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Il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio

Posté par atempodiblog le 11 avril 2021

Il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio
VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
DEDICAZIONE DEL SANTUARIO DELLA DIVINA MISERICORDIA
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
Kraków-Łagiewniki
Sabato, 17 agosto 2002

L'immagine di Gesù Misericordioso dans Misericordia Gesu_Misericordioso

“O inconcepibile ed insondabile Misericordia di Dio,
Chi Ti può adorare ed esaltare in modo degno?
O massimo attributo di Dio Onnipotente,
Tu sei la dolce speranza dei peccatori”

(Diario, 951 – ed. it. 2001, p. 341).

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Ripeto oggi queste semplici e sincere parole di Santa Faustina, per adorare assieme a lei e a tutti voi il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio. Come lei, vogliamo professare che non esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio. Desideriamo ripetere con fede: Gesù, confido in Te!

Di questo annuncio, che esprime la fiducia nell’amore onnipotente di Dio, abbiamo particolarmente bisogno nei nostri tempi, in cui l’uomo prova smarrimento di fronte alle molteplici manifestazioni del male. Bisogna che l’invocazione della misericordia di Dio scaturisca dal profondo dei cuori pieni di sofferenza, di apprensione e di incertezza, ma nel contempo in cerca di una fonte infallibile di speranza. Perciò veniamo oggi qui, nel Santuario di Łagiewniki, per riscoprire in Cristo il volto del Padre: di Colui che è “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3). Con gli occhi dell’anima desideriamo fissare gli occhi di Gesù misericordioso per trovare nella profondità di questo sguardo il riflesso della sua vita, nonché la luce della grazia che già tante volte abbiamo ricevuto, e che Dio ci riserva per tutti i giorni e per l’ultimo giorno.

2. Stiamo per dedicare questo nuovo tempio alla Misericordia di Dio. Prima di questo atto voglio ringraziare di cuore coloro che hanno contribuito alla sua costruzione. Ringrazio in modo speciale il Cardinale Franciszek Macharski, che tanto si è adoperato per questa iniziativa, manifestando la sua devozione alla Divina Misericordia. Con affetto abbraccio le Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia e le ringrazio per la loro opera di diffusione del messaggio lasciato da Santa Suor Faustina. Saluto i Cardinali e i Vescovi della Polonia, con a capo il Cardinale Primate, nonché i Vescovi provenienti da varie parti del mondo. Mi rallegra la presenza dei sacerdoti diocesani e religiosi nonché dei seminaristi.

Saluto di cuore tutti i partecipanti a questa celebrazione, e, in modo particolare, i rappresentanti della Fondazione del Santuario della Divina Misericordia che ne ha curato la costruzione, e le maestranze delle varie imprese. So che molti qui presenti hanno con generosità sostenuto materialmente questa costruzione. Prego Dio perché ricompensi la loro magnanimità e il loro impegno con la sua benedizione!

3. Fratelli e Sorelle! Mentre dedichiamo questa nuova chiesa, possiamo porci la domanda che travagliava il re Salomone, quando stava consacrando come abitazione di Dio il tempio di Gerusalemme: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!” (1 Re 8, 27). Sì, a prima vista, legare determinati “spazi” alla presenza di Dio potrebbe sembrare inopportuno. Tuttavia bisogna ricordare che il tempo e lo spazio appartengono interamente a Dio. Anche se il tempo e tutto il mondo possono considerarsi il suo “tempio”, tuttavia ci sono tempi e luoghi che Dio sceglie, affinché in essi gli uomini sperimentino in modo speciale la sua presenza e la sua grazia. E la gente, spinta dal senso della fede, viene in questi luoghi, sicura di porsi veramente davanti a Dio presente in essi.

Con questo stesso spirito di fede sono giunto a Łagiewniki per dedicare questo nuovo tempio, convinto che esso sia un luogo speciale scelto da Dio per spargere la grazia della sua misericordia. Prego affinché questa chiesa sia sempre un luogo di annuncio del messaggio sull’amore misericordioso di Dio; un luogo di conversione e di penitenza; un luogo di celebrazione dell’Eucaristia, fonte della misericordia; un luogo di preghiera e di assidua implorazione della misericordia per noi e per il mondo. Prego con le parole di Salomone: “Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica. Signore mio Dio; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza dinanzi a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa… Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e di Israele tuo popolo, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo della tua dimora, nel cielo; ascolta e perdona!” (1 Re 8, 28-30).

4.È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4, 23). Quando leggiamo queste parole del Signore Gesù nel Santuario della Divina Misericordia, ci rendiamo conto in modo tutto particolare che non ci si può presentare qui se non in Spirito e verità. È lo Spirito Santo, Consolatore e Spirito di Verità, che ci conduce sulle vie della Divina Misericordia. Egli, convincendo il mondo “quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 8), nello stesso tempo rivela la pienezza della salvezza in Cristo. Questo convincere quanto al peccato avviene in una duplice relazione alla Croce di Cristo. Da una parte lo Spirito Santo ci permette, mediante la Croce di Cristo, di riconoscere il peccato, ogni peccato, nell’intera dimensione del male, che in sé contiene e nasconde. Dall’altra lo Spirito Santo ci permette, sempre mediante la Croce di Cristo, di vedere il peccato alla luce del mysterium pietatis, cioè dell’amore misericordioso e indulgente di Dio (cfr Dominum et vivificantem, 32).

E così il “convincere quanto al peccato” diventa al tempo stesso un convincere che il peccato può essere rimesso e l’uomo può di nuovo corrispondere alla dignità di figlio prediletto di Dio. La Croce, infatti, “è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo [ÿ]. La Croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Dives in misericordia, 8). Questa verità verrà sempre ricordata dalla pietra angolare di questo Santuario, prelevata dal monte Calvario, in un certo modo dal di sotto della Croce sulla quale Gesù Cristo ha vinto il peccato e la morte.

Credo fermamente che questo nuovo tempio rimarrà per sempre un luogo dove le persone si presenteranno davanti a Dio in Spirito e verità. Verranno con la fiducia che assiste quanti umilmente aprono il cuore all’azione misericordiosa di Dio, a quell’amore che anche il più grande peccato non può sconfiggere. Qui, nel fuoco dell’amore divino, i cuori arderanno bramando la conversione, e chiunque cerca la speranza troverà sollievo.

5. “Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo, per i peccati nostri e del mondo intero; per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero” (Diario, 476 – ed. it. p. 193). Di noi e del mondo intero… Quanto bisogno della misericordia di Dio ha il mondo di oggi! In tutti i continenti, dal profondo della sofferenza umana, sembra alzarsi l’invocazione della misericordia. Dove dominano l’odio e la sete di vendetta, dove la guerra porta il dolore e la morte degli innocenti occorre la grazia della misericordia a placare le menti e i cuori, e a far scaturire la pace. Dove viene meno il rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, occorre l’amore misericordioso di Dio, alla cui luce si manifesta l’inesprimibile valore di ogni essere umano. Occorre la misericordia per far sì che ogni ingiustizia nel mondo trovi il suo termine nello splendore della verità.

Perciò oggi, in questo Santuario, voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia. Lo faccio con il desiderio ardente che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio, qui proclamato mediante Santa Faustina, giunga a tutti gli abitanti della terra e ne riempia i cuori di speranza. Tale messaggio si diffonda da questo luogo nell’intera nostra amata Patria e nel mondo. Si compia la salda promessa del Signore Gesù: da qui deve uscire “la scintilla che preparerà il mondo alla sua ultima venuta” (cfr Diario, 1732 – ed. it. p. 568).

Bisogna accendere questa scintilla della grazia di Dio. Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità! Affido questo compito a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, alla Chiesa che è in Cracovia e in Polonia, e a tutti i devoti della Divina Misericordia che qui giungeranno dalla Polonia e dal mondo intero. Siate testimoni della misericordia!

6. Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.

ChinaTi su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa’ che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.

Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!

Amen.

* * *

Parole del Santo Padre prima della Benedizione:

Alla fine di questa solenne liturgia desidero dire che molti dei miei ricordi personali sono legati a questo luogo. Venivo qui soprattutto durante l’occupazione nazista quando lavoravo nel vicino stabilimento Solvay. Ancora oggi ricordo la via che porta da Borek Fałęcki a Dębniki. La percorrevo tutti i giorni andando a lavorare in diversi turni, con le scarpe di legno ai piedi. Allora si portavano quelle. Come era possibile immaginare che quell’uomo con gli zoccoli un giorno avrebbe consacrato la basilica della Divina Misericordia a Łagiewniki di Cracovia?

Mi rallegro per la costruzione di questo bel tempio dedicato alla Misericordia Divina. Affido al Cardinale Macharski e a tutta l’Arcidiocesi di Cracovia e alle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia la cura materiale e soprattutto quella spirituale di questo santuario. Che questa collaborazione nell’opera della diffusione del culto di Gesù Misericordioso dia frutti benedetti nei cuori dei fedeli in Polonia e in tutto il mondo.

Dio Misericordioso benedica abbondantemente tutti i pellegrini che vengono e verranno qui in futuro.


© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Santa Faustina Kowalska | Pas de Commentaires »

Incontro con Padre Petar Ljubicic – Scelto da Mirjana per rivelare i Dieci segreti

Posté par atempodiblog le 14 février 2021

INCONTRO CON PADRE PETAR LJUBICIC – Scelto da Mirjana per rivelare i DIECI SEGRETI
Dallo studio di Radio Maria di Medjugorje – 4 febbraio 2021, h 10.00
Testo trascritto da Radio Maria

Incontro con Padre Petar Ljubicic – Scelto da Mirjana per rivelare i Dieci segreti dans Apparizioni mariane e santuari Padre-Petar-Ljubi-i-Radio-Maria-Gospa-Medjugorje

Dario: Ecco, per me è un grande piacere avere oggi con noi Padre Petar Ljubičić – Padre francescano. Padre Petar è conosciuto perché Mirjana lo aveva scelto per annunciare i segreti.
Benvenuto Padre, grazie per essere con noi oggi.
Padre Petar Ljubičić: Sia lodato Gesù Cristo, saluto ognuno di voi, che ascoltate queste parole, col cuore e con grande gioia.

Dario: Padre Petar, può presentare brevemente quando è nato e quando è stato ordinato sacerdote?
Padre Petar Ljubicic: Sono nato a Prisoje Podhum il 22 ottobre 1946 e sono stato battezzato a Podhum, vicino a Livno, il 28 ottobre. Primo di dieci figli, ho frequentato la scuola elementare a Prisoje.

Non comprendo tutt’oggi il motivo per cui Dio, fin dalla tenera età, mi abbia chiamato a seguire Gesù da vicino.

Probabilmente la risposta sta nel voto che mia madre fece a Dio, impegnandosi ad accogliere e offrire a Lui tutti i figli che Egli gli avrebbe donato; in quanto nei primi anni di matrimonio, non aveva potuto averli.

Dio ha ascoltato le sue accorate preghiere ed ella ha dato alla luce dieci figli. Un autunno di qualche anno dopo, sono partito per il seminario a Zara. Successivamente ho continuato gli studi a Spalato e nel 1967 mi sono diplomato a Dubrovnik. Il 15 luglio 1967 ho vestito l’abito francescano e ho cominciato un anno di noviziato a Humac. In seguito, ho intrapreso la facoltà di teologia e filosofia, a Sarajevo, continuando poi questo percorso a Königstein.

Completati gli studi teologici, l’anno successivo il 29 giugno 1972, sono stato consacrato sacerdote a Königstein. Ho prestato servizio come sacerdote nelle seguenti parrocchie: a Vitina 5 anni, Tihaljina 4 anni, Seonica due anni e a Medjugorje 10 anni e mezzo.

Nel febbraio del 1995 mi sono recato in Svizzera e per tre anni e mezzo sono stato missionario per i croati a Zurigo. Ad agosto del 1998 sono stato missionario in Ticino (Svizzera). Dal 3 marzo del 2000, anno Santo, fino al 15 novembre 2008, sono stato amministratore della parrocchia di Hosenfeld, in Germania. Successivamente sono diventato cappellano di Bukovica per 6 anni. Infine sono stato trasferito a Vitina, dove mi trovo attualmente.

Ho seguito le apparizioni di Medjugorje fin dall’inizio. Ho incontrato molti amici e conoscenti in tutto il mondo, visitato molti gruppi di preghiera che sono sorti grazie alla Regina della Pace. Consuetamente mi chiamano per riti spirituali, missioni e incontri di preghiera dei gruppi di Rinnovamento nello Spirito.

A Medjugorje ho visto e incontrato molti che si sono convertiti e sono miracolosamente guariti; grazie a ciò ho maturato grande esperienza come guida spirituale. Le mie esperienze sono state pubblicate nei libri “L’invito della Regina della Pace”, “E’ il tempo di grazia”, “Gesù sorgente di vita”, “Come dobbiamo pregare oggi? Santa Messa cuore e anima della nostra fede”.

Ho inoltre pubblicato, in undici volumi, anche il libro degli esempi di incoraggiare e attrarre chiamate e emozioni.

Dario: Padre, dove si trovava lei durante le prime apparizioni e qual è stata la sua prima reazione?
Padre Petar Ljubicic: Quando le apparizioni sono iniziate mi trovavo nella parrocchia di Tihaljina, situata a soli 33 km da Medjugorje. Quei primi giorni non ho potuto essere presente perché stavo preparando, al sacramento della Cresima, degli studenti del liceo. Quando ho sentito parlare di apparizioni della Madonna ai veggenti, ho subito creduto che fossero vere. Ero fermamente convinto che i ragazzi della Bosnia Erzegovina non avrebbero mai scherzato su cose del genere. All’inizio di luglio, dopo la Santa Messa Vespertina, sono andato insieme a un sacerdote alla casa della veggente Vicka che era in compagnia di Ivanka. Abbiamo chiesto loro: “Avete visto la Madonna?”. Senza pensarci un attimo, hanno risposto: “Sì, l’abbiamo vista!”. Al che il mio confratello ha chiesto: “La Madonna è bella come te Ivanka?”. Ivanka, sorridendo, ha detto: “Caro Padre, se lei potesse vedere la Madonna, desidererebbe subito partire per l’eternità e guardarla in continuazione. E’ di una bellezza che non so descrivere con le mie povere parole”.

Come ho creduto allora, credo ancora oggi. Non ho mai avuto dubbi. E’ curioso, all’epoca stavo leggendo un libro che parlava delle apparizioni della Madonna a Lourdes e Fatima. Non penso che si sia trattato di una coincidenza, perché per noi cristiani non esiste il caso. Sta di fatto, che proprio in quel periodo, sono iniziate le apparizioni a Medjugorje.

Mi sono chiesto “Perché la Madonna che è apparsa in altri luoghi, non potrebbe apparire anche qui da noi?”. Dopo quell’istante ho sfruttato ogni momento libero per recarmi a Medjugorje, per confessare e aiutare nel miglior modo possibile.

Dario: Quando ha incontrato i veggenti, ha chiesto loro di descrivere la Madonna?
Padre Petar Ljubicic: Sì e me l’hanno descritta così: una donna incredibilmente bella, sui 20 anni d’età, alta un metro e 65 centimetri, carnagione chiara e guance rosa. Emana bontà, dolcezza e gioia indicibili. I suoi occhi sono bellissimi, di un azzurro intenso, ha le sopracciglia e i capelli neri. Indossa un abito di colore blu-grigio che le ricopre tutto il corpo e si perde in una nuvola bianca che le nasconde i piedi e sulla quale fluttua. Porta un velo bianco che le copre il capo, le spalle e la schiena e le scende sui fianchi. Non porta gioielli, ma ha sulla testa una corona con dodici stelle dorate.

E’ impossibile inventare questa descrizione. Questo è stato il mio primo incontro con i veggenti. Come ho creduto all’epoca, credo ancora oggi.

Dario: Padre, può dire cosa rappresenta per lei Medjugorje?
Padre Petar Ljubicic: Per me Medjugorje è un luogo di grazia, un luogo miracoloso. E’ la Pentecoste del nostro tempo e questo dura da 39 anni e mezzo. E’ un luogo in cui si verificano conversioni sconvolgenti, dove tante persone che arrivano stanche, malate, tradite ed illuse, ripartono guarite, trasformate, forti e aperte a una vita di testimonianza piena di Spirito Santo e della forza delle parole della Madonna. Vengono a Medjugorje piene di paura e ripartono incoraggiate. Arrivano con tanta mitezza e ripartono con lo spirito di veri testimoni di fede. La Madonna ci ripete quello che ha detto Gesù dall’inizio della sua predicazione: “Convertitevi e credete al Vangelo”. La fede e la conversione vanno di pari passo, perché se crediamo che Dio può convertirci, ci immettiamo nel cammino di salvezza, al quale Lui ci chiama dal Battesimo fino al termine della nostra vita sulla terra. In sostanza, Medjugorje è una grazia straordinaria, un dono di Dio che ci aiuta a crescere nella nostra fede. A Medjugorje si sente la presenza reale di Dio e l’amore materno della Regina della Pace. Qui sono accaduti e accadono diversi miracoli. Medjugorje stesso è divenuto un grande miracolo.

Dario: Può dirci la sua opinione, perché appare la Madonna?
Padre Petar Ljubicic: Carissimi miei, la Madonna appare perché vuole aiutarci, perché ci ama come dei veri figli! La Madonna solitamente appare dove c’è più bisogno, dove ci sono grandi difficoltà e problemi. Ella si presenta come la nostra Assistente e Avvocata che intercede presso suo Figlio.

All’inizio delle apparizioni ha detto: “Figlioli, vedo che gli uomini si trovano in difficoltà tanto gravi che non riescono a venirne fuori da soli. Quindi sono venuta ad aiutarvi”. Con queste parole, la Madonna ci ha detto la ragione per la quale è venuta e perché, ancora oggi, appare ai veggenti. Ella ci vuole indicare un cammino sicuro verso la felicità e la vita eterna. Ma è necessario che ogni giorno parli delle grandi difficoltà in cui si trova il mondo. Non esageriamo se affermiamo che non abbiamo mai vissuto prima d’ora una crisi così grande, così profonda e un allontanamento della fede in Dio. Carissimi miei, la Madonna stessa dice che è venuta per risvegliare le fede nei credenti. Lei è venuta ad insegnarci come possiamo credere fermamente. La Gospa, ci invita ad essere attenti perché il dono della fede si ottiene con il nostro sforzo.

Questa è la verità! E’ un dono immeritato che dobbiamo alimentare e proteggere per mantenerlo. Per preservare la nostra fede e per crescere in essa, la Madonna ci suggerisce un cibo quotidiano, la preghiera, in particolare la Santa Messa, il Rosario, l’adorazione del Santissimo Sacramento, ricevere spesso i Santi Sacramenti e la lettura della Bibbia.

Dario: La Madonna viene tra noi come Regina della Pace. Cosa significa questo?
Padre Petar Ljubicic: Significa che oggi più di tutto abbiamo bisogno di pace. Infatti, possiamo avere tutto ciò che il cuore umano possa desiderare, ma se non abbiamo la pace, in realtà non abbiamo nulla. La Madonna, Regina della Pace, ci ha detto chiaramente che la vera pace può venire solo da Gesù Cristo, nostro Salvatore e Redentore. Egli è la vera pace: la pace che viene da Gesù è pienezza di gioia, felicità totale, amore e frutto dello Spirito. E’ il bene più grande e più indispensabile al quale possiamo aspirare. Un incommensurabile dono divino con il quale, Dio rende felice l’uomo, a condizione che questo si apra a Lui, riconosca la propria piccolezza e peccaminosità e lo preghi a tal fine.

Dario: Quali sono gli altri messaggi?
Padre Petar Ljubicic: La Regina della Pace ci invita sempre: “Convertitevi, credete in Dio fermamente, pregate col cuore e digiunate”, questi sono i messaggi. Per poter avere la pace alla quale aspiriamo, la Vergine ci ha detto di credere fermamente in Dio. Senza una fede forte e attiva, è impossibile giungere alla pace. Essa è un dono divino che ci consente di donare a Lui tutto il nostro essere, in modo da sperare in Lui e vivere per Lui. La fede è un atto di donazione, totale fiducia completa in Dio. La Vergine desidera che tutta la nostra vita sia permeata da questo santo atto di fede. Una fede vera e viva non è possibile senza una conversione quotidiana, per questo motivo,la Vergine ci invita incessantemente a convertirci. La conversione è la grazia che accompagna sempre i passi di Dio. Convertirsi significa cercare sempre Dio, umiliarsi dinnanzi a Lui, ammettere il proprio male, i propri peccati e pentirsene. Convertirsi significa tornare a Dio rinnegando il peccato, Satana e i suoi desideri peccaminosi. Significa cambiare sé stessi, il proprio modo di comportarsi e la propria esistenza. Convertirsi significa unirsi sempre più a Dio col proprio cuore e col proprio essere divenire ogni giorno più sinceri, giusti, onesti, completi e santi. Questo è il compito di tutta la nostra esistenza.

Medjugorje sta diventando sempre più un luogo di grandi e sconvolgenti conversioni. Molti qui, iniziano una nuova vita e purificano la propria coscienza nel sacramento della Riconciliazione.

Dario: La Madonna ci insegna da molti giorni che bisogna pregare con il cuore. Cosa significa?
Padre Petar Ljubicic: Vuol dire di non pregare per abitudine. Pregare con il cuore significa soprattutto pregare con amore e con l’anima. Vuol dire pregare con tutto te stesso, corpo e anima, col cuore puro, che significa aprirsi contemporaneamente a Dio. Mettetelo al primo posto nelle vostre vite, abbandonatevi completamente a Lui, donategli fiducia e sperate in Lui ogni bene. Ciò significa essere disciplinati e umili, dedicati e affidabili. Donarsi a Dio in preghiera.

