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Il mirabile segno del presepe

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

LETTERA APOSTOLICA

Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

Cammino di Avvento dans Avvento Pregare-accanto-al-presepe

 1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

 


[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

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Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2017

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II
Comunque la pensiate sulle apparizioni di Medjugorje, vale la pena leggere questo capitolo, in cui Mirjana racconta il suo emozionante incontro con Giovanni Paolo II, un papa che aveva attraversato il secolo dei sanguinosi totalitarismi. Il papa che aveva iniziato il suo pontificato con le indimenticabili parole: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Il papa che aveva nel suo stemma le parole “Totus tuus”, rivolte a Maria, di cui era un ferventissimo devoto! Il papa che aveva detto che «l’umanità è a un bivio: può fare della terra un giardino, o un cumulo di rovine». Oggi queste parole appaiono ancor più profetiche. Ma veniamo al racconto.
di Claudio Forti – Trascrizione del capitolo 20 del libro Il mio cuore trionferà, autobiografia di Mirjana Soldo, edito dalla Dominus Production di Firenze, e uscito recentemente

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II dans Apparizioni mariane e santuari Il_mio_cuore_trionfer

Forse si pensa che un veggente che vede la Madonna non resti mai colpito da altre persone, ma non è così. Nel 1987, infatti, ebbi un incontro destinato a lasciarmi un effetto duraturo: conobbi un santo vivente. In quel periodo mi trovavo a Roma, essendo stata invitata da un sacerdote italiano. L’Italia di per sé è una meraviglia. Ero affascinata dalla sua storia. Riuscivo facilmente a immaginare i gladiatori intenti ad allenarsi nel Colosseo, e imperatori che tenevano i loro discorsi nel Foro romano. Ma mi incantarono ancor più gli innumerevoli luoghi sacri presenti nella città eterna. La visita nelle antiche catacombe mi fece capire quanta resistenza e coraggio avevano i primi seguaci della mia religione.
Osservando la Cappella Sistina e gli alti soffitti della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi resi conto delle incredibili imprese compiute da tanti uomini di fede.
Pregando presso le tombe dei martiri e dei santi, e semplicemente sostando ai luoghi in cui così tanti prima di me erano vissuti e morti, mi venivano in mente i costanti avvertimenti della Madonna sulla brevità della vita su questa terra.

Il fatto di essere una pellegrina in terra straniera mi diede la possibilità di acquisire una prospettiva nuova sull’esperienza dei pellegrini che venivano a Medugorje. E proprio mentre pensavo che quel mio viaggio non potesse essere migliore, il 20 di luglio mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati che erano andati in visita a Giovanni Paolo II.
Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi del sole. Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza papale che si sarebbe tenuta in Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini. Quando il papa comparve, la folla era in delirio.
Il pontefice camminò tra la gente benedicendo. Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che mi rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza, per aver ricevuto per la prima volta la benedizione da un papa.
Mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Medugorje!”. Al che il papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione. Io ero raggelata. I suoi occhi, di colore azzurro intenso, sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione. Quando si allontanò mi volsi verso il sacerdote italiano e, scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata.

Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo ancora stordita da tutta l’esperienza, rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo. Ero così eccitata che non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro?
Cosa avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: “Domani incontrerò il papa”. E andai avanti così per tutta la notte.

Mirjana_e_Giovanni_Paolo_II dans Libri

Il giorno seguente andai a Castel Gandolfo poco prima delle 8, l’ora stabilita per l’incontro. Quel paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi. Il palazzo papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e da uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro, simile agli occhi di Giovanni Paolo II.
Un uomo in divisa mi scortò fino alla fine del palazzo. Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un santo, un vero figlio della Beata Vergine Maria. Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna. Una tenerezza che solo la Madre celeste poteva trasmettere. E questo aspetto in Giovanni Paolo II era più forte che in qualsiasi altro.

Il papa mi fece sedere con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me. E adesso eccomi là, davanti a lui. Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa, anche per esprimere una sola frase. Il Santo padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Gin dobre”, (Buon giorno in polacco. Ndt). Non riuscii a capirlo.
Forse ero troppo emozionata e le mie orecchie mi stavano ingannando. O forse il mio cervello era andato in tilt. Ero mortificata. Avevo avuto l’occasione unica di incontrare il papa, ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato, ma non riuscivo a decifrarle. Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave, come il croato e il polacco, hanno in comune molte parole, quindi il papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri. Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi.

«Santo padre, possiamo parlare in italiano?», chiesi. Sorrise e annuì: «Si, bene Mirjana, bene!». Parlammo di molte cose. Alcune posso rivelarle, altre no. E presto mi sentii completamente a mio agio alla sua presenza. Mi parlò con un affetto tale, che sarei rimasta lì con lui per ore a conversare. «Per favore, chiedi ai pellegrini di Medjugorje di pregare per le mie intenzioni!», disse. «Certo Santità!», lo rassicurai. «So tutto di Medjugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio. Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna!», il papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente col capo. «E quando scompare – conclusi – provo tanto dolore in quel
momento. L’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo».
Si chinò verso di me e disse: «Abbi cura di Medjugorje, Mirjana! Medjugorje è la speranza per il mondo intero».
Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni, e alla grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto della sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominava Medjugorje. Per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetersi per gli stranieri.

«Santo Padre – dissi -: vorrei che lei vedesse tutta la gente che viene da noi, e prega». Il papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso, e disse: «Se non fossi papa sarei già andato da molto a Medjugorje», disse.
Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna. Anche guardare nei suoi occhi, era come guardare in quelli di Maria.

In seguito un sacerdote mi confidò che il papa era interessato a Medjugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che iniziassero le apparizioni, Giovanni Paolo II aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.
«Non posso farcela da solo, Madre – pregava -: in Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri paesi comunisti, la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto, Madre cara”!». (E quanto è vero anche oggi, non solo nei paesi comunisti, ma nelle terre islamiche, ma anche in paesi cristiani. Ndt).

Secondo quel sacerdote, il papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un paese comunista, pensò immediatamente che Medjugorje fosse stata la risposta alle sue preghiere. La Dominus Production è una benemerita casa fiorentina che provvede al doppiaggio di film che, avendo un contenuto cattolico, non sono diffusi in italiano dai grandi media. Per questo ha provveduto alla doppiatura di
fil, come Cristiada, di cui ha fatto tradurre anche il libro; God’s not dead, Il missionario, e ora anche il libro “Il mio Cuore trionferà”, eccetera. Ndt). La si trova a questo link: http://www.dominusproduction.com/

Tratto da: Radio Maria

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Come la luna, come il sole, come un esercito

Posté par atempodiblog le 8 mars 2016

Come la luna, come il sole, come un esercito
di Papa Pio XII
Tratto da: Pio XII. Sito Ufficiale della Causa di Canonizzazione

Madonna

[...]

1° - Anzitutto, diletti figli e figlie, guardate Maria, «bella come la luna, pulchra ut luna». È un Modo questo per esprimere la eccelsa bellezza di Lei. Come deve essere bella la Vergine! Quante volte siamo stati colpiti dalla bellezza di un volto angelico, dall’incanto di un sorriso di bambino, dal fascino di uno sguardo puro! E certamente nel volto della propria Madre Iddio ha raccolto tutti gli splendori della sua arte divina. Lo sguardo di Maria! il sorriso di Maria! la dolcezza di Maria! la maestà di Maria, Regina del cielo e della terra! Come splende la luna nel cielo oscuro, così la bellezza di Maria si distingue da tutte le bellezze, che paiono ombre accanto a Lei. Maria è la più bella di tutte le creature. Voi sapete, diletti figli e figlie, quanto facilmente una bellezza umana, che è come l’ombra d’un fiore, rapisce ed esalta un cuore gentile: che cosa dunque esso non farebbe dinanzi alla bellezza di Maria, se potesse contemplarla svelata, faccia a faccia, Così l’Alighieri vide nel Paradiso (cant. 31, v. 130-135), in mezzo a «più di mille Angeli festanti», «ridere una bellezza, che letizia – era negli occhi a tutti gli altri santi»: Maria!

Intanto su quel volto non si rivela soltanto la bellezza naturale. Nell’anima di Lei Iddio ha riversato la pienezza delle sue ricchezze con un miracolo della sua onnipotenza, e allora Egli ha fatto passare nello sguardo di Maria qualche cosa della sua dignità sovrumana e divina. Un raggio della bellezza di Dio splende negli occhi della sua Madre. Non pensate voi che il volto di Gesù, quel volto che gli angeli adorano, dovesse riprodurre in qualche modo i lineamenti del volto di Maria? Così il volto di ogni figlio rispecchia gli occhi della madre. Pulchra luna. Felice chi potesse vederti, Madre del Signore, chi potesse bearsi dinanzi a te; potessimo, o Maria, rimanere con te, nella tua casa, per servirti sempre!

2° - Ma la Chiesa non paragona Maria soltanto alla luna; servendosi ancora della Sacra Scrittura (Cant. 6, 10), passa ad un’immagine più forte ed esclama: Tu sei, o Maria, « electa ut sol », eletta come il sole.

La luce del sole ha una differenza grande da quella della luna : è luce che scalda e che vivifica. Splende la luna sui grandi ghiacciai del polo, ma il ghiaccio rimane compatto e infecondo, così come rimangono le tenebre e perdura il gelo nelle notti lunari dell’inverno. La luce della luna non porta il calore, non porta la vita. Fonte di luce, di calore e di vita è il sole. Ora Maria, che ha la bellezza della luna, splende anche come un sole e irraggia un calore vivificante. Parlando di Lei, parlando a Lei, non dimentichiamo che è vera Madre nostra. perché attraverso di Lei abbiamo ricevuto la vita divina. Ella ci ha dato Gesù e con Gesù la sorgente stessa della grazia. Maria è mediatrice e distributrice di grazie.

Electa ut sol. Sotto la luce e il calore del sole fioriscono sulla terra e danno frutto le piante; sotto l’influsso dell’aiuto di questo sole che è Maria fruttificano i buoni pensieri nelle anime. Forse, già in questo momento voi siete ripieni dell’incanto che promana dalla Vergine Immacolata, Madre della divina grazia, Mediatrice di grazie, perchè Regina del mondo. Oh! potessimo avere la voce di S. Bernardo, che non si stancava di lodare, di cantare, di ammirare, di esultare dinanzi al trono della Vergine! Oh! potessimo avere la lingua degli angeli per poter dire la bellezza, la grandezza della loro Regina!

Riandate, diletti figli e figlie, la storia della vostra vita: non vedete un tessuto di grazie di Dio? Voi potete pensare allora: in quelle grazie è entrata Maria. I fiori sono spuntati, i frutti sono maturati nella mia vita, grazie al calore di questa Donna eletta come il sole.

Avete voi pregato questa mattina? La grazia che vi ha invitato a un atto di così squisita pietà è stata forse una grazia speciale di Maria, è venuta attraverso Maria.

State ora ascoltando questo Nostro Messaggio di onore alla Vergine: qualche parola di esso vi penetra forse più profondamente nel cuore, destando sentimenti buoni e aneliti di fervore? È una grazia che giunge alle vostre anime attraverso la intercessione di Maria, con la luce di quel sole del cielo che è Maria.

Sperate voi un giorno di giungere in Paradiso mediante la grazia della perseveranza fino all’ultimo istante della vita? Avete fiducia di morire in grazia di Dio? Anche questa grazia verrà a voi devoti di Maria attraverso un sorriso di Lei, con un raggio di quel sole.

3° - Ma un’altra immagine prende la Chiesa dalla S. Scrittura e l’applica alla Vergine. Maria è bella in sè stessa come la luna, è fulgida intorno a sè come il sole; ma contro il «nemico» è forte, è terribile, come un’esercito schierato in battaglia. «Acies ordinata».

In questo giorno di gioia e di esultanza, Dio sa come vorremmo poter dimenticare l’asprezza dei tempi che attraversiamo!  » Ma i pericoli, che gravano sul genere umano, sono tali che Noi non dobbiamo cessare mai — si può dire — di gettare il nostro grido di risveglio. Vi è il « nemico », che preme alle porte della Chiesa, che minaccia le anime. Ed ecco un altro aspetto — presentissimo — di Maria: la sua forza nel combattimento.

Già, dopo il misero caso di Adamo, il primo annunzio su Maria, secondo la interpretazione di non pochi Santi Padri e Dottori, ci parla di inimicizie fra Lei e il serpente nemico di Dio e dell’uomo. Come è per Lei essenziale di esser fedele a Dio, così di esser vincitrice del demonio. Senza nessuna macchia Maria ha calpestato la testa del serpente tentatore e corruttore. Quando si avvicina Maria, il demonio fugge; così come scompaiono le tenebre, quando spunta il sole. Dove è Maria, non è Satana; dove è il sole, non è il potere delle tenebre.

Diletti figli e figlie dell’Azione Cattolica Italiana! Oh se questi tre fulgori di Maria diventassero vostre luci! Se le tre immagini della S. Scrittura si applicassero, in realtà, a ciascuno di voi e a tutta l’Associazione!

Vorremmo anzitutto che voi, come figli e figlie di Maria, cercaste di riprodurre nell’anima vostra la sua bellezza sovrumana. Abbiate dunque, a immagine di Lei, l’unione perfetta con Gesù. Sia Gesù in voi, siate voi in Lui, fino alla fusione della vostra vita con la vita di Lui. Siano nella vostra mente gli splendori della fede e, come Lei, vedete, giudicate, ragionate secondo Dio. Il vostro cuore, quando è possibile, aspiri all’integrità del cuore di Lei, che nulla ha diviso con altri ed ha conservato per Iddio tutto il suo calore, i suoi palpiti, la sua vita. Con le visuali dello spirito, con gli ardori del cuore, coltivate la dedizione assoluta a Dio. Figli e figlie di Maria, portate nei lineamenti dell’anima vostra le sembianze della Madre del cielo. Fate passare attraverso un mondo avvolto nelle tenebre e coperto di fango fasci di luce e il profumo di una purezza incontaminata.

In secondo luogo vorremmo che foste come il sole, il quale riscalda e vivifica. Il calore del vostro amore riscaldi le persone e le cose che vi circondano. Fate distinguere in ogni luogo la vostra presenza col fervore della vostra carità. Il demonio ha invaso la terra con l’odio : fate rivivere, prepotente, l’amore. Tanti sono ancora cattivi, perchè non sono stati finora abbastanza amati. Vivificate tutto quanto cadrà sotto l’influsso dei vostri raggi. Siate, cioè, come Maria e con Maria, strumenti di vita nelle anime, che oggi muoiono di freddo e di fame, ma potrebbero tornare alla casa del Padre, se fossero mosse dalle vostre parole, trascinate dal vostro esempio.

Finalmente applicate anche a voi la terza immagine di Maria : siate forti contro il « nemico ». Qui non si tratta più soltanto del vantaggio spirituale di ciascuno di voi, ma della vostra collaborazione per il bene delle anime. Tutta l’Azione Cattolica, che nei singoli membri deve essere bella come la luna e vivificante come il sole, sappia essere, di fronte al « nemico », forte come un esercito schierato in battaglia. Ed ecco che la nostra familiare riunione prende quasi l’aspetto di una « chiamata a rapporto » del principale fra i reparti laici del grande esercito cattolico d’Italia.

Nella Nostra recente Enciclica « Fulgens corona » abbiamo ancora una volta denunciato l’attuarsi di un piano spaventoso per « svellere radicalmente dagli animi la fede di Cristo », per l’invasione del mondo da parte del nemico degli uomini e di Dio. E sono uomini — miseri uomini — coloro che servono da strumenti per quest’opera distruggitrice. Vi è in atto una lotta che ingrandisce quasi ogni giorno di proporzione e di violenza, ed è quindi necessario che tutti i cristiani, ma specialmente tutti i militanti cattolici, « stiano in piedi e combattano sino alla morte, se è necessario, per la Chiesa madre loro, con le armi che sono consentite » (cfr. S. Bern. Ep. 221, n. 3 – Migne PL, V. 182, col. 387). Non si tratta qui evidentemente di scontro fra i popoli con distruzione di case e strage di uomini. Noi abbiamo più e più volte esecrato la guerra, e siccome riappaiono qua e là tristi segni di pericolo per la pace, torniamo a scongiurare Iddio, affinchè impedisca, con la Sua onnipotenza, che nuovi lutti e nuove lacrime vengano provocati sulla terra dall’incoscienza e dalla malvagità di alcuni. Noi parliamo invece della lotta che il male, nelle sue mille forme, combatte contro il bene; lotta dell’odio contro l’amore, del malcostume contro la purezza, dell’egoismo contro la giustizia sociale, della violenza contro il pacifico vivere, della tirannia contro la libertà.

