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Sacro Cuore di Gesù/ Si celebra oggi 28 giugno l’amore offerto da Dio all’uomo

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Sacro Cuore di Gesù/ Si celebra oggi 28 giugno l’amore offerto da Dio all’uomo
Sacro Cuore di Gesù, si celebra oggi 28 giugno il grande amore offerto dal figlio di Dio agli uomini per i quali è venuto sulla terra e dai quali è stato crocefisso.
di Matteo Fantozzi – Il Sussidiario

Sacro Cuore di Gesù/ Si celebra oggi 28 giugno l’amore offerto da Dio all’uomo dans Fede, morale e teologia Sacro-Cuore

La storia che è strettamente legata al culto del Sacro Cuore di Gesù è quella che rispecchia un legame indissolubile tra la Chiesa e l’amore incondizionato che Gesù ha offerto agli uomini, offrendosi in sacrificio sulla croce. Un’amore che continua anche dopo tutti i peccati che gli essere umani continuano a compiere nella vita di tutti i giorni. Il culto del Sacro Cuore di Gesù oggi è una realtà che come secoli addietro è strettamente collegato alla possibilità dell’uomo di redimersi attraverso l’amore di Dio. Storicamente vi sono differenti testimonianze che dimostrano che già nel medioevo vi era una forma di adorazione del Sacro Cuore. Ma a darle concretezza e istituzionalizzazione vi furono quattro apparizioni di Gesù alla santa Margherita Alacoque, che iniziarono nella notte del 27 dicembre del 1673. Gesù appare con il mano il cuore, folgorante di luce e con una croce posizionata al centro. La figura del Salvatore presenta i segni delle stigmate che sono a loro volta avvolti nelle fiamme. Le visioni si susseguirono nel 1674 e si conclusero con quella del 16 giugno del 1675 nel quale Gesù non solo espresse il suo dolore per i peccati e i comportamenti empi dei fedeli, ma invitò Margherita Alacoque a istituire una festa in onore del Sacro Cuore, il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. In questo modo ha origine la festività con le due prime consacrazioni che si ebbero nel 1685 e 1686 presso il Monastero di Paray-le-Monial. In poco tempo il luogo divenne meta di culto e molte congregazioni si svilupparono intorno alla visione della santa Margherita.

Nei secoli la festa inizialmente fu osteggiata da alcuni Papi e considerata per certi aspetti una forma di idolatria. Ma la diffusione del culto e l’aumento dei fedeli che ogni anno si recavano presso il convento, spinse nel 1856 Papa Pio IX a rendere universale la festività per tutta la chiesa cattolica. Fu stabilito così che la ricorrenza sarebbe caduta il terzo venerdì dopo la Pentecoste. L’ufficializzarsi del culto ha portato alla diffusione di cappelle, oratori e chiese in onore del Sacro Cuore di Gesù sparse in tutto il mondo cattolico.

Sacro Cuore di Gesù, come si festeggia l’evento
In base al calendario liturgico, la festa del Sacro Cuore di Gesù nel 2019 cade il 28 giugno. È un momento molto importante per la chiesa dato che nella sua celebrazione si sottolinea quel legame di amore che è il fondamento del mondo cristiano. Inoltre durante la festività viene celebrata anche la Gionata di santificazione sacerdotale. In ogni chiesa nella giornata di venerdì vengono celebrate messe in onore della Sacro Cuore, con le Litanie del Sacro Cuore.

Parigi: la Basilica di Montmartre
Tra i tanti luoghi che ricordano la festività del Sacro Cuore di Gesù vi è Parigi. La capitale francese nei secoli si è sempre caratterizzata tra un connubio di esoterismo e religiosità. Camminando tra gli ampi viali si rimane colpiti dalla bellezza estetica dei palazzi, dall’equilibrio di ogni singola via che si innesta in una ramificazione di strade e vicoli caratterizzati per essere un mondo intriso di cultura. Le chiese dalle guglie sottili e che puntano verso il cielo, simbolo delle prime forme di gotico, risaltano in ogni angolo della città. Ma se si guarda verso la collina di Montmartre si rimase piacevolmente impressionati da una costruzione, per certi aspetti più moderna e con tre cupole che risplendono alla luce del sole. Sulla collina più alta della città sorge infatti la Basilica del Sacro Cuore la cui costruzione iniziò nel 1873. Anche in essa si nota il connubio di una città che ha sempre voluto ricordare la sua storia, ma senza dimenticare la fede. La chiesa infatti fu edificata per rendere omaggio ai caduti francesi durante la guerra franco-prussiana e per questo dedicata al Sacro Cuore di Gesù.

Gli altri Santi di oggi
Il 28 giugno la Chiesa Cattolica ricorda i seguenti Santi e beati: San Giovanni Southwouth; Santa Lucia Wang Cheng; Santa Maria Du Zhaozhi; San Paolo I; Beata Maria Pia Mastena e Beato Eimerardo.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d'Italia dans Articoli di Giornali e News Santa-Caterina

Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

La morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo”
“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”
di Rodolfo Casadei – Tempi

“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame” dans Articoli di Giornali e News Arnaud_Beltrame

Ad Arnaud Beltrame sono stati impartiti l’estrema unzione e la benedizione apostolica in punto di morte venerdì sera 23 marzo nell’ospedale di Carcassonne da parte di padre Jean-Baptiste, canonico regolare dell’abbazia di Lagrasse, il sacerdote che lo stava preparando al matrimonio religioso con la moglie Marielle, alla quale era unito in matrimonio civile. Non è stato possibile celebrare un matrimonio in articulo mortis – diversamente da quello che hanno scritto alcuni giornali – perché il tenente colonnello della gendarmeria dell’Aude (la regione di Carcassonne) non era cosciente, a causa delle ferite infertegli dal terrorista Redouane Lakdim. Costui aveva infierito con coltellate e colpi di arma da fuoco contro la vittima, che si era offerta come ostaggio al posto di uno dei civili sequestrati dal 26enne franco-marocchino all’interno di un supermercato della località di Trèbes. Arnaud aveva lasciato aperta una chiamata del suo cellulare ai suoi compagni gendarmi per permettere loro di sapere cosa succedeva all’interno dell’edificio. Gli agenti sono intervenuti non appena hanno sentito i colpi di arma da fuoco attraverso il ricevitore, ma non abbastanza rapidamente da evitare che il tenente colonnello subisse ferite mortali: nelle prime ore di sabato 24 marzo Arnaud Beltrame è spirato. Prima di lui il terrorista aveva ucciso altre tre persone e ne aveva ferite 15 fra Carcassonne e Trèbes.

Subito dopo padre Jean-Baptiste ha scritto una testimonianza che ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’Abbazia dei Canonici di Lagrasse: «È stato a causa di un incontro fortuito durante una visita della nostra Abbazia, monumento storico, che ho fatto la conoscenza del tenente colonnello Arnaud Beltrame e di Marielle, con la quale si era sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo subito simpatizzato e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il prossimo 9 giugno. Abbiamo quindi passato molte ore a lavorare sui fondamentali della vita coniugale negli ultimi due anni. Avevo benedetto la loro casa il 16 dicembre e avevamo concluso il dossier canonico del matrimonio. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è arrivata 4 giorni prima della sua morte eroica. Questa giovane coppia veniva regolarmente all’abbazia per partecipare alle messe, agli uffici e alle catechesi, in particolare ad un gruppo di pastorale familiare che si chiama Nostra Signora di Cana. Facevano parte dell’équipe di Narbonne. Sono venuti non più tardi di domenica scorsa. Intelligente, sportivo, loquace e trascinatore, Arnaud parlava volentieri della sua conversione. Nato in una famiglia poco praticante, ha vissuto un’autentica conversione verso il 2008. Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove chiede alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si lega con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è celebrato all’abbazia bretone di Timadeuc a Pasqua del 2016. Appassionato della gendarmeria, nutre da sempre una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia, le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Quando si consegna al posto degli ostaggi, probabilmente è animato dalla passione del suo eroismo da ufficiale, perché per lui essere gendarme significava proteggere. Ma sa il rischio enorme che prende. Sa anche la promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle che è già sua moglie civilmente e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di correre un tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi suscita l’ammirazione di tutti. Sapeva, come ci ha detto Gesù, che “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Sapeva che, se la sua vita cominciava ad appartenere a Marielle, era anche di Dio, della Francia, dei suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità potesse richiedergli questo sacrificio sovrumano.
Sono riuscito a raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di venerdì sera. I gendarmi e i medici o le infermiere mi hanno fatto strada con una delicatezza notevole. Era vivo ma privo di sensi. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in punto di morte. Marielle rispondeva alle belle formule liturgiche. Eravamo un venerdì della Passione, proprio prima dell’inizio della Settimana santa. Avevo appena pregato l’ufficio dell’ora nona e la via crucis ricordandolo nelle intenzioni. Ho chiesto al personale infermieristico se gli si poteva lasciare una medaglia mariana, quella della rue du Bac a Parigi (la medaglia miracolosa di santa Caterina Labouret – ndt). Comprensiva e professionale, un’infermiera l’ha fissata sulla sua spalla. Non ho potuto sposarlo come è stato scritto maldestramente in un articolo, perché era privo di sensi. Arnaud non avrà mai figli carnali. Ma il suo impressionante eroismo susciterà, io credo, molti imitatori, pronti al dono di se stessi per la Francia e la sua gioia cristiana».

Che Arnaud Beltrame fosse un uomo e un militare che poteva dare in qualunque momento prova di abnegazione fino all’eroismo, lo si poteva intuire dal curriculum. Al suo attivo aveva già 4 decorazioni: la Medaglia d’onore degli affari esteri, la Croce al valor militare, la Medaglia della Difesa nazionale e il titolo di Cavaliere dell’ordine nazionale del Merito. Gli erano state tributate soprattutto per i servizi resi in Irak nel 2005-2006, dove aveva fatto parte come maggiore dello Squadrone paracadutisti d’intervento della Gendarmeria nazionale (Epign) incaricato della protezione dell’ambasciatore francese, e dove aveva partecipato a una missione ad alto rischio per mettere in salvo un cooperante francese che stava per essere rapito da una banda jihadista. In seguito era diventato comandante di compagnia della Guardia Repubblicana e assegnato per quattro anni alla sicurezza dell’Eliseo. Quindi altri scatti di carriera: comandante della compagnia di Avranches (Manche), consigliere alla sicurezza al ministero dell’Ecologia, ufficiale aggiunto di comando della gendarmeria dell’Aude, sotto la cui competenza ricadono Carcassonne e Trèbes. Beltrame era discendente di una famiglia di militari, anche il nonno e il padre, originari del dipartimento del Morbihan in Bretagna, avevano servito nelle forze armate. Lui aveva studiato al liceo militare dell’Accademia di Saint-Cyr, poi aveva fatto parte del 35° reggimento di Artiglieria paracadutista e dell’8° reggimento di artiglieria, prima di entrare alla Scuola ufficiali della Gendarmeria nazionale.

Pochi mesi fa Arnaud Beltrame aveva compiuto un pellegrinaggio a Santiago de Compostela in compagnia del padre, malato, che era deceduto pochi giorni fa e il cui funerale si era svolto il 16 marzo, una settimana appena prima dell’attacco terrorista a Trèbes. Commentando gli avvenimenti, il vescovo ordinario militare francese mons. Antoine de Romanet ha scritto: «Arnaud Beltrame non è la sola vittima della tragedia di questo 23 marzo, e i nostri pensieri e le nostre preghiere raggiungono ugualmente ciascuna delle vittime e ciascuno dei loro familiari e dei loro prossimi. Ogni morte è unica. Ogni morte è sconvolgente. Ma la morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo, mediatore fra Dio suo Padre e noi uomini, prendendo su di sé il peccato del mondo per la salvezza di tutti, affrontando la morte per convertirla in fonte di luce e di vita. E quale fonte straordinaria di Speranza nel meglio dell’uomo ci è stata qui consegnata nel mezzo delle tenebre, di fronte a una tragica volontà di annientare!».

