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La devozione mariana in sant’Ignazio

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2022

La devozione mariana in sant’Ignazio
Quando si pensa a sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali. Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure, di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

La devozione mariana in sant'Ignazio dans Fede, morale e teologia Sant-Ignazio-di-Loyola-e-la-Madonna-della-strada

Quando si pensa a Sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali, fonte inesauribile per la meditazione, testo-simbolo della sua avventura terrena. E il termine “avventura” è davvero quello che meglio si addice alla sua biografia: Ignazio, il condottiero spagnolo, che troverà- poi – in Dio l’unico vero duce non solo delle sue battaglie, ma dell’intera sua esistenza. Coraggioso e dal fine intelletto, il fondatore dei Gesuiti – del quale domani ricorre la memoria liturgica – rappresenta uno dei più famosi santi che la Chiesa annovera. Tanti libri su di lui sono stati scritti; tante pagine raccontano di come il militare degli uomini sia diventato uno dei più importanti “militi del Signore”.

Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti. Infatti, l’espressione con riferimento a Maria che più frequentemente appare negli Esercizi Spirituali è Madre y Señora nuestra (Madre e Signora nostra): espressione ricca di contenuto teologico e, al contempo, di grande carica emotiva, di “filiale affetto” si potrebbe dire.

E Ignazio provava una devozione del tutto particolare per la Mamma Celeste, per la Signora: proprio a Lei si sentirà legato fin da quella famosa battaglia di Pamplona che gli cambierà la vita, definitivamente. Era il 1521. All’epoca il fondatore gesuita non si chiamava ancora Ignazio ma Iñigo, e non aveva ancora trent’anni. Durante la battaglia fu colpito duramente alla gamba, ma ciò non lo ferì comunque mortalmente. Inizia per lui il periodo della convalescenza, lungo e tortuoso. Nasce così la sua passione per due letture che gli cambieranno l’esistenza: Vita Christi del certosino Ludolfo di Sassonia e Le vite dei santi di Jacopo da Varagine, vescovo di Genova e frate domenicano. E proprio di questo periodo,  nella sua Autobiografia,  troviamo un racconto in cui la Vergine è protagonista: Sant’Ignazio “vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù [e] poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione”. Questa visione ebbe come effetto una profonda “trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima”. Dopo lunghi mesi di lettura e studio, avverrà, poi, il pellegrinaggio al benedettino monastero “de Montserrat”: qui, l’incontro con la Vergine, o meglio, con la “Moreneta”, una scultura di legno (XIII secolo) che raffigura la Vergine. Si narra che proprio di fronte a questa effige, Iñigo deporrà la spada di guerra per imbracciare il Crocifisso dell’Amore. Il passato si chiude per aprirgli la porta di un nuovo cammino: quello verso Dio, verso la carità, verso il Paradiso. La Vergine lo aveva ormai attratto a sé, e Iñigo diventerà Ignazio.

La presenza della Madre di Dio sarà una costante nella sua vita perché anche a Roma, città fondamentale per il cammino personale di Ignazio e di quello della Compagnia da lui fondata, incontra un’altra immagine che rimarrà scolpita nel suo cuore: è la Madonna della Strada che si trovava nella chiesa che all’epoca aveva nome Santa Maria degli Astalli per poi prendere il nome, appunto, di Madonna della Strada.

Annus Domini 1641. Sul soglio di Pietro regna Papa Paolo III, lo stesso pontefice che l’anno prima aveva approvato la Compagnia di Gesù; il Santo Padre consegna la chiesa, abbattuta e ricostruita nel 1569, a Sant’Ignazio di Loyola. Davanti a questa miracolosa immagine si narra – tra l’altro – che furono molti i santi che si fermarono in preghiera: da Pierre Favre a Carlo Borromeo, fino a giungere a Filippo Neri. Ma qual è la storia di questo affresco così delicato, tenero e dolce? La sua storia si intreccia con quella del guerriero di Dio, Ignazio: infatti, quel dipinto, era stato sempre lì, precedentemente alla sua venuta a Roma; infatti, l’effige della Madonna col Bambino in braccio, si trovava in angolo della chiesa di Santa Maria della Strada; e il santo spagnolo si era imbattuto nell’affresco in occasione del suo primo viaggio nella Città Eterna, nel 1540. Il dato più lontano nel tempo riguardante l’edificio sacro al cui interno era stata affrescata l’immagine della Madonna della Strada risale al 1192, anno in cui compare la prima indicazione di una chiesa dal nome Santa Maria de Astariis, appellativo che ritorna anche in un catalogo di chiese romane redatto intorno al 1230; mentre in un codice del 1320 – conservato presso la Biblioteca Nazionale di Torino – si legge che questa chiesetta era retta da un solo sacerdote e al suo interno si facevano seppellire i membri della famiglia romana degli Astalli. Nei documenti successivi, invece, il nome dell’edificio sacro muta in “Santa Maria de scinda” e in  “Santa Maria de stara”, per poi mutarsi nuovamente in “Santa Maria della Strada”. È comunque importante specificare che la superficie dove sorgeva questa chiesa occupava una piccola parte dell’area circoscritta da quelle vie che sono le attuali via degli Astalli, via del Plebiscito e piazza del Gesù. Ciò che vediamo oggi, lo dobbiamo alla decisione del cardinale Alessandro Farnese di costruire – nel 1568 – la Chiesa del Gesù.  E solo nel 1575, l’affresco venne posto nella cappella della nuova chiesa dove i Gesuiti prendevano i voti.

Chi entra, oggi, nella Chiesa del Gesù, non può non rimanerne colpito da questa immagine della Madonna della Strada: rimane affascinato dalla sua grazia, dalla sua bellezza misteriosa. La Vergine è rappresentata a mezzo busto, con in braccio sinistro il Bambino; la mano destra, invece, è aperta, rivolta ai fedeli. Ha il capo coronato circondato dal nimbo; lo sguardo frontale; e tutta la figura è avvolta da un manto color oro. Anche il Bambino ha una luminosa aureola, e presenta la postura del Pantocratore; ha lo sguardo frontale che infonde al fedele una serenità austera; con la sinistra tiene un libro e alza la destra nel gesto della benedizione. Nell’insieme, l’effige mariana sembra evocare la tipologia della Madre mediatrice di Grazia; e, inoltre, con il suo sguardo che penetra nel cuore di ogni fedele, sembra davvero che inviti alla fiducia nel Figlio.

La storia di questa immagine ha visto una tappa fondamentale nel 2006, quando è stata sottoposta a un restauro che ne ha mostrato un nuovo volto, del tutto inedito: infatti, l’immagine si è rivelata di oltre due secoli più antica di quello che si pensava. Il lavoro di restauro ha dissolto secoli di sporcizia, depositi minerali, vernice e sopraverniciatura dalla superficie dell’immagine; e, così, i colori brillanti hanno iniziato a farsi strada, tanto da dare alla luce una nuova Madonna della Strada. Gli esperti che hanno supervisionato il lavoro di restauro, alla fine, hanno concordato sul fatto di datare l’opera al XIII o al XIV secolo.

La Madonna della Strada, nulla di più attuale. Proprio oggi che molti sembrano aver smarrito la via, guardare a questa effige vuol dire non solo entrare nella spiritualità ignaziana, ma anche chiedere alla Vergine la giusta direzione. Ignazio di Loyola, a distanza di secoli, grazie ai suoi scritti, alla sua testimonianza, sembra quasi offrirci il “google map” per trovare l’Infinito di Dio. E le parole della preghiera dedicata alla Madonna della Strada, ci offrono la possibilità di revisionare anche noi il nostro cammino e di guardare al Cielo, così come fece quel guerriero di Dio dal nome Ignazio di Loyola:

“O Maria, Madonna della Strada, accompagnaci sulle vie del mondo tu che hai camminato: sui monti della Giudea, portando, sollecita, Gesù e la sua gioia; sulla strada da Nazareth a Betlemme dove è nato Gesù, il nostro Redentore; sul cammino dell’esilio per proteggere il Figlio dell’Altissimo; sulla via del Calvario per ricevere la maternità della Chiesa. Continua, ti preghiamo, a camminare accanto a tutti noi sulle strade del mondo affinché possiamo vivere e testimoniare il Vangelo di salvezza. Proteggi in particolare quanti hanno la strada come luogo di lavoro, d’impegno, di viaggio e di pellegrinaggio, e che sono alla ricerca dei beni più grandi per una vita degna e benedetta”.

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Il bene ha già vinto: Cristo è risorto!

Posté par atempodiblog le 4 avril 2021

PASQUA DI RISURREZIONE
Il bene ha già vinto: Cristo è risorto!
La Risurrezione è l’evento che ci garantisce che la vita umana cammina verso un’altra vita: cammina verso la Terra Promessa. Oggi siamo come su un ponte: non possiamo costruire la casa sul ponte, non possiamo giocare tutto sull’oggi, ma dobbiamo vivere camminando: dobbiamo vivere riscaldandoci con la speranza dell’attesa. Senza la Risurrezione di Cristo non è spiegabile ciò che è accaduto intorno a Cristo e dopo Cristo.
del di Angelo Card. Comastri (Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano) – La nuova Bussola Quotidiana

Il bene ha già vinto: Cristo è risorto! dans Articoli di Giornali e News Resurrezione

La Risurrezione di Gesù è il cuore dell’annuncio cristiano. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sottolinea che questa è la notizia che gli è stata trasmessa e lui fedelmente la trasmette alle varie comunità: “A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1Cor 15,3-5). Questa notizia è talmente importante e decisiva che San Paolo arriva ad esclamare: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1Cor 15,14-15).

“Cristo è risorto!”. Questa notizia gioiosa si trasmette di generazione in generazione e si rafforza con la testimonianza dei martiri e dei santi; e dovunque arriva, essa accende la speranza e conferma l’attesa di un mondo nuovo.

Sì, oggi noi lo diciamo davanti al mondo, lo gridiamo davanti alla nostra coscienza che è tentata di ritornare alla sfiducia: Cristo è risorto! La verità che sostiene tutto, il pilastro che dà stabilità a tutta la volta immensa della storia umana è un annuncio gioioso: il mondo va verso una meta di felicità, che è al di là e al di sopra di ogni nostra immaginazione. “La più orribile bestemmia, che sia mai uscita da labbra umane” scrisse Paul Claudel, “è la seguente: forse la verità è triste!”. Questa affermazione dubitativa è di Ernesto Renan, e Claudel coglie nel segno quando dice che è una bestemmia orribile.

No! Noi crediamo esattamente il contrario di ciò che disse Renan: la verità è gioiosa, perché l’ultima verità è la Risurrezione. La fede nella Risurrezione ci impegna ad amare la vita, a credere nella vita, a difendere il senso della vita, a riempire di gioia tutta la vita. Ma come è avvenuta la Risurrezione di Cristo? Come si è consumato questo fatto straordinario, che ha dato inizio a tutta l’avventura del cristianesimo? Tutto è avvenuto secondo lo stile che Cristo aveva inaugurato a Betlemme: la Risurrezione non è esplosa come una bomba assordante, ma è sbocciata silenziosamente come uno splendido fiore di primavera. Perché?

Perché Dio non ama il clamore e non cerca stolte rivincite: Dio è Dio; Dio non è un uomo! Ce lo ricorda il profeta Osea con parole che sono un chiaro invito a buttare via ogni misura umana, quando ci si accosta ai fatti di Dio: “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo. Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? […] Il mio cuore si commuove dentro di me […]. Non darò sfogo all’ardore della mia ira [...] perché sono Dio e non uomo” (Os 11,7-9).

Tuttavia, un fatto oggettivamente si impone alla riflessione onesta di chiunque sia aperto alla verità. Il fatto è questo: improvvisamente un gruppo di uomini impauriti (nell’ora della Passione erano tutti scappati e il responsabile del gruppo aveva addirittura rinnegato il Maestro) si trasforma in un manipolo di coraggiosi, disposti ad affrontare anche la morte.

Perché? Niente accade senza una causa! Qual è allora la causa di questa trasformazione? Gli apostoli dicono di aver visto Gesù Risorto. Si sono ingannati questi uomini? È stata una allucinazione collettiva? No! Tutti concordano nell’affermare che è impossibile una allucinazione collettiva che duri per anni e non cada neppure davanti all’urto della persecuzione e del martirio. Il comportamento umano segue delle costanti: se, in questo caso, si accetta la spiegazione della allucinazione, si deve ammettere anche che la storia umana non segue nessuna legge e nessuna costante.

Altri si chiedono ancora: è mai possibile che un gruppo di ebrei, rigorosamente monoteisti, possa all’improvviso inginocchiarsi davanti ad un uomo che si proclama Figlio di Dio e muore sulla Croce, patibolo degli schiavi? Qualcosa deve essere accaduto, qualcosa si è imposto alla “ragione” di questi uomini, altrimenti ci troveremmo, ancora una volta, davanti ad un comportamento inspiegabile e assurdo.

Ma la spiegazione c’è: è la Risurrezione di Gesù! Infatti, la fede nella Risurrezione si spiega soltanto con il fatto della Risurrezione.