Di questa lotta è già assicurato l’esito finale, essendone garante l’infallibile parola di Dio. Verrà il giorno del trionfo del bene sul male, perchè verrà il dì, in cui — lo diciamo con immensa tristezza — andranno «maledetti al fuoco eterno» (Matth. 25, 41) quanti hanno voluto fare a meno di Dio e sono rimasti sino alla fine ostinati nella impenitenza. Ma vi sono battaglie, il cui esito non è certo, perchè è affidato anche alla buona volontà degli uomini. In alcuni settori il « nemico » ha prevalso: occorre riconquistare il terreno perduto — cioè le anime traviate — perchè Gesù regni nuovamente nei cuori e nel mondo.

Diletti figli e figlie! Noi vi chiamiamo nuovamente a raccolta, certi che tutti — senza evasione di sorta — risponderete alla Nostra voce. Sotto lo sguardo di Maria, Regina delle Vittorie, disponetevi a vivere, per così dire, in un clima di generale mobilitazione, pronti a qualsiasi sacrificio, presti a qualunque eroismo.

Noi abbiamo invitato i fedeli di tutto il mondo ad approfittare dell’Anno mariano, che oggi comincia, per promuovere manifestazioni di omaggio a Maria nei suoi santuari. Ma quel che preme specialmente, è che si compia uno sforzo comune per avviare l’Italia verso una rinascita religiosa integrale. Perchè ciò avvenga, dovrà essere naturalmente preparato un piano razionale che vi impegni tutti in modo organico, e voi provvederete a muovervi secondo una esatta e ben studiata strategia, schierandovi ordinatamente e fissando bene gli scopi da conseguire. È necessario, per questo, rafforzare la vostra unione interna, accentuando sempre più il carattere unitario della vostra organizzazione, e poi accogliendo tutti fraternamente, come compagni d’arme, a combattere fianco a fianco la stessa battaglia. L’esercito cattolico è composto anche di altre forze che sarebbe insano ignorare o contrariare. Vi è posto per tutti, e di tutti vi è bisogno in questo immenso fronte da coprire per respingere gli assalti del «nemico».

Ricordate però tutti che non vi è ordinato schieramento se, nel rispetto della varietà e delle capacità, non viene assicurata l’unità del comando; per questo vivamente esortiamo voi e tutte le forze cattoliche a farvi guidare nel lavoro apostolico da chi lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio.

Nello scegliere gli « obiettivi » va inoltre osservato l’ordine dei valori : dovete quindi preferire lo spirituale al materiale, il definitivo al provvisorio, l’universale al particolare, ciò che urge a quel che può essere rimandato ad altro tempo.

Quanto alla tattica da seguire, ricordate che l’accostamento individuale è quello che dà migliori risultati. Mediante la «Base Missionaria» l’Azione Cattolica ha già iniziato un lavoro unitario, col quale esce dalle sue sedi per andare a portare la verità ai lontani. Ma questo metodo produrrà buoni effetti, soltanto se tutta l’Azione Cattolica cercherà di attuarlo e se opererà in collaborazione con altre forze cattoliche. Ciò raccomandammo lo scorso anno agli Uomini di Azione Cattolica; oggi lo diciamo specialmente a voi, carissimi Giovani, che foste i primi a nascere e siete ancora così pieni di vigore e di freschezza. Siate, oggi e sempre, le avanguardie ardimentose di questo pacifico esercito, in spirito di perfetta unione con tutti e di completa dedizione ai Pastori che guidano la Chiesa.

Ed ecco l’ultima Nostra parola, che vogliamo rivolgere ai fanciulli e alle fanciulle in ascolto, per esprimere loro un Nostro desiderio. Ricordate quanto vi amava Gesù e con quanta tenerezza vi accoglieva? Parlando alle turbe, Egli vi proponeva come modelli per entrare nel regno dei cieli. Anche il Papa vi ama, come vi amava Gesù. Voi siete i prediletti del Papa, come eravate la pupilla degli occhi di Gesù.

Ebbene, cari fanciulli, il Papa ha bisogno del vostro aiuto. Il Papa ha tante ansie, tanti timori per le sorti di questo mondo minacciato di rovina. Volete voi aiutare il Papa? Volete aiutare la Chiesa a salvare il mondo, a salvare l’umanità in pericolo? Allora alzate al cielo i vostri occhi limpidi e puri; giungete le vostre piccole mani e offrite a Gesù la vostra innocenza. Dite a Gesù che salvi la Chiesa, che salvi le anime. Siate con la vostra preghiera, coi vostri piccoli sacrifici, gli angeli protettori di tutta l’Azione Cattolica, che ripone in voi tutte le sue speranze.

Ecco : Noi ci inginocchiamo e recitiamo con voi una preghiera. Unitevi a Noi per fare dolce violenza alla Madre vostra celeste.

O Vergine bella come la luna, delizia del cielo, nel cui volto guardano i beati e si specchiano gli angeli, fa che noi tuoi figliuoli ti assomigliamo e che le nostre anime ricevano un raggio della tua bellezza, che non tramonta con gli anni, ma rifulge nella eternità.

O Maria, sole del cielo, risveglia la vita dovunque è la morte e rischiara gli spiriti dove sono le tenebre. Rispecchiandoti nel volto dei tuoi figli, concedi a noi un riflesso del tuo lume e del tuo fervore.

O Maria, forte come un esercito, dona alle nostre schiere la vittoria. Siamo tanto deboli, e il nostro nemico infierisce con tanta superbia. Ma con la tua bandiera ci sentiamo sicuri di vincerlo; egli conosce il vigore del tuo piede, egli teme la maestà del tuo sguardo. Salvaci, o Maria, bella come la luna, eletta come il sole, forte come un esercito schierato, sorretto non dall’odio, ma dalla fiamma dell’amore. Così sia.

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Tutto è cominciato a Parigi, in Rue du Bac

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2015

Tutto è cominciato a Parigi, in Rue du Bac
di Diego Manetti – La nuova Bussola Quotidiana

108a24k dans Rue du Bac - Medaglia Miracolosa

La traccia Mariana ci porta ancora una volta in Fancia, terra benedetta da numerose apparizioni mariane: La Salette, nel 1846, Lourdes, nel 1858, Pellevoisin, nel 1876… Andiamo dunque in Francia e nello specifico a Parigi, in Rue du Bac, per le apparizioni occorse nel 1830 a Caterina Labouré, in seguito alle quali la santa fece coniare la famosissima “Medaglia Miracolosa” che è oggi diffusa in tutto il mondo, segno dell’amore e della fiducia nella Madonna nutriti da milioni di fedeli di ogni lingua, razza e nazione.

Prima di presentare i fatti, desidero premettere una nota relativa al significato delle apparizioni di Rue du Bac – così vengono solitamente indicate – nell’economia delle apparizioni mariane moderne. Intendo cioè riferirmi a quanto detto da Jean Guitton, grande intellettuale cattolico e Accademico di Francia, che proprio nel suo studio sulla Medaglia Miracolosa ebbe a definire gli eventi di Rue du Bac come l’inizio di un percorso di manifestazioni mariane sempre più frequenti e intense nel mondo, esordio di un ciclo di apparizioni della Madonna volte a mettere in guardia l’umanità dai piani di Satana, intenzionato a distruggere il pianeta sul quale viviamo e bramoso di condurre l’umanità alla dannazione eterna.  Quanto queste diaboliche intenzioni si siano tradotte in malvagi attacchi al mondo contemporaneo è sotto gli occhi di tutti: le guerre, i conflitti, ma anche gli odi e i rancori domestici, senza parlare poi della crisi della famiglia, della perdita dei valori, del dilagare dell’aborto e dell’eutanasia… insomma, uno scenario drammatico in cui davvero si scorge l’azione del Nemico, del Diavolo, scatenato come non mai. 

Ecco: Rue du Bac anticipa proprio questo attacco del Demonio al mondo, rivelando però che il mondo stesso è sotto la protezione della Madonna, di Colei che schiaccia la testa al Serpente. La Madonna è dunque venuta, da Rue du Bac in avanti, sulla terra, per mettere in guardia gli uomini dal rischio che essi vanno correndo ed esortandoli a ritornare a Dio. E quanto più si avvicina il culmine di questo attacco e lo scatenamento della battaglia decisiva, tanto più la Madonna si premura di apparire agli uomini e di far risuonare il suo materno invito alla conversione e ad abbandonarci fiduciosi in Lei per poter, guidati da Lei, vincere il Demonio partecipando di quella vittoria, totale e definitiva, che Cristo già ha ottenuto con la sua Morte e Resurrezione.Questa chiave di lettura spiegherebbe dunque non solo l’importanza di Rue du Bac come inizio di questo provvidenziale disvelamento anticipato dei piani del Diavolo, ma giustificherebbe altresì il moltiplicarsi delle apparizioni mariane e dei messaggi della Madonna in questi ultimi tempi.

Dicevamo di Rue du Bac, dunque. Prima di entrare nel vivo delle apparizioni, desidero premettere alcune notizie in merito allo strumento di cui la Madonna si è servita per trasmettere il Suo messaggio. Anche in questo caso si tratta di una persona umile, semplice, tutta capace di mettersi nelle mani della Madonna e, tramite essa, lasciarsi usare a maggior gloria di Dio. Stiamo parlando di Zoe Labouré, poi diventata Suor Caterina. Nata in Borgogna (Francia) il 2 maggio 1806, era la nona di undici figli. La mamma Louise muore a 42 anni, quando Zoe ne ha solo dieci.Rimasta orfana, la piccola sviluppa però una interna devozione mariana, riconoscendo a poco a poco nella Madonna Colei che, persa ormai la madre terrena, poteva davvero esserle Mamma Celeste.  Appena la sorella maggiore entra in convento a Parigi, nella congregazione delle Figlie della Carità, Caterina – la indichiamo ormai con il nome, a tutti più familiare, che avrebbe poi assunto da religiosa – si trova a dover badare ai fratelli più piccoli e ad aiutare il papà, Pierre, nei lavori della fattoria. Nonostante la difficoltà di questa vita fatta di lavoro e povertà, Caterina non fa mai mancare la preghiera e in essa sviluppa il desiderio di seguire le orme della sorella maggiore. Vinte le resistenze del padre, che preferirebbe poter contare sul suo aiuto per badare alla casa, Caterina entra dunque nell’ordine delle Figlie della carità.

Diciamo dunque una parola su questa realtà religiosa. La Compagnia delle Figlie della Carità fu fondata nel 1633 da San Vincenzo de’ Paoli e, anche grazie all’aiuto di santa Luisa de Marillac, si è poi diffusa in tutto il mondo, fedele alla propria vocazione missionaria e allo spirito dei fondatori secondo i valori della umiltà, della carità e della semplicità. Le apparizioni di Rue du Bac hanno senz’altro contribuito a far conoscere ancor più nel mondo il carisma di questa famiglia religiosa che, diffusasi capillarmente nei cinque continenti, è oggi presente in oltre 90 Paesi, compresi quelli più poveri, per un totale di circa 20.000 Figlie della Carità. Nel 1830 Caterina entra dunque nel convento delle Figlie della Carità di Parigi, in Rue du Bac, presso il quale svolgerà il proprio noviziato. Sarà un periodo ricchissimo di grazie celesti, poichè già il 6 giugno 1830, non molto tempo dopo il suo ingresso, Gesù le appare durante la Santa Messa, come un Re Crocifisso, privo di ogni ornamento, dando inizio a una presenza divina che, per la sua frequenza, diventerà per Caterina davvero familiare, poichè durante l’anno noviziato elle potrà vedere Gesù ogni volta che entrerà nella cappella. 

Proprio in quell’anno di noviziato si svolgeranno le apparizioni che porteranno Caterina a far coniare, secondo le indicazioni della Madonna, la Medaglia Miracolosa, apparizioni di cui parleremo in dettaglio tra poco. Su questi prodigiosi eventi la veggente conserverà sempre il massimo riserbo, non rivelando ad alcuno, in obbedienza al proprio direttore spirituale, le grazie delle quali il Cielo l’aveva favorità nel corso della sua vita. Frattanto venivano distribuite oltre un milione di medaglie miracolose, contribuendo a un notevole rafforzamento della devozione mariana, anche in virtù di eclatanti conversioni e prodigiose guarigioni. Le apparizioni ricevono il riconoscimento da parte dell’arcivescovo di Parigi, nel 1836. Soltanto dopo la morte di Caterina Labouré le sue consorelle seppero che era stata lei a vedere la Madonna e a ricevere l’incarico di diffondere la devozione alla Medaglia Miracolosa. Dopo una vita di silenzio e umiltà, trascorsa in lunghi anni di servizio ai poveri di un ospizio della zona est di Parigi, Caterina muore il 31 dicembre 1876. Il corpo della veggente viene tumulato nella cripta posta sotto la chiesa del convento di Rue du Bac. Quando è stato riesumato, nel 1933, lo si è trovato incorrotto. Le sue spoglie sono oggi esposte nelle stessa cappella dove Caterina ebbe le apparizioni della Madonna, non lontano dall’urna che contiene il cuore del fondatore della congregazione, San Vincenzo de Paoli. Caterina Labouré è stata beatificata da Pio XI nel 1933 e canonizzata da Pio XII nel 1947. Al momento della sua morte, nel 1876, si contavano nel mondo oltre un miliardo di Medaglie Miracolose distribuite tra i fedeli.

Veniamo dunque alle apparizioni che sono accadute nel 1830. Abbiamo già avuto modo di dire come l’intero anno del noviziato sia segnato da eventi prodigiosi: durante la preghiera in cappella Caterina ha per ben tre volte la manifestazione del cuore di San Vincenzo de’ Paoli, il fondatore delle Figlie della carità, che le appare dapprima bianco, poi rosso e infine nero, alternando così i colori della pace, del fuoco e delle tenebre che avrebbero colpito la Francia. Questo è un particolare di non poco conto, che permette di ribadire come le numerose apparizioni mariane in Francia, che abbiamo poco prima ricordato, siano senz’altro una benedizione per quella terra, ma anche segno del grande bisogno di protezione celeste per quel Paese. Altre apparizioni, come già abbiamo ricordato, riguardano direttamente Gesù, che Caterina poteva vedere nella Eucaristia, aldilà delle specie del pane, tanto da poter affermare: “Ho visto Nostro Signore nel Santissimo Sacramento, durante tutto il tempo del mio seminario, tranne a volte durante le quali dubitavo”. Significativa questa ultima affermazione, come a dire che oltre a essere un dono del Cielo queste manifestazioni necessitavano della sincera e robusta fede nella reale presenza di Gesù nell’Eucaristia per poter avere luogo… Avessimo una fede simile anche noi ogni volta che ci avviciniamo all’Eucaristia, allora sì che potremmo riconoscere nel pane consacrato Gesù Cristo realmente presente!

La prima delle apparizioni che porteranno alla devozione della Medagla Miracolosa avviene nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1830, allorchè un angelo guida Caterina nella chiesa del noviziato, dove le appare la Madonna. È bellissimo poter seguire direttamente il racconto che di questa prima apparizione fece Caterina stessa, redigendone un resoconto nel 1834: «Alle undici e mezzo mi sento chiamare per nome: “Suor Labouré! Suor Labouré!” Svegliatami, guardo dalla parte da dove proveniva la voce, che era dal lato del passaggio del letto. Tiro la tenda e vedo un bambino vestito di bianco, dai quattro ai cinque anni, il quale mi dice: “Venite in cappella, la Santa Vergine vi aspetta”. Immediatamente mi viene da pensare: 2mi sentiranno!” Ma quel fanciullo mi risponde: “State tranquilla: sono le undici e mezzo e tutti dormono profondamente. Venite che vi aspetto”. Mi affrettai a vestirmi e seguii il bambino che era restato in piedi senza spingersi oltre la spalliera del letto.  Il fanciullo mi seguì – o meglio, io seguii lui dovunque passava – tenendosi sempre alla mia sinistra. I lumi erano accesi dappertutto dove noi passavamo, il che mi sorprendeva molto. Rimasi però assai più meravigliata all’ingresso della cappella, quando la porta si aprì, appena il bambino l’ebbe toccata con la punta di un dito. La meraviglia poi fu ancora più completa quando vidi tutte le candele e tutte le torce accese, come alla Messa di mezzanotte. Però non vedevo ancora la Madonna. Il bambino mi condusse nel presbiterio, accanto alla poltrona del Signor Direttore, dove io mi posi in ginocchio, mentre il bambino rimase tutto il tempo in piedi. Poiché mi sembrava che passasse molto tempo, ogni tanto guardavo per timore che le suore vegliatrici passassero dalla tribuna».

«Finalmente giunse il momento. Il fanciullino mi avvertì, dicendomi: “Ecco la Santa Vergine, eccolala”. Sentii un rumore, come il fruscio di vesti di seta, venire dalla parte della tribuna, presso il quadro di San Giuseppe, e vidi la Santa Vergine che venne a posarsi sui gradini dell’altare dal lato del Vangelo. Era la Santa Vergine, ma a me sembrava Sant’Anna, solo il volto non era lo stesso. Io non ero certa se si trattasse della Madonna, ma il bambino mi disse “Ecco la Madonna!”. Dire ciò che provai in quel momento e ciò che succedeva in me, mi sarebbe impossibile. Mi sembrava di non riconoscere la Santa Vergine. Fu in quel momento che quel bambino mi parlò, ma non più con voce da bambino, ma come un uomo… Io, guardando la Santissima Vergine, spiccai allora un salto verso di Lei, ed inginocchiatami sui gradini dell’altare, appoggiai le mani sulle ginocchia della Santa Vergine. Quello fu il momento più dolce della mia vita. Dire tutto ciò che provai mi sarebbe impossibile. La Madonna mi spiegò come dovevo comportarmi col mio direttore e parecchie cose che non debbo dire. Mi insegnò il modo di regolarmi nelle mie pene e mostrandomi con la sinistra i piedi dell’altare, mi disse di andarmi a gettare ai piedi dell’altare ad espandervi il mio cuore, aggiungendo che là avrei ricevuto tutti i conforti di cui ho bisogno. (All’altare c’è Gesù e la Madonna rimanda sempre a Suo Figlio, NdR) La Madonna mi disse: “Figlia mia, il Buon Dio vuole incaricarvi di una missione. Essa sarà per voi fonte di molte pene, ma le supererete pensando che sono per la gloria del Buon Dio. Avrete la grazia; dite tutto quanto in voi succede, con semplicità e confidenza. Vedrete certe cose, sarete ispirata nelle vostre preghiere; riferitele a chi è incaricato di guidarvi”». 

(Senza voler rompere questa atmosfera d’incanto che si crea seguendo il racconto direttamente dalle voce di Santa Caterina, vorrei sottolineare quanto sia bella l’estrema confidenza che lega la veggente alla Madonna: appena ella vede la Vergine, ecco che si butta alle sue ginocchia, con affetto e tenerezza verso quella Madre che così spesso era stata l’unico sostegno di lei, che era rimasta orfana di madre a soli dieci anni, come abbiamo visto. Proseguiamo ora con il resoconto di Caterina…). «Io allora chiesi alla Santa Vergine la spiegazione delle cose che mi erano state mostrate (Caterina si riferisce ad alcune visioni avute precedentemente). E la Madonna rispose: “I tempi sono cattivi. Gravi sciagure stanno per abbattersi sulla Francia. Il trono sarà rovesciato. Tutto il mondo sarà sconvolto da disgrazie d’ogni specie (la Santa Vergine, dicendo questo aveva l’aspetto molto addolorato). Ma venite ai piedi di questo altare. Qui le grazie saranno sparse sopra tutte le persone che le chiederanno con fiducia e fervore: grandi e piccoli. Figlia mia, io mi compiaccio di spandere le mie grazie sulla Comunità. Io l’amo molto, ma provo pena. Ci sono degli abusi: la regola non è osservata. Vi è una grande rilassatezza nelle due comunità. Dillo a colui che è incaricato di voi, benché non sia ancora superiore. Egli fra qualche tempo sarà incaricato in modo speciale della Comunità. Egli deve fare tutto il possibile per rimettere la regola in vigore, diteglielo da parte mia. Che egli vegli sulle cattive letture, sulla perdita di tempo e sulle visite. Quando la regola sarà rimessa in vigore, vi sarà una Comunità che verrà ad unirsi alla vostra.  Sopraggiungeranno grandi mali. Il pericolo sarà grande. Ma non temete, la protezione di Dio è sempre là in una maniera particolare e San Vincenzo proteggerà la Comunità. Io stessa sarò con voi, ho sempre vegliato su di voi. Vi accorderò molte grazie. Arriverà un momento in cui il pericolo sarà grande e tutto sembrerà perduto, ma io sarò con voi. Abbiate fiducia. Avrete prove evidenti della mia visita e della protezione di Dio e di quella di San Vincenzo sulle due Comunità”. 

“Ma non sarà lo stesso per le altre comunità. Ci saranno vittime (dicendo questo la Santa Vergine aveva le lacrime agli occhi). Ci saranno vittime nel clero di Parigi: l’Arcivescovo morirà (di nuovo la Madonna versò lacrime). Figlia mia, la Croce sarà disprezzata… Scorrerà il sangue. Apriranno di nuovo il costato di Nostro Signore… (Qui la Santa Vergine non poteva più parlare, un gran dolore le era dipinto sul volto). Figlia Mia …il mondo intero sarà nell’afflizione”. Quanto tempo restai con la Madonna, non saprei dirlo. Tutto quello che so è che se ne andò scomparendo come un ombra che svanisce, io mi accorsi solo di qualcosa che si spegneva, e poi solo un’ombra che si dirigeva verso la tribuna, dalla parte da cui era venuta. Alzatami dai gradini dell’altare, mi accorsi del bambino, là dove l’avevo lasciato, il quale mi disse ‘Se ne è andata!’. Rifacemmo la stessa strada, trovando sempre tutti i lumi accesi e avendo quel bambino sempre alla mia sinistra.  Credo che quel bambino fosse il mio angelo custode, resosi visibile per farmi vedere la Santa Vergine, perché io infatti l’avevo molto pregato di ottenermi un tal favore. Era vestito di bianco e portava con sé una luce miracolosa, ossia era sfolgorante di luce, dell’età dai quattro ai cinque anni. Tornata a letto, sentii suonare le due e non ripresi più sonno.»

Questa prima apparizione è molto intensa. Da una parte, le parole della Madonna costituiscono un forte richiamo allo spirito e al carisma originari delle Figlie della carità per l’intera comunità di Caterina; dall’altra, si adombrano gravi sciagure sul futuro della Francia: nel luglio 1830 ha effettivamente luogo la rivoluzione di luglio che porta all’abdicazione di re Carlo X, costretto a fuggire in Inghilterra. Trascorsi alcuni anni all’insegna di rivendicazioni costituzionali avanzate dall’alte borghesia, si giungerà alle rivoluzioni del 1848 che insanguineranno l’Europa intera, fino alla proclamazione della Seconda Repubblica Francese che, dopo appena quattro anni, lascerà però spazio al Secondo Impero di Napoleone III (1852) che inaugurerà una politica dittatoriale e pesantemente lesiva della libertà religiosa e dei valori della fede cristiana. Questo per dire come il volto della battaglia che oppone Cristo al Demonio assuma i contorni, assai concreti, delle vicende storiche della Francia e della Europa di quel periodo. Nel settembre 1830 ha luogo la seconda apparizione e infine la terza, la più importante, il 27 novembre 1830. È questa la data che viene assunta come ricorrenza della memoria di tale ciclo di apparizioni. 

Suor Caterina si trova in meditazione, nella cappella, quando le appare dunque la Madonna, che la veggente stessa descrive così: «Stava in piedi, la sua veste era di seta e di color bianco aurora… Dal capo le scendeva un velo bianco sino ai piedi. Aveva i capelli spartiti e una specie di cuffia con un merletto di circa tre centimetri di larghezza, leggermente appoggiato sui capelli. Il viso era abbastanza scoperto; i piedi poggiavano sopra un globo, o meglio, sopra un mezzo globo, o almeno io non ne vidi che una metà. (In seguito Caterina dirà di aver visto anche un serpente di colore verdastro e chiazzato di giallo, sotto i piedi della Vergine, simbolo di quella inimicizia originaria di cui parla la Genesi, al cap. 3, laddove si dice della Donna che schiaccia la testa del serpente che le insidia il calcagno: proprio questa immagine si ripropone agli occhi di Caterina Labourè, che prosegue nella descrizione della Vergine Maria…). Le sue mani, elevate all’altezza della cintura, mantenevano in modo naturale un altro globo più piccolo che rappresentava l’universo. Ella aveva gli occhi rivolti al cielo e il suo volto diventò risplendente, mentre presentava il globo a Nostro Signore. Tutto ad un tratto le sue dita si ricoprirono di anelli, ornati di pietre preziose, le une più belle delle altre, le une più grosse e le altre più piccole, le quali gettavano dei raggi gli uni più belli degli altri, questi raggi partivano dalle pietre preziose; le più grosse mandavano raggi più grandi, e le più piccole raggi meno grandi, sicché tutta se ne riempiva la parte inferiore, e io non vedevo più i suoi piedi… Alcune pietre preziose non mandavano raggi… “Queste pietre che restano in ombra rappresentano le grazie che ci si dimentica di chiedermi’ mi disse la Vergine».

«Mentre io ero intenta a contemplarla, la Santissima Vergine abbassò gli occhi verso di me e intesi una voce che mi disse queste parole “Questo globo che vedete rappresenta tutto il mondo, in particolare la Francia ed ogni singola persona”… E la Vergine Santissima aggiunse ”Sono il simbolo delle grazie che io spargo sulle persone che me le domandano”. In quel momento… ecco formarsi intorno alla Santissima Vergine un quadro piuttosto ovale, sul quale in alto, a modo di semicerchio dalla mano destra alla sinistra di Maria, si leggevano queste parole scritte a lettere d’oro “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Allora si fece sentire una voce che mi disse: “Fate coniare una medaglia su questo modello. Tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie, specialmente portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia”. All’istante mi parve che il quadro si voltasse e io vidi il rovescio della Medaglia. Vi era la lettera M (che sta per Maria, NdR) sormontata da una croce senza crocifisso che aveva come base la lettera I (che sta per “Iesus”, NdR) . Più sotto poi vi erano due cuori, uno circondato da spine, l’altro trapassato da una spada. Dodici stelle infine circondavano il tutto. Poi tutto scomparve, come qualcosa che si spegne, ed io sono rimasta ripiena non so di che, di buoni sentimenti, di gioia, di consolazione».

Nel dicembre 1830 ha luogo la quarta e ultima apparizione. Caterina si trova ancora nella cappella, durante la preghiera, e, dopo aver sentito un fruscio familiare, ecco apparire la Vergine Maria, ancora una volta nell’ambito della immagine della Medaglia Miracolosa già vista il 27 novembre precedente. Indicando i raggi che escono dalle sue mani, la Madonna  dice alla veggente: «Questi raggi sono il simbolo delle grazie che la Santa Vergine ottiene per le persone che gliele chiedono… Non mi vedrai più». Si chiudono così le apparizioni a Caterina, la quale riferisce l’accaduto al proprio confessore, il Padre Aladel, che però intima alla religiosa di non pensare a queste cose. La reazione negativa è simile alla chiusura che, inizialmente, manifestano pure i suoi superiori dinnanzi alla richiesta di far coniare la Medaglia Miracolosa. Soltanto due anni dopo, grazie all’autorizzazione dell’arcivescovo di Parigi, mons. De Quelen, si procede a coniare i primi 1.500 esemplari della medaglia. È il 30 giugno 1832. Le grazie ottenute sono fin da subito così numerose –  soprattutto tra i malati di colera in seguito all’epidemia che ha colpito Parigi dal febbraio 1832 – che immediatamente si indica la Medaglia come “Miracolosa” e come tale la conosciamo ancora noi oggi. 

Nel 1836 viene soddisfatta un’altra richiesta avanzata dalla Madonna nel corso delle apparizioni, tramite la fondazione dell’Associazione delle Figlie di Maria Immacolata. Sarà questo il segno della venuta di Maria tra gli uomini, cioè saranno proprio le Figlie di Maria Immacolata quella “traccia” del cammino di Maria che tante volte, cari amici, abbiamo visto esser costituita da un santuario o un edificio sacro posto a memoria del celeste evento. Questa volta però l’edificio sacro già sussiste, ed è la cappella del convento, in Rue du Bac, a Parigi, che ancora oggi si può visitare. Ecco perché, mi sembra di poter dire, la Madonna sceglie una traccia viva, affidando la memoria dell’accaduta a un’associazione religiosa specificamente fondata su sua indicazione. Tra le conversioni che vennero miracolosamente operare in virtù di questa medaglia miracolosa, non possiamo non citare quella dell’ebreo Alphonse de Ratisbonne (1812-1884), avvocato e banchiere. Di animo intriso di sentimenti di profonda ostilità al cristianesimo, si trovava a Roma nel 1842 per motivi di salute. Recatosi in visita presso la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, ebbe una visione della Madonna così come essa appare sulla medaglia fatta coniare da Santa Caterina. Profondamente impressionato da quanto accaduto, Ratisbonne si convertì e nel 1847 fu ordinato sacerdote, dapprima come gesuita e poi come membro dei “Sacerdoti di Nostra Signora di Sion”, congregazione di cui fondò una sede in Palestina.

Questi sono dunque i fatti, cari amici. Senz’altro molti di voi avranno con sé, anche in questo momento, una medaglia miracolosa (nella foto in prima pagina). Prendetela in mano e guardatela con attenzione.  Anzitutto campeggia in essa la scritta “O Maria concepita senza peccato pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Questa scritta ha il valore di una profezia, se volete riferirla al fatto che nel 1858 la Madonna si presenterà a Bernadette proprio come “Immacolata Concezione”; parimenti, non si può non ricordare che appena quattro anni prima delle apparizioni di Lourdes, l’8 dicembre 1854, Pio IX aveva proclamato il dogma della Immacolata Concezione, riconoscendo come Maria, per una singolarissima grazia, avesse ottenuto il privilegio, i vista di essere strumento della Incarnazione di Dio, di essere senza peccato fin dal suo concepimento. Maria è senza peccato perché così può degnamente ricevere il Figlio di Dio e accogliere nel suo grembo il Verbo, il Cristo. Ma proprio in virtù di questa sua immacolatezza Maria è chiamata ad assumere un ruolo di primo piano nella lotta contro il demonio. In quanto Immacolato, il cuore della Madonna non è lambito in alcun modo dal veleno del Serpente antico, cioè dalla seduzione del peccato con la quale il diavolo cerca di distruggere l’amicizia che lega un’anima a Dio Padre. 

Questo ruolo di Maria è proprio evidenziato dal fatto che la Madonna si erga in piedi su un emisfero circondato dalle spire del serpente. Perché Maria è in piedi sul mondo? Perché Lei è la Regina, chiamata a vincere, nel nome di Suo Figlio Gesù, le potenze delle Tenebre, divenendo così Corredentrice, secondo quanto in particolare la Vergine ha rivelato a Ida Peerdeman nelle apparizioni della “Signora di tutti i popoli” avvenute ad Amsterdam dal 1945 al 1959.  Se osservate le braccia aperte della Vergine e i raggi che fuoriescono dalle mani della Madonna questa idea si fa ancora più chiara: la Madonna vince il demonio elargendo le grazie che Ella ottiene da Dio, intercedendo presso il Padre in favore di quanti a Lei ricorrono con fiducia e devozione. Il demonio viene sconfitto nel cuore di ogni uomo attraverso la scelta, individuale e responsabile, che avviene nel profondo dell’animo di ogni persona. Come a dire: Gesù ha già sconfitto il diavolo, una volta per sempre, ma ognuno di noi è chiamato, cari amici, a fare sua questa vittoria, e ciò è possibile in virtù delle grazie che Maria stessa ci ottiene, quale Celeste Mediatrice presso il Padre. Guardate ora il retro della medaglia. La croce, appoggiata sulla “I” di “Iesus”, sormonta la “M” di “Maria”. É come il riassunto di quanto presentato sull’altra faccia della medaglia, se così possiamo dire. La croce è infatti il simbolo della vittoria di Cristo sul peccato, sulla morte e quindi sul demonio, a causa del quale la morte è entrata nel mondo, come ricorda la Sacra Scrittura. La croce è la via per vincere il diavolo, il peccato e la morte, dunque, e questa croce “poggia” su Gesù perché sulla sua morte e resurrezione si fonda la possibilità, per ognuno di noi, di partecipare della sua vittoria e guadagnare la Gloria del Cielo. Ma questa vittoria di Gesù nella croce a sua volta “poggia” sulla “M” di Maria, come a dire che la Madonna è lo strumento di cui Gesù si serve per realizzare la sua vittoria. 

E non posso non ricordare in proposito quanto dice il Montfort nel suo bellissimo “Trattato della vera devozione a Maria”: come Gesù è venuto al mondo la prima volta attraverso Maria, così Egli deve tornarvi la seconda ancora per mezzo della Madonna. È proprio così dunque: Maria prepara la strada per il ritorno di Cristo. Ecco perché la Madonna è così presente in questi ultimi tempi, per guidare l’umanità confusa e sofferente – e ognuno di noi, cari amici – ad affrontare il tempo della prova restando saldi nella fede. Dicevo che è una vittoria che si gioca nel cuore, nell’intimo di ognuno. Perché di un combattimento spirituale si tratta. Ed ecco dunque i due cuori attraverso i quali questa vittoria sul Male si è realizzata, una volta per tutte, e può realizzarsi ogni giorno, per ogni uomo: il Cuore di Gesù, circondato di spine che ricordano la corona che il Crocefisso ha amato ricevere in nostro favore, e il Cuore di Maria, trapassato da quella spada che il vecchio Simeone aveva predetto accogliendo la Vergine al tempio (Lc 2, 35), simbolo di quei dolori che la Madonna ha saputo accogliere nel Suo Cuore in favore di ognuno di noi, rispondendo in pieno abbandono e illimitato amore a quell’incarico che Gesù le ha assegnato affidandole l’umanità intera, dalla Croce, quand’Ella era ai suoi piedi, insieme a Giovanni (Gv 19, 25-27). Notate poi come i due cuori siano circondati da dodici stelle, che richiamano le dodici stelle che ornano il capo della Donna vestita di Sole di cui parla l’Apocalisse al cap. 12, e che rappresentano i dodici apostoli, cioè la Chiesa, intendendo che l’intera Chiesa di Dio è chiamata a seguire l’invito della Madonna, associandosi alla missione salvifica di Cristo, unendo ogni fedele il proprio cuore ai cuori di Gesù e di Maria. 

Accogliamo questa medaglia con fede, cari amici, e portiamola con noi, magari al collo, con una catenina che ci ricordi il nostro non esser più schiavi del peccato e del demonio bensì l’esser divenuti, con il Battesimo, schiavi d’amore di Gesù e di Maria. Affidiamoci dunque alla preghiera, chiedendo la grazia di poter essere coraggiosi e perseveranti nella nostra scelta per Gesù e per Maria, in ogni giorno della nostra vita:

Preghiera di san Giovanni Paolo II  nella cappella di Ru du Bac

“O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. É la preghiera che tu o Maria hai ispirato a Santa Caterina Labouré, in questo luogo, 150 anni fa e tale invocazione, incisa sulla Medaglia, è ora portata e pronunciata da tanti fedeli in tutto il mondo! […] Tu sei benedetta tra tutte le donne!

Vergine Santa sei stata associata intimamente all’opera della nostra redenzione, unita alla croce del Salvatore; il tuo cuore è stato trapassato, accanto al Suo Cuore ed ora nella gloria del tuo Figlio, non cessi di intercedere per noi poveri peccatori.

Vegli sulla Chiesa di cui sei Madre, vegli su ciascuno dei tuoi figli. Ottieni da Dio per noi, le grazie simboleggiate dai raggi di luce, che escono dalle tue mani aperte, con la sola condizione che te le chiediamo che ci accostiamo a te con la fiducia, il coraggio, la semplicità di un bambino. Così ci conduci incessantemente verso il Tuo Divin Figlio.

Giovanni Paolo II (1980)

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“La festa del Rosario” di Albrecht Dürer

Posté par atempodiblog le 4 octobre 2015

“La festa del Rosario” di Albrecht Dürer
Di santuari mariani, di pale e polittici dedicati alla Vergine è disseminata l’Europa. Non si può parlare delle radici cristiane del nostro continente ignorando la devozione a Maria che in esso si snoda formando un lungo e vasto itinerario spirituale.
di suor Maria Gloria Riva – Radici Cristiane

Festa del Rosario di Dürer

Tra i testimoni più autorevoli delle radici cristiane d’Europa troviamo Albrecht Dürer, artista che si appassionò, almeno inizialmente, alla predicazione luterana. Egli ci ha lasciato una testimonianza forte dell’affezione a Maria del popolo d’oltralpe.
Nei suoi fortunati contatti con l’Italia, Dürer ricevette dalla comunità tedesca residente a Venezia l’incarico di dipingere, per la Chiesa di San Bartolomeo, una pala d’altare dal titolo singolare: “La festa del Rosario”.

Prima simpatizzante, poi critico di Lutero
La commissione gli venne nel 1505, durante il suo secondo viaggio nel nostro Paese, il dipinto fu ultimato nel settembre dell’anno seguente. In quegli stessi anni Lutero iniziava il suo cammino all’interno dell’Ordine agostiniano-eremitano di Erfurt (dove era entrato nel 1505) intraprendendo quegli studi che lo porteranno, 11 anni più tardi, ad affiggere le 95 tesi di protesta alle porte del Duomo di Wittemberg.
La vita del Dürer sarà segnata dagli eventi della riforma luterana per la quale l’artista in un primo tempo simpatizzerà, ma verso la quale lancerà un ammonimento severo in una delle sue opere (i quattro apostoli, opera donata dall’artista a Monaco, sua città natale). Molte delle sue opere andranno perdute anche a causa della grande lotta alle immagini che Lutero suscitò.
La pala del Rosario, richiesta appunto da una comunità tedesca, rappresenta la silenziosa invocazione di aiuto e l’atto di affidamento a Maria del popolo cristiano d’oltralpe di fronte ai turbamenti e alle istanze di riforma che certamente già nel 1506 si presentivano.

Il Rosario, preghiera cristologica
Nel dipinto di Dürer si nota la struttura triangolare del gruppo centrale costituito dalla Vergine Maria, Gesù Bambino, l’angelo musicante, il papa e l’imperatore. La posizione particolare del Bimbo Divino rompe la simmetria dell’intera composizione, orientando lo sguardo dell’osservatore verso gli astanti. Un folto gruppo di uomini e donne, infatti, a destra e a sinistra circonda la Vergine Madre.
Per quanto il capo della Vergine, incoronato dagli angeli, rappresenti il vertice del triangolo disegnato dal gruppo di centro, nessuno dei presenti rivolge lo sguardo a Maria. Tutti sono assorti, compresi del mistero che si contempla durante la recita della corona e la maggior parte degli oranti volge lo sguardo a Cristo. Era ben chiara, dunque, all’artista quella verità che Giovanni Paolo II ricordava nella sua enciclica Rosarium Virginis Mariae e cioè che: il Rosario, preghiera mariana per eccellenza, è preghiera dal cuore cristologico.
In questa tela Maria siede in trono. Un trono più sobrio rispetto al modello iconografico delle antiche Maestà e che rimanda piuttosto a una cattedra; Maria del resto (angelo musicante a parte) è l’unica ad essere seduta e abbraccia il Bimbo come si abbraccia il rotolo della legge. Maria parla “ex cathedra”, ma ciò che proclama è l’unica Parola: il Verbo divino fatto carne.
Il drappo che orna il trono di Maria è verde, colore della terra e della speranza, la cattedra di Maria appartiene a questa creazione, ma annuncia una Parola eterna. La Madre, infatti, veste di blu, il colore dello spirito e del mistero. Bianco, invece, somma di tutti i colori e perciò colore che rimanda alla pienezza della vita eterna, è il telo che avvolge Gesù.

Alla scuola di Maria
Siamo alla scuola di Maria, una scuola umile ed autorevole insieme, materna e ferma. A questa scuola tutti sono invitati perché dalla contemplazione della vita di Cristo, attraverso il mistero della sua Incarnazione, ciascuno possa comprendere qualcosa di più del suo destino.
Nella folla raffigurata da Dürer vi sono rappresentate, infatti, tutte le categorie di persone. In primo piano il papa in veste d’oro, simbolo del potere spirituale; l’imperatore in veste rossa, simbolo dei poteri temporali; dietro l’imperatore, il committente – Ulrich Függer – che con veste azzurra e rosario fra le mani testimonia la sua grande devozione a Maria. Accanto a lui un soldato commosso e pensoso, mentre dietro a Függer si scorge l’architetto che aveva ricostruito il Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Poi ancora, qua e là, donne e uomini diversi per ceto ed età.
Dall’altro lato, dietro al Papa e al patriarca di Venezia, alcuni esponenti dell’ordine ecclesiastico.
Chiamati a raccolta tutti costoro sperimentano la potenza di un’arma che annienta le forze umane e godono di un potere soprannaturale che azzera i poteri di questo mondo.
Per questo la tiara del papa e la corona dell’imperatore giacciono ai piedi della Vergine e la corona di Maria è sospesa a mezz’aria, quasi a voler significare il suo valore unicamente simbolico. Le uniche corone ammesse sono quelle distribuite da Maria e dal suo Divin Figlio, con l’aiuto degli angeli e di San Domenico. Tutte sono uguali: riceve la medesima corona tanto l’imperatore che il soldato; tanto il papa e la gerarchia ecclesiastica che la gente comune. E come «la corona del rosario converge al crocifisso» (RVM n° 36) così questa ghirlanda di fiori ricorda la corona di spine del Salvatore, grazie al quale le spine del dolore producono fiori di grazia e di vita eterna.
Nel dipinto appare un grande apostolo della devozione mariana e del rosario: San Domenico. La dolce catena del Rosario lega cielo e terra: durante la sua recita la chiesa trionfante e la chiesa militante sperimentano, come nella liturgia, una beatificante comunione, una profonda ed intima fraternità.

La fede di Dürer
Dalla Festa del Rosario non è esclusa neppure la dimensione del tempo; lo annuncia lo stesso autore che ritratto in piedi all’estrema destra della pala tiene fra le mani un foglio con questa scritta: «Il tedesco Albrecht Dürer eseguì nello spazio di cinque mesi».
La specificazione non è casuale, talvolta Albrecht commentava le sue tele con scritte significative, come ad esempio nell’autoritratto del 1493 (anno delle sue nozze) dove, a testimonianza della sua fede, scrisse: «Le mie cose vanno come è ordinato lassù».
Qui i cinque mesi rimandano alle cinque poste della corona. Come il tempo della realizzazione dell’opera è stato per l’autore un tempo di immersione nel mistero della preghiera e della devozione mariana, così il tempo scandito dai grani è un tempo dato alla grazia, alla contemplazione dei misteri di Cristo, alla pace.

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Papa Francesco: non custodire la fede in un deposito sotterraneo

Posté par atempodiblog le 5 août 2015

PELLEGRINAGGIO DEI MINISTRANTI DI LINGUA TEDESCA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Martedì, 4 agosto 2015

Papa Francesco: non custodire la fede in un deposito sotterraneo dans Fede, morale e teologia Santo-Padre-Francesco

[Multimedia]


Cari Ministranti, buonasera!

1. Vi ringrazio per la vostra numerosa presenza, che ha sfidato il sole romano d’agosto. Ringrazio il Vescovo Nemet, vostro Presidente, per le parole con cui ha introdotto questo incontro. Vi siete posti in cammino da diversi Paesi per il vostro pellegrinaggio verso Roma, luogo del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo. È significativo vedere che la prossimità e familiarità con Gesù Eucaristia nel servire all’altare, diventa anche l’occasione per aprirsi agli altri, per camminare insieme, per scegliere mete impegnative e trovare le forze per raggiungerle. È fonte di autentica gioia riconoscersi piccoli e deboli ma sapere che, con l’aiuto di Gesù, possiamo essere rivestiti di forza e intraprendere un grande viaggio nella vita in sua compagnia.

Anche il profeta Isaia scopre questa verità, vale a dire che Dio purifica le sue intenzioni, perdona i suoi peccati, risana il suo cuore e lo rende idoneo a svolgere un compito importante, quello di portare al popolo la parola di Dio, divenendo strumento della presenza e della misericordia divina. Isaia scopre che, ponendosi con fiducia nelle mani del Signore, tutta la sua esistenza ne viene trasformata.

2. Il brano biblico che abbiamo ascoltato ci parla proprio di questo. Isaia ha una visione, che gli fa percepire la maestà del Signore, ma, al tempo stesso, gli rivela quanto Egli, pur rivelandosi, rimanga distante. Isaia scopre con stupore che è Dio a fare la prima mossa – non dimenticatevi di questo: sempre è Dio a fare la prima mossa nella nostra vita – scopre che è Dio ad avvicinarsi per primo; egli si accorge che l’azione divina non viene impedita dalle sue imperfezioni, che è unicamente la benevolenza divina a renderlo idoneo alla missione, trasformandolo in una persona del tutto nuova e quindi capace di rispondere alla sua chiamata e di dire: “Eccomi, manda me” (Is 6,8).

3. Voi, oggi, siete più fortunati del Profeta Isaia. Nell’Eucaristia e negli altri sacramenti sperimentate l’intima vicinanza di Gesù, la dolcezza ed efficacia della sua presenza. Non incontrate Gesù posto su un irraggiungibile trono alto ed elevato, ma nel pane e nel vino eucaristici, e la sua Parola non fa vibrare gli stipiti delle porte ma le corde del cuore. Come Isaia, anche ciascuno di voi scopre che Dio, pur facendosi in Gesù vicino e chinandosi con amore verso di voi, rimane sempre immensamente più grande ed oltre le nostre capacità di comprenderne l’intima essenza. Come Isaia, anche voi fate l’esperienza che l’iniziativa è sempre di Dio, poiché è Lui che vi ha creati e voluti. È Lui che, nel battesimo, vi ha resi nuove creature ed è sempre Lui ad attendere con pazienza la risposta alla sua iniziativa e ad offrire perdono a chiunque glielo chiede con umiltà.

4. Se non opponiamo resistenza alla sua azione Egli toccherà le nostre labbra con la fiamma del suo amore misericordioso, come fece con il profeta Isaia e questo ci renderà idonei ad accoglierlo e a portarlo ai nostri fratelli. Come Isaia, anche noi siamo invitati a non rimanere chiusi in noi stessi, custodendo la nostra fede in un deposito sotterraneo nel quale ritirarci nei momenti difficili. Siamo invece chiamati a condividere la gioia di riconoscersi scelti e salvati dalla misericordia di Dio, ad essere testimoni che la fede è capace di dare nuova direzione ai nostri passi, che essa ci rende liberi e forti per essere disponibili e idonei alla missione.