Secondo i messaggi della Madonna, pregare con il cuore significa vivere la preghiera come un incontro gioioso con Dio. Questo porta all’unione profonda con Gesù, significa sperimentare così la bellezza e la grandezza della grazia che Dio ci dona. Vuol dire inoltre ricevere grandi grazie. Pregare col cuore significa permettere a Dio di rimuovere tutti gli ostacoli da superare e permettere che la preghiera governi il nostro cuore in ogni momento.

Dario: La Madonna ha chiesto in più messaggi di pregare per i sacerdoti. Perché, secondo lei, questa attenzione particolare?
Padre Petar Ljubicic: Perché i sacerdoti sono continuatori dell’opera per la quale Cristo è venuto, morto e risorto. La Madonna ci chiede di pregare per i sacerdoti perché possano pienamente svolgere i loro doveri sacerdotali. Ogni sacerdote è chiamato a vivere la vita sulle orme di quella di Gesù Cristo, cioè nella castità, povertà, totale abbandono a Dio ed essere specialmente servi di Gesù. Ogni sacerdote deve essere cosciente che non c’è niente di più bello, elevato, migliore e Santo che annunziare la buona novella della salvezza, curare con i sacramenti di Cristo Gesù coloro che sono oppressi e stanchi sulla via della vita. L’atteggiamento ricorrente e comune, è quello di criticare i sacerdoti anziché aiutarli nel loro compito delicato, per questo motivo, la Madonna ci invita a diventare coscienti di ciò e a pregare per loro, in quanto anche i sacerdoti sono esposti oggi a grandi prove e tentazioni.

Dario: Che cosa possiamo dire sui segreti di Medjugorje?
Padre Petar Ljubicic: Quando una sera di 39 anni fa ho sentito che Mirjana mi aveva scelto per annunziare i segreti, ho inizialmente pensato che fosse uno scherzo. Successivamente, riflettendo, ho compreso che su una cosa così importante non si può scherzare. Questo pensiero non mi lasciava in pace. Mi sono domandato se tutto ciò potesse essere vero. Era incredibile che Mirjana avesse scelto proprio me per questo compito e questa missione. Tutto ciò era un grande onore, ma anche una responsabilità. Non so spiegarvi il perché, ma dentro di me non c’erano né paura né ansia.

Quando ho incontrato Mirjana lei mi ha domandato: “Sai già che anche tu dovrai annunziare al mondo i segreti quando arriverà il momento?”. Risposi: “E’ possibile tutto questo? ”. Era difficile per me trovare parole e sentimenti per dare una risposta. So solo che fui pervaso da un profondo senso di gioia e sicurezza.

Dario: Che cosa può dirci dei segreti e del loro contenuto? Quale messaggio trasmetteranno quando verrà il momento della loro rivelazione?
Padre Petar Ljubicic: I segreti, come dice la parola stessa, sono segreti e al momento non conosciamo il loro contenuto. Si può dire che riguardano avvenimenti particolari che accadranno in un determinato momento e luogo. Quando questo avverrà non ci è ancora dato saperlo, ma abbiamo il presentimento che ogni giorno che passa, ci stiamo sempre di più avvicinando a quel momento. Il messaggio di ogni segreto conterrà questo insegnamento: la vita che Dio ci ha donato, il tempo che viviamo sono doni di Dio per noi. E’ importante usare questi doni in modo sempre più consapevole e migliore, impegnandoci veramente nella sequela di Cristo e lavorando instancabilmente per la nostra salvezza, cioè dobbiamo averla impressa nel cuore in ogni istante. Non dobbiamo e non possiamo vivere come se non dovessimo rendere conto di come viviamo e di cosa facciamo, ma più di ogni altra cosa è importante essere pronti all’incontro con Dio vivente in qualsiasi momento. Se viviamo così allora non dovremo avere paura di nulla e non dovremo chiederci continuamente quando ciò accadrà. In questa disposizione, l’animo è sereno e saremo sempre pronti ad accogliere la volontà di Dio nella nostra vita.

Dario: Lei rivelerà tutti e dieci i segreti, in che modo? In quale dei 10 segreti è contenuto il segno visibile e duraturo che la Madonna ha promesso di lasciare?
Padre Petar Ljubicic: Quando verrà il momento di rivelare il primo segreto, Mirjana mi consegnerà dieci giorni prima qualcosa simile ad una pergamena dalle dimensioni di un foglio A4. La Madonna l’ha donata per ricordare quando sarebbe accaduto ogni segreto. In essa sono scritti tutti i segreti, ma io potrò leggere e rivelare solo il primo segreto. In quel momento, riuscirò a vedere solo quel segreto e non gli altri. Questo avverrà per ciascun segreto. In seguito dovrò digiunare e prepararmi per sette giorni consecutivi e poi, tre giorni prima, potrò rivelare cosa e dove accadrà esattamente, a quale ora e minuto preciso e quanto durerà ciò che è contenuto in quel dato segreto. Mirjana ha detto che i primi due segreti sono legati a Medjugorje e saranno ammonimenti e raccomandazioni. La Madonna è venuta nel piccolo villaggio di Bijakovići, parrocchia di Medjugorje, dove sta apparendo da 40 anni. Quando quei due segreti saranno rivelati, sarà chiaro a tutti che i veggenti hanno detto la verità e che le apparizioni sono autentiche. Il terzo segreto sarà il segno visibile sulla collina delle apparizioni al Podbrdo. Questo segno sarà una grande gioia per coloro che avranno accolto queste apparizioni come un dono del cielo e della Regina della Pace. Tale segno, sarà preciso affinchè molti si convertano e tornino a Dio. Non dobbiamo mai dimenticare che ora è il momento di pregare, iniziare un cammino di conversione, seguire Dio e decidersi per Lui, poichè dopo potrebbe essere troppo tardi.

Dario: Cosa potrebbe accadere dopo la rivelazione dei primi segreti? Quale sarà il futuro di Medjugorje?
Padre Petar Ljubicic: La Madonna ha ripetuto molte volte che questo è un tempo di grazia. Possiamo aggiungere che è anche un tempo di preghiera, di conversione, un tempo in cui abbiamo l’opportunità di purificarci spiritualmente e di scegliere Dio con gioia. Ogni attimo della nostra vita è molto importante e deve essere usato per questo fine, per questa possibilità, cioè per questo dono prezioso che ci fa il Cielo. Consacriamo ogni momento della nostra vita abbandonandoci completamente a Dio nella preghiera. Questo ci colmerà di gioia e sarà più facile portare il peso di questa vita. Sono sicuro che l’avveramento dei dieci segreti, ci aiuterà tutti ad essere più seri e responsabili, così che la nostra conversione sia sincera e vera nella nostra vita. Assisteremo certamente a segni miracolosi e a grandi conversioni. Tutte le conversioni e le guarigioni, spirituali o fisiche, di cui abbiamo testimonianza, sono un segno che il Cielo si è aperto sopra Medjugorje e che la Regina della Pace è venuta e si è fermata a lungo come non era mai avvenuto prima nella storia dell’umanità.

La rivelazione dei segreti sarà una grande gioia e consolazione per tutti. Tutti coloro che avranno creduto e si saranno impegnati a vivere secondo il Vangelo di Gesù, da credenti convinti, saranno felici e nella pace. Siamo testimoni di come ogni anno una moltitudine di pellegrini vengano qui a Medjugorje a pregare la Regina della Pace e il loro numero aumenterà sicuramente quando saranno rivelati i segreti. Quello sarà un segno che attirerà l’attenzione anche di chi in precedenza non aveva ascoltato la Regina della Pace. Il futuro di Medjugorje sarà comunque positivo, quel luogo rappresenterà ancora di più un invito alla preghiera e un’oasi di pace spirituale per tutti.

Dario: Le commoventi conversioni e le guarigioni miracolose sono la dimostrazione che le apparizioni sono autentiche. La rivelazione dei segreti sarà condizione necessaria affinché la Chiesa riconosca le apparizioni di Medjugorje?
Padre Petar Ljubicic: È mia ferma convinzione che le apparizioni di Medjugorje abbiano ad oggi già mostrato segni concreti e validi di autenticità. Lei ha citato commoventi conversioni e guarigioni miracolose. Insieme a tante altre, già due guarigioni miracolose risultano scientificamente provate. Adesso sono già sufficienti per riconoscere il carattere soprannaturale delle apparizioni. Ho raccontato la mia esperienza con numerosi pellegrini di Medjugorje nei miei due libri “L’invito della Regina della Pace” e “Tempo di Grazia”.

Durante i miei soggiorni all’estero, le persone che incontravo mi raccontavano che non potevano più immaginare loro vita senza la Regina della Pace e senza l’amore misericordioso di Dio che avevano sperimentato a Medjugorje. Le persone guariscono da tante malattie differenti, ritenute anche gravi e incurabili. Questo è un segno tangibile che Dio sta agendo per intercessione della Regina della Pace.

La rivelazione dei segreti sarà comunque condizione necessaria per il riconoscimento di queste apparizioni da parte della Chiesa.

Dario: Padre alla fine cosa suggerisce e cosa desidera comunicare a tutti?
Padre Petar Ljubicic: Carissimi, cos’altro potrei dire se non ripetere ciò che la Madonna afferma da 40 anni. Dobbiamo essere grati a Dio per tutto. Egli come Padre, ci ama ardentemente ed attende il nostro sì alla sua volontà, affinché realizziamo il piano che Lui ha su ciascuno di noi. Il suo piano, o meglio la sua Santa volontà, è che lo amiamo, che teniamo sempre in considerazione Lui e la sua benedizione per poter vivere felici e per giungere poi santamente alla salvezza eterna.

E’ necessario dire che la situazione odierna è davvero caotica, critica e molto complessa. Le crisi di gestione sono divenute un segno del nostro tempo, il mondo è anche bloccato in una grande crisi piena di angoscia. Questo è il minimo che si possa dire. Siamo tutti d’accordo su questo, l’uomo non è mai stato più incerto, ansioso, preoccupato, insoddisfatto, peccatore e malato. Non era mai stato in un’angoscia e sofferenza maggiori di quanto non sia oggi. Il presente è il momento più importante della nostra vita e quella di ciascuno. Forse adesso dipende la nostra eternità. Ricordiamo sempre carissimi che il momento presente ci è stato donato affinché, grazie ad esso, guadagniamo l’eternità. Ecco perché questo è fondamentale. Quanto è grande la grazia di sapere e di agire, di trasformare ogni attimo di vita in un momento di salvezza per noi stessi, per i fratelli e le sorelle. Il nostro Salvatore Gesù Cristo proprio oggi cerca delle anime devote, affezionate, coraggiose, intrepide e audaci per arrivare a coloro che sono lontani dalla salvezza.

Sia Cristo che noi non abbiamo mai avuto un’occasione più grande di quella attuale. Dio benedice, ama e salva tutti coloro che ascoltano queste parole.

Dario: Ecco Padre, grazie per la sua venuta e la sua testimonianza.
Preghiamo tutti la Madonna affinché questa testimonianza possa essere di benedizione e di beneficio spirituale per i nostri ascoltatori.
Cari ascoltatori di Radio Maria, grazie per la vostra attenzione. Alla fine Padre Petar dirà una preghiera di benedizione per tutti gli ascoltatori di Radio Maria. Un caro saluto e una benedizione di Dio da Medjugorje. Pace e bene.

Padre Petar Ljubicic: Preghiera per la benedizione mattutina.

Misericordioso, onnipotente, eterno e buon Dio, benedici questa mattina, anche questo giorno che mi hai donato che diventi un giorno di salvezza. Il giorno che per me è speranza per gli altri e per tutti intorno a me. Porta la benedizione, la pace, la gioia e la salvezza. Benedicimi all’inizio di questa giornata e tutto ciò che oggi farò, penserò, desidererò, tutto ciò che ti ho chiesto e per cui ti ho pregato. Possa il mio lavoro essere la benedizione per gli altri e fonte del vero amore e della felicità purissima. Benedici la mia famiglia, i miei figli, i miei amici e tutti coloro che oggi incontrerò, coloro che tu oggi mi manderai. Lascia che la tua potente benedizione aiuti coloro che anche oggi sentiranno il peso della vita e il tormento ansioso. Dio buono, Tu sai che siamo deboli peccatori, sai che le tentazioni sono grandi e che senza la tua benedizione non siamo capaci di sopportare né sopraffare le difficoltà, perciò ti crediamo, il tuo amore e la tua benedizione che sia per noi la forza e il sollievo nelle difficoltà e quando pensiamo di non potercela fare più, sii tu il nostro riposo, conforto per gli afflitti, feriti e tristi malati e ansiosi. Amen.

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La piaga del modernismo nella Chiesa

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2021

La piaga del modernismo nella Chiesa
Da “La vera storia della Chiesa” – Trasmissione del 18 gennaio 2021 – Rubrica mensile condotta dalla professoressa Angela Pellicciari dagli studi di RADIO MARIA
Fonte: Radio Maria

La piaga del modernismo nella Chiesa dans Angela Pellicciari Angela-Pellicciari

Buon giorno amici, e Buon Anno! Un anno in cui io quando faccio gli auguri quest’anno dico: “Auguri di conservare la fede e la speranza!”, come ha detto Maria in uno dei messaggi da Medjugorje. Ci ha detto che siamo chiamati a testimoniare la speranza in un mondo che sembra far di tutto perché finisca, fa di tutto perché viviamo senza speranza. Però, siccome Dio è Dio, ed è onnipotente, ci dà la possibilità di vivere con fede e speranza.

Come è stato annunciato, parliamo del modernismo partendo dagli inizi del Novecento: questo secolo che si apre con feste scintillanti, con un’epoca che viene chiamata “Belle époque”, con Parigi che brinda a che cosa? Alla sovranità dell’uomo che, con la scienza, ormai può raggiungere tutte le vette.

In quel tempo abbiamo avuto le esposizioni mondiali con l’inaugurazione della Torre Eiffel nel 1989. Nel 1900 un’altra esposizione universale – sempre a Parigi – che viene visitata, pensate, da 50 milioni di persone. Siamo nel 1900 e la popolazione dell’Europa e del mondo è molto minore, e i viaggi non erano così facili. Questo è l’ambiente in cui si vive questa ubriacatura progressista, assieme a tanti scandali e corruzione come succede sempre quando gira un’immensa quantità di denaro.

In questo ambiente euforico, dall’altro lato c’è una realtà drammatica per la Chiesa cattolica, che è romana, perché qualche decennio prima Roma aveva cessato di essere la capitale dello Stato Pontificio. Con la “presa di Roma”, la città è stata espugnata dalla massoneria, con tutto quello che ciò ha comportato, nella volontà determinata di cancellare il cristianesimo anche dal cuore dei romani. Anche se, girando per Roma in ogni suo angolo troviamo icone di Maria, una chiesa, eccetera. Insomma, togliere il cattolicesimo dal cuore dei romani non è facile. Ma è proprio a quello che, con pervicacia, hanno da sempre lavorato i nemici della Chiesa.

Però Roma è caduta nel 1870. A questo proposito debbo dire che gli aspetti che tratterò sono in piena continuità con quanto detto prima di me dal Direttore di Radio Maria, padre Livio. Lui si riferiva all’oggi, mentre io parlerò di quello che è successo all’inizio del Novecento. Allora, in questo dramma in cui, da una parte c’è l’euforia, e dall’altra i cristiani che sono perseguitati ovunque, anche a casa loro, anche a Roma.

Questo è uno scandalo per la religione e per la fede! Ma come, ma non ci rendiamo conto della civiltà che la Chiesa ha costruito? Certo, nel mondo c’è sempre il peccato, non c’è mai la perfezione. siamo sempre insidiati dal peccato; la società è sempre insidiata dal peccato, ciò non toglie che nessun’altra civiltà, nessun’altra società al mondo ha realizzato le opere di carità (di santità e scienza), che ha prodotto la Chiesa. Nessuna, in nessuna parte del mondo e in nessun periodo storico. Di queste opere di carità il punto centrale è certamente Roma.

In quel tempo Roma si trova con un papa prigioniero. Non può uscire, non può dire nulla; è sbeffeggiato e deriso da tutti, e questo per il fatto che ha prevalso la visione del mondo che ha chiuso il Cielo. Non c’è più il cielo; non c’è più la speranza nel cielo, per questo ci troviamo con una sicumera della scienza che ci dice che, con il suo apporto, noi costruiremo un mondo senza più dolori. Sarà il regno della felicità. Questo aveva promesso il marxismo e questo promette la gnosi. Una felicità realizzata senza Dio, visto che la gnosi afferma che “Dio ci limita”, e quindi noi, così come ben descritto in Genesi 3, in cui il tentatore dice a Eva: “Dio è invidioso… Non vedi come ti limita? Ti ha detto lui cosa devi e non devi fare. Ma tu devi essere libera!”.

Ecco, è in nome di questa libertà, che Lutero ha tanto ingigantito, procurando delle enormi ferite dal punto di vista, non solo culturale, teologico, ma anche economico.

Scusate se sono un po’ lunga in questa introduzione, ma questa puntata dedicata al modernismo è una puntata un po’ complessa in cui bisogna affrontare tanti argomenti anche biblici, che è quello che cercherò di fare.

Allora, la lotta che il mondo moderno – da Lutero in poi è una lotta che, con la nascita della libera e sfrenata massoneria, si pone contro il dogma. Perché? Perché alla fine il dogma riprende alla lettera quello che Satana suggerisce a Eva: “Decidi tu cos’è bene e cos’è male”. Per questo si sente dire: “Perché il dogma? Tu sei nata per essere libera! Tu sei a immagine e somiglianza di Dio. Hai la libertà assoluta! Perché vuoi farti schiava?

Allora, questa lotta contro il dogma, inteso come un limite feroce posto alla dignità dell’uomo, questa lotta, la Chiesa, con il suo magistero, con i suoi papi l’ha combattuta per due secoli: dalla nascita della Massoneria moderna, nel 1717 a Londra, fino al pontificato di Pio X. Con Pio X non si parla praticamente mai di massoneria: questa associazione segreta a cui i papi hanno dedicato decine di pronunciamenti durante due secoli, culminati nella bellissima analisi che fa Leone XIII a proposito della massoneria nella sua enciclica che ha per titolo “Humanum genus”. ecco, tutto questo magistero, tutto questo sforzo fatto dalla Chiesa per mettere in guardia i cattolici dalle menzogne che vengono spacciate per verità, questo sforzo gigantesco fatto dalla Chiesa analizzando la massoneria in tutte le sue caratteristiche, presupposti filosofici, strategie, tattiche e obiettivi finali, tutto questo grandioso sforzo del magistero pontificio, col pontificato di San Pio X viene messo da parte. Perché? Per spiegarlo devo ricordare una cosa che ho detto nella precedente puntata, ma che è molto interessante, e riguarda l’apertura del conclave per l’elezione del nuovo papa, con un cardinale che entra papa e che, come spesso succede, esce cardinale.

Il cardinale che entra papa è il potente e molto influente e di grande cultura, è Mariano del Tindaro, Segretario di Stato di Leone XIII, (un filofrancese). All’elezione di Mariano Del Tindaro a papa mette un veto – attraverso il cardinale di Cracovia – l’Imperatore Francesco Giuseppe. Questa era una abitudine che i sovrani cattolici avevano raramente esercitato, ma che esisteva. Pertanto Francesco Giuseppe mette il veto. Questo veto diventa lo strumento provvidenziale di cui Dio si serve per fare eleggere al soglio di Pietro Papa Sarto . Egli sarà il primo papa santo del Novecento: San Pio X, che riprende il nome di Pio perché lui vuol collegarsi direttamente a Pio IX.

Prima di continuare con l’analisi su cosa fa papa Sarto, dobbiamo dire che lui non parlerà più di massoneria dato che ormai i papi precedenti ne avevano parlato in abbondanza. Lui parlerà di MODERNISMO. In fondo, che cos’è il modernismo? Il modernismo, detto con parole mie, è l’ingresso in forze del pensiero gnostico dentro la Chiesa.

Prima di proseguire voglio fare una premessa al discorso che stiamo facendo. Il discorso che stiamo facendo – come il discorso che ha fatto Padre Livio questa mattina –, è un discorso che esamina una situazione della chiesa che attualmente è drammatica. La situazione della Chiesa e del mondo all’inizio del Novecento è – come spesso succede –, drammatica.

Allora, che cosa illumina la realtà della Chiesa? la Parola di Dio, la Rivelazione. E, nella Rivelazione del Vangelo di Marco si dice chiaramente al momento in cui Gesù risponde a Pietro, che glie lo domanda: “Signore, noi abbiamo lasciato tutto per seguirti, ma tu, che cosa ci dai in cambio? Gesù risponde: “Il cento per uno!”. Hai lasciato un fratello, te ne trovi cento; una casa, te ne trovi cento, oltre a persecuzioni. Ma oltre a tutto ciò, la vita eterna. Quindi, che ci sia la persecuzione, che Satana scateni all’interno della Chiesa la persecuzione, questo è profetizzato da Gesù.

Qualche giorno fa, il 7 gennaio, per chi legge l’ufficio delle letture – come noi del Cammino Neocatecumenale facciamo su suggerimento dei fondatori Kiko e Carmen –, celebrava la festa di San Raimondo di Peignafort, un grande santo domenicano vissuto nel XII secolo. Bene, nella lettera di San Raimondo citata nell’Ufficio delle letture c’è questo suo discorso, che ora vi leggo: “Se il predicatore della verità, senza mentire (lo dice in riferimento a Marco), ha detto veramente che tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo soffrono persecuzione, nessuno, io penso, viene escluso da questa regola generale”. Con queste parole egli ci dice che la persecuzione non è un evento che coglie i cristiani in un periodo preciso della storia e che poi, finito questo evento è finita anche la persecuzione, non è così! E la Chiesa l’ha sempre saputo, perché Gesù l’ha detto: “Avrai il cento per uno, assieme a persecuzioni, e alla fine la vita eterna”.

