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Il mirabile segno del presepe

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

LETTERA APOSTOLICA

Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

Il mirabile segno del presepe dans Avvento Presepio

 1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

 


[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

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Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio”

Posté par atempodiblog le 4 août 2019

Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio”
La lettera di Francesco nel 160° anniversario della morte del Curato d’Ars: sostegno, vicinanza e incoraggiamento a tutti i preti che nonostante fatiche e delusioni ogni giorno celebrano i sacramenti e accompagnano il popolo di Dio
di Sergio Centofanti – Vatican News

Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio” dans Fede, morale e teologia Sacerdoti-durante-la-celebrazione-dell-Eucaristia
Sacerdoti durante la celebrazione dell’Eucaristia

Papa Francesco scrive ai sacerdoti ricordando il 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, patrono dei parroci del mondo. Una lettera che esprime incoraggiamento e vicinanza ai “fratelli presbiteri, che senza fare rumore” lasciano tutto per impegnarsi nella vita quotidiana delle comunità; a quelli che, lavorano in “trincea”; a quelli che ogni giorno ci mettono la faccia senza darsi troppa importanza, “affinché il popolo di Dio sia curato e accompagnato”. “Mi rivolgo a ciascuno di voi – scrive il Papa – che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale”.

Dolore
La lettera papale si apre con uno sguardo allo scandalo degli abusi: “Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati”. Ma – spiega Francesco – pur senza “misconoscere il danno causato”, sarebbe “ingiusto non riconoscere tanti sacerdoti che in maniera costante e integra offrono tutto ciò che sono e che hanno per il bene degli altri”. Quei preti “che fanno della loro vita un’opera di misericordia in regioni o situazioni spesso inospitali, lontane o abbandonate, anche a rischio della propria vita”. Il Papa li ringrazia “per il coraggioso e costante esempio” e scrive che i “tempi della purificazione ecclesiale che stiamo vivendo ci renderanno più gioiosi e semplici e in un futuro non troppo lontano saranno molto fruttuosi”. Invita a non scoraggiarsi, perché “il Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé. Ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere”.

Gratitudine
La seconda parola chiave è “gratitudine”. Francesco ricorda che la “vocazione, più che una nostra scelta, è risposta a una chiamata gratuita del Signore”. Il Papa esorta a “ritornare a quei momenti luminosi” in cui si è sperimentata la chiamata del Signore a consacrare tutta la vita al suo servizio, a “quel “sì” cresciuto nel seno di una comunità cristiana”. Nei momenti di difficoltà, di fragilità, di debolezza, “quando la peggiore di tutte le tentazioni è quella di restare a rimuginare la desolazione”, è cruciale – afferma – “non perdere la memoria piena di gratitudine per il passaggio del Signore nella nostra vita” che “ci ha invitato a metterci in gioco per Lui e per il suo popolo”. La gratitudine “è sempre un’arma potente. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione”.

Francesco ringrazia i fratelli sacerdoti “per la fedeltà agli impegni assunti”. È “veramente significativo” – osserva – che in una società e in una cultura “gassose”, ci siano delle persone che scoprono la gioia di donare la vita. Dice grazie per la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e per il ministero del sacramento della Riconciliazione, vissuto “senza rigorismi né lassismi”, facendosi carico delle persone e “accompagnandole nel cammino della conversione”. Ringrazia per l’annuncio del Vangelo fatto “a tutti, con ardore”. “Grazie per tutte le volte in cui, lasciandovi commuovere nelle viscere, avete accolto quanti erano caduti, curato le loro ferite… Niente è più urgente come queste cose: prossimità, vicinanza, essere vicini alla carne del fratello sofferente”.

Il cuore del pastore – afferma Francesco – è quello che “ha imparato il gusto spirituale di sentirsi uno con il suo popolo, che non dimentica di essere uscito da esso… con stile di vita austero e semplice, senza accettare privilegi che non hanno sapore di Vangelo”. Ma il Papa ringrazia e invita a ringraziare anche “per la santità del popolo fedele di Dio”, espressa “nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”.

Coraggio
La terza parola è “coraggio”. Il Papa vuole incoraggiare i sacerdoti: “La missione a cui siamo chiamati non implica di essere immuni dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione, al contrario ci chiede di affrontarli e assumerli per lasciare che il Signore li trasformi e ci configuri di più a Lui”. Un buon test per sapere come si trova il cuore del pastore – scrive Francesco – “è chiedersi come stiamo affrontando il dolore”. A volte infatti può capitare di comportarsi come il levita o il sacerdote della parabola del Buon Samaritano, che ignorano l’uomo che giace a terra, altre volte ci si avvicina al dolore intellettualizzando e rifugiandosi in luoghi comuni (“la vita è così, non si può far nulla”), finendo per dare spazio al fatalismo. “Oppure ci si avvicina con uno sguardo di preferenze selettive generando così solo isolamento ed esclusione”.

Il Papa mette anche in guardia da quello che Bernanos ha definito il “più prezioso elisir del demonio”, cioè “la tristezza dolciastra che i Padri dell’Oriente chiamavano accidia. La tristezza che paralizza il coraggio di proseguire nel lavoro, nella preghiera”, che “rende sterili tutti i tentativi di trasformazione e conversione, propagando risentimento e animosità”. Francesco invita a chiedere “allo Spirito che venga a risvegliarci”, a “dare uno scossone al nostro torpore”, per sfidare l’abitudinarietà e “lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva del Risorto”. “Durante la nostra vita, abbiamo potuto contemplare come con Gesù Cristo sempre rinasce la gioia”. Una gioia – precisa il Pontefice – che “non nasce da sforzi volontaristici o intellettualistici ma dalla fiducia di sapere che le parole di Gesù a Pietro continuano ad agire”.

È nella preghiera – spiega ancora il Papa – che “sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda il nostro essere dei discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore e ci libera dalla tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze”. La preghiera del pastore “si nutre e si incarna nel cuore del popolo di Dio. Porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente”. Un affidamento che “ci rende tutti liberi dal cercare o volere risposte facili, veloci o prefabbricate, permettendo al Signore di essere Lui (e non le nostre ricette e priorità) a mostrarci un cammino di speranza”. Dunque “riconosciamo la nostra fragilità, sì; ma permettiamo che Gesù la trasformi e ci proietti in continuazione verso la missione”.

Per mantenere il cuore coraggioso, il Papa osserva che non vanno trascurati due legami costitutivi. Il primo con Gesù. È l’invito a non trascurare “l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere il proprio cammino”. Il secondo legame è con il popolo: “Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi o elitari… un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita”. Il Papa chiede ai sacerdoti di “essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia”. Di essere “artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi”.

Lode
L’ultima parola proposta nella lettera è “lode”. È impossibile parlare di gratitudine e incoraggiamento senza contemplare Maria che “ci insegna la lode capace di aprire lo sguardo al futuro e di restituire speranza al presente”. Perché “guardare Maria è tornare a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto”. Per questo – conclude il Papa – “se qualche volta ci sentiamo tentati di isolarci e rinchiuderci in noi stessi e nei nostri progetti proteggendoci dalle vie sempre polverose della storia, o se lamenti, proteste, critiche o ironia si impadroniscono del nostro agire senza voglia di combattere, di aspettare e di amare … guardiamo a Maria affinché purifichi i nostri occhi da ogni ‘pagliuzza’ che potrebbe impedirci di essere attenti e svegli per contemplare e celebrare Cristo che vive in mezzo al suo popolo”.

“Fratelli – sono le parole finali della lettera – ancora una volta, continuamente rendo grazie per voi … Lasciamo che sia la gratitudine a suscitare la lode e ci incoraggi ancora una volta alla missione di ungere i nostri fratelli nella speranza. Ad essere uomini che testimoniano con la loro vita la compassione e la misericordia che solo Gesù può donarci”.

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Santa Giuliana di Liegi e l’istituzione della solennità del Corpus Domini

Posté par atempodiblog le 22 juin 2019

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 novembre 2010
 

Santa Giuliana di Liegi e l'istituzione della solennità del Corpus Domini dans Fede, morale e teologia Benedetto-XVI

[Video]

 

Santa Giuliana di Cornillon

Santa-Giuliana-di-Liegi dans Misericordia

Cari fratelli e care sorelle,

anche questa mattina vorrei presentarvi una figura femminile, poco nota, a cui la Chiesa però deve una grande riconoscenza, non solo per la sua santità di vita, ma anche perché, con il suo grande fervore, ha contribuito all’istituzione di una delle solennità liturgiche più importanti dell’anno, quella del Corpus Domini. Si tratta di santa Giuliana di Cornillon, nota anche come santa Giuliana di Liegi. Possediamo alcuni dati sulla sua vita soprattutto attraverso una biografia, scritta probabilmente da un ecclesiastico suo contemporaneo, in cui vengono raccolte varie testimonianze di persone che conobbero direttamente la Santa.

Giuliana nacque tra il 1191 e il 1192 nei pressi di Liegi, in Belgio. E’ importante sottolineare questo luogo, perché a quel tempo la Diocesi di Liegi era, per così dire, un vero “cenacolo eucaristico”. Prima di Giuliana, insigni teologi vi avevano illustrato il valore supremo del Sacramento dell’Eucaristia e, sempre a Liegi, c’erano gruppi femminili generosamente dediti al culto eucaristico e alla comunione fervente. Guidate da sacerdoti esemplari, esse vivevano insieme, dedicandosi alla preghiera e alle opere caritative.

Rimasta orfana a 5 anni, Giuliana con la sorella Agnese fu affidata alle cure delle monache agostiniane del convento-lebbrosario di Mont-Cornillon. Fu educata soprattutto da una suora, di nome Sapienza, che ne seguì la maturazione spirituale, fino a quando Giuliana stessa ricevette l’abito religioso e divenne anche lei monaca agostiniana. Acquisì una notevole cultura, al punto che leggeva le opere dei Padri della Chiesa in lingua latina, in particolare sant’Agostino, e san Bernardo. Oltre ad una vivace intelligenza, Giuliana mostrava, fin dall’inizio, una propensione particolare per la contemplazione; aveva un senso profondo della presenza di Cristo, che sperimentava vivendo in modo particolarmente intenso il Sacramento dell’Eucaristia e soffermandosi spesso a meditare sulle parole di Gesù: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

A sedici anni ebbe una prima visione, che poi si ripeté più volte nelle sue adorazioni eucaristiche. La visione presentava la luna nel suo pieno splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente. Il Signore le fece comprendere  il significato di ciò che le era apparso. La luna simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava invece l’assenza di una festa liturgica, per l’istituzione della quale era chiesto a Giuliana di adoperarsi in modo efficace: una festa, cioè, nella quale i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento.

Per circa vent’anni Giuliana, che nel frattempo era diventata la priora del convento, conservò nel segreto questa rivelazione, che aveva riempito di gioia il suo cuore. Poi si confidò con altre due ferventi adoratrici dell’Eucaristia, la beata Eva, che conduceva una vita eremitica, e Isabella, che l’aveva raggiunta nel monastero di Mont-Cornillon. Le tre donne stabilirono una specie di “alleanza spirituale”, con il proposito di glorificare il Santissimo Sacramento. Vollero coinvolgere anche un sacerdote molto stimato, Giovanni di Losanna, canonico nella chiesa di San Martino a Liegi, pregandolo di interpellare teologi ed ecclesiastici su quanto stava loro a cuore. Le risposte furono positive e incoraggianti.

Quello che avvenne a Giuliana di Cornillon si ripete frequentemente nella vita dei Santi: per avere la conferma che un’ispirazione viene da Dio, occorre sempre immergersi nella preghiera, saper attendere con pazienza, cercare l’amicizia e il confronto con altre anime buone, e sottomettere tutto al giudizio dei Pastori della Chiesa. Fu proprio il Vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte, che, dopo iniziali esitazioni, accolse la proposta di Giuliana e delle sue compagne, e istituì, per la prima volta, la solennità del Corpus Domininella sua Diocesi. Più tardi, altri Vescovi lo imitarono, stabilendo la medesima festa nei territori affidati alle loro cure pastorali.

Ai Santi, tuttavia, il Signore chiede spesso di superare delle prove, perché la loro fede venga incrementata. Accadde anche a Giuliana, che dovette subire la dura opposizione di alcuni membri del clero e dello stesso superiore da cui dipendeva il suo monastero. Allora, di sua volontà, Giuliana lasciò il convento di Mont-Cornillon con alcune compagne, e per dieci anni, dal 1248 al 1258, fu ospite di vari monasteri di suore cistercensi. Edificava tutti con la sua umiltà, non aveva mai parole di critica o di rimprovero per i suoi avversari, ma continuava a diffondere con zelo il culto eucaristico. Si spense nel 1258 a Fosses-La-Ville, in Belgio. Nella cella dove giaceva fu esposto il Santissimo Sacramento e, secondo le parole del biografo, Giuliana morì contemplando con un ultimo slancio d’amore Gesù Eucaristia, che aveva sempre amato, onorato e adorato.

Alla buona causa della festa del Corpus Domini fu conquistato anche Giacomo Pantaléon di Troyes, che aveva conosciuto la Santa durante il suo ministero di arcidiacono a Liegi. Fu proprio lui che, divenuto Papa con il nome di Urbano IV, nel 1264, istituì la solennità del Corpus Domini come festa di precetto per la Chiesa universale, il giovedì successivo alla Pentecoste. Nella Bolla di istituzione, intitolata Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264) Papa Urbano rievoca con discrezione anche le esperienze mistiche di Giuliana, avvalorandone l’autenticità, e scrive: “Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose infatti di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)”.

Il Pontefice stesso volle dare l’esempio, celebrando la solennità del Corpus Domini a Orvieto, città in cui allora dimorava. Proprio per suo ordine nel Duomo della Città si conservava – e si conserva tuttora – il celebre corporale con le tracce del miracolo eucaristico avvenuto l’anno prima, nel 1263, a Bolsena. Un sacerdote, mentre consacrava il pane e il vino, era stato preso da forti dubbi sulla presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia. Miracolosamente alcune gocce di sangue cominciarono a sgorgare dall’Ostia consacrata, confermando in quel modo ciò che la nostra fede professa. Urbano IV chiese a uno dei più grandi teologi della storia, san Tommaso d’Aquino – che in quel tempo accompagnava il Papa e si trovava a Orvieto –, di comporre i testi dell’ufficio liturgico di questa grande festa. Essi, ancor oggi in uso nella Chiesa, sono dei capolavori, in cui si fondono teologia e poesia. Sono testi che fanno vibrare le corde del cuore per esprimere lode e gratitudine al Santissimo Sacramento, mentre l’intelligenza, addentrandosi con stupore nel mistero, riconosce nell’Eucaristia la presenza viva e vera di Gesù, del suo Sacrificio di amore che ci riconcilia con il Padre, e ci dona la salvezza.

Anche se dopo la morte di Urbano IV la celebrazione della festa del Corpus Domini venne limitata ad alcune regioni della Francia, della Germania, dell’Ungheria e dell’Italia settentrionale, fu ancora un Pontefice, Giovanni XXII, che nel 1317 la ripristinò per tutta la Chiesa. Da allora in poi, la festa conobbe uno sviluppo meraviglioso, ed è ancora molto sentita dal popolo cristiano.

