confidenzialità con il Re Gesù.

Il tono che usa il santo per scrivere questo dialogo “mistico” (così potrebbe essere definito) ci dà l’indice dell’intero testo. Già l’incipit ci dice tutto: “Non è necessario, figlio mio, sapere molto per farmi piacere. Basta che tu abbia fede e che ami con fervore. Se vuoi farmi piacere ancora di più, confida in me di più, se vuoi farmi piacere immensamente, confida in me immensamente. Allora parlami come parleresti con il più intimo dei tuoi amici, come parleresti con tua madre o tuo fratello”. Ciò che Gesù chiede è semplice: amarlo. E avere fede in Lui. Come è possibile notare, il tema dell’Amore ritorna in questo scritto così profondo, ma di una semplicità assoluta, disarmante. Ricambiare Cristo con l’Amore per ciò che ci dona – che poi non può che non essere Amore – è fondamentale per instaurare un rapporto dialogico con Lui. Questo ci insegna sant’Antonio Maria Claret.

Il testo è suddiviso in undici domande che Cristo pone al fedele in preghiera. È un fedele che non appartiene solo al tempo di ieri, ma anche a quello di oggi. Ma non solo. Il tempo non è definito, perché potrebbe essere benissimo il fedele di domani. Cristo è padrone del tempo, quindi, qualsiasi persona può ritrovarsi in quelle domande che Gesù pone in grande semplicità. Sono domande che stanno ad indicare la sua attenzione per ogni nostra necessità o richiesta. È possibile suddividere questo libretto in undici paragrafi, corrispondenti alle undici domande che Gesù pone: “Vuoi farmi la supplica in favore di qualcuno? E per te hai bisogno di qualche cosa? Per te hai bisogno di qualche grazia? E per oggi che ti occorre? Hai adesso fra le mani qualche progetto? Cosa posso fare per i tuoi amici? E per i tuoi genitori? C’è qualche familiare che ha bisogno di qualche favore? E per me? Sei forse triste o di malumore? Vuoi raccontarmi di qualche gioia?”.

Sono domande di un amico sincero che ascolta chi gli si pone davanti con cuore altrettanto sincero. Il dialogo – in cui le risposte sono silenti nel nostro animo – è schietto e anche molto pragmatico, se vogliamo. Cristo ci pone domande ben specifiche. E aspetta da noi una risposta precisa. Ma soprattutto ci chiede di parlare a Lui, come se il dialogo fosse tra il più intimo dei nostri amici, con nostra madre o con nostro fratello. E dopo aver parlato con Lui, allora è possibile “ritornare alle proprie occupazioni”. Il congedo di Cristo che sant’Antonio Maria Claret descrive è sublime: “Ma non dimenticare questi quindici minuti di gradevole conversazione che abbiamo avuto qui nella solitudine del santuario. Conserva più che puoi il silenzio, la modestia e la carità con il prossimo. Ama mia Madre, che è anche Madre tua. Ricorda che essere buon devoto della Vergine Maria è segno di sicura salvezza”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Quando sentite un’ambulanza, recitate una preghiera, chiede un cardinale

Posté par atempodiblog le 5 juillet 2021

Quando sentite un’ambulanza, recitate una preghiera, chiede un cardinale
Quando c’è un segno del fatto che qualcuno ha bisogno di aiuto, recitare una preghiera è un gesto d’amore e di carità nei confronti di quella persona
di Francisco Vêneto – Aleteia

Quando sentite un’ambulanza, recitate una preghiera, chiede un cardinale dans Fede, morale e teologia ambulanza

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, esorta a recitare una preghiera ogni volta che si sente un’ambulanza.

Il porporato ha dato questo consiglio riferendosi ai casi in cui si sentono passare camion dei pompieri, macchine della polizia o cortei funebri, perché si tratta di situazioni che rimandano a persone che hanno bisogno di solidarietà e aiuto, anche spirituale.

Il cardinale ha rivolto la sua richiesta in un breve video che ha condiviso sulle reti sociali il 28 giugno, in cui ha commentato che questi semplici gesti di pietà sono in genere insegnati da genitori, nonni o altri familiari.

“Se sentite una sirena, che sia di un camion dei pompieri, di un’ambulanza o di una macchina della polizia, recitate una breve preghiera, perché qualcuno, in qualche luogo, ha un problema. Se sentite un’ambulanza, pregate per i malati. Se sentite una macchina della polizia, pregate perché forse si sta svolgendo un atto violento. Quando sentite il camion dei pompieri, pregate perché la casa di qualcuno potrebbe andare a fuoco. Queste cose ci esortano a recitare una preghiera per amore e in segno di carità nei confronti degli altri”.

Il riposo eterno per i defunti
Il cardinale Dolan ha anche parlato dell’antico costume di recitare una preghiera quando suonano le campane di una chiesa, soprattutto quando annunciano la morte di qualcuno, e ha raccontato cos’accadeva quando era piccolo quando gli allievi sentivano le campane a scuola:

“Non sapevamo chi era il parrocchiano che stavano seppellendo, ma quando sentivamo le campane i professori dicevano: ‘Bambini, alziamoci e diciamo insieme: ‘L’eterno riposo donagli, Signore, e splenda a lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen’”.

La stessa preghiera può essere recitata quando vediamo passare un corteo funebre o passiamo vicino a un cimitero.

“Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nella nostra vita spirituale”, ha aggiunto il cardinale. “San Paolo dice che l’uomo giusto prega sette volte al giorno”.

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“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia”

Posté par atempodiblog le 2 février 2021

Una riflessione del teologo Stephen Walford sulla Vergine e il mondo sconvolto dalla pandemia
“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia”
di Stephen Walford* – Vatican Insder

“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia” dans Apparizioni mariane e santuari La-Madonna-di-Civitavecchia

Il 2 febbraio 1995 nella città portuale di Civitavecchia, nel Lazio, a pochi chilometri da Roma, un nuovo capitolo della profetica “era mariana” fu scritto dalla Beata Vergine Maria. Una vicenda famosa in tutto il mondo che pose la famiglia Gregori al centro di un intervento divino con conseguenze diffuse per la Chiesa e per il mondo.

La storia iniziò alcuni mesi prima, nel settembre 1994, quando il parroco di Sant’Agostino a Pantano, don Pablo Martin, partì in pellegrinaggio per Medjugorje con l’intenzione di portare una statua della Beata Vergine in regalo alla famiglia di Fabio Gregori. Il sacerdote disse che, mentre si trovava nella cittadina bosniaca, fu guidato da San Pio da Pietrelcina (morto nel 1968) ad acquistare una statua particolare e che il famoso frate cappuccino gli suggerì che «l’evento più bello della sua vita» sarebbe stato proprio il risultato di questa decisione.

Nello stesso periodo una figlia spirituale del famoso esorcista padre Gabriele Amorth lo informò che una «Madoninna avrebbe pianto a Civitavecchia» e che «non sarebbe stato di buon auspicio per l’Italia». Il vescovo di Civitavecchia dell’epoca, monsignor Girolamo Grillo, raccontò nel suo diario che padre Amorth gli telefonò il 13 marzo 1995 per fornirgli queste informazioni. Ma il vescovo non gli credette.

Le lacrime
Il 2 febbraio 1995, alle 16.20, mentre i Gregori si preparavano per andare a messa, la piccola Jessica, cinque anni, vide per la prima volta lacrime di sangue fluire dall’occhio sinistro fino al cuore della statua della Madonna, posta nella grotta del giardino. Suo padre Fabio assistette anche lui alla scena. Lo stesso fenomeno si verificò nei giorni seguenti con altri testimoni, ma il vescovo Grillo rimase a lungo scettico. La statua pianse altre tredici volte prima che una grazia straordinaria cambiasse l’opinione del vescovo. Il 15 marzo, alle 8.15, dopo la messa in episcopio, la sorella del presule, Grazia, espresse il desiderio di pregare davanti alla statua dopo aver ricordato le parole di padre Amorth. Monsignor Grillo accolse la richiesta e, insieme a molti altri presenti, iniziarono a recitare il “Salve Regina”. Quando raggiunsero le parole «Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi», la statua cominciò a piangere lacrime di sangue per la quattordicesima volta, e questa volta nelle mani del vescovo stesso.

Padre Amorth in seguito confessò che la sua figlia spirituale che l’aveva informato nell’estate del ’94 del futuro evento miracoloso, lo aveva anche avvertito che se non fosse stata fatta molta preghiera e penitenza, l’Italia avrebbe dovuto affrontare una guerra civile e un terribile spargimento di sangue. A causa di questo pericolo, la donna si offrì come vittima in riparazione per i peccati dell’Italia e presto si ammalò gravemente. Il vescovo Grillo nel frattempo si era anche impegnato a chiedere a tutti i conventi e monasteri di clausura di pregare ardentemente per il Paese.

Il presule, ormai fermamente convinto della vera natura degli eventi che si svolgevano nella sua diocesi, portò la statua a Roma per fare in modo che due diverse équipe mediche analizzassero le lacrime. Entrambi tornarono con lo stesso risultato: il sangue proveniva da un maschio di circa trent’anni, ma rivelava anche forti caratteristiche femminili.

Sorprendentemente, il professor Giancarlo Umani Ronchi, il principale medico di Medicina legale dell’Università La Sapienza, dichiarò apertamente che durante le prove era emerso un aspetto soprannaturale dalla statua. Le scansioni eseguite da diverse agenzie insieme alla Chiesa cattolica dimostrarono che non erano presenti dispositivi o meccanismi nascosti all’interno della statua che avrebbero potuto permettere l’uscita di sangue. Per coloro che guardavano con gli occhi della fede a tale evento miracoloso – incluso il vescovo inizialmente scettico – il sangue era quello di Cristo, e le forti caratteristiche femminili potevano essere spiegate dal fatto che Gesù non aveva un padre terreno, quindi tutto derivava dalla madre Maria.

Non mancarono le controversie, tali da portare l’Ufficio della Procura della Repubblica di Civitavecchia a confiscare la statua per ulteriori indagini. Cosa che causò un tumulto tra i fedeli. A questo punto fu coinvolto il Vaticano, il quale mostrò un sostegno tangibile per la famiglia Gregori. Papa Giovanni Paolo II inviò, il 10 aprile 1995, il suo grande amico cardinale Andrej Maria Deskur (il porporato che offrì le sofferenze causate da un ictus per il Papa all’alba del suo pontificato) per regalare ai Gregori una replica della statua fatta dallo stesso uomo che realizzò l’originale.

Fu un dono personale del Papa polacco e presto, inspiegabilmente, iniziò ad emettere un olio profumato nei giorni di festa liturgica, nell’anniversario delle lacrime, e anche in molte occasioni di fronte a semplici pellegrini che invocavano l’aiuto della Madonnina. La statua pianse anche lacrime umane il 2 aprile 2005, il giorno della morte di San Giovanni Paolo II, e il 31 marzo 2006, quando il vescovo Grillo vide personalmente il pianto e lo rese noto.

Le apparizioni
Per quanto incredibili fossero questi eventi nella primavera del 1995, furono solo l’inizio della chiamata divina, poiché in pochi mesi Fabio, sua moglie Annamaria, Jessica e il loro figlio più giovane Davide iniziarono ad avere apparizioni della Vergine e di Gesù. A partire dal 2 luglio e terminando il 17 maggio 1996, durante queste apparizioni furono lasciati 93 messaggi pubblici su una serie di temi; ancora prima, la madre Annamaria disse di aver ricevuto delle rivelazioni sotto forma di sogni. Chiaramente l’intenzione della Madonna era di attirare l’attenzione sull’importanza vitale della famiglia cristiana.

Quando arrivarono al vescovo Grillo le notizie di queste apparizioni, il vecchio scetticismo tornò. Interrogò Jessica nel settembre 1995 accusandola di aver mentito, ma la ragazza rimase ferma, rivelando anche in un secondo incontro che la Beata Vergine le aveva detto che il vescovo «ha un cuore di pietra». A questo punto, il presule mise alla prova Jessica: le chiese di riferire un fatto su sé stesso che solo lui sapeva. In seguito Jessica tornò non con uno, ma con diversi fatti riguardanti la sua persona. Chiaramente colpito dai dettagli sorprendenti e veritieri, il vescovo si ammalò, ma da quel momento tutti i dubbi svanirono e divenne di grande supporto ai piani della Beata Vergine per Civitavecchia e la famiglia Gregori. Al vescovo fu consegnato anche un segreto della Vergine con dettagli su eventi futuri della sua vita; poco prima della sua morte nel 2016, monsignor Grillo ha rivelato pubblicamente che i contenuti del segreto si erano avverati.

Uno degli aspetti più belli delle apparizioni era la tenerezza e l’umiltà mostrata dalla Vergine Maria. Ad esempio raccontarono che, quando apparve, la Madonna si sarebbe scusata per aver tolto il tempo alla famiglia. In un’occasione Davide fu abbracciato dalla Madonna mentre le tirava la corda intorno alla cintola. Fabio riferì di essere stato inizialmente incredulo all’idea che la Beata Vergine apparisse ai figli Jessica e Davide, ma poi quando vide la Madonna «Ella mi ha dato un bacio sulla fronte. Ho sentito il calore e la carne». Jessica e sua madre Annamaria parlarono entrambe con Gesù in Chiesa. Il Signore uscì fuori dall’immagine della Divina Misericordia e si avvicinò ad Annamaria e le tenne la mano. Sebbene i messaggi pubblici fossero terminati nel maggio 1996, le apparizioni proseguirono in modo privato. Manuel, nato nel 2002, disse di aver visto la Madonna all’età di sette anni, in un momento di particolare sofferenza per la famiglia, e più di recente, nel dicembre 2018, la Madonna è apparsa a Fabio e Annamaria durante la messa. Jessica ha continuato ad avere apparizioni anche negli anni successivi.

