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“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui”

Posté par atempodiblog le 4 décembre 2022

“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui”
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui” dans Avvento San-Giovanni-Battista

Sarebbe errato considerare san Giovanni il Battista un uomo dell’Antica Alleanza. Egli appartiene ad ambedue. È il precursore e nello stesso tempo il discepolo del Messia. È il più grande fra i nati di donna, ma anche il più piccolo nel Regno dei cieli. Ecco perché la Chiesa si prepara al Natale facendosi guidare dalla sua parola.

Caro amico, ti sei chiesto che cosa  significa la  parola “Natale”?

Significa “nascita”. Nascita di chi? Colui che nasce è il Figlio di Dio che si è fatto uomo. A Natale vedi Dio col volto di un bambino. Vedi il tuo Creatore senza grandezza, senza forza, senza pompa, senza prestigio. Vedi il tuo Dio piccolo e indifeso. Vedi il tuo Dio in braccio a una donna, sistemato in una grotta, rifugio di animali.

Giovanni Battista dovette capire, prima del suo martirio, un aspetto misterioso dell’agire divino. Dio ordinariamente non si impone con la sua onnipotenza. Egli ama le vie della piccolezza e dell’umiltà. Dio ama più nascondersi che mostrarsi.

L’umiltà di Dio è la grande medicina per l’orgoglio umano. È l’orgoglio che perde l’uomo. Noi viviamo in un mondo che nega Dio e glorifica se stesso. Vuoi celebrare il tuo Natale con questo mondo? Forse lo hai celebrato più di una volta e nessuno meglio di te ne conosce il sapore amaro.

Celebra il tuo Natale con i pastori. Essi sono i piccoli del Regno di Dio. Nella notte santa accostati con loro alla capanna. Inginocchiati con loro davanti alla culla e contempla con i loro occhi limpidi l’umiltà infinita di Dio.

E lascia infine che Maria  deponga nel tuo cuore purificato dal pentimento il Bambino Gesù, nostro Dio e Salvatore, ma ormai divenuto nostro fratello.

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Avvento – Colui che ci attende, ci precede

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2022

Avvento  Colui che ci attende, ci precede
di Romano Guardini

Estratto da “La Santa Notte. Dall’Avvento all’Epifania”, Morcelliana 1994
Fonte: ORA, LEGE et LABORA

Avvento – Colui che ci attende, ci precede dans Avvento Avvento

Le festività della Chiesa certo rammentano fatti trascorsi, ma sono anche presente, attuazione viva; poiché ciò che è accaduto una volta nella storia, deve farsi continuamente evento nella vita del credente. Allora è venuto il Signore, per tutti; ma Egli deve venire sempre di nuovo per ciascuno. Ognuno di noi deve sperimentare l’attesa, ognuno l’arrivo, perché gliene nasca la salvezza.

Quando udiamo così tale notizia, forse ci viene il pensiero: quel che è importante nella vita, debbo essere io a trovarlo! Deve scaturire dal mio stesso impegnarmi e lottare. Così, anche la salvezza deve necessariamente essere cosa della mia serietà e del mio sforzo. Che significato deve avervi l’attendere Uno che viene da altrove?

Ma non sarebbe un pensiero giusto. Certo – debbo di necessità volere ed eseguire io stesso, per quanto concerne ciò che mi è più proprio; tuttavia questo non sarebbe tutto e nemmeno la cosa decisiva.

Che cosa v’è di più importante per me che trovare un amico nella vita? Un amico è una persona che non pensa solo a se stessa, ma anche a me; uno, cui sta a cuore che le cose mi vadano per il verso giusto. Quindi un amico è una realtà grande e preziosa. Ma io me lo posso creare da solo? Certo no! Posso andare a prendermelo da qualche parte? In verità, allo stesso modo, no. Io posso essere ricettivo e vigile, al fine di notare quando mi si avvicina una persona che può divenire importante per me – ma è necessario che venga! Venga verso di me dallo spazio a perdita d’occhio della vita umana. In qualche occasione ci incontriamo, veniamo a dialogare e poi si sviluppa quella realtà bella e feconda che prende il nome di amicizia…

Così è anche per l’amore. L’uomo ha bisogno della donna, che gli sia compagna, e la donna dell’uomo, che le possa essere come una ‘patria’, affinché poi essi nella reciprocità creino quel mondo vivo, che si chiama famiglia e casa – ma l’uno può fabbricarsi l’altro? Ancora una volta no. Lo può cercare; cercare tuttavia significa avere delle mire, e la mira, l’intenzione cosciente come guasta facilmente ogni cosa! No, ma l’altro deve necessariamente una volta venire a lui dall’ampiezza del mondo, dalla moltitudine delle persone, in qualche momento…

Se riflettiamo con precisione, le cose stanno in modo simile per la nostra professione, il nostro lavoro di vita, la nostra posizione nella totalità dell’esistenza – parecchio di questo possiamo conquistarlo lottando – ma dell’altro, e non irrilevante, deve necessariamente risultare dalle combinazioni della vita. Deve aprirsi la possibilità; io debbo vedere: qui, ora – e poi gettarmici dentro. Certo allora sono io stesso a buttarmi e a impegnarmi nell’opera, ma prima mi si è schiusa la possibilità.

Molte cose, importanti, decisive poggiano su combinazioni e incontri, che non ho disposti io stesso, che non ho potuto far emergere con l’energia mia propria. Sono venuti, mi si sono offerti.

Anche la nostra salvezza poggia su una venuta. Gli uomini non hanno potuto escogitare né produrre da sé Colui che la opera; Egli è venuto presso di loro dal mistero della libertà divina. Quanto spesso hanno tentato di farlo! In tutti i popoli ci appaiono figure di salvatori, che sono scaturite dall’esperienza vissuta della distretta [bisogno pressante, necessità] dell’esistenza. Portano i tratti dei Greci e dei Romani, degli Indiani e dei Germani, e incarnano nella loro immagine [di Salvatore] ciò che il loro popolo e la loro epoca hanno inteso come salvezza. Poiché però sono nati dal mondo, non sono stati in grado di portarlo all’aperto, nella libertà, e poiché sono formati della materia del tempo, sono passati con esso.

Il Salvatore reale è venuto dalla libertà di Dio: in un piccolo popolo, che certo nessun consiglio delle nazioni avrebbe scelto; in un’epoca, che nessuno potrebbe dimostrare fosse quella giusta; in una figura di fronte alla quale, se ci riesce di strapparci il velo dell’abitudinarietà, ci coglie lo stupore: perché proprio in questa? Così la decisione della fede in buona parte consiste nell’eliminare i criteri propri di ciò che è giusto e conveniente e nell’accogliere Colui che si appressa, venendo dalla libertà di Dio: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 21, 9).

Questo ci dice l’Avvento. Ogni giorno ci esorta a meditare sul miracolo di questa venuta. Ma ci ricorda pure che essa adempie il suo senso quando il Redentore non viene solo presso l’umanità nella sua totalità, ma anche presso ciascun uomo in particolare: nelle sue gioie e angosce, nelle sue conoscenze chiare, nelle sue perplessità e tentazioni, in tutto ciò che costituisce la sua natura e la sua vita, a lui solo proprie. Egli deve farsi consapevole: Cristo è il mio redentore; Colui che mi conosce fino in quanto mi è più gelosamente proprio, assume il mio destino nel suo amore, mi illumina lo spirito, mi tocca il cuore, mi volge la volontà a ciò che è giusto, retto.

Così l’Avvento è il tempo che ci ammonisce a interrogarci, ciascuno nell’intimo della sua coscienza: Egli è venuto da me? Io ho notizia di Lui? V’è confidenza tra Lui e me? Egli è per me dottore e maestro? Ma poi subito l’ulteriore domanda: Nel mio intimo la porta è aperta per Lui? E la decisione: La voglio spalancare.

Amici miei, come potrebbe avvenire questo?

Scendiamo al piano assolutamente pratico. Che cosa potremmo fare? Soprattutto cercare di fare qualche esperienza di Lui. Potremmo prenderci un libro che tratta di Lui, e leggervi ogni giorno di queste settimane che portano al Natale. Ma non leggere come facciamo per istruirci su qualche argomento, bensì con cuore aperto, nell’anelito dello spirito. Leggere così che dalle parole possa farcisi incontro la verità viva; nel modo inteso da Agostino quando nelle Confessioni narra come sia venuto agli scritti di Plotino e da essi gli si sia dischiusa la spiritualità di Dio. «E io percepii» dice, «come si percepisce col cuore». In questa parola v’è tutto Agostino – ma anche l’uomo in genere, poiché quando un grande parla attingendo a quanto gli è più proprio, in lui parla l’essenza di tutti. «E» – dice proseguendo – «non vi fu più possibilità di dubitare» (Conf. 7, 10). Così deve farsi chiaro per noi Gesù Cristo; «luminosamente evidente», come dice la bella espressione [1], il suo essere, il suo agire e il suo destino.

Perché ciò tuttavia possa avvenire, occorre più che un semplice leggere e pensare. Per quanto indispensabile sia questo, non basta. Poiché quel che in questo caso deve conoscere è più profondo dello spirito naturale; più profondo del cuore che la nascita ci ha dato. E l’uomo nuovo in noi, che «è nato da Dio» e cresce verso la vita eterna (Gv 1, 13). Così Agostino afferma che, dove si tratti della verità, v’è certamente il magister exterius docens, il Maestro che insegna dall’esterno; quindi, la persona che ci parla o il libro che leggiamo. Le sue parole però rimangono esterne, finché non parla il magister interius docens, il Maestro che insegna dall’interno. Ma quegli è Dio.

Non basta dunque soltanto leggere e pensare; dobbiamo anche pregare. Vi può essere chi ha in capo i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ha familiarità con lo stadio attuale della Leben-Jesu-Forschung, della «ricerca sulla vita di Gesù», e tuttavia non sa quanto è l’essenziale, l’autentico! Dobbiamo pregare che Colui, il quale solo ha conoscenza del Cristo vivente, lo Spirito Santo, voglia operare affinché la sacra figura del Signore ci si faccia luminosamente evidente. Che ci avvenga quanto intende Giovanni quando dice: «Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

«Epifania» non solo dello spirito, ma anche del cuore. L’aprirsi degli occhi e insieme l’animo che viene toccato. Allora la figura di Cristo emerge dalle pure e semplici espressioni che ne parlano. Egli diviene reale, si fa vicino, e tra Lui e noi s’instaura quel legame, che significa obbedienza, fedeltà, fiducia, accordo e si chiama «fede». Fede reale e non un semplice «tener-per-vero», che è l’ordine esterno, mentre la fede reale è la chiarezza nello spirito, l’esser toccati nel cuore, la coscienza viva della realtà santa e sacra. E ciò che solo Dio può dare, ma noi dobbiamo pregarlo di concedercela.

Sarebbe questa la seconda cosa che possiamo fare in Avvento.

Credo però che dobbiamo aggiungerne una terza, esercitare l’amore. Non si può conoscere Cristo come si conosce una persona qualsiasi della storia, ma solo da quella profondità interiore che nell’amore si ridesta.

Forse si obietterà: Che cosa dici ora? Che si possa conoscere Cristo soltanto se lo si ama – ma come debbo amarLo se non so ancora nulla di Lui? E’ giusto – sebbene invero l’amore abbia molti gradi, e già nella prima ricerca possa essere amore, in quanto è più di un mero voler sapere. Ma lasciamo stare questo aspetto e pensiamo che è amore verso Cristo il nostro quando amiamo i suoi fratelli. San Giovanni nella sua prima lettera dice: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (Gv 4, 20).

In questi giorni dunque vogliamo esercitare l’amore, perché ci si aprano gli occhi a scorgere Cristo. Vogliamo farlo dove ci troviamo, in rapporto alle persone con cui viviamo: dare loro il diritto d’essere così come sono; accoglierle continuamente e vivere con loro in amicizia… Da quest’ambito prossimo attorno a noi, la nostra famiglia, la cerchia degli amici nostri, la nostra professione, poi l’amore si dilata a coloro che stanno più lontano, a seconda del modo in cui la vita ci porta appresso il loro essere e il loro bisogno.

Queste tre cose sono strettamente congiunte.

Dapprima il cercare e pensare e leggere, affinché il nostro sapere su Cristo si arricchisca. Infine, interroghiamoci dunque onestamente: che è tutto quel che leggo nel corso d’una settimana? Quanto di ciò è superfluo? Quanto inutile? E quanto tempo dedico a libri che parlino di quanto è più importante? Se ci interroghiamo con serietà e rispondiamo con lealtà, probabilmente ci vergogneremo.

La seconda cosa è chiedere a Dio che ci illumini. A questo bastano le parole più semplici. Ma se vogliamo testi colmi di energia divina, sono a nostra disposizione, pensiamo soltanto ai due stupendi inni Veni, Creator Spiritus e Veni, Sancte Spiritus, entrambi contenuti nel Messale.

La terza cosa è per noi aprire la strada all’illuminazione con l’esercitare l’amore. Non in pure parole, ma sul serio; non in sentimenti, ma nell’agire.

L’Avvento reale sorge dall’intimo. Dall’intimo del cuore umano credente e soprattutto dalla profondità dell’amore di Dio. Ma dobbiamo preparare la via al suo amore. Non per nulla nel Vangelo della Messa della quarta domenica d’Avvento appare la figura del Precursore, e la «voce di uno che grida nel deserto» risuona: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3, 4-6).


[1] Einlenchten = «evidenziarsi», letter. «illuminare da dentro» (n.d.t.).

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“Non perdete la speranza nel cambiamento del cuore umano”

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2022

“Non perdete la speranza nel cambiamento del cuore umano”
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Medjugorje Liguria

“Non perdete la speranza nel cambiamento del cuore umano” dans Citazioni, frasi e pensieri Maria-Gospa-Nostra-Madre

La Madonna ci dice una frase bellissima: non perdete la speranza nel cambiamento del cuore umano, il cuore umano può cambiare.

È la prima volta che la Madonna usa le parole: cambiamento del cuore umano. Testimoniando la nostra fede, il nostro amore, con la nostra preghiera possiamo far sì che la grazia operi nei cuori e li cambi, la grazia ha questo potere che Dio converte una persona senza violare la sua libertà.
La Madonna ha detto che può cambiare i cuori e anche i pensieri di una persona senza violare la sua libertà. È un mistero, ma accade. Noi con la preghiera e la nostra testimonianza possiamo far sì che la grazia faccia breccia nel cuore e che le persone si convertano, senza bisogno di importunarle più di tanto.

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Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2022

Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong
Il novantenne porporato salesiano dovrà pagare una multa di circa 500 dollari insieme ad altri cinque amministratori del 612 Humanitarian Relief Fund, ormai disciolto. A maggio era stato arrestato e rilasciato dopo poche ore, con l’accusa di collusione con le forze straniere. Reato per il quale proseguono le indagini e che prevede anche l’ergastolo
di Salvatore Cernuzio – Vatican News

Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Joseph-Zen

Una multa di circa 500 dollari è la condanna comminata al cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, per il suo ruolo in un fondo, l’ormai disciolto 612 Humanitarian Relief Fund, istituito per contribuire ai pagamenti delle spese legali e mediche degli attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni pro-democrazia del 2019 nell’ex colonia britannica.

Il porporato novantenne è stato giudicato colpevole insieme ad altri cinque amministratori l’avvocato Margaret Ng, l’ex deputato Cyd Ho, la cantante Denise Ho, il professore Hui Po-keung e il segretario del fondo Sze Ching-wee, per non averlo registrato correttamente presso le autorità.

Indagini in corso
Zen e gli altri cinque imputati si sono dichiarati non colpevoli, ma non hanno deposto né chiamato testimoni. Non rischiano il carcere, ma potrebbero tuttavia incorrere in pene più gravi, come l’ergastolo, dal momento che – secondo quanto riferito dai media locali – ancora incombe l’indagine sulle accuse di collusione con forze straniere. Ovvero uno dei quattro reati previsti dalla legge sulla sicurezza nazionale, voluta da Pechino nel giugno 2020 per spegnere le proteste di quattro anni fa.

La stessa legge prevede che qualsiasi organizzazione si registri presso la polizia almeno un mese prima della sua costituzione. Mentre i gruppi costituiti “esclusivamente per scopi religiosi, caritatevoli, sociali o ricreativi” possono essere esentati da questo requisito. Secondo i procuratori, il 612 Humanitarian Relief Fund doveva essere registrato in quanto organizzazione di natura politica, fondata e gestita da più persone, come ha detto il giudice Ada Yim nel pronunciare la sentenza.

L’arresto a maggio
Il cardinale salesiano Zen era finito sotto indagine nel settembre 2021. Mesi prima, testate giornalistiche di Hong Kong lo accusavano di aver incitato gli studenti a ribellarsi nel 2019 contro una serie di misure governative. Il porporato era stato poi arrestato insieme agli altri quattro amministratori il 10 maggio scorso dagli agenti della polizia costituita per vegliare sulla sicurezza nazionale cinese. L’accusa era di “collusione con le forze straniere”, formulata dal tribunale di West Kowloon. Tutti, a cominciare da Zen, erano stati rilasciati poche ore dopo su cauzione dalla stazione di polizia di Wan Chai, dopo esser stati interrogati. L’11 maggio, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, aveva affermato: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”.

La prima udienza del processo si è svolta il 19 settembre scorso; il procedimento si è concluso il 23 dello stesso mese. In tutto questo tempo, Zen – molto attivo sui social – è rimasto in silenzio: tramite i suoi account ha chiesto ai followers di pregare per lui. In passato, il cardinale si era esposto anche in prima persona per aver criticato il Partito comunista cinese denunciando pressioni e persecuzioni sulle comunità religiose.

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Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska
Dopo il beato Michał Sopoćko, anche per padre Józef Andrasz è iniziato il processo di beatificazione in Polonia. È stato il primo direttore spirituale della santa della Misericordia e anche l’ultimo, molto citato da suor Faustina nel suo famoso Diario. È stato una figura importante per la diffusione del culto della Divina Misericordia. Parla il vicepostulatore padre Mariusz Balcerak.
di Wlodzimierz Redzioch – La nuova Bussola Quotidiana

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska dans Articoli di Giornali e News Padre-J-zef-Andrasz

È ben conosciuta la figura del beato Michał Sopoćko, confessore di suor Faustina Kowalska, ma è molto meno conosciuto padre Józef Andrasz SI (1891 – 1963) che ebbe un ruolo importantissimo nella vita della futura santa. Questo gesuita fu il suo primo direttore spirituale nel noviziato e anche l’ultimo, nell’ultimo anno e mezzo della sua vita. Suor Faustina si confessò con lui anche il giorno della sua morte. Allora non è un caso che santa Faustina nel suo “Diario” ne parli per ben 59 volte.

Nella regione di Nowy Sacz, nella parte sud-orientale della Polonia, da dove proveniva il gesuita, dal 2015 è attivo un movimento di laici che diffondono il suo culto, fanno conoscere la sua figura e pregano per la sua intercessione. L’iniziativa è partita da un gruppo di uomini che si riunivano per l’adorazione di una copia dell’immagine di Gesù Misericordioso, in quel periodo peregrinante nella diocesi di Tarnów.