Anche il Grande Oriente di Francia, al quale Arnaud Beltrame si era affiliato poco prima della conversione cattolica, ha reso un “vibrante omaggio” al tenente colonnello, «membro della Rispettabile Loggia Jérôme Bonaparte all’Oriente di Rueil-Nanterre». Secondo il periodico cattolico La Croix «egli aveva preso da qualche anno le distanze dalla massoneria, secondo la testimonianza di una persona a lui vicina».
La benedizione apostolica in punto di morte comporta l’indulgenza plenaria, cioè la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con l’assoluzione. Impartendola il sacerdote recita la formula «Per i santi misteri della nostra redenzione, Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti apra le porte del Paradiso e ti conduca alla gioia eterna», oppure: «In virtù della facoltà datami dalla Sede Apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste benedizioni papali e le annesse indulgenze furono concesse per la prima volta ai crociati e poi ai pellegrini che morirono durante il viaggio per ottenere l’indulgenza dell’Anno Santo. Papa Clemente IV (1265-1268) e Gregorio XI (1370-1378) la estesero alle vittime della peste. Inizialmente riservata al Papa in persona, la facoltà di impartirla fu estesa ai vescovi e ai sacerdoti da loro delegati da Benedetto XIV (1740-1758) con la costituzione Pia Mater.

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Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2017

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere
La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco sin dal suo esordio. Nel giorno del suo quinto atto di venerazione della statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, ne ripercorriamo l’intensità e la profondità in dieci immagini.
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

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Papa Francesco compie il suo quinto atto di venerazione davanti alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, a Roma. La sua devozione mariana ha radici profonde: proviamo a ripercorrerla in dieci tappe.

Maria Immacolata. “Abbiamo bisogno delle tue mani immacolate, per accarezzare con tenerezza, per toccare la carne di Gesù nei fratelli poveri, malati, disprezzati, per rialzare chi è caduto e sostenere chi vacilla”. È un passo della preghiera pronunciata un anno fa, l’8 dicembre, in piazza di Spagna. All’omaggio all’Immacolata, appuntamento molto sentito dai romani, il Papa ha aggiunto la sua cifra personale visitando anche la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della Salus Populi Romani, che Francesco venera anche prima della partenza per ogni viaggio apostolico e, quando possibile, anche al suo rientro. È lì, davanti al quadro della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, che il Papa ha sostato il 14 marzo del 2013, il giorno dopo la sua elezione al soglio di Pietro.

La Madonna di Lujan. È stata nonna Rosa – personaggio largamente presente negli aneddoti della sua vita personale che il Papa cita spesso come esempio ai fedeli – ad introdurre il piccolo Jorge Mario Bergoglio all’amore per la Madonna. Da sacerdote e da vescovo, Francesco ha sempre celebrato i riti legati alle feste mariane. Da cardinale e arcivescovo, Bergoglio ha presieduto ogni 8 maggio le celebrazioni di Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina. Nel suo stemma vescovile, cardinalizio e papale, figura in basso a sinistra una stella, simbolo della madre di Cristo e della Chiesa.

La Madonna che scioglie i nodi. Anche se devotissimo alle icone sudamericane della Vergine, è ad Augusta, in Germania, che Bergoglio ha scoperto l’immagine che avrebbe caratterizzato il suo culto mariano: la Madonna che scioglie i nodi. Nel 1986 vede un quadro, ex voto per la ricomposizione di un matrimonio in crisi, con Maria che schiaccia la testa al serpente mentre con le mani scioglie i nodi – simboli di unione coniugale – sorretta da due angeli. Nasce così la decisione di introdurre questa immagine in Argentina: nel 1996 ne incorona una riproduzione nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires.

Nostra Signora di Aparecida. Nel luglio 2013, in occasione del suo primo viaggio internazionale, incontrando l’episcopato brasiliano, la storia di Aparecida diventa la chiave di lettura per la missione della Chiesa. Dai tre pescatori che trovano l’immagine dell’Immacolata Concezione, secondo il Papa, si può imparare che “le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri”, come quelli della gente semplice.

La Madonna di Lourdes. Ai fedeli raccolti nei giardini vaticani per la recita del Rosario, a conclusione del mese di maggio, Papa Francesco ha suggerito un nuovo titolo con il quale rivolgersi alla Madonna. “Vergine della Prontezza”, l’ha chiamata il 30 ottobre 2014, raccogliendosi in preghiera davanti all’edicola votiva che riproduce il luogo dell’apparizione della Vergine a Lourdes. Il riferimento è il mettersi in cammino “in fretta” di Maria per far visita alla cugina Elisabetta: “Non ha perso tempo, è andata subito a servire”.

La Vergine del Rosario. In un tweet di qualche tempo fa, Francesco aveva confessato: “Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi, è la preghiera del mio cuore”. Per il Papa, il Rosario è anche “una sintesi della Divina misericordia”, come ha spiegato al termine dell’anno giubilare. A tutte le persone che incontra, nelle udienze pubbliche e private, il Papa regala una corona del Rosario e alla preghiera del Rosario Francesco invita spesso i giovani. Contenevano un Rosario anche le “misericordine” fatte distribuire in piazza San Pietro nel novembre 2013, per una medicina che fa bene al cuore.

La Madonna di Guadalupe. “Il mio desiderio più intimo è fermarmi davanti alla Madonna di Guadalupe”. Francesco lo aveva confessato già sul volo di andata per l’Avana, in occasione del suo viaggio a Cuba e in Messico. Una volta entrato nel Santuario dedicato alla Vergine meticcia, il Papa ha sostato davanti alla sua immagine venti minuti in preghiera, da solo, prima della Messa.

La Madonna delle Lacrime. È il 5 maggio 2016, il giorno della Veglia per asciugare le lacrime, novità assoluta del calendario giubilare. Per l’occasione, a San Pietro, viene esposto il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa. Maria, assicura il Papa, “con il suo manto asciuga le nostre lacrime” e “ci accompagna nel cammino della speranza”.

La Madonna di Fatima. Circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”. È una delle istantanee più commoventi del viaggio del Papa a Fatima, per proclamare santi i primi bambini non martiri della storia della Chiesa. La devozione per la Madonna di Fatima risale, del resto, all’inizio del ministero petrino di Francesco: al termine della Messa in occasione della Giornata mariana, il 13 ottobre 2013, il Papa ha affidato il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Madre della speranza. Se c’è un’immagine ricorrente nel pontificato di Francesco, e declinata con gli accenti della tenerezza, è quella di Maria “madre della speranza”, come l’ha definita nell’udienza del 10 maggio scorso. Il suo è un “istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”. “Non siamo orfani: abbiamo una madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto sembra privo di senso”.

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Europa nelle tenebre

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2017

Europa nelle tenebre
Per Hegel il cristianesimo era “il fattore decisivo nella storia del mondo”. Un’idea ormai desueta
di Giuseppe Bedeschi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Per Hegel il cristianesimo era “il fattore decisivo nella storia del mondo”. Un’idea ormai desueta. « Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale.

L’idea d’Europa: come è sorta, come si è formata, come, in una certa fase della storia, è diventata coscienza vivente delle élite colte dei popoli europei? Dice Lucien Febvre, nella sua classica ricerca su L’Europa. Storia di una civiltà (testo di un corso tenuto al Collège de France, nei drammatici anni 1944- 45): “Chiamo Europa, semplicemente, una unità storica, comparsa nella storia, sappiamo esattamente quando, giacché l’Europa in questo senso, così come noi la definiamo, come la studiamo, è una creazione del Medioevo”. Questa Europa non si definisce dall’esterno in base a stretti confini geografici, cioè facendo riferimento a mari, a monti, a fiumi ecc. “Si definisce dall’interno (…), con le grandi correnti che non cessano di attraversarla, e che la percorrono da lunghissimo tempo: correnti politiche, economiche, intellettuali, scientifiche, artistiche; correnti spirituali e religiose”. In questo complesso intreccio il cristianesimo è stato l’elemento caratterizzante e decisivo. I francesi, i tedeschi, gli inglesi, gli italiani, i fiamminghi, si sono sentiti, in primo luogo e soprattutto, cristiani. “Tutti gli uomini dell’occidente – dice Febvre – [furono] immersi nella medesima famiglia cristiana”. Il cristianesimo, i movimenti cristiani, le correnti cristiane, hanno avuto un ruolo immenso nella storia dell’occidente. Durante tutto il Medioevo, “l’azione potente del cristianesimo, vale a dire l’azione potente di una organizzazione cristiana, di un proselitismo cristiano, di una devozione cristiana, di un pensiero e di una filosofia cristiani (…), ha contribuito a dare agli europei una coscienza comune, una coscienza che sovrasta le frontiere che li separano, e che, laicizzatasi a poco a poco, è diventata una coscienza europea”.

In Voltaire, come osserva Chabod, l’ostilità per il cristianesimo travolge i valori essenziali della religione

Si ponga mente, d’altronde, ai processi storici che stanno a monte di tutto ciò. L’Europa sorge quando crolla l’impero romano. Le invasioni barbariche e i loro insediamenti nell’Impero d’occidente preparano una costellazione spirituale e politica nuova. Sorgono la civiltà gallo-romana, ibero-romana, britannoromana, germano-romana, e però gli uomini che elaborano queste civiltà si convertono in massa alla religione cristiana, ne fanno la loro religione. Tale costellazione spirituale nuova si afferma lentamente nel VII e nell’VIII secolo, finché, sulla soglia del IX secolo, nell’800, essa trova la sua prima espressione politica: l’impero carolingio. Certo, l’Europa carolingia non è la nostra Europa. Quest’ultima è ben più estesa: essa comprende la Spagna, il mondo anglosassone, e oltre alla Germania, il mondo slavo del nord, i Balcani, ecc. “Tuttavia – dice Febvre – l’Europa carolingia è il cuore, è il lievito che ha fatto fermentare la pasta europea. E’ attorno all’Europa carolingia che si è costruita la nostra Europa”. Ma attenzione: l’estensione dell’impero di Carlo Magno è la stessa della chiesa di Roma. “Questo impero si estende, così com’è, esattamente su tutti i paesi che riconoscono nel papa di Roma il vicario di Cristo, il capo della vera chiesa. Al di fuori ci sono gli infedeli, i seguaci di Maometto”. In questo quadro, l’incoronazione a Roma di Carlo Magno, fatta dal Papa Leone III, in San Pietro, nella notte di Natale dell’800, è un avvenimento spiritualmente e politicamente decisivo. L’imperatore si presenta come difensore della chiesa e della cristianità, e come evangelizzatore dei popoli pagani. Non a caso, del resto (e si veda a questo proposito l’importante libro di Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa, 1961), la parola Europa ricorre nella terminologia dell’età di Carlo Magno, il quale viene definito “rex pater Europae”, “Europae venerandus apex”. E il contenuto morale di questa Europa è la “ecclesia romana”, il “regnum sanctae ecclesiae”.