I messaggi
Se consideriamo i messaggi, ci permettono di capire il motivo delle lacrime di sangue. Descrivono alla Chiesa in modo profetico e apocalittico i pericoli che incombono sull’umanità: apostasia dalla vera fede, un attacco satanico alla famiglia, una terza guerra mondiale, l’importanza della devozione al Cuore Immacolato di Maria e un avvertimento che la visione del terzo segreto di Fatima si sarebbe iniziata a compiere alla fine del secondo millennio. La Madonna parlò anche dell’imminente vittoria finale sul male con il ritorno nella gloria del Signore.

In termini di «grande apostasia» della vera Fede, come la descrisse la Madonna, l’avvertimento fu severo: «Figli, la Chiesa è entrata nel periodo di grande prova e in molti di voi la fede diventerà instabile». In un’altra occasione disse: «Satana si sta impadronendo di tutta l’umanità, e ora sta cercando di distruggere la Chiesa di Dio tramite molti sacerdoti. Non permettetelo! Aiutate il Santo Padre!». Ancora: «A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla roccia che mio figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli».

Gli avvertimenti di apostasia si trovano anche nel magistero dei Papi recenti. Giovanni Paolo II si riferiva specificatamente ad una «apostasia silenziosa» nella sua Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, mentre Benedetto XVI riprese la profezia di San Paolo a Timoteo riguardante il giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3). Papa Francesco in innumerevoli occasioni ha messo in guardia dal pericolo rappresentato dalla mondanità spirituale che è «la tentazione più perfida che minaccia la Chiesa».

La Beata Vergine implorava l’unità nella Chiesa attraverso l’obbedienza di tutti i vescovi al Papa. «La sua forza conferma che la vera Verità Evangelica è soltanto nella Chiesa di Gesù affidata al Papa e a tutti i vescovi uniti a lui nell’obbedienza». I vescovi sono anche invitati a «tornare ad essere un solo cuore pieno di vera fede e di umiltà».

Un messaggio centrale trasmesso alla famiglia Gregori attraverso i vari segni soprannaturali riguardava la distruzione del matrimonio e della famiglia. Ad esempio, la Madonna si presentò come «Regina della Chiesa e Regina della famiglia»; i messaggi parlavano di «atti d’amore» all’interno della famiglia che «salvano le anime da Satana». Il 16 luglio 1996, la Beata Vergine dichiarò anche che «Satana vuole distruggere la famiglia» e veniva proposto il Rosario come mezzo per sconfiggere il diavolo. Jessica sentì la chiamata al matrimonio piuttosto che alla vita consacrata proprio perché capì che la volontà di Dio per lei era quella di essere testimone della bellezza del matrimonio, in un’epoca in cui le forze del male desideravano distruggerla.

Il legame tra Fatima e Civitavecchia
Uno degli aspetti più profetici dei messaggi riguardava inoltre il vincolo di Civitavecchia con Fatima. Ci sono diverse ragioni per questo. Anzitutto il fatto che la Madonna menzionò specificamente Fatima: «Figli miei, le tenebre di Satana stanno ormai oscurando tutto il mondo e stanno oscurando anche la Chiesa di Dio. Preparatevi a vivere quanto io avevo svelato alle mie piccole figlie di Fatima». Poi che la Madonna rivelò il terzo segreto di Fatima a Jessica il 27 agosto 1995. La ragazza visitò anche suor Lucia nel 1996 e insieme discussero del segreto.

Sembrano esserci diversi elementi dal significato profondo che legano Fatima e Civitavecchia dal punto di vista storico, geografico ed escatologico, ma convergono tutti su una questione: le sofferenze del Papa e della Chiesa. Fatima ha annunciato che le sofferenze sarebbero arrivate all’inizio del secolo, mentre a Civitavecchia alla fine del secolo. Sappiamo che ora siamo entrati in quei tempi predetti e che «sono imminenti gli anni del trionfo del mio Cuore Immacolato».

In termini geografici, dobbiamo vedere che Civitavecchia si trova vicino a Roma e questo suggerisce che lo sguardo della Madonna è incentrato sulla vita e sul ministero del Papa e sui pericoli che minacciano lui e il suo ministero di proteggere il gregge dai lupi dentro e fuori.

Da un punto di vista escatologico, è significativo l’aver affidato il terzo segreto a Jessica, cinque anni prima della sua pubblicazione nel 2000. Non sappiamo se alla ragazza fosse stata data una interpretazione precisa della visione, ma c’è chiaramente un motivo per cui le è stato detto. In ogni caso, Civitavecchia sembrerebbe indicare due realtà mostrate nella visione originale: in primo luogo, la distruzione di una città in cui il Papa prega per i morti. Ciò rappresenterebbe una punizione per l’umanità in generale. In secondo luogo, il martirio del Papa e di quei vescovi, sacerdoti, religiosi e laici davanti alla Croce in cima alla montagna. Questo senza dubbio rappresenta una persecuzione universale della Chiesa che sembrerebbe indicare la prova finale prima della seconda venuta del Signore (CCC 675). Anche le lacrime di sangue della statua originale appartenente alla famiglia Gregori potrebbero essere interpretate in questa luce: rappresentano profeticamente la sofferenza che deriverà dalla mancata conversione dell’umanità. Maria piange per tutti i suoi figli, ma rappresenta la Chiesa nella sua sofferenza.

Fatima non si è conclusa con la promessa di fallimento, ma piuttosto con la promessa di un trionfo definitivo contro Satana. Ecco perché a Civitavecchia come a San Nicolas, in Argentina, e Kibeho, in Ruanda, la Madre e il Figlio annunciano un messaggio di grande gioia. A Fabio Gregori, il Signore disse: «Ti manderò un angelo per mostrarti ciò che deve accadere tra breve. Beato chi avrà custodito e predicato le parole profetiche della Chiesa di Dio, nostro Padre, che tramite la nostra mamma celeste, la Madonna, ci prepara la strada per intercedere presso nostro Padre, Dio. Non abbandonare mai i sacramenti, la Confessione, la preghiera, il digiuno e il corpo di Cristo Gesù nella Santa Messa, perché la mia venuta sarà molto presto».

In un’altra occasione la Madonna avrebbe detto: «Aprite il cuore e le braccia con lo stesso modo e amore con cui si abbraccia il proprio figlio, per essere pronti ad abbracciare il Cristo nello splendore della sua gloria, perché il suo grande avvento sta per arrivare. Pregate e non stancatevi mai di pregare. Dolci figli miei, amatevi, perché l’amore in Cristo mio figlio è la vostra chiave per entrare in quella porta piccola che conduce al Regno di Dio».

Naturalmente messaggi di questo tipo sono aperti ad essere sensazionalizzati e persino fraintesi. Il punto è certamente che sono una chiamata a rispondere al Vangelo nel modo più autentico e radicale possibile. Ci invitano a vivere ogni giorno nello spirito dell’Avvento, non rinunciando alla vita ma abbracciandola, e di vivere ogni giorno al servizio degli altri.

L’altro collegamento principale tra Fatima e Civitavecchia è il desiderio della Madonna che la devozione al suo Cuore Immacolato fosse diffusa. Chiede la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato e che gli individui facciano lo stesso. Questo perché, con una consacrazione, si pone sotto la diretta protezione della Madre spirituale di tutti i popoli: è trovare rifugio dalla tempesta spirituale nel rifugio più sicuro.

La posizione della Chiesa su Civitavecchia
A questo punto, è importante osservare quale fu l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei vari fenomeni qui descritti. Possiamo dire che c’è stata un’approvazione? Poco dopo che gli eventi iniziarono a svolgersi nella sua diocesi, il vescovo Grillo creò una commissione teologica diocesana per studiare i fatti. Furono scelti undici membri di cui due rappresentanti del Vaticano. Tra il 1995 e il 1996 si incontrarono in varie occasioni e, alla fine, la maggioranza votò a favore della soprannaturalità dell’evento (7/11). Alcuni di quelli che sospesero il giudizio fino a quando non fossero state condotte ulteriori indagini, hanno poi successivamente confermato l’autenticità degli eventi. Secondo don Flavio Ubodi, vicepresidente della commissione, il vescovo Grillo approvò le apparizioni e i risultati della commissione. Tuttavia, il vescovo desiderava che il Vaticano prima rispondesse (anche se il documento del 1978 della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che è l’ordinario locale in primo grado ad aver competenza su casi come Civitavecchia). Fu istituita una Commissione sotto la guida del cardinale Camillo Ruini, in seguito sciolta senza mai rilasciare alcuna dichiarazione. Nel 2005, il vescovo Grillo pubblicò il dossier diocesano che affermava chiaramente la sua posizione secondo cui gli eventi avevano un carattere soprannaturale. Più tardi, pubblicando il proprio diario, ribadì la stessa conclusione. Il presule si espresse a favore anche in omelie pubbliche, come quella durante la consacrazione della sua diocesi e della città di Civitavecchia al Cuore Immacolato, l’8 dicembre 1996, o quando innalzò la parrocchia allo status di Santuario per la venerazione della statua.

Già nel 2005 il vescovo riconobbe i numerosi frutti di Civitavecchia nel primo decennio. Cosa che ha comportato la presenza continua di confessori al Santuario per ascoltare migliaia di pellegrini. Ci furono molte gravidanze in coppie dichiarate non fertili dopo aver pregato davanti alla Statua, come anche oltre mille matrimoni che dicono di essere stati salvati per intercessione di «Nostra Signora Regina della Famiglia».

Il riconoscimento degli eventi soprannaturali non si fermò solo a livello locale, ma arrivò fino a San Pietro. Al tempo degli eventi, come abbiamo visto dal dono della seconda statua, Giovanni Paolo II mostrò sollecitudine paterna alla famiglia Gregori. Invitò il vescovo Grillo a mettere da parte il suo scetticismo, mentre scherzava sulla testa dura dei vescovi italiani. Disse al pastore che desiderava venerare la statua nel 1995 e incoronarla, e così Grillo portò in obbedienza la Madonnina al Palazzo Apostolico in segreto, poiché il Papa non voleva essere visto e così influenzare la commissione diocesana. Questo episodio è stato rivelato in una lettera scritta l’8 ottobre 2000 e raccontato personalmente dal Papa il 20 ottobre dello stesso anno.

Proprio l’8 ottobre 2000 fu un giorno molto importante nell’anno del Grande Giubileo. Era il Giubileo dei Vescovi e Papa Wojtyla decise di compiere un “Atto di affidamento” a Maria con tutti i presuli presenti. Quello che non si sapeva a quel tempo è che tale gesto fu fatto in risposta ad una richiesta della Madonna. Il santo Pontefice polacco visitò pure Civitavecchia due volte.

Il 30 maggio 2005, solo poche settimane dopo essere stato eletto Papa, Benedetto XVI incontrò la Conferenza episcopale italiana e raccontò della devozione di Giovanni Paolo II a Nostra Signora di Civitavecchia, dicendo al vescovo Grillo: «La Vergine di Civitavecchia farà grandi cose!».

Un appello personale a Papa Francesco
A conclusione di questo excursus degli eventi che circondano la Madonna di Civitavecchia, e considerando i gravi pericoli che minacciano l’umanità in questo momento di tribolazione, desidererei fare umilmente una petizione al nostro caro Papa Francesco per considerare di proclamare un nuovo Anno Mariano che potrebbe essere celebrato in tutta la Chiesa e nel mondo. E, come possibile momento culminante di quell’anno, rinnovare la consacrazione del 1984 fatta da Giovanni Paolo II del mondo al Cuore Immacolato di Maria, invitando nuovamente ogni vescovo ad unirsi nell’atto di preghiera.

Sono passati 33 anni dall’ultimo Anno mariano, il 1987, e forse potremmo ricordare la grande gioia che quell’anno ha regalato alla Chiesa in preparazione al Grande Giubileo del 2000. Ora siamo alla stessa distanza dalla commemorazione della Redenzione nel 2033, e sembra che la Chiesa abbia grande bisogno di un momento di speranza che possa preparare i cuori per il futuro. Il Papa ha recentemente e benevolmente aggiunto tre nuovi titoli alla Litania di Loreto, e uno in particolare, mi sembra essenziale e profetico: «Madre della speranza».

Non possiamo non capire perché il mondo ha talmente bisogno della speranza: una terza guerra mondiale combattuta «a pezzi» come Papa Francesco ci ha ricordato in varie occasioni, la costante crisi dei rifugiati, la pandemia di coronavirus, il selvaggio crollo del famiglia, l’aborto, la disoccupazione, la fame e la persecuzione sempre crescente di cristianesimo e gruppi minoritari in tutto il mondo. Nella Chiesa vediamo disunità, scandali, abusi sessuali, ipocrisia di massa e il desiderio di coloro che vorrebbero ridurre il potere del Vangelo annacquando le dottrine del Magistero. Molti stanno anche combattendo un’eroica battaglia quotidiana contro le forze del male nella propria vita spirituale.

Non possiamo negare che stiamo vivendo momenti intensi apparentemente apocalittici. I Papi ne hanno spesso parlato, ma possiamo e dobbiamo respingere la narrativa diffusa da alcuni cattolici che sembra nutrirsi di paura e divisione e sostituisce la verità teologica con l’ideologia politica. In questa narrazione c’è anche poco spazio per la speranza. La Vergine Maria per questo ci insegna sempre il rimedio al pessimismo senza fine: è pentirsi, vivere il Vangelo alla lettera e raggiungere coloro che sono nel bisogno.