5. Com’è bello scoprire che la fede ci fa uscire da noi stessi, dal nostro isolamento e, proprio perché ricolmi della gioia di essere amici di Cristo Signore, ci fa muovere verso gli altri, rendendoci naturalmente missionari! Ministranti missionari: così vi vuole Gesù!

Voi cari ministranti, più sarete vicini all’altare, più vi ricorderete di dialogare con Gesù nella preghiera quotidiana, più vi ciberete della Parola e del Corpo del Signore e maggiormente sarete in grado di andare verso il prossimo portandogli in dono ciò che avete ricevuto, donando a vostra volta con entusiasmo la gioia che vi è stata donata.

Grazie per la vostra disponibilità a servire all’altare del Signore, facendo di questo servizio una palestra di educazione alla fede e alla carità verso il prossimo. Grazie di aver anche voi iniziato a rispondere al Signore, come il Profeta Isaia: “Eccomi, manda me” (Is6,8).

Tratto da: La Santa Sede

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«Laudato si’…»: così nacque la più bella poesia del mondo

Posté par atempodiblog le 18 juin 2015

Il capolavoro che dà il titolo alla nuova enciclica del Papa
«Laudato si’…»: così nacque la più bella poesia del mondo
di Franco Cardini – Avvenire

«Laudato si’...»: così nacque la più bella poesia del mondo dans Articoli di Giornali e News 34qqpz5

«Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione, ad Te solo, Altissimo, se konfàno et nullu hono ène dignu Te mentovare».

È la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. La sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici che pure per tanti versi gli somiglia e al quale senza dubbio Francesco si è ispirato, nemmeno il Dante della Preghiera di san Bernardo a Maria («Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio») sono arrivati tanto in alto e così in profondo.

Era il 1224, e Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, la chiesetta diroccata dove una ventina di anni prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita e dove erano adesso insediate Chiara e le sue sorelle. I grandi interpreti del Povero d’Assisi hanno scritto molto su di lui, sugli ultimi anni della sua giornata terrena, sul suo rapporto con Chiara e le altre, e di quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. Sappiamo tutto quello che si può sapere.

Ma lasciamo da parte tutta quella scienza. Sforziamoci d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati – è il tracoma preso cinque anni prima in Egitto, alla crociata – e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre. E scrive, o meglio detta perché di scrivere non ha la forza. Non sappiamo a chi. Scrive di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sin a quando sul punto di lasciare questa terra detterà la quartina finale su sorella Morte dalla quale nullo homo vivente po’ skappare egli non abbia cambiato nulla di quel perfetto canto d’amore.

Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Nella loro luminosa chiarezza, essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo. Quelle parole parlano di Dio, della Sua Gloria, della Sua infinita Maestà (Onnipotente), della Sua carità infinita (Bon Signore), della Sua incommensurabile distanza rispetto agli uomini eppure della forza con la quale egli sa arrivare a loro, e soprattutto a quelli tra loro che sanno perdonare per amor Suo, attraversando tutto il creato, cioè l’universo: Messer lo Frate Sole, immagine nobilissima (significatione) di Dio, e la luna, e le stelle, e quindi i quattro elementi di cui la materia del mondo è costituita – il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra con i suoi fiori e i suoi frutti. Quella poesia, che molti hanno giudicato ingenua – e in fondo con ragione – abbraccia il mistero del creato e della natura con una forza e una chiarezza che, dopo i pochi versetti del Genesi, nessun filosofo e nessun poeta era mai riuscito a eguagliare.

Il Cantico è un irreprensibile, cristallino trattato teologico. A torto lo si è interpretato come un testo « panteista ». Non c’è proprio nulla, qui, di panteistico: il cosmo e la natura si guardano bene dal fondersi e dal dissolversi in Dio; e Dio dal fondersi e dal dissolversi con loro. Il Cantico delle creature è appunto tale perché è scritto in lode del Creatore, e anche in loro lode, e in lode dell’uomo che tra le creature è la somma, la più amata, quella fatta «a Sua immagine e somiglianza», ma che pur sempre resta creatura, sorella pertanto di tutte le altre.

C’era stata, nella filosofia cristiana del secolo XII, una grande tentazione panteistica: era quella neoplatonica, dei Maestri della scuola di Chartres. Ma a quella tentazione Francesco, che dei Maestri presumibilmente non aveva mai letto almeno direttamente neppure una riga – il che non toglie che ne avesse sentito parlare –, neppure un attimo soggiace. Dio resta il Creatore, amorosamente vicino ma infinitamente superiore a qualunque creatura. In cambio, c’era un altro pericolo a minacciare la Chiesa del tempo: e Francesco, che nel secondo decennio del secolo aveva attraversato la Francia meridionale sconvolta dalla « crociata degli albigesi », doveva averlo ben presente.

Del resto, nella sua Assisi, aveva probabilmente sentito anche lui predicare quegli strani profeti pallidi e smagriti, che annunziavano il Regno di Dio con le parole dell’evangelista Giovanni a attaccavano la Chiesa ricca, avida e superba. Più tardi, qualcuno di loro aveva probabilmente attaccato anche lui dandogli dell’ipocrita e del falso cristiano.

Erano gli adepti della « Chiesa » catara, una vera e propria anti-chiesa che si presentava sotto le vesti della portatrice dell’autentico cristianesimo, quello « delle origini », quello povero e puro, ma che in realtà ai loro seguaci spiegavano che la Chiesa li ingannava perché era la Bibbia ad averli ingannati, che il vero Dio, il Signore della Luce, era il puro Principio Spirituale, e che le sostanze spirituali che da lui emanavano rischiavano di continuo di venire imprigionate nella materia creata da un altro Principio oscuro e malvagio, il Signore delle Tenebre. Luce contro Oscurità, Giorno contro Notte, calore del Bene contro freddo raggelante del Male. Ma se le cose stavano così, se questo era il cosmo, allora il creatore di tutte le cose era lui, il Principio malvagio, il crudele Demiurgo.

Il Creatore adorato da tutti i figli di Abramo era Satana; il creato, cioè la materia, era il Male assoluto; e quanto all’uomo, spirito eletto imprigionato in una laida gabbia di carne, solo la morte avrebbe potuto liberarlo. Il paradossale era che da alcuni decenni questa agghiacciante filosofia mortifera aveva affascinato la parte forse migliore della cristianità: i gran signori e i bei cavalieri di quella Provenza, nella quale il vivere era tanto dolce e dove i trovatori cantavano d’amore non meno dei prosperi mercanti lombardi e toscani, si erano lasciati avvincere da questa fede della Liberazione attraverso la Negazione della Vita. La Chiesa, la superba e potente Chiesa di papa Innocenzo III, aveva risposto a questo attacco inaudito con una furiosa crociata e con i tribunali dell’Inquisizione. Ma quel che né l’una né gli altri sarebbero mai forse riusciti a fare per sradicare quella malapianta travestita da fiore di virtù (corruptio optimi pessima) seppero farlo i pochi, miracolosi versi della più grande poesia mai scritta al mondo. Tutto, in fondo, sta dunque nella semplicità di quella preposizione semplice che ha tormentato filologi, linguistici e storici: quel per che torna iterante in ogni versetto del Cantico. Che cosa significa? È un complemento di causa, come la spiegazione più ovvia suggerirebbe (che Tu sia lodato, o Signore, per aver creato…)?

O un complemento d’agente, simile al par francese e al por castigliano (che Tu sia lodato, o Creatore, da parte della corte di tutte le creature che adoranti Ti circondano)? O un complemento strumentale, simile al dià greco (che Tu sia lodato, o Signore, non solo direttamente dall’uomo, bensì anche attraverso ogni cosa da Te creata, e che conferma la Tua potenza e il Tuo amore)? Fermiamoci qua, perché gli studiosi hanno aggiunto molte altre cose.

L’esegesi di questi brevi versi non finirà mai, proprio come il mistero della creazione e quello di Dio. Papa Francesco ha voluto dedicare a quella lode infinita a Dio creatore e al creato la sua nuova enciclica Laudato si’, che viene pubblicata oggi, per ricordarci che l’uomo – proprio secondo la lettera e lo spirito del Genesi – non è il padrone dell’universo (Uno solo è il Padrone) ma che ne è il guardiano, il Custode; e che alla fine dei tempi, come ciascuno di noi dovrà riconsegnare a Dio la sua anima concessagli immacolata e da lui più volte sporcata e strappata, ricucita e ripulita, l’umanità dovrà riconsegnarGli il creato.

Che è stato concesso all’uomo per goderlo in tutta la sua bellezza e nella varietà infinita delle sue luci, dei suoi profumi e dei suoi sapori; ma che non gli è stato dato come un osceno balocco da violare e da prostituire, come un’immonda merce da vendere e comprare, e su cui speculare. Il creato che appartiene a tutti gli esseri umani, e soprattutto agli Ultimi della Terra.

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La venerazione di San Josemaría per Santa Caterina

Posté par atempodiblog le 30 avril 2015

La venerazione di San Josemaría per Santa Caterina
Tratto da: San Josemaría Escrivá

Riportiamo parte dell’articolo di Johannes Grohe “Santa Caterina da Siena, san Josemaría Escrivá e l’apostolato dell’opinione pubblica”, pubblicato nel n. 8 (2014) della rivista Studia et Documenta, dell’Istituto Storico San Josemaría Escrivá.

La venerazione di San Josemaría per Santa Caterina dans Sacramento dell’Ordine st_catherine._san_domenico2

San Josemaría aveva una venerazione molto ben radicata nel suo cuore per Caterina e, proprio per questo, usava chiamare Catalinas i suoi Appunti intimi − annotazioni personali, in cui metteva per iscritto delle considerazioni per poi meditarle nella sua orazione, o come frutto della meditazione stessa: «Sono note ingenue − le chiamavo caterine per devozione alla Santa di Siena − che scrissi per molto tempo stando in ginocchio e che mi servivano come ricordo e sollecitazione. Credo che, in genere, mentre scrivevo con semplicità puerile, stavo facendo orazione». Forse, nell’usare questo termine, egli aveva presente il collegamento tra le ispirazioni della santa di Siena e le sue manifestazioni posteriori nelle lettere e nel Dialogo.
San Josemaría scriveva in una lettera indirizzata ai membri dell’Opus Dei, datata nel 1932: «I santi sono sempre delle persone scomode, uomini o donne – la mia santa Caterina da Siena! −, perché con il loro esempio e la loro parola sono un continuo motivo di disagio per le coscienze che sono immerse nel peccato».

San Josemaría ammirava la franchezza con cui Caterina difendeva la verità, per sua indole e perché considerava questa sincerità una virtù fondamentale: «Sono sicuro − scriveva in un’altra lettera − che ci saranno alcuni che non mi perdoneranno facilmente il mio parlar chiaro, ma devo farlo in coscienza e davanti a Dio, per amore verso la Chiesa, per lealtà verso la Chiesa Santa e per l’affetto che ho per voi. Nutro una particolare devozione per Santa Caterina − quella ‘grande brontolona’! − che diceva grandi verità per amore di Gesù Cristo, della Chiesa di Dio e del Romano Pontefice».

In una lettera datata 15 agosto 1964, egli ritorna a trattare il tema della verità che bisogna affermare senza timore, quando c’è un turbamento nella mente che può annebbiare il retto discernimento della coscienza: «le controversie, gli errori, gli eccessi o gli atteggiamenti esaltati sono sempre esistiti in tutte le epoche: e la voce che ha superato queste barriere è sempre stata la voce della verità unta dalla carità. La voce dei sapienti, la voce del Magistero; la voce, figli miei, dei santi, che hanno saputo parlare in tutti i modi per chiarire, per esortare, per richiamare ad un autentico rinnovamento […]. Figli miei, voi ben conoscete la storia della Chiesa e sapete che il Signore è solito servirsi di anime semplici e forti per tradurre in pratica la sua volontà in momenti di confusione o di torpore della vita cristiana. Io mi sono innamorato della fortezza di Santa Caterina che dice la verità alle più alte personalità con ardente amore e chiarezza diafana; mi riempiono di entusiasmo gli insegnamenti di un San Bernardo […]. Tante e tante voci profetiche, unite al Magistero illuminato della Chiesa, inondano di luce il popolo di Dio».

Inoltre, san Josemaría fu colpito dall’amore incondizionato della santa per la Chiesa, il quale, a sua volta, era il motore che lo spingeva a parlare con tanta franchezza. Troviamo riscontro di ciò nell’omelia Lealtà verso la Chiesa, pronunciata il 4 giugno 1972: «Questa Chiesa Cattolica è romana. Io gusto il sapore di questa parola: romana. Mi sento romano perché romano vuol dire universale, cattolico, perché così mi sento spinto ad amare teneramente il Papa, “il dolce Cristo in terra”, come piaceva ripetere a santa Caterina da Siena, che considero come un’amica carissima». L’espressione «il (dolce) Cristo in terra» è presente in molte varianti nell’Epistolario di Caterina e nel Dialogo.

Pur criticando aspramente e di frequente nei suoi incontri personali, nelle sue lettere, nel Dialogo ed in altri scritti, il malcostume dei sacerdoti che non vivevano in sintonia con la loro vocazione, santa Caterina aveva nel contempo una grande stima e considerazione per il sacerdozio in quanto tale. Nell’omelia Sacerdote per l’eternità del 13 aprile 1973, il fondatore dell’Opus Dei cita un testo chiave: «Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in se stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null’altro sulla terra può superare. Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole: “Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse… perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l’ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avraste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più… E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l’ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani”».


La considerazione della santa, che a sua volta fa riferimento al salmo 105,15, aveva lasciato traccia, già anni addietro, nel pensiero di san Josemaría. «Non voglio tralasciare di ricordarti ancora una volta − benché ti sia noto − che il Sacerdote è “un altro Cristo”. − E che lo Spirito Santo ha detto: Nolite tangere Christos meos − non toccate “i miei Cristi”» (Cammino, 67). Ma anche in altri punti di Cammino si possono notare certi parallelismi con espressioni o modi di pensare della santa nel Dialogo, come ci fa notare Pedro Rodríguez.


«Si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum (Gv 12,32), quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me. Cristo, mediante la sua Incarnazione, la sua vita di lavoro a Nazaret, la sua predicazione e i suoi miracoli nelle contrade della Giudea e della Galilea, la sua morte in croce, la sua Resurrezione, è il centro della creazione, è il Primogenito e il Signore di ogni creatura» (È Gesù che passa, 105). Un altro testo della predicazione di san Josemaría, l’omelia (Cristo Re, del 22 novembre 1970, fa nuovamente riferimento al passo neotestamentario: «Gesù stesso ricorda a tutti: Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum (Gv XII,32), quando mi collocherete al vertice di tutte le attività della terra, compiendo il dovere di ogni momento, ed essendo miei testimoni nelle cose grandi e piccole, allora omnia traham ad meipsum, attrarrò tutto a me, e il mio regno in mezzo a voi sarà una realtà».

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Il passo di Giovanni ebbe una grande importanza per san Josemaría, dal 7 agosto 1931, allora festa della Trasfigurazione del Signore nella Diocesi di Madrid-Alcalá, giorno in cui avvertì nel suo cuore un intervento divino durante la celebrazione della Santa Messa, che egli stesso annotò nei suoi Appunti intimi: «Giunse il momento della consacrazione: nell’alzare la Sacra Ostia […] – avevo appena fatto mentalmente l’offerta all’Amore misericordioso – si presentò al mio pensiero, con forza e chiarezza straordinarie, quel passo della Scrittura: et si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum (Gv 12,32) […]. E compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio ad innalzare la Croce con la dottrina di Cristo sul pinnacolo di tutte le attività umane… E vidi il Signore trionfare ed attrarre a sé tutte le cose».

Anche per santa Caterina questo testo di san Giovanni aveva grande importanza. Nel Dialogo lo commenta abbastanza ampiamente, quando parla della Dottrina del Ponte, ai capitoli dal 25 al 30 della seconda parte del libro. Nel capitolo 26 spiega come questo ponte sia posto tra cielo e terra. Esso, levato in alto ma non separato dalla terra, è costruito con i meriti di Cristo nella Santa Croce, e senza il sacrificio della Croce nessuno può attraversare il ponte. Cristo in Croce attrae a sé per il suo amore infinito; il cuore dell’uomo si lascia sempre attrarre dall’amore. Se diciamo che Cristo attrae a sé ogni cosa, ciò significa che da una parte l’uomo è attratto con tutte le potenze dell’anima: memoria, intelletto, volontà, e dall’altra, che con l’uomo sono attratte tutte le realtà terrene, create per l’uomo.


Santa Caterina, intercessore dell’apostolato dell’opinione pubblica
Mentre gli altri intercessori dell’Opera, quali san Pio X, san Nicola di Bari, san Giovanni Maria Vianney e san Tommaso Moro, erano già stati scelti negli anni precedenti, sembra che l’idea d’invocare santa Caterina per l’apostolato dell’opinione pubblica venne al fondatore nel 1964, come risulta da una lettera indirizzata a don Florencio Sanchez Bella, allora consigliere dell’Opus Dei in Spagna, il 10 maggio dello stesso anno: «Ora ti racconterò che mi si è ravvivata la devozione, che in me è di vecchia data, per Santa Caterina da Siena: perché seppe amare filialmente il Papa, perché seppe servire con tanto sacrificio la Santa Chiesa di Dio e… perché seppe parlare eroicamente. Sto pensando di nominarla Patrona (intercessore) celeste dei nostri apostolati dell’opinione pubblica. Vedremo!».


Già alcuni giorni prima di questa lettera, nel corso di una conversazione familiare con alcuni membri dell’Opus Dei avvenuta il 30 aprile − che, prima della riforma liturgica, promossa dal Concilio Vaticano II, era la ricorrenza della festa di santa Caterina− san Josemaría faceva notare: «Desidero che si celebri la festa di questa santa nella vita spirituale di ciascuno di noi e nella vita delle nostre case o centri. Ho sempre avuto una grande devozione per santa Caterina: per il suo amore alla Chiesa e al papa e per il coraggio dimostrato nel parlare con chiarezza quando era necessario, mossa precisamente da quello stesso amore […]. Prima era considerato eroico tacere, e così fecero i vostri fratelli. Ma adesso è eroico parlare, per evitare che si offenda Dio Nostro Signore. Parlare, cercando di non ferire, con carità, ma anche con chiarezza».

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Alcuni giorni prima, anche il romano pontefice Paolo VI aveva parlato durante un’udienza di questa festa speciale: «Sì, la forza del Papa è l’amore dei suoi figli, è l’unione della comunità ecclesiastica, è la carità dei fedeli che sotto la sua guida formano un cuor solo e un’anima sola. Questo contributo di energie spirituali, che viene dal popolo cattolico alla gerarchia della Chiesa, dal singolo cristiano fino al Papa, ci fa pensare alla Santa, che domani la Chiesa onorerà con festa speciale, S. Caterina da Siena, l’umile, sapiente, impavida vergine domenicana, che, voi tutti sapete, amò il Papa e la Chiesa, come non si sa che altri facesse con pari altezza e pari vigore di spirito».

Il 13 maggio 1964, san Josemaría decise di mettere in pratica ciò che aveva espresso a don Florencio Sanchez Bella: nel corso di una tertulia (conversazione familiare) ritornò a toccare il tema e poi disse sorridendo: «“Perché aspettare ancora? A me, in qualità di fondatore, spetta il compito di nominarla, e, dato che in casa facciamo le cose in maniera semplice, senza formalità, la nomino patrona (intercessore) proprio in questo momento”. Quindi, chiese a qualcuno di portargli carta e penna e dettò una comunicazione da inviare a tutte le regioni: “Il giorno 13 maggio, considerando con quanta chiarezza di parola e con quanta rettitudine di cuore santa Caterina da Siena rivelò con coraggio e senza eccezione alcuna per nessuno le vie della verità agli uomini del suo tempo, ho decretato che l’apostolato che i membri dell’Opus Dei svolgono in tutto il mondo con verità e carità al fine d’informare rettamente l’opinione pubblica, sia raccomandato alla speciale intercessione di questa santa”.

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Anni prima della decisione di san Josemaría, si erano tenute a Roma le celebrazioni del quinto centenario della canonizzazione di santa Caterina, avvenuta nell’anno 1461, al tempo di papa Pio II. In quell’occasione, Giovanni XXIII inviò al maestro generale dei domenicani una lettera piena di grandi elogi per la santa. La posta italiana emise un francobollo in onore di Caterina da Siena e, alla fine del centenario, venne collocato un monumento in piazza Pia, tra Castel Sant’Angelo e via della Conciliazione, opera dello scultore Francesco Messina.

Tuttavia bisogna interpretare tale decisione di san Josemaría anche nel contesto di certe crescenti incomprensioni nei confronti dell’Opus Dei in Spagna ed in altri luoghi, e nel contesto del dibattito, durante il Concilio Vaticano II, non solo in aula conciliare, ma soprattutto fuori dall’aula, dove il santo temeva che prevalesse una visione negativa della grande tradizione della Chiesa, che gli sembrava venisse descritta con modalità inappropriate.

Già alla fine degli anni cinquanta, il fondatore dell’Opera aveva creato un ufficio di informazione per sopperire al bisogno di diffondere in maniera incisiva notizie sull’Opus Dei e sui suoi apostolati, e più genericamente, per studiare i temi di attualità nella vita della Chiesa contribuendo in tal modo a divulgare informazioni precise sulla Chiesa e a diffondere la buona dottrina.

Per quanto riguarda il Concilio Vaticano II, san Josemaría vedeva con preoccupazione che durante i lavori di preparazione del concilio circolavano voci nei mass media di comportamenti ed impostazioni contrari allo spirito cristiano ed alla dottrina della Chiesa. Con i suoi collaboratori dell’ufficio di informazione, egli faceva dei commenti su tali episodi, ricorrendo talvolta all’esempio di santa Caterina, che chiamava affettuosamente la “grande brontolona”, “dalla grande facilità e scioltezza di parola”, perché la santa sapeva parlare con chiarezza e senza timore alcuno. A volte commentava delle frasi che aveva letto da una copia dell’epistolario della senese.

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Napoli abbraccia Papa Francesco, il “dolce Cristo in terra”

Posté par atempodiblog le 21 mars 2015

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«La forza del presepe». Meditare il Natale con Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2014

«La forza del presepe». Meditare il Natale con Papa Francesco
Tratto da: La Civiltà Cattolica (Quaderno N°3947 del 06/12/2014, pag.417-422)

Presepe e Dio lontano dans Anticristo Presepe

«Ci avviciniamo al presepe, dove albeggia “una grande luce” (Mt 4,16) […], una luce nascosta nel silenzio di Nazaret e nella pace notturna di Betlemme; eppure presto si manifesterà a tutte le genti (Is 60,1-3; Mt 2,2-9) e ai discepoli (Mt 17,12; Lc 2,32). È la luce del mondo (Gv 8,12; 9,5; 12,46), la luce in cui dobbiamo camminare per esserne figli (Gv 12,36)». Queste sono le parole con le quali iniziava una meditazione dell’allora p. Jorge Mario Bergoglio su Dio visto come luce, raccolta nel volume Nel cuore di ogni padre (Milano, Rizzoli, 2014, p. 159).«Ci avviciniamo»: come per Ignazio di Loyola, così per Papa Francesco meditare non significa solamente «considerare» o «ragionare», ma soprattutto farsi presenti alla scena del mistero, essere testimoni anche grazie all’immaginazione. Se non si vede la scena della Natività, non si vede la luce. E se la luce non si vede, essa diventa un puro contenuto intellettuale, incapace di toccare il cuore e la sensibilità. Bisogna vivere quella che Papa Francesco ha definito la «teologia del “come se”» (ivi, 199), propria di sant’Ignazio, quella che ci fa entrare nella tensione della presenza: «come se fossi presente». In questo modo possiamo davvero sentirci nel presepe. Questo ci sembra un invito valido per il Natale: proviamo a entrare nella scena del mistero della Natività, sperimentiamo la pace notturna di Betlemme e il silenzio che domina la notte.

Botti di Capodanno, l'appello dei medici degli ospedali: “E' una tradizione negativa e pericolosa” dans Articoli di Giornali e News Santo-Natale

La «luce nascosta». Facciamo «come se» fossimo lì presenti, nella grotta di Betlemme. Quale luce vediamo? La luce abbagliante di un sole invitto che splende accecando con la sua gloria e imponendo adorazione per il solo fatto di risplendere come un faro?

No, vediamo la luce del Signore che è «luce nascosta», scrive Bergoglio; che è kindly light, «luce gentile», gli farebbe eco il beato John Henry Newman. Non è luce accecante, abbagliante, ma luce che si approssima, come la luce di una fiaccola che aiuta nel cammino. La luce, per Bergoglio, non suscita innanzitutto una contemplazione statica, ma apre il cammino. «Camminate mentre avete la luce», scrive l’evangelista Giovanni (12,35). Ecco allora che la «forza del presepe» consiste nell’innescare un processo, nell’iniziare un cammino.

Per Bergoglio, dunque, il mistero del Natale è intimamente dinamico: sveglia la coscienza intorpidita, riscuote l’animo e ci mette in partenza da pellegrini che credono con la fede salda di chi non svende la propria coscienza. Questo percorso, avverte, diventa autentico soltanto quando non rimane intrappolato nel chiacchiericcio alienante. Il mondo della «chiacchiera» nuoce al silenzio del cammino nella Notte santa (cfr J. M. Bergoglio, La forza del presepe. Parole sul Natale, Bologna, Emi, 2014, 23-34). «La strada che il presepe ci prospetta è diversa da quella vagheggiata dalla nostra ambizione» (ivi, 48). 

In questo cammino raccolto si diventa «figli della luce». P. Bergoglio scriveva che la luce «ci trasforma non soltanto avvolgendoci da fuori, ma cambiandoci il cuore, i desideri, l’amore (At 22,6.9.11.13; 9,3; 12,7)» (Id., Nel cuore di ogni padre…, cit., 159). Essere figli significa essere generati e rigenerati da questa luce: essa ci cambia persino i desideri, riorienta la nostra direzione di vita.

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I «figli della luce». Chi è in grado di essere generato dalla luce? «A ricevere questa luce sono i semplici, i fedeli: i pastori, i magi, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, Giuseppe, Maria. Vengono tutti convocati dalla luce, nell’apparente penombra, nella mediocrità di una vita comune» (ivi, 160). È come se qui ci venisse detto: se credi di vivere sotto i riflettori, di vivere una vita illuminata dal successo o da una verità avvertita come possesso, la luce nascosta del Natale non potrà toccarti. «Davanti al presepe si sgretolano tante delle nostre cose che forse brillavano molto, oppure che credevamo importanti, solide! Ma a volte quel luccichio, quell’importanza e quella solidità non hanno alcun altro fondamento se non il pantano delle nostre ambizioni, che crollano davanti a colui che non ha esitato ad annullarsi fino alla morte e morte di croce» (Id., La forza del presepe…, cit., 48).

Solo la «classe media della santità», per citare Joseph Malègue, scrittore tanto caro a Papa Francesco, è in grado di farsi raggiungere da questa luce che rigenera. È davanti «alla semplicità, quasi quotidiana, del presepe» che si fa esperienza della gloria. Chi preferisce la «luce convenzionale» che ha imparato a usare da sempre, non sa aprire la porta al Signore che bussa (cfr Id., Nel cuore di ogni padre…, cit., 160). Davanti al «bambino che piange» prende corpo e forma l’immagine apocalittica del Signore che viene. Sono dunque «i semplici, i giusti, a comprendere che colui che è venuto a calcare la terra fu “la tua destra e il tuo braccio e la luce del tuo volto, perché tu li amavi” (Sal 44,4)» (ivi, 161).

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Una luce che risveglia. E allora ecco — prosegue Bergoglio in una meditazione sulla vocazione —, proprio «così, come siamo, con la nostra vita quotidiana, le nostre lealtà e i nostri peccati, le nostre aspirazioni e le nostre tentazioni, ci conviene avvicinarci al presepe di Gesù nel desiderio che la sua grazia ci tocchi e ci aiuti a continuare a crescere nel suo servizio. E, come schiavi indegni, rinnoviamo la nostra speranza contemplando come in mezzo alla senescenza della famiglia umana ci sia stato dato un bambino. La nostra carità apostolica potrà irrobustirsi davanti alla solitudine di una vergine, più feconda di chiunque altro, e al suo calore materno. E se guardiamo all’uomo che si assume il peso di colui che non ha generato, san Giuseppe, troveremo incoraggiamento ad avere più fede nella nostra peculiare paternità religiosa» (ivi, 254 s).

Essere dunque nella «compagnia di Gesù» significa innanzitutto proprio questo: essere come siamo, leali e peccatori, sapendo che «quel bambino sarà il nostro salvatore» (ivi, 252). E così assumerci le nostre responsabilità generative nei confronti del mondo che abbiamo intorno.

Il nostro compito, dunque, meditando come se fossimo presenti al presepe, è di svegliarci alla luce gentile del Signore che nasce, e imparare a camminare nel mondo. Sperimentare «l’infinita soavità e dolcezza della divinità» (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 124) non ci deve spingere a «fare la tenda» nel presepe, ma a metterci in cammino, a crescere con Gesù che cresce e non resta bambino nella grotta. «È ancora il Natale — prosegue Bergoglio — a suggerirci l’inizio di una vita nuova in ciascuno di noi, con tutta la speranza di una crescita che vi è connessa: “È tempo di svegliarvi”, ci ricorda san Paolo (Rm 12,11). Pensiamo qualche volta al mistero per cui due dei quattro evangelisti fanno partire la loro “Buona notizia” con l’incarnazione e il Natale del Signore? E al fatto che uno di loro, Luca, insista tanto sul mistero che “il Bambino cresceva”, come successivamente dirà — negli Atti degli Apostoli — che la Chiesa cresceva? […] Conserviamo ancora la speranza con cui l’abbiamo intrapresa [la vita religiosa e apostolica] allora? O forse l’abbiamo riposta, come facciamo con le cose che vediamo di tanto in tanto finché si scordano? Abbiamo la preoccupazione di “crescere” giorno dopo giorno nel servizio del Signore, di rinnovare il nostro cuore, di mantenerci in “formazione permanente”?» (J. M. Bergoglio, Nel cuore di ogni padre…, cit., 253).

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Lo sguardo vigile di Giuseppe. Contemplare il presepe stando lì come se si fosse presenti significa anche comprendere ciò che accade. Guardiamo a ciò che ha fatto Giuseppe: si è assunto «il peso di colui che non ha generato» (ivi, 255). Non è una definizione comune del patriarca, del padre putativo di Gesù. Eppure è chiaramente una definizione chiave. Bergoglio intuisce che la generatività di Giuseppe consiste proprio nella sua capacità di allevare un figlio non generato da lui, di aver accolto sostanzialmente una realtà non uscita né dal proprio corpo né dalla propria mente. Si è fatto carico del disegno di Dio, portandone il peso.

«Riassumendo — afferma il Papa —, si direbbe che a Giuseppe sia stato detto qualcosa del genere: ricevi la missione di Dio, lasciati guidare da Dio, abbraccia la difficoltà, per salvare il Salvatore. Giuseppe salva la buona fama di Maria, la stirpe di Gesù, l’integrità del bambino, il suo radicamento in terra d’Israele, ma al tempo stesso è stato il primo che Dio ha salvato da una coscienza di giustizia non aperta ai disegni di Dio, da un piano di vita isolato, da una vita, forse senza tante tribolazioni, senza però il conforto di tenere Dio tra le braccia» (ivi, 269).

Facendosi tenere in braccio da Giuseppe, Dio lo ha salvato «da una coscienza di giustizia non aperta ai disegni di Dio». Questa frase ci fa riflettere. A volte i credenti pretendono di avere una chiara e distinta consapevolezza di ciò che è giusto, attribuendo senza umiltà a Dio l’origine del loro senso di giustizia. In realtà, ci dice Bergoglio, solamente tenere in braccio Dio, cioè avere con lui un’esperienza intima, può aprire il nostro cuore ai suoi disegni, senza farli coincidere forzatamente con i nostri. Solo un’esperienza mistica della verità fatta persona — e non di una dottrina o di una legge o di una idea — può permetterci di dischiudere la nostra mente alla giustizia di Dio senza sentircene padroni. «Lo sguardo vigile di san Giuseppe» (ivi, 274) è quello del custode che intuisce di dover allevare e «salvare il Salvatore» della sua stessa vita.

Per Papa Francesco, anche noi, come Giuseppe e Maria, dobbiamo farci carico della speranza evangelica, accoglierla tra le nostre mani e consegnarla a tutto il popolo, specialmente nei tempi difficili e di crisi. Il mistero da contemplare è anche un impegno da vivere a favore di tutti. Non ci spinge solo all’interiorità, ma a farci carico della vita della gente, specialmente delle parti più deboli della società: lavorando, pregando, lottando, non incrociando mai le braccia, accostandoci alle persone di fronte alle quali vengono chiuse le porte, per aprirne loro delle altre, sostenendo gli anziani sofferenti e assimilando la loro saggezza, crescendo i bambini…

Scriveva il Papa in un’altra sua meditazione natalizia: «Nella lotta quotidiana, nella battaglia del momento e nella guerra del tempo, dobbiamo soffrire, e ciò richiede quest’atteggiamento di pazienza e costanza, di resistenza. Non siamo soli e apparteniamo a una famiglia. In seno a quella famiglia troviamo la dottrina, la sicurezza, l’affetto fecondo» (Id., La forza del presepe…, cit., 21 s).

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In una periferia dell’Impero. Da quanto si è detto si comprende perché le considerazioni natalizie di Jorge Mario Bergoglio non hanno nulla di «ideale» e fiabesco, ma sono sempre estremamente realistiche. La tenerezza della Natività coincide con «la forza del presepe»: non richiama mondi infantili e filastrocche. Per il Papa, Betlemme è il luogo di un servizio molto concreto, dove Maria, Giuseppe e tutti noi che contempliamo siamo chiamati a servire Dio e ad accudirlo nelle persone che ci stanno accanto, nello spazio ordinario e a volte ristretto delle cose di tutti i giorni. È molto caro al Papa il motto gesuitico: «Questo è divino: non lasciarsi costringere da ciò che è grande e tuttavia lasciarsi contenere da ciò che è piccolo» (Id., Nel cuore di ogni padre…, cit., 85). La radice di questo motto è proprio il Figlio del Dio di cui non si può pensare nulla di maggiore, che si è fatto piccolo bambino. Nell’orizzonte del Regno di Dio l’infinitesimale può essere infinitamente grande e l’immensità può essere una gabbia. Sembra un paradosso, ma non per Dio che si è fatto carne. Il grande progetto si realizza nel gesto minimo, nel piccolo passo: Dio è nascosto in ciò che è piccolo e in ciò che sta crescendo, anche se noi non siamo in grado di vederlo.

Un’ultima considerazione: nel corso degli anni, la contemplazione del Natale e la «forza del presepe» hanno molto affinato la sensibilità di Papa Francesco e lo hanno portato a comprendere che Dio, centro dell’universo e Signore della storia, si è fatto bambino in silenzio, illuminato da una «luce nascosta» in una periferia dell’Impero. Egli si manifesta a poveri pastori che vivono e sperimentano la periferia della vita. Proprio il significato profondo del Natale lo spingerà a considerare che gli eventi davvero centrali non avvengono mai al «centro», ma nelle periferie, siano esse geografiche o esistenziali.

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Elogio cristiano del Natale consumistico

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2013

E’ lecito essere felici, quando il mondo è pieno di sofferenza?

Elogio cristiano del Natale consumistico dans Antonio Socci Regali-di-Natale

“Ora, qualcuno potrebbe dire: ma sarà lecito essere tanto felici, quando il mondo è così pieno di sofferenza, quando esiste tanta oscurità e tanto male? E’ lecito essere così spavaldi e gioiosi? La risposta può essere soltanto: «sì»! Perché dicendo «no» alla gioia non rendiamo servizio ad alcuno, rendiamo il mondo solamente più oscuro. E chi non ama se stesso non può dare nulla al prossimo, non può aiutarlo, non può essere messaggero di pace. Noi questo lo sappiamo dalla fede, e lo vediamo ogni giorno: il mondo è bello e Dio è buono. E per il fatto che Egli si è fatto uomo ed è venuto in mezzo a noi, che Egli soffre e vive con noi, noi lo sappiamo definitivamente e concretamente: sì, Dio è buono ed è bene essere persona. Noi viviamo di questa gioia, e partendo da questa gioia cerchiamo anche di portare gioia agli altri, di respingere il male e di essere servitori della pace e della riconciliazione”.

Benedetto XVI

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Elogio cristiano del Natale consumistico
di Antonio Socci – Libero

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Natale è alle porte. E ci toccherà sorbirci le solite lagnose recriminazioni moralistiche contro il “Natale consumistico”.
E’ un uggioso “refrain” in cui si sono specializzati molti ecclesiastici, ma anche tanti laici, non credenti, che – per esempio dalle pagine di Repubblica, del Corriere della sera o della Stampa – biasimano il presunto paganesimo della “corsa ai regali” (e lo fanno, ovviamente, mentre i loro stessi giornali vivono di pubblicità e i loro editori prosperano sui consumi).
Oltretutto i “consumi natalizi” sono pure un beneficio per la nostra economia che soffre di un Pil stentato, per cui è irritante vedere gli stessi che scagliano anatemi sul consumismo, strillare poi – il mese dopo – per le aziende che chiudono, per l’economia che ristagna e il deficit che cresce (come pure il debito essendo rapportati al pil).
Dunque mi appello ai parroci: per favore, quest’anno, evitateci queste geremiadi anticonsumistiche.
Perché non c’è cosa più insopportabile (e acristiana) del sentire sacerdoti alla Messa di Natale che – proprio mentre nasce Gesù, il nostro salvatore, la gioia della vita – invece di parlarci di lui, invece di invitarci a rallegrarci, invece di consolare le nostre sofferenze, si mettono a strapazzare i fedeli che si sono scambiati dei doni.
A volte si ha quasi la sgradevole sensazione che a Natale tuonino contro il consumismo perché non hanno nulla da dire su Gesù, perché non si stupiscono più del suo venire al mondo, perché non ne conoscono la meraviglia.
“Expertus potest credere quid sit Jesum diligere”.
Come si può – quando si è sperimentata l’amicizia del Salvatore e se n’è scorta la bellezza ineffabile – mettersi a tuonare contro le luminarie, i pranzi e i regali, invece di parlare di lui?
Non somigliamo a quei farisei che – davanti a ll’uomo misterioso che con un solo gesto guariva un paralitico – si mettevano a polemizzare perché lo aveva fatto di sabato?
Quasi che fosse ovvio e normale che uno potesse stendere la mano e guarire un uomo paralizzato. Si facevano a tal punto violenza da non restare stupiti neanche da un fatto del genere.
E voi sacerdoti di oggi avete da dare la notizia più grande di tutti i tempi, la più commovente, inimmaginabile, consolante, cioè che Dio si fa uomo e viene ad abitare fra noi, che viene a guarirci, a salvarci, avete la notizia che nulla sarà più triste e disperato come prima, e invece di gridarcela, di scoppiare voi stessi in lacrime di letizia e di commozione (perché davvero se non fossimo così tragicamente distratti dovremmo piangerne di gioia), invece di gridarla dai tetti, vi mettete a rompere le scatole sui regali? Quasi indispettiti dalla gioia della gente?
Questa sì che è un’empietà! Oltretutto, se proprio vogliamo essere evangelici, dobbiamo riconoscere che il primo Natale dei regali è stato precisamente quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo così.
E il Vangelo li esalta per questa spontanea gratuità. Del resto era un’umile risposta a un immenso dono.
Perché in realtà è Dio stesso che inaugura il “Natale dei regali”. Il “Grande Consumista” è Colui che ci ha regalato il cielo e la terra, l’universo intero, con tutto quello che contiene.
Nessuno ha dissipato e regalato così tanto i suoi beni come quel Dio che ha voluto letteralmente svenarsi per noi.
Natale non è altro che questo: la follia di Dio.
E’ la sua irraggiungibile umiltà, avendo voluto spogliarsi della sua maestà e della sua gloria per abbassarsi fino a farsi un piccolo bambino povero e potersi donare a noi senza umiliarci, ma anzi mendicando il nostro amore.
Si può immaginare una follia d’amore pari a questa?
Riflettiamoci. C’è un Re così grande, ricco e potente che possiede tutto. E dunque ti regala non solo pietre preziose e perle, ma il mondo intero con  tutte le sue meraviglie. Però non gli basta, perché noi siamo insoddisfatti e infelici, e allora vuole donarti di più.
Potrebbe regalarti la felicità (per cos’altro tutti ci agitiamo se non per la felicità?) oppure potrebbe regalarti la bellezza, o la pace del cuore o l’amore o il calore dell’amicizia e potrebbe perfino regalarti tutto questo per l’eternità, senza più la tristezza della fine e della morte.
Ma ha deciso di farti un dono ancora più grande dove tutto questo è contenuto: se stesso, il suo unico e meraviglioso Figlio che letteralmente “è” tutto questo. Infatti Gesù è la vera felicità, la pace, l’amore, la gioia, la vita e lo è per sempre.
E allora come si fa – davanti a un tale Re che ti dona se stesso e tutto il suo regno, senza che tu lo meriti neanche lontanamente – come si fa a non essere strafelici e a non essere mossi spontaneamente, anche noi, a donare?
Ci sono passi bellissimi di Benedetto XVI sul “dono” nell’enciclica “Caritas in veritate”. Egli vede nella cultura del dono addirittura una immensa risorsa sociale.
Ma allora i sacerdoti dall’altare di Natale dovrebbero dire esattamente l’opposto della geremiade contro il consumismo: dovrebbero anzi esortare a donare ancora di più, a donare non solo ad amici, figli o parenti, ma a riempire di doni e di amore anche tutti coloro che sono stati più sfortunati, coloro che vivono in povertà, coloro che soffrono, perché anche loro possano rallegrarsi nel giorno della gioia.
Il papa san Leone Magno, nella sua celebre omelia natalizia, secoli fa, annunciava e quasi gridava: “Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne”.
Vorremmo sentire i parroci o i vescovi che ci ripetono queste parole, che incitano a non fermarsi a pochi regali, a Natale, ma a donare più possibile. A donare perfino se stessi.

E soprattutto a fare a se stessi il regalo più bello: l’amicizia di Cristo.
Mi sembra di sentire qualche amico prete che obietta: “va bene, dici belle cose, ma come si può tacere davanti a chi pensa solo ai regali, alla settimana bianca o alla vacanza alle Maldive o sul Mar Rosso e neanche va alla messa di Natale?”.
Amico sacerdote, perché tu, come loro, pensi che la settimana bianca o le Maldive o il Mar Rosso siano in competizione con il Figlio di Dio che si fa uomo?
Chi ha fatto le maestose montagne e il loro cielo di azzurro purissimo? E chi dà consistenza ai miliardi di cristalli di neve che accecano di luce? E i fondali o i coralli del Mar Rosso? E la luna e le stelle?
“Tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui e tutto in Lui consiste”. E allora come privarsi di lui? Dovresti dire a coloro che si contentano di così poco (una settimana alle Maldive), a coloro che si rassegnano alla settimana bianca, che possono avere molto di più.
Perché a Natale ci si dona colui in cui c’è la bellezza degli oceani e delle montagne innevate, il refrigerio della brezza d’estate, i colori dei boschi d’autunno, la dolcezza dell’amicizia, lo struggimento dell’amore dei figli, l’ardore dell’amore delle madri e perfino il gusto dei frutti succulenti della terra, la purezza dell’acqua e il sapore del vino. In lui c’è il gusto stesso della vita, il senso dell’esistenza.
Così nella Messa ci sono tutte le montagne innevate e i mari più azzurri, tutte le bellezze dell’universo. Non a caso la liturgia coinvolge tutti i cinque sensi nell’adorazione, perché Dio si è fatto carne ed è venuto a salvare tutto l’uomo, è venuto a portargli una felicità che passa anche attraverso i sensi umani, i sentimenti umani. E’ venuto a divinizzare tutto l’uomo.
“Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” afferma sant’Atanasio di Alessandria (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192).
E chi – ditemi – chi, sapendo tuttociò, può essere così masochista da rifiutare questo stupefacente regalo: essere trasformati in dèi, essere divinizzati, partecipare alla signoria di Dio sull’universo, partecipare alla gioia di Dio?

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I Santi: uomini che non portano maschere

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2013

I Santi: uomini che non portano maschere
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

In vista della festa di Tutti i Santi e della commemorazione dei defunti, riportiamo il testo integrale della lettera scritta ai propri fedeli dai sacerdoti del Decanato di Valceresio, Arcidiocesi di Milano. La lettera, non solo spiega il senso delle festività di inizio novembre, ma mette in guardia dalla festa pagana di Halloween, il cui reale significato è la celebrazione del dio della morte. E durante la quale le sette sataniche ne approfittano per reclutare adepti.

santi

Carissimi amici,

come ogni anno la Chiesa si appresta a vivere la festa di Tutti i Santi e il giorno in cui si commemorano i nostri cari defunti che già godono della visione di Dio. L’occasione di questa grande festa ci richiama al destino che ci attende: la vita in Cristo. Gesù, infatti, con la sua morte e risurrezione, ha impedito che la parola “fine” tirasse il sipario sulla nostra vita. Il tratto di strada, più o meno lungo, che percorriamo sulla terra è un pellegrinaggio verso la vera patria che è il Cielo, popolato da coloro che la Chiesa ha posto come modelli per tutti, i Santi, e da coloro che ci hanno preceduto nel raggiungimento della méta, i nostri cari defunti.

Così, persino il momento più drammatico per la vita di un uomo, com’è la morte, viene raggiunto dalla luce della fede che ci consente di guardare con speranza al momento del nostro tornare alla casa del Padre. A questo proposito conviene riascoltare le parole che nel 2007 Papa Benedetto XVI ha scritto nell’Enciclica Spe Salvi: «Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall’altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all’improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la “vita” vera – così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c’è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient’altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta… Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti» (n. 11).

Mossi da questa grande speranza nei prossimi giorni visiteremo i cimiteri dove riposano le persone che abbiamo amato in attesa della risurrezione dell’ultimo giorno quando, al ritorno di Cristo, la morte verrà definitivamente distrutta e tutti potremo vivere della Sua stessa vita sotto “cieli nuovi” e in una “terra nuova”, travolti dallo stupore per la bellezza di tutto. Il tempo sfocerà nell’eterno e l’uomo non potrà più scegliere “per” o “contro” il Signore. Avverrà, infatti, il giudizio “dei vivi e dei morti”, cioè di tutta l’umanità. Verrà così smascherato il tentativo degli uomini di vivere “come se Dio non ci fosse” e tutto (noi, gli altri e il mondo) apparirà nella sua nuda verità. Il giudizio sarà: “particolare” al momento della morte di ciascun uomo e “universale” al momento del ritorno di Cristo alla fine dei tempi.

Paradiso e Inferno, che non sono due luoghi ma due condizioni umane, sono le possibilità che stanno davanti a noi in base a come si è giocata la nostra libertà di fronte a Dio. Poiché nel morire la decisione definitiva di una persona può essere incerta, la Chiesa afferma la possibilità del Purgatorio, come estrema occasione di purificazione e salvezza grazie alle preghiere di Gesù e Maria e all’intercessione della Chiesa mediante la celebrazione della santa Messa per i defunti, l’Indulgenza, l’offerta della sofferenza e delle opere di carità, la preghiera quotidiana.

Vista la grandezza del destino che ci attende, vista la forza che queste realtà ci danno per vivere con più intensità il reale, riteniamo veramente assurdo e pericoloso il proliferare di un modo pagano di festeggiare queste ricorrenze, a scapito del grande tesoro della fede che vogliamo custodire e trasmettere con gratitudine.