Ma è solo nel XV e nel XVI secolo che il termine “europeo” entra largamente nell’uso. Nel XV secolo tale termine figura negli scritti Enea Silvio Piccolomini (Papa Pio II). All’inizio del 1600 il duca Sully parla di una “repubblica cristianissima d’Europa” (repubblica nel senso di comunità politica). Certo, la “christianitas” è assente in Machiavelli, che pure afferma in modo netto e pregnante l’idea di Europa (che egli contrappone all’Asia: perché in Europa ci sono repubbliche e monarchie non assolute, mentre in Asia ci sono solo monarchie assolute, sicché qui uno solo comanda e tutti gli altri sono servi). E assai marcata sarà la laicizzazione dell’idea di Europa nell’Illuminismo: basti pensare a Voltaire, nel quale – dice giustamente Chabod – l’ostilità per il cristianesimo travolge i valori essenziali della religione. E tuttavia, anche in alcuni grandi esponenti dell’Illuminismo l’idea d’Europa viene associata ai valori religiosi cristiani. L’esempio più insigne è quello di Montesquieu. Nello Spirito delle leggi (1748) il cristianesimo appare la religione che meglio si accorda con il governo temperato, mentre la religione musulmana e i riti cinesi si accordano con il dispotismo. Spiega assai bene Chabod: “Ora, chi tenga presente che il nocciolo centrale, continuo, del pensiero di Montesquieu è proprio l’odio contro il dispotismo e l’amore della libertà, vedrà subito che cosa significhi per lui dire che il cristianesimo è la religione dei governi temperati: più consono alla monarchia il cattolicesimo, più consono alla repubblica il protestantesimo, ma, insomma, entrambi lontani dall’arbitrio del dispotismo”. Di qui, per Montesquieu, la superiorità dell’Europa, della civiltà europea, che egli esprime in termini chiarissimi: “Se diamo un’occhiata, egli dice, a quello che avviene attualmente nel mondo, vedremo che quanto l’Europa predomina sugli altri tre continenti, e fiorisce, mentre il resto del mondo geme nella schiavitù e nella miseria, tanto essa è più illuminata, in proporzione, delle altre parti, dove le lettere sono immerse in una notte più profonda”. Anche se si guarda al passato, “la storia non offre nulla che possa essere paragonato al grado di potenza cui l’Europa è pervenuta”. E perciò “si deve rendere omaggio ai nostri tempi moderni, alla ragione presente, alla religione di oggi [NB], alla nostra filosofia, ai nostri costumi”. Ecco, dunque, su che cosa si fonda l’indiscutibile primato dell’Europa sugli altri continenti: sulla connessione fra religione cristiana e pensiero politico, fra cristianesimo e istituzioni politiche.

L’attualità del discorso di Benedetto Croce pronunciato nel 1942, i paragoni con la realtà contemporanea secolarizzata

Questa connessione ritorna, con grandissima forza, nel pensiero di Hegel. Il quale concepisce la religione come ciò che fonda e caratterizza la società e lo stato. “Nella religione (…) – egli dice – si esprime nel modo più semplice il principio essenziale di un popolo, così come su di essa si fonda tutta l’esistenza del popolo medesimo. Per questo lato la religione sta nel più stretto rapporto col principio statale. (…) Per questo riguardo si dice a buon diritto che lo stato si basa sulla religione”. “La religione dev’essere dunque considerata come trapassante di necessità in costituzione, in reggimento mondano, in vita terrena”. Detto ciò, incomincia il grande discorso di Hegel sul cristianesimo, “questo fattore decisivo della storia del mondo”. Il cristianesimo è la più alta fra le religioni, la più pura, la più profonda, e le sue conseguenze, sociali e politiche, sono state straordinarie. La religione cristiana è per Hegel una religione una religione altamente speculativa. In essa, infatti, Dio (il puro Spirito) cessa di essere un astratto al di là, in quanto appare nel mondo terreno, si incarna nel proprio Figlio, Gesù. Ma attraverso il calvario della Crocifissione, Gesù Cristo muore in quanto uomo singolo e ritorna al Padre suo, a Dio, cioè ritorna a essere puro Spirito.

Gli uomini devono identificarsi con la figura del Cristo, con la sua incarnazione-morte-resurrezione, e così spogliarsi della loro naturalità, prendere coscienza dei propri peccati, superarli col pentimento, e così trionfare sulla carne, conseguire la salvezza eterna nel regno dello Spirito. In Cristo l’uomo è redento e riconciliato. “In lui – dice Hegel – è infatti riconosciuto il concetto dell’eterna verità, che l’essenza dell’uomo è lo Spirito, e che solo spogliandosi della sua finitezza e affidandosi alla pura coscienza egli raggiunge la verità. Cristo, l’uomo come uomo, in cui è apparsa l’unità dell’uomo e di Dio, ha fatto vedere con la sua morte, anzi con tutta la sua storia, la stessa eterna storia dello Spirito. Una storia che ogni uomo deve percorrere in se medesimo per esistere come Spirito, o per divenire Figlio di Dio, cittadino del suo regno”.

“Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale”, diceva Guizot

Le conseguenze sociali e politiche del cristianesimo sono, per Hegel, enormi. Con esso sorge infatti per la prima volta nella storia del mondo l’idea dell’universalità ed eguaglianza della natura umana: tutti gli uomini, in quanto creature di Dio, anno la stessa dignità; tutti gli uomini sono oggetto dell’amore di Dio; tutti gli uomini cercano conforto e pace in Dio. Dice Hegel in un bellissimo passo: “Completamente scevro di ogni particolarità individuale, l’uomo, in sé e per sé, e cioè già per il solo fatto di essere uomo, ha quindi un valore infinito, e appunto questo infinito valore abolisce ogni particolarità di nascita e di patria. Egli non conta in quanto ebreo o in quanto greco, o per alta o bassa estrazione: conta in quanto uomo. Dove il cristianesimo è reale, non ci può essere schiavitù”. E, si può aggiungere, dove il cristianesimo è reale le istituzioni sociali e politiche devono basarsi sulla eguale dignità degli uomini. Lo stato dispotico è in assoluto contrasto con la concezione cristiana dell’uomo. Anche per Hegel, dunque, il cristianesimo è alla base della civiltà europea, è il fondamento delle sue istituzioni sociali e politiche razionali. “Così – afferma ancora il filosofo tedesco – la libertà nello stato riceve conferma e convalida dalla religione, in quanto il diritto elevato a morale concreta nello stato è solo l’attuazione di quel che costituisce il principio fondamentale della religione”.

Questi pensieri sono presenti anche nelle lezioni che un altro insigne esponente della cultura europea, François Guizot, dettò alla Sorbona negli anni Venti dell’Ottocento, sulla Histoire générale de la civilisation en Europe. Per il grande storico (e uomo politico) francese l’Europa cristiana era la madre della libertà, e senza il cristianesimo non sarebbe sorta l’Europa. “Non credo di esagerare affermando – diceva Guizot – che alla fine del secolo IV, e all’inizio del V, fu la chiesa, con le sue istituzioni, i suoi magistrati, il suo potere, a difendersi con vigore contro la disgregazione interna dell’Impero, contro la barbarie, a conquistare i Barbari, divenendo il legame, il mezzo, il principio di civiltà tra il mondo romano e il mondo barbarico”. Ma la chiesa poté fare questo per la sua forza morale, “una forza che riposava unicamente sulle convinzioni, sulle credenze e sui sentimenti morali, in mezzo a quel diluvio di forza materiale che in tale epoca si era precipitata sulla società. Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale”.

“L’Europa si definisce dall’interno, con le grandi correnti che non cessano di attraversarla, e che la percorrono da lunghissimo tempo” (Febvre)

Un secolo dopo, in un momento angoscioso della storia europea, quando non era stato ancora sconfitto il folle sogno hitleriano di fare dell’Europa una riserva della Germania, e di distruggere le fondamenta della nostra civiltà cristiana, fu un grande pensatore italiano, Benedetto Croce, immanentista e laico, a proclamare, con alta ispirazione, che noi “non possiamo non dirci cristiani” (1942). In quel momento tragico, in cui la civiltà europea poteva essere sconfitta e schiacciata, il richiamo al cristianesimo, il ritorno al cristianesimo, per ritrovare le radici più profonde della nostra umanità, sembrarono a Croce non solo preziosi ma necessari. “Il cristianesimo – egli scrisse – è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, e appaiono rispetto a lei particolari e limitate. “La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi apparve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”. Gli uomini, gli eroi, i genii che precedettero il cristianesimo, compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensieri e di esperienze; “ma in tutti essi si desidera quel proprio accento che noi accomuna e affratella, e che il cristianesimo ha dato esso solo alla vita umana”.

1942: sembra passato più di un secolo da quando queste parole furono scritte. Appartengono esse a un retaggio ormai smarrito e perduto? Se così fosse, una tenebra profonda si abbatterebbe sull’Europa.

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Ecco perché maggio è il mese di Maria

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.
Riccardo Maccioni – Avvenire

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Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario
In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi
L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI
Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».

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Papa su strage Nizza: basta uccidere fratelli, costruire mondo su accoglienza

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2016

Papa su strage Nizza: basta uccidere fratelli, costruire mondo su accoglienza
Appello del Papa all’Angelus in Piazza San Pietro, dopo la strage di Nizza. Francesco esprime la sua vicinanza al popolo francese e invoca la fine del terrore. Quindi, invita a costruire un mondo nuovo e fraterno praticando la virtù umana e cristiana dell’accoglienza, che oggi – osserva – rischia di essere trascurata.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa su strage Nizza: basta uccidere fratelli, costruire mondo su accoglienza dans Articoli di Giornali e News Nizza_omaggio_alle_vittime_dell_attentato

Subito dopo la strage di Nizza, il Papa aveva manifestato il suo sgomento per la “violenza cieca” che colpisce persone innocenti, incapace di avere pietà anche davanti alla vita di tanti bambini. All’Angelus, davanti a numerosi pellegrini giunti da tutto il mondo in Piazza San Pietro, torna ad esprimere il suo dolore per quanto accaduto e chiede un momento di silenzio per pregare:

“Nei nostri cuori è vivo il dolore per la strage che, la sera di giovedì scorso, a Nizza, ha falciato tante vite innocenti, persino tanti bambini. Sono vicino ad ogni famiglia e all’intera nazione francese in lutto. Dio, Padre buono, accolga tutte le vittime nella sua pace, sostenga i feriti e conforti i familiari; Egli disperda ogni progetto di terrore e di morte, perché nessun uomo osi più versare il sangue del fratello. Un abbraccio paterno e fraterno a tutti gli abitanti di Nizza e a tutta la nazione francese”.

Commentando il brano evangelico di Marta e Maria, proposto dalla liturgia domenicale, Papa Francesco invita a costruire un mondo nuovo, più fraterno, basato sull’accoglienza e non sull’emarginazione e l’esclusione. Le due sorelle che accolgono a casa il Signore, ci ricordano che l’ospitalità è “una virtù umana e cristiana”, una virtù – afferma Francesco – che purtroppo “nel mondo di oggi rischia di essere trascurata”:

“Infatti, si moltiplicano le case di ricovero e gli ospizi, ma non sempre in questi ambienti si pratica una reale ospitalità. Si dà vita a varie istituzioni che provvedono a molte forme di malattia, di solitudine, di emarginazione, ma diminuisce la probabilità per chi è straniero, emarginato, escluso di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo. Perché è straniero, profugo, migrante. Ascoltare quella dolorosa storia! Persino nella propria casa, tra i propri familiari, può capitare di trovare più facilmente servizi e cure di vario genere che ascolto e accoglienza”.

Oggi siamo presi da tanti problemi – e alcuni dei quali non importanti – sottolinea il Papa – e manchiamo della capacità di ascolto:

“Siamo indaffarati continuamente e così non abbiamo tempo per ascoltare. E io vorrei domandare a voi, farvi una domanda, ognuno risponda nel proprio cuore: ‘Tu, marito, hai tempo per ascoltare tua moglie? E tu, donna, hai tempo per ascoltare tuo marito? Voi genitori avete tempo, tempo da perdere, per ascoltare i vostri figli o i vostri nonni, gli anziani?’ – ‘Ma, i nonni sempre dicono le stesse cose, sono noiosi…’ – ‘Ma hanno bisogno di essere ascoltati!’. Ascoltare. Vi chiedo di imparare ad ascoltare e di dedicargli più tempo. Nella capacità di ascolto c’è la radice della pace”.