Vorrei affermare con gioia che oggi nella Chiesa c’è una “primavera eucaristica”: quante persone sostano silenziose dinanzi al Tabernacolo, per intrattenersi in colloquio d’amore con Gesù! È consolante sapere che non pochi gruppi di giovani hanno riscoperto la bellezza di pregare in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Penso, ad esempio, alla nostra adorazione eucaristica in Hyde Park, a Londra. Prego perché questa “primavera” eucaristica si diffonda sempre più in tutte le parrocchie, in particolare in Belgio, la patria di santa Giuliana. Il Venerabile Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, constatava che “in tanti luoghi […] l’adorazione del santissimo Sacramento trova ampio spazio quotidiano e diventa sorgente inesauribile di santità. La devota partecipazione dei fedeli alla processione eucaristica nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo è una grazia del Signore, che ogni anno riempie di gioia chi vi partecipa. Altri segni positivi di fede e di amore eucaristici si potrebbero menzionare” (n. 10).

Ricordando santa Giuliana di Cornillon rinnoviamo anche noi la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Come ci insegna il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, “Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo” (n. 282).

Cari amici, la fedeltà all’incontro con il Cristo Eucaristico nella Santa Messa domenicale è essenziale per il cammino di fede, ma cerchiamo anche di andare frequentemente a visitare il Signore presente nel Tabernacolo! Guardando in adorazione l’Ostia consacrata, noi incontriamo il dono dell’amore di Dio, incontriamo la Passione e la Croce di Gesù, come pure la sua Risurrezione. Proprio attraverso il nostro guardare in adorazione, il Signore ci attira verso di sé, dentro il suo mistero, per trasformarci come trasforma il pane e il vino. I Santi hanno sempre trovato forza, consolazione e gioia nell’incontro eucaristico. Con le parole dell’Inno eucaristico Adoro te devote ripetiamo davanti al Signore, presente nel Santissimo Sacramento: “Fammi credere sempre più in Te, che in Te io abbia speranza, che io Ti ami!”. Grazie.

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Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli

Posté par atempodiblog le 21 juin 2019

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo, Il suo intervento ha chiuso le giornate di riflessione che si sono tenute alla Pontifica Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale. Dopo il suo discorso, il Papa ha fatto rientro in Vaticano
di Debora Donnini – Vatican News

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-Napoli

Annuncio, dialogo, discernimento, misericordia, fare “rete” fra istituzioni, università, religioni: sono i “criteri” che devono ispirare una teologia dell’accoglienza, una teologia rinnovata nel senso di una Chiesa missionaria perché gli uomini possano ascoltare “nella loro lingua” una risposta alla ricerca di vita piena. Nel tracciarne la rotta, Papa Francesco guarda soprattutto al Mediterraneo, da sempre luogo di scambi e talvolta di confitti, che “pone una serie di questioni, spesso drammatiche”. Per affrontarle serve un dialogo autentico e sincero in vista della costruzione di una “convivenza pacifica” fra persone di religioni e culture diverse, che si affacciano sulle sponde di questo “Mare del meticciato”, in particolare nel discorso si fa riferimento a Ebraismo e Islam.  Si tratta di uno spazio che si vede bene dalla collina di Posillipo dove sorge la sezione san Luigi della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affidata fin dal ‘500 ai gesuiti, che ospita il convegno. Dal palco che incornicia il mare il Papa con il suo discorso a tutto campo offre in qualche modo una risposta alla domanda su come la teologia oggi possa rinnovarsi, domanda che è stata poi il tema al centro del convegno che lui è chiamato a chiudere dopo le riflessioni della mattinata: “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo. È chiaro il riferimento a questa Costituzione apostolica del 2017, che ha voluto imprimere appunto agli studi teologici ed ecclesiastici un rinnovamento nel senso di una Chiesa in uscita. Centrale, ricorda anche il Papa, è che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalle sofferenze di tanti poveri per guerre e violenze. Si tratta quindi di riprendere la strada “in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”. E specifica che si tratta di avviare processi, non di occupare spazi.

Il sole brilla sul mare di Napoli così come gli occhi dei 650 presenti che lo seguono nel Piazzale che si affaccia sul Golfo, tra studenti, docenti anche di altri Paesi, e le cariche più alte dell’Ateneo tra cui il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e Gran Cancelliere della Facoltà, il Decano della Facoltà padre Pino Di Luccio, il vescovo di Nola, mons. Francesco Marino in rappresentanza dei presuli della Campania, e il gesuita padre Joaquin Barrero Diaz, assistente regionale per l’Europa del Sud. Altre 500 persone seguono i lavori del Convegno dalle aule interne attraverso monitor.

La teologia espressione di una Chiesa ospedale da campo
All’inizio del discorso il Papa ricambia il saluto del patriarca Bartolomeo che ha voluto contribuire alla riflessione con un messaggio e lancia un forte invito a “ripartire dal Vangelo della misericordia” perché la teologia nasce in mezzo ad esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo di Dio che va in cerca di loro con amore:

Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo!».

Dialogo e kerygma
Per rinnovare gli studi nella direzione di “una teologia dell’accoglienza” i pilastri sono il kerygma, cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto, e un dialogo autentico, al servizio di una Chiesa che deve mettere al centro l’evangelizzazione, non l’apologetica o i manuali ma l’evangelizzazione “che non vuol dire proselitismo”. Dialogo anche come “un metodo di discernimento” e di annuncio, sottolinea Francesco esortando a praticarlo sia nella posizione dei problemi, sia nella ricerca di soluzioni, per poter contribuire allo sviluppo dei popoli con l’annuncio del Vangelo”. E’ san Francesco d’Assisi a tratteggiare come dialogo e annuncio possano avvenire, cioè vivendo da cristiani, senza liti né dispute, e annunciando come in Gesù si manifesti l’amore di Dio per tutti gli uomini. E in particolare, come già altre volte, il Papa ricorda quello che Francesco diceva ai frati sulla testimonianza: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Pertanto serve docilità allo Spirito, cioè “uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. Un dialogo con le persone e le loro culture che comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita come fecero, tra gli altri, Charles de Foucauld, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Oran Pierre Claverie. Per Papa Francesco l’orizzonte a cui la teologia deve guardare è anche quello della “nonviolenza” e, in questo senso, sono d’aiuto, le testimoniane di Martin Luther King e Lanza del Vasto e anche il Beato Giustino Russolillo e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che studiarono qui. E, a braccio, il Papa fa riferimento alla “sindrome di Babele” che non è solo non capire quello che l’altro dice ma – sottolinea – la vera “sindrome di Babele” è quella di “non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e l’altro che dirà. Questa è la peste”.

Dialogo con Ebraismo e Islam
Concretamente questo dialogo si intesse incoraggiando nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica. Questo per favorire conoscenza e dialogo con Ebraismo e Islam, comprendendo radici comuni e differenze. Con i musulmani, dice, “siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città”, “a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.

Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’imam con me, in macchina, e ambedue siamo andati lì per convincere i cristiani che noi siamo amici, che questi sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo.

Con gli ebrei, per “vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso”. Importante è poi considerare il dialogo anche come un metodo di studio, e per “leggere realisticamente” un tempo e un luogo – in questo caso il Mediterraneo all’alba del terzo millennio – come “un ponte” fra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio dove l’assenza di pace ha prodotto squilibri regionali e mondiale e dove sarebbe importante avviare processi di riconciliazione. Come direbbe La Pira, nota il Papa, per la teologia si tratta di contribuire a costruire sul Mediterraneo una “grande tenda di pace” dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Francesco ricorda anche di aver studiato al tempo della “scolastica” decadente, una teologia di tipo difensivo, apologetico, chiusa in un manuale.

Teologia in rete e con i naufraghi della storia
Si tratta anche di fare una “teologia in rete”, in collaborazione fra istituzioni civili, ecclesiali ed interreligiose, e in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia.

Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Un lavoro nella “rete evangelica” per discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

Una Pentecoste teologica
Il compito della teologia è quindi quello di sintonizzarsi con Gesù Risorto e “raggiungere le periferie”, “anche quelle del pensiero”. In questo senso i teologi devono “favorire l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione”. “Le grandi sintesi teologiche del passato” sono miniere di sapienza teologica ma “non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali”:

Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Centrale nel dialogo rapportato alla teologia, anche “l’ascolto consapevole” del vissuto dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per cogliere le vicende che collegano il passato all’oggi. In particolare di come le comunità cristiane hanno, anche recentemente, incarnato la fede in contesti di conflitto e di minoranza. Per generare speranza servono “narrazioni” condivise, in cui sia possibile riconoscersi. Così si forma la realtà multi culturale e pluri-religiosa di questo spazio. In questo senso è quindi importante ascoltare le persone, i grandi testi delle religioni monoteistiche e soprattutto i giovani. E come Gesù ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo di persona del Giudaismo, così nel discorso si ricorda che l’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo. Nel dialogo sempre si guadagna mentre nel monologo si perde tutti, rimarca.

I teologi della compassione
Per una teologia dell’accoglienza, sottolinea poi il Papa, servono teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, con profondo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, “aperti alle inesauribili novità dello Spirito”, teologi che sfuggano alle logiche competitive e accecanti che “spesso esistono anche nelle nostre istituzioni”, rileva Francesco. Ma soprattutto il Papa li esorta alla compassione attinta dal Cuore di Cristo per non essere inghiottiti nella condizione di privilegio di chi “si colloca prudentemente fuori dal mondo”, non condividendo nulla di rischioso:

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione – toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante; soltanto si può fare teologia in ginocchio -, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà.

Quindi, si fa riferimento alle complesse vicende di “atteggiamenti aggressivi e guerreschi”, di “prassi coloniali” di “giustificazioni di guerre” e “persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale”. “Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte”, aggiunge a braccio richiamandosi alla Chanson de Roland, quando “dopo aver vinto questa battaglia i musulmani erano in fila”, “davanti alla vasca del battesimo” e “c’era uno con la spada, lì”. E li facevano scegliere: “o il battesimo o la morte. Noi lo abbiamo fatto questo”.  Il metodo del dialogo, guidato dalla misericordia, può arricchire una rilettura interdisciplinare di questa dolorosa storia facendo emergere anche “per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare”.

Ricordando, poi, l’importanza di reinterrogare la tradizione, a patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, il Papa ricorda che è una radice che dà vita, non un museo. La tradizione per crescere è come la radice per l’albero.

E’ poi necessaria una “libertà teologica” perché senza la possibilità di sperimentare strade nuove, non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto. Sulla libertà di riflessione teologica, Francesco sottolinea che gli studiosi, sono chiamati ad “andare avanti con libertà”, “poi in ultima istanza sarà il magistero a dire qualcosa”, e si raccomanda nella predicazione a “non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate. Le questioni disputate soltanto fra i teologi”. Al Popolo di Dio va data infatti sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Servono anche strutture flessibili e leggere, che manifestino la priorità dell’accoglienza. Dagli statuti all’ordinamento degli studi fino agli orari: “tutto deve essere orientato” a “favorire il più possibile la partecipazione di color che desiderano studiare teologia”, oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne, rileva Francesco sottolineando il contributo “indispensabile” che le donne stanno e possono dare alla teologia e quindi bisogna sostenerne la partecipazione come si fa in questa Facoltà.

Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

In conclusione, il Papa aggiunge fra i “criteri” anche “la capacità di essere al limite, per andare avanti” e rilancia il suo appello a fare del Mediterraneo luogo dell’accoglienza praticata con il dialogo e la misericordia di cui – ricorda – questa Facoltà teologica è esempio. Il Santo Padre “è stato felice di poter partecipare al Convegno”, ha fatto sapere al termine il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, spiegando che “concluso il Convegno, che era la finalità della visita a Napoli, il Papa non si intrattiene per il pranzo, ma fa ritorno a Roma”.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d'Italia dans Articoli di Giornali e News Santa-Caterina

Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa
L’anno che sta per chiudersi è stato prodigo dell’amore di Dio che ha donato alla Chiesa molti nuovi Santi e Beati, chiamati con il loro esempio a illuminare le vite di ognuno di noi. Ben 19 le cerimonie di beatificazione nel 2018 e 7 i nuovi Santi canonizzati il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro
Roberta Barbi – Vatican News

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa dans Fede, morale e teologia I-Beati-martiri-di-Algeria
I Beati martiri di Algeria

La fine di un anno è tradizionalmente tempo di bilanci, di riflessione su quello che c’è stato – o non c’è stato – di buono, su quello che si può fare meglio e su quello che si può iniziare a fare. È anche il tempo della raccolta dei doni dell’amore del Signore alla Sua Chiesa, che si è arricchita di nuovi Beati e di 7 Santi: tra loro un Papa, molti sacerdoti e religiose, ma anche tanti laici, a dimostrazione che la santità è davvero alla portata di tutti, come ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’”.

Ripercorriamo quindi insieme quest’anno, facendoci guidare dagli insegnamenti di tante splendide figure e dalle immagini delle cerimonie: un modo in più per ringraziare il Signore di quanto ricevuto e facciamoci accompagnare in questo viaggio nella santità dalle parole di Papa Francesco.

I Martiri di guerra, quando dall’odio nasce l’amore
“Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Due atteggiamenti: affidava la propria vita a Dio e perdonava. Mentre veniva lapidato disse: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). L’atteggiamento di Stefano che imita fedelmente il gesto di Gesù, è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo”. (Angelus Solennità Santo Stefano 26 dicembre 2018)

Il 2018 si è aperto con la Beatificazione, il 3 febbraio, di Teresio Olivelli, ucciso “in odium fidei” dai nazisti nel campo di Hersbruck. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fronte si adoperò per soccorrere i commilitoni fisicamente e spiritualmente, scrivendo la preghiera “Facci liberi”. Durante la rivoluzione in Madagascar, invece, venne ucciso Luciano Botovasoa, terziario francescano che durante le persecuzioni alla chiesa volle restare accanto ai missionari francesi. È stato beatificato il 15 aprile nell’isola. Era stato ordinato solo due anni prima, Janos Brenner, il sacerdote ungherese beatificato il 1° maggio, e che fu ucciso dal regime comunista locale in un’imboscata mentre portava l’Eucaristia a un malato. Due le cerimonie di beatificazione collettive: quella del 10 novembre a Barcellona di Teodoro Del Olmo e di 15 compagni - tra sacerdoti della Congregazione di San Pietro in Vincoli e laici solidali – annoverati tra le vittime cristiane della guerra civile spagnola; e quella dell’8 dicembre scorso di Pietro Claverie, vescovo di Oran, e 18 compagni, più noti come i Martiri di Algeria che, negli anni più bui del fondamentalismo islamico nel Paese, scelsero di non abbandonare la propria gente.

I Missionari: come gli apostoli inviati nelle periferie del mondo
“Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. (Messaggio Giornata Missionaria mondiale 20 maggio 2018)

Il 26 maggio è stata beatificata una piccola religiosa dal cuore grande: così chiamavano Leonella Sgorbati nella missione di Mogadiscio (Somalia) dove trascorse molti anni. In quella terra martoriata, il tabernacolo nella casa delle suore era l’unica presenza viva di Cristo nel Paese. Morì da martire perdonando il suo assassino. Fu a lungo missionaria in Bolivia anche Santa Nazaria Ignazia March Mesa, fondatrice delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa, che dedicò la vita alla preghiera per la perseveranza dei religiosi e per lo spirito apostolico dei sacerdoti. Il 27 ottobre sono diventati Beati Tullio Maruzzo, sacerdote dei Frati minori missionario in Guatemala, e il suo catechista Luis Obdulio. Furono uccisi in un agguato nella foresta nel corso dell’ondata di violenza che colpì il Paese per l’indipendenza dalla Spagna.