Però oggi noi analizziamo come la persecuzione dei cristiani si espande proprio dentro la Chiesa. Questo è il MODERNISMO. Poi ci si potrebbe chiedere: “Da dove viene questa persecuzione? Ovviamente l’autore delle persecuzioni è Satana, perché Satana odia Dio, odia Gesù Cristo, odia il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Infatti, tutte le persecuzioni che Gesù profetizza dicendo che ci saranno sempre, come sempre ci sono state. Perché lo dico? Perché bisogna prepararsi a combattere, perché i cristiani debbono essere dei lottatori: non sono gente pigra, che sta ferma senza far nulla: è gente che è pronta a combattere. Se il mondo li combatte, essi sono pronti a ricevere il combattimento che il mondo gli scatena contro. Questo, alla fine, è anche lo scopo di Radio Maria!

Allora, questa persecuzione profetizzata e che sempre si rinnova, ha due fonti: una viene dall’esterno sotto forma di persecuzione, e l’altra dall’interno attraverso l’inganno e la seduzione. Quando nell’Apocalisse Giovanni dice che Satana, dopo aver cercato di distruggere la Madonna e il Bambino, senza esserci riuscito, va a fare la guerra ai discepoli di Gesù. L’apostolo Giovanni scrive nell’Apocalisse: “E si fermò sulla riva del mare”. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire: “Anche tu vuoi camminare sulle acque? Tu pensi davvero che risorgerai? tu pensi che Gesù ti darà la vittoria? Povero illuso! Il mare ti uccide! prova a camminare sul mare, e troverai la morte!”. Questa è la funzione di Satana fermo sulla riva del mare, secondo me. Quindi, con le violenze, con le menzogne, con le torture, con le uccisioni, eccetera, Satana cerca di distruggere la fede in Gesù Cristo. Questa – come dicevo – è la prima modalità di persecuzione. La seconda, di cui parliamo oggi, viene dall’interno. Perché viene da dentro. Questo possiamo capirlo dal contesto che ho introdotto all’inizio.

Siamo in un momento davvero terribile per la Chiesa, perché è perseguitata ovunque perché questa realtà interna nega le bellezze delle scoperte anche scientifiche fatte dai cristiani nel corso dei 1900 anni di storia cristiana e facendo cadere sui cristiani il vituperio di un giudizio anche morale. “Guarda questi idioti che pensano solo al cielo e che non si danno da fare per migliorare la società!”, questa è una delle calunnie di quel periodo. (Ma non solo. N d t). Questa persecuzione che viene da dentro non nasce dal modernismo, che nasce nel Novecento. Perché se leggiamo il Nuovo Testamento, tutti i suoi autori mettono in guardia i fratelli. “State attenti, perché Satana opera anche al vostro interno, all’interno della vostra comunità! Infatti, San Matteo (7, 15-1) parla di “lupi rapaci”, e scrive: «Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi vestiti da agnelli, ma dentro sono lupi rapaci».

San Paolo, negli Atti degli Apostoli avverte gli Efesini: “Persino tra voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé”. Anche San Pietro, nella Seconda lettera dice: “Ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze, e per colpa loro la via della verità sarà coperta di improperi”. Ecco, questa è la realtà. La realtà è che c’è la persecuzione da fuori e da dentro la Chiesa, con le eresie, anche se i fratelli sono pochi. Perché Satana è colui che suscita questo combattimento contro Dio, che avviene attraverso le eresie.

Quindi, che cosa devono fare i cristiani? Prima di tutto i cristiani devono conoscere queste cose. Dobbiamo saperlo, perché non siamo fatti per essere scemi! Siamo fatti per vedere i segni dei tempi che Dio ci manda, per analizzarli alla luce del Vangelo, del magistero e alla luce dell’analisi dei fatti, che è in fondo quello che stanno facendo padre Livio e Radio Maria in tutto il mondo.

Allora adesso vediamo che cosa fa San Pio X per combattere il modernismo. Il modernismo, che è LA SINTESI DI TUTTE LE ERESIE. Nel 1905, papa Sarto pubblica il CATECHISMO, che è un gioiello, perché si tratta di una lettura semplicissima che però fissa dei paletti. È come quando lo sciatore deve fare lo slalom: ha un paletto a destra e uno a sinistra, che gli servono per tener la giusta traiettoria, così il Catechismo. Innanzitutto il Catechismo inizia con tutte le preghiere che il cristiano deve conoscere e pregare. Le preghiere, infatti, sono le armi che abbiamo ricevuto da Dio e dalla Chiesa per combattere la buona battaglia della fede, come dice Paolo.

Allora, comincia con le preghiere, poi enumerando quali sono i vizi e quali le virtù. Tutto con una tecnica molto semplice di domande e risposte. una tecnica che facilitava il loro apprendimento a memoria. Esempio: perché Dio ci ha creati? eccetera. Un modo molto semplice per insegnare la dottrina cattolica e quindi un aiuto fondamentale. Il Catechismo è anche un baluardo, un aiuto nei momenti difficili, perché sappiamo che la nostra fede viene sempre messa alla prova e ogni giorno dobbiamo combattere per la fede, la speranza e la carità.

In effetti, ci sono momenti in cui ci si sente particolarmente scoraggiati. Qui, in quei momenti, questo tipo di catechismo è molto utile, perché ci ricorda la vita a cui siamo chiamati. In realtà, il cristianesimo non è altro che l’amore di Dio che si è rivelato perché possiamo avere la vita e non la morte! Dio è la vita! E siamo chiamati a ricevere questa Vita.

Poi, nel 1905, uscì il Catechismo. Nel 1900 fu pubblicato il decreto “Lamentabilis”, che è un elenco dei 65 errori della modernità che si sono infiltrati nella Chiesa. Questi due documenti formano un parallelo con il “Sillabo” di Pio IX e con l’enciclica “Quanta cura” in cui, nel 1864, sono elencati tutti gli errori in cui poteva cadere la ragione degli uomini dell’epoca. Perché lo fa? Lo fa per avvertire i fedeli, dicendo: “Attenzione, perché lì c’è un precipizio!”

Pio X fa lo stesso e, nel decreto Lamentabilis, elenca i 65 errori della modernità che si sono infiltrati nella Chiesa. Qui vediamo come la Chiesa è stata infettata. Da qualche parte questa infezione è entrata nella Chiesa.

Nello stesso anno, l’8 settembre, Pio X promulga la sua famosa enciclica “Pascendi dominici gregis”. Una meravigliosa enciclica la cui profondità è stata riconosciuta anche da molti oppositori filosofici e teologici. Questa enciclica affronta fondamentalmente la triste dissoluzione che ha attanagliato la Chiesa. Perché, qual è il punto? Il punto è che in un’epoca in cui la modernità trionfa, o sembra trionfare, in cui tutti cercano la felicità, la bellezza anche attraverso la scienza; in cui l’unica fede è quella del progresso e quindi la capacità dell’uomo di risolvere tutti i suoi problemi, ebbene, in questo momento il Papa è prigioniero, (perché i papi erano prigionieri nel piccolo Stato del Vaticano da subito dopo la conquista di Roma da parte dello Stato Sabaudo, nel 1870). Pertanto, Pio X, che regnò dal 1803 al 1814, era anche lui prigioniero in Vaticano. Bisognerà aspettare fino al 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi, perché la situazione cambi.

In questo contesto, molti nella Chiesa cominciano a pensare: “Sarà che ci siamo sbagliati? Possibile che abbiamo ragione solo noi e tutti gli altri si sbaglino? Forse siamo noi che abbiamo interpretato male? Certo, noi abbiamo avuto la Rivelazione, ma in fondo la Rivelazione risale a tento tempo fa e bisogna in qualche maniera adattarla alle esigenze di oggi. Non si può parlare di dogma in assoluto come se ci fossero delle verità eterne che non possono essere messe in discussione, perché la storia e gli uomini cambiano! in fondo è un assurdo mantenere fisso il dogma! Hanno ragione forse gli altri che dicono che noi siamo schiavi perché siamo obbedienti alla Rivelazione e al magistero?

Probabilmente hanno ragione! Bisogna che la Chiesa si svegli! Bisogna che la Chiesa si adatti al mondo! Mentre io dico queste cose, a qualcuno risuoneranno negli orecchi molte affermazioni che anche oggi, persino in diverse Conferenze Episcopali, a cominciare da quella tedesca, continuano ad offrire come possibilità. Bisogna cambiare! Bisogna cambiare!

Torniamo alla lettera Pascendi. Come definisce Pio X il modernismo? Lo definisce “LA SINTESI DI TUTTE LE ERESIE”. “Se qualcuno si fosse proposto di concentrare il succo, il sangue, di tutti gli errori che sono stati espressi fino ad ora sulla fede, non avrebbe potuto fare meglio di quello che hanno fatto i modernisti”. Quindi i modernisti all’interno della Chiesa seminano falsità sulla fede. Ma, che cos’è la fede? Paolo ci dice che “tutta la sapienza cristiana è racchiusa nella fede in Gesù Cristo! “Dominus Jesus”, ripeteranno il cardinale Ratzinger e papa Wojtyla. C’è solo la fede in Gesù Cristo, Nostro Signore, che ci salva, che ci porta la felicità. Nessun’altra fede! Però, in questo caso è la fede che è insidiata dai modernisti.

Continua Pio X: “I seminatori di errori non si trovano più solo fra i nemici dichiarati, ma, fatto che causa grandissima pena e moltissimo timore, si celano nel seno stesso della Chiesa. e sono tanto più pericolosi, quanto più sono nascosti!”. Certo, perché se io vedo uno che mi viene contro con un fucile e io so che è un mio nemico, capisco che mi vuole morto. Se avessi anch’io un fucile, magari gli sparo io per prima. In ogni caso so che quello mi vuole morto. Invece questi modernisti, innanzitutto, chi sono? Sono preti, sono vescovi, sono intellettuali, sono giornalisti, sono scrittori che – si dice – fanno parte dell’élite religiosa e culturale dell’epoca. Quindi, sono persone a cui normalmente il popolo presta fede. E certo, perché dovrei sospettare del parroco della mia parrocchia? O del rettore di quel seminario? Perché dovrei sospettare? Pio X dice: “Perché sono modernisti”. Perché tanti dissimulano la loro natura di nemici di Cristo e della Chiesa dal suo interno.

Vediamo ora come continua il ragionamento di Pio X: “I modernisti non macchinano i loro progetti distruttivi al di fuori di essa, ma al suo interno. di conseguenza, il pericolo si annida nelle stesse vene e e nelle viscere di essa, causandole un danno ancor più grave, perché essi la conoscono meglio”. E certo! Sono persone di chiesa. sono preti, sono intellettuali, sono persone – lo diceva prima padre Livio –, che sono appoggiate da tutta la stampa, da tutti i maggiori quotidiani nazionali e internazionali, che sono a favore di questi esponenti del modernismo. Prima non si chiamavano così, ma è con San Pio Decimo che vengono chiamati modernisti. Antonio Fogazzaro è uno di questi.

Allora, contro questa grande persecuzione che Satana suscita all’interno della Chiesa, Pio X indica alcuni rimedi, invitando, per esempio a controllare la stampa e i libri. Controllare, avere lo spirito critico! Questa è una cosa che vale sempre. Perché molti, quasi tutti sono tentati di dire: “Beh, è scritto dal tale personaggio; è scritto nel tal libro; l’ha detto la televisione, eccetera. E allora, cosa vuol dire?

Pensiamo forse che si tratti di cose da credere ciecamente? Per chi crede, solo il Vangelo, solo la Bibbia, solo il magistero sono da accogliere come verità, mentre tutto il resto è da mettere in discussione, perché tutto il resto può essere ispirato dal nemico dell’uomo, che si chiama Satana. (Dopo aver trascritto e tradotto fin qui, voglio fare questa osservazione: “Se il modernismo è per la Chiesa la madre di tutte le eresie, e come un cancro che la minaccia, così il relativismo e il progressismo senza valori stabili, incapace di riconoscere almeno una legge morale naturale, senza verità – se non quella del pensiero unico –, è il cancro che uccide ogni democrazia, portandola, come disse Giovanni Paolo II, verso un nuovo totalitarismo. N d t). E Satana – continua la prof Pellicciari – si serve anche di queste persone che sono all’interno della Chiesa per distruggere la fede. Non dobbiamo mai dimenticare che uno dei dodici apostoli si chiama Giuda.

Questo mi offre l’opportunità di vedere la differenza che c’è fra il nostro ragionare e quello di Cristo. Infatti Egli dice: “Non bisogna cogliere la zizzania adesso”, (cioè, non bisogna minacciare, scacciare, punire adesso tutti quelli che sono eretici e modernisti, nel senso che si rischia di fare di tutta l’erba un fascio e di distruggere anche l’erba. Perché il giudizio appartiene a Dio). Però questo non toglie che, al di là delle singole persone, L’ERESIA DEVE ESSERE SEMPRE CONDANNATA!

È un lavoro, una fatica a cui i cattolici, soprattutto i papi, non possono rinunciare, perché fa parte del loro ministero, cioè difendere il magistero; difendere il deposito della fede! E questo va sempre fatto. Pio X l’ha fatto con grandissimo coraggio, perché aveva tutti contro.

Ripeto allora: attenzione alla stampa; attenzione alle università e alle scuole cattoliche! Certamente, perché queste famose personalità che possono insegnare nelle università pontificie, poi fanno un danno enorme, perché formano tutti i sacerdoti. E se i preti sono formati in modo modernista, poi faranno un danno enorme ai loro fedeli, che saranno sviati nella loro fede.

La fine di questa lotta che Pio X combatte contro il modernismo, il 1 settembre del 1910, viene presentata nel motu proprio “Sacrorum altissitum”, in cui il papa impone un giuramento antimodernista a tutto il clero, ai superiori degli ordini religiosi, agli insegnanti di filosofia e di teologia nei seminari.

Ora qualcuno dirà: “Che esagerazione!”. Questo è evidente perché ormai questa gnosi spuria, questa gnosi moderna, che è la massoneria, era a suo agio dentro la Chiesa, per questo era un nemico terribile! Pio X ha fatto, come abbiamo visto, tutto quello che poteva, ma più di questo non poteva fare. Poi, ciascuno di questi (di ieri e di oggi), se la sarebbe vista, come capiterà a tutti noi, con Dio. Però Pio X ha fatto tutto il possibile per mettere sull’avviso che il modernismo è LA PEGGIORE ERESIA DI TUTTI I TEMPI, ed è LA SINTESI DELLE ERESIE, ed egli non poteva non combatterla, perché è un pericolo mortale

Quali sono le caratteristiche di questa infiltrazione della gnosi nella Chiesa, che sono anche le caratteristiche della massoneria, cioè la negazione di essere nemici della Chiesa? Loro infatti dicono: “Siamo noi i veri cattolici!” E Cattolici che capiscono molto bene qual è la dottrina di Gesù. Quindi capiamo che qui ci troviamo davanti a un nemico che Gesù definisce “Menzognero e omicida fin dal principio”. Quindi, questi modernisti, questo clero passato al nemico, che però rimane clero, è pericolosissimo!

I modernisti sono gnostici, quindi pensano di avere ragione. Loro hanno ragione, mentre gli altri – papi compresi – non capiscono niente. Quindi loro, che devono fare dal loro punto di vista? Si devono infiltrare nella Chiesa e, piano piano, guidare le masse, che non capiscono niente, alla verità del loro pensiero. Piano piano, facendo passare le loro idee con la menzogna, col veleno delle loro dottrine corrompitrici.

Teniamo conto inoltre che il modernismo è un fenomeno mondiale. Comunque, qui in Italia i più famosi modernisti sono stati due preti, entrambi scomunicati. Uno è Romolo Murri, e l’altro Ernesto Bonaiuti. Romolo Murri si riconcilia con la Chiesa un anno prima di morire, ed è una delle personalità che sono state all’origine della formazione della Democrazia Cristiana.

Ernesto Bonaiuti, che muore scomunicato, scrive così: (fate attenzione a quello che scrive, perché con le sue parole mette in mostra come Pio X avesse ragione, quanto profonda fosse la ragione di Pio X nel combattere questa eresia). Infatti Bonaiuti scrive: “Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma (Lutero), bisogna riformare Roma con Roma. Far sì che la riforma passi attraverso le mani di coloro che devono essere riformati”. Quale progetto ha in mente Bonaiuti? Ha in mente la creazione di una nuova chiesa, fatta a immagine e somiglianza della sua testa. “Che si debba infiltrare nella Chiesa romana per trasformarla in qualcosa di diverso da quello che è, facendolo dal suo interno. non con violenza, dall’esterno. Bisogna infatti aprire la strada al protestantesimo, ma un protestantesimo ortodosso”. (Come se il protestantesimo potesse essere ortodosso). “Un protestantesimo graduale, e non violento, aggressivo, rivoluzionario, insubordinato”. Questo è l’obiettivo dello scomunicato Ernesto Bonaiuti.

Sempre nella Pascendi, il papa si domanda perché questi personaggi, che non sono cattolici romani, rimangano all’interno della Chiesa. Perché? Pio X Risponde: “Perché hanno bisogno di rimanere all’interno della Chiesa per poter cambiare a poco a poco la coscienza collettiva”. Ecco perché rimangono nella Chiesa, perché altrimenti non sarebbero nessuno, quindi l’unica strada che hanno è quella di rimanere all’interno della Chiesa. Ecco, questo è il disprezzo che gli gnostici hanno per il popolo dei semplici fedeli. Tanto li disprezzano che pensano di essere incaricati da Dio a salvare questi poveri ignoranti che non capiscono niente. (Non è forse questo il comportamento dei maggiori mezzi di comunicazione del nostro tempo? Ma quanti sono – mi chiedo – quelli che sono in grado di scoprire l’inganno? N d t).

Questa è una caratteristica che va avanti dal tempo di Lutero. Ecco, qui ci troviamo di fronte a quella che Leone XIII chiamava “congiura contro la verità”. Si, perché qui abbiamo a che fare on intellettuali che scrivono testi di teologia e di storia, ma li scrivono apparentemente rimanendo cattolici, ma in realtà fanno una congiura contro la verità.

E continua il Papa: “Scrivono saggi storici, e, fingendo di cercare la verità, mettono in luce con grande attenzione e mal represso piacere, tutto ciò che sembra macchiare la Chiesa”. Allora, questi testi di storia, di teologia, di filosofia, che fanno? Mettono in luce, con malcelato piacere, tutto ciò che nella Chiesa non funziona, o perlomeno quello che, secondo il loro pensiero, non funziona.

Insomma, sono presi dalla vana bramosia che il mondo parli di loro. E sono certi che ciò non possa avvenire se continueranno a dire soltanto quello che fu detto sempre, e da tutti”. Questi atteggiamenti ci riportano all’inizio della storia umana, al terzo capitolo della Genesi. È l’ambizione, è la superbia, è l’orgoglio, che fa accettare ad Adamo ed Eva la seduttrice menzogna di Satana. È la superbia!

“E allora questi – dice il papa – vogliono essere seguiti; vogliono un gregge numeroso che li segua, perché se escono dalla Chiesa non hanno più nulla. Ovviamente, per differenziarsi dalla perenne dottrina della chiesa, devono creare delle false teorie. “Poi – continua Pio X – il pericolo è anche che questa gente gode di buona fama. Il nome e la buona fama degli autori, fa sì che tali libri siano letti senza alcun timore! e sono quindi più pericolosi perché portano a poco a poco al modernismo”.

Allora, se vogliamo fare il punto su quanto abbiamo detto fin ora, possiamo chiederci: “Qual è l’anima del modernismo?” La sua anima è la CORRUZIONE DELLA VERITÀ. E questi modernisti corrompono la verità. In che modo la corrompono? Mettendo in dubbio che la Rivelazione e il Magistero che la esprime, parlino agli uomini con una parola di Verità, che è assoluta. perché la verità è assoluta ed eterna. qui invece si mette in dubbio che la verità sia la verità. si mette in dubbio che esista la verità. Questa è la cancrena del pensiero moderno, del relativismo, che solo apparentemente è tollerante, ma in realtà è dogmatico; in realtà è totalitario.

Allora, i modernisti sostengono che il dogma si evolve. Ma come, cambia tutto sulla terra: guardate che conquiste meravigliose sta facendo la scienza, e noi dovremmo rimanere attaccati a un dogma, che è eterno?  Allora, se il dogma evolve, che cos’è la fede? Dicono che è un cieco sentimento religioso. Ma non è così. Nella fede non è in discussione il sentimento, perché non è che noi siamo sentimentali perché siamo cattolici. Siamo cattolici perché la nostra ragione dà il suo assenso alla Rivelazione. Perché ci rendiamo conto che la Rivelazione è la Verità! Per questo abbiamo la fede. Perché è la verità per quello che riguarda la nostra vita, e di quelli che conosciamo! Quindi, la fede non è un assenso sentimentale! Allora, ditemi, cos’è il sentimento? Non è un assenso dell’intelletto alla Verità rivelata da Dio.

Ora, questa lotta frontale che Pio X ha fatto contro il modernismo, noi, oggi, 2021, ci potremmo chiedere: HA AVUTO SUCCESSO QUESTA LOTTA? Beh, verrebbe da dire che il papa ha fatto tutto quello che ha potuto, ma non ha potuto arrestare il male dell’eresia, perché nessun uomo ha il potere di farlo. Solo Dio giudicherà alla fine dei tempi.

Allora, questo fatto deve forse portarci alla disperazione? Assolutamente no! Perché tutti noi, qualsiasi incarico abbiamo, qualsiasi lavoro facciamo (In questo senso Escrivá de Balaguer, con la sua Opus Dei, ha avuto una intuizione molto giusta e santa). Qualunque attività facciamo, noi abbiamo tutti i giorni modo di confrontarci con il peccato, che è dentro di noi; con la tentazione, che è dentro di noi! E siamo chiamati a vincere ogni giorno – dal papa, ai cardinali, ai vescovi, ai sacerdoti e ai semplici fedeli – la tentazione. Tutti siamo chiamati a combattere per la verità, anche se questa verità è sempre combattuta all’interno di questo mondo! Perché è così.

