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Il Papa: «Perdono per gli scandali a Roma e in Vaticano»

Posté par atempodiblog le 14 octobre 2015

Il Papa: «Perdono per gli scandali a Roma e in Vaticano»
Nell’udienza del mercoledì la richiesta di scuse di Francesco. Il più «insopportabile», lo scandalo dei bambini violati, abbandonati o non amati
di F. Cif. - RomaSette

papa francesco

Non ha spiegato, nel dettaglio, a quali fatti si riferisse. Si è limitato a chiedere perdono, «a nome della Chiesa», per «gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano». È iniziata così questa mattina, mercoledì 14 ottobre, la catechesi di Papa Francesco ai fedeli che affollavano piazza San Pietro per l’udienza generale del mercoledì. Con loro anche un gruppo di 700 malati, raccolti per evitare il rischio pioggia nell’Aula Paolo VI, attrezzata di maxi schermo.

Ha chiesto scusa, Francesco, per quegli scandali dei quali si parlava nei versetti del Vangelo letti dagli speaker in varie lingue: «Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».

Ed è proprio quello dei bambini violati, abbandonati o non amati lo scandalo più «insopportabile», nelle parole del Papa, «in quanto essi non hanno i mezzi per decifrarlo». Nella catechesi, quindi, è tornato a lanciare il suo allarme sulle condizioni dei bambini di strada di tutto il mondo. «Noi adulti – ha detto – siamo pronti a parlare dei bambini come di una promessa della vita. Noi li facciamo venire al mondo ma cosa promettiamo loro?». L’amore, ha rilevato, «è la promessa che l’uomo e la donna fanno a ogni figlio, fin da quando è concepito nel pensiero. I bambini vengono al mondo e si aspettano di avere conferma di questa promessa: lo aspettano in modo totale, fiducioso, indifeso». E quando accade il contrario, «vengono feriti da uno “scandalo” insopportabile, tanto più grave, in quanto non hanno i mezzi per decifrarlo. Non possono capire cosa succede. Dio veglia su questa promessa, fin dal primo istante. Ricordate cosa dice Gesù? Gli Angeli dei bambini rispecchiano lo sguardo di Dio, e Dio non perde mai di vista i bambini. Guai a coloro che tradiscono la loro fiducia, guai! Il loro fiducioso abbandono alla nostra promessa, che ci impegna fin dal primo istante, ci giudica».

Con «molto rispetto per tutti» e altrettanta «franchezza», Francesco ha aggiunto anche che «la loro spontanea fiducia in Dio non dovrebbe mai essere ferita, soprattutto quando ciò avviene a motivo di una certa presunzione (più o meno inconscia) di sostituirci a Lui. Il tenero e misterioso rapporto di Dio con l’anima dei bambini non dovrebbe essere mai violato. È un rapporto reale, che Dio vuole e custodisce». L’invito dunque è a guardare i bambini «con gli occhi di Gesù», per capire «in che senso difendendo la famiglia proteggiamo l’umanità. Il punto di vista dei bambini – ha continuato – è il punto di vista del Figlio di Dio». Di qui l’invocazione finale: «La santa Madre di Gesù – per mezzo della quale il Figlio di Dio è arrivato a noi, amato e generato come un bambino – renda la Chiesa capace di seguire la via della sua maternità e della sua fede. E san Giuseppe – uomo giusto, che l’ha accolto e protetto, onorando coraggiosamente la benedizione e la promessa di Dio – ci renda tutti capaci e degni di ospitare Gesù in ogni bambino che Dio manda sulla terra».

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La Seo, la cattedrale di Saragozza

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2015

[...] Se sei un amante dell’arte, e vuoi renderti conto di quali meraviglie sia capace il sentimento religioso, non tralasciare di visitare l’altra cattedrale di Saragozza, la Seo, eretta a fianco della basilica del Pilar. Si tratta di una delle chiese più affascinanti di tutta la cristianità, entrando nella quale uno si dimentica di essere sulla terra e quando esce all’aperto si chiede in quale mondo sia capitato. Gli stili più diversi (romanico, mudèjar, gotico, neoclassico e barocco) si intrecciano armoniosamente, gareggiando fra loro nel creare bellezza. L’interno a cinque navate è un vero scrigno che contiene mirabili capolavori, in particolare le numerose cappelle e il coro centrale che non nascondono l’intento di riprodurre qui sulla terra lo splendore e la gloria della Gerusalemme celeste.

da «Pellegrino a quattro ruote» di P. Livio Fanzaga

seo saragozza

La Seo, la cattedrale di Saragozza
di Andrea Lessona – Il Reporter SPAGNA

coro seo
Il coro de La Seo, la cattedrale di Saragozza © Andrea Lessona

L’ombra del campanile cade sulla piazza de La Seo disegnando il barocco sul sagrato della cattedrale di Saragozza. Il neoclassico, invece, è nei miei occhi, fissi sulla facciata bianca della chiesa di San Salvador: insieme di tanti insiemi che la rendono unica.

La storia racconta che fu edificata sull’antico foro romano di Augusto e sui resti della moschea maggiore della Taifa: nel XII secolo, una volta allontanati i mussulmani dall’area, si iniziò a costruire l’edificio ecclesiastico in stile romanico.

Le tracce dell’arte mudèjar sono ancora visibili sulle mura esterne dell’abside e nella torre attuale, eredità del vecchio minareto che venne in parte cancellato dai progetti realizzati dall’architetto Giovan Battista Contini di Roma: sovrascrivere di barocco il passato arabo.

Lascio il sole accecante che brilla sulla capitale dell’Aragona, ed entro nel fresco secolare e spirituale de La Seo. È così che la chiamano qui, con questo diminutivo che è lo stesso dato alla piazza su cui sorge.

Lungo le due navate esterne si distendono una serie interminabile di cappelle: la maggior parte è chiusa da pesanti cancelli in ferro che precludono l’entrata e tutelano i tesori di statue e affreschi che qui hanno trovato dimora.

Cammino in senso antiorario lungo il perimetro della Cattedrale di Saragozza, e ammiro uno ad uno questi capolavori, trionfo d’arte dedicata alla religione. Stile diversi si alternano, si sovrappongono, si elevano solitari. E formano un capolavoro d’insieme.

Terminato il mio viaggio circolare, mi fermo davanti al coro: in questa parte del La Seo ci sono 117 sedie in quercia fabbricate da tre monaci. Appena dietro l’inferriata in bronzo, ecco risaltare le sculture in legno dorato di Juan Ramírez. L’arcivescovo Dalmau Mir è sepolto qui, in una teca a latere.

Lì vicino, si trova l’organo che conserva alcuni resti di quello gotico del 1469 e le canne preservate dal XV al XVIII secolo: è un insieme di vecchi pezzi assemblati tra il 1857 e il 1859 da Pedro Roqués.

Sul retro del coro c’è la cappella di Gesù Cristo in cui sono rappresentati la Crocefissione, Maria Dolorante e San Giovanni. Il tutto si trova sotto un baldacchino sostenuto da colonne Salomoniche di marmo nero.

Negli absidi della chiesa di San Salvador si trova la cappella della Bianca Vergine: il suo altare barocco ha decorazioni in legno dipinto da Jusepe Martínez (1647), un pittore di Saragozza. La scultura in alabastro della Madonna col bambino del XV secolo è dello scultore francese Fortaner de Uesques.

L’altare maggiore, dedicata al Salvatore, fu realizzata in alabastro e dipinta da vari artisti dal 1434 al 1480, tra cui Pere Johan, Francisco Gomar, è Hans Piet D’anso. È considerata uno dei più grandi lavori della scultura gotica europea.

L’altra cappella è dedicata a Pietro e Paolo: al suo interno spiccano in rilievo sull’altare scene dell’intensa vita dei Santi. Prima di uscire, guardo la porta di Pabostría: se non mi trovassi in una chiesa cristiana, potrei pensare di essere in un edificio mussulmano data la sua foggia intarsiata e finemente lavorata.

Segno evidente che l’interno come l’esterno della cattedrale di Saragozza sono proprio un insieme di tanti insiemi che la rendono unica.

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Quando la misericordia di Maria supera l’immaginazione degli scettici

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2015

Quando la misericordia di Maria supera l’immaginazione degli scettici
di Dom Antoine Marie O.S.B. – Radici Cristiane

vergine del pilar
Immagine tratta da: Mis ilustraciones

Nel 1874, Émile Zola visita il santuario di Lourdes. Davanti ai numerosi ex-voto della grotta, egli dichiara, con ironia: “Vedo molti bastoni, molte stampelle, ma non vedo nessuna gamba di legno”. Voleva dire che mai, a Lourdes o altrove, si era visto un arto mancante o amputato riprendere vita e ricrescere.
Analogamente, Jean-Martin Charcot, celebre neurologo della sua epoca: «Consultando il catalogo di guarigioni cosiddette “miracolose” di Lourdes, non si è mai constatato che la fede abbia fatto rispuntare un arto amputato».
Queste dichiarazioni sotto forma di sfida miravano a distruggere, nel nome della ragione e dello spirito critico, la credenza nell’esistenza di un mondo soprannaturale. Ernest Renan dichiara senza ambagi: «Quello che noi confutiamo è il soprannaturale (…) Fino ad ora, non è mai avvenuto un “miracolo” che potesse essere osservato da testimoni degni di fede e constatato con certezza» (Prefazione della Vie de Jésus).

Renan smentito
Il miracolo che racconteremo è di molto anteriore a Renan. Si tratta non di un sogno, né di una favola, ma di un fatto, attestato con tutte le sue circostanze da prove storiche irrefutabili. Questo fatto smentisce categoricamente l’affermazione di Renan…
Per una curiosa anomalia, è rimasto pressoché sconosciuto al di fuori della Spagna per circa tre secoli. Il beneficiario, Miguel Juan Pellicer, è perfettamente noto grazie alle numerose informazioni conservate dagli archivi della parrocchia di Calanda (provincia di Aragona, Spagna settentrionale), che una persona coraggiosa ha sottratto al saccheggio e alle distruzioni durante la Guerra Civile del 1936.
Miguel Juan Pellicer riceve il battesimo il 25 marzo 1617. Egli è il secondo degli otto figli di modesti agricoltori che conducono una vita virtuosa. L’istruzione del bambino si riduce al catechismo. Questa formazione religiosa elementare radica in lui una fede cattolica semplice e solida, fondata sui Sacramenti ricevuti regolarmente e su un’ardente e filiale devozione alla Vergine Maria, venerata a Saragozza con il titolo di “Nuestra Señora del Pilar” (Madonna del Pilastro), Patrona della Spagna.
Verso l’età di diciannove o vent’anni, Miguel si stabilisce come bracciante, al servizio di uno zio materno, nella provincia di Valencia. Alla fine del luglio 1637, mentre guida verso la fattoria due muli che tirano un carro carico di grano, cade dal dorso di uno degli animali e una delle ruote del carro gli passa sulla gamba, al di sotto del ginocchio, provocando la frattura della tibia.
Lo zio Jaime trasporta senza indugio il ferito alla cittadina vicina, poi a una sessantina di chilometri di là, a Valencia, dove arriva il 3 agosto. Miguel vi rimane cinque giorni, nel corso dei quali gli vengono applicati vari rimedi che rimangono senza effetto.
Egli ritorna allora a Saragozza dove giunge nei primi giorni dell’ottobre 1637. Sfinito e febbricitante, viene ricoverato al Real Hospital de Gracia. Lì, viene esaminato da Juan de Estanga, docente all’università di Saragozza, primario del reparto di Chirurgia, e da due maestri chirurghi, Diego Millaruelo e Miguel Beltran. Questi medici, avendo constatato la cancrena avanzata della gamba, concludono che l’unico modo di salvare la vita del malato è l’amputazione.
Quando testimonieranno davanti ai giudici, questi medici descriveranno la gamba come «molto flemmonosa e incancrenita», al punto di apparire «nera».
Verso la metà di ottobre, Estanga e Millaruelo procedono all’operazione: essi tagliano la gamba destra «quattro dita sotto il ginocchio». Anche se assopito dalla bevanda alcolica e narcotica usata a quei tempi, il paziente prova atroci dolori: «Nei suoi tormenti - diranno i testimoni - il giovane invocava di continuo e con molto fervore la Vergine del Pilar».
Uno studente di chirurgia, di nome Juan Lorenzo Garcìa, è incaricato di raccogliere la gamba tagliata e di sotterrarla degnamente nella parte del cimitero dell’ospedale riservata a questo uso. In quell’epoca di fede, il rispetto verso il corpo destinato a risuscitare imponeva che anche i resti anatomici fossero trattati con pietà. Garcìa testimonierà in seguito di aver seppellito il pezzo di gamba, orizzontalmente, «in una buca profonda un palmo», cioè ventun centimetri secondo la misura aragonese.