La cura dei malati, il vero volto della tenerezza di Dio
“Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. (Messaggio Giornata Mondiale Malato 26 novembre 2017)

Infermiera e scrittrice, inventò per prima nella sua Polonia l’assistenza domiciliare dei malati anche da un punto di vista spirituale: queste le virtù di Anna Chrzanowska, amica di Giovanni Paolo II, beatificata il 28 aprile. Hanno condiviso, invece, l’esperienza della malattia facendone la propria croce da offrire al Signore altri due nuovi Santi e una nuova Beata. Quest’ultima è Carmen Rendíles Martínez, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù, beatificata il 16 giugno. Era nata priva del braccio sinistro ma non di forza e vitalità che la portarono a incarnare il modello della vera santità quotidiana. C’è poi San Francesco Spinelli, toccato dalla grazia di Dio che lo ha guarito miracolosamente da una lesione alla colonna vertebrale mentre era in preghiera. Da allora si occupò nel suo ministero quasi esclusivamente dei malati più sofferenti cui portava la Parola e la carezza del Signore. Infine, San Nunzio Sulprizio, deceduto a 19 anni per un cancro alle ossa. Nella sua breve vita, che trascorse quasi interamente in ospedale, insegnò catechismo ai piccoli ricoverati assieme a lui e pregò molto offrendo il proprio dolore per la conversione dei peccatori.

Le martiri della purezza, gigli bianchi macchiati di sangue
“Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti”. (Discorso ai giovani durante visita pastorale a Torino 21 giugno 2015)

Ci sono anche due novelle Santa Maria Goretti tra i Beati del 2018. La slovacca Anna Kolesárová, beatificata il Primo settembre, fu uccisa in casa davanti alla sua famiglia da un soldato del regime che avrebbe voluto approfittare di lei; la romena Veronica Antal, beatificata il 22 settembre, fu uccisa da un fanatico che voleva violare una suora: tale, infatti, si considerava lei pur in un Paese in cui erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi. Oggi è venerata da cattolici e ortodossi.

I Beati “immagini di Cristo per questo mondo”
“La nostra storia ha bisogno di ‘mistici’: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”. (Udienza generale 21 giugno 2017)

Ci sono poi due nuove Beate che ebbero un contatto particolarmente ravvicinato con il Signore anche durante la vita terrena. Maria Crocifissa del Divino Amore (beatificata il 2 giugno), figlia spirituale di Padre Pio attraverso il quale il Signore le parlò e la portò a fondare la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore. Si occupava, in particolare, dell’insegnamento ai giovani. Alfonsa Maria Eppinger, beatificata il 9 settembre, aveva estasi molto lunghe e prostranti, visioni sulla politica e sul futuro della Chiesa. Fondò le Suore del Santissimo Salvatore. Il religioso lituano Michaľ Giedrojć, vissuto nel 1400, aveva, invece, frequenti attacchi del demonio e visioni del futuro. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche e la conferma del culto da tempo immemorabile (Beatificazione equipollente) il 7 novembre.

I sacerdoti, uomini dell’incontro con Gesù
“I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. Chi incontra davvero Gesù non può rimanere uguale a prima. Egli è la novità che fa nuove tutte le cose”. (Giubileo Vita consacrata 2 febbraio 2016)

C’è un Papa tra i nuovi Santi del 2018: Paolo VI, pontefice sobrio e misurato, grande difensore della vita nascente, che non dimenticava mai di essere “un sacerdote, innanzitutto”. Poi mons. Oscar Arnolfo Romero Galdámez, amico dei poveri e della pace, e per questo inviso al partito nazionalista del Salvador che lo fece uccidere durante la Messa. Ma sono molti i sacerdoti santi, anche meno conosciuti, come San Vincenzo Romano che nella Napoli di primo Ottocento era noto come il “prete faticatore”: andava a caccia dei covi dove si nascondevano i malviventi e predicava per strada con croce e campanello. Oppure Jean-Baptiste Foque, beatificato il 30 settembre, che tanto fece per la sua Marsiglia fondando addirittura l’ospedale di San Giuseppe, ancora oggi fiore all’occhiello della sanità francese. Infine ricordiamo Tiburcio Arnáiz Muñoz (beatificato il 20 ottobre), il gesuita che nelle periferie spagnole proponeva gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio anche a poveri e analfabeti.

Le suore, protagoniste della storia unica e originale che Dio scrive
“Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa”. (Omelia Concelebrazione eucaristica per i consacrati 2 febbraio 2018)

Ricevette in sogno il Bambino Gesù che la chiamava a occuparsi dei poveri, Clara Fey, che a questo apostolato dedicò l’intera vita, fondando ad Aquisgrana, in Germania, anche la Congregazione delle Suore del Povero Bambino Gesù. È stata beatificata il 5 maggio. Fondò, invece, le Figlie di Maria Immacolata – le Marianiste –Maria della Concezione, di origini nobili e di famiglia ricca, si spogliò di tutto fin da piccola portando la Parola di Dio ai contadini con la sua “piccola società”. La sua beatificazione è del 10 giugno. Anche Clelia Merloni, beatificata il 3 novembre, fu una madre superiora che iniziò ad avvicinarsi alla vita monacale con alcune amiche con cui educava i bambini alla gioia. Fondò, poi, l’Istituto delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Santa Maria Caterina Kasper, fondatrice delle Povere Ancelle di Gesù, invece, aveva il carisma di occuparsi dei poveri perché era stata povera anch’essa, tanto da dover essere aiutata economicamente dai parrocchiani per fondare il nuovo istituto. Continuò a coltivare i campi fino alla morte. Fu una semplice suora dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, infine, Maria Felicia di Gesù Sacramentato, beatificata il 23 giugno dopo una vita dedita alla cura di bambini e anziani: il suo “cammino della perfezione”, la sua personale via verso la santità. Quella che anche ognuno di noi è chiamato a trovare e seguire. Magari, possiamo iniziare proprio nel 2019.

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La Signora dei popoli di Amsterdam

Posté par atempodiblog le 2 janvier 2018

La Signora dei popoli di Amsterdam
di Diego Manetti – La nuova Bussola Quotidiana

La Signora dei popoli di Amsterdam dans Apparizioni mariane e santuari Signora_di_tutti_i_popoli

La traccia mariana che andiamo a esaminare insieme questa volta cari amici è davvero particolare poiché non si tratta di un santuario già esistente bensì della richiesta di edificarne uno. Intendo dire che ciò di cui ci occuperemo è un’apparizione mariana – come tante ne abbiamo fin qui viste, essendo le apparizioni mariane il primo passo, se così possiamo dirlo, che il Cielo compie per manifestarsi in terra, primo passo in risposta del quale gli uomini del tempo edificano poi un santuario come ricordo e segno della devozione e pietà mariane lì sviluppatesi, spesso ottemperando con tale opera di edificazione a una precisa richiesta della Vergine che domanda che, laddove Lei è apparsa, venga costruito un edificio sacro come memoria della sua venuta e come prolungamento della sua presenza tra gli uomini, al fine di offrire un luogo in cui i pellegrini possano ritrovarsi per offrire le loro preghiere, necessità e intenzioni a Dio per intercessione della Madonna. Orbene, per quanto vedremo questa volta, non potremo trattare del santuario corrispondente poiché ancora se ne attende l’edificazione, pur avendo ottenuto le apparizioni in questione ufficiale riconoscimento di soprannaturalità da parte della autorità ecclesiastica competente.

Superiamo dunque ogni indugio e andiamo ai fatti. Ci troviamo ad Amsterdam, negli anni tra il 1945 e il 1959. É in questo lasso di tempo, circa 14 anni, che la Madonna appare a una donna del posto, Ida Peerdeman, presentandosi con il titolo di “Signora di tutti i popoli”. Durante le apparizioni la Vergine affida alla veggente diversi messaggi e in particolare una preghiera, rivelata nel 1951, che ottiene l’imprimatur da parte del vescovo di Amsterdam, mons. J. Huibers, nel corso dello stesso anno.  La Commissione d’indagine nominata dallo stesso vescovo nel 1956 ha reso noto un primo giudizio sul fenomeno delle apparizioni a Ida Peerdeman, secondo il quale non era possibile affermare che si trattasse di eventi soprannaturali, precisando però che si trattava di un fenomeno ancora in corso (le apparizioni avranno infatti termine solo nel 1959). Il diffondersi della devozione alla Signora di tutti i popoli aveva reso necessario un pronunciamento mentre ancora le apparizioni perduravano, giungendo a emanare disposizioni di ordine cultuale che vietavano la venerazione pubblica (pur avendo riconosciuto, lo abbiamo già detto, la bontà della preghiera rivelata dalla Madonna nel 1951). Negli anni successivi si raccolsero le nuove esperienze della veggente, mentre il Sant’Ufficio (l’attuale Congregazione per la Dottrina della fede) confermava nel 1957 il giudizio della Commissione d’indagine pronunciato l’anno prima.

A beneficio dei lettori può essere utile ricordare a questo punto le possibili varianti del giudizio esprimibile dalla Commissione ecclesiastica diocesana incaricata di pronunciarsi sul fenomeno. Qualora ci siano elementi per affermare con decisione che non si tratta di un evento soprannaturale, bensì di un fenomeno interamente riconducibile alle dinamiche della psicologia umana, allora si può affermare che in merito al tutto constat de non supernaturalitate, cioè si constata la non soprannaturalità delle apparizioni in questione. Qualora invece non vi siano elementi per dubitare della origine soprannaturale di tali apparizioni, ma neppure si disponga di sufficienti argomenti probatori, ecco che si sceglie la formula del non constat de supernaturalitate, come a dire: al momento non si rilevano evidenti elementi di soprannaturalità, benché non si escluda che a un ulteriore esame questi possano emergere. Infine, quando fossero condotte analisi e valutazioni tali da portare a ritenere indubitabile l’origine soprannaturale delle apparizioni, si può giungere al definitivo giudizio di constat de supernaturalitate, mediante il quale si intende acclarata e affermata la soprannaturalità del fenomeno stesso.

Orbene, nel caso di Amsterdam, nel 1956 la commissione diocesana d’indagine e poi nel 1957 il Sant’Uffizio affermarono la seconda formula, quella – diremmo – attendista e possibilista del non constat de supernaturalitate. A questo giudizio si riferì il Sant’Ufficio per ribadire nel 1961 che non scorgeva l’esigenza di una riapertura dell’indagine, e così pure fece nel 1967 di fronte ad analoga richiesta diocesana. Ancora nel 1974 il vescovo di Amsterdam, mons. Zwartkruis, successore di Mons. Huibers, ribadì tale giudizio, limitandosi a ricordare le puntualizzazioni di ordine disciplinare risalenti al suo predecessore in merito al divieto della venerazione pubblica. Il successore episcopale, mons. H.J.A. Bomers, promosse nuove ricerche sulle apparizioni di Amsterdam. Sotto il suo vescovado morì la veggente Ida Peerdeman, il 17 giugno 1996, pochi giorni dopo che lo stesso monsignore, dopo aver consultato la Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva autorizzato la venerazione pubblica, il 31 maggio 1996, senza però pronunciarsi sull’autenticità del fenomeno, in merito al quale si restava al “non constat de” del 1956. Divenuto vescovo di Amsterdam mons. J. Punt nel 1998, alla luce della scomparsa della veggente e della diffusione a livello mondiale della devozione alla Signora di tutti i popoli, ritenne di avviare una nuova investigazione, ormai a oltre 50 anni dall’inizio del fenomeno. Studiati tutti i documenti, eseguite attente perizie, unendo a tutto ciò preghiera e profondità di valutazione teologica, mons. Punt è giunto alla conclusione che le apparizioni di Amsterdam sono soprannaturali, come ufficialmente dichiarato il 31 maggio 2002: «Come vescovo di Haarlem/Amsterdam mi è stato chiesto di pronunciarmi riguardo l’autenticità delle apparizioni di Maria come Signora di tutti i Popoli ad Amsterdam durante gli anni 1945-1959. … abbiamo permesso la pubblica venerazione nel 1996. … ed io constato che questa devozione ha preso posto nella vita di fede di milioni di fedeli sparsi nel mondo e che viene sostenuta molti vescovi. Mi sono state anche riportate testimonianze di conversione e di riconciliazione, come anche di guarigione e di particolare protezione. Nel pieno riconoscimento della responsabilità della Santa Sede, è in primo luogo compito del vescovo locale pronunciarsi, secondo coscienza, sull’autenticità delle rivelazioni private che stanno avvenendo o che sono avvenute nella propria diocesi. … Considerando questi pareri, testimonianze e sviluppi, e ponderando tutto questo nella preghiera e nella riflessione teologica, tutto ciò mi conduce alla constatazione che nelle apparizioni di Amsterdam c’è un’origine soprannaturale. … E’ mia sincera convinzione che la devozione alla Signora di tutti i Popoli ci può aiutare, nella drammaticità del nostro tempo, a trovare la giusta via, la via verso una nuova e particolare venuta dello Spirito Santo, Lui che solo può sanare le grandi piaghe del nostor tempo».

Ecco, credo che questa dichiarazione del 31 maggio 2002 ci permetta di guardare con un rinnovato interesse alle apparizioni di Amsterdam. Da una parte esiste, infatti, un riconoscimento ufficiale dell’autorità ecclesiastica competente che, per quanto non vincolante per il singolo fedele, è utile indicazione della credibilità e bontà del fenomeno per quanti desiderano praticarne la relativa devozione. Inoltre, appare in tutta la sua drammatica attualità il riferimento all’angoscioso tempo presente in cui gli uomini paiono aver smarrito la strada, perdendosi sulla via del male, dell’errore, della menzogna, della morte, necessitando oggi più che mai di una nuova Pentecoste, di un rinnovato dono dello Spirito Santo che illumini e guidi questa umanità che ormai pare giunta a quel bivio radicale, più volte indicato da san Giovanni Paolo II, in cui l’uomo è chiamato a scegliere tra la vita e la morte, tra Dio e se stesso. Questi sono i motivi che ci portano a esaminare le apparizioni della Signora dei Popoli ad Amsterdam, benché ad esse non abbia fatto (ancora) seguito l’edificazione del santuario richiesto dalla Madonna.

Partiamo dunque dai fatti. E lo facciamo presentando brevemente la figura della veggente, Ida Peerdeman. Ultima di cinque figli, nasce il 13 agosto 1905 ad Alkmaar. Rimasta orfana di madre all’età di otto anni, si trasferisce con la famiglia ad Amsterdam nel 1913. Le apparizioni del 1945 sono state preparate da esperienze mistiche occorse a Ida quando ancora era una ragazzina. Basti pensare che a soli 12 anni, il 13 ottobre 1917 – mentre in quel di Fatima si concludevano le apparizioni della Signora del Rosario con il grandioso segno del miracolo del sole dinnanzi a 70.000 fedeli – mentre rincasava vide sulla strada una “bianca signora”. Subito pensa trattarsi della Vergine Maria. La visione si ripete anche nei due sabati successivi.  Altre esperienze straordinarie furono le visioni che Ida ebbe durante la seconda guerra mondiale, quando poteva assistere a episodi e fatti bellici a distanza. Il tutto fino al 25 marzo 1945, quando le apparve nuovamente quella che riconobbe essere al “bianca Signora” di tanti anni prima. Prima di entrare nel vivo delle apparizioni e dei messaggi, possiamo ancora dire che la vita di Ida fu condotta all’insegna di una profonda normalità, lavorando per circa 30 anni come semplice impiegata d’ufficio, senza che alcuno – tranne i parenti più stretti – sapesse che lei era la veggente di Amsterdam. Un cambiamento si registra invece dal 1970, quando il dipinto della Signora dei Popoli – realizzato secondo le richieste e le indicazioni della stessa Vergine Santissima – viene trasferito nella casa della veggente, in via Diepenbrock, e Ida comincia a mostrarsi più frequentemente in pubblico, al punto che nel 1976 si decide l’edificazione di una cappella presso la sua abitazione, cappella che rappresenta il luogo sacro di riferimento per le apparizioni anche oggi, in attesa che venga edificato il santuario richiesto, come già detto. Gli ultimi anni di vita della Peerdeman furono segnati da sofferenze – fisiche e morali – come aveva predetto la Madonna e dal graduale peggioramento delle condizioni di salute, fino alla morte sopraggiunta il 17 giugno 1996, all’età di 90 anni.

