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Italiani, popolo che crede alle bufale (e così i politici se ne approfittano)

Posté par atempodiblog le 13 mai 2016

Lo studio di Pagnoncelli sulle percezioni sbagliate
Italiani, popolo che crede alle bufale (e così i politici se ne approfittano)
di Gian Antonio Stella – Corriere della Sera

vero o falso

Povera Italia! Il 49% è disoccupato! Il 48% ha più di 65 anni! L’età media è di 59 anni! Gli immigrati sono ormai il 26% cioè 15 milioni e mezzo! Il 20% del Paese è islamico! Aiutooo! Vi chiederete: ma da dove saltano fuori queste bufale? Questo è il problema: sono le convinzioni degli italiani. Così assurde da strappare una risata. Se non fossero cavalcate dalla cattiva politica. Nella scia dei figuri teatrali di Antonio Albanese: il Ministro della Paura e il Sottosegretario all’Angoscia.

Opinioni e bolle di sapone
L’ultimo libro di Nando Pagnoncelli, Dare i numeri. Le percezioni sbagliate sulla realtà sociale, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, fa sorridere e mette i brividi. Emerge infatti l’abisso che separa la realtà dalle convinzioni di tanta parte della popolazione che non sa, non legge, non ascolta con attenzione giornali radio o telegiornali, non si informa, orecchia qualcosa e si costruisce un mondo di opinioni granitiche sospese in una bolla di sapone. Il guaio è che, come spiega nella postfazione Ilvo Diamanti, troppe volte «la realtà percepita è quella che conta. Cioè: la realtà reale». Un esempio? «Il 71% dei nostri connazionali», scrive Pagnoncelli, «ignora che l’Italia, grazie alla presenza di oltre quattro milioni di imprese, è il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania». Peggio: «Il 17% non ci crede».

Le non-soluzioni
Tutto ciò, sospira l’Ad di Ipsos Italia, «investe il tema della sfiducia nel futuro, delle aspettative personali e del rapporto con chi ha responsabilità politiche, a cui i cittadini chiedono soluzioni». Ma quali soluzioni? Quelle orecchiate negli sfogatoi familiari, al bar, dal barbiere o dagli ospiti di certe trasmissioni, da gente tele-dopata che guarda mediamente la tivù 255 minuti al giorno: quattro ore e mezza. Che salgono a «circa sette ore per le persone di oltre 64 anni, per molte delle quali la televisione svolge il ruolo dell’animale da compagnia». Il debito pubblico è salito a 2.215 miliardi di euro? La soluzione, per questi «orecchianti», è tagliare le paghe dei parlamentari e i parlamentari stessi. Anche se la Camera e il Senato insieme, dal gingerino del bar alla paga dei barbieri, dai vitalizi alle bollette costano molto meno di un millesimo di quel debito e i tagli (fossero pure giusti) avrebbero effetti limitatissimi? «Eeeeh, signora mia, chissà come ce la raccontano…».

Frottole in rete
Ci si mette, ovvio, anche internet. Un esempio? Una notizia diffusa on line alla vigilia delle elezioni del 2013: «Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti a favore e 165 astenuti il disegno di legge del Senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i parlamentari in crisi, creato in vista della imminente fine della legislatura. Questo fondo prevede lo stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato. Rifletti e fai girare». La notizia, ricorda Pagnoncelli, «era palesemente falsa: il senatore Cirenga non esiste, la somma dei votanti (257 favorevoli e 165 astenuti) era pari a 422 mentre il Senato è composto da 320 senatori e infine la cifra stanziata era enorme»: 130 milioni a parlamentare! Una balla spaziale. Eppure «la notizia si diffuse in modo virale, suscitando la più viva indignazione…».

Il problema: l’ignoranza
Dice lo studio Ipsos, condotto tra il 2014 e il 2015 prima in 14 e poi in 33 Paesi, che abbiamo un serio problema: l’ignoranza. E non solo perché, contando la sola popolazione adulta, il 57% degli italiani è appena alfabetizzato o in possesso della licenza elementare o al massimo media. È diffuso un «analfabetismo numerico»: «non hanno dimestichezza con i numeri e le percentuali, faticano ad orientarsi e a formulare stime corrette, finendo spesso col generalizzare, amplificando o attenuando significativamente la portata della realtà». Peggio: si formano nelle loro opinioni sul «sentito dire». Ed ecco i risultati che dicevamo: la disoccupazione, che pure è alta, è al 12%? Gli italiani sono convinti che sia addirittura al 49%: il quadruplo. L’Italia invecchia e quelli con più di 65 anni sono già il 21%? La percezione è che siano il 48%. L’età media degli abitanti, che negli anni Sessanta era intorno ai trent’anni, è salita a 44,4? L’idea diffusa è che sia schizzata a 59.

I musulmani «percepiti»
Per non dire degli immigrati. «Demografia in cifre» dell’Istat certifica che gli stranieri residenti in Italia (dati 2015) sono 5.014.437 pari a circa l’8% della popolazione con intere aree geografiche (come le isole) in larga parte esenti dal fenomeno? Gli italiani «percepiscono» che siano oltre il triplo: il 26%. Vale a dire, come spiegavamo, 15 milioni e mezzo. E va già meglio che nel 2014 quando, prima di scoprire dalla tivù l’esistenza della rotta balcanica e degli sbarchi sulle isole greche, questa percezione era ancora più alta: 30%. Come se avessimo 18 milioni di stranieri! Per non dire dei musulmani. Dice un recente studio del Viminale, che costretto dal timore di attentati tiene un monitoraggio continuo della galassia, che gli islamici sono da noi un milione e 550 mila. Meno di un terzo degli immigrati. Meno del 3% della popolazione totale. Bene: quelli «percepiti» sono sei o sette volte di più: il 20% degli abitanti. Pari a dodici milioni! Bum! E potete star certi che, messi di fronte ai numeri reali, molti scuoteranno la testa: «Vai a sapere perché ci viene nascosta la realtà…».

Scoraggiante. Tanto più che chi cavalca queste paure se ne infischia di correggerli coi numeri veri. Anzi, più la gente è convinta che il nostro sia ad esempio un Paese dove «se esci di casa ti tagliano la gola» (gli omicidi nel 2015 sono stati in realtà meno di un quinto dei 2.453 del 1981 e in genere degli anni Ottanta) più il raccolto di voti può essere abbondante. Il populismo, spiega Ilvo Diamanti, «si accende e si propaga, non per caso, quando la democrazia rappresentativa fatica a funzionare». E «la dilatazione delle percezioni e delle immagini, rispetto alla realtà» è un «amplificatore. Che rende l’Italia più esposta, soprattutto rispetto agli altri Paesi europei». Insomma, proprio perché sono spesso assurde e sballate, queste percezioni «vanno prese sul serio».

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Come la luna, come il sole, come un esercito

Posté par atempodiblog le 8 mars 2016

Come la luna, come il sole, come un esercito
di Papa Pio XII
Tratto da: Pio XII. Sito Ufficiale della Causa di Canonizzazione

Madonna

[...]

1° - Anzitutto, diletti figli e figlie, guardate Maria, «bella come la luna, pulchra ut luna». È un Modo questo per esprimere la eccelsa bellezza di Lei. Come deve essere bella la Vergine! Quante volte siamo stati colpiti dalla bellezza di un volto angelico, dall’incanto di un sorriso di bambino, dal fascino di uno sguardo puro! E certamente nel volto della propria Madre Iddio ha raccolto tutti gli splendori della sua arte divina. Lo sguardo di Maria! il sorriso di Maria! la dolcezza di Maria! la maestà di Maria, Regina del cielo e della terra! Come splende la luna nel cielo oscuro, così la bellezza di Maria si distingue da tutte le bellezze, che paiono ombre accanto a Lei. Maria è la più bella di tutte le creature. Voi sapete, diletti figli e figlie, quanto facilmente una bellezza umana, che è come l’ombra d’un fiore, rapisce ed esalta un cuore gentile: che cosa dunque esso non farebbe dinanzi alla bellezza di Maria, se potesse contemplarla svelata, faccia a faccia, Così l’Alighieri vide nel Paradiso (cant. 31, v. 130-135), in mezzo a «più di mille Angeli festanti», «ridere una bellezza, che letizia – era negli occhi a tutti gli altri santi»: Maria!

Intanto su quel volto non si rivela soltanto la bellezza naturale. Nell’anima di Lei Iddio ha riversato la pienezza delle sue ricchezze con un miracolo della sua onnipotenza, e allora Egli ha fatto passare nello sguardo di Maria qualche cosa della sua dignità sovrumana e divina. Un raggio della bellezza di Dio splende negli occhi della sua Madre. Non pensate voi che il volto di Gesù, quel volto che gli angeli adorano, dovesse riprodurre in qualche modo i lineamenti del volto di Maria? Così il volto di ogni figlio rispecchia gli occhi della madre. Pulchra luna. Felice chi potesse vederti, Madre del Signore, chi potesse bearsi dinanzi a te; potessimo, o Maria, rimanere con te, nella tua casa, per servirti sempre!

2° - Ma la Chiesa non paragona Maria soltanto alla luna; servendosi ancora della Sacra Scrittura (Cant. 6, 10), passa ad un’immagine più forte ed esclama: Tu sei, o Maria, « electa ut sol », eletta come il sole.

La luce del sole ha una differenza grande da quella della luna : è luce che scalda e che vivifica. Splende la luna sui grandi ghiacciai del polo, ma il ghiaccio rimane compatto e infecondo, così come rimangono le tenebre e perdura il gelo nelle notti lunari dell’inverno. La luce della luna non porta il calore, non porta la vita. Fonte di luce, di calore e di vita è il sole. Ora Maria, che ha la bellezza della luna, splende anche come un sole e irraggia un calore vivificante. Parlando di Lei, parlando a Lei, non dimentichiamo che è vera Madre nostra. perché attraverso di Lei abbiamo ricevuto la vita divina. Ella ci ha dato Gesù e con Gesù la sorgente stessa della grazia. Maria è mediatrice e distributrice di grazie.

Electa ut sol. Sotto la luce e il calore del sole fioriscono sulla terra e danno frutto le piante; sotto l’influsso dell’aiuto di questo sole che è Maria fruttificano i buoni pensieri nelle anime. Forse, già in questo momento voi siete ripieni dell’incanto che promana dalla Vergine Immacolata, Madre della divina grazia, Mediatrice di grazie, perchè Regina del mondo. Oh! potessimo avere la voce di S. Bernardo, che non si stancava di lodare, di cantare, di ammirare, di esultare dinanzi al trono della Vergine! Oh! potessimo avere la lingua degli angeli per poter dire la bellezza, la grandezza della loro Regina!

Riandate, diletti figli e figlie, la storia della vostra vita: non vedete un tessuto di grazie di Dio? Voi potete pensare allora: in quelle grazie è entrata Maria. I fiori sono spuntati, i frutti sono maturati nella mia vita, grazie al calore di questa Donna eletta come il sole.

Avete voi pregato questa mattina? La grazia che vi ha invitato a un atto di così squisita pietà è stata forse una grazia speciale di Maria, è venuta attraverso Maria.

State ora ascoltando questo Nostro Messaggio di onore alla Vergine: qualche parola di esso vi penetra forse più profondamente nel cuore, destando sentimenti buoni e aneliti di fervore? È una grazia che giunge alle vostre anime attraverso la intercessione di Maria, con la luce di quel sole del cielo che è Maria.

Sperate voi un giorno di giungere in Paradiso mediante la grazia della perseveranza fino all’ultimo istante della vita? Avete fiducia di morire in grazia di Dio? Anche questa grazia verrà a voi devoti di Maria attraverso un sorriso di Lei, con un raggio di quel sole.

3° - Ma un’altra immagine prende la Chiesa dalla S. Scrittura e l’applica alla Vergine. Maria è bella in sè stessa come la luna, è fulgida intorno a sè come il sole; ma contro il «nemico» è forte, è terribile, come un’esercito schierato in battaglia. «Acies ordinata».

In questo giorno di gioia e di esultanza, Dio sa come vorremmo poter dimenticare l’asprezza dei tempi che attraversiamo!  » Ma i pericoli, che gravano sul genere umano, sono tali che Noi non dobbiamo cessare mai — si può dire — di gettare il nostro grido di risveglio. Vi è il « nemico », che preme alle porte della Chiesa, che minaccia le anime. Ed ecco un altro aspetto — presentissimo — di Maria: la sua forza nel combattimento.

Già, dopo il misero caso di Adamo, il primo annunzio su Maria, secondo la interpretazione di non pochi Santi Padri e Dottori, ci parla di inimicizie fra Lei e il serpente nemico di Dio e dell’uomo. Come è per Lei essenziale di esser fedele a Dio, così di esser vincitrice del demonio. Senza nessuna macchia Maria ha calpestato la testa del serpente tentatore e corruttore. Quando si avvicina Maria, il demonio fugge; così come scompaiono le tenebre, quando spunta il sole. Dove è Maria, non è Satana; dove è il sole, non è il potere delle tenebre.

Diletti figli e figlie dell’Azione Cattolica Italiana! Oh se questi tre fulgori di Maria diventassero vostre luci! Se le tre immagini della S. Scrittura si applicassero, in realtà, a ciascuno di voi e a tutta l’Associazione!

Vorremmo anzitutto che voi, come figli e figlie di Maria, cercaste di riprodurre nell’anima vostra la sua bellezza sovrumana. Abbiate dunque, a immagine di Lei, l’unione perfetta con Gesù. Sia Gesù in voi, siate voi in Lui, fino alla fusione della vostra vita con la vita di Lui. Siano nella vostra mente gli splendori della fede e, come Lei, vedete, giudicate, ragionate secondo Dio. Il vostro cuore, quando è possibile, aspiri all’integrità del cuore di Lei, che nulla ha diviso con altri ed ha conservato per Iddio tutto il suo calore, i suoi palpiti, la sua vita. Con le visuali dello spirito, con gli ardori del cuore, coltivate la dedizione assoluta a Dio. Figli e figlie di Maria, portate nei lineamenti dell’anima vostra le sembianze della Madre del cielo. Fate passare attraverso un mondo avvolto nelle tenebre e coperto di fango fasci di luce e il profumo di una purezza incontaminata.

In secondo luogo vorremmo che foste come il sole, il quale riscalda e vivifica. Il calore del vostro amore riscaldi le persone e le cose che vi circondano. Fate distinguere in ogni luogo la vostra presenza col fervore della vostra carità. Il demonio ha invaso la terra con l’odio : fate rivivere, prepotente, l’amore. Tanti sono ancora cattivi, perchè non sono stati finora abbastanza amati. Vivificate tutto quanto cadrà sotto l’influsso dei vostri raggi. Siate, cioè, come Maria e con Maria, strumenti di vita nelle anime, che oggi muoiono di freddo e di fame, ma potrebbero tornare alla casa del Padre, se fossero mosse dalle vostre parole, trascinate dal vostro esempio.

Finalmente applicate anche a voi la terza immagine di Maria : siate forti contro il « nemico ». Qui non si tratta più soltanto del vantaggio spirituale di ciascuno di voi, ma della vostra collaborazione per il bene delle anime. Tutta l’Azione Cattolica, che nei singoli membri deve essere bella come la luna e vivificante come il sole, sappia essere, di fronte al « nemico », forte come un esercito schierato in battaglia. Ed ecco che la nostra familiare riunione prende quasi l’aspetto di una « chiamata a rapporto » del principale fra i reparti laici del grande esercito cattolico d’Italia.

Nella Nostra recente Enciclica « Fulgens corona » abbiamo ancora una volta denunciato l’attuarsi di un piano spaventoso per « svellere radicalmente dagli animi la fede di Cristo », per l’invasione del mondo da parte del nemico degli uomini e di Dio. E sono uomini — miseri uomini — coloro che servono da strumenti per quest’opera distruggitrice. Vi è in atto una lotta che ingrandisce quasi ogni giorno di proporzione e di violenza, ed è quindi necessario che tutti i cristiani, ma specialmente tutti i militanti cattolici, « stiano in piedi e combattano sino alla morte, se è necessario, per la Chiesa madre loro, con le armi che sono consentite » (cfr. S. Bern. Ep. 221, n. 3 – Migne PL, V. 182, col. 387). Non si tratta qui evidentemente di scontro fra i popoli con distruzione di case e strage di uomini. Noi abbiamo più e più volte esecrato la guerra, e siccome riappaiono qua e là tristi segni di pericolo per la pace, torniamo a scongiurare Iddio, affinchè impedisca, con la Sua onnipotenza, che nuovi lutti e nuove lacrime vengano provocati sulla terra dall’incoscienza e dalla malvagità di alcuni. Noi parliamo invece della lotta che il male, nelle sue mille forme, combatte contro il bene; lotta dell’odio contro l’amore, del malcostume contro la purezza, dell’egoismo contro la giustizia sociale, della violenza contro il pacifico vivere, della tirannia contro la libertà.

Di questa lotta è già assicurato l’esito finale, essendone garante l’infallibile parola di Dio. Verrà il giorno del trionfo del bene sul male, perchè verrà il dì, in cui — lo diciamo con immensa tristezza — andranno «maledetti al fuoco eterno» (Matth. 25, 41) quanti hanno voluto fare a meno di Dio e sono rimasti sino alla fine ostinati nella impenitenza. Ma vi sono battaglie, il cui esito non è certo, perchè è affidato anche alla buona volontà degli uomini. In alcuni settori il « nemico » ha prevalso: occorre riconquistare il terreno perduto — cioè le anime traviate — perchè Gesù regni nuovamente nei cuori e nel mondo.

Diletti figli e figlie! Noi vi chiamiamo nuovamente a raccolta, certi che tutti — senza evasione di sorta — risponderete alla Nostra voce. Sotto lo sguardo di Maria, Regina delle Vittorie, disponetevi a vivere, per così dire, in un clima di generale mobilitazione, pronti a qualsiasi sacrificio, presti a qualunque eroismo.

Noi abbiamo invitato i fedeli di tutto il mondo ad approfittare dell’Anno mariano, che oggi comincia, per promuovere manifestazioni di omaggio a Maria nei suoi santuari. Ma quel che preme specialmente, è che si compia uno sforzo comune per avviare l’Italia verso una rinascita religiosa integrale. Perchè ciò avvenga, dovrà essere naturalmente preparato un piano razionale che vi impegni tutti in modo organico, e voi provvederete a muovervi secondo una esatta e ben studiata strategia, schierandovi ordinatamente e fissando bene gli scopi da conseguire. È necessario, per questo, rafforzare la vostra unione interna, accentuando sempre più il carattere unitario della vostra organizzazione, e poi accogliendo tutti fraternamente, come compagni d’arme, a combattere fianco a fianco la stessa battaglia. L’esercito cattolico è composto anche di altre forze che sarebbe insano ignorare o contrariare. Vi è posto per tutti, e di tutti vi è bisogno in questo immenso fronte da coprire per respingere gli assalti del «nemico».

Ricordate però tutti che non vi è ordinato schieramento se, nel rispetto della varietà e delle capacità, non viene assicurata l’unità del comando; per questo vivamente esortiamo voi e tutte le forze cattoliche a farvi guidare nel lavoro apostolico da chi lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio.

Nello scegliere gli « obiettivi » va inoltre osservato l’ordine dei valori : dovete quindi preferire lo spirituale al materiale, il definitivo al provvisorio, l’universale al particolare, ciò che urge a quel che può essere rimandato ad altro tempo.

Quanto alla tattica da seguire, ricordate che l’accostamento individuale è quello che dà migliori risultati. Mediante la «Base Missionaria» l’Azione Cattolica ha già iniziato un lavoro unitario, col quale esce dalle sue sedi per andare a portare la verità ai lontani. Ma questo metodo produrrà buoni effetti, soltanto se tutta l’Azione Cattolica cercherà di attuarlo e se opererà in collaborazione con altre forze cattoliche. Ciò raccomandammo lo scorso anno agli Uomini di Azione Cattolica; oggi lo diciamo specialmente a voi, carissimi Giovani, che foste i primi a nascere e siete ancora così pieni di vigore e di freschezza. Siate, oggi e sempre, le avanguardie ardimentose di questo pacifico esercito, in spirito di perfetta unione con tutti e di completa dedizione ai Pastori che guidano la Chiesa.

Ed ecco l’ultima Nostra parola, che vogliamo rivolgere ai fanciulli e alle fanciulle in ascolto, per esprimere loro un Nostro desiderio. Ricordate quanto vi amava Gesù e con quanta tenerezza vi accoglieva? Parlando alle turbe, Egli vi proponeva come modelli per entrare nel regno dei cieli. Anche il Papa vi ama, come vi amava Gesù. Voi siete i prediletti del Papa, come eravate la pupilla degli occhi di Gesù.

Ebbene, cari fanciulli, il Papa ha bisogno del vostro aiuto. Il Papa ha tante ansie, tanti timori per le sorti di questo mondo minacciato di rovina. Volete voi aiutare il Papa? Volete aiutare la Chiesa a salvare il mondo, a salvare l’umanità in pericolo? Allora alzate al cielo i vostri occhi limpidi e puri; giungete le vostre piccole mani e offrite a Gesù la vostra innocenza. Dite a Gesù che salvi la Chiesa, che salvi le anime. Siate con la vostra preghiera, coi vostri piccoli sacrifici, gli angeli protettori di tutta l’Azione Cattolica, che ripone in voi tutte le sue speranze.

Ecco : Noi ci inginocchiamo e recitiamo con voi una preghiera. Unitevi a Noi per fare dolce violenza alla Madre vostra celeste.

O Vergine bella come la luna, delizia del cielo, nel cui volto guardano i beati e si specchiano gli angeli, fa che noi tuoi figliuoli ti assomigliamo e che le nostre anime ricevano un raggio della tua bellezza, che non tramonta con gli anni, ma rifulge nella eternità.

O Maria, sole del cielo, risveglia la vita dovunque è la morte e rischiara gli spiriti dove sono le tenebre. Rispecchiandoti nel volto dei tuoi figli, concedi a noi un riflesso del tuo lume e del tuo fervore.

O Maria, forte come un esercito, dona alle nostre schiere la vittoria. Siamo tanto deboli, e il nostro nemico infierisce con tanta superbia. Ma con la tua bandiera ci sentiamo sicuri di vincerlo; egli conosce il vigore del tuo piede, egli teme la maestà del tuo sguardo. Salvaci, o Maria, bella come la luna, eletta come il sole, forte come un esercito schierato, sorretto non dall’odio, ma dalla fiamma dell’amore. Così sia.

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Giovanni Paolo II ai Religiosi ed alle Religiose delle Famiglie monfortane

Posté par atempodiblog le 28 avril 2014

Giovanni Paolo II ai Religiosi ed alle Religiose delle Famiglie monfortane
Dal Vaticano, 8 dicembre 2003, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata  Vergine Maria.

Giovanni Paolo II ai Religiosi ed alle Religiose delle Famiglie monfortane dans Fede, morale e teologia xnf5p4
Foto: Giovanni Paolo II in pellegrinaggio sulla tomba
di san Luigi Maria Grignion da Montfort,
in Vandea (Francia), il 19 settembre 1996.

Un classico testo della spiritualità mariana
1. Centosessant’anni or sono veniva resa pubblica un’opera destinata a diventare  un classico della spiritualità mariana. San Luigi Maria Grignion de Montfort  compose il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine agli inizi  del 1700, ma il manoscritto rimase praticamente sconosciuto per oltre un secolo.  Quando finalmente, quasi per caso, nel 1842 fu scoperto e nel 1843 pubblicato,  ebbe un immediato successo, rivelandosi un’opera di straordinaria efficacia  nella diffusione della “vera devozione” alla Vergine Santissima. Io stesso,  negli anni della mia giovinezza, trassi un grande aiuto dalla lettura di questo  libro, nel quale “trovai la risposta alle mie perplessità” dovute al timore che  il culto per Maria, “dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la  supremazia del culto dovuto a Cristo” (Dono e mistero, p. 38). Sotto la  guida sapiente di san Luigi Maria compresi che, se si vive il mistero di Maria  in Cristo, tale rischio non sussiste. Il pensiero mariologico del Santo,  infatti, “è radicato nel Mistero trinitario e nella verità dell’Incarnazione del  Verbo di Dio” (ibid.).
La Chiesa, fin dalle sue origini, e specialmente nei momenti più difficili, ha  contemplato con particolare intensità uno degli avvenimenti della Passione di  Gesù Cristo riferito da san Giovanni: “Stavano presso la croce di Gesù sua  Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa, e Maria di Magdala. Gesù  allora, vedendo la Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla  Madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua  Madre!’. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,  25-27). Lungo la sua storia, il Popolo di Dio ha sperimentato questo dono fatto  da Gesù crocifisso: il dono di sua Madre. Maria Santissima è veramente Madre  nostra, che ci accompagna nel nostro pellegrinaggio di fede, speranza e carità  verso l’unione sempre più intensa con Cristo, unico salvatore e mediatore della  salvezza (cfr Cost. Lumen gentium, nn. 60 e 62).
Com’è noto, nel mio stemma episcopale, che è l’illustrazione simbolica del testo  evangelico appena citato, il motto Totus tuus è ispirato alla dottrina di  san Luigi Maria Grignion de Montfort (cfr Dono e mistero, pp. 38-39; Rosarium Virginis Mariae, 15). Queste due parole esprimono l’appartenenza  totale a Gesù per mezzo di Maria: “Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt”, scrive san Luigi Maria; e traduce: “Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio  ti appartiene, mio amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre” (Trattato  della vera devozione, 233). La dottrina di questo Santo ha esercitato un  influsso profondo sulla devozione mariana di molti fedeli e sulla mia propria  vita. Si tratta di una dottrina vissuta, di notevole profondità ascetica  e mistica, espressa con uno stile vivo e ardente, che utilizza spesso immagini e  simboli. Dal tempo in cui visse san Luigi Maria in poi, la teologia mariana si è  tuttavia molto sviluppata, soprattutto mediante il decisivo contributo del  Concilio Vaticano II. Alla luce del Concilio va, quindi, riletta ed interpretata  oggi la dottrina monfortana, che conserva nondimeno la sua sostanziale validità.
Nella presente Lettera vorrei condividere con voi, Religiosi e  Religiose delle  Famiglie monfortane, la meditazione di alcuni brani degli scritti di san Luigi  Maria, che ci aiutino in questi momenti difficili ad alimentare la nostra  fiducia nella mediazione materna della Madre del Signore.

Ad Iesum per Mariam
2. San Luigi Maria propone con singolare efficacia la contemplazione amorosa del  mistero dell’Incarnazione. La vera devozione mariana è cristocentrica. Infatti,  come ha ricordato il Concilio Vaticano II, “la Chiesa, pensando a lei (a Maria)  piamente e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, penetra con  venerazione e più profondamente nell’altissimo mistero dell’Incarnazione” (Cost. Lumen gentium, 65).
L’amore a Dio mediante l’unione a Gesù Cristo è la finalità di ogni autentica  devozione, perché – come scrive san Luigi Maria – Cristo “è il nostro unico  maestro che deve istruirci, il nostro unico Signore dal quale dobbiamo  dipendere, il nostro unico Capo al quale dobbiamo restare uniti, il nostro unico  modello al quale conformarci, il nostro unico medico che ci deve guarire, il  nostro unico pastore che ci deve nutrire, la nostra unica via che ci deve  condurre, la nostra unica verità che dobbiamo credere, la nostra unica vita che  ci deve vivificare e il nostro unico tutto, in tutte le cose, che ci deve  bastare” (Trattato della vera devozione, 61).

3. La devozione alla Santa Vergine è un mezzo privilegiato “per trovare Gesù  Cristo perfettamente, per amarlo teneramente e servirlo fedelmente” (Trattato  della vera devozione, 62). Questo centrale desiderio di “amare teneramente”  viene subito dilatato in un’ardente preghiera a Gesù, chiedendo la grazia di  partecipare all’indicibile comunione d’amore che esiste tra Lui e sua Madre. La  totale relatività di Maria a Cristo, e in Lui alla Santissima Trinità, è  anzitutto sperimentata nella osservazione: “Ogni volta che tu pensi a Maria,  Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria con  te loda e onora Dio. Maria è tutta relativa a Dio, e io la chiamerei benissimo la relazione di Dio, che non esiste se non in rapporto a Dio, o l’eco  di Dio, che non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete  Dio. Santa Elisabetta lodò Maria e la disse beata per aver creduto. Maria -  l’eco fedele di Dio – intonò: Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia  magnifica il Signore. Ciò che Maria fece in quell’occasione, lo ripete ogni  giorno. Quando è lodata, amata, onorata o riceve qualche cosa, Dio è lodato, Dio  è amato, Dio è onorato, Dio riceve per le mani di Maria e in Maria” (Trattato  della vera devozione, 225).
E’ ancora nella preghiera alla Madre del Signore che san Luigi Maria esprime la  dimensione trinitaria della sua relazione con Dio: “Ti saluto, Maria, Figlia  prediletta dell’eterno Padre! Ti saluto Maria, Madre mirabile del Figlio! Ti  saluto Maria, Sposa fedelissima dello Spirito Santo!” (Segreto di Maria,  68). Questa tradizionale espressione, già usata da san Francesco d’Assisi (cfr Fonti Francescane, 281), pur contenendo livelli eterogenei di analogia, è  senza dubbio efficace per esprimere in qualche modo la peculiare partecipazione  della Madonna alla vita della Santissima Trinità.