La potenza della Vergine
Dopo alcuni mesi di permanenza nell’ospedale, prima ancora che la sua piaga sia perfettamente cicatrizzata, Miguel si reca al santuario “del Pilar” distante circa un chilometro, e ringrazia la Vergine «di avergli salvato la vita, affinché potesse continuare a servirla e a manifestarle la sua devozione»; poi la prega con insistenza di «poter vivere del suo lavoro».
Nella primavera 1638, l’amministrazione dell’ospedale gli fornisce una gamba di legno e una stampella. Per sopravvivere, il giovane non ha altra soluzione che farsi “pordiosero”, cioè mendicante autorizzato dal Capitolo dei canonici del santuario del Pilar.
Saragozza conta allora 25.000 abitanti: la maggior parte si recano “a salutare la Vergine” ogni giorno. L’attenzione di questi innumerevoli visitatori è attirata dal viso sofferente di questo giovane storpio che sollecita la loro carità.
Miguel partecipa ogni giorno alla Santa Messa nel santuario; alla fine di questa, egli unge il suo moncone con l’olio delle lampade che ardono continuamente davanti alla statua della Madonna del Pilar. Il professor Estanga ha un bel spiegargli che queste unzioni avranno come effetto di ritardare la cicatrizzazione della sua piaga, Miguel continua il suo gesto di devozione: questo atto di fede nella potenza della Vergine prevale, per lui, sulle regole sanitarie.
All’inizio del 1640, Miguel rientra nel suo paese natale. Egli arriva a Calanda, a dorso di un asinello, nel mese di marzo. Il suo viaggio di circa 120 chilometri l’ha sfinito; ma l’accoglienza affettuosa dei suoi genitori gli restituisce le forze. Miguel sta per compiere 23 anni. Non potendo aiutare i suoi con il suo lavoro, ricomincia a chiedere l’elemosina.
Molti sono coloro che testimonieranno di aver visto il giovane mutilato nei villaggi dei dintorni di Calanda, a dorso di un asinello, con la gamba tagliata in vista, per fare appello alla carità degli abitanti.
Il 29 marzo 1640, si festeggia, quell’anno, il 1600° anniversario della «venuta in carne mortale» della Vergine Maria sulle rive dell’Ebro, secondo la convinzione della gente di quei luoghi. È qui l’origine della venerazione secolare degli spagnoli per la Vergine del Pilar.
Quel giovedì 29 marzo, Miguel si sforza di aiutare i suoi riempiendo di letame delle gerle caricate sul dorso dell’asinello. Lo fa nove volte di seguito, nonostante la sua difficoltà a reggersi sulla sua gamba di legno. Venuta la sera, rientra a casa, stanco, con il moncone più dolente del solito.
Quella notte, i Pellicer devono ospitare, per ordine del governo, uno dei soldati della Cavalleria reale che è in marcia verso la frontiera per respingere le truppe francesi: Miguel è costretto a lasciargli il suo letto e va a dormire su un materasso posato per terra, nella camera dei suoi genitori. Vi si corica, verso le dieci. Dopo essersi tolto la gamba di legno, si stende addosso un semplice mantello, troppo corto per coprire tutto il corpo, perché ha prestato la sua coperta al soldato, poi si addormenta…

Due piedi e due gambe
Tra le dieci e mezzo e le undici, la madre di Miguel entra nella camera, con in mano una lampada a olio. Essa avverte subito «un profumo, un odore soave». Sorpresa, solleva la lampada: dal mantello che copre suo figlio profondamente addormentato sporgono non uno, ma due piedi, «l’uno sull’altro, incrociati».
Colta dallo stupore, va a cercare il marito; questi solleva il mantello: non c’è dubbio, sono proprio due piedi, ognuno all’estremità di una gamba! Non senza difficoltà, riescono a svegliare il figlio. Prendendo a poco a poco coscienza di quello che è avvenuto, Miguel ne è meravigliato; le prime parole che gli vengono sulle labbra sono per chiedere a suo padre che «gli dia la mano e che lo perdoni per le offese che ha potuto fargli».
Questa reazione spontanea e immediata di umiltà, in lui che è il beneficiario di un prodigio, è un segno molto forte dell’origine divina di quest’ultimo. Quando gli si chiede, con emozione, se ha «qualche idea del modo in cui questo è avvenuto», il giovane risponde che non ne sa nulla, ma che quando è stato scosso dal suo sonno, «stava sognando che si trovava nella Santa Cappella di Nostra Signora del Pilar e che si ungeva la gamba tagliata con l’olio di una lampada, come aveva l’abitudine di fare».
Egli tiene subito per certo che è Nostra Signora del Pilar ad avergli riportato e rimesso a posto la gamba tagliata. Davanti al notaio, il lunedì seguente, i genitori affermano a loro volta di «giudicare e tenere per verità che la Vergine Santissima del Pilar ha pregato suo Figlio, Redentore nostro, e che da Dio ha ottenuto questo miracolo, grazie alle preghiere di Miguel, o perché tali erano le Sue vie misteriose».
Riavutosi dalla sua prima emozione, il giovane comincia a muovere e a palparsi la gamba. Osservandola, si scoprono su questa dei segni di autenticità: il primo è la cicatrice lasciata dalla ruota del carro che ha fratturato la tibia; vi è anche la traccia dell’asportazione di una grossa cisti, quando Miguel era ancora piccolo; due graffi profondi lasciati da una pianta spinosa; infine, le tracce del morso di un cane sul polpaccio.
Miguel e i suoi genitori hanno quindi la certezza che «la Vergine del Pilar ha ottenuto da Dio Nostro Signore la gamba che era stata sepolta più di due anni prima». Essi lo dichiareranno sotto giuramento e senza esitazione, davanti ai giudici di Saragozza.
Un giornale del tempo, L’Aviso Histórico, scrive in data 4 giugno 1640, il giorno prima dell’apertura del processo, che, nonostante le ricerche fatte nel cimitero dell’Ospedale di Saragozza, la gamba sepolta non è stata ritrovata: la buca che la conteneva era vuota!

Tutti sono sbalorditi
Fin dall’alba del 30 marzo, venerdì della settimana di Passione, ricorrenza della Beata Vergine Addolorata, l’incredibile notizia si diffonde in tutto il villaggio. Don Juseppe Herrero, vicario della parrocchia, arriva dai Pellicer, segito dal “justicia” che riunisce le funzioni di giudice di pace e di responsabile dell’ordine pubblico, dal sindaco e dal suo vice, dal notaio reale e da due medici di Calanda. Si forma una processione per accompagnare il giovane miracolato alla chiesa parrocchiale, dove lo aspetta il resto degli abitanti. Tutti, dicono i documenti, sono sbalorditi vedendolo di nuovo con la sua gamba destra, mentre l’avevano visto con una sola gamba fino alla sera precedente. Il miracolato si confessa, e riceve la santa Comunione nel corso della Messa di ringraziamento celebrata dal vicario.
Tuttavia, la gamba non ha, all’inizio, un bell’aspetto: colore violaceo, dita del piede ricurve, muscoli atrofizzati e, soprattutto, lunghezza inferiore a quella della gamba sinistra di alcuni centimetri. Ci vogliono tre giorni perché la gamba riprenda il suo aspetto normale, con la sua scioltezza e la sua forza.
Queste circostanze, diligentemente osservate e studiate nel corso del processo, confermano che non si tratta di un numero di illusionismo; esse provano che la gamba restituita è proprio la stessa di quella che era stata sepolta due anni e cinque mesi prima, a più di 100 chilometri di distanza…
Nel mese di giugno seguente, i testimoni affermano davanti ai giudici di Saragozza che Miguel «può appoggiare il tallone a terra, muovere le dita del piede, correre senza difficoltà». Si constata inoltre che, a partire dalla fine di marzo, l’arto ricuperato si è«allungato di quasi tre dita», e che è attualmente lungo quanto l’altro. Un solo segno non scompare: la cicatrice che forma un cerchio rosso nel punto in cui il pezzo di gamba si è riunito all’altro. È come un marchio indelebile del prodigio.
«Bisognerebbe quindi che venisse constatato un miracolo da un certo numero di persone sensate che non avessero alcun interesse alla cosa», affermava Voltaire. «E bisognerebbe che le loro testimonianze fossero registrate in debita forma: in effetti, se noi abbiamo bisogno di tante formalità per atti come l’acquisto di una casa, un contratto di matrimonio, un testamento, quante non ne occorrerebbero per appurare delle cose naturalmente impossibili?» (Voce “Miracle” del suo Dizionario filosofico). Ora, cent’anni prima, è avvenuta precisamente la stesura di un simile atto a Calanda. Il lunedì 1° aprile 1640, quarto giorno dopo il prodigio, il parroco e un prete vicario di Mazaleón, villaggio alla distanza di 50 km, si spostano con il notaio reale del luogo per verificare la realtà dei fatti e ne stendono un atto ufficiale.

Nessuna voce discordante
Alla fine dello stesso mese di aprile, la famiglia Pellicer decide di andare a ringraziare la Vergine del Pilar. A Saragozza, il Comune chiede che si apra un processo, perché sia fatta tutta la luce possibile sull’avvenimento. Il 5 giugno, quindi due mesi e una settimana dopo l’evento, si apre ufficialmente il processo canonico. Esso è pubblico e non a porte chiuse. Vi prendono parte più di cento persone di svariate condizioni sociali.
Contro l’affidabilità di questo processo, non si è mai sollevata nessuna voce discordante. Il 27 aprile 1641, l’arcivescovo pronuncia solennemente la sua sentenza. Egli dichiara «mirabile e miracolosa» la restituzione della gamba destra, precedentemente amputata, di cui ha beneficiato Miguel Juan Pellicer, nativo di Calanda.
Il miracolo di Calanda, impensabile eppure perfettamente attestato, è di natura tale da confortare la nostra fede nell’esistenza di un mondo invisibile, quello di Dio e del suo Regno eterno, al quale siamo chiamati a partecipare in quanto figli adottivi. È questa la realtà suprema ed eterna, alla quale dobbiamo riferire tutte le altre, come un uomo prudente ordina i mezzi al fine.
I miracoli ci rivelano soprattutto il Cuore amante e misericordioso di Dio per l’uomo, in particolare per l’uomo che soffre, che è nel bisogno, che implora la guarigione, il perdono e la pietà. Essi contribuiscono a fondarci in una speranza indefettibile nella misericordia di Dio e ci incoraggiano a dire spesso “Gesù, confido in Te!”.

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E’ bello essere figlio di santi genitori (di Padre Gheddo)

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2015

E’ bello essere figlio di santi genitori – Padre Gheddo su “Avvenire”
Tratto da: Padre Piero Gheddo

Santi genitori

Ieri è cominciato il Sinodo sulla Famiglia, invito gli amici lettori a pregare per questa importante celebrazione della Chiesa cattolica.

Desidero solo raccontare la mia esperienza di essere nato da santi genitori (il giudizio spetta naturalmente alla Chiesa), che ha reso serena e anche gioiosa la vita mia e dei miei fratelli. In noi bambini la fede è entrata naturalmente come la lingua italiana, Rosetta e Giovanni erano davvero autentici credenti e imitatori di Gesù Cristo. Uno dei più bei ricordi che ho di loro è quando alla sera dopo cena (pranzo alle 12 e cena alle 19, come molti in Tronzano a quel tempo) si diceva assieme il Rosario seduti attorno al tavolo della cucina e noi bambini eravamo aiutati da mamma e papà a recitare l’Ave Maria, a tenere le mani giunte. E poco dopo ci portavano a letto. Nella camera matrimoniale c’era un bel quadro di Maria col piccolo Gesù in braccio, ci inginocchiavamo tutti davanti a quel quadro e recitavamo assieme le preghiere della sera.

Rosetta e Giovanni si erano sposati per amore, volevano dodici figli (uno più della nonna Anna!) anche se vivevano in una situazione economica precaria. Si fidavano della Provvidenza di Dio! Il loro amore era saldo come una roccia perché fondato su Dio. Erano “sposi per sempre”. Giovanni ha perso Rosetta a 34 anni (lei ne aveva 32) e le è rimasto fedele, anche se a Tronzano, dove era un personaggio stimatissimo anche come presidente dell’Azione cattolica dei giovani, aveva tante occasioni di risposarsi. Ma diceva: “Ho voluto tanto bene a Rosetta, che non potrei più voler bene così ad un’altra donna”.

Il 26 ottobre 1934 mamma Rosetta muore di polmonite e di parto con due gemelli di sette mesi (morti anche loro con lei), papà Giovanni e noi tre bambini ci siamo uniti alla famiglia della nonna Anna e della zia Adelaide, sorella maggiore di papà e direttrice didattica delle scuole di Tronzano.

Papà era un geometra e durante il giorno lavorava molto visitando in bicicletta le cascine e i paesi vicini, ma al mattino si svegliava alle cinque, per portarci alla Messa prima in parrocchia, che era alle sei.

Ricordo che papà era in coro dietro all’altare, io servivo la Messa ed ero incaricato, se lui non veniva quando il sacerdote distribuiva la Comunione, di andare a dirgli di venire e qualche volta papà dormiva!

Caro papà, lavoravi tutto il giorno e alla sera stavi alzato fino alle 22-23 per fare i conti e disegnare i tuoi lavori. Ma al mattino montavi la sveglia per non perdere la Messa, pur di portarci i tuoi bambini! Sono questi gli esempi che rimangono vivi nella nostra memoria di figli e ci educano ancora alla fede e alla vita cristiana.

I nostri genitori li aprivano al prossimo. La mamma, maestra elementare, da ragazza si dedicava gratuitamente ai bambini nell’asilo e nella scuola elementare e alla sera faceva scuola agli analfabeti adulti.

Educava noi bambini a distribuire metà dei doni di Gesù Bambino ai ragazzini che abitavano vicini a noi e non avevano parenti benestanti, come il papà e le sorelle di mamma Rosetta. La nostra casa era aperta ai poveri, a volte invitati a pranzo.

Papà Giovanni era chiamato “il paciere”, perché quando c’era un contrasto tra famiglie chiamavano lui che sapeva parlare di pace e di perdono ed era convincente. Non aveva nessun incarico ufficiale, ma metteva d’accordo famiglie divise facendole pregare assieme e risolvendo i loro problemi nelle eredità di case e terreni. Era chiamato anche “il geometra dei poveri”, perché faceva gratis o per poco le sue prestazioni per i poveri e per l’asilo delle suore.

Mamma Rosetta e papà Giovanni ci hanno trasmesso una grande fiducia in Dio, nel suo amore e Provvidenza. Ricordo bene che papà ripeteva spesso a noi tre ragazzini: “Dovete volervi bene e andare sempre d’accordo”.

Espressioni che ripetevano spesso: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” (mamma Rosetta), “Siamo sempre nelle mani di Dio” (Giovanni). Sul letto di morte, al marito che le diceva: “Se guarisci, faremo in altra maniera perché tutti questi figli ti hanno indebolita”, Rosetta ripeteva diverse volte: “Giovanni, faremo sempre la volontà di Dio”.

Certo papà ha sofferto moltissimo per la morte prematura della mamma (il loro matrimonio è durato solo sei anni, 1928-1934), ma aveva un carattere che educava anche senza parlare. Era sempre sereno, gioioso, aperto agli altri, sapeva giocare con noi ragazzini e alla sera dopocena, finito il Rosario in famiglia, ci chiedeva, uno per uno, come avevamo passato la giornata, la scuola, l‘oratorio, gli amici frequentati. Nelle lettere dall’Urss, non è mai triste o scoraggiato, ma pieno della speranza di poter tornare a casa, in quelle situazioni tragiche, a 20-30 sotto zero e le bombe nemiche. Ma lui scriveva che era un freddo secco e si sopportava bene! Non avrebbe dovuto andare in guerra perché vedovo e padre di tre figli minorenni, ma l’hanno mandato in prima linea in Russia perché non si era mai iscritto al Partito Fascista, non partecipava alle manifestazioni patriottiche e aiutava i perseguitati del regime trovando loro un lavoro.

Chiude la sua vita con un gesto che ricorda quello di San Massimiliano Kolbe ad Auschwitz: rimane tra i feriti intrasportabili mandando a casa il suo sottotenente più giovane. Offre la sua vita per lui, poi diventato sindaco democristiano di Vercelli due volte!

Rosetta e Giovanni dimostrano che si può vivere il Vangelo in una vita come quella di tutti, ma vissuta in modo straordinario. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati alla santità, cioè all’imitazione di Cristo nella normale vita quotidiana. “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” scriveva San Paolo ai Tessalonicesi (1Ts, 4, 3). Non voglio delineare la biografia di mamma e papà in queste due paginette, ma papà, che è vissuto con noi a Tronzano fino al 1940 quando è andato in guerra, ci ha dato esempi di mortificazione perché diceva: “Bisogna mortificarsi nelle cose lecite per poter resistere in quelle illecite”. Non fumava, non beveva vino (se non qualche volta nei brindisi dei pranzi), non giocava al Lotto o d’azzardo (vizio comune anche a quei tempi!); e ci ricordava le virtù e le mortificazioni (fioretti) di mamma Rosetta.

L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, comunicandomi la sua decisione di iniziare la causa di canonizzazione (avvenuta il 18 febbraio 2006 a Tronzano vercellese), mi ha detto (testo registrato): «La Causa di beatificazione dei tuoi genitori mi interessa molto e la metto nelle mani di Dio. Io stesso ho avuto un papà straordinario e considero tuo papà del tutto esemplare, perché rappresenta una schiera di uomini dell’Azione cattolica. Anche mio papà aveva fatto la guerra. E mi fa piacere che le figure di tuo padre e di tua madre vengano additate come modello in un tempo come il nostro in cui manchiamo di modelli, un tempo di «aurea mediocrità». Anch’io sono dell’avviso che la chiamata di tutti alla santità dev’essere documentata con esempi concreti. Ricordiamo e onoriamo i tuoi genitori per ricordarne tanti, tantissimi altri». Ringrazio il Signore di essere il figlio primogenito di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo e raccomando a tutti gli amici lettori di pregare per questa causa di beatificazione, che la Chiesa crede utile come esempio di Vangelo vissuto da una normale coppia di sposi.

Padre Piero Gheddo,

missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), Milano.

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Il Papa affida alla Madonna del Rosario tutte le famiglie del mondo

Posté par atempodiblog le 7 octobre 2015

Il Papa affida alla Madonna del Rosario tutte le famiglie del mondo

All’udienza generale il Papa ha ricordato che oggi la Chiesa celebra la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario. A Lei ha affidato le famiglie di tutto il mondo e il Sinodo sulla famiglia. Ha quindi invitato tutti i fedeli a imitare San Giovanni Apostolo: come lui – ha detto – “accogliete Maria nelle vostre case e fatele spazio nella vostra esistenza quotidiana” perché “la sua materna assistenza sia fonte di serenità e di forza”. Poi, così si è rivolto a giovani, malati e sposi:

“Cari giovani, la speranza che abita il cuore di Maria vi infonda coraggio di fronte alle grandi scelte della vita; cari ammalati, la fortezza della Madre ai piedi della croce vi sostenga nei momenti più difficili; cari sposi novelli, la tenerezza materna di Colei che ha accolto nel grembo Gesù accompagni la nuova vita familiare che avete appena iniziato”.

madonna

La preghiera del Rosario risale al secolo XIII e fu promossa in particolare dai Domenicani. Il 7 ottobre 1571, a Lepanto, nello Stretto che separa i Golfi di Patrasso e Corinto, la coalizione formata da Venezia, Spagna e Stato Pontificio ottenne una schiacciante vittoria contro la flotta turca. Questo evento ebbe risonanza in tutto il mondo cristiano e spinse San Pio V ad istituire una festa di ringraziamento che prese il nome di Santa Maria della Vittoria. Estesa nel 1716 alla Chiesa universale e fissata definitivamente al 7 ottobre da San Pio X nel 1913, venne in seguito denominata la festa del Rosario. Tante le raffigurazioni artistiche sulla Vergine del Rosario, in particolare il quadro custodito nella Basilica di Pompei in cui la Madonna viene rappresentata in trono con il Bambino in braccio fra San Domenico e Santa Caterina: la Vergine offre il Rosario alla Santa e Gesù al Santo. Sul significato che ha per i fedeli la preghiera alla Madonna del Rosario, Elvira Ragosta [di Radio Vaticanaha intervistato padre Alberto Valentini, mariologo monfortano:

R. – La preghiera del Rosario è stata detta un po’ la preghiera dei poveri, dei semplici, ma tutte le volte che io uso questa espressione penso ai poveri della Scrittura, agli anawim, che sono coloro che sono intimi del Signore. Soltanto le persone che hanno un’esperienza di fede e che hanno fatto un cammino riescono a pregare con la corona. La preghiera dei poveri, perché? Perché anticamente i dotti, i colti pregavano con i Salmi, 150 Salmi, e invece le persone che non potevano, pregavano con 150 Ave Maria. Non a caso erano lo stesso numero dei Salmi, fino all’aggiunta dei Misteri della Luce da parte di San Giovanni Paolo II.

D. – Come pregare con il Rosario?
R. – Il Rosario è una preghiera di meditazione, anzitutto, ha bisogno di silenzio, di quiete, ha bisogno di distensione. Le Ave Maria che si susseguono, precedute dal Padre Nostro e dal Gloria, sono delle meditazioni sulla storia della salvezza. Le preghiere di cui si compone la corona sono quelle fondamentali: la preghiera del Signore, del Padre Nostro; la prima parte dell’Ave Maria, che è l’annuncio alla Vergine, e la seconda parte, che è l’invocazione della Chiesa; e poi la glorificazione della Trinità. E’ quindi una preghiera densissima, che apparentemente può sembrare semplice, ma concentra i massimi dati della fede riuniti in una preghiera.

D. – La devozione alla Madonna del Rosario ha origini antiche, risale al 13.mo secolo, ma come si è evoluta e rafforzata fino ai nostri giorni?
R. – Le evoluzioni sono state tante nei secoli. Possiamo dire che soprattutto alcuni Papi hanno dato un impulso particolare al Rosario. Il primo è San Pio V, nel ricordo della battaglia di Lepanto e della vittoria dei cristiani, avvenuto proprio il 7 ottobre 1571. E’ stata quindi istituita questa festa in ricordo della protezione che hanno ricevuto dalla Vergine. Poi bisogna ricordare senz’altro Leone XIII, che soprattutto nella Enciclica Octobri mense del 1891 ha insistito sul Rosario. Lui, però, ripetutamente ha parlato della corona. Più vicino a noi c’è Paolo VI, il grande Paolo VI, che nella Marialis Cultus ha dedicato l’ultima sezione proprio al Rosario, dicendo che è una preghiera che deve convincere con la sua bellezza, non si può imporre. Non è necessario, se uno ha difficoltà, che preghi con il Rosario. Dobbiamo, però, essere conquistati – chi riesce – dalla bellezza di questa preghiera, gli altri possono fare anche altre preghiere. E’ però sempre un segno di maturazione cristiana. Poi naturalmente dopo Paolo VI abbiamo il Rosarium Virginis Mariae del 2002 di Giovanni Paolo II, il quale ovviamente era devotissimo. Anche questo Papa sappiamo che va sempre a Santa Maria Maggiore prima di impegni importanti e stamattina ha raccomandato la Chiesa e il Sinodo alla Vergine del Rosario.

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“La festa del Rosario” di Albrecht Dürer

Posté par atempodiblog le 4 octobre 2015

“La festa del Rosario” di Albrecht Dürer
Di santuari mariani, di pale e polittici dedicati alla Vergine è disseminata l’Europa. Non si può parlare delle radici cristiane del nostro continente ignorando la devozione a Maria che in esso si snoda formando un lungo e vasto itinerario spirituale.
di suor Maria Gloria Riva – Radici Cristiane

Festa del Rosario di Dürer

Tra i testimoni più autorevoli delle radici cristiane d’Europa troviamo Albrecht Dürer, artista che si appassionò, almeno inizialmente, alla predicazione luterana. Egli ci ha lasciato una testimonianza forte dell’affezione a Maria del popolo d’oltralpe.
Nei suoi fortunati contatti con l’Italia, Dürer ricevette dalla comunità tedesca residente a Venezia l’incarico di dipingere, per la Chiesa di San Bartolomeo, una pala d’altare dal titolo singolare: “La festa del Rosario”.

Prima simpatizzante, poi critico di Lutero
La commissione gli venne nel 1505, durante il suo secondo viaggio nel nostro Paese, il dipinto fu ultimato nel settembre dell’anno seguente. In quegli stessi anni Lutero iniziava il suo cammino all’interno dell’Ordine agostiniano-eremitano di Erfurt (dove era entrato nel 1505) intraprendendo quegli studi che lo porteranno, 11 anni più tardi, ad affiggere le 95 tesi di protesta alle porte del Duomo di Wittemberg.
La vita del Dürer sarà segnata dagli eventi della riforma luterana per la quale l’artista in un primo tempo simpatizzerà, ma verso la quale lancerà un ammonimento severo in una delle sue opere (i quattro apostoli, opera donata dall’artista a Monaco, sua città natale). Molte delle sue opere andranno perdute anche a causa della grande lotta alle immagini che Lutero suscitò.
La pala del Rosario, richiesta appunto da una comunità tedesca, rappresenta la silenziosa invocazione di aiuto e l’atto di affidamento a Maria del popolo cristiano d’oltralpe di fronte ai turbamenti e alle istanze di riforma che certamente già nel 1506 si presentivano.