Nel passo evangelico Maria ascolta la parola di Gesù, mentre Marta, presa dalle cose da preparare, si lamenta col Maestro perché la sorella non l’aiuta. Il Signore la esorta a non affannarsi ma a scegliere come Maria la parte migliore, l’unica cosa necessaria:

“Nel suo affaccendarsi e darsi da fare, Marta rischia di dimenticare. E questo è il problema: rischia di dimenticare la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso. Si dimentica della presenza dell’ospite. E l’ospite non va semplicemente servito, nutrito, accudito in ogni maniera. Occorre soprattutto che sia ascoltato.

Ricordate bene questa parola: ascoltare! Perché l’ospite accolto come persona, con la sua storia, il suo cuore ricco di sentimenti e di pensieri, così che possa sentirsi veramente in famiglia. Ma se tu accogli un ospite a casa tua e continui a fare le cose, lo fai sedere lì, muto lui e muto te, è come se fosse di pietra, l’ospite di pietra. No! L’ospite va ascoltato”.

L’unica cosa di cui c’è bisogno – spiega il Papa – rimanda certamente all’ascolto della parola di Gesù, “che illumina e sostiene tutto ciò che siamo e che facciamo »:

“Se noi andiamo a pregare – per esempio – davanti al Crocifisso e parliamo, parliamo, parliamo e parliamo e poi ce ne andiamo: non ascoltiamo Gesù! Non lasciamo parlare Lui al nostro cuore. Ascoltare: quella parola è chiave. Non dimenticatevi! Ma non dobbiamo dimenticare che anche nella casa di Marta e Maria, Gesù, prima di essere Signore e Maestro, è pellegrino e ospite.

Dunque, la sua risposta ha questo primo e più immediato significato: Marta, Marta, perché ti dai tanto da fare per l’ospite fino a dimenticare la sua presenza? L’ospite di pietra! Per accoglierlo non sono necessarie molte cose; anzi, necessaria è una cosa sola: ascoltarlo – la parola: ascoltarlo – dimostrargli un atteggiamento fraterno, in modo che si accorga di essere in famiglia, e non in un ricovero provvisorio”.

Il Papa eleva la sua preghiera a Maria:

“La Vergine Maria, Madre dell’ascolto e del servizio premuroso, ci insegni ad essere accoglienti e ospitali verso i nostri fratelli e le nostre sorelle”.

Infine, Francesco rivolge un saluto caloroso anche a un gruppo di pellegrini cinesi.

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La ‘Salve’ Clementissima Patrona

Posté par atempodiblog le 19 avril 2016

La ‘Salve’ Clementissima Patrona
Fonte: Diocesi di Alessandria

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DA SEMPRE PATRONA
Un fatto molto significativo da ricordare nella storia di Alessandria è la scelta della Madonna della Salve a patrona della diocesi. Scelta che avvenne subito fin dalle origini. Gli alessandrini scelsero infatti un simulacro ligneo raffigurante la Madonna addolorata sorretta da san Giovanni ai piedi della Croce, che si venerava nella chiesa del castello di Rovereto, uno dei borghi che contribuirono alla fondazione della città. Non appena venne ultimata la cattedrale nel centro cittadino (1178) curarono il trasporto del simulacro, sistemandolo decorosamente in una cappella apposita. A quelli di Rovereto si concesse la facoltà di esporne uno consimile nella loro chiesa: l’esemplare eseguito in pietra esiste tuttora nella chiesa di santa Maria di Castello. Il simulacro trasferito in cattedrale portava da principio il titolo di ‘Madonna dello spasimo’. Questo venne modificato dal 1489 in poi per un importante e prodigioso avvenimento. Ogni anno, il 24 aprile, si celebrava come giorno dedicato al martire san Giorgio e come anniversario (così infatti si riteneva) della fondazione di Alessandria. I festeggiamenti civili si abbinavano a quelli religiosi per cui in cattedrale veniva esposto solennemente anche il simulacro della Madonna. Ora avvenne che il 24 aprile 1489 i fedeli raccolti in preghiera nel tempio, videro grondare miracolosamente dal volto della Madonna un copioso sudore. In un attimo la notizia si sparse: la città ne rimase tutta vivissimamente commossa ed in massa vi accorse per ammirare il prodigio che fu accompagnato da altri miracoli e grazie. Diversi storici alessandrini tra cui Schiavina, Ghilini, Burgonzio, Chenna e Gasparolo riferiscono la prodigiosa ‘manifestazione’ della Madonna e narrano del richiamo che essa suscitò non solo nella città, ma nelle vicine borgate, poi in tutta la Lombardia, ed infine tra la maggior parte dei popoli dell’alta Italia. Da quell’anno il capitolo della cattedrale, tra le iniziative, per ricordare questa ‘Manifestazione della Madonna’ dispose di andare a cantare ogni sabato innanzi al simulacro la ‘Salve Regina’. Per questo particolare atto di pietà e di omaggio, la Madonna di Alessandria divenne per antonomasia la ‘Madonna della Salve’. La tradizione ha poi aggiunto un particolare curioso, facendo di ‘Salve’ l’acrostico della giaculatoria ‘Sempre Alessandria La Vergine Esaudisce’.

LA CAPPELLA IN CATTEDRALE
L’attuale cappella risale ai restauri del 1874-1879. Sullo stesso luogo per circa una sessantina di anni vi fu la bellissima cappella ideata dall’Arch. Cristoforo Valizzone e minutamente descritta dall’Ansaldi. Le decorazioni originali (maggio-ottobre 1877) erano di Carlo Costa e le figure del cav. Gamba; vi provvidero le gentildonne alessandrine riunitesi in Comitato per il restauro della cappella stessa e per la lotteria a favore di tutti i lavori della Cattedrale. Per opera del cav. Gussoni di Torino, la cappella venne rivestita in marmo bianco da terra al cornicione e di marmo venne fatto il pavimento e l’Altare. Questo, di stile bramantesco, fu consacrato il 26 aprile 1879 dal vescovo di Cuneo monsignor Andrea Formica; sul fianco dell’altare una iscrizione ricorda il donatore, Conte Giulio di Groppello: “AD. ARAM. VIRGINIS. ET. INSTAURANDUM. TEMPLI. A. MDCCCLXXIX JULIUS. GROPPELLI. COMES CONTULIT. LIBELLAS. ITAL. DECEM. MILLIA M.E.P.”. L’incorniciatura della nicchia è in legno scolpito e dorato, su disegno del conte Mella. Nel 1930 a completamento dei restauri generali del Duomo, venne affidata al prof. Boasso il rifacimento della decorazione, con la clausola di conservare della precedente la linea e la impostazione. Nella cupola si hanno otto figure allusive ad altrettanti episodi della vita di Maria e cioè: lo Sposalizio, l’Annunciazione, la Visita ad Elisabetta, la nascita di Gesù, il riposo in Egitto, Maria sul Calvario, l’assunzione al Cielo, Maria SS. Immacolata. Ai lati delle finestre sono dipinti otto angeli in atteggiamenti corrispondenti a ciascuno dei misteri sopra rappresentati. Così sotto la scena della nascita di Gesù, due angeli stanno suonando; sotto il Calvario i due angeli sono immersi in profondo dolore; sotto l’Assunzione vediamo due angeli festosi e sotto l’Incoronazione di Maria, i due angeli sono in atteggiamento di venerazione. Nei quattro paducci della cupola abbiamo Davide e Daniele, Isaia e Geremia che ebbero accenni profetici sulla Madre dell’Uomo-Dio. Nonostante le condizioni stabilite, il prof. Boasso modificò alquanto la precedente decorazione del Costa, ed il prof. Morgari nel rinfrescare i dipinti del Gamba tolse tutti i fondi panoramici, sostituendoli con un informe fondo oro a mosaico. Nell’icona di questa cappella si custodisce il miracoloso simulacro che rappresenta la Vergine sostenuta da san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce.

LA CUSTODIA DEL SIMULACRO
Dapprima era in legno, ricca di intagli, di dorature e di cristalli. Nel 1761, poichè “non pareva più corrispondere all’intensità dell’affetto, all’altezza della riconoscenza che gli alessandrini nutrivano verso la pietosa loro Madre Divina”, si pose mano alla costruzione di una cassa, tutta di finissimo argento disteso in lamine e con vaghissima arte, in varie parti dorata, la quale riuscì un vero capolavoro d’opera d’oreficeria. Era di stile barocco, lavorato a volute, a fiorami, a modiglioni, a scanalature, con una precisione e maestria veramente meravigliosa, uscita dall’officina dell’ing, Ceresa di Alessandria. Al globo d’argento dorato che sovrastava la cassa fu, nel 1792, sostituita da una corona reale, rialzata su vaghe modanature, alla quale, quasi a sostenerla, s’aggiunsero ai lati, nel 1828, due grossi putti d’argento massiccio. Questo prezioso e ricchissimo lavoro fu gravemente danneggiato dall’incendio del 1876. Scoppiò nella notte tra il 29 e il 30 aprile, durante l’ottavario solenne della B.V. della Salve che si svolgeva nella chiesa della SS. Trinità. Il fuoco appiccatosi alla immensa quantità di cera offerta dai fedeli, alla circostante balaustra di legno, ad un vicino confessionale, al pulpito, alla tappezzeria, avviluppò tra i suoi vortici la preziosa immagine. Per vero miracolo, il simulacro di legno antichissimo, fra il liquefarsi dei cristalli ed il disfarsi della stessa cassa rivestita d’argento, che la chiudeva, si conservò in modo che i guasti patiti poterono essere agevolmente riparati. Il 18 maggio seguente, il celebre statuario savonese cav. Antonio Brilla ridonava agli alessandrini l’effigie della Salve compietosamente restaurata. La ricostruzione della cassa venne invece affidata all’orefice alessandrino Antonio Testore il quale, basandosi sugli antichi modelli la rifece rendendola ancor più squisitamente artistica: fu ultimata nel 1877 e venne a costare £. 21.000. Degne di nota sono le lampade che stanno ai lati del simulacro. Le due in argento, stile impero, fatte da Maurizio Ceresa su disegno dell’arch. Valizzone, furono donate dal Municipio nel 1837 in esecuzione del voto della città per la grazia ottenuto della preservazione dal colera nel 1835. Sono a forma di vaso antico su base triangolare e poggiate su tre grifi collegati dallo stemma della città. Le altre due lampade d’argento appese a catenelle, furono offerte da re Carlo Alberto per la solenne imposizione della corona vaticana alla B.V. della Salve fatta dal vescovo Andrea Pasio il 28 maggio 1843; alle grandiosi feste partecipò lo stesso re con la sua famiglia. Su ogni lampada si notano tre scudetti con le seguenti lettere incrociate: CCR – DDD – BMV. In questa cappella sono conservate anche due insigni reliquie della Passione di Gesù Cristo.