Recentemente è cominciata a Cracovia la fase diocesana del processo di beatificazione del confessore di santa Faustina, di cui vicepostulatore è padre Mariusz Balcerak SI, teologo, viceprefetto della Basilica del Sacro Cuore di Gesù a Cracovia. Abbiamo chiesto a lui di presentare la figura di p. Andrasz.

Perché padre Andrasz ebbe un ruolo così importante nella vita di santa Faustina?
Per capirlo, bisogna ricordare i fatti. Quando suor Faustina venne a Łagiewniki, p. Andrasz era il confessore “trimestrale” della Congregazione di Nostra Signora della Misericordia, cioè veniva una volta a trimestre per confessare le suore. Faustina si confessò per la prima volta da lui durante gli esercizi spirituali nell’aprile 1933, prima dei voti perpetui. Gli aprì il cuore perché era convinta che questo prete l’avrebbe capita. P. Andrasz, già durante la prima confessione, assicurò suor Faustina che tutto quanto stava vivendo veniva da Dio: prima lei aveva dei dubbi a riguardo. Le sue parole la tranquillizzarono.

Allora giovanissima, suor Faustina aveva dei dubbi su come poter realizzare le richieste di Gesù?
All’inizio suor Faustina giunse alla conclusione che l’intera faccenda, specialmente dipingere l’immagine di Gesù Misericordioso, fosse troppo grande per lei. Perciò cercava aiuto da padre Andrasz, ma lui disse decisamente: “Non la sciolgo da nulla, sorella, e non le è permesso sottrarsi a queste ispirazioni interiori…”. In questo senso il suo ruolo fu decisivo. Suor Faustina trattava padre Andrasz come un’autorità e, poiché era umile e obbediente, gli obbediva. In seguito scrisse: “Adesso Iddio Stesso, tramite padre Andrasz, aveva tolto ogni difficoltà. Il mio spirito era stato indirizzato verso il sole e sbocciò ai suoi raggi per Lui Stesso”. E ancora: “Mi erano state sciolte le ali per il volo e cominciai a volteggiare verso l’ardore del sole e non tornerò in basso fino a quando riposerò in Colui, nel Quale è annegata la mia anima per l’eternità”.

Che ruolo ha avuto padre Andrasz nello sviluppo del culto della Divina Misericordia?
Ancora durante la II guerra mondiale, padre Andrasz, con attenzione e prudenza (poiché il culto non era ancora ufficialmente approvato), iniziò la pratica di pregare la Divina Misericordia tra le suore di Łagiewniki. Ha incoraggiato le suore ad affidarsi a Gesù Misericordioso e a recitare la coroncina. Dopo la guerra, vedendo l’enormità della distruzione materiale, spirituale e morale, ha sostenuto la Chiesa nel suo rinnovamento, dando speranza alle persone e incoraggiandole a credere che Gesù le ama e si prende cura di loro. Inoltre, padre Andrasz ha scritto un libro intitolato Misericordia di Dio, confidiamo in te, pubblicato per la prima volta nel 1947. In esso, descrisse la missione di Suor Faustina e le rivelazioni, spiegò il significato dell’Immagine e cosa significhi aver fiducia in Gesù Misericordioso.

Ma chi era p. Andrasz?
Direi che era un uomo contemplativo in azione. Orante, immerso nella preghiera e nell’amore per Gesù – ma nello stesso tempo molto attivo. Aveva buoni studi, conosceva quattro lingue: latino, greco, francese e tedesco. Condusse ritiri per congregazioni religiose, soprattutto femminili, e per seminaristi; ha scritto per il Messaggero del Cuore di Gesù; è stato direttore della casa editrice L’Apostolato della Preghiera; ha tradotto diversi libri sulla spiritualità, ha partecipato alla promozione del culto del Sacro Cuore di Gesù, era impegnato nella Compagnia Mariana e, inoltre, era impegnato nel lavoro pastorale. Poiché era un buon confessore e direttore spirituale, una buona fama lo circondava a Cracovia. Era un uomo di profonda vita spirituale: frequentò i ritiri ignaziani e li tenne lui stesso. In lui si rifletteva questa “Caritas discreta”, o amore prudente, di cui parla S. Ignazio di Loyola.

Per questo motivo tante persone gli chiedevano di essere una guida spirituale per loro?
Sì. Padre Andrasz svolse un ruolo importante non solo nella vita di suor Faustina, ma anche nella vita di diverse persone, anche beate (la beata Aniela Salawa, madre Paula Tajber, suor Kaliksta Piekarczyk, suor Emanuela Kalb).

Potrebbe essere un esempio e patrono delle guide spirituali?
Potrebbe essere un ottimo patrono dei confessori e dei direttori spirituali, di cui abbiamo tanto bisogno oggi.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Padre Andrasz caro a Dio perché devoto della Madonna


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Esperienze ordinarie di Paradiso

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2022

Esperienze ordinarie di Paradiso
Tratto da: Il Paradiso, di Padre Livio Fanzaga – Edizioni Ares

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Il paradiso è ciò che l’uomo desidera dal profondo del suo cuore. E’ la ragione per la quale è stato creato. E’ il fine ultimo della vita. E’ l’approdo della tormentata navigazione nel mare del tempo. Il golfo di luce del paradiso dà senso alle fatiche e alle traversie affrontate. Ogni uomo nasce crocifisso. Senza la gloria della resurrezione e la beatitudine eterna la vita avrebbe l’amaro sapore di una beffa. Se la vita è dolore, come insegnano l’esperienza e la saggezza dei popoli, che senso avrebbe se finisse, come osservava Pascal, con un paio di badilate di terra sulla fatidica bara? L’attesa del paradiso ha una sua logica razionale. Non è solo un desiderio insopprimibile, ma un postulato della ragione. Senza la prospettiva della vita eterna non varrebbe neppure la pena incominciare l’estenuante traversata. Il tentativo patetico di chi colloca il paradiso su questa terra per motivare la fatica di vivere, altro non è che una pietosa bugia, come l’ultima sigaretta offerta al condannato prima di sistemarsi sulla sedia elettrica. Il paradiso è l’unica risposta ragionevole e accettabile alla domanda che senso abbia una vita flagellata dal male e dalla sofferenza e votata inesorabilmente alla morte.

Il desiderio del paradiso ha una sua razionalità. E’ radicato profondamente nella natura umana nella quale si riflette l’ immagine divina. L’uomo, creato capace di Dio, è stato ordinato fin dal principio al paradiso. L’ Eden originario, dove l’uomo godeva della divina amicizia e di doni straordinari, prima fra tutti quello dell’immortalità, è una profezia del paradiso. La condizione esistenziale dei progenitori dell’umanità era un’attesa della beatitudine eterna. Non c’è da meravigliarsi che le tematiche connesse al paradiso attraversino le culture più diverse. Senza il paradiso, quello vero, che la Parola di Dio ci ha rivelato, la vita umana sarebbe un’ombra subito dissipata e lo stesso cammino storico dell’umanità sarebbe un correre inutile verso il nulla. Il Paradiso è necessario perché la vita umana abbia un senso e la storia uno sbocco. Come il mondo ha bisogno di un Dio creatore per essere razionale e intelligibile, così il mistero della nostra esistenza, assediata dal dolore e dalla morte, ha bisogno della speranza della vita eterna per essere sopportabile.

La ragione può ipotizzare l’esistenza di una felicità ultraterrena a partire dalle considerazioni sulla natura umana, orientata alla trascendenza, e sui desideri del cuore impregnati di infinito. Ma è la Parola di Dio che afferma esplicitamente che l’uomo è stato creato per il paradiso. Nel mirabile affresco, nel quale delinea il grandioso piano della creazione e della redenzione, S. Paolo così si esprime: “In lui (Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno di amore della sua volontà” (Ef 1, 4-5). Per l’apostolo c’è una vera e propria predestinazione dell’uomo al paradiso, dove gli uomini sono figli adottivi di Dio in Cristo Gesù. Il Padre crea ogni uomo mediante Gesù Cristo e in vista di Lui, perché sia santo e immacolato davanti a Lui nella carità.

Il fine per cui Dio crea gli uomini è la gloria del cielo. Il catechismo tradizionale sintetizzava l’insegnamento millenario della Chiesa con parole di una semplicità disarmante. “Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo per sempre nell’altra in paradiso”. La dottrina cattolica ha rigettato l’opinione di Calvino sulla doppia predestinazione, come se Dio creasse gli uomini alcuni per il paradiso e altri per l’inferno (cfr Institutio, 3.221.5). E’ aberrante per il concetto stesso di divinità, come per la dignità dell’uomo creato libero, che Dio decida con un decreto eterno che alcuni siano predestinati alla vita eterna e altri alla dannazione eterna. L’amore di Dio ha creato gli angeli e gli uomini perché partecipino alla gloria e alla gioia della Santissima Trinità. Il raggiungimento della meta è un dono di grazia, ma passa attraverso la libera scelta di ognuno. Decidersi per il paradiso è dunque ciò che l’uomo deve fare nel tempo della vita perché raggiunga il suo fine ultimo.