Quando ci sarà la giustizia allora? Ma Dio, non fa giustizia? Certo che fa giustizia! Ma la giustizia di Dio, la felicità piena si realizzeranno solo in Cielo, sempre che ci arriviamo. In Cielo, non qui sulla Terra! Sulla terra dobbiamo “combattere la buona battaglia”, come dice San Paolo. Come gli atleti, che per vincere – e uno solo vince –, si esercitano. e costa molta fatica esercitarsi nelle gare di atletica. Molta fatica! E così noi cristiani dobbiamo esercitarci a conservare la fede, la speranza e la carità “spes contra spes”, come dice Paolo ai Romani. E cioè, credendo contro ogni speranza Abramo si appresta a uccidere suo figlio, pensando che, spes contra spes, Dio onnipotente sarà capace di farlo risorgere. Questo dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Vide il mio giorno e ne gioì”. Allora, noi ci dobbiamo abbattere per il fatto che questa lotta frontale contro il modernismo non abbia chiuso per sempre; non abbia messo la parola fine a questo cancro del modernismo? No che non ci dobbiamo scoraggiare per questo. Dobbiamo saperlo che è così!

E qui c’è un’ultima considerazione da fare, che è la seguente: in fondo l’islam da una parte, e la massoneria dall’altra, cosa pensano? Pensano sicuramente che Allah trionferà in tutto il mondo, e i massoni pensano che sicuramente il loro pensiero gnostico trionferà, si imporrà in tutto il mondo e tutti saranno felici in questa loggia universale che si apprestano a costruire. (Questo lo pensano certamente anche gli architetti del Great Reset (del Grande re-inizio) di quello che diventerà il Nuovo Ordine Mondiale (N.d.t).

Questa idea della vittoria, questa idea del Regno, questa idea della felicità piena, ce l’hanno i cristiani, o non ce l’hanno? Certo che ce l’anno! Eh, ma non la vediamo realizzata! Ma i cristiani, cosa sanno di questa vittoria, di questo Regno di Dio? Perché fino all’ultimo, Pietro, che da ebreo credeva nella profezia del futuro regno di Israele, che Gerusalemme sarà ricostruita e che i nemici saranno vinti per sempre. Allora, Pietro, al momento in cui Gesù, morto in croce e risorto, gli dice: “Signore, quando si realizzerà il tuo Regno?”. Insomma, questa cosa del regno, della vittoria, del trionfo della verità, della giustizia, della pace sul male, è insito in ognuno di noi!

Però noi sappiamo che la Rivelazione ci dice che la vittoria in questo mondo l’ha avuta pienamente Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. E quando l’ha avuta? Quando ha trionfato sulla croce. Questa è la vittoria di Gesù Cristo. Perché è il trionfo? Perché è il trionfo dell’amore! Cristo è in croce per amore; non ci è costretto! Sta lì per Amore!

Sta lì per vincere la mia cattiveria; per vincere il peccato che sempre mi insidia! Per questo accettò la croce. Anche la vittoria dei cristiani avviene così, perché noi siamo chiamati a seguire le orme di Colui di cui serviamo il messaggio di salvezza. È ineludibile! Questo dobbiamo saperlo. La Croce è ineludibile per noi cristiani. E anche perché è stato profetizzato. Per questo Pietro chiede a Gesù: “Quando verrà il tuo Regno?”. Che cosa profetizza sulla storia l’Apocalisse? L’Apostolo Giovanni scrive che la storia non va verso la vittoria (apparente), nostra, sul male. No, il contrario! Questa è la profezia che dovremmo ricordare sempre per non mettere in dubbio la nostra fede e la nostra speranza, che però sono riposte in Dio e nel Cielo, non qua sulla terra! Perché sulla terra, dice l’Apostolo Giovanni nel suo libro, l’Apocalisse: “Alla bestia fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli. Le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione.

Allora, visto che è così, noi dobbiamo aspettare la catastrofe senza far niente? Tutto il contrario! Perché Dio, che è amante della vita, si manifesta in questa attenzione alla vita che abbiamo tutti. Perché in fondo tutti vogliamo vivere; nessuno vuole morire!

Quindi la fatica di papa Sarto si inserisce in questo desiderio di vita nonostante tutto. E allora lui cosa fa? Nette in guardia i cristiani. Dice loro: “State attenti: non cadete nell’inganno! Questi vi vogliono ingannare, cioè, vi vogliono morti. Perché Satana ci vuole morti

Allora, abbiamo a che fare con un grande papa. Questo papa mi piace, non solo perché ha preso il nome di Pio, come il suo  predecessore Pio IX, che è stato um grandissimo e santo papa, ma anche perché trovo delle similitudini tra la Pascendi e uno dei libri più letti al mondo, che è “La Città di Dio”, scritta da Sant Agostino. Perché? Perché questi due scritti, molto diversi per dimensioni, affrontano lo stesso tema. In fondo Agostino deve rispondere a una sfida che il pensiero pagano fa ai cristiani.

Nonostante che nel 380 l’impero sia divenuto cattolico, nel 410 Roma viene saccheggiata. Alarico saccheggia Roma. Roma è eterna per i pagani, come lo è per i cristiani. Ma come, saccheggiata Roma? Allora i pagani dicono: “Ecco, ora lo potete vedere, questo è il frutto del vostro Dio che ha trionfato. E i nostri dei, quelli che sono veri, si sono arrabbiati e hanno permesso la devastazione di Roma”.

Questa lettura della storia era una lettura che meritava una risposta che doveva essere presa molto sul serio. E Sant Agostino  la fa. Ci mette vent’anni per scrivere il suo capolavoro, che è “La città di Dio”, rispondendo che non è così, perché deve illuminare l’intelligenza dei cattolici, e anche dei pagani, perché non credano a questa, che apparentemente è una considerazione che può avere delle tentazioni di verità.

Allo stesso modo, Pio X, nel 1907, con la Pascendi, risponde all’interrogativo o ai dubbi che vengono ai cristiani, per cui, in fondo, la vera fede che noi abbiamo e che è espressa nei dogmi che professiamo, questa vera fede non sia poi così invincibile; infatti il mondo l’ha vinta! Quindi forse noi ci siamo sbagliati a credere che questa Rivelazione e questo dogma siano eterni, senza ammettere nessun cambiamento nella dottrina. La radice a me sembra la stessa. La radice di difendere la verità nonostante  che alcune false apparenze possano seminare dei dubbi che vanno a insediarsi nella nostra mente.

Volevo parlare di altre cose, ma vedo che non ne ho il tempo. Quindi chiudo questa puntata ringraziando Dio per averci dato questo papa così coraggioso, così combattente, così forte quale fu San Pio X. Se guardiamo il volto dei due papi vediamo due volti pieni di pace, di armonia e di bellezza.

DOMANDE DEGLI ASCOLTATORI.  Primo ascoltatore.   La ringrazio per quanto ha detto e la seguo nelle sue “Pillole di cultura”. Ora le chiedo, facendo il parallelo col giorno d’oggi, come facciamo noi a capire qual è la verità, in mezzo a questa confusione e a tanta ambiguità?

Innanzitutto io colgo l’occasione che mi ha dato per parlare di un lavoro che faccio da mesi, e cioè “le pillole di Angela”, che sono dei brevi video – 4, 5 minuti, su questioni di storia o di attualità. Ci sono delle pillole contro la menzogna, contro il pensiero dominante, che racconta sempre balle, e, negli ultimi tempi ho convinto un gruppo di persone bravissime che, ciascuno nella sua materia, affronta gli argomenti culturali di sua competenza. PERCHÉ LA CULTURA È FONDAMENTALE! Infatti un uomo, un cristiano senza cultura non è un cristiano. Su che basi fonda la sua fede? Giovanni Paolo II diceva che “la fede porta sempre alla cultura”. Chi vuole, allora, può collegarsi al sito www.culturainpillole.com  e lì potete trovare dei brevi video in cui un giurista, un filosofo, una storica dell’arte, un teologo, un economista, eccetera, tutti bravissimi, che vi intrattengono sui loro argomenti. Queste pillole, che possiamo ascoltare quando ne abbiamo il tempo, sono un aiuto per la nostra fede, per la ricerca della verità, ma anche per trasmetterle agli altri.

Che questo sia un tempo di confusione non c’è dubbio. E la confusione ci fa felici? No! Allora, in questo tempo di oppressione e di confusione dobbiamo conservare, come ci dice Maria, la fede e la speranza. E come facciamo? Beh, c’è un unico modo che io conosca: è la preghiera. la preghiera incessante, chiedendo a Dio che abbia pietà di noi, della sua Chiesa e del mondo! Spes contra spem.

Buon giorno! Sono Grazia, e chiamo dal Veneto. La domanda che le pongo riguarda i da lei citati Bonaiuti e Lutero, con il loro riformare Roma con Roma. Insomma questa infiltrazione del pensiero protestante in modo dolce e dialogante. Le chiedo, questo è un rischio che si corre anche nel movimento ecumenico?

Tutte le cose presentano i loro rischi. Padre Livio poco fa diceva che la Comunità Europea è nata con un’idea buona, e adesso si è snaturata. In tutte le cose che facciamo c’è un rischio che deriva dal fatto che Satana si infiltra dappertutto. Perciò, ripeto, l’unica strada è la preghiera, nella certezza che Dio non ci abbandona. Come potrebbe, un Dio che è morto in croce per me?

Dice Gesù: “Quando voi chiedete al padre qualche cosa, può succedere che un figlio che chiede al padre un pane, riceva invece un serpente?”. Ovviamente no! A maggior ragione, se noi che siamo cattivi non diamo cose cattive ai nostri figli, tanto più Dio, che è la Bontà, l’Onnipotenza, la Misericordia, l’assoluta meraviglia, non ci darà cose cattive, ma ci darà la forza per sopravvivere e fronteggiare tutte le tentazioni in cui dobbiamo incorrere giorno per giorno! Anche perché – lo dice il Vangelo –: “Per purificare la nostra fede e perché la nostra fede purificata risplenda! Altrimenti, a che serve la nostra fede? Gesù ci risponde: “Voi siete il sale della terra…”. Se il sale perde il suo sapore, a che cosa serve? A niente, se non ad essere calpestato…”. Certo, signora, tutti abbiamo dei dubbi, però, come vanno affrontati?

La differenza sostanziale fra i cattolici e gli gnostici è che la risposta la dà Dio, non noi; non la nostra intelligenza; non le nostre paure! La dà Dio. Ma Dio interviene – lo ricordava prima padre Livio –: “è da 40 anni che la Vergine Maria appare per sostenere la nostra fede!”. Certo che Dio interviene! Quindi dobbiamo fare affidamento solo su di Lui!

Allora, con questa ultima risposta, auguro a tutti una buona giornata!

Publié dans Angela Pellicciari, Anticristo, Fede, morale e teologia, Padre Livio Fanzaga, Riflessioni | Pas de Commentaires »

Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2021

Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux
La traccia mariana ci conduce in Belgio, e più precisamente al Santuario di Notre Dame de Banneux (Belgio). In questo luogo Maria è apparsa otto volte: le apparizioni tra gli uomini rispondono a un preciso disegno di Dio. Che attraverso i messaggi della Vergine vuole portare alla salvezza tutta l’umanità.
di Diego Manetti
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

Il messaggio di Nostra Signora di Banneaux dans Apparizioni mariane e santuari Vergine-di-Banneux

La traccia mariana che questa volta esaminiamo ci conduce in Belgio, e più precisamente a Banneux, per un ciclo di otto apparizioni che ci mostreranno come la presenza della Madonna tra gli uomini negli ultimi due secoli risponda a un preciso disegno di Maria che con sempre maggior premura di fa presente e offre messaggi per mettere in guardia l’umanità dagli attacchi del Demonio. Ci troviamo dunque a Banneux: si tratta di un piccolo borgo situato nel comune di Louveigné, distante una ventina di chilometri da Liegi, nelle Ardenne. Il nome “Banneux”, letteralmente “(luogo) banale”, indica la natura del posto, reso insignificante – per lo meno fino a un certo punto, e agli occhi del mondo – da una dilagante povertà che costringe gli abitanti a una vita di fatica e di sacrifici.  Nel 1914 il villaggio muta denominazione, assumendo quella di Notre-Dame de Banneux per soddisfare un voto che gli abitanti hanno fatto chiedendo protezione alla Madonna dalle distruzioni del Primo conflitto mondiale. Ed effettivamente la Vergine ascolta le preghiere dei poveri di Banneux – contadini e minatori, per lo più – e ottiene dal Signore la grazia per cui il borgo attraversa indenne la guerra senza incappare in quella spirale di morte e distruzione che colpisce i villaggi vicini.

Ma veniamo ora ai fatti. Siamo nel 1933. In una frazione di Banneux, La Fange – “il fango”, a indicare la natura paludosa della zona -, vive una povera famiglia: il padre, Julien Beco, è operaio, mentre la moglie, Louise, accudisce i sette figli (che in seguito diventeranno undici, con la nascita di altri 4 bambini). La più grande di questi si chiama Mariette. È nata il 25 marzo 1921 e ha dunque appena 12 anni ma, come primogenita, è chiamata ad assumersi pesanti responsabilità nell’aiutare la madre a badare alla casa e alla numerosa prole. Una condizione di vita che poco si concilia con gli impegni di studio della bambina che, così, si trova presto in ritardo di due anni rispetto ai suoi coetanei. Altrettanto lacunosa è la preparazione catechistica, tanto che lo stesso cappellano di Banneux rimprovera più volte la piccola (e innocente) Mariette. I genitori, persone operose e oneste, ma non religiose, non si preoccupano affatto della scarsa educazione alla fede della figlia, dovendo impegnarsi nella dura lotta per affrontare le necessità quotidiane. La vita sembra scorrere come sempre, per Mariette, che dai genitori ha ereditato un forte senso del lavoro e un profondo spirito di sacrificio, ma che manca di una fede genuina e profonda, tanto da saltare anche la messa festiva oltre che le lezioni di catechismo per non incorrere nei rimbrotti del parroco, preoccupato per la scarsa applicazione della fanciulla. Ma ecco che, domenica 15 gennaio 1933, accade qualcosa che renderà Banneux qualcosa di affatto “banale”, rendendo anzi la località nota in tutto il mondo, fino a oggi.

È dunque domenica 15 gennaio 1933. Un mese particolarmente freddo, tanto che neve e ghiaccio hanno ricoperto la piccola frazione dove vivono i Beco, in una povera abitazione ai margini del bosco. Ormai è sera, è quasi ora di cena e Mariette sta guardando fuori dalla finestra della cucina, in attesa che il fratello Julien faccia ritorno a casa. All’improvviso, nel buio del giardino, vede, a pochi metri dalla casa, la figura di una Bella Signora, avvolta di una luce splendente. Dopo averla osservata meglio, la bambina chiama la mamma, dicendole che in giardino è apparsa una donna di una bellezza e una eleganza mai viste prima. La Signora indossa infatti una veste bianca ornata da un nastro blu che le cinge la vita, mentre la testa è coperta da un velo bianco e trasparente. Mariette nota anche una rosa d’oro sul suo piede destro e un rosario – che sembra fatto anch’esso d’oro – sulla mano destra. La Signora ha le mani giunte come se pregasse.  La bambina intuisce subito che deve trattarsi della Madonna e, presa la corona del Rosario che aveva trovato per strada qualche tempo prima, comincia a recitare alcune “Ave Maria”, senza distogliere lo sguardo dalla figura che, nel frattempo, le fa come un cenno con la mano destra, come invitandola a uscire e a raggiungerla. La madre di Mariette però, che scorge invece solo un’ombra indistinta, credendo forse che si tratti di qualche spirito o fantasma, si spaventa e impedisce alla figlia di uscire, serrando l’ingresso a chiave. Mariette, che si era diretta verso l’uscio di casa, torna precipitosamente alla finestra, ma rimane delusa nell’accorgersi che la Bella Signora non c’è più e che il giardino è nuovamente sprofondato nel buio della serata invernale.

Il giorno successivo la Bella Signora non compare, così il giorno dopo ancora, martedì 17 gennaio, Mariette si reca da don Jamin, il parroco, per raccontargli l’accaduto. Il parroco non dà molto credito al racconto della bambina, pensando che magari si sia immaginata una statua della Madonna di Lourdes nel giardino di casa propria, mescolando le ombre della notte con la suggestione e la fantasia tipiche di quell’età. Il sacerdote resta però colpito dal fatto che Mariette ha ripreso a frequentare le lezioni di catechismo, come se qualcosa fosse davvero cambiato in lei. Si giunge così a mercoledì 18 gennaio. Verso le sette di sera, dunque alla stessa ora di domenica, Mariette esce di casa, senza di nulla. Incuriosito dallo strano comportamento della figlia, il padre la segue e, stupito, la trova in ginocchio sul sentiero che conduce alla siepe del giardino, intenta a pregare a bassa voce, rivolta in direzione del luogo dove, tre giorni prima, aveva visto la Bella Signora. D’un tratto, la Donna le appare su una piccola nube grigia che la tiene sollevata dal terreno. La bambina continua a pregare sottovoce, con il rosario in mano, tenendo lo sguardo verso l’alto, in direzione della Signora la quale, sorridendo dolcemente, muove le labbra come se pregasse. Dopo circa venti minuti di preghiera, l’apparizione chiede a Mariette di seguirla. La piccola veggente si alza e, varcato il cancello della proprietà dei Beco, si incammina lungo la strada. Per due volte, durante il breve tragitto, Mariette cade in ginocchio, in estasi, pregando alcune “Ave Maria” prima di rialzarsi e proseguire il cammino. A un certo punto, giunta presso una sorgente che scorre lungo la strada, Mariette si inginocchia, una terza volta, sull’orlo del fossato, mentre la Bella Signora resta sospesa sulla scarpata, dicendole: “Immergi le mani nell’acqua”. Immediatamente, la bambina obbedisce, facendo però scivolare il suo rosario nella gelida acqua della sorgente.

La Signora prosegue: “Questa sorgente è riservata a me”, per poi salutarla: “Buona sera, arrivederci” e somparire quindi, lentamente, sollevandosi in cielo, sopra gli alberi circostanti. Mariette rientra in casa, felice per quella che pare la promessa di un ulteriore incontro – la Signora le ha infatti detto “arrivederci” prima di lasciarla. Il padre, stupito per l’accaduto, si reca dal parroco per informarlo sui fatti. Don Jamin è però a Liegi. Appena il parroco viene a sapere di esser stato cercato da Julien Beco, si reca egli stesso a casa della famiglia, dove però trova la piccola Mariette già a letto. Prima che faccia ritorno in parrocchia, Julien gli chiede di incontrarlo il giorno dopo per potersi accostare ai sacramenti. La cosa colpisce assai il sacerdote poiché, dopo che Mariette gli aveva raccontato dell’apparizione, aveva chiesto proprio la conversione del padre – notoriamente poco propenso alla devozione e alla preghiera – come segno della veridicità degli eventi.

La terza apparizione – ormai possiamo così definirle, visto che la stessa Mariette non ha più dubbi sul fatto che le stia apparendo la Vergine – avviene il giorno successivo, giovedì 19 gennaio. Indossato un pesante cappotto per ripararsi dal freddo, la veggente va a inginocchiarsi in giardino verso le sette di sera, sulla neve gelata, come il giorno prima. Dopo alcuni minuti di preghiera a voce sommessa, la piccola allarga le braccia ed esclama: “Eccola!”. Quindi, fattasi coraggio, domanda alla Donna: “Chi siete, mia Bella Signora?”.  E la Signora risponde: “Io sono la Vergine dei Poveri”. L’espressione non è casuale, neppure per Mariette e gli abitanti della zona, poiché il bosco limitrofo alla sorgente era proprio detto “dei poveri” in quanto vi si poteva tagliare legna gratuitamente, in ragione delle gravi condizioni di miseria in cui versava la popolazione della zona. A quel punto Mariette si alza e, seguendo la Madonna, compie il percorso della sera precedente, inginocchiandosi nei tre punti dove era caduta in estasi il giorno prima. Giunta nei pressi della sorgente, domanda alla Vergine perché Ella abbia detto che quella sorgente sia riservata per Lei.

La Madonna le risponde, sorridendole: “Questa sorgente è per tutte le nazioni … (per dare sollievo) agli ammalati”. Mariette ripete, scandendole come per meglio ricordarsele, queste parole, dicendoLe: “Grazie, grazie!”. La Vergine si congeda quindi dalla bambina, con l’implicita promessa di tornare – “Pregherò per te, arrivederci!” -, scoparendo poi in cielo, al di sopra degli abeti circostanti la sorgente. E’ importante notare come questo saluto contenga una doppia promessa: da una parte l’impegno a tornare, in quell’arrivederci che sa di un appuntamento che presto si rinnoverà; ma, soprattutto, la promessa a esser sempre accando a Mariette nella preghiera: “pregherò per te” le dice infatti la Vergine, indicando così il suo ruolo di celeste Mediatrice di grazia presso Dio.

Il giorno successivo, venerdì 20 gennaio, alla solita ora la veggente si reca in giardino per pregare il rosario, in ginocchio sulla nece, come nei giorni precedenti. Questa volta sono presenti diversi vicini, fedeli e curiosi, poiché la voce delle presunte apparizioni ha cominciato a spargersi nei dintorni.  Dopo la preghiera del Rosario, ecco che l’esclamazione di Mariette annuncia l’arrivo della Madonna: “Eccola!”. La bambina le domanda: “Che cosa desiderate, mia Bella Signora?”. La risposta non si fa attendere: “Desidererei una piccola cappella”. Con queste parole, la Madonna rinnova una richiesta che tante volte abbiamo visto caratterizza le apparizioni mariane, laddove la Vergine richiede la costruzione di un edificio sacro che possa restare a memoria della traccia del Suo passaggio tra gli uomini e costituire altresì meta di pellegrinaggio, luogo di preghiera e di devozione, nel quale ricevere le numerose grazie che la Madonna concede a quanti la invocano con fiducia filiale. La Vergine traccia quindi un segno di croce con la mano, benedicendo così la piccola, prima di scomparire in cielo. Provata dalle intense emozioni, oltre che dalle avverse condizioni climatiche, Mariette perde i sensi. Julien, il padre, si fa aiutare da un vicino di casa e la riporta in casa, mettendola a letto, affinché possa riposare. Dopo di che, il signor Beco si ferma a riflettere sugli avvenimenti di quei giorni, profondamente commosso per quanto sta toccando il cuore della figlia. Oltre che il proprio.

Dal giorno successivo, 21 gennaio 1933, fino al 10 febbraio compreso, Mariette si ripresenta all’appuntamento con la Signora tutte le sere verso la stessa ora – le 19 -, a volte da sola, altre accompagnata dal padre. La stagione è la più fredda dell’anno e il gelo e la neve non sembrano dare tregua alla regione. Eppure la bambina non si arrende e ogni sera si inginocchia in giardino, pregando, in attesa della Bella Signora. Non è stata forse Lei a dire: “Arrivederci”? Perché dunque non dovrebbe tornare? E non si è forse presentata come “Vergine dei Poveri”? Come potrebbe dunque dimenticarsi di Mariette, figlia di una delle famiglie più povere del borgo di Banneux? La piccola non si arrende, dunque, e persevera nella preghiera, per quanto la Madonna non le appaia più. E a chi proverà a farle notare che forse è tutto finito – e che magari si è trattato solo di un inganno o di una fantasia – lei replicherà sempre, con tono pacato ma deciso: “Devo uscire, devo andare perché è Lei che mi chiama!”, dando così prova di una fede matura, solida, capace di nutrirsi di sacrificio, attesa e pazienza. Finché tale fede sarà premiata e la Madonna tornerà nuovamente ad apparirLe, l’11 febbraio 1933.

Prima di esaminare la quinta apparizione, quella dell’11 febbraio, appunto, vorrei riflettere su questa data. L’11 febbraio 1933 è infatti il 75° anniversario delle apparizioni di Lourdes. Non è un caso, se notiamo gli elementi che accomunano le apparizioni di Banneux e quelle, famose in tutto il mondo, che hanno reso Lourdes cara a milioni di fedeli nel mondo. Anzitutto, la Madonna si presenta in entrambi i casi a una bambina: da una parte la piccola Bernardette, dall’altra Mariette. Entrambe sono adolescenti – 12 anni ha Mariette, 14 Bernardette nel 1858, al tempo delle apparizioni -, sono di povera famiglia e non hanno cultura né formazione religiosa.  Sia a Lourdes sia a Banneux, inoltre, è presente l’elemento dell’acqua, sia nella fonte che l’Immacolata indica a Bernardette, sia nella sorgente che la Vergine dei Poveri mostra a Mariette. L’acqua è dunque un elemento comune di particolare rilievo. Essa indica la purificazione dell’uomo, la sua rinascita interiore, rimandando al lavacro battesimale. È come se la Madonna indicasse la necessità per i fedeli di “lavare” il loro cuore dal peccato e da quanto inquina la loro anima. Numerosissime sono le conversioni che, accadute a Lourdes, testimoniano come siano anzitutto le guarigioni interiori quelle grazie che la Madonna riversa a piene mani sui pellegrini, ben più dei miracoli fisici. Basti pensare che quelli ufficialmente riconosciuti sono circa una settantina, contro le migliaia di conversioni e di “ritorni alla fede” che invece hanno inciso e profondamente trasformato una moltitudine di cuori. Anche da questo punto di vista si può individuare un parallelismo tra Lourdes e Banneux, poiché pure nel santuario belga sono accadute e accadono numerose conversioni, accompagnate pure da alcune guarigioni fisiche straordinarie.

Torniamo dunque a quell’11 febbraio 1933. Mariette si trova inginocchiata in giardino, intonro alle sette di sera, mentre la luna piena risplende in cielo e illumina il paesaggio circostante. Sono presenti alcuni fedeli che accompagnano la veggente nella preghiera del rosario. A un certo punto, la bambina si alza di scatto – la Madonna le è apparsa, finalmente! – e si dirige verso la sorgente, inginocchiandosi nei tre medesimi punti dove già è caduta in estasi nelle precedenti apparizioni. Giunta alla fonte, immerge le mani nell’acqua e si fa il segno della croce. La Vergine le dice: “Io vengo ad alleviare la sofferenza”. La veggente la ringrazia, mentre la Madonna la saluta, secondo l’espressione ormai abituale – “arrivederci” – per poi scomparire in cielo.  La sesta apparizione avviene a distanza di pochi giorni. È mercoledì 15 febbraio 1933. Alla Madonna che le appare, Mariette chiede un segno, come suggeritole dal parroco, per provare l’autenticità di quegli avvenimenti soprannaturali. A quella richiesta la Madonna replica: “Credete in me, e io crederò in voi”. Confida quindi un segreto a Mariette, la quale si mette a piangere. Prima di allontanarsi, la Vergine aggiunge ancora: “Pregate molto. Arrivederci”.

Per comprendere la risposta della Madonna alla richiesta di Mariette occorre fare un passo indietro, accennando, in estrema sintesi, a un altro celeste avvenimento che prepara le apparizioni di Banneux. Mi sto riferendo alle apparizioni di Beauraing, piccolo villaggio del vescovado di Namur, in Belgio. Qui la Madonna apparve 33 volte a cinque piccoli veggenti di età compresa tra i 9 e i 15 anni, nella riproduzione di una grotta di Lourdes, a partire dal 29 novembre 1932. L’ultima delle apparizioni di Beaureing avvenne il 3 gennaio 1933, appena 12 giorni prima dell’inizio di quelle di Banneux. A conferma della soprannaturalità degli avvenimenti che avevano investito i 5 fanciulli, i fedeli avevano offerto una novena di preghiere per richiedere un segno dal Cielo. La novena era terminata il 16 gennaio 1933. Il segno era stato dato addirittura con un giorno di anticipo, poiché già il 15 gennaio aveva avuto inizio un nuovo corso di apparizioni, a Banneux, appunto, a conferma che la Madonna stava riservando una attenzione tutta particolare al Belgio.

Alla luce di questa premessa possiamo forse capire meglio perché la Madonna dica a Mariette: “Credete in me, e io crederò in voi”. E’ la risposta di una Mamma che dice ai propri figli di smetterla di chiedere segni e prove, per cominciare invece ad avere fiducia, abbandonandosi sereni tra le braccia materne. La richiesta di un segno porta anzi la Madonna quasi a ribaltare la prospettiva, esortando i fedeli stessi a dare un segno: “Credete in me”. L’unico segno che infatti possiamo offrire alla Vergine è quello di una fede sincera, tenera, filiale. Solo se daremo segno di una tale fiducia nella Madonna, Lei stessa potrà concederci un segno ne maggiore, ovvero la Sua fiducia in noi: “Io crederò in voi”. Vale a dire: invece di attendere passivamente segni dal cielo – atteggiamento che anche Gesù nel Vangelo ben stigmatizza, dicendo che la sua generazione non avrà altro segno che quello di Giona, alludendo alla sua morte e risurrezione – iniziate voi stessi a essere un segno (per sé e per gli altri), mostrando quella fede e quella fiducia in Gesù che la Madonna è venuta a chiedere ai suoi figli. Solo con tale fede potremo ricevere tutte le grazie e le benedizioni che la Madonna continuamente intercede per noi presso Dio.

Ancora, possiamo notare come le apparizioni mariane non possano intendersi isolatamente da quel grande mosaico che segna gli ultimi due secoli della nostra storia, secondo la tesi di Jean Guitton, grande filosofo cattolico e Accademico di Francia, per cui – da Rue du Bac, Parigi, nel 1830, fino a Fatima, 1917 – si snoderebbe un percorso di apparizioni mariane che mira a svelare il piano dell’attacco satanico al mondo contemporaneo. Ecco, credo che anche Banneux possa rientrare a pieno titolo in questo disegno mariano che ha lo scopo, attraverso apparizioni sempre più frequenti della Madonna, di invitare il mondo alla conversione, a ritornare a Dio, difendendosi dagli assalti del demonio che vuol spingere il mondo all’autodistruzione e l’umanità alla dannazione eterna. Perché dico questo? Anzitutto per il legame tra Lourdes e Banneux, che già ho cercato di mettere in luce soprattutto in riferimento alla sorgente d’acqua e al tema della guarigione (dell’anima e del corpo). Legame che a quanto pare si estende anche a Beaureing, laddove le apparizioni avvengono in una riproduzione della grotta di Lourdes e si legano poi a Banneux, come abbiamo appena visto, poiché le visioni di Mariette sono proprio la conferma richiesta con solenne novena di preghiere in seguito alle apparizioni di Beaureing, quale segno e conferma della soprannaturalità degli avvenimenti che hanno coinvolto i 5 giovani veggenti tra la fine del 1932 e l’inizio del 1933.

Torniamo ora al ciclo delle apparizioni, esaminando la settima. È lunedì 20 febbraio. Lo scenario è quello abituale: neve, freddo, ghiaccio. Mariette si trova in ginocchio in giardino, in preghiera. A un tratto la Vergine le appare, e la conduce, come al solito, presso la sorgente, al limitare del bosco. Là giunta, la Madonna sorride alla piccola veggente, quindi le dice: “Mia cara bambina, prega molto”. A quel punto la Madonna si fa seria, congedandosi con il solito: “Arrivederci”. Trascorrono poi alcuni giorni, prima dell’ottava e ultima apparizione, che ha luogo la sera di giovedì 2 marzo 1933. È una serata piovosa ma, all’inizio della recita della terza corona del rosario, ecco che improvvisamente la pioggia smette di cadere, il cielo si rasserena e si possono vedere innumerevoli stelle che rischiarano la notte nascente. Appena la Madonna appare a Mariette, ecco che la veggente la accoglie tendendole le braccia. Notiamo come l’attesa sempre più lunga che precede l’apparizione – questa volta la veggente ha dovuto aspettare la recita di tre corone del rosario – sia un modo concreto di condurre Mariette a quella preghiera intensa che la Madonna stessa è venuta a chiedere. La Vergine le dice: “Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio”. Il viso della Madonna è coperto da un velo di profonda tristezza, soprattutto quando pronuncia una grave raccomandazione: “Pregate molto”. Quindi con la mano destra traccia un segno di croce sulla bambina, per poi salutarla e congedarsi definitivamente dicendole: “Addio”.

Il commiato di questa ottava apparizione indica chiaramente che si è chiuso un ciclo: “Addio” dice infatti la Madonna, per significare che ha detto a Mariette quello che il Cielo l’ha incaricata di dire, affidandole i messaggi che, per suo tramite, sono rivolti al mondo intero. Già nel mese di maggio di quel 1933 viene posta la prima pietra della cappella nel giardino dei Beco, inaugurando il piccolo edificio sacro il 15 agosto dello stesso anno. Il vescovo di Liegi attese però qualche tempo, secondo la prudenza che contraddistingue la usuale prassi della Chiesa in materia di apparizioni mariane, prima di pronunciarsi. Nella lettera pastorale del 19 marzo 1942 diede quindi piena autorizzazione a praticare il culto alla “Madonna di Banneux”. Ricevuto incarico dalla Santa Sede di approfondire l’esame sulla soprannaturalità dei fatti, lo stesso vescovo, mons. Kerkhofs, riconobbe come autentiche e senza riserve le otto apparizioni della “Vergine dei Poveri” a Mariette Beco. Si apriva così la strada per l’espansione del culto, attraverso la posa, l’8 agosto 1949, della prima pietra del nuovo santuario che sarebbe sorto sul luogo delle apparizioni.

Mariette scelse di vivere la propria esistenza senza clamori né visibilità, all’insegna di quella poverta di spirito che la Madonna era venuta a insegnarle in quel di Banneux, scegliendo poi di sposarsi e metter su famiglia. Per introdurre alcune riflessioni sul messaggio di Banneux, ritengo utile riportare alcuni passi della lettera pastorale che, datata 22 agosto 1949 e firmata dal vescovo di Liegi, mons. Louis-Joesph Kerkhofs, sancì il riconoscimento ufficiale delle apparizioni di Banneux: “…crediamo veramente che la santa Vergine è apparsa e ha parlato a Banneux. A due riprese, prima nel 1942 e poi nel 1947, abbiamo riconosciuto ufficialmente, con qualche riserva, la realtà delle apparizioni di Banneux. Oggi, dopo due nuovi anni di preghiere e di osservazione, noi in coscienza crediamo di poter e dover riconoscere senza riserve questa realtà, cioè la realtà delle otto Apparizioni della santa Vergine a Mariette Beco, che hanno avuto luogo il 15, il 18, il 19 e il 20 gennaio, l’11, il 15 e il 20 febbraio e il 2 marzo 1933. Dedicando il futuro santuario alla Regina delle Nazioni, noi vogliamo allo stesso tempo rispondere al messaggio e al desiderio della nostra augusta Visitatrice, rendere omaggio alla sua regalità e sottolineare il legame tra la sua visita e la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato. Del resto non è forse servire gli interessi di tutti i popoli, così giustamente preoccupati del loro avvenire e della loro sicurezza, orientare il loro sguardo e il loro cuore verso Colei che è la Regina delle Nazioni e la Regina della Pace?”.

Credo che questa citazione sia di grande aiuto per cogliere il valor profondo delle apparizioni di Banneux. Come il vescovo di Liegi riconosce, la Madonna è “Regina delle Nazioni”. Questo titolo lascia intendere che il messaggio consegnato a Mariette Beco non vale solo per il Belgio, bensì per il mondo stesso. La Bella Signora si presenta infatti come Vergine dei Poveri non intendendo con questo soltanto i poveri in senso materiale – come gli abitanti di Banneux, ad esempio, sempre impegnati in una dura lotta per la sopravvivenza quotidiana – ma anzitutto i poveri in spirito. La Madonna è cioè venuta per essere la Regina dei Cuori in quanti, distaccandosi dai beni terreni, riescono a liberare il loro cuore, scoprendo di non possedere niente e di avere bisogno di tutto, anzi di Colui che è il solo Tutto capace di saziare la sete d’infinito che è propria del cuore dell’uomo. Maria è dunque “Regina delle Nazioni” in quanto è “Vergine dei Poveri”, intendendosi con questi tutti coloro che, nel mondo, scelgono di rinunciare a tutto pur di conquistare il Regno dei Cieli.

È una scelta del cuore, tanto che il vescovo stesso evidenzia il legame che sussiste tra tali apparizioni e il tema della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria: consacrarsi al Cuore della Madonna significa abbandonarsi totalmente alla Vergine, rinunciando con ciò in tutto e per tutto al Maligno, alle sue opere e seduzioni, aspirando a quel distacco da Satana che, nella sua assolutezza, fu proprio in terra solo di Maria, in quanto Immacolata. Quando tutto il mondo avrà imboccato la strada della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, ecco che la Madonna sarà la Regina di tutti i cuori, e tramite essa nel mondo potrà regnare la vera pace, tanto che il vescovo stesso anticipa felicemente i tempi odierni indicando la Madonna come “Regina della Pace”. Con il titolo di Regina della Pace si allude senz’altro a una grande verità di fede che interessa ogni uomo: solo Dio dona la vera pace (Gesù ha ben detto di esser venuto per donare una pace vera, che non è quella del mondo, no?), e la Madonna è venuta tra gli uomini proprio per invitare l’umanità a riconciliarsi con Dio e a ottenere così la vera pace interiore, quella che il mondo non può assolutamente togliere né minacciare.

Il richiamo alla pace riporta però anche alla prospettiva specifica del Belgio. Notiamo infatti il parallelismo tra le apparizioni e i fatti storici più rilevanti del periodo. In particolare, il 30 gennaio 1933 ha inizio il Cancellierato di Adolf Hitler; la vittoria alle elezioni del 5 marzo 1933 del Partito Nazional-Socialista consolida poi il potere di Hitler, il quale prepara la completa eliminazioni dei poteri parlamentari nelle settimane successive. Facciamo un salto avanti, fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, per notare come proprio il Belgio faccia le spese dell’espansionismo tedesco, e come proprio in Belgio si combatta, nel 1944, una delle battaglie più sanguinose, quella delle Ardenne, ovvero le zone delle foreste del Belgio in cui si trova anche Banneux: combattutasi tra il 16 dicembre 1944 e il 28 gennaio 1945, causerà oltre 150.000 morti tra i due schieramenti, e risulterà decisiva nella controffensiva che gli Alleati scateneranno per abbattere il Terzo Reich e sancire la fine del Nazionalsocialismo. Ecco forse perché la Madonna invita a più riprese Mariette alla preghiera, assumendo una espressione preoccupata, seria, tesa a mettere in guardia sulla serietà degli eventi futuri.

Il richiamo alla guerra permette di mettere in luce un ulteriore legame, quello tra Banneux e Fatima. Anzitutto nel nome della Consacrazione al Cuore Immacolato, che il vescovo di Liegi richiama proprio avendo ben presente l’invito fatto dalla Regina del Rosario ai tre pastorelli affinché attraverso la consacrazione della Russia (e del mondo) al Suo Cuore Immacolato il mondo potesse avere la tanto sospirata pace, scongiurando il pericolo di un secondo conflitto mondiale e gli orrori del Comunismo. La storia portò purtroppo con sé sia l’una che l’altra delle terribili realtà profetizzate dalla Madonna, in quanto l’uomo non volle accogliere nel profondo del proprio cuore l’invito alla conversione rivolto dalla Vergine a una umanità sempre più spinta dinnanzi al bivio tra la vita e la morte, tra il fare del mondo un giardino rigoglioso oppure ridurlo a un cumulo di macerie. Ecco dunque che la prospettiva della Seconda guerra mondiale lega in qualche modo Fatima e Banneux, laddove il Belgio sembra esser messo in guardia in modo speciale dalle conseguenze dell’ascesa politica di Hitler.

Il messaggio di Banneux non vale solo per il Belgio di quegli anni, ma deve poter valere anche per noi, se crediamo che ogni apparizione della Madonna abbia un valore storico ma anche uno universale, tale cioè da restare valido aldilà di un determinato contesto spazio-temporale. In questo caso, l’invito alla preghiera e al farsi poveri in spirito pare essere il cuore di un messaggio che interpella anche noi, oggi.  A Banneux la Madonna è dunque venuta per ricordarci ancora una volta che Ella, serva amorosa di Gesù, è Mediatrice di grazie per gli uomini e ci indica la sorgente di ogni grazia, cioè suo figlio Gesù suscitando in noi la fede e la preghiera necessarie per riconoscere e accogliere il Figlio di Dio come Re di tutti i cuori.  Certo, presentandosi come “Regina dei Poveri”, la Madonna si pone in linea con lo spirito di carità che anima il Vangelo, tutto intriso di richiami a un amore operoso verso i fratelli meno fortunati, secondo la missione che Gesù stesso ha affidato alla sua Chiesa (“I poveri li avrete sempre con voi”, Mt 26, 11). Tuttavia, come già abbiamo sottolineato, il cuore del messaggio riguarda l’interiorità dell’uomo ben più che la precarietà della vita economica: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5, 3). Che in gioco ci sia la guarigione del cuore dell’uomo paiono dimostrarlo le numerose conversioni che sono avvenute proprio a Banneux per intercessione della Vergine dei Poveri, che nel richiedere incessanti preghiere ai fedeli ha forse di mira proprio di chiedere anche preghiere di intercessione da parte di ognuno di noi in favore della conversione dei peccatori. Invito che costituirebbe un ulteriore elemento di raccordo con Fatima, laddove la Madonna aveva espressamente detto che un grande numero di anime andava dannata poiché non vi era alcuno che pregasse per loro quando’esse ancora potevano salvarsi.

Credo che questo invito alla preghiera possa valere ancor più per noi oggi, chiamandoci a fidarci della Madonna, senza troppi ragionamenti né obiezioni (tipiche di chi non è affatto povero in spirito…), ma semplicemente abbandonandosi alla volontà di Dio tramite Maria. Quello a “pregare molto” è un invito che fin da subito viene preso sul serio a Banneux, tanto che nel 1934 viene fondata sul posto l’Unione Internazionale di Preghiere, approvata dal vescovo di Liegi nello stesso anno. Il programma di preghiera prevede la recita del Rosario completo, ogni sera intorno alle 19 presso la cappellina delle apparizioni, per proseguire poi con la recita delle invocazioni. L’Unione si è diffusa nel mondo (anche in Italia, dove il Movimento Madonna dei Poveri di Milano vi aderisce fin dal 1950) portando così decine di migliaia di fedeli ad alimentare ogni giorno quel grande fiume di preghiera che è partito da Banneux e si è diffuso in tutto il mondo. Uniamoci anche noi alla preghiera alla Vergine dei Poveri, certi che la Madonna non mancherà di assisterci nella preghiera, secondo quanto ha promesso a Mariette Beco: “Pregherò per te”. Certi di questa comunione di affetto e di preghiera con la Madre di Dio, ci rivolgiamo supplici alla Vergine dei Poveri perché venga in nostro aiuto:

Nostra Signora di Banneux, Madre del Salvatore Madre di Dio, Vergine dei Poveri, tu che hai detto: « Credete in me, io crederò in voi », noi riponiamo in te tutta la nostra fiducia. 

Degnati di ascoltare le preghiere che ti rivolgiamo, abbi pietà di tutte le miserie spirituali e temporali, ridona ai peccatori i tesori della fede, dai sollievo agli ammalati, allevia la sofferenza, prega per noi e, per la tua intercessione, ottieni che il regno di Cristo Re si estenda a tutte le nazioni. 

Vergine dei Poveri, prega con noi (si ripete tre volte) e con tutti i membri della tua Unione Internazionale di Preghiere.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Il Dio uomo che attende di consolare l’uomo

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2020

Il Dio uomo che attende di consolare l’uomo
Nella seconda domenica di Avvento la parola di Dio ci invita alla pace. È il Signore stesso che prorompe con il grido: “Consolate, consolate il mio popolo”. Non si tratta di una pace qualsiasi, ma di un dono di Dio che si realizza parlando al cuore dell’uomo. Il primo dono che precede la pace è la misericordia di Dio, il suo perdono. Se umilmente lo accoglieremo, se non aspetteremo la consolazione del mondo, ma “nuovi cieli e una nuova terra”, saremo davvero nella pace.
di Christopher Zielinski, Padre Abate dell’Abbazia di Nostra Signora del Pilastrello (Lendinara) – La nuova Bussola Quotidiana

Il Dio uomo che attende di consolare l'uomo dans Articoli di Giornali e News Padre-Misericordioso

Nella seconda domenica di Avvento la parola di Dio ci invita alla pace. Non si tratta di una pace qualsiasi, ma del dono di Dio, della sua consolazione personale e profonda. È il Signore stesso che prorompe con il grido di consolazione: “Consolate, consolate il mio popolo”. È il Signore che vuole con forza la nostra consolazione e la realizza in prima persona, attraverso lo Spirito Santo donato al nostro cuore. Si tratta dello “Spirito consolatore” che solo può realizzare la nostra pace.

Fuori tira un freddo vento e pioviggina; i giorni sono sempre più corti e la gente è in cerca di un caldo angolo buono dove celebrare Natale.

La prima lettura del profeta Isaia pone in rilievo come occorra parlare “al cuore di Gerusalemme”. L’unica consolazione che consola, infatti, non può che essere diretta al cuore perché la sola vera consolazione si realizza quando parla al cuore. Anche nei rapporti tra di noi, solo ciò che sgorga dal nostro cuore ha il potere di parlare al cuore del fratello in difficoltà, di offrirgli concretamente una vera consolazione, e anche se piccola, sarà vera e non apparente e potrà donare un attimo di sollievo.

Come c’insegna il grande cardinale John Henry Newman “il cuore parla al cuore”, e qui sta il mistero di Natale.

Nei brani biblici di questa domenica è il cuore stesso di Dio che si apre, che si rivolge a noi e lo fa per consolarci. Il primo dono che precede la pace è la misericordia di Dio, il suo perdono, il cui annuncio è già pregustazione di pace e di consolazione. È un annuncio prorompente: “Gridate, gridate al mio popolo che la sua tribolazione è compiuta. È finita la sua sofferenza, la sua colpa è scontata”.

Se in te la semplicità non fosse, come t’accadrebbe il miracolo di un Dio che si fa piccolo per noi? L’ascesi mistica di tanti monaci insegna che bisogna diventare umile come le rocce, e attenti e pazienti come le colline che ospitano questo grande miracolo. I grandi ci invitano ad andare a vedere il presepe vivente, spesso troppo vivace. C’è la figlia di un pezzo grosso che fa Maria, e il povero Giuseppe è il fidanzato di turno. Ma a noi non basta andar a vedere i buoi inginocchiati, perché la nostalgia per il bello, buono, e giusto ci fa cercare il Salvatore.

Si tratta, però, di un dono che Dio vuole elargire a tutti, perché tutti sono suoi figli ed è per tutti che Cristo è morto affinché tutti potessero avere la pace, ossia il dono dello Spirito consolatore. Questo, però, comporta ciò che ai nostri occhi è un “ritardo” perché noi spesso ci sentiamo salvati e giusti e vorremmo un Dio che punisce chi secondo i nostri criteri non dovrebbe avere diritto alla salvezza, non meriterebbe lo Spirito di consolazione. È la seconda lettura che ci svela un piano di Dio forse diverso dal nostro. Pietro, infatti, ci assicura che “Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. Dio non è come noi, ha un cuore grande e aspetta, con pazienza, la nostra conversione. Aspetta come il padre del figlio prodigo. Un padre che ama e che spera sempre nel ritorno del figlio a casa, con lui. Mentre il figlio non ha esitato a lasciarlo, illudendosi che lontano dal padre ci fosse la libertà e con essa la gioia, mentre ha trovato solo miseria e morte. Si tratta di un padre che non giudica ma che abbraccia, perdona e che fa festa. La lentezza, allora, non è nel Padre, ma nella testardaggine del figlio che fino a quando non ha sperperato tutto e non sente il morso della fame, non pensa al ritorno, alla conversione, al pentimento.

Ecco il cuore di Dio, in paziente attesa che il nostro cuore si apra a lui e perché avvenga questo, Dio annuncia, grida il suo perdono.

Domani, come ordine del giorno, ho chiesto ai miei monaci di addobbare il monastero in preparazione della grande festa dell’Immacolata: li voglio belli, luminosi, e caldi. Papa Benedetto, il cardinale Piacenza e anche il cardinale Ravasi mi hanno insegnato che poesia e teologia, arte ed evangelizzazione non sono in conflitto, e nemmeno in concorrenza… ma a ciascuno il suo. Il bello è pane per l’anima!

È ancora la prima lettura di Isaia ad offrirci indicazioni della modalità con cui Dio si rapporta con noi. “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. È la dolcezza del pastore la chiave con la quale Dio vuole aprire il nostro cuore e condurci a lui. È l’amore del pastore che dà la vita per le sue pecore ad attirare la nostra attenzione, il nostro sguardo verso di lui e che permette al nostro cuore di aprirsi e di ascoltare la voce di Dio.

Anche il salmo responsoriale ci parla di un cuore che parla al nostro cuore, invitandoci ad ascoltare la voce di Dio che “annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”.

La terra e il cielo, l’uomo e Dio, non comunicavano più a causa del peccato, il cielo era diventato chiuso per l’uomo.

Lo Spirito consolatore è disceso nei nostri cuori grazie al dono pasquale di Cristo e i cieli si sono aperti al perdono di Dio e alla sua pace. Ora possiamo corrispondere al suo amore se accogliamo la sua pace e sarà il nostro frutto che germoglierà dalla terra e potrà incontrarsi con la giustizia che si affaccerà dal cielo. Allora, saremo davvero nella pace, come ci ricorda Pietro, se non aspettiamo una semplice consolazione che può derivare dal mondo ma “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”.

Non c’è via per la pace, perché la pace è la via: via, verità e vita l’incontriamo nella persona del Figlio di Maria, Gesù Cristo, il figlio di Dio.

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Servo degli ammalati

Posté par atempodiblog le 14 juillet 2020

Servo degli ammalati
di Gianluca Giorgio – L’Osservatore Romano

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San Camillo de Lellis, prima della conversione, era un uomo che aveva gettato, molte volte, il cuore in cose di poco conto: giochi, guerra, disordine. Questo stato di cose continuò fino al giorno in cui, nella piana di San Giovanni Rotondo, accolse il desiderio di cambiare vita e darsi a Dio. Era il 2 febbraio 1575. Un giorno come tanti, ma non come tutti.

Da quel momento la sua esistenza cambia. Vuole vivere per Dio. Non gioca più e si dà alla preghiera, chiedendo di essere ammesso come fratello laico, tra i Frati minori cappuccini.

Le Cronache raccontano che, giunto nel convento, che sarà la comunità nella quale dimorerà padre Pio, vi trascorse la notte.

La cella è la numero cinque, la stessa abitata, per tanti anni, dal santo religioso di Pietrelcina.

Se tutto, ormai, nella sua vita sembra essere appianato, una misteriosa piaga alla gamba lo porta lontano da quel luogo, e la strana malattia gli rende impossibile vestire il saio dei figli di san Francesco.

Lascia la Puglia per Roma, per tentare una cura presso l’ospedale di San Giacomo in Augusta.

Deluso, avvilito, senza un’occupazione, non sa cosa sarà il suo domani. Sembra leggere la storia degli uomini di tutti i tempi: soli e persi nel grande naufragio della vita, senza un orizzonte da cui sperare di vedere terra.

Gira per le corsie del nosocomio, nelle quali scopre gli sguardi dei ricoverati. Ciò lo turba, alla ricerca di una risposta a ciò che vede.

Il tempo passa. Quattro anni sono trascorsi dal quel giorno. Oltre a infermiere, per la bravura, è divenuto anche economo, prestando il proprio servizio ai degenti. Si dà da fare con la stessa foga che ha messo nella vita militare. È alto, forte, di grande volontà, lodato da tutti, ma di più amato per quella carità che lo fa essere padre, prima di infermiere.

Ha molti amici che lo aiutano e si riuniscono in una piccola stanza, nella quale è appeso un grande crocifisso per la preghiera in comune.

La piccola comunità genera ammirazione, ma anche invidia ed è bersaglio di cattiverie. Una notte alcuni uomini irrompono in quel luogo, mandando tutto all’aria: letti, medicine, carte, stoffa per le bende, e il crocifisso viene gettato dietro la porta.

Entrando Camillo vede la situazione: è scoraggiato, deluso e ripiomba in quello stesso stato d’animo, che lo ha condotto sulla soglia dell’ospedale, anni prima. Vuole mollare tutto.

Quanta umanità trasuda in queste ore della vita del “gigante della santità”.

Il momento della prova è giunto: il Getsemani arrivato. Rinnegare se stesso e tornare indietro è l’unica cosa che gli viene in mente. Non sappiamo se pianse. Stanco e avvilito, dopo aver pregato, si getta sul pagliericcio, ricomposto alla meglio per dormire qualche ora, prima di riprendere il turno.

Qui avviene l’incredibile: il santo svegliandosi vede le braccia del Cristo, staccarsi dal legno che lo incoraggiano, dicendo: «Di che ti affliggi, pusillanime? Prosegui pure l’impresa (che io ti aiuterò) perché questa è opera mia e non tua!». Il bene fatto è solo in parte di Camillo, il resto di Dio.

La scultura è esposta nella chiesa della Maddalena, a Roma, muta testimone di quell’amore, che non abbandona, soprattutto, nelle ore in cui tutto crolla.

Si alza, ma non più quel Camillo, un altro. Comprende che deve andare avanti e con lo straordinario coraggio, di cui la natura lo ha colmato, siede, ormai adulto, fra i banchi di scuola del Collegio romano, rimettendosi a studiare per diventare sacerdote.

Quel fatto lo mette in guardia dalla depressione del momento, rendendolo forte di fronte ai continui attacchi. È determinato, sa cosa vuole percependo che, senza istruzione, non può difendere i malati e tanto altro che brilla nei suoi ragionamenti.

Il 10 giugno 1584, in due anni, bruciando tutte le tappe, celebra la prima messa. Da una situazione di scarsa cultura, adesso, ha le basi per conquistare il mondo della sanità con l’amore ai malati e i sacramenti. Continua la sua esistenza, con slancio e con quell’amore che brucia.

Quando la sera rientra nella casa della Maddalena, dopo aver lavorato molte ore in ospedale, assiste i confratelli con qualche infermità, rifà i letti, svolge ciò che manca al quotidiano e tanto altro.

Fonda l’ordine dei Ministri degli infermi. “Ministri” in quanto servi dei pazienti e a loro sottoposti. Ai voti di castità, povertà e obbedienza aggiunge quello di curare i malati, anche a costo della stessa vita. Nella pandemia del 1606, nel continuo esercizio della carità, spirano molti religiosi, fra lo stupore di tutti.

La cosa che più sorprende dei figli di san Camillo, è che il fondatore vuole che i suoi religiosi, nel curare i corpi, non dimentichino la fede, mostrandosi sempre allegri e pronti al sorriso.

Il Pontefice Gregorio XIV approva la Regola del nuovo ordine. È il 21 settembre 1591.

San Camillo de Lellis ha raggiunto il suo scopo, e seppur superiore della comunità, è infaticabile. Spira, alle ventidue del 14 luglio 1614, atteso in un’altra realtà, ben più bella, varcando i sessantaquattro anni di età.

Tra le labbra una sola parola, “Maria”, la madre tanto amata da colui che ha speso la sua vita per quei fratelli, nei quali ha saputo leggere il dolce sguardo di Gesù.

Sarà canonizzato da Papa Benedetto XIV il 29 giugno 1746.

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Dio ha un cuore

Posté par atempodiblog le 18 juin 2020

Dio ha un cuore
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Dio ha un cuore dans Fede, morale e teologia Sacro-Cuore-di-Ges

L’uomo ha bisogno di essere amato
La devozione al Cuore Sacratissimo di Gesù, come quella al Cuore Immacolato di Maria, toccano da vicino l’essenza del cristianesimo, che è la religione dell’amore. Il grande filosofo greco Aristotele definitiva Dio come pensiero; i mistici indù lo descrivono come autocoscienza luminosa di sé; il cristianesimo invece  afferma che Dio è amore. Dio è amore in se stesso, nella comunione eterna delle tre persone divine. Ma è anche amore che esce da sé e che si diffonde nell’opera mirabile della creazione e della redenzione. Per comprendere Dio nel suo essere e nel suo agire è necessario fare riferimento all’amore. E’ l’amore divino la sorgente originaria da cui tutto viene e alla quale tutto ritorna.

In questa luce si riesce anche a comprendere il mistero dell’uomo. Ciò che è fondamentale in lui è il suo bisogno infinito di amore. L’uomo, ogni uomo, più ancora del pane materiale, ha bisogno di amore. Lo ammetta o no, ogni uomo desidera amare ed essere amato. La ricerca della felicità, che contraddistingue la vita umana sulla terra, è mossa dalla fame insaziabile di un amore assoluto, eterno e fedele. Questo desiderio insopprimibile, che ognuno di noi avverte prepotente nel suo intimo, non potrebbe mai essere soddisfatto se Dio non avesse un Cuore.

Nel cuore di Gesù tutti gli uomini sono amati
Noi sappiamo che Dio ha un cuore perché, facendosi uomo, ci ha rivelato quanto siamo amati. Ciò che colpisce è il affatto che Dio abbia voluto amarci con un cuore come il nostro, capace dei nostri sentimenti, ma anche delle nostre sofferenze. Un Cuore tuttavia dalle dimensioni infinite, in cui tutti gli uomini sono conosciuti personalmente e amati in un modo unico e irripetibile.

Il buon pastore, afferma Gesù, conosce le sue pecorelle ad una ad una e le chiama per nome. Se anche una sola, fra le innumerevoli che possiede, andasse smarrita, egli andrebbe a cercarla. Ci sono uomini che vivono il deserto dell’amore. Forse non hanno mai conosciuto la dolcezza di una carezza materna, di uno sguardo compassionevole, di un sorriso fraterno. Le persone che non conoscono l’amore, o per vari motivi ne diffidano, oppure lo ritengono impossibile, non potrebbero avere una grazia più grande di quella di scoprire l’amore del Cuore di Dio.

Nel Cuore di Gesù ognuno è a casa propria. Tu, che non credi più nell’amore degli uomini, sappi che c’è un amore più grande! C’è un Cuore mite e umile che fiammeggia d’amore per te, anche se lo ignori e forse lo disprezzi.

Il cuore di Gesù è il rifugio dei peccatori
Il Cuore di Gesù non esclude nessuno, neppure quelli che il mondo disprezza. Ma soprattutto non esclude colore che si ritengono indegni di essere amati, che disprezzano se stessi, che si odiano e non si perdona. Caro amico, quanto è difficile all’uomo ammettere di essere un povero peccatore! Quanto è arduo guardare alla propria miseria con gli occhi di umiltà! Quanto è duro prendere coscienza delle proprie piaghe e rivolgersi a quell’unico medico che potrebbe curare!

Le litanie del Sacro Cuore invocano il Cuore divino di Gesù come rifugio dei peccatori. Questo significa che, se prendi coscienza di essere un peccatore e ti rifugi nel Cuore di Gesù, egli non ti respinge, ma ti accoglie e ti perdona. Il Cuore di Gesù è aperto a tutti coloro che bussano. Da parte tua però ci deve essere fiducia, umiltà e speranza. L’amore del Cuore di Cristo è un mistero di infinita misericordia che solo gli umili, che professano la loro miseria, hanno la grazia di comprendere.

Il Cuore di Gesù è la consolazione degli afflitti
Ciò che ci affligge di più nella vita non è tanto il fatto di portare la croce, quanto quella di portarla da soli. La croce, sopportata in solitudine, senza poterla condividere, pesa infinitamente di più. Quando una spina ci trafigge il cuore, ci sembra di trovare sollievo se possiamo mostrarla a qualcuno che lo guardi con compassione. Oggi però è sempre più difficile trovare un cuore che sappia ascoltare. Tutti hanno le loro pene da raccontare, ma ben pochi hanno ancora per ascoltare. Vorresti chiedere a un fratello orecchie di aiutarti a portare il tuo peso, ma ecco che egli prontamente ti porge il suo.

C’è però un Cuore che ascolta le tue afflizioni, le tue amarezze, le tue frustrazioni e le tue sconfitte. E’ il Cuore divino di Gesù. Egli non solo guarda con compassione tutto ciò che ti affligge, ma ti chiede di darlo a lui. Nell’atto con cui gli consegni le tue amarezze, egli ti ricolma della sua dolcezza. Non c’è spina che non diventi un petalo di rosa, se chiedi consolazione al Cuore di Gesù. Nessun afflitto, che si sia rivolto con fiducia a Lui, è rimasto in quell’amarezza senza speranza che avvelena la vita degli uomini.

Il Cuore di Gesù è la speranza estrema dei disperati
Il mondo in cui viviamo, oggi più di ieri, è attraversato dalla grande tentazione della disperazione. Si tratta di una minaccia oscura, che penetra silenziosa ori, avvolgendoli nelle sue spire soffocanti. La vita è spesso impietosa e la società nella quale viviamo è una giungla dove non c’è pietà per chi perde. Anche a te forse è capitato, in certi momenti di tenebre, di gridare aiuto, ma nessuno è venuto in tuo soccorso. Gente di ogni età, dai più giovani ai più anziani, cede ogni giorno alla tentazione di “farla finita”.

Ma anche se gli uomini non ti sentono, anche se nessuno accorre, sappi che c’è un Cuore che ti ascolta e che è sempre pronto ad aiutarti, se tu glielo chiedi con fiducia. E’ il Cuore di Gesù, che veglia su di te, mentre cammini verso l’abisso. Ti porge la Sua mano, perché tu abbia ad afferrarLa e stringerLa forte.

Il Cuore di Gesù è il sostegno nel cammino della vita
“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e i ristorerò”. Non vi è dubbio, caro amico, che la vita sia pellegrinaggio, lungo, faticoso e pieno di insidie. Qualsiasi uomo voglia percorrerlo da solo, si perde. Per questo Dio si è fatto uomo voglia percorrerlo da solo, si perde. Per questo Dio si è fatto uomo voluto farsi viandante con noi, per guidarci e sostenerci nel difficile cammino.

Egli ci fa da guida sicura, indicandoci la meta dell’eternità oltre le tenebre che ci avvolgono e che ci impediscono di orientarci. Egli ci sostiene nella fatica e ci incoraggia a proseguire quando vorremmo desistere. Più ancora ci rinfranca col pane celeste e ci ristora con l’acqua viva del Suo amore. Quando siamo stanchi ci solleva dai pesi che ci opprimono e, nella sua tenerezza infinita di buon pastore, ci porta sulle spalle. In questo giorno particolare chiedi a Gesù la grande grazia di conoscere le ricchezze infinite del Suo Cuore. Troverai tesori inesauribili di amore e di misericordia.

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La discesa dello Spirito Santo. Fine del ciclo messianico.

Posté par atempodiblog le 29 mai 2020

La discesa dello Spirito Santo. Fine del ciclo messianico.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

La discesa dello Spirito Santo. Fine del ciclo messianico. dans Commenti al Vangelo Pentecoste 

[27 aprile 1947]
Non ci sono voci e rumori nella casa del Cenacolo. Non c’è presenza di discepoli, almeno io non sento nulla che mi autorizzi a dire che in altri ambienti della casa siano raccolte delle persone. Ci sono soltanto la presenza e le voci dei Dodici e di Maria Ss., raccolti nella sala della Cena.
Sembra più ampia la stanza, perché le suppellettili, messe diversamente, lasciano libero tutto il centro della stanza e anche due delle pareti. Contro la terza è spinto il tavolone usato per la Cena, e fra esso e il muro, e anche ai due dei lati più stretti del tavolo, sono messi i sedili-lettucci usati nella Cena e lo sgabello usato da Gesù per la lavanda dei piedi. Però non sono, questi lettucci, messi verticalmente alla tavola, come per la Cena, ma parallelamente, di modo che gli apostoli possono stare seduti senza occuparli tutti, pur lasciando un sedile, l’unico messo verticale rispetto alla tavola, tutto per la Vergine benedetta, che è al centro della tavola, al posto che nella Cena occupava Gesù.
La tavola è nuda di tovaglie e stoviglie, nude le credenze, denudati i muri dei loro ornamenti. Solo il lampadario arde al centro, ma con la sola fiamma centrale accesa; l’altro giro di fiammelle che fanno da corolla al bizzarro lampadario sono spente.
Le finestre sono chiuse e sbarrate dalla pesante sbarra di ferro che le traversa. Ma un raggio di sole si infiltra baldanzoso da un forellino e scende come un ago lungo e sottile sino al pavimento, dove mette un occhiolino di sole.