Abbiamo dunque detto che tutto ebbe inizio il 25 marzo 1945, con la prima apparizione. Leggiamo il racconto reso dalla stessa veggente per rivivere insieme a lei l’inizio delle apparizioni: «Era il 25 marzo 1945, festa dell’Annunciazione dell’angelo a Maria. Le mie sorelle ed io eravamo sedute nella stanza e parlavamo tra noi. Ci trovavamo vicino alla stufa cilindrica di ferro. Era tempo di guerra e un inverno di fame. Quel giorno padre Frehe (che sarà direttore spirituale e confessore della veggente dal 1917 fino alla sua morte, nel 1967, nda) si trovava in città e venne a farci una breve visita. Improvvisamente, mentre parlavamo, mi sentii attratta nell’altra stanza, dove vidi sorgere una luce. Mi alzai e dovetti muovermi verso quella luce. La parete sparì dai miei occhi assieme a tutto ciò che si trovava nella stanza. Era un mare di luce e un vuoto profondo, dal quale vidi a un tratto emergere una figura femminile. Dalla mia posizione la vedevo in alto a sinistra. Indossava un lungo abito bianco con una cintura ed era molto femminile. Era in piedi con le bracci aperte, i palmi delle mani rivolti verso di me. Mentre la osservavo ebbi uno strano sentimento. Pensai che doveva essere la Santa Vergine, non poteva essere altro. All’improvviso la figura inizia a parlarmi e dice: “Ripeti quello che ti dico!”. Comincio dunque a ripetere ogni sua parola. (Questo ricorda quanto accadrà anche a Kibeho, dal 1981 al 1989, dove la ripetizione delle parole della Vergine favorirà la puntuale trascrizione dei messaggi e delle visioni; lo stesso avviene per Ida Peerdeman. nda). Parla molto lentamente. Alza dapprima tre dita, poi quattro e in seguito tutte cinque, dicendomi: “Il 3 significa marzo, il 4 aprile e il 5 il 5 maggio” (questa è la profezia della liberazione del Paesi Bassi, avvenuta il 5 maggio 1945. nda). Le mie sorelle e padre Frehe si erano raccolti attorno a me. Quando iniziai a palare, il sacerdote diceva a una mia sorella: “Scrivi ciò che dice!”. Dopo che avevo ripetuto alcune frasi, udii padre frehe dirmi: “Ascolta, domanda chi è”. E così le chiedo: “Lei è Maria?”. La figura mi sorride e risponde: “Mi chiameranno Signora, Madre”. (…) Dopo scompare la luce e vidi nuovamente tutto ciò che si trovava nella stanza, così com’era sempre stato».

Ecco, questo è l’inizio di una serie di apparizioni che porterà la veggente a ricevere 56 messaggi e visioni. I messaggi possono essere divisi in 3 sezioni: una prima che comprende 23 messaggi, dati tra il 1945 e il 1950, nei quali la Vergine presenta la situazione della Chiesa e del mondo relativa alla seconda metà del XX secolo; quindi una seconda sezione, comprendente i 27 messaggi successivi al 1 novembre 1950, quando Pio XII procamò il dogma della Assunzione di Maria al Cielo: in questi messaggi emerge progressivamente il piano divino che la Signora dei Popoli è venuta a realizzare per salvare il mondo, offrendo a tal fine una speciale preghiera e una immagine di sé, chiedendo che entrambe vengano diffuse nel mondo. Ancora, in questa fase si spiega quello che, a detta della Vergine, sarà l’ultimo dogma mariano ovvero quello della definizione di Maria come “Corredentrice, Mediatrice, Avvocata”. Infine, una terza sezione con gli ultimi messaggi – 6 in tutto – che, una volta all’anno, il 31 maggio, la veggente riceve dal 1955 al 1959, fino al congedo della Signora dei Popoli che conclude il suo ciclo di apparizioni con le parole: «Addio, ci rivedremo in Cielo»

Di questa terza serie di messaggi, significativo pare quello straordinario del 19 febbraio 1958, in cui la Madonna predisse a Ida che papa Pio XII sarebbe stato accolto in Cielo «all’inizio di ottobre». La veggente trascrisse il messaggio e lo consegnò in busta sigillata al proprio confessore, p. Frehe, dicendogli che si trattava di una profezia importante. Il giorno della morte di Pio XII, il 9 ottobre 1958, Ida avvisò p. Frehe che la profezia si era realizzata, consegnandogli copia a carbone della lettera contenuta nella busta sigillata. Lettone il contenuto, il confessore si affrettò a inviare la busta sigillata a Roma.

Cerchiamo ora di presentare alcuni dei messaggi più significativi, attraverso l’esame delle predette sezioni, senza però dimenticare che si tratta di una suddivisione puramente umana che vale fino a che aiuta a penetrare meglio il fenomeno soprannaturale ma che non deve in alcun modo far dimenticare la profonda unitarietà e continuità sussistente nell’ambito dei 56 messaggi dati dal 1945 al 1959. Partiamo dunque dai primi messaggi, che descrivono, antiicpandola, la situazione della Chiesa e del mondo nella seconda metà del Novecento. Per il loro forte valore profetico e i contenuti altamente simbolici, non è facile cogliere il corretto significato delle visioni e delle parole affidate dalla Vergine a Ida. Possiamo però trovare importanti profezie che avrebbero ricevuto una conferma storica negli anni successivi. Così, ad esempio, nel secondo messaggio, del 21.04.1945, la veggente assiste a una scena di persone in procinto di emigrare: «Capisco interiormente», è Ida a scrivere, «è l’Esodo degli Ebrei. Mentre la Signora mi indica l’Esodo, dice: “Ma Israele risorgerà”». Questo riferimento a Israele trova effettivamente conferma nella istituzione dello Stato indipendente di Israele il 14 maggio 1948. Ancora, viene predetto l’affermarsi del comunismo in Cina. Si tratta del 5° messaggio, del 7 ottobre 1945:«Vedo la Cina con una bandiera rossa». E così averrà nel 1949. Mentre il mondo intero respira l’aria positiva della ricostruzione post-bellica, che infonde ottimismo e fiducia nelle masse, la Madonna viene ad Amsterdam ad annunciare i gravi pericoli che incombono sulla Chiesa e sul mondo, sempre più avviato verso il rischio dell’autodistruzione. É un mondo che sempre più abbandona Gesù e la sua croce, come la Vergine ribadisce ancora nel 5° messaggio, del quale Ida dice: «Ora vedo una figura luminosa, con un abito lungo, che ci precede. É una figura maschile, completamente trasfigurata. Quest’uomo trascina una croce grandissima, che strascica letteralmente sul suolo. Non vedo il suo viso. È tutto un fascio di raggi. Va con la croce per il mondo ma nessuno lo segue. “Solo!” esclama la Signora. Percorre da solo questo mondo che va di male in peggio fino a quando, a un certo momento, accadrà qualcosa di molto grave e, d’un colpo, la croce si troverà al centro. Dovranno vederla, che lo vogliano o no». In questa profezia della croce al centro del mondo, si potrebbe trovare un rimando al terzo segreto di Medjugorje e al bellissimo segno promesso dalla Regina della Pace sul monte Podbrdo. Tra le profezie che troveranno successiva conferma, pare potersi leggere anche un riferimento allo sbarco dell’uomo sulla Luna, che sarebbe effettivamente avvenuto il 21 luglio 1969. Si tratta del 7° messaggio, del 7 febbraio 1946: «Mi sembra di trovarmi con la Signora sulla sommità del globo terrestre. Ella m’invita a guardare davanti a me e vedo nettamente la luna. Vi è qualcosa che giunge in volo e che scende sulla luna. Dico: “C’è qualcosa che arriva sulla Luna”»

Nei messaggi successivi la Vergine profetizza disastri per l’Europa, catastrofi naturali, calamità, ribadendo però che esiste una sola Via per la salvezza del mondo, cioè suo figlio Gesù, come afferma nel 9° messaggio del 29 marzo 1946: «Ritornate dapprima a Lui, soltanto allora ci sarà la vera pace». La prospettiva della speranza non viene mai meno, come pure la Madonna non manca di precisare che i peggiori disastri verranno dalla mano stessa dell’uomo se questi non si converte, come dice nell’11° messaggio del 4 gennaio 1947: «Questo è il mondo futuro, è molto duro. Si distruggerà da se stesso».

Le predizioni toccano quindi le divisioni tra i popoli orientali, la crisi interna alla Chiesa, i conflitti di politica ecclesiale, fino a indicare chiaramente che la perdita della fede produrrà disastri in tutto il mondo. In questo scenario l’unico rimedio possibile è tornare alla preghiera, come la Madonna afferma nel 18° messaggio del 19 novembre 1949: «Devono pregare maggiormente. Devono pregare per arrestare la corruzione! Il mondo intero si annienterà da se stesso se non lo fanno!». Dinnanzi a queste profezie, a tratti inquietanti, la veggente chiede conferma della identità della Signora, come suggeritole dal padre Frehe. A questa domanda Ella sorride, dicendo: «Il tuo direttore spirituale deve crederti. Dispone di prove sufficienti (alcune delle profezie si erano già avverate, come la creazione dello Stato di Israele del 2° messaggio, nda). Egli non deve preoccuparsi oltre… Non posso per adesso dire di più. Con gli anni tutto si avvererà. Digli questo». A queste parole – è il 19° messaggio, del 3 dicembre 1949 – la veggente si spaventa e si chiede quanto ancora sarebbe durato tutto quello… Nel profetizzare le diverse calamità che potranno colpire il mondo se l’umanità non si converte, la Vergine non manca di richiamare Cristo come unica Via di salvezza, come nel 20° messaggio, del 16 dicembre 1949: «La Signora mette una croce nella mia mano e dice, indicando se stessa: “Non io, ma la croce”». Si arriva così al 23° messaggio, del 15 agosto 1950, in cui la Madonna, a Ida che le chiede «come devo chiamarti», risponde: «Dì loro semplicemente: la Signora». E conclude con un messaggio di speranza: «Devi annunciare questo: Cristianità, non conosci il grande pericolo che ti sovrasta. Vi è uno spirito che intende infiltrarsi in te. Ma – e con la mano fa il segno benedicente – la vittoria è nostra!».

Siamo giunti così a quell’evento che possiamo leggere un po’ come spartiacque tra la prima e la seconda fase delle apparizioni, vale a dire la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria ad opera di Pio XII il 1 novembre 1950. Due settimane dopo, nel 24° messaggio, del 16 novembre 1950, la Vergine rivela il piano celeste che desidera realizzare: «Vedo la Signora ritta su un globo terrestre. Indica il globo e mi dice: “Figlia, sto su questo globo perché desidero essere chiamata la Signora di tutti i popoli”». La Vergine stessa conferma a Ida di aver preparato questa sua venuta con le apparizioni (o meglio, visioni) che ella ebbe quand’era ancora una ragazzina. Nell’aniversario delle apparizioni di Lourdes, l’11 febbraio 1951, la veggente riceve il 27° messaggio, nel quale la Madonna le dice: «Sono la Signora, Maria, Madre di tutti i popoli. Puoi dire: la Signora o la Madre di tutti i popoli, che una volta era Maria. Vengo proprio per dirti che è questo che voglio. Gli uomini di tutti i Paesi devono essere uniti… Il mondo intero è in trasformazione». A conferma dei cambiamenti che stanno per interessare non solo il mondo ma anche la Chiesa, a Ida viene presentata una visione del Papa riunito con tutti i vescovi, immagine che più tardi ella riconoscerà corrispondere a una delle sessioni del Concilio Vaticano II (1962-1965).

Nello stesso messaggio, la Madonna appare d’un tratto avvolta da una luce più intensa e, raccolta in orazione dinnanzi alla croce, dà alla veggente la seguente preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Padre, manda ora il Tuo Spirito sulla terra. Fa’ abitare lo Spirito Santo nei cuori di tutti i popoli, affinché siano preservati dalla corruzione, dalle calamità e dalla guerra. Che la Signora di tutti i popoli, che una volta era Maria, sia la nostra Avvocata. Amen”. Si tratta di una breve preghiera che però compendia il messaggio della Signora di tutti i popoli: Ella è qui come mediatrice, per intercedere presso Suo Figlio e ottenere il dono dello Spirito Santo per il mondo. Notiamo come sia una orazione di ampio respiro, dal sapore trinitario, poiché tutte le persone divine sono citate: il Figlio, il Padre e lo Spirito Santo. Si parla poi di tutti i popoli, alludendo all’umanità intera per la quale la Vergine è venuta nel mondo più e più volte, portando il messaggio del Figlio che già risuonava nel Vangelo, cioè l’invito alla conversione per evitare la morte, sia quella fisica legata al rischio dell’autodistruzione, sia quella dell’anima, cioè la dannazione eterna.

Nel messaggio successivo, il 28°, datato 4 marzo 1951, la Signora offre le indicazioni per far realizzare una immagine di sè che esprima bene il senso della sua venuta: «Imprimi bene questo nella tua memoria: mi trovo sul globo terrestre, dove poso saldamente i piedi. Vedi anche distintamente le mie mani, il mio viso, i miei capelli e il mio velo. Il resto è come nebbia. Guarda bene cosa sporge dai due lati all’altezza delle mie spalle e sopra il mio capo». A questo punto la veggente nota una croce. Riprende la Madonna: «Hai guardato attentamente? Ti ho mostrato il mio capo, le mie mani e i miei piedi come quelli di una persona. Bada bene: sono quelli del Figlio dell’Uomo. Il resto è lo Spirito. Devi far dipingere questa immagine e diffonderla insieme alla preghiera che ti ho dettato… Voglio essere la Signora di tutti i Popoli. Chiedo perciò che questa preghiera sia tradotta nelle lingue più correnti e recitata ogni giorno». Nel proseguo del messaggio la Madonna spiega quindi il significato della immagine, dicendo che il Figlio – cui alludono il capo, i piedi e le mani d’uomo – è venuto nel mondo per volontà del Padre, ma ora deve venire lo Spirito Santo – rappresentato dal corpo spiritualizzato – in tutto il mondo – su cui la Madonna poggia saldamente i piedi. La croce alle spalle della Vergine indica che è il Figlio che la manda e allude altresì alla via da percorrere per guadagnarsi la salvezza.

I messaggi seguenti ribadiscono il pericolo di corruzione della Chiesa: «Sa Roma quale nemico sta in agguato e striscia nel mondo come un serpente? E con ciò non mi riferisco soltanto al comunismo. Ci saranno ancora altri profeti, falsi profeti… Sto perciò davanti a mio Figlio quale Avvocata e portatrice di questo messaggio per il mondo moderno» (29° messaggio, 28 marzo 1951). Quindi, nel 30° messaggio, del 1 aprile 1951, la Madonna approfondisce il simbolismo dell’immagine: «Il mio corpo è come dello Spirito. Perché sto così? Perché sono stata assunta in Cielo, come il Figlio. Ora mi trovo in sacrificio davanti alla croce. In verità, ho sofferto con mio Figlio spiritualmente e soprattutto anche fisicamente. Questo sarà un dogma molto contestato». Ecco: si accenna esplicitamente a quello che sarà l’ultimo dogma mariano, ovvero quello di Maria Corredentrice, Mediatrice, Avvocata. Mentre gli ultimi due titoli paiono forse più facili da riferire alla Vergine – basti pensare alle innumerevoli apparizioni mariane della storia che testimoniano come Maria sia davvero mediatrice per eccellenza tra Gesù e gli uomini, e ancora al fatto che la devozione popolare ha da sempre considerato Maria come la più potente Avvocata, capace di intercedere qualunque grazia presso il Figlio – parlare di Maria come “corredentrice” non è scontato. Anche perché non è difficile essere presi dal timore di svalutare il Cristo in favore della Madre.Ma questo è un falso timore, direbbe il Montfort, poiché non si onora mai così profondamente il Figlio come quando si rende onore alla Madre, poiché dove c’è Uno c’è sempre anche l’Altra.