Un Anno Mariano guidato dallo Spirito Santo potrebbe servire a ricordare alla Chiesa che, come Maria pregava nel Cenacolo con gli Apostoli in attesa dell’unità che sarebbe venuta dallo Spirito Santo, ora può fare lo stesso per aiutare a guarire la disunità all’interno del Chiesa. Ricordo la predicazione di Benedetto XVI sui due principi, Mariano e Petrino. Il Papa affermava che il principio mariano è persino più fondamentale di quello petrino: «Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “sì” alla volontà di Dio».

In un’altra occasione Ratzinger disse: «Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima».

Non vanno dimenticate poi le parole della Madonna pronunciate a Civitavecchia durante il pontificato di Wojtyla: «A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla Roccia che mio Figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli». Oggi vediamo quanto fossero profetiche quelle parole. L’oscurità è causata da coloro che minacciano lo scisma, che vorrebbero ridurre l’autorità del Papa e che si sono stabiliti come giudici del suo magistero.

Un Anno Mariano potrebbe aiutare a ricordare alla Chiesa che Maria insegna sempre l’obbedienza al Papa, e quindi incoraggiare una nuova umiltà ad accettare i suoi insegnamenti alla luce della Tradizione che rimane viva e feconda oggi.

Con la massima fiducia e speranza nel Signore, un Anno Mariano porterebbe certamente grazie alla Chiesa e un aumento della santità. Servirebbe ad invitare molti ad accrescere il loro amore e la loro devozione per la Madre che insegnerà loro la speranza escatologica, che li istruirà su come evitare le insidie del diavolo e li condurrà a trascorrere le loro vite al servizio degli altri. A livello universale, aiuterà a preparare la Chiesa a vivere più coraggiosamente gli anni di difficoltà che ci attendono. Quelli da cui Benedetto XVI mise in guardia nel suo viaggio a Fatima nel 2010: un Kairos di grazia nel pellegrinaggio verso il trionfo del Cuore Immacolato.

*Stephen Walford è un teologo e vive a Southampton, in Inghilterra, con sua moglie Paula e cinque bambini. Ha studiato alla Bristol University e ha scritto due libri: “Heralds of the Second Coming: Our Lady, the Divine Mercy, and the Popes of the Marian Era from Bl Pius IX to Benedict XVI” (Angelico Press), e “Communion of Saints: The Unity of Divine Love in the Mystical Body of Christ” (Angelico Press). È autore di diversi articoli e pubblicazioni su temi escatologici e mariologici. È anche un insegnante e un pianista

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Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2021

Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux
La traccia mariana ci conduce in Belgio, e più precisamente al Santuario di Notre Dame de Banneux (Belgio). In questo luogo Maria è apparsa otto volte: le apparizioni tra gli uomini rispondono a un preciso disegno di Dio. Che attraverso i messaggi della Vergine vuole portare alla salvezza tutta l’umanità.
di Diego Manetti
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux dans Apparizioni mariane e santuari Vergine-di-Banneux

La traccia mariana che questa volta esaminiamo ci conduce in Belgio, e più precisamente a Banneux, per un ciclo di otto apparizioni che ci mostreranno come la presenza della Madonna tra gli uomini negli ultimi due secoli risponda a un preciso disegno di Maria che con sempre maggior premura di fa presente e offre messaggi per mettere in guardia l’umanità dagli attacchi del Demonio. Ci troviamo dunque a Banneux: si tratta di un piccolo borgo situato nel comune di Louveigné, distante una ventina di chilometri da Liegi, nelle Ardenne. Il nome “Banneux”, letteralmente “(luogo) banale”, indica la natura del posto, reso insignificante – per lo meno fino a un certo punto, e agli occhi del mondo – da una dilagante povertà che costringe gli abitanti a una vita di fatica e di sacrifici.  Nel 1914 il villaggio muta denominazione, assumendo quella di Notre-Dame de Banneux per soddisfare un voto che gli abitanti hanno fatto chiedendo protezione alla Madonna dalle distruzioni del Primo conflitto mondiale. Ed effettivamente la Vergine ascolta le preghiere dei poveri di Banneux – contadini e minatori, per lo più – e ottiene dal Signore la grazia per cui il borgo attraversa indenne la guerra senza incappare in quella spirale di morte e distruzione che colpisce i villaggi vicini.

Ma veniamo ora ai fatti. Siamo nel 1933. In una frazione di Banneux, La Fange – “il fango”, a indicare la natura paludosa della zona -, vive una povera famiglia: il padre, Julien Beco, è operaio, mentre la moglie, Louise, accudisce i sette figli (che in seguito diventeranno undici, con la nascita di altri 4 bambini). La più grande di questi si chiama Mariette. È nata il 25 marzo 1921 e ha dunque appena 12 anni ma, come primogenita, è chiamata ad assumersi pesanti responsabilità nell’aiutare la madre a badare alla casa e alla numerosa prole. Una condizione di vita che poco si concilia con gli impegni di studio della bambina che, così, si trova presto in ritardo di due anni rispetto ai suoi coetanei. Altrettanto lacunosa è la preparazione catechistica, tanto che lo stesso cappellano di Banneux rimprovera più volte la piccola (e innocente) Mariette. I genitori, persone operose e oneste, ma non religiose, non si preoccupano affatto della scarsa educazione alla fede della figlia, dovendo impegnarsi nella dura lotta per affrontare le necessità quotidiane. La vita sembra scorrere come sempre, per Mariette, che dai genitori ha ereditato un forte senso del lavoro e un profondo spirito di sacrificio, ma che manca di una fede genuina e profonda, tanto da saltare anche la messa festiva oltre che le lezioni di catechismo per non incorrere nei rimbrotti del parroco, preoccupato per la scarsa applicazione della fanciulla. Ma ecco che, domenica 15 gennaio 1933, accade qualcosa che renderà Banneux qualcosa di affatto “banale”, rendendo anzi la località nota in tutto il mondo, fino a oggi.

È dunque domenica 15 gennaio 1933. Un mese particolarmente freddo, tanto che neve e ghiaccio hanno ricoperto la piccola frazione dove vivono i Beco, in una povera abitazione ai margini del bosco. Ormai è sera, è quasi ora di cena e Mariette sta guardando fuori dalla finestra della cucina, in attesa che il fratello Julien faccia ritorno a casa. All’improvviso, nel buio del giardino, vede, a pochi metri dalla casa, la figura di una Bella Signora, avvolta di una luce splendente. Dopo averla osservata meglio, la bambina chiama la mamma, dicendole che in giardino è apparsa una donna di una bellezza e una eleganza mai viste prima. La Signora indossa infatti una veste bianca ornata da un nastro blu che le cinge la vita, mentre la testa è coperta da un velo bianco e trasparente. Mariette nota anche una rosa d’oro sul suo piede destro e un rosario – che sembra fatto anch’esso d’oro – sulla mano destra. La Signora ha le mani giunte come se pregasse.  La bambina intuisce subito che deve trattarsi della Madonna e, presa la corona del Rosario che aveva trovato per strada qualche tempo prima, comincia a recitare alcune “Ave Maria”, senza distogliere lo sguardo dalla figura che, nel frattempo, le fa come un cenno con la mano destra, come invitandola a uscire e a raggiungerla. La madre di Mariette però, che scorge invece solo un’ombra indistinta, credendo forse che si tratti di qualche spirito o fantasma, si spaventa e impedisce alla figlia di uscire, serrando l’ingresso a chiave. Mariette, che si era diretta verso l’uscio di casa, torna precipitosamente alla finestra, ma rimane delusa nell’accorgersi che la Bella Signora non c’è più e che il giardino è nuovamente sprofondato nel buio della serata invernale.

Il giorno successivo la Bella Signora non compare, così il giorno dopo ancora, martedì 17 gennaio, Mariette si reca da don Jamin, il parroco, per raccontargli l’accaduto. Il parroco non dà molto credito al racconto della bambina, pensando che magari si sia immaginata una statua della Madonna di Lourdes nel giardino di casa propria, mescolando le ombre della notte con la suggestione e la fantasia tipiche di quell’età. Il sacerdote resta però colpito dal fatto che Mariette ha ripreso a frequentare le lezioni di catechismo, come se qualcosa fosse davvero cambiato in lei. Si giunge così a mercoledì 18 gennaio. Verso le sette di sera, dunque alla stessa ora di domenica, Mariette esce di casa, senza di nulla. Incuriosito dallo strano comportamento della figlia, il padre la segue e, stupito, la trova in ginocchio sul sentiero che conduce alla siepe del giardino, intenta a pregare a bassa voce, rivolta in direzione del luogo dove, tre giorni prima, aveva visto la Bella Signora. D’un tratto, la Donna le appare su una piccola nube grigia che la tiene sollevata dal terreno. La bambina continua a pregare sottovoce, con il rosario in mano, tenendo lo sguardo verso l’alto, in direzione della Signora la quale, sorridendo dolcemente, muove le labbra come se pregasse. Dopo circa venti minuti di preghiera, l’apparizione chiede a Mariette di seguirla. La piccola veggente si alza e, varcato il cancello della proprietà dei Beco, si incammina lungo la strada. Per due volte, durante il breve tragitto, Mariette cade in ginocchio, in estasi, pregando alcune “Ave Maria” prima di rialzarsi e proseguire il cammino. A un certo punto, giunta presso una sorgente che scorre lungo la strada, Mariette si inginocchia, una terza volta, sull’orlo del fossato, mentre la Bella Signora resta sospesa sulla scarpata, dicendole: “Immergi le mani nell’acqua”. Immediatamente, la bambina obbedisce, facendo però scivolare il suo rosario nella gelida acqua della sorgente.

La Signora prosegue: “Questa sorgente è riservata a me”, per poi salutarla: “Buona sera, arrivederci” e somparire quindi, lentamente, sollevandosi in cielo, sopra gli alberi circostanti. Mariette rientra in casa, felice per quella che pare la promessa di un ulteriore incontro – la Signora le ha infatti detto “arrivederci” prima di lasciarla. Il padre, stupito per l’accaduto, si reca dal parroco per informarlo sui fatti. Don Jamin è però a Liegi. Appena il parroco viene a sapere di esser stato cercato da Julien Beco, si reca egli stesso a casa della famiglia, dove però trova la piccola Mariette già a letto. Prima che faccia ritorno in parrocchia, Julien gli chiede di incontrarlo il giorno dopo per potersi accostare ai sacramenti. La cosa colpisce assai il sacerdote poiché, dopo che Mariette gli aveva raccontato dell’apparizione, aveva chiesto proprio la conversione del padre – notoriamente poco propenso alla devozione e alla preghiera – come segno della veridicità degli eventi.

La terza apparizione – ormai possiamo così definirle, visto che la stessa Mariette non ha più dubbi sul fatto che le stia apparendo la Vergine – avviene il giorno successivo, giovedì 19 gennaio. Indossato un pesante cappotto per ripararsi dal freddo, la veggente va a inginocchiarsi in giardino verso le sette di sera, sulla neve gelata, come il giorno prima. Dopo alcuni minuti di preghiera a voce sommessa, la piccola allarga le braccia ed esclama: “Eccola!”. Quindi, fattasi coraggio, domanda alla Donna: “Chi siete, mia Bella Signora?”.  E la Signora risponde: “Io sono la Vergine dei Poveri”. L’espressione non è casuale, neppure per Mariette e gli abitanti della zona, poiché il bosco limitrofo alla sorgente era proprio detto “dei poveri” in quanto vi si poteva tagliare legna gratuitamente, in ragione delle gravi condizioni di miseria in cui versava la popolazione della zona. A quel punto Mariette si alza e, seguendo la Madonna, compie il percorso della sera precedente, inginocchiandosi nei tre punti dove era caduta in estasi il giorno prima. Giunta nei pressi della sorgente, domanda alla Vergine perché Ella abbia detto che quella sorgente sia riservata per Lei.

La Madonna le risponde, sorridendole: “Questa sorgente è per tutte le nazioni … (per dare sollievo) agli ammalati”. Mariette ripete, scandendole come per meglio ricordarsele, queste parole, dicendoLe: “Grazie, grazie!”. La Vergine si congeda quindi dalla bambina, con l’implicita promessa di tornare – “Pregherò per te, arrivederci!” -, scoparendo poi in cielo, al di sopra degli abeti circostanti la sorgente. E’ importante notare come questo saluto contenga una doppia promessa: da una parte l’impegno a tornare, in quell’arrivederci che sa di un appuntamento che presto si rinnoverà; ma, soprattutto, la promessa a esser sempre accando a Mariette nella preghiera: “pregherò per te” le dice infatti la Vergine, indicando così il suo ruolo di celeste Mediatrice di grazia presso Dio.

Il giorno successivo, venerdì 20 gennaio, alla solita ora la veggente si reca in giardino per pregare il rosario, in ginocchio sulla nece, come nei giorni precedenti. Questa volta sono presenti diversi vicini, fedeli e curiosi, poiché la voce delle presunte apparizioni ha cominciato a spargersi nei dintorni.  Dopo la preghiera del Rosario, ecco che l’esclamazione di Mariette annuncia l’arrivo della Madonna: “Eccola!”. La bambina le domanda: “Che cosa desiderate, mia Bella Signora?”. La risposta non si fa attendere: “Desidererei una piccola cappella”. Con queste parole, la Madonna rinnova una richiesta che tante volte abbiamo visto caratterizza le apparizioni mariane, laddove la Vergine richiede la costruzione di un edificio sacro che possa restare a memoria della traccia del Suo passaggio tra gli uomini e costituire altresì meta di pellegrinaggio, luogo di preghiera e di devozione, nel quale ricevere le numerose grazie che la Madonna concede a quanti la invocano con fiducia filiale. La Vergine traccia quindi un segno di croce con la mano, benedicendo così la piccola, prima di scomparire in cielo. Provata dalle intense emozioni, oltre che dalle avverse condizioni climatiche, Mariette perde i sensi. Julien, il padre, si fa aiutare da un vicino di casa e la riporta in casa, mettendola a letto, affinché possa riposare. Dopo di che, il signor Beco si ferma a riflettere sugli avvenimenti di quei giorni, profondamente commosso per quanto sta toccando il cuore della figlia. Oltre che il proprio.