La Vergine, seduta sola sul suo sedile, ha ai lati, sui lettucci, Pietro e Giovanni: alla destra Pietro, alla sinistra Giovanni. Mattia, il novello apostolo, è tra Giacomo d’Alfeo e il Taddeo. Davanti a Lei, la Madonna ha un cofano largo e basso di legno scuro, chiuso. Maria è vestita di azzurro cupo. Ha sui capelli il velo bianco e sopra questo il lembo del suo manto. Gli altri sono tutti a capo scoperto.
Maria legge lentamente a voce alta. Ma, per la poca luce che giunge sin là, io credo che più che leggere Ella ripeta a memoria le parole scritte sul rotolo che Ella tiene spiegato. Gli altri la seguono in silenzio, meditando. Ogni tanto rispondono se ne è il caso.
Maria ha il viso trasfigurato da un sorriso estatico. Chissà cosa vede di così capace da accenderle gli occhi, come due stelle chiare, e da arrossarle le guance d’avorio, come se su Lei si riflettesse una fiamma rosata? È veramente la mistica Rosa…
Gli apostoli si sporgono in avanti, stando un poco per sbieco, per vederla in viso mentre così dolcemente sorride e legge, e pare la sua voce un canto d’angelo. E Pietro se ne commuove tanto che due lucciconi gli cascano dagli occhi e per un sentiero di rughe, incise ai lati del suo naso, scendono a perdersi nel cespuglio della barba brizzolata. Ma Giovanni riflette il sorriso verginale e si accende come Lei di amore, mentre segue col suo sguardo ciò che la Vergine legge sul rotolo e, quando le porge un nuovo rotolo, la guarda e le sorride.
La lettura è finita. Cessa la voce di Maria. Cessa il fruscio delle pergamene svolte e avvolte. Maria si raccoglie in orazione segreta, congiungendo le mani sul petto e appoggiando il capo contro il cofano. Gli apostoli la imitano…

Un rombo fortissimo e armonico, che ha del vento e dell’arpa, che ha del canto umano e della voce di un organo perfetto, risuona improvviso nel silenzio del mattino. Si avvicina, sempre più armonico e più forte, ed empie delle sue vibrazioni la Terra, le propaga e imprime alla casa, alle pareti, alle suppellettili. La fiamma del lampadario, sino allora immobile nella pace della stanza chiusa, palpita come se un vento l’investisse, e le catenelle della lumiera tintinnano vibrando sotto l’onda di suono soprannaturale che le investe.
Gli apostoli alzano il capo sbigottiti e, come quel fragore bellissimo, in cui sono tutte le note più belle che Dio abbia dato ai Cieli e alla Terra, si fa sempre più vicino, alcuni si alzano pronti a fuggire, altri si rannicchiano al suolo coprendosi il capo con le mani e il manto, o battendosi il petto domandando perdono al Signore, altri ancora si stringono a Maria, troppo spaventati per conservare quel ritegno verso la Purissima che hanno sempre.
Solo Giovanni non si spaventa, perché vede la pace luminosa di gioia che si accentua sul volto di Maria, che alza il capo sorridendo ad una cosa nota a Lei sola e che poi scivola in ginocchio aprendo le braccia, e le due ali azzurre del suo manto così aperto si stendono su Pietro e Giovanni, che l’hanno imitata inginocchiandosi.
Ma tutto ciò, che io ho tenuto minuti a descrivere, si è fatto in men di un minuto.

E poi ecco la Luce, il Fuoco, lo Spirito Santo, entrare, con un ultimo fragore melodico, in forma di globo lucentissimo, ardentissimo, nella stanza chiusa, senza che porta o finestra sia mossa, e rimanere librato per un attimo sul capo di Maria, a un tre palmi dalla sua testa, che ora è scoperta, perché Maria, vedendo il Fuoco Paraclito, ha alzato le braccia come per invocarlo e gettato indietro il capo con un grido di gioia, con un sorriso d’amore senza confini. E dopo quell’attimo in cui tutto il Fuoco dello Spirito Santo, tutto l’Amore è raccolto sulla sua Sposa, il Globo Ss. si scinde in tredici fiamme canore e lucentissime, di una luce che nessun paragone terreno può descrivere, e scende a baciare la fronte di ogni apostolo.
Ma la fiamma che scende su Maria non è una lingua di fiamma dritta sulla fronte che bacia, ma è una corona che abbraccia e cinge come un serto il capo verginale, incoronando Regina la Figlia, la Madre, la Sposa di Dio, l’incorruttibile Vergine, la Tutta Bella, l’eterna Amata e l’eterna Fanciulla che nulla cosa può avvilire e in nulla, Colei che il dolore aveva invecchiata ma che è risorta nella gioia della Risurrezione, avendo in comune col Figlio un accentuarsi di bellezza e di freschezza di carni, di sguardi, di vitalità… avendone già un anticipo della bellezza del suo glorioso Corpo assunto al Cielo ad essere il fiore del Paradiso.
Lo Spirito Santo rutila le sue fiamme intorno al capo dell’A­mata. Quali parole le dirà? Mistero! Il viso benedetto è trasfigurato di gioia soprannaturale e ride del sorriso dei Serafini, mentre delle lacrime beate sembrano diamanti giù per le gote della Benedetta, percosse come sono dalla luce dello Spirito Santo.
Il Fuoco rimane così per qualche tempo… E poi dilegua… Della sua discesa resta a ricordo una fragranza che nessun terrestre fiore può sprigionare… Il profumo del Paradiso…

Gli apostoli tornano in loro stessi… Maria resta nella sua estasi. Soltanto si raccoglie le braccia sul petto, chiude gli occhi, abbassa il capo… Continua il suo colloquio con Dio… insensibile a tutto… Nessuno osa turbarla.
Giovanni, accennandola, dice: «È l’Altare. E sulla sua gloria si è posata la Gloria del Signore…».
«Sì. Non turbiamo la sua gioia. Ma andiamo a predicare il Signore e siano manifeste le sue opere e le sue parole fra i popoli», dice Pietro con soprannaturale impulsività.
«Andiamo! Andiamo! Lo Spirito di Dio arde in me», dice Giacomo d’Alfeo.
«E ci sprona ad agire. Tutti. Andiamo ad evangelizzare le genti».
Escono, come fossero spinti o attratti da un vento o da una forza gagliarda…

Dice Gesù:

«E qui l’Opera che il mio amore per voi ha dettata, e che voi avete ricevuta per l’amore che una creatura ha avuto per Me e per voi, è finita.
È finita oggi, commemorazione di Santa Zita da Lucca, umile servente che servì il suo Signore nella carità in questa Chiesa di Lucca, nella quale Io, da luoghi lontani, ho portato il mio piccolo Giovanni perché mi servisse nella carità e con lo stesso amore di S. Zita per tutti gli infelici. Zita dava pane ai poverelli ricordando che in ognuno di essi Io sono e beati saranno, al mio fianco, coloro che avranno dato pane e bevanda a coloro che hanno sete e fame. Maria-Giovanni ha dato le mie parole a coloro che languiscono nell’ignoranza o nella tiepidezza o dubbio sulla Fede, ricordando che è detto dalla Sapienza che coloro che si affaticano per far conoscere Iddio splenderanno come stelle nell’eternità, dando gloria al loro Amore col farlo noto e amato, e a molti.
E ancora è finita oggi, giorno nel quale la Chiesa eleva agli altari il puro giglio dei campi Maria Teresa Goretti, dallo stelo spezzato mentre ancor la corolla era un boccio. E da chi spezzato se non da Satana, invido di quel candore, splendente più del suo antico aspetto d’angelo? Spezzato perché sacro all’Amatore divino. Vergine e martire, Maria, di questo secolo d’infamie, nel quale si vilipende anche l’onore della Donna, sputando la bava dei rettili a negare il potere di Dio di dare una dimora inviolata al suo Verbo incarnantesi per opera di Spirito Santo a salvare coloro che credono in Lui. Anche Maria-Giovanni è martire dell’Odio, che non vuole celebrate le mie meraviglie con l’Opera, arma potente a strappargli tante prede. Ma anche Maria-Giovanni sa, come sapeva Maria-Teresa, che il martirio, qualunque nome e aspetto abbia, è chiave per aprire senza indugio il Regno dei Cieli a quelli che lo patiscono per continuare la mia Passione.
L’Opera è finita. E con la sua fine, con la discesa dello Spirito Santo, si conclude il ciclo messianico, che la mia Sapienza ha illuminato dal suo albore: il Concepimento immacolato di Maria, al suo tramonto: la discesa dello Spirito Santo. Tutto il ciclo messianico è opera dello Spirito d’Amore, per chi sa ben vedere. Giusto, dunque, iniziarlo col mistero dell’immacolato Concepimento della Sposa dell’Amore e concluderlo con il sigillo di Fuoco Paraclito sulla Chiesa di Cristo.
Le opere manifeste di Dio, dell’Amore di Dio, hanno fine con la Pentecoste. Da allora in poi continua l’intimo, misterioso operare di Dio nei suoi fedeli, uniti nel Nome di Gesù nella Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana; e la Chiesa, ossia l’adunanza dei fedeli — pastori, pecore e agnelli — può procedere e non errare per la spirituale, continua operazione del­l’Amore, Teologo dei teologi, Colui che forma i veri teologi, che sono coloro che sono persi in Dio ed hanno Dio in loro — la vita di Dio in loro per la direzione dello Spirito di Dio che li conduce — che sono coloro che veramente sono “figli di Dio” secondo il concetto di Paolo.

E al termine dell’Opera devo mettere ancora una volta il lamento messo alla fine di ogni anno evangelico, e nel mio dolore di veder spregiato il dono mio vi dico: “Non avrete altro, poiché non avete saputo accogliere questo che vi ho dato”. E dico anche ciò che vi feci dire per richiamarvi sulla via retta nella passata estate: “Non mi vedrete finché non venga il giorno nel quale diciate: ‘Benedetto colui che viene in nome del Signore’”».

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Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia
Il 26 maggio di 46 anni fa moriva Enrico Medi, docente universitario e fisico che commentò in diretta tv lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Oggi Servo di Dio, coniugava fede e ragione, argomentando perché «la scienza per natura sua è cristiana». Figlio spirituale di Padre Pio, era molto devoto al Santissimo Sacramento. Pensando all’infinito valore della Messa, rivolse ai sacerdoti parole memorabili e che dicono tanto della dignità e missione sacerdotale.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia dans Articoli di Giornali e News Enrico-Medi

«La gloria del Signore risplende soprattutto il giorno della nascita dei santi. E il giorno della nascita dei santi è quello che gli uomini chiamano il giorno della morte». Era il 26 settembre 1968 e il professor Enrico Medi, durante i funerali partecipati da circa centomila persone, commentava così la nascita al Cielo del santo di cui era figlio spirituale: Padre Pio da Pietrelcina (†23 settembre 1968).

Se di Padre Pio la Chiesa ha già ‘certificato’ la santità, canonizzandolo, di Enrico Medi (Porto Recanati, 26 aprile 1911 – Roma, 26 maggio 1974), Servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione. Fisico, docente universitario e politico, membro dell’Assemblea costituente e due volte deputato, Medi fu un illustre cattolico laico del suo tempo. Ricordarlo oggi, giorno del 46° anniversario della sua morte, può aiutare a inquadrare rettamente il rapporto tra scienza e fede, e insieme gettare luce su quella che dovrebbe essere la vocazione di uno “scienziato”, termine di cui ormai si fa abuso.

I più grandicelli e di buona memoria ricorderanno Medi per il commento scientifico, in diretta tv, allo sbarco del primo uomo sulla Luna. I vecchi video testimoniano la competenza e umiltà mostrate in quei momenti storici, così richiamati da Tito Stagno parlando molti anni dopo alla trasmissione A Sua Immagine: «Il LEM si è appena appoggiato sul Mare della Tranquillità, gli astronauti non sono ancora scesi ma si cominciano a vedere le prime immagini del paesaggio lunare e Medi dice: sì, siamo su un mondo nuovo, meraviglioso, noi chiniamo la testa, proprio in ringraziamento, meditazione e gioia, però sempre con la prudenza che si deve avere quando si affermano cose che non si conoscono. La scienza è fatta di incognite».

Il suo curriculum, in fatto di scienza, ci dice che Medi era un predestinato. A soli 21 anni si laureò in Fisica discutendo la tesi con Enrico Fermi. Nel 1942 vinse la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Palermo. I fatti del 1943 lo costrinsero a stare per mesi nella sua regione di nascita, le Marche, dove un giorno seppe di due uomini che stavano per essere fucilati: si recò al comando di Jesi offrendosi di sostituire i condannati a morte, a cui alla fine venne risparmiata la vita. Nel ’49 divenne presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, alla cui guida promosse la rete degli osservatori e si adoperò perché venisse fatta una mappa sismica del Paese. Per un paio di anni fu anche divulgatore scientifico in tv, e nel 1958 fu nominato vicepresidente dell’Euratom. Medi era convinto che l’energia nucleare, usata a fini pacifici, fosse una valida risposta ai problemi energetici. Nel 1965 si dimise dalla vicepresidenza dell’Euratom perché vedeva prevalere gli interessi di enti dei singoli Stati a discapito di un piano comune di ricerca.

Alle molte attività da uomo di scienza, qui accennate a grandi linee, Medi univa la luce della fede: «Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un’altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell’ordine naturale (scienza) e nell’ordine soprannaturale (fede e teologia). Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale». Medi, che si era pure laureato in teologia alla Gregoriana, spiegava che ogni vera scoperta scientifica non può mai intaccare la fede, bensì fornirle conferme che fanno «gustare meglio alla mente umana la grandezza e la bontà di Dio». In opposizione allo scientismo, che idolatra e falsifica la scienza negando il soprannaturale, Medi spiegava che «la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza».

Medi ebbe un rapporto personale con Pio XII, che poté incontrare nel ’46 ricevendo da lui due rosari, uno per la moglie Enrica Zanini e l’altro per la bambina di cui i due coniugi erano allora in dolce attesa. Papa Pacelli imparò a conoscerlo e stimarlo sempre di più, e nel 1955 lo volle a capo della delegazione della Santa Sede alla conferenza di Ginevra sull’energia atomica. Un intenso rapporto lo ebbe pure con Paolo VI, che lo nominò membro della Consulta dei Laici del Vaticano.

Scorrendo tra gli scritti di e su Medi si comprende anche quale amore nutrisse per la famiglia e la centralità che dava all’educazione, che è anzitutto educazione a vivere la volontà di Dio. Aveva sposato Enrica, laureata in Chimica e Farmacia, nel 1938. E da lei aveva avuto sei figlie, sei “Marie” (Maria Beatrice, Maria Chiara, Maria Pia, Maria Grazia, Maria Stella, Maria Emanuela), a testimoniare la devozione verso la Madonna. Per mettere Dio sempre più al centro della vita familiare Medi fece costruire una cappella privata nella sua casa di Torre Gaia, la dedicò alla Sacra Famiglia e ottenne di potervi custodire l’Eucaristia. «In quella cappella – riferiva l’Osservatore Romano negli anni Novanta – iniziava e chiudeva la giornata, soffermandosi in preghiera e in lunghe meditazioni».

Ma dicevamo di Padre Pio. Dopo il primo incontro, fulminante, con il santo da Pietrelcina, Medi aveva voluto approfondirne la conoscenza, andando spesso a trovarlo a San Giovanni Rotondo, sia di sua iniziativa sia su invito diretto del buon frate. Un giorno, ancora padre di 4, appuntava di aver parlato a san Pio delle sue figlie e di aver avuto «la benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me…».

L’insegnamento e insieme il dono più grande ricevuto dal santo fu assistere alla Messa da lui celebrata. «La Messa di Padre Pio era rivivere fisicamente tutta l’agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocifissione e della morte. Quando assistevamo alla Messa si vedeva l’ansia di una creatura che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore sul Calvario».

Sarà per questa consapevolezza che Medi, rivolgendosi al clero, diceva parole che continuano a suonare attualissime:

Sacerdoti, io non sono un Prete e non sono mai stato degno neppure di fare il chierichetto. Sappiate che mi sono sempre chiesto come fate voi a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio tra le vostre mani. Come diceva il gran re San Luigi di Francia, avete «nelle vostre mani il re dei Cieli, ai vostri piedi il re della terra». Ogni giorno avete una potenza che Michele Arcangelo non ha. Con le vostre parole trasformate la sostanza di un pezzo di pane in quella del Corpo di Gesù Cristo in persona. Voi obbligate Dio a scendere in terra! Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possano esistere.

Chi dice che avete energie angeliche, in un certo senso, si può dire che sbaglia per difetto. Sacerdoti, vi scongiuriamo: Siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti! Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’Altare. A costruire opere, fabbriche, giornali, lavoro, a correre qua e là in Lambretta o in Millecento, siamo capaci noi. Ma a rendere Cristo presente e a rimettere i peccati, siete capaci solo voi! Siate accanto all’Altare. Andate a tenere compagnia al Signore. […] A tutti, anche a noi, ma in particolare a te, sacerdote, dice di continuo: «Tienimi compagnia. Dimmi una parola. Dammi un sorriso. Ricordati che t’amo. Dimmi soltanto “Amore mio, ti voglio bene”: ti coprirò di ogni consolazione e di ogni conforto» [...].

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Il mirabile segno del presepe

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

LETTERA APOSTOLICA

Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

Cammino di Avvento dans Avvento Pregare-accanto-al-presepe

 1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

 


[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d'Italia dans Articoli di Giornali e News Santa-Caterina

Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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Esperienze ordinarie di Paradiso

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2018

Esperienze ordinarie di Paradiso
Il Paradiso — Padre Livio Fanzaga, Ed. ARES

Esperienze ordinarie di Paradiso dans Fede, morale e teologia Il-Paradiso

Il paradiso è ciò che l’uomo desidera dal profondo del suo cuore. E’ la ragione per la quale è stato creato. E’ il fine ultimo della vita. E’ l’approdo della tormentata navigazione nel mare del tempo. Il golfo di luce del paradiso dà senso alle fatiche e alle traversie affrontate. Ogni uomo nasce crocifisso. Senza la gloria della resurrezione e la beatitudine eterna la vita avrebbe l’amaro sapore di una beffa. Se la vita è dolore, come insegnano l’esperienza e la saggezza dei popoli, che senso avrebbe se finisse, come osservava Pascal, con un paio di badilate di terra sulla fatidica bara? L’attesa del paradiso ha una sua logica razionale. Non è solo un desiderio insopprimibile, ma un postulato della ragione. Senza la prospettiva della vita eterna non varrebbe neppure la pena incominciare l’estenuante traversata. Il tentativo patetico di chi colloca il paradiso su questa terra per motivare la fatica di vivere, altro non è che una pietosa bugia, come l’ultima sigaretta offerta al condannato prima di sistemarsi sulla sedia elettrica. Il paradiso è l’unica risposta ragionevole e accettabile alla domanda che senso abbia una vita flagellata dal male e dalla sofferenza e votata inesorabilmente alla morte.

Il desiderio del paradiso ha una sua razionalità. E’ radicato profondamente nella natura umana nella quale si riflette l’ immagine divina. L’uomo, creato capace di Dio, è stato ordinato fin dal principio al paradiso. L’Eden originario, dove l’uomo godeva della divina amicizia e di doni straordinari, prima fra tutti quello dell’immortalità, è una profezia del paradiso. La condizione esistenziale dei progenitori dell’umanità era un’attesa della beatitudine eterna. Non c’è da meravigliarsi che le tematiche connesse al paradiso attraversino le culture più diverse. Senza il paradiso, quello vero, che la Parola di Dio ci ha rivelato, la vita umana sarebbe un’ombra subito dissipata e lo stesso cammino storico dell’umanità sarebbe un correre inutile verso il nulla. Il Paradiso è necessario perché la vita umana abbia un senso e la storia uno sbocco. Come il mondo ha bisogno di un Dio creatore per essere razionale e intelligibile, così il mistero della nostra esistenza, assediata dal dolore e dalla morte, ha bisogno della speranza della vita eterna per essere sopportabile.

La ragione può ipotizzare l’esistenza di una felicità ultraterrena a partire dalle considerazioni sulla natura umana, orientata alla trascendenza, e sui desideri del cuore impregnati di infinito. Ma è la Parola di Dio che afferma esplicitamente che l’uomo è stato creato per il paradiso. Nel mirabile affresco, nel quale delinea il grandioso piano della creazione e della redenzione, S. Paolo così si esprime: “In lui (Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno di amore della sua volontà” (Ef 1, 4-5). Per l’apostolo c’è una vera e propria predestinazione dell’uomo al paradiso, dove gli uomini sono figli adottivi di Dio in Cristo Gesù. Il Padre crea ogni uomo mediante Gesù Cristo e in vista di Lui, perché sia santo e immacolato davanti a Lui nella carità. 
Il fine per cui Dio crea gli uomini è la gloria del cielo. Il catechismo tradizionale sintetizzava l’insegnamento millenario della Chiesa con parole di una semplicità disarmante. “Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo per sempre nell’altra in paradiso”. La dottrina cattolica ha rigettato l’opinione di Calvino sulla doppia predestinazione, come se Dio creasse gli uomini alcuni per il paradiso e altri per l’inferno (cfr Institutio, 3.221.5).

E’ aberrante per il concetto stesso di divinità, come per la dignità dell’uomo creato libero, che Dio decida con un decreto eterno che alcuni siano predestinati alla vita eterna e altri alla dannazione eterna. L’amore di Dio ha creato gli angeli e gli uomini perché partecipino alla gloria e alla gioia della Santissima Trinità. Il raggiungimento della meta è un dono di grazia, ma passa attraverso la libera scelta di ognuno. Decidersi per il paradiso è dunque ciò che l’uomo deve fare nel tempo della vita perché raggiunga il suo fine ultimo. 
Non solo l’uomo è creato per il paradiso, ma lo sperimenta già qui sulla terra, grazie al dono dello Spirito Santo. La presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo fa sì che il desiderio della felicità eterna si faccia strada nel groviglio dei desideri carnali e tenga viva la speranza della luce anche nei momenti più oscuri. Lo Spirito Santo è l’amore di Dio diffuso nei nostri cuori. La sua azione intima e silenziosa fa pregustare, nel tempo del pellegrinaggio, la gioia del cielo, acuendone sempre più il desiderio. La certezza del paradiso proviene indubbiamente dall’atto di fede, che crede fermamente nella divina rivelazione, in particolare alle parole di Gesù al riguardo. Tuttavia la verità della fede è confortata dall’esperienza della vita cristiana, che, in quando avvolta dall’amore di Dio e dalla sua grazia, fa pregustare la felicità del cielo. Dio, nella sua sublime sapienza nel guidare le anime, le infiamma per il paradiso facendo pregustare quella che S. Paolo chiama la “caparra” della vita eterna.