Nei messaggi successivi la Madonna indicherà proprio nel triplice titolo – Mediatrice, Corredentrice, Avvocata – l’essenza dell’ultimo dogma mariano, chiedendo alla Chiesa cattolica di non scoraggiarsi dinnanzi alle forti polemiche che la discussione intorno a tale dogma susciterà, poiché «la Chiesa, Roma, incontrerà opposizioni e le supererà», anzi addirittura «diventerà più forte nella misura in cui affronterà la disputa» (32 messaggio, 29 aprile 1951). Successivamente, Ida avrà una visione della Madonna di alto valore simbolico: dalle sue mani escono tre raggi – Grazia, Redenzione, Pace – che si irradiano su un immenso gregge di pecore – le genti di tutti i popoli che sono chiamati a conversione. Ancora, la Madonna non mancherà di spiegare il termine di “Corredentrice”, specificando che «dalla Signora il Redentore ricevette soltanto – e sottolineo la parola soltanto – la carne e il sangue, ossia il corpo. Egli ricevette la sua Divinità dal mio Signore e Maestro. In questo modo la Signora è divenuta Corredentrice» (34° messaggio, 2 luglio 1951). Vale a dire che la Vergine ha partecipato all’opera grandiosa della Redenzione offrendosi come mezzo per il dono di Gesù al mondo, nell’incarnazione. In più messaggi verrà ribadito che questo dogma mariano di cui la Vergine viene a chiedere la proclamazione – giocando d’anticipo, se così possiamo dire, rispetto a Lourdes dove invece la Vergine appare come “Immacolata Concezione” nel 1858, confermando così il dogma proclamato nel 1854 da Pio IX – è l’ultimo dogma mariano che deve essere proclamato per indicare in modo pieno e completo il ruolo di Maria nella storia della salvezza. É degno di rilievo che questo ruolo elevi Maria ben al di sopra di quello che è stato il suo ruolo storico – ricalcando in ciò quanto già disse il Montfort nel celebre “Trattato della vera devozione a Maria”, quando ribadì che Gesù era venuto al mondo per mezzo di Maria e per mezzo suo sarebbe anche tornato alla sua seconda venuta: questo viene indicato dalla Signora di tutti i popoli dicendo: «Sono stata chiamata Miriam o Maria. Ora voglio essere la Signora di tutti i popoli. Figlia, riferisci che il tempo stringe» (36° messaggio, 20 settembre 1951).

Numerosi sono pure i richiami all’unità dei cristiani, le esortazioni a superare le divisioniall’interno della Chiesa, l’invito a praticare il primo e più grande comandamento, ovvero quello dell’amore. La Signora insiste proprio su questo punto: viene come Signora di tutti i popoli per favore l’unità tra le genti – tra cristiani e non, tra cattolici e protestanti – nel nome del supremo imperativo all’amore. Ancora, torna a sottolineare l’importanza di pregare dinnanzi all’immagine che ha fatto vedere a Ida, in cui è raffigurata in piedi sul globo terrestre, con alle spalle la croce e il corpo spiritualizzato, promettendo «a tutti coloro che pregano davanti a questa immagine e invocano Maria, Signora di tutti i Popoli, di elargire grazie per l’anima e il corpo, nella misura che vorrà il Figlio» (33° messaggio, 31 maggio 1951). Non mancano gli appelli a far presto affinché sia proclamato il dogma di Maria Corredentrice, Mediatrice e Avvocata, la cui data è stabilita (32° messaggio, 29 aprile 1951), e alla cui proclamazione è legata la salvezza del mondo: «Quando sarà proclamato il dogma, l’ultimo della storia mariana, la Signora di tutti i Popoli darà al mondo la pace, la vera pace» (50° messaggio, 31 maggio 1954). Ma occorre fare presto, poiché «il tempo stringe… Tutti i popoli gemono sotto il giogo di Satana» (38° messaggio, 31 dicembre 1951), intendendo con ciò ribadire quanto anche la Regina della Pace ribadisce in merito al crescente scatenamento diabolico degli ultimi tempi. La Madonna torna quindi sul testo della preghiera, ribadendo la necessità di conservare l’espressione «che un tempo era Maria», espressione che inizialmente fu rimossa dalla preghiera a causa di una obiezione del vescovo. Ancora, si profetizzano grandi sconvolgimenti nel mondo e nella Chiesa, ma si ribadisce che tutto questo «il Signore Gesù Cristo lo permette. Il Suo tempo verrà. Vi sarà dapprima ancora un periodo di agitazione, umanesimo, paganesimo, ateisti e serpenti che per di più cercheranno di dominare questo mondo» (42° messaggio, 15 giugno 1952). Questo è un messaggio molto importante: da una parte si dice chiaramente che ci sarà il tempo della prova, della persecuzione, della sofferenza. Però si ribadisce che tutto accade sotto la Divina Permissione, ricordando che Cristo è il solo Signore della Storia e dell’Universo e dunque con Lui non c’è nulla da temere, benché si stia abbattendo sul mondo il flagello dell’umanesimo che coincide con l’ateismo: laddove l’uomo esalta se stesso, e si pone come nuovo dio al posto di Dio, l’esito non può che essere quello di una impostura anticristica che, negando la divinità di Gesù Figlio di Dio, afferma invece il nuovo idolo della Umanità, cadendo nella trappola del Serpente, cioè del demonio, la cui originaria ribellione si trova rinnovata nel mondo contemporaneo che rifiuta Dio.  E da questo rischio di corruzione il mondo non è così lontano, al punto che la Madonna dirà: «Il Nemico del Signore Nostro Gesù Cristo ha lavorato lentamente, ma con sicurezza. Le postazioni sono disposte. Il suo lavoro è quasi terminato. Popoli, state attenti! Lo spirito della falsità, della menzogna e dell’inganno trascinerà molti con sé». (44° messaggio, 8 dicembre 1952).

Giunge infine la richiesta di una Chiesa dedicata alla Signora di tutti i Popoli e destinata adaccogliere il quadro dipinto secondo le indicazioni della Madonna (44° e 45° messaggio, 8 dicembre 1952 e 20 marzo 1953). La Vergine pare voler accelerare le cose: «La nuova chiesa andrà però costruita il più presto possibile», e ancora: «Questo quadro dovrà andare in Olanda, ad Amsterdam, nel 1953» – in effetti verrà portato dalla Germania, dove era stato realizzato dall’artista Enrico Repke nel 1951, nella Chiesa di San Tommaso, in Amsterdam, nel 1954. Dopo le norme disciplinari che proibirono la venerazione e la devozione pubblica, l’immagine fu ritirata dalla cappella mariana dove era stata collocata, per finre in una biblioteca, poi in una cantina della canonica. Dopo alcuni anni di “pellegrinaggio”, tra il 1966 e il 1969, finalmente giungerà a casa di Ida, nel 1970, per essere collocato nella sua cappella nel 1976, in attesa di poter essere accolto dalla futura Chiesa della Signora di tutti i Popoli. In merito alla chiesa, Maria giunge addirittura a mostrare il luogo dove dovrà sorgere l’edificio sacro: è un prato sito presso il Wandelweg, vicino alla casa di Ida Peerdeman. E offre addirittura una visione a Ida affinchè si renda conto di come dovrà essere la nuova Chiesa (52° messaggio, 31 maggio 1956): edificata in pietra naturale di colore beige, avrà tre cupole – una grande, sormontata dalla croce, affiancata da due piccole – di color verde chiaro. L’interno della chiesa è a semicerchio, con il pavimento leggermente inclinato, tipo anfiteatro. Al centro, tre altari: quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Quello del Figlio è al centro, a ribadire la centralità del sacrificio eucaristico.  La Madonna ribadisce poi che ha scelto Amsterdam proprio peiché è la città del miracolo eucaristico. Si tratta di un miracolo risalente al 25 marzo 1345 (esattamente 600 anni prima dell’inizio delle apparizioni a Ida) allorchè un moribondo, fatta la Comunione, aveva rigettato l’ostia per le precarie condizioni fisiche. Ripulito il pavimento, la domestica gettò il tutto nel caminetto.Il giorno dopo, allorché accese il fuoco, vide l’ostia intatta librarsi sulle fiamme. L’ostia venne portata solennemente in processione presso la Chiesa di San Nicola, ripetendo poi solenni celebrazioni fino al 1578 quando la processione venne soppressa dalla amministrazione comunale riformata, per essere ripresa solo tre secoli dopo, nel 1881, ma in forma più discreta. Solo dal 2004 la processione eucaristica ha ripreso a svolgersi in pieno giorno per le strade di Amsterdam. Comunque, riferendosi a questo miracolo, la Madonna intese sottolienare la centralità dell’Eucaristia, invitando i fedeli più e più volte a ritornare a celebrare il supremo sacrificio eucaristico anche ogni giorno. Questo perché è sempre più necessario fortificarsi nella grazia divina per sostenere il combattimento spirituale quanto mai intenso ora che il diavolo si prepara all’assalto decisivo: «Le forze dell’inferno si scateneranno. Ma non riusciranno a sconfiggere la Signora di tutti i Popoli». (48° messaggio, 3 dicembre 1953).

Perché Satana non può nulla contro la Madonna? Perché Ella è l’Immacolata Concezione(49° messaggio, 4 aprile 1954), ovvero Colei che non è stata toccata in nulla dal peccato originale né da alcuna seduzione diabolica. E in virtù di questa sua condizione unica e privilegiata si comprende come Maria sia stata prescelta come Corredentrice. Quindi la Madonna non è venuta ad Amsterdam per annunciare alcunché di nuovo, ma semplicemente per ribadire quanto implicitamente contenuto nella figura e nella vita di Maria come ci viene mostrata dai Vangeli, che ispirano la sintesi dei grandi dogmi mariani: l’Immacolata Concezione, in quanto tale, è anche Assunta in Cielo, a conferma della sua vocazione a Corredentrice, Mediatrice e Avvocata per l’umanità presso il Figlio fino alla fine del mondo.  La Madonna offre ancora una visione molto significativa a Ida: si tratta del 50° messaggio, il 31 maggio 1954, che conclude la seconda sezione delle apparizioni.  La veggente si trova nella basilica di San Pietro: «Vedo riuniti molti cardinali e vescovi. Entra il Papa. Non lo conosco… Improvvisamente la Signora appare di nuovo ritta sul globo terrestre. Sorride e dice: “Figlia, ti ho mostrato qual è la volontà di Gesù Cristo. Questo giorno sarà il giorno dell’incoronazione di Sua Madre, la Signora di tutti i popoli, che una volta era Maria”». La Vergine ribadisce che tale proclamazione del nuovo dogma avverrà il 31 maggio – «Ho scelto questo giorno: sarà il giorno in cui la Signora sarà incoronata» – ma non dice l’anno. Senz’altro è da considerarsi superata l’ipotesi del 1953 (siamo già nel 1954) e così pure che si tratti di Pio XII (Ida afferma di non riconoscere il Papa…). É però un dogma di importanza capitale, dice la Madonna, poichè con la sua proclamazione la predizione «i popoli mi chiameranno beata» si adempirà ancor più di prima e finalmente sarà donata al mondo la vera pace.

Gli ultimi messaggi, annuali, portano con sé un forte richiamo alla necessità di convertirsi, per sottrarsi alle seduzioni si Satana che va ormai corrompendo il mondo, sia con peccati espliciti, sia con il falso profetismo (51° messaggio, 31 maggio 1955, ricevuto nella chiesa di san Tommaso, tra i fedeli). Il 31 maggio 1957 la veggente riceve il 53° messaggio, l’ultimo pubblico, tra i fedeli. La Madonna ribadisce le ragioni della sua venuta: «Per dodici anni ho potuto venire a mettervi in guardia… mediante l’intercessione della Signora di tutti i Popoli, sposa del Signora e regina del Re, è stato possibile salvare ancora una volta il mondo». É come se la Madonna si mostrasse ancora una volta in più Mediatrice e Avvocata: anche se non è stato proclamato il dogma come da Lei richiesto, né ancora si è edificata la Chiesa come da Lei indicato, Ella non ha fatto mancare le preghiere al Figlio Suo, in modo da salvare il mondo dall’autodistruzione.

Quindi Ida vive l’esperienza del Paradiso, sulla scia delle parole della Vergine: «Vale veramente la pena di lasciare il mondo… Voi tutti dovete pur venire in Cielo». Prosegue Ida: «La Signora pronunciò queste parole molto distintamente e con fermezza. Fu come se mi si togliesse un velo e mi vidi trasportata in uno stato particolare, celestiale, sopranaturale. Vidi qualcosa di straordinario, che non posso descrivere. Era come se il Cielo si fosse aperto, era così bello». E la Madonna sottolinea la visione con parole ricche di speranza: «Il Signore vi attende, vi aiuterà, vi ricondurrà…».

Animati dagli stessi sentimenti di speranza, desiderosi di sentirci rivolgere anche noi il saluto di Maria a Ida: «Ci rivedremo in Cielo!» (56° e ultimo messaggio, 31 maggio 1959), rivolgiamoci in preghiera alla Signora di Tutti i Popoli, chiedendo il dono della conversione. Lo facciamo seguendo la versione della preghiera che ha ricevuto l’imprimatur diocesano il 6 gennaio 2009, nella quale la dicitura “che una volta era Maria” è stata sostituita da “la Beata Vergine Maria”. In obbedienza alle indicazioni dell’autorità ecclesiastica competente, volentieri recitiamo dunque insieme la preghiera ufficialmente approvata:

Preghiera della Signora di tutti i popoli
Signore Gesù Cristo,
Figlio del Padre,
Manda ora il Tuo Spirito sulla terra.
Fa’ abitare lo Spirito Santo
Nei cuori di tutti i popoli,
Affinché siano preservati
Dalla corruzione, dalle calamità
E dalla guerra.
Che la Signora di tutti i popoli,
La Beata Vergine Maria,
Sia la nostra Avvocata.
Amen

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Il ‘dio’ del male

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Il ‘dio’ del male
Negando il soprannaturale, non si riconosce più l’Anticristo. Una presenza più che mai attuale.
“La menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. E’ quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore”(G. K. Chesterton, “San Tommaso d’Aquino”)
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Articoli interessanti

Il 'dio' del male dans Anticristo Francis-Bacon-Studio-dal-ritratto-di-Innocenzo-X-olio-su-tel
Francis Bacon, “Studio dal ritratto di Innocenzo X, olio su tela (1953)

A volte, scriveva John Henry Newman, “il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare” . Parlare di Anticristo potrebbe richiamare l’idea di qualcosa di vecchio, d’antico, di ineluttabilmente superato dalla storia che avanza. Poi, scorrendo il Catechismo, si legge che “prima della venuta di Cristo, la chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il mistero di iniquità sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Non si dice se sia reale. se sia una presenza fisica o una rappresentazione ideale dei male, del mistero d’iniquità. appunto. Ma è un mistero più che mai vivo. Da poco l`editore XY.IT ha mandato in stampa L’Anticristo, un saggio scritto cinquant’anni fa in tedesco da Reinhard Raffalt, giornalista, storico. musicologo. Erano gli anni della contestazione, della crisi della chiesa davanti alla modernità, del Papa Paolo VI che – oltraggiato dai suoi stessi vescovi dopo la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae - parlava di “fumo di Satana entrato da qualche fessura nel tempio di Dio”.