Dal giorno successivo, 21 gennaio 1933, fino al 10 febbraio compreso, Mariette si ripresenta all’appuntamento con la Signora tutte le sere verso la stessa ora – le 19 -, a volte da sola, altre accompagnata dal padre. La stagione è la più fredda dell’anno e il gelo e la neve non sembrano dare tregua alla regione. Eppure la bambina non si arrende e ogni sera si inginocchia in giardino, pregando, in attesa della Bella Signora. Non è stata forse Lei a dire: “Arrivederci”? Perché dunque non dovrebbe tornare? E non si è forse presentata come “Vergine dei Poveri”? Come potrebbe dunque dimenticarsi di Mariette, figlia di una delle famiglie più povere del borgo di Banneux? La piccola non si arrende, dunque, e persevera nella preghiera, per quanto la Madonna non le appaia più. E a chi proverà a farle notare che forse è tutto finito – e che magari si è trattato solo di un inganno o di una fantasia – lei replicherà sempre, con tono pacato ma deciso: “Devo uscire, devo andare perché è Lei che mi chiama!”, dando così prova di una fede matura, solida, capace di nutrirsi di sacrificio, attesa e pazienza. Finché tale fede sarà premiata e la Madonna tornerà nuovamente ad apparirLe, l’11 febbraio 1933.

Prima di esaminare la quinta apparizione, quella dell’11 febbraio, appunto, vorrei riflettere su questa data. L’11 febbraio 1933 è infatti il 75° anniversario delle apparizioni di Lourdes. Non è un caso, se notiamo gli elementi che accomunano le apparizioni di Banneux e quelle, famose in tutto il mondo, che hanno reso Lourdes cara a milioni di fedeli nel mondo. Anzitutto, la Madonna si presenta in entrambi i casi a una bambina: da una parte la piccola Bernardette, dall’altra Mariette. Entrambe sono adolescenti – 12 anni ha Mariette, 14 Bernardette nel 1858, al tempo delle apparizioni -, sono di povera famiglia e non hanno cultura né formazione religiosa.  Sia a Lourdes sia a Banneux, inoltre, è presente l’elemento dell’acqua, sia nella fonte che l’Immacolata indica a Bernardette, sia nella sorgente che la Vergine dei Poveri mostra a Mariette. L’acqua è dunque un elemento comune di particolare rilievo. Essa indica la purificazione dell’uomo, la sua rinascita interiore, rimandando al lavacro battesimale. È come se la Madonna indicasse la necessità per i fedeli di “lavare” il loro cuore dal peccato e da quanto inquina la loro anima. Numerosissime sono le conversioni che, accadute a Lourdes, testimoniano come siano anzitutto le guarigioni interiori quelle grazie che la Madonna riversa a piene mani sui pellegrini, ben più dei miracoli fisici. Basti pensare che quelli ufficialmente riconosciuti sono circa una settantina, contro le migliaia di conversioni e di “ritorni alla fede” che invece hanno inciso e profondamente trasformato una moltitudine di cuori. Anche da questo punto di vista si può individuare un parallelismo tra Lourdes e Banneux, poiché pure nel santuario belga sono accadute e accadono numerose conversioni, accompagnate pure da alcune guarigioni fisiche straordinarie.

Torniamo dunque a quell’11 febbraio 1933. Mariette si trova inginocchiata in giardino, intonro alle sette di sera, mentre la luna piena risplende in cielo e illumina il paesaggio circostante. Sono presenti alcuni fedeli che accompagnano la veggente nella preghiera del rosario. A un certo punto, la bambina si alza di scatto – la Madonna le è apparsa, finalmente! – e si dirige verso la sorgente, inginocchiandosi nei tre medesimi punti dove già è caduta in estasi nelle precedenti apparizioni. Giunta alla fonte, immerge le mani nell’acqua e si fa il segno della croce. La Vergine le dice: “Io vengo ad alleviare la sofferenza”. La veggente la ringrazia, mentre la Madonna la saluta, secondo l’espressione ormai abituale – “arrivederci” – per poi scomparire in cielo.  La sesta apparizione avviene a distanza di pochi giorni. È mercoledì 15 febbraio 1933. Alla Madonna che le appare, Mariette chiede un segno, come suggeritole dal parroco, per provare l’autenticità di quegli avvenimenti soprannaturali. A quella richiesta la Madonna replica: “Credete in me, e io crederò in voi”. Confida quindi un segreto a Mariette, la quale si mette a piangere. Prima di allontanarsi, la Vergine aggiunge ancora: “Pregate molto. Arrivederci”.

Per comprendere la risposta della Madonna alla richiesta di Mariette occorre fare un passo indietro, accennando, in estrema sintesi, a un altro celeste avvenimento che prepara le apparizioni di Banneux. Mi sto riferendo alle apparizioni di Beauraing, piccolo villaggio del vescovado di Namur, in Belgio. Qui la Madonna apparve 33 volte a cinque piccoli veggenti di età compresa tra i 9 e i 15 anni, nella riproduzione di una grotta di Lourdes, a partire dal 29 novembre 1932. L’ultima delle apparizioni di Beaureing avvenne il 3 gennaio 1933, appena 12 giorni prima dell’inizio di quelle di Banneux. A conferma della soprannaturalità degli avvenimenti che avevano investito i 5 fanciulli, i fedeli avevano offerto una novena di preghiere per richiedere un segno dal Cielo. La novena era terminata il 16 gennaio 1933. Il segno era stato dato addirittura con un giorno di anticipo, poiché già il 15 gennaio aveva avuto inizio un nuovo corso di apparizioni, a Banneux, appunto, a conferma che la Madonna stava riservando una attenzione tutta particolare al Belgio.

Alla luce di questa premessa possiamo forse capire meglio perché la Madonna dica a Mariette: “Credete in me, e io crederò in voi”. E’ la risposta di una Mamma che dice ai propri figli di smetterla di chiedere segni e prove, per cominciare invece ad avere fiducia, abbandonandosi sereni tra le braccia materne. La richiesta di un segno porta anzi la Madonna quasi a ribaltare la prospettiva, esortando i fedeli stessi a dare un segno: “Credete in me”. L’unico segno che infatti possiamo offrire alla Vergine è quello di una fede sincera, tenera, filiale. Solo se daremo segno di una tale fiducia nella Madonna, Lei stessa potrà concederci un segno ne maggiore, ovvero la Sua fiducia in noi: “Io crederò in voi”. Vale a dire: invece di attendere passivamente segni dal cielo – atteggiamento che anche Gesù nel Vangelo ben stigmatizza, dicendo che la sua generazione non avrà altro segno che quello di Giona, alludendo alla sua morte e risurrezione – iniziate voi stessi a essere un segno (per sé e per gli altri), mostrando quella fede e quella fiducia in Gesù che la Madonna è venuta a chiedere ai suoi figli. Solo con tale fede potremo ricevere tutte le grazie e le benedizioni che la Madonna continuamente intercede per noi presso Dio.

Ancora, possiamo notare come le apparizioni mariane non possano intendersi isolatamente da quel grande mosaico che segna gli ultimi due secoli della nostra storia, secondo la tesi di Jean Guitton, grande filosofo cattolico e Accademico di Francia, per cui – da Rue du Bac, Parigi, nel 1830, fino a Fatima, 1917 – si snoderebbe un percorso di apparizioni mariane che mira a svelare il piano dell’attacco satanico al mondo contemporaneo. Ecco, credo che anche Banneux possa rientrare a pieno titolo in questo disegno mariano che ha lo scopo, attraverso apparizioni sempre più frequenti della Madonna, di invitare il mondo alla conversione, a ritornare a Dio, difendendosi dagli assalti del demonio che vuol spingere il mondo all’autodistruzione e l’umanità alla dannazione eterna. Perché dico questo? Anzitutto per il legame tra Lourdes e Banneux, che già ho cercato di mettere in luce soprattutto in riferimento alla sorgente d’acqua e al tema della guarigione (dell’anima e del corpo). Legame che a quanto pare si estende anche a Beaureing, laddove le apparizioni avvengono in una riproduzione della grotta di Lourdes e si legano poi a Banneux, come abbiamo appena visto, poiché le visioni di Mariette sono proprio la conferma richiesta con solenne novena di preghiere in seguito alle apparizioni di Beaureing, quale segno e conferma della soprannaturalità degli avvenimenti che hanno coinvolto i 5 giovani veggenti tra la fine del 1932 e l’inizio del 1933.

Torniamo ora al ciclo delle apparizioni, esaminando la settima. È lunedì 20 febbraio. Lo scenario è quello abituale: neve, freddo, ghiaccio. Mariette si trova in ginocchio in giardino, in preghiera. A un tratto la Vergine le appare, e la conduce, come al solito, presso la sorgente, al limitare del bosco. Là giunta, la Madonna sorride alla piccola veggente, quindi le dice: “Mia cara bambina, prega molto”. A quel punto la Madonna si fa seria, congedandosi con il solito: “Arrivederci”. Trascorrono poi alcuni giorni, prima dell’ottava e ultima apparizione, che ha luogo la sera di giovedì 2 marzo 1933. È una serata piovosa ma, all’inizio della recita della terza corona del rosario, ecco che improvvisamente la pioggia smette di cadere, il cielo si rasserena e si possono vedere innumerevoli stelle che rischiarano la notte nascente. Appena la Madonna appare a Mariette, ecco che la veggente la accoglie tendendole le braccia. Notiamo come l’attesa sempre più lunga che precede l’apparizione – questa volta la veggente ha dovuto aspettare la recita di tre corone del rosario – sia un modo concreto di condurre Mariette a quella preghiera intensa che la Madonna stessa è venuta a chiedere. La Vergine le dice: “Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio”. Il viso della Madonna è coperto da un velo di profonda tristezza, soprattutto quando pronuncia una grave raccomandazione: “Pregate molto”. Quindi con la mano destra traccia un segno di croce sulla bambina, per poi salutarla e congedarsi definitivamente dicendole: “Addio”.

Il commiato di questa ottava apparizione indica chiaramente che si è chiuso un ciclo: “Addio” dice infatti la Madonna, per significare che ha detto a Mariette quello che il Cielo l’ha incaricata di dire, affidandole i messaggi che, per suo tramite, sono rivolti al mondo intero. Già nel mese di maggio di quel 1933 viene posta la prima pietra della cappella nel giardino dei Beco, inaugurando il piccolo edificio sacro il 15 agosto dello stesso anno. Il vescovo di Liegi attese però qualche tempo, secondo la prudenza che contraddistingue la usuale prassi della Chiesa in materia di apparizioni mariane, prima di pronunciarsi. Nella lettera pastorale del 19 marzo 1942 diede quindi piena autorizzazione a praticare il culto alla “Madonna di Banneux”. Ricevuto incarico dalla Santa Sede di approfondire l’esame sulla soprannaturalità dei fatti, lo stesso vescovo, mons. Kerkhofs, riconobbe come autentiche e senza riserve le otto apparizioni della “Vergine dei Poveri” a Mariette Beco. Si apriva così la strada per l’espansione del culto, attraverso la posa, l’8 agosto 1949, della prima pietra del nuovo santuario che sarebbe sorto sul luogo delle apparizioni.

Mariette scelse di vivere la propria esistenza senza clamori né visibilità, all’insegna di quella poverta di spirito che la Madonna era venuta a insegnarle in quel di Banneux, scegliendo poi di sposarsi e metter su famiglia. Per introdurre alcune riflessioni sul messaggio di Banneux, ritengo utile riportare alcuni passi della lettera pastorale che, datata 22 agosto 1949 e firmata dal vescovo di Liegi, mons. Louis-Joesph Kerkhofs, sancì il riconoscimento ufficiale delle apparizioni di Banneux: “…crediamo veramente che la santa Vergine è apparsa e ha parlato a Banneux. A due riprese, prima nel 1942 e poi nel 1947, abbiamo riconosciuto ufficialmente, con qualche riserva, la realtà delle apparizioni di Banneux. Oggi, dopo due nuovi anni di preghiere e di osservazione, noi in coscienza crediamo di poter e dover riconoscere senza riserve questa realtà, cioè la realtà delle otto Apparizioni della santa Vergine a Mariette Beco, che hanno avuto luogo il 15, il 18, il 19 e il 20 gennaio, l’11, il 15 e il 20 febbraio e il 2 marzo 1933. Dedicando il futuro santuario alla Regina delle Nazioni, noi vogliamo allo stesso tempo rispondere al messaggio e al desiderio della nostra augusta Visitatrice, rendere omaggio alla sua regalità e sottolineare il legame tra la sua visita e la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato. Del resto non è forse servire gli interessi di tutti i popoli, così giustamente preoccupati del loro avvenire e della loro sicurezza, orientare il loro sguardo e il loro cuore verso Colei che è la Regina delle Nazioni e la Regina della Pace?”.

