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L’anticristo prima di Gesù

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2015

L’anticristo prima di Gesù
La figura che incarna il male assoluto compare nelle tradizioni più remote

di Paolo Mieli – Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

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Attorno alla metà del XIII secolo a Francoforte sull’Oder, tra Berlino e la frontiera della Germania con la Polonia, fu costruita la chiesa di Santa Maria che, dal 1370, ebbe una particolarità: i fedeli che alzavano gli occhi verso destra alle spalle dell’altare potevano ammirare dipinta su vetro la storia dell’Anticristo. «Probabilmente non lo sapevano, ma stavano godendo di un privilegio unico», scrive Marco Rizzi nell’avvincente Anticristo. L’inizio della fine del mondo , di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino. Perché unico? Vetrate di quel genere certo non mancavano nelle chiese dell’epoca. Anzi, sottolinea Rizzi, rappresentavano uno dei tratti distintivi dello stile gotico che si era diffuso in tutta l’Europa a partire dal XII secolo. Fedeli alle indicazioni di Papa Gregorio Magno, gli architetti e gli artisti avevano sostituito con vetri colorati gli affreschi e i mosaici fino ad allora utilizzati per dar vita ad una «Bibbia dei poveri», vale a dire le immagini che illustravano episodi salienti dell’Antico e del Nuovo Testamento. Immagini che, da sinistra verso destra, raccontavano ai più, che non sapevano leggere e scrivere, la storia dei capitoli della fede: creazione, redenzione, giudizio. Ma dell’Anticristo non si parlava mai. O quasi. E invece nella chiesa di Francoforte ben 35 raffigurazioni furono riservate all’Anticristo, così come era stato raccontato dall’abate Adsone del monastero di Montier-en-Der (967) alla regina Gerberga, sorella di Ottone I e moglie di Luigi IV d’Oltremare, nel celeberrimo Libellus de Antichristo. Si trattava dei «falsi miracoli del figlio della perdizione», che «trasforma le pietre in pane per sfamare i suoi seguaci», fa «scendere il fuoco dal cielo e risorgere i morti», regala «ingenti quantità di oro» (alla «distribuzione fraudolenta della ricchezza» vengono dedicati nella chiesa ben quattro riquadri). Nelle vetrate, l’Anticristo predica due volte. La prima nel tempio, la seconda di fronte a una croce rovesciata. In entrambe le situazioni, nota Rizzi, tra gli ascoltatori che portano sulla fronte il segno della perdizione compare anche un ebreo, riconoscibile dal caratteristico cappello a punta; in un altro riquadro, un gruppo di ebrei attende qualcuno o qualcosa sulle rive di un fiume; un ebreo infine è presente nella scena in cui alcuni fedeli pregano dinanzi al crocefisso, «forse per indicare la conversione del popolo ebraico che deve precedere il ritorno di Cristo». In ogni caso, ove mai ci fossero, «gli accenti polemici non sembrano particolarmente evidenti, dato che gli ebrei non compaiono nelle scene che illustrano le persecuzioni dell’Anticristo contro i cristiani». E questo è un elemento di non scarso rilievo. Ma torniamo alle origini dell’Anticristo, rifacendoci anche a quel che ne scrissero alla fine dell’Ottocento Wilhelm Bousset e Hermann Gunkel in libri che da noi non sono mai stati tradotti, un secolo dopo Bernard McGinn nel celeberrimo L’Anticristo. Duemila anni di fascinazione del male (Corbaccio) e, in tempi più recenti, lo stesso Rizzi e Gian Luca Potestà nei due straordinari volumi antologici intitolati Il nemico dei tempi finali e Il Figlio della perdizione , editi dalla Fondazione Valla/Mondadori. Scopo del nuovo saggio di Rizzi è quello di «mostrare come sono nate riflessioni e preoccupazioni che nell’Europa secolarizzata di oggi possono apparire farneticanti, ma che per lungo tempo hanno costituito paure e speranze vive e pulsanti nel cuore della vita e per alcuni lo sono tuttora».