Chi è l’Anticristo?
Chi è l’Anticristo? “L’uomo ultimo, perfettissimo, capace di fare tutto correttamente nell’ambito dei limiti ben visibili dell’esperienza e della ragione umana”, risponde Raffalt. “Non si tratta dunque in alcun modo di un diavolo. Al contrario: l’Anticristo realizza alla lettera l’esortazione evangelica. Amerai il tuo prossimo come te stesso. E tuttavia nega contemporaneamente il presupposto dell’amore del prossimo che nel Vangelo appare nella proposizione che precede l’appena citata: Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Una persona reale, dunque.

E allora torna alla mente il monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui si deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani”, dice a Gesù tornato sulla terra il Grande Inquisitore. E’ calata la notte nello squallore della cella in cui il Messia era stato rinchiuso prima che la gente potesse riconoscerlo. Il vecchio ministro della chiesa, il capo della Santa Inquisizione, però ha subito capito che quello era davvero il figlio di Dio, a Siviglia, in pieno Sedicesimo secolo. Gli si avvicina, lo squadra per bene e lo accusa di essere tornato tra gli uomini a rovinare i suoi piani volti a creare un’armonica convivenza tra tutti i popoli.

Questo è giusto”, aggiunge: “Ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini, tu l’hai ancora accresciuta. Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male? Nulla – sentenzia l’Inquisitore – è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi princìpi, per acquietare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto tutto quello che c”è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se tu non li amassi per nulla. E chi ha mai fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la sua vita”. L’ideale evangelico è improponibile per lo sciagurato peccatore mondano, dice l’Inquisitore. “E se migliaia e decine di migliaia di esseri ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?”.

Eccola la tentazione, il rimprovero di Satana nel deserto, “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”: dimostra la tua potenza con le cose di quaggiù. in modo che tutti possano onorarti e osannarti come loro re. E’ un monologo quello dell’Inquisitore, l’Anticristo che si proponeva di correggere Cristo, che illustra il piano per edificare un regno di questo mondo ove tutti potessero essere felici, senza l’illusione portata da quel falegname di Nazaret morto in croce. Gesù lo ascolta, non dice nulla. Si permetterà solo un gesto, alla fine: un bacio, come quello che lui, secoli e secoli prima aveva ricevuto da Giuda.

Com’è distante questo vegliardo dall’idea teorizzata da Origene, secondo cui l’Anticristo non aveva alcun tratto reale, bensì era poco di più che un simbolo di tutto ciò che nega la verità. No, l’Anticristo dostoevskijano è un uomo vivo, un essere razionale. Il male travestito da bene.

Il superuomo richiamato anche da Nietzsche, l’onnisciente e onnipotente “uomo del futuro narrato” da Solov’ev: “Il Cristo è stato il riformatore dell”umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario”. Ecco il richiamo all’Inquisitore, il propiziatore della felicità terrena, che distribuisce pane vero che si può vedere e toccare, altro che il pane celeste. L’Anticristo è sempre uguale, si presenta bene: “ll nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale”, scrive Solov’ev.

Offre tutto a tutti: “Popoli della terra! Vi do la mia pace! Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme”. Convoca un concilio a Gerusalemme per l’unione di tutti i culti, ripete le promesse, assicura che nulla potrà più turbare l’armonia decisa da lui, il superuomo. Chiede a vescovi e padri, teologi e laici illuminati di salire sul palco con lui. In cambio d”ogni concessione chiede una cosa soltanto, “che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore e unico protettore”. La folla si sposta, sale, urla di gioia pronta a riverire l’imperatore. Pochi restano giù, il superuomo li guarda, tentenna e dice: “Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare. Che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. La risposta che dà lo starets Giovanni gli fa perdere ogni ritegno, cade l’abito bello con cui aveva nascosto la sua vera natura: “Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. E’ una risposta che sconcerta l’imperatore: Cristo stesso è ciò di cui l’uomo ha più caro. Non il pane bianco o i dogmi. Neppure i valori. No, solo Cristo. Cioè l’unica cosa che lui, l’Anticristo, non poteva dare. Una risposta che gli fa capire quanto la sua potenza mondana non sia nulla davanti all’infinito.

I suoi regni, i suoi troni, le sue marce trionfali “dell’Umanità unita” non valgono niente, sono polvere, proprio come le città che Satana nel deserto aveva mostrato a Gesù. Miraggi vani. Ora si comprendo quel silenzio opposto da Cristo al lungo monologo dell’Inquisitore, interrotto solo da un bacio finale.

Sono piani diversi, l”Anticristo – pur dandosi da fare – anche con la sua “ardente dedizione al bene comune”, non può fare nulla dinanzi a Cristo perché è quest’ultimo, come scriveva san Paolo, “la consistenza di tutte le cose. Tutto consiste in lui”. Senza di lui, nessuna opera bella o insieme di regole dotte e meditate può avere senso

ll mondo ideale dell’imperatore è lo stesso del Grande inquisitore di Dostoevskij ed è lo stesso del Padrone del mondo profeticamente narrato da Robert Hugh Benson all’inizio del Novecento. Un mondo in cui a Cristo si sostituisce un generico umanitarismo, dove la differenza tra le religioni è annullata, dove la tolleranza universale diviene il mantra predicato ovunque. Julian Felsenburgh è l’Anticristo di Benson, che vedrà proprio nella chiesa cattolica l’ltimo argine alla vittoria di questo filantropo, che come in Solov’ev ha i tratti del carismatico uomo politico cultore della pace mondiale. Una chiesa che però viene annientata, vinta dalle idee del progresso che Benson descrive già con incredibile lucidità: dall’eutanasia legalizzata alla crisi del sacerdozio, fino al punto da immaginare le due “strade simili a circuiti di gara, ognuna larga almeno quattrocento metri, immerse sei metri sottoterra”.

Il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio”; un mondo in cui l’uomo sente di aver raggiunto l’agognata perfezione e per questo può fare a meno di Dio. Vivendo proprio “come se Dio non esistesse”, scriveva al principio del millennio Giovanni Paolo II, la cui fotografia della realtà sembra una pagina tratta dal Padrone del mondo: “Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un”antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non e l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l`uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Karol Wojtyla la chiamava “apostasia silenziosa”, quasi fosse un’assuefazione, lenta ma progressiva e destinata a emergere con tutta la sua forza.

Benson descrive questo mondo, con tutti, dai ministri ai preti che si innamorano di Felsenburgh, che in lui ripongono false speranze. La fede è ormai già persa, non se ne discute neppure. Quel che è più grave e che s’è smarrita la capacità di riconoscere l’Anticristo perché si è scelto di negare il soprannaturale.

Si prenda Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ambientato nell’ateismo di stato sovietico. All’inizio del romanzo, su una panchina presso gli stagni Patriarsie, due letterati, Berlioz e Bezdomnyj discutono di Gesù Cristo. “Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta”, scrive Bulgakov: “Il suo era un Gesù del tutto vivo, un Gesù che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesù  fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che la cosa principale non era chi fosse Gesù, se fosse buono o cattivo, ma che questo Gesù storicamente non era mai esistito sulla terra e che tutti i racconti che si facevano su di lui erano semplici invenzioni, che si trattava di un normalissimo mito”. Sarà il diavolo in persona, sotto le mentite spoglie d’un cortese gentiluomo straniero poliglotta, a smentirli: “Tengano presente che Gesù è esistito”.

Il mondo ateo che nega Cristo e che per questo perseguita la chiesa ricorre un po’ ovunque nella letteratura moderna sull’Anticristo. Scorrendo le pagine di Solov’ev e di Benson sorge quasi spontanea la domanda su cosa si debba fare, nella disperazione ovvia e naturale che si prova dinanzi all’edificio che crolla. In cosa sperare, quali riferimenti fissare mentre l’apostasia e l’assuefazione diventano ordinarie. Scriveva Newman nel Biglietto Speech che lesse appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia, nel 1879, che “la chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza da Dio”.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2017

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II
Comunque la pensiate sulle apparizioni di Medjugorje, vale la pena leggere questo capitolo, in cui Mirjana racconta il suo emozionante incontro con Giovanni Paolo II, un papa che aveva attraversato il secolo dei sanguinosi totalitarismi. Il papa che aveva iniziato il suo pontificato con le indimenticabili parole: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Il papa che aveva nel suo stemma le parole “Totus tuus”, rivolte a Maria, di cui era un ferventissimo devoto! Il papa che aveva detto che «l’umanità è a un bivio: può fare della terra un giardino, o un cumulo di rovine». Oggi queste parole appaiono ancor più profetiche. Ma veniamo al racconto.
di Claudio Forti – Trascrizione del capitolo 20 del libro Il mio cuore trionferà, autobiografia di Mirjana Soldo, edito dalla Dominus Production di Firenze, e uscito recentemente

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II dans Apparizioni mariane e santuari Il_mio_cuore_trionfer

Forse si pensa che un veggente che vede la Madonna non resti mai colpito da altre persone, ma non è così. Nel 1987, infatti, ebbi un incontro destinato a lasciarmi un effetto duraturo: conobbi un santo vivente. In quel periodo mi trovavo a Roma, essendo stata invitata da un sacerdote italiano. L’Italia di per sé è una meraviglia. Ero affascinata dalla sua storia. Riuscivo facilmente a immaginare i gladiatori intenti ad allenarsi nel Colosseo, e imperatori che tenevano i loro discorsi nel Foro romano. Ma mi incantarono ancor più gli innumerevoli luoghi sacri presenti nella città eterna. La visita nelle antiche catacombe mi fece capire quanta resistenza e coraggio avevano i primi seguaci della mia religione.
Osservando la Cappella Sistina e gli alti soffitti della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi resi conto delle incredibili imprese compiute da tanti uomini di fede.
Pregando presso le tombe dei martiri e dei santi, e semplicemente sostando ai luoghi in cui così tanti prima di me erano vissuti e morti, mi venivano in mente i costanti avvertimenti della Madonna sulla brevità della vita su questa terra.

Il fatto di essere una pellegrina in terra straniera mi diede la possibilità di acquisire una prospettiva nuova sull’esperienza dei pellegrini che venivano a Medugorje. E proprio mentre pensavo che quel mio viaggio non potesse essere migliore, il 20 di luglio mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati che erano andati in visita a Giovanni Paolo II.
Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi del sole. Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza papale che si sarebbe tenuta in Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini. Quando il papa comparve, la folla era in delirio.
Il pontefice camminò tra la gente benedicendo. Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che mi rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza, per aver ricevuto per la prima volta la benedizione da un papa.
Mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Medugorje!”. Al che il papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione. Io ero raggelata. I suoi occhi, di colore azzurro intenso, sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione. Quando si allontanò mi volsi verso il sacerdote italiano e, scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata.

Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo ancora stordita da tutta l’esperienza, rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo. Ero così eccitata che non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro?
Cosa avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: “Domani incontrerò il papa”. E andai avanti così per tutta la notte.

Mirjana_e_Giovanni_Paolo_II dans Libri

Il giorno seguente andai a Castel Gandolfo poco prima delle 8, l’ora stabilita per l’incontro. Quel paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi. Il palazzo papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e da uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro, simile agli occhi di Giovanni Paolo II.
Un uomo in divisa mi scortò fino alla fine del palazzo. Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un santo, un vero figlio della Beata Vergine Maria. Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna. Una tenerezza che solo la Madre celeste poteva trasmettere. E questo aspetto in Giovanni Paolo II era più forte che in qualsiasi altro.

Il papa mi fece sedere con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me. E adesso eccomi là, davanti a lui. Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa, anche per esprimere una sola frase. Il Santo padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Gin dobre”, (Buon giorno in polacco. Ndt). Non riuscii a capirlo.
Forse ero troppo emozionata e le mie orecchie mi stavano ingannando. O forse il mio cervello era andato in tilt. Ero mortificata. Avevo avuto l’occasione unica di incontrare il papa, ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato, ma non riuscivo a decifrarle. Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave, come il croato e il polacco, hanno in comune molte parole, quindi il papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri. Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi.

«Santo padre, possiamo parlare in italiano?», chiesi. Sorrise e annuì: «Si, bene Mirjana, bene!». Parlammo di molte cose. Alcune posso rivelarle, altre no. E presto mi sentii completamente a mio agio alla sua presenza. Mi parlò con un affetto tale, che sarei rimasta lì con lui per ore a conversare. «Per favore, chiedi ai pellegrini di Medjugorje di pregare per le mie intenzioni!», disse. «Certo Santità!», lo rassicurai. «So tutto di Medjugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio. Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna!», il papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente col capo. «E quando scompare – conclusi – provo tanto dolore in quel
momento. L’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo».
Si chinò verso di me e disse: «Abbi cura di Medjugorje, Mirjana! Medjugorje è la speranza per il mondo intero».
Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni, e alla grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto della sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominava Medjugorje. Per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetersi per gli stranieri.

«Santo Padre – dissi -: vorrei che lei vedesse tutta la gente che viene da noi, e prega». Il papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso, e disse: «Se non fossi papa sarei già andato da molto a Medjugorje», disse.
Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna. Anche guardare nei suoi occhi, era come guardare in quelli di Maria.

In seguito un sacerdote mi confidò che il papa era interessato a Medjugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che iniziassero le apparizioni, Giovanni Paolo II aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.
«Non posso farcela da solo, Madre – pregava -: in Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri paesi comunisti, la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto, Madre cara”!». (E quanto è vero anche oggi, non solo nei paesi comunisti, ma nelle terre islamiche, ma anche in paesi cristiani. Ndt).

Secondo quel sacerdote, il papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un paese comunista, pensò immediatamente che Medjugorje fosse stata la risposta alle sue preghiere. La Dominus Production è una benemerita casa fiorentina che provvede al doppiaggio di film che, avendo un contenuto cattolico, non sono diffusi in italiano dai grandi media. Per questo ha provveduto alla doppiatura di
fil, come Cristiada, di cui ha fatto tradurre anche il libro; God’s not dead, Il missionario, e ora anche il libro “Il mio Cuore trionferà”, eccetera. Ndt). La si trova a questo link: http://www.dominusproduction.com/

Tratto da: Radio Maria

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Nostra Signora di Einsiedeln

Posté par atempodiblog le 26 août 2017

Nostra Signora di Einsiedeln
Tratto da: josemariaescriva.info

Nostra Signora di Einsiedeln dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Il santuario di Einsiedeln si trova nel Cantone di Schwyz, il cui nome ispira quello dell’intera Confederazione Elvetica. Dista circa 40 minuti d’auto da Zurigo. Ha origini antiche, parte della sua storia è giunta fino ai nostri giorni con una carta di Papa Leone VIII dell’anno 948: “Nostro Signore Gesù Cristo ha eretto e consacrato un trono di grazia a Sua Santissima Madre, nel monastero del bosco. Così, Nostro Signore ci ha fatto capire il suo desiderio di onorare questo angolo con la stessa dignità dei Luoghi Santi in cui Egli abitò con sua Santissima Madre. Ci ha fatto capire, di conseguenza, che un pellegrinaggio al Santuario del bosco ombroso, ha tanto valore come quelli che si fanno in Terra Santa. In Suo nome, io oggi annuncio qui un’ indulgenza plenaria per tutti i debiti dovuti ai peccati dei pellegrini”.

Non si hanno dati precisi su quando fu innalzata al trono l’immagine della Vergine nella piccola cappella. La prima fu distrutta da un incendio e immediatamente sostituita da quella che si venera attualmente.

Il santuario divenne presto il centro di attrazione della pietà della Confederazione Elvetica, soprattutto in tempi difficili. San Nicola di Flüe -Bruder Klaus-, patrono della Svizzera, vi si recò spesso dalla solitudine della sua cella a Ranft, per visitare la sua Imperatrice Celeste, come lui la chiamava.

Ugualmente si diffuse anche la consuetudine di renderlo punto di partenza per molti pellegrinaggi in Terra Santa, e anche punto di ritorno per ringraziare la Signora delle grazie ottenute e della protezione durante il viaggio.

Nel 1617 si recuperò la cappella di marmo, conservando, nonostante tutto, la stessa struttura originaria. Si costruirono inoltre un’imponente chiesa barocca e il monastero. Il gioiello più prezioso di tutta quell’opera d’arte è la Gnadenkapelle, la cappella dove si venera la piccola statua di legno nero di Nostra Signora di Einsiedeln. Il 3 maggio 1735, ebbe luogo la Consacrazione della Basilica. Il monastero fu terminato nel 1770.

San Josemaría davanti alla Vergine nera
Nelle sue scorribande per l’Europa San Josemaría si fermò a Einsiedeln molto spesso. Appena si stagliavano le torri del Santuario, dalla macchina recitava già una Salve. Come ricordava Mons. Álvaro del Portillo, che lo accompagnò in quelle visite, “andava solamente a pregare la Santissima Vergine. Era solito trascorrere la notte a Lucerna, e da lì si recava a Einsiedeln, dove ha celebrato la Santa Messa molte volte. In altre occasioni si recava solo per pregare un momento; prima – come sempre – davanti al Santissimo Sacramento; poi andava in quella cappellina dove si venera l’immagine della Vergine. Non so che cosa Le dicesse, ma sono sicuro che era una preghiera molto gradita alla Santissima Vergine, perché procedeva da un figlio buono che amava pazzamente sua Madre. Le esponeva anche le sue intenzioni, perché –lo ripeteva soprattutto nell’ultimo periodo – gli piaceva chiedere tutto quello di cui aveva bisogno ” (Mons. Álvaro del Portillo. Note prese in una riunione familiare, 19-05-1977).

Era solito trattenersi nel famoso caffè delle tre vecchiette, situato nella strada principale del paese. Nella vetrina, un meccanismo di orologeria rappresenta tre anziane, sedute attorno ad un tavolo, che conversano animatamente con armonici movimenti del capo. La proprietaria del locale rimase colpita dalla figura del fondatore dell’Opus Dei. Le era molto simpatico e, dopo la sua salita al Cielo, ebbe per lui una grande devozione.

Uno dei soggiorni di San Josemaría a Einsiedeln ebbe luogo durante nell’estate del 1968. Si trovava nella località di Sant’Ambrogio Olona, al nord d’Italia. Il viaggio durò trentadue ore, comprese l’andata, la sosta e il ritorno. Al rientro, stanco, commentava che il lungo viaggio era valso la pena per vedere la Vergine.

Nel 1969 San Josemaría tornò di nuovo a pregare davanti alla Vergine, chiedendo grazie per la Chiesa e per il Santo Padre, e mettendo nelle mani di Maria tutto quello che portava nel cuore.

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Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica

Posté par atempodiblog le 25 août 2017

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica
di Don Mario Morra SDB – Don Bosco Land

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Nel cuore della Svizzera, a 910 metri di altezza, sorge, in un pianoro soleggiato, la città di Einsiedeln (eremo) nel cantone di Schwyz. Einsiedeln è il cuore della Svizzera cattolica e deve tutta la sua rinomanza al Santuario della Madonna degli Eremiti ed al Monastero annesso, il quale risale all’eremita Meinrado, oriundo della Svevia meridionale.

San Meinrado
Gli anni della sua fanciullezza coincidono con gli ultimi anni di vita di Carlo Magno. Fattosi monaco e sacerdote nel monastero di Reichenau, sul Lago di Costanza, per diversi anni regge una scuola presso Benken, sulle rive del lago di Zurigo. Verso l’828 inizia una vita da eremita sul colle di Etzel, dove una cappella lo ricorda ancora. Nell’835 si inoltra nella Foresta Oscura e lì, dove ora sorge il Santuario, consacra e rende feconda quella terra con la sua vita santa e le sue opere. Il 21 gennaio dell’861, dopo una vita di digiuni e di privazioni, è ucciso da due malviventi.
La leggenda racconta che due corvi, che vivevano con lui, si lanciano all’inseguimento dei due assassini ed avvertono con il loro gracchiare la popolazione che li arresta. Per questo sullo stemma del secolo XIII di Einsiedeln sono raffigurati due corvi.
Il corpo di San Meinrado è trasportato e sepolto nel monastero di Reichenau, ma il suo spirito rimane nel bosco dove è vissuto; il luogo della sua vita e la sua cella solitaria rimangono nel cuore e nella devozione della gente del posto.

Il primo Monastero
Su quella terra santificata dal sangue di San Meinrado vengono ben presto a vivere due canonici di Strasburgo, Benno ed Eberhard, i quali raccolgono una prima comunità di eremiti e costruiscono un primo convento benedettino che, con il tempo si sviluppa e diventa una grande Abbazia che invia i suoi monaci a predicare il Vangelo in tutta la Svizzera, fin nella lontana Ungheria.
Cuore del monastero è la Cappella costruita sulla cella di San Meinrado, nella quale si venera la statua della Vergine, ormai annerita dal fumo delle candele, donatagli dalla badessa Ildegarda di Zurigo. Davanti a questa statua San Meinrado passava i giorni e le notti in preghiera ed in meditazione.
Nel 948, il giorno della consacrazione della grande Basilica, viene consacrata anche la piccola Cappella dedicata al SS. Redentore. Siccome però questa Cappella da sempre si chiama “Cappella della Madonna”, nasce la tradizione della “Consacrazione angelica”: è Gesù stesso, assistito dagli Angeli, a consacrarla. Quando San Corrado, vescovo di Costanza, sta per pronunciare le parole della consacrazione, è interrotto da una voce che per tre volte risuona sotto le arcate della Basilica: “Fermati, fratello; Dio stesso ha già consacrato questo edificio”.
Così la Cappella dedicata al Redentore diventa Cappella consacrata dal Redentore e dedicata alla Madonna. Una bolla del Papa conferma il miracolo, e dichiara: “Assolti da ogni colpa e da ogni pena” tutti quelli che visiteranno quel luogo “dopo aver fatto una santa confessione ed aver concepito un salutare pentimento dei propri peccati”.
Il ricordo di questo prodigio è giunto fino a noi attraverso i secoli e si rinnova ogni anno il 14 settembre, con una festa particolarmente solenne, quando la data cade di domenica.

Madonna_nera_di_Einsiedeln dans Viaggi & Vacanze

La Madonna degli Eremiti
La più antica statua della Madonna di Einsiedeln purtroppo non è giunta fino a noi, perché è stata distrutta da un incendio scoppiato nel 1465 proprio nella Cappella della Madonna.
La statua che si venera oggi risale al 1466 e proviene probabilmente dai dintorni del lago di Costanza. È una statua di stile tardo gotico, di nobile fattura, alta 119 cm di legno di tiglio, color rosso fragola e oro. La carnagione della Madonna dapprima era color naturale, ma il fumo delle candele e delle lampade a olio l’ha annerita. Avendo poi subìto altri danneggiamenti durante la Rivoluzione francese, è stata in seguito dipinta di nero. Dalla fine del 1500 poi la si usa vestire con la veste del colore corrispondente al tempo liturgico.

Giovanni Paolo II e la Madonna di Einsiedeln
Il Papa, prima della preghiera dell’Angelus di domenica 29 gennaio 1989, invita i fedeli a recarsi spiritualmente pellegrini alla Madonna degli Eremiti di Einsiedeln, con queste parole: «Cari fratelli e sorelle.

1. Oggi vi invito ad unirvi a me nel rivolgere il nostro sguardo a una immagine della Madre di Dio, che costituisce come il cuore di uno dei più antichi santuari transalpini: l’immagine della “Madonna nera” di Einsiedeln, in Svizzera.
Ricordo con gioia e gratitudine la visita che vi feci nel giugno del 1984, in occasione del viaggio pastorale che mi condusse tra i cattolici svizzeri. Mi sentii allora pellegrino con l’immensa folla di coloro che, giornalmente, attraversato il piazzale del monastero, salgono la scalinata che porta alla chiesa abbaziale per raggiungere la “Cappella delle Grazie”, all’interno di quello splendido tempio barocco.

2. I documenti storici attestano che, a partire dal 1314, fedeli provenienti da tutta la Svizzera e dalle terre vicine, come la Germania e l’Austria, continuano a recarsi in quel luogo benedetto per onorare Maria, per ricorrere a Lei, la Madre di Gesù e madre nostra, in cerca di aiuto e di conforto nelle loro necessità, e per affidare alla sua materna intercessione le loro intime aspirazioni.
È probabile però che la Madonna fosse venerata in quel luogo già prima dell’anno 1314. La “Cappella delle Grazie”, infatti, sorge sul luogo, storicamente sicuro, dove l’eremita benedettino Meinrad (morto nell’anno 861), con l’esempio della sua vita, coronata da una santa morte, aveva acceso e alimentato la luce della fede nella popolazione dei dintorni. Dal suo eremo, detto in tedesco “Einsiedelei”, deriva il nome attuale del luogo: “Einsiedeln”. Quivi, nacque, nell’anno 934, un’abbazia benedettina, ove tuttora i figli di san Benedetto, con la loro costante preghiera e con la loro vita esemplare, mantengono viva la fede attraverso i secoli e la trasmettono intatta alle generazioni future. In tal modo, in quel luogo di preghiera già consacrato al divin Redentore, Maria, sua madre, ha posto la sua sede permanente in mezzo al popolo elvetico ricevendone particolare venerazione sotto il titolo di “Madonna Nera”.

3. Nell’inviare un particolare saluto alla comunità claustrale di Einsiedeln ed agli abitanti del luogo, desidero affidarli, insieme con tutto il popolo svizzero, alla “Madre delle Grazie” di Einsiedeln.

Alla Vergine santa ripeto la preghiera che le rivolsi in occasione della mia visita al santuario: “Madre di Dio e Madre degli uomini, raccomandaci a tuo Figlio, mettici di fronte a tuo Figlio! Egli è il nostro intermediario e il nostro intercessore presso il Padre. Noi ti preghiamo, Madre del nostro Salvatore, intercedi per noi presso tuo Figlio nello splendore dei cieli: affinché la Chiesa che è in Svizzera si confermi nella fede in Cristo…, affinché tutti i popoli e tutti gli uomini possano vivere in libertà e pace…, affinché il regno di Dio e la sua giustizia vengano a noi”».

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Sant’Anna nell’arte

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2017

Sant’Anna nell’arte
Leonardo e la riflessione sull’origine
di Rodolfo Papa – Zenit (7 aprile 2014)

Sant’Anna nell’arte dans Articoli di Giornali e News Leonardo_da_Vinci_Sant_Anna_Mus_e_du_Louvre

La scorsa settimana ho avuto occasione di tornare a riflettere sulla figura di Sant’Anna nell’arte, perché sono stato invitato al Castello Ventimiglia di Castelbuono, in Sicilia, incastonato nelle Madonie, a tenere una conferenza su questo tema. Infatti, nel castello si conservano le preziose reliquie di sannt’Anna, giunte li nel XIV secolo. La cappella palatina del castello Ventimiglia, fu in seguito decorata dai Serpotta, unico caso tra le loro opere, in cui viene usato il fondo a foglia d’oro a piena parete, che in seguito la bottega abbandonerà per una scelta di purezza cromatica legata ai toni di bianco, così come li conosciamo nella più famosa cappella palermitana dell’Oratorio di San Lorenzo. In questa occasione analizzando tutta l’iconografia maturata tra l’VIII-IX secolo e il XV, ancora una volta ho potuto “meravigliarmi” della peculiare capacità di Leonardo nell’affrontare, in modo antico e nuovo,  questo tema. Leonardo, infatti, è come tutti i grandi artisti all’interno del “sistema d’arte cristiano” è capace di elaborare un segno pregno di significati uniti e desunti dalla tradizione, ma nel contempo totalmente innovativo, tanto da influenzare iconograficamente grandi artisti dei secoli successivi, come Caravaggio.

Nella produzione pittorica di Leonardo constatiamo una particolare sensibilità nell’affrontare il mistero dell’Incarnazione. In opere quali  l’Annunciazione o la Vergine delle Rocce, Leonardo riesce, infatti, ad interpretare l’iconografia tradizionale, producendo composizioni originali, in cui l’umanità e la divinità di Cristo vengono mostrate mediante il linguaggio proprio della pittura, con sublime poesia e profondità teologica.

Questa peculiare cifra spirituale appare espressa in modo eccellente nel cartone di Burlington House, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino ora alla National Gallery di Londra e nell’olio su tavola Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino, conservato al Louvre di Parigi. Le due opere sono simili per tema e trattazione, ma presentano alcune differenze compositive. Nella tavola conservata a Parigi, la Vergine siede sulle ginocchia di sua madre sant’Anna, ed è abbassata in avanti, cosicché Anna si impone come la figura più alta; Maria ha le braccia protese verso Gesù Bambino, che sembra voler salire per gioco su un agnellino, voltandosi verso la Madre. Il gruppo si staglia su uno sperone di roccia, su una zolla di terra, geologicamente connotata. Nel cartone conservato a Londra, i volti delle due donne sono invece vicini e Maria ha in braccio Gesù Bambino, proteso verso San Giovannino.

Vasari nelle sue Vite descrive un cartone che è forse una prima versione perduta, e che sembra essere la sintesi delle due opere che possediamo, in quanto vi sarebbero presenti sant’Anna, Maria, Gesù Bambino, san Giovannino e un “pecorino”; soprattutto Vasari fin dalla prima edizione delle Vite sottolinea l’ammirazione provata da tutti verso tale mirabile opera, in cui vengono magnificamente rappresentati i sentimenti dei santi protagonisti, in particolare di Maria: «Fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch’ella fu, nella stanza durarono dui giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giouani et i vecchi come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello può con semplicità e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umiltà che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d’una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo».

Si tratta realmente di una composizione pittorica estremamente significativa. Infatti, l’intreccio delle figure, fisicamente legate, risulta immagine della genealogia umana di Gesù, che è veramente figlio di Maria, che è veramente figlia di Anna. Questa genealogia umana poggia sulla terra: la descrizione pittorica della terra naturale su cui si ergono le figure sottolinea la reale umanità di Gesù.

Nel dipinto la testa di sant’Anna sovrasta Maria, e la sua figura, dalla testa fino al piede sinistro, costituisce l’asse centrale dell’intera composizione. Con questa costruzione, Leonardo si colloca in maniera originale nella tradizione iconografica tre-quattrocentesca che rappresenta Sant’Anna come progenitrice; per esempio nei  dipinti di Lorenzo da Sanseverino, di Masolino, di Masaccio, di Beccafumi e di Memling, Anna sovrasta Maria in una posizione e in una dimensione più alta, in quanto madre e in quanto anziana. Ma pur essendo più anziana e in qualche modo dominante, sant’Anna viene sempre rappresentata come colei che contempla la figlia Maria, con amore di madre e fede di santa. Nel dipinto di Leonardo, sant’Anna ha lo sguardo abbassato verso Maria, la quale guarda negli occhi Gesù. In questo modo appare veramente espresso quanto poeticamente scritto da Dante nel XXXII canto del Paradiso nella Divina Commedia: «Di contr’a Pietro vedi seder Anna / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna». Il volto di sant’Anna dipinto da Leonardo esprime una grande gioia: ella gioisce della propria discendenza, vedendo nella propria storia l’attuarsi della storia della salvezza.

Alle spalle delle donne, nel dipinto leonardiano c’è un paesaggio di monti che si perdono all’orizzonte. Spesso Leonardo associa i significati simbolici e spirituali della montagna e della caverna alla figura di Maria, madre di Gesù Cristo.

Proseguendo il cammino già avviato con la più giovanile tavola dell’Annunciazione, Leonardo sembra fare propri i simboli iconografici della tradizione pittorica, rivivendoli in modo originale, secondo le proprie esperienze conoscitive e contemplative.

Nella Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino il tema non facile, in quanto non narrativo e privo di una fonte diretta nelle Sacre Scritture, viene trattato con estrema ampiezza, in quanto appare collocato in una dimensione cosmica, universale. Il paesaggio che avvolge le figure traccia un ordine complesso ma unitario: dall’orizzonte tra cielo e montagne fino alle profondità della terra. Al centro, il gruppo delle sante persone appare quasi emergente dalla terra e svettante verso il cielo, nella luce che emana dal sorriso di Maria, a sua volta resa luminosa dallo sguardo di Gesù.

La poesia con cui Leonardo tratteggia il volto di Maria, nel suo relazionarsi alla madre e al Figlio, trova analogia nel sonetto 366 delle Rime di Petrarca, dedicato a Maria: «Tre dolci e cari nomi ha in te raccolti, madre, figliuola e sposa».

Sicuramente, la soluzione di Leonardo è all’origine della composizione proposta da Caravaggio nella Madonna dei Palafrenieri, opera anch’essa capace di esprimere con il linguaggio della pittura profondi significati teologici; Caravaggio aggiunge anche il segno del serpente, che viene  schiacciato da Maria per mezzo di Gesù ed inoltre sostituisce il paesaggio con una porta, a sottolineare in modo diverso il mistero dell’Incarnazione.

Di fronte alla tavola ed anche al cartone dedicati da Leonardo alla Vergine con sant’Anna e il Bambino, si nota una particolare abilità poetica nella rappresentazione del volto di Maria. Sembra che l’artista abbia prestato una particolare delicatezza ed attenzione nel tratteggiare una donna bellissima, di evidente virtù e di immensa vitalità: come animata dall’amore. Il volto di Maria esprime infatti una cura infinita per il piccolo Gesù, e i suoi gesti annunciano i sentimenti della sua anima: il suo essere completamente protesa verso di lui, in un gesto insieme di cura e di sequela.

Leonardo ha dedicato molte opere pittoriche a Maria; le più famose sono senz’altro l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle Rocce e la Vergine con sant’Anna.  L’insieme di queste opere mostra un profondo impegno di Leonardo su questo versante. Una profonda mariologia è prodotta da una corretta cristologia: e questo è quello che notiamo in Leonardo, dove la lode a Maria sembra sempre essere profondamente inscritta nella sua relazione al mistero della Trinità e del Verbo Incarnato. Maria è, infatti, la terra che accoglie lo Spirito del Signore, Maria è la caverna in cui fiorisce il Nazareo, Maria è la montagna che conduce alla contemplazione di Dio. Nel volto di Maria appare dipinta la sintesi di cielo e terra, perché è madre di Gesù Cristo. Lo sguardo di Maria fissato negli occhi di Gesù, nella tela che stiamo analizzando, è un segno preciso e intenso della relazione umana e divina tra Maria ed il Verbo Incarnato.

Sembra che Leonardo, per la capacità di mostrare la vera bellezza di Maria,  sia animato da una ispirazione simile a quella espressa da Dante, all’inizio dell’ultimo canto della Divina Commedia: «Vergine madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

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Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni

Posté par atempodiblog le 21 avril 2017

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni
Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, i sacerdoti hanno proposto catechesi, ritiri, adorazione eucaristica, Via Crucis, opere di carità. Il rinnovamento per sé, la famiglia, la parrocchia, la società.
di AsiaNews

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni dans Fede, morale e teologia Fedeli

Due giorni interi, dalla mattina alla sera tardi, per confessare centinaia di fedeli. Nella diocesi del sacerdote che scrive ad AsiaNews – che non citiamo per questioni di sicurezza – almeno il 95% dei fedeli si è accostata al sacramento della riconciliazione. Questo è il primo passo per il rinnovamento di sè, delle proprie famiglie, della Chiesa e della società. La testimonianza del cammino quaresimale e pasquale da parte di un sacerdote sotterraneo.

La Quaresima è un nuovo inizio, ma il suo scopo specifico è un cammino che porta a Pasqua, a Cristo che ha sconfitto la morte. Noi siamo chiamati alla conversione e alla penitenza.

Dio chiede ai cristiani di andare da Lui con tutto il cuore (Gioele 2,12), rifiutare la mediocrità, promuovere l’amicizia con il Signore. Questi sono alcuni passaggi del Messaggio che Papa Francesco ci ha inviato in occiasione di questa Quaresima 2017.

Le parole del Papa ci ispirano nel vivere la penitenza e la conversione e a partecipare al mistero della Pasqua.

Noi viviamo il rinnovamento delle famiglie e delle parrocchie della nostra diocesi attraverso una serie di attività pastorali proposte durante la Quaresima fino a Pasqua. Tempo fa, ho aiutato a celebrare il sacramento della riconciliazione in due parrocchie, insieme al parroco. Almeno il 95% dei fedeli hanno ricevuto il sacramento per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Per una giornata intera, per otto ore, ho ascoltato confessioni insieme a un altro sacerdote. Ma non avendo finito, dato che vi erano molti fedeli in attesa, abbiamo continuato a confessare anche per il giorno successivo.

Durante questo periodo, alcuni sacerdoti hanno offerto speciali lezioni di catechesi, predicato ritiri annuali, proposto adorazione dell’eucarestia anche nella notte, la Via Crucis. In alcune parrocchie vi era una “scatola della carità”, dove si fa un’offerta e si inserisce anche un’intenzione di preghiera al Padre e a Gesù sulla croce.

Durante la Settimana santa vi è stata la preparazione alla Pasqua da parte del parroco, del gruppo dei leader della comunità, da parte del coro.

Ogni anno i sacerdoti lavorano sodo durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua. Ma è un lavoro che si fa con gioia perché si sperimenta il rinnovamento di sè, quello delle famiglie, delle parrocchie e della società, grazie anche a molte opera di carità.

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Omelia dell’Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje

Posté par atempodiblog le 4 avril 2017

Omelia dell’Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje, Inviato Speciale del Papa per Medjugorje, tenuta a Medjugorje il I aprile 2017
Fonte: Medjugorje.hr
Tratto da: Radio Maria

Omelia dell'Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje dans Fede, morale e teologia Mons._Henryk_Hoser_a_Medjugorje

«Cari fratelli e sorelle,

questa volta parlerò in francese. Scusatemi, non ho ancora imparato la bella lingua croata.

Siamo riuniti attorno all’altare nella Quinta Domenica di Quaresima. Di fronte a noi ci sono ancora due settimane, che ci separano dalla Pasqua: fra una settimana sarà già la Domenica delle Palme e fra due settimane, dopo la Settimana Santa, celebreremo la più grande Festa cristiana, la Festa della Risurrezione. Le letture della Parola di Dio di oggi ci parlano quindi della Risurrezione e mostrano tre prospettive, tre sguardi circa la Risurrezione. Il primo sguardo, la prima prospettiva è storica: noi sappiamo che Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è vissuto su questa terra in Palestina, in Terra Santa. Sappiamo che lui era già stato predetto, profetizzato dai Profeti, tra cui Ezechiele che leggiamo oggi. Egli cita le parole di Dio: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire”. E ripete: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire”. Si tratta di una profezia, egli vede già l’avvento del Messia. Sappiamo che Gesù è morto e che è risuscitato. Questo è il fondamento della nostra fede: senza questo evento della Risurrezione, la nostra fede sarebbe vuota.

Il secondo sguardo è quello liturgico, è il cammino della Quaresima. Abbiamo pregato per quaranta giorni, e stiamo ancora pregando; abbiamo digiunato, e digiuniamo ancora; siamo diventati più generosi per mezzo dell’elemosina, e lo faremo ancora. Voi qui conoscete bene questa spiritualità della Quaresima.

Questo cammino liturgico che ci prepara, ci mostra al contempo il terzo sguardo, la terza prospettiva, che è quella della nostra vita, della vita di ciascuno di noi. Noi viviamo per la risurrezione e camminiamo verso di essa: noi attraversiamo la morte per venire risuscitati. Il fine ultimo della nostra vita terrena è la risurrezione. E’ necessario risorgere già durante questo cammino, avanzando verso quella prospettiva finale: questa “risurrezione parziale” è la nostra conversione. Gesù ha detto e ripetuto che ci sarà una morte corporale, ma egli ha anche parlato della morte dell’anima, dal momento che essa costituisce per noi una minaccia di qualcosa di molto più grave, ossia dell’eventualità di perire eternamente. Ogni volta che ci convertiamo, noi ci rivolgiamo a Dio che è la sorgente della vita, della vita eterna, ed anche all’amore, poiché Dio è amore. E’ l’amore che ci fa vivere, è l’amore misericordioso che ci dona la pace interiore ed anche la gioia di vivere.

Ci sono, però, due condizioni, e la prima è la fede. Prima di operare miracoli, Gesù esigeva la fede: “Tu credi che io possa farlo?”. “Sì, Signore: io lo credo, lo credo fortemente!”. Questa fede apre il nostro cuore alla conversione, e questa apertura, grazie al Sacramento della misericordia, che è la Confessione sacramentale, fa sì che il nostro cuore si apra, si purifichi e si riempia di Spirito Santo con tutta la Trinità. E’ Cristo che ce lo conferma, dicendo nell’Apocalisse che egli si pone alla porta del nostro cuore e bussa. Se la Santa Trinità abita in noi, noi diveniamo il tempio di Dio, un santuario di Dio.

Ritorno ora alla prospettiva storica. Nei prossimi giorni leggeremo nel Vangelo che la rete intessuta dai nemici di Cristo si stringerà sempre più. Gesù viene minacciato sempre di più e lui lo sa, lo sa meglio dei suoi apostoli e dei suoi discepoli. Ma c’è qualcuno che lo segue, che segue il suo cammino di Passione: è sua Madre, la Santa Vergine Maria. Lei gli sta vicino, lei soffre con lui, sperimenta la sua impotenza. San Giovanni Paolo II parlava della sua fede “particolarmente difficile”. Noi spesso la chiamiamo “Vergine dei Sette Dolori”, ed è evidente che la sua vita è stata punteggiata di sofferenza e dolore. Ed ora la sua passione, la sua sofferenza cresce con quella di Cristo, fino ai piedi della croce. Facendo la Via Crucis, nella Quarta Stazione, noi vediamo che Maria incontra suo Figlio. Poi il Vangelo ci dice che è stata testimone oculare della sua morte terribile sulla croce. Lei ha preso tra le braccia il corpo massacrato di suo Figlio. Poi, secondo quanto dice la tradizione cristiana, è stata la prima ad aver incontrato il Dio Risorto, Gesù Risorto, prima anche di Maria Maddalena.

Dunque, nella prospettiva della nostra vita, della vita di ciascuno di noi, nella prospettiva della risurrezione, lei c’è! Ci accompagna, ci segue, partecipa alle nostre sofferenze ed alla nostra passione, se noi l’affrontiamo nella prospettiva di Dio. Lei cerca il modo di salvarci, di condurci alla conversione. Dobbiamo sentire la sua presenza spirituale.

Noi, soprattutto qui, la chiamiamo “Regina della pace”. Nelle Litanie della Santa Vergine Maria, la invochiamo come “Regina” una dozzina di volte. L’invocazione in cui la invochiamo come “Regina della pace” è quasi alla fine. Maria è Regina: contemplando i misteri gloriosi del Rosario, noi vediamo anche la sua incoronazione a Regina del Cielo e della terra. Lei, dunque, condivide le caratteristiche del Regno di suo Figlio, come Creatore del Cielo e della terra: anche il di lei Regno è dunque universale. Lei è dovunque ed il suo culto è ovunque autorizzato. Noi la ringraziamo e le diciamo grazie per la sua costante presenza accanto a ciascuno di noi.

La Regina della pace è frutto della conversione: lei introduce la pace nel nostro cuore, e quindi noi diveniamo persone pacifiche in seno alle nostre famiglie, in seno alla società, in seno ai nostri paesi. La pace è minacciata nel mondo intero: il Santo Padre Francesco ha detto che la terza guerra mondiale “a pezzi” c’è già! Queste sono le guerre più terribili, le guerre civili, quelle tra gli abitanti di uno stesso paese.

Miei cari fratelli e sorelle, io ho vissuto in Ruanda, in Africa, per ventuno anni. Nel 1982 vi sono state là delle apparizioni della Santa Vergine Maria, nelle quali ella, circa dieci anni prima che avvenisse, ha predetto il genocidio in Ruanda. A quel tempo nessuno capiva nulla di quel messaggio. Quello è stato un genocidio che ha poi causato un milione di vittime in tre mesi. Le apparizioni della Santa Vergine là sono già state riconosciute. Lei là si è presentata come “Madre della Parola, Madre del Verbo eterno”, anche in prospettiva di una mancanza di pace.

Dunque questo culto, che qui è così intenso, è estremamente importante e necessario per il mondo intero. Preghiamo per la pace, perché oggi le forze distruttrici sono immense: il commercio delle armi non smette di crescere, i giovani sono in lotta, le famiglie sono in lotta, la società è in lotta. Ci occorre un intervento del Cielo, e la presenza della Santa Vergine è uno di questi interventi. E’ un’iniziativa di Dio.

Io vorrei dunque incoraggiarvi e confortarvi, in quanto Inviato Speciale del Papa: propagate nel mondo intero la pace, per mezzo della conversione del cuore.

Il più grande miracolo di Medjugorje sono i confessionali che sono qui. Il Sacramento del Perdono e della Misericordia è un Sacramento di risurrezione. Ringrazio tutti i preti che vengono qui a confessare, come oggi una cinquanta di preti a servizio del popolo. Ho lavorato per molti anni in paesi dell’Occidente: Belgio, Francia… E vi dico che la Confessione è scomparsa, che la Confessione individuale non esiste più, salvo qualche singola eccezione. Il mondo si sta inaridendo, i cuori si stanno chiudendo, il male sta aumentando ed i conflitti si stanno moltiplicando: dobbiamo essere, dunque, apostoli della buona novella della conversione e della pace nel mondo.

Qui ho sentito quelle parole secondo cui quelli che non credono sono coloro che non hanno ancora percepito l’amore di Dio. Infatti, chi tocca l’amore di Dio e la sua misericordia, non può resistervi. Noi siamo, dunque, testimoni di ciò che salva le vite, di ciò che salva il mondo.

I frati francescani mi hanno detto che qui vengono pellegrini da ottanta paesi del mondo. Il che significa che questo invito si è diffuso fino ai confini della terra, come aveva detto Cristo inviando i suoi apostoli. Voi siete quindi i testimoni dell’amore di Cristo, dell’amore di sua Madre e dell’amore della Chiesa.

Che Dio vi rafforzi e vi benedica. Amen».

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