Il Rosario, preghiera cristologica
Nel dipinto di Dürer si nota la struttura triangolare del gruppo centrale costituito dalla Vergine Maria, Gesù Bambino, l’angelo musicante, il papa e l’imperatore. La posizione particolare del Bimbo Divino rompe la simmetria dell’intera composizione, orientando lo sguardo dell’osservatore verso gli astanti. Un folto gruppo di uomini e donne, infatti, a destra e a sinistra circonda la Vergine Madre.
Per quanto il capo della Vergine, incoronato dagli angeli, rappresenti il vertice del triangolo disegnato dal gruppo di centro, nessuno dei presenti rivolge lo sguardo a Maria. Tutti sono assorti, compresi del mistero che si contempla durante la recita della corona e la maggior parte degli oranti volge lo sguardo a Cristo. Era ben chiara, dunque, all’artista quella verità che Giovanni Paolo II ricordava nella sua enciclica Rosarium Virginis Mariae e cioè che: il Rosario, preghiera mariana per eccellenza, è preghiera dal cuore cristologico.
In questa tela Maria siede in trono. Un trono più sobrio rispetto al modello iconografico delle antiche Maestà e che rimanda piuttosto a una cattedra; Maria del resto (angelo musicante a parte) è l’unica ad essere seduta e abbraccia il Bimbo come si abbraccia il rotolo della legge. Maria parla “ex cathedra”, ma ciò che proclama è l’unica Parola: il Verbo divino fatto carne.
Il drappo che orna il trono di Maria è verde, colore della terra e della speranza, la cattedra di Maria appartiene a questa creazione, ma annuncia una Parola eterna. La Madre, infatti, veste di blu, il colore dello spirito e del mistero. Bianco, invece, somma di tutti i colori e perciò colore che rimanda alla pienezza della vita eterna, è il telo che avvolge Gesù.

Alla scuola di Maria
Siamo alla scuola di Maria, una scuola umile ed autorevole insieme, materna e ferma. A questa scuola tutti sono invitati perché dalla contemplazione della vita di Cristo, attraverso il mistero della sua Incarnazione, ciascuno possa comprendere qualcosa di più del suo destino.
Nella folla raffigurata da Dürer vi sono rappresentate, infatti, tutte le categorie di persone. In primo piano il papa in veste d’oro, simbolo del potere spirituale; l’imperatore in veste rossa, simbolo dei poteri temporali; dietro l’imperatore, il committente – Ulrich Függer – che con veste azzurra e rosario fra le mani testimonia la sua grande devozione a Maria. Accanto a lui un soldato commosso e pensoso, mentre dietro a Függer si scorge l’architetto che aveva ricostruito il Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Poi ancora, qua e là, donne e uomini diversi per ceto ed età.
Dall’altro lato, dietro al Papa e al patriarca di Venezia, alcuni esponenti dell’ordine ecclesiastico.
Chiamati a raccolta tutti costoro sperimentano la potenza di un’arma che annienta le forze umane e godono di un potere soprannaturale che azzera i poteri di questo mondo.
Per questo la tiara del papa e la corona dell’imperatore giacciono ai piedi della Vergine e la corona di Maria è sospesa a mezz’aria, quasi a voler significare il suo valore unicamente simbolico. Le uniche corone ammesse sono quelle distribuite da Maria e dal suo Divin Figlio, con l’aiuto degli angeli e di San Domenico. Tutte sono uguali: riceve la medesima corona tanto l’imperatore che il soldato; tanto il papa e la gerarchia ecclesiastica che la gente comune. E come «la corona del rosario converge al crocifisso» (RVM n° 36) così questa ghirlanda di fiori ricorda la corona di spine del Salvatore, grazie al quale le spine del dolore producono fiori di grazia e di vita eterna.
Nel dipinto appare un grande apostolo della devozione mariana e del rosario: San Domenico. La dolce catena del Rosario lega cielo e terra: durante la sua recita la chiesa trionfante e la chiesa militante sperimentano, come nella liturgia, una beatificante comunione, una profonda ed intima fraternità.

La fede di Dürer
Dalla Festa del Rosario non è esclusa neppure la dimensione del tempo; lo annuncia lo stesso autore che ritratto in piedi all’estrema destra della pala tiene fra le mani un foglio con questa scritta: «Il tedesco Albrecht Dürer eseguì nello spazio di cinque mesi».
La specificazione non è casuale, talvolta Albrecht commentava le sue tele con scritte significative, come ad esempio nell’autoritratto del 1493 (anno delle sue nozze) dove, a testimonianza della sua fede, scrisse: «Le mie cose vanno come è ordinato lassù».
Qui i cinque mesi rimandano alle cinque poste della corona. Come il tempo della realizzazione dell’opera è stato per l’autore un tempo di immersione nel mistero della preghiera e della devozione mariana, così il tempo scandito dai grani è un tempo dato alla grazia, alla contemplazione dei misteri di Cristo, alla pace.

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10 frasi di giovani santi per una santità senza età

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2015

10 frasi di giovani santi per una santità senza età
Perché non si tratta di un ideale bello e nobile, riservato solo a pochi “eletti”
di Rafael Pérez del Solar
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti
Tratto da: Aleteia

10 frasi di giovani santi per una santità senza età dans Beata Chiara Luce Badano papa-francesco-e-i-giovani

Quando ero bambino, mia nonna aveva la sana abitudine di portarmi sempre alla Messa domenicale. Devo riconoscere che all’epoca non capivo cosa accadeva nell’Eucaristia e mi annoiavo abbastanza. Per questo, ho preso l’abitudine (per intrattenermi) di osservare le grandi immagini di legno o di gesso collocate ai lati dell’altare o nelle navate laterali della chiesa. Raffiguravano tutte persone che indossavano un abito: sacerdoti, suore e religiosi, dal volto serio e allo stesso tempo mistico.

In questo modo, mi sono fatto un’idea di quello che era la santità: un ideale molto bello e nobile, ma riservato ad alcuni “eletti” e che implicava il fatto di essere come minimo sacerdote o monaco.

Alla fine dell’adolescenza, tuttavia, ho conosciuto maggiormente Dio e ho scoperto a poco a poco la ricchezza della Chiesa, la sua varietà di carismi e l’immensa diversità dei santi che esistevano nel pianeta. Le loro testimonianze hanno acceso in me l’ideale che il cambiamento del mondo passi per la santità di ciascuno e per la testimonianza dell’Amore di Cristo.

Papa Francesco ci spiega il significato della santità:

“La santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano… Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova”.

Quanto è importante ricordare e curare questo dono di Dio, quel fuoco iniziale di chi incontra Dio fin da giovane! Sono i cuori giovani che portano con sé ogni entusiasmo e ogni forza per lottare per gli ideali che il Signore ha seminato nei nostri cuori.

Pier Giorgio Frassati, Chiara Luce Badano, Nennolina, Maria Goretti, Domenico Savio, Teresina di Lisieux, Giacinta e Francesco Marto, Laurita Vicuña, Santa Agnese e la Beata Imelda (e tanti altri giovani santi!), ciascuno di loro, in base al proprio stato di vita e alla propria età e consapevole delle proprie fragilità, è stato un giovane con un grandissimo amore per Dio, assolutamente convinto che l’Amore per Gesù e per gli altri sia ciò che cambia davvero i cuori e il mondo.

Ecco una piccola rassegna che ci può spingere a conoscere la loro vita e il loro esempio.

01-meo dans Beata Imelda Lambertini

Nennolina era una bambina che andava a scuola e scriveva lettere a Gesù che dettava alla sua mamma. È tornata alla casa del Padre dopo una grave malattia ad appena 7 anni.

02-savio dans Beato Pier Giorgio Frassati

Domenico era chierichetto della Messa domenicale alla quale assisteva, ha fatto parte dell’Oratorio di Don Bosco e ha imparato fin da piccolo a compiere sacrifici alla Vergine e a vivere l’austerità. È tornato alla casa del Padre a 14 anni.

03-frassati dans Citazioni, frasi e pensieri

Pier Giorgio era un giovane laico di spiritualità domenicana che aiutava i bisognosi e faceva alpinismo con i suoi amici. È tornato alla casa del Padre a 24 anni.

04-chiara-luce-baddano dans Fede, morale e teologia

Chiara “Luce” è stata una ragazza del Movimento dei Focolari che giocava a tennis, faceva escursioni e praticava il nuoto. È tornata alla casa del Padre a 18 anni dopo un cancro alle ossa e offrendo a Gesù la sua malattia.

05-imelda-lambertini dans Papa Francesco I

Imelda Lambertini è stata una giovane religiosa domenicana del XIV secolo, entrata in convento da bambina e tornata alla casa del Padre dopo aver ricevuto la Prima Comunione a 13 anni.

06-sant-agnese dans Riflessioni

Sant’Agnese era una ragazza molto bella che ha deciso di offrire la propria vita e la propria verginità a Dio. Nel corso della persecuzione del V secolo, venne condannata a morte quando si scoprì che era cristiana.

07-beata-laura dans San Domenico Savio

Laurita Vicuña frequentava una scuola salesiana e ha offerto la sua vita a Dio per la conversione della madre, che viveva in una condizione di peccato. È tornata alla casa del Padre a 12 anni dopo aver ascoltato il pentimento della madre.

08-beata-giacinta-marto dans Santa Maria Goretti

Giacinta e Francesco sono stati due dei piccoli testimoni delle apparizioni della Madonna a Fatima. Sono tornati alla casa del Padre rispettivamente a 9 e 10 anni.

09-santa-teresa-del-bambin-Ges dans Santa Teresa di Lisieux

Teresina era una giovane monaca carmelitana che dall’età di 14 anni ha imparato a offrire preghiere per i peccatori. L’anno successivo è entrata nella vita religiosa, scrivendo poi la Storia di un’anima. È tornata alla casa del Padre a 24 anni.

10-santa-maria-goretti dans Stile di vita

Maria Goretti era una giovane laica che ha subito il martirio per difendere la sua purezza, perdonando il suo assassino prima di morire, a 11 anni.

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Card. Comastri: Papa Francesco pone l’Anno della Misericordia sotto il manto protettore di Maria

Posté par atempodiblog le 15 août 2015

Card. Comastri: Papa Francesco pone l’Anno della Misericordia sotto il manto protettore di Maria
Nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in Cielo, Papa Francesco reciterà l’Angelus alle 12.00 insieme ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro. Sull’importanza di questa festa e il legame tra Jorge Mario Bergoglio e la Madre di Dio, Alessandro Gisotti [di Radio Vaticana] ha intervistato il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per lo Stato della Città del Vaticano:

scioglie nodi

R. – Oggi questa festa è particolarmente attuale, anche per la nostra società e per il momento che stiamo vivendo. C’è un grande culto del corpo, una idolatria del corpo, ma purtroppo staccato dall’anima. E’ dall’anima bella che parte la bellezza del corpo! Maria era bella dentro; Maria era bella nei suoi sentimenti, Maria era bella nella sua umiltà, Maria era bella nella sua generosità, Maria era bella nella sua dedizione totale a suo Figlio, al Salvatore, ed è quella bellezza che in qualche modo è affiorata nel corpo e ha giustificato la sua assunzione. Ora, il Papa tutto questo lo sa: Papa Francesco lo sa e lo crede e lo vive – possiamo dire – con la semplicità di un bambino, ed è questo un fatto molto bello, dal quale possiamo trarre grandi insegnamenti. Il Papa molto spesso fa riferimento alla nonna, perché doveva essere, in casa, l’anello della tradizione di fede – gli ha insegnato a pregare – un personaggio di riferimento della sua infanzia, dalla quale ha ricevuto sicuramente anche l’amore per la Madonna.

D. – La devozione mariana di Francesco, appunto, nasce fin da bambino: pensiamo alla Vergine di Lujan, a Buenos Aires. Questo lo vediamo anche dal modo in cui il Papa parla di Maria: in modo semplice, filiale, come si parla in famiglia della mamma …
R. – Certamente. Il Papa esprime la sua devozione alla Madonna nelle formule più semplici. Vedere il Papa che, quando torna da un viaggio, va a portare un mazzo di fiori a Santa Maria Maggiore: già questo fatto dice la sua semplicità. Ed essendo semplice, parla: parla subito al cuore, trasmette subito il messaggio e ci dice con estrema chiarezza che il Papa si sente un figlio aggrappato alla mamma, un figlio che ha bisogno di raccontare alla mamma la sua storia, i suoi viaggi, le sue fatiche, i suoi impegni. Questo è il senso di quel mazzolino di fiori che lui porta sull’altare.

D. – Personalmente, cosa la colpisce della devozione che Francesco ha per la Vergine?
R. – Più volte ho riflettuto su una devozione tipica che il Papa ha portato a Buenos Aires e poi ha portato nel mondo: la devozione alla “Madonna che scioglie i nodi”. Chi non ha qualche nodo nella vita? Chi non ha qualche nodo da sciogliere? Allora è bello immaginare Maria e immaginare la mamma come Colei che prende un groviglio e che, con pazienza, cerca di scioglierlo, di dipanarlo e di far ritornare la bellezza della vita normale, della vita che tutti vorremmo vivere. Io penso a un particolare della vita della Madonna: Maria a Cana. Un matrimonio, un nodo: viene a mancare il vino. E Maria scioglie il nodo. Ma lo fa con una delicatezza estrema. Maria si rivolge a Gesù, ma non dice: “Devi fare un miracolo!”, no. Lo stile di Maria è lo stile della delicatezza, lo stile dell’umiltà. Semplicemente dice: “Figlio, non hanno più vino”. La risposta di Gesù è una risposta che sicuramente la Madonna in quel momento non poté capire in tutta la profondità ed era una prova di fede anche per Lei: “Non è ancora giunta la mia ora”. Maria capì successivamente qual era l’ora di cui parlava Gesù in quel momento; ma la sua risposta è di una bellezza straordinaria. Maria non si scoraggia. Dice ai servi, semplicemente: “Qualunque cosa vi dirà, voi fatela”. E questo abbandono semplice, umile è il terreno in cui sboccia il miracolo, il terreno in cui si scioglie il nodo.

D. – L’Anno della Misericordia inizierà, per decisione di Papa Francesco, l’8 dicembre, Solennità dell’Immacolata Concezione. Il Papa mette questo Giubileo sotto il segno, anzi, forse sotto il manto protettore di Maria…
R. – L’Immacolata è il progetto iniziale di Dio. Dio ci vorrebbe tutti immacolati, puri dentro, e questa bellezza originaria che, adesso è venuta a mancare nella storia per il peccato umano, è ricominciata con Maria. Aprendo il Giubileo della Misericordia nel giorno dell’Immacolata, il Papa ci dice: “Questo è il sogno di Dio”, e possiamo tutti fare un passo per avvicinarci al sogno di Dio. Lasciamoci condurre da Maria. Lasciamoci portare da Lei: Maria ci indicherà la strada della misericordia, la strada nella quale possiamo recuperare tutti la bellezza che abbiamo perduto. Dio è pronto; la porta è aperta: entriamo!

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La divina unione tra la Madonna e il glorioso San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 1 août 2015

Il santo proposito di San Giuseppe

Il fatto che l’Evangelista, pur evidenziando il proposito di verginità di Maria, la presenti ugualmente come sposa di Giuseppe costituisce un segno della attendibilità storica di ambedue le notizie. Si può supporre che tra Giuseppe e Maria, al momento del fidanzamento, vi fosse un’intesa sul progetto di vita verginale. Del resto, lo Spirito Santo, che aveva ispirato a Maria la scelta della verginità in vista del mistero dell’Incarnazione e voleva che questa avvenisse in un contesto familiare idoneo alla crescita del Bambino, poté ben suscitare anche in Giuseppe l’ideale della verginità.

Giovanni Paolo II

La divina unione tra la Madonna e il glorioso San Giuseppe dans Fede, morale e teologia Giovanni-Paolo-e-Maria

La divina unione tra la Madonna e il glorioso San Giuseppe

Ora qual divina unione tra nostra Signora ed il glorioso san Giuseppe! Unione, che faceva, che quel bene de’ beni eterni nostro Signore, fosse ed appartenesse a san Giuseppe, così come apparteneva a Maria, non secondo la natura, che aveva presa nelle viscere della nostra gloriosa Vergine; natura, che era stata formata dallo Spirito Santo del purissimo sangue di Lei; ma secondo la grazia, la quale lo rendeva partecipe di tutti i beni della sua cara sposa, e la quale faceva che egli andasse meravigliosamente crescendo nella perfezione; e ciò per la comunicazione continua, che aveva con nostra Signora, la qual possedeva tutte le virtù in così alto grado, che nessun altra né candida, né pura creatura vi può giungere.

Nientedimeno il glorioso san Giuseppe era quello, che maggiormente vi si approssimava; e siccome si vede uno specchio ricevere i raggi del sole dal riverbero d’un altro specchio, e rimandarli cosi al vivo che non si potrebbe quasi giudicare qual sia quello, che li riceve immediatamente dal sole, o quello, che non li riceve se non per riflesso; parimente nostra Signora era come un purissimo specchio opposto ai raggi del Sole di giustizia: raggi, che apportavano nell’anima sua tutte le virtù nella loro perfezione; quali perfezioni, e virtù facevano un riflesso così perfetto in san Giuseppe, che pareva quasi  ch’egli fosse così perfetto, o che avesse le virtù in sì alto grado, come le aveva la Vergine santissima.

Ma in particolare (per non deviare dal nostro proposito) in qual grado pensiamo noi che avesse la verginità, quella virtù, che ci rende simili agli angioli? Se la santissima Vergine non fu solamente vergine tutta pura, e tutta candida; ma come canta la santa Chiesa nel responsorio delle lezioni dei mattutini, santa ed immacolata verginità, cioè che era la stessa verginità: quanto pensiamo noi che quel che fu eletto da parte dell’eterno Padre per custode della sua verginità, o per dir meglio per compagno (poiché ella non aveva bisogno d’esser guardata da altri, che da se medesima) quanto dico, doveva egli esser grande in questa virtù?

Ambedue avevano fatto voto d’osservar verginità in tutto il tempo della lor vita, ed ecco che Iddio vuole che siano uniti col legame di un santo matrimonio, non già per farli disdire, né pentirsi del voto; ma per confermarli, e fortificarli l’un l’altro a perseverare nella santa impresa; e per questo lo fecero ancora di viver verginalmente insieme in tutto il resto della lor vita.

Tratto da: Trattenimenti spirituali di San Francesco di Sales Vescovo e Principe di Ginevra Volume unico. – Brescia : Tipografia Pasini nel Pio Istituto di S. Barnaba, 1830, pp. 363 – 364.

Divisore dans San Francesco di Sales

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I cristiani che fanno dell’identità una questione di superiorità

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

I cristiani che fanno dell’identità una questione di superiorità
Tratto da: Radio Vaticana

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[...] Il secondo atteggiamento davanti al grido di Bartimeo – dice il Papa – è quello di chi gli ordina di stare  zitto, di  non disturbare. Sono quelli che rimproverano sempre: “Sono i vescovi, i sacerdoti, le suore, il Papa … con il dito così”. “È l’atteggiamento di coloro che di fronte al popolo di Dio, stanno continuamente a rimproverarlo, a brontolare, a dirgli di tacere. Dategli una carezza per favore, ascoltatelo, ditegli che Gesù gli vuole bene …  ‘Ma non si può fare, signora, cos’ha questo bambino che piange mentre io predico?’. Come se il pianto di un bambino non fosse una sublime predica!”.

“È il dramma della coscienza isolata, di coloro che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti, ma in fondo hanno un profondo disprezzo per il popolo fedele di Dio”. “Sembrerebbe giusto che trovino spazio solo gli ‘autorizzati’, una ‘casta di diversi’ che lentamente si separa, differenziandosi dal suo popolo. Hanno fatto dell’identità una questione di superiorità”: “non sono più pastori, ma sono capitani” che sempre pongono “barriere al popolo di Dio”. E questo atteggiamento “li ha allontanati, non solo dal grido della loro gente, o dal loro pianto, ma soprattutto dai motivi di gioia. Ridere con chi ride, piangere con chi piange, ecco una parte del mistero del cuore sacerdotale e del cuore consacrato”. [...]

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Andrea: il calcio, la malattia e Medjugorje

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2015

Andrea: il calcio, la malattia e Medjugorje
di Roberto Lauri – La Croce – Quotidiano

Tratto da: Radio Maria

Andrea: il calcio, la malattia e Medjugorje dans Medjugorje 206kmfq

Andrea De Luca è un ragazzo di 24 anni, abita a Castellammare di Stabia, un ragazzo come tanti, ama la vita, lo sport, ha una ragazza con la quale progetta un futuro. Andrea ha una storia che ha dell’incredibile è guarito miracolosamente da una malattia rara a Medjugorje; in questa intervista ci racconta la sua storia.

Andrea poi descriverti, con poche parole?
Sono sempre stato un amante del tempo libero, dello stare all’aria aperta. Ho avuto un’educazione cristiana, la mia famiglia mi ha insegnato a pregare, spesso si pregava insieme. Quello che mi raccontavano i miei genitori di Gesù e della Madonna, erano per me cose molto importanti. Non le ho mai ritenute una filastrocca o delle fiabe, ci credevo fin da bambino. Ero curioso, mi stupivo per qualsiasi cosa.

Avevi una grande passione, il calcio, vero?
Amavo molto fare sport, giocavo a calcio che era la mia grande passione. Ero iscritto nella sezione giovanile della Juve Stabia.

Il tuo calvario è iniziato proprio su un campo di calcio…
Avevo 13 anni quando un giorno, durante una partita di allenamento sentii un dolore atroce che partiva dalla parte superiore della gamba. Un dolore che mi impediva qualsiasi movimento. Ero impietrito dal dolore, vennero subito ad aiutarmi mio padre e mio fratello, che mi riportarono a casa. Il giorno dopo mi portarono dal medico di famiglia che dopo una visita veloce, mi consigliò subito di fare degli accertamenti, delle radiografie. Si era accorto che la normale rotazione della gamba era quasi del tutto scomparsa.

Da questi primi accertamenti si riuscì a capire di cosa si trattava. Si riuscì a fare una prima diagnosi?
Dalle prime radiografie si intuì subito che la situazione era molto grave. Il medico ci consigliò di fare una visita specialistica da un ortopedico. La testa del femore iniziava il suo lento decorso. I miei genitori erano molto preoccupati e affranti, vollero sentire il parere di più specialisti. Infatti la malattia ingannava i dottori, che credevano che fosse un epifisiolisi.

Cosa è l’epifisiolisi, puoi spiegarlo in maniera semplice?
È una malattia porta al distacco fra le due parti del femore, testa e collo, per via di un’anomala crescita del piatto osseo. Ma non si trattava di questa malattia. Dopo un po’ di tempo gli specialisti fecero la diagnosi definitiva: era il Morbo di Perthes. Una malattia che solitamente colpisce bambini dagli 8 ai 10 anni. Io avevo 13 anni quando ne fui colpito, ha avuto quindi un percorso particolare, difficile e doloroso. Dall’ interno della testa del femore iniziano una serie di necrosi fino a rovinare quasi del tutto l’osso. Soffrivo di dolori fortissimi, direi, simili ad un’ amputazione di un arto senza anestesia. Dopo poco tempo la malattia avanzo interessando anche la schiena.

Una grande sofferenza per un bambino di 13 anni. Un futuro segnato, tu come cercavi di reagire?
Cercai di essere forte fin dal primo momento. Cercai di nascondere i momenti più difficili e dolorosi della malattia. Per esempio quando c’erano le paralizzazioni, mi chiudevo nel bagno e ci rimanevo a lungo, facendo finta di nulla. Cercavo di nascondermi perché non volevo che le persone che mi amavano mi vedessero in quello stato. Soprattutto per non far soffrire i miei genitori. La malattia è durata 3 anni. Negli ultimi periodi non riuscivo a più nascondermi perché la sofferenza era troppo visibile e nonostante i dolori atroci, non facevo altro che pensare come velare il mio volto stanco. La notte non dormivo perché nel momento del rilassamento dei muscoli i dolori erano ancora più forti. La scuola non la frequentavo più, ma studiavo a casa. Iniziai a suonare la chitarra, prendevo lezioni private. In quel periodo la musica mi ha aiutato tanto era per me un oasi di pace.