Uno dei modi più confusi e deviati è la festa di Halloween. La fede ha realtà molto più interessanti e ragionevoli da consegnarci rispetto alle zucche vuote, ai bambini (e anche adulti!) travestiti da streghe, fantasmi, vampiri e diavoli, al girovagare di casa in casa con la domanda sulle labbra: «Dolcetto o scherzetto?», che è l’ingenua traduzione di una formula dell’antico cerimoniale pagano, e al dilagare di discutibili feste serali e notturne dei ragazzi più grandi storditi dal volume della “musica” (se così si può chiamare) e ambigui divertimenti.

Preoccupati per il moltiplicarsi ingenuo di feste come questa, vi proponiamo tre criteri di giudizio per educare il nostro modo di guardare la realtà a partire dalla fede:
1. Il cuore di ogni uomo è pieno di domande grandi sul senso di tutto. La vita e la morte sono, forse, i nodi più scoperti. Usiamo del tempo che abbiamo per andare a fondo delle questioni più decisive, verificando se in noi la fede regge davanti alle sfide del vivere o se, quello di Cristo, è diventato solo un nome.
2. Halloween è una festa nata in ambito pagano, che non ha nulla a che vedere con la fede cristiana. Celebra il dio della morte (Samhain) ed è intrisa di esoterismo e magia, finendo talvolta per percorrere sentieri che sanno di diabolico. C’è un’evidente contraddizione per chi è battezzato, anche se l’intenzione con cui festeggiamo non è cattiva, né tantomeno contro la fede in Cristo.
3. Secondo uno studio della comunità “Giovanni XXIII”, fondata da don Oreste Benzi, il 16% dei ragazzi che partecipano a sette occulte ed esoteriche, dove avvengono le cose più cruente come i sacrifici offerti al Diavolo e la profanazione dell’Eucaristia, viene adescato proprio in questa occasione. Occorre, dunque, essere molto vigilanti senza inoltrarsi in luoghi e compagnie che potrebbero risultare molto pericolosi.

Il cardinale Scola, nella sua Lettera pastorale Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano, ci invita, tra le altre cose, a ritrovare il vero senso della festa che troppo spesso finisce per “esaurire l’io anziché ricaricarlo” (pag. 33). Custodiamo il gusto per le cose belle, vere, buone e giuste. I Santi che festeggiamo sono uomini e donne che hanno vissuto senza maschere, pieni di passione per Cristo e per il fratello, perché erano certi che «la fede non abita nel buio, ed è luce per le nostre tenebre» (Papa Francesco, Lumen Fidei, 4).

Con grande affetto, in Cristo!
I sacerdoti del Decanato

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Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2013

Un fenomeno vincente e preoccupante
Halloween, festa delle zucche vuote
Perché si è affermata così rapidamente una festività estranea alla nostra cultura? È una trovata commerciale o qualcosa di più? È un processo inevitabile? La risposta più appropriata ed efficace è riproporre la ricchezza della festività di Tutti i santi, per introdurre anche i bambini a una visione seria ma anche serena dell’aldilà.
di Paolo Pegoraro – Vita Pastorale

Un fenomeno vincente e preoccupante: Halloween, festa delle zucche vuote dans Fede, morale e teologia l865
Tutti i santi, 1472, affresco di Mazzucco, Bastia (Cn) (foto Censi).

Halloween non fa più notizia
È un dato di fatto, anche in Italia. Come se ci fosse sempre stata. Invece è comparsa, almeno come fenomeno di costume, non più di sette anni fa. Ma nessuno si chiede più perché ragnatele, zucche e teschi invadano le vetrine di ogni genere di negozi a fine ottobre. «In fondo si tratta solo di una festa innocua», è l’acquiescente risposta che ci diamo.
A fare una ricerca in libreria non si trova nulla che racconti la storia di questa festa. In compenso, però, si scopre che dal 2001 si pubblicano un numero incredibile di libri per bambini: Come festeggiare Halloween, Halloween party, Halloween per bambini, Tre feste… tre recite – Halloween Natale Pasqua. «Lo vedi?», sospira sollevata una parte di noi. «È solo un’occasione d’intrattenimento per i più piccini…».
Sarà poi vero? Damien Le Guay, filosofo e critico letterario, denuncia la situazione nel fulminante pamphlet La faccia nascosta di Halloween. Come la festa della zucca ha sconfitto Tutti i santi (Elledici 2004, pp. 127, € 8,00). In Francia, nota Le Guay, Halloween si è imposta senza colpo ferire in appena tre anni e una vittoria così rapida non s’improvvisa: «Halloween è una festa artificiale: fu premeditata, non spontanea; è stata venduta, progettata, lanciata come un prodotto di largo consumo» (p. 87).
Dietro, infatti, c’era l’abile strategia di marketing del gruppo Masport-César, azienda specializzata in maschere e costumi, che ha fatto balzare il proprio fatturato da 4,27 a 126,23 milioni di euro. La produzione nazionale di zucche passava dalle 21.700 tonnellate del 1996 alle 30.100 del 2000. Una volta consolidato questo nuovo settore di mercato in Europa, ecco farsi avanti anche i colossi statunitensi: McDonalds, Disney e Coca-Cola.
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Scherzetto o dolcetto.

Non solo marketing
Un ruolo chiave, però, lo avevano svolto i mass media, divenuti i principali promotori del nuovo fenomeno sociale. Immediata la risposta di ristoranti e discoteche, che improvvisano seduta stante party di Halloween e menù a base di zucca. Ma se si tratta soltanto di soldi spillati ai gonzi, perché preoccuparsi? Damien Le Guay, infuocato da un sarcasmo degno di Leon Bloy, elenca una serie di motivi che fanno riflettere.

1 - Per prima cosa, denuncia la compiacente passività che vige ormai in ogni strato sociale: in nome del precetto del divertimento, spesso troppo simile all’alienazione, si abbraccia acriticamente ogni cosa. Anche i cristiani non amano più farsi troppe domande su quello che succede.
2 - Il secondo aspetto preoccupante è lo svilimento della solennità di Tutti i santi e della commemorazione di tutti i fedeli defunti. Halloween s’insinua in un vuoto di disaffezione e, insieme a Babbo Natale e ferragosto, consolida quel calendario “post-cristiano” di feste ridotte a nuda esteriorità. Proprio come le sue zucche, sgargianti ma vuote, Halloween «manifesta tutta la “pericolosità” dell’ideologia moderna delle feste: le idee sono scomparse, rimane solo la pratica festiva. Una sorta di pratica senza teoria, di azione senza ragione, di realizzazioni senza responsabili, di battaglia senza un avversario identificabile» (p. 54).

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La suggestione della festa non è senza pericoli per i bambini, che ne sono gli involontari protagonisti. Insostituibile diventa il ruolo dei genitori (foto ICP).

Il ruolo dell’immaginazione
3 – Terzo motivo:«L’aspetto più desolante della festa di Halloween è la sua povertà spirituale e il pericolo simbolico che costituisce» (p. 119). Le Guay parla a proposito di “povertà spirituale” perché questo revival europeo di Halloween è svincolato da tutti i significati che aveva ricevuto nei secoli precedenti: mischia nel suo calderone simboli celtici e cristiani, folklore statunitense, fascinazioni occultiste e psicologia spicciola per venire incontro a ogni prurigine esoterica. Ma tutto è riproposto come maschera e burla, anche la paura della morte. Perché è proprio la realtà della morte, forzosamente nascosta per tutto il resto dell’anno, a essere esorcizzata in un ambiguo rito collettivo, quasi una festa dell’eterna giovinezza che relega nelle case, ancora una volta, gli anziani.
4 - Altro motivo di preoccupazione è che dietro la mascherata della stregoneria e del diabolico, presentate come qualcosa da non prendere sul serio, si cela invece un fenomeno in drammatica crescita: «Presentare Halloween come un rito pagano è eccessivo; sarebbe altrettanto menzognero non riconoscere in essa numerosi e vari aspetti presi in prestito dal paganesimo e dalla stregoneria» (p. 38). Anche se Halloween non promuove esplicitamente fenomeni di occultismo, è accertato che nella notte del 31 ottobre il loro numero aumenta in modo consistente.
5 - Ultima, ma forse più fondata ragione su cui interrogarsi, è che Halloween è una festa indirizzata ai bambini. Le Guay invoca un «principio di precauzione per l’immaginario» (p. 9) perché è nell’immaginazione dei più piccoli che si produce una più forte suggestione, inoculando una fitta cortina di simboli legati a una certa idea – per nulla cristiana – dell’aldilà. Senza considerare che per le prossime generazioni festeggiare Halloween sarà un evento normale, anzi, tradizionale.
Quelle di Le Guay sono riflessioni che vale la pena considerare, quanto meno perché sono domande critiche che risvegliano l’attenzione dalla presunta “inevitabilità” di Halloween. Quale atteggiamento avere davanti a un fenomeno che si espande anno dopo anno? Limitarsi a un confronto muscolare è di sicuro controproducente, anche perché Halloween sembra essere fatta apposta per provocare una beffarda “caccia alle streghe”. A ben vedere, inoltre, Halloween evidenzia un nervo scoperto della società contemporanea: l’incapacità collettiva di affrontare il problema-morte senza depotenziarlo o razionalizzarlo.
Occorre promuovere, innanzi tutto, una serie di atteggiamenti positivi e propositivi che per il cristiano significano testimonianza prima ancora che sfida. Un primo passo è quello della conoscenza e dell’informazione per vivere consapevolmente questi veri e propri segni dei tempi. La repentina imposizione di un fenomeno di massa come Halloween non può passare sotto l’attenzione di tutti come se nulla fosse, a meno che non si sia sprofondati nella rassegnazione. Bisogna avere il coraggio di farsi delle domande, ma anche di farle: provate a domandare che cosa si festeggia ad Halloween, o perché la si festeggia in Italia: otterrete le più varie, balbettanti risposte.

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Cimitero di Alagna Valsesia (Vc).

Offrire alternative valide
Il secondo atteggiamento che dovrebbero promuovere quanti si occupano della catechesi è riproporre il valore della solennità di Tutti i santi, all’interno di una rinnovata catechesi sui misteri escatologici della fede cristiana. La liturgia ci prepara alla commemorazione dei fedeli defunti celebrando la comunione di tutta la Chiesa – di quanti pellegrinano, di quanti si purificano e di quanti già contemplano Dio – ricordandoci la comune vocazione alla santità. Dunque la solennità di Tutti i santi va riproposta innanzi tutto nel suo significato ecclesiale, secondo quanto ricorda Lumen gentium 49: «Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cf Ef 4,16). L’unione di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è affatto spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunione dei beni spirituali». Questa fraternità indistruttibile è un annuncio di speranza più liberante di qualsiasi esorcismo sull’aldilà: nella notte in cui Halloween dà piede libero ai nostri fantasmi interiori, la Chiesa c’invita a meditare non sulla morte, ma sulla vita eterna. Tornare a contemplare l’orizzonte ultimo della nostra vita è l’incoraggiamento di cui abbiamo bisogno per dissipare demoni e paure.
L’ultima attenzione pastorale da attuare è quella verso i bambini, proprio perché Halloween ne fa i suoi involontari protagonisti. Qui il ruolo dei genitori diventa insostituibile: per quanto insegnanti o catechisti possano aiutarli, è loro compito accompagnare gradualmente i figli verso una presa di coscienza pacifica, ma senza veli, con il mistero della morte. Una modalità è certamente la visita ai propri cari al cimitero, raccontando le loro vite ai ragazzi se non li hanno conosciuti, magari con l’aiuto delle loro fotografie. Insegnare a pregare per i defunti con serena confidenza è la via migliore per sviluppare una visione cristiana dell’aldilà, vitale, sentita, integrata anche a livello affettivo. Da incoraggiare, infine, il rapporto dei bambini con gli anziani e i nonni in modo speciale.

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Evoluzione storica di un fenomeno multiforme
CHI HA PAURA DELL’ALDILÀ?

Il fascino di Halloween è legato in modo inequivocabile a come immaginiamo l’aldilà. Commemorare i defunti è atto religioso elementare, tanto che molti antropologi considerano la sepoltura dei propri simili come la prima azione propriamente umana. Il ricordo dei propri cari ha sempre rivestito una fondamentale importanza sia nei culti primordiali che in quelli più elaborati: ogni cultura ha sviluppato un suo “giorno dei morti”.

y6p1È una festa celtica? Per i Celti britannici l’occasione era Oidche Shamhna, la Notte di Samhain, dio della morte, che segnava la fine dell’estate e l’arrivo dell’inverno. Si riteneva che durante questo passaggio della ruota stagionale Samhain liberasse gli spiriti malefici e i morti tornassero sulla terra; per ammansirli si lasciavano davanti alle porte offerte di cibo e s’indossavano costumi spaventosi per ricacciare gli spiriti nel loro mondo. A officiare i riti di Samhain erano i druidi, che in cambio di compensi proteggevano la popolazione accendendo grandi falò e offrendo sacrifici, talvolta umani.

y6p1È una festa cristiana? La solennità di Tutti i santi, istituita nel settimo secolo da papa Bonifacio IV a ricordo dei martiri e inizialmente celebrata il 13 maggio, venne spostata al 1° novembre da Gregorio III nell’anno 834 con l’esplicito intento di aiutare i fedeli a vivere cristianamente la commemorazione dei defunti, abbandonando gli usi pagani. Nasceva così All Hallows’ Eve, cioè la Vigilia di Tutti i santi, celebrata la notte del 31 ottobre. Per Lutero è il giorno in cui la Chiesa ha formalmente abbandonato la fede biblica.

0510v85by6p1È una festa irlandese? Le tradizioni popolari sopravvissute nella cattolica Irlanda diedero origine alla festa di Halloween – storpiatura di [All] Hallows’ Eve – celebrata in parallelo alle festività cristiane. Ma gli elementi pagani sono decaduti a folklorismo: resta la forza coesiva della festa, ma si è indebolito il suo intimo significato. Si usa scavare volti paurosi nel cavolo rapa trasformandoli in lanterne, le Jack-o-lantern, a rappresentare il personaggio di un racconto, Jack il malfattore, che ingannò il diavolo e per questo, respinto sia dal paradiso che dall’inferno, fu condannato a vagare nella notte eterna facendosi luce con un lanternino. Il consueto trick-or-treat (dolcetto o scherzetto) che i bambini chiedono di casa in casa prende invece origine da un’usanza medievale: i pellegrini bussavano alle porte domandando un po’ di soul cake – il “dolce dell’anima”, un pane quadrato con uvetta – promettendo preghiere per i defunti del donatore.

y6p1È una festa americana? Halloween giunge negli Stati Uniti insieme alle centinaia di migliaia d’irlandesi costretti a lasciare la patria dalla disastrosa carestia di patate del 1845-’50. Mancando il cavolo rapa si cominciano a scavare le lanterne nelle zucche americane. Del tutto decontestualizzata, la festa perde anche il suo carattere nazionale e si tramuta in un carnevale nero all’insegna del divertimento collettivo: è negli Usa che Halloween raccoglie l’immaginario gotico di gatti neri, streghe, fantasmi, candele, mascherate e burle. D’altra parte, sono gli anni di Edgar Allan Poe. Si consolida l’uso del trick-or-treat: i bambini passano per le case chiedendo dolci, ma se non li ricevono possono insaponare i vetri della casa o anche romperli, scavare buche nel giardino o imbrattare di vernice le auto.

y6p1È una festa europea? Infine Halloween torna in Europa come fenomeno di massa una decina di anni fa, un vero e proprio format importato dagli Stati Uniti. Dal 1995 un’azienda francese di costumi, la Masport, comincia a promuovere Halloween in Europa, fino ad attirare l’attenzione dei giganti americani dell’intrattenimento (McDonalds, Disney, Coca-Cola). Oggi, in Francia, Halloween è un marchio commerciale registrato e detenuto dalla società Optos-Opus. In Italia l’interesse per Halloween è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi cinque anni, irraggiandosi dai maggiori centri urbani alle periferie.

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