LA RELIQUIA DELLA SANTA CROCE
Questa insigne reliquia (un grosso frammento della Santa Croce) è contenuta in un magnifico reliquario in argento cesellato di fattura milanese, alto m. 0,83, largo m. 0,46. La forma è quadrata; ci sono inoltre varie figure di angeli che recano gli strumenti della Passione: la colonna, la croce, il velo, la corona di spine, i chiodi. Al di sopra, il busto del Padre Eterno, con ai fianchi due Angeli adagiati presso due palmette. Le notizie storiche concernenti la reliquia si possono dedurre da una iscrizione incisa sul tergo del reliquario stesso. Qui si legge che il legno della SS. Vera Croce di N. S. Gesù Cristo fu donato con strumento notarile da Opizio De Reversatis  alla città di Alessandria nella persona del podestà Alberto Fontana l’11 dicembre 1208. Nello stesso giorno furono estratti i nomi di quelle nobili famiglie (due per ogni contrada), alle quali sarebbe stata affidata la cura e la custodia. La sorte designò le seguenti: Trotti, Pettenari, Calcamuggi, Ghilini, Plana, Robutti, Squarciafichi, Colli. Furono queste famiglie (alla famiglia Plana era succeduta quella degli Arnuzzi) che nel 1619 curarono l’esecuzione dell’attuale reliquiario. L’affresco che occupa la lunetta sul fronte della cappella della Salve e che rappresenta, a sinistra i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di regalare la reliquia di Santa Croce, unisce insieme i due fatti del 1208 e 1619.

LA RELIQUIA DELLA SACRA SPINA
Questa eccezionale reliquia è rinchiusa in un reliquiario d’argento, alto cm. 36, fatto a forma di ostensorio ambrosiano con cilindro di cristallo; è un bel lavoro di cesello del XVI secolo. Storicamente sappiamo che questa Sacra Spina fu acquistata dal nobile alessandrino Castellino Colli, a caro prezzo, da un soldato che l’aveva salvata dal sacco di Roma del 1527. Il Colli l’aveva poi lasciata per testamento a san Pietro di Borgoglio, nella cui collegiata la sua famiglia godeva il patronato dell’arcipresbiterato, ma il vescovo Ottaviano Guasco nel 1542, la fece trasportare in cattedrale perchè fosse conservata e venerata con il Sacro Legno della Croce. La Sacra Spina, della lunghezza di circa cm. 6, è di colore cenerognolo; alla punta è di colore piuttosto scuro ed appartiene al genere rhamnus. Nella lunghezza si scorgono della piccola epidermide cenerognola che lascia intravedere il legno.

L’OTTAVARIO
La Santa Sede decorò il simulacro della corona aurea vaticana e concesse ufficio e messa propri. La solennità della Madonna della Salve si celebra il sabato antecedente la III domenica di Pasqua con solenne ottavario e si chiude la domenica successiva con la solenne processione per le vie della città. Il giorno dopo viene celebrata la Messa ‘della reposizione’ alla quale prendono parte numerosissimi fedeli; è questa l’unica occasione in cui è possibile assistere al funzionamento della antica macchina utilizzata per spostare il simulacro dalla sede che abitualmente lo ospita (i preparativi per l’esposizione vengono generalmente effettuati a porte chiuse).

O REGINA DELL’EMPIREO
Alla ‘Clementissima Patrona’ è dedicato ‘O Regina dell’Empireo’, uno degli inni più popolari della tradizione liturgica alessandrina, ‘il’ canto mariano diocesano per eccellenza le cui prime due strofe chiudono quasi tutte le celebrazioni liturgiche celebrate in cattedrale. La versione completa pubblicata di seguito è quella utilizzata nella Liturgia delle Ore per la celebrazione dei primi e secondi vespri.

O Regina dell’Empireo,
tutta pura, tutta bella:
salve, Figlia, Sposa, Ancella,
salve Madre al Redentor.

Salve, salve,
o d’Alessandria,
Clementissima Patrona.
Se peccammo, deh perdona.
Deh, c’infiamma
del tuo amor.

Nel mirarti in quell’immagine
mesta ai piedi della Croce,
un rimorso giusto, atroce,
ci ripiomba in mezzo al cor.

Qual un dì mite e propizia
ti mostrasti agli avi nostri
tal propizia a noi ti mostri.

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Domenica della Divina Misericordia: l’abbraccio con la bontà del Padre

Posté par atempodiblog le 3 avril 2016

Domenica della Divina Misericordia: l’abbraccio con la bontà del Padre
Si celebra questa domenica la Festa della Divina Misericordia. Una ricorrenza istituita nella seconda domenica di Pasqua da San Giovanni Paolo II nel 2000, in occasione della canonizzazione di Santa Faustina Kowalska. Proprio alla vigilia di questa festa, il 2 aprile di 11 anni fa, moriva Papa Wojtyla. Santa Faustina, suora polacca della Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia, ebbe straordinarie rivelazioni: nel 1931, in una apparizione, Gesù le chiese di far dipingere l’immagine della sua Misericordia. Sul significato e sull’importanza della Domenica della Divina Misericordia, Elvira Ragosta,  per Radio Vaticana, ha intervistato suor Maria Rosa Lo Proto, segretaria delle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto e presidente dei gruppi di preghiera “Figli spirituali di Giovanni Paolo II”:

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R. – E’ un momento di grazia per tutta la Chiesa riscoprire questo grande fiume erompente che dà la possibilità ad ogni uomo di riconoscersi bisognoso della misericordia di Dio per rimettersi in un cammino nuovo e quindi quasi purificati, rigenerati dalle acque preziosissime della Divina Misericordia, ci possiamo ripresentare con cuore libero e gioioso ad avere l’abbraccio del Padre.

D. – Una devozione – quella alla Divina Misericordia – che nasce con l’esperienza di Suor Faustina Kowalska …
R. – Esatto. Nel suo diario, Santa Faustina ricorda di aver pianto perché il pittore ha dipinto Gesù Misericordioso non perfettamente come lei lo vedeva e Gesù la consola dicendo:

“Faustina, non preoccuparti se non mi ha fatto bene come tu volevi: la cosa importante è che coloro che guarderanno la mia immagine si abbandonino alla certezza e quindi alla gioia del mio abbraccio misericordioso”.

D. – La festa venne istituita nel 2000 da Papa Wojtyla, che morì cinque anni dopo, proprio nei Vespri della ricorrenza. Come leggere questo legame con San Giovanni Paolo II?
R. – E’ un legame che si è potuto vedere la sera del 2 aprile, quando in Piazza San Pietro migliaia di persone pregavano e invocavano il Signore per aiutarlo, perché ormai si percepiva il grande momento del suo trapasso; e quindi senz’altro anche quel tratto della Misericordia di Dio è passato attraverso di lui che pregava e si offriva per noi, unito a Maria.

D. – Alla misericordia Papa Francesco ha voluto dedicare quest’Anno giubilare; quanto è importante in questo momento storico molto particolare, la misericordia?
R. – Secondo me, lui come religioso e anche come missionario è stato ispirato, perché forse non tutti ancora abbiamo capito l’importanza di questo grande dono che ci deriva proprio dalla Passione e morte di Gesù. E c’è la famosa coroncina, tanto pregata: il Papa ne ha dato anche in omaggio in Piazza San Pietro. Ci ha fatto anche ripristinare le opere di Misericordia, corporali e spirituali, e questa è un’icona bellissima che dà a noi l’opportunità non solo di rivalorizzare un po’ quelli che sono i cardini della nostra fede, ma rivitalizzarla!

D. – Suor Maria Rosa, la festa della Divina Misericordia spiegata ai ragazzi: lei che è catechista, è stata insegnante, come ha avvicinato i giovani a questa festività? Come ha insegnato loro a pregare, in occasione di questa festività?
R. – Prima di tutto, la testimonianza e soprattutto interessare i ragazzi stessi. Presentavo quasi sempre le parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano, perché non dimentichiamoci: anche il Buon Samaritano è stato uomo di misericordia, perché è stato capace non solo di fermarsi, di ungere le ferite, ma ha caricato l’uomo ferito sul suo giumento, lo ha portato alla locanda, ha pagato di persona e ha detto all’albergatore: “Ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno”. E quindi, certamente, lui è stato misericordioso. Ma in quel Samaritano noi sappiamo che c’è Gesù, quindi si fa presto poi a leggere la misericordia, quando noi leggiamo la Parola di Dio, perché la Parola di Dio è una parola viva, è una parola di verità, è una parola che ti conquista, è una parola che non muore…

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Come la luna, come il sole, come un esercito

Posté par atempodiblog le 8 mars 2016

Come la luna, come il sole, come un esercito
di Papa Pio XII
Tratto da: Pio XII. Sito Ufficiale della Causa di Canonizzazione

Madonna

[...]

1° - Anzitutto, diletti figli e figlie, guardate Maria, «bella come la luna, pulchra ut luna». È un Modo questo per esprimere la eccelsa bellezza di Lei. Come deve essere bella la Vergine! Quante volte siamo stati colpiti dalla bellezza di un volto angelico, dall’incanto di un sorriso di bambino, dal fascino di uno sguardo puro! E certamente nel volto della propria Madre Iddio ha raccolto tutti gli splendori della sua arte divina. Lo sguardo di Maria! il sorriso di Maria! la dolcezza di Maria! la maestà di Maria, Regina del cielo e della terra! Come splende la luna nel cielo oscuro, così la bellezza di Maria si distingue da tutte le bellezze, che paiono ombre accanto a Lei. Maria è la più bella di tutte le creature. Voi sapete, diletti figli e figlie, quanto facilmente una bellezza umana, che è come l’ombra d’un fiore, rapisce ed esalta un cuore gentile: che cosa dunque esso non farebbe dinanzi alla bellezza di Maria, se potesse contemplarla svelata, faccia a faccia, Così l’Alighieri vide nel Paradiso (cant. 31, v. 130-135), in mezzo a «più di mille Angeli festanti», «ridere una bellezza, che letizia – era negli occhi a tutti gli altri santi»: Maria!

Intanto su quel volto non si rivela soltanto la bellezza naturale. Nell’anima di Lei Iddio ha riversato la pienezza delle sue ricchezze con un miracolo della sua onnipotenza, e allora Egli ha fatto passare nello sguardo di Maria qualche cosa della sua dignità sovrumana e divina. Un raggio della bellezza di Dio splende negli occhi della sua Madre. Non pensate voi che il volto di Gesù, quel volto che gli angeli adorano, dovesse riprodurre in qualche modo i lineamenti del volto di Maria? Così il volto di ogni figlio rispecchia gli occhi della madre. Pulchra luna. Felice chi potesse vederti, Madre del Signore, chi potesse bearsi dinanzi a te; potessimo, o Maria, rimanere con te, nella tua casa, per servirti sempre!

2° - Ma la Chiesa non paragona Maria soltanto alla luna; servendosi ancora della Sacra Scrittura (Cant. 6, 10), passa ad un’immagine più forte ed esclama: Tu sei, o Maria, « electa ut sol », eletta come il sole.

La luce del sole ha una differenza grande da quella della luna : è luce che scalda e che vivifica. Splende la luna sui grandi ghiacciai del polo, ma il ghiaccio rimane compatto e infecondo, così come rimangono le tenebre e perdura il gelo nelle notti lunari dell’inverno. La luce della luna non porta il calore, non porta la vita. Fonte di luce, di calore e di vita è il sole. Ora Maria, che ha la bellezza della luna, splende anche come un sole e irraggia un calore vivificante. Parlando di Lei, parlando a Lei, non dimentichiamo che è vera Madre nostra. perché attraverso di Lei abbiamo ricevuto la vita divina. Ella ci ha dato Gesù e con Gesù la sorgente stessa della grazia. Maria è mediatrice e distributrice di grazie.

Electa ut sol. Sotto la luce e il calore del sole fioriscono sulla terra e danno frutto le piante; sotto l’influsso dell’aiuto di questo sole che è Maria fruttificano i buoni pensieri nelle anime. Forse, già in questo momento voi siete ripieni dell’incanto che promana dalla Vergine Immacolata, Madre della divina grazia, Mediatrice di grazie, perchè Regina del mondo. Oh! potessimo avere la voce di S. Bernardo, che non si stancava di lodare, di cantare, di ammirare, di esultare dinanzi al trono della Vergine! Oh! potessimo avere la lingua degli angeli per poter dire la bellezza, la grandezza della loro Regina!