“In Lui (Cristo) siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è la caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria” (Ef 1, 11-14). Nella visione paolina, prima di conseguire la completa redenzione in cielo, il cristiano può già sperimentare su questa terra un “anticipo” (“caparra”) della gloria e della gioia future. Non si tratta un dono particolare riservato ad alcune anime privilegiate, ma della normalità della vita cristiana, in quanto permeata e guidata dallo Spirito Santo (cfr Rm 8, 14- 17).

Tuttavia l’esperienza del paradiso può anche assumere il significato di una grazia particolare, che Dio concede, in determinati momenti della loro vita, a delle anime privilegiate. Al riguardo assumono uno straordinario valore le esperienze mistiche di alcuni santi, che Dio concede non solo come dono personale, ma anche per la edificazione del popolo cristiano. Si tratta indubbiamente di esperienze straordinarie, che però confermano la vita cristiana ordinaria vissuta sotto la guida dello Spirito. L’anima sposa, accesa dall’amore di Dio, vorrebbe sciogliere i vincoli della carne per poter unirsi subito a Cristo sposo. La vita sulla terra appare un esilio insopportabile e la morte una liberazione. “Mòro perché non moro” (“Muoio perché non muoio”) recita il celebre ritornello di una poesia di S. Teresa d’Avila. “ Morte, orsù, dunque, affrettati, scocca il tuo dardo d’oro! Quella che in ciel tripudia, quella è la vira vera; ma poiché invan raggiungerla, senza morir, si spera, morte, crudel non essere, dammi il il Tesor che imploro!” (S. Teresa d’Avila – Poesie- Desiderio del Cielo).

Non bisogna tuttavia pensare che i mistici abbiano trascorso l’intera vita in questa continua tensione amorosa. Anche loro hanno avuto momenti, a volte lunghi, di oscurità e di aridità. Dio conduce le anime non solo con infinita sapienza, ma anche con straordinaria dolcezza. Ciò che Dio concede come dono straordinario ad alcune anime, non lo nega come esperienza ordinaria a tutte quelle anime che aprono il cuore al suo amore. Non c’è anima aperta ai tocchi della grazia nella quale Dio non versi qualche goccia del suo amore purissimo. Si tratta di momenti speciali, che sono delle vere e proprie perle preziose da conservare gelosamente nel segreto del cuore lungo il cammino della vita. Quando si è sperimentata, anche per un solo istante,la dolcezza del paradiso non la si dimentica più.

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Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2017

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia dans Articoli di Giornali e News Manuel_il_bambino_che_parlava_con_Ges_Eucarestia

Anche se nella sua giovanissima vita non avesse parlato a tu per tu con Gesù, la storia di Manuel resterebbe senza alcun dubbio un prodigio meraviglioso. Un bambino che a soli quattro anni affronta la malattia come fosse un’inesauribile storia d’Amore con il suo Gesù. Un piccoletto che offre il suo dolore innocente sino al sangue per «convertire più anime possibili». Un fanciullo che a 9 anni nasce al Cielo in festa, così sicuro del Paradiso tanto da non vedere più i confini tra Cielo e terra. Ecco, entrare nella storia di questo mistero basterebbe a sciogliere anche i cuori più induriti, «quelli che – dice Manuel - non conoscono il Tuo amore». E però quel bambino di Calatafimi, in quel paesello di 6 mila anime disperso fra le colline sicule dell’agro segestano, quel piccolo bambino, con il suo Gesù, ci parlava per davvero.

Certo, servirebbe narrare degli oltre 30 cicli di chemioterapia, del trapianto, delle operazioni e trasfusioni di sangue, delle metastasi diffuse, degli inenarrabili dolori sofferti nel dolce corpicino, ma neppure i racconti più dettagliati basterebbero per comprendere la Via Crucis che Manuel ha percorso per cinque anni, da quella mattina del 2005 in cui il piccolo si sveglia con un forte dolore alla gamba destra e una fastidiosa febbriciattola che gli toglie l’appetito. La diagnosi arriverà una manciata di giorni più tardi presso l’ospedale pediatrico di Palermo, dove Manuel viene trasportato d’urgenza per un tracollo repentino delle condizioni di salute: i referti medici parlano di “un’infiltrazione massiva di neuroblastoma di IV stadio che ha intaccato le creste iliache del bacino”. In una parola: tumore. A soli 4 anni. Eppure, leggendo le pagine del diario che mamma Enza ha ricomposto con le lettere del figlioletto e i racconti dei suoi testimoni, non si può che faticosamente arrendersi a quella che per il bambino restava una “semplice” evidenza: la battaglia di Manuel è stata gioiosa e gloriosa. In quella battaglia contro il male, combattuta con un fortezza dell’Altro mondo, in quella battaglia in cui è caduto e andato a morire, davvero Manuel ha vinto tra le potenti braccia di Dio Padre.

C’è un reale imbarazzo nel dover selezionare alcuni stralci dell’esistenza di Manuel essendo la sua vita uno sterminato campo di spiritualità incarnata, in cui si possono raccoglie i fiori più preziosi. Una spiritualità così profonda sin nella sua più tenera età. Come racconta suor Prisca, in servizio presso l’ospedale di Palermo, dove il bambino viene subito sottoposto all’operazione di asportazione del tumore e ai primi cicli di chemioterapia: «Era piccolissimo, ma prima di fare la terapia veniva sempre in cappella e incontrandomi mi diceva: « Suor Prisca, portami in sacrestia, perché voglio vedere Gesù in Croce! ». Poi teneramente le prendevo in braccio e gli mettevo la testolina vicino al tabernacolo. Era felicissimo perché voleva essere il più caro amico di Gesù. E poi recitavamo insieme il Santo Rosario e con emozione lo ascoltavo ripetere le litanie a memorie». Il racconto della sorella francescana del Vangelo, che appartiene alle prime tappe di Manuel sulla via della Croce, è rivelatore di quello che accadrà al frugoletto nei tempi a venire: attraverso la recita assidua del Santo Rosario, la Madre Celeste lo condurrà per mano da Suo figlio. La ricezione di Gesù Eucarestia diventerà l’unico vero centro della sua esistenza, sino ad arrivare – negli ultimi tempi di vita terrena – a nutrirsi del solo corpo di Cristo.

E’ infatti la Mamma Celeste che dai primissimi giorni di malattia entra nei racconti del bambino in modo insistente. Dapprima perché – dice Manuel – le Ave Maria lo fanno «stare meglio»: chiede spesso di recitarle specialmente nei momenti di dolore perché «lo fanno passare» o in quelli di paura perché «donano la forza e la pace». Ma più passa il tempo, più i racconti di quella Madre speciale prendono corpo, si fanno vividi, quasi palpabili. Come in quel pomeriggio di settembre. Manuel è esausto nel corpo per le interminabili terapie e affranto nell’animo per non poter raggiungere gli amici all’apertura dell’anno scolastico, il piccolo chiede allora alla Madonnina una consolazione speciale. Un tripudio di fuochi d’artificio imprevisti si accenderà nel cuore della notte, sotto gli occhi increduli di mamma Enza che fissa il cielo sbigottita dalla finestra dell’ospedale: solo qualche ora prima aveva teneramente compatito quel figlio così sicuro che annunciav«Questa notte ci saranno i fuochi. La Madonnina mi farà questo favore, ne ho bisogno!»Sono incalcolabili le volte in cui il bambino, ricorrendo alla Sua santa protezione, viene esaudito sopra ogni aspettativa ed è altrettanto incalcolabile l’amore che Manuel nutre per la Regina del Cielo. Ancora: il 13 ottobre 2007, sarà proprio la Lei ad aiutare il figliolo ad incontrare per la prima volta il suo grande Amico Gesù. E’ il giorno della Prima Comunione: Manuel ha solo 6 anni, ma date le allarmanti condizioni di salute ed il suo inestimabile desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, il piccolo ottiene dal vescovo il permesso di anticipare il Sacramento dell’Eucarestia che riceverà dal cappellano, padre Mario, presso la piccola chiesa del nosocomio. La giornata tanto attesa però non promette bene, al risveglio il bambino è visitato da pesanti dolori alla gamba tanto da non potersi alzare dal letto, teme perciò di non riuscire a recarsi in cappella. Verso mezzogiorno e contro ogni previsione il male sparisce. Manuel lo spiega così: «La Madonna ha detto: “Non può Manuel prendere Gesù zoppicando”. E così ha fatto la magia e mi ha fatto guarire. Grazie, Madonnina del mio cuore!».

Ed è proprio con l’Eucarestia che iniziano gli assidui colloqui con Gesù. Ogni qual volta il bambino riceve il Corpo di Cristo cade in profonda contemplazione: se in chiesa si sdraia sul tappeto ai piedi dell’altare, se costretto a letto dalle terapie o dai dolori si copre tutto col lenzuolo, sino in viso. Quando riemerge, il fanciullo riferisce con massimo riserbo alla mamma o ai due padri spirituale – padre Ignazio Vazzana e il carmelitano fra Giuseppe – i suoi colloqui con Gesù, che negli ultimi tempi si fanno sempre più assidui e raggiungono livelli impressionanti. Difficili da decifrare e perfino da credere possibili in un bambino così piccolo. Eppure sono accaduti. Come il dopo-Comunione di una mattina di agosto: Manuel ha appena ricevuto l’Ostia consacrata da Piero, il ministro dell’Eucarestia. Dopo il ringraziamento, dice alla mamma: «Gesù nella Comunione mi ha detto una frase bellissima: “Il tuo cuore non è tuo, ma il mio ed io vivo in te».Poi aggiunge: «Non ho capito bene queste parole, me le puoi spiegare?». La mamma non sa cosa rispondere, con la testa che viene bombardata da mille interrogativi. Che cosa sta succedendo a suo figlio? In quell’istante non gli riesce che di recitare l’illuminante frase di san Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Il bisogno di stare con Gesù si fa totalizzante tanto da spingere Manuel a supplicare il vescovo di Trapani così: «Vescovo. Desidero tanto avere Gesù Eucarestia a casa mia! Così posso adorarlo quando voglio! Non ti preoccupare, il posto dove fare il tabernacolo c’è!». Nonostante l’insistenza, la richiesta non potrà essere esaudita, ma Manuel troverà consolazione nell’ «immensa felicità di poter servire la Messa» nella cappella della Curia, vestito con la tunica della prima Comunione. Qualche tempo più tardi la supplica al vescovo si trasformerà in un accorata disposizione: «Vescovo, per favore, puoi dire ai tuoi sacerdoti di abituare tutti ad almeno cinque minuti di silenzio per poter parlare e ascoltare Gesù nel proprio cuore? Pensa all’ultima persona che fa la Comunione, non ha nemmeno il tempo di dire “Ciao” a Gesù!»Il perché lo spiegherà in un’altra lettera che il piccoletto sentirà l’urgenza di scrivere a tutti, amici e non, con la sapienza di un teologo e l’autorità di un uomo di Dio: «Gesù è presente nell’Eucarestia. Lui si fa vedere e sentire nella santa Comunione. Non ci crederete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualcosa di meraviglioso succederà! Una BOMBA DI GRAZIA!».

Cardinali, vescovi, sacerdoti, consacrate o semplici laici, chiunque sia innamorato di Gesù e sente parlare di Manuel desidera conoscerlo e trascorrere un po’ di tempo in sua compagnia. La casa e l’ospedale diventano un via-vai di amici e interi conventi alzano al Cielo suppliche e lodi per questo piccolo gigante della fede. Senza dubbio uno degli aspetti che più sconvolge e converte chi gli sta intorno, è il modo in cui Manuel vive la sofferenza: è un fiore sbocciato ai piedi della Croce per adorare e abbracciare Gesù. Una Croce in cui Manuel vede con inenarrabile chiarezza la sua missione«Mamma davvero esistono persone che non amano Gesù? Dobbiamo portare a Lui più anime possibili». Amore, sacrificio e offerta di sé sono realtà inscindibili per Manuel, come spiegherà candidamente un giorno alla sua mamma: «Per amare Gesù devi pregare molto, lavorare bene, studiare e fare sacrifici per offrirli a Gesù». Scarifici? Chiederà spiegazione la madre. «Per esempio - replica il bambino - non vuoi mangiare pasta con le zucchine e tu la mangi lo stesso e lo offri per amore di Gesù»Ecco cosa racconta don Ignazio che, dall’età di 7 anni sino alla fine, lo ha seguito come padre spirituale: «Manuel mi diceva sempre che Gesù gli aveva donato la sofferenza e che aveva bisogno di essa perché insieme dovevano salvare il mondo (dal momento che Gesù lo aveva proclamato GUERRIERO DELLA LUCE). Manuel ha sempre lottato come un vero guerriero, ad imitazione di Cristo, fino al dono di tutta la sua vita per la salvezza e la conversione di tutti. Ricordo ancora in maniera viva la grande capacità di sopportazione della sofferenza che aveva, solo per amore di Gesù. Diverse volte mi chiamava la mamma dicendomi di convincere Manuel a prendere almeno la Tachipirina per alleviare i dolori grandi che aveva. Lui mi rispondeva che voleva aspettare ancora un po’ di tempo prima di prenderla perché Gesù aveva di bisogno della sua sofferenza in quel giorno per salvare le anime. Verso la fine, quando dopo la scintigrafia, i medici si accorgono di due masse tumorali in testa, Manuel ci rivela un dono grande che Gesù gli aveva fatto. Manuel in quei giorni aveva forti dolori di testa e non sapeva cosa avesse realmente. Dopo una Comunione scoppia in pianto e confida alla mamma e poi a me ciò che Gesù gli aveva detto. Noi gli abbiamo chiesto cosa avesse, dato che piangeva, e lui ci disse che Gesù gli aveva fatto un regalo speciale ed essendo felice piangeva per questo: Gesù gli aveva donato due spine della sua corona e queste le aveva ora sul suo capo. Io sono rimasto scioccato nel sentire ciò, perché questo è umanamente inspiegabile. C’è stata una coincidenza perfetta dei fatti: due masse tumorali in testa e le due spine della corona di Gesù che le erano state donate sul capo».

E però, nonostante grandi dolori e sofferenze, gli amici quasi mai lo sentono lamentarsi, a tutti ripete che sta bene e – anche nelle peggiori condizioni – trova sempre un motivo per ringraziare. Il bambino emana gioia, speranza, lode e amore per la vita, combatte con il sorriso. Eppure è sulla Croce. Arrivano gli ultimi giorni, l’agonia. I valori dell’emoglobina scendono ai minimi storici. I medici sospendono anche le trasfusioni: è il segnale della capitolazione totale. Ciò nonostante il cuore del guerriero riesce a battere ancora per quattro giorni, con meraviglia dei medici. La mamma capisce subito: “Manuel, hai fatto un altro patto con Gesù vero?”. Il piccolo fa cenno di sì: evidentemente sta offrendo le sue ultime gocce di vita per qualcuno di cui nessuno conoscerà mai il nome. Alla madre avrà disposto ogni dettaglio: in quel giorno indosserà la tunica della Prima Comunione e al posto del cuscino la sua testa dovrà poggiare sulla Bibbia al passo di Geremia (17,14) dove sta scritto: «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto». Le dice anche che ella non piangerà, anzi che nessuno dovrà perdersi in pianti e schiamazzi, ma che tutti insieme dovranno raccogliersi in preghiera, sicché i suoi funerali potranno rispecchiare la grande festa che lui vivrà nei Cieli. Quei Cieli che in terra sono più aperti di quanto non si possa immaginare. Il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Paradiso.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2017

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II
Comunque la pensiate sulle apparizioni di Medjugorje, vale la pena leggere questo capitolo, in cui Mirjana racconta il suo emozionante incontro con Giovanni Paolo II, un papa che aveva attraversato il secolo dei sanguinosi totalitarismi. Il papa che aveva iniziato il suo pontificato con le indimenticabili parole: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Il papa che aveva nel suo stemma le parole “Totus tuus”, rivolte a Maria, di cui era un ferventissimo devoto! Il papa che aveva detto che «l’umanità è a un bivio: può fare della terra un giardino, o un cumulo di rovine». Oggi queste parole appaiono ancor più profetiche. Ma veniamo al racconto.
di Claudio Forti – Trascrizione del capitolo 20 del libro Il mio cuore trionferà, autobiografia di Mirjana Soldo, edito dalla Dominus Production di Firenze, e uscito recentemente

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II dans Apparizioni mariane e santuari Il_mio_cuore_trionfer

Forse si pensa che un veggente che vede la Madonna non resti mai colpito da altre persone, ma non è così. Nel 1987, infatti, ebbi un incontro destinato a lasciarmi un effetto duraturo: conobbi un santo vivente. In quel periodo mi trovavo a Roma, essendo stata invitata da un sacerdote italiano. L’Italia di per sé è una meraviglia. Ero affascinata dalla sua storia. Riuscivo facilmente a immaginare i gladiatori intenti ad allenarsi nel Colosseo, e imperatori che tenevano i loro discorsi nel Foro romano. Ma mi incantarono ancor più gli innumerevoli luoghi sacri presenti nella città eterna. La visita nelle antiche catacombe mi fece capire quanta resistenza e coraggio avevano i primi seguaci della mia religione.
Osservando la Cappella Sistina e gli alti soffitti della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi resi conto delle incredibili imprese compiute da tanti uomini di fede.
Pregando presso le tombe dei martiri e dei santi, e semplicemente sostando ai luoghi in cui così tanti prima di me erano vissuti e morti, mi venivano in mente i costanti avvertimenti della Madonna sulla brevità della vita su questa terra.

Il fatto di essere una pellegrina in terra straniera mi diede la possibilità di acquisire una prospettiva nuova sull’esperienza dei pellegrini che venivano a Medugorje. E proprio mentre pensavo che quel mio viaggio non potesse essere migliore, il 20 di luglio mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati che erano andati in visita a Giovanni Paolo II.
Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi del sole. Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza papale che si sarebbe tenuta in Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini. Quando il papa comparve, la folla era in delirio.
Il pontefice camminò tra la gente benedicendo. Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che mi rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza, per aver ricevuto per la prima volta la benedizione da un papa.
Mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Medugorje!”. Al che il papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione. Io ero raggelata. I suoi occhi, di colore azzurro intenso, sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione. Quando si allontanò mi volsi verso il sacerdote italiano e, scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata.

Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo ancora stordita da tutta l’esperienza, rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo. Ero così eccitata che non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro?
Cosa avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: “Domani incontrerò il papa”. E andai avanti così per tutta la notte.

Mirjana_e_Giovanni_Paolo_II dans Libri

Il giorno seguente andai a Castel Gandolfo poco prima delle 8, l’ora stabilita per l’incontro. Quel paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi. Il palazzo papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e da uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro, simile agli occhi di Giovanni Paolo II.
Un uomo in divisa mi scortò fino alla fine del palazzo. Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un santo, un vero figlio della Beata Vergine Maria. Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna. Una tenerezza che solo la Madre celeste poteva trasmettere. E questo aspetto in Giovanni Paolo II era più forte che in qualsiasi altro.

Il papa mi fece sedere con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me. E adesso eccomi là, davanti a lui. Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa, anche per esprimere una sola frase. Il Santo padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Gin dobre”, (Buon giorno in polacco. Ndt). Non riuscii a capirlo.
Forse ero troppo emozionata e le mie orecchie mi stavano ingannando. O forse il mio cervello era andato in tilt. Ero mortificata. Avevo avuto l’occasione unica di incontrare il papa, ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato, ma non riuscivo a decifrarle. Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave, come il croato e il polacco, hanno in comune molte parole, quindi il papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri. Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi.

«Santo padre, possiamo parlare in italiano?», chiesi. Sorrise e annuì: «Si, bene Mirjana, bene!». Parlammo di molte cose. Alcune posso rivelarle, altre no. E presto mi sentii completamente a mio agio alla sua presenza. Mi parlò con un affetto tale, che sarei rimasta lì con lui per ore a conversare. «Per favore, chiedi ai pellegrini di Medjugorje di pregare per le mie intenzioni!», disse. «Certo Santità!», lo rassicurai. «So tutto di Medjugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio. Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna!», il papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente col capo. «E quando scompare – conclusi – provo tanto dolore in quel
momento. L’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo».
Si chinò verso di me e disse: «Abbi cura di Medjugorje, Mirjana! Medjugorje è la speranza per il mondo intero».
Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni, e alla grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto della sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominava Medjugorje. Per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetersi per gli stranieri.

«Santo Padre – dissi -: vorrei che lei vedesse tutta la gente che viene da noi, e prega». Il papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso, e disse: «Se non fossi papa sarei già andato da molto a Medjugorje», disse.
Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna. Anche guardare nei suoi occhi, era come guardare in quelli di Maria.

In seguito un sacerdote mi confidò che il papa era interessato a Medjugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che iniziassero le apparizioni, Giovanni Paolo II aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.
«Non posso farcela da solo, Madre – pregava -: in Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri paesi comunisti, la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto, Madre cara”!». (E quanto è vero anche oggi, non solo nei paesi comunisti, ma nelle terre islamiche, ma anche in paesi cristiani. Ndt).

Secondo quel sacerdote, il papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un paese comunista, pensò immediatamente che Medjugorje fosse stata la risposta alle sue preghiere. La Dominus Production è una benemerita casa fiorentina che provvede al doppiaggio di film che, avendo un contenuto cattolico, non sono diffusi in italiano dai grandi media. Per questo ha provveduto alla doppiatura di
fil, come Cristiada, di cui ha fatto tradurre anche il libro; God’s not dead, Il missionario, e ora anche il libro “Il mio Cuore trionferà”, eccetera. Ndt). La si trova a questo link: http://www.dominusproduction.com/

Tratto da: Radio Maria

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