4. San Luigi Maria contempla tutti i misteri a partire dall’Incarnazione che si è compiuta al momento dell’Annunciazione. Così, nel Trattato della  vera devozione, Maria appare come “il vero paradiso terrestre del Nuovo  Adamo”, la “terra vergine e immacolata” da cui Egli è stato plasmato (n. 261).  Ella è anche la Nuova Eva, associata al Nuovo Adamo nell’obbedienza che ripara la disobbedienza originale dell’uomo e della donna  (cfr ibid., 53; Sant’Ireneo, Adversus haereses, III, 21, 10-22,  4). Per mezzo di quest’obbedienza, il Figlio di Dio entra nel mondo. La stessa  Croce è già misteriosamente presente nell’istante dell’Incarnazione, al momento  del concepimento di Gesù nel seno di Maria. Infatti, l’ecce venio della  Lettera agli Ebrei (cfr 10,5-9) è il primordiale atto d’obbedienza del Figlio al  Padre, già accettazione del suo Sacrificio redentore “quando entra nel mondo”.
Tutta la nostra perfezione – scrive san Luigi Maria Grignion de Montfort  – consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. Perciò  la più perfetta di tutte le devozioni è incontestabilmente quella che ci  conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria  la creatura più conforme a Gesù Cristo, ne segue che, tra tutte le devozioni,  quella che consacra e conforma di più un’anima a Nostro Signore è la devozione a  Maria, sua santa Madre, e che più un’anima sarà consacrata a Maria, più sarà  consacrata a Gesù Cristo” (Trattato della vera devozione, 120).  Rivolgendosi a Gesù, san Luigi Maria esprime quanto è meravigliosa l’unione tra  il Figlio e la Madre: “Ella è talmente trasformata in te dalla grazia, che non  vive più, non è più: sei solo tu, mio Gesù, che vivi e regni in lei… Ah! se si  conoscesse la gloria e l’amore che tu ricevi in questa mirabile creatura… Ella  ti è così intimamente unita… Ella infatti ti ama più ardentemente e ti  glorifica più perfettamente di tutte le altre creature insieme” (ibid.,  63).

Maria, membro eminente del Corpo mistico e Madre della Chiesa
5. Secondo le parole del Concilio Vaticano II, Maria “è riconosciuta quale  sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa e sua immagine ed  eccellentissimo modello nella fede e nella carità” (Cost. Lumen gentium,  53). La Madre del Redentore è anche redenta da lui, in modo unico nella sua  immacolata concezione, e ci ha preceduto in quell’ascolto credente e amante  della Parola di Dio che rende beati (cfr ibid., 58). Anche per questo,  Maria “è intimamente unita alla Chiesa: la Madre di Dio è la figura (typus)  della Chiesa, come già insegnava sant’Ambrogio, nell’ordine cioè della fede,  della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti, nel mistero della  Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la Beata Vergine  Maria è la prima, dando in maniera eminente e singolare l’esempio della vergine  e della madre” (ibid,. 63). Lo stesso Concilio contempla Maria come Madre delle membra di Cristo (cfr ibid., 53; 62), e così Paolo VI  l’ha proclamata Madre della Chiesa. La dottrina del Corpo mistico, che  esprime nel modo più forte l’unione di Cristo con la Chiesa, è anche il  fondamento biblico di questa affermazione. “Il capo e le membra nascono da una  stessa madre” (Trattato della vera devozione, 32), ci ricorda san Luigi  Maria. In questo senso diciamo che, per opera dello Spirito Santo, le membra  sono unite e conformate a Cristo Capo, Figlio del Padre e di Maria, in modo tale  che “ogni vero figlio della Chiesa deve avere Dio per Padre e Maria per Madre” (Segreto  di Maria, 11).
In Cristo, Figlio unigenito, siamo realmente figli del Padre e, allo stesso  tempo, figli di Maria e della Chiesa. Nella nascita verginale di Gesù, in  qualche modo è tutta l’umanità che rinasce. Alla Madre del Signore “possono  essere applicate, in modo più vero di quanto san Paolo le applichi a se stesso,  queste parole: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non  sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19). Partorisco ogni giorno i figli di  Dio, fin quando in loro non sia formato Gesù Cristo, mio Figlio, nella pienezza  della sua età” (Trattato della vera devozione, 33). Questa dottrina trova  la sua più bella espressione nella preghiera: “O Spirito Santo, concedimi  una grande devozione ed una grande inclinazione verso Maria, un solido appoggio  sul suo seno materno ed un assiduo ricorso alla sua misericordia, affinché in  lei tu abbia a formare Gesù dentro di me” (Segreto di Maria, 67).
Una delle più alte espressioni della spiritualità di san Luigi Maria Grignion de  Montfort si riferisce all’identificazione del fedele con Maria nel suo amore per  Gesù, nel suo servizio di Gesù. Meditando il noto testo di sant’Ambrogio: L’anima di Maria sia in ciascuno per glorificare il Signore, lo spirito di Maria  sia in ciascuno per esultare in Dio (Expos. in Luc., 12,26: PL 15, 1561), egli scrive: “Quanto è felice un’anima quando… è tutta posseduta e  guidata dallo spirito di Maria, che è uno spirito dolce e forte,  zelante e prudente, umile e coraggioso, puro e fecondo” (Trattato della  vera devozione, 258). L’identificazione mistica con Maria è tutta rivolta a  Gesù, come si esprime nella preghiera: “Infine, mia carissima e amatissima  Madre, fa’, se è possibile, che io non abbia altro spirito che il tuo per  conoscere Gesù Cristo e i suoi divini voleri; non abbia altra anima che la tua  per lodare e glorificare il Signore; non abbia altro cuore che il tuo per amare  Dio con carità pura e ardente come te” (Segreto di Maria, 68).

La santità, perfezione della carità
6. Recita ancora la Costituzione Lumen gentium: “Mentre la Chiesa ha già  raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e  senza ruga (cfr Ef 5, 27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella  santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la  quale rifulge come l’esempio della virtù davanti a tutta la comunità degli  eletti” (n. 65). La santità è perfezione della carità, di quell’amore a  Dio e al prossimo che è l’oggetto del più grande comandamento di Gesù (cfr Mt 22, 38), ed è anche il più grande dono dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 13,  13). Così, nei suoi Cantici, san Luigi Maria presenta successivamente ai  fedeli l’eccellenza della carità (Cantico 5), la luce della fede (Cantico 6) e la saldezza della speranza (Cantico 7).
Nella spiritualità monfortana, il dinamismo della carità viene specialmente  espresso attraverso il simbolo della schiavitù d’amore a Gesù sull’esempio e con l’aiuto materno di Maria. Si tratta della piena comunione  alla kénosis di Cristo; comunione vissuta con Maria, intimamente presente  ai misteri della vita del Figlio. “Non c’è nulla fra i cristiani che faccia  appartenere in modo più assoluto a Gesù Cristo e alla sua Santa Madre quanto la  schiavitù della volontà, secondo l’esempio di Gesù Cristo stesso, che prese la  condizione di schiavo per nostro amore – formam servi accipiens -, e  della Santa Vergine, che si disse serva e schiava del Signore. L’apostolo si  onora del titolo di servus Christi. Più volte, nella Sacra Scrittura, i  cristiani sono chiamati servi Christi” (Trattato della vera devozione,  72). Infatti, il Figlio di Dio, venuto al mondo in obbedienza al Padre  nell’Incarnazione (cfr Eb 10, 7), si è poi umiliato facendosi obbediente  fino alla morte ed alla morte di Croce (cfr Fil 2, 7-8). Maria ha  corrisposto alla volontà di Dio con il dono totale di se stessa, corpo e anima,  per sempre, dall’Annunciazione alla Croce, e dalla Croce all’Assunzione.  Certamente tra l’obbedienza di Cristo e l’obbedienza di Maria vi è un’asimmetria  determinata dalla differenza ontologica tra la Persona divina del Figlio  e la persona umana di Maria, da cui consegue anche l’esclusività dell’efficacia  salvifica fontale dell’obbedienza di Cristo, dalla quale la sua stessa Madre ha  ricevuto la grazia di poter obbedire in modo totale a Dio e così collaborare con  la missione del suo Figlio.
La schiavitù d’amore va, quindi, interpretata alla luce del mirabile  scambio tra Dio e l’umanità nel mistero del Verbo incarnato. E’ un vero scambio  d’amore tra Dio e la sua creatura nella reciprocità del dono totale di sé. “Lo  spirito di questa devozione… è di rendere l’anima interiormente dipendente e  schiava della Santissima Vergine e di Gesù per mezzo di Lei” (Segreto di  Maria, 44). Paradossalmente, questo “vincolo di carità”, questa “schiavitù  d’amore”, rende l’uomo pienamente libero, con la vera libertà dei figli di Dio  (cfr Trattato della vera devozione, 169). Si tratta di consegnarsi  totalmente a Gesù, rispondendo all’Amore con cui Egli ci ha amato per primo.  Chiunque vive in tale amore può dire come san Paolo: “Non sono più io che  vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20).

La ‘peregrinazione della fede’
7. Ho scritto nella Novo millennio ineunte che “a Gesù non si arriva  davvero che per la via della fede” (n. 19). Proprio questa fu la via seguita da  Maria durante tutta la sua vita terrena, ed è la via della Chiesa pellegrinante  fino alla fine dei tempi. Il Concilio Vaticano II ha molto insistito sulla fede  di Maria, misteriosamente condivisa dalla Chiesa, mettendo in luce l’itinerario  della Madonna dal momento dell’Annunciazione fino al momento della Passione  redentrice (cfr Cost. Lumen gentium, 57 e 67; Lett. enc. Redemptoris Mater, 25-27).
Negli scritti di san Luigi Maria troviamo lo stesso accento sulla fede vissuta  dalla Madre di Gesù in un cammino che va dall’Incarnazione alla Croce, una fede  nella quale Maria è modello e tipo della Chiesa. San Luigi Maria lo esprime con  ricchezza di sfumature quando espone al suo lettore gli “effetti meravigliosi”  della perfetta devozione mariana: “Più dunque ti guadagnerai la benevolenza di  questa augusta Principessa e Vergine fedele, più la tua condotta di vita sarà  ispirata dalla pura fede. Una fede pura, per cui non ti preoccuperai affatto di  quanto è sensibile e straordinario. Una fede viva e animata dalla carità, che ti  farà agire solo per il motivo del puro amore. Una fede ferma e incrollabile come  roccia, che ti farà rimanere fermo e costante in mezzo ad uragani e burrasche.  Una fede operosa e penetrante che, come misteriosa polivalente chiave, ti farà  entrare in tutti i misteri di Gesù Cristo, nei fini ultimi dell’uomo e nel cuore  di Dio stesso. Una fede coraggiosa, che ti farà intraprendere e condurre a  termine senza esitazioni cose grandi per Dio e per la salvezza delle anime. Una  fede, infine, che sarà tua fiaccola ardente, tua vita divina, tuo tesoro  nascosto della divina Sapienza e tua arma onnipotente, con la quale rischiarerai  quanti stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, infiammerai quelli che  sono tiepidi ed hanno bisogno dell’oro infuocato della carità, ridarai vita a  coloro che sono morti a causa del peccato, commuoverai e sconvolgerai con le tue  soavi e forti parole i cuori di pietra e i cedri del Libano e, infine,  resisterai al demonio e a tutti i nemici della salvezza” (Trattato della vera  devozione, 214).
Come san Giovanni della Croce, san Luigi Maria insiste soprattutto sulla purezza  della fede e sulla sua essenziale e spesso dolorosa oscurità (cfr Segreto di  Maria, 51-52). E’ la fede contemplativa che, rinunciando alle cose sensibili  o straordinarie, penetra nelle misteriose profondità di Cristo. Così, nella sua  preghiera, san Luigi Maria si rivolge alla Madre del Signore dicendo: “Non ti  chiedo visioni o rivelazioni, né gusti o delizie anche soltanto spirituali…  Quaggiù io non voglio per mia porzione se non quello che tu hai avuto, cioè:  credere con fede pura senza nulla gustare o vedere” (ibid., 69). La Croce  è il momento culminante della fede di Maria, come scrivevo nell’Enciclica Redemptoris Mater: “Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a  Cristo nella sua spoliazione… E’ questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell’umanità” (n. 18).

Segno di sicura speranza
8. Lo Spirito Santo invita Maria a “riprodursi” nei suoi eletti, estendendo in  essi le radici della sua “fede invincibile”, ma anche della sua “ferma speranza”  (cfr Trattato della vera devozione, 34). Lo ha ricordato il Concilio  Vaticano II: “La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e  nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo  compimento nell’età futura, cosi sulla terra brilla come un segno di sicura  speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in marcia, fino a quando non  verrà il giorno del Signore” (Cost. Lumen gentium, 68). Questa dimensione  escatologica è contemplata da san Luigi Maria specialmente quando parla dei  “santi degli ultimi tempi”, formati dalla Santa Vergine per portare nella Chiesa  la vittoria di Cristo sulle forze del male (cfr Trattato della vera devozione,  49-59). Non si tratta in alcun modo di una forma di “millenarismo”, ma del senso  profondo dell’indole escatologica della Chiesa, legata all’unicità e  universalità salvifica di Gesù Cristo. La Chiesa attende la venuta gloriosa di  Gesù alla fine dei tempi. Come Maria e con Maria, i santi sono nella Chiesa e  per la Chiesa, per far risplendere la sua santità, per estendere fino ai confini  del mondo e fino alla fine dei tempi l’opera di Cristo, unico Salvatore.
Nell’antifona Salve Regina, la Chiesa chiama la Madre di Dio “Speranza  nostra”. La stessa espressione è usata da san Luigi Maria a partire da un testo  di san Giovanni Damasceno, che applica a Maria il simbolo biblico dell’àncora  (cfr Hom. Iª in Dorm. B. V. M., 14: PG 96, 719): “Noi leghiamo le  anime a te, nostra speranza, come ad un’àncora ferma. A lei maggiormente si sono  attaccati i santi che si sono salvati e hanno attaccato gli altri, perché  perseverassero nella virtù. Beati dunque, e mille volte beati i cristiani che  oggi si tengono stretti a lei fedelmente e totalmente come ad un’àncora salda” (Trattato  della vera devozione, 175). Attraverso la devozione a Maria, Gesù stesso  “allarga il cuore con una santa fiducia in Dio, facendolo guardare come Padre e  ispirando un amore tenero e filiale” (ibid., 169).
Insieme alla Santa Vergine, con lo stesso cuore di madre, la Chiesa prega, spera  e intercede per la salvezza di tutti gli uomini. Sono le ultime parole della  Costituzione Lumen gentium: “Tutti i fedeli effondano insistenti  preghiere alla Madre di Dio e Madre degli uomini, perché Ella, che con le sue  preghiere aiutò le primizie della Chiesa, anche ora in cielo esaltata sopra  tutti i beati e gli angeli, nella Comunione di tutti i santi interceda presso il  Figlio suo, finché tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome  cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella  concordia siano felicemente riunite in un solo Popolo di Dio, a gloria della  Santissima e indivisibile Trinità” (n. 69).
Facendo nuovamente mio questo auspicio, che insieme con gli altri Padri  Conciliari espressi quasi quarant’anni or sono, invio all’intera Famiglia  monfortana una speciale Benedizione Apostolica.

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Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato

Posté par atempodiblog le 4 mars 2014

Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato.
di Francesco Angoli – Libertà e Persona
Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato dans Articoli di Giornali e News 330fr54

Quando si parla di scienza e di Chiesa il tasso minimo di ideologia presente nell’aria esige che si faccia almeno un cenno a Giordano Bruno, e alla sua esecuzione in Campo dei Fiori. La fama del filosofo Nolano, infatti, è dovuta senz’altro al fascino della sua morte, da ribelle impenitente, più che alla sua produzione culturale, così intrisa di magia, di astrologia, di vitalismo panteistico e, per questo, in nulla moderna, né scientifica (F.Yates, « Giordano bruno e la tradizione ermetica », Laterza). Una fama, dunque, ottenuta dopo la morte, ma cercata con ossessione durante tutta la vita, con una presunzione astrale, « accentuata dalle pratiche magiche cui Bruno si dedica con crescente intensità e che sviluppano in lui un senso di onnipotenza materiale e intellettuale assoluta » (Matteo D’Amico, « Giordano Bruno », Piemme).

Tutta la sua esistenza, infatti, è in vista di una affermazione personale, per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari di tutti i paesi e di tutte le confessioni, che divengono via via « porci », « pedanti », « barbari e ignobili ». Il giovane Bruno è già un personaggio non comune, che ama raccontare di essere stato aggredito, a sassate, dagli spiriti, e che ha il suo primo importante scontro teologico nel 1576 con un confratello domenicano, riguardo alla dottrina di Ario, e il secondo nella capitale del calvinismo, a Ginevra. Vi giunge nel 1579, in cerca di fortuna. Ma il suo comportamento è subito ambiguo ed aggressivo ad un tempo: da una parte abbraccia il calvinismo, per essere accettato nei circoli culturali e religiosi della città, e dall’altra attacca violentemente un professore del luogo, dando alle stampe un libello contro di lui, e, a quanto sostiene l’accusa, mentendo calunniosamente. Viene processato dai membri del Concistoro, non cattolico, ma calvinista, e costretto in ginocchio a lacerare il suo opuscolo, ammettendo la propria colpa. Lasciata Ginevra, che dunque non lo capisce, Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto nell’ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico III, di cui diviene in breve intimo confidente. Dopo soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l’ambasciatore francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi. Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy (« Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata », Garzanti ) svolge un lavoro di spionaggio contro l’ambasciatore francese di cui è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione. Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico del cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della decadenza dell’Europa, Bruno si finge zelante sacerdote e celebra riti in cui non crede, nell’ambasciata francese, vantando poi d’altra parte la sua apostasia, presso la corte di Elisabetta. Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina l’esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza in confessione. Nessuno gli crede. A questo punto Bruno, sempre scalpitante, vuole una cattedra a Oxford. Come ottenerla? Si offre volontario, con una umile missiva, in cui si presenta così: « professore di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari e gli ignobili,…domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante…ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio è applaudito dai più nobili… ». Alla terza lezione verrà accusato di plagio e invitato a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano, probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno precipitoso a Parigi.

 Ma qui, nel frattempo, il clima politico è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo della Lega Cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere riaccolto « nel grembo della Chiesa catholica ». In realtà, ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti con i protestanti, benché nello « Spaccio della bestia trionfante » del 1584 avesse deprecato violentemente, in mille maniere, la figura di Lutero. Nello stesso periodo viene accusato da Fabrizio Mordente, inventore del compasso differenziale, di volergli carpire l’invenzione: Bruno infatti ne è entusiasta, ma come già per Copernico, ritiene che ai disprezzati matematici sfugga il valore magico ed ermetico delle loro scoperte, che lui solo, invece, ha la capacità di comprendere! Scomunicato dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l’ennesima disputa finita in rissa, deve abbandonare precipitosamente anche Parigi, perché neppure il vecchio amico Enrico III è più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione, questa volta, è la Germania, e in particolare la città protestante di Marburgo. Ancora una volta il filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte, per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo, dove, per cambiare, ottiene il diritto di tenere corsi universitari. E’ qui che Bruno cambia ancora casacca: in occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza, polemiche, e tanti nemici, l’8 marzo 1588 tiene davanti ai professori e agli alunni dell’Università un elogio smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo, come un vero anticristo. « Come ha usato Calvino contro la Chiesa, così adesso usa Lutero: il cattolicesimo emerge come il vero grande nemico » (M.D’Amico, op.cit.).

Chiaramente il gioco può riuscire sperando che a Wittenberg non si conosca il libello bruniano di soli quattro anni prima, e cioè lo »Spaccio ». In esso infatti Bruno auspicava che Lutero e i suoi seguaci fossero « sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi », essendo causa di guerre, disordini e discordie senza fine. Inoltre, tanto per toccare con mano la « scientificità » del personaggio, Bruno spiegava la metempsicosi, affermando che coloro i quali abbiano « viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini… », « sono stati o sono per essere porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano »! Lasciata Wittemberg, Bruno approda a Praga, la città prediletta dall’imperatore Rodolfo II, che ne sta facendo una centrale di maghi, alchimisti ed occultisti da tutta Europa. Rodolfo è un tipo bizzarro, preda, spesso di allucinazioni e di crisi depressive. Ancora una volta Bruno cerca il potere, aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in possesso, con alleanze potenti e concrete. C’è ormai in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare all’azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non secondari. Ma vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata per la città protestante di Helmstadt, nel 1589. Chiaramente Bruno, brigando a suo modo, ottiene di poter insegnare nell’università locale, e per l’ennesima volta, pur fingendosi protestante e scagliandosi contro la Chiesa cattolica, suo bersaglio preferito, viene in breve scomunicato dal pastore della locale chiesa luterana! Ciò nonostante neppure in questa occasione gli viene a mancare quella disponibilità di denari « che gli permette di fare lunghi viaggi, di affittare appartamenti, di tenere a suo servizio, regolarmente, segretari diversi, di pubblicare opere voluminose, di vivere infine per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso »: denari, ipotizza il D’Amico, che potrebbero giungere da quell’attività così redditizia di informatore segreto che aveva appreso a Londra.

Nel 1590 Bruno è a Francoforte, senza grande entusiasmo dei suoi allievi, che non riescono a comprendere quanto la miracolosa mnemotecnica bruniana sia da lui mal insegnata, o mal conosciuta. Dopo Francoforte, Zurigo, Padova, ed infine, nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto con curiosità da una cerchia di nobili da salotto, ed in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto ad ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi « segreti ». Ma Bruno non è certo incline a fare il precettore privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare le sue conoscenze magiche, espresse nei testi « De magia » e « De Vinculis », per assoggettare nientemeno che il pontefice Gregorio XIV ai suoi disegni di riforma religiosa e politica universale! Ritiene infatti di saper controllare e dominare le forze demoniche presenti nella natura e di poter soggiogare il prossimo con messaggi subliminali, formule magiche non percepibili dagli incantati: « ritmi e canti che racchiudono efficacia grandissima, vincoli magici che si realizzano con un sussurro segreto… » (« De Vinculis »). A Venezia Bruno concepisce dunque il suo folle disegno di « portare cambiamenti (politici) significativi, quantomeno nello scacchiere italiano ».

A tal fine progetta di rientrare nella Chiesa, di recarsi a Roma dal pontefice Clemente VIII, per dedicargli un’opera, e, come si diceva, probabilmente, per riuscire a condizionarlo tramite le arti magiche. Non c’è grande nobiltà nei mezzucci con cui, contraddicendo patentemente il suo credo, persegue i propri fini! Ma nello stesso 1591, cioè non appena si è fatto un po’ conoscere, viene denunciato al Santo Uffizio dal suo stesso ospite: al Mocenigo è bastato un attimo per rimanere deluso dagli insegnamenti di Bruno, e scandalizzato dalle sue bestemmie. Dopo i sogni di potenza, il filosofo nolano precipita dietro il banco degli imputati: in realtà è già abituato ai processi, alle abiure, alle fughe, e forse pensa, in cuor suo, di farla nuovamente franca. La tattica difensiva è abile. Consiste nell’ammettere alcune accuse, nell’attenuarne altre, e nel negare, infine, le più infamanti. Negare tutto sarebbe troppo sciocco, vista la possibilità per il tribunale di venire in possesso dei suoi scritti, e di indagare sul suo passato. Lo scopo è quello di « apparire persona rispettosa della autorità della Chiesa e della sua dottrina, anche se momentaneamente posto al di fuori di essa » (D’Amico). Arriva così a rinnegare alcune sue opere, e a presentare i suoi passati riavvicinamenti alla Chiesa, compiuti sempre e solo per convenienza politica, come testimonianza della sua sostanziale « ortodossia ». Il filosofo degli « eroici furori », in realtà, non ha nulla di eroico: « tutti li errori che io ho commesso…et tutte le heresie…hora io le detesto et abhorrisco… ». Come già coi calvinisti di Ginevra, il ribelle, la spia, l’arrivista in cerca di poltrone universitarie, dopo aver attaccato ed inveito con astio rabbioso, si inginocchia ed abiura, con pari teatralità e finta compunzione.

Ma Roma sospetta, e nel febbraio 1593 avoca a sé il processo, che, in totale, durerà otto lunghi anni: il tribunale inquisitoriale non emette condanne frettolose, ma procede con precisione e scrupolo, convocando testimoni, compulsando le opere, rispettando tutte le procedure, invitando ripetutamente ad abiurare. Bruno si dichiara disposto in più occasioni a cedere: la condanna, e l’affido al braccio secolare, arrivano dopo varie promesse di abiura, ed altrettanti ripensamenti. Nel giorno della condanna giunge al papa un memoriale di Bruno: perché, se aveva già deciso di affrontare la morte? Probabilmente il memoriale, che non conosciamo, conteneva l’ennesima disponibilità all’abiura: forse Bruno credeva di poter ancora dire e disdire, senza conseguenze. A cosa si deve, allora, questa improvvisa accelerazione del processo? Secondo la Yates, a un evento contemporaneo: l’arresto di un altro domenicano ribelle, Tommaso Campanella. Non bisogna infatti dimenticare l’epoca in cui ci troviamo: la Riforma ha portato alla ribalta prima Lutero, con le conseguenti guerre dei cavalieri e dei contadini, e poi personaggi come Matthison di Haarlem, un capo anabattista che si sentiva « incaricato della esecuzione del castigo divino contro gli empi, e mirava semplicemente al massacro universale », e il « profeta Hofmann » di Strasburgo, « il quale andava dicendo di voler fondare la Nuova Gerusalemme » e si accingeva a preparare la mobilitazione « dei cavalieri della strage che con Elia e Enoch appariranno impugnando la spada e vomitando fiamme per sterminare i nemici del Signore ».

Campanella è un tipo umano simile: filosoficamente molto vicino a Bruno, anch’egli ritiene che stia giungendo l’ora dei « grandi mutamenti, l’avvento dell’età dell’oro e della instaurazione della repubblica universale »: per questo organizza una congiura, in meridione, cercando l’alleanza dei Turchi, ed in particolare di feroci pirati come Bassàn Cicala, per realizzare uno stato magico, dittatoriale, di impostazione comunista. La congiura viene sventata nel 1599 (Francesco Forlenza, « La congiura antispagnola di Tommaso Campanella », Temi). Proprio tale nuova minaccia, religiosa e politica, accelera forse la condanna di Bruno, che morirà, alla fine, con dignità: ma dopo essere stato scacciato da almeno dieci città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari; dopo essere stato spia, aver violato il segreto confessionale, aver ripudiato se stesso, per convenienza, innumerevoli volte, e, infine, dopo aver cercato, attraverso la magia e l’intrigo, di rovesciare l’ordine politico, non solo quello religioso, del suo tempo. Spacciarlo per un puro, un eroe, uno scienziato è un delitto contro la verità storica.

I miei tre brevi articoli su Giordano Bruno (la sua vita sul Foglio) hanno scatenato le ire di Giulio Giorello e di Nuccio Ordine, sul « Corriere della Sera » del 30 agosto e del I settembre. Il Giorello, per la verità, si è limitato alle invettive contro i cattolici in genere, di ogni secolo e luogo, per poi riferirsi alle mie osservazioni, definendole assai astrattamente « pettegolezzi da filosofia vista dal buco della serratura ». Poiché l’argomento mi sembra immaginifico, ma deboluccio e sbrigativo, mi permetto di saltarlo a piè pari, per considerare invece le argomentazioni del professor Nuccio Ordine. Costui, forse ritenendo di essere l’unico in Italia ad aver proseguito gli studi oltre le elementari, si è anzitutto offeso del fatto che qualcuno abbia parlato di Giordano Bruno, senza il suo permesso: per lui è automatico che io non abbia letto le opere del filosofo, ma solo « due o tre cattivi libri », forse degni di censura ecclesiastica nucciana (per quanto scritti da insigni studiosi, di cui, almeno la Yates, assai celebre a livello internazionale).

Non interessa nulla che io abbia citato negli articoli in questione, seppur brevemente per mancanza di spazio, opere scottanti e inequivocabili di Bruno come il « De Magia », il « De Vinculis » e « Lo Spaccio »! Ma la cosa più interessante è che il professor Ordine non contesta seriamente una sola delle mie affermazioni storiche. Rimane vero dunque che Bruno fu accusato di plagio a Oxford, scomunicato dai calvinisti e più volte dai protestanti; che abiurò in parecchie occasioni, rinnegando alcune sue opre, che si considerava il più grande sapiente esistente al mondo, che dovette scappare di città in città, non per sua scelta, ma perché sempre e dovunque indesiderato e mal sopportato (da Ginevra, da Parigi, da Oxford, Marburgo, Wittemberg, Helmstadt, Francoforte…). Sembra appurato, inoltre, che indossò e dismise l’abito domenicano più volte, allontanandosi dalla Chiesa, per poi riavvicinarsi, in qualche maniera, in più occasioni…Solo, secondo Ordine, non lo avrebbe fatto con opportunismo, ma con grande coraggio e rigore morale: un « libero pensatore », libero di vagare nel mare delle idee cangianti…

Nell’articolo del 30 agosto, per la verità, si mette anche in dubbio la tesi del Bossy, da me riportata come attendibile, non come certa, sull’opera di Bruno come spia in quel di Londra. Niente di sostanziale, insomma. Il I settembre, invece, il professor Ordine fa le pulci al libro di Anna Foa, in maniera un po’ accademica, sistemando più che altro alcune date. Al sottoscritto, forse perché indegno, sono riservate solo battutine, ma neppure una sola confutazione circostanziata: si parla di « crociata di Francesco Agnoli » che « propina invettive ai lettori del Foglio ». Un po’ di parole, insomma, che dovrebbero da sole, col loro suono e la loro evocatività, screditare l’idiota.