Ad un certo punto, nel mezzo del tuo calvario subentra Medjugorje, raccontaci del tuo pellegrinaggio.
Si, ad un certo punto tutto mi parla di Medjugorje e tutti ne parlano, la nonna, le zie, gli amici, tutto parlava di Medjugorje. Decidemmo di andare tutti insieme, io, mia mamma, mio padre,le zie e la nonna. Si partì il 17 Settembre 2009, nel pieno della malattia. La mia famiglia, i miei amici non hanno mai smesso di pregare per me. Però come mia mamma e mio padre nessuno ha pregato così tanto. Mia mamma voleva che pregassi per la mia guarigione e io le dicevo: “Mamma ma sto bene! Ci sono dei bambini che soffrono più di me, prega per loro”. A Medjugorje la mia unica preghiera fu implorare a Dio di darmi la forza. Chiesi a Maria di darmi tanta forza, sì, chiesi tanta forza. Forza perché iniziavo a cedere alla malattia, ero diventato schiavo del mio corpo. Non potevo più nascondermi dagli occhi di coloro che mi volevano bene. Chiesi la forza di riuscire a nascondere la mia sofferenza. Chiesi la forza di riuscire a sorridere anche falsamente.

Raccontaci cosa successe a Medjugorje.
L’impatto con Medjugorje fu incredibile. Sentii che li c’era una Mamma piena di amore per me,la Madonna, simile alla mia terrena, con un amore che avvolge tutto. Tutto era stupendo, avevo scoperto il valore della Preghiera. Ero esaudito oramai, avevo chiesto forza ed avevo conosciuto la grandezza della preghiera. Il Dialogo con Dio, un arma potentissima se usata con fiducia. In un momento come quello che stavo vivendo, non c’era niente di più bello. Avevo chiesto forza e l’avevo ottenuta e avevo conosciuto il valore della preghiera. Salii il Podbrdo, la collina delle apparizioni, con non poche difficoltà, avevo le stampelle e molto dolore. La sera della salita, nell’ attesa della cena, volevo ringraziare la Mamma, la Madonna, perché mi aveva fatto conoscere, il valore della preghiera. Inizia un Ave Maria davanti alla statua della Vergine che era nel giardino dell’ albergo. Dopo il segno di croce il volto della statua si illuminò, con una luce che non era normale. Scappai via spaventato e andai dai miei genitori. Invitai anche loro a guardare, per capire se ero solo io a vedere quella luce. No tutti vedevano quello che vedevo io.

Ci avviciniamo alla statua della Madonna per continuare a pregare, quando due raggi di luce partono dalla statua e mi folgorano in petto e nella gamba, proprio sulla parte malata, e da quel momento fuoco! Sentii un gran fuoco. Una sensazione di calore forte nelle zone colpite da quei raggi, era proprio come stare nel fuoco, senza avvertire il dolore ma una forte sensazione di calore. Decisi di mantenere tutto nel silenzio, avevo la paura di impressionare le persone. Il giorno seguente facemmo il Krizevac, il monte della Croce. Pregavo senza fermarmi se non alle stazioni della Via Crucis. A metà percorso si ruppe una stampella, poi anche l’altra. In quel momento pensavo solo di essere sfortunato e feci aggiustare le stampelle. Non mi rendevo conto della difficoltà che avrei dovuto incontrare, a salire quella montagna nelle mie condizioni.

È a Medjugorje che ha inizio la tua nuova vita, vero?
Sì, lì a Medjugorje mi innamorai della Madonna e così iniziai a chiamarla Mamma. Io e mia madre andammo alla testimonianza di madre Rosaria della Carità. Dopo la testimonianza andammo a salutarla. Madre Rosaria mi disse: “Tu devi guarire perché dovrai essere apostolo di Gesù. Devi portare luce a tanti giovani. Parla con l’Eucaristia e di a Gesù che si prenda subito la tua malattia”. Io fui stupito da queste parole e iniziai a piangere forte, fu incredibile. Il giorno seguente dopo aver preso l’Eucaristia, parlai a Gesù. Gli dissi: “Io so che se Tu vuoi, io domani potrò camminare. Ma la mia preghiera già è stata esaudita, perché la forza, che chiedevo me l’hai data. Fai Tu. Gesù ti voglio bene!”. Iniziai a sentire un fuoco che cresceva, dalle gambe fino alla nuca. Il pellegrinaggio finì e tornai a casa. All’arrivo nello scendere dal bus, sentii chiaramente una voce dolcissima, femminile, da Mamma, che mi disse: “Adesso sei mio apostolo, cammina e porta Luce”. Lo disse per tre volte, lo sentii tre volte. Dopo l’ultima volta sentii che i dolori sparivano e cominciai a camminare. Iniziai a muovere la gamba, ero felice perché potevo muovermi liberamente. Il dolore era scomparso! Sentivo un fuoco dentro di me. Gli occhi di mia madre si riempiono di gioia, aveva uno sguardo che non dimenticherò mai più. Era il 24 settembre 2009, il mio ritorno alla vita, alla vita nuova. Dal giorno che ho ricominciato a camminare ho capito quanto fosse importante poterlo fare e quanto mi era mancato. Ho capito l’importanza di stare vicino a chi soffre. Avevo sentito quella voce che mi diceva “Cammina e porta luce”. Non una semplice frase, ma un modello di vita da seguire. Ora ogni mio passo ha un senso.

I medici cosa dicevano del fatto che tu riuscivi nuovamente a camminare?
I dottori non si spiegano quello che mi è successo. Ho fatto molti accertamenti, dopo che ho iniziato nuovamente a camminare. I medici hanno detto che è avvenuta una rigenerazione della testa del femore istantanea. Rigenerazione della materia dal nulla. Oggi cerco di dare testimonianza di cosa mi è successo, cerco di dare un po’ di speranza a chi non ne ha. Ora “Frequento” Dio come si frequenta un buon amico. Il miracolo più bello, non è solo la mia guarigione, ma aver preso consapevolezza dell’esistenza di una Mamma, la Madonna. Di avere un vero amico, il Signore, che mi ama, che mi ha ascoltato e che mi ascolta ancora. La mia vita ora è diversa, ci saranno sempre giorni di sole e giorni di pioggia. Ma dopo quello che è avvenuto, riesco a godermi di più i giorni di sole. Quando piove, Lui è ancora ad ascoltarmi, perché ho sperimentato che l’Amore che ha per noi è unico e infinito. Non solo per la mia gamba guarita, e la mia vita che è cambiata, ora sento la Sua presenza costante, Lui rimane sempre con me.

Grazie Andrea per la tua testimonianza.

Dopo anni di malattia, Andrea torna nuovamente a camminare in maniera autonoma. Andrea non ha dubbi, la sua guarigione è stata per volontà della sua Mamma, la Madonna, perché Lei ha voluto che per mezzo della guarigione potesse essere testimone dell’Amore di Dio.

Messaggio a Mirjana del 2 Luglio 2015:
“Cari figli, vi invito a diffondere la fede in mio Figlio, la vostra fede. Voi, miei figli, illuminati dallo Spirito Santo, miei apostoli, trasmettetela agli altri, a coloro che non credono, non sanno e non vogliono sapere. Perciò voi dovete pregare molto per il dono dell’amore, perché l’amore è un tratto distintivo della vera fede e voi sarete apostoli del mio amore. L’amore ravviva sempre nuovamente il dolore e la gioia dell’Eucaristia, ravviva il dolore della Passione di mio Figlio, che vi ha mostrato cosa vuol dire amare senza misura; ravviva la gioia del fatto che vi ha lasciato il suo Corpo ed il suo Sangue per nutrirvi di sé ed essere così una cosa sola con voi. Guardandovi con tenerezza provo un amore senza misura, che mi rafforza nel mio desiderio di condurvi ad una fede salda. Una fede salda vi darà gioia e allegrezza sulla terra e, alla fine, l’incontro con mio Figlio. Questo è il suo desiderio. Perciò vivete lui, vivete l’amore, vivete la luce che sempre vi illumina nell’Eucaristia. Vi prego di pregare molto per i vostri pastori, di pregare per avere quanto più amore possibile per loro, perché mio Figlio ve li ha dati affinché vi nutrano col suo Corpo e vi insegnino l’amore. Perciò amateli anche voi! Ma, figli miei, ricordate: l’amore significa sopportare e dare e mai, mai giudicare. Vi ringrazio”.

Solo alcuni spunti di riflessione:
Guerre, odi religiosi, genocidi, distruzione della famiglia naturale, utero in affitto, aborti, povertà, egoismi, uno scenario tremendo è sotto i nostri occhi, viviamo in un mondo privo d’Amore, perché privo di Fede. Maria ci invita a diffondere la Fede in suo Figlio; ancora una volta ci vuole suoi apostoli, apostoli dell’Amore di Gesù. Un messaggio intenso, nel quale la Vergine ci invita con forza alla conversione, alla preghiera, ad amare gli altri, ad avere una Fede forte. Un messaggio non privo di speranza, perché Maria dice: “La forte fede vi darà la gioia e la felicità in terra e alla fine l’incontro con mio Figlio”. L’incontro con Gesù, speranza ultima di ogni cristiano. Non un semplice messaggio, ma una proposta di vita.

Nota:
Pubblicando i messaggi non si vuole dare nessuna forma di autenticazione agli stessi o agli eventi di Medjugorje in generale. Ogni decisione in merito, spetta solo alla Chiesa a cui ci si rimette in piena obbedienza.

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Medjugorje. La Madonna chiama in alto

Posté par atempodiblog le 25 juin 2015

Medjugorje. La Madonna chiama in alto
Tratto da: Medjugorje. Il cielo sulla terra— Padre Livio Fanzaga, ed. PIEMME

Medjugorje. La Madonna chiama in alto dans Libri padre-Livio-Fanzaga-in-pellegrinaggio-a-Medjugorje

Il primo giorno delle apparizioni manifesta due elementi che saranno di grande importanza per lo sviluppo successivo. La Madonna non fa nulla a caso. Non solo le parole, ma anche i gesti che compie hanno un grande valore. Il primo giorno la giovane meravigliosa, apparsa sul pendio del monte, teneva un bambino in braccio, che continuamente copriva e scopriva, quasi volesse attirare l’attenzione su di lui. Nell’apparizione del giorno dopo il bambino non c’era più. La Gospa apparirà con il neonato in braccio solo nel giorno di Natale. Quale messaggio voleva dare la S. Vergine in quella prima manifestazione? Il significato appare chiaro. La Madre di Dio veniva ancora una volta come la mediatrice fra noi e suo Figlio. Il suo compito è quello di donarci Gesù e di condurci a Lui. E’ il tema fondamentale di tutti i messaggi della Regina della pace. In questa prospettiva la visione iniziale preannuncia il piano dell’Ancella del Signore, per i quale si sta spendendo da così tanto tempo. Vuole ricondurre a Gesù Cristo questa generazione che lo rifiuta e  lo combatte. L’ouverture delle apparizioni è di puro stampo cristologico. La Madonna non viene per sé, ma per suo Figlio. Lui solo è il Signore e l’unico Salvatore del genere umano. Il vangelo che Maria annuncia fin dal primo giorno è suo Figlio. Ci presenta colui che il cristianesimo stanco dell’occidente ha dimenticato, quando non lo ha tradito. Prima dell’ aut – aut drammatico del tempo dei dieci segreti, la Madre di Misericordia ha ottenuto dall’Onnipotente il dono di un ultimo accorato appello alla conversione.

Inoltre il primo giorno la Madonna invitava i veggenti ad avvicinarsi a Lei, ma loro, frenati dalla paura non ne hanno avuto il coraggio. Non sarà così il secondo giorno. La Madonna vuole che ci si avvicini a Lei, con la fiducia dei figli. Ciò riguarda non solo i veggenti, ma tutti noi. Nel momento dell’apparizione i suoi occhi si posano su ognuno. Nulla è ignoto al suo sguardo materno. Neppure i biglietti dei pellegrini, dove sono condensate le suppliche di una umanità sofferente e bisognosa di consolazione. La Madonna li guarda e li benedice, come a voler significare che nulla le sfugge. Nessuno può pensare di ingannare la Madonna. I suoi occhi vedono nel profondo dei cuori, scrutando i segreti e le intenzioni. Vede la situazione spirituale i ognuno. Cari figli, mentre con materna preoccupazione guardo nei vostri cuori, vedo in essi il dolore e la sofferenza; vedo un passato ferito e una ricerca continua; vedo i miei figli che desiderano essere felici, ma non sanno come” (2 gennaio 2012). Ai piedi di Maria ogni anima è come un libro aperto, dove il suo occhio materno scorge ogni minimo particolare. Dal secondo giorno delle apparizioni fino ad oggi la Madonna vuole che la gente sia vicina anche a costo, come avveniva nei primi tempi, di correre il rischio di farsi calpestare il velo che scende fino a terra.

La Gospa, facendo segno con la mano di avvicinarsi a Lei, invita a salire. Benché la Regina della pace sia apparsa un po’ ovunque a Medjugorje, raggiungendo ogni veggente nel luogo dove si trovava in quel momento, i luoghi sacri sono due montagne: il Podbrdo e il Krizevac. La Madonna scende dal cielo sulla terra e nel medesimo tempo invita noi ad avvicinarci al cielo. Marija e Vicka mi ha confidato che, specie nei primi tempi, nonostante il divieto dell’agosto 1981 da parte delle autorità comuniste di andare sul Podbrdo, il desiderio di salire in alto, sul monte delle prime apparizioni, era irrefrenabile, tanto che molte volte si sono recate, di notte, con altre persone. Una volta, il 31 dicembre del 1982, nel passaggio dall’anno vecchio all’anno nuovo, vi si sono recate scalze sul terreno ghiacciato:

Qualcosa ci attirava. Non si poteva resistere. Noi ci riunivamo nel vicinato. Si parlava, si cantava e si scherzava. A un tratto ci veniva in mente: Andiamo su? E subito si partiva. Passava da quelle parti la polizia, ma non ci hanno mai preso. Lassù pregavamo come sempre, soprattutto all’inizio. La Madonna arrivava appena incominciavamo a pregare. Poche volte mancava. Era molto contenta. Più ancora che durante il giorno. E’ una cosa che non si può descrivere” (Vicka). La salita sul Podbrdo, specie nei primi anni, fra pietre aguzze e cespugli spinosi, fra i quali si annidavano grosse serpi, era un segno del cammino spirituale che ognuno è chiamato a fare, fra le difficoltà e le croci della vita e le insidie del mondo e del demonio.

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Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un’esperienza di fede vissuta

Posté par atempodiblog le 10 juin 2015

Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un’esperienza di fede vissuta
di Diego Manetti
Tratto da: Diego Manetti wordpress

Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un'esperienza di fede vissuta dans Apparizioni mariane e santuari 15pj3ms

Nell’omelia di ieri presso Casa “Santa Marta” papa Francesco è intervenuto sul rischio di annacquare l’identità cristiana, esprimendosi anche sul rapporto che i fedeli possono avere con le apparizioni della Madonna. Ha infatti avvertito che ci sono “quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana” e hanno “dimenticato che sono stati scelti, unti” che “hanno la garanzia dello Spirito” e cercano: “‘Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?’ Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama ‘Gesù’ e niente di più”. Questo è il passaggio più esplicito, in cui non si può non cogliere un rimando alle apparizioni della Regina della Pace a Medjugorje.

Qualcuno ha letto in queste parole una presa di distanza dal “fenomeno Medjugorje”, ma non credo affatto sia così. Infatti, non si esprime sul fatto delle apparizioni, quanto sul rapporto che con esse hanno alcuni fedeli che, invece di accogliere i messaggi della Madonna come un dono del Cielo, si limitano a vana curiosità, ricercando chissà quali elementi di novità che possa soddisfare la loro “gola spirituale”, dimenticando che la divina rivelazione si è compiuta con la morte dell’ultimo apostolo e dunque non ci si può attendere nulla “in più” di quanto già rivelato in Gesù Cristo e da Gesù Cristo.

Un chiaro esempio di come la Regina della Pace non sia venuta a Medjugorje per portare chissà quale novità ma semplicemente per esortarci a tornare al Vangelo, sono i seguenti messaggi:

Messaggio del 19 settembre 1981 – «Perché fate tante domande? Ogni risposta è nel Vangelo».
Messaggio del 12 novembre 1982 – «Non andate in cerca di cose straordinarie, ma piuttosto prendete il Vangelo, leggetelo e tutto vi sarà chiaro».

Insomma, la Madonna a Medjugorje non fa che rimandare al Vangelo e i suoi stessi messaggi non sono che esortazioni a vivere sul serio il Vangelo di Suo Figlio:

Messaggio del 25 dicembre 1996 – «Cari figli! Oggi sono con voi in modo speciale tenendo Gesù Bambino in braccio, e vi invito, figlioli, ad aprirvi al Suo invito. Lui vi invita alla gioia. Figlioli, vivete gioiosamente i messaggi del vangelo, che ripeto dal tempo in cui sono con voi. Figlioli, io sono vostra madre e desidero svelarvi il Dio dell’amore e il Dio della pace. Non desidero che la vostra vita sia nella tristezza ma che sia realizzata nella gioia secondo il vangelo per l’eternità. Solo così la vostra vita avrà senso. Grazie per avere risposto alla mia chiamata!».

Facciamo tesoro del richiamo di papa Francesco e della Regina della Pace per fare del Vangelo di Gesù un’esperienza di fede vissuta. Uniti in preghiera!

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Da Medjugorje Maria ci guida a Pentecoste

Posté par atempodiblog le 29 avril 2015

Da Medjugorje Maria ci guida a Pentecoste
Pochi giorni fa la Regina della Pace è apparsa alla veggente Marija, affidandole un messaggio di incoraggiamento e raccomandazioni verso la solennità che conclude il tempo di Pasqua. Ripercorriamo intanto alcune tappe di questa storia divenuta quella personale di tanti fedeli
di Roberto Lauri – La Croce – Quotidiano

Tratto da: Radio Maria

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Le apparizioni della Madonna del 24 e 25 Giugno 1981, sulla collina del Podbrdo a Medjugorje, sono state le prime in assoluto. Possono essere considerate come un primo contatto della Vergine con i sei ragazzi: Mirjana Dragicevic, Ivanka Ivankovic, Jakov Colo, Marija Pavlovic, Vicka Ivankovic e Ivan Dragicevic, che avranno negli anni successivi apparizioni quotidiane. Oggi, alcuni di loro, non le hanno più ogni giorno ma a date prefissate.

Lo strano fenomeno, che si era verificato sulla collina, in quei primi due giorni, era sulla bocca di tutti gli abitanti del piccolo centro Jugoslavo, se ne parlava anche nei paesi limitrofi. Molte persone narravano le vicende con dovizia di particolari, suscitando una certa invidia a chi di quell’apparizione conosceva poco o nulla. Alcuni vantavano anche la più o meno stretta parentela con qualcuno dei sei ragazzi. Uno strano senso di curiosità, frammista a scetticismo e timore, serpeggiava in tutto il circondario della cittadina di Citluk, di cui Medjugorje è una frazione. Le forze di polizia erano allarmate di quello che stava accadendo, la Jugoslavia era ancora un paese comunista, quindi con sollecitudine, avvertirono della strana vicenda i funzionari del Partito. Con questa agitazione di umori e sentimenti inizia quello che sarà il terzo giorno delle apparizioni. In quel 26 giugno 1981 sempre alle sei e un quarto del pomeriggio, una luce insolita, bianca, bellissima, comparve sulla collina. All’evento era presente una vera e propria folla, il passaparola, aveva fatto accorrere ai piedi del piccolo colle un gran numero di persone. Si erano, infatti, dati appuntamento per quello strano fenomeno, due/tremila persone, provenienti, anche da molti villaggi vicini. I sei veggenti, erano invece ai piedi della collina, nel luogo preciso dove avevano avuto la prima apparizione. Non erano soli, ad accompagnarli c’era un loro vicino di casa, un meccanico di nome Marinko, forse più che per accompagnarli, era andato per proteggerli dalla folla.

La Madonna apparve nuovamente, e fece ai ragazzi cenno di avvicinarsi a lei. Come era successo nei primi giorni, salirono la collina a grandi passi, con una velocità sorprendente, noncuranti di quel terreno accidentato e sassoso. Quella figura li attirava a se con una forza incredibile. Vicka, la più grande del gruppo, aveva portato una boccetta d’acqua benedetta, come aveva fatto a Lourdes Santa Bernadette. Aveva paura che quella che si presentava a loro non era la Vergine, ma il demonio, quindi con voce ferma disse “Se sei la Madonna, resta con noi, altrimenti vattene!”. La Gospa, che era apparsa loro sorridente, continuava ancora a sorridere, sotto una pioggia di acqua benedetta. Vicka, con energia e in maniera generosa svuotò fino all’ultima goccia la bottiglietta d’acqua in direzione di quella figura. Incalzò Ivanka e con decisione disse alla Madonna “Perché sei venuta e cosa vuoi da noi?” Con una voce dolce, angelica, musicale Maria le ribadì “Perché qui ci sono buoni credenti e anche perché vi convertiate e mettiate pace in questo popolo”.

La cittadina di Medjugorje, infatti, aveva bisogno di pace, tra i suoi abitanti vi erano vecchi attriti e divisioni tra le famiglie. Prima dell’ultima guerra, dissidi e inimicizie tra i concittadini, avevano portato all’uccisione di tre persone e al ferimento di altre. Pace non solo per quel piccolo villaggio, ma una pace universale, perché aggiunse Maria “Vengo a convertire e a riconciliare tutto il mondo”. Solo i veggenti vedevano la Gospa, mentre i presenti che videro solo una grande luce, urlavano ai ragazzi “Chiedetele di dare un segno della sua presenza”. La risposta della Madonna non si fece attendere e replicò: “Beati coloro che non hanno visto e credono!”. Ad un certo punto, intervenne Mirjana chiedendo a quella figura: “Come ti chiami?” ottenne come risposta: “Io sono la Beata Vergine Maria” continuando a ripetere con voce di supplica: “Pace, pace, pace! Riconciliatevi”. Con queste parole si concluse l’apparizione di quel terzo giorno.

Il giorno successivo, la polizia, insospettita da quello che stava accadendo e con la preoccupazione di una cospirazione contro il partito, prelevò dalle loro case i sei ragazzi. I poliziotti condussero i giovani nel capoluogo, dalla dottoressa Ante Vujevic per sottoporli ad un esame psichiatrico. La dottoressa li visitò, parlò con ciascuno dei sei ragazzi ed emise la sua diagnosi che diceva “Tutti sono sani di mente”. Dichiarerà successivamente “Coloro che avevano bisogno di una visita psichiatrica, erano le persone che avevano condotto a me i ragazzi”.

Dopo la visita ed un interrogatorio da parte della polizia, i veggenti ritornarono a Medjugorje in tempo per l’apparizione. Erano, nuovamente tutti presenti, eccetto Ivan, che non riuscì ad andare. Ecco che la Vergine apparve nuovamente loro e Vicka su suggerimento di un francescano della parrocchia, chiese alla Gospa: “Cosa ti aspetti dai sacerdoti?”. La Vergine rispose “Che siano fermi nella fede, che vi aiutino”.

La stessa Vicka incalzò e chiese: “Perché non appari a tutti in chiesa?”. La risposta di Maria fu la medesima del giorno prima, quando le chiedevano di un segno: “Beati quelli che credono senza aver visto!”. Con queste parole la Vergine scomparve mentre i veggenti continuavano a recitare le preghiere. Ma ecco che quando intonarono il canto: “Tutta bella sei”, la Madonna riapparve nuovamente. Vicka, alla sua vista le chiese, con decisione e con voce forte: “O Vergine, cosa vuoi da questo popolo?”. Per una terza volta, la Gospa rispose: “Che coloro che non vedono credano come quelli che vedono”.

Il meccanico Marinko che continuava ad accompagnare i veggenti, sul luogo delle apparizioni, dopo essersi fatto indicare dai ragazzi, il punto esatto delle visioni, vi pose una pietra con disegnata una croce bianca. Un segno, per indicare a tutti i fedeli il luogo esatto dove appariva la Vergine.

Il giorno seguente, Domenica 28 giugno,Padre Jozo Zovko, parroco di San Giacomo, rientrò a Medjugorje dopo alcuni giorni; infatti era andato a Zagabria, per fare alcune prediche. Rimase turbato da quello che stava accadendo, quasi non riconosceva più quella sua assonnata, silenziosa, quieta parrocchia di periferia. Era tutto un via vai di persone, che gli parlavano con agitazione, che gli raccontavano di quei fatti strani, di quei sei suoi piccoli parrocchiani che vedevano nientemeno che la Beata Vergine! Addirittura parlavano con lei! Turbato da quelle vicende che gli erano state raccontate si fece condurre in parrocchia i sei ragazzi per interrogarli. Li conosceva molto bene quei giovani, erano assidui in parrocchia, bravi ragazzi di famiglie perbene. Rimase indeciso se credere loro, anche se non riusciva a capire perché avrebbero dovuto imbastire una storia così assurda, rischiando severe punizioni. Ma la prudenza non è mai troppa in queste occasioni, sapeva bene cosa dice la Chiesa, conosceva la severità in cui tratta le apparizioni, ricordava perfettamente le vicissitudini nelle quali erano incorsi i parroci di Fatima e di Lourdes. Era necessaria prudenza, molta prudenza, non bisognava subito, dar credito ai ragazzi.

Quella stessa sera, verso le sei, una moltitudine di persone, forse dieci-quindicimila, provenienti da molte città vicine, si accalcarono sulla collina in attesa dell’apparizione. I veggenti, videro e parlarono con la Gospa, le posero domande suggerite dai presenti e le risposte che ottennero da Maria, le comunicarono a tutti. In quell’occasione, qualcuno portò sul luogo delle apparizioni un piccolo registratore, il tutto fu inciso su un nastro magnetico. Proprio da queste registrazioni, risulta che la Madonna abbia detto: “Che il popolo creda e sia perseverante nella fede”, inoltre che “I preti siano fermi nella fede e vi aiutino” , ed ancora una volta, la quarta consecutiva, affermò “Beati coloro che credono senza aver visto”. Con un’ultima frase, diretta ai sei giovani, “Andate nella pace di Dio” si congedò da loro e scomparve.

Le autorità del Partito e gli organi di polizia, erano in agitazione, preoccupati di quanto stava accadendo a Medjugorje, troppa gente si riversava in quel luogo, per una presunta apparizione mariana. La paura di agitazioni popolari, e i grandi assembramenti di persone in uno stesso luogo,fece decidere alla polizia di interrogare nuovamente i veggenti. Cosi il giorno seguente, lunedì 29, alcuni poliziotti prelevarono i ragazzi per effettuare un nuovo esame psichiatrico presso l’ospedale di Mostar. I sei veggenti, attesero la visita, in un lungo corridoio davanti alla porta aperta dell’obitorio e ne rimasero impressionati. Avevano molta paura. Li visitò Il Dr. Dzuda, anche in questa occasione, la diagnosi confermò il loro sano equilibrio psichico e mentale. Ritornarono a Medjugorje in tempo l’apparizione, Maria diede loro un nuovo messaggio: “C’è un solo Dio e una sola Fede. Credete fermamente e con fiducia”. Tra i presenti vi era anche una coppia con un bambino gravemente malato di setticemia e chiesero ai veggenti di pregare la Madonna di intercedere per il loro figlio. La Madonna li incoraggiò a pregare per la sua guarigione, nei giorni seguenti il suo stato di salute migliorò. Questa sarà la prima di una lunga serie di guarigioni straordinarie.

Il giorno successivo, la folla che attendeva i veggenti ai piedi e lungo la collina, per l’ora dell’apparizione era fortemente aumentata, ma questa volta rimase delusa, i ragazzi non erano andati. Infatti, nel primo pomeriggio, due donne Ljubica e Mirjana, su incarico della polizia, fecero fare ai giovani una gita in macchina, allo scopo di tenerli lontani dal luogo delle apparizioni. La polizia era molto preoccupata di ciò che stava accadendo, nella capitale si diceva, addirittura, che a Medjugorje era in atto un complotto clerico-nazionalista con infiltrazioni fasciste. I ragazzi accettarono l’invito alla gita con entusiasmo, eccetto Ivan che non era voluto andare, del resto era una buona occasione per salire su un’auto, per fare una piacevole escursione, un evento raro per quei ragazzi poveri. La gita includeva anche le cascate di Kravica, i ragazzi erano felici anzi entusiasti, anche perché le due donne avevano offerto loro dei dolci. Sulla strada del ritorno, il piccolo Jakov, improvvisamente chiese di fermare la macchina, vedeva una gran luce, era la Gospa che avanzava verso di loro e che si fermò al loro cospetto, su di una piccola nuvola. Mirjana si fece coraggio e disse alla Vergine: “Ti dispiacerebbe se ti aspettiamo in chiesa? Perché la polizia ci proibisce l’accesso alla collina e minaccia le nostre famiglie”. La Gospa annuì e disse: “Sì, alla stessa ora”. Anche le due donne, Ljubica e Mirjana erano presenti al fenomeno e rimasero molto turbate dalla visione di quei fenomeni luminosi, questa fu l’ultima loro collaborazione con gli uomini della sicurezza pubblica. La polizia continuava a non demordere, aveva troppa paura di quegli assembramenti, di quella gente che gridava al miracolo, di quel ritorno di Fede del popolo. Così il giorno successivo, Mercoledì 1 luglio, poco prima dell’apparizione agenti di polizia tornarono nuovamente a Biakovici. Tre veggenti, Ivanka, Mirjana e Vicka vennero fatte salire su un furgone, ma mentre si allontanavano dal paese, riuscirono a vedere da lontano la forte luce che anticipava la venuta della Gospa sulla collina.

La polizia seguiva e controllava ogni movimento dei giovani veggenti, non permetteva più loro di accedere alla collina. Così Giovedì 2 luglio, fra’ Jozo, il parroco di San Giacomo, verso le diciassette e trenta fece portare i veggenti in canonica, per permettere loro di avere l’apparizione, lontano da sguardi indiscreti.

Dopo l’incontro con la Madonna, i ragazzi andarono in chiesa dove c’era una gran folla di fedeli; Padre Jozo fece parlare Jakov, era cosi piccolo che la sua testa sporgeva a malapena dal bordo dell’altare. Con voce ferma disse ai presenti: “Oggi ho chiesto alla Madonna di lasciarci un segno. Essa ha solo mosso la testa, facendo segno di si e poi è scomparsa. Prima di andarsene ci ha detto: Arrivederci, angeli miei”. Tutti i presenti furono molto commossi da quelle parole.

Padre Jozo, era preoccupato, era confuso, non sapeva come comportarsi per quelle vicende che stava vivendo, erano troppo grandi per una persona semplice come lui. Da uomo di fede, chiese aiuto al Signore, quando assorto in una fervente preghiera, sentì come una voce che gli disse: “Proteggi i bambini”.

Stupito da quelle parole, andò a cercare subito i ragazzi, sulla porta della chiesa li vide in lacrime, erano molto impauriti e correvano verso di lui per cercare un rifugio sicuro dalla polizia, che nel frattempo li stava cercando. Li nascose in canonica, in una piccola stanza e chiuse a chiave la porta. La Madonna apparve loro in quella stanza chiusa, come sempre bella e piena di gioia. Li confortò dicendo loro di non temere, perché gli avrebbe dato la forza per sopportare tutte quelle difficoltà che stanno vivendo. I sei piccoli veggenti, si sentivano molto stanchi e turbati per quello che stava accadendo loro , erano un gran peso tutti quegli interrogatori, quelle visite mediche, quelle minacce, quindi decisero di rimanere ognuno nelle proprie case. In quel sabato del 4 luglio la Madonna li sorprese apparendo a ciascuno di loro nel luogo dove si trovano.

Le apparizioni non erano, quindi finite, nei giorni successivi tutti insieme, si diedero appuntamento in luoghi diversi: in casa di uno o dell’altro, in aperta campagna oppure in chiesa. Padre Jozo, cominciò a non aver più dubbi su quelle apparizioni, anzi iniziò a crederci fermamente. Nelle sue prediche iniziò a metterci più entusiasmo, la sua chiesa non era mai stata così piena, questo lo confortava e gli dava coraggio.

Prediche ascoltate, però, anche dalla polizia, che non gli perdonava di aver detto: “Quarant’anni di deserto!” A cosa si riferiva Padre Jozo? Ai quarant’anni da quando Tito ha preso il potere? Come poteva paragonare la rivoluzione socialista al deserto! Per queste parole dette, Padre Jozo fu arrestato e gli furono confiscate tutte le elemosine della parrocchia.

Il parroco, si giustificò al processo dicendo che si riferiva al popolo ebraico, quando diceva “Quarant’anni di deserto”, Questo non bastò a far si che Padre Jozo fosse condannato a ben tre anni e mezzo di carcere. Verrà liberato, anticipatamente, dopo un anno e mezzo, grazie alle oltre 40.000 lettere scritte al presidente della repubblica jugoslava dai lettori del settimanale Il Sabato. Questo è il resoconto dei primi dieci giorni delle apparizioni, desunte dalle interviste e dai racconti, che nel corso degli anni i veggenti hanno fatto.

Marija ha avuto la consueta apparizione mensile, la Madonna le ha consegnato il seguente messaggio:
“Cari figli! Sono con voi anche oggi per guidarvi alla salvezza. La vostra anima è inquieta perché lo spirito è debole e stanco da tutte le cose terrene. Voi figlioli, pregate lo Spirito Santo perché vi trasformi e vi riempia con la sua forza di fede e di speranza perché possiate essere fermi in questa lotta contro il male. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Solo alcuni spunti di riflessione:
La Madonna in questo messaggio vuole quasi anticipare o prepararci alla grande festa della Pentecoste, ricordandoci di pregare lo Spirito Santo. Anche nel messaggio del 2 Aprile, prima della Pasqua, parlando della Resurrezione di Gesù, voleva aprire il nostro cuore al grande mistero della fede, quasi a voler scandire i tempi liturgici. Con la sua natura umana, comprende, capisce le nostre preoccupazioni di questo tempo. Le nostre ansie, le nostre angosce di questo mondo votato sempre più al relativismo, senza speranza di un futuro, pieno di odio, di sofferenze. Ci supplica a pregare lo Spirito Santo, che ci dia la forza, il coraggio di combattere il maligno, che in questi tempi sembra essere dotato di energia particolare. Ma non ci lascia soli in questa lotta, perché dice “Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio Gesù”. Una grande consolazione, per non sentirci abbandonati in questa lotta difficile ma necessaria per la salvezza nostra e del mondo.

Nota: pubblicando i messaggi non si vuole dare nessuna forma di autenticazione agli stessi o agli eventi di Medjugorje in generale. Ogni decisione in merito, spetta solo alla Chiesa a cui ci si rimette in piena obbedienza.

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“Beata Vergine di Montserrat”

Posté par atempodiblog le 27 avril 2015

“Beata Vergine di Montserrat”
Tratto da: Madre di Dio

“Beata Vergine di Montserrat” dans Apparizioni mariane e santuari 2a3rkj

Nella Catalogna, a quaranta chilometri da Barcellona, a ridosso di Montserrat, il “monte segato”, sorge il santuario della Beata Vergine che risale all’XI secolo, quando l’abate Oliba eresse sul posto un monastero benedettino. Il paesaggio naturale estremamente austero offre già di per sé un’irresistibile attrattiva alla preghiera e alla riflessione. Infatti Montserrat è una montagna che s’innalza quasi in verticale dalle pianure al centro della Catalogna e presenta la sua mole inconfondibile (lunga circa 10 km e larga 5), di picchi caratteristici di una bellezza originale, in cui i pellegrini ravvisano altrettanti monaci in preghiera.

La statua della Madonna, di colore scuro, detta affettuosamente Morenita (moretta), è un’artistica opera d’intaglio in legno policromo; è seduta su un trono d’argento laminato d’oro e di pietre preziose; ha sulle sue ginocchia il Bambino Gesù che benedice con la mano destra e con la sinistra sostiene il globo terrestre; porta sul capo un diadema e sulla mano destra anch’ella regge un globo, mentre con la sinistra, in un gesto pieno di tenerezza e insieme di rispetto, stringe a sé e protegge il divino Figliolo.

La tradizione vuole che essa sia stata trovata ab immemorabili da alcuni pastori in una grotta della montagna. La primitiva cappella divenne in breve tempo insufficiente a contenere i pellegrini, per cui ne fu costruita una nuova più ampia, in stile romanico, nel 1300; ma, nel secolo XVI, anch’essa fu sostituita da una chiesa di vastissime proporzioni.

Nel Medioevo, i pellegrini di Santiago de Compostela raccontavano lungo il loro cammino i miracoli della Vergine del santuario di Montserrat e il re di Castiglia, Alfonso X il Saggio (1221-1284), consacrò sei delle sue Càntigas de Santa Maria a sei miracoli della Morenita. Nel 1400 il santuario raggiunse il massimo splendore e la sua fama si estese in tutta l’Europa, prima con le  conquiste della corona catalano-aragonese, poi con la dinastia imperiale        spagnola. Dopo la scoperta dell’America, un monaco di Montserrat, Bernardo Boil, delegato del Papa presso Colombo, ne fu il primo missionario nel Nuovo Mondo. Grazie a queste ramificazioni di portata universale, la Vergine Nera di Catalogna è invocata in numerose chiese e cappelle di tutto il mondo.

Tra i tanti illustri personaggi che visitarono questo santuario, ricordiamo sant’Ignazio di Loyola che, cavaliere convertito, venne a Montserrat per deporre la sua spada ai piedi della Vergine, passarvi una veglia d’armi e cominciarvi la sua nuova vita sotto la direzione di don Chanon, confessore nel santuario.

Nel 1811, con la “guerra del Francese”, chiesa e monastero furono completamente distrutti dai soldati di Napoleone; e i monaci furono costretti a fuggire. Durante la guerra civile spagnola (1936-1939), 23 monaci furono massacrati.

Oggi il santuario, ricostruito sontuosamente e attorniato da un vasto complesso di edifici in gran parte adibiti per i pellegrini, è di nuovo conosciuto in tutto il mondo. Secondo le ultime statistiche, ogni anno, pellegrini e turisti superano abbondantemente il milione di presenze.

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