Possiamo aggiungere un’ulteriore riflessione. Se, per assurdo, la Risurrezione di Gesù fosse un “falso storico” c’è da chiedersi: è mai possibile che da un falso storico nasca il movimento ideale più grande che la storia conosca e fiorisca il patrimonio di pensiero al quale il mondo attinge inesauribilmente da due millenni? È mai possibile che da un “falso storico” germogli la fioritura di credenti ragionevolissimi come Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Isacco Newton, Blaise Pascal, Max Plank, Alessandro Volta, L. Pasteur, E.M. Ampère, Guglielmo Marconi? Costoro, razionali in tutti i campi, sarebbero diventati irrazionali soltanto nella fede!?

Onestamente riconosciamo una conclusione che si impone alla ragione: senza la Risurrezione di Cristo non è spiegabile ciò che è accaduto intorno a Cristo e dopo Cristo.

Ma che cos’è la Risurrezione? E quale luce porta alla ricerca di significato per la nostra vita? La Risurrezione è l’evento che ci garantisce che la vita umana cammina verso un’altra vita: cammina verso la Terra Promessa! Quanto è importante saperlo! Se è vero questo, noi oggi siamo come su un ponte: non possiamo costruire la casa sul ponte, non possiamo giocare tutto sull’oggi, ma dobbiamo vivere camminando; dobbiamo vivere riscaldandoci con la speranza dell’attesa.

La Risurrezione di Gesù è un evento che ci ricorda che anche il corpo umano sarà salvato. In altre parole: la presenza di Dio che oggi guarisce il centro interiore della nostra persona, un giorno abbraccerà anche il corpo e brillerà sul volto di tutti coloro che hanno accolto l’Amore di Dio. Allora quanto dobbiamo rispettare il nostro corpo!

Quanto dobbiamo lottare, fin da quaggiù, perché il corpo sia liberato dal peso dell’egoismo e diventi, già oggi, una trasparenza del Mistero che è presente nel cuore! Quanto dobbiamo impegnarci per trasmettere agli altri la coscienza della dignità del corpo umano, perché esso è destinato alla Risurrezione!

Resta un ultimo interrogativo. Questo futuro promesso da Dio, questa Risurrezione di Gesù che anticipa il futuro del mondo, questa Risurrezione che noi aspettiamo… che rapporto ha con il presente che noi viviamo? Tra il presente e il futuro eterno esiste lo stesso rapporto che c’è tra il seme e la spiga, tra il germoglio e la pianta. E, siccome Dio è Amore e il Paradiso è l’esistenza umana liberata da ogni distanza da Dio, possiamo dire con certezza che la Risurrezione futura sarà tutta in rapporto alla misura di carità che noi oggi realizziamo nella vita. Ci ricorda infatti San Paolo: “La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà” (1Cor 13,8). La carità è l’ultima parola del mondo, così come è stata la prima parola del mondo: perché Dio è Carità.

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Medjugorje: Papa Francesco interviene al Festival per la prima volta

Posté par atempodiblog le 1 août 2020

Medjugorje: Papa Francesco interviene al Festival per la prima volta
di Simona Amabene – La luce di Maria

Medjugorje: Papa Francesco interviene al Festival per la prima volta dans Articoli di Giornali e News Festival-dei-giovani-di-Medjugorje

Al 31° Festival dei Giovani a Medjugorje una novità assoluta “molto, molto importante”, Papa Francesco si rivolge ai giovani partecipanti.

La prima giornata del Festival dei Giovani si apre con una sorpresa, come sottolinea il nunzio apostolico della Bosnia Erzegovina.
Mons. Luigi Pezzuto ha evidenziato la novità di quest’anno, per la prima volta, Papa Francesco interviene all’evento più importante a Medjugorje.

E lo fa con una lettera in cui esprime tutta la sua vicinanza all’evento, evidenziando quanto è prezioso per i giovani. A cui offre l’occasione di incontrare il Signore e di scoprire attraverso di Lui il senso vero e pieno dell’esistenza umana.

Festival dei Giovani: la lettera di Papa Francesco
“Carissimi giovani l’incontro annuale dei giovani a Medjugorje è un tempo ricco di preghiera, di catechesi, di fraternità e offre a tutti voi la possibilità di incontrare Gesù vivo specialmente nell’Eucarestia celebrata e adorata, e nella Riconciliazione. E così vi mostra un altro un altro modo di vivere, diverso da quello che offre la cultura del provvisorio, secondo la quale nulla può essere definitivo. Ma conta solo godere il momento presente. In questo clima di relativismo in cui è difficile trovare le risposte vere e sicure, le parole di Gesù scelte come motto per il Festival “Venite e vedrete” ricolte da Gesù ai discepoli sono una benedizione.

Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare e stare con Lui. Non abbiate paura, Cristo vive e vuole che ognuno di voi viva. Egli è la vera bellezza e giovinezza di questo mondo.Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita e di senso. Lo vediamo proprio in quella scena evangelica, quando il Signore chiede ai due discepoli che lo seguono:’Che cosa cercate?’. E loro rispondono:’Rabbi dove dimori’. E Gesù dice:’Venite e vedete’. E loro vanno, vedono e rimangono. nella memoria rimase talmente impresso l’incontro con Gesù, che uno di loro registrò perfino l’ora. Erano circa le 4 del pomeriggio.

L’incontro col Signore e la nuova vita
Il Vangelo ci racconta che dopo essere stati a casa del Signore, i due discepoli diventarono dei mediatori che permettono ad altri di incontrarlo, di conoscerlo e di seguirlo. Andrea andò a dirlo subito a suo fratello Simone e lo condusse da Gesù. Quando vide Simone il Maestro gli diede subito un soprannome Cefa, cioè Pietro. Questo fa vedere che incontrando Gesù si diventa una nuova persona e si riceve una missione di trasmettere questa esperienza ad altri, sempre tenero lo sguardo su di Lui, il Signore.

Carissimi giovani avete incontrato questo sguardo di Gesù che vi chiede ‘che cosa cercate?’. Avete udito la sua voce che vi dice ‘Venite e vedrete?’. ‘Avete sentito quell’impulso a mettervi in cammino?’.

Prendetevi il tempo per stare con Gesù, per riempirvi del suo spirito, ed essere pronti all’affascinante avventura della vita. Andate incontro a Lui, state con Lui nella preghiera, affidatevi a Lui che è esperto del cuore umano. Questo bellissimo invito del Signore ‘Venite e vedrete’ raccontato dal giovane e amato discepolo di Cristo è rivolto anche ai futuri discepoli. Gesù li invita a incontrarlo e questo Festival diventa un’occasione di ‘venire e vedere’.

La parola venire oltre a indicare un movimento fisico, ha un senso più profondo spirituale, indica un itinerario di fede il cui fine è vedere. Cioè fare l’esperienza del Signore e grazie a Lui, vedere il senso pieno e definito della nostra esistenza (..).

Festival: Maria esempio e guida per i giovani
Il grande modello della Chiesa, del cuore giovane pronto a seguire Cristo con freschezza e docilità, rimane sempre la Vergine Maria. La forza del suo Si’ e di quel ‘Avvenga di me..’ che disse all’angelo Gabriele ci colpisce sempre! Il suo si significa coinvolgersi e rischiare senza altre garanzie….(…) e ci racconta cosa succede quando l’uomo nella sua libertà, si abbandona nelle mani di Dio. Che questo esempio vi affascini e vi guidi.

Maria è la Madre che veglia su di noi suo figli che camminiamo nella vita. Spesso stanchi, bisognosi, ma col desiderio che la luce della speranza non si spenga. Questo è ciò che vogliamo. Che la luce della speranza non si spenga! La nostra Madre guarda questo popolo pellegrino, popolo i giovani che la ama, che la cerca facendo silenzio nel proprio cuore nonostante lungo il cammino ci sia tanto rumore e distrazioni.

Cari giovani correte attratti da quel volto tanto amato che adoriamo nella Santa Eucarestia, riconosciamoLo nella carne del nostro fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Della vostra corsa per il Vangelo, animata anche da questo Festival a Medjugorje.

Affido tutti voi all’intercessione della Beata Vergine Maria. Invocando luce e forza dallo Spirito Santo affinché possiate essere veri testimoni di Cristo. Per questo prego e vi benedico. E chiedo anche a voi di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 29 giugno 2020, Solennità dei SS apostoli Pietro e Paolo

Papa Francesco

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La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2019

La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà
La Storia infinita insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero. Riflessioni a 40 anni dal capolavoro di Ende.
di Paolo Gulisano – La nuova Bussola Quotidiana

La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà dans Articoli di Giornali e News La-storia-infinita

È un dato accertato da tempo: nel più concreto dei mondi possibili, nella società che ha fatto della materia e con la materia quello che nessuna civiltà prima si era azzardata, vi è un insospettabile interesse per il mito e il fantastico. Certo, i grandi spazi, le grandi foreste, le alte montagne di uno scenario fantasy sono altra cosa rispetto al quartiere residenziale periferico con il quale il nostro lettore-tipo si trova a fare i conti quotidianamente. È altrettanto vero che i grandi rischi, i grandi amori, le grandi battaglie, il camminare sul ciglio di profondi burroni, lo scintillio delle spade che si incrociano, sono l’antitesi di quella vita piatta, grigia, codificata e programmata che la modernità propone, o per meglio dire impone.

Ma non è solo l’insoddisfazione della realtà ciò che spinge verso il fantastico, non solo la volontà di evadere dalle brutture, quella “Santa fuga del prigioniero” di cui parlò Tolkien: nella grande letteratura fantastica si possono ritrovare valori e princìpi di cui non si parla – o se ne parla per deridere e denigrare – nel resto della narrativa.

Esattamente quarant’anni fa, alla fine del 1979, faceva la sua comparsa nelle librerie un volume che andava ad affiancarsi al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia come uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica: La Storia Infinita, dello scrittore tedesco Michael Ende. Tradotto in più di 40 lingue, il romanzo ha venduto oltre 10 milioni di copie nel mondo ed è diventato un classico della letteratura per ragazzi.

La maggior parte della storia si svolge a Fantàsia, un mondo fantastico, parallelo al nostro,  minacciato dall’espansione di una forza misteriosa chiamata Nulla, che causa la sparizione di regioni sempre più estese del regno. L’Infanta Imperatrice incarica un valoroso giovane guerriero, di nome Atreju, della missione quasi disperata di fermare l’avanzata del Nulla. In questa missione sarà protagonista Bastian, un bambino proveniente dal nostro mondo, da una quotidianità banale e sofferta. Ha dieci anni, ha da poco perso la mamma, e con il padre non riesce a comunicare. A scuola è oggetto di bullismo da parte dei coetanei, e mancano degli adulti che sappiano proporgli qualcosa di bello, che lo aiutino a crescere. Ma un giorno il fantastico fa irruzione nella vita di Bastian attraverso un libro. Leggendo le storie del Regno di Fantàsia, egli si ritrova progressivamente coinvolto negli eventi del racconto.

Bastian viene trasportato a Fantàsia, e diventa parte di quel mondo. L’Infanta Imperatrice lo incarica di ricreare il regno a partire dai suoi desideri e gli dona il talismano Auryn. Su di esso campeggia una scritta: «Fa’ ciò che vuoi». Sembra la sintesi del pensiero moderno, che esalta l’autorealizzazione, lo spontaneismo dei sensi, il non sottomettersi ad alcuna legge morale. In realtà, pagina dopo pagina, il protagonista scoprirà che quel «fai quel che vuoi» non significa «fai quel che ti pare», ma è secondario – come diceva Sant’Agostino -, all’amore. Ama, e fai quel che vuoi. Che è la strada più ardua del mondo.

Nel libro, Atreju  e Bastian la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine iniziale alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi. Bastian aiuta Atreju nel tentativo di salvare il regno e dovrà infine trovare un modo per ritornare nel mondo reale.

La Storia infinita può essere letta come una metafora della letteratura intesa come strumento per cambiare gli uomini e di conseguenza la realtà. Si tratta di un vero e proprio moderno romanzo di formazione, storia di un’anima, folgorante scoperta dell’amore, indimenticabile avventura, ma anche un lungo viaggio nell’immaginario e itinerario nell’arte e nella mitologia. La Storia infinita è stato uno dei libri del nostro tempo che ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori, diventando una finestra aperta sul regno dei sogni, dell’immaginazione, dei libri, della letteratura.

Il fascino del libro sopravvisse anche alla versione cinematografica, che uscì nel 1984. Una versione che l’autore disconobbe totalmente, ingaggiando anche una battaglia legale con la produzione. Ende riteneva – a ragione – che il film avesse stravolto e banalizzato i contenuti del suo libro.

La Storia infinita ci racconta come si possa - e si debba – crescere, mantenendo un cuore da bambini. È la stessa lezione che ci viene dalle grandi opere di Tolkien e Lewis. E come i fratelli Pevensie delle Cronache di Narnia fanno ritorno al reale dopo l’incursione nel mondo fantastico, così Bastian tornerà nella realtà, tornerà da suo padre, e finalmente i due riusciranno a parlarsi, a entrare in relazione l’uno con l’altro, a sapersi manifestare il proprio affetto, e sarà la vittoria più bella.