Per quanto possa sembrare bizzarro, la figura dell’Anticristo compare secoli e secoli prima della stessa nascita di Cristo. Ovviamente senza prendere quel nome che verrà definito in ogni suo fondamentale aspetto da Ireneo, vescovo di Lione vissuto nella seconda metà del II secolo («nel pieno di un grandioso conflitto ideologico dottrinale consumatosi tra cristiani, ebrei e altri gruppi religiosi»). Rappresenta, nell’antichità, il male assoluto che «si manifesterà in tutta la sua malvagità alla fine dei tempi, ingaggiando l’ultima e più drammatica battaglia per impedire la redenzione del mondo». Per la prima volta in mitologie mesopotamiche «che raccontano di una bestia apocalittica, drago o serpente», impegnata in questo scontro finale tra il bene e il male. Nell’Antico Testamento ne parlano i profeti Daniele ed Elia, che descrivono i «tempi terribili in cui i giusti saranno perseguitati e uccisi da serpenti e altre bestie spaventose, un po’ leoni un po’ leopardi, un po’ aquile dagli artigli di ferro». A ridosso della nascita di Cristo «le sue tracce si manifestano in scritti ebraici non compresi nel canone biblico, i cosiddetti apocrifi veterotestamentari»; infine «alcuni passi dei Vangeli dell’Apocalisse e di altri scritti del Nuovo Testamento ne rivelano appieno il volto e l’ultimo nome, Anticristo appunto». Va notato che «dalle Lettere di Giovanni, dove la parola compare per la prima volta, è assente ogni dimensione di violenza, persecuzione, morte, insomma l’immaginario sanguinolento che costituisce la caratteristica propria dell’Anticristo nelle sue rappresentazioni successive e in quelle (presunte) precedenti». È di Giovanni l’individuazione del «suo» numero: 666. Con quella cifra, «ricapitolerà in sé tutto il male avvenuto sino ad allora, giacché Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio a distruggere tutti gli esseri viventi, dopodiché si diffuse l’idolatria e vennero perseguitati e uccisi i giusti, come indica la statua alta sessanta cubiti e larga sei innalzata da Nabucodonosor», che i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele si rifiutarono di adorare, cosa per cui, racconta Daniele, vennero gettati nel fuoco. Fin da allora «costituisce la rappresentazione del male assoluto, una paura proveniente dall’oscurità più remota del mondo, da individuare e da esorcizzare». Poi compare in maniera definitiva nella seconda lettera di Paolo ai cristiani di Tessalonica. E qui è centrale il tema dell’inganno, di quell’entità che oserà «sedersi nel tempio di Dio, mostrandosi come fosse Dio», in modo da indurre i fedeli in errore. Finché «verrà svelato l’iniquo» e il Signore lo «distruggerà con il soffio della sua bocca». Un altro vescovo, a seguito di Ireneo, aveva pubblicato un manuale per riconoscere l’Anticristo: Ippolito, di cui si sa appena che visse a cavallo tra il II e il III secolo dopo Cristo. Ippolito aveva confermato che l’Anticristo si sarebbe comportato «come un falso messia, un arnese del Diavolo, richiamando a sé tutto il popolo d’Israele da ogni terra in cui ormai vaga disperso, trattandolo come se fosse quello dei suoi figli, promettendo di ricollocarlo nella sua terra e di ricostruire il regno e il tempio di Gerusalemme, per essere adorato come un dio, secondo le parole dei profeti». L’Anticristo «chiamerà a sé l’intera umanità promettendole la salvezza, mentre non sarà in grado di salvare neppure se stesso, quando tornerà il Signore per cancellarlo con il soffio della sua bocca». All’inizio «per perseguitare i cristiani, l’Anticristo raccoglierà intorno a sé il popolo che sempre è stato infedele a Dio: gli ebrei. Dopo aver respinto la verità, dapprima trasgredendo la legge di Mosè, poi uccidendo i profeti, crocifiggendo lo stesso Gesù, perseguitando i suoi apostoli, persistendo nell’odio verso Dio, si sottometteranno infine ad un uomo mortale, illudendosi di poter aver giustizia da lui, che si rivelerà invece giudice iniquo». Verrà poi un’epoca in cui l’Anticristo sarà identificato con Nerone (da Commodiano e da Vittorino ad esempio). Pochi anni dopo l’impero verrà riabilitato (da Lattanzio) ai tempi di Costantino. Trascorrerà meno di un secolo allorché Ambrogio (340-397), quando i Goti sconfiggeranno l’esercito romano e uccideranno l’imperatore Valente (378), identificherà quei barbari con Gog e Magog, i misteriosi popoli che avrebbero dovuto affiancare l’Anticristo nella persecuzione finale contro i cristiani. Ma Girolamo (347-420) prenderà le distanze da quel giudizio. Quando poi Roma verrà saccheggiata dai Visigoti di Alarico (410), saranno in molti a intravedere la spaventosa figura all’origine di quell’episodio. E qui siamo al centro della questione ebrei e Anticristo. Seguendo l’insegnamento di Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, Girolamo pensava che Dio avrebbe inviato infine agli ebrei l’«operatore della menzogna e la fonte stessa dell’errore», perché non avevano voluto «accogliere la carità e la verità portata da Gesù», che sola avrebbe potuto salvarli. Se «almeno l’Anticristo fosse nato da una vergine e fosse venuto al mondo prima di Cristo», osservava Girolamo, «gli ebrei avrebbero avuto una scusa per dire che erano stati ingannati e, credendo si trattasse della verità, si erano fatti abbindolare dalla menzogna». Ora invece, dovevano «essere giudicati, anzi, senz’altro condannati» perché stavano per accogliere l’Anticristo, «dopo aver disprezzato la verità di Cristo». Agostino d’Ippona (354-430) «non era affatto convinto di questa complessa spiegazione, non solo perché Roma era caduta e nulla era cambiato nel popolo ebraico, che se ne rimaneva sconfitto e disperso, bensì perché il punto centrale della sua visione ruotava intorno alla Chiesa e all’invisibile confine che separava i veri credenti da quelli che “erano dentro, tra noi”, ma non erano “dei nostri”». Cristo, sosteneva Agostino, non verrà a giudicare i vivi e i morti prima che il suo avversario non sia venuto a sedurre quelli che sono morti nell’anima.

Il tema dell’Anticristo si riproporrà potentemente a ridosso dell’anno Mille e di quella riproposizione troveremo traccia sulle vetrate della chiesa di Santa Maria a Francoforte sull’Oder, delle quali abbiamo parlato all’inizio. Tornerà ancora prepotentemente all’inizio del Cinquecento al momento della Riforma protestante. Scriverà Martin Lutero all’amico Venceslao Link: «Ti metto a parte delle mie fantasie, perché tu veda se ho ragione a presagire che l’Anticristo, quello vero minacciato da Paolo, domina nella curia di Roma; oggi come oggi, penso di poter dimostrare che Roma è peggio dei turchi». Ed «esecrabile bolla dell’Anticristo» verrà definita da Lutero quella emessa il 15 giugno 1520 da Papa Leone X per imporgli di ritrattare alcune delle sue 95 tesi di Wittenberg. Nel 1563 appare il Libro dei martiri di John Foxe, che colloca in Inghilterra il luogo esatto dove si consumerà la «battaglia decisiva dell’ininterrotta guerra in atto tra Cristo e Anticristo». Dall’America Latina Francisco de la Cruz, condannato a morte come eretico nel 1578, annunciò «l’imminente castigo dell’Europa ad opera dei turchi, che costringeranno i cristiani a rifugiarsi nel nuovo mondo, più precisamente in Perù, la cui capitale, Lima, sarà la nuova Gerusalemme». Ai tempi della Rivoluzione inglese, nel 1649, per giustificare la condanna a morte di Carlo I, William Aspinwall disse che quel sovrano era «il piccolo corno della bestia del settimo capitolo del libro di Daniele» (ma Oliver Cromwell prese le distanze da quella forma di radicalismo apocalittico). Nel 1793, David Austin in La caduta della Babilonia mistica identificò negli Stati Uniti, da poco indipendenti, «la pietra staccatasi dalla montagna che nel libro di Daniele mette in moto il crollo della statua di Nabucodonosor» e previde che Cristo, tornato sulla terra, avrebbe instaurato il suo regno in quel Paese «portatore di libertà nonché di giustizia civile e religiosa». Nel Novecento ci si interrogò ancora se l’Anticristo fosse Mussolini (il dubbio fu posto nel 1927 da Oswald J. Smith) o Adolf Hitler. Ci pensò Dietrich Bonhoeffer (che sarà impiccato per complicità nell’attentato a Hitler del luglio 1944) a sgombrare il campo da quelle supposizioni. Ma Hitler ebbe in ogni caso a che fare con l’Anticristo. Allorché nel corso della Seconda guerra mondiale le cose per lui cominciarono a mettersi male, diede ordine di smontare, imballare e trasferire a Potsdam le vetrate di Santa Maria a Francoforte, di cui abbiamo parlato all’inizio. Temeva, a ragione, che potessero essere danneggiate dall’offensiva russa sull’Oder, che in effetti avrebbe distrutto la città e la chiesa. Non era la prima volta che ciò avveniva. Già nel 1830 l’architetto, pittore, urbanista Karl Friedrich Schinkel era stato autorizzato a smontare i riquadri delle vetrate e nel restauro andarono persi otto pannelli. Adesso però le cose andarono ancora peggio. Quando i russi entrarono a Berlino da vincitori, ottennero che le vetrate, messe in salvo a Potsdam, fossero considerate parte della compensazione per i danni subiti dalla Germania e trasferite all’Ermitage di Leningrado (oggi San Pietroburgo). Poi però, crollato nel 1989 il Muro di Berlino, esse furono restituite alla Germania riunificata. Nel 2002 tornarono a casa i primi 111 pannelli. E la Marienkirche, i cui lavori di ricostruzione erano già iniziati negli anni Settanta, poté tornare all’aspetto di sette secoli prima. Mancavano, è vero, sei pannelli che si credevano perduti per sempre. «Questa ultima resistenza dell’Anticristo», scrive Marco Rizzi, «fu infine sconfitta nel 2005, quando vennero rinvenuti poco fuori Mosca in un deposito del Museo Puškin». Che il luogo del ritrovamento fosse in origine un monastero, sottolinea Rizzi, «permette di aggiungere un’altra pagina al ricco capitolo dei rapporti tra i monaci e l’Anticristo». Ma anche a quelli tra l’Anticristo e il Novecento.