Riandate, diletti figli e figlie, la storia della vostra vita: non vedete un tessuto di grazie di Dio? Voi potete pensare allora: in quelle grazie è entrata Maria. I fiori sono spuntati, i frutti sono maturati nella mia vita, grazie al calore di questa Donna eletta come il sole.

Avete voi pregato questa mattina? La grazia che vi ha invitato a un atto di così squisita pietà è stata forse una grazia speciale di Maria, è venuta attraverso Maria.

State ora ascoltando questo Nostro Messaggio di onore alla Vergine: qualche parola di esso vi penetra forse più profondamente nel cuore, destando sentimenti buoni e aneliti di fervore? È una grazia che giunge alle vostre anime attraverso la intercessione di Maria, con la luce di quel sole del cielo che è Maria.

Sperate voi un giorno di giungere in Paradiso mediante la grazia della perseveranza fino all’ultimo istante della vita? Avete fiducia di morire in grazia di Dio? Anche questa grazia verrà a voi devoti di Maria attraverso un sorriso di Lei, con un raggio di quel sole.

3° - Ma un’altra immagine prende la Chiesa dalla S. Scrittura e l’applica alla Vergine. Maria è bella in sè stessa come la luna, è fulgida intorno a sè come il sole; ma contro il «nemico» è forte, è terribile, come un’esercito schierato in battaglia. «Acies ordinata».

In questo giorno di gioia e di esultanza, Dio sa come vorremmo poter dimenticare l’asprezza dei tempi che attraversiamo!  » Ma i pericoli, che gravano sul genere umano, sono tali che Noi non dobbiamo cessare mai — si può dire — di gettare il nostro grido di risveglio. Vi è il « nemico », che preme alle porte della Chiesa, che minaccia le anime. Ed ecco un altro aspetto — presentissimo — di Maria: la sua forza nel combattimento.

Già, dopo il misero caso di Adamo, il primo annunzio su Maria, secondo la interpretazione di non pochi Santi Padri e Dottori, ci parla di inimicizie fra Lei e il serpente nemico di Dio e dell’uomo. Come è per Lei essenziale di esser fedele a Dio, così di esser vincitrice del demonio. Senza nessuna macchia Maria ha calpestato la testa del serpente tentatore e corruttore. Quando si avvicina Maria, il demonio fugge; così come scompaiono le tenebre, quando spunta il sole. Dove è Maria, non è Satana; dove è il sole, non è il potere delle tenebre.

Diletti figli e figlie dell’Azione Cattolica Italiana! Oh se questi tre fulgori di Maria diventassero vostre luci! Se le tre immagini della S. Scrittura si applicassero, in realtà, a ciascuno di voi e a tutta l’Associazione!

Vorremmo anzitutto che voi, come figli e figlie di Maria, cercaste di riprodurre nell’anima vostra la sua bellezza sovrumana. Abbiate dunque, a immagine di Lei, l’unione perfetta con Gesù. Sia Gesù in voi, siate voi in Lui, fino alla fusione della vostra vita con la vita di Lui. Siano nella vostra mente gli splendori della fede e, come Lei, vedete, giudicate, ragionate secondo Dio. Il vostro cuore, quando è possibile, aspiri all’integrità del cuore di Lei, che nulla ha diviso con altri ed ha conservato per Iddio tutto il suo calore, i suoi palpiti, la sua vita. Con le visuali dello spirito, con gli ardori del cuore, coltivate la dedizione assoluta a Dio. Figli e figlie di Maria, portate nei lineamenti dell’anima vostra le sembianze della Madre del cielo. Fate passare attraverso un mondo avvolto nelle tenebre e coperto di fango fasci di luce e il profumo di una purezza incontaminata.

In secondo luogo vorremmo che foste come il sole, il quale riscalda e vivifica. Il calore del vostro amore riscaldi le persone e le cose che vi circondano. Fate distinguere in ogni luogo la vostra presenza col fervore della vostra carità. Il demonio ha invaso la terra con l’odio : fate rivivere, prepotente, l’amore. Tanti sono ancora cattivi, perchè non sono stati finora abbastanza amati. Vivificate tutto quanto cadrà sotto l’influsso dei vostri raggi. Siate, cioè, come Maria e con Maria, strumenti di vita nelle anime, che oggi muoiono di freddo e di fame, ma potrebbero tornare alla casa del Padre, se fossero mosse dalle vostre parole, trascinate dal vostro esempio.

Finalmente applicate anche a voi la terza immagine di Maria : siate forti contro il « nemico ». Qui non si tratta più soltanto del vantaggio spirituale di ciascuno di voi, ma della vostra collaborazione per il bene delle anime. Tutta l’Azione Cattolica, che nei singoli membri deve essere bella come la luna e vivificante come il sole, sappia essere, di fronte al « nemico », forte come un esercito schierato in battaglia. Ed ecco che la nostra familiare riunione prende quasi l’aspetto di una « chiamata a rapporto » del principale fra i reparti laici del grande esercito cattolico d’Italia.

Nella Nostra recente Enciclica « Fulgens corona » abbiamo ancora una volta denunciato l’attuarsi di un piano spaventoso per « svellere radicalmente dagli animi la fede di Cristo », per l’invasione del mondo da parte del nemico degli uomini e di Dio. E sono uomini — miseri uomini — coloro che servono da strumenti per quest’opera distruggitrice. Vi è in atto una lotta che ingrandisce quasi ogni giorno di proporzione e di violenza, ed è quindi necessario che tutti i cristiani, ma specialmente tutti i militanti cattolici, « stiano in piedi e combattano sino alla morte, se è necessario, per la Chiesa madre loro, con le armi che sono consentite » (cfr. S. Bern. Ep. 221, n. 3 – Migne PL, V. 182, col. 387). Non si tratta qui evidentemente di scontro fra i popoli con distruzione di case e strage di uomini. Noi abbiamo più e più volte esecrato la guerra, e siccome riappaiono qua e là tristi segni di pericolo per la pace, torniamo a scongiurare Iddio, affinchè impedisca, con la Sua onnipotenza, che nuovi lutti e nuove lacrime vengano provocati sulla terra dall’incoscienza e dalla malvagità di alcuni. Noi parliamo invece della lotta che il male, nelle sue mille forme, combatte contro il bene; lotta dell’odio contro l’amore, del malcostume contro la purezza, dell’egoismo contro la giustizia sociale, della violenza contro il pacifico vivere, della tirannia contro la libertà.

Di questa lotta è già assicurato l’esito finale, essendone garante l’infallibile parola di Dio. Verrà il giorno del trionfo del bene sul male, perchè verrà il dì, in cui — lo diciamo con immensa tristezza — andranno «maledetti al fuoco eterno» (Matth. 25, 41) quanti hanno voluto fare a meno di Dio e sono rimasti sino alla fine ostinati nella impenitenza. Ma vi sono battaglie, il cui esito non è certo, perchè è affidato anche alla buona volontà degli uomini. In alcuni settori il « nemico » ha prevalso: occorre riconquistare il terreno perduto — cioè le anime traviate — perchè Gesù regni nuovamente nei cuori e nel mondo.

Diletti figli e figlie! Noi vi chiamiamo nuovamente a raccolta, certi che tutti — senza evasione di sorta — risponderete alla Nostra voce. Sotto lo sguardo di Maria, Regina delle Vittorie, disponetevi a vivere, per così dire, in un clima di generale mobilitazione, pronti a qualsiasi sacrificio, presti a qualunque eroismo.

Noi abbiamo invitato i fedeli di tutto il mondo ad approfittare dell’Anno mariano, che oggi comincia, per promuovere manifestazioni di omaggio a Maria nei suoi santuari. Ma quel che preme specialmente, è che si compia uno sforzo comune per avviare l’Italia verso una rinascita religiosa integrale. Perchè ciò avvenga, dovrà essere naturalmente preparato un piano razionale che vi impegni tutti in modo organico, e voi provvederete a muovervi secondo una esatta e ben studiata strategia, schierandovi ordinatamente e fissando bene gli scopi da conseguire. È necessario, per questo, rafforzare la vostra unione interna, accentuando sempre più il carattere unitario della vostra organizzazione, e poi accogliendo tutti fraternamente, come compagni d’arme, a combattere fianco a fianco la stessa battaglia. L’esercito cattolico è composto anche di altre forze che sarebbe insano ignorare o contrariare. Vi è posto per tutti, e di tutti vi è bisogno in questo immenso fronte da coprire per respingere gli assalti del «nemico».

Ricordate però tutti che non vi è ordinato schieramento se, nel rispetto della varietà e delle capacità, non viene assicurata l’unità del comando; per questo vivamente esortiamo voi e tutte le forze cattoliche a farvi guidare nel lavoro apostolico da chi lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio.

Nello scegliere gli « obiettivi » va inoltre osservato l’ordine dei valori : dovete quindi preferire lo spirituale al materiale, il definitivo al provvisorio, l’universale al particolare, ciò che urge a quel che può essere rimandato ad altro tempo.

Quanto alla tattica da seguire, ricordate che l’accostamento individuale è quello che dà migliori risultati. Mediante la «Base Missionaria» l’Azione Cattolica ha già iniziato un lavoro unitario, col quale esce dalle sue sedi per andare a portare la verità ai lontani. Ma questo metodo produrrà buoni effetti, soltanto se tutta l’Azione Cattolica cercherà di attuarlo e se opererà in collaborazione con altre forze cattoliche. Ciò raccomandammo lo scorso anno agli Uomini di Azione Cattolica; oggi lo diciamo specialmente a voi, carissimi Giovani, che foste i primi a nascere e siete ancora così pieni di vigore e di freschezza. Siate, oggi e sempre, le avanguardie ardimentose di questo pacifico esercito, in spirito di perfetta unione con tutti e di completa dedizione ai Pastori che guidano la Chiesa.

Ed ecco l’ultima Nostra parola, che vogliamo rivolgere ai fanciulli e alle fanciulle in ascolto, per esprimere loro un Nostro desiderio. Ricordate quanto vi amava Gesù e con quanta tenerezza vi accoglieva? Parlando alle turbe, Egli vi proponeva come modelli per entrare nel regno dei cieli. Anche il Papa vi ama, come vi amava Gesù. Voi siete i prediletti del Papa, come eravate la pupilla degli occhi di Gesù.

Ebbene, cari fanciulli, il Papa ha bisogno del vostro aiuto. Il Papa ha tante ansie, tanti timori per le sorti di questo mondo minacciato di rovina. Volete voi aiutare il Papa? Volete aiutare la Chiesa a salvare il mondo, a salvare l’umanità in pericolo? Allora alzate al cielo i vostri occhi limpidi e puri; giungete le vostre piccole mani e offrite a Gesù la vostra innocenza. Dite a Gesù che salvi la Chiesa, che salvi le anime. Siate con la vostra preghiera, coi vostri piccoli sacrifici, gli angeli protettori di tutta l’Azione Cattolica, che ripone in voi tutte le sue speranze.

Ecco : Noi ci inginocchiamo e recitiamo con voi una preghiera. Unitevi a Noi per fare dolce violenza alla Madre vostra celeste.

O Vergine bella come la luna, delizia del cielo, nel cui volto guardano i beati e si specchiano gli angeli, fa che noi tuoi figliuoli ti assomigliamo e che le nostre anime ricevano un raggio della tua bellezza, che non tramonta con gli anni, ma rifulge nella eternità.

O Maria, sole del cielo, risveglia la vita dovunque è la morte e rischiara gli spiriti dove sono le tenebre. Rispecchiandoti nel volto dei tuoi figli, concedi a noi un riflesso del tuo lume e del tuo fervore.