La critica del tempo, agli albori degli anni ’80, accolse piuttosto freddamente il libro: valeva ancora nella letteratura il principio non scritto secondo il quale la narrativa doveva essere soprattutto realistica e politicamente impegnata, per cui non c’era spazio per viaggi nel Regno di Fantàsia. I rappresentanti socialmente attivi della generazione sessantottina criticarono dunque Ende tacciandolo di escapismo, di mancanza di realismo e di tratti eccessivamente naif.

Erano le stesse critiche che avevano accolto anni prima l’opera di Tolkien. Qualcuno parlò in relazione all’opera di Ende di “effetto placebo”, nella misura in cui i giovani lettori spaventati dal futuro e in cerca di una fuga dalla realtà trovavano nel romanzo una risposta al loro bisogno di positività e ricevevano risposte e soluzioni che non erano contenute nel testo stesso.

In realtà il messaggio contenuto ne La Storia infinita era diametralmente opposto: non una fuga nel mondo della fantasia in cui vivere felici, ma un invito a considerare la fantasia un mezzo per affrontare i problemi del mondo reale. Ende si stancò di doversi ripetutamente giustificare agli occhi della critica per la sua scelta di trattare il fantastico e definì “soffocante” il lungo dibattito sull’escapismo. Intanto il suo libro andava sempre più diffondendosi tra i lettori, in barba alle critiche degli intellettuali, e così poterono essere riscoperte e diffuse delle sue opere precedenti, come la tenerissima fiaba Momo.

Col tempo, dopo il 1995, l’anno della morte di Ende, la sua popolarità andò un po’ affievolendosi. Ma gli ideali della Storia infinita trovarono nuovi epigoni negli ambienti della destra giovanile italiana, che a partire dal 1998 cominciò ad organizzare dei meetings chiamati, significativamente, Atreju. Eventi di formazione, di discussione, di elaborazione culturale per i difficili anni che sarebbero venuti col Terzo Millennio.

La Storia infinita, quindi, insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero.

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Il santo timore di san Giuseppe davanti al segno certo della divina Presenza

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2019

Il santo timore di san Giuseppe davanti al segno certo della divina Presenza dans Commenti al Vangelo San-Giuseppe

Il santo timore di san Giuseppe davanti al segno certo della divina Presenza

San Giuseppe voleva ripudiare Maria per la stessa ragione per cui Pietro voleva allontanare il Signore: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,8), così come anche il Centurione per respingere Gesù dalla sua casa: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto” (Mt 8,8).

Così stava Giuseppe il quale, giudicandosi, anche lui, indegno e peccatore, si diceva: “Ella è così perfetta, così santa, che io non devo condividere oltre la sua intimità. La sua sorprendente dignità mi sorpassa e mi incute timore”.

La vedeva, sotto il timore della sua fede, portare il segno certo di una divina Presenza e, non potendone penetrare il Mistero, la voleva ripudiare. Pietro, lui, fu preso da un santo timore innanzi alla grandezza della Potenza, il Centurione davanti alla Maestà della Presenza.

Ti può sorprendere il fatto che san Giuseppe si giudicava indegno di vivere in comune con la santa Vergine, quando comprendi che santa Elisabetta, anche lei, non poteva sopportare la sua presenza se non con timore e rispetto?
Ecco le sue parole: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”, (Lc 1,43).

Ecco, dunque, perché san Giuseppe voleva ripudiarla. Ma perché in segreto e non alla luce del sole? Per evitare tutte le indagini sul motivo della separazione, che esigevano una spiegazione.

Se lui avesse detto del suo pensiero e della certezza che si era fatto della purezza di Maria, la gente non l’avrebbe deriso e non avrebbero lapidato Maria? Come avrebbero creduto nella Verità ancora muta nel seno materno? Che cosa avrebbero fatto al Cristo ancora invisibile?

di san Bernardo di Chiaravalle

Divisore dans San Francesco di Sales

Il pensiero dei santi Padri su san Giuseppe

Lo stupore di San Giuseppe fu tanto maggiore, quanto conoscendo meglio d’ogni altro l’eminente santità della Santa Vergine, e non ignorando il voto ch’Ella aveva fatto di perpetua castità, non poteva averLa in sospetto d’adultera.

Era bensì piuttosto orientato a credere ch’Ella dovesse essere la Vergine avventurata, onde parlava Isaia, che doveva partorire il Messia al mondo.

Lo credette, dice san Bernardo, (Hom.2. Super Missus Est) e con un sentimento di umiltà e di rispetto, simile a quello che fece dire, poi, san Pietro: “Allontanatevi da me, o Signore, perché sono un peccatore”; san Giuseppe pensava parimenti di allontanarsi dalla Vergine santa.

Io non dico questo come mio pensiero, soggiunse il santo Abate. Ed esso è il pensiero dei santi Padri.

di padre Jean Croiset S.J. – Le vite dei santi

Divisore dans San Francesco di Sales

L’ammirabile umiltà di San Giuseppe

La sua umiltà fu il motivo per il quale, come spiega san Bernardo, pensò di lasciare la Madonna quando La vide incinta; San Bernardo dice che san Giuseppe fece in se stesso questo ragionamento: «E che cosa è questo? lo so che Ella è vergine, perché insieme abbiamo riconfermato il voto di conservare la nostra verginità e purità, al quale sono certissimo che Ella non vuol mancare; l’altra parte io vedo ch’Ella sta per diventare madre. Come si possono conciliare insieme la maternità e la verginità, ossia che la verginità non impedisca la maternità? Oh! Dio! – certo deve aver detto a se stesso -, non sarà forse Lei quella gloriosa Vergine di cui par­lano i profeti, che concepirà e sarà madre del Messia? Ma, se è così, Dio non voglia ch’io rimanga con Lei, io che ne sono tanto indegno; è meglio che segreta­mente l’abbandoni a motivo della mia indegnità e che non abiti più a lungo in Sua compagnia». Sentimenti questi di un’ammirabile umiltà.

San Francesco di Sales – Trattenimenti spirituali

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La Pasqua spiegata da Pinocchio

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

La Pasqua spiegata da Pinocchio
Che qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi
Redazione Tempi.it

La Pasqua spiegata da Pinocchio dans Articoli di Giornali e News Pinocchio

Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.

Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.

Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.

«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…

Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
 Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.

Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.

Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
 Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

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Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2017

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti
Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un bimbo di 7 anni può avere con Lui in cappella
Tratto da:  Aleteia
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti dans Articoli di Giornali e News Adorazione-eucaristica

L’adorazione eucaristica sta tornando ad essere un aspetto centrale della vita cristiana. Dopo decenni in cui era stata messa da parte in molti luoghi, sono moltissime le parrocchie che hanno recuperato l’esposizione pubblica del Santissimo.

Questa diffusione dell’adorazione, che secondo molte testimonianze dà tanti frutti, raggiunge anche i bambini, e viene introdotta sempre più nelle celebrazioni con i piccoli, anche se in modo adattato alla loro età.

Bambini adoratori?
Molti si possono chiedere se serva a qualcosa che bambini di sei o sette anni siano “adoratori” e preghino o restino davanti a Cristo Eucaristia quando non hanno ancora una coscienza formata su cosa sia. La risposta la dà Famille Chretienne in un reportage centrato proprio sull’adorazione e i bambini.

In Francia, in alcuni luoghi l’esperienza con i bambini si svolge da più di 15 anni, e i frutti sono favolosi, sostengono gli organizzatori, al punto che si sta estendendo in altre zone. Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un piccolo di 7 anni può avere con Lui in cappella.

Per chi ha l’messo in pratica e ne sta vedendo ora i frutti, il culto porta i bambini molto piccoli in modo naturale all’intimità con Cristo, e li fa familiarizzare direttamente con il cuore di Dio.

Connessione diretta tra i bambini e il Signore: “Hanno il wi-fi”
Uno dei gruppi di bambini adoratori è quello della città francese di Rouen, dove una delle madri parla ai piccoli dai sei agli otto anni di Gesù prima di entrare in cappella per stare con Lui. Lì tutti si inginocchiano in silenzio, e in modo naturale posano gli occhi su “Gesù nascosto”.

“Venti minuti sono troppi?”, hanno chiesto a Jules, di otto anni, che ha risposto con un grande sorriso: “Oh, no!”.

Una delle domande che pongono più spesso i sacerdoti e i laici che accompagnano questi bambini è come siano capaci di stare in preghiera quando molti adulti non riescono a stare in silenzio davanti al Santissimo per più di due minuti. “C’è una connessione diretta tra il cuore dei bambini e il Signore. Hanno un wi-fi”, afferma Cécile, madre di un bambino adoratore a Parigi.

In base alla sua esperienza, i bambini di questa età hanno il cuore molto più aperto e vi accolgono Gesù.

Un tempo adatto all’età dei bambini
Evidentemente, per arrivare a questo punto serve pazienza perché non smettono di essere bambini ed è poco realista immaginare trenta bambini che pregano in silenzio per un’ora. Il tempo si adatta all’età, e i più piccoli possono rimanerci quindici o venti minuti, anche se a volte non c’è un silenzio totale. Ad ogni modo, questo atteggiamento di adorazione entra in loro.

Florence Schlienger, responsabile di uno di questi gruppi a Versailles, riconosce che sia lui che ogni adulto che si imbarca in questa avventura particolare seminano senza sapere cosa raccoglieranno, e ricorda il caso di un bambino che dava le spalle all’altare per tutto il tempo e che tuttavia il mese dopo parlava continuamente a sua madre dell’amore di Dio.

“È un’educazione alla vita interiore in cui non vediamo immediatamente i frutti, si vedono dopo”, dicono anche le mamme. “Prima si impara a pregare, più rapidamente diventa una cosa naturale”. Anche padre Thibaud Labesse, cappellano di uno di questi gruppi di bambini, insiste su quest’ultimo aspetto. Le mamme colgono questo fatto soprattutto nel comportamenti che i bambini hanno poi a Messa, perché captano il “mistero” della presenza di Cristo nel tabernacolo.

La sorella Beata aiuta le Missionarie dell’Eucaristia in questo apostolato e riferisce in cosa consistono queste sessioni. Leggono con loro il Vangelo, lo spiegano e poi realizzano disegni da colorare su questi insegnamenti. Poi arriva il momento in cui in gruppi per età si organizzano turni di adorazione in cui si cantano anche delle canzoni e si offrono intenzioni di preghiera.

I piccoli di 4 anni adorano il Santissimo dieci minuti e quelli di otto arrivano già a 25, con intervalli più lunghi di silenzio.

Fucina di vocazioni
Gli organizzatori sottolineano anche che la presenza del sacerdote è importante, e che questi prega con loro. “Nell’adorazione, il bambino entra in intimità con Cristo, in un riflesso dell’amore con il Signore che è un brodo di coltura per le vocazioni”, dice Florence Schlienger, che segue questa missione da 15 anni e ha già visto molti bambini diventare adulti adoratori.

“L’introduzione della presenza di Dio nella vita personale è quello che li porterà alla Chiesa, più che un corso di Teologia”, ha osservato.

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Incontro con Gianna Jessen a La Spezia

Posté par atempodiblog le 29 mars 2017

Incontro con Gianna Jessen a La Spezia
della redazione di La Spezia Cronaca4

Gianna Jessen

Grande partecipazione ieri sera al teatro Palmaria del Canaletto, gremito di oltre quattrocento persone, per l’incontro con Gianna Jessen, la giovane donna americana sopravvissuta ad un aborto.

Era stata concepita da ventinove settimane e mezzo, e pesava poco più di un chilo. «Io sono viva grazie al potere di Gesù Cristo – racconta ad un pubblico attento e partecipe -. Non mi vergogno di essere cristiana. Gesù non è popolare, specialmente quando si tratta di parlare di Lui nello spazio pubblico. La classe intellettuale non lo trova sofisticato. Se non sono considerata sofisticata, va bene. Preferisco scegliere la saggezza. Non vedo perché dovrei raccontare una storia miracolosa e poi vergognarmi del Dio che ha compiuto il miracolo». L’aborto salino avviene per corrosione e il bambino viene espulso dal corpo della madre entro ventiquattr’ore dall’iniezione. Caso molto raro, Gianna non era morta quando venne alla luce. «Erano le sei di mattina, e il medico abortista di Planet Parenthood non c’era ancora. Così l’infermiera chiamò l’ambulanza. Ho un debito di gratitudine per l’infermiera!».

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Era solo l’inizio di una grande avventura. «Quando pesavo due chili dicevano che sarei morta. Ma io non muoio. Persino allora dicevano che quella bambina piccola aveva un incredibile desiderio di vivere. Fui poi trasferita ad una struttura affidataria, con persone orribili. Mi rinchiudevano in una stanza, che è molto traumatizzante per un bambino, perché non ha ancora la percezione del tempo. Mezz’ora può sembrare un anno. Finalmente, fui trasferita presso una persona bellissima, Penny. Avevo 17 mesi, pesavo 15 Kg. e mi era stata diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante la procedura dell’aborto».