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Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2013

Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo

Mons. Jean-Pierre Batut, Vescovo Ausiliare di Lyon
Tratto da: Ufficio Catechistico Bergamo

Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo dans Fede, morale e teologia 9j5b

jgxd dans Festa dei Santi e dei fedeli defuntiEcco il testo integrale della conferenza tenuta da Mons. Jean-Pierre Batut a Lourdes all’inizio di giugno (2009) sulla fede cristiana in relazione ai “Novissimi”, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nostra traduzione a cura di Liliana Moretti:

Spesso pensiamo che il nostro “sì” stia dietro di noi: per esempio, che si sia già realizzato quando abbiamo impegnato la nostra vita nel matrimonio, nella vita religiosa, ecc. In realtà, il nostro “sì” è sempre davanti a noi, poiché dobbiamo acconsentire fino alla fine con ciò che abbiamo scelto. E il “sì” più difficile è quello che conclude la nostra vita.

Desidero parlarvi di ciò che si identifica a volte con le realtà ultime, cioè l’incontro di Dio che è lo scopo della nostra vita. Perché? Perché non ne parliamo abbastanza! Affermiamo, naturalmente, il fatto “attendo la resurrezione dei morti e la vita del modo che verrà; ritornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”… Ma non parliamo abbastanza del come.

Quindi, occorre parlarne: se non lo facciamo, favoriamo ogni genere di credenze in sostituzione, come la reincarnazione, che vengono a riempire un vuoto, ma che non hanno niente a che vedere con la fede cristiana.

Inoltre, i fini ultimi sono uno dei campi nei quali, come cristiani, abbiamo le cose più originali da dire. Abbiamo una quantità di cosa da dire in tanti altri campi: l’Europa, la crisi economica…. Ma in questi settori altri possono dire le nostre stesse cose, e dirle perfino meglio. Sui fini ultimi, se noi tacciamo, nessuno potrà dire al posto nostro ciò che abbiamo da dire.

1. L’insegnamento della Chiesa conduce in primo luogo alla resurrezione

La sola Scrittura è avara di dettagli su ciò che ci attende dopo la morte. Il teologo ortodosso Jean-Claude Larchet scrive: “La Scrittura sottolinea il carattere imprevedibile della morte (“voi non conoscete né il giorno né l’ora” Mt. 15,13). Essa ci dà delle indicazioni sulla sua origine (Rm 5,12). Ci annuncia la resurrezione futura dei corpi e la vita eterna del Regno che viene, ma non ci dà praticamente informazioni sul periodo che separa la morte di ogni persona dal giudizio finale e universale e dalla resurrezione alla fine dei tempi”. Lazzaro, in effetti, non ci ha lasciato delle memorie che ci raccontano ciò di cui aveva fatto esperienza al momento della sua morte e durante i suoi tre giorni nella tomba. Tuttavia, la tradizione della Chiesa ha chiarito il dato della Scrittura.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) raccoglie questa eredità.

  • Il CCC inizia con l’affermare la fede nella resurrezione, e cita San Paolo: “Se il Cristo non è resuscitato, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede” (1Cor 15, 12-14). Egli sottolinea poi che Gesù ha legato la fede nella resurrezione alla sua stessa persona (“Io sono la Resurrezione e la Vita” Gv 11, 25), così che essere testimone del Cristo porta ad essere testimone della sua resurrezione (cf. At 1,22).
  • Il CCC si pronuncia quindi sul come della resurrezione. Lo fa partendo dalla resurrezione del Cristo, e afferma due cose essenziali:

- il Cristo è resuscitato con il suo stesso corpo (Lc 24,39)

- la sua resurrezione non è il semplice ritorno a una vita terrena: egli ha ormai un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15, 44)

Ciò che vale per il Cristo vale anche per noi. Siamo certi che al momento della resurrezione noi resusciteremo nel nostro corpo e non nel corpo di un altro: ognuno potrà riconoscere gli altri ed essere riconosciuto da loro, come ci riconosciamo in questa vita. Allo stesso tempo, vivremo con un corpo glorioso, sottratto alle leggi dello spazio e del tempo e alle leggi della corruzione.

  • Infine, nella fede cristiana, non potrebbe esserci che la resurrezione del mio corpo. Nell’intervallo tra la morte e la resurrezione, non andrò ad abitare altri corpi. Quando sarà terminato il corso unico della nostra vita terrestre, noi non torneremo più ad altre vite terrene: gli uomini non muoiono che una volta (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte (CCC 1013).

 2. La definizione della morte e la questione dell’anima

  • La medicina ha delle cose da dire a proposito della morte: essa la constata, con l’arresto della funzioni vitali, l’elettroencefalogramma, ecc. La filosofia ha tentato di definire la morte secondo altri criteri e la teologia non ha temuto di riprenderli. E’ così che la teologia, riprendendo una formula che risale a Platone, definisce la morte come “la separazione dell’anima e del corpo” (CCC 1005; 1016). Questa definizione fa parte della Tradizione della Chiesa. Si sono cercate altre definizioni, ma l’idea de “separazione dell’anima e del corpo” resta la più soddisfacente:

- perché essa dà conto del fatto che la morte riguarda il corpo: quest’ultimo non più che un cadavere;

- perché essa afferma allo stesso tempo che, nella morte, sopravvive qualcosa della persona.

Essa infatti non è totalmente annientata. Ciò è molto importante, perché significa che la resurrezione finale non sarà una nuova creazione a partire dal nulla (che sarebbe il caso se, una volta scomparso il corpo, non restasse nulla), ma la riunione di ciò che era stato separato: dell’anima immortale con un corpo ricreato certamente, ma che è il corpo di quest’anima, e non quello di un’altra. Di conseguenza, nel giorno finale io ritroverò il mio corpo. Ma cos’è questo “io”? Non il corpo, perché esso sarà scomparso nell’intervallo. E se è altra cosa che non il corpo, perché non chiamarlo anima?

         Negli ultimi decenni si è constatato un’allergia alla parola “anima”, alla quale si rimprovera di essere troppo filosofica. Nella Scrittura si trovano degli equivalenti a tale parola. D’altra parte, se si sopprime l’anima, si è condotti ad affermare come sopra che Dio ricreerà un giorno un essere nuovo senza rapporto con il mio essere presente, oppure si è costretti a dire che il momento della morte è già quello della resurrezione, contro cui l’apostolo Paolo metteva già in guardia:

         “Imeneo e Fileto….si sono allontanati dalla verità, pretendendo che la resurrezione è già avvenuta, rovesciando così la fede dei più” (2Tm 2,18).

Ma questo pone la domanda di sapere ciò che succede all’anima per il tempo che essa resta senza il suo corpo – quello che si chiama in termini classici “l’anima separata”.

3. La morte e il giudizio “singolo”

La morte è il momento dell’incontro, e questo incontro è un giudizio. Con ciò non bisogna intendere la nostra comparizione davanti a un tribunale, ma l’esperienza di vedere la nostra vita tutta insieme nella verità quando noi vedremo il Cristo. Un passaggio del vangelo di Matteo è particolarmente chiaro a tale proposito. Si tratta della profezia detta del “giudizio finale”, al capitolo 25, nella quale ogni essere umano, nell’incontro con il Cristo, prende coscienza dal fatto stesso che tutti gli atti della sua vita trovano il loro senso in riferimento al Cristo: “avevo fame e voi mi avete dato da mangiare…”. Prima del giudizio “finale”, questa stessa esperienza è fatta da ciascuno al momento della sua morte. E’ un giudizio nel quale la dimensione corporale non interviene e che si chiama il giudizio particolare (“particolare” nel senso di “individuale”).

Ogni uomo riceve nella sua anima immortale il suo riconoscimento eterno, dal momento della sua morte, in un giudizio particolare che riferisce la sua vita al Cristo

  • attraverso la purificazione;
  • per entrare immediatamente nella beatitudine del Cielo;
  • per dannarsi in eterno.

(CCC 1022)

Abbiamo un esempio di questo giudizio nel vangelo: si tratta del “buon ladrone” al quale Gesù dice: “oggi, tu sarai con me in paradiso” (Lc 22,43). Il “paradiso” significa due cose:

1/la beatitudine con il Cristo; 2/ non già la resurrezione, ma l’attesa della resurrezione.

Tutto questo significa che non c’è e non può esserci “sonno della morte”, se si intende con questo uno stato di incoscienza tra la morte e la fine del mondo. Come dice l’apostolo Paolo, i morti vivono nel Cristo.

4. Purgatorio, Cielo e Inferno

          Il Purgatorio

La Chiesa, in particolare nel Secondo Concilio di Lione  (1274)  ha stabilito la sua infallibilità sulla questione del purgatorio.

Anche se la parola “purgatorio” è introdotta solo a partire dal XII secolo, l’affermazione di una purificazione dopo la morte è già presente nel giudaismo. Essa si esprime indirettamente attraverso la preghiera per i defunti, come la si trova in 2Mac 12, 44-45 (e nel Nuovo Testamento: 1Cor 15,29 e 2Tm 1,18): se questa preghiera ha un senso, è proprio perché i defunti sono in un processo (e non in un luogo, poiché il purgatorio non è un luogo) di purificazione.

Allo stesso modo con cui dà conto del giudizio, l’incontro con il Cristo spiega questa purificazione: in effetti, questo incontro nella luce piena mi farà percepire in piena verità la differenza tra l’amore del Cristo e l’indigenza dell’amore che è stata presente nella mia vita. La percezione di una tale differenza è una fonte di sofferenza, ma si tratta di una sofferenza che nasce dal desiderio di rispondere pienamente all’amore di cui sono amato.

Nel Credo, l’affermazione “disceso agli Inferi” corrisponde a quella del Limbo dei padri: tra la morte del Cristo e la sua resurrezione, la discesa agli Inferi (cioè nel luogo di soggiorno dei morti, e non “nell’Inferno”) esprime l’atto con il quale il Cristo, nel mistero della sua morte, unisce ogni essere umano (che abbia conosciuto il Cristo o meno) alla sua per proporgli la salvezza.

Poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente unica, cioè divina, dobbiamo considerare che lo Spirito Santo offre a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale (del Cristo – (Vaticano II, Gaudium et Spes, 22).

La predicazione sul purgatorio è oggi più urgente che mai: la credenza nella reincarnazione, che nello spirito di molti gioca il ruolo di una «seconda possibilità» data a qualcuno, (mentre nelle spiritualità orientali, dalle quali deriva, essa è piuttosto una fatalità) ha, in effetti, preso il posto del purgatorio molto più della resurrezione propriamente detta.

         Il Cielo

Citiamo ancora il Catechismo:

Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono pienamente purificati, vivono per sempre con il Cristo. Sono per sempre simili a Dio perché lo vedono come esso è (cf. 1Gv 3,2), “faccia a faccia” (1Cor 13,12;  Ap 22,4). Questa vita perfetta con la Trinità è chiamata il Cielo (CCC 1023-1024).

Il Cielo non è rappresentabile più del purgatorio: più che un luogo, il Cielo è una Persona, il cui contatto rende beati e immortali. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono nel Cristo supera ogni comprensione e ogni rappresentazione. La Scrittura ci parla per immagini: vita, luce, pace, festa di nozze, vino del regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Ciò che l’occhio non ha visto, ciò che l’orecchio non ha sentito, ciò che non è percepito dal cuore dell’uomo, tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9; CCC 1027).

          L’Inferno

Gesù nel Vangelo parla della “Gheenna”, del “fuoco che non si spegne” (Mt 5,22; 29; 13,42-50). Nella profezia del giudizio finale, troviamo questa parola terribile: “allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il demonio e i suoi angeli” (Mt 25,41).

Il fatto che il Cristo stesso si preoccupi di parlarci dell’inferno come di un rischio reale per noi, deve farci riflettere. Le sue affermazioni ci rivelano l’abisso della nostra stessa libertà che, perché capace del meglio, è anche capace di dire a Dio un “no” irreversibile. Non c’è paragone fra il Cielo e l’inferno, poiché noi siamo fatti per il primo e non per il secondo; ma c’è una capacità di rifiuto già attuata nel “demonio e i suoi angeli” e della quale l’amore di Dio stesso non può che prendere atto. All’opposto della comunione per la quale noi siamo fatti, l’inferno è la solitudine assoluta, l’abisso insondabile di una separazione eterna da Dio e da tutti gli altri.

Occorre sottolineare che la Chiesa, quando ha proclamato molte persone “beati” o “santi”, non ha mai voluto dire niente di chi fosse dannato. La Chiesa, in effetti, deve riporre speranza per tutti: “La Chiesa prega perché nessuno si perda… Se è vero che nessuno può salvarsi da solo, è anche vero che “Dio vuole che tutti siano salvati” (1Tm 2,4) e che per Lui “tutto è possibile” (Mt 19,26)” – (CEC 1058).

5. La fine dei tempi e il giudizio finale

          La differenza tra il giudizio particolare e il giudizio finale risiede nel fatto che il giudizio finale coincide con la fine dei tempi. Esso rappresenta la dimensione universale del giudizio. Il giudizio finale stesso sarà preceduto dalla venuta del Cristo nella gloria e dalla resurrezione (cf. Gv 5,28-29). Tutto il senso della storia sarà allora rivelato. Il giudizio finale interverrà con il ritorno glorioso del Cristo. Il Padre solo ne conosce il giorno, lui solo decide della sua venuta. Attraverso il Figlio Gesù-Cristo, pronuncerà allora la sua parola definitiva sulla storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo i cammini mirabili attraverso i quali la sua Provvidenza avrà condotto ogni cosa verso il suo Fine Ultimo (CCC 1040).

          Ciò che avverrà, allora, è quello che la Scrittura chiama “i cieli nuovi e la terra nuova” (Ap 21,1). Nelle immagini che ci presenta l’Apocalisse, colpisce vedere la dimensione comunitaria di ciò che è annunciato, così come l’insistenza sulla vittoria della Vita (Ap 21,2)

Di tutti questi punti, possiamo ricordare:

          che la nostra intera vita, in un senso, è una preparazione alla morte

          che allo stesso tempo non ne dovremmo sottostimare l’importanza e il valore, poiché tutto ciò che noi viviamo nella nostra vita sulla terra impegna per l’eternità.

          che non sarebbe cristiano vedere nella morte il male assoluto: da un punto di vista cristiano, la morte è il momento in cui Dio chiama l’uomo verso di Lui. Essa è “nostra sorella morte corporale” (San Francesco d’Assisi)

          che è legittimo, e non morboso, desiderare fin da ora come san Paolo “essere con il Cristo” (Fil 1,23), o ancora voler “vedere Dio”, secondo l’espressione di santa Teresa d’Avila. Sarebbe piuttosto allarmante che non ci pensassimo mai e che ci lasciasse indifferenti.

“La vita cristiana intera è un’attesa. Il cristiano sa che è fatto per le cose più grandi… La vita cristiana è una vita nascosta. Ma, quando il mondo sarà ripiegato come una tenda, la realtà fino ad allora nascosta sarà manifestata. Per il cristiano questa vita consiste nel darsi poco a poco dei modi di vita divini. E l’educazione che si persegue fino all’ora della morte, perché tutta la vita umana non è che un’adolescenza, consiste, secondo la parola di Jean Guitton, “in questa disciplina attraverso la quale si prepara il bambino alla sua vita temporale, l’adulto alla sua vita eterna, perché ciò che egli vede egli abbia l’impressione di aver già visto”.

Non bisogna che siamo spaesati arrivando in cielo. La nostra vita è un apprendistato. Si tratta di imparare i rudimenti di ciò che un giorno dovremo esercitare. Quindi cerchiamo già nella preghiera di balbettare ciò che sarà più tardi la “conversazione celeste” con Dio e i suoi angeli; quindi occorre sgrossare la nostra intelligenza così incollata al mondo dello spazio e del tempo e acclimatarla poco a poco alle cose divine con l’azione dei doni dello Spirito Santo; quindi la carità è l’inizio maldestro di quella comunione completa che riunirà tutti i santi. Così facendo, cominciamo a fare ciò che dovremo fare per sempre. E’ la nostra vera vita che si abbozza. Tutto comincia” (Card. Jean DANIELOU, 1905-1974).

+ Jean-Pierre Batut

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Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2013

Un fenomeno vincente e preoccupante
Halloween, festa delle zucche vuote
Perché si è affermata così rapidamente una festività estranea alla nostra cultura? È una trovata commerciale o qualcosa di più? È un processo inevitabile? La risposta più appropriata ed efficace è riproporre la ricchezza della festività di Tutti i santi, per introdurre anche i bambini a una visione seria ma anche serena dell’aldilà.
di Paolo Pegoraro – Vita Pastorale

Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote dans Fede, morale e teologia l865
Tutti i santi, 1472, affresco di Mazzucco, Bastia (Cn) (foto Censi).

Halloween non fa più notizia
È un dato di fatto, anche in Italia. Come se ci fosse sempre stata. Invece è comparsa, almeno come fenomeno di costume, non più di sette anni fa. Ma nessuno si chiede più perché ragnatele, zucche e teschi invadano le vetrine di ogni genere di negozi a fine ottobre. «In fondo si tratta solo di una festa innocua», è l’acquiescente risposta che ci diamo.
A fare una ricerca in libreria non si trova nulla che racconti la storia di questa festa. In compenso, però, si scopre che dal 2001 si pubblicano un numero incredibile di libri per bambini: Come festeggiare Halloween, Halloween party, Halloween per bambini, Tre feste… tre recite – Halloween Natale Pasqua. «Lo vedi?», sospira sollevata una parte di noi. «È solo un’occasione d’intrattenimento per i più piccini…».
Sarà poi vero? Damien Le Guay, filosofo e critico letterario, denuncia la situazione nel fulminante pamphlet La faccia nascosta di Halloween. Come la festa della zucca ha sconfitto Tutti i santi (Elledici 2004, pp. 127, € 8,00). In Francia, nota Le Guay, Halloween si è imposta senza colpo ferire in appena tre anni e una vittoria così rapida non s’improvvisa: «Halloween è una festa artificiale: fu premeditata, non spontanea; è stata venduta, progettata, lanciata come un prodotto di largo consumo» (p. 87).
Dietro, infatti, c’era l’abile strategia di marketing del gruppo Masport-César, azienda specializzata in maschere e costumi, che ha fatto balzare il proprio fatturato da 4,27 a 126,23 milioni di euro. La produzione nazionale di zucche passava dalle 21.700 tonnellate del 1996 alle 30.100 del 2000. Una volta consolidato questo nuovo settore di mercato in Europa, ecco farsi avanti anche i colossi statunitensi: McDonalds, Disney e Coca-Cola.
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Scherzetto o dolcetto.

Non solo marketing
Un ruolo chiave, però, lo avevano svolto i mass media, divenuti i principali promotori del nuovo fenomeno sociale. Immediata la risposta di ristoranti e discoteche, che improvvisano seduta stante party di Halloween e menù a base di zucca. Ma se si tratta soltanto di soldi spillati ai gonzi, perché preoccuparsi? Damien Le Guay, infuocato da un sarcasmo degno di Leon Bloy, elenca una serie di motivi che fanno riflettere.

1 - Per prima cosa, denuncia la compiacente passività che vige ormai in ogni strato sociale: in nome del precetto del divertimento, spesso troppo simile all’alienazione, si abbraccia acriticamente ogni cosa. Anche i cristiani non amano più farsi troppe domande su quello che succede.
2 - Il secondo aspetto preoccupante è lo svilimento della solennità di Tutti i santi e della commemorazione di tutti i fedeli defunti. Halloween s’insinua in un vuoto di disaffezione e, insieme a Babbo Natale e ferragosto, consolida quel calendario “post-cristiano” di feste ridotte a nuda esteriorità. Proprio come le sue zucche, sgargianti ma vuote, Halloween «manifesta tutta la “pericolosità” dell’ideologia moderna delle feste: le idee sono scomparse, rimane solo la pratica festiva. Una sorta di pratica senza teoria, di azione senza ragione, di realizzazioni senza responsabili, di battaglia senza un avversario identificabile» (p. 54).

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La suggestione della festa non è senza pericoli per i bambini, che ne sono gli involontari protagonisti. Insostituibile diventa il ruolo dei genitori (foto ICP).

Il ruolo dell’immaginazione
3 – Terzo motivo:«L’aspetto più desolante della festa di Halloween è la sua povertà spirituale e il pericolo simbolico che costituisce» (p. 119). Le Guay parla a proposito di “povertà spirituale” perché questo revival europeo di Halloween è svincolato da tutti i significati che aveva ricevuto nei secoli precedenti: mischia nel suo calderone simboli celtici e cristiani, folklore statunitense, fascinazioni occultiste e psicologia spicciola per venire incontro a ogni prurigine esoterica. Ma tutto è riproposto come maschera e burla, anche la paura della morte. Perché è proprio la realtà della morte, forzosamente nascosta per tutto il resto dell’anno, a essere esorcizzata in un ambiguo rito collettivo, quasi una festa dell’eterna giovinezza che relega nelle case, ancora una volta, gli anziani.
4 - Altro motivo di preoccupazione è che dietro la mascherata della stregoneria e del diabolico, presentate come qualcosa da non prendere sul serio, si cela invece un fenomeno in drammatica crescita: «Presentare Halloween come un rito pagano è eccessivo; sarebbe altrettanto menzognero non riconoscere in essa numerosi e vari aspetti presi in prestito dal paganesimo e dalla stregoneria» (p. 38). Anche se Halloween non promuove esplicitamente fenomeni di occultismo, è accertato che nella notte del 31 ottobre il loro numero aumenta in modo consistente.
5 - Ultima, ma forse più fondata ragione su cui interrogarsi, è che Halloween è una festa indirizzata ai bambini. Le Guay invoca un «principio di precauzione per l’immaginario» (p. 9) perché è nell’immaginazione dei più piccoli che si produce una più forte suggestione, inoculando una fitta cortina di simboli legati a una certa idea – per nulla cristiana – dell’aldilà. Senza considerare che per le prossime generazioni festeggiare Halloween sarà un evento normale, anzi, tradizionale.
Quelle di Le Guay sono riflessioni che vale la pena considerare, quanto meno perché sono domande critiche che risvegliano l’attenzione dalla presunta “inevitabilità” di Halloween. Quale atteggiamento avere davanti a un fenomeno che si espande anno dopo anno? Limitarsi a un confronto muscolare è di sicuro controproducente, anche perché Halloween sembra essere fatta apposta per provocare una beffarda “caccia alle streghe”. A ben vedere, inoltre, Halloween evidenzia un nervo scoperto della società contemporanea: l’incapacità collettiva di affrontare il problema-morte senza depotenziarlo o razionalizzarlo.
Occorre promuovere, innanzi tutto, una serie di atteggiamenti positivi e propositivi che per il cristiano significano testimonianza prima ancora che sfida. Un primo passo è quello della conoscenza e dell’informazione per vivere consapevolmente questi veri e propri segni dei tempi. La repentina imposizione di un fenomeno di massa come Halloween non può passare sotto l’attenzione di tutti come se nulla fosse, a meno che non si sia sprofondati nella rassegnazione. Bisogna avere il coraggio di farsi delle domande, ma anche di farle: provate a domandare che cosa si festeggia ad Halloween, o perché la si festeggia in Italia: otterrete le più varie, balbettanti risposte.

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Cimitero di Alagna Valsesia (Vc).

Offrire alternative valide
Il secondo atteggiamento che dovrebbero promuovere quanti si occupano della catechesi è riproporre il valore della solennità di Tutti i santi, all’interno di una rinnovata catechesi sui misteri escatologici della fede cristiana. La liturgia ci prepara alla commemorazione dei fedeli defunti celebrando la comunione di tutta la Chiesa – di quanti pellegrinano, di quanti si purificano e di quanti già contemplano Dio – ricordandoci la comune vocazione alla santità. Dunque la solennità di Tutti i santi va riproposta innanzi tutto nel suo significato ecclesiale, secondo quanto ricorda Lumen gentium 49: «Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cf Ef 4,16). L’unione di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è affatto spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunione dei beni spirituali». Questa fraternità indistruttibile è un annuncio di speranza più liberante di qualsiasi esorcismo sull’aldilà: nella notte in cui Halloween dà piede libero ai nostri fantasmi interiori, la Chiesa c’invita a meditare non sulla morte, ma sulla vita eterna. Tornare a contemplare l’orizzonte ultimo della nostra vita è l’incoraggiamento di cui abbiamo bisogno per dissipare demoni e paure.
L’ultima attenzione pastorale da attuare è quella verso i bambini, proprio perché Halloween ne fa i suoi involontari protagonisti. Qui il ruolo dei genitori diventa insostituibile: per quanto insegnanti o catechisti possano aiutarli, è loro compito accompagnare gradualmente i figli verso una presa di coscienza pacifica, ma senza veli, con il mistero della morte. Una modalità è certamente la visita ai propri cari al cimitero, raccontando le loro vite ai ragazzi se non li hanno conosciuti, magari con l’aiuto delle loro fotografie. Insegnare a pregare per i defunti con serena confidenza è la via migliore per sviluppare una visione cristiana dell’aldilà, vitale, sentita, integrata anche a livello affettivo. Da incoraggiare, infine, il rapporto dei bambini con gli anziani e i nonni in modo speciale.

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Evoluzione storica di un fenomeno multiforme
CHI HA PAURA DELL’ALDILÀ?

Il fascino di Halloween è legato in modo inequivocabile a come immaginiamo l’aldilà. Commemorare i defunti è atto religioso elementare, tanto che molti antropologi considerano la sepoltura dei propri simili come la prima azione propriamente umana. Il ricordo dei propri cari ha sempre rivestito una fondamentale importanza sia nei culti primordiali che in quelli più elaborati: ogni cultura ha sviluppato un suo “giorno dei morti”.

y6p1È una festa celtica? Per i Celti britannici l’occasione era Oidche Shamhna, la Notte di Samhain, dio della morte, che segnava la fine dell’estate e l’arrivo dell’inverno. Si riteneva che durante questo passaggio della ruota stagionale Samhain liberasse gli spiriti malefici e i morti tornassero sulla terra; per ammansirli si lasciavano davanti alle porte offerte di cibo e s’indossavano costumi spaventosi per ricacciare gli spiriti nel loro mondo. A officiare i riti di Samhain erano i druidi, che in cambio di compensi proteggevano la popolazione accendendo grandi falò e offrendo sacrifici, talvolta umani.

y6p1È una festa cristiana? La solennità di Tutti i santi, istituita nel settimo secolo da papa Bonifacio IV a ricordo dei martiri e inizialmente celebrata il 13 maggio, venne spostata al 1° novembre da Gregorio III nell’anno 834 con l’esplicito intento di aiutare i fedeli a vivere cristianamente la commemorazione dei defunti, abbandonando gli usi pagani. Nasceva così All Hallows’ Eve, cioè la Vigilia di Tutti i santi, celebrata la notte del 31 ottobre. Per Lutero è il giorno in cui la Chiesa ha formalmente abbandonato la fede biblica.

0510v85by6p1È una festa irlandese? Le tradizioni popolari sopravvissute nella cattolica Irlanda diedero origine alla festa di Halloween – storpiatura di [All] Hallows’ Eve – celebrata in parallelo alle festività cristiane. Ma gli elementi pagani sono decaduti a folklorismo: resta la forza coesiva della festa, ma si è indebolito il suo intimo significato. Si usa scavare volti paurosi nel cavolo rapa trasformandoli in lanterne, le Jack-o-lantern, a rappresentare il personaggio di un racconto, Jack il malfattore, che ingannò il diavolo e per questo, respinto sia dal paradiso che dall’inferno, fu condannato a vagare nella notte eterna facendosi luce con un lanternino. Il consueto trick-or-treat (dolcetto o scherzetto) che i bambini chiedono di casa in casa prende invece origine da un’usanza medievale: i pellegrini bussavano alle porte domandando un po’ di soul cake – il “dolce dell’anima”, un pane quadrato con uvetta – promettendo preghiere per i defunti del donatore.

y6p1È una festa americana? Halloween giunge negli Stati Uniti insieme alle centinaia di migliaia d’irlandesi costretti a lasciare la patria dalla disastrosa carestia di patate del 1845-’50. Mancando il cavolo rapa si cominciano a scavare le lanterne nelle zucche americane. Del tutto decontestualizzata, la festa perde anche il suo carattere nazionale e si tramuta in un carnevale nero all’insegna del divertimento collettivo: è negli Usa che Halloween raccoglie l’immaginario gotico di gatti neri, streghe, fantasmi, candele, mascherate e burle. D’altra parte, sono gli anni di Edgar Allan Poe. Si consolida l’uso del trick-or-treat: i bambini passano per le case chiedendo dolci, ma se non li ricevono possono insaponare i vetri della casa o anche romperli, scavare buche nel giardino o imbrattare di vernice le auto.

y6p1È una festa europea? Infine Halloween torna in Europa come fenomeno di massa una decina di anni fa, un vero e proprio format importato dagli Stati Uniti. Dal 1995 un’azienda francese di costumi, la Masport, comincia a promuovere Halloween in Europa, fino ad attirare l’attenzione dei giganti americani dell’intrattenimento (McDonalds, Disney, Coca-Cola). Oggi, in Francia, Halloween è un marchio commerciale registrato e detenuto dalla società Optos-Opus. In Italia l’interesse per Halloween è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi cinque anni, irraggiandosi dai maggiori centri urbani alle periferie.

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Il mistero della morte sul Cammino di san Giacomo

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Il mistero della morte sul Cammino di san Giacomo
Molte delle vittime andavano alla festa nel capoluogo galiziano per il patrono degli spagnoli: meta da sempre dei pellegrinaggi
di Marina Corradi – Avvenire

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Il rituale abbraccio alla statua del Santo

Andavano alla festa di San Gia­como, patrono di Spagna, per vedere la meraviglia della fac­ciata barocca della cattedrale nella lu­ce dei fuochi d’artificio. Andavano an­che, su quel velocissimo treno, da pel­legrini – per chiedere una grazia, o per ringraziare. La morte si è presa ottanta uomini e donne, e bambini. E la noti­zia della strage colpisce particolar­mente quei tanti che a Santiago sono andati, a piedi, lo zaino in spalla, met­tendosi ogni alba in cammino. Perchè chi è stato una volta a Santiago non si dimentica più della Galizia, e di quella cattedrale coperta sulle torri dai mu­schi, non più architettura di uomini ma quasi roccia di Dio.

La strage del treno ieri era già sul web, nel video registrato da una telecamera lungo la linea; e pareva, in quell’accar­tocciarsi di lamiere come carta, un a­troce videogioco. Solo le parole dei soc­corritori riconducono quelle immagini alla tragica realtà («Siamo entrati in un vagone, ho visto una madre con in brac­cio suo figlio: erano morti. Nel vagone e­rano tutti morti»). E il pensiero allora insiste su quei pelle­grini che non sono arrivati. Che anda­vano a Santiago, e non hanno trovato, alla fine, la cattedrale. Viene da do­mandarsi in quale disegno sia iscritta u­na morte così, a quattro chilometri dal­la meta, in una sera di festa. Pretende­remmo di capire perchè siano morti, e in tanti, così. Ma questa ribellione non conduce da nessuna parte; è un sen­tiero cieco, che respinge indietro chi ci si avventura. E allora il pensiero torna al Cammino, ai differenti Cammini che da Sud, o dall’Oceano, conducono a Santiago; tutti convergendo, nell’ulti­mo tratto, verso le torri che svettano da lontano.

Che cos’è il Cammino, per rimanere, nel­la memoria di chi l’ha fatto, un luogo ca­ro come se ci appartenesse? Innanzitut­to, come ogni pellegrinaggio, è un an­dare verso; un tendere, nella fatica, a u­na meta. Il mettersi in viaggio porta già con sé un altro sguardo, una tensione quieta che dà il ritmo al passo, e al re­spiro; tutt’altra cosa che andarsene in giro senza un definito obiettivo, come si fa da turisti, nella svagata moda della modernità. Poi, il Cammino è bellezza: le terre assolate del cuore della Spagna, o il giovane verde dei germogli a Pasqua, lungo il Camino Inglés, che arriva da set­tentrione. Bellezza centellinata nella lentezza del passo, nei profumi della ter­ra ritrovati, viaggiando a piedi.

Il Cammino è silenzio, e preghiera; nel­le Ave Maria che alleviano il peso dello zaino e la fatica. È mettersi in strada prima che sorga il sole, scoprendo come è oscura la notte nelle campagne, e qua­le desiderio si ha di vedere, a Est, il cielo farsi chiaro, men­tre gli uccelli tacciono ancora. Il Cammino è scolpito nelle rughe sulle facce dei contadi­ni galiziani che augurano: «Andate con Dio!» E anche nell’odore dell’oceano, che ar­riva insieme a grosse nuvole gonfie e morbide. L’oceano, e questo lembo estremo di ter­ra, l’avamposto che nel Me­dioevo era considerato il limi­te del mondo, finis terrae; e il sapore di un remoto confine è rimasto, negli occhi dei vecchi nelle osterie, davanti a un bic­chiere di vino. Il Cammino è dormire in un ostello affollato di sconosciuti, e sentirsi stra­namente al sicuro; e imparare a camminare più adagio, per non lasciare indietro nessuno.

E infine quando da lontano vedi le tor­ri della cattedrale, è un urto al cuore, co­me se non fosse solo il traguardo, ma, misteriosamente, il segno di un più grande destino; nella terra che accolse le spoglie dell’apostolo Giacomo, fratel­lo di Giovanni, “Boanerghes”, figlio del tuono. Infine è la penombra uterina del­la cattedrale, lucente di ori, con il suo vero occulto tesoro là, nel tabernacolo. Santiago, è un mondo che marchia chi c’è stato, e spinge a tornare – una volta ancora almeno, ci si dice, prima che sia troppo faticoso il cammino. Per questo quel treno sfracellato è, per tanti, sba­lordimento e quasi scandalo: come è possibile che non siano arrivati, quei là, quei pellegrini?

Ma il conducente piangeva, l’altra not­te, e alla radio con la stazione di Santia­go farfugliava: «Siamo umani! Siamo u­mani!», e i colleghi in centrale non ca­pivano. Siamo umani, e sbagliamo in modo devastante, accelerando a 200 al­l’ora per fotografare il tachimetro e van­tarcene, come pare abbia fatto mesi fa su Facebook quel ferroviere.

Poi, il destino degli ottanta del treno per Santiago è al di là di quanto noi possia­mo capire. Benché guardando quella madre immota con il suo bambino in braccio anche i soccorritori, nell’affan­no e nell’angoscia, forse per un attimo han pensato che quei due ormai sem­bravano in pace, nel luogo del nostro ve­ro destino.

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Duecentomila ogni anno
Il cammino di Santiago de Compostela – il lungo percorso che i pellegrini fin dal Medioevo intraprendono attraverso la Francia e la Spagna per giungere al santuario dove c’è la tomba di Giacomo il Maggiore – è meta di circa 200mila persone l’anno (sono stati 192.488 nel 2012) che lo precorrono per intero, ma sono tantissimi quelli che ne fanno alcune tappe. Per il 56% sono uomini, per il 44% donne, secondo i dati ufficiali de “La Oficina del Peregrino”, che rilascia la cosiddetta «credenziale» che di volta in volta andrà timbrata nelle tappe obbligatorie. Il cammino è percorso dall’85% dei pellegrini a piedi, ma c’è anche chi lo fa in bicicletta (15%), e qualcuno anche a cavallo (0,15%).

Quasi la metà è spagnolo (49,50%), seguiti dai tedeschi (16%), dagli italiani (13%), portoghesi (11%), statunitensi (7%), irlandesi (4%) e britannici (4%).

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L’offensiva cattolica anti Halloween

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2010

Il sito dei papaboys crea «Holyween». Il capo dei vescovi organizza un itinerario cristiano
Marce, dolcetti, chiese aperte di notte per la festa. «Esponete i Padre Pio»
di  Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

L'offensiva cattolica anti Halloween dans Halloween zuccay
(Aldo Liverani)

Treats or tricks, dolcetti o dispetti? E sabba da discoteca, vestiti da menagramo, zucche ghignanti. C’è chi, come il compianto vescovo Alessandro Maggiolini, con saggezza gastronomica osservava che «le zucche sono buone per farci i tortelli». Il cardinale Carlo Maria Martini fu tra i primi, anni fa, a notare desolato che «questo tipo di feste è estraneo alla nostra tradizione, a valori immensi come il culto dei defunti che apre la speranza all’eternità». Il più duro è stato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, nel pieno della polemica sui crocifissi nelle scuole: «L’Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche e ci toglie i simboli più cari! No, Halloween non mi piace per niente, anche se arrivo dalle parti di Vercelli e mi piacciono i Celti…».

Festa pagana, festa consumistica, festa aliena: no, decisamente alla Chiesa non è mai piaciuto quel carnevale lugubre alla vigilia («Eve») di Ognissanti(«All Hallows»). Eppure non tutti i dispetti vengono per nuocere. Con buona pace dei rosarioni «riparatori» organizzati ogni anno contro «il capodanno di Satana» – secondo la sobria definizione del Gruppo di ricerca sulle sette di Imola – si fa strada l’idea che le zucche, tutto sommato, abbiano funzionato come «una provocazione provvidenziale», sorride monsignor Domenico Pompili, portavoce della Cei.

Così a Genova, dov’è arcivescovo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, il Museo della diocesi ha ideato per sabato un itinerario nel centro storico alla riscoperta delle tradizioni, dal Chiostro dei Morti alle raffigurazioni pittoriche dei santi, con tanto di dolcetti autorizzati dalla nostra storia: come le «fave dei morti» fatte con pasta di mandorle, vaniglia e cioccolato. E intanto i «papaboys» del progetto «Sentinelle del mattino» (sentinelledelmattino.org), creato da don Andrea Brugnoli, hanno lanciato via Internet e Twitter la festa di «Holyween», la notte dei santi: la sera del 31 ottobre, alla faccia di «streghe e zombie», invitano parrocchie e cittadini a esporre alle finestre le immagini di santi e beati, da Padre Pio a Madre Teresa e Chiara Badano. Parteciperanno almeno trenta città, da Torino a Palermo, e in comuni come Pordenone, Ravenna, Padova e Città di Castello una chiesa rimarrà aperta nella notte. Tra l’altro la mattina dell’1 novembre, a Roma, si corre la terza edizione della «Corsa dei santi», maratona benefica organizzata dai salesiani.

Non cambia il giudizio su Halloween, insomma, ma la strategia. «Dalla fase di critica si è passati a iniziative per riscoprire il significato di Ognissanti», spiega monsignor Pompili. «Del resto, la memoria dei defunti riceve significato dalla festa dei santi che la precede: nulla di triste o lugubre, perché i morti sono coloro che ci hanno preceduto nel cammino verso la vita eterna…».

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