O Maria, forte come un esercito, dona alle nostre schiere la vittoria. Siamo tanto deboli, e il nostro nemico infierisce con tanta superbia. Ma con la tua bandiera ci sentiamo sicuri di vincerlo; egli conosce il vigore del tuo piede, egli teme la maestà del tuo sguardo. Salvaci, o Maria, bella come la luna, eletta come il sole, forte come un esercito schierato, sorretto non dall’odio, ma dalla fiamma dell’amore. Così sia.

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Presepe e Dio lontano

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2015

Presepe e Dio lontano
di Clive Stapels Lewis – Lettere di Berlicche

Il significato antico e sempre nuovo del presepe dans Articoli di Giornali e News 2mqrk37
Oggi ricorre l’anniversario della nascita di C. S. Lewis

Spero, caro Farfarello, che tu non ti sia lasciato sfuggire l’occasione, durante queste ultime feste natalizie, di ammirare qualcuno dei presepi che in molte case ancora si usa allestire per la gioia dei bambini e dei vecchi. Ce n’è di tutti i tipi, dal legno alla cartapesta, dal cristallo al bronzo, dalla terracotta al plexiglas…

Io amo i presepi. Dirai che sono un vecchio sentimentale… Ebbene, dì pure, se vuoi. Prima però, senti quello che ho da dirti in proposito. Da secoli ormai un’idea mi frulla per il capo alla sola vista di un presepe, e te la voglio confidare in segno di stima. Ebbene, io credo che la grande quantità di energia che noi diavoli abbiamo sempre profuso per inventare argomentazioni seducenti contro Dio sia, in gran parte, fatica sprecata. Noi non dobbiamo creare nuovi argomenti: possiamo usare pari pari i loro. È il cuore che decide, e spesso decide male.

Pensa alle figuri minori del presepe: c’è un solo Giuseppe, una sola Maria, un solo Gesù bambino. Un solo bue, un solo asino. Gli altri sono tutte comparse, compresi i Magi. Ogni uomo al mondo è una figura minore del presepe… Seguimi bene. Dopo aver reso omaggio al Messia, che fanno tutte queste comparse? Se ne tornano, semplicemente, al loro lavoro. Il carrettiere al suo carretto, il panettiere al suo pane, e così via. C’è qualcosa, in tutto ciò, che mi manda in confusione, che mi stordisce e mi umilia: ciascuno torna lieto al suo mestiere, anzi: se prima il lavoro gli pesava, ora gli pesa molto meno, perché ha visto il Messia. Che ira! Tutto diviene accettabile, amabile…

Ma poi, passata l’ira, ecco l’idea! La grande idea! Quella che è la più grande dimostrazione dell’esistenza di Dio, la quotidianità, eccola trasformata, senza che apparentemente nulla cambi, nella più grande delle bestemmie! Che cos’è mai il tuo Dio? Un’emozione momentanea prima di riprendere il solito tran tran. Un bambinello che ti salva finché resti in estatica contemplazione, ma poi? Immaginiamo quei poveri pastori al momento del congedo. Un inchino, un altro inchino, mettiamoci pure un terzo inchino. Ma poi le spalle dovranno pur voltare, e tornarsene alle loro pecore, non è vero?

E allora noi diavoli pronti, in coro, a soffiar nelle loro orecchie: dalle obiezioni più collaudate (“come può Dio, nella sua bontà, permettere il dolore innocente?”) alle migliori invenzioni della modernità (l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio si trasforma nell’egalité giacobina, che è il suo opposto), e via dicendo. Tutte le obiezioni contro Dio nascono dall’idea di un Dio lontano, che non vuole salvare concretamente gli uomini. Ma questa idea nasce, a sua volta, dalla comodità: un Dio lontano è sempre più comodo di un Dio vicino. È questa, Farfarello, la nostra carta vincente. Da sempre.

Un abbraccio dal tuo Malacoda

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Papa Francesco: la via della santità è Gesù, via della felicità

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2015

Papa Francesco: la via della santità è Gesù, via della felicità
“La via della santità è la stessa via della felicità: è la via percorsa da Gesù, chi cammina con Lui entra nella vita eterna”. Così il Papa questo pomeriggio celebrando la messa nella Solenità di Tutti i Santi nel cimitero del Verano a Roma in suffragio dei defunti.   Presente  nel primo atto ufficiale dell’incarico, ricevuto oggi,  il nuovo commissario di Roma, il prefetto Francesco Paolo Tronca.  Francesco ha deposto una rosa bianca sulla tomba di una famiglia romana come segno di omaggio alla memoria dei defunti della diocesi.
di Paolo Ondarza – Radio Vaticana

papa francesco e maria

I santi ci precedono nella patria celeste, ci accompagnano ed incoraggiano ad andare avanti nel nostro pellegrinaggio terreno. Con queste parole Francesco invita ogni uomo a mettersi in cammino sulla strada per raggiungere la vera beatitudine. Gesù è questa via, chi cammina con lui entra nella vita eterna:

“È un cammino difficile da comprendere perché va controcorrente, ma il Signore ci dice che chi che va per questa strada è felice, prima o poi diventa felice”

Beato – spiega il Papa – è il povero in spirito, perché ha il cuore spogliato, libero dalle cose mondane: è atteso nel Regno di Dio. E’ beato chi è nel pianto perché chi “chi non ha mai provato tristezza o dolore “non conoscerà mai consolazione”

“Felici invece possono essere quanti hanno la capacità di commuoversi, la capacità di sentire nel cuore il dolore che c’è nella loro vita e nella vita degli altri. Questi saranno felici! Perché la tenera mano di Dio Padre li consolerà e li accarezzerà”.

E se siamo spesso impazienti, nervosi, lamentosi e abbiamo pretese, il Vangelo – ricorda Francesco – ci dice che beati sono i miti, come le mamme e i papà nei confronti di figli che li fanno impazzire”. Qualcuno ci precede nel  cammino:

“Gesù ha percorso questa via: da piccolo ha sopportato la persecuzione e l’esilio; e poi, da adulto, le calunnie, i tranelli, le false accuse in tribunale; e tutto ha sopportato con mitezza. Ha sopportato per amore nostro persino la croce”.

Sono beati quanti hanno fame e sete di giustizia verso gli altri e verso se stessi: saranno saziati perché – prosegue Francesco – sono pronti ad accogliere la giustizia che solo Dio può dare. Sono beati i misericordiosi: “sanno perdonare, non giudicano tutto e tutti, ma cercano di mettersi nei panni degli altri”. Ogni uomo – ammonisce il Papa – ha bisogno di perdono: riconoscersi peccatori non è una formalità:

“è un atto di verità. E se sappiamo dare agli altri il perdono che chiediamo per noi, siamo beati”.

I santi inoltre sono pazienti seminatori di pace, “veri figli del Padre del Cielo che ha mandato nel mondo il suo Figlio come seme di pace per l’umanità”. Dunque conclude Francesco, sull’esempio dei santi “chiediamo al Signore la grazia di essere persone semplici e umili, la grazia di saper piangere, la grazia di essere miti, la grazia di lavorare per la giustizia e la pace, e soprattutto la grazia di lasciarci perdonare da Dio per diventare strumenti della sua misericordia”.

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La festa del libro

Posté par atempodiblog le 24 avril 2015

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A Barcellona il 23 aprile si celebra in onore del loro patrono San Giorgio, una festa civile e culturale, che per i Catalani è molto sentita e radicata. Il Santo è diventato il protagonista della leggenda più famosa a Barcellona. San Giorgio riuscì con la sua spada ad uccidere il drago e a salvare la principessa; il sangue versato si trasformò in una rosa che Giorgio le donò, la principessa ricambiò regalando un libro. Da allora, offrire una rosa e un libro alle persone care nella festività di San Jordì, fa in modo che la giornata diventi un omaggio all’amore, all’amicizia e alla cultura. Il giorno del libro si celebra in Catalogna dall’anno 1926, ma grazie ad un’iniziativa degli editori catalani, il 15 novembre 1995 l’UNESCO ha dichiarato il 23 aprile “Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’Autore”.

Tratto da: Radio Maria FB

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[...] Chi ama il libro, prende in mano, col sentimento di una tranquilla familiarità, quell’oggetto che così si chiama, stampato su carta e rilegato in tela o cuoio o pergamena. Lo sente come una creatura, che si tiene in onore e si cura, e della cui concretezza materiale si è lieti. Non è per lui solo il mezzo a uno scopo, sia pure il più spirituale, bensì qualcosa di pienamente compiuto in se stesso, saturo di significati molteplici e capace di dare con ricchezza. [...]

Romano Guardini – Elogio del libro

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[...] Leggere è una ricchezza per la persona e per la comunità. E’ una porta che ci apre alla conoscenza, alla bellezza, a una maggiore consapevolezza delle nostre radici, ai sentimenti degli altri che spesso ci fanno scoprire anche i nostri sentimenti nascosti [...]. Non è vero che la lettura sia stata e sia un’abitudine di personalità introverse. E’ vero il contrario: è una chiave per diventare cittadini del mondo, per conoscere esperienze lontane, per comprendere le contraddizioni e le storture, ma anche per comprendere le grandi potenzialità del mondo che ci circonda, dell’umanità che ci circonda. E’ un modo per far nascere speranze, per coltivarle, per condividerle. [...]

del Presidente Mattarella – Quirinale

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Pakistan: Il giovane eroe sacrificatosi per salvare centinaia di cristiani

Posté par atempodiblog le 26 mars 2015

Pakistan: Il giovane eroe sacrificatosi per salvare centinaia di cristiani
Akash Bashir ha braccato un kamikaze che stava per entrare in una chiesa per compiere una strage. Per il suo coraggio si chiede il conferimento del più alto riconoscimento civile
di Federico Cenci – Zenit

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Laddove alligna l’odio verso i cristiani che sfocia in violente persecuzioni, si consumano atti d’eroismo incommensurabili. Lahore, città del Pakistan al confine con l’India, situata pochi chilometri a sud della regione del Kashmir, è uno di quei luoghi che più spesso compare nelle cronache dei giornali come scenario di atroci attentati in odium fidei. È in territori come questo che i cristiani (che in Pakistan rappresentano la minoranza, 2% della popolazione, più marginalizzata) sono sempre più facile bersaglio degli estremisti.

Il 15 marzo scorso, domenica, attacchi terroristici hanno preso di mira due chiese di Lahore gremite di fedeli in preghiera, causando 16 morti e almeno 90 feriti. Gli attentati, coordinati tra loro, sono stati rivendicati dal gruppo Jamaat-ul-Ahrar, vicino ai talebani. Il bilancio delle vittime, nella chiesa cattolica di St. John, a Youhanabad, periferia della città, sarebbe potuto essere più grave. Tuttavia, l’intervento sprezzante del pericolo di un giovane si è rivelato risolutore avendo impedito al kamikaze di introdursi nell’edificio sacro.

Il fatto è il seguente. Un giovane parrocchiano, di nome Akash Bashir, in qualità di “security guard” (guardia di sicurezza) insieme a un amico stava controllando chi entrasse all’ingresso della chiesa. Insospettitosi dall’atteggiamento irruento di un uomo con un giaccone, Akash gli si è avvicinato e lo ha fermato prima che questi varcasse la porta. L’uomo ha provato a fare resistenza, e proprio in quel momento il giovane cristiano si è accorto del carico esplosivo che nascondeva sotto il giubbotto, così lo ha abbracciato per arrestare ogni suo movimento. L’attentatore, sentendosi braccato, ha quindi deciso di muovere la leva dell’esplosivo, che ha ucciso il giovane Akash.

La morte di questo parrocchiano è valsa come un sacrificio, avendo salvato la vita a centinaia di fedeli che in quel momento affollavano la chiesa. A diffondere la notizia dell’accaduto sono stati i salesiani, attraverso la loro agenzia di notizie Ans: era un giovane ex allievo della scuola tecnica salesiana del quartiere in cui è avvenuta la tragedia. “Ha abbracciato il suo assalitore, facendo scudo col suo corpo”, raccontano i religiosi.

“È grazie a lui – prosegue l’ordine di don Bosco – se il bilancio delle vittime accertate non è stato terribile come gli attentatori si prefiguravano ». I salesiani hanno inoltre annunciato che la loro scuola rimarrà chiusa “fino a che non possa essere garantita la sicurezza; alcuni giovani attualmente non possono nemmeno fare ritorno alle loro case, per via dei continui disordini e delle violenze stradali”.

Il giorno dei funerali delle vittime del duplice attentato, il 17 marzo, manifestazioni contrapposte di cristiani e musulmani sono state contenute a fatica dalla polizia, che ha evitato che i due gruppi venissero a contatto. “Come minoranza cristiana ci sono momenti in cui la nostra sola speranza è nell’aiuto di Dio e di sua Madre, Maria”, affermano ancora i salesiani.

La stessa fiducia in Dio animava il cuore di Akash Bashir, che i suoi genitori descrivono come un ragazzo “ubbidiente, laborioso e molto regolare nella preghiera”. Nei giorni successivi al suo sacrificio, la sua casa è stata meta di un continuo pellegrinaggio di fedeli giunti lì per lodare il valore di questo giovane eroe e per esprimere condoglianze alla sua famiglia. A rendergli omaggio anche mons. Sebastian Francis Shaw, arcivescovo di Lahore.

La richiesta che giunge al primo ministro del Pakistan, Nawaz Sharif, e al Governatore della regione del Punjab, Shahbaz Sharif, è che al giovane Akash sia conferito il più alto riconoscimento civile (Son of Nation) per il coraggio dimostrato. Sarebbe, questo, un gesto concreto di pacificazione per un Paese che ne ha davvero bisogno.

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San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente

Posté par atempodiblog le 12 mars 2015

San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente
La conformazione urbanistica della città è palesemente europea, anzi italiana: molti furono gli architetti, nostri connazionali, che vi lavoravano. La prima costruzione ad essere realizzata fu la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che custodisce le tombe degli Zar. Compresi i santi martiri, trucidati dalla rivoluzione comunista. E poi la chiesa di S. Isacco, con la quarta cupola più grande al mondo. E la chiesa di santa Caterina, unica costruzione cattolica sopravvissuta al totalitarismo bolscevico.
di Luigi Vinciguerra – Radici Cristiane

San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente dans Apparizioni mariane e santuari 344sard
La Piazza del Palazzo venne progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un enorme colonna di 25 m al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce).

Per quasi settant’anni, dal 1924 al 1991 la città più occidentale dell’Impero russo è stata conosciuta come Leningrado: vent’anni prima aveva già subito un cambiamento toponomastico, diventando Pietrogrado, in quanto il suffisso –burgo era percepito come “troppo tedesco” e quindi Nicola II preferì modificarlo con il suffisso slavo. Ciò non evitò che proprio tale città fosse al centro della rivoluzione d’ottobre, chiamata così l’azione di forza che dal 7 all’8 novembre 1917 (ma 25 e 26 ottobre secondo il calendario giuliano ancora in uso nell’Impero russo) avvenne a Pietrogrado, culminando nella presa del Palazzo d’Inverno, dove si era asserragliato il governo provvisorio, guidato dall’imbelle Kerenskji. Tale azione fu sollecitata da Lenin, giunto da due settimane nella città russa, la più vicina al confine con la Finlandia.
La città non è la più occidentale – anzi, addirittura “la finestra della Russia sull’Occidente” – solo in virtù della propria posizione geografica, dal suo affacciarsi sul Baltico, dell’essere il punto privilegiato degli scambi culturali e commerciali con il resto dell’Europa: la sua stessa conformazione urbanistica è palesemente europea; anzi, ad essere più precisi, è italiana, poiché lo Zar Pietro il Grande, dopo aver strappato i territori della Neva agli svedesi nel 1703 nel corso della cosiddetta Grande Guerra del Nord (1700 – 1721), affidò all’architetto ticinese Domenico Trezzini il compito di supervisionare il progetto (che coinvolse anche vari architetti italiani) di realizzare la nuova capitale dell’Impero russo. Pietro era un ammiratore della cultura occidentale e per favorire lo sviluppo della nuova capitale emanò un decreto che impediva la costruzione di edifici di pietra al di fuori della nuova città, che volle dedicare al Santo di cui portava il nome.
Così, in pochi anni, San Pietroburgo divenne il principale centro russo: la prima costruzione ad essere realizzata fu la fortezza di Pietro e Paolo, attualmente al centro della città, sul fiume Neva. All’interno di questo imponente complesso c’è la Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, caratterizzata dall’altissimo campanile, sul cui pinnacolo dorato, all’altezza di oltre 120 metri, svetta un angelo a grandezza quasi naturale che sorregge una Croce, uno dei simboli della città.
La chiesa – in uno stile denominato “barocco petrino” – fu Cattedrale (nel senso di sede vescovile: la Chiesa ortodossa utilizza il termine di cattedrale anche per indicare una chiesa importante, come una basilica) fino al 1859, quando cedette tale titolo alla chiesa di Sant’Isacco (in stile neoclassico). Nel 1919 i bolscevichi chiusero la cattedrale al culto, trasformandola cinque anni più tardi in un museo. All’inizio del nuovo millennio – nonostante in gran parte sia rimasta un’area museale – la chiesa è stata riaperta al culto.

La tomba degli Zar
Ma la chiesa dei SS. Pietro e Paolo non è importante solo in quanto prima costruzione di San Pietroburgo, per l’imponenza del campanile o per il particolare stile “barocco petrino”: il motivo il motivo che rende unica e meta di pellegrinaggi è costituito dalla presenza della tombe degli Zar. Da Pietro il Grande a Nicola II (con le sole eccezioni di Pietro II e Ivan VI) tutti i sovrani russi riposano sotto le volte di questa chiesa. A fianco dell’ultimo Zar hanno trovato sepoltura anche tutti i membri della Famiglia Reale martirizzati ad Ekaterinburg il 18 luglio 1918 a Casa Ipatiev.
Va notato che la Chiesa ortodossa russa – a differenza, aggiunge qualcuno polemicamente, di ciò che è avvenuto da parte della Chiesa cattolica nei confronti di Luigi XVI e Maria Antonietta – ha elevato Nicola II all’onore degli altari fin dal 1981 assieme agli altri martiri di Ekaterinburg: infatti risultano santi anche la Zarina Alessandra, i loro cinque figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alexei, nonché ilmedico di corte Eugenio Botkin, il garzone Alexei Trupp (che era cattolico), il cuoco Ivan Kharitonov, la domestica della Zarina Anna Demidova ed anche due servi uccisi nel settembre 1918, la dama di compagnia Anastasia Hendrikova e l’insegnante privata Catherin Adolphovna Schneider (protestante).
La data della canonizzazione non è un errore di chi scrive: si tratta proprio del 1981, cioè quando l’Unione Sovietica sembrava ancora imbattibile: la canonizzazione, per di più con il titolo di “vittime dell’oppressione dall’Unione Sovietica” avvenne infatti all’interno della Chiesa ortodossa fuori dalla Russia, quella cioè in esilio. Nel 2000 la Chiesa ortodossa russa “ufficiale”, finalmente libera dal giogo comunista, riconobbe la canonizzazione ed aggiunse ai martiri della Famiglia Imperiale, il titolo di “portatori di passione della Chiesa Ortodossa Russa”. La canonizzazione si estese anche ad altri martiri dell’oppressione dell’Unione Sovietica, uccisi il giorno successivo ad Alapaevsk, a 180 km da Eketerinburg: la Granduchessa Elizaveta Fëdorovna, sorella di Alessandra; i Principi Ivan, Igor Konstantinovič e Kostantin Konstantinovič, il Granduca Sergej Michajlovič e il principe Vladimir Pavlovič Paley; il segretario personale del Granduca Sergio, Fyodor Remez, e ruor Varvara Jakovleva.
Tornando alle tombe imperiali, va aggiunto che ai santi martiri – traslati a San Pietroburgo nel 1998 – si aggiunsero nel 2006 anche i resti della Zarina madre, Maria Feodorovna, nata Dagmar di Danimarca e consorte di Alessandro III, la cui parentela con Giorgio V d’Inghilterra non fu forse estranea alla sua salvezza (di fatto fu l’unica rappresentante della Corona russa a salvarsi dalla rivoluzione bolscevica). Morta in Danimarca nel 1928 ed ivi sepolta, venne fatta traslare, anche grazie all’intervento di Vladimir Putin, affinché riposasse accanto al marito, come da ella auspicato.
Le tombe imperiali, protette da una cancellata, sono oggetto di continui omaggi da parte dei visitatori. Qualcosa di simile accade anche ai confini opposti della Russia “occidentale”, all’inizio della Siberia: infatti è meta di continui pellegrinaggi pure la chiesa sul Sangue ad Ekaterinburg, eretta dieci anni fa sul luogo della strage (Casa Ipatiev, dove fu consumato l’eccidio, venne fatta abbattere dall’allora presidente del locale Partito Comunista Boris Elstin, per evitare gli omaggi dei visitatori).

Altri monumenti
Tra gli altri monumenti di San Pietroburgo spicca la chiesa di S. Isacco, che vanta la quarta cupola più grande del mondo (dopo S. Pietro a Roma, S. Maria del Fiore a Firenze e S. Paolo a Londra) ed il Palazzo d’Inverno, sede del museo Hermitage (il più grande del mondo), che reca ancora vestigia degli appartamenti imperiali (i “bolari” del Partito imponevano agli altri la povertà, ma a se stessi riservavano comodità regali, per cui molti mobili degli Zar sono giunti fino a noi).

La notevolissima collezione di quadri venne regolarmente acquistata dagli Zar, che usavano comprare, anziché depredare come facevano altri eserciti rivoluzionari, portatori di “libertà, fraternità ed uguaglianza” e razziatori di opere d’arte… E, a proposito di Napoleone, un’altra notevole costruzione – ed attuale cattedrale cittadina – è la chiesa di Nostra Signora di Kazan, costruita in omaggio alla vittoria del1812 e al cui interno si trova la tomba del pietroburghese Michail Illarionovič Kutuzov, il generale che costrinse l’imperatore “dei Francesi” a capitolare. Durante il comunismo era stata trasformata in “museo dell’ateismo”.
La Piazza del Palazzo, progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un’enorme colonna di venticinque metri al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce), presenta da un lato il Palazzo d’Inverno, dall’altro il Palazzo dell’Ammiragliato, al cui centro si trova l’Arco della Vittoria, anch’esso celebrativo del successo bellico contro Napoleone.
Va infine ricordata la chiesa di Santa Caterina, l’unica costruzione cattolica sopravvissuta al comunismo (sotto la cui oppressione fu adibita a deposito di motociclette). Prima della rivoluzione bolscevica a S. Pietroburgo si contavano almeno dieci parrocchie cattoliche: un numero perfettamente comprensibile, se si pensa anche solo a quanti artisti italiani vi venissero a lavorare e vi stabilissero assieme alle loro botteghe, come il fiorentino Bartolomeo Rastrelli (cui si deve il Palazzo d’Inverno) ed il veneziano Alberto Cavos (che progettò gli interni del Teatro Bolscioj di Mosca prima e del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, ultimati i quali venne commissionata a Giuseppe Verdi l’opera lirica La forza del destino). Tutti questi artisti, come quelli citati in precedenza, morirono a San Pietroburgo: segno tra l’altro dell’affezione, che avevano sviluppato verso questa meravigliosa città.

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