«Le femministe radicali dicono che l’aborto riguarda i diritti delle donne. Ma se conta solo questo, dove erano i miei diritti? Perché i diritti delle donne valgono solo se abortiste? Perché non vengo invitata alle marce per le donne in USA? Perché non vogliono sentire parlare una donna che non odia gli uomini?».

«E se il figlio è disabile? Questo argomento si sente spesso, a proposito dell’aborto. Ma è la più alta manifestazione di arroganza. Chi sei tu, persona sana, che si permette di giudicare? Come puoi tu decidere della mia qualità della vita? Che ne sai, che sono infinitamente più felice di chi ha tutte le capacità umane? Trovo anche interessante il fatto che non sarei disabile se non fossi stata sottoposta ad aborto…»

«Considero la paralisi un grande dono. Ho avuto problemi neurologici, specie negli ultimi anni, con grandi difficoltà di equilibrio. Sembra sia effetto diretto del trauma al cervello durante la nascita. Cammino zoppicando, ma in USA vivo una vita normale, guido la macchina, etc. Per camminare ho bisogno di tenermi al braccio di qualcuno, perché è come se il mio cervello mi dicesse “fermati”. Non so se si può guarire. Ma non mi arrenderò mai. Non mi importa se dovrò gattonare fino in cielo».

«E’ un grande onore gattonare fino in paradiso appoggiandomi al braccio forte di Gesù. Voi siete capaci di alzarvi e camminare liberamente? Allora fatemi un favore, non lamentatevi. Il senso dell’equilibrio ha così tanti effetti. Vi è stato dato un grande dono, riconosctelo! Grazie Gesù! Non è popolare parlare di Gesù. Ma se la gente non riesce a capire perché sei felice nonostante abbia sempre bisogno del braccio di qualcuno, questo significa che vogliono sentire parlare di Gesù. Se devo attraversare tutto questo affinché una sola persona debba conoscere Gesù, rifarei tutto dall’inizio. E’ un onore».

«Quando mi diagnosticarono la paralisi, dissero alla cara Penny che sarei rimasta paralizzata tutta la vita. Ma sottovalutavano il potere di una donna buona. E a Dio niente è impossibile. Penny pregava per me e faceva fisioterapia per me tre volte al giorno. Cominciai a tenere su il collo sulla testa. “Farà solo quello”, dicevano. Poi cominciai a gattonare, poi a camminare. Dieci anni fa, ho corso due maratone. Non sono un atleta. Ma non è questo il punto, il punto è completarle. Ci misi sette ore, a Londra otto. Erano rimasti solo i servizi medici. Ora vorrei scalare una montagna. Non contemplo la sconfitta. Se continuo a considerare la cima della montagna nella mia mente, vinco».

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«Poi venni adottata dalla figlia della madre affidataria. Così, molto inusualmente, Penny diventò mia nonna. Ma rimasi legata a lei come madre. Credo che Dio sapeva che il mio spirito si sarebbe infranto se mi fossi staccata da Penny. Per il resto, la mia adozione è stata una sfida. Già da bambina ero incompresa. Non veniva apprezzata la mia forte volontà. Era considerata sfidante. Ma ero abbastanza dolce, se posso dirlo di me stessa. Ci vuole una volontà forte per sopravvivere ad un aborto, imparare a camminare e re-imparere, dopo un’operazione alla spina dorsale a dieci anni, viaggiare, raccontare questa storia, parlare di Gesù. Se avete un bambino con una volontà forte, non rimproveratelo, ma educatelo. Di fronte ad una forte pressione, gran parte delle persone scappano, chi ha volontà forte resiste».

«Mi chiedono sempre: “Hai mai incontrato tua madre? E’ stato un incontro commovente, come in un film? Stavo nel mezzo di un evento come questo. Mentre salutavo tutti, una donna si avvicinò, senza preavviso. “Ciao, sono tua madre”, disse. Immediatamente iniziai a pregare tra me. “Aiutami Gesù!”. Sentivo come se l’universo mi stesse cadendo addosso. Ma sapevo che la mia battaglia non è contro di lei, come so che la mia battaglia non è contro una donna che ha avuto uno o più aborti, o contro un uomo che ha pagato per un aborto. Se volete essere liberi da un aborto fatto, pregate Gesù. Lui è morto sulla croce anche per quell’aborto. Perché non accettare questa possibilità di misericordia? Se avete avuto un aborto, non interpretate la mia voce come una condanna. Sarebbe una voce sbagliata. Dovete invece ascoltarla come voce della grazia, che è Gesù. Tornando all’incontro con mia madre, le risposi: “Sono cristiana e ti perdono”. “Non voglio il tuo perdono”, replicò la madre, aggiungendo: “sei una disgrazia per la mia famiglia” e iniziò a parlar male di mio padre, adirata. In quel momento, Dio mi disse che cosa fare. “Sono cristiana e ti perdono, ma non ti permetterò di parlarmi oltre in quel modo”, dissi. Me ne alzai e andai via. Perché vi racconto questo? Perché non possiamo essere definiti dalla nostra origine. Forse avete avuto una vita difficile. Ma non siete obbligati a essere vittime. Il vittimismo porta ad una prigione interiore. Tu puoi essere il primo della tua famiglia a fare qualcosa. E’ Gesù che mi definisce. Sta a voi scegliere, oggi, se volete vivere come vittime o nella vittoria».

«Chiedo scusa a tutti gli uomini da parte delle femministe, che vi dipingono come cattivi solo perché uomini. Certo, siamo uguali in valore e dignità, ma anche differenti. Questo è ovvio, ma, per qualche motivo, oggi bisogna parlare anche di cose ovvie, perché non tutti le percepiscono. Ci sono tante donne che hanno piacere a essere donne. Credo che il fatto di non permettere alle donne di essere tali e agli uomini di essere tali abbia creato molti problemi. Non mi dà fastidio se un uomo mi aiuta in quanto donna. Le donne sono fatte per essere adorate. Alcune delle donne più arrabbiate che ho incontrato sono semplicemente arrabbiate con un solo uomo, che non ha avuto cura di lei, tipicamente il padre. Perché era passivo o non coraggioso o violento o negligente o rimaneva in silenzio quando non doveva. Per questo, hanno voluto punire gli uomini».

«Uomini, voi siete fatti per essere coraggiosi, non passivi. Siete fatti per difendere uomini e bambini, non per usarci e abbandonarci. Potreste considerare di sposare una donna prima di andare a letto con lei. Non voglio essere usata e dimenticata. Voglio un uomo d’onore. E’ possibile guardare le donne con un cuore puro. Forse siete stati promiscui, o dipendenti dalla pornografia. Ma, se non volete essere questo tipo di uomo, chiedetelo a Gesù. Parlategli di tutto questo, ditegli che non riuscite a essere l’uomo che vorreste. Chiedetegli cuore puro e mente pura. Ve li darà. C’è molto più potere nella purezza che nell’impurezza».

«Giovani donne, non serve andare dietro ai ragazzi, mendicando la loro attenzione e approvazione. E’ lui che dovrebbe portarvi in giro, pagarvi quello che mangiate, essere fantastico. E’ lui che deve cacciarci. E’ nel suo sangue, gli dovete solo dare la chance di essere uomo. Forse state pensando che non so quello che dico. Potete prendere questa verità o ignorarla, ma non potrete dire che non vi è stato detto. Forse queste cose non sono popolari. Ma non sono sopravvissuta all’aborto per essere popolare. Ho attraversato l’inferno, posso sopportare anche qualcosa in più».

Rispondendo ad una domanda di Giorgio Celsi, presidente nazionale e fondatore dell’associazione “Ora et labora per la vita”, che organizza veglie di preghiera all’esterno di ospedali dove si praticano aborti, la Jessen ha incoraggiato alla testimonianza pubblica, «pacifica e gentile. Credo sia cruciale l’avvicinarsi in spirito di amore, dignità e grazia alle persone che sono in crisi, tra cui quelle sull’orlo di un aborto. Ascoltare è fondamentale. Durante una contro-manifestazione ad una marcia per la vita, alcune gridavano per i diritti donne. Ho iniziato anch’io a gridare verso di loro: “Non capite quanto siete amate da Gesù? Non importa quello che è successo, Gesù vi ama ancora!”. Le ho choccate. Si aspettavano che le insultassi a mia volta».

Prima di Gianna Jessen ha parlato il dottor Paolo Migliorini, già primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale di Massa. Negli anni ’70, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, «per superficialità ed opportunismo», divenne medico abortista, conforme alla moda radical-chic. «Iniziai a pormi la questione morale, ma con molta pigrizia. Poi ebbi la fortuna/sfortuna di fare un taglio cesareo su cadavere e il bambino che ho estratto dal ventre materno ora ha trentatre anni. Mia moglie mi regalò un libro: “Ipotesi su Gesù”. Mi fece riflettere e capire che la strada per avere un perdono era molto difficile, ma era solo quella della misericordia di Dio». «L’attacco all’obiezione di coscienza c’è sempre stato. Ma adesso probabilmente la politica e la lobby abortista hanno acquisito consapevolezza che i medici sempre più frequentemente smetteranno di fare aborti. Chi fa aborti fa un’esperienza devastante, che alla lunga lo costringere a smettere. Si potrebbe proporre che ai sostenitori della legge abortista venga insegnato come si fa, e poi gli aborti li fanno loro. Per questo sono molto preoccupati». «Un episodio particolare? Riguarda una studentessa universitaria che abortì anche per mia responsabilità. Lei non voleva, ma tutti attorno a lei volevano che abortisse. Dopo alcuni mesi, la madre mi chiese aiuto perché la figlia aveva problemi psichiatrici. Mi fece leggere una lettera che la ragazza aveva scritto a se stessa, con la grafia e gli errori di ortografia di un bambino delle elementari: “Cara mamma, sono molto dispiaciuto che non ci siamo potuti conoscere, ma sono ancor più dispiaciuto che non ci potremo mai incontrare, perché, dove sono io, le mamme che uccidono i propri bambini non possono venire”».

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Introdotta dal presidente Mario Polleschi, una volontaria del Centro di Aiuto alla Vita della Spezia, Anna, ha letto la lettera scritta nel 2013 da una signora spezzina, che non se l’è sentita di venire a portare la propria testimonianza dal vivo. Rimasta incinta del quarto figlio e avendo perso il lavoro un anno prima, Paola sembrava non avere alternative all’aborto, specie secondo l’opinione dei suoi conoscenti. Però era titubante. Trovò un opuscolo del CAV e rimase stupita della tempestività con cui una volontaria rispose alla sua richiesta di aiuto, anche materiale. “Spiegai in breve la mia situazione – dice la lettera -, e vedevo che lei capiva. I miei dubbi, però rimasero. Il giorno fissato per l’aborto chimico utilizzando la pillola RU486, mi recai in ospedale e, per una serie di coincidenze fortunate – o forse il Signore mise la sua mano -, ebbi modo di prendere coscienza della mia volontà. Con mia sorpresa mi senti meglio, allora capii… Il medico arrivò in ritardo, e questo mi diede modo di pensare. L’infermiera mi diede la pastiglia per la “revisione”, il modo in cui i medici chiamano l’aborto. Dietro sua insistenza, la misi in bocca. Mi chiese di bere l’acqua davanti a lei e me lo chiese insistentemente. Non ci riuscii e la sputai. In una frazione di secondo, io ed il mio bambino avevamo deciso per la vita . Fu un momento forte, definibile come istinto di sopravvivenza di mio figlio, già presente”.

A trarre la riflessione finale è stato don Franco Pagano, rettore del seminario, che ha portato i saluti del vescovo Luigi Ernesto Palletti. «Viviamo di messaggi rapidi, di risposte senza radici. Viviamo di emozioni che non ci permettono di cambiare noi, figurarsi il mondo. Portiamo nel cuore, senza giungere a conclusioni affrettate, quanto abbiamo ascoltato oggi! In ogni situazione Dio ci vuole lasciare un messaggio. Da sacerdote, non di rado incontro persone che sono state coinvolte in un aborto. Si può sempre vedere la presenza del Signore, che dà un’opportunità di grazia anche per chi ha vissuto un’esperienza di morte. Il male non si vince opponendo altre male, ma costruendo il bene. Approfittiamo di questa opportunità di riflessione, davvero ricca, che ci è stata data proprio in Quaresima per dare nuova forza al nostro cammino!».

Due giovani volontari dell’associazione ProVita hanno presentato un filmato sulla settima Marcia nazionale per la vita, a cui parteciperà anche Gianna Jessen. Si terrà a Roma sabato 20 maggio, e un pullman verrà organizzato in partenza anche dalla Spezia.

L’incontro è stato presentato da Simona Amabene, giovane originaria di Roverano, che ha fondato la “Costola Rosa”, opera di evangelizzazione orientata ad aiutare le donne a fare esperienza dell’amore di Dio.

Al termine, una lunga fila si è creata verso il palco per poter parlare personalmente con Gianna Jessen, che si è intrattenuta a lungo in teatro.

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I tifosi della legalità bloccano l’ambulanza

Posté par atempodiblog le 28 mars 2017

I tifosi della legalità bloccano l’ambulanza
Viaggiava a sirene spiegate ma due cittadini l’hanno fermata perché contromano: denunciati
di Massimo Massenzio – La Stampa

I tifosi della legalità bloccano l’ambulanza dans Articoli di Giornali e News
I due attivisti hanno ripreso il blocco al mezzo di soccorso con i loro telefonini e poi hanno pubblicato il filmato salvo rimuoverlo dopo pochi giorni

«Al grido di “vergogna, vergogna” li abbiamo fatti tornare indietro in retromarcia». Il post sulla pagina Facebook di Torino Sostenibile, cancellato qualche giorno fa, racconta l’assurda «impresa» di Claudio e Paolo, due automobilisti che lo scorso 20 marzo hanno sbarrato la strada a un’ambulanza della Croce Rossa di Beinasco che stava trasportando un paziente con un’emorragia interna. Era appena uscita dall’ospedale San Luigi e, per evitare il traffico delle 16, l’autista aveva imboccato in contromano l’ingresso dell’Interporto di Orbassano, una manovra che ha talmente indignato i due “paladini” del codice della strada da spingerli a improvvisare un posto di blocco. A nulla sono valse le spiegazioni dell’operatore del 118: il mezzo è dovuto tornare indietro, perdendo almeno una ventina minuti nel traffico della circonvallazione.

INTERVENTO D’URGENZA
Poco dopo il paziente è stato ricoverato alle Molinette e sottoposto d’urgenza a un intervento chirurgico salvavita, mentre in serata Claudio, di professione tassista, ha cercato gloria sui social network: «L’ambulanza entra in contromano senza nessun motivo e avanza decisa», ha scritto. Corredando il racconto con tanto di fotografie che hanno reso possibile l’identificazione del suo compagno di avventura: «Meno male che sono volontari che aiutano i cittadini nel momento del bisogno, ma almeno quando girano a vuoto non mandino le persone all’ospedale per colpa loro».

Il post è rimasto online per qualche ora, incassando molti «like», qualche esplicito plauso ma anche diversi commenti perplessi. Alcuni utenti hanno fatto notare che ai mezzi di soccorso, con lampeggianti accesi, è concesso derogare alle norme del codice della strada e fermare un’ambulanza, in qualsiasi caso, non è mai una grande idea. Alla fine il racconto e le foto sono stati rimossi, ma Claudio e Paolo sono stati comunque denunciati per interruzione di pubblico servizio.

LA DENUNCIA
«Ritengo doveroso tutelare la mia associazione da eventuali azioni legali che potrebbero essere intraprese in seguito a un possibile aggravamento del paziente trasportato – ha spiegato Davide Castelli, presidente della Croce Rossa di Beinasco, che ha sporto querela presso i carabinieri di Beinasco -. Ma voglio soprattutto difendere il mio personale che lavora ogni giorno».

Castelli è stato contattato da Claudio e Paolo, che hanno provato a scusarsi in tutti i modi, ma per il momento non ha nessuna intenzione di ritirare la querela: «Nonostante le spiegazioni del nostro autista, che si è comportato in maniera ammirevole, senza reagire a insulti e provocazioni, quei due soggetti hanno continuato il blocco. Mentre uno filmava la scena, il secondo ci ha fatto perdere ulteriore tempo chiedendo le generalità del nostro operatore. Come fosse un tutore dell’ordine. Solo grazie all’intervento dell’infermiera è stato possibile fare retromarcia». Il presidente della Cri si augura che episodi come questo non si debbano più ripetere: «Il servizio che garantiamo noi e tutte le realtà come la nostra, 365 giorni all’anno e 24 ore su 24, non è un gioco. Chi si permette di fermare un’ambulanza in corsa per avere un “mi piace” su qualche social network si deve rendere conto della gravità di quello che sta facendo».

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80 anni fa moriva Gilbert Keith Chesterton

Posté par atempodiblog le 14 juin 2016

80 anni fa moriva Gilbert Keith Chesterton
Da un paio di decenni l’Italia sta riscoprendo e cominciando a valorizzare il pensiero acuto e gli aforismi taglienti del grande apologeta britannico a cavallo tra XIX e XX secolo. A venti lustri dalla sua nascita al cielo lo ricordiamo con un appassionato ritratto – tributo di gratitudine e riconoscenza
di Emiliano Fumaneri – La Croce – Quotidiano
Tratto da: Radio Maria

GK Chesterton

Nel mondo pagano con «dies natalis» si intendeva la venuta al mondo, cioè la nascita. Fu la fede cristiana a cambiare significato a questa espressione: da allora in poi il giorno della nascita sarebbe stato quella della morte, perché per un cristiano entrare nella morte è entrare nella vita eterna. È un paradosso supremo che non possiamo certo mettere tra parentesi mentre ci accingiamo, con timore e tremore, a onorare il «dies natalis » del maestro indiscusso dei paradossi: Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore londinese morto esattamente ottanta anni fa, il 14 giugno del 1936. Quasi impossibile tracciare in poche righe un profilo che possa rendere la benché minima giustizia a un gigante (nel senso letterale della parola) come Chesterton. A lungo nel nostro paese GKC (come era chiamato) è stato noto solo per essere l’inventore di Padre Brown, il prete-detective capace di sbrogliare i casi più contorti con un mix di buon senso, fede e intuizione. Nato il 29 maggio 1874 a Londra in una famiglia della borghesia anglicana (poi passata alla Chiesa Unitaria), Chesterton fu pittore nella giovinezza, poi giallista, romanziere, umorista, critico letterario, apologeta della fede cristiana. I racconti chestertoniani, confezionati da una pirotecnica fantasia capace di produrre atmosfere imprevedibili, abbondano di un umorismo brillante e arguto. Jorge Luis Borges una volta osservò: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

Nello spazio qui a disposizione cercheremo, più che di tracciarne un profilo, di far assaporare alcune delle più acute intuizioni della filosofia chestertoniana. GKC in verità non reputava di averne una propria. Come ebbe a chiarire in una occasione: «Non la chiamerò la mia filosofia, perché non l’ho fatta io: l’hanno fatta Dio e l’umanità; ed è questa filosofia che ha fatto me». La maniera più chestertoniana per parlare dello stile di Chesterton è forse partire dal fatto della sua nascita, con le parole che egli stesso usa per descriverla: «Piegandomi con cieca incredulità, come sono solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono d’opinione certissima d’essere nato il 29 maggio 1874, a Campden Hill, Kensigton». Così comincia la sua “Autobiografia”. Qui c’è già tutto Chesterton: il suo realismo, il suo senso della tradizione, il suo stile paradossale e polemico, al limite della provocazione. E, fatto non trascurabile, anche la sua data di nascita, «la cosa più importante che possa capitare a un uomo», perché «la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere». Nulla è più reale della nascita: che siamo nati lo prova il fatto che siamo qui a ricordarlo. Ma è altrettanto vero che nulla è più paradossale di un evento che ci ha visti protagonisti a un tempo assoluti e passivi. Noi eravamo lì, indubbiamente, eppure non ricordiamo nulla del nostro esordio sulla scena del mondo. Per saperne qualcosa dobbiamo giocoforza affidarci a testimoni degni della nostra fiducia, e ciò inevitabilmente richiede di doversi collocare all’interno di una tradizione. Questa ragione aperta, grande come un cuore traboccante d’amore, spiega la considerazione che Chesterton aveva della tradizione. Il suo realismo non poteva fare a meno della testimonianza personale di esseri in carne ed ossa.

Nella vita di ognuno di noi, come in quella di ogni società umana, c’è un testimone insostituibile. È questa l’autentica tradizione, che GKC chiama anche la «democrazia dei morti». Non un retaggio astratto di «valori», ma una trasmissione di certezze comprovabili dall’esperienza e perciò autentica fonte di conoscenza: «Quando vostro padre passeggiando per il giardino vi diceva che le api pungono o che le rose hanno un dolce profumo, voi non parlavate di prendere il meglio della sua filosofia. Quando le api vi hanno pizzicato non avete detto che era una divertente coincidenza… No, voi avete creduto a vostro padre perché vi è sembrato uno che fosse una viva sorgente di fatti, uno che realmente ne sapeva più di voi, uno che vi avrebbe detto la verità domani come ve l’aveva detta oggi». Chesterton fu quindi nemico giurato di ogni ragione raziocinante, autoreferenziale, svincolata dalla realtà. In uno dei capitoli iniziali di “Ortodossia” (1908), forse il suo capolavoro filosofico, tratteggia in maniera mirabile una sorta di “fenomenologia della pazzia”. Il folle, scrive, non è colui che ha perso la ragione. Al contrario, egli è «un ragionatore, spesso un ottimo ragionatore» le cui spiegazioni «sono sempre complete e spesso, un senso puramente razionale, esaurienti, o, per essere precisi, la spiegazione del pazzo, se non è conclusiva, per lo meno è tale che non ammette replica». Eppure sarebbe un errore dar credito a simili vaneggiamenti, poiché «la sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma pur essendo egualmente infinito, non è egualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto». Pertanto pazzo «non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Disputare con lui è improduttivo, anzi è assai probabile avere le peggio in una simile discussione, visto che «il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza». La chiave della conoscenza per GKC non sta tanto in una serie di deduzioni logico-matematiche, ma procede piuttosto per somma di esperienze giudicate vere dalla ragione. Si tratta cioè di fatti, di semplici fatti che corrispondono al bisogno di verità dell’uomo. Il mondo per lo scrittore britannico non è un insieme caotico e senza senso. Al contrario, è pieno di indizi, di segnali, di segni che convergono in una direzione. Qual è questa direzione univoca? Un punto a noi invisibile, verso il quale tutti quegli indizi tendono, e la cui presenza rappresenta la sola spiegazione ragionevole della nostra esistenza. La realtà, in altri termini, implica il mistero perché tutto in essa continua a indicarlo. «Tutto il segreto del misticismo è questo: l’uomo può capire tutto con l’aiuto di quello che non capisce».

L’alternativa a questo misticismo diffuso dove tutto è segno del mistero è il nulla. Chesterton conosceva bene gli abissi della disperazione. In gioventù, appena ventenne, era stato colpito da una forte forma di depressione per via dell’insuccesso universitario e dell’allontanamento dai vecchi amici di scuola. L’insorgere di domande esistenziali infine lo aveva fatto precipitare nello scetticismo, spingendolo fino ad accostarsi allo spiritismo. Per sfuggire a questo cupo pessimismo, scrive sempre nella sua autobiografia, si inventò allora «una teoria mistica rudimentale e minacciosa » il cui caposaldo si riduceva sostanzialmente a questo: «anche la sola esistenza, ridotta nei suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante. Tutto era magnifico, paragonato al nulla». Ben prima di diventare cattolico (si convertirà al cattolicesimo romano solo nel 1922) Chesterton diventò realista. Giunse alla conclusione che l’esistente aveva valore in sé: il solo fatto di essere al mondo è cosa buona e giusta. I mali del nostro mondo per GKC si spiegano proprio con una drammatica scissione tra pensiero e realtà. È da questa frattura tra spirito e vita che è derivato un mondo sradicato, che ancora si muove nel solco del cristianesimo (non potendone fare a meno) senza tuttavia più sostenersi in esso: «Il fatto è questo: il mondo moderno coi suoi moderni movimenti vive sul capitale cattolico che possiede. Esso usa e abusa delle verità che gli rimangono dell’antico tesoro del Cristianesimo, comprese naturalmente molte verità già note all’antichità pagana ma che nel Cristianesimo si sono solidificate. Non è vero che stia suscitando certi suoi nuovi entusiasmi.

La novità è soltanto questione di nomi e di etichette, come nei moderni annunci pubblicitari, e sotto ogni altro aspetto si tratta di novità puramente negativa. Non si ha l’inizio di cose nuove che si possano portare bene avanti nell’avvenire. Al contrario si stanno raccattando vecchie cose che non sarà affatto possibile portare avanti. Poiché sono queste le due caratteristiche degli ideali della morale moderna: primo, che essi sono stati presi a prestito o strappati dalle mani dell’antichità o del Medio Evo; secondo, che in mano ai moderni essi rapidamente avvizziscono». Per questo il pensiero moderno appariva a Chesterton come una serie di verità «impazzite » che, separate dal corpo in cui sono nate e dal quale possono rinascere, si muovono come allo sbando. «Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta». A nessuno oggi sfugge il valore profetico di queste parole, in un mondo dove lo «scarto» degli esseri umani più deboli e indifesi è giudicato dall’intellettualità mainstream come un atto di «carità», dove dare la morte è stimato come un gesto di estrema «pietà».

Una simile follia ha una sua logica, ma per l’appunto è una logica folle. Come uscirne? Chesterton proponeva l’apparente follia del paradosso. Il paradosso è il suo principale strumento argomentativo. Con la sua apparente assurdità (grazie anche all’abilità letteraria di Chesterton) il paradosso scuote l’ascoltatore, risvegliandolo dalla sonnolenza in cui cade una mente abituata al torpore dei luoghi comuni. GKC è consapevole che il paradosso è al cuore della fede cristiana. Sicuramente folle doveva apparire ai suoi contemporanei san Francesco d’Assisi (al quale ha dedicato una straordinaria biografia, come a quel grande realista che è stato san Tommaso d’Aquino). Per chiarire ai suoi lettori lo spirito di Francesco, Chesterton evoca la leggenda medievale intitolata “Il giocoliere di Nostra Signora”. La leggenda racconta di un acrobata diventato poi monaco il quale, non avendo altro da offrire alla Vergine, le avrebbe offerto l’unica cosa che sapeva fare: le sue acrobazie. Si mise perciò a pregare a testa in giù sorreggendosi con le mani. San Francesco, il “giullare di Dio”, condivideva questo spirito: vedere il mondo sottosopra ti porta a vederlo nella sua originaria dipendenza da Dio. Visti al rovescio, gli alberi appaiono letteralmente aggrappati alla terra, cioè dipendenti dal Creatore di tutte le cose. Per questo i grandi santi sanno guardare alla realtà con un sguardo più lieve, meno serioso del disperato per il quale tutto si gioca qui, in questa realtà. I santi, sapendosi dipendenti da Dio, sono capaci di abbandono fiducioso. Per questo umiltà e umorismo sono virtù sorelle, entrambe rimandando all’«humus», alla terra. «La serietà non è una virtù», afferma il Nostro. «La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». In questa eredità, fatta di speranza, gioia e realismo, sta forse il patrimonio più prezioso consegnatoci da G. K. Chesterton.

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Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto. Dall’esordio a Milanello ai trionfi più importanti

Posté par atempodiblog le 20 février 2016

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto. Dall’esordio a Milanello ai trionfi più importanti
di Simone Radaelli – Sport Mediaset

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

 

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

L’inizio: il 20 febbraio 1986 Silvio Berlusconi acquista il Milan con l’idea di costruire la squadra più forte del mondo. Trova in panchina Nils Liedholm e porta subito con sé un giovanissimo Adriano Galliani.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Fin da subito si respira un’aria nuova a Milanello e tra i tifosi rossoneri torna l’entusiasmo. Berlusconi vuole fare le cose in grande e nel luglio 1986 presenta la squadra all’Arena atterrando con il suo elicottero sulle note de La Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il 15 maggio 1988 il Milan pareggia a Como e si laurea Campione d’Italia per l’11.esima volta nella storia. E’ il primo trofeo dell’era Berlusconi. Grande protagonista Ruud Gullit che conquista anche il Pallone d’Oro. Da qui inizia il ciclo di vittorie del presidente.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Un anno dopo (il 24 maggio 1989) la vittoria più bella. Milan sul tetto d’Europa a Barcellona grazie al magnifico 4-0 contro la Steaua Bucarest. La Coppa dei Campioni torna nella Milano rossonera dopo 20 anni. Berlusconi scende in campo a festeggiare: un trionfo che non dimenticherà mai.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

La storia si ripete nel 1990: è il 23 maggio quando il presidente Berlusconi alza al cielo la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. Successo per 1-0 sul Benfica nella finale di Vienna con gol di Rijkaard. E’ il secondo capolavoro di Arrigo Sacchi.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Al termine della stagione 1991 Arrigo Sacchi lascia il Milan dopo il secondo posto in campionato e Silvio Berlusconi ingaggia Fabio Capello. Un’altra mossa vincente del presidente rossonero: inizia un altro ciclo vincente in grado di ripetere le imprese del Milan dell’allenatore di Fusignano.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il celebre taglio della torta per festeggiare il secondo scudetto di Berlusconi, il dodicesimo del Milan. Una cavalcata trionfale con Capello in panchina e Van Basten sugli scudi in campo. L’olandese è capocannoniere con 25 gol in 31 partite. E’ il Milan degli invincibili: nessuna sconfitta in campionato.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

“Una partita stregata”, così l’ha definita Silvio Berlusconi. A Monaco il Milan perde 1-0 la finale di Champions League contro il Marsiglia. E’ la prima sconfitta significativa dell’era Berlusconi. I rossoneri si consolano vincendo il campionato.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Massaro, Massaro, Savicevic e Desailly: il Milan batte 4-0 il Barcellona di Cruijff e torna sul tetto d’Europa. Il 18 maggo 1994 è una data speciale per Silvio Berlusconi perché nello stesso giorno ottiene la fiducia dal Senato per il suo governo e conquista la terza Champions personale.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Jeans, camicia rosa e giubbottino di renna: Marco Van Basten che cammina sul prato di San Siro nell’agosto del 1995. E’ il suo addio al calcio per problemi fisici, l’immagine più triste stampata nella mente di tutti i rossoneri. Un dolore immenso anche per Silvio Berlusconi.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Senza Van Basten il Milan si conferma Campione d’Italia grazie a Weah e Baggio. E’ l’ultimo successo di Fabio Capello che passa al Real Madrid. Berlusconi punta su Oscar Tabarez che si rivelerà essere un fallimento. Dopo pochi mesi l’uruguaiano viene esonerato e inizia il Sacchi bis che si conclude con l’undicesimo posto in Serie A.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Nell’estate 1997 Silvio Berlusconi richiama Fabio Capello dopo l’anno vittorioso in Spagna alla guida del Real Madrid. Niente fasti del passato: l’avventura finisce male con il decimo posto in campionato.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Dopo due anni, il Milan torna al successo del campionato nel 1999 con Zaccheroni in panchina. Memorabile la rimonta sulla Lazio nelle ultime giornate di campionato e la partita di Perugia con la grandissima parata scudetto del giovane Abbiati su Bucchi.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il regalo per lo scudetto si chiama Andriy Shevchenko. Nell’estate l’attaccante arriva dalla Dinamo Kiev e inizia la sua scalata al mondo rossonero. Una storia vincente fatta di tanti gol.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

E’ l’11 maggio 2001 e a San Siro va di scena il derby. Una partita che entra di diritto nella storia rossonera: il Milan batte 6-0 l’Inter. In panchina Cesare Maldini, doppiette di Comandini e Shevchenko e gol di Giunti e Serginho. Tre giorni dopo Silvio Berlusconi vince le elezioni e torna Presidente del Consiglio.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il 5 novembre 2001 Carlo Ancelotti sostituisce Fatih Terim sulla panchina del Milan. La terza intuizione geniale per la panchina di Silvio Berlusconi. Inizierà il terzo ciclo importante di vittorie.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il 28 maggio 2003 il Milan torna a vincere la Champions League. Lo fa a Manchester nelle finale contro la Juve grazie al rigore decisivo di Shevchenko. Paolo Maldini solleva la quarta Coppa dei Campioni del presidente Silvio Berlusconi. Pochi giorni dopo anche la vittoria dell’unica Coppa Italia in finale contro la Roma e grande festa all’Ippodromo con due trofei in più in bacheca.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Nel maggio 2004 il Milan torna ad appicicarsi lo scudetto sul petto. Il giorno della festa rossonera coincide anche con l’addio al calcio di Baggio che con la maglia del Diavolo ha scritto una pagina importante di storia.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

In estate il Milan accoglie un nuovo fenomeno: si chiama Kakàe arriva dal San Paolo tra lo scetticismo di molti che poi dovranno ricredersi. Un nuovo campione entra nella scuderia di Silvio Berlusconi.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

“Cancellerei Istanbul”, così il presidente Silvio Berlusconi ricorda la fatale finale di Champions League di Atene contro il Liverpool. Tutti sanno come è finita. Il punto più basso dei 30 anni alla guida dei rossoneri.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il 2007 è l’anno della vendetta al Liverpool, lo scenario è quello di Atene. Doppietta di Inzaghi e quinta Champions League alzata al cielo dal presidente Berlusconi. Il Milan è tornato a spaventare l’Europa.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

E’ dicembre 2007 e il Milan torna sul tetto del mondo. A Yokohama il Milan batte il Boca Juniors (altra vendetta) e conquista la prima edizione del Mondiale per Club. Un anno trionfale con anche la conquista della Supercoppa Europea contro il Siviglia.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il Milan dei brasiliani. Nell’estate 2008 Silvio Berlusconi si regala Ronaldinho. Il Gaucho, ancora oggi, ha un posto speciale nel cuore del presidente rossonero.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Nell’estate 2009 si chiude il ciclo Ancelotti e Berlusconi, convinto da Galliani, mette in panchina Leonardo. Scelta non felice e un anno dopo la separazione: “E’ un testardo e fa giocare male la squadra”.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il 2010 segna l’arrivo di Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera e Berlusconi compra Ibrahimovic dal Barcellona e Robinho dal Manchester City.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Il primo anno di Allegri si conclude con la vittoria dello scudetto: il 18.esimo e ultimo fin ora dell’era Berlusconi.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

L’era di Allegri finisce dopo quattro anni con solo uno scudetto e una Supercoppa Italiana. Nel gennaio 2014 Berlusconi vuole sulla panchina Clarence Seedorf. L’olandese, però, dura solo sei mesi sulla panchina rossonera.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Nuovo cambio in panchina: in estate arriva Pippo Inzaghi, promosso dalla Primavera. Un anno di alti e bassi e nessun trofeo. Finisce anche la sua avventura.

Milan: 30 anni di Berlusconi con 30 foto

Berlusconi festeggia negli spogliatoi l’ultima vittoria nel derby contro l’Inter: secco 3-0 ai cugini. Il presidente è raggiante e si congratula con Mihajlovic.

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Family Day 2016, anatomia di un trionfo

Posté par atempodiblog le 1 février 2016

Family Day 2016, anatomia di un trionfo
di Giuliano Guzzo

family day 30 gennaio

Il giorno successivo ad una grande manifestazione, tradizionalmente, è quello dei bilanci e il Family Day 2016 non fa certo eccezione. Dunque, successo o fallimento? L’evento ha rispettato o deluso pronostici? Chi c’era – e ieri ha visto il Circo Massimo letteralmente invaso – difficilmente oggi parlerà di flop anche perché, in effetti, le immagini sono chiarissime nel documentare l’affluenza di una vera e propria marea umana. Viceversa i critici della manifestazione, fino all’altro giorno uniti nel giudicarla – senza, per la verità, grande originalità terminologica – «medievale», dalle ore successive alla stessa hanno prevalentemente preso di mira la stima di due milioni di partecipanti, diffusa nel corso dell’evento. Chi ha ragione, allora? Quanti ritengono Family Day 2016 un indubbio successo o gli scettici sulle effettive adesioni alla stessa?

Prima di rispondere, credo occorra anzitutto un passo indietro ricordando come la manifestazione di ieri presenti – oggettivamente – delle caratteristiche uniche. Primo elemento di unicità: i tempi di organizzazione, strettissimi. Basti ricordare che fino a poche fine settimane fa non solo non era certa la data del Family Day 2016, ma neppure il luogo, che da piazza San Giovanni è stato praticamente all’ultimo spostato al Circo Massimo. Secondo aspetto più unico che raro è l’organizzazione, che non ha potuto contare né sulle tessere o sulla fedeltà tipica dei militanti di partito né sugli sconti che le sigle sindacali, di solito, propongono ai propri iscritti in occasione dei raduni promossi. Il Family Day 2016, promosso dal comitato “Difendiamo i nostri figli” – altra associazione costituita in tempi recentissimi – è stato a tutti gli effetti una manifestazione nata dal basso.

La stessa CEI ha appoggiato per bocca del proprio Presidente, il cardinal Angelo Bagnasco, il Family Day 2016 quando la macchina organizzativa dell’evento era già avviata, a differenza del Family Day 2007, che ebbe nella Conferenza episcopale italiana non solo un alleato, ma un deciso promotore sin dall’inizio. Alla luce di detti elementi – la tempistica strettissima, l’assenza di sostegni dall’alto e di finanziamenti – solo la malafede o peggio l’invidia potrebbe spingere a negare come la manifestazione di ieri sia stata un successo straordinario sotto molteplici punti di vista. Incluso il messaggio di netta contrarietà al disegno di legge Cirinnà, anche questo privo di rappresentanza politica. Infatti, anche se da un lato è vero che al Circo Massimo hanno presenziato alcuni politici, dall’altro è chiaro come politica, fatta eccezione forse per Lega e FdI, sia a larga maggioranza favorevole alle unioni civili.

Unioni civili – anche questo è doveroso sottolinearlo – che la marea umana presente al Circo Massimo non ha contestato solo per l’adozione del figliastro, la cosiddetta stepchild adoption, che legittimerebbe, di fatto, l’utero in affitto, ma proprio in quanto unioni civili che andrebbero iniquamente a confondere la famiglia fondata sul matrimonio con altre unioni. La forza del Family Day 2016 si è dunque concretizzata in almeno due aspetti diversi e, direi, per nulla trascurabili: quello organizzativo e quello contenutistico, che pur non avendo visto proferire dal palco dell’evento neppure una sillaba contro le persone omosessuali – anzi! -, è stato nettissimo nel rigettare l’intero impianto del disegno di legge Cirinnà. Una contrarietà che è stata espressa in modo chiaro e argomentato, senza la minima dimostrazione di “oscurantismo”.

A questo proposito, sarebbe bello capire da quanti – specie sui social network – hanno detto le cose peggiori sul Family Day, sulla base di quali elementi apostrofano come ignoranti e retrogradi coloro che vi hanno partecipato. Ieri al Circo Massimo io c’ero e posso dire d’aver salutato, fra gli altri, giovani laureandi, avvocati, medici e docenti universitari. Tutta gentaglia che non ha mai preso in mano un libro? Ne siete proprio sicuri, cari paladini del Progresso? Certo, fra i manifestanti c’era anche tantissima gente semplice, ma prima di avventurarmi in critiche temerarie quanto infondate – nel senso che non partono dal dato di realtà, dunque da un vero fondamento, bensì dal solo pregiudizio – starei molto attento, specie nella misura in cui queste critiche sono vibrate, di fatto, ad un intero popolo. E veniamo ora al punto più discusso: quello del numero dei presenti, ieri, al Circo Massimo.

La stima di due milioni, prt molti, è esagerata. Personalmente, avendo preso parte a una manifestazione dove due milioni di persone c’erano veramente – la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, a Madrid, evento pure quello pieno di cattolici non timorosi di dichiararsi tali (ma non ditelo ai critici del Family Day, altrimenti s’inacidiscono ancor di più) -,potrei anche dubitare del fatto che a Roma, ieri, ci fosse così tanta gente. Tuttavia, come detto, al Circo Massimo – a differenza dei critici dell’evento – io c’ero e assicuro che la marea umana era impressionante, tanto da costringere centinaia anzi migliaia di persone all’esterno. Chi poi, per criticare la manifestazione, fa confronti fra fotografie del Circo Massimo di concerti che immortalano quasi solo il palco con altre scattate ieri nella piccola parte dell’area transennata e inaccessibile (quindi per forza di cose vuota), si commenta da solo.

Tuttavia, poniamo pure che al Family Day ci fossero 3,4,500.000 persone – posto che secondo me i partecipanti erano parecchi, ma davvero parecchi di più -: qualcuno può fare qualche esempio, nella storia d’Italia, in cui un raduno simile di persone sia stato organizzato in poche settimane, senza alcuna forma di contributo e con i mass media che hanno speso i giorni precedenti non solo a non pubblicizzarlo più di tanto, ma a remare in senso opposto (vedasi, per esempio, gli orecchini arcobaleno esibiti da Barbara d’Urso)? Avanti, su, sarei proprio curioso di avere una risposta. E con me tanti altri che hanno ormai ben chiaro come le critiche numeriche – peraltro dagli stessi che sabato scorso si sono bevuti in silenzio il milione di presenze fantasma, nelle piazze, a favore del ddl Cirinnà  – siano solo l’ultima spiaggia di chi, in fondo, non sa darsi pace per un evento che, comunque la si pensi, è già nella storia di questo Paese.

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L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2016

L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

Adorazione dei pastori

[7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini]
Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell’estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.
Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce.
Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d’uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.
«Di che temi, stolto?» gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l’andare. Ero anche ricco, allora… Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio – allora il vecchio era lui – mi disse: “Grande avventura sta per venire nel mondo“. E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!…»
Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte.
Gli altri si guardano stupefatti.
«Ma cosa ha quello stolto?» dice uno.

«Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore» dice un altro.
E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini…».
Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
«Là, là» egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell’albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
«Io vedo solo un più vivo chiarore».
«Io pure».
«Anche io» dicono gli altri.
«No. Io vedo come un corpo» dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
«È un… è un angelo!» grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina… Giù! In ginocchio davanti all’angelo di Dio!».
Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall’apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l’angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
«Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l’annuncio di una grande allegrezza per il popolo d’Israele e per tutto il popolo della terra». La voce angelica e un armonia d’arpa su cui cantino gole d’usignoli.
«Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L’angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d’oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
«…il Salvatore che è Cristo». L’angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.
«…Cristo, il Signore!». L’angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull’abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l’ombra dei sommi dell’ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un “Gloria »
Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L’angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.
Ma dai Cieli vengono tanti – oh! quanti! – tanti angeli simili a lui, una scala d’angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all’angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».
Il “Gloria  » angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l’asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.
Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli…
…I pastori tornano in loro.
«Hai udito?».
«Andiamo a vedere?».
«E le bestie?».
«Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!…»
«Ma dove andiamo?».
«Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». È il pastore che ha dato il latte,
questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all’uomo ho dato del latte per Lei. È tanto giovane e bella, e deve esser buona come l’angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e… chissà che freddo ha Colùi che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!…»
Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
«Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!… Un viso di gelsomino sotto la luna» dice il pastore del latte. E li guida.
Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall’inverno.
Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall’opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
«Entra!».
«Io non oso».
«Entra tu».
«No».
«Guarda, almeno».
«Tu, Levi, che hai visto l’angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda». Veramente prima gli hanno dato del pazzo… ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano.
Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda… e resta estatico.
Che vedi?» lo interrogano ansiosi a bassa voce.
«Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento…, sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce… oh! che voce!».
«Che dice?».
«Dice: “Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!”. Dice: “Oh! potessi dirti: ‘Prendi il latte, piccolino! Ma non ce l’ho ancora!”. Dice: “Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!”. Dice: “Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!”, e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
«Chiama! Fatti sentire!».
«Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
Il  pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.
Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».
«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
«Entrate».
Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
Maria si volge e sorride. «Venite» dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. È soffice e pulita. L’avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so…».
«Qui c’è il latte. Prendi, o Donna».
«Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
Elia deve essere quello del latte. Ma non c’è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
«Chi vi ha guidati?».
«Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
La pecora lo denuncia con un belato.
«Vieni avanti, ti si vuole».
Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
«Tu sei?» dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l’angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi… vi è troppo odore di bestie. Non fa bene… e… non sta bene per il Salvatore».
«Lo so» dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c’è posto per noi a Betlemme».
«Fa’ cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
«Lo dirò alla padrona mia» dice quello del latte, Elia.
«È buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
«Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino… »
«Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori…».
«Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare» dice Giuseppe.
«Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l’ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma a noi ce l’ha già data, perché l’angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, che saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».
«Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
«Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
«Si, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron… »
«Ci vado io» dice Elia. «Chi sono?».
«Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
«Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell’estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
«Grazie, Elia».
«Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: “È nato il Salvatore”».
«No. Gli dirai: “Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme”.».
«Così dirò».
«Dio te ne compensi. Mi ricorderò di te, di voi tutti…»
«Dirai al tuo Bambino di noi?».
«Lo dirò».
«Io sono Elia».
«E io Levi».
«Ed io Samuele».
«E io Giona».
«Ed io Isacco».
«Ed io Tobia».
«Ed io Gionata».
«Ed io Daniele».
«E Simeone io».
«E Giovanni mi chiamo io».
«Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
«Ricorderò i vostri nomi».
«Dobbiamo andare… Ma torneremo… E ti porteremo altri ad adorare!…».
«Come tornare all’ovile lasciando questo Bambino?».
«Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
«Facci baciare la sua veste» dice Levi con un sorriso d’angelo.
Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano
fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro…
La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.

Dice Gesù:
«Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. È la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell’Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. (il 2 giugno 1944 ne “I quaderni del 1944) Ma voglio parlarti di un’altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo.
Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all’angelo.
Generosità: essi danno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, ed Elia va subito. Non rimanda.
Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: “lasciano là il loro cuore ”. Dici bene.
Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?
E un’altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l’angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo.
A chi ha l’anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: “Fammi baciare la veste di Gesù”. Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. È Lei la Portatrice dell’Eucarestia. È Lei la Pisside viva.
Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: “Dammi il tuo Gesù, ché lo ami”, fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
Dille dunque: “Fammi baciare la veste di Gesù. Fammi baciare le sue piaghe”. E osa di più ancora. Di’ : “Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata”.
Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».

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Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2015

Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo
Una risorsa poco valorizzata: pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno
di Ernesto Farsetti – Citizen Salerno

duomo salerno

A Salerno “risiede” un personaggio straordinariamente importante: amico stretto di Gesù Cristo, ne condivise vita e sofferenza e alla sua morte ne scrisse le gesta nel suo magnifico Vangelo. Nel Medioevo, le sue spoglie furono trasferite da Casalvelino a Salerno, dove ancora oggi si trovano, all’interno della magnifica Cripta del Duomo. Nel corso dei secoli, la devozione dei salernitani verso San Matteo è cresciuta sempre di più, soprattutto a seguito di miracolose grazie elargite dall’Apostolo, che in più occasioni è stato additato quale salvatore della città (ad esempio, in occasione di assalti delle flotte saracene). Ma, oltre ai salernitani, pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno.

Si chiamava Levi, era nato a Cafarnao ed era un esattore delle tasse, per conto dei Romani che governavano Gerusalemme e la Giudea. Ma fu folgorato, proprio mentre era al banco delle imposte, dal passaggio di Gesù di Nazareth, e da quel momento cominciò a seguirlo. I teologi sostengono che questo “cambiamento” da esattore a discepolo abbia un significato metaforico: l’esattore è colui che esige (anche dal punto di vista etimologico, visto che “esatto” è participio passato del verbo esigere) dagli altri non solo denaro (come faceva Matteo) ma anche affetto, stima e qualunque altra cosa. Il discepolo di Cristo, invece, deve imparare a non esigere nulla, ma a dare al prossimo in maniera incondizionata.

Così inizia l’avventura di Matteo, che diventerà uno dei più grandi personaggi della storia del Cristianesimo: uno dei 12 apostoli e uno dei quattro evangelisti, ovvero autori del Vangelo. La sua biografia del Cristo, sinottica rispetto a quelle di Marco e Luca, è scritta con uno stile equilibrato e scarno, senza fronzoli, ma contiene alcuni dei passi più belli del Nuovo Testamento, come ad esempio “La Parabola del Figliol Prodigo”.

Matteo seguì Gesù sino alla Passione di quest’ultimo. Ne testimoniò, assieme agli altri Apostoli e alla Maddalena, la Risurrezione tre giorni dopo. E’ sulla base di questa testimonianza, sua e degli altri discepoli, della Risurrezione di Cristo che si basa l’intero Cristianesimo. E’ la Buona Notizia: si può risorgere dalla morte, c’è un Paradiso, come da allora la Chiesa si sforza di annunciare.

Matteo riportò la vita e le opere, la Passione e la Risurrezione di Gesù nel suo Vangelo, che è letto da migliaia di anni in tutto il mondo.

Dopo la morte del Maestro, Matteo fu inviato come Apostolo in Africa; giunse ad evangelizzare l’Etiopia, ma qui trovò la morte come martire.
Le sue spoglie furono trasferite in Francia, poi nel V secolo giunsero a Velia (l’antica città conosciuta come Elea, tra le più note della Magna Grecia). Per volere del Vescovo Attanasio, le reliquie del Santo furono trasferite a Casalvelino, presso la piccola chiesa di San Matteo.

Poi, per volere di Gisulfo I, nell’anno 954 furono trasferite a Salerno e depositate nella cripta della Vecchia Cattedrale.

Nel 1084 Roberto il Guiscardo, principe Normanno che aveva conquistato Salerno, fece costruire la Nuova Cattedrale, dedicata al Santo Stesso e a Santa Maria degli Angeli, in cui fu costruita una nuova cripta per contenere le “prestigiose” (per la casata Normanna) spoglie del Santo.

cripta duomo

Dobbiamo attendere la fine del XVI secolo, tuttavia, perché sorga la nuova Cripta, completamente restaurata e rivisitata in un meraviglioso stile barocco.
A progettarla fu il grande architetto Domenico Fontana, che fu assistito da suo figlio Giulio. Al centro della Cripta campeggia la statua bronzea di San Matteo, bifronte, opera di Michelangelo Naccherino nel 1605. E’ bifronte per ragioni logistiche: in questo modo le due “facce” di San Matteo potevano essere venerate sia da chi scendeva alla Cripta dalla Basilica superiore, sia da chi, dall’altro lato, assisteva alla Messa nella Cripta stessa. Tale statua, invece, ha generato il detto “San Matteo ha due facce”, che col tempo è diventato “I salernitani hanno due facce”, con riferimento alla loro presunta ipocrisia…

Si scende alla tomba di San Matteo da una doppia scala; il sepolcro è seminterrato. Una leggenda vuole che in alcuni periodi dell’anno tale sepolcro emani un liquido particolare, detto “manna” che avrebbe poteri miracolosi. In passato molte “grazie” sono state attribuite dai salernitani alla manna.
La Cripta è luminosissima; merito degli spettacolari affreschi del grande pittore barocco Belisario Corenzio, greco trapiantato a Napoli amatissimo ed attivissimo in quest’ultima città. Corenzio dipinse nelle volte varie scene tratte dal Vangelo di Matteo e della storia della città di Salerno.

Le decorazioni della Cripta sono magnifiche; i marmi sono opera del napoletano Francesco Ragozzino e risalgono al ‘700.

A sinistra della tomba di San Matteo vi è un’ampia cappella dove sono situati i sepolcri di tre martiri salernitani, Ante, Gaio e Fortunato. Secondo la leggenda i tre morirono a Salerno durante le persecuzioni dell’Imperatore romano Diocleziano, che li fece decapitare sulle sponde del Fiume Irno perché non avevano voluto prostrarsi dinanzi alla statua “divinizzata” dell’Imperatore. Accanto ad essi, vi è il sepolcro di San Felice, altro martire cittadino, decapitato nell’attuale Sala Abbagnano, all’epoca “Felline”, dove oggi sorge appunto la Chiesa di San Felice in Felline.

Nel mezzo della cappella vi è un ceppo, che, secondo la leggenda, fu utilizzato per far decapitare Ante, Gaio e Fortunato. La leggenda dice che, nelle giornate di tempesta, avvicinando l’orecchio al ceppo, è possibile ancora oggi sentire il rumore del sangue dei martiri che scorre…

Sulla parete dell’altro versante della cripta, a destra della tomba di San Matteo, sono raffigurate le statue dei Vescovi salernitani, in tutto venti.
In definitiva, la Cripta, meravigliosa e sfolgorante, è assolutamente un degno luogo di sepoltura per uno dei personaggi più noti della storia del Cristianesimo.

Sta però ora ai salernitani far conoscere al mondo ciò che quasi soltanto essi sanno: il grande San Matteo è sepolto a Salerno. Ci chiediamo: perché così pochi pellegrini vi si recano in preghiera durante l’anno, dall’Italia e dal mondo? Perché così poco turismo religioso, che potrebbe portare importanti introiti alle finanze cittadine?

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Confessarsi, che fatica!

Posté par atempodiblog le 18 juin 2015

Le avventure di un «povero peccatore» che decide di riconciliarsi con Dio
Confessarsi, che fatica!
«Non stanchiamoci mai di chiedere perdono», ha esortato il Papa. A volte però trovare un sacerdote nel confessionale, che abbia tempo di ascoltarci senza fretta, è un’impresa. Le risposte dei sacerdoti: «Dovremmo essere sempre disponibili e non mandare via nessuno. Ma a volte non è facile…».
di Redazione Toscana Oggi

Confessarsi, che fatica! dans Articoli di Giornali e News vne637

«Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono». Sono queste le parole pronunciate da Francesco nel suo primo Angelus da Papa.

Certo, Dio non si stanca, ma verrebbe da chiedersi: e i suoi ministri? In loro, infatti, un po’ di stanchezza a dire il vero si coglie. Da qualche tempo, mi capita di raccogliere le confidenze di persone che, indignate, raccontano le peripezie che hanno dovuto sostenere per accedere alla grazia del Sacramento della Confessione.

Di solito l’avventura del povero peccatore pentito comincia quando, in modo del tutto inopportuno, è assalito dal desiderio di confessarsi al di fuori della domenica e degli orari delle Messe. Sembra, infatti, che nei gironi feriali l’elargizione della grazia sia più difficile. Per di più, l’incauto penitente, che non ha un confessore stabile, pensa di poter ricevere la misericordia del Signore anche senza appuntamento, ma si sa che ormai, essendo tutti strapieni di cose da fare e non avendo tempo da perdere, non si può fare nulla senza appuntamento, né una visita medica, né ricevere una consulenza tecnica, né riparare un guasto della macchina e tanto meno fare una semplice messa in piega dalla parrucchiera. L’ignaro «cercatore di grazia» si mette dunque in movimento, cominciando la sua peregrinazione di chiesa in chiesa, con il primo e apparentemente facile obiettivo di trovare un ministro del Signore che possa concedergliela. Ma ecco la prima difficoltà. Là dove non trova la porta della chiesa serrata a quattro mandate, non è facile incontrare un prete o un religioso che si aggiri in zona, solo qualche extracomunitario addetto alla sorveglianza o alla pulizia.

Nei casi più fortunati, il penitente si può avvalere di una soffiata da parte di un amico: «Vai in quella chiesa, c’è un cartello che dice che le confessioni sono dalle 10 alle 12». Così, pieno di fiducia, il povero peccatore va, entra nella chiesa e si sedie, cominciando la sua preparazione. Passa un quarto d’ora, passa mezz’ora, passa un’ora e niente, non si vede nessuno, solo tanto buio e tanto freddo. Per riscaldarsi allora il poveretto comincia a passeggiare su e giù e così gli occhi cadono su un campanello su cui è scritto «suonare». Comincia dunque a suonare una, due, tre volte, ma il risultato è sempre lo stesso, non si vede nessuno. Alla fine, deluso e ormai «congelato», il penitente, persa ogni speranza, si incammina verso casa, costretto a rimandare ad un’altra volta il suo proposito, sempre se riuscirà a trovare il tempo e la disposizione d’animo per poter fare un secondo tentativo.

È andata meglio, se così si può dire, ad un altro «peccatore pentito» che proprio alla vigilia di Natale, volendo giustamente riconciliarsi con il Signore, è entrato in una chiesa, contento di poter riconoscere subito la presenza di un sacerdote presso l’altare. Timoroso il penitente si avvicina chiedendo: «Mi scusi, Padre, potrebbe confessarmi?». Non lo avesse mai detto: «Ma viene a confessarsi a quest’ora? Non vede che sto preparando i fiori per l’altare? Venite a confessarvi proprio quando noi sacerdoti abbiamo più da fare?». Per gentile concessione, però, il sacerdote, seppur bofonchiando un po’, accetta di confessare il devoto penitente che, ingenuamente, comincia a parlare dei vari aspetti della propria vita per i quali desidera chiedere perdono al Signore. E mentre con timore e tremore tenta di mettere insieme le parole per esprimere i suoi sentimenti, dall’altra parte della grata si sente dire: «Ma che fa? È venuto qui per tenere un’omelia?». Ovviamente tutto quello che il poveretto aveva in testa e soprattutto nel cuore viene d’un colpo azzerato e si ferma ammutolito, aspettando solo di poter ricevere l’assoluzione e scappare via da tanto disagio, chiedendosi poi se una confessione del genere sia realmente valida.

Non sono poche le volte in cui il penitente deve insistere e fare una vera e propria opera di convincimento nei confronti del ministro che tergiversa, invitando a tornare un’altra volta o a scegliere un momento più opportuno.

Ma c’è da chiedersi: non è sempre il momento opportuno quando nel cuore di una persona sorge il desiderio di incontrare il volto misericordioso del Signore? Forse, bisognerebbe che i nostri sacerdoti e religiosi, smettessero di fare tante altre cose e trovassero più tempo per restare in chiesa a pregare e ad amministrare quello che è davvero il più grande dono che il Signore ci ha lasciato, la sua grazia sovrabbondante, la sua misericordia infinita. Certo, il sacramento ha la sua efficacia indipendentemente dalla povertà dei suoi ministri, ma spesso un cuore pentito desidera ricevere e percepire quella carezza, quel tenero abbraccio che il Signore stesso è pronto a donare a chi con sincerità ritorna a Lui, qualunque sia stato il suo percorso, un abbraccio e una carezza che, non lo possiamo negare, possono giungere solo attraverso un ministro accogliente, disponibile all’ascolto e capace di offrire una parola di conforto ed incoraggiamento, restituendo un po’ di speranza e di pace ad un cuore smarrito e scoraggiato.

di A. R.

Confessarsi come Dio comanda dans Fede, morale e teologia confessionali

Le risposte dei sacerdoti: «Dovremmo essere sempre disponibili e non mandare via nessuno. Ma a volte non è facile…»

L’invito di papa Francesco a non stancarsi di chiedere perdono a Dio sembra aver trovato riscontro: a confermarlo c’è anche una indagine statistica promossa dal Cesnur (l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo Massimo Introvigne): «su un campione di duecento sacerdoti e religiosi intervistati, il 53% ha affermato di avere riscontrato nella propria comunità un aumento delle persone che si riavvicinano alla Chiesa o si confessano, aggiungendo che queste persone citano esplicitamente gli appelli di Papa Francesco come ragione del loro riavvicinamento alla pratica religiosa».

E i sacerdoti, come vivono il sacramento della confessione? Don Antonio Scolesi è parroco ad Albinia (diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello) ma è anche confessore presso alcuni istituti religiosi e di alcuni seminaristi. «È vero – dice – che noi preti siamo pochi e presi da molti impegni, e può capitare che qualuno venga a cercare un sacerdote e non lo trovi. Però nella mia esperienza posso dire che chi viene con un desiderio forte, la disponibilità la trova. A me capita spesso di persone che vengono da me dopo la Messa, oppure telefonano, e mi dicono “quando posso venire?” Sicuramente per chi sente il bisogno di un colloquio più ampio è il modo migliore». Poi ci sono le persone che si confessano, per abitudine, prima della Messa domenicale: «Anche quella è una esigenza a cui si deve rispondere: lì la confessione è più veloce, si limita all’elenco dei peccati e all’assoluzione».

L’importante comunque, secondo don Antonio, è che i sacerdoti non tralascino questo sacramento ma anzi cerchino di farne scoprire sempre di più la bellezza: «Chi non si accosta alla confessione è perché non ha scoperto quanto sia bello sentirsi perdonati. L’assoluzione che si riceve dal prete non la si può avere da nessun altro. Ed è un sacramento bello anche per il sacerdote: lo si celebra insieme, e fa bene anche al prete».

Don Serafino Romeo è parroco di Chiesanuova, in diocesi di Prato: una parrocchia popolosa, dove il desiderio dei fedeli di confessarsi è ancora vivo. Anche se certe abitudini andrebbero riviste: «Nei momenti delle feste, prima di Natale e Pasqua, abbiamo grandi file, si passa ore e ore a confessare, fino a prosciugarsi. Nel resto dell’anno invece capita anche di stare ad aspettare invano, in chiesa, durante gli orari che vengono indicati per la confessione. Sono momenti in cui il parroco dà la sua disponibilità e le persone troverebbero tempo e ascolto. Se si vuole che la confessione diventi anche un colloquio, qualcosa di simile alla direzione spirituale, c’è bisogno di farla con tranquillità, Invece molti vengono prima della Messa, e allora capita di dover chiedere che aspettino la fine della celebrazione».

A parte questi aspetti pratici, comunque, anche secondo don Serafino i preti devono sempre essere disponibili: «A me, prima di diventare prete, è capitato di chiedere di confessarmi e di sentirmi rispondere di tornare in un altro momento o di andare nella parrocchia vicina. Adesso, da parroco, riconosco che non è sempre facile riuscire a districarci tra tutti gli impegni. Però dobbiamo ricordarci che quello della confessione è un compito che spetta al prete e nessun altro lo può svolgere al posto nostro. Quindi dobbiamo prendere i fedeli quando vengono, anche di notte». Può capitare? «Certo – risponde – le richieste di persone che sentono il bisogno di confessarsi arrivano nei luoghi e negli orari più imprevisti: a me per esempio è capitato durante un viaggio in treno. Poi si deve saper distinguere: ci sono persone che si confessano abitualmente e possono essere disponibili a tornare, ci sono persone che vengono dal prete spinte da un bisogno urgente di raccontare qualcosa che pesa sulla loro coscienza. Per loro la confessione può diventare un momento importante, di svolta per la loro vita. In questi casi l’impegno a non mandare via nessuno è ancora più importante».

di Riccardo Bigi

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Il sacerdote deve essere riconoscibile

Stralcio di una conversazione sulla figura del sacerdote, ai microfoni di Radio Maria, tra il Prof. Palmaro e il dott. Gnocchi

Prof. Mario Palmaro: «Eravamo a un convengo insieme [con il dott. Gnocchi] e si discorreva con un sacerdote che era vestito con la sua bella talare, come si conviene a un sacerdote cattolico, e mentre si parlava… a un certo punto si è avvicinata una persona e ha detto: “scusi padre ha 10 minuti per confessarmi?”. Ecco queste sono le scene che fotografano meglio di tante parole che cos’è un prete; un prete è uno che si rende innanzitutto riconoscibile da tutti e che quindi in qualsiasi momento è al servizio dei fratelli perché non ha un momento in cui agisce privatamente e nello stesso momento può fare questa cosa grande che è assolvere i peccati».

Dott. Alessandro Gnocchi: «Questo episodio me ne ricorda un altro assolutamente simile, ma che ci tengo a raccontare: qualche anno fa ero a Firenze per una conferenza ed eravamo stati a mangiare qualcosa in una trattoria con un sacerdote che aveva la sua brava talare, come si potrebbe dire, e mi ricordo che uscendo, era sera, verso le 11:00 – 11:30, si è avvicinata una donna, era una barbona, una donna che viveva sotto i ponti e ha chiesto a questo sacerdote di essere confessata… Siccome questa donna non era sicuramente in buone condizioni e poteva morire di lì a poco…. poteva anche capitarle qualcosa… se non avesse riconosciuto un sacerdote non avrebbe potuto confessarsi».

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