Non solo l’uomo è creato per il paradiso, ma lo sperimenta già qui sulla terra, grazie al dono dello Spirito Santo. La presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo fa sì che il desiderio della felicità eterna si faccia strada nel groviglio dei desideri carnali e tenga viva la speranza della luce anche nei momenti più oscuri. Lo Spirito Santo è l’amore di Dio diffuso nei nostri cuori. La sua azione intima e silenziosa fa pregustare, nel tempo del pellegrinaggio, la gioia del cielo, acuendone sempre più il desiderio. La certezza del paradiso proviene indubbiamente dall’atto di fede, che crede fermamente nella divina rivelazione, in particolare alle parole di Gesù al riguardo. Tuttavia la verità della fede è confortata dall’esperienza della vita cristiana, che, in quando avvolta dall’amore di Dio e dalla sua grazia, fa pregustare la felicità del cielo. Dio, nella sua sublime sapienza nel guidare le anime, le infiamma per il paradiso facendo pregustare quella che S. Paolo chiama la “caparra” della vita eterna.

“In Lui (Cristo) siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà –a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è la caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria” (Ef 1, 11-14). Nella visione paolina, prima di conseguire la completa redenzione in cielo, il cristiano può già sperimentare su questa terra un “anticipo” (“caparra”) della gloria e della gioia future. Non si tratta un dono particolare riservato ad alcune anime privilegiate, ma della normalità della vita cristiana, in quanto permeata e guidata dallo Spirito Santo (cfr Rm 8, 14- 17).

Tuttavia l’esperienza del paradiso può anche assumere il significato di una grazia particolare, che Dio concede, in determinati momenti della loro vita, a delle anime privilegiate. Al riguardo assumono uno straordinario valore le esperienze mistiche di alcuni santi, che Dio concede non solo come dono personale, ma anche per la edificazione del popolo cristiano. Si tratta indubbiamente di esperienze straordinarie, che però confermano la vita cristiana ordinaria vissuta sotto la guida dello Spirito. L’anima sposa, accesa dall’amore di Dio, vorrebbe sciogliere i vincoli della carne per poter unirsi subito a  Cristo sposo. La vita sulla terra appare un esilio insopportabile e la morte una liberazione. “Mòro perché non moro” (“Muoio perché non muoio”) recita il celebre ritornello di una poesia di S. Teresa d’Avila. “ Morte, orsù, dunque, affrettati, scocca il tuo dardo d’oro! Quella che in ciel tripudia, quella è la vira vera; ma poiché invan raggiungerla, senza morir, si spera, morte, crudel non essere, dammi il il Tesor che imploro!” (S. Teresa d’Avila – Poesie- Desiderio del Cielo).

Non bisogna tuttavia pensare che i mistici abbiano trascorso l’intera vita in questa continua tensione amorosa. Anche loro hanno avuto momenti, a volte lunghi, di oscurità e di aridità. Dio conduce le anime non solo con infinita sapienza, ma anche con straordinaria dolcezza. Ciò che Dio concede come dono straordinario ad alcune anime, non lo nega come esperienza ordinaria a tutte quelle anime che aprono il cuore al suo amore. Non c’è anima aperta ai tocchi della grazia nella quale Dio non versi qualche goccia del suo amore purissimo. Si tratta di momenti speciali, che sono delle vere e proprie perle preziose da conservare gelosamente nel segreto del cuore lungo il cammino della vita. Quando si è sperimentata, anche per un solo istante, la dolcezza del paradiso non la si dimentica più.

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Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae”

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2022

Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae”

Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae” dans Apparizioni mariane e santuari Una-prima-e-ultima-pagina-storiche-de-L-Osservatore-Romano-del-17-ottobre-2002

Una prima pagina storica de « L’Osservatore Romano » del 17 ottobre 2002. Il giorno precedente, il 16 ottobre, San Giovanni Paolo II aveva firmato la “Rosarium Virginis Mariae”, la Lettera apostolica sul Rosario, dando inizio all’Anno dedicato alla preghiera mariana, radice stessa del nostro Santuario. Proprio oggi sono passati vent’anni da quel giorno.

L’ultima pagina de « L’Osservatore Romano » del 17 ottobre 2002. Il 16 ottobre, San Giovanni Paolo II, che quel giorno firmò la “Rosarium Virginis Mariae”, la Lettera apostolica sul Rosario, annunciò che sarebbe stato pellegrino a Pompei per la seconda volta. Papa Wojtyla visiterà il Santuario il 7 ottobre 2003.

Tratto da: Pontificio Santuario di Pompei

Divisore dans San Francesco di Sales

Elezione-Papa-Giovanni-Paolo-II dans Articoli di Giornali e News

La prima pagina de L’Osservatore Romano del 16 ottobre 1978: Elezione di Giovanni Paolo II.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae di San Giovanni Paolo II

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La porta stretta

Posté par atempodiblog le 21 août 2022

Il Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario (Lc 13, 22-30)
La porta stretta
di Fulvia Sieni – L’Osservatore Romano

La porta stretta dans Beato Charles de Foucauld La-porta-stretta

Arrivando oggi a Betlemme e volendo entrare nella Basilica della Natività, siamo costretti ad abbassarci, quasi ad inchinarci poiché il portale di ingresso alla grande chiesa, sorta sul luogo dove si fa memoria della nascita di Gesù, è piccolo, basso e stretto. Le ragioni delle sue dimensioni sono rintracciabili nella necessità di evitare che crociati o nemici entrassero nel luogo sacro sulle loro cavalcature, ma la teologia simbolica, che sempre precede la costruzione dei luoghi di culto, ci ricorda due cose importanti tra tutte: la kenosi, la discesa e il farsi piccolo di Gesù nella sua incarnazione e la necessità di imitarlo in questa via di umiltà, di farci piccoli come Lui per entrare nel Regno dei Cieli.

È la porta stretta annunciata da Gesù nel Vangelo quella da attraversare per essere accolti dal Padrone di casa, colui che «quando apre nessuno può chiudere e quando chiude nessuno può aprire» (cf. iv Antifona Maggiore di Avvento O Clavis David nella Novena di Natale).

«Dio non ha vincolato la salvezza alla scienza, all’intelligenza, alla ricchezza, ad una lunga esperienza, a particolari doti che non tutti hanno ricevuto. No. L’ha vincolata a ciò che tutti possono avere, che è alla portata di tutti […]. Questo è ciò che ci vuole per guadagnare il cielo: Gesù lo vincola qui, all’umiltà, al farsi piccoli, al cercare l’ultimo posto, all’obbedienza o, come dice altrove, alla povertà di spirito, alla purezza del cuore, all’amore della giustizia, allo spirito di pace» (C. De Foucauld).

La Parola della pagina del Vangelo di questa xxi domenica del tempo ordinario non si può addomesticare, dobbiamo riconoscerglielo: «Sforzatevi» (agonízesthe), più propriamente «“lottate” per entrare per la porta stretta, perché molti — ve lo dico — cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13,24). Gesù va dritto al punto e ci ricorda che c’è una lotta da fare, un combattimento da affrontare per varcare la soglia benedetta del Regno dei Cieli.

È molto di più che un’esortazione: il Signore ci sta dando un’indicazione di cammino, ci sta suggerendo la modalità con cui affrontare la vita.

In fondo il Regno dei Cieli è come la Terra Promessa per Israele: era un dono per il popolo da parte del Dio che l’aveva promessa ad Abramo e aveva liberato il popolo dalla schiavitù in Egitto, ma era anche un compito, una conquista che Israele ha ottenuto un pezzettino alla volta, combattendo e contro i popoli che già la abitavano.

«Nell’ultimo giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro» (Agostino).

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La devozione mariana in sant’Ignazio

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2022

La devozione mariana in sant’Ignazio
Quando si pensa a sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali. Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure, di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

La devozione mariana in sant'Ignazio dans Fede, morale e teologia Sant-Ignazio-di-Loyola-e-la-Madonna-della-strada

Quando si pensa a Sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali, fonte inesauribile per la meditazione, testo-simbolo della sua avventura terrena. E il termine “avventura” è davvero quello che meglio si addice alla sua biografia: Ignazio, il condottiero spagnolo, che troverà- poi – in Dio l’unico vero duce non solo delle sue battaglie, ma dell’intera sua esistenza. Coraggioso e dal fine intelletto, il fondatore dei Gesuiti – del quale domani ricorre la memoria liturgica – rappresenta uno dei più famosi santi che la Chiesa annovera. Tanti libri su di lui sono stati scritti; tante pagine raccontano di come il militare degli uomini sia diventato uno dei più importanti “militi del Signore”.

Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti. Infatti, l’espressione con riferimento a Maria che più frequentemente appare negli Esercizi Spirituali è Madre y Señora nuestra (Madre e Signora nostra): espressione ricca di contenuto teologico e, al contempo, di grande carica emotiva, di “filiale affetto” si potrebbe dire.

E Ignazio provava una devozione del tutto particolare per la Mamma Celeste, per la Signora: proprio a Lei si sentirà legato fin da quella famosa battaglia di Pamplona che gli cambierà la vita, definitivamente. Era il 1521. All’epoca il fondatore gesuita non si chiamava ancora Ignazio ma Iñigo, e non aveva ancora trent’anni. Durante la battaglia fu colpito duramente alla gamba, ma ciò non lo ferì comunque mortalmente. Inizia per lui il periodo della convalescenza, lungo e tortuoso. Nasce così la sua passione per due letture che gli cambieranno l’esistenza: Vita Christi del certosino Ludolfo di Sassonia e Le vite dei santi di Jacopo da Varagine, vescovo di Genova e frate domenicano. E proprio di questo periodo,  nella sua Autobiografia,  troviamo un racconto in cui la Vergine è protagonista: Sant’Ignazio “vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù [e] poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione”. Questa visione ebbe come effetto una profonda “trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima”. Dopo lunghi mesi di lettura e studio, avverrà, poi, il pellegrinaggio al benedettino monastero “de Montserrat”: qui, l’incontro con la Vergine, o meglio, con la “Moreneta”, una scultura di legno (XIII secolo) che raffigura la Vergine. Si narra che proprio di fronte a questa effige, Iñigo deporrà la spada di guerra per imbracciare il Crocifisso dell’Amore. Il passato si chiude per aprirgli la porta di un nuovo cammino: quello verso Dio, verso la carità, verso il Paradiso. La Vergine lo aveva ormai attratto a sé, e Iñigo diventerà Ignazio.

La presenza della Madre di Dio sarà una costante nella sua vita perché anche a Roma, città fondamentale per il cammino personale di Ignazio e di quello della Compagnia da lui fondata, incontra un’altra immagine che rimarrà scolpita nel suo cuore: è la Madonna della Strada che si trovava nella chiesa che all’epoca aveva nome Santa Maria degli Astalli per poi prendere il nome, appunto, di Madonna della Strada.

Annus Domini 1641. Sul soglio di Pietro regna Papa Paolo III, lo stesso pontefice che l’anno prima aveva approvato la Compagnia di Gesù; il Santo Padre consegna la chiesa, abbattuta e ricostruita nel 1569, a Sant’Ignazio di Loyola. Davanti a questa miracolosa immagine si narra – tra l’altro – che furono molti i santi che si fermarono in preghiera: da Pierre Favre a Carlo Borromeo, fino a giungere a Filippo Neri. Ma qual è la storia di questo affresco così delicato, tenero e dolce? La sua storia si intreccia con quella del guerriero di Dio, Ignazio: infatti, quel dipinto, era stato sempre lì, precedentemente alla sua venuta a Roma; infatti, l’effige della Madonna col Bambino in braccio, si trovava in angolo della chiesa di Santa Maria della Strada; e il santo spagnolo si era imbattuto nell’affresco in occasione del suo primo viaggio nella Città Eterna, nel 1540. Il dato più lontano nel tempo riguardante l’edificio sacro al cui interno era stata affrescata l’immagine della Madonna della Strada risale al 1192, anno in cui compare la prima indicazione di una chiesa dal nome Santa Maria de Astariis, appellativo che ritorna anche in un catalogo di chiese romane redatto intorno al 1230; mentre in un codice del 1320 – conservato presso la Biblioteca Nazionale di Torino – si legge che questa chiesetta era retta da un solo sacerdote e al suo interno si facevano seppellire i membri della famiglia romana degli Astalli. Nei documenti successivi, invece, il nome dell’edificio sacro muta in “Santa Maria de scinda” e in  “Santa Maria de stara”, per poi mutarsi nuovamente in “Santa Maria della Strada”. È comunque importante specificare che la superficie dove sorgeva questa chiesa occupava una piccola parte dell’area circoscritta da quelle vie che sono le attuali via degli Astalli, via del Plebiscito e piazza del Gesù. Ciò che vediamo oggi, lo dobbiamo alla decisione del cardinale Alessandro Farnese di costruire – nel 1568 – la Chiesa del Gesù.  E solo nel 1575, l’affresco venne posto nella cappella della nuova chiesa dove i Gesuiti prendevano i voti.

Chi entra, oggi, nella Chiesa del Gesù, non può non rimanerne colpito da questa immagine della Madonna della Strada: rimane affascinato dalla sua grazia, dalla sua bellezza misteriosa. La Vergine è rappresentata a mezzo busto, con in braccio sinistro il Bambino; la mano destra, invece, è aperta, rivolta ai fedeli. Ha il capo coronato circondato dal nimbo; lo sguardo frontale; e tutta la figura è avvolta da un manto color oro. Anche il Bambino ha una luminosa aureola, e presenta la postura del Pantocratore; ha lo sguardo frontale che infonde al fedele una serenità austera; con la sinistra tiene un libro e alza la destra nel gesto della benedizione. Nell’insieme, l’effige mariana sembra evocare la tipologia della Madre mediatrice di Grazia; e, inoltre, con il suo sguardo che penetra nel cuore di ogni fedele, sembra davvero che inviti alla fiducia nel Figlio.

La storia di questa immagine ha visto una tappa fondamentale nel 2006, quando è stata sottoposta a un restauro che ne ha mostrato un nuovo volto, del tutto inedito: infatti, l’immagine si è rivelata di oltre due secoli più antica di quello che si pensava. Il lavoro di restauro ha dissolto secoli di sporcizia, depositi minerali, vernice e sopraverniciatura dalla superficie dell’immagine; e, così, i colori brillanti hanno iniziato a farsi strada, tanto da dare alla luce una nuova Madonna della Strada. Gli esperti che hanno supervisionato il lavoro di restauro, alla fine, hanno concordato sul fatto di datare l’opera al XIII o al XIV secolo.

La Madonna della Strada, nulla di più attuale. Proprio oggi che molti sembrano aver smarrito la via, guardare a questa effige vuol dire non solo entrare nella spiritualità ignaziana, ma anche chiedere alla Vergine la giusta direzione. Ignazio di Loyola, a distanza di secoli, grazie ai suoi scritti, alla sua testimonianza, sembra quasi offrirci il “google map” per trovare l’Infinito di Dio. E le parole della preghiera dedicata alla Madonna della Strada, ci offrono la possibilità di revisionare anche noi il nostro cammino e di guardare al Cielo, così come fece quel guerriero di Dio dal nome Ignazio di Loyola:

“O Maria, Madonna della Strada, accompagnaci sulle vie del mondo tu che hai camminato: sui monti della Giudea, portando, sollecita, Gesù e la sua gioia; sulla strada da Nazareth a Betlemme dove è nato Gesù, il nostro Redentore; sul cammino dell’esilio per proteggere il Figlio dell’Altissimo; sulla via del Calvario per ricevere la maternità della Chiesa. Continua, ti preghiamo, a camminare accanto a tutti noi sulle strade del mondo affinché possiamo vivere e testimoniare il Vangelo di salvezza. Proteggi in particolare quanti hanno la strada come luogo di lavoro, d’impegno, di viaggio e di pellegrinaggio, e che sono alla ricerca dei beni più grandi per una vita degna e benedetta”.

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La devozione mariana di J. R. R. Tolkien

Posté par atempodiblog le 29 juillet 2022

La devozione mariana di J. R. R. Tolkien
Nella letteratura di Tolkien scorre come sorgente nascosta e feconda la dolce devozione mariana dell’Autore. Le migliori figure femminili delle sue opere hanno richiami più o meno espliciti alla Madonna, quale modello di santità e bellezza semplice e maestosa, ricca d’ogni bene da diffondere agli altri.
di Padre Angelomaria Lozzer, FI – Il Settimanale di Padre Pio

La devozione mariana di J. R. R. Tolkien dans Articoli di Giornali e News JRR-Tolkien-e-la-Madonna
29 luglio 1954: pubblicazione de “Il Signore degli Anelli”, capolavoro di un grande scrittore cattolico

John Ronald Reuel Tolkien fu un cattolico tutto di un pezzo: Messa quotidiana, Confessione settimanale, attaccamento alla Chiesa Romana, all’Eucaristia, alla Madonna.

Alcuni legano questa sua cattolicità all’educazione ricevuta presso il collegio dei Padri Oratoriani fondati dal beato Newman, e in modo particolare alla guida forte e decisa del Padre Morgan che fu per Tolkien come un vero padre (dopo la morte della madre fu il suo tutore); altri all’esempio luminoso della propria madre, definita da Tolkien “martire”, perché pagò la propria conversione al Cattolicesimo con l’abbandono da parte di tutti i famigliari, e con esso del sostegno e dell’aiuto economico sufficiente per potersi curare dalla malattia che la porterà prematuramente alla morte.

Tutto questo certamente contribuì alla nascita e allo sviluppo della fede in Tolkien, ma sarebbe un errore sottovalutare la sua corrispondenza personale, il suo approfondimento costante, la sua convinzione sempre più salda e profonda maturata negli anni, che solo nella Fede cattolica si trova ogni bene: la verità, la bellezza, la santità.

La sua fede traeva vita soprattutto da due amori, si poggiava su due pilastri, che formano il distintivo del Cattolico in una Inghilterra dove si convive con le più svariate confessioni cristiane, in primis quella anglicana, al cui fianco Tolkien visse quotidianamente; e questi due amori, questi due pilastri sono l’Eucaristia e la Madonna.

Per questo aveva imparato il Canone della Messa e lo recitava mentalmente qualora gli impegni gli impedivano di partecipare alla Santa Messa, come anche recitava sovente il Magnificat, le Litanie Lauretane e il Sub tuum praesidium (un’antica preghiera mariana) che aveva imparate a memoria in latino.

Nei suoi lavori di scrittore, nelle sue poesie, nei suoi racconti, nelle sue fiabe, nella sua mitologia questi due amori sembrano continuamente affiorare e riemergere anche se velatamente. Naturalmente Tolkien ribadì più volte di non aver scritto alcuna allegoria in proposito. Era convinto, infatti, che l’allegoria non fosse il giusto mezzo per trasmettere la verità, e che anzi tante volte finisse per banalizzarla e ridicolizzarla. D’altro canto però non poteva negare che dalla fede e in particolare dall’Eucaristia e dalla Madonna aveva appreso tutti quei concetti di bellezza, di moralità, di santità che sono disseminati in vario grado nei suoi scritti e che vogliono essere uno spiraglio di luce per il lettore, una strada per condurlo verso ciò che va oltre la semplice vita naturale di ogni giorno, ciò che la trascende.

A proposito della Madonna come sorgente ispiratrice, in una lettera all’amico gesuita Robert Murray, scriveva: «Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione della bellezza sia come maestà sia come semplicità».

Da questa fonte mariana attingeva ispirazione nel creare le figure femminili più luminose e celestiali, più belle e sagge, più pure e angeliche dei suoi libri. È il caso per esempio della regina degli elfi Galadriel, alla cui presenza i viandanti della Compagnia trovano riposo e refrigerio, consigli e doni per portare avanti la propria missione. E fa riflettere, come Tolkien un mese prima di morire abbia voluto rivedere questa figura nel tentativo di scagionarla da ogni colpa “originale”; quella colpa che si era attualizzata per gli elfi ai tempi della ribellione di Fëanor. Se negli scritti precedenti Galadriel era coinvolta nel peccato, nell’ultimo scritto invece ne esce incolume e tra i più accaniti oppositori della disubbidienza dei Noldor contro i Valar. Questa versione non è entrata nel testo “ufficiale” del Silmarillion, ma ben fa capire il desiderio di Tolkien di presentare una figura tutta santa e immacolata che fosse un “anticipo” storico della Madonna. Dico un anticipo perché nella mente di Tolkien il mondo di Arda non era che un mito lontano nel tempo, un mito giunto prima della Rivelazione cristiana; un mito che in un certo senso l’anticipa, la predispone e la prepara.

Un’altra figura che “anticipa” la Madonna è la regina dei Valar (quelli che noi definiremmo Angeli) Elbereth, la regina delle stelle e l’acerrima nemica di Morgoth, il Valar decaduto e corrotto nel male (immagine di lucifero). A lei si rivolgono più che ad ogni altra, elfi e uomini che in mezzo ai perigli della Terra di Mezzo cercano protezione e rifugio dal male. Lo stesso Frodo la invoca nella notte senza luce della galleria che porta alla terra oscura di Mordor, trovando salvezza, speranza e forza. E l’elenco potrebbe continuare con Arwen, la sposa del Re Aragorn, tutta bellezza, saggezza e maestà; o con la giovane Dama di Rohan Eowyn che taglia la testa al Re malvagio dei Nazgul realizzando così le profezie preannunciate… Tutte figure che nella mente di Tolkien non erano altro che un piccolo barlume, un piccolo anticipo, un piccolo riflesso della bellezza e della santità della Madonna.

Anzi potremmo dire che anche le cose inanimate dei suoi racconti attingono ispirazione poetica dalla Madonna. La stessa luce appare per esempio dipinta come qualcosa di vivo e di femminile che espande purezza e santità, allontanando il male ovunque giunge con i suoi benevoli raggi. Insomma possiamo dire con Caldecott: «La bellezza naturale di paesaggi e foreste, monti e fiumi, e la bellezza morale di eroismo e integrità, amicizia e onestà – tutte cose celebrate nel mondo immaginario di Tolkien – sono doni di Dio che ci giungono attraverso di Lei, ed essa ne è anche la misura, la sua bellezza concentrando la loro essenza».

«È questa la figura di Maria che Tolkien aveva sempre presente, che era al centro del suo immaginario, avvolta da tutte le bellezze naturali, la più perfetta delle creature di Dio, tesoro di tutti i doni terreni e spirituali» (Stratford Caldecott, Il fuoco segreto, Città di Castello 2008). La più alta e lontana per sublimità e santità, la più vicina per calore e dolcezza, misericordia e maternità.

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Gesù nei Vangeli, è come aver avuto un registratore

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2022

Gesù nei Vangeli, è come aver avuto un registratore
Come ha dimostrato Richard Bauckhami, i Vangeli riferiscono fedelmente la tradizione su Gesù appresa mnemonicamente con diligenza e trasmessa con cura da quanti erano stati scelti dal Maestro.
di Luisella Scrosati – La nuova Bussola Quotidiana

Gesù nei Vangeli, è come aver avuto un registratore dans Commenti al Vangelo Vangelo-ed-evangelisti

C’è un mantra ripetuto dall’approccio storico-critico ai Vangeli, e cioè che questi ultimi non devono essere intesi come biografie, ma come il frutto della predicazione delle prime comunità cristiane. La preoccupazione principale della Chiesa primitiva non era tanto quella di trasmettere i fatti e i detti di Gesù, quanto piuttosto di offrire una sorta di rilettura della sua vita in chiave teologica e morale. La “tradizione su Gesù” risentirebbe così di un adattamento parenetico e kerygmatico, che renderebbe vana la speranza di ritrovare nei Vangeli l’effettiva vita e gli autentici insegnamenti del Signore. I Vangeli ci consegnerebbero, invece, quello che la comunità cristiana credeva di Gesù, e non – diciamo così – Gesù. Un altro modo per distanziare il Cristo della fede dal Cristo della storia.

Si è già visto come il paziente lavoro di Birger Gerhardsson (1926-2013), che eredita e sviluppa quello del suo maestro, Harald Riesenfeld (1913-2008), abbia mosso una critica decisiva a questa posizione. Il Sitz im Leben dei Vangeli non è il contesto della predicazione e della catechesi, bensì la volontà di custodire e trasmettere quella che il professor Richard Bauckham (vedi qui e qui) denomina la “Jesus tradition”. Si tratta di una tradizione “isolata”, nata cioè con il preciso scopo di preservare le tradizioni su Gesù il più fedelmente possibile, distinguendole in questo modo sia dalle tradizioni di Israele – condizione essenziale per la nascita del Cristianesimo, affrancato dal Giudaismo – sia dalla successiva predicazione apostolica.

Le tecniche mnemoniche in uso nelle scuole rabbiniche, l’importanza dell’apprendimento a memoria nel mondo giudaico – come in generale nel mondo antico -, sono un riferimento fondamentale per capire come siano nati i Vangeli e come questi scritti trasmettano effettivamente le parole e le azioni del Rabbi galileo.

Nel precedente approfondimento di apologetica, avevamo anche considerato la cura con cui san Paolo, nelle proprie lettere, distinguesse gli insegnamenti del Signore dalle proprie aggiunte, mostrando così che le istruzioni e le esortazioni parenetiche dell’Apostolo venivano mantenute distinte dalla tradizione vera e propria di Gesù. Nessun assorbimento della Jesus tradition nella predicazione apostolica, ma anzi l’attenzione di apprendere, contraddistinguere e comunicare quanto proveniva dal Maestro, mediante l’apprendimento e l’insegnamento mnemonico, dalle considerazioni, pur altamente autorevoli, degli Apostoli. Bauckham fa altresì notare che l’estrema rarità delle citazioni esplicite dei detti e delle gesta di Gesù negli altri scritti neotestamentari sono un’interessante spia del fatto che la predicazione fosse un’attività consapevolmente distinta dalla trasmissione della tradizione di Gesù.

I Vangeli sono dunque il frutto di questa tradizione “isolata” da altri generi di predicazioni, attestati nel Nuovo Testamento, perché «solo essi, nella produzione letteraria del primo Cristianesimo, trasmettono la tradizione su Gesù e trasmettono esclusivamente le tradizioni su Gesù [...]. I discepoli non integrano l’insegnamento di Gesù con contributi – aggiunte o interpretazioni – a titolo personale» (Jesus and the Eyewitnesses, p. 278). Questo non significa che gli evangelisti non ci mettano del proprio: l’organizzazione e selezione del materiale, la precisazione di termini, luoghi, circostanze, etc., dipendono chiaramente dall’autore di ogni singolo Vangelo. Quello che Bauckham vuole qui sottolineare è che i Vangeli riferiscono fedelmente la tradizione su Gesù appresa mnemonicamente con diligenza e trasmessa con cura da quanti erano stati scelti dal Maestro.

Questa tradizione si forma quando Gesù è ancora in vita, anzi, per sua precisa volontà; gli stessi Sinottici (cf. Mt 9, 36-10,15; Mc 6, 7-13; Lc 9, 1-6; 10, 1-16) non mancano di enfatizzare che Gesù stesso inviò i suoi ad annunciare quanto avevano visto e udito da Lui, di modo che chi ascoltava loro, avrebbe ascoltato il Maestro stesso. «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16); «Chi accoglie voi, accoglie me» (Mt 10, 40): sono espressioni che indicano non solo la comunione tra Cristo e i suoi apostoli, ma anche l’identità dell’insegnamento. E questo, nel contesto della trasmissione orale dell’epoca, significa che i discepoli avevano adeguatamente appreso l’insegnamento del maestro, grazie alla ripetuta memorizzazione.

La maggiore obiezione che viene mossa all’affermazione dei Vangeli come scrittura di una tradizione mnemonica, riguarda la variabilità di queste tradizioni che si riscontra in essi. Bauckham mostra che alcune plausibili ragioni di queste variazioni dissolvono l’obiezione. Anzitutto, Gesù stesso può aver utilizzato modi diversi di presentare un medesimo insegnamento, in situazioni temporalmente, geograficamente e contestualmente differenti. Il fatto che i Vangeli riportino i suoi detti una sola volta non comporta affatto che il Maestro li abbia effettivamente pronunciati una sola volta. Una seconda (ma non secondaria) ragione sta nel fatto delle traduzioni dall’aramaico/ebraico al greco. Un testo che poteva essere identico nella trasmissione in lingua semitica, sia orale che scritta, ha conosciuto delle ovvie variazioni nella traduzione.

Le differenze nelle parti narrative possono essere spiegate con la normale variabilità che si riscontra abitualmente quando più soggetti riferiscono di un medesimo evento: dettagli notati o meno, enfasi su alcuni aspetti piuttosto che su altri, diversità del destinatario della narrazione, e così via. Per tornare alla trasmissione dei detti di Gesù, possono esserci state anche delle alterazioni o aggiunte volutamente perseguite dall’evangelista per meglio spiegare ed adattare un insegnamento, senza tuttavia alternarne il senso. Infine, altre modifiche sono dovute all’opera redazionale che ogni evangelista ha compiuto per realizzare il proprio scritto.

L’importanza della tradizione orale non esclude la possibilità di testi scritti: «nelle culture prevalentemente orali dell’antichità, incluso il primo movimento cristiano, scrittura e oralità non erano alternative, ma complementari. Gli scritti esistevano per lo più per integrare e sostenere le forme orali di apprendimento e insegnamento». (pp. 287-8). Esempi di questa complementarietà tra scrittura e oralità nella tradizione rabbinica della Mishnah è stata documentata dal professore emerito di Jewish Studies and Comparative Religion all’Università di Washington, Martin S. Jaffee (1948). È dunque probabile l’esistenza di questi scritti a sostegno e rafforzamento della memorizzazione della tradizione orale su Gesù.

I Vangeli provengono dalla tradizione orale-scritta e nascono per continuarla e preservarla, come «mezzi per garantire la fedele preservazione della tradizione su Gesù» (p. 289).

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Le parole di Papa Francesco sulla vita

Posté par atempodiblog le 25 juin 2022

Le parole di Papa Francesco sulla vita
Nei suoi nove anni di Pontificato, Francesco ha pronunciato parole molto chiare sulla difesa della vita nascente che, afferma, è legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. La vita, osserva, va difesa sempre: quella dei nascituri come quella degli anziani e dei malati o di chi rischia di morire per fame o sul lavoro o sui barconi dei migranti
di Vatican News

Le parole di Papa Francesco sulla vita dans Aborto Papa-Francesco-benedice-una-donna-incinta

La Chiesa difende la vita, in particolare la vita di chi non ha voce. Nella Chiesa – ricorda il Papa in “Evangelii gaudium” - c’è un segno che non deve mai mancare: “l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via” (EG 195). È l’attenzione preferenziale per i più deboli.

Al fianco dei più deboli e dei diritti umani
“Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione – sottolinea Francesco – ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno” (EG 213).

Non è progressista eliminare una vita umana
Papa Francesco ha parole chiare: “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?” (EG 214). Il Papa ha parole molto forti: l’aborto “è un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno dal Messico, 17 febbraio 2016). “È come affittare un sicario per risolvere un problema” (Udienza generale,10 ottobre 2018).

Aborto, problema umano non religioso
Il Papa lo ha ripetuto più volte che il problema dell’aborto “non è un problema religioso: noi non siamo contro l’aborto per la religione. No. È un problema umano” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Dublino, 26 agosto 2018). E spiega: “L’aborto è un omicidio. L’aborto… senza mezze parole: chi fa un aborto, uccide. Prendete voi qualsiasi libro di embriologia, di quelli che studiano gli studenti nelle facoltà di medicina. La terza settimana dal concepimento, alla terza settimana, tante volte prima che la mamma se ne accorga, tutti gli organi stanno già lì, tutti, anche il DNA. Non è una persona? È una vita umana, punto. E questa vita umana va rispettata (…) Scientificamente è una vita umana. I libri ci insegnano. Io domando: è giusto farla fuori, per risolvere un problema? Per questo la Chiesa è così dura su questo argomento, perché, se accetta questo, è come se accettasse l’omicidio quotidiano” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Bratislava, 15 settembre 2021).

I piccoli gettati dagli spartani
“Da bambino, alla scuola – ricorda il Papa – ci insegnavano la storia degli spartani. A me sempre ha colpito quello che ci diceva la maestra, che quando nasceva un bambino o una bambina con malformazioni, lo portavano sulla cima del monte e lo buttavano giù, perché non ci fossero questi piccoli. Noi bambini dicevamo: ‘Ma quanta crudeltà!’. Fratelli e sorelle, noi facciamo lo stesso, con più crudeltà, con più scienza. Quello che non serve, quello che non produce va scartato. Questa è la cultura dello scarto, i piccoli non sono voluti oggi” (Omelia a San Giovanni Rotondo, 17 marzo 2018).

Difendere ogni vita, sempre
Francesco ricorda che stare dalla parte della vita non vuol dire occuparsene solo al suo inizio o alla sua fine, ma significa difenderla sempre: “Il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici. Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente” (Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dall’associazione Scienza e vita, 30 maggio 2015).

La misericordia è per tutti
Il Papa sottolinea il dramma che vivono le donne e a chi lo accusa di non avere misericordia risponde così: “Il messaggio della misericordia è per tutti, anche per la persona umana che è in gestazione. È per tutti. Dopo aver fatto questo fallimento, c’è misericordia pure, ma una misericordia difficile, perché il problema non è nel dare il perdono, il problema è nell’accompagnare una donna che ha preso coscienza di avere abortito. Sono drammi terribili. Una volta ho sentito un medico che parlava di una teoria secondo cui – non mi ricordo bene… – una cellula del feto appena concepito va al midollo della mamma e lì c’è una memoria anche fisica. Questa è una teoria, ma per dire: una donna quando pensa a quello che ha fatto… Io ti dico la verità: bisogna essere nel confessionale, e tu lì devi dare consolazione, non punire niente. Per questo io ho aperto la facoltà di assolvere [dal peccato di] aborto per misericordia, perché tante volte – ma sempre – devono incontrarsi con il figlio. E io consiglio, tante volte, quando piangono e hanno quest’angoscia: “Tuo figlio è in cielo, parla con lui, cantagli la ninna nanna che non hai cantato, che non hai potuto cantargli”. E lì si trova una via di riconciliazione della mamma con il figlio. Con Dio già c’è: è il perdono di Dio. Dio perdona sempre. Ma la misericordia è anche che lei [la donna] elabori questo. Il dramma dell’aborto. Per capirlo bene, bisogna essere in un confessionale. È terribile » (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Panama, 28 gennaio 2019).

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Fai il tifo per gli altri o li spii con occhi impuri?

Posté par atempodiblog le 4 juin 2022

Fai il tifo per gli altri o li spii con occhi impuri?
La sequela è anche smettere di avere uno sguardo modano sui fratelli e le sorelle accanto a noi. È rifiutare l’ubriacatura del gossip. È non perdere di vista ciò che ci aiuta ad essere santi.
don Luigi Maria Epicoco – Aleteia

Fai il tifo per gli altri o li spii con occhi impuri? dans Commenti al Vangelo Se-voglio-che-egli-rimanga-finch-io-venga-che-importa-a-te-Tu-seguimi

Vangelo di sabato 4 giugno 2022
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».
Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

(Giovanni 21,20-25)

Tu seguimi
Il vangelo di Giovanni finisce con un finale dal sapore quasi comico. In realtà non è nelle intenzioni di Giovanni restituirci una scena paradossale, ma l’atteggiamento di Pietro che è eccessivamente curioso della vita di Giovanni fa dire a Gesù parole risolute:

«Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi».

“Che ti importa? Tu seguimi!”
I Padri della Chiesa hanno dato a queste parole il giusto peso teologico collegandolo con i grandi temi del martirio o del dono dello Spirito, io vorrei semplicemente riportare la questione a un dettaglio forse non intenzionale di questo brano ma che credo possa essere decisivo per la vita di ciascuno di noi.

La tentazione dell’eccessiva curiosità
Troppo spesso, infatti, personalmente e forse anche comunitariamente ci occupiamo di ciò che non dovrebbe interessarci. La vita e i fatti altrui ci sembrano un argomento molto interessante su cui posare la nostra attenzione, ma la fede cristiana è anche lasciarci ridimensionare in questa tentazione di eccessiva curiosità dalle parole di Gesù: “che ti importa? Tu seguimi!”.

Rifiutare l’ubriacatura del gossip
La sequela è anche smettere di avere uno sguardo modano sui fratelli e le sorelle accanto a noi. È rifiutare l’ubriacatura del gossip. È non perdere di vista ciò che ci aiuta ad essere santi.

Fare il tifo per gli altri
È rispettare e riconoscere che il Signore ha un progetto su ognuno e che molto spesso esso è misterioso a prima vista. Dovremmo sempre fare il tifo per gli altri e smettere invece di spiarli con occhi impuri, che proprio perché non hanno retta intenzione vedono sempre e comunque solo il male anche lì dove non c’è.

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La prima apparizione di Cristo risorto fu per la Madonna

Posté par atempodiblog le 17 avril 2022

La prima apparizione di Cristo risorto fu per la Madonna
Dalle Omelie di san Vincenzo Ferrer, sacerdote.
Tratto da: Frati Domenicani dell’Italia Settentrionale

Il-Risorto-e-sua-Madre-El-Greco

Cristo uscì dal sepolcro senza bisogno di aprirlo, come era nato da una vergine senza violare la sua verginità. Ritto sopra il sepolcro mostrò il suo corpo glorioso e le sue piaghe a tutti i santi padri, che adorandolo in ginocchio dissero: «Gloria a te, Signore, risorto dai morti, con il Padre e lo Spirito Santo». Questo è il primo spunto di meditazione in questa celebrazione della benedetta risurrezione di Gesù Cristo.

Il secondo spunto è il suo manifestarsi per grazia tutta particolare alla Vergine Maria. Molti teologi ritengono che Cristo nella sua risurrezione apparve in primo luogo a sua Madre; lo dice espressamente sant’Ambrogio nella sua opera «Sulle vergini»: «Maria vide la risurrezione di Cristo, e la vide per prima». Gli evangelisti non si curano di addurre a questo proposito testimoni irrefutabili, perché la testimonianza resa dalla Madre in favore del Figlio sarebbe potuta apparire sospetta: ma ci sono tre motivi che inducono a credere a questa prima apparizione di Cristo alla Vergine Madre.

Il primo motivo è il quarto comandamento, che Gesù volle osservare. Poiché nella passione del Figlio Maria doveva soffrire più di tutti gli altri, Cristo per speciale privilegio aveva risparmiato alla Madre sua i dolori del parto, come eccezione alle normali leggi della natura; allo stesso modo non aveva voluto che provasse le angosce della morte, che sono più grandi di tutte le sofferenze di questa vita, come dice Alberto Magno: «La cosa più terribile di tutte è la morte, perché in essa l’anima viene sradicata tutta in una volta, come un albero». Ma tutti i dolori del parto e della morte piombarono su Maria nella passione del Figlio. Poiché dunque la Scrittura dice: «Onora tuo padre e non dimenticare i gemiti di tua madre» (Sir 7,29), e poiché Cristo osservò perfettamente il comandamento dell’amore per i genitori, ne segue che la sua prima apparizione fu per la Madre sua, che aveva dovuto soffrire più di tutti gli altri.

Il secondo motivo è il merito della fede di Maria. Infatti è certo – perché è attestato dai vangeli – che nel momento della passione di Cristo persero la loro fede in lui tutti gli apostoli e i discepoli ,sia pure nel senso di una fede intesa nella sua globalità: alcuni infatti dubitavano solo del suo essere Dio e Messia, ma tutti lo ritenevano un santissimo profeta. Tuttavia solo la Vergine Maria quel sabato santo continuò a credere con fede immutabile, e per questo nella chiesa si celebra ogni sabato la sua memoria liturgica. Poiché dunque la Scrittura dice: «Il Signore si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui» (Sap 1,2), ne risulta che l’essere stata a lei riservata la prima apparizione di Gesù risorto, fu un premio per il merito della sua fede.

Il terzo motivo è l’intensità dell’amore di Maria. È certo il fatto che non è mai esistita madre alcuna che abbia amato tanto il figlio come la Vergine Maria amò Cristo. Poiché dunque egli l’ha detto, avverrà così: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).

Questi sono i tre motivi da cui argomentiamo che Cristo apparve in primo luogo alla sua Madre vergine, anche se gli evangelisti non lo dicono espressamente.

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Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo

Posté par atempodiblog le 2 avril 2022

Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo
Francesco su Twitter ricorda l’iniziativa prevista nella Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Tanti monumenti si accenderanno oggi con una luce blu per ricordare le difficoltà che vivono bambini e adulti ma anche le loro famiglie. Il dottor Giovanni Valeri dell’Ospedale Bambino Gesù: “Dobbiamo prenderci cura anche dei genitori”
di Eliana Astorri – Vatican News

Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo dans Articoli di Giornali e News Giornata-mondiale-autismo

“Oggi ricorre la Giornata Mondiale della consapevolezza dell’Autismo. Camminiamo insieme alle persone con autismo: non solo per loro, ma prima di tutto con loro!”. È il tweet di Papa Francesco sul suo account @Pontifex, nel giorno di oggi, 2 aprile, in cui ricorre la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, un disturbo che compromette le aree dell’interazione sociale e della comunicazione, caratterizzato da modelli ripetitivi e stereotipati di comportamento, interessi e attività. L’isolamento dovuto alla pandemia unito alla difficile condizione delle persone autistiche ha complicato la vita di circa 500mila famiglie italiane, come denunciano varie associazioni.

Dati e iniziative
La prevalenza del disturbo riguarda uno su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna, in Italia uno su 77 nella fascia di età 7-9 anni. Istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’Onu, la Giornata richiama l’attenzione sui diritti delle persone nello spettro autistico. “Light It Up Blue” è l’iniziativa alla quale in Italia aderiranno molti monumenti ma anche il Quirinale e Palazzo Madama. Domenica a Roma la decima edizione della Run for Autism promossa dal Progetto Filippide, che porterà sulle strade della capitale oltre 400 ragazzi autistici da tutta Italia, per testimoniare il ruolo dello sport nell’inclusione sociale.

Non una malattia
È importante dunque tornare a parlare di questa condizione con il dottor Giovanni Valeri, responsabile per i disturbi dello spettro autistico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù:

Una “condizione”, non una malattia l’autismo. Perché?
“Condizione” è il termine che si usa sempre più spesso perché sono delle caratteristiche della personalità del bambino, dell’adolescente e dell’adulto con autismo. C’è una particolare modalità di interagire e di percepire gli stimoli del mondo. Questa condizione può diventare un disturbo dello spettro autistico quando comporta una compromissione funzionale. Quindi dobbiamo essere molto attenti nel sapere rilevare con attenzione quelli che sono i segni, le caratteristiche dell’autismo, e questo crea la condizione autistica, e poi valutare attentamente quanto questa condizione comporti una compromissione funzionale degli apprendimenti nel lavoro, nelle relazioni, e a quel punto è corretto chiamarlo disturbo dell’autismo - disorder diseases, in inglese – e assolutamente giustificato e necessario un intervento terapeutico.

In questo campo rientra una serie di disturbi che sono diversi da bambino a bambino, da adolescente ad adolescente, a secondo della gravità?
Attualmente si parla di disturbo dello spettro autistico proprio per indicare il fatto che da una parte alcune caratteristiche nucleari che troviamo in tutte queste condizioni-disturbo sono delle compromissioni a livello sociale e comunicativo associati a comportamenti e interessi ripetitivi ristretti che ritroviamo in tutti; però, poi c’è una variabilità legata a tre fattori principalmente: alla gravità sintomatologica che può essere una condizione lieve, media o grave, alla eventuale associazione di una compromissione cognitiva – dobbiamo ricordarci che il 40- 50% delle persone con disturbo dello spettro autistico hanno anche una disabilità intellettiva e queste sono le condizioni in cui la compromissione è più grave. E il terzo elemento è il livello linguistico: abbiamo situazioni che vanno da persone completamente non verbali a persone che usano solo parole singole a persone che hanno un linguaggio fluente. Quindi gravità, livello cognitivo e livello delle competenze linguistiche ci permettono di capire all’interno dello spettro dove si situa la persona.

Una volta capito questo, la riabilitazione cognitiva e comportamentale è una priorità per il trattamento dell’autismo?
Assolutamente sì. Abbiamo detto che nel momento in cui si individua un disturbo dello spettro delle caratteristiche che si verificano è assolutamente urgente avviare una terapia che deve avere un’evidenza scientifica. È utile riferirsi alla linea guida sull’autismo, che attualmente è in vigore in Italia, del Ministero della Salute, che individua quattro famiglie di interventi che hanno delle evidenze scientifiche: due sono raccomandati, cioè hanno prove di efficacia sufficientemente solide e sono in primo luogo gli interventi mediati dai genitori, importantissimi, in cui il terapeuta aiuta il genitore a trovare le migliori strategie interattive per promuovere le competenze del bambino. L’altra famiglia di interventi raccomandati sono gli interventi comportamentali intensivi. È importante che venga precisato però che non per tutti i bambini è utile fare questo tipo di interventi intensivi, è un’opzione importante. Gli altri due, che sono quelli consigliati, sono gli interventi a supporto della comunicazione come per esempio l’uso sistematico degli ausili visivi, gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa, quindi le persone non verbali o poco verbali possono comunicare anche in modo incredibilmente efficace con delle immagini, e infine l’ultimo, gli interventi psico-educativi basati sulla strutturazione dell’ambiente, cioè rendere l’ambiente prevedibile. Ecco, per queste persone il progetto di presa in carico terapeutica che sia basato su evidenze scientifiche dovrebbe in qualche modo far riferimento a queste quattro famiglie di interventi.

Vicino al bambino e all’adolescente con autismo e, ovviamente, quando questo diventa adulto, ci sono anche dei genitori che devono essere supportati. Cosa è possibile fare per loro, anche secondo l’esperienza del vostro Centro dedicato?
Assolutamente non si può pensare di prendere in carico una persona con autismo, un bambino, senza prendersi cura anche delle persone che gli sono intorno. È fondamentale fare un’attenta valutazione dei bisogni di queste persone, capire se hanno necessità che possono essere di vario tipo: possono essere sostegni psicologici, a volte sostegni sociali. È importantissimo, ad esempio, con queste persone organizzare quelli che noi chiamiamo “programmi di emergenza”, cioè cosa c’è da fare nell’eventualità in cui il ragazzo, il bambino o l’adulto con autismo possa avere delle crisi comportamentali, ma deve essere chiaro, scritto, deve essere un programma di emergenza. Poi, altra cosa molto importante, prevedere dei momenti di “break”, cioè dei momenti in cui i familiari di persone con autismo, soprattutto autismo grave e con associata disabilità intellettiva possono prendersi del riposo. Ma questo è possibile farlo solo se loro sentono di poter affidare, per esempio per un fine settimana, il loro figlio ad operatori di cui si fidano, che sanno come lavorano con il loro figlio. Io mi ricordo sempre un’esperienza molto bella che feci diversi anni fa in cui, in una situazione con adolescenti tutti molto gravi con autismo, si è riusciti a costruire una casa delle autonomie in cui i ragazzi passavano a turno un fine settimana e i genitori potevano permettersi appunto questo break. Ricordo che una mamma mi ha detto che il figlio aveva 17 anni e che quella era la prima volta che con il marito era potuta andare a mangiare in un ristorante oppure a vedere un film con tranquillità. Quindi dobbiamo prenderci cura dei genitori in questo modo articolato con una valutazione attenta dei bisogni di sostegno, su come affrontare le situazioni d’emergenza e poi prevedere dei momenti di break in modo che loro possono riprendersi e fare anche delle esperienze che tutti sappiamo quanto siano importanti.

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