Mi spiace: penso si potrebbe discutere in altro modo, con altro rispetto, almeno per i fatti, e con altro amore per la verità e l’educazione (come invece è accaduto col senatore Contestabile, su Il Foglio). Mi permetto però di tornare su Bruno, per ribadire non solo che non fu un eroe puro, coerente e senza macchia, come già detto, ma soprattutto che non fu assolutamente uno scienziato moderno: su questo mi trovo in accordo con personaggi come Giovanni Reale, Dario Antiseri, Paolo Rossi, Cecilia Gatto Trocchi, A. Koyrè e molti altri. Proprio il Koyrè infatti, nel suo celebre « Dal mondo chiuso all’infinito universo », afferma: « la concezione bruniana del mondo è vitalistica e magica: i suoi pianeti sono esseri animati in libero movimento attraverso lo spazio secondo una reciproca intesa come quelli di Platone o del Patrizi. Bruno non è assolutamente un pensatore moderno ». Il concetto è semplicissimo: per Bruno « natura est deus in rebus », o, con altre parole,  » Iddio tutto è in tutte le cose », come avevano ben capito gli Egizi, che adoravano il sole, la luna, ma anche i coccodrilli, le lucertole, i serpenti e le cipolle… (« Lo Spaccio »). Da una simile concezione, antica quanto la magia e l’animismo, nuova in nulla, scientifica ancor meno, scaturisce l’antichissima idea, presente anche nel « Timeo » platonico, dei pianeti e degli astri non come entità materiali, regolate e mosse secondo leggi fisiche, ma come « dei visibili », « grandi animali », « dei figli di dei ». Così la teoria di Copernico, « aurora » che ha aperto la strada a lui stesso, « sole de l’antiqua vera filosofia » (« Cena delle ceneri »), interessa al Nolano, unico a suo dire ad averla veramente compresa, solo perché gli permette di scorgere, nella Terra che si muove, un principio vitale, un’ « anima propria » mossa da una vita divina, in perfetta coerenza con le dottrine astrologiche. Cosa vi è di scientifico, di moderno, nel credere a stelle e a pianeti animati e divini, capaci di conseguenza, evidentemente, di agire sull’arbitrio umano? Esattamente nulla. Bruno non avanza, ma retrocede terribilmente. Retrocede rispetto a Copernico, che aveva parlato di « macchina del mondo », per eliminare, come scrive il Koyrè nell’introduzione al « De revolutione orbium caelestium » (Einaudi), l’ »astro-biologia degli antichi ». Retrocede anche rispetto alla scuola francescana di Oxford, che secoli prima aveva iniziato a proporre, con Giovanni Buridano, l’innovativa dottrina dell’“impetus”, come possibile spiegazione della meccanica dei corpi celesti. Buridano, infatti, confutando l’insegnamento aristotelico e arabo al riguardo, aveva sostenuto che l’ininterrotto movimento delle sfere celesti non era dovuto a delle anime, e neppure alle intelligenze motrici, bensì ad una forza, un’impetus iniziale, il cui permanente effetto era permesso dalla mancanza di resistenza del mezzo. Si era in qualche modo già vicini all’idea di forza fisica, di forza d’inerzia, capace di muovere i pianeti: per questo il Duhem riconduce « alla teorizzazione buridaniana dell’impetus la data d’inizio della scienza moderna, perché comportò l’abbandono della credenza nella natura divina delle potenze motrici dei cieli” (inutili, se esiste un Dio creatore). Analogamente lo Jammer, sempre a proposito dell’origine della scienza moderna, sottolinea l’importanza di Buridano, come “uno dei primi a ribellarsi alla concezione neoplatonica delle forze intese come enti divini” (mentre Newton sarebbe “colui che diede il colpo di grazia alla teoria delle forze astrologiche”; introduzione a Giovanni Buridano, « Il cielo e il mondo », Rusconi).

Anche le ricerche di Keplero si sarebbero mosse nella stessa direzione, per rinnegare l’idea di un modo animato, magico, « grande animale », caratterizzato da pianeti divini: tutte teorie, ripeto, proprie del modo pagano e della magia rinascimentale, incompatibili con un approccio scientifico e matematico. Nel 1605, confutando implicitamente Bruno, morto da soli 5 anni, Keplero scriverà a Herwart von Hohenberg: “Sono molto occupato nello studio delle cause fisiche. Il mio scopo è dimostrare che la macchina celeste può essere paragonata non ad un organismo divino ma piuttosto ad un meccanismo d’orologeria…in quanto quasi tutti i suoi molteplici movimenti si compiono grazie a una sola forza magnetica, molto semplice, come nell’orologio tutti i moti (sono causati) da un semplice peso. Inoltre io dimostro come questa concezione fisica vada presentata per mezzo del calcolo e della geometria”. « Macchina », « meccanismo », non « organismo divino » né « grande animale »: quanto dista, da questo modo scientifico di vedere l’universo materiale, il vitalismo pampsichista e magico di Bruno?

P.S. In questi giorni è uscito un libro di Paolo Rossi, forse il massimo filosofo della scienza in Italia, intitolato « Il tempo dei maghi » (Raffaello Cortina editore), all’interno della collana diretta dallo stesso Giulio Giorello. Leggendo questo studio, inconfutabile, trovo esposte esattamente le « mie » stesse considerazioni. Paolo Rossi infatti si prende un po’ gioco dei « devoti bruniani », semplicemente andando a leggere quelle opere scomode, a partire dal titolo, che i più preferiscono occultare, o quantomeno stravolgere: « si può sostenere che Bruno non è un mago senza mai occuparsi di opere intitolate De Magia o Theses de magia e del mezzo migliaio di pagine delle opere magiche di Bruno? ». Per Rossi non esiste un Bruno moderno, né un Bruno scienziato, né un Bruno precorritore di alcunché, quanto, semmai, un uomo profondamente legato, per suo stesso dire, alla « sapienza antica » e alla magia: cioè ad un « sapere segreto e riservato a pochi », un « sapere miracoloso (nel senso che dà capacità straordinarie) », intriso di demoni e di fantasmi (vedi capitolo intitolato « Si può ‘sdemonizzare’ la magia di Bruno? »). Nel De Magia, per fare un esempio, Bruno sostiene come un assioma che « nella scala naturae, Dio influisce sugli dei, gli dei sugli astri o corpi celesti che sono divinità corporee, gli astri sui demoni che abitano gli astri, i demoni sugli elementi, gli elementi sui corpi misti o composti, i corpi misti sui sensi, i sensi sull’anima, l’anima su ogni essere animato ».

Siamo di fronte, evidentemente, al pampsichismo tradizionale, origine di ogni credenza magica: da quella nei talismani, all’astrologia, alla pratica, assai tenebrosa, di vincoli spirituali istituibili attraverso formule, e capaci di permettere ai maghi nientemeno che di « penetrare nel corpo » di « colui che vogliono ammaliare », agendo sulla sua ombra. Per non parlare poi della credenza bruniana nelle proprietà magiche di lapilli e gemme, « di alterar il spirito ed ingenerar novi affetti e passioni ne l’anima, non solo nel corpo », e nella possibilità per i negromanti di trarre effetti straordinari dalle ossa dei morti (De la causa). Detto questo ricordo due episodi della vita di Bruno. Il primo, spesso taciuto, è il suo progetto di tornare cattolico, fingendo di abiurare le eresie professate, per andare a Roma e incontrare papa Gregorio XIV, allo scopo di condizionarlo con le sue arti magiche, di renderlo suo « alleato » nella Riforma politica e spirituale del mondo di cui si ritiene il grande profeta. Come pensa di fare? Semplicemente Bruno crede che sia possibile al mago, vero e proprio venator animarum, ottenere « un dominio totale sulle anime e sui corpi altrui », sino ad avvincere un soggetto « in tutte le sue facoltà e parti » (De vinculis in genere). Il secondo episodio è la sua condanna a morte, dopo varie dichiarazioni di pentimento, presentate e ritrattate.

Proprio riguardo a ciò Rossi conclude: « Mi è sempre apparso strano che solo una minoranza degli interpreti abbia collegato l’improvvisa, tardiva decisione di Bruno di scegliere, di fronte ai suoi giudici, la via di una assoluta intransigenza con la sua affermazione di essere dotato di ali e di poter nutrire disprezzo per il dolore e per la morte: come si è visto la quindicesima delle contractiones consente di allontanarsi dalle sensazioni fino al punto di non avvertire più il dolore » corporale e di rimanere impassibili di fronte a qualsiasi condanna (Sigillus). La domanda su Bruno, allora, non è se fu un mago, ma se lo fu sino alla fine.

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Una devozione buona in ogni stato e condizione

Posté par atempodiblog le 25 février 2014

La devozione di San Luigi da Montfort: tutto “in Maria, con Maria, per Maria”, una devozione buona in ogni stato e condizione.

In ogni stato della vita spirituale, che è sempre stato di viaggio, battaglia, formazione, elevazione e conquista. In ogni stato di vita abbiamo la Santa Vergine accanto in una perpetua visitazione, soddisfacendo al suo ruolo di Madre.

Crediamo nella perpetua visitazione di Maria ad ogni anima, specialmente a coloro che lavorano alla loro santificazione.

Beato Giustino Maria Russolillo da Pianura
Fonte: Vocationist.org

Una devozione buona in ogni stato e condizione dans Citazioni, frasi e pensieri Beato-Russolillo-e-Maria

[…] ecco delle pratiche interiori molto santificanti per quelli che lo Spirito Santo chiama a un’alta perfezione.

Si tratta, in breve, di fare tutte le proprie azioni per mezzo di Maria, con Maria, in Maria e per Maria, per farle più perfettamente per mezzo di Gesù Cristo, con Gesù Cristo, in Gesù e per Gesù.

Per mezzo di Maria

258. Bisogna fare le proprie azioni per mezzo di Maria, cioè bisogna che obbediscano in ogni cosa alla santissima Vergine, e che siano guidati in ogni cosa dal suo spirito, che è lo Spirito Santo di Dio. «Quelli che sono guidati dallo spirito di Dio sono figli di Dio» (Rm 8,14). Quelli che sono guidati dallo spirito di Maria sono figli di Maria, e, di conseguenza, figli di Dio, come abbiamo mostrato, e tra tanti devoti della santa Vergine, sono veri e fedeli devoti solo quelli che sono guidati dal suo spirito. Ho detto che lo spirito di Maria è lo spirito di Dio, perché ella non è mai stata guidata dal suo proprio spirito, ma sempre dallo spirito di Dio, che se ne è talmente impadronito da divenire il suo proprio spirito. Per questo sant’Ambrogio dice: «L’anima di Maria sia in ciascuno per magnificare il Signore; lo spirito di Maria sia in ciascuno per esultare in Dio». Quanto è felice un’anima quando, sull’esempio del buon fratello gesuita Rodriguez, morto in odore di santità, è tutta posseduta e governata dallo spirito di Maria, che è uno spirito dolce e forte, zelante e prudente, umile e coraggioso, puro e fecondo!

259. Affinché l’anima si lasci guidare da questo spirito di Maria, bisogna: 1) Rinunciare al proprio spirito, alle proprie vedute e volontà prima di fare qualcosa: per esempio, prima di pregare, di dire o ascoltare la santa Messa, di comunicarsi, ecc.; perché le tenebre del nostro spirito e la malizia della nostra volontà e del nostro agire, se le seguiamo, anche se ci sembrano buone, ostacolano lo spirito di Maria. 2) Bisogna abbandonarsi allo spirito di Maria per esserne mossi e guidati nel modo che lei vorrà. Bisogna mettersi e abbandonarsi nelle sue mani verginali, come uno strumento nelle mani dell’artista, come un liuto nelle mani di un buon suonatore. Bisogna perdersi e abbandonarsi in lei, come una pietra che si getta nel mare: si fa semplicemente e in un istante, con una sola occhiata dello spirito, con un piccolo movimento della volontà, o verbalmente, dicendo, per esempio: «Rinuncio a me stesso, mi dono a te, mia cara Madre». E anche se non si sente alcuna dolcezza sensibile in questo atto di unione, è comunque reale; proprio come se si dicesse, Dio non voglia: «Mi dono al diavolo», con altrettanta sincerità, benché lo si dicesse senza alcun mutamento sensibile, si sarebbe comunque realmente del diavolo. 3) Bisogna di quando in quando, durante e dopo le proprie azioni, rinnovare lo stesso atto di offerta e di unione; più lo si farà, più presto ci si santificherà e più presto si giungerà all’unione con Gesù Cristo, che segue sempre necessariamente l’unione con Maria, poiché lo spirito di Maria è lo spirito di Gesù.

Con Maria

260. Bisogna fare le proprie azioni con Maria: cioè bisogna, nelle proprie azioni, considerare Maria come un modello perfetto di ogni virtù e perfezione che lo Spirito Santo ha formato in una semplice creatura, per imitarla secondo la nostra piccola capacità. Bisogna quindi che in ogni azione consideriamo come Maria l’ha fatta o la farebbe, se fosse al nostro posto. Dobbiamo per questo esaminare e meditare le grandi virtù che ha praticato durante la sua vita, particolarmente: 1) la sua fede viva, con la quale ha creduto senza esitare alla parola dell’angelo; ha creduto fedelmente e costantemente fino ai piedi della croce sul Calvario; 2) la sua umiltà profonda, che l’ha fatta nascondersi, tacere, sottomettersi a tutto e mettersi all’ultimo posto; 3) la sua purezza tutta divina, che non ha mai avuto né avrà mai l’uguale sotto il cielo, e infine tutte le sue altre virtù.
Si ricordi, lo ripeto una seconda volta, che Maria è il grande e l’unico stampo di Dio, adatto a fare immagini viventi di Dio, con poca spesa e in poco tempo; e che un’anima che ha trovato questo stampo e vi si perde, è presto cambiata in Gesù Cristo, che questo stampo riproduce al naturale.

In Maria

261. Bisogna fare le proprie azioni in Maria. Per ben comprendere questa pratica bisogna sapere: 1) che la santissima Vergine è il vero paradiso terrestre del nuovo Adamo, e che l’antico paradiso terrestre non ne era che la figura. Vi sono dunque, in questo paradiso terrestre, ricchezze, bellezze, rarità e dolcezze inesplicabili, che il nuovo Adamo, Gesù Cristo, vi ha lasciato. È in questo paradiso che si è compiaciuto per nove mesi, che ha operato le sue meraviglie e che ha mostrato le sue ricchezze con la magnificenza di un Dio. Questo santissimo luogo è composto unicamente da una terra vergine e immacolata, dalla quale è stato formato e nutrito il nuovo Adamo, senza alcuna macchia, per opera dello Spirito Santo, che vi abita. È in questo paradiso terrestre che si trova veramente l’albero della vita che ha portato Gesù Cristo, il frutto di vita; l’albero della scienza del bene e del male che ha dato la luce al mondo. Vi sono, in questo luogo divino, alberi piantati dalla mano di Dio e irrigati dalla sua unzione divina, che hanno portato e portano ogni giorno frutti di un sapore divino; vi sono aiuole smaltate di belli e differenti fiori di virtù, che emanano un profumo che delizia anche gli angeli. Vi sono in questo luogo prati verdi di speranza, torri inespugnabili di fortezza, case incantevoli di fiducia, ecc. Solo lo Spirito Santo può far conoscere la verità nascosta sotto queste figure di cose materiali. C’è in questo luogo un’aria pura, non infetta, di purezza; un bel giorno, senza notte, dell’umanità santa; un bel sole, senza ombra, della Divinità; una fornace ardente e perenne di carità, dove tutto il ferro che vi è messo è infocato e cambiato in oro; c’è un fiume di umiltà che sgorga dalla terra e, dividendosi in quattro rami, irriga tutto questo luogo incantato: sono le quattro virtù cardinali.

262. Lo Spirito Santo, per bocca dei santi Padri, chiama anche la santa Vergine: 1) la porta orientale, per la quale il sommo sacerdote Gesù Cristo entra ed esce nel mondo; vi è entrato la prima volta per mezzo di lei e vi verrà la seconda; 2) il santuario della Divinità, il riposo della Santissima Trinità, il trono di Dio, la città di Dio, l’altare di Dio, il tempio di Dio, il mondo di Dio. Tutti questi differenti titoli e lodi sono verissimi, rispetto alle differenti meraviglie e grazie che l’Altissimo ha operato in Maria. Oh! che ricchezze! Oh! che gloria! Oh! che gioia! Oh! che felicità poter entrare e dimorare in Maria, dove l’Altissimo ha posto il trono della sua gloria suprema!

263. Ma quanto è difficile a dei peccatori come siamo noi avere il permesso e la capacità e la luce per entrare in un luogo così alto e così santo, che è custodito non da un cherubino, come l’antico paradiso terrestre, ma dallo Spirito Santo stesso che ne è divenuto il padrone assoluto, della quale dice: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fonte sigillata» (Ct 4,12). Maria è chiusa; Maria è sigillata; i miseri figli di Adamo ed Eva, cacciati dal paradiso terrestre, possono entrarvi solo per una grazia particolare dello Spirito Santo, che devono meritare.

264. Dopo che, con la propria fedeltà, si è ottenuta questa grazia insigne, bisogna dimorare nel bell’interno di Maria con compiacenza, riposarsi in pace, appoggiarsi con fiducia, nascondersi con sicurezza e perdersi senza riserve, affinché in questo seno verginale: 1) l’anima sia nutrita del latte della sua grazia e della sua misericordia materna; 2) sia liberata dai suoi turbamenti, timori e scrupoli; 3) sia al sicuro da tutti i suoi nemici, il demonio, il mondo e il peccato, che non vi hanno mai avuto accesso: per questo ella dice che quelli che operano in lei non peccheranno: «Chi opera in me non peccherà» (Sir 24,21), cioè quelli che dimorano nella santa Vergine in spirito non faranno peccati rilevanti; 4) affinché sia formata in Gesù Cristo e Gesù Cristo sia formato in lei: perché il suo seno è, come dicono i Padri, la sala dei segreti divini, dove sono stati formati Gesù Cristo e tutti gli eletti: «L’uno e l’altro è nato in essa» (Sal 87,5).

Per Maria

265. Infine bisogna fare tutte le proprie azioni per Maria. Perché, siccome ci si è consacrati interamente al suo servizio, è giusto che si faccia tutto per lei come un domestico, un servo e uno schiavo; non che la si consideri il fine ultimo dei propri servizi, che è solo Gesù Cristo, ma il proprio fine prossimo, il proprio intermediario misterioso e il proprio mezzo facile per andare a lui. Come un buon servo e schiavo, non bisogna rimanere oziosi; ma bisogna, sostenuti dalla sua protezione, intraprendere e fare grandi cose per questa augusta Sovrana. Bisogna difendere i suoi privilegi quando sono messi in discussione; bisogna difendere la sua gloria quando è attaccata; bisogna attirare tutti, potendolo, al suo servizio e a questa vera e solida devozione; bisogna parlare e gridare contro quelli che abusano della sua devozione per oltraggiare suo Figlio, e nello stesso tempo stabilire questa vera devozione; non bisogna pretendere da lei, come ricompensa dei propri piccoli servizi, che l’onore di appartenere a una così amabile Principessa e la felicità di essere per mezzo di lei uniti a Gesù, suo Figlio, con un legame indissolubile nel tempo e nell’eternità.

Dal ‘Trattato della vera devozione alla santa Vergine’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

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Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2013

Un fenomeno vincente e preoccupante
Halloween, festa delle zucche vuote
Perché si è affermata così rapidamente una festività estranea alla nostra cultura? È una trovata commerciale o qualcosa di più? È un processo inevitabile? La risposta più appropriata ed efficace è riproporre la ricchezza della festività di Tutti i santi, per introdurre anche i bambini a una visione seria ma anche serena dell’aldilà.
di Paolo Pegoraro – Vita Pastorale

Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote dans Fede, morale e teologia l865
Tutti i santi, 1472, affresco di Mazzucco, Bastia (Cn) (foto Censi).

Halloween non fa più notizia
È un dato di fatto, anche in Italia. Come se ci fosse sempre stata. Invece è comparsa, almeno come fenomeno di costume, non più di sette anni fa. Ma nessuno si chiede più perché ragnatele, zucche e teschi invadano le vetrine di ogni genere di negozi a fine ottobre. «In fondo si tratta solo di una festa innocua», è l’acquiescente risposta che ci diamo.
A fare una ricerca in libreria non si trova nulla che racconti la storia di questa festa. In compenso, però, si scopre che dal 2001 si pubblicano un numero incredibile di libri per bambini: Come festeggiare Halloween, Halloween party, Halloween per bambini, Tre feste… tre recite – Halloween Natale Pasqua. «Lo vedi?», sospira sollevata una parte di noi. «È solo un’occasione d’intrattenimento per i più piccini…».
Sarà poi vero? Damien Le Guay, filosofo e critico letterario, denuncia la situazione nel fulminante pamphlet La faccia nascosta di Halloween. Come la festa della zucca ha sconfitto Tutti i santi (Elledici 2004, pp. 127, € 8,00). In Francia, nota Le Guay, Halloween si è imposta senza colpo ferire in appena tre anni e una vittoria così rapida non s’improvvisa: «Halloween è una festa artificiale: fu premeditata, non spontanea; è stata venduta, progettata, lanciata come un prodotto di largo consumo» (p. 87).
Dietro, infatti, c’era l’abile strategia di marketing del gruppo Masport-César, azienda specializzata in maschere e costumi, che ha fatto balzare il proprio fatturato da 4,27 a 126,23 milioni di euro. La produzione nazionale di zucche passava dalle 21.700 tonnellate del 1996 alle 30.100 del 2000. Una volta consolidato questo nuovo settore di mercato in Europa, ecco farsi avanti anche i colossi statunitensi: McDonalds, Disney e Coca-Cola.
jm9y dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti
Scherzetto o dolcetto.

Non solo marketing
Un ruolo chiave, però, lo avevano svolto i mass media, divenuti i principali promotori del nuovo fenomeno sociale. Immediata la risposta di ristoranti e discoteche, che improvvisano seduta stante party di Halloween e menù a base di zucca. Ma se si tratta soltanto di soldi spillati ai gonzi, perché preoccuparsi? Damien Le Guay, infuocato da un sarcasmo degno di Leon Bloy, elenca una serie di motivi che fanno riflettere.

1 - Per prima cosa, denuncia la compiacente passività che vige ormai in ogni strato sociale: in nome del precetto del divertimento, spesso troppo simile all’alienazione, si abbraccia acriticamente ogni cosa. Anche i cristiani non amano più farsi troppe domande su quello che succede.
2 - Il secondo aspetto preoccupante è lo svilimento della solennità di Tutti i santi e della commemorazione di tutti i fedeli defunti. Halloween s’insinua in un vuoto di disaffezione e, insieme a Babbo Natale e ferragosto, consolida quel calendario “post-cristiano” di feste ridotte a nuda esteriorità. Proprio come le sue zucche, sgargianti ma vuote, Halloween «manifesta tutta la “pericolosità” dell’ideologia moderna delle feste: le idee sono scomparse, rimane solo la pratica festiva. Una sorta di pratica senza teoria, di azione senza ragione, di realizzazioni senza responsabili, di battaglia senza un avversario identificabile» (p. 54).

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La suggestione della festa non è senza pericoli per i bambini, che ne sono gli involontari protagonisti. Insostituibile diventa il ruolo dei genitori (foto ICP).

Il ruolo dell’immaginazione
3 – Terzo motivo:«L’aspetto più desolante della festa di Halloween è la sua povertà spirituale e il pericolo simbolico che costituisce» (p. 119). Le Guay parla a proposito di “povertà spirituale” perché questo revival europeo di Halloween è svincolato da tutti i significati che aveva ricevuto nei secoli precedenti: mischia nel suo calderone simboli celtici e cristiani, folklore statunitense, fascinazioni occultiste e psicologia spicciola per venire incontro a ogni prurigine esoterica. Ma tutto è riproposto come maschera e burla, anche la paura della morte. Perché è proprio la realtà della morte, forzosamente nascosta per tutto il resto dell’anno, a essere esorcizzata in un ambiguo rito collettivo, quasi una festa dell’eterna giovinezza che relega nelle case, ancora una volta, gli anziani.
4 - Altro motivo di preoccupazione è che dietro la mascherata della stregoneria e del diabolico, presentate come qualcosa da non prendere sul serio, si cela invece un fenomeno in drammatica crescita: «Presentare Halloween come un rito pagano è eccessivo; sarebbe altrettanto menzognero non riconoscere in essa numerosi e vari aspetti presi in prestito dal paganesimo e dalla stregoneria» (p. 38). Anche se Halloween non promuove esplicitamente fenomeni di occultismo, è accertato che nella notte del 31 ottobre il loro numero aumenta in modo consistente.
5 - Ultima, ma forse più fondata ragione su cui interrogarsi, è che Halloween è una festa indirizzata ai bambini. Le Guay invoca un «principio di precauzione per l’immaginario» (p. 9) perché è nell’immaginazione dei più piccoli che si produce una più forte suggestione, inoculando una fitta cortina di simboli legati a una certa idea – per nulla cristiana – dell’aldilà. Senza considerare che per le prossime generazioni festeggiare Halloween sarà un evento normale, anzi, tradizionale.
Quelle di Le Guay sono riflessioni che vale la pena considerare, quanto meno perché sono domande critiche che risvegliano l’attenzione dalla presunta “inevitabilità” di Halloween. Quale atteggiamento avere davanti a un fenomeno che si espande anno dopo anno? Limitarsi a un confronto muscolare è di sicuro controproducente, anche perché Halloween sembra essere fatta apposta per provocare una beffarda “caccia alle streghe”. A ben vedere, inoltre, Halloween evidenzia un nervo scoperto della società contemporanea: l’incapacità collettiva di affrontare il problema-morte senza depotenziarlo o razionalizzarlo.
Occorre promuovere, innanzi tutto, una serie di atteggiamenti positivi e propositivi che per il cristiano significano testimonianza prima ancora che sfida. Un primo passo è quello della conoscenza e dell’informazione per vivere consapevolmente questi veri e propri segni dei tempi. La repentina imposizione di un fenomeno di massa come Halloween non può passare sotto l’attenzione di tutti come se nulla fosse, a meno che non si sia sprofondati nella rassegnazione. Bisogna avere il coraggio di farsi delle domande, ma anche di farle: provate a domandare che cosa si festeggia ad Halloween, o perché la si festeggia in Italia: otterrete le più varie, balbettanti risposte.

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Cimitero di Alagna Valsesia (Vc).

Offrire alternative valide
Il secondo atteggiamento che dovrebbero promuovere quanti si occupano della catechesi è riproporre il valore della solennità di Tutti i santi, all’interno di una rinnovata catechesi sui misteri escatologici della fede cristiana. La liturgia ci prepara alla commemorazione dei fedeli defunti celebrando la comunione di tutta la Chiesa – di quanti pellegrinano, di quanti si purificano e di quanti già contemplano Dio – ricordandoci la comune vocazione alla santità. Dunque la solennità di Tutti i santi va riproposta innanzi tutto nel suo significato ecclesiale, secondo quanto ricorda Lumen gentium 49: «Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cf Ef 4,16). L’unione di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è affatto spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunione dei beni spirituali». Questa fraternità indistruttibile è un annuncio di speranza più liberante di qualsiasi esorcismo sull’aldilà: nella notte in cui Halloween dà piede libero ai nostri fantasmi interiori, la Chiesa c’invita a meditare non sulla morte, ma sulla vita eterna. Tornare a contemplare l’orizzonte ultimo della nostra vita è l’incoraggiamento di cui abbiamo bisogno per dissipare demoni e paure.
L’ultima attenzione pastorale da attuare è quella verso i bambini, proprio perché Halloween ne fa i suoi involontari protagonisti. Qui il ruolo dei genitori diventa insostituibile: per quanto insegnanti o catechisti possano aiutarli, è loro compito accompagnare gradualmente i figli verso una presa di coscienza pacifica, ma senza veli, con il mistero della morte. Una modalità è certamente la visita ai propri cari al cimitero, raccontando le loro vite ai ragazzi se non li hanno conosciuti, magari con l’aiuto delle loro fotografie. Insegnare a pregare per i defunti con serena confidenza è la via migliore per sviluppare una visione cristiana dell’aldilà, vitale, sentita, integrata anche a livello affettivo. Da incoraggiare, infine, il rapporto dei bambini con gli anziani e i nonni in modo speciale.

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Evoluzione storica di un fenomeno multiforme
CHI HA PAURA DELL’ALDILÀ?

Il fascino di Halloween è legato in modo inequivocabile a come immaginiamo l’aldilà. Commemorare i defunti è atto religioso elementare, tanto che molti antropologi considerano la sepoltura dei propri simili come la prima azione propriamente umana. Il ricordo dei propri cari ha sempre rivestito una fondamentale importanza sia nei culti primordiali che in quelli più elaborati: ogni cultura ha sviluppato un suo “giorno dei morti”.

y6p1È una festa celtica? Per i Celti britannici l’occasione era Oidche Shamhna, la Notte di Samhain, dio della morte, che segnava la fine dell’estate e l’arrivo dell’inverno. Si riteneva che durante questo passaggio della ruota stagionale Samhain liberasse gli spiriti malefici e i morti tornassero sulla terra; per ammansirli si lasciavano davanti alle porte offerte di cibo e s’indossavano costumi spaventosi per ricacciare gli spiriti nel loro mondo. A officiare i riti di Samhain erano i druidi, che in cambio di compensi proteggevano la popolazione accendendo grandi falò e offrendo sacrifici, talvolta umani.

y6p1È una festa cristiana? La solennità di Tutti i santi, istituita nel settimo secolo da papa Bonifacio IV a ricordo dei martiri e inizialmente celebrata il 13 maggio, venne spostata al 1° novembre da Gregorio III nell’anno 834 con l’esplicito intento di aiutare i fedeli a vivere cristianamente la commemorazione dei defunti, abbandonando gli usi pagani. Nasceva così All Hallows’ Eve, cioè la Vigilia di Tutti i santi, celebrata la notte del 31 ottobre. Per Lutero è il giorno in cui la Chiesa ha formalmente abbandonato la fede biblica.

0510v85by6p1È una festa irlandese? Le tradizioni popolari sopravvissute nella cattolica Irlanda diedero origine alla festa di Halloween – storpiatura di [All] Hallows’ Eve – celebrata in parallelo alle festività cristiane. Ma gli elementi pagani sono decaduti a folklorismo: resta la forza coesiva della festa, ma si è indebolito il suo intimo significato. Si usa scavare volti paurosi nel cavolo rapa trasformandoli in lanterne, le Jack-o-lantern, a rappresentare il personaggio di un racconto, Jack il malfattore, che ingannò il diavolo e per questo, respinto sia dal paradiso che dall’inferno, fu condannato a vagare nella notte eterna facendosi luce con un lanternino. Il consueto trick-or-treat (dolcetto o scherzetto) che i bambini chiedono di casa in casa prende invece origine da un’usanza medievale: i pellegrini bussavano alle porte domandando un po’ di soul cake – il “dolce dell’anima”, un pane quadrato con uvetta – promettendo preghiere per i defunti del donatore.

y6p1È una festa americana? Halloween giunge negli Stati Uniti insieme alle centinaia di migliaia d’irlandesi costretti a lasciare la patria dalla disastrosa carestia di patate del 1845-’50. Mancando il cavolo rapa si cominciano a scavare le lanterne nelle zucche americane. Del tutto decontestualizzata, la festa perde anche il suo carattere nazionale e si tramuta in un carnevale nero all’insegna del divertimento collettivo: è negli Usa che Halloween raccoglie l’immaginario gotico di gatti neri, streghe, fantasmi, candele, mascherate e burle. D’altra parte, sono gli anni di Edgar Allan Poe. Si consolida l’uso del trick-or-treat: i bambini passano per le case chiedendo dolci, ma se non li ricevono possono insaponare i vetri della casa o anche romperli, scavare buche nel giardino o imbrattare di vernice le auto.

y6p1È una festa europea? Infine Halloween torna in Europa come fenomeno di massa una decina di anni fa, un vero e proprio format importato dagli Stati Uniti. Dal 1995 un’azienda francese di costumi, la Masport, comincia a promuovere Halloween in Europa, fino ad attirare l’attenzione dei giganti americani dell’intrattenimento (McDonalds, Disney, Coca-Cola). Oggi, in Francia, Halloween è un marchio commerciale registrato e detenuto dalla società Optos-Opus. In Italia l’interesse per Halloween è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi cinque anni, irraggiandosi dai maggiori centri urbani alle periferie.

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Sulle tracce di Maria: Ghiaie di Bonate

Posté par atempodiblog le 7 juillet 2013

Sulle tracce di Maria: Ghiaie di Bonate
di Diego Manetti
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

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Ogni primo sabato del mese, su Radio Maria, va in onda alle 22.45 un programma condotto da Diego Manetti e titolato « Sulle tracce di Maria ». Si tratta di un cammino che, puntata dopo puntata, porta gli ascoltatori nei tanti santuari dedicati alla Madonna. Per gentile concessione dell’autore, seguiremo anche noi questo cammino, pubblicando la trascrizione di ogni puntata del programma, non appena terminata. Dopo quella d’esordio su Notre Dame du Laus, ecco la trascrizione della seconda puntata dedicata alla Regina della Famiglia delle Ghiaie di Bonate (Bg).

Ben ritrovati a un nuovo appuntamento con “Sulle tracce di Maria”. Per quanti si fossero persi la precedente puntata, vorrei ricordare in breve le ragioni di un tale titolo. Le “tracce di Maria” sono i santuari mariani che la pietà e la devozione popolari hanno edificato nei diversi luoghi del mondo in risposta a segni, messaggi, apparizioni che la Vergine Maria ha donato all’umanità in un tempo e in un sito preciso. Segni che, beninteso, indirizzati a una comunità o parrocchia particolari, hanno però mostrato di possedere una valenza universale, come nel caso – il più noto forse – delle apparizioni di Lourdes, del 1858, nel corso delle quali l’Immacolata rivolse tramite Bernadette l’invito alla preghiera e alla penitenza non solo ai fedeli di quella sperduta località dei Pirenei, ma a tutti i fedeli che ancora oggi, a milioni, si recano in pellegrinaggio a Lourdes.

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Partire da un santuario significa dunque esaminare la risposta che l’umanità ha dato a una iniziativa mariana. Dopo che Maria ha affidato un certo messaggio a un veggente che si è scelto – per lo più tra i piccoli e gli umili, come dimostrano i casi di Bernadette o dei pastorelli di Fatima – ecco infatti che i fedeli decidono di edificare un santuario per consacrare quel luogo in modo particolare alla Madonna, celebrandone le virtù con titoli specifici, legati al messaggio o a quanto la Vergine Stessa ha rivelato. Pensiamo in questo caso ancora a Lourdes, dove è Maria stessa che si presenta come “Immacolata Concezione”, confermando il relativo dogma promulgato da Pio IX appena quattro anni prima delle apparizioni della Vergine a Bernadette, nel 1854. Ecco, la Madonna prende spesso l’iniziativa di rivelare il nome o la virtù verso cui intende indirizzare la devozione dei fedeli. E per la stessa materna attenzione nei confronti di tutti noi Suoi figli è spesso proprio Lei a chiedere che si edifichi una cappella o una chiesa sul luogo delle apparizioni, affinché la si possa pregare e onorare come a Lei conviene e come necessita per l’edificazione e la salvezza degli uomini. In proposito, si può citare il caso più noto, quello già ricordato di Lourdes, oppure anche quello di Notre Dame de Laus, il santuario che abbiamo esaminato nella scorsa puntata. Se vi ricordate, quando la Vergine appare alla piccola Benedetta, ecco che le chiede proprio di costruire una chiesa sul luogo dove all’epoca sorgeva una piccola cappella dedicata a “Nostra Signora del buon incontro”. E dove oggi, invece, i pellegrini che si recano a Laus possono trovare il santuario che reca al proprio interno l’indicazione – tanto semplice quanto eclatante -: “Questa chiesa fu edificata per volontà della Madonna”.

Insomma, è la Madonna che prende l’iniziativa, offrendo segni, messaggi e apparizioni che tracciano come un cammino tra gli uomini, nel mondo. Andando a esaminare alcuni di questi santuari potremo ripercorrere insieme il cammino di Maria, rivisitandone quelle “tracce” visibili che sono proprio i luoghi di devozione mariana. E faremo questo con una particolare attenzione al messaggio e alla spiritualità che promana da tali realtà, convinti che le parole di Maria pronunciate a Laus a fine Seicento oppure i messaggi consegnati a Bernadette a metà Ottocento – solo per fare due tra i molti esempi che si potrebbero qui ricordare – hanno ancora (forse soprattutto) oggi per noi un valore e una importanza straordinari. Sono parole che attraversano il tempo, che percorrono le strade del mondo, per raggiungere sempre e ovunque i fedeli che siano disposti a mettersi alla scuola di Maria per andare, per mezzo di Lei, a Gesù.

Se l’intento è quello di fare emergere la spiritualità legata ai santuari mariani, non tralasceremo però di offrire anche quelle informazioni che sono necessarie dal punto di vista storico per la corretta collocazione dell’evento originario. Non dimentichiamoci infatti che, se il messaggio mariano possiede un valore senza tempo, ciò che lo ha originato è invece posto in un certo tempo e in un dato luogo, con una concretezza e una determinazione che rispondono in pieno alla logica della Incarnazione del Cristo che, per realizzare quel grandioso atto salvifico che è il farsi uomo da parte di Dio, ha scelto un villaggio della Palestina di duemila anni fa. Inaugurando quella splendida avventura di redenzione e salvezza che è il cristianesimo, capace in breve di raggiungere gli uomini ai confini del mondo per portare a tutti la “buona novella”.

GHIAIE DI BONATE: UN CASO ANCORA APERTO
La scelta di questa puntata cade su Ghiaie di Bonate, dove la Madonna si è presentata nel 1944 come “Regina della Famiglia”. Prima di specificare il criterio e i motivi che ci hanno condotto a una simile scelta, vorrei ricordare, come già fatto la volta scorsa, quanto il Cardinale Joseph Ratzinger, poi divenuto Papa Benedetto XVI, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, diceva a Vittorio Messori in merito alle apparizioni in “Rapporto sulla fede” (Ed. Paoline 1985): “Nessuna apparizione è indispensabile alla fede, la Rivelazione è terminata con Gesù Cristo, Egli stesso è la rivelazione. Ma non possiamo certo impedire a Dio di parlare a questo nostro tempo, attraverso persone semplici e anche per mezzo di segni straordinari che denunciano l’insufficienza delle culture che ci dominano, marchiate di razionalismo e di positivismo… Uno dei segni del nostro tempo è che le segnalazioni di “apparizioni” mariane si stanno moltiplicando nel mondo…”.

Nel corso della trasmissione può dunque accadere – è il caso di questa puntata dedicata a Ghiaie di Bonate – di riferirsi anche a santuari sorti in luoghi dove le apparizioni di Maria ancora attendono il riconoscimento della Chiesa. Nella piena obbedienza alla Chiesa e nella totale fedeltà al suo Magistero lo faremo dunque dandone conto in termini di pura testimonianza umana, senza richiedere alcun impegno o riconoscimento di fede né intendendo in alcun modo indirizzare, valutare o prevenire il giudizio della Chiesa stessa in merito, desiderando semplicemente illustrare la devozione e le testimonianze di fede raccolti in tali luoghi. Da parte mia, avrò la massima cura nel distinguere i diversi casi e nel mettere in luce lo stato di fatto rispetto al riconoscimento delle apparizioni che di volta in volta ci potrà accadere di dover illustrare o riportare.

Relativamente a Ghiaie di Bonate devo dunque subito precisare che le presunte apparizioni della Vergine non sono state ancora riconosciute ufficialmente dalla Chiesa. La Commissione di indagine diocesana di Bergamo alla fine del processo concluso con il decreto del 30 aprile 1948 ha infatti pronunciato il “Non consta che”, vale a dire che, all’esame dei fatti, all’epoca non vi era materia sufficiente per potersi pronunciare sulla soprannaturalità degli eventi di Ghiaie. Cosa ben diversa dall’espressione “Consta che non”, con la quale si asserisce invece di aver materia sufficiente per giudicare non soprannaturali certi avvenimenti. Nel caso di Ghiaie, dunque, si tratta di un caso ancora aperto. Questo ci spinge dunque alla massima prudenza nel trattare dell’argomento, presentandolo al momento come pura testimonianza umana, in spirito di piena obbedienza alla Chiesa, concentrandoci sulla spiritualità e il significato profondo del messaggio della Regina della Famiglia.

L’ATTUALITA’ DEL MESSAGGIO
Perché Ghiaie di Bonate, dunque? Perché in quel borgo del bergamasco, nel 1944, la Vergine appare a una bambina di sette anni, Adelaide Roncalli, presentandosi come “Regina della Famiglia”. Nel momento in cui ancora infuria la guerra, che insanguina l’Europa ormai da quasi cinque anni, dalla fine di luglio del 1939, ecco che la Vergine non si presenta come “Regina della Pace” – anche se il tema della pace non sarà assente né secondario nei messaggi di Ghiaie – bensì come Regina della Famiglia, puntando su un tema che forse poteva non apparire particolarmente urgente all’epoca, ma che allo stato attuale della famiglia – in Italia e nel mondo – rivela invece una grandissima attualità, facendo emergere la grande valenza profetica delle parole di Maria alla piccola Adelaide in quel lontano 1944.

Questo non deve sorprendere, perché rientra nella strategia con la quale Maria accompagna l’umanità, svelando in anticipo i piani di Satana quando questo si propone di distruggere l’umanità per invidia e disprezzo di Dio. Perché la crisi della famiglia nel mondo contemporaneo non può essere ascritta a semplici fattori culturali o sociali, come spesso si vuol far credere, ma è il frutto della perversa opera del Maligno che tenta di colpire la prima e più alta espressione della creazione di Dio, cioè la famiglia, la chiesa domestica. La Madonna, conoscendo per grazia di Dio i piani di Satana, è venuta dunque in anticipo a dire: state in guardia! Fate attenzione, perché la famiglia è in pericolo. E lo dice in un momento – nel 1944, in quel di Ghiaie – in cui a viste umane ci si poteva aspettare un diverso tipo di messaggi, al più riguardanti la pace, che allora sembrava il bene più minacciato. Ma la pedagogia della Madonna è di quelle che “mirano lontano”: sapeva bene, infatti, quale grande attacco il Diavolo andava preparando contro la famiglia, e si premura di venire tra gli uomini per rivelarne l’imminenza, facendo capire che senza la pace e l’armonia in famiglia non è possibile quella pace degli uomini con Dio e tra di loro che è la sola condizione per cui si realizza la vera e stabile pace nel mondo. Ecco dunque che Maria non viene a parlare di “altro”, trascurando il problema, allora quanto mai urgente, della pace: la Madonna a Ghiaie di Bonate parla proprio della pace nel mondo ma lo fa andando direttamente a quella che è la sua condizione indispensabile, ovvero la pace e l’armonia nelle famiglie.

L’INIZIO DELLE APPARIZIONI
Ghiaie di Bonate è un piccolo paese situato a una decina di chilometri da Bergamo. Come indica il nome, è una frazione di Bonate Sopra. Raggiungerlo in auto è facile: basta percorrere la autostrada A4 e uscire al casello di Capriate, seguendo poi per Ponte San Pietro. Il nome del luogo deriva da “ghiaia”, poiché quel pugno di case è sparso sul greto di un lago ormai prosciugato. La Chiesa parrocchiale – risalente al 1899 e già punto di riferimento della piccola comunità all’epoca delle apparizioni – è dedicata alla Sacra Famiglia, con quella che pare esser stata una felice e profetica intuizione dei fatti che avrebbero portato nella piccola frazione di Ghiaie milioni di pellegrini.

Nella contrada del Torchio – cosiddetta per la presenza del torchio per la spremitura dei cereali – nasce il 23 aprile 1937 Adelaide Roncalli, quinta di otto figli di Annetta ed Enrico. All’epoca delle apparizioni la piccola ha dunque sette anni. Siamo nel maggio del 1944, e l’Italia è ormai prostrata per il perdurare del secondo conflitto mondiale, scoppiato, come previsto a Fatima, “sotto il pontificato di Pio XI”.
In quel 1944, nel pomeriggio del 13 maggio, Adelaide si reca nei campi a raccoglier fiori per ornare l’altarino domestico dedicato alla Immacolata di Lourdes. Mentre sta ammirando un bellissimo fiore di sambuco, troppo in alto perché lei lo possa cogliere, ecco che scorge un punto luminoso che, disceso dal cielo, le si avvicina, ingrandendosi, fino a rivelare l’immagine della Sacra Famiglia circondata da tre cerchi di luce così abbaglianti da farle arrossare gli occhi. Spaventata per quella visione, Adelaide vorrebbe scappare – reazione simile troviamo nei molti casi in cui la Vergine appare ai piccoli veggenti – ma ecco che è la Madonna stessa a dirle: “Non scappare, ché io sono la Madonna”. E’ l’invito da cui hanno inizio i colloqui tra Maria e la piccola Adelaide, in un totale di 13 apparizioni che avranno luogo tra il 13 maggio (anniversario delle apparizioni di Fatima) e  il 31 maggio 1944.

LA SACRA FAMIGLIA
Quale messaggio è venuta a dare la Madonna? Lo rivela subito Ella stessa, apparendo non da sola ma nel contesto della Sacra Famiglia, accanto cioè a San Giuseppe e con in braccio Gesù Bambino. La Vergine indossa un abito bianco e un velo azzurro, come quando si presentò nell’ultima apparizione proprio a Fatima, secondo quanto disse Lucia. Al braccio destro, la Vergine porta una corona del Rosario con grani bianchi, mentre due rose bianche sono poggiate sui piedi nudi. Sono tutti elementi che paiono mettere in continuità questa apparizione con le precedenti, soprattutto con Fatima, come se la Madonna volesse proseguire a Ghiaie il discorso là cominciato.

1^ apparizione, sabato 13 maggio – “Devi essere buona, ubbidiente, rispettosa col prossimo e sincera. Prega bene, e ritorna in questo posto per nove volte, sempre alla stessa ora”.
Come a Lourdes e a Fatima, la Madonna invita la piccola Adelaide a tornare sul luogo delle apparizioni, per svelarle poco alla volta, secondo una sapiente pedagogia rivolta ai piccoli che si è scelta, il Suo messaggio per essi e per il mondo. Il primo invito è a essere buona e obbediente, forse indicando la grande pazienza che verrà chiesta ad Adelaide nell’obbedire alle suore e ai superiori religiosi che, come nel caso di Bernadette, aiuteranno la piccola a esercitare le virtù della umiltà e della carità, sopportando fatiche e difficoltà con grande pazienza, fino a farsi ubbidiente coma Maria stessa che di sé dice: “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1, 38).
La Madonna invita poi Adelaide a essere rispettosa del prossimo, così come Dio rispetta sempre la libertà dell’uomo, senza mai imporre nulla ma solo rivolgendo pazienti e amorosi inviti. E poi, altra esortazione, alla sincerità. Cosa che Adelaide cercherà di fare sempre, anche quando verrà messa sotto pressione da quanti non ritengono veritiero il suo racconto delle apparizioni. Ultimo invito, a “pregare bene”, cioè con il cuore, in maniera sentita, partecipata, per comprendere, accogliere e realizzare la volontà di Dio sulla sua vita. Dopo di che, la visione ha termine.
Ripresasi dall’estasi, Adelaide confida alle sue amiche di aver visto la Madonna, invitandole a serbare il segreto. Si sa come sono i bambini… in breve la mamma viene a saperlo e, pensando che si sia inventata tutto, la manda a letto senza cena.

2^  apparizione, domenica 14 maggio – In breve la voce della presunta apparizione si diffonde nella contrada del Torchio. Nel pomeriggio, mentre Adelaide si trova presso l’oratorio delle Suore Sacramentine, ecco che sente una forte spinta interiore a raggiungere il luogo delle apparizioni. Giunta sul luogo delle apparizioni, cade in estasi dinnanzi alla visione della Sacra Famiglia. La Madonna le dice: “Devi esser buona, ubbidiente, sincera e pregare bene, rispettosa verso il prossimo. Tra il 14° e il 15° anno ti farai suora sacramentina. Soffrirai tanto e poi tanto, ma non piangere perché dopo verrai con me in Paradiso”.
Proseguendo nella sua dolce pedagogia, la Madonna, apparsale con la Sacra Famiglia, ripete ad Adelaide le esortazioni del giorno prima, affinché penetrino meglio nel cuore e nella mente della Sua piccola “allieva”. Poi ci sono le parole profetiche sulla vocazione religiosa di Adelaide (desiderio per altro già espresso in precedenza dalla piccola), che effettivamente si realizzeranno, come pure la seconda parte di tale profezia, relativa alla sofferenza che Adelaide avrebbe incontrato nel cammino religioso. Tutto questo dolore futuro è però nulla rispetto alla promessa del Paradiso che la Madonna stessa le fa, regalandole quella splendida certezza che risuonò anche alle orecchie e nel cuore a Bernadette quando l’Immacolata le disse: “Non prometto di farti felice in questo mondo, ma nell’altro”.
Terminata l’estasi, la piccola si avvia all’oratorio, con le amiche che la accompagnavano. Per strada incontrano Candido Maffeis, di 14 anni, che insiste affinché Adelaide torni sul luogo delle apparizioni per chiedere alla Madonna se potrà essere sacerdote consacrandosi alla Madonna. Adelaide, spinta da generosa disponibilità, acconsentì a tale richiesta e tornò con Candido sul luogo delle apparizioni. Dopo pochi minuti, ecco che la piccola cadde nuovamente in estasi: la Madonna, colpita dalla tenera fiducia manifestata da Adelaide, era pronta a tornare sui Suoi passi per continuare il dialogo con lei. Candido raccontò anni dopo l’accaduto: “Osservai Adelaide che aveva lo sguardo sempre fisso a una certa altezza, corrispondente al centro del ramo fiorito, non muoveva mai gli occhi, muoveva le labbra, si vedeva che parlava, ma io non sentivo nulla. Ho notato che c’era una domanda e una risposta dal movimento delle labbra, poiché ho notato delle pause. (…) Ho pensato che si dicessero le loro cose e si sarebbero dimenticate di me. Allora la richiamavo e le dicevo “diglielo” e Adelaide, senza mai spostare lo sguardo, mi faceva cenno con la testa di sì. “La Madonna è qui e ti sorride”, queste sono le uniche parole che mi disse, poi non capii più nulla.” Che cosa aveva detto la Madonna ad Adelaide? “Sì, egli si farà sacerdote missionario secondo il mio Sacro Cuore quando la guerra sarà terminata”. Appena seppe la cosa, il giovane ebbe il cuore ricolmo di gioia. Prima di andarsene, la Madonna invita Adelaide a tornare altre “sette sere” (che, sommate alle due apparizioni della domenica, portano a 9 volte il ritorno della bimba dopo la prima volta, come chiesto da Maria). Frattanto la notizia degli avvenimenti di Ghiaie comincia a diffondersi.

3^ apparizione,  lunedì 15 maggio – I presenti sul luogo delle apparizioni sono ormai un centinaio e molti di loro invitano la piccola ad affidare alla Vergine i bambini ammalati e a chiedere quando finirà la guerra. La visione della Sacra Famiglia è caratterizzata da una luce ancora più intensa della prima volta. La Madonna risponde alle richieste di Adelaide: “Di’ loro che se vogliono i loro figli guariti devono fare penitenza, pregare molto ed evitare certi peccati. Se gli uomini faranno penitenza la guerra finirà in due mesi, altrimenti in poco meno di due anni”. Dopo questo, la Vergine prega con Adelaide una decina del Rosario. Sono parole in apparenza dure; che però svelano quanto stia a cuore a Maria che la famiglia allontani da sé tutti quelle situazioni di peccato che possono minarne la stabilità e l’armonia interna. Se i genitori vogliono la guarigione dei figli, devono pregare, fare penitenza e astenersi dal peccato. Questo perché la guarigione – fisica, ma soprattutto dell’anima – è subordinata al completo affidamento all’arma più potente, ovvero alla preghiera, accompagnata dalla penitenza come condizione per rafforzare l’animo e il cuore nella lotta contro il peccato.
Quale relazione corre tra questa richiesta di conversione dei genitori e la guarigione dei figli? Che rapporto c’è tra peccato e malattia? Sono domande ardue se affrontate con la misura degli uomini, mentre si rivelano stimolo forte per un deciso cambiamento se poste nell’ottica della fede: che cosa infatti può meglio favorire la crescita sana e la guarigione di un bambino se non il vivere in una famiglia incamminata verso la santità attraverso la preghiera e la penitenza? Perché non accorgersi che tante “malattie” dei bambini di oggi sono somatizzazioni delle realtà di peccato e di conflitto, di disarmonia e di disordine in cui vivono i genitori?
Altro argomento urgente toccato da Maria è la guerra: sarebbe finita entro due mesi se gli uomini avessero fatto penitenza. L’occasione in effetti ci fu perché dopo due mesi (20 luglio 1944) vi fu il fallito attentato a Hitler. Si avverò la seconda ipotesi (la guerra sarebbe finita nel settembre 1945, meno di due anni dopo le apparizioni) perché forse non si prese abbastanza sul serio il monito di Maria, come pure accadde a Fatima, dove la Vergine predisse a Lucia una seconda guerra “peggiore della prima” sotto il pontificato di Pio IX.

4^ apparizione, martedì 16 maggio “Tante mamme hanno i bimbi disgraziati per i loro peccati gravi; non facciano più peccati, e i bimbi guariranno”: le parole della Madonna riecheggiano quelle del giorno precedente, segno che il messaggio è davvero importante. Questa volta sul luogo delle apparizioni ci sono circa 150 persone. La visione della Sacra Famiglia è preceduta dal volo di due candide colombe, forse figura della purezza del vincolo matrimoniale. La parole della Madonna sono accompagnate dal volto “addolorato”, come dirà Adelaide, segno della gravità del messaggio e della preoccupazione di Maria per i Suoi figli. Nuovamente risuona l’invito ad astenersi dai peccati per ottenere la guarigione dei figli: se la famiglia è unita nella preghiera, essa resiste agli assalti del demonio e anche i bambini sono più protetti. L’invito alla purezza e alla santità è segno della preoccupazione materna di Maria che invita tutte le famiglie a cercare rifugio sotto il Suo Manto.
Adelaide porta poi alla Vergine il messaggio della gente che chiede un segno e la Madonna risponde: “Verrà anche quello, a suo tempo”. Non può in merito non venire alla mente il “fenomeno del sole”, il prodigioso segno del cielo che si ripeté per ben 6 volte in quei giorni e fu visibile non solo a Ghiaie ma anche nei dintorni, avendo molteplici testimoni. Un fenomeno celeste che molti videro come conferma delle apparizioni, ma che non valse a convincere gli scettici, dato che non vi sono miracoli che convincano quelli che non credono, come pure non vi sono miracoli che servano a chi già crede. Un fenomeno che fu anzitutto segno della pazienza di Maria, della sua disponibilità a venire incontro alla richiesta tutta umana di una conferma visibile delle apparizioni. Cosa per nulla scontata, visto che a Banneux la “Vergine dei Poveri” alla richiesta di un segno da parte del cappellano, non lo concederà e risponderà invece, con tristezza, “Credete in me, io crederò in voi”.
Aldilà dei segni visibili nel cielo, quelli più significativi riguardano le numerosissime confessioni  e conversioni accadute in quel tempo. Tanto che il parroco di Ghiaie, don Cesare Vitali, inizialmente scettico, dirà: “Bisognava essere nei confessionali per capire se in tutto quel movimento c’era o non c’era il dito di Dio”. Tantissimi cuori vengono infatti toccati in profondità, e moltissime persone decidono di tornare a Dio, cambiando radicalmente vita. Questi sono i veri miracoli che non possono essere trascurati, oltre ovviamente alle numerose guarigioni fisiche inspiegabili accadute in quel tempo di grazia.
Prima di lasciare la piccola Adelaide, la Madonna le raccomanda: “prega per i poveri peccatori che hanno bisogno della preghiera dei bimbi”. Come a Fatima, come a Lourdes, è ai bambini, ai piccoli e ai puri di cuore, che la Madonna si rivolge invitandoli a pregare per i peccatori. Il Signore predilige i piccoli e la preghiera dei bambini è potente. Insegniamo dunque, nelle nostre famiglie di oggi, ai bambini la preghiera il prima possibile, poiché Maria, che è Madre, non potrà non ascoltare le loro preghiere!

5^ apparizione, mercoledì 17 maggio La folla arriva ormai a circa tremila persone, in una escalation che arriverà a contare tra le 350.000 e le 500.000 persone nel corso dell’ultima apparizione, il 31 maggio. Circa un milione e mezzo di pellegrini si riversarono su Ghiaie di Bonate nel mese di Maggio: un’enormità, se si considera che furono poco più di 100.000 a Lourdes durante le apparizioni, dall’11 febbraio al 16 luglio 1858, e circa 125.000 a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917. Consideriamo poi che si era nel pieno della guerra, situazione che rendeva ancora più difficile e drammatico il viaggiare e il trasferirsi per la povera gente.
La visione di Maria è particolare: vestita di rosso, con il velo verde lungo fino ai piedi, e il rosario dai grani bianchi al braccio destro. Varie sono le interpretazioni dei colori: chi dice rappresentino la bandiera italiana – nel mese di maggio il nostro Paese visse le vicende decisive per avviare quel processo di liberazione che portò alla riconquista alleata di Roma proprio a inizio giugno 1944 -, altri dicono rappresentino le tre virtù teologali: il rosso della carità, il verde delle speranza, il bianco della fede. Sono i colori rappresentati nella immagine ormai divenuta icona “ufficiale” della Regina della Pace, cioè del quadro realizzato dal pittore Galizzi.
La Madonna confida un segreto ad Adelaide: “Di’ al vescovo e al Papa il segreto che ti confido. Ti raccomando di eseguire quanto ti dico. Ma non dirlo a nessun altro”. Il segreto verrà rivelato al vescovo di Bergamo, mons. Adriano Bernareggi, il 20 maggio 1944, mentre al Papa Pio XII solo nel 1949. Questa distanza temporale fa supporre che si tratti di due segreti diversi. Una nota. Il Vescovo tornerà a metà giugno 1944 dalla piccola per farsi ripetere il segreto, segno che di qualcosa di importante doveva trattarsi. Il Papa, dal canto suo, riceverà la piccola nel 1949, dopo la pubblicazione dell’atto vescovile del 30 aprile 1948 che diceva che “non constava” la soprannaturalità degli eventi delle Ghiaie. Se l’incontro avviene dopo tale decreto, questo può esser segno che Pio XII riteneva credibili tali apparizioni, sulla scorta forse di quanto Lucia di Fatima gli avrebbe rivelato nel febbraio 1944, dicendo che in visione la Madonna le aveva predetto che sarebbe apparsa a una povera bambina di sette anni in Italia per proteggere il Papa e aiutare il mondo. Cosa che non poteva non aver colpito il Santo Padre all’epoca dei fatti di Ghiaie…

6^ apparizione, giovedì 18 maggio E’ la festa dell’Ascensione. La folla, ancor più numerosa del giorno prima, consegna ad Adelaide un sacco di biglietti di supplica e richieste di grazie.
La Madonna appare ancora con il vestito rosso e il manto verde e dice: “Preghiera e penitenza! Preghiera e penitenza! Preghiera e penitenza! Prega per i peccatori più ostinati che stanno morendo in questo momento e che trafiggono il mio Cuore. La preghiera a me più gradita è l’Ave Maria”.
Il triplice invito alla preghiera e alla penitenza – simile a quello risuonato a Lourdes e a Fatima, ma anche a Laus (1664), a La Salette (1846), a Beauraing (1932) e a Banneux (1933) – fa capire come la Madonna non si stanchi mai di richiamare ciò che considera essenziale per i Suoi figli. La preghiera e la penitenza sono le condizioni indispensabili per ottenere la pace, quella vera, radicata nel cuore degli uomini e capace di costruire un mondo nuovo. Non basta guardare con speranza alla fine della guerra, ma occorre puntare alla pace vera, più forte di ogni tregua provvisoria. Non basta accontentarsi della serenità in famiglia, ma occorre costruire sulla base della preghiera e della penitenza una famiglia forte, unita, incamminata verso la santità, capace di guardare al futuro con la serenità che viene dalla fede in Dio.
Torna poi il tema della preghiera (dei piccoli) rivolta in particolare ai peccatori, coloro che non stanno solo offendendo il Cuore di Maria ma addirittura lo trafiggono con i loro peccati. Risuona quel grande invito alla preghiera di intercessione che spalanca il mistero della Divina Misericordia, secondo lo splendido messaggio rivelato da Gesù a Suor Faustina Kowalska alcuni anni prima, in Polonia.
Infine, Adelaide chiede alla Madonna – come molti le hanno raccomandato di fare – quale sia la preghiera preferita. Ed Ella risponde: è l’Ave Maria! La preghiera più semplice, quella che raccoglie le parole dell’annuncio dell’Angelo e l’esultanza di Santa Elisabetta, unitamente alla richiesta di intercessione a Maria, per ogni peccatore, in punto di morte.

7^ apparizione, venerdì 19 maggio Sul luogo delle apparizioni, gremito ormai di nutrita folla di fedeli, viene posta una grande pietra di arenaria (tutt’oggi conservata sotto vetro dietro la cappellina che ricorda gli eventi di Ghiaie di quel maggio 1944 e che fu costruita pochi mesi dopo quei fatti) affinché Adelaide possa essere meglio visibile. In questo giorno giungono sul luogo delle apparizioni anche la dottoressa Eliana Maggi, che condurrà analisi e prove mediche su Adelaide con grande serietà professionale e apertura di cuore, e il professore bergamasco di filosofia, don Luigi Cortesi, che scriverà tre libri sui fatti di Ghiaie e sarà protagonista indiscusso della vita della piccola Adelaide fino al settembre 1945. Spendiamo qui alcune parole per parlare di quanto più non diremo, ovvero della questione della autenticità delle apparizioni.
Sarà infatti questo professor Cortesi a fare pressioni sulla piccola Adelaide affinché ella neghi di aver avuto le apparizioni. Dapprima la sottrarrà alla famiglia, isolandola in diverse case religiose per oltre un anno e mezzo, fino a condurla a scrivere sotto dettatura – così dirà la stessa Adelaide ormai adulta  – il biglietto del 15 settembre 1945 nel quale la piccola dirà di essersi inventata tutto. Salvo poi firmare una dichiarazione di senso opposto il 12 luglio 1946. Guadagnata la fiducia della bambina, don Cortesi ne sarà l’unico punto di riferimento nel periodo decisivo per allestire il processo diocesano sugli avvenimenti di Ghiaie e pare difficile negare che il suo atteggiamento sospettoso e indagatore non abbia influito negativamente sulla serenità e sulla testimonianza resa dalla piccola Adelaide, indotta da quello a ritenere che l’affermare di aver visto la Madonna – quantunque corrispondesse al vero  -costituisse di per sé un peccato. A don Cortesi, causa di un lungo periodo di sofferenza psicologica della piccola, Adelaide, ormai adulta, non negò il perdono, pregando anzi a suffragio della sua anima.
Torniamo dunque all’apparizione del 19 maggio. Questa volta è Adelaide, intraprendente e generosa, a prendere la parola; chiedendo alla Madonna, per conto dei pellegrini, se è necessario che portino là i malati per ottenere la guarigione. La Madonna risponde: “No, non è necessario che vengano proprio tutti qui. Quelli che possono vengano ché, secondo i loro sacrifici, saranno guariti o resteranno ammalati; però non si facciano più peccati gravi!”.
Colpisce la confidenza di Adelaide, che osa prender la parola per prima; e colpisce la dolcezza di Maria, che prontamente le risponde. Dicendole una cosa di fondamentale importanza: non conta tanto la presenza fisica, quanto piuttosto lo spirito di sacrificio che accompagna la richiesta di guarigione, laddove “sacrificio” letteralmente è la capacità di “render sacro” il tempo della propria vita; è l’atteggiamento del cuore di chi decide di esser tutto per Dio, affidando a lui con fiducia filiale ogni povertà, ogni problema, ogni malattia – fisica e dell’animo – sapendo che in Dio solo c’è vera guarigione e vera salvezza. Ecco svelata una grande verità: il vero male è nell’anima. Condizione unica per guarire è che non si facciano più peccati gravi, quelli che offendono Dio.
Alla richiesta di segni, Maria risponde: “Verranno anche quelli, molti si convertiranno ed io sarò riconosciuta dalla Chiesa. Medita queste parole ogni giorno della tua vita, fatti coraggio in tutte le pene. Mi rivedrai ancora nell’ora della tua morte. Ti terrò sotto il mio manto e ti porterò in Cielo”. E’ la Madonna stessa che precisa come i segni più importanti saranno proprio le molte conversioni che là avverranno. Per spingersi poi a profetizzare il riconoscimento delle apparizioni da parte della Chiesa. Infine, la grande promessa ad Adelaide: la promessa del Cielo, dinnanzi alla quale nulla sono le pene e le sofferenze che pure la Vergine predice alla piccola. L’invito di Maria è poi quello del fare memoria, del meditare  – come Maria stessa, fanciulla di Nazareth, che serbava nel cuore le cose accadutele, meditandole -  le parole della Vergine, per comprenderle e in profondità e trovare in esse il conforto per la vita di ogni giorno.
Terminata l’apparizione, a tarda sera don Vitali fa sapere che la piccola è attesa per l’indomani dal Vescovo di Bergamo, mons. Bernareggi.

8^ apparizione, sabato 20 maggio – La folla dei pellegrini ammonta ormai a 30.000 persone, radunatesi dalle prime ore del mattino. Anche per Adelaide la giornata si preannuncia lunga e faticosa, poiché all’alba è in partenza per Bergamo, per andare in vescovado a incontrare mons. Bernareggi. Il vescovo rimane colpito dalla spontaneità della piccola – “non c’è una cucina qui? Andiamo là, noi due, ché ti rivelo il segreto” – e ne accoglie il segreto rivelatole dalla Vergine.
Rientrata a Ghiaie, poco dopo le 18.00 si reca sul luogo delle apparizioni dove, cominciata la recita del Rosario, cade in estasi. La visione è accompagnata da segni esterni visibili ai presenti: un raggio di sole illumina la piccola e poco dopo una croce luminosa appare al centro del sole, fattosi bianco come una grande Ostia. La folla vide il sole muoversi e il fenomeno si ripeté anche il giorno successivo (due volte), poi il 28 e il 31 maggio (ancora due volte). Questo segno celeste, di cui già abbiamo detto, ha accompagnato anche l’anniversario delle apparizioni del 13 maggio 1959.
Torniamo alla apparizione del 20 maggio. La Madonna dice ad Adelaide: “Domani sarà l’ultima volta che ti parlo, poi per sette giorni ti lascio pensare bene quanto ti ho detto. Cerca di capirlo bene, perché fatta più grandicella ti servirà molto se vorrai essere tutta mia. Dopo questi sette giorni ritornerò altre quattro volte.”
Ecco che Maria chiede alla piccola di prepararsi al commiato, invitandola – come il giorno precedente – a meditare bene tutte le parole dettele, per comprendere quanto rivelato dalla Madonna rispetto alla sua vita, cioè le prove e le sofferenze che avrebbe dovuto affrontare, unitamente alla promessa del paradiso. Dopo questo, l’invito a “essere tutta” di Maria. E’ l’invito che la Madonna rivolge ad Adelaide, e in lei lo estende a tutti noi, secondo quanto già scrisse san Luigi Grignon de Montfort: essere tutti di Maria è la vera devozione alla Vergine, e consiste nel fare tutto in Maria, con Maria, per Maria. Riecheggia qui il motto che Giovanni Paolo II ha reso famoso: “Totus tuus”, tutto tuo, come suprema forma di consacrazione a Gesù tramite affidamento totale a Maria. Come scriveva nel “Trattato della vera devozione a Maria” il Montfort: “Poiché Maria è, fra le creature, la più conforme a Gesù Cristo, ne consegue che, fra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma maggiormente un’anima a Nostro Signore è la devozione alla Santissima Vergine… Questa è appunto la devozione che io insegno, che si può anche chiamare una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del Santo Battesimo”.

9^ apparizione, 21 maggio 1944 E’ una sera speciale, questa. I pellegrini sanno che le apparizioni stanno per concludersi (“torna qui altre nove volte” aveva detto Maria alla piccola Adelaide il 13 maggio) e sono in attesa del segno promesso dalla Vergine. Non stupisce dunque che nella piccola frazione di Ghiaie si riversino oltre 200.000 pellegrini. Alle 18.00 si ripete il fenomeno del sole che gira (accadrà ancora verso le 20.00). La ressa della folla è impressionante, al punto che la piccola Adelaide è spaventata da tanto clamore e inizia a piangere. Ritrovata la calma, entra in estasi verso le 18.40 per quella che sarà l’apparizione più lunga, durata circa 20 minuti.
L’apparizione di questa sera è particolare: non vi sono parole, ma solo una visione. Leggiamo direttamente dal diario della piccola Adelaide:
“Anche questa apparizione fu preceduta dai colombi e nel punto luminoso si manifestò la Sacra Famiglia vestita come ieri in una chiesa. Verso la porta principale c’era: un asino color grigiastro, una pecora bianca, un cane dal pelo bianco con macchie marroni, un cavallo del solito color marrone. Tutte le quattro bestie erano inginocchiate e muovevano la bocca come se pregassero. Ad un tratto il cavallo si alzò e, passando vicino alle spalle della Madonna, uscì dalla porta aperta e s’incamminò nell’unica strada che conduceva ad un campo di gigli, ma non fece in tempo a calpestarne quanti voleva perché San Giuseppe lo seguì e lo riprese. Il cavallo, appena vide San Giuseppe, cercò di nascondersi vicino a un muricciolo che serviva da cinta al campo di gigli. Qui si lasciò prendere con docilità e, accompagnato da San Giuseppe, ritornò in chiesa, ove si inginocchiò e riprese la preghiera”.
Ammiriamo anzitutto la sapiente pedagogia di Maria che ricorre alle immagini per meglio imprimere nella mente e nel cuore della piccola Adelaide il suo insegnamento. E’ un messaggio “non parlato” ma di grandissima importanza, poiché in esso si svelano – come ebbe a scrivere la stessa Adelaide nel suo diario – le virtù necessarie per una santa famiglia: la pazienza (l’asino), la fedeltà (il cane), la mitezza (la pecora), il silenzio (il cavallo). La famiglia che voglia essere stabile, unita, santa deve ispirarsi al modello supremo, quella Sacra Famiglia che Adelaide ha visto più volte nel corso delle apparizioni, e irrobustire il proprio cammino con le virtù esemplificate dai quattro animali. Non è un obbligo, ma un dolce invito che Maria rivolge a tutte le famiglie la cui libertà resta intatta (la porta della chiesa è infatti aperta).
Il cavallo in particolare rappresenta il capo-famiglia, la cui forza ed esuberanza diviene ribellione e disordine quando si distacca dalla preghiera. E’ molto bello notare che durante la fuga del cavallo – che con malizia tenta di nascondersi da San Giuseppe – gli altri animali non smettono di pregare: quante problematiche familiari troverebbero soluzione se invece di opporsi gli uni agli altri e sfinirsi in estenuanti discussioni si affidasse tutto alla preghiera, chiedendo l’aiuto del Cielo per i nostri cari che soffrono e si dibattono nel dubbio o nell’errore! Il cavallo ribelle è esattamente speculare a San Giuseppe, sposo giusto, l’uomo del silenzio e dell’obbedienza. A lui si oppone il cavallo che cerca di nascondersi, in un silenzio che diventa inganno diabolico. E a questo si oppone ancora il “santo silenzio” di San Giuseppe che, guardano il cavallo con aria di dolce rimprovero, lo riconduce nella casa di preghiera. Ecco: la preghiera silenziosa è lo strumento più forte per ottenere la conversione e la guarigione del cuore di quanti ci stanno accanto, e questo messaggio si rivela quanto mai decisivo per affrontare l’attuale crisi della famiglia.
La visione silenziosa offerta ad Adelaide esalta dunque l’attualità del messaggio di Ghiaie: la famiglia, espressione suprema della divina creazione, è minacciata dal Maligno il quale tenta di distruggerla per disprezzo e invidia nei confronti di Dio. E sappiamo bene come la distruzione della famiglia porterebbe con sé la distruzione della società stessa, di cui la famiglia è cellula fondamentale. Ecco il perché di attacchi così feroci da parte di Satana contro le famiglie di oggi!
Come opporsi a questi attacchi? Anzitutto affidandosi totalmente (totus tuus) a Gesù per Maria, nella preghiera. E poi esercitando le virtù proprie di una santa famiglia:
- la pazienza, come capacità di “patire” con l’altro, condividendone i pesi, rispettandone i tempi secondo quella carità che è anzitutto “paziente” come ricorda San Paolo (1Cor 13, 4ss);
- la fedeltà, come immagine della fedeltà di Dio al suo popolo, come fedeltà tra gli sposi quale specchio della fedeltà nei confronti di Dio;
- la mitezza, a immagine di Gesù “mite e umile di cuore”, come capacità di accogliere con docilità e affrontare con dolcezza ogni tensione e screzio familiare, l’esasperato ingigantirsi dei quali produce quella spirale di violenza domestica che ha portato ai delitti familiari più atroci;
- il silenzio familiare, come specchio del silenzio di Maria e di Giuseppe, come disponibilità ad ascoltare la Parola di Dio e ascoltare i bisogni e le richieste di quanti sono accanto a noi: quante crisi familiari si risolverebbero se ci fosse maggiore disponibilità all’ascolto reciproco da parte dei coniugi!
Terminata l’apparizione, la piccola Adelaide torna a casa. Il timore dei genitori rispetto alla grandezza degli eventi che hanno fatto riversare una fiumana su Ghiaie li porta a decidere di affidare la figlia alle suore Sacramentine dell’asilo di Ghiaie. Immediatamente si farà carico di occuparsi della bambina don Cortesi, il professore giunto da Bergamo, che disporrà il trasferimento della piccola in diverse case religiose per circa due anni, al fine di sottrarla al clamore della folla e per risolvere i problemi di “ordine pubblico” causati dalle grandi masse di pellegrini accorsi a Ghiaie. Di fatto, sarà una separazione dalla famiglia che sia la piccola sia i genitori si troveranno a dover subire.

10^ apparizione, domenica 28 maggio. – E’ un giorno di grande festa: è la Pentecoste, e inoltre Adelaide fa la sua prima Comunione. Sparsasi la voce di ulteriori apparizioni dopo la settimana di “silenzio” dal 21 al 27 maggio, ecco che migliaia di pellegrini sono accorsi nuovamente a Ghiaie. Dopo la funzione della Prima Comunione, la piccola è condotta in convento dalle Orsoline. Ma a metà pomeriggio torna, fortissimo, il richiamo a tornare al luogo delle apparizioni. Fattasi portare là, verso le sei di sera, ecco che alle 18.50 cade in estasi. Nuovamente il fenomeno del sole che si muove in cielo accompagna la visione.
La Madonna le dice: “Prega per i peccatori più ostinati che fanno soffrire il mio Cuore perché non pensano alla morte. Prega pure per il Santo Padre che passa momenti brutti: da tutti è maltrattato e molti attentano alla sua vita. Io lo proteggerò ed egli non uscirà dal Vaticano. La pace non tarderà, ma al mio Cuore preme quella pace mondiale nella quale tutti si amino come fratelli. Solo così il papa avrà meno da soffrire”.
Questo messaggio è molto significativo poiché la Vergine si presenta con due colombi scuri tra le mani, con le teste rivolte in opposte direzioni, simbolo di quella divisione tra gli sposi cui solo la Madonna sa porre rimedio, accogliendo tra le Sue mani la famiglia stessa per ridonarle amore e unità. E’ da questa immagine che trasse l’ispirazione il pittore Galizzi per realizzare il quadro della Regina della Famiglia che oggi è l’icona per antonomasia della Madonna delle Ghiaie, con il caratteristico abito rosso e manto verde.
Ma torniamo al messaggio. Maria invita Adelaide, come già fatto in precedenza, a pregare per i peccatori. Ma soprattutto per il Papa, alla cui vita molti attentano. Questo risponde a verità storica: in quei giorni avrebbe dovuto essere attuato il piano – ordito da Hitler – di sequestrare e deportare in Germania Pio XII e il collegio cardinalizio, premessa di un delirante disegno di distruzione della religione cristiana per sostituirla con una nuova religione nazista ispirata al culto del Führer, che si sarebbe così sostituito al Cristo Salvatore. Questo progetto folle e diabolico mostra perché nella figura e opera di Hitler non si fa fatica a scorgere una prefigurazione della impostura antichistica che caratterizzerà i tempi dell’Anticristo, secondo quanto rivela l’Apocalisse. Comunque, il progetto non andò in porto poiché il generale Wolff, incaricato del sequestro, svelò i piani allo stesso Pio XII, esortandolo a stare riparato in Vaticano. E sappiamo come proprio nel maggio 1944 si compirono le vicende che furono decisive per la liberazione di Roma, all’inizio del mese successivo.
Ancora in guerra, la Madonna chiarisce subito come l’obiettivo del suo Cuore non sia una tregua provvisoria, ma la vera pace, quella che dura perché fondata sull’armonia degli uomini con Dio e tra di loro.

11^ apparizione, lunedì 29 maggio “Gli ammalati che vogliono guarire debbono avere maggior fiducia e santificare la loro sofferenza se vogliono guadagnare il Paradiso. Se non faranno questo, non avranno premio e saranno severamente castigati. Spero che tutti quelli che conosceranno la mia parola faranno ogni sforzo per meritarsi il Paradiso. Quelli che soffriranno senza lamento otterranno da me e dal Figlio mio qualunque cosa chiederanno. Prega molto per coloro che hanno l’anima ammalata: il mio Figlio Gesù è morto sulla croce per salvarli. Molti non capiscono queste mie parole e per questo io soffro”.
Il messaggio del 29 maggio è una vera e propria catechesi sulla sofferenza. Ogni dolore ha senso solo se offerto a Gesù, cioè santificato, elevato come offerta e preghiera al Cielo. Sembrano parole dure, pensando ai malati che affrontano prove spesso terribili. Ma appaiono di altro sapore se pensiamo che la vera malattia è quella dell’anima, come dice la Madonna, quindi tutti noi siamo compresi negli ammalati cui Ella si rivolge. E tutti noi siamo chiamati a santificare ogni sofferenza e dolore – non solo fisica, ma anche e soprattutto spirituale – se vogliamo ottenere la guarigione dell’anima, che solo Gesù può dare. Siamo davvero chiamati in causa direttamente: “spero che tutti quelli che conosceranno la mia parola faranno ogni sforzo per meritarsi il Paradiso”. Ecco, le parole di Maria sono rivolte a noi, a me e a voi che ascoltate in questo momento. E’ l’invito più serio che ci possa essere rivolto dalla Madre celeste: a fare ogni sforzo per guadagnarsi il Cielo, il Paradiso.
Come iniziare questo cammino di guarigione? Anzitutto cercando di non lamentarsi: qui non si parla del lamento causato dal dolore fisico, ma da quel continuo lamentarsi con cui molti accusano il Cielo di ogni difficoltà o problema si trovino ad affrontare, incolpando Dio di quanto non va secondo gli umani progetti, chiedendo conto al Signore della propria vita e del Suo operato, novelli Giobbe pronti a un rapporto di sfida e inimicizia nei confronti del Creatore. Ecco che Maria ci invita a dire basta a tutto questo, recuperando quei sentimenti di fiducia e abbandono filiali con i quali potremo ottenere “qualunque cosa” chiederemo a Gesù e a Maria, abbracciando totalmente la volontà di Gesù su di noi.

12^ apparizione, martedì 30 maggio “Cara bambina, sei tutta mia; ma, pur essendo cara al mio Cuore, domani ti lascerò in questa valle di pianto e di dolore. Mi rivedrai nell’ora della tua morte e, avvolta nel mio manto, ti porterò in Cielo. Con te prenderò pure quelli che ti comprendono e soffrono”.
Con questo messaggio Maria prepara Adelaide al momento del saluto, della separazione, fino a quando si rivedranno in Cielo. E’ un giorno particolare, questo: a don Cortesi, che nel pomeriggio la interrogava dicendo: “Che c’entri tu? La Madonna poteva anche comparire ad un altro. Ci sono tante bambine anche più buone di te…”, Adelaide ha replicato: “La Madonna è apparsa a me perché sono povera”. Con che semplicità la bambina riconosce che non ha merito alcuno per la grazia che il Cielo le ha concesso, ma semplicemente gode della predilezione che Maria riserva ai Suoi poveri, come già mostrato per Bernadette e i pastorelli di Fatima! Ed ecco che, poche ore dopo, la Madonna conferma questa sua semplicità dicendole “Sei tutta mia”. Da queste poche parole emerge tutta la tenerezza della Madonna, pronta a confermare il suo amore per questa piccola bambina che presto sarà sola in una valle di lacrime e di dolore. Maria conferma ancora una volta che Adelaide avrà molto a soffrire – le invidie, le incomprensioni, la lontananza dalla famiglia, le pressioni psicologiche che la spingeranno a ritrattare, l’allontanamento dall’ordine religioso – ma al tempo stesso conferma la grande promessa del Cielo, del Paradiso.

13^ e ultima apparizione, giovedì 31 maggio “Cara figliolina, mi spiace doverti lasciare, ma la mia ora è passata. Non sgomentarti se per un po’ non mi vedrai. Pensa a quello che ti ho detto: nell’ora della tua morte verrò ancora. In questa valle di dolori sarai una piccola martire. Non scoraggiarti: desidero presto il mio trionfo. Prega per il Papa e digli che faccia presto, perché voglio essere premurosa per tutti in questo luogo. Qualunque cosa mi si chiederà la intercederò presso mio Figlio. Sarò la tua ricompensa e il tuo martirio sarà degno. Queste mie parole ti saranno di conforto nella prova. Sopporta tutto con pazienza, ché verrai con me in Paradiso. Quelli che volontariamente ti faranno soffrire non verranno in Paradiso se prima non avranno riparato e si saranno pentiti profondamente. Sta’ allegra, ché ci vedremo ancora, piccola martire.
E’ la sera dell’ultimo incontro terreno tra Maria e Adelaide. Il messaggio è di una ricchezza straordinaria. Ricordata ad Adelaide, la “piccola martire”, la vita di sofferenza che la attende, le rinnova la promessa del Paradiso. E le ricorda la potenza della preghiera di intercessione per i peccatori, ribadendo la grandezza della Divina Misericordia che è pronta a spalancare le porte del Regno per quanti invochino Gesù Misericordioso anche in punto di morte.
All’apparizione hanno presenziato da 350.000 a 500.000 persone, accorse in quella piccola frazione per sentire, tramite Adelaide, la parola della Madonna. Terminata l’estasi, è diffusa la consapevolezza che il termine delle visioni coincida con l’inizio di una grande avventura spirituale, legata al rinnovamento del cuore e alla guarigione dell’anima di quanti, da quel giorno in poi, cercheranno di vivere i messaggi della Regina della Famiglia.

GHIAIE, UN MESSAGGIO PER L’OGGI
Come proseguirono le vicende legate al riconoscimento delle apparizioni? Dopo il biglietto del 15 settembre 1945, sconfessato da un altro del 12 luglio 1946, nel maggio 1947 Adelaide negherà le apparizioni nel corso della audizione di fronte alla commissione diocesana, probabilmente per l’eccessiva pressione da parte di quanti non volevano dare credito ai suo racconti. Si giunse così al decreto del 30 aprile 1948 che lascia però il caso aperto. E’ infatti mons. Bernareggi a indicare la formula “Non consta che…” invece di “Costa che non…”, aggiungendo poi: “Con questo non intendiamo escludere che la Madonna, fiduciosamente invocata da quanti in buona fede la ritenevano apparsa a Ghiaie, possa aver concesso grazie speciali e non ordinarie guarigioni, premiando in tal modo la loro devozione verso di lei”. La fiducia che mons. Bernareggi nutrì nei confronti di Adelaide si ricava dal fatto che fu lui a permetterle di vestire l’abito delle religiose Sacramentine. E fu pure lui, nel proprio testamento spirituale, a lasciar scritto di volere che il suo decreto fosse “sottoposto al giudizio del Santo Padre”, cosa che però non accadrà.

A tutto questo si aggiunge una dichiarazione notarile resa spontaneamente da Adelaide Roncalli il 20 febbraio 1989 nella quale la donna – ormai sposata e madre di due figlie – si dichiara “assolutamente convinta di avere avuto le apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate dal 13 maggio 1944 al 31 maggio 1944”.  Aggiungendo: “Le vicende da me dolorosamente vissute da allora le offro a Dio e alla legittima Autorità della Chiesa, alla quale sola appartiene di riconoscere o no quanto in tranquilla coscienza e in sicuro possesso delle mie facoltà mentali ritengo essere verità.”

Di fronte a tutto questo, qual è il nostro compito? Direi duplice. Da una parte, ricordarsi dell’invito di Maria rivolto a quanti hanno ascoltato la sua parola – quindi anche noi! – a fare ogni sforzo per guadagnare il Paradiso, cioè impegnarsi quotidianamente per vivere i messaggi e gli insegnamenti di Maria sulla unità della famiglia, la preghiera, la penitenza, la santificazione del dolore. Dall’altra, facciamo memoria delle parole dette ad Adelaide nell’ultima apparizione: “prega il Papa perché faccia presto”, cioè uniamoci anche noi a questa preghiera perché si possa presto riconoscere il valore di questa “traccia” che Maria ha voluto lasciare nel mondo, tra gli uomini, per condurli più facilmente a Gesù, rivolgendo un pensiero particolare per la famiglia, vertice della creazione di Dio. Alla Regina della Famiglia ci rivolgiamo dunque anche noi, facendo nostra la preghiera di Giovanni Paolo II:

Dio, dal quale proviene ogni paternità in cielo e in terra,
Padre, che sei Amore e Vita,
fa’ che ogni famiglia umana sulla terra diventi,
mediante il tuo Figlio, Gesù Cristo, « nato da Donna »,
e mediante lo Spirito Santo, sorgente di divina carità,
un vero santuario della vita e dell’amore
per le generazioni che sempre si rinnovano.
Fa’ che la tua grazia guidi i pensieri e le pene dei coniugi
verso il bene delle loro famiglie e di tutte le famiglie del mondo.
Fa’ che le giovani generazioni trovino nella famiglia un forte sostegno
per la loro umanità e la loro crescita nella verità e nell’amore.
Fa’ che l’amore, rafforzato dalla grazia del sacramento del matrimonio,
si dimostri più forte di ogni debolezza e di ogni crisi,
attraverso le quali, a volte, passano le nostre famiglie.
Fa’ infine, te lo chiediamo per intercessione della Sacra Famiglia di Nazareth,
che la Chiesa in mezzo a tutte le nazioni della terra possa
compiere fruttuosamente la sua missione nella famiglia e mediante la famiglia.
Tu che sei la Vita, la Verità e l’Amore, nell’unità del Figlio e dello Spirito Santo

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San Bernardino, l’innamorato di Siena

Posté par atempodiblog le 20 mai 2013

L’innamorato di Siena
La vita di San Bernardino è costellata di episodi che illustrano la sua grande devozione verso la Madonna.
di Bianca Maria Veneziani – Madre di Dio
 

San Bernardino, l’innamorato di Siena dans Stile di vita sanbernardinoemaria 

San Bernardino da Siena [ricordato il 20 Maggio] ci è stato tramandato da una radicatissima tradizione come il predicatore del Santo Nome di Gesù [effigiato nel trigramma JHS, “Jesus hominum SalvatorGesù Salvatore degli uomini”che accompagna fin dalle origini l’immagine del Santo].
Possiamo essere però certi che i suoi contemporanei non lo stimarono meno come devoto e cantore innamorato di Maria. I suoi più antichi biografi ci assicurano che fra Bernardino coltivò verso la Madre del Signore un’autentica devozione filiale e confidenziale. La vita del Santo senese, infatti, è costellata di episodi che illustrano questa sua devozione; a cominciare dal fatto che tutte le più importanti date della sua vita coincidono con la Natività della Vergine, l’8 Settembre: così per la nascita [avvenuta a Massa Marittima nel 1380], il Battesimo, l’entrata in Noviziato e la Prima Professione religiosa tra i Frati Minori Francescani, la Prima Messa e il primo Discorso al popolo.
Il nome stesso gli fu imposto dai pii genitori perché egli fosse, come San Bernardo, devoto della Madonna. Rimasto presto orfano, la sua fanciullezza trascorse in casa degli zii paterni a Siena, la Città che i contemporanei si compiacevano chiamare “Vetus Civitas Mariae Virginis”, l’antica Città della Vergine Maria.
Si racconta che una sera Bernardino, ormai grandicello, uscendo per la consueta passeggiata serale, si sia limitato a dire alla buona zia Pia e alla cugina Tobia, che si prendevano cura di lui, che “sarebbe andato a trovare la sua amanza, ché gli pareva non poter riposare senza averla prima veduta!…”. Un fulmine a ciel sereno non avrebbe potuto lasciarle più sorprese, anche perché sapevano bene che quelle “pratiche di mondo” non potevano lasciare tranquille le persone per bene… Cugina Tobia venne a sapere che ogni sera Bernardino usciva da Porta Camollia, un luogo che non godeva punto buona fama. Decise quindi di pedinarlo; ed una volta lo seguì alla lontana, senza perderlo di vista. Possiamo ben immaginare quale fu la sua meraviglia al vedere il giovane cugino inginocchiato dinanzi ad una pia immagine della Vergine cui il tempo non riusciva a cancellare un angelico sorriso! Bernardino era innamorato della Regina del Cielo. 

sanbernardinodasiena dans Stile di vita
Sano di Pietro, San Bernardino da Siena

Nel nome di Maria
Si narra che, trovandosi un giorno fra Bernardino a predicare a L’Aquila, mentre spiegava dal pulpito il senso biblico della “Donna vestita di sole e coronata di stelle”, apparve sopra di lui una stella di straordinario fulgore: era la Vergine Immacolata che si compiaceva di concedere un raggio della sua luce al cantore delle sue glorie.
Ripetutamente la Vergine si degnò apparirgli; ma la grazia più singolare che Bernardino ottenne dalla “Celeste fidanzata” fu senza dubbio quella di poter vincere la resistenza dei più ostinati peccatori, parlando loro di Maria.
Predicatore instancabile, nel suo vagabondare a piedi attraverso tutta l’Italia divenne ovunque molto popolare. Gli fu offerto di diventare Vescovo per ben tre volte; ma egli rifiutò, poiché avrebbe così dovuto abbandonare ciò che egli sentiva come la sua principale vocazione, quella del missionario itinerante.
Il Santo senese si serviva nella sua predicazione di immagini popolari, in modo da incidere più efficacemente nel cuore dei suoi uditori; come quella della cipolla, tenuta insieme foglia a foglia, per spiegare la necessità dell’unione e della concordia.
Apostolo del nome di Gesù, e nel nome di Maria, San Bernardino ricorda ancora oggi come recuperare all’Italia valori cristiani e pratica religiosa che sono l’eredità più preziosa della storia millenaria del nostro Paese.

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Come nasce un movimento

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2012

Come nasce un movimento
Appunti da una conversazione di don Giussani con responsabili di Comunione e Liberazione durante un raduno internazionale nell’agosto del 1989.
Come nasce l’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione, quali sono i fattori che l’hanno fatta sorgere e quale ne è ancora oggi il punto di origine? Ci interessa conoscere anche come è stato per lei l’inizio.
Tratto da: Movimento di Comunione e Liberazione (CL)

Come nasce un movimento dans Don Luigi Giussani dongiussani

Sono un po’ impacciato nel rispondere a questo invito, perché una testimonianza di quanto sia occorso a destare e continuare una esperienza come la nostra è già stata perfino stampata. Ma è pur vero che di ciò che si ama si può sempre parlare: pur ripetendosi, si dicono ugualmente cose nuove, perché il cuore vero è sempre nuovo.
Come nasce un movimento, come nasce una esperienza cristiana? Da una testimonianza, per un dono dello Spirito – ma vi insisterò dopo.
Un quotidiano ad alta diffusione nazionale ha riesumato di recente la figura di Andrea Emo come quella di un grande pensatore ignorato, pubblicandone un’antologia di pensieri, tra cui il seguente: «La Chiesa è stata per molti secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia. Oggi è soltanto la cortigiana della storia». Ecco: noi non vogliamo vivere la Chiesa come cortigiana della storia. Se Dio è entrato nel mondo non è per essere cortigiano, ma redentore, salvatore, punto affettivo totale, verità dell’uomo. È questa passione che ci tormenta e determina ogni nostra mossa. Nella contingenza d’una decisione si può, evidentemente, sbagliare, ma lo scopo per cui agiamo è solo questo: che la Chiesa non sia cortigiana, ma protagonista della storia. Questa immanenza della Chiesa alla storia incomincia da me, da te, dove sono, dove sei.
In un recente discorso del Papa ai giovani, in Scandinavia, vi è una frase che riassume tutto il nostro contenuto di messaggio – a noi stessi e quindi agli altri –, che vogliamo gridare a tutto il mondo. «Come tutti i giovani del mondo» dice il Papa «voi siete alla ricerca di ciò che è importante e centrale nella vita. Nonostante alcuni di voi siano distanti dal punto di vista geografico e alcuni possano essere anche lontani dalla fede e dall’affidamento in Dio, siete venuti qui perché siete veramente alla ricerca di qualcosa d’importante su cui basare la vostra vita. Voi volete stabilire salde radici e percepite che la fede religiosa è parte importante per la vita piena che desiderate. Permettetemi di dirvi che io capisco i vostri problemi e le vostre speranze. Per questo desidero oggi, giovani amici, parlarvi a riguardo della pace e della gioia che possono essere trovate, non nel possedere ma nell’essere. E l’essere si afferma conoscendo una Persona e vivendo secondo il Suo insegnamento. Questa Persona si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e Amico. Egli è il centro, il punto focale, Colui che tutto riunisce nell’amore».
Se è lecito, vorremmo ripetere: «Noi non conosciamo altro che questo!».

«E il Verbo si è fatto carne»
Come a me è apparsa all’orizzonte tale verità, così che improvvisamente ha abbracciato la mia vita? Ero un giovanissimo seminarista a Milano, un ragazzo probo, obbediente, esemplare. Ma – se ricordo bene quel che dice Concetto Marchesi in un suo testo di letteratura latina – «l’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti». L’arte, cioè la vita – se deve essere creativa, ovvero se deve essere “vita” –, ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti. E io ero stato un seminarista ben riverente, salvo una parentesi in cui il poeta Leopardi, per un mese, mi tenne “agganciato” più di nostro Signore.

Come scrive Camus nei suoi Quaderni: «Non è attraverso degli scrupoli che l’uomo diventerà grande; la grandezza viene per grazia di Dio, come un bel giorno». Per me tutto avvenne come la sorpresa di un «bel giorno», quando un insegnante di prima liceo – avevo 15 anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni Messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte. Ma venne il «bel giorno»: tutto è grazia.
Come dice Adrienne von Speyr, «la grazia ci inonda. Ciò costituisce la sua essenza [la grazia è il Mistero che si comunica; l’essenza del comunicarsi del Mistero è che ci inonda, ci investe]. Essa non chiarisce punto per punto, ma irradia la sua luce come il sole. L’uomo su cui Dio prodiga se stesso dovrebbe essere preso da vertigine così da vedere solo la luce di Dio e non più i propri limiti, la propria debolezza [per questo è ignobile l’atteggiamento di chi si scandalizza dell’entusiasmo di un giovane cui è accaduto il “bel giorno”]. Dovrebbe rinunciare a ogni equilibrio (ricercato da sé), dovrebbe rinunciare a un dialogo tra sé e Dio come due partner, essere un semplice ricevitore con le braccia spalancate che non riescono ad afferrare, poiché la luce scorre su tutto e rimane inafferrabile e rappresenta molto di più di quanto possa accogliere la nostra mossa».
Dopo quarant’anni, leggendo questo brano della von Speyr, ho percepito ciò che mi accadde quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: «Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne,» diceva «perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi». Mi ricordai in quel momento di una poesia di Leopardi, studiata in quel mese di “fuga” in terza ginnasio, intitolata Alla sua donna. Era un inno non a una delle sue “amanti”, ma alla scoperta che improvvisamente aveva fatto – in quel vertice della sua vita da cui poi decadde – che ciò che cercava nella donna amata era “qualcosa” oltre essa, che si palesava, si comunicava in essa, ma era oltre essa. Questo inno bellissimo alla Donna termina con un’appassionata invocazione: «Se dell’eterne idee / l’una sei tu, cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita, / e fra caduche spoglie / provar gli affanni di funerea vita; / o s’altra terra ne’ superni giri / fra’ mondi innumerabili t’accoglie, / e più vaga del Sol prossima stella / t’irraggia, e più benigno etere spiri; / di qua dove son gli anni infausti e brevi, / questo d’ignoto amante inno ricevi». In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, 1800 anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio: «Il Verbo si è fatto carne». Non solo l’essere (bellezza, verità) non ha “sdegnato” di rivestire di carne la Sua perfezione e di portare gli affanni della vita umana, ma è venuto a morire per l’uomo: «Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto», ha bussato a casa sua e non è stato riconosciuto.
Ecco, questo è tutto. Perché la mia vita da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. L’istante, da allora, non fu più banalità per me. Tutto ciò che era – perciò tutto ciò che era bello, vero, attraente, affascinante, fin come possibilità – trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare.
Avevo a quel tempo sul tavolo di studio una figura di Cristo del Carracci, sotto la quale avevo scritto una frase di Möhler (il famoso antesignano dell’ecumenismo, di cui al liceo avevo letto la Simbolica e altri scritti): «Io penso che non potrei più vivere se non Lo sentissi più parlare». Adesso, quando faccio l’esame di coscienza, sono costretto a chiedere alla misericordia di Cristo, attraverso la pietà di Maria, che mi faccia ritornare alla semplicità e al coraggio di allora; perché quando un così «bel giorno» accade e si vede improvvisamente qualcosa di bellissimo, non si può non dirlo all’amico vicino, non si può non mettersi a gridare: «Guardate là!». E così successe.

Studium Christi
Successe già in seminario, con i compagni vicini di banco, nella grande classe (eravamo molto numerosi). Così un gruppetto si unì – perché è all’opera sempre la medesima legge: alcuni si rendono più prossimi, si sentono affini alla tua visione, al tuo cuore, alla tua vita – e nacque il primo vero nucleo del movimento, che chiamammo Studium Christi. Ogni mese – poi ogni quindici giorni – facevamo una specie di ciclostilato intitolato Christus, in cui ognuno testimoniava una sua particolare ricerca sul rapporto tra la presenza di Cristo e qualcosa che gli interessava: lo studio, gli avvenimenti, ecc. Un altro gruppo di compagni ironizzava sul nostro tentativo; questo gruppo si coagulò e s’intitolò Studium Diaboli. Nella libertà tutto è possibile. Ma dopo un anno e mezzo il rettore del seminario (che fu poi cardinale a Milano) mi chiamò e mi disse: «La vostra è una bellissima cosa, ma divide la classe e non dovete più farla». Quando era Vescovo a Milano raccontava ancora, un po’ esagerando poeticamente come era nel suo temperamento, che una sera d’inverno, mentre noi seminaristi andavamo in massa in refettorio e lui era dietro di noi senza che ce ne accorgessimo, io dissi ai compagni vicini: «Il rettore ci ha ucciso il “Cristo”» (io, a dire il vero, non ricordo d’averlo detto).

Si tratta però di avvenimenti che non si possono arrestare. Quel seme che ho descritto animò la nostra amicizia per tutta la storia del seminario, ci impose la scelta degli autori da leggere, divenne il motivo degli autori da preferire (al liceo leggendo, per esempio, Möhler, Solov’ev, Newman, comprendendo quel che si poteva comprendere), e rese animoso il nostro studio di teologia, che non restò certamente dottrina cristallizzata.

«Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto»
Dopo una decina d’anni di varie vicende, divenuto insegnante nello stesso seminario teologico, incontrai sul treno un gruppo di studenti e incominciai a discutere di cristianesimo con loro. Li trovai così estranei alle cose più elementari che mi venne come irrefrenabile impeto il desiderio di far conoscere loro quello che io avevo conosciuto, affinché anche per loro avesse a sorgere il «bel giorno». Abbandonai perciò, sollecitato dal rettore, l’insegnamento in seminario (mi dedicavo di fatto più ai giovani che alla preparazione delle lezioni) e scelsi di insegnare religione nelle scuole medie superiori dello Stato.

Mi ricordo perfettamente quel giorno così importante per la mia vita. Mentre stavo salendo per la prima volta i quattro gradini che dalla strada portavano all’ingresso del liceo «Berchet» di Milano, dicevo a me stesso: «Io vengo qui a dare a questi giovani quello che è stato dato a me». Lo ripeto sempre, perché è questa l’unica ragione per cui abbiamo fatto tutto quel che abbiamo fatto (e continueremo a farlo fino a quando Dio ce lo concederà). L’unica ragione di ogni nostra mossa è che Lo conoscano, che gli uomini conoscano Cristo. Dio è diventato uomo, è venuto tra i suoi: che i suoi non Lo conoscano è il peccato più grave, è l’ingiustizia senza paragone più grande.

Cristo centro del cosmo e della storia
«Cristo centro del cosmo e della storia». Quando ho sentito nel suo primo discorso Giovanni Paolo II ripetere questa frase (letteralmente la stessa frase, lo possono testimoniare i miei amici di allora, è stata fin dall’inizio testo abituale della nostra meditazione), l’emozione provata mi ha ridestato il ricordo di tutta la dialettica che si sviluppò tra me e i giovani e tra i giovani stessi nella scuola, e il ricordo della tensione profonda con cui ci riunimmo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ripetevo sempre ai ragazzi: «Vieni e vedi», o «Vedrai cose maggiori di questa», come dice Gesù nel Vangelo; oppure, come dice una preghiera della Messa: «La Tua Chiesa si riveli al mondo»; o ancora: «Dio gloria del Suo popolo». E osservavo: «Che cosa significa ad esempio “Dio gloria del Suo popolo” se non il cambiamento che Cristo, attraverso il mistero della Sua permanenza nella Chiesa, produce nel singolo e nella società? Tale cambiamento è il miracolo che gli dà gloria».

Questo noi chiediamo a Dio da tanti anni, solo questo: che Cristo ci aiuti a vivere la Chiesa, affinché anche attraverso la nostra vita, la nostra azione, la nostra compagnia, i nostri progetti, Egli appaia sempre di più nel mondo agli uomini prescelti dal Mistero del Padre, affinché cioè appaia sempre di più la gloria di Dio attraverso un’adesione a Cristo che cambi la nostra vita e la vita del mondo trasfigurandole. È questo l’unico scopo per cui ci siamo ritrovati e ci ritroviamo, fino a quando Iddio vorrà.
I primi giorni del mio insegnamento di religione domandavo ai ragazzi, lungo le scale, o sui pianerottoli: «Il cristianesimo è presente qui, nella scuola, secondo te?». Quasi tutti mi guardavano stupiti e ridevano. Chi invece rispondeva diceva: «Ma no!». E io ribadivo: «Ma, allora, o la fede in Cristo non è vera, oppure chiede una modalità nuova». Fu l’inizio della dialettica aperta dall’affermazione che Cristo è il centro del cosmo e della storia, la chiave di volta per conoscere l’uomo e il mondo, l’origine di una possibile pace per il cuore dell’io e per la società, la ragione di un impeto affettivo ignoto e senza paragoni (qualcosa di analogo coglieva Socrate, quando sospendeva improvvisamente il suo discorso – tra i suoi scolari c’erano Platone, Senofonte ecc. – e diceva: «Non è forse vero, amici miei, che quando parliamo della verità dimentichiamo anche le donne?»).
Lo sviluppo dialettico del contenuto del messaggio lentamente polarizzò la curiosità, l’ira e l’affezione dei ragazzi, divenendo il punto più discusso della scuola per dodici anni (tempo in cui vi rimasi come insegnante di religione): Cristo e la Chiesa erano il tema quotidiano, oggetto di accanite discussioni.
« Che alternativa abbiamo,» dicevo allora, e ripeto ora «l’alternativa politica?». Vi è in proposito un’altra frase dai Quaderni di Camus, scritta nel 1953: «Ciò che la sinistra approva [la sinistra costituiva allora il simbolo dell’onestà redentiva dell’energia politica] passa sotto silenzio o viene giudicato inevitabile: 1) la deportazione di migliaia di bambini greci; 2) la distruzione fisica della classe contadina russa; 3) i milioni in campo di concentramento; 4) i sequestri politici; 5) le esecuzioni politiche quotidiane; 6) l’antisemitismo; 7) la stupidità; 8 ) la crudeltà. La lista è aperta». Ma già basta. Non è pessimismo, ma è difficile non far rientrare in queste categorie la politica nella sua attualità.
« Qual è» domandavo allora «l’altro campo di speranza alternativa, più serio della politica, più carico di riuscita? È la scienza?». Solo trent’anni fa, “scienza” era una parola cento volte più “divina” di quanto lo sia adesso. Tanti anni dopo avremmo dovuto sentire Giovanni Paolo II affermare: «La scienza della totalità (perché non è scienza se non ha la pretesa di afferrare l’orizzonte totale) conduce spontaneamente alla domanda sulla totalità stessa; domanda che non trova la sua risposta all’interno di tale totalità». La passione per l’orizzonte totale porta inesorabilmente alla domanda sul senso di questo orizzonte, ma all’interno di esso non è possibile trovare risposta.
Lo sviluppo del nostro interesse alla vita in tutti i suoi aspetti ebbe e ha come riferimento la Sua presenza: «Noi crediamo in Cristo morto e risorto, in Cristo presente qui e ora». Questo ci ha fatto interessare alla politica secondo la totalità della sua accezione, nella perfetta consapevolezza che non è dalla politica che ci può venire la salvezza; e ci ha fatto riappassionare allo studio, alla scienza, non per idolatria o per la promozione, ma per una serietà che scavasse un alveo sempre più preciso alla conoscenza, la quale, ultimamente, ha la sua consistenza in Cristo. Dall’esperienza della Sua presenza sono nate dunque una passione per la vita sociale e politica e una passione per la conoscenza (il Meeting di Rimini, sia pure tentativamente, ma tenacemente e appassionatamente, nasce da questo duplice interesse, o meglio dalla radice che ha creato questo duplice interesse).
Sant’Agostino nel Contra Iulianum osserva: «Questa è l’orrenda radice del vostro errore: voi pretendete di far consistere il dono di Cristo nel suo esempio mentre quel dono è la Sua persona stessa». Tutti parlano con riverenza dell’esempio di Cristo, dei valori morali, anche coloro che scrivono sulla «Voce Repubblicana»; costoro, anzi, insegnano, predicano ai cristiani che debbono vivere i valori morali per sostenere lo Stato. Ma il dono di Cristo è la Sua presenza: questo è il nuovo nel mondo e non vi sarà mai nulla di più nuovo di questo.
Scrive Milosz in una sua poesia: «Sono solo un uomo, ho bisogno di segni sensibili, costruire scale di astrazioni mi stanca presto. Desta, dunque, o Dio, un uomo in un posto qualsiasi della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te». Cristo è la risposta a questa suprema invocazione umana. L’Incarnazione di Cristo corrisponde all’esigenza propria della natura dell’uomo, corrisponde in modo inconcepibile a un sensibile bisogno, a un bisogno dell’uomo vissuto e appassionato.

«Siamo una cosa sola»
Quanto ha affermato nel suo discorso inaugurale il nuovo arcivescovo di Colonia, cardinal Meisner, pone il tema che occorre ora toccare: «La parola eterna del Padre si è fatta carne. E ora nella Chiesa è rimasta udibile e toccabile per tutti gli uomini». Ma la Chiesa di che cosa è fatta? Di te, di me. Questa è stata la scoperta immediata e spontanea che, nel mese di ottobre in cui entrai nella scuola come insegnante di religione, seguì al messaggio lanciato.

Se Dio è diventato uomo ed è qui e si comunica a noi, tu e io siamo una cosa sola. Tra te e me, estranei, è tolta l’estraneità o, come la chiamava san Paolo, l’inimicizia: siamo amici. Per contrasto, facevo notare ai ragazzi più grandi: «Siete stati cinque anni insieme nella stessa classe, nello stesso banco, siete pieni di connivenze, ma non di amicizia; andate in vacanza insieme, studiate insieme, vi divertite insieme, ma non siete amici: siete compagni provvisori, tra voi non c’è nulla che abbia durata, nessuno è in rapporto con e si sente interessato al destino dell’altro».
Lo dicevo perché Cristo è presente proprio attraverso, dentro, la nostra unità, quell’unità in cui ci immette il gesto con cui Egli ci afferra, il sacramento del Battesimo. Afferrandoci nel Battesimo, Cristo ci ha messi insieme come membra dello stesso corpo (cfr. i capitoli 1-4 della Lettera agli Efesini). Egli è presente qui e ora, in me, attraverso me, e la prima espressione del cambiamento in cui la Sua presenza si documenta è che io mi riconosco unito a te, è che noi siamo una cosa sola.
Come scrive san Paolo nella Lettera ai Galati, al capitolo 3 (un altro brano che sempre citavo): «Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete immedesimati con Cristo. Non esiste più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti voi siete uno, una sola persona in Cristo Gesù». Qualsiasi utopia l’uomo abbia creato, non è mai giunto a immaginarsi questa unità che il fatto di Cristo ha realizzato in noi. Se lo riconosciamo, agisce, e la nostra vita diventa più umana.
Cristo rende la nostra vita più umana. Perciò l’altra frase del Vangelo che costituiva la sfida con cui entravo nella scuola e che ripetevo in tutte le ore di insegnamento era: «Chi mi segue avrà la vita eterna, e il centuplo quaggiù». «“Chi mi segue avrà la vita eterna”, e questo vi può non interessare» osservavo, «ma avrà “il centuplo quaggiù” – cioè vivrà cento volte meglio l’affezione all’uomo o alla donna, al padre e alla madre, avrà cento volte più passione per lo studio, amore per il lavoro, gusto per la natura –, questo non può non interessarvi».
L’esigenza espressa da Milosz nella poesia citata è propriamente quella di incontrare qualcuno – visibile, toccabile – seguendo il quale si possa fare esperienza del centuplo. «Desta dunque un uomo in un posto qualunque della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te»: questo è Cristo per l’uomo.
Ma Cristo è in te e in me, e ciò è tremendo (tremendum mysterium): è la sorgente della nostra responsabilità e della nostra umiltà, impossibile a evitarsi, perché siamo il segno fisico della Sua presenza.
Eravamo in quindici quando dicevo che la nostra comunità è il segno reale, anche se contingente, provvisorio, risibile, ma grande, per cui Cristo diventa oggetto di un’esperienza presente. Da quindici che eravamo, l’ultimo anno di insegnamento al liceo, allo stesso raduno, diventammo circa trecento. Ma non importa il numero. Dopo dodici anni avremmo potuto essere in tre, in due (questo è il significato del matrimonio come sacramento; il matrimonio è, dovrebbe essere, il segno per la comunità, perché vi si incontra quell’unità che non nasce dalla carne e dal sangue, ma da Cristo).
La comunità, dilatata senza confine, è il Mistero di questa identità per cui e in cui veramente io posso dire con timore, tremore e amore a Cristo: «Tu». Questa scoperta è stata un passo preciso in un certo raduno tenuto davanti al mare, su una torre, a Varigotti.

La comunità è il luogo della memoria
La memoria è la coscienza di una presenza che è incominciata nel passato e che dura: la memoria è coscienza della presenza di Cristo.

Come diceva Pavese: «La memoria è una passione ripetuta». Noi viviamo una passione per Cristo, una passione ripetuta, perché purtroppo in noi non ci può essere una continuità imperterrita.
Ancora Pavese scrive: «La ricchezza di un’opera [cioè di una generazione o della nostra vita come generazione] è sempre data dalla quantità di passato che essa contiene». Ma si deve trattare di un passato che possa essere nel presente più potentemente che come ricordo, perché il ricordo appiattisce, è come un vestito logoro. La memoria di Cristo è memoria di un passato che diventa così presente da determinare il presente più di ogni altro presente. Memoria è diventata la parola capitale della nostra comunità: la comunità è il luogo dove si vive la memoria.
Voglio ora dettagliare alcuni aspetti di questa realtà comunionale, parola che indica una compagnia che non nasce dalla carne e dal sangue ma da Cristo, e la cui vita è la memoria. «La memoria s’è empita di sangue» affermava santa Caterina da Siena. La memoria si «empie» del sangue della croce e della gloria della resurrezione, perché non si può concepire la croce di Cristo senza la resurrezione. Perciò, diceva giustamente Claudel, la pace, che è l’eredità che Cristo ci ha lasciato come segno della Sua presenza attiva e operante, «in parti uguali di dolore e di gioia è fatta».

La drammaticità di una lotta
Innanzitutto, la vita di comunità non ha mai soppresso la drammaticità, non ha mai preteso da alcuno un passo forzoso. È sempre stata una proposta appassionata, ma ben consapevole della fatica richiesta a chi la riceveva. La verità, certo, porta nella comunicazione di sé la propria evidenza, e l’annuncio di Cristo è talmente corrispondente a quello che l’uomo desidera, attende, che venirne investiti è come un frangente di evidenza che non può evitare di suscitare un positivo sussulto. Ma subito dopo insorge una resistenza. Facevo osservare ai ragazzi: «Mentre io parlo voi siete lì attenti e la vostra faccia inequivocabilmente dice: “Eh già”, ma, subito dopo, la diabolicità, il peccato originale, vi riempie di “ma, se, forse, però, chissà”, cioè di scetticismo, per farvi fuggire dall’evidenza che vi è balenata». Insorge una resistenza, e si apre la drammaticità di una lotta.

La drammaticità è inerente a ogni rapporto (non c’è un solo rapporto realmente umano che non sia drammatico). Nel rapporto con Cristo essa tocca la sua profondità più grande. E la drammaticità non consiste in un’esasperazione isterica, ma nel dire «Tu» con la consapevolezza della differenza e del cammino da compiere.
« Prima la mia volontà [dove innanzitutto si colloca la resistenza] e poi la mia intelligenza» scrive un dissidente lituano «hanno resistito a lungo, ma alla fine mi sono arreso e ho vinto [il vincitore è chi afferma se stesso]. Non è stata una capitolazione di fronte all’avversario. È stata la riconciliazione con il Padre [con l’origine costitutiva di sé]: il Suo possesso di me è la mia liberazione» (ne Il senso religioso, che contiene gli appunti da me dettati in quei primi anni di scuola, questa identificazione tra essere posseduti ed essere liberi viene sviluppata).
Dopo solo un anno dall’inizio del movimento, con i ragazzi di prima e seconda liceo classico, abbiamo stampato un’antologia di Dionigi l’Areopagita, col testo greco a fronte, che conteneva una tra le frasi più belle che abbia mai letto: «Chi mai potrà parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?». È il cuore della frase appena citata: «Il Suo possesso di me è la mia liberazione».

La domanda, gesto supremo dell’uomo
Assistendo alla drammaticità vissuta da quei primi giovani che partecipavano – allora, quando eravamo alcune centinaia, dalla mattina alla sera, anche al di fuori della scuola, stavamo insieme a discutere – ho capito per la prima volta, dopo tutti gli anni del seminario, che cosa vuol dire chiedere.

La domanda è l’espressione suprema dell’uomo, ed è la più elementare: in qualsiasi condizione l’uomo la può realizzare, anche se è ateo. Anzi, quanto più un uomo sente fatica tanto più essa gli è consona. Ne I promessi sposi, a un certo punto, l’ateo – l’Innominato – esclama: «Dio, se ci sei, rivelati a me». Non vi è nulla di più razionale di questo: «Se ci sei» è la categoria della possibilità, dimensione irrinunciabile di una ragione autentica, «rivelati a me» è la domanda.
Saremo tutti giudicati sulla domanda, perché anche nella fossa dei leoni o sotterrati dalla melma, noi possiamo gridare, domandare. Nella Settimana santa, la liturgia ambrosiana (è stupefacente fino a che punto di tenerezza giunge la Chiesa) ci suggerisce una forma commovente di domanda: «Anche se ho fatto tardi non chiudere la Tua porta. Sono venuto a bussare. A chi Ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso; accoglimi al Tuo convito, donami il pane del Regno».
Io non ho mai detto ai primi ragazzi che si riunivano: «Pregate». Coloro che venivano, anche se non partecipavano al contenuto, partecipavano al gesto della preghiera. Dopo un po’ di tempo tutti facevano la comunione quotidiana. Ripetevo loro che il sacramento è la preghiera più grande, l’essenza della preghiera, perché è domanda di tutto il proprio io: un uomo vi partecipa anche senza saper pensare, senza saper dire, senza saper nulla, domanda con la sua presenza: «Sono qui». Come fare, allora, a gerarchizzare valori e contenuti? Che cosa dobbiamo ottenere per poter sviluppare la vita? La domanda che cosa deve domandare? L’affezione a Cristo!
Scrive san Tommaso d’Aquino: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (che nel senso latino del termine significa compimento, completezza). La cosa più bella nella storia del nostro movimento è che centinaia, e poi migliaia di giovani hanno imparato e vivono l’affezione a Cristo, che sola permette vera affezione all’amico, alla donna, a sé.
Ma come ottenere questa capacità di affezione a Cristo? Innanzitutto, soprattutto, al di là di tutto, domandandola. La storia religiosa dell’umanità, cioè la Bibbia, termina con questa frase: «Vieni, Signore Gesù». È una domanda “affettiva”, un’espressione vibrante di “attaccamento”. Fino a pochi anni fa era questa la formula che sempre suggerivamo. Adesso se n’è aggiunta un’altra: Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. È la stessa, più sviluppata e cosciente.

Un’affezione totalizzante
Un’affezione che sostenga la vita, in cui l’uomo trovi la sua compiutezza, deve avere come contenuto, come oggetto, qualcosa che possa pertinere ad omnia (interessare tutto). Vi è in proposito una nota frase di Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito». Se è un grande amore quello tra un uomo e una donna, i sanguinosi fatti di piazza Tienanmen, un canto sentito, il sole davanti agli occhi, tutto ciò che accade, insomma, diventa un avvenimento nel suo ambito.

Occorre che l’oggetto d’amore sia tale da poter inglobare tutto. Per questo Comunione e Liberazione (una volta si chiamava Gioventù Studentesca) non ha mai organizzato gesti che non fossero inequivocabilmente educativi. La scelta della montagna per le vacanze, per fare un esempio, non è casuale (non abbiamo cominciato col mare, perché il mare è più distraente). La sanità dell’ambiente umano, l’imponente bellezza della natura, favoriscono ogni volta il rinnovarsi della domanda sull’essere, sull’ordine, sulla bontà del reale – il reale è la prima provocazione attraverso cui viene destato in noi il senso religioso –. Con la necessaria disciplina, che è sempre stata rigorosamente curata (la disciplina è come l’alveo di un fiume: l’acqua vi scorre più pura, più limpida, più rapida; la disciplina è necessaria in quanto è riconosciuto un senso a tutto), le vacanze in montagna si sono proposte all’esperienza delle persone come una profezia, sia pur fugace, della promessa cristiana di compimento, come un piccolo anticipo di paradiso, e ogni particolare doveva veicolare quella promessa e realizzare quell’anticipo.
Ciò che tutti normalmente ci rimproverano è il segno della nostra grandezza: che tutto avvenga dentro l’orizzonte della presenza di Cristo, cioè della nostra compagnia. Ci rimproverano che l’esperienza dell’amore a Cristo sia totalizzante: ma tutto ciò che è diviso e staccato dalla Sua presenza sarà distrutto! La divisione è l’inizio della distruzione. Per questo noi abbiamo sempre odiato la parola censura. «Non si può censurare nulla» dicevo «non per passione psicanalitica, ma perché tutto venga alla luce, sia chiarito, spiegato e aiutato».

Una letizia in fondo al dolore
Il segno di una vita che cammina nell’affezione a Cristo, che cioè aderisce e partecipa alla Sua compagnia, è la letizia. «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» ha affermato Cristo poco prima di morire.

La gioia soltanto è madre del sacrificio: non è ragionevole il sacrificio se non è attirato dalla bellezza del vero. È la bellezza – «splendore del vero» – che chiama al sacrificio. Come dice la Bibbia nel libro del Siracide: «Un cuore felice è anche sereno davanti ai cibi, quello che mangia egli gusta».
Questa gioia e questa letizia stanno anche nel fondo del dolore più acuto, che a un certo punto non si può evitare: il dolore del proprio male. Appartenere alla nostra compagnia significa anzi cominciare a presentire che il dolore più grande è quello del proprio male, del peccato. Nessuno può dire: «Non commetterò più il peccato», perché la coerenza alla legge di Dio, cioè il seguire Cristo, è un miracolo della grazia, non è una capacità nostra. Per questo il punto in cui la libertà del Mistero e la libertà dell’uomo s’abbracciano è la domanda.

La grandezza dell’istante
Un’altra scoperta è diventata normale nella nostra storia: la grandezza dell’istante, l’importanza del momento, del contingente, che è il punto di incontro dell’infinità di sollecitazioni con cui il Mistero ci convoca (non abbiamo perciò niente di più amico delle circostanze inevitabili: esse sono il segno oggettivo del Mistero che ci chiama). Ancora nella liturgia ambrosiana si trova questa bella preghiera: «Tu, Dio, doni alla Chiesa di Cristo di celebrare Misteri ineffabili nei quali la nostra esiguità di creature mortali si rende sublime in un rapporto eterno e la nostra esistenza nel tempo comincia a fiorire come vita senza fine. Così, seguendo il Tuo disegno di amore l’uomo passa da una condizione mortale a una prodigiosa salvezza».

Lo stupore dell’incontro
De Lubac, in Paradossi e nuovi paradossi, osserva che «il conformista [chi aderisce alla mentalità comune, cioè chi non aderisce alla Sua compagnia] prende perfino le cose dello spirito per il loro aspetto formale, esteriore. L’obbediente invece prende perfino le cose della terra per il loro aspetto interiore e sublime». Per questo occorre coltivare una dote umana che è immediatamente propria del bambino e diventa grande quando è propria dell’adulto: lo stupore. Come mi è stato scritto: «Non è comunicato se non ciò che è ricevuto gratuitamente (come da un bambino). E si trattiene solo perché si è stupiti». Occorre incrementare dunque la capacità di stupore: «Se non sarete come bambini non entrerete mai».

Nella seconda parte del primo capitolo del Vangelo di Giovanni si racconta di Giovanni e Andrea che si mettono a seguire Gesù. «Gesù si volta e dice: “Che cosa cercate?”. “Maestro, dove abiti?”. “Venite a vedere”. Ed essi andarono e rimasero tutto quel giorno con Lui». Immaginiamo quei due che vanno dietro, tutti intimiditi, a quel giovane uomo che li precede: chissà con quale stupore lo guardavano e lo ascoltavano!
Un’altra pagina del Vangelo mi colpisce come questa. Descrive il momento in cui Gesù passa in mezzo alla folla di Gerico. Il capo della mafia di Gerico, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vederLo, perché era piccolo di statura. Gesù gli passa vicino, guarda su, dove si era issato, e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). Immaginiamo che cosa ha dovuto sentire quell’uomo! È come se Cristo gli avesse detto: «Io ti stimo, Zaccheo, fai presto a scendere, vengo a casa tua». Ma quell’incontro non sarebbe vero – sarebbe come se non fosse avvenuto duemila anni fa – se non avvenisse adesso. Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi! Gli incontri con persone che ci guardano e ci comprendono come Gesù ha guardato e compreso Zaccheo, e che noi possiamo guardare, sono i fatti più importanti della vita. «Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»: è l’invito di uno dei primi documenti cristiani, la Didaché.

La compagnia, luogo dell’appartenenza
La comunità, la compagnia, dove l’incontro con Cristo accade, è il luogo dell’appartenenza del nostro io, il luogo da cui esso attinge la modalità ultima di percepire e di sentire le cose, di coglierle intellettualmente e di giudicarle, di immaginare, di progettare, di decidere, di fare. Il nostro io appartiene a questo “corpo” che è la nostra compagnia, e da esso attinge il criterio ultimo per affrontare tutte le cose. Perciò il nostro punto di vista non va per la sua strada, ma si obbliga al paragone e nel paragone obbedisce alla comunità, alla compagnia. Come diceva Rilke alla moglie, in riferimento a quell’appartenenza breve ma esemplare che è il rapporto uomo-donna: «Dove rimane all’oscuro qualcosa, esso è di un genere che non esige chiarimenti, ma sottomissione». Grande è la sottomissione che noi sperimentiamo nella vita della nostra compagnia: è sottomissione al Mistero di Cristo che si rende presente nella nostra compagnia e cammina con noi.

Una affermazione di Péguy coglie bene il punto: «Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».
Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – del figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio.

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L’affidamento a Maria

Posté par atempodiblog le 28 février 2011

La devozione a Maria del Montfort
La devozione mariana secondo il « Trattato della Vera Devozione a Maria »
Tratto da:
Holy Queen

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San Luigi Maria Grignion de Monfort (1673-1716) fu un missionario che predicò al popolo nella Francia di Luigi XIV il Re Sole. Morì a soli 43 anni, durante una missione, consumato dalle fatiche. Il manoscritto del « Trattato della vera devozione a Maria » rimase nascosto per 130 anni. Fu ritrovato nel 1842 e pubblicato l’anno seguente. Da allora ha fatto il giro del mondo, tradotto in tutte le lingue. Grandi anime cristiane di sacerdoti, di suore e di laici, uomini e donne, si sono ispirate al Trattato per la propria vita spirituale e per operare grandi cose per Dio, nella Chiesa e nella società. Per rimanere vicini a noi, ricordiamo: Massimiliano Kolbe, Giovanni Calabria, Silvio Gallotti, Annibale di Francia, Bartolo Longo, Luigi Orione, Giacomo Alberione, Chiara Lubich, Giovanni Paolo II.

L’insegnamento del trattato, pur rispecchiando una certa teologia dei secoli passati, espressa in un linguaggio non sempre attuale, è in piena armonia con la mariologia del Concilio Vaticano II, contenuta nel capitolo VIII della costituzione dogmatica Lumen Gentium. Giovanni Paolo Il, nella lettera enciclica Redemptoris Mater, presenta Monfort come «testimone e maestro» della spiritualità mariana che conduce a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E alla vigilia del Grande Giubileo dell’anno Duemila, Monfort viene scoperto non solo come attuale, ma come profetico per il futuro della Chiesa. Una Chiesa dello Spirito Santo, rinnovata e riformata alla scuola del Vangelo, nella quale Maria continuerà a formare i grandi Santi che saranno ardenti del fuoco del divino amore, leggeri e sensibili al soffio dello Spirito Santo, veri discepoli di Gesù Cristo, pronti a intraprendere.

La pratica dell’affidamento a Maria

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Nel suo Trattato della vera devozione a Maria (nn. 227-233), san Luigi Maria Grignion de Montfort propone un metodo pratico per prepararsi alla consacrazione e indica i crileri per verificare il proprio cammino spirituale anche in seguito. Egli traccia un cammino suddiviso in quattro tappe successive.

1. Liberarsi dallo spirito del mondo
Ciò che conta, secondo lo spinto del mondo, è stare comodi e non avere problemi, mentre Gesù ci insegna ad andare incontro ai problemi degli altri e ad affrontare con serenità i propri. Gesù ha aiutato tutti: i malati, chi era in crisi, chi non era apprezzato. Egli ha dato la sua vita per noi, giorno dopo giorno, fino alla morte in croce. La mentalità del mondo è di voler essere qualcuno, essere importante, poter comandare, fare bella figura, essere ricchi per mostrare che siamo persone che contano. Nel mondo si cerca di essere furbi e forti più degli altri. Gesù ci ha detto invece che ciò che conta è volersi bene, la carità, l’amore. Perciò bisogna essere gli uni a servizio degli altri, disponibili e capaci di trovare gioia in questo. Dobbiamo saper accettare anche i nostri limiti, senza pretendere di fare tutto; ma nello stesso tempo dobbiamo sapere di poter essere utili agli altri, nelle piccole cose di ogni giorno, nel consolare chi è in difficoltà, nell’incoraggiare sempre, nel non creare divisione, ma unità; nel saper vedere il Signore che opera nelle circostanze della vita.
Di fronte alla gioia degli altri, spesso lo spirito del mondo porta ad essere invidiosi. Invece dobbiamo ringraziare il Signore nel vedere le buone qualità degli altri. Di fronte al dolore, chi non ha fede è tentato di ribellarsi, anche senza potere cambiare le cose. Il vangelo ci insegna ad avere serenità, a pensare che Dio è per noi un Padre amoroso, che ci conduce per mano; non dobbiamo mai disperare, ma prendere le cose ogni giorno con pazienza. A volte in questo modo possiamo migliorare la nostra situazione; altre volte il Signore ci da la forza per sopportare le sofferenze.
Nel mondo, attorno a noi, c’è il male; tante cose che non vanno come il Signore vorrebbe. Chi non ha fede non si preoccupa di questo. Gesù invece ci invita a impegnarci per vincere il male, senza lasciarci scoraggiare se vediamo che occorre molto tempo e che non otteniamo subito i risultati che vorremmo. Dobbiamo avere fiducia che il Signore può aiutarci a vincere ogni forma di male.

2. Conoscere sé stessi
Nella vita spirituale è importante conoscere bene anche noi stessi, altrimenti ci possiamo ingannare, o illudere, oppure non avere il coraggio di fare il bene perché pensiamo di non esserne capaci. Ognuno di noi ha delle buone qualità. Non dobbiamo pensare di non valere nulla: il Signore ha fiducia in noi e ci vuole come suoi collaboratori. La vita di ciascuno e infatti preziosa agli occhi del Signore. Hgli o andato in cerca della pecora smarrita; ha aspettato il ritorno del figlio che si era allontanato da casa.
Quali sono le nostre buone qualità, i nostri talenti? Sensibilità, generosità, bontà, disponibilità, discrezione, amabilità, dolcezza, intelligenza, forza di volontà, senso dell’organizzazione, creatività, capacità di collaborare con gli altri, pazienza, perseveranza. Cerchiamo di conoscere i talenti che Dio ci ha dato. Possiamo farci aiutare in questo da chi ci conosce: il marito, la moglie, i figli, i genitori, gli amici, un sacerdote.
Ma abbiamo pure i nostri limiti e difetti. I limiti: la poca salute, la paura, la timidezza, una grande emotività, la mancanza di fiducia in noi stessi, poco senso pratico. I limiti non sono delle colpe. Siamo fatti così. I difetti invece possono essere colpevoli: essere arroganti, presuntuosi, violenti, superbi, distratti, egoisti, avidi. I difetti si possono correggere se li conosciamo e vi facciamo attenzione. Possiamo riuscirci con il tempo, senza pretendere di essere subito perfetti, ma confidando nella misericordia del Signore, facendoci aiutare, pregando. I nostri limiti dobbiamo invece accettarli serenamente. Non dobbiamo pretendere di fare ciò che veramente è al di là delle nostre possibilità. Questo ci ricorda che solo Dio è grande e che noi siamo poca cosa; ci mantiene nell’umiltà, ma anche nella fiducia e nell’abbandono a Dio.
La nostra natura umana è stata salvata da Gesù Cristo. Dobbiamo perciò credere che il Signore può compiere molte cose in noi, nonostante le debolezze e i limiti nostri. Per mezzo nostro egli può compiere meraviglie, senza che noi sappiamo come.

3. Conoscere la Santa Vergine Maria
« È per mezzo di Maria che Gesù Cristo è venuto al mondo, ed è ancora per mezzo di lei che egli deve regnare nel mondo » (Trattato della vera devozione a Maria, n. 1). Per questo dobbiamo conoscere il posto e il ruolo che Dio ha assegnato a Maria nella storia della salvezza e quindi anche nella storia nostra, come persone in cammino verso Dio.
Già nell’Antico Testamento viene prefigurata la presenza di Maria nel piano di Dio. Dopo il peccato di Adamo ed Eva: « Porrò inimicizia tra te e la donna… » (Gn 3,15). « Il Signore stesso vi darà un segno: la vergine partorirà un figlio » (Is 7,14). « Finché verrà il tempo in cui colei che deve partorire partorirà » (Mich 5,2). Vi sono figure di Maria: Eva, Sara, Rachelc, Rebccca, Anna, Ester, Giuditta. Vi sono immagini e simboli riferiti a Maria: la donna ideale (Pr 31,10); la donna immagine della Sapienza (Sap 7,24); i poveri di Javhè, la figlia di Sion.
Nel Nuovo Testamento: Gesù nasce da Maria e rimane alle sue dipendenze fino all’età adulta. Maria è presente all’inizio della vita pubblica di Gesù, poi ai piedi della croce e infine alla Pentecoste. Maria e collaboratrice dello Spirito Santo nel formare Gesù e darlo al mondo. Ella continua ad essere presente ora, nel tempo della Chiesa, che è il tempo dello Spirito Santo, fino alla fine dei secoli.
Maria è la donna fedele (cioè donna di fede), in ascolto di Dio, docile, disponibile e obbediente. È la donna in preghiera, per conoscere ciò che Dio vuole da lei. È la madre di Gesù e nostra. È la donna che offre a Dio se stessa, Gesù Cristo, il mondo intero e tutti noi. E donna di speranza (mai disperata), perché sa che i piani di Dio alla fine trionfano. E donna di carità, perché spende tutta la sua vita per gli altri.
Nel nostro cammino verso la santità, cioè verso Dio, dobbiamo imitare Maria. Come lei accogliere la chiamata di Dio ad essere madre di Gesù e a portarlo agli altri, aiutando la fede degli altri. Maria ha risposto con prontezza, generosità, perseveranza. I frutti dell’azione di Dio in Maria: ella è la donna pienamente realizzata, serena anche davanti alla sofferenza, capace di gioire e di portare la gioia negli altri. Sono i doni dello Spirito Santo: pace, gioia, sapienza, disponibilità. In Maria Dio ci ha dato l’immagine di come noi dobbiamo essere e di come saremo: Maria Vergine-Madre, Immacolata, Assunta in cielo. Per noi significa: pienamente disponibili a Dio (verginità), capaci di vincere il male (immacolati), destinati a essere pienamente in Dio (assunti).

4. Conoscere Gesù Cristo
Gesù è la Parola di Dio che si è fatta uomo. Egli è il volto di Dio che si è rivelato a noi. II Padre ha mandato il suo Figlio per salvarci, per insegnarci il cammino che conduce a Lui. Gesù è la Sapienza di Dio, cioè la nostra guida sicura; come ha vissuto lui, così possiamo fare noi e sicuramente arriveremo al Padre.
Gesù è Dio-Uomo. È Dio, l’apparizione di Dio, la sua immagine, la sua icona perfetta. E poiché Gesù è misericordioso, buono, giusto, fedele… ciò significa che Dio è buono, misericordioso, giusto e fedele. Gesù è Uomo, ha in sé le caratteristiche di tutto ciò che è umano: il limite, la debolezza, la gradualità nel cammino e nella ricerca della verità. Tutto ciò che è autenticamente umano non è un impedimento all’incontro con Dio.
Quali sono state le scelte di Gesù? Egli non ha pensato a se stesso, ma ha dato la vita per gli altri, giorno per giorno, fino alla prova suprema della croce. Ha aiutato chi era in difficoltà, i malati, gli emarginati; non ha voluto imporre la sua dottrina con la forza, ma ha cercato di convincere con la dolcezza. Ha posto Dio al di sopra di tutto, prima della ricchezza, della carriera, del potere. È andato anche controcorrente, valorizzando certe categorie di persone emarginate (lebbrosi, malati, donne, poveri). Ha dato fiducia a tutti (a Zaccheo, a Maria Maddalena, a Matteo, alla samaritana, all’adultera). Ha seguito la sapienza di Dio, cioè come pensa Dio e non come pensa il mondo.
Gesù è risorto. Se le scelte di Gesù lo hanno condotto a una morte ingiusta, il Padre lo ha risuscitato. Egli è il Vivente, Signore della storia, sempre vicino a noi nello Spirito, che cammina con noi. Oggi noi lo possiamo incontrare nella Parola di Dio nell’Eucarestia, nell’amore verso il prossimo e in Maria.

5. La consacrazione a Gesù Cristo per mezzo di Maria
Gesù ha voluto dipendere da Maria durante la sua vita e ora nella Chiesa. La nostra consacrazione è la piena rinnovazione deli nostro battesimo: vivere da cristiani, nella Chiesa e nel mondo. In Maria noi incontriamo Gesù Cristo; ella ci conduce a lui. Gesù stesso è un consacrato al Padre, nello Spirito Santo e per mezzo di Maria. Come Figlio di Maria, da lei dipendente, egli è stato l’Uomo perfetto, vissuto unicamente e totalmente perì Dio solo. Con la nostra consacrazione, noi imitiamo perfettamente Gesù Cristo.

IL LIBRO PER APPROFONDIRE
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L’affidamento a Maria di Padre Livio Fanzaga
Il testo, appassionato e coinvolgente, fa stretto riferimento al Trattato della vera devozione di San Luigi Maria Grignion de Montfort, qui definito una delle più profonde e infiammate opere che mai siano state scritte sulla Madre di Dio. Questo libro si pone, con linguaggio moderno e accessibile, come aiuto necessario per un’intensa devozione mariana filiale.

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« Per me san Luigi Maria Grignion de Montfort costituisce una significativa figura di riferimento, che mi ha illuminato in momenti importanti della vita. Quando da seminarista clandestino lavoravo nella fabbrica Solvay di Cracovia, il mio direttore spirituale mi consigliò di meditare sul Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. Lessi e rilessi più volte e con grande profitto spirituale questo prezioso libretto ascetico dalla copertina azzurra che si era macchiata di soda. Ponendo la Madre di Cristo in relazione al mistero trinitario, il Montfort mi ha aiutato a capire che la Vergine appartiene al piano della salvezza per volontà del Padre, come Madre del Verbo incarnato, da Lei concepito per opera dello Spirito Santo. Ogni intervento di Maria nell’opera della rigenerazione dei fedeli non si pone in competizione con Cristo, ma deriva da lui ed è al suo servizio. L’azione che Maria svolge nel piano della salvezza è sempre cristocentrica, fa cioè direttamente riferimento ad una mediazione che avviene nel Cristo. Capii allora che non potevo escludere la Madre del Signore dalla mia vita senza disattendere la volontà di Dio-Trinità, che ha voluto «iniziare e compiere» i grandi misteri della storia della salvezza con la collaborazione responsabile e fedele dell’umile Serva di Nazaret ».
Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II sul Trattato della vera devozione del Montfort L'affidamento a Maria iconarrowti7 Lettera ai Religiosi ed alle Religiose delle Famiglie monfortane

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I nodi si sciolgono

Posté par atempodiblog le 28 mai 2009

I nodi si sciolgono dans Riflessioni nodonodo dans Riflessioni 
I nodi più tenaci si sciolgono da soli, poiché la corda si consuma. Tutto se ne va, tutto passa, l’acqua scorre e il cuore dimentica. Così meditava il famoso scrittore francese Gustave Flaubert (1821-1880). Le immagini sono incisive: l’usura dei nodi col passare del tempo e col consumo causato dagli agenti esteriori, il fluire dell’acqua, il dissolversi delle cose, l’oblio dell’anima. Certo, questa regola che segna le vicende umane è anche benefica: permette ai dolori più atroci di attenuarsi, talora fino alla loro estinzione, concede una tregua alle tensioni, genera nuove attese e così via. Proprio per questo non bisogna mai disperare, bensì aspettare con costanza e coraggio il futuro. Ogni giorno, come diceva Gesù, porta con sé la sua pena; ma è anche vero che ogni alba che sorge può contenere una sorpresa. Contro il biblico Qohelet che implacabilmente ricordava che «non c’è niente di nuovo sotto il sole», lo stesso Signore dichiarava: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Se vogliamo, però, fermarci sulla considerazione di Flaubert, possiamo riflettere con realismo sulla fragilità della vita e delle cose. Guai ad aggrapparci a ciò che per definizione è perituro. I nodi fermi si allentano, le stesse passioni svaniscono, i beni si dissipano ed è per questo che rimane sempre valido l’appello evangelico a cercare tesori che non siano consumati da ruggine o rapinati da ladri. Sono quei valori permanenti che si fondano sull’amore, sulla giustizia, sulla verità, sul bene: queste sono realtà eterne e trascendenti, incise nel libro della vita che Dio tiene davanti a sé. Nel tempo che scorre innestiamo, allora, l’eternità a cui ancorare la nostra esistenza.

di Gianfranco Ravasi – Avvenire

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Intervista di Padre Livio a Vicka

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2007

L’intervista di Padre Livio a Vicka di Medjugorje (2006)

Diretta da Medjugorje, 30 Dicembre 2006 (h 14:45-15:45)

PADRE LIVIO – Cari amici di Radio Maria un cordialissimo saluto da parte di Padre Livio e da Vicka, che è qui vicino a me. Oggi faremo una breve intervista in modo che Vicka possa darci la sua testimonianza e raccontarci i suoi incontri con la Madonna che ormai durano da oltre 25 anni. Vicka, come sapete, ha le apparizioni quotidiane già a partire dal 1981. Durante il mese di agosto Vicka era ammalata e non ha potuto dare la sua testimonianza nel corso del 25° anniversario delle apparizioni. Quindi è ben felice di poterlo fare oggi, perciò diamo subito la parola a Vicka. VICKA – Carissimi ascoltatori per me è una grande gioia poter trasmettere i messaggi che la Madonna dice a me in modo che io possa dire a tutti voi.

Maria: come si manifesta

PADRE LIVIO – Tu hai le apparizioni quotidiane dal 24 giugno 1981. Dopo così tanto tempo noi vediamo che sei sempre piena di entusiasmo e a Medjugorje continuano a venire ondate di pellegrini. Medjugorje sembra una musica senza fine.
VICKA – Sono ormai 26 anni che la Madonna viene qui sulla Terra, e per me questo fatto è veramente una grande gioia, una gioia che non si può descrivere! Mi sento un vivo strumento della Madonna e voglio fare tutto per lei. Quando sono davanti alla gente io provo a trasmettere quella gioia, quella bellezza, quell’amore della Madonna a tutti i pellegrini che arrivano qui. Ciò che dobbiamo contare però non sono tanto questi 26 anni che sono trascorsi ma quante grazie abbiamo colto, perché questi 26 anni sono stati anni di grandi grazie. Come la Madonna ha già detto la sua presenza qui in mezzo a noi sta a significare che sono momenti di grandi grazie e dobbiamo guardare a quanto noi siamo cambiati e ci siamo convertiti.

PADRE LIVIO – Quello che più mi colpisce è il fatto che una persona oggi abbia parlato con la Madonna. Il fatto, cioé, che la Madonna venga sulla Terra tutti i giorni e si possa dire che veramente la Madonna esiste ed è viva. Questa è la cosa che mi commuove più di tutto.
VICKA – Sì, la Madonna è proprio una persona viva. Prima di manifestarsi a noi nell’apparizione si preannuncia con tre lampi di luce come un segno che sta arrivando. Quindi si presenta con un vestito grigio e il velo bianco, ha i capelli neri, gli occhi azzurri e poggia i suoi piedi sopra una nuvola grigia. Nelle apparizioni che si verificano in occasione delle grandi feste come Natale, Pasqua e in particolari anniversari viene con un vestito tutto d’oro. A Natale la Madonna viene con un piccolo bambino in braccio appena nato. Qualche anno fa, in occasione del venerdì santo, la Madonna si è presentata con Gesù adulto tutto sanguinante, fasciato e con la corona di spine e si è rivolta a noi dicendo: « Sono venuto con Gesù in modo che voi vediate quanto Gesù ha sofferto per tutti noi ». Ogni volta, in occasione del suo o del nostro compleanno, ci salutiamo, ci abbracciamo proprio come se fosse una persona viva come noi.

PADRE LIVIO – Vi date anche un bacio?
VICKA – Ma sì, e tu senti che è proprio viva con un vero corpo, e al tatto è come se toccassai la tua mano che è quella di una persona viva. L’unica cosa che non si può descrivere è la sua bellezza: non esiste nessuna ragazza così bella come lei. Una volta, nel corso di una apparizioni, le abbiamo chiesto come poteva essere così bella. Lei ci ha risposto: « sono bella perché amo! Dovete amare anche voi per essere belli! ». Ma questa bellezza non è una bellezza che viene da fuori, ma direttamente e pofondamente dal nostro cuore. Lei ci dice anche che noi oggi siamo troppo preoccupati per la bellezza esteriore mentre abbiamo dimenticato quella bellezza più importante, quella interiore. Una volta che abbiamo questa bellezza del cuore, quella esteriore arriva di conseguenza senza che noi ci preoccupiamo.

PADRE LIVIO – La sua bellezza è però una bellezza materna. Quando guardi la Madonna come la senti… come una madre?
VICKA – Più che come una mamma io la sento come una amica.

PADRE LIVIO – Forse perché è giovane?
VICKA – Sì, avrà vent’anni… è giovane, è bella… io non la vedo tanto come una madre quanto piuttosto un’amica. Sai, quando pensi ad una madre ti immagini qualcosa di più serio. Invece io la sento più come una amica. Poi la Madonna, che è presente tra noi ormai da 26 anni, è sempre uguale, non invecchia mai… sempre uguale, sempre la stessa.

PADRE LIVIO – Forse un giorno avremo anche noi una bellezza simile alla sua perché avremo un corpo glorioso.
VICKA – Lei vuole sicuramente questo già fin d’ora, per questo ci ha detto di non guardare tanto alla bellezza esteriore, destinata a finire, quanto a quella interiore, destinata a durare.

PADRE LIVIO – Infatti una volta ha detto che vuole che noi andiamo tutti con lei in Paradiso. Tu hai detto che non bisogna guardare a quanto tempo la Madonna si manifesta perché ogni volta si tratta di un evento sempre nuovo tutti i giorni per cui non si ingenera una abitudine ma si tratta di una esperienza sempre nuova.
VICKA – Sì, il fatto che ogni giorno arrivi il cielo sulla Terra è una esperienza straordinaria che non può essere paragonata ad altre esperienze. Per me ogni giorno è come se la Madonna fosse venuta per la prima volta, perché ci porta una gioia, una serenità.

PADRE LIVIO –
Ci porta la pace!
VICKA – Sì, una pace che non si può descrivere perché una pace così può venire solo dal cielo.

PADRE LIVIO – Si sente che la Madonna ci vuole bene?
VICKA – Certo, si vede proprio sul viso della Madonna quanto bene ci vuole. Il suo viso è un viso di luce e di amore. Questa è la cosa più importante.

L’aldilà: con la morte non finisce tutto!

PADRE LIVIO – Io penso a questo: certamente la Chiesa, la Sacra Scrittura, i Sacramenti e specialmente l’Eucaristia sono cose fondamentali, ma io dico che anche le apparizioni sono un fatto molto importante perché il verificarsi di una apparizione sta a significare che il cielo c’è mentre oggi la gente non ci crede.
VICKA – Guarda, ti dico che la Madonna ha detto chiaramente questa cosa: lei non è arrivata a dire cose nuove rispetto a quanto scritto nel Vangelo e nella Bibbia, ma è venuta a svegliarci perché siamo troppo lontani da tutte queste cose. Il Paradiso poi posso dire che c’è perché io lì ci sono stata con la Madonna: una giorno lei mi ha preso per mano e mi ha portato con il mio corpo a vedere il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno. Per questo posso dire con tutto cuore e verità che esiste davvero.

PADRE LIVIO – Come ho già spiegato in radio nel corso delle mie catechesi si tratta di una esperienza particolare. Ci sono stati santi come Santa Teresa D’Avila, Santa Faustina Kowalska e Santa Josepha Menendez che nelle loro autobiografie raccontano si essere state portate nell’aldilà con il loro corpo, ma hanno vissuto questa esperienza da sole e pertanto uno può chiedersi fino a che punto si possa essere sicuri di questo fatto. Voi invece siete stati portati nell’aldilà in due, tu e Jakov, e siete addirittura scomparsi da casa.
VICKA – È stata la Madonna che ci ha guidati: a me ha preso la mano destra e a Jakov quella sinistra. Già prima di partire Jakov si era lamentato perché aveva paura di non tornare più indietro e aveva chiesto alla Madonna di portare solo me dato che nella mia famiglia siamo in tanti fratelli e sorelle mentre lui era figlio unico. Io in quel momento invece pensavo: quante ore e quanti giorni durerà? dove si andrà? sopra o sotto, ecc… La Madonna ci ha preso tutti e due per mano e ci conduceva stando davanti. Tu vedevi aprirsi il tetto della casa dove eravamo e in un secondo ci siamo trovati in Paradiso. Lì c’era un grande spazio con una luce che non esiste qui sulla Terra. Le persone erano tutte uguali, né magri e né grassi, vestiti di tre colori: grigio, giallo e rosso. Tutti giravano, cantavano e pregavano, e intorno c’erano anche piccoli angeli che volavano. La Madonna ci ha detto: guardate quanto sono contente queste persone che si trovano qui in Paradiso. Era una gioia che non si può descrivere perché non esiste qui sulla Terra.

PADRE LIVIO – Questo mi ricorda un messaggio in cui la Madonna dice che in cielo c’è la gioia. Tu e Jakov avete sentito questa gioia?
VICKA – Certo, quando vedi quelle persone come sono così contente per me è stata una grande gioia. Io mi sono avvicinato ad un piccolo gruppo di anime.

PADRE LIVIO – Loro ti guardavano?
VICKA – Sì, loro guardavano me ed io guardavo loro, anche se non ho riconosciuto nessuno. Non parlavano una lingua terrena. Forse parlavano ma una lingua tutta loro, quella degli angeli.

PADRE LIVIO – Quindi loro come persone ti hanno visto?
VICKA – Sì, e vedevi che erano proprio contente. Erano insieme, ridevano e parlavano.

PADRE LIVIO – Tu non hai detto loro niente?
VICKA – No, e neanche loro ci hanno detto niente. Noi siamo state dietro la Madonna.

PADRE LIVIO – Quindi il Paradiso da un punto di vista visivo è una grande luce mentre dal punto di vista dei sentimenti è una grande gioia.
VICKA – Sì, Dio è luce, e questo si vede. Ma quello che più importa è che la vita, dopo la morte, continua. Io dico a voi ascoltatori, in particolare a quelli che vanno nei cimiteri e si mettono davanti alla tomba di un morto pensando che con la morte finisce tutto, che la vita continua! Di questo sono sicurissima, al mille per cento!

PADRE LIVIO – Lo dice la nostra fede, lo testimonia Gesù risorto e che la Madonna è assunta in cielo. Si tratta di un grande sbaglio, oltre che di una grande eresia, credere che con la morte finisce tutto.
VICKA – Anche la Madonna ci ha detto che questo è un grande sbaglio e che noi siamo qui sulla Terra solo passeggeri.

PADRE LIVIO – Una volta ha anche detto che noi siamo come i fiori di primavera che oggi sono meravigliosi ma che domani non c’è traccia di loro.
VICKA – È vero.

PADRE LIVIO – Poi la Madonna vi ha anche portati col vostro corpo a vedere il Purgatorio. Dal Paradiso al Purgatorio siete passati camminando?
VICKA – No, non abbiamo camminato, ci ha portato lei stessa. Il Purgatorio è un grande spazio, non si vedono persone ma si vede solo una grande nebbia, si sente che ci sono delle persone che soffrono. La Madonna ha detto che le persone che sono in Purgatorio aspettano le nostre preghiere.

PADRE LIVIO – Quindi si tratta di un invito a pregare per le anime del Purgatorio, specialmente per le più abbandonate. E la nebbia presente nel Purgatorio che cosa può significare? Forse può significare l’attesa per una speranza di luce perché le anime non possono ancora arrivera a vedere Dio?
VICKA – Sì, non c’era luce, ho visto come un grigio-fumo.

PADRE LIVIO – Quindi il Purgatorio è una preparazione per il Paradiso. Poi hai visto anche l’Inferno?
VICKA – Sì, all’inizio ho visto un grande fuoco.

PADRE LIVIO – Eravate vicino al fuoco? Sentivi caldo?
VICKA – Sì, era proprio vicino e si sentiva il calore delle fiamme come un fuoco vero. Poi ho visto che le persone normali, dopo che entrano nel fuoco, si trasformano assumendo le sembianze di animali, si sentono tantissime bestemmie. La Madonna ha detto che le persone che sono nell’Inferno sono lì per loro propria volontà, e che anche le persone che vivono qui sulla Terra e si comportano contro Dio vivono già un loro inferno, che poi è destinato a continuare anche nell’aldilà.

PADRE LIVIO – Avete visto il diavolo all’Inferno?
VICKA – No, ma le persone che escono dal fuoco si trasformano ad immagine di satana.

PADRE LIVIO – Anche la Madonna una volta in un messaggio ha detto: siate ad immagine mia, non del demonio.
VICKA – È vero.

PADRE LIVIO – Come si fa su questa Terra a preparare la propria vita per l’Inferno?
VICKA – Una persona che si comporta contro Dio, che non prega, che non segue i comandamenti di Dio, ecco, quella persona ha già scelto il suo inferno. Tutto dipende dalla nostra libera scelta. Una persona che vuole andare all’Inferno va, per le altre c’è sempre la possibilità di salvarsi.
PADRE LIVIO – Dunque è proprio l’indurimento del cuore.

Più di un quarto di secolo di apparizioni

PADRE LIVIO – Perché la Madonna è qui a Medjugorje da così tanto tempo?
VICKA – La Madonna conosce il motivo meglio di noi, perché sa i tempi nei quali viviamo e vuole fare tutto il possibile per salvarci. Una volta abbiamo chiesto alla Madonna quanto tempo sarebbe rimasta con noi e ci ha risposto dicendo: vi siete già stancati di me? Allora ho deciso di non chiederglielo più. Questi sono tempi di grande grazia e il fatto che la Madonna sia qui presente in mezzo a noi è la grazia più grande.

PADRE LIVIO – Secondo quanto riportato nei messaggi dei primi anni la Madonna avrebbe detto di essere venuta per l’ultima volta a richiamare l’umanità alla conversione. Cosa significa?
VICKA – Lei ha detto chiaramente che questa è l’ultima sua venuta sulla Terra.

PADRE LIVIO – Per te questo fatto che significato ha?
VICKA – Sai, su queste cose non ho mai riflettuto. La Madonna ha dato quel messaggio e io penso a vivere e a trasmettere quello che lei vuole e il suo vivo messaggio, voglio vivere la sua verità e dare questa verità agli altri affinché tutti possano essere poi contenti come io lo sono. Io sono consapevole di essere stata chiamata come un suo strumento, e questo io faccio. Io le dico: io voglio seguire te e fare tutto quello che tu vuoi. Voglio essere a sua completa disposizione e lei sa cosa io posso fare.

PADRE LIVIO – Quindi a te interessa testimoniare i messaggi, trasmetterli e viverli però non ti interroghi sulla loro interpretazione. Però la Madonna ha detto che viviamo in un tempo di grazie particolari, e siamo chiamati alla conversione.
VICKA – Certo, ogni giorno deve essere un giorno di conversione. Nessuno di noi può dire « io sono convertito » ma può dire « io voglio ». Anche io non posso dire di essere convertita, so di fare un cammino e so che ogni giorno bisogna cercare di fare un passo in avanti e pregare che Dio ci dia la grazia per la nostra conversione. Tutta la vita deve essere un cammino di conversione.

PADRE LIVIO – I messaggi che la Madonna dà alla parrocchia terminano sempre con la frase: « grazie di aver risposto alla mia chiamata ». In effetti, anche se qualche volta la Madonna ci ha richiamati perché non eravamo fedeli ai messaggi, se guardiamo indietro a questi 25 anni possiamo notare che la preghiera della conversione è andata in tutto il mondo e che Medjugorje da piccolo paese sperduto e diventata una luce per l’intera umanità. Mi sembra che ci sia stata una bella risposta. Sbaglio?
VICKA – Guarda, anche io penso che la Madonna, come una madre, voglia invitarci a seguire i messaggi ogni volta sempre di più. La Madonna vede che sono in tanti, tra quelli che arrivano a Medjugorje, che portano il suo messaggio nei luoghi in cui vivono. Lei non si aspetta una cosa grande, ma tante piccole cose fatte con amore e con umiltà.

PADRE LIVIO – Dunque anche le nostre preghiere e piccoli sacrifici li benedice.
VICKA – Noi cominciamo con le piccole cose. Anche nella preghiera. È inutile pregare per ore se poi si prega con la bocca e basta: in questio modo una persona si sente dentro più vuota di prima. L’importante è iniziare a pregare poco, ma quello che si prega lo si deve pregare col cuore e con amore. Quello è il nostro rapporto tra noi e Dio. Agli altri cosa può interessare riguardo a quanto tempo noi oggi abbiamo pregato? Se ci vantiamo del tempo che usiamo della preghiera significa che lo facciamo per nostra vanagloria, e questo non serve a nulla. Le cose si devono fare con cuore, con amore e con gioia.

PADRE LIVIO – Però il digiuno a pane ed acqua che la Madonna ha chiesto di fare il mercoledì e il venerdì è un grande impegno e sacrificio.
VICKA – Il digiuno deve essere a pane ed acqua, ma per le persone malate basta che si facciano piccoli sacrifici come non prendere dolci, caffè o qualche altra cosa in modo che tutti rinunciamo a qualcosa che ci piace. Una persona che invece sta bene e non vuol digiunare e trova mille scuse per non farlo significa che non ha una forte volontà. Con la nostra forte volontà si può fare tutto perché tutto dipende dalla nostra scelta. Il digiuno serve ad allanare la nostra volontà. Quando poi la Madonna raccomanda per il digiuno di mangiare solo pane e acqua non significa né non mangiare niente né mangiare altre cose. La Madonna ha parlato chiaro, se tu vuoi fare mangiare altre cose come pasta ecc. questo dipende da te.

PADRE LIVIO – Però con voi veggenti la Madonna vi ha condotto gradualmente alla pratica del digiuno: prima solo il venerdì e solo più tardi ha aggiunto anche il giorno di mercoledì. Questo significa che si può fare anche un cammino. Ma qual è il valore di questo digiuno?
VICKA – Ci sono tanti che iniziano a digiunare ma poi dicono di non riuscire, di far fatica, di diventano più nervosi ecc. Questo però non è un vero digiuno perché il digiuno non significa soltanto non mangiare ma serve per aiutare la purificazione interiore. Noi non possiamo prima digiunare e poi fare le altre cose male: noi dobbiamo fare il digiuno con cuore e con amore. Lo stessa cosa va fatta nella preghiera: quando si chiede qualche grazia col cuore e con amore, Gesù e Maria sono sempre pronti ad aiutare, ma se si chiede senza amore allora la grazia non arriva mai.

PADRE LIVIO – Quindi il digiuno comporta un cammino personale di purificazione. La Madonna ha anche detto che con il digiuno si possono fermare anche le guerre per quanto violente esse siano. Però molte volte noi vogliamo chiedere delle grazie di guarigione o di conversione per i nostri cari. Penso che per ottenerle non dobbiamo solo chiedere ma anche anche dare qualcosa.
VICKA – Noi ogni giorno siamo pronti a chiedere, ma poco a dare. Invece dovremmo essere più felici quando si è pronti a dare qualcosa. Quando siamo pronti a dare qualcosa di sé stessi, allora anche le grazie arrivano prima. Non bisogna rivolgersi nella preghiera dicendo: io oggi voglio questo, io ti chiedo quest’altro, ecc. Sembra quasi una compravendita: io ti chiedo questo per avere un’altra cosa in cambio. Questo modo di fare ci porta poi ad allontanarci da Gesù e Maria appena abbiamo ottenuto quello che avevamo bisogno per poi ritornare quando abbiamo bisogno di qualcos’altro. La Madonna da mamma capisce che questo è un modo sbagliato di comportarsi. Uno deve essere pronto a dare qualche piccolo sacrificio e quando si dà qualcosa allora si può chiedere e le grazie arrivano. Non dobbiamo poi chiedere dicendo: io oggi ho bisogno di questo. Non bisogna anteporre ciò che io voglio ma quello il Signore vuole. Bisogna mettersi nell’ottica di essere a disposizione di Dio e dire: o Signore, tu conosci i desideri del mio cuore, io ti offro le mie sofferenze e fai come tu vuoi. L’importante è fare la volontà del Signore.

PADRE LIVIO – Quindi non bisogna fare sacrifici, preghiere e digiuni solo per chiedere, ma anche per dare, per le intenzioni della Madonna.
VICKA – Una grazia non si può comprare, ma solo vivere giorno per giorno.

La preghiera

PADRE LIVIO – Il digiuno è senza dubbio uno dei messaggi più importanti di Medjugorje, ma quello che colpisce mi di più, e ho avuto modo di verificarlo in base delle testimonianze che riceviamo dagli ascoltatori di Radio Maria, è che tutti i pellegrini che sono stati a Medjugorje sono tornati a casa contenti. Eppure a Medjugorje non c’è nulla di particolare e neppure c’è un santuario così grande come possiamo trovare ad esempio a Lourdes. Il motivo è forse che qui si fa una esperienza di grande preghiera. Trovare la Chiesa di Medjugorje piena di gente, per non parlare dei pellegrini che pregano in piazza, andando per la città o sul monte Krizevac è una esperienza che riempie il cuore. Questa preghiera che si innalza da tutta la spianata di Medjugorje è come se fosse diventata una grande forza di conversione. Quello che mi colpisce di più è che qui la gente imparara pregare.
VICKA – È vero. Tutti i pellegrini che arrivano vogliono ascoltare i messaggi della Madonna, ma è anche bello sentirci uniti quando si prega. Quando si comincia a pregare tutti diventano più felici, e questa cosa avviene indipendente dalla nazionalità delle persone e dalla lingua in cui si prega. Tutti pregano, e pregando cercano sé stessi. Si vede che oggi l’uomo è secco di amore e di Dio. Tutto passa e se ne va, l’unica cosa che rimane è la su a verità e il suo amore. L’uomo non può vivere senza preghiera e senza vero amore, e l’unico che ce lo può dare è solo Dio. Oggi il problema nelle famiglie e nella Chiesa è che manca la preghiera e senza la preghiera non c’è amore. Oggi manca la fiducia in Dio e per quello ci siamo allontanati da Dio. Oggi nelle famiglie e nelle parrocchie non ci si parla più, e questo è il campo in cui domina satana. La Madonna invece ci dice che senza preghiera non si può andare avanti. Nelle vostre famiglie è come se ci fosse un vaso di fiori da annaffiare. Se in questo vaso ogni giorno mettete un po’ d’acqua vi accorgete che i fiori crescono e diventano bellissimi. La stessa cosa vale per il nostro cuore: se ci mettiamo due o tre preghiere fatte col cuore allora vediamo che il nostro amore cresce sempre di più. Se invece non annaffiamo il fiore ci accorgiamo che dopo un po’ il fiore appassisce e muore. Allo stesso modo accade quando noi dobbiamo metterci a pregare ma troviamo mille scuse per non farlo: oggi sono stanco, pregherò domani, poi arriva domani e si rimanda a dopodomani. Facendo così ogni giorno allontaniamo la preghiera e il nostro cuore va tutto da un’altra parte. La Madonna ci dice che come un fiore non può vivere senza acqua così noi non possiamo vivere senza grazia di Dio. La preghiera fatta col cuore non si può studiare ma si può solo vivere, facendo un passo in avanti giorno per giorno. Oggi ci sono problemi ovunque: in famiglia, coi bambini, con gli altri, ecc. Ma questi problemi non sono tanto con loro ma piuttosto con noi stessi. Nelle nostre famiglie dove sta Gesù? È messo all’ultimo posto, mentre al primo posto stanno tutte le cose meno importanti. La Madonna invece ci dice che finché noi non ritorneremo a Gesù non a parole ma con la nostra vita non ci sarà pace in noi e neppure la benedizione di DIo. È molto importante che la famiglia preghi assieme in modo da poter resistere dall’attacco del nemico che vuole dividere: l’unico modo che permette di unire la famiglia è la preghiera. Le famiglie si dividono perché non c’è amore e unione, e questo può essere alimentato solo dalla preghiera insieme. Tutti però hanno fretta con gli appuntamenti, col lavoro ecc. e si perde di vista questo fatto.

PADRE LIVIO – Secondo una certa mentalità però quelli che pregano sono solo i vecchi, però vedo che qui sono i giovani che scoprono la preghiera.
VICKA – Gesù chiama ciascuno di noi, e non guarda all’età precisa. Gesù vede come ti comporti e come ti senti. I bambini devono imparare a pregare e i genitori devono dare loro l’esempio. Cosa posso aspettarmi da mia figlia un domani se io genitore non dò l’esempio? Comincio io a pregare Ave Maria, Padre Nostro e Gloria, e mia figlia Marija anche se è piccola segue e impara pian piano, e così noi dobbiamo dare l’esempio agli altri. Noi dobbiamo essere grati ai nostri anziani perché ci hanno dato l’esempio della preghiera e della vita. Anche mia nonna, dato che mia madre girava per lavoro, era lei che ci ha educati col catechismo e la preghiera.

Medjugorje per i giovani e i consacrati

PADRE LIVIO – Qui a Medjugorje si vedono anche molti giovani inginocchiati davanti alla croce e davanti al Santissimo, anche per delle ore intere. Scoprono una dimensione interiore che prima non sapevano di avere.
VICKA – Oggi per esempio abbiamo avuto come pellegrini dei giovani provenienti dalla Sardegna, dalla Sicilia e anche da Bergamo. Loro, come dei missionari, quando ritorneranno a casa, porteranno con sé il messaggio della Madonna con la loro vita. Sono tutti giovani! Si vede proprio come tutto quello che offre il mondo è una cosa che passa e i giovani si accorgono di questo fatto. False luci, false gioie… i giovani si accorgono che quello che offre il mondo sono solo inganni che alla fine non ti dà niente e si finisce per essere più vuoti, nervosi e infelici di prima. L’unico che ti può dare la gioia, la serenità e la felicità è il Signore che si incontra nella preghiera. Una volta scoperto questo si può continuare a fere tutte le cose in un modo molto diverso.

PADRE LIVIO – D’altra parte abbiamo qui a Medjugorje molte testimonianze di giovani come ad esempio quelli di Suor Elvira che sono rinati dopo la loro esperienza della tossicodipendenza.
VICKA – Quando si va alla Comunità Cenacolo di Suor Elvira tu senti proprio una grande gioia e tranquillità, come se fosse casa mia. Lì incontri un amore vero, ognuno dà il proprio amore agli altri e questa è una cosa bellissima! Vedi che quelli che ora sono grandi aiutano i piccoli e alcune ragazze di Suor Cornelia accolgono i bambini orfani che sono stati abbandonati e diventano delle mamme per loro. Si vede proprio come ognuno di noi dà il suo amore. Non esiste una cosa più bella!

PADRE LIVIO – Questa è la civiltà dell’amore! Siccome i più increduli alle apparizioni nella Chiesa sono in genere i sacerdoti e i vescovi, il miracolo dei miracoli è che vedo che sono in tanti tra sacerdoti e vescovi a venire qui a Medjugorje.
VICKA – Il fatto di credere o meno è un fatto personale. Io non sono preoccupata di questo. La Madonna non forza nessuno, vuole bene a tutti.

PADRE LIVIO – Io però, visitando vari santuari d’Europa, non ho mai visto così tanti sacerdoti come qui a Medjugorje. Qui vengono centinaia e migliaia di sacerdoti, sembra proprio esserci un disegno della Madonna nei confronti dei sacerdoti.
VICKA – Ultimamente sono giunti parecchi cardinali dall’America, dall’Italia, dall’Australia, ecc. che sono aperti e che vogliono bene alla Madonna. La Madonna ha dato una grande libertà e non ha obbligato nessuno a credere. Non esiste un « dovere » di trasmettere questo messaggio con la forza, ma con amore. L’amore si vede, si trasmette, rimane. Tutto quello che si fa in modo forzato come viene così se ne va.

PADRE LIVIO – Qui a Medjugorje però la Madonna agisce un po’ come se fosse il parroco della Parrocchia e ci insegna come noi sacerdoti dovremmo impostare le parrocchie: il Rosario, l’Eucaristia, la preghiera e la confessione.
VICKA – Non c’è niente di nuovo negli insegnamenti che vengono da Medjugorje, e la Madonna vuole solo ricordarci ciò da cui molti cristiani si sono allontanati.

Medjugorje, i Segreti e il futuro del mondo

PADRE LIVIO – Anche io ho imparato a vivere « alla giornata », nel senso che mi affido giorno per giorno al Signore senza guardare troppo al futuro ma facendo ogni giorno quel lavoro che devo fare. Una volta hai detto in una intervista che per quanto riguarda gli avvenimenti di Medjugorje siamo solo agli inizi pensando a tutto quello che dovrà avvenire. Mi pare che abbiamo davanti a noi un momento della storia particolarmente impegnativo.
VICKA – La Madonna parla di un suo piano che si deve realizzare e che dobbiamo aiutarla con le nostre preghiere, anche ora. Ancora non ci ha rivelato nulla di questo suo piano.

PADRE LIVIO –
Quello che comunque si sa è che ci sarà il tempo dei Dieci Segreti.
VICKA – Certo.

PADRE LIVIO – Mi ha impressionato il fatto che i messaggi che rivolge alla Parrocchia non parla mai dei Dieci Segreti.
VICKA – Il fatto di contenuto nei Segreti riguarda tutto il mondo. Non ne parla perché evidentemente non è ancora il momento di parlarne a tutti. Lei darà un segno quando si potrà iniziare a parlarne, quando i tempi saranno maturi.

PADRE LIVIO – Però noi logicamente pensiamo, dato che ormai la vicenda va avanti da 25 anni, che non può cominciare il tempo dei Dieci Segreti finché a te, a Marija e a Ivan non vi viene rivelato il decimo segreto. Perché l’ultima volta che è successo qualcosa qui a Medjugorje da questo punto di vista è stato nel 1998 quando è stato dato il decimo segreto a Jakov. Da allora sono passati 8 anni e non è successo ancora nulla.
VICKA – Noi tre aspettiamo, io non ho mai chiesto nulla alla Madonna. Non lo facciamo per paura ma perché sappiamo che ha i suoi progetti e io devo fare quello che lei vuole.

PADRE LIVIO – Mi ha però impressionato il fatto che quando il 25 giugno scorso è apparsa ad Ivanka, la Madonna le ha spiegato il Settimo Segreto. Quindi si tratta di un qualcosa di vero, di attuale!
VICKA – Certo che è vero!

PADRE LIVIO – La gente però pensa che con i Dieci Segreti sia coinvolta soltanto Mirijana.
VICKA – No, siamo coinvolti tutti. L’unica differenza è che Mirijana ha scelto Padre Petar per annunciare i segreti al mondo, ma ognuno di noi ha un suo compito.

PADRE LIVIO – Una volta la Madonna ha detto che dopo il Terzo Segreto ci sarà ancora uno di voi che avrà le apparizioni quotidiane.
VICKA – Sì, si tratta di uno di noi, poi staremo a vedere chi è.

PADRE LIVIO – Non si sa chi è?
VICKA – No.

PADRE LIVIO – Ma si tratta di uno di voi tre o uno di voi sei?
VICKA – Uno di noi tre.

PADRE LIVIO – Però dopo il Quarto Segreto non ci sarà più nessuno ad avere le apparizioni quotidiane?
VICKA – Vedremo.

PADRE LIVIO – Dunque dopo il Terzo Segreto rimarrà un veggente, tra quelli a cui ora continuano le apparizioni quotidiane.
VICKA – Esatto, noi tre: io, Marija e Ivan. Noi tre che conosciamo solo nove dei Dieci Segreti. Ad uno di noi tre, poi vedremo chi, rimarranno le apparizioni.

PADRE LIVIO – Anche dopo i segreti?
VICKA – Anche dopo.

PADRE LIVIO – Molto interessante. Non so se la gente si rende conto dell’importanza di questa affermazione.
VICKA – Il Terzo Segreto riguarda il segno che la Madonna lascerà sulla montagna delle apparizioni, un segno che rimarrà per sempre. Un altro segreto è dato ad ognuno di noi veggenti e si tratta di un fatto personale. Il Settimo Segreto è invece stato in parte cancellato in seguito alle nostre preghiere ma non completamente, e la Madonna vorrebbe che noi pregassimo ancora di più perché mediante le nostre preghiere possiamo modificare anche gli altri [si noti che le vere profezie sono sempre condizionate, ndr].

PADRE LIVIO – Però tu hai detto che durante il tempo dei segreti ci sarà ancora uno di voi che avrà le apparizioni quotidiane. Questo che mi hai detto è molto importante perché significa che durante il tempo dei Dieci Segreti, un tempo sicuramente di prova, la Madonna rimarrà in mezzo a noi.
VICKA – Sì, si.

PADRE LIVIO – Quindi potrà dare anche dei messaggi.
VICKA – Certo.

PADRE LIVIO – Questa è una grande grazia.
VICKA – Sembra una sorpresa, ma la Madonna ha detto questo in modo chiaro.

PADRE LIVIO – Io faccio questo in qualità di intervistatore perché io sono personalmente convinto che quando si verificheranno i Dieci Segreti io sarò già in Paradiso.
VICKA – Padre Livio, tu non sai quante grazie la Madonna ha dato a te, perché sei stato pronto a rispondere in modo che la Madonna ha trovato una sua radio. Non sai quanto ti vuol bene e vedo che anche tu rispondi con tutto amore. Devi continuare a trasmettere questo tuo messaggio senza stancarti perché abbiamo ancora tanto da fare.

PADRE LIVIO – Io invece penso che alla mia età i Dieci Segreti li vedrò dal Paradiso ormai.
VICKA – No, carissimo fratello, non si sa mai a che età si lascerà questa terra. Io a questo non penso mai. Io sento dentro di me che si può fare ancora molto.

PADRE LIVIO – Quindi niente pensione per me.
VICKA – No! La vita è bella, è noi che la complichiamo. Chi ama sé stesso ama la vita, chi non ama sé stesso non può amare niente.

La malattia e la sofferenza

PADRE LIVIO – In questi pochi minuti che ci rimangono vorrei che tu raccontassi qualcosa sul tema della sofferenza e della malattia, che hai vissuto anche te personalmente.
VICKA – Questa è una grande gioia e dono. Tante volte pensiamo: come può una malattia e una sofferenza diventare un dono? Per me non esiste niente dopo la Madonna di accettare la sofferenza come dono. Di questa cosa non si può parlare tanto, perché quando si verifica dobbiamo dire: eccomi Signore tu fai di me quello che tu vuoi. Non possiamo dire: questa sofferenza è pesante. No, togliamo questi pensieri. Lui sa quanto può dare e sa anche quanto può prende. Noi dobbiamo anche ringraziare Dio per questo dono e chiedere la sua forza e il suo coraggio perché io possa andare avanti. Anche la Madonna ha detto: voi non sapete quanto valore ha la nostra sofferenza davanti agli occhi di Dio. Io sono contentissima quando posso offrire qualche mia sofferenza per la Madonna e per Gesù. Io dico sempre: Gesù, io sono pronta. Quanto e come vuoi, sempre sono pronta per voi. Mi rivolgo anche a tutti voi che vivete nella sofferenza: non perdete tempo ma offrite tutto a Gesù. Tutte quelle cose hanno un grande valore. Ogni sera, quando la Madonna mi appare, sempre e al primo posto nelle intenzioni di preghiera metto i malati e poi tutti gli altri. Io voglio tanto bene a voi malati, vi sento nel mio cuore e raccomando sempre alla Madonna che vi possa dare forza e coraggio per andare avanti.

A cura di radiomaria.it

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