Credo che questa citazione sia di grande aiuto per cogliere il valor profondo delle apparizioni di Banneux. Come il vescovo di Liegi riconosce, la Madonna è “Regina delle Nazioni”. Questo titolo lascia intendere che il messaggio consegnato a Mariette Beco non vale solo per il Belgio, bensì per il mondo stesso. La Bella Signora si presenta infatti come Vergine dei Poveri non intendendo con questo soltanto i poveri in senso materiale – come gli abitanti di Banneux, ad esempio, sempre impegnati in una dura lotta per la sopravvivenza quotidiana – ma anzitutto i poveri in spirito. La Madonna è cioè venuta per essere la Regina dei Cuori in quanti, distaccandosi dai beni terreni, riescono a liberare il loro cuore, scoprendo di non possedere niente e di avere bisogno di tutto, anzi di Colui che è il solo Tutto capace di saziare la sete d’infinito che è propria del cuore dell’uomo. Maria è dunque “Regina delle Nazioni” in quanto è “Vergine dei Poveri”, intendendosi con questi tutti coloro che, nel mondo, scelgono di rinunciare a tutto pur di conquistare il Regno dei Cieli.

È una scelta del cuore, tanto che il vescovo stesso evidenzia il legame che sussiste tra tali apparizioni e il tema della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria: consacrarsi al Cuore della Madonna significa abbandonarsi totalmente alla Vergine, rinunciando con ciò in tutto e per tutto al Maligno, alle sue opere e seduzioni, aspirando a quel distacco da Satana che, nella sua assolutezza, fu proprio in terra solo di Maria, in quanto Immacolata. Quando tutto il mondo avrà imboccato la strada della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, ecco che la Madonna sarà la Regina di tutti i cuori, e tramite essa nel mondo potrà regnare la vera pace, tanto che il vescovo stesso anticipa felicemente i tempi odierni indicando la Madonna come “Regina della Pace”. Con il titolo di Regina della Pace si allude senz’altro a una grande verità di fede che interessa ogni uomo: solo Dio dona la vera pace (Gesù ha ben detto di esser venuto per donare una pace vera, che non è quella del mondo, no?), e la Madonna è venuta tra gli uomini proprio per invitare l’umanità a riconciliarsi con Dio e a ottenere così la vera pace interiore, quella che il mondo non può assolutamente togliere né minacciare.

Il richiamo alla pace riporta però anche alla prospettiva specifica del Belgio. Notiamo infatti il parallelismo tra le apparizioni e i fatti storici più rilevanti del periodo. In particolare, il 30 gennaio 1933 ha inizio il Cancellierato di Adolf Hitler; la vittoria alle elezioni del 5 marzo 1933 del Partito Nazional-Socialista consolida poi il potere di Hitler, il quale prepara la completa eliminazioni dei poteri parlamentari nelle settimane successive. Facciamo un salto avanti, fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, per notare come proprio il Belgio faccia le spese dell’espansionismo tedesco, e come proprio in Belgio si combatta, nel 1944, una delle battaglie più sanguinose, quella delle Ardenne, ovvero le zone delle foreste del Belgio in cui si trova anche Banneux: combattutasi tra il 16 dicembre 1944 e il 28 gennaio 1945, causerà oltre 150.000 morti tra i due schieramenti, e risulterà decisiva nella controffensiva che gli Alleati scateneranno per abbattere il Terzo Reich e sancire la fine del Nazionalsocialismo. Ecco forse perché la Madonna invita a più riprese Mariette alla preghiera, assumendo una espressione preoccupata, seria, tesa a mettere in guardia sulla serietà degli eventi futuri.

Il richiamo alla guerra permette di mettere in luce un ulteriore legame, quello tra Banneux e Fatima. Anzitutto nel nome della Consacrazione al Cuore Immacolato, che il vescovo di Liegi richiama proprio avendo ben presente l’invito fatto dalla Regina del Rosario ai tre pastorelli affinché attraverso la consacrazione della Russia (e del mondo) al Suo Cuore Immacolato il mondo potesse avere la tanto sospirata pace, scongiurando il pericolo di un secondo conflitto mondiale e gli orrori del Comunismo. La storia portò purtroppo con sé sia l’una che l’altra delle terribili realtà profetizzate dalla Madonna, in quanto l’uomo non volle accogliere nel profondo del proprio cuore l’invito alla conversione rivolto dalla Vergine a una umanità sempre più spinta dinnanzi al bivio tra la vita e la morte, tra il fare del mondo un giardino rigoglioso oppure ridurlo a un cumulo di macerie. Ecco dunque che la prospettiva della Seconda guerra mondiale lega in qualche modo Fatima e Banneux, laddove il Belgio sembra esser messo in guardia in modo speciale dalle conseguenze dell’ascesa politica di Hitler.

Il messaggio di Banneux non vale solo per il Belgio di quegli anni, ma deve poter valere anche per noi, se crediamo che ogni apparizione della Madonna abbia un valore storico ma anche uno universale, tale cioè da restare valido aldilà di un determinato contesto spazio-temporale. In questo caso, l’invito alla preghiera e al farsi poveri in spirito pare essere il cuore di un messaggio che interpella anche noi, oggi.  A Banneux la Madonna è dunque venuta per ricordarci ancora una volta che Ella, serva amorosa di Gesù, è Mediatrice di grazie per gli uomini e ci indica la sorgente di ogni grazia, cioè suo figlio Gesù suscitando in noi la fede e la preghiera necessarie per riconoscere e accogliere il Figlio di Dio come Re di tutti i cuori.  Certo, presentandosi come “Regina dei Poveri”, la Madonna si pone in linea con lo spirito di carità che anima il Vangelo, tutto intriso di richiami a un amore operoso verso i fratelli meno fortunati, secondo la missione che Gesù stesso ha affidato alla sua Chiesa (“I poveri li avrete sempre con voi”, Mt 26, 11). Tuttavia, come già abbiamo sottolineato, il cuore del messaggio riguarda l’interiorità dell’uomo ben più che la precarietà della vita economica: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5, 3). Che in gioco ci sia la guarigione del cuore dell’uomo paiono dimostrarlo le numerose conversioni che sono avvenute proprio a Banneux per intercessione della Vergine dei Poveri, che nel richiedere incessanti preghiere ai fedeli ha forse di mira proprio di chiedere anche preghiere di intercessione da parte di ognuno di noi in favore della conversione dei peccatori. Invito che costituirebbe un ulteriore elemento di raccordo con Fatima, laddove la Madonna aveva espressamente detto che un grande numero di anime andava dannata poiché non vi era alcuno che pregasse per loro quando’esse ancora potevano salvarsi.

Credo che questo invito alla preghiera possa valere ancor più per noi oggi, chiamandoci a fidarci della Madonna, senza troppi ragionamenti né obiezioni (tipiche di chi non è affatto povero in spirito…), ma semplicemente abbandonandosi alla volontà di Dio tramite Maria. Quello a “pregare molto” è un invito che fin da subito viene preso sul serio a Banneux, tanto che nel 1934 viene fondata sul posto l’Unione Internazionale di Preghiere, approvata dal vescovo di Liegi nello stesso anno. Il programma di preghiera prevede la recita del Rosario completo, ogni sera intorno alle 19 presso la cappellina delle apparizioni, per proseguire poi con la recita delle invocazioni. L’Unione si è diffusa nel mondo (anche in Italia, dove il Movimento Madonna dei Poveri di Milano vi aderisce fin dal 1950) portando così decine di migliaia di fedeli ad alimentare ogni giorno quel grande fiume di preghiera che è partito da Banneux e si è diffuso in tutto il mondo. Uniamoci anche noi alla preghiera alla Vergine dei Poveri, certi che la Madonna non mancherà di assisterci nella preghiera, secondo quanto ha promesso a Mariette Beco: “Pregherò per te”. Certi di questa comunione di affetto e di preghiera con la Madre di Dio, ci rivolgiamo supplici alla Vergine dei Poveri perché venga in nostro aiuto:

Nostra Signora di Banneux, Madre del Salvatore Madre di Dio, Vergine dei Poveri, tu che hai detto: « Credete in me, io crederò in voi », noi riponiamo in te tutta la nostra fiducia. 

Degnati di ascoltare le preghiere che ti rivolgiamo, abbi pietà di tutte le miserie spirituali e temporali, ridona ai peccatori i tesori della fede, dai sollievo agli ammalati, allevia la sofferenza, prega per noi e, per la tua intercessione, ottieni che il regno di Cristo Re si estenda a tutte le nazioni. 

Vergine dei Poveri, prega con noi (si ripete tre volte) e con tutti i membri della tua Unione Internazionale di Preghiere.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena alla Santa Vergine dei Poveri di Banneux (da recitarsi dal 6 al 14 gennaio)

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Genialità pastorale di un mistico del servizio

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2020

La figura e l’insegnamento di san Roberto Bellarmino
Genialità pastorale di un mistico del servizio
di Armando Ceccarelli – L’Osservatore Romano

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Nei piani di Dio la figura di san Roberto Bellarmino si colloca nel periodo più acceso della Controriforma e della ricerca teologica e scientifica tra la seconda metà del secolo XVI e gli inizi del XVII. Egli è stato una personalità capace di adattarsi alle occupazioni più varie e alle situazioni più diverse. Fu predicatore, professore, scrittore, controversista vivace, e come religioso fu suddito e superiore, ottimo padre spirituale di grandi santi, consultore delle principali congregazioni romane, vescovo e cardinale. Si impegnò in ciascuna di queste attività come se ciascuna di esse fosse la sua specialità. In tutte mostrava una grande semplicità di vita e amabilità. Rispondeva alla prima necessità di quel tempo che era il dialogo e, per come era possibile, il confronto sereno. Per questo è stato chiamato a compenetrarsi con i problemi culturali e spirituali del suo tempo.

Era nato da una famiglia toscana di Montepulciano, nobile per tradizione, ma un po’ decaduta, il 4 ottobre 1542. Sua madre, Cinzia Cervini, era sorella del cardinale Marcello Cervini, che fu molto influente nella preparazione e nei lavori del concilio di Trento e che sarà eletto Papa col nome di Marcello ii nel 1555 per soli trenta giorni. Roberto Bellarmino fu alunno del collegio dei gesuiti a Montepulciano, si mostrò molto portato agli studi letterari e si sentì chiamato a entrare nella Compagnia di Gesù. Il suo ingresso in noviziato si realizzò quando egli ebbe 18 anni, nel 1560. Nonostante la sua parentela con un Pontefice, egli mantenne un atteggiamento umile, riconosciutogli da tutti. La sua vita si conformava in tutto a uno dei suoi libri spirituali preferiti, l’Imitazione di Cristo.

Si formò poi nelle aule del Collegio Romano. Fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Successivamente insegnò materie umanistiche sempre in scuole dei padri gesuiti, prima a Firenze, poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio dei classici latini e greci. Studiò poi sistematicamente la teologia a Padova e subito dopo fu chiamato a insegnare a Lovanio, dove nel 1570 il vescovo Cornelio Giansenio lo ordinò sacerdote nella chiesa di Saint Michel costruita da poco dalla Compagnia di Gesù. È notevole l’interesse che egli riservò alle nuove scoperte scientifiche. Già durante le lezioni di filosofia naturale tenute a Lovanio nel biennio 1570-1572, si era discostato dall’ortodossia tolemaica, dichiarandosi a favore della fluidità dei cieli e del libero moto dei pianeti.

In seguito, tornato a Roma e nominato rettore del Collegio Romano (1592-1595), Bellarmino accolse le richieste del padre Clavio che voleva potenziare l’insegnamento matematico, facendolo impartire agli allievi dotati anche durante il quadriennio teologico. Così si deve anche a lui la formazione della cosiddetta Accademia di Matematica del Collegio che, con il Clavio, fu di alta qualificazione e poté verificare le scoperte galileiane confermandole al Bellarmino stesso.

Nel 1602 Papa Clemente VIII lo consacrò arcivescovo, ricorrendo a lui anche per le questioni scottanti del momento. Bastano due nomi famosi per significare di che si trattava: Giordano Bruno e Galileo Galilei.

La vicenda di Giordano Bruno coinvolse Bellarmino fin dal 1597, da quando fu nominato consultore del Sant’Uffizio. Ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, nei quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell’ammettere l’ereticità delle proprie posizioni. Papa Clemente VIII e il Bellarmino si opposero fermamente alla tortura a cui gli inquisitori volevano ricorrere. Durante il processo la congregazione fece esaminare dal Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche e il 24 agosto 1599 Bellarmino riferì che il suo assistito aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni e sulle altre due la sua posizione non era chiara: «Videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma Giordano Bruno mantenne il suo pensiero. A condanna pronunciata, gli fu concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte, ma Giordano Bruno rifiutò di rinnegare le sue idee e preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600.

Nel tempo in cui la dottrina prevalente era che l’infallibilità della Bibbia fosse letterale, non solo simbolica, Bellarmino fu coinvolto nella questione copernicana fino all’ammonimento a Galileo del 1616. I documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari sia diretti, anche dopo la denuncia davanti al Sant’Uffizio nel 1615. Allora egli aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato e sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma consigliava prudenza, suggerendo di proporla come descrizione fisica solo dopo che se ne fosse avuta la prova concreta e definitiva dal punto di vista matematico. Il 24 maggio 1616 Bellarmino firmò, su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice, a riprova del fatto che non c’era stato alcun processo contro di lui. Più tardi, verso il 1630, questa dichiarazione fu falsificata da un grande nemico di Galilei, aggiungendovi minacce di carcere se non ritrattava la teoria eliocentrica. Questo documento falsato, che Bellarmino, ormai morto, non poteva smentire, portò alla condanna di Galilei nel 1633.

Bellarmino trascorse la maggior parte della sua vita come docente, però più che professore era un vero maestro di vita. Scrisse libri scientifici, come le Controversie e la Spiegazione dei Salmi, tenendo sempre una linea mediana ed evitando prese di posizioni molto categoriche. Papa Clemente VIII lo chiamò a far parte della congregazione “De Auxiliis Divinae Gratiae” per ricomporre la controversia teologica sorta tra i Tomisti, guidati da Domingo Bañez e dai domenicani, e i Molinisti, con Luis de Molina e i gesuiti, sui rapporti tra grazia efficace e libertà umana. Sin dall’inizio Bellarmino consigliò di non intervenire autoritativamente su una questione squisitamente dottrinale, ma di lasciarla ancora alla discussione senza che si dessero condanne reciproche di calvinisti (verso i Tomisti) e di pelagiani (verso i Molinisti).

Con lo spirito del dialogo Bellarmino ha sempre espresso un grande amore alla Chiesa come la vera sposa di Cristo e al Sommo Pontefice come suo vicario. Gli attacchi dei luterani contro il Papa avevano una ripercussione profonda nel suo cuore e lo trasformarono in paladino del Pontificato. In materia teologica la definizione da lui data della Chiesa come “Societas perfecta” è stata proposta nell’insegnamento teologico fino al tempo del Vaticano II, fino a quando cioè la Lumen gentium adottò il termine di «Popolo di Dio convocato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Per lui il «fundamentum» dell’unità della fede era la centralità del Pontefice romano.

Scrisse anche sei opere spirituali, tra le quali spicca il De ascensione mentis ad Deum, che formano la quintessenza della sua spiritualità. Esse sono un continuo colloquio con Dio e si muovono con limpidezza nel livello soprannaturale nel quale contemplava Dio negli uomini e gli uomini in Dio. Perciò egli è stato un gran confidente di Dio e degli uomini. Come padre spirituale esercitò un notevole influsso sui giovani studenti del Collegio Romano. Dalla sua guida spirituale furono orientati nel cammino di santità san Luigi Gonzaga, san Giovanni Berchmans, sant’Andrea Bobola e molti altri che divennero missionari importanti, anche se non giunsero agli onori degli altari.

L’amore verso Dio e verso la Chiesa si espresse molto chiaramente nei tre anni trascorsi come arcivescovo di Capua, nei quali poté dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale. Lo si vedeva sempre con i suoi sacerdoti e con i poveri. Distribuiva tutto ciò che aveva ai più bisognosi. Pregava insieme al suo clero nella cattedrale, insegnava personalmente il catechismo, andava nei paesi, accoglieva uno a uno quelli che ricorrevano a lui. Il catechismo per lui è stato il campo in cui ha potuto trasfondere tutta la sua scienza unita alla sua esperienza spirituale. Stando in collegamento stretto con san Pietro Canisio, che operava tra Vienna e le terre luterane tedesche, questi gli comunicò come Lutero avesse scritto un catechismo per diffondere tra il popolo il suo pensiero. A entrambi venne l’idea di fare lo stesso per la Chiesa cattolica. Con uno scambio postale molto stretto tra Bellarmino e Canisio, si formulò un catechismo per aiutare il popolo ad assimilare, fin dall’infanzia, le verità della fede. Ne scaturì un libretto che esponeva tutto il contenuto della nostra fede con domande e risposte, le prime delle quali chiedevano “Chi è Dio?” e “Chi ci ha creato?”, richiamando l’incipit del Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il testo finale stampato in tedesco e in italiano e diffuso in grande quantità, terminava con alcuni esercizi di contemplazione sui misteri della vita del Signore, come l’Incarnazione, l’Annunciazione, la Natività. Questo metodo è stato adottato dalla Chiesa fino agli inizi del 1900, quando Papa san Pio X diffuse il catechismo che ha portato il suo nome fino alla riforma della catechesi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Un “mistico del servizio”: così lo definisce in un breve profilo il padre Iñacio Iparraguirre, gran conoscitore della spiritualità ignaziana. Infatti san Roberto Bellarmino, nonostante le sue molteplici occupazioni, era alimentato dall’amore di Dio con una preghiera serena, ma continuata nella sua giornata. Il suo spirito si mantenne, come nei grandi mistici, profondamente sereno nel mezzo di una vita piena di lavoro e di preoccupazioni. Niente gli tolse la pace, neppure il “pericolo” di essere nominato Papa, come egli riconosce candidamente nella sua Autobiografia. In virtù di questa forza, che gli veniva dalla sua unione con Dio e dalla sua indole dolce e piena di bontà, poté gettarsi nella mischia delle dispute più importanti del suo tempo. Il suo tempo non era per lui, ma per gli altri, per la Chiesa e per la Compagnia di Gesù. Incarnò i problemi della Chiesa, le sollecitudini del Pontificato e, allo stesso tempo, si sentì vicino a tutti coloro che erano travagliati dai problemi. Così manifestò l’amore di Dio agli uomini. Fu un vero figlio di sant’Ignazio, che diceva che noi possiamo «cercare e trovare Dio e la sua volontà in ogni momento e in ogni cosa».

Raggiunse la casa del Padre il 17 settembre 1621. Ma per essere dichiarato santo bisognò aspettare che Pio XI lo proclamasse tale il 29 giugno 1930, dichiarandolo poi dottore della Chiesa il 17 settembre 1931. Nel 1923 la sua salma è stata riesumata e ricomposta nella cappella vicino a quella di san Luigi Gonzaga, nella chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio a Roma.

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Il Papa annuncia per il 4 settembre una giornata di preghiera per il Libano

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2020

Il Papa annuncia per il 4 settembre una giornata di preghiera per il Libano
Libano riprendi coraggio! Papa Francesco dedica parole intense e una preghiera silenziosa al Paese dei Cedri che sta vivendo un momento duro della sua storia. E’ passato un mese dall’attentato a Beirut. “Il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine, afferma il Papa, incoraggio tutti i libanesi a continuare a sperare e a ritrovare le forze e le energie necessarie per ripartire”
di Adriana Masotti – Vatican News

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E’ un accorato appello alla ricostruzione e alla speranza in Libano quello che Papa Francesco rivolge al termine della catechesi e dei saluti all’udienza generale di questa mattina. Accanto a lui un sacerdote libanese maronita, Georges Breidy, sorregge la bandiera del Paese. E’ passato un mese dal tragico attentato a Beirut, ricorda il Papa, e cita le parole di San Giovanni Paolo II 30 anni fa, in un momento cruciale della storia del Paese, facendole proprie: (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Di fronte ai ripetuti drammi che ciascuno degli abitanti di questa terra conosce, noi prendiamo coscienza dell’estremo pericolo che minaccia l’esistenza stessa del Paese. Il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine.

Il Libano, un luogo di tolleranza
Francesco osserva come “per oltre cento anni, il Libano è stato un Paese di speranza” e che sempre “i libanesi hanno conservato la loro fede in Dio e dimostrato la capacità di fare della loro terra un luogo di tolleranza, di rispetto, di convivenza, unico nella regione”. E prosegue:

È profondamente vera l’affermazione che il Libano rappresenta qualcosa di più di uno Stato: il Libano è un messaggio di libertà, è un esempio di pluralismo tanto per l’Oriente quanto per l’Occidente. Per il bene stesso del Paese, ma anche del mondo, non possiamo permettere che questo patrimonio vada disperso.

L’invito a perseverare nella speranza e a ricostruire
Papa Francesco incoraggia quindi il popolo libanese a perseverare nella speranza e a trovare l’energia per ripartire. Ai politici e ai leader religiosi chiede di guardare al bene comune e “di impegnarsi con sincerità e trasparenza nell’opera di ricostruzione” e alla comunità internazionale di sostenere il Paese. Il pensiero va poi a quanti sono stati colpiti dal recente attentato nella capitale.

Riprendete coraggio, fratelli! La fede e la preghiera, siano la vostra forza. Non abbandonate le vostre case e la vostra eredità, non fate cadere il sogno di quelli che hanno creduto nell’avvenire di un Paese bello e prospero.

Uomini e donne di Chiesa esempio di povertà e operatori di concordia
Poi un richiamo ai pastori della Chiesa locale, a tutti i sacerdoti, religiosi e religiose perché stiano vicini al loro popolo dando esempio per primi di povertà e umiltà, perché siano “operatori di concordia” e “di una vera cultura dell’incontro”. Solo guardando all’interesse comune, continua il Papa, sarà possibile “assicurare la continuità della presenza cristiana e il vostro inestimabile contributo al Paese, al mondo arabo e a tutta la regione, in uno spirito di fratellanza fra tutte le tradizioni religiose che ci sono nel Libano”.

Il 4 settembre una giornata di preghiera e digiuno
Quindi l’annuncio di una iniziativa particolare accolta dai presenti con un applauso:

Desidero invitare tutti a vivere una giornata universale di preghiera e digiuno per il Libano, venerdì prossimo, 4 settembre. Io ho l’intenzione di inviare un mio rappresentante quel giorno in Libano per accompagnare la popolazione. In tal giorno andrà il Segretario di Stato a nome mio. E lui andrà, per esprimere la mia vicinanza e solidarietà. Offriamo la nostra preghiera per tutto il Libano e per Beirut. Siamo vicini anche con l’impegno concreto della carità, come in altre occasioni simili. Invito anche i fratelli e le sorelle di altre confessioni e tradizioni religiose ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.

Il sacerdote libanese: abbiamo bisogno di sostegno
Infine la richiesta di intercessione alla Vergine Maria, e l’invito a mettersi tutti in piedi per un momento di preghiera silenziosa per il Libano, vissuto con grande intensità. A conclusione, le commosse parole di ringraziamento del sacerdote libanese a fianco di Papa Francesco.

La ringrazio Santità. Abbiamo molto bisogno del suo sostegno e del sostegno della Chiesa universale per dire: “Non possiamo continuare a vivere così in Libano”.

Il sacerdote accenna poi alla richiesta di poter emigrare fatta da migliaia di cristiani e conclude:

Abbiamo bisogno della loro preghiera, del vostro sostegno e del Suo amore fraterno. E Vi aspettiamo per benedire la nostra amata terra. Grazie Santità. Grazie mille.

La testimonianza di Padre Breidy
Abbiamo vissuto un momento veramente benedetto: così ai nostri microfoni, al termine dell’udienza generale, il sacerdote maronita padre Georges Breidy:

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Signora dei popoli e splendore degli angeli

Posté par atempodiblog le 22 août 2020

Signora dei popoli e splendore degli angeli
di Benno Scharf – L’Osservatore Romano

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La festa di Maria Regina fu istituita da Pio XII durante l’Anno mariano 1954. Fissata al 31 maggio, a concludere il mese mariano, venne poi spostata dalla riforma liturgica del concilio Vaticano II. La costituzione Lumen gentium dice: «Maria fu assunta alla gloria celeste e dal Signore esaltata come Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al suo Figlio». Nella pietà tradizionale ciò è ribadito dal quinto mistero glorioso nella corona del Rosario, mentre nelle Litanie lauretane per 13 volte si usa l’appellativo “Regina”. La devozione alla regalità della Madonna ha però le sue origini nel Medioevo e lo conferma la sua espressione nel canto.

Le antifone della sera
Una tradizione, ripresa nel Duecento da Jacopo da Varagine, narra che san Gregorio Magno in un giorno di Pasqua ebbe una visione di angeli che rendevano omaggio alla Madre di Dio cantando «Regina del cielo, rallegrati perché colui che tu meritatamente hai portato è risorto come aveva detto». La melodia, festosa e insieme solenne, restò nell’orecchio al Pontefice che la introdusse nel culto come antifona pasquale. In seguito vi aggiunse una richiesta: «Prega Dio per noi» e inserì l’invocazione «Hallelujah» tra una frase e l’altra. Secondo un’altra versione autore dell’antifona sarebbe il Papa Gregorio v (996-999). In ogni caso già nell’xi secolo il Regina coeli entrò nell’uso liturgico durante il periodo pasquale; Benedetto XIV lo rese obbligatorio nel 1743.

La Salve Regina è il più noto e popolare tra i canti dedicati alla regalità di Maria. Secondo la tradizione essa è opera di Ermanno il Contratto (= lo storpio, morto nel 1054), poeta, musicista e astronomo, monaco nell’abbazia di Reichenau, sul Lago di Costanza. Un’altra versione attribuisce il testo ad Ademaro, vescovo di Puy en Velay, morto nella prima Crociata nel 1099. Il canto semplice e ispirato piacque subito; a Cluny entrò nella liturgia come processionale nel 1135 e l’esempio fu seguito da altri ordini religiosi. Ripreso anche da molte confraternite, esso divenne popolare già dal XIII secolo in poi. Cristoforo Colombo narra che durante il suo primo viaggio attraverso l’Atlantico tutte le sere, al momento di ammainare le vele, i marinai di ognuna delle sue tre navi si radunavano in coperta e cantavano la Salve Regina. Oggi il testo conclude la preghiera della sera nel periodo tra la Santissima Trinità e l’Avvento.

Ave regina coelorum: «Le origini di questa preghiera sono misteriose e il suo autore è sconosciuto». Viene attribuita allo stesso Ermanno il Contratto oppure a san Bernardo. È riportata per la prima volta in un antifonario dell’abbazia di Saint Maur des Fosses, vicino a Parigi, risalente al XII secolo. Il breve canto di omaggio a Maria sovrana si conclude con la preghiera. Oggi la liturgia lo pone a concludere il giorno in Quaresima.

Maria Regina nelle culture nazionali
Le tre antifone citate sono entrate nella liturgia e hanno quindi valore per tutta la Chiesa. Ma nelle varie nazioni europee esse ispirarono numerose composizioni poetiche e musicali. La più antica dovrebbe essere la sequenza Ave Regina omnium, di origine scandinava, composta tra il XII e il XIII secolo e riportata nelle cinquecentesche Piae cantiones (1582).

Essa consta di tre strofe di dieci versi ognuna. «Ave regina di tutti, Maria, salvezza dei credenti, che hai voluto salvare i poveri» inizia la prima. «Tu sei il principio di ogni virtù, il rifugio e la consolazione dei poveri, tu hai dato al mondo la vera luce. Te loda l’esercito celeste degli angeli e tutta la schiera dei beati ti dà gloria, ti esalta e ti adora». La seconda strofa è una grande litania, mentre nell’ultima si passa alla preghiera, invocando il patrocinio di Maria per tutte le necessità della vita fino all’ultima ora. La melodia nel primo modo gregoriano è enfatica e solenne.

All’inizio del XIII secolo risale la bellissima canzone inglese Edi be thu heaven queene, in tre ottave a rima alternata. «Beata sei tu, regina dei cieli, signora dei popoli e splendore degli angeli. Vergine immacolata e madre pura, tu sei la più nobile tra tutte le donne. Mia dolce Signora, ascolta la mia preghiera, se questa è la tua volontà».

Con accenti tipicamente trobadorici l’ignoto autore (forse re Riccardo cuor di leone) chiede poi a Maria di essere il suo cantore, dedicando a lei la sua vita.

La melodia di questo canto, festosa nel sesto modo e con frequenti salti, è molto graziosa, al punto di essere considerata una delle più belle di tutto il Medioevo.

Negli stessi anni in Francia il monaco-troviere Gautier de Coincy dedica alla Royne celestre, la Regina dei cieli la diciottesima canzone dei suoi Miracles de notre dame. In tre lunghe strofe, ognuna di 36 versi, egli esalta le qualità di Maria, modello perfetto di ogni virtù. La visione trobadorica che idealizzava la donna vede nella Regina dei cieli il suo culmine. Ella è «figlia e madre del Figlio di Dio, nostro Signore». (Il concetto della «Vergine Madre, figlia del tuo figlio», reso celebre da Dante, è presente già nell’Alma Redemptoris mater, composta da Ermanno il Contratto verso il 1030 e prima ancora nella patristica con san Gregorio Nazianzeno).

Il poeta chiede a Maria di poter essere suo servitore, con un’affermazione di fondo: chi serve la Madre di Dio è certo della salvezza. Il detto Ad Jesum per Mariam, espresso nel Seicento da san Luigi Grignion de Montfort, era già molto sentito nella cultura trobadorica. La melodia nel terzo modo è solenne; il salto di quinta iniziale le conferisce un’enfatica grandiosità

Di poco posteriori sono le spagnole Cantigas de Santa Maria. Ben 7 di esse sono dedicate alla Regina dei cieli. «Dio ti salvi, gloriosa Regina Maria», «Ogni salvezza viene dalla Santa Regina», «La Regina gloriosa è modello di santità», «Ogni virtù è nella Regina» sono alcuni dei titoli; ma nelle 427 canzoni l’accenno alla regalità di Maria è frequente.

In Italia è da ricordare la lauda Regina sovrana de gran pietade, contenuta nel Laudario di Cortona (fine XIII secolo). In 8 quartine rimate si magnificano le qualità di Maria «Stella chiarita», «Sole lucente», «Fructo piacente», «Giardino ornato» e «Alta Raina de sole ammantata». La melodia è quella della nota lauda Altissima luce.

Nel mondo tedesco dal tardo Medioevo in poi nasce un vero florilegio di canti a Maria Regina; dalle cinquecentesche parafrasi e ampliamenti delle antifone latine a un vasto repertorio nel Romanticismo. Ancora in uso è la bella canzone di Guido Görres (1842) Maria Maienkönigin (“Maria Regina del maggio”). Con accenti spiccatamente romantici Maria è la «Regina di tutte le donne» e i fiori ne simboleggiano le virtù: la speranza, l’amore e la fede. A lei il poeta chiede che l’anima del devoto possa librarsi nel cielo come l’allodola cantando la lode di Dio.

Tre melodie furono composte per questo testo, rispettivamente da K. Aiblinger. A. Schubiger e J.H. Mohr. Max Reger ne fece una elaborazione a 4 voci.

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Fratel Roger e la continuità di un incontro

Posté par atempodiblog le 20 août 2020

Fratel Roger e la continuità di un incontro
Intervista al priore Alois a ottant’anni dalla fondazione della comunità di Taizé
di Charles de Pechpeyrou – L’Osservatore Romano

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Ottant’anni dopo la fondazione della comunità ecumenica in un piccolo villaggio della Borgogna, sono adesso i figli, i genitori e i nonni di tutti i continenti a pregare insieme a Taizé: un cammino comune di cui si rallegra l’attuale priore, fratel Alois, intervistato da «L’Osservatore Romano». Il monaco tedesco ricorda naturalmente il suo predecessore, Roger Schutz, morto il 16 agosto 2005 all’età di 90 anni, che ha voluto creare non un movimento organizzato quanto piuttosto «un luogo di passaggio per attingere insieme alle fonti della fede», insistendo sul fatto che le tre preghiere comuni rimanessero al centro degli incontri giovanili e che i fratelli fossero prima di tutto persone di ascolto nei confronti di chi partecipa a questi incontri. Commentando infine l’emergenza coronavirus, che ha necessitato alcuni misure speciali all’interno della comunità, fratel Alois auspica che prevalga l’unità, invece del ripiegamento su sé stessi.

Taizé celebra quest’anno il suo ottantesimo anniversario. Ci può raccontare cosa è cambiato — e cosa non è cambiato — nella comunità tra il 1940 e il 2020?
Nel 1940 fratel Roger era il solo a portare avanti il progetto di dare vita a una comunità. Oggi siamo un centinaio di fratelli. Questo è un grande cambiamento. Inoltre accogliamo ogni anno migliaia di giovani da tutti i continenti, e questo è un’altra grande evoluzione che ancora oggi stupisce noi stessi. Ciò che non è cambiato, invece, è il cuore della nostra vocazione. Quando fratel Roger arrivò a Taizé nell’agosto del 1940, la situazione mondiale aveva poco a che fare con quella di oggi. Tuttavia, la sua prima intuizione rimane profondamente attuale: inserire una vita spirituale, una ricerca di Dio, laddove si trovano le fratture del mondo. All’epoca si trattava di accogliere i rifugiati — in particolare gli ebrei — durante la seconda guerra mondiale. Ancora oggi accogliamo dei profughi a Taizé e alcuni nostri fratelli vivono in piccole fraternità in luoghi particolarmente indifesi nel mondo odierno. Negli anni che hanno seguito la creazione della comunità, i primi fratelli che si unirono a Roger vivevano del lavoro agricolo, in condizioni molto semplici. Oggi continuiamo a guadagnarci da vivere, in diversi modi, senza accettare donazioni, regali o eredità. La regola che il nostro fondatore scrisse all’inizio degli anni Cinquanta continua tuttora a ispirarci oggi: vi aveva annotato le intuizioni spirituali essenziali che aveva nei confronti dei suoi fratelli. Tra queste ne isolerei due: il desiderio di essere presenti nel nostro tempo, rimanendo sempre attenti alle chiamate che il Vangelo ci rivolge; e la ricerca dell’unità tra i cristiani, non come fine a se stessa, ma come testimonianza del Vangelo e anche come fattore di pace per tutta l’umanità. Ciò che non è mai cambiato, infine, è la regolarità della nostra preghiera comune, tre volte al giorno, anche se le sue forme di espressione si sono modificate, soprattutto attraverso quelli che vengono chiamati i canti di Taizé.

Come si articolano gli scambi tra le diverse generazioni che hanno frequentato e frequentano la comunità?
All’interno della comunità viviamo quotidianamente questo dialogo tra generazioni: tra i fratelli maggiori arrivati a Taizé sessanta o addirittura settant’anni fa e i più giovani, che per la maggior parte non hanno conosciuto fratel Roger, ci sono ovviamente differenze notevoli. Siamo molto riconoscenti alle prime generazioni che hanno saputo accompagnare i cambiamenti nella comunità, nell’accoglienza dei giovani o nelle opzioni liturgiche, per esempio. Con i pellegrini si crea naturalmente una bella piattaforma di dialogo: ogni settimana dell’anno i giovani sono i più numerosi, ma ci sono anche adulti, genitori con i figli, persone anziane. Ci sono tanti scambi tra di loro e questa dimensione dell’incontro mi sembra molto importante. E poi un altro aspetto mi rallegra: quando i giovani mi spiegano di essere venuti su suggerimento dei genitori o dei nonni, a volte anche con loro. Tre generazioni che trovano la loro strada verso la nostra piccola collina, questo ci colpisce.

Come si mantiene la continuità di Taizé negli anni mentre altri movimenti nati dal dopoguerra sembrano spegnersi con il passare del tempo?
Siamo i primi a meravigliarci di questa continuità. Non so come spiegarla, ma la vedo come una delle più belle eredità di fratel Roger: attraverso tutti i mutamenti avvenuti da una generazione all’altra, lui ha sempre insistito sul fatto che le tre preghiere comuni rimanessero al centro degli incontri giovanili e d’altra parte ci ha sempre chiamati a essere prima di tutto persone di ascolto nei confronti di chi partecipa a questi incontri. Non ha mai voluto creare un movimento organizzato, suggerendo piuttosto che Taizé restasse un luogo di passaggio per attingere insieme alle fonti della fede. Ogni sera in chiesa, dopo la preghiera comune, con i fratelli siamo a disposizione di tutti coloro che desiderano parlare a tu per tu. E sono colpito dalla profonda sete spirituale che molti esprimono. Oggi sembra che per le giovani generazioni la fede sia spesso legata a un impegno concreto. D’altronde, i più giovani sono molto consapevoli delle questioni ecologiche. Non solo ne parlano, ma vogliono impegnarsi concretamente per salvare l’ambiente. Spetta a noi, quindi, di camminare accanto a loro e aiutarli a stabilire un legame con la fede. Spesso aspettano dalla Chiesa parole forti su questi temi.

Giorni fa si è celebrato anche il quindicesimo anniversario della morte di fratel Roger, assassinato il 16 agosto 2005 da una squilibrata, proprio nella chiesa della Riconciliazione a Taizé. In che modo la sua eredità spirituale e umana è sempre presente?
È vero, questi due anniversari sono per noi una grande occasione per rendere grazie per la vita e l’opera del nostro fondatore. Non si tratta di guardare al passato, ma di rallegrarsi insieme per tutti i frutti che la sua vita continua a portare. Per quanto riguarda la Chiesa, il suo contributo più importante resta l’instancabile ricerca dell’unità. Fratel Roger ha avuto sin dall’inizio la volontà di porre la ricerca dell’unità al centro della comunità, affinché sperimentasse l’unità prima di parlarne. Anche oggi i fratelli, cresciuti in diverse Chiese e che ora vivono sotto lo stesso tetto, si sforzano così di anticipare l’unità del futuro. L’unità della famiglia umana è stata un’idea centrale, una preoccupazione che ha segnato tutta la vita di fratel Roger. All’indomani della seconda guerra mondiale, c’era un’emergenza: la riconciliazione tra popoli divisi. Sebbene ovviamente i problemi siano cambiati, credo che l’importanza dell’unità della nostra famiglia umana rimanga più urgente che mai. Un terzo contributo resta molto attuale: la testimonianza che non c’è contraddizione tra vita interiore e solidarietà, ma al contrario un legame profondo. Come ha detto il teologo ortodosso Olivier Clément, i giovani di Taizé possono fare questa sorprendente scoperta: niente è più responsabile della preghiera. Infine, all’interno della comunità, Roger Schutz ha insistito molto sulla vita fraterna: voleva che fossimo un solo corpo, per esprimere una “parabola di comunione”. Sono felice che continuiamo a vivere nutriti da questa intuizione. Non sarà mai il nostro obiettivo quello di diventare una grande istituzione, intendiamo invece rimanere una piccola comunità in cui i legami fraterni hanno la precedenza su tutto il resto.

Come hanno dovuto riorganizzarsi la comunità e il sito di Taizé di fronte alla pandemia di coronavirus? Quali misure sono state prese? Come vi siete adattati?
Noi fratelli, per limitare i rischi di contagio, ci siamo sin dall’inizio suddivisi in otto centri, e questo ci ha permesso di riscoprire diversamente la vita fraterna. È stato come un anno sabbatico, vissuto tutti insieme. Abbiamo dovuto adattarci a questa situazione senza precedenti in molti modi. Un esempio concreto: accogliamo tre famiglie yazide a Taizé, e un fratello ha aiutato i bambini a fare i compiti (con il confinamento tutto doveva essere fatto online). L’ospitalità fa parte del cuore di ciò che vogliamo vivere come comunità ed è stato quindi molto difficile rinunciarvi a metà marzo, quando è iniziato il lockdown. Questo ci ha stimolato a prendere diverse iniziative usando internet, in particolare la trasmissione, ogni sera in diretta, della preghiera da Taizé e anche un weekend “in rete” che ha riunito circa quattrocento giovani adulti. Il programma includeva meditazioni bibliche, condivisione in piccoli gruppi virtuali, workshop. Il riscontro è stato positivo e faremo una seconda proposta analoga nell’ultimo fine settimana di agosto. Da metà giugno a Taizé è stato ripristinato il servizio di accoglienza e sono state adottate una serie di misure sanitarie per garantire la massima protezione a tutti. Siamo in stretto contatto con le autorità civili per adattare le nostre direttive. I giovani si dimostrano molto responsabili in questa difficile situazione che stiamo attraversando tutti.

Cosa la preoccupa di più nella crisi del coronavirus?
Prima di tutto la sofferenza che tante persone sperimentano: la prova della malattia, la morte di una persona cara, la solitudine di tanta gente. Ci sono conseguenze molto dure che dovremo affrontare, siano esse economiche, sociali o anche psicologiche. Per esempio penso ai bambini che per mesi non hanno potuto abbracciare i nonni. Un’altra cosa che mi preoccupa è la tentazione di ripiegarsi su se stessi. Spero sinceramente che l’unità e la solidarietà prevarranno sulle accuse che vediamo incombere qua e là: non ci sarebbe niente di più inutile che cercare capri espiatori per la pandemia. Continuo a portare questo nella mia preghiera: che l’unità prevalga.

Di fronte alla crisi del covid-19, come può Taizé aiutare a mantenere la speranza mentre la società è una barca che fa acqua da tutte le parti?
Siamo tutti su questa barca. E non abbiamo risposte già pronte. Dobbiamo sempre tornare alla fonte della nostra speranza, che è la risurrezione di Cristo. Nel Vangelo non sono le previsioni apocalittiche che hanno l’ultima parola, ma l’orizzonte finale è la risurrezione. Risvegliare questa speranza attraverso la preghiera personale ma anche attraverso le nostre celebrazioni: questo ci aiuterà ad affrontare la realtà, non a edulcorarla. Vanno anche sottolineati tutti i gesti di solidarietà e i segni di speranza compiuti in questo periodo così difficile. Sono colpito da tutto quello che sento al riguardo. Sin dal mese di marzo abbiamo ricevuto messaggi molto forti da parte di alcuni amici, per esempio dal Nord Italia, che spiegavano come si era messa in moto questa solidarietà. Un altro recentissimo esempio è arrivato dal Libano, un paese tanto provato e al quale siamo strettamente legati: in seguito alle terribili esplosioni nel porto di Beirut, diverse famiglie sono scese dalle colline e dalle montagne circostanti per aiutare a sgomberare le macerie e ad accogliere famiglie le cui case erano state distrutte. In Europa ci sono nazioni e politici che scommettono su una maggiore solidarietà: noi vorremmo sostenerli. Ciò fa sperare in una maggiore fraternità tra i Paesi e anche con i diversi continenti. Sì, credo profondamente che la grande maggioranza delle persone abbia sete di fratellanza. E questo è un buon momento per rafforzare tale aspirazione. Nell’enciclica Laudato si’, Papa Francesco sottolinea l’essenziale «sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate». È vero: il virus non conosce confini, ma nemmeno la sete di solidarietà e di fraternità.

Cosa dicono e pensano i giovani di Taizé sulla crisi sanitaria, economica e sociale legata al covid-19?
Vorrei menzionare alcune preoccupazioni che avverto parlando con loro e che non sono solo legate all’attuale pandemia. C’è un’autentica paura di fronte al futuro tra molti giovani. Alcuni soffrono per le crescenti disuguaglianze, i cui effetti si possono già vedere a scuola. Come ho detto prima, noto anche una forte richiesta di cambiamento da parte delle generazioni più giovani di fronte all’emergenza climatica. Mi ricordo per esempio di uno scambio avvenuto una sera nella nostra chiesa con un giovane volontario portoghese che richiamava la mia attenzione sul crescente impegno di molti giovani a favore delle questioni ambientali. Il suo invito, come quello di altri ragazzi che vanno nella stessa direzione, ha dato vita, negli ultimi mesi, a una riflessione ecologica a Taizé, dove i giovani sono una forza trainante. Probabilmente siamo di fronte a un vero momento di conversione: semplificare tutto ciò che può essere nel nostro modo di vivere, senza aspettare che i cambiamenti vengano imposti dall’alto. Ricordandoci allo stesso tempo che la semplicità non significa mai assenza di gioia ma può anzi coincidere con uno spirito di festa. Mi sembra che la Chiesa abbia un ruolo importante da svolgere nel comunicare questi valori che provengono direttamente dal Vangelo.

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Sabato Santo: preghiera in diretta social e tv davanti alla Sindone

Posté par atempodiblog le 4 avril 2020

Sabato Santo: preghiera in diretta social e tv davanti alla Sindone
L’annuncio in diretta streaming dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, monsignor Cesare Nosiglia che presiederà la liturgia. Nella nostra intervista il presule spiega: “sarà molto di più di un’ostensione, staremo in silenzio con il Signore
di Gabriella Ceraso – Vatican News

Sabato Santo: preghiera in diretta social e tv davanti alla Sindone dans Articoli di Giornali e News Sacra-Sindone

Laddove il sacro Telo è custodito, nella cappella della Cattedrale di Torino, visitata dal Papa nel giugno del 2015, Sabato Santo alle 17, l’Arcivesco di Torino vescovo di Susa, monsignor Cesare Nosiglia, guiderà una liturgia di preghiera e contemplazione, trasmessa sia in diretta televisiva sia sui canali e le piattaforme social. Al termine della diretta tv, sui social il dialogo e la riflessione continueranno con l’intervento di esperti e voci di “testimoni” del momento che stiamo vivendo.

“Cari amici sparsi in tutto il mondo, vi attendo sabato per elevare a Dio attraverso la contemplazione della Sindone una corale preghiera insieme al suo figlio Gesù nostro fratello e salvatore. Sì, la Sindone lo ripete al nostro cuore sempre: più forte è l’amore”. Così monsignor Nosiglia nell’annuncio fatto oggi in diretta streaming, in cui, ha precisato di aver raccolto le migliaia di richieste a lui giunte da persone di ogni fascia di età, di poter pregare davanti alla Sindone per “impetrare da Cristo morto e risorto – che il Sacro Telo ci presenta in un modo così vero e concreto – la grazia di vincere il male come ha fatto lui, confidando nella bontà e misericordia di Dio”.

La passione e la morte di Gesù, per amore
“Grazie alla televisione e ai social – ha detto il presule – questo tempo di contemplazione renderà disponibile a tutti, nel mondo intero, l’immagine del Sacro Telo, che ci ricorda la passione e morte del Signore, ma che apre anche il nostro cuore alla fede nella sua risurrezione.

L’annuncio pasquale che la Sindone ci porta a vivere è “Più forte è l’amore » e questo – ha sottolineato ancora monsignor Nosiglia – ci riempie il cuore di riconoscenza e di fede. “Sì, l’amore con cui Gesù ci ha donato la sua vita e che celebriamo durante la Settimana Santa è più forte di ogni sofferenza, di ogni malattia, di ogni contagio, di ogni prova e scoraggiamento. Niente e nessuno potrà mai separarci da questo amore, perché esso è fedele per sempre e ci unisce a lui con un vincolo indissolubile.

Avere fiducia e speranza
Il ricordo infine di quanto Papa Francesco ha scritto nel suo messaggio per l’ostensione del 2013 cioè che nella Sindone “è lui che ci guarda per farci comprendere quale grande amore ha avuto per noi, liberandoci dal peccato e dalla morte invitandoci ad avere fiducia, a “non perdere la speranza, la forza dell’amore di Dio e del Risorto vince tutto.

Molto più che un’ostensione, “staremo con Gesù
Nell’intervista rilasciata a Luca Collodi, il presule, subito dopo il suo annuncio, precisa che la Liturgia in programma sarà un ringraziamento a Gesù per il dono della Sua vita e anche una richiesta di aiuto per quanto viviamo tragicamente. Emblematica – spiega – la scelta del Sabato Santo perchè la Sindone rappresenta anche quella speciale giornata di silenzio e meditazione sul mistero della morte e in attesa delle resurrezione. “Vogliamo – dice – introdurci così, già nella veglia pasquale.

Nella seconda parte del collegamento dalla Cappella torinese, sabato, si potrà assistere al dibattito tra esperti: il presule spiega, nella nostra intervista, che sarà lasciato spazio a chi vive in prima persona il dramma attuale e non solo nella difficoltà ma anche nella dimensione della speranza e della fede: voci di medici e operatori pastorali, famiglie, anziani e tanti messaggi di solidarietà.

Sarà dunque una sorta di specile ostensione? In realtà conclude il presule sarà “molto meglio in quanto la Sindone la potremo vedere da vicino e quelle immagini “andranno nel cuore e nelle tristezze di tanta gente che ci seguirà. Sarà uno stare col Signore nel giorno in cui attendiamo la sua Resurrezizone.

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Due Cuori a cui consacrare la Chiesa, l’Italia e il mondo

Posté par atempodiblog le 29 mars 2020

Due Cuori a cui consacrare la Chiesa, l’Italia e il mondo
Il Papa ce lo ha indicato nella preghiera di venerdì: l’indicazione per questo tempo di prova è tornare a Dio: Gesù Crocifisso ed Eucarestia e la Madonna sono i tre pilastri a cui rivolgersi. Per questo diventa ancora più urgente che il Papa e i vescovi consacrino tutto il mondo al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.
di Luisella Scrosati – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Due Cuori a cui consacrare la Chiesa, l'Italia e il mondo dans Articoli di Giornali e News Santa-Padre-Francesco-con-Ges-e-Maria

Il Santo Padre che avanza da solo, claudicante, in una piazza San Pietro deserta, sotto la pioggia battente: è l’immagine più significativa della grande prova che il mondo intero e la Chiesa stanno vivendo. Se questa prova sarà purificazione o condanna, dipenderà da noi, dalla nostra volontà di cambiare vita, di convertirci, di tornare a Dio. Da ciascuno di noi, ma anche dalla Chiesa come Corpo, che è sale della terra e luce del mondo.

Il Papa, da solo, dopo l’ascolto della Parola di Dio, si è diretto verso i pilastri della Chiesa: il Signore Gesù, crocifisso e consegnatosi a noi nell’Eucaristia, e la Santissima Vergine. Si può dire che qui ci sia tutto il programma di una vera conversione. E’ vero, «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità»; la Chiesa stessa sta sperimentando che tanta agitazione, tanti programmi pastorali, tanti modi solo umani di andare incontro al dolore dell’uomo non resistono alla tempesta.

C’è un solo modo per farvi fronte: rivolgersi al Signore, tornare a Lui, destarlo dal sonno, nella certezza che egli è sulla barca con noi; riconoscere che, trascinati dai nostri progetti, che abbiamo sempre ritenuto geniali ed indispensabili, abbiamo finito per costringere il Signore a rincantucciarsi a poppa, nella parte posteriore della nave, anziché desiderare di vederlo a prua, per essere guidati da Lui. Ed ora, in questa fragilità, consapevoli di non esserci colpevolmente «fermati davanti ai tuoi richiami», ai richiami continui del Signore, chiediamo perdono e pietà.

Ripartiamo da qui. Ripartiamo da questo rivolgersi all’Eucaristia, al Crocifisso ed alla Madre. L’atto più umile e gradito a Dio che possiamo fare in questo momento, è consacrare la Chiesa universale, il mondo, la nostra Italia a quei due Cuori Santissimi, che sono tutta la forza e la vita della Chiesa, delle anime, del mondo. Che lo si sappia o no.

Un atto pubblico, solenne di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù ed al Cuore Immacolato di Maria sarebbero il grande segno della vera direzione che si intende prendere, la raggiunta consapevolezza che il senso della vita della Chiesa è condurre lì, che i veri tesori della Chiesa scaturiscono da lì, che la protezione, il rifugio, la consolazione sono lì e da nessun’altra parte.

Consacrare la Chiesa, il mondo, l’Italia a questi due Cuori, significherebbe suggellare quella consapevolezza che Francesco ha espresso nella sua riflessione, e cioè che le nostre vite «sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia». E certamente lo sono tutte le persone che operano, pregano, soffrono, ma ancor più lo sono Gesù e Maria, che hanno fatto del nascondimento, dell’umiltà, della preghiera e del servizio silenzioso il pane della loro vita.

Forse è proprio per questo che noi, sempre così attratti dalle cose che appaiono, sempre attenti a dare peso solo a chi esibisce titoli e prerogative, sempre inclini ad acconsentire a ciò che più piace, secondo la logica del marketing, proprio noi, uomini e donne del XXI secolo, abbiamo bisogno di questo atto umile, ma potente.

Santo Padre, Cardinal Bassetti, voi tutti Vescovi d’Italia e del mondo, consacrate la Chiesa, il mondo, la nostra amata nazione al sacro Cuore ed al Cuore Immacolato. Imprimete una svolta nelle nostre vite, rovesciate le logiche mondane, abbattete ogni falsa sicurezza in ciò che non può salvare. Testimoniate con questo atto pubblico, davanti al mondo, dove bisogna volgere il cuore, dove trovare pace e salvezza.

«Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger. 2, 13). Duplice è la colpa che ci ha condotto nella tempesta e duplice è la strada del ritorno: tornare al Cuore di Cristo, sorgente di acqua viva, ed al Cuore Immacolato della Madre sua e nostra, che è cisterna sovrabbondante di grazia, integra, incorrotta ed incorruttibile.

Preghiamo, offriamo, agiamo perché in questo tempo martoriato, spunti una potente luce per la Chiesa e per il mondo. Facciamo sentire che c’è un popolo che attende questa consacrazione. Inviamo messaggi accorati e rispettosi ai nostri pastori: ciascuno al proprio vescovo, al Presidente della CEI, il Cardinal Bassetti (segreteria.arcivescovo@diocesi.perugia.it), al Cardinale Vicario di Roma De Donatis (vicariodiromasegreteria@vicariatusurbis.org), perché esponga la nostra richiesta al Santo Padre.

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