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Clelia e Francesco

Posté par atempodiblog le 27 août 2019

Clelia e Francesco dans Articoli di Giornali e News Clelia-e-Papa-Francesco

Due catechesi per Papa Francesco in aula Paolo VI. E la seconda — del tutto improvvisata e imprevedibile — è stata di un’efficacia dirompente per la sua concretezza e per una bellissima protagonista. Un’originale catechesi “pratica” che Francesco ha proposto guardando Clelia Manfellotti, una ragazza autistica di 10 anni, venuta da Napoli per incontrarlo con la mamma e con gli zii.

Mentre il Papa teneva la catechesi “ufficiale”, Clelia non è stata ferma un attimo: seduta nel settore riservato alle persone ammalate e disabili — in prima fila — ha salito rapidamente le scale dell’aula Paolo VIed è stata per tutto il tempo vicino a Francesco, facendo pure qualche corsetta. Una presenza tenerissima che ha arricchito il messaggio del Papa, creando nell’aula ancor più un clima di famiglia, con un’attenzione alla fragilità e, più precisamente, alla questione dell’autismo in tutte le sue problematiche. «Dio parla attraverso i bambini» ha detto Francesco ai suoi collaboratori, invitando a non fermare o allontanare Clelia e a lasciarla libera di muoversi.

Proprio guardando Clelia, nella sua “debolezza”, il Papa ha proposto di getto una riflessione schietta, rilanciando i contenuti che volle suggerire, nel giugno 2016, in occasione del Giubileo per le persone con disabilità, puntando decisamente su inclusione, rispetto, dignità e anche attenzione alle famiglie: «Io domando una cosa, ma ognuno risponda nel suo cuore: ho pregato per lei, vedendola, ho pregato perché il Signore la guarisca, la custodisca? Ho pregato per i suoi genitori e per la sua famiglia? Sempre quando vediamo qualche persona sofferente dobbiamo pregare. Che questa situazione ci aiuti sempre a fare questa domanda: ho pregato per questa persona che ho visto, che si vede che soffre?».

Francesco non ha mancato di benedire Clelia, stringendola a sé, e di incoraggiare la mamma, alle prese con le mille questioni che una famiglia con un figlio con disabilità grave deve quotidianamente affrontare. Davvero una catechesi “pratica”, dunque, che la bellezza della vita di Clelia ha reso di grande efficacia.

In questa prospettiva, significativo è stato anche l’abbraccio del Papa alla comunità del movimento Fede e Luce della parrocchia di Folgosa e San Pietro Finis, della diocesi portoghese di Oporto. «Seguendo la testimonianza di Jean Vanier — spiegano il coordinatore Sérgio Pinto e l’assistente spirituale padre Joaquim Domingos de Cunha Areais — da settembre siamo accanto a dieci giovani con disabilità mentale che, giorno per giorno, si stanno integrando sempre meglio e vivono la gioia della loro vita di fede con le famiglie e i ragazzi che li sostengono».

Tra i presenti, padre Giuseppe Pisanelli, 93 anni, un frate minore della provincia di Benevento che ha voluto festeggiare con il Papa i settant’anni di sacerdozio. E Francesco gli ha riservato un’accoglienza del tutto particolare.

Il Pontefice ha salutato inoltre Michał Kurtyka, segretario di Stato del ministero dell’Ambiente della Polonia e presidente della Conferenza sul clima (Cop24), organizzata delle Nazioni Unite a Katowice a dicembre. Ad accompagnarlo l’ambasciatore polacco presso la Santa Sede, Janusz Kotański. In quella occasione è stato adottato il Katowice Rulebook che, in applicazioni agli Accordi di Parigi del 2015, introduce linee guida di fronte ai cambiamenti climatici. Con una particolare attenzione all’enciclica Laudato si’, per un approccio sociale e solidale nel quadro ecologico, cercando di dare risposte al «grido dei poveri».

Prima dell’udienza generale, nell’auletta, Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’ottavo incontro del Gruppo di lavoro tra la Santa Sede e la Repubblica Socialista del Vietnam che si tiene in Vaticano il 21 e il 22 agosto. Il Pontefice ha salutato personalmente i componenti della delegazione vietnamita guidata dal vice-ministro degli Affari esteri, To Anh Dung, e accompagnata da monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati.

Tratto da: L’Osservatore Romano

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“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

La morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo”
“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”
di Rodolfo Casadei – Tempi

“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame” dans Articoli di Giornali e News Arnaud_Beltrame

Ad Arnaud Beltrame sono stati impartiti l’estrema unzione e la benedizione apostolica in punto di morte venerdì sera 23 marzo nell’ospedale di Carcassonne da parte di padre Jean-Baptiste, canonico regolare dell’abbazia di Lagrasse, il sacerdote che lo stava preparando al matrimonio religioso con la moglie Marielle, alla quale era unito in matrimonio civile. Non è stato possibile celebrare un matrimonio in articulo mortis – diversamente da quello che hanno scritto alcuni giornali – perché il tenente colonnello della gendarmeria dell’Aude (la regione di Carcassonne) non era cosciente, a causa delle ferite infertegli dal terrorista Redouane Lakdim. Costui aveva infierito con coltellate e colpi di arma da fuoco contro la vittima, che si era offerta come ostaggio al posto di uno dei civili sequestrati dal 26enne franco-marocchino all’interno di un supermercato della località di Trèbes. Arnaud aveva lasciato aperta una chiamata del suo cellulare ai suoi compagni gendarmi per permettere loro di sapere cosa succedeva all’interno dell’edificio. Gli agenti sono intervenuti non appena hanno sentito i colpi di arma da fuoco attraverso il ricevitore, ma non abbastanza rapidamente da evitare che il tenente colonnello subisse ferite mortali: nelle prime ore di sabato 24 marzo Arnaud Beltrame è spirato. Prima di lui il terrorista aveva ucciso altre tre persone e ne aveva ferite 15 fra Carcassonne e Trèbes.

Subito dopo padre Jean-Baptiste ha scritto una testimonianza che ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’Abbazia dei Canonici di Lagrasse: «È stato a causa di un incontro fortuito durante una visita della nostra Abbazia, monumento storico, che ho fatto la conoscenza del tenente colonnello Arnaud Beltrame e di Marielle, con la quale si era sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo subito simpatizzato e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il prossimo 9 giugno. Abbiamo quindi passato molte ore a lavorare sui fondamentali della vita coniugale negli ultimi due anni. Avevo benedetto la loro casa il 16 dicembre e avevamo concluso il dossier canonico del matrimonio. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è arrivata 4 giorni prima della sua morte eroica. Questa giovane coppia veniva regolarmente all’abbazia per partecipare alle messe, agli uffici e alle catechesi, in particolare ad un gruppo di pastorale familiare che si chiama Nostra Signora di Cana. Facevano parte dell’équipe di Narbonne. Sono venuti non più tardi di domenica scorsa. Intelligente, sportivo, loquace e trascinatore, Arnaud parlava volentieri della sua conversione. Nato in una famiglia poco praticante, ha vissuto un’autentica conversione verso il 2008. Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove chiede alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si lega con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è celebrato all’abbazia bretone di Timadeuc a Pasqua del 2016. Appassionato della gendarmeria, nutre da sempre una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia, le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Quando si consegna al posto degli ostaggi, probabilmente è animato dalla passione del suo eroismo da ufficiale, perché per lui essere gendarme significava proteggere. Ma sa il rischio enorme che prende. Sa anche la promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle che è già sua moglie civilmente e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di correre un tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi suscita l’ammirazione di tutti. Sapeva, come ci ha detto Gesù, che “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Sapeva che, se la sua vita cominciava ad appartenere a Marielle, era anche di Dio, della Francia, dei suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità potesse richiedergli questo sacrificio sovrumano.
Sono riuscito a raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di venerdì sera. I gendarmi e i medici o le infermiere mi hanno fatto strada con una delicatezza notevole. Era vivo ma privo di sensi. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in punto di morte. Marielle rispondeva alle belle formule liturgiche. Eravamo un venerdì della Passione, proprio prima dell’inizio della Settimana santa. Avevo appena pregato l’ufficio dell’ora nona e la via crucis ricordandolo nelle intenzioni. Ho chiesto al personale infermieristico se gli si poteva lasciare una medaglia mariana, quella della rue du Bac a Parigi (la medaglia miracolosa di santa Caterina Labouret – ndt). Comprensiva e professionale, un’infermiera l’ha fissata sulla sua spalla. Non ho potuto sposarlo come è stato scritto maldestramente in un articolo, perché era privo di sensi. Arnaud non avrà mai figli carnali. Ma il suo impressionante eroismo susciterà, io credo, molti imitatori, pronti al dono di se stessi per la Francia e la sua gioia cristiana».

Che Arnaud Beltrame fosse un uomo e un militare che poteva dare in qualunque momento prova di abnegazione fino all’eroismo, lo si poteva intuire dal curriculum. Al suo attivo aveva già 4 decorazioni: la Medaglia d’onore degli affari esteri, la Croce al valor militare, la Medaglia della Difesa nazionale e il titolo di Cavaliere dell’ordine nazionale del Merito. Gli erano state tributate soprattutto per i servizi resi in Irak nel 2005-2006, dove aveva fatto parte come maggiore dello Squadrone paracadutisti d’intervento della Gendarmeria nazionale (Epign) incaricato della protezione dell’ambasciatore francese, e dove aveva partecipato a una missione ad alto rischio per mettere in salvo un cooperante francese che stava per essere rapito da una banda jihadista. In seguito era diventato comandante di compagnia della Guardia Repubblicana e assegnato per quattro anni alla sicurezza dell’Eliseo. Quindi altri scatti di carriera: comandante della compagnia di Avranches (Manche), consigliere alla sicurezza al ministero dell’Ecologia, ufficiale aggiunto di comando della gendarmeria dell’Aude, sotto la cui competenza ricadono Carcassonne e Trèbes. Beltrame era discendente di una famiglia di militari, anche il nonno e il padre, originari del dipartimento del Morbihan in Bretagna, avevano servito nelle forze armate. Lui aveva studiato al liceo militare dell’Accademia di Saint-Cyr, poi aveva fatto parte del 35° reggimento di Artiglieria paracadutista e dell’8° reggimento di artiglieria, prima di entrare alla Scuola ufficiali della Gendarmeria nazionale.

Pochi mesi fa Arnaud Beltrame aveva compiuto un pellegrinaggio a Santiago de Compostela in compagnia del padre, malato, che era deceduto pochi giorni fa e il cui funerale si era svolto il 16 marzo, una settimana appena prima dell’attacco terrorista a Trèbes. Commentando gli avvenimenti, il vescovo ordinario militare francese mons. Antoine de Romanet ha scritto: «Arnaud Beltrame non è la sola vittima della tragedia di questo 23 marzo, e i nostri pensieri e le nostre preghiere raggiungono ugualmente ciascuna delle vittime e ciascuno dei loro familiari e dei loro prossimi. Ogni morte è unica. Ogni morte è sconvolgente. Ma la morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo, mediatore fra Dio suo Padre e noi uomini, prendendo su di sé il peccato del mondo per la salvezza di tutti, affrontando la morte per convertirla in fonte di luce e di vita. E quale fonte straordinaria di Speranza nel meglio dell’uomo ci è stata qui consegnata nel mezzo delle tenebre, di fronte a una tragica volontà di annientare!».

Anche il Grande Oriente di Francia, al quale Arnaud Beltrame si era affiliato poco prima della conversione cattolica, ha reso un “vibrante omaggio” al tenente colonnello, «membro della Rispettabile Loggia Jérôme Bonaparte all’Oriente di Rueil-Nanterre». Secondo il periodico cattolico La Croix «egli aveva preso da qualche anno le distanze dalla massoneria, secondo la testimonianza di una persona a lui vicina».
La benedizione apostolica in punto di morte comporta l’indulgenza plenaria, cioè la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con l’assoluzione. Impartendola il sacerdote recita la formula «Per i santi misteri della nostra redenzione, Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti apra le porte del Paradiso e ti conduca alla gioia eterna», oppure: «In virtù della facoltà datami dalla Sede Apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste benedizioni papali e le annesse indulgenze furono concesse per la prima volta ai crociati e poi ai pellegrini che morirono durante il viaggio per ottenere l’indulgenza dell’Anno Santo. Papa Clemente IV (1265-1268) e Gregorio XI (1370-1378) la estesero alle vittime della peste. Inizialmente riservata al Papa in persona, la facoltà di impartirla fu estesa ai vescovi e ai sacerdoti da loro delegati da Benedetto XIV (1740-1758) con la costituzione Pia Mater.

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Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti»

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2016

Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti»
Papa Francesco ricorda le doti di un buon sacerdote nell’udienza alla Congregazione per il Clero, afferma che il prete non è un rigido “professionista della pastorale”, ma un uomo sempre vicino al “popolo”, di cui è padre e fratello, e soprattutto un “apostolo di gioia” del Vangelo. Poi lancia un appello: «Occhio alle ammissioni dei seminaristi», ha detto, «ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono» come «la polizia, l’esercito e il clero»
di Annachiara Valle – Famiglia Cristiana

Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti» dans Fede, morale e teologia

«I preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione». Papa Francesco si rivolge ai partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il clero in occasione del 50esimo anniversario dei decreti conciliari Optatam totius Presbyterorum ordinis per ricordare cosa deve essere un sacerdote. “Sommo sacerdote”, “servo” e “buon pastore”, per usare le immagini di Cristo come riferimento. E dunque “allo stesso modo vicino a Dio e agli uomini”, “che lava i piedi e si fa prossimo ai più deboli”, “che ha sempre come fine la cura del gregge”. 

«Il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano», dice Bergoglio ricordando l’importanza della famiglia, chiesa domestica, «lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni. Anche i preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione. È importante che i formatori e i preti stessi ricordino questo e sappiano tenere conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. Occorre che essa sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio, tenendo in ogni caso conto che è solo Cristo il Maestro da seguire e a cui configurarsi. Mi piace in questo senso ricordare quel fondamentale “centro di pastorale vocazionale” che è la famiglia, chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana, dove può germinare nei giovani il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale, da percorrere con impegno e generosità. In famiglia e in tutti gli altri contesti comunitari – scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici – impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro».

Il Papa chiede ai sacerdoti di non dimenticarsi «della mamma e della nonna, perché siete stati presi dal gregge». E ancora: «Non si può fare il prete pensando che uno è stato formato in laboratorio, no, comincia in famiglia». Papa Francesco spiega dunque che «un buon prete, dunque, è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore».

Un prete deve essere «un uomo pacificato», capace di «diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore. Non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo». E a braccio aggiunge: «Se tu hai una malattia, sei nevrotico, vai dal medico. Ti darà pastiglie che ti faranno bene, anche due, ma per favore che i fedeli non paghino le nevrosi del prete, non bastonare i fedeli, vicinanza di cuore». E riprende: «Noi sacerdoti siamo apostoli della gioia, annunciamo il Vangelo, cioè la “buona notizia” per eccellenza». 

Un prete «non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato; le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati da Dio, che ci prende « fra gli uomini », per costituirci « in favore degli uomini »». E dunque bisogna essere «autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari. Il popolo di Dio e l’umanità intera sono destinatari della missione dei sacerdoti, a cui tende tutta l’opera della formazione». Ricordando che «il prete è sempre “in mezzo agli altri uomini”, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata. Si diventa preti per stare in mezzo alla gente. Il bene che i preti possono fare nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone. Non sono filantropi o funzionari, ma padri e fratelli. Vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole: con questa testimonianza di vita possiamo evangelizzare, far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto anche attraverso i suoi ministri». 

Serve un buon esame di coscienza, serve chiedersi: «Se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). E il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei “spazi” privati? La risposta a questa domanda può aiutare ogni prete a orientare la sua vita e il suo ministero verso il Signore».

Infine ha lanciato un appello: «Occhi aperti nell’ammissione ai seminari» dei giovani che vogliono diventare preti. «Ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono» come «la polizia, l’esercito e il clero».

Il Papa ha raccontato a braccio un episodio di quando era maestro dei novizi nella Compagnia di Gesù. Un ragazzo «buono» non passò il test della psichiatra che disse a Bergoglio: «Questi ragazzi vanno bene fino a quando non si sono stabiliti, fino a quando non si sentono pienamente sicuri, poi cominciano i problemi. Padre – ha detto quel medico, secondo quanto oggi raccontato ai sacerdoti dallo stesso Papa Francesco – si è mai chiesto perché ci sono poliziotti torturatori?». Il Papa ha detto di non fidarsi quando un giovane «è troppo sicuro, rigido fondamentalista». Di qui l’invito a tenere gli «occhi aperti» nelle ammissioni ai seminari.

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Il Papa: “Occhio a preti rigidi (mordono!) e ad ammissioni in seminari”. E ai vescovi: “Presenti in diocesi, oppure dimettetevi!”

Posté par atempodiblog le 20 novembre 2015

Il Papa: “Occhio a preti rigidi (mordono!) e ad ammissioni in seminari”. E ai vescovi: “Presenti in diocesi, oppure dimettetevi!”
Colloquio a tutto campo del Papa con i sacerdoti partecipanti al convegno organizzato della Congregazione per il Clero alla Urbaniana
di Salvatore Cernuzio – Zenit

papa parla ai pretiFiori, frutti, funghi e foglie secche. Poi: preti rigidi che “mordono”; seminaristi quasi sadici perché, in fondo, “psichicamente ammalati”; mamme che danno “schiaffi spirituali” e vescovi giramondo che si preoccupano poco dei problemi in diocesi e che forse farebbero meglio a “dimettersi”. Sono le immagini e le metafore che costellano il ‘compendio’ sulla formazione e il ministero dei sacerdoti che Francesco stila oggi durante la lunga udienza ai partecipanti al Convegno alla Pontificia Università Urbaniana, promosso dalla Congregazione per il Clero in occasione del 50° anniversario dei Decreti Conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis. Due Decreti che – dice il Papa – sono “un seme” gettato dal Concilio “nel campo della vita della Chiesa” e che nel corso di questi cinque decenni “sono cresciuti, sono diventati una pianta rigogliosa, certamente con qualche foglia secca, ma soprattutto con tanti fiori e frutti che abbelliscono la Chiesa di oggi”. Insieme, essi sono “due metà di una realtà unica: la formazione dei sacerdoti, che distinguiamo in iniziale e permanente, ma che costituisce per essi un’unica esperienza di discepolato”.

I preti sono uomini, non formati in laboratorio

“Il cammino di santità di un prete inizia in seminario!”, sottolinea infatti Bergoglio, identificando tre fasi topiche: “Presi fra gli uomini”, “costituiti in favore degli uomini”, presenti “in mezzo agli altri uomini”. “Presi fra gli uomini” nel senso che “il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano; lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni”. “Anche i preti hanno una storia”, mica sono “funghi” che “spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione”, dice Francesco.  È importante, perciò, che i formatori e gli stessi preti tengano conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. “Non si può fare il prete credendo che uno è stato formato in laboratorio”, aggiunge a braccio, “no, incomincia in famiglia con la tradizione della fede e tutte le esperienze della famiglia”. Occorre, pertanto, che tutta la formazione “sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio”.

Famiglia primo centro vocazionale. “Non dimenticate mamme e nonne”

Soprattutto bisogna ricordare il fondamentale “centro di pastorale vocazionale” che è la famiglia: “chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana”, dove può germinare “il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale”. “Non dimenticatevi delle vostre mamme e delle vostre nonne”, esorta Francesco. Poi, elenca gli altri contesti comunitari: “scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici”, dove – dice – “impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro”.

“Un buon prete”, dunque, “è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore”, evidenzia Francesco. Per questo “la formazione umana” è necessaria per i sacerdoti, “perché imparino a non farsi dominare dai loro limiti, ma piuttosto a mettere a frutto i loro talenti”.

“I preti nevrotici? Non va… Vadano dal medico a farsi dare una pastiglia”

Inoltre un prete pacificato con sé stesso e con la sua storia “saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore”. Non è normale infatti “che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere”, osserva Papa Francesco: “Non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo. Ma se tu hai una malattia e sei nevrotico, vai dal medico! Dal medico clinico che ti darà una pastiglia che ti fanno bene. Anche due! Ma per favore che i fedeli non parlino delle nevrosi dei preti. E non bastonate i fedeli”.

I sacerdoti sono infatti “apostoli della gioia” e con il loro atteggiamento possono “favorire o ostacolare l’incontro tra il Vangelo e le persone”. “La nostra umanità è il ‘vaso di creta’ in cui custodiamo il tesoro di Dio”; bisogna perciò averne cura “per trasmettere bene il suo prezioso contenuto”. Mai un sacerdote deve “perdere la capacità di gioia, se la perde c’è qualcosa che non va”, raccomanda il Santo Padre.

E ammette “sinceramente” di aver “paura dei rigidi”: “I preti rigidi meglio tenerli lontano, ti mordono”, dice con ironia. “Mi viene in mente quello che disse Sant’Ambrogio nel secolo IV; dove c’è la misericordia c’è lo spirito del Signore. Dove c’è la rigidità, ci sono solo i suoi ministri. E il ministro senza il Signore diviene rigido. E questo è un pericolo per il popolo di Dio”.

“Mai e poi mai perdere le proprie radici!”

Inoltre, un prete – rimarca Francesco – “non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato”. “Le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati da Dio, che ci prende ‘fra gli uomini’, per costituirci ‘in favore degli uomini’”.

A tal riguardo, il Papa racconta un aneddoto: “Nella Compagnia, alcuni anni fa, c’era un prete bravo, bravo, giovane, due anni di sacerdozio… È entrato in confusione, ha parlato col padre spirituale, con i superiori, i medici: ‘Io me ne vado, non ne posso più’. Io conoscevo la mamma, gente umile, non una di queste ‘donnacce’… e gli ho detto: ‘Perché non vai dalla tua mamma e le dici tutto questo?’. E lui è andato, ha passato una giornata con la mamma. È tornato così. La mamma gli ha dato due schiaffi spirituali, gli ha detto 3 o 4 verità, lo ha messo al suo posto, è andato avanti. Perché? Perché è tornato alla radice”.

“Prega come hai imparato a pregare da bambino”

Quindi “in seminario – spiega il Papa – tu devi fare la preghiera mentale. Si, si, questo si deve fare, imparare. Ma prima di tutto prega come ti ha insegnato tua mamma, come hai imparato a pregare da bambino. Anche con le stesse parole. Incomincia a pregare così, poi andrai avanti nella preghiera”.

Pastori, non funzionari

Le radici, quindi. “Questo è un punto fondamentale della vita e del ministero dei presbiteri”, afferma Francesco. L’altro è che “si diventa preti per servire i fratelli e le sorelle”. Perché “non siamo sacerdoti per noi stessi e la nostra santificazione è strettamente legata a quella del nostro popolo, la nostra unzione alla sua unzione”. Sapere e ricordare di essere “costituiti per il popolo”, aiuta inoltre i preti “a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali”. Insomma, “pastori, non funzionari”. Tantomeno il sacerdote è “un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata”. No, no, “ciò che dal popolo è nato, col popolo deve rimanere”. Il prete è sempre “in mezzo agli altri uomini” e “si diventa preti per stare in mezzo alla gente”, ribadisce Bergoglio.

Vescovi impegnati e viaggiatori: “Se  non te la senti di rimanere in diocesi, dimettiti!” 

Quindi la “vicinanza” è un requisito fondamentale, che è richiesto anche ai “fratelli vescovi”. “Quante volte – esclama il Papa a braccio – sentiamo le lamentele dei preti: ‘Ma ho chiamato al vescovo perché ho un problema, la segretaria mi ha detto che è molto occupato, che è in giro, che non può attendermi entro tre mesi! Un vescovo sempre è occupato, grazie a Dio. Ma se tu, vescovo, ricevi la chiamata di un prete e non puoi incontrarlo perché hai tanto lavoro, almeno prendi il telefono e chiamalo. E chiedigli ‘ma è urgente, non è urgente?’, in modo che ti sente vicino”.

Purtroppo invece “ci sono vescovi che sembrano allontanarsi dai preti”, laddove “vicinanza” può essere anche una telefonata”, un segno semplice “di amore di padre, di fratellanza”, prioritario rispetto alla “conferenza in tale città” o a “un viaggio in America”. “Ma senti, eh!”, bacchetta Francesco, “il decreto di residenza di Trento è ancora vigente e se tu non te la senti di rimanere in diocesi, dimettiti! E gira il mondo facendo un altro apostolato molto buono… Ma se tu sei vescovo di quella diocesi: residenza”.

Il bene che preti e vescovi possono fare “nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone”. Perché non sono “filantropi o funzionari”, appunto, ma “padri e fratelli” che devono garantire “viscere di misericordia, sguardo amorevole”. “La paternità di un sacerdote fa tanto bene”, nel senso di “far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto attraverso i suoi ministri”.

“Se non si può assolvere, si dia una benedizione”

Perché “Dio non rifiuta mai”. E qui un’altra ‘bastonata’ del Papa, tutta a braccio: “Penso ai confessionali – dice -, Sempre si possono trovare strade per dare l’assoluzione. Alcune volte non si può assolvere. Ma ci sono preti che dicono: ‘No, questo non si può fare, vattene via!’. Questa non è la strada… Se tu non puoi dare l’assoluzione spiegagli: ‘Dio ti ama tanto. Per arrivare a Dio ci sono tante vie. Io non ti posso dare l’assoluzione, ti dò la benedizione. Torni, torni sempre qui che io ogni volta le darò la benedizione come segno che Dio la ama. E quell’uomo, quella donna, se ne andrà pieno di gioia perché ha trovato l’icona del Padre che non rifiuta mai”.

Un prete non ha “spazi privati”

Francesco invita quindi ad un “buon esame di coscienza” utile a orientare la propria vita e il proprio ministero a Dio: “Se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? Il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei ‘spazi’ privati?”. Attenzione - dice - perché “un prete non può avere uno spazio privato o è col Signore. Io penso ai preti che ho conosciuto nella mia città, quando non c’era la segreteria telefonica, dormivano col telefono sotto il comodino e quando chiamava la gente, si alzavano e andavano a dare l’unzione. Non moriva nessuno senza sacramenti… Neppure nel riposo avevano uno spazio privato. Questo è essere apostolico”.

“Occhi aperti alle ammissioni ai seminari. Dietro i rigidi ci sono disturbi psichici”

Un’ultima riflessione, prima di concludere, Francesco la affronta – ancora a braccio – sullo spinoso tema del discernimento vocazionale e della ammissione al seminario. Bisogna “cercare la salute di quel ragazzo”, raccomanda, la “salute spirituale, materiale, fisica, psichica”. Un altro aneddoto: “Una volta appena nominato maestro dei novizi, anno ’72, sono andato a portare per la prima volta dalla psichiatra gli esiti del test di personalità che si faceva come uno degli elementi del discernimento. Lei era una brava donna e una buona cristiana, ma in alcuni casi era inflessibile: “‘Questo non può’. ‘Ma dottoressa, è tanto buono questo ragazzo!’. ‘Ma sappia, padre – spiegava la psichiatra al futuro Papa – ci sono giovani che sanno incoscientemente di essere psichicamente ammalati e cercano dalla sua vita strutture forti che li difendano e così poter andare avanti. E vanno bene fino al momento che si sentono ben stabiliti, poi lì cominciano i problemi…’”.

“Lei non ha pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori?”, domandava la donna, “entrano giovani, sembrano sani, ma quando si sentono sicuri la malattia incomincia a uscire”. Polizia, esercito, clero, sono infatti “le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti”, osserva Papa Francesco, “e poi tante malattie che tutti noi conosciamo”. “È curioso – aggiunge -: quando un giovane è troppo rigido, troppo fondamentalista, io non ho fiducia. Dietro di quello c’è qualcosa che lui stesso non sa”.

Quindi un monito chiaro: “Occhio alle ammissioni ai seminari, occhi aperti”.

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Per approfondire
2e2mot5 dans Diego Manetti Udienza ai partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il Clero in occasione del 50.mo anniversario dei Decreti Conciliari “Optatam totius” e “Presbyterorum ordinis”, 20.11.2015 – Bollettino – Sala Stampa della Santa Sede

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Il canto che guarisce

Posté par atempodiblog le 5 juin 2015

“La musica si presenta anzitutto come un intervallo fra due silenzi – il silenzio dell’attesa e dell’ascolto, da una parte, e il silenzio degli effetti che può produrre nell’interiorità di chi l’ascolta – non è difficile cogliere come essa stabilisca fra il compositore, l’esecutore e il fruitore una sorta di canale comunicativo, aperto su diversi registri di comunicazione.

Così, la musica può unire coloro che fruiscono insieme dello stesso atto musicale, nel tempo o nello spazio, o più radicalmente si fa ponte fra il cuore della persona toccata dalla musica e la totalità del reale fin nelle sue dimensioni più abissali, quelle che si perdono nel mistero che avvolge ogni cosa”.

di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il canto che guarisce dans Canti nxvmo8

Il canto che guarisce
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Ma il canto! era il canto che mi andava al cuore…” (JRRT)

Nel breve discorso rivolto agli organizzatori del Concerto dei poveri per i poveri – idealmente collegato all’apertura della Cappella Sistina per 150 clochard, avvenuta a marzo – lo scorso 14 maggio, Papa Francesco condensava in poche righe la funzione guaritrice della bellezza.

La musica ha questa capacità di unire le anime e di unirci con il Signore, sempre ci porta… è orizzontale e anche verticale, va in alto, e ci libera delle angosce. Anche la musica triste, pensiamo a quegli adagi lamentosi, anche questa ci aiuta nei momenti di difficoltà”. 

La musica, ma il discorso del Santo Padre è applicabile a qualsiasi forma d’arte, ci guarisce dalle angosce proprio nella misura in cui ci distoglie dall’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. E si tratta di una gioia duratura, “non un’allegria divertente di un momento, no: il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”. Nel duplice movimento verticale – verso il Signore – e orizzontale – verso i fratelli -, il Papa ci dona anche un criterio di discernimento per distinguere la vera gioia donata dall’arte e non confonderla con un piacere effimero, sulla scia della distinzione tra vera e falsa bellezza già espressa in più occasioni dal predecessore:

una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

A sua volta, il pontefice gesuita aggiunge un ulteriore elemento nel distinguere tra “un’allegria divertente di un momento” e una gioia duratura che “rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”, riecheggiando quel discernimento degli spiriti di cui è maestro il suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola. Negli Esercizi Spirituali, Ignazio ci invita a riconoscere l’albero dai suoi frutti (cfr Lc 6 ,43 ss), poiché quando c’è vera gioia spirituale, “l’anima continua nel fervore e avverte il favore divino e gli effetti che seguono la consolazione passata”. In altre parole, la gioia che scaturisce dalla vera bellezza si contraddistingue dalla continuità dei suoi effetti, nella misura in cui ci guarisce dal ripiegamento in noi stessi, ci libera dalle nostre gabbie interiori, ridestando l’apertura verso il reale e la meraviglia di far parte di una famiglia “cosmica” che va da Dio al prossimo, passando per l’intera Creazione.

“Voi non l’avete visto, ma quel cavaliere Nero si è fermato proprio qui, e stava strisciando verso noi, quando giunsero le note della canzone. Appena ha sentito le voci è fuggito via” (JRRT)

La funzione guaritrice della bellezza emerge sin dai tempi antichi. Nel primo libro di Samuele, al re Saul viene proposta una “terapia” musicale di fronte ai turbamenti di uno spirito cattivo – e i Padri del Deserto insegnano che lo spirito cattivo non spaventa necessariamente con corna e zampe caprine, ma anche molto più sottilmente attraverso la multiforme minaccia dei pensieri negativi.

Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio” (1 Sam 16,16). Per Saul trovarono un cantore d’eccezione che sarebbe divenuto il suo successore. “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sam 16,23).

Sarà per questo che talora nei momenti di sconforto cerchiamo rifugio nella musica – salvo rinchiudersi ancora di più negli auricolari –, o in mezzo al verde, per spegnere le luci e i rumori del quotidiano, e lasciar spazio ai colori della Creazione, al profumo di un prato, alla calma silente di un lago, al cinguettio degli uccelli, allo scroscio dell’acqua, al candore di una cima innevata come neonati piangenti che cercano riposo nell’abbraccio materno. Cerchiamo, in definitiva, di rompere le varie gradazioni di grigio che dominano il nostro mondo e tornare a godere un po’ di quello che doveva essere l’orizzonte quotidiano di tempi andati, certamente carenti di molte comodità materiali (di cui, beninteso, sarebbe assurdo privarci), ma forse meglio di noi attrezzati ad accogliere la vita nel suo inestricabile intreccio di gioie e dolori. Tempi che ci hanno donato non solo castelli e cattedrali, bensì un istinto della bellezza disseminato nelle umili ma splendide casette dei nostri centri storici, in paesaggi incantevoli plasmati dalla sapienza di generazioni di contadini, persino nei corredi cuciti con arte dalle madri per le figlie e dove anche la fatica delle faccende domestiche si trasfigurava nel canto delle lavandaie – avete invece mai visto qualcuno cantare, o almeno sorridere, mentre fa il bucato nelle nostre lavatrici self service a gettoni? Di quel mondo abituato alla lode traspariva un’eco nell’anziana signora che vidi passare un giorno: portava sulla testa con eleganza il suo cesto di vimini e durante il tragitto…cantava! Cantava, come aveva imparato da ragazza, in un’epoca lontana anni luce dalla nostra – benché distante solo poco più di mezzo secolo – e paradossalmente più vicina a quella Palestina di duemila anni fa, in cui una semplice ragazza di Nazareth improvvisava spontaneamente un celebre inno: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Lc 1,46-47).

…si accorsero improvvisamente che il canto sgorgava spontaneamente dalle loro labbra, quasi fosse più semplice e naturale cantare che parlare” (JRRT)

Al declinare degli inni corrisponde il mutismo delle pietre: all’incanto dei borghi e dei paesaggi – confinati a “riserve turistiche” – si è sostituito il proliferare di “non luoghi” costruiti e abitati da gente che non ha più nulla da cantare forse perché ha smesso anche di sorridere. Archiviato ogni legame trascendente, verso l’alto e verso l’altro, ritrovandosi senza Padre e senza fratelli, prigioniero del proprio individualismo, l’uomo moderno non trova più cetre in grado di scuoterlo dal torpore.

Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo?” chiedeva il Santo Padre, invitando a esaminarci sulla capacità di lodare: “Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?” (Omelia a S.Marta, 28 gennaio 2014).

L’arte esprime la lode, ma l’uomo moderno ne è divenuto incapace, imprigionato in quell’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. Si rende grazie quando si riconosce di aver ricevuto un dono, non quando si concepisce l’intera realtà come qualcosa di interamente prodotto da noi stessi o comunque manipolabile a comando. Si ringrazia per il sole che illumina e scalda, per la pioggia che feconda la terra, per il legno e la pietra, per l’acqua e il fuoco, per il raccolto, per la festa, ma quale lode potranno mai ispirare le colate di cemento e le luci artificiali? Possiamo ancora costruire castelli e cattedrali, colonne e le vetrate, persino le colline, le siepi, ma tutto questo necessita di un solido fondamento, poiché la bellezza ha come fondamento la dimensione festiva della realtà, riflesso di quella primordiale contemplazione di Dio stesso all’atto della Creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,29). Non importa quanto grigio invada il nostro orizzonte, né quanto dolore affligga la nostra vita: le generazioni passate non mancavano di contrarietà, tuttavia cantavano e facevano cantare persino la materia, facendo di una piccola chiesetta di campagna uno scrigno di bellezza, vivendo anche le fatiche nella prospettiva di quella festa cosmica che intravediamo tra le pieghe (e le piaghe!) del quotidiano. “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare – raccomandava J.R.R.Tolkien a suo figlio che si trovava in guerra –  Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto”.  Per ricominciare a costruire, perché il mondo intorno a noi ricominci a cantare, risvegliandosi dalla tristezza, non occorre cercare lontano: dobbiamo recuperare la cetra nel nostro stesso cuore.

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Argentina, candidato agli altari in giacca e cravatta

Posté par atempodiblog le 4 mai 2015

Argentina, candidato agli altari in giacca e cravatta
Parla il postulatore della causa Shaw, l’imprenditore argentino «ricco ma santo» citato dal Papa in una recente intervista
di Andrea Bonzo – Vatican Insider

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Potrebbe essere il primo beato al mondo «in giacca e cravatta». E se lo dice il Papa, c’è da crederci. «Sto portando avanti la causa di beatificazione di un ricco imprenditore argentino, Enrique Shaw che era ricco, ma santo», ha rivelato il pontefice in una recente intervista con l’emittente messicana Televisa. «Una persona può avere denaro», ha affermato Francesco, spiegando come la sua frequente condanna al «dio denaro» non vuole essere un’accusa ai ricchi in quanto tali. «Dio il denaro lo concede perché lo si amministri bene. E quest’uomo lo amministrava bene. Non con paternalismo, ma facendo crescere quelli che avevano bisogno del suo aiuto».

Le parole del Papa su Shaw, passate quasi inavvertite sui media europei, hanno avuto molta eco in Argentina. «Per noi è stata una grande allegria che il Papa lo abbia menzionato», conferma a Terre d’America il postulatore Juan Navarro Floria. «Conosceva perfettamente la situazione; è stato lui a chiedere a Roma di aprire la causa quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires», riferisce Navarro Floria, avvocato e docente di Diritto ecclesiastico. «Ha iniziato la causa qui come Arcivescovo e l’ha ricevuta a Roma, da Papa. È bello che la senta propria».

Enrique Shaw potrebbe essere il primo imprenditore al mondo a essere dichiarato beato. Ragioni ce ne sono. La biografia di questo argentino lo vede fortemente impegnato nella difesa dei diritti degli operai e nel difficile tentativo di coniugare impresa e valori cristiani. Una figura modernissima, commenta Navarro Floria. «Un laico, un padre di famiglia, dirigente della società civile impegnato nella chiesa del suo tempo. Insomma, un nostro contemporaneo, quando solitamente i santi appartengono ad altre epoche, anche dal punto di vista iconografico».

Shaw, rampollo di una famiglia altolocata di Buenos Aires, dopo una breve parentesi in marina («fu tra i primi ufficiali a dare la comunione ai soldati, quando la pratica era mal vista nell’esercito argentino» ricorda Navarro Floria), decise di dedicarsi agli affari al termine della seconda guerra mondiale. Nel 1952 fondò, insieme ad altri imprenditori, l’Associazione Cristiana dei Dirigenti di Impresa (Acde), ancora molto attiva e facente parte dell’Uniapac, l’Unione mondiale degli Imprenditori cattolici, il cui presidente attuale è proprio un argentino. Fu inoltre tra i fondatori dell’Università Cattolica argentina, presidente dell’Azione cattolica del suo paese e fondatore del Movimento familiare cristiano.

Ma la sua fede gli causò anche problemi. Nel 1955, durante la fase finale del primo governo di Perón, Shaw fu tra le persone imprigionate in seguito all’ondata di violenze che si scatenò in Argentina contro esponenti cattolici, religiosi e laici, e durante la quale vennero anche incendiate diverse chiese e la curia di Buenos Aires. «Fu un momento drammatico, perché nessuno poteva sapere cosa sarebbe successo», spiega Navarro Floria. Ma anche in quel caso Shaw diede dimostrazione di altruismo. «Raccogliendo il materiale per la causa di canonizzazione ci siamo imbattuti in testimonianze molto belle. Per esempio, la gente raccontava di come Shaw regalasse ai compagni di cella i materassi che la sua famiglia gli portava perché stesse più comodo. Lo stesso faceva con il cibo, si prendeva cura dei compagni di prigionia».

Shaw fu un lavoratore instancabile, che nell’azienda di cui fu amministratore delegato, le «Cristallerie Regolleau», ideò un – per l’epoca innovativo – fondo pensionistico e una mutua per garantire servizi medici, sussidi per malattia e prestiti per urgenze in casi di matrimoni, nascite o morti per i 3400 operai.

Un imprenditore che fu sempre coerente con i valori in cui credeva, anche quando si scontravano con le dure leggi del mercato, tema quest’ultimo particolarmente caro a papa Francesco. Un esempio fu quanto accadde nel 1961, quando l’azienda diretta da Shaw venne ceduta a capitali statunitensi; i soci d’oltremare decisero di licenziare 1200 persone. Shaw, già malato del tumore che l’avrebbe ucciso un anno dopo, a soli 41 anni, «si oppose – benché sapesse fosse la decisione economicamente più razionale – dicendo che prima avrebbero dovuto licenziare lui», spiega Navarro Floria. «Quindi ideò un piano che prevedeva il mantenimento di tutto il personale destinando alcuni operai ad altre mansioni fino a quando il momento di crisi non sarebbe stato alle spalle. In quell’occasione viaggiò addirittura negli Stati Uniti per affrontare gli azionisti e convincerli a non licenziare gli impiegati. Ha sempre privilegiato questo aspetto» assicura il Postulatore argentino.

Il profilo imprenditoriale di Shaw ha portato due storici spagnoli, Gustavo Villapalos e Enrique San Miguel, a paragonarlo, nel libro «Il Vangelo degli audaci», ad altri cattolici che si sono distinti nel XX secolo per il loro impegno sociale e politico, personaggi del calibro di Konrad Adenauer, Robert Kennedy o Aldo Moro.

Shaw imprenditore e Shaw studioso della dottrina sociale della Chiesa e della teologia francese. «Fu un precursore dello spirito del Concilio», sintetizza Navarro Floria. Le sue idee le espresse in congressi, conferenze, pubblicazioni e scritti. Un lascito monumentale. «Uno dei lavori più difficili della causa di canonizzazione è stato riunire tutti gli scritti di Shaw, che sono stati inviati a Roma nel 2013 e approvati dalla Congregazione per la Causa dei Santi nel gennaio del 2015. Per noi è stata una gioia che il Papa lo abbia citato – osserva Navarro Floria – anche perché è una causa che sente sua, l’ha aperta qui nel 2005, quando era arcivescovo di Buenos Aires e l’ha ricevuta a Roma da Papa».

Rimane da designare il relatore per la positio, a cui sta lavorando la postulatrice a Roma, Silvina Correale, puntualizza Navarro Floria. È il primo passo perché Shaw venga dichiarato venerabile. A quel punto bisognerà aspettare il miracolo. Segnalazioni di grazie ricevute ce ne sono, ammette il postulatore dando prova di cautela, «ma bisogna essere sicuri; qui siamo già in un campo che non dipende più dalla volontà umana…».

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Misericordia, cosa ci chiede Francesco

Posté par atempodiblog le 31 mars 2015

Verso il Giubileo
Misericordia, cosa ci chiede Francesco
di Stefania Falasca – Avvenire

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Alla misericordia non si chiede il conto: «O siamo gente che si lascia amare da Dio o siamo degli ipocriti». Dopo l’annuncio dell’Anno giubilare sulla misericordia, le omelie di Santa Marta, in particolare, sono il pulpito della coscienza per molti fedeli. Francesco proprio in queste ultime settimane ha ripreso il tema con parole efficaci, perché «la misericordia è centrale, fondamentale, non è solo un atteggiamento pastorale, è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù», il volto e l’agire di Dio, ed è missione suprema della Chiesa lasciare che essa si manifesti. Così la predicazione di Francesco apre quotidianamente a questo percorso personale e collettivo di conversione che – come ha chiarito ai cardinali nell’ultimo Concistoro – è quello «di effondere la misericordia divina a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero, di non condannare eternamente nessuno, di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani, di adottare integralmente la logica dell’amore Dio».

Sempre le sue parole si tessono sulle letture liturgiche del giorno conformandosi a quella logica ermeneutica che san Paolo definisce «i sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Questo affinché «la misericordia, che è la potente forza di reintegrazione che sgorga dal cuore di Cristo», grazie alla voce della Chiesa possa toccare ogni persona, adesso. Con san Tommaso d’Aquino Francesco afferma che «alla misericordia spetta donare ad altri» soprattutto ciò che «più conta: sollevare le miserie altrui». «Compito» questo, dice san Tommaso, che riguarda «specialmente chi è superiore» (Eg 37). Le parole del Papa si fanno particolarmente incisive nei confronti di coloro che chiudono non solo a loro stessi, ma anche agli altri le porte al manifestarsi dell’amore Dio. Si fanno anche severe con coloro «che non aperti alla parola del Signore» si rendono impermeabili alla grazia a causa dell’indurimento e della corruzione del loro cuore, come lo sono le parole di Gesù nel Vangelo nei confronti dell’ipocrisia farisaica, dei corrotti, che vivono il peccato in modo nascosto e senza pentimento approfittando della loro posizione.

Nell’omelia del 12 marzo ha affermato: «O tu sei sulla via dell’amore o tu sei sulla via dell’ipocrisia. O tu ti lasci amare, accarezzare dalla misericordia di Dio, o fai quello che tu vuoi secondo il tuo cuore che si indurisce sempre di più». Non c’è, ha ribadito Francesco, una terza via. E chi «non raccoglie con il Signore» non solo «lascia le cose come stanno», ma «peggio: disperde, rovina; è un corrotto che corrompe». Per questa infedeltà «Gesù pianse su Gerusalemme» e «su ognuno di noi». Nel capitolo 23 di Matteo, ha ricordato il Papa, si leggono parole terribili contro i «dirigenti che hanno il cuore indurito e vogliono indurire il cuore del popolo». «Dice Gesù: “Verrà su di loro il sangue di tutti gli innocenti, incominciando da quello di Abele”». Per i corrotti «Gesù usa quella parola: ipocriti, sepolcri imbiancati, belli fuori ma dentro pieni di putredine». Questo, ha sottolineato il Papa, succede anche alle istituzioni. Ma «dove non c’è misericordia, non c’è giustizia». E su tale aspetto si è soffermato nell’omelia del 23 marzo, partendo dalle letture del libro di Daniele e dal Vangelo di Giovanni sui giudici corrotti. Il problema di fondo, ha spiegato, è che questi «non conoscevano cosa fosse la misericordia», perché «la loro corruzione li portava lontano dal capirla». Invece «la Bibbia ci dice che proprio in essa è il giusto giudizio».

A fare le spese della sua mancanza, sottolinea Francesco, «è ancora oggi il popolo di Dio che soffre quando trova – anche nella Chiesa, che è santa, peccatrice, bisognosa – giudici affaristi, viziosi e rigidi, che puniscono nei penitenti quello che nascondono nella loro anima». Papa Francesco desidera che nella Chiesa regni la misericordia che è il manifestarsi di Dio e anche le due assemblee sinodali dedicate alla famiglia e alle sue fragilità sono state pensate e strutturate in modo tale che la Chiesa si possa interrogare su di essa e si faccia carico della miseria umana e la sollevi a immagine del suo Signore, come è nel Vangelo. «La Chiesa – ha ripreso nell’omelia del 17 marzo – è la casa di Gesù, e Gesù accoglie, ma non solo accoglie: va a trovare la gente». «E se la gente è ferita – si è chiesto – cosa fa Gesù? La rimprovera, perché è ferita? No, viene e la porta sulle spalle». Questa, ha affermato il Papa, «si chiama misericordia». Proprio di questo parla Dio quando «rimprovera il suo popolo: “Misericordia voglio, non sacrifici!”». Il Papa ritorna così sui cristiani che si comportano come gli scribi e i farisei che si scandalizzano. Anche oggi ci sono cristiani che si comportano come i dottori della legge e «fanno lo stesso che facevano con Gesù», obiettando: «Ma questo dice un’eresia, questo non si può fare, questo va contro la disciplina della Chiesa, questo va contro la legge».

«I giudei perseguitavano Gesù perché faceva il bene anche il sabato e non si poteva fare» e attualizzando la sua riflessione spiega: «Questo avviene anche oggi. Un uomo, una donna che si sente malato nell’anima, triste, che ha fatto tanti sbagli nella vita, a un certo momento sente che le acque si muovono, c’è lo Spirito Santo che muove qualcosa; o sente una parola». Ma quell’uomo «quante volte oggi nelle comunità cristiane trova le porte chiuse». Forse si sente dire: «Tu non puoi, no, tu non puoi; tu hai sbagliato qui e non puoi. Se vuoi venire, vieni alla messa domenica, ma rimani lì, ma non fare di più». Succede così che «quello che fa lo Spirito Santo nel cuore delle persone, i cristiani con psicologia di dottori della legge distruggono». Nell’omelia del 26 marzo mostrando sempre gli effetti della mancanza di misericordia appare ancora più efficace: «Erano dottori della legge ma senza fede!», perché essendo la fede l’incontro con una Persona non con un sistema astratto di dottrine «questi dottori avevano perso anche la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo».

Il Papa si è espresso con molta chiarezza su questo. Purtroppo accade a volte come a Giuda, che «non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro». Se infatti non si riconosce più il Misericordioso, il cristianesimo si snatura riducendosi a ideologia, a sistema di idee, delle quali farsi proprietari per poi brandirle come clava verso gli altri. Considerarsi comunità di eletti, distinti da ingiusti e peccatori, ravvisabili sempre negli altri fuori, non appartiene allo sguardo di Cristo. Chi è il peccatore? «Innanzitutto io», dice il cristiano.

Nell’omelia del 17 marzo, papa Francesco ha concluso la riflessione suggerendo un impegno per la vita quotidiana di ognuno: «È tempo per convertirci». Qualcuno potrebbe ancora replicare: «Ma Padre, ci sono tanti peccatori sulla strada… noi disprezziamo questa gente». «Ma a costui va detto: “E tu? Chi sei? E tu chi sei, che chiudi la porta del tuo cuore a un uomo, a una donna, che ha voglia di migliorare, di rientrare nel popolo di Dio, perché lo Spirito Santo ha agitato il suo cuore?”». «Tu chi sei?». «“Neanch’io ti condanno”. Così Cristo è stato di fronte all’adultera», ha ricordato il Papa. Per concludere: «Chiediamo oggi al Signore la conversione alla misericordia di Gesù». Solo così «la legge sarà pienamente compiuta, perché la legge è amare Dio e il prossimo, come noi stessi».

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Papa al clero: chi chiacchiera è terrorista che butta bombe

Posté par atempodiblog le 22 mars 2015

Papa al clero: chi chiacchiera è terrorista che butta bombe
Mettiamo Gesù “al centro della vita”, superando le chiacchiere che “distruggono”. Lo ha detto il Papa al Duomo di Santa Maria Assunta di Napoli, dove ha incontrato il clero e i religiosi locali, alla presenza anche delle claustrali della diocesi. Francesco ha quindi venerato le reliquie di San Gennaro e si è verificato l’evento della liquefazione del sangue del patrono della città. Arrivando alla cattedrale, il Pontefice aveva pure acceso un cero votivo alla Madonna del Principio.
di Giada Aquilino- Radio Vaticana

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Cardinale Sepe: “Segno che San Gennaro vuol bene al Papa, che è ‘napoletano’ come noi, il sangue è metà sciolto già”!

Papa Francesco: “Il vescovo ha detto che il sangue è metà sciolto: si vede che il Santo ci vuole a metà. Dobbiamo convertirci un po’ più tutti perché ci voglia più bene”.Papa Francesco, di fronte all’evento della liquefazione del sangue di San Gennaro, invita a compiere un cammino di conversione. Nel Duomo di Napoli, il suo intervento a braccio – perché, dice, i discorsi preparati “sono noiosi” – è stato una riflessione suscitata dalle domande di don Aldo Giosuè e padre Salvatore, sulla bellezza dell’essere preti e sui segni di speranza nella vita consacrata.

Gesù al centro
Da Francesco, l’esortazione a mettere Gesù al “centro della vita”:

“Il cammino nella vita consacrata è andare nella sequela di Gesù; anche la vita consacrata in genere, anche per i sacerdoti: andare dietro a Gesù e con voglia di lavorare per il Signore”.

Le chiacchiere distruggono
La strada, afferma il Papa, è quella di andare oltre le chiacchiere, che “distruggono”:

“Quello che chiacchiera è un terrorista che butta una bomba, distrugge e lui è fuori”.

Il diavolo, aggiunge, “ci tenta sempre con gelosie, invidie, lotte interne, antipatie”, cose che – spiega – “non ci aiutano a fare una vera fratellanza”, dando invece “testimonianza di divisione”. Se la vocazione significa lasciare o non avere una famiglia, i figli, l’amore coniugale, per finire a litigare col vescovo, con i fratelli sacerdoti, con i fedeli, “questa non è testimonianza”.

Fratellanza
La via, ricorda il Pontefice al clero partenopeo, è quella della fraternità diocesana, sacerdotale e delle comunità religiose. Ai seminaristi dice:

“Se voi non avete Gesù al centro, ritardate l’ordinazione. Se non siete sicuri che Gesù è il centro della vostra vita, aspettate un po’ più di tempo, per essere sicuri. Perché al contrario, incomincerete un cammino che non sapete come finirà”.

La preghiera alla Madonna
In Duomo ci sono anche le claustrali di 7 conventi della diocesi, che non contengono la loro gioia nell’abbracciare il Santo Padre. Francesco sollecita tutti i presenti a pregare la Madonna, perché – afferma – a chi non prega Maria, “la Madonna non gli darà il Figlio”:

“Dare testimonianza di Gesù e, per andare dietro a Gesù, un bell’aiuto è la Madre: è Lei che ci dà Gesù. Questa è una delle testimonianze”.

L’affarismo non entri nella Chiesa
Il Papa menziona poi lo spirito di povertà, “che non è – spiega – lo spirito di miseria”:

“Quando nella Chiesa entra l’affarismo, sia nei sacerdoti che nei religiosi, è brutto, brutto”…

Una vita mondana non aiuta
Quindi l’invito alle opere di misericordia e l’attenzione al pericolo “della mondanità”, al “vivere con lo spirito del mondo che Gesù non voleva”. Parla dell’eccesso di comodità e racconta di un collegio di suore “nella diocesi – dice – che avevo prima”, dove in ogni stanza era stato collocato un televisore: all’ora della telenovela “non trovavi una suora in collegio”, aggiunge. A proposito del problema del calo delle vocazioni, la testimonianza è una delle caratteristiche che attira, mentre “una vita comoda, una vita mondana non ci aiuta”.

Nella gioia, il Signore è sempre fedele
Altra testimonianza indicata dal Papa, la gioia che significa “vedere che il Signore è sempre fedele”:

“I consacrati o i sacerdoti noiosi, con amarezza di cuore, tristi hanno qualcosa che non va e devono andare da un buon consigliere spirituale, un amico, dire: ‘Ma, non so cosa succede nella mia vita’”.

Anche nel discorso preparato per l’incontro al Duomo e consegnato al cardinale Sepe, il Pontefice ispirandosi alla Lettera ai consacrati, scritta dal Papa stesso nel novembre scorso, aveva sollecitato a chiedersi se nelle comunità oggi ci sia gratitudine e “gioia di Dio che colma il nostro cuore” e non “volti tristi, persone scontente e insoddisfatte”. Nel testo il Santo Padre aveva invitato inoltre a “testimoniare, con umiltà e semplicità, che la vita consacrata è un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo”, un dono “da condividere, portando Cristo in ogni angolo di questa città”.

Uscire, per andare fuori a predicare Cristo
Congedandosi da Santa Maria Assunta, Francesco raccomanda l’adorazione del Signore, l’amore per la “sposa” di Gesù – cioè la Chiesa che, ricorda, “non è una ong” – e lo zelo apostolico, la missionarietà: uscire da se stessi “per andare fuori” a predicare la rivelazione di Cristo.

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Il Papa a Tor Bella Monaca tra gente “buona” con l’unico “difetto” di essere povera

Posté par atempodiblog le 9 mars 2015

Il Papa a Tor Bella Monaca tra gente “buona” con l’unico “difetto” di essere povera
Nel quartiere alla periferia di Roma, Francesco incontra malati, suore e fedeli. Intavola un dialogo con i bambini e nell’omelia ricorda che la “doppia faccia” allontana da Cristo
di Salvatore Cernuzio – Zenit

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“La gente di Tor Bella Monaca è gente buona. Ha solo un difetto, lo stesso che avevano Gesù, Giuseppe e Maria, quello di essere poveri. La povertà, con la differenza che Gesù e Giuseppe avevano lavoro, tanta gente non ha invece da dar da mangiare ai figli”.

Realista e sensibile ai drammi dell’uomo, Papa Francesco nella sua visita di oggi pomeriggio nel quartiere romano di Tor Bella Monaca posa subito lo sguardo sulle difficoltà e le problematiche sociali che segnano questa zona nella periferia sud della Capitale.

Nell’incontro con il Consiglio pastorale, poco prima della Messa nella parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore, Francesco parla infatti della “ingiustizia e discriminazione” che mettono a dura prova la “bontà” delle persone, e denuncia la piaga della disoccupazione che spinge spesso giovani o genitori di famiglia a cedere a guadagni facili ma illeciti.

“Grazie per quello che fate”, dice quindi il Papa. Ed invita alla vicinanza e all’ascolto perché “quando la gente si sente accompagnata e ben voluta non cade nella rete dei cattivi, dei mafiosi che sfruttano la gente povera per farle fare il lavoro sporco. Poi se la polizia li trova, trova la povera gente e non i mafiosi che pagano la loro sicurezza, voi lo sapete”.

Bisogna perciò “stare vicino alla gente”, ha insistito Bergoglio: “Noi non possiamo andare con il ‘tu devi, tu devi’, ma con quella vicinanza che è la carezza che Gesù ci ha insegnato”. Vicinanza quindi “anche a quello che io so che ha fatto fuori due, tre persone”. “Sì, avvicinati” anche a lui, dice il Papa, “perché anche quello ha un cuore e c’è tanta ingiustizia” e non si combatte questa “facendo manifestazioni politiche e poi andando a mangiare una bella pizza con la birra tutti insieme, ma con la vicinanza concreta”.

Parole, queste, che rimarranno incise nel cuore dei circa 40mila abitanti venuti in grandissimo numero ad accogliere il Santo Padre. Chi con bandierine o striscioni, chi armato di tablet e smartphone, chi pronto a sollevare i propri neonati per una benedizione.

A proposito di bambini, proprio i piccoli sono stati i protagonisti dei primi momenti di Bergoglio a Tor Bella Monaca. Un migliaio di loro, provenienti dall’oratorio o dalle altre realtà della parrocchia, hanno incontrato il Pontefice nel campo sportivo fuori dal Centro Caritas di Santa Giovanna Antida, regalandogli una maglia di calcio.

È seguito poi il consueto ‘botta e risposta’. Domande semplici, da catechismo, del tipo: “Cosa ha provato quando è stato eletto Papa?”; “Se Dio perdona tutti, come mai esiste l’inferno?” e “Che vuol dire vivere da cristiano?”. Francesco risponde a tono, con frasi semplici ma di effetto, come: “Precetti e divieti da soli non ti fanno un buon cristiano. Cristiano è l’amore di Gesù”. Racconta poi ai bimbi dell’orgoglio di Satana, dell’inferno e del rifiuto di Dio; ricorda quindi la storia del buon ladrone crocifisso accanto a Gesù, per spiegare che “va all’Inferno chi rifiuta il perdono del Dio e va in Paradiso chi invece chiede e accetta il perdono di Dio”.

Prima dei ragazzi, il Papa si era fermato a poca distanza presso il Centro in via dell’Archeologia, nel quale operano le Missionarie della Carità, per volontà della stessa Madre Teresa che vide nel quartiere romano – all’epoca solo una ‘striscia’ di terra della Casilina – la possibilità di vivere il loro carisma “tra i più poveri dei poveri”. Il Papa ha quindi abbracciato circa 80 disabili e malati in rappresentanza di quelli assistiti dalle suore, e ha salutato cinque famiglie bisognose, italiane e straniere.

L’appuntamento nel Centro è durato così a lungo che il Santo Padre è arrivato con circa mezz’ora di ritardo nella grande parrocchia a forma di vela, progettata dell’architetto Pierluigi Spadolini e dell’ingegnere Riccardo Morandi per l’esterno. Una parrocchia giovane, edificata tra il 1985 ed il 1987, il cui interno è corredato da cemento e legno d’ulivo, visitata già da Giovanni Paolo II nel 1988.

Francesco vi entra a capo chino per la Santa Messa, seguito dal cardinale Vallini e dal vescovo di settore Marciante, accolto dal parroco don Francesco De Franco. Intanto i canti e le chitarre dei giovani delle comunità neocatecumenali accompagnano l’ingresso del Vescovo di Roma.

Nell’omelia, tutta a braccio, il Papa si sofferma sul Vangelo di Giovanni in cui Gesù caccia via i mercanti dal tempio. “Due cose mi colpiscono di questo Vangelo: un’immagine e una parola”, dice. L’immagine è quella di Gesù che “con la frusta in mano”, scaccia “tutti questi che approfittavano del tempio per fare affari, questi affaristi che vendevano animali per i sacrifici, scambiavano monete… C’era il tempio sacro con questo sporco fuori”. E Gesù va a fare quindi un po’ di “pulizia”.

La frase è invece che “tanta gente credeva in lui. Ma Lui non si fidava di loro perché conosceva tutti…”. Una frase “terribile”, osserva il Papa, perché significa che “noi non possiamo ingannare Gesù, Lui ci conosce da dentro”. Cristo “non si fidava” di questa gente. E questa – suggerisce Bergoglio – “può essere una bella domanda a metà Quaresima: Gesù si fida di me?”: “Gesù si fida di me? O faccio la doppia faccia? Faccio il cattolico, il vicino alla chiesa, poi vivo come un pagano”.

“Gesù lo sa, Lui sa” qual è la verità. Perché Gesù “conosce tutto quello che è dentro il nostro cuore”. Quindi “noi – ammonisce il Papa – non possiamo ingannare Gesù”, come “non possiamo fare finta di essere santi, chiudere gli occhi, fare così… e poi portare una vita che Lui non vuole”.

Sappiamo con che appellativo Cristo bolla questi doppia faccia: “ipocriti”. Meglio allora essere “peccatori” che ipocriti, dice infatti Papa Francesco: “Ci farà bene entrare oggi nel nostro cuore e guardare Gesù e dire: ‘Signore guarda ci sono cose buone, ma anche ci sono cose non buone. Gesù tu ti fidi di me? Sono peccatore…’. Quello non spaventa Gesù – soggiunge – A Lui quello che lo allontana è la doppia faccia, fare il giusto per coprire il peccato nascosto. ‘Ma io vado in Chiesa tutte le domeniche…’. Ma se il tuo cuore non è giusto, se tu non fai giustizia, se tu non ami, se tu non vivi secondo lo spirito delle Beatitudini, non sei cattolico, sei ipocrita!”.

Allora “entriamo nel nostro cuore”, esorta Francesco, sicuramente troveremo “cose che non vanno bene”, troveremo tante “sporcizie”, quante ne ha trovate Gesù fuori dal tempio. “Peccati di egoismo, superbia, orgoglio, cupidigia, invidia, gelosie… tanti peccati”. Ma proprio per questo dobbiamo rivolgerci al Signore e gridare: “Io voglio che tu ti fidi di me… Allora io ti apro la porta e tu pulisci la mia anima”.

E dobbiamo farlo senza alcuna paura, dice il Papa, perché se Gesù per fare pulizia fuori dal tempio usava una frusta con le cordicelle, per pulire la nostra anima utilizza un’altra ‘arma’: la misericordia. “Aprite il cuore alla misericordia di Gesù”, esorta infatti il Pontefice; diciamogli: “Vieni pulisci con la tua misericordia, con le tue parole dolci, con le tue carezze”. E “se noi apriamo il nostro cuore alla misericordia di Gesù, perché pulisca la nostra anima, Gesù si fiderà di noi”.

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La prostituzione e le colpe dei clienti. Non servono ghetti ma educazione

Posté par atempodiblog le 10 février 2015

La prostituzione e le colpe dei clienti. Non servono ghetti ma educazione
I luoghi comuni sul «mestiere che è sempre esistito» si scontrano con un traffico mondiale di vite umane che vale 32 miliardi di dollari l’anno
di Dacia Maraini – Il Corriere della Sera

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Quanto sappiamo noi cittadini delle trasformazioni che ha subito e sta subendo il fenomeno della prostituzione nelle grandi metropoli? Ci disturba che le ragazze contrattino sotto casa? Beh, chiediamo agli amministratori di risolvere il problema. Come? Spostando il commercio di sesso da un’altra parte. Obblighiamo le prostitute a chiudersi in una specie di parco segregato, fuori dagli occhi pudichi dei benpensanti e la cosa è risolta.

Ma quanti sanno che ormai non si tratta più di donne adulte e libere che vendono autonomamente il proprio corpo, cosa lecita nel nostro Paese, ma sempre più di donne soggette a tratte internazionali, nuove schiave che vengono trattate peggio degli animali da macello? Dal 70 all’ 80% delle prostitute, secondo le stime dell’Onu, ormai sono straniere in Europa. E quasi la totalità di queste straniere sono private dei passaporti, rese clandestine e senza diritti, proprietà di commercianti di carne umana che le comprano come merce da sfruttare e pretendono di farsi ripagare il prezzo dell’acquisto e del trasporto, aumentato del trecento per cento, dall’attività sessuale forzata e dai ritmi feroci degli accoppiamenti di strada. Un commercio che rende ai trafficanti milioni e milioni di euro, diretto e condotto da varie mafie: quella italiana, in congiunzione con quella nigeriana, rumena, cinese, serba, ecc. Un traffico che gode della complicità, come dice suor Eugenia Bonetti, «di dipendenti e funzionari di ambasciate, uffici di immigrazione, aeroporti, agenzie di viaggio, proprietari di appartamenti, alberghi e tassisti».

Spostare questo commercio in una specie di quartiere a luci rosse, forse può soddisfare qualche cittadino che non vuole essere disturbato, ma non affronta il problema né aiuta a risolverlo. È facile dire che la prostituzione è sempre esistita, che «bisogna abituarsi a conviverci». La legge infatti non la considera illecita. Ma quanti dei 9 milioni di italiani che fanno sesso a pagamento, sanno di essere oggettivamente complici di un traffico di schiave, fatta spesso di minorenni, quasi sempre tenute in soggezione con ricatti in bilico fra la tortura e la minaccia di morte?

Ne sa qualcosa suor Eugenia Bonetti autrice di due libri sul tema: Schiave (edizioni San Paolo) e Spezzare le catene (Rizzoli). Ne sa qualcosa suor Rita Giarretta di Casa Rut di Caserta che raccoglie ragazze disperate, costrette ad abortire quando rimangono gravide, umiliate e minacciate, terrorizzate da proprietari che le tengono sottomesse con la pratica di stupri di gruppo, insulti, violenze e, intimidazioni, al punto da diventare complici dei loro aguzzini, spesso le peggiori nemiche di se stesse.

Tutto questo non esisterebbe se tanti uomini, quasi sempre bravi mariti e bravi padri di famiglia, non fossero spinti a pagare una donna per soddisfare il proprio bisogno di «avventura», di trasgressione erotica, o forse solo mossi dal bisogno di dominare l’altro: se compro un corpo, anche per pochi minuti, questo corpo mi appartiene, posso farne quello che voglio.

Ma chi è questo cliente che ha bisogno di mortificare un corpo trasformandolo in merce? Che ama pagare per non affrontare da pari a pari una persona dell’altro sesso? Che concepisce la soddisfazione sessuale come una rapina notturna? Eppure il cliente «rappresenta un fattore chiave nel determinare la domande che alimenta il fenomeno della tratta della donne e minori, un fenomeno che non può essere semplicisticamente ridotto alla prostituzione e che, più che una questione femminile, dovrebbe essere affrontato come un serio problema maschile».

I vari osservatori della prostituzione internazionale, dicono che sono sempre più donne le protagoniste dei flussi migratori mondiali. Sono le donne che rispondono in maggioranza alla domande di manodopera a basso costo, corrispondente come dicono gli americani ai Tre D: «dirty, dangerous, degrading», ovvero lavori sporchi, pericolosi, degradanti. Oltretutto il fenomeno della tratta, in tempi di crisi, è in aumento e riguarda in prevalenza le donne, e i minori .

La prostituzione non è un fenomeno nuovo, è chiaro, ma è nuovo questo «commercio globale che sfrutta l’estrema povertà e vulnerabilità di molte donne e minorenni immigrate, trasformandole in merci. Sono le schiave del ventunesimo secolo», scrivono Bonetti e Anna Pozzi, «ingannate, schiavizzate e gettate sui nostri marciapiedi o in locali notturni, le prostitute sono l’ennesimo esempio dell’ingiusta discriminazione imposta alle donne dalla nostra società del consumo, da cui nessuno è escluso».

«Avevo 14 anni quando sono stata venduta da uno zio a un trafficante che prometteva lavoro onesto. In Nigeria la vita era un incubo, la mia famiglia è poverissima, si mangiava solo una volta al giorno e a volte a giorni alterni. Io dovevo lavorare notte e giorno per aiutare la mamma, curare i fratellini, prendere l’acqua del pozzo e lavorare nei campi, andare al mercato facendo chilometri a piedi, ero sempre stanca anche perché non mi nutrivo abbastanza. Così, quando mio zio mi ha proposto il viaggio in Italia avrei fatto qualsiasi cosa perché questo sogno si avverasse. Non sapevo che mi aveva venduta e mai avrei potuto immaginare quello che mi avrebbero costretta a fare». Mercy, di Benin City.

Secondo l’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), sarebbero circa 12,3 milioni gli adulti e i bambini costretti al lavoro forzato e alla prostituzione coatta nel mondo. In Italia le vittime della tratta sarebbero, fra le 19.000 e le 26.000. Secondo i dati Caritas invece supererebbero le 30.000 persone.

Il Vienna Forum to fight Human Trafficking, promosso dalle Nazioni Unite, racconta di un traffico che frutterebbe 32 miliardi di dollari l’anno, «assieme a quello di armi e stupefacenti il traffico di esseri umani appare una delle fonti più lucrative in assoluto e coinvolge diversi paesi e aree del mondo. Il giro di affari delle agenzie di turismo sessuale che operano via internet è di 1 miliardo di euro, mentre gli introiti a scopo prostituzionale variano tra i 7,8 e il 13,5 miliardi di euro».

L’industria della prostituzione rappresenta una voce importante nel Pil di molti paesi europei. In Olanda corrisponde a circa il 5%, in Giappone è fra l’1 e il 3%, in paesi come la Thailandia, l’Indonesia, la Malaysia e le Filippine si calcola che rappresenti fra il 2 e il 14 % dell’insieme delle attività economiche. In Italia si quantifica approssimativamente che il giro di affari vada dai 150 ai 250 milioni di euro al mese.

«Quando Madame mi ha detto che dovevo rimborsare 50.000 euro di debito non mi rendevo neppure conto di quanti soldi fossero. Sono nata e cresciuta in un villaggio dell’Edo State in Nigeria. Ho frequentato la scuola fino alla terza elementare. Poi un parente ha convinto la mamma a farmi venire in Italia per un lavoro dignitoso. Fino al mio arrivo qui avevo maneggiato pochi naira per comprare il pane e l’olio di palma. Cinquanta mila euro, una follia, pensavo e invece li ho dovuti rimborsare tutti. Dopo un poco mi sono resa conto di cosa significasse. E che rendevo molto bene alla Madame. Ogni mese infatti le facevo guadagnare almeno cinquemila euro».

È chiaro che nessuno pensa di eliminare con rapide mosse la prostituzione, pratica mondiale legata alla povertà e alla violenza sessuale ed economica, ma pensare di risolvere le cose creando ghetti cittadini è a dir poco ingenuo. Intanto perché non informiamo i cittadini, e quei tantissimi uomini che si credono in diritto di «utilizzare» i corpi delle donne, di cosa c’è dietro questo semplice scambio di prestazioni contro soldi?

Certamente ci sono ancora delle italiane adulte che lucidamente decidono di vendere il proprio corpo (la maggior parte delle escort sa quello che fa). Ricordo le due coraggiose lucciole di Pordenone, Pia Covre e Carla Corso, che negli anni Settanta hanno teorizzato il diritto alla vendita consapevole del proprio corpo e hanno aiutato molte donne della strada a recuperare la stima di sé. Ma, in tempi di globalizzazione, di intensa immigrazione e di crisi economica, il mercato si sta trasformando soprattutto in commercio clandestino e illegale, fortemente legato alla criminalità organizzata. Un commercio che riguarda sempre più minorenni, bambine e bambini di paesi poveri, rapiti nelle campagne più disastrate e portati in bordelli per adulti europei che comprano, assieme al costo del viaggio, anche una notte con una ragazzina che potrebbe essere loro figlia se non loro nipote.

Senza ricorrere alle manette, che servono poco, sarebbe importante impostare una vasta campagna di informazione sugli ultimi dati del mercato, di cui quasi sempre i bravi frequentatori di prostitute dicono di non sapere niente. Sarebbe urgente anche nelle scuole educare alla cura dei sentimenti, criticando la pratica del consumo, che implica l’usa e getta non solo delle braccia e delle menti di chi lavora in nero, ma anche la mercificazione della parte più intima e sensibile del corpo umano, ovvero il sesso.

«Abbiamo bisogno di cambiare la cultura» – insiste Eugenia Bonetti che dal 2012 dirige la coraggiosa associazione internazionale Slaves no more – «dobbiamo fare di tutto per uscire dalla logica del mercato e promuovere la cultura del rispetto e della responsabilità». Parole che certo papa Francesco condivide. E con lui moltissimi laici responsabili: è necessario recuperare il sentimento di giustizia e di solidarietà, se non vogliamo precipitare nel funesto mondo della violenza e dell’abuso .

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SHAKESPEARE/ Cattolico o protestante?

Posté par atempodiblog le 23 avril 2014

SHAKESPEARE/ Cattolico o protestante?
di Elisabetta Sala – Il Sussidiario.net

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Il 23 aprile, 450° anniversario della nascita di Shakespeare, è anche la festa di san Giorgio, il patrono d’Inghilterra che piacque tanto agli inglesi da non essere spodestato neppure dalla « riforma ». Felice coincidenza, dunque; soprattutto se aggiungiamo che il grande drammaturgo morì nel medesimo giorno, cinquantadue anni dopo.

Parafrasando il motto gentilizio da lui acquisito, che recitava Non sancz droit, diremo però che quando si parla di Shakespeare è sempre « non senza polemiche »; infatti, proprio mentre gli inglesi andavano sempre più identificandolo con il poeta nazionale, un raffinato sapientone di Oltremanica (tale Voltaire) lo definiva come un rozzo selvaggio, per quanto geniale. Il che, naturalmente, non fece che alimentare il fuoco dell’orgoglio britannico, per cui gli inglesi lo posero su piedistalli sempre più elevati, fino a che il celebre attore David Garrick, nel primo giubileo shakespeariano da lui organizzato (nel 1769), giunse a esaltarlo come un semidio, dando così un impulso fondamentale al susseguente fenomeno detto « bardolatria ».

Peccato che, mentre la sua grandezza sprizzava da ogni poro di ogni dramma, la sua fedeltà politica e religiosa al regime protestante non fosse per nulla esplicita: anzi. A rompere le uova nel paniere intervenne il ritrovamento di un misterioso testamento spirituale del padre, John Shakespeare. Un documento sovversivo, inequivocabilmente e irrimediabilmente cattolico.

Pubblicato nel 1790, e ormai privo delle prime due pagine, il documento creò un certo scalpore, finché non si ritenne opportuno considerarlo un falso, prodotto dai soliti papisti menzogneri. Fu in tale contesto che, quattro anni dopo, il giovane William Henry Ireland divulgò la notizia di aver rinvenuto, in un misterioso baule, parecchie tessere mancanti dell’enigma shakespeariano. Nell’entusiasmo generale vennero mostrati al pubblico diversi documenti originali e autografati che finalmente inquadravano il Bardo come modello di integrità morale e politica. Ireland esibì diversi contratti legali testimonianti il successo di Shakespeare come uomo d’affari; una lettera al suo mecenate (il conte di Southampton) con tanto di risposta autografa; alcuni contratti teatrali; una lettera d’amore e una poesia dedicate alla moglie, insieme a una ciocca dei capelli di lei, che ne mettevano in luce la fedeltà coniugale; una lettera, in tono estremamente confidenziale, vergata per lui dalla Regina Vergine in persona; soprattutto, tra quelle carte, emerse una professione di fede chiaramente protestante. Ireland rinvenne anche alcune brutte copie dei drammi, che dimostravano che le battute volgari erano state aggiunte in un secondo tempo dai suoi volgari colleghi. Incredibile: quei documenti erano in perfetta sintonia con i desideri di ogni bravo e rispettabile suddito britannico. Fu così che il Bardo divenne icona, anzi, iconcina, del politically (and religiously) correct.

Purtroppo per gli entusiasti, però, il grande critico Edmond Malone ci mise pochissimo a smascherare Ireland, dimostrando che quei documenti erano tutti falsi. Il giovane ci rimise la faccia per tutto il resto della vita e l’enigma di Shakespeare tornò ad essere tale.

Fu invece, e paradossalmente, proprio quel documento cattolico che riguardava tanto da vicino la sua famiglia a dimostrarsi, dopotutto, autentico: si scoprì infatti, ma solo a inizio Novecento, che si trattava dell’Ultima volontà dell’anima, un testamento spirituale che era stato redatto da san Carlo Borromeo in persona per i fedeli milanesi che morivano (di peste) senza l’assistenza spirituale. I missionari inglesi in transito per Milano ritennero che esso si adattasse perfettamente ai cattolici d’Inghilterra, che, perseguitati dal regime, molto spesso morivano senza ricevere gli ultimi sacramenti.

Oggi, dopo anni e anni di studi e pubblicazioni, gli studiosi hanno individuato numerosissimi indizi (relativi sia alla vita che alle opere) del probabile cattolicesimo shakespeariano, tanto che persino l’ex arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, lo ha pubblicamente riconosciuto. D’altro canto, nessuno ha recentemente pubblicato studi che giustifichino il protestantesimo del grande drammaturgo.

Fine delle polemiche, dunque? Assolutamente no, perché nel Novecento fu la volta dei cosiddetti « antistratfordiani ». Di qualcuno di loro tutti hanno sentito parlare, se non altro attraverso il grande schermo. Si tratta di una corrente snob, che raccoglie tutti coloro secondo i quali lo zotico William Shakespeare di Stratford, che non frequentò mai l’università, debba essere stato troppo stupido e ignorante (chissà poi perché) per aver davvero composto quelle opere immortali: al limite sarà stato un prestanome per qualcuno che voleva restare in incognito.

Costoro si dividono in varie scuole che avanzano le ipotesi più fantasiose e strampalate, attribuendo i drammi al defunto Christopher Marlowe, oppure a Francis Bacon, al conte di Oxford o persino alla regina in persona. La teoria più divertente è senz’altro la « pista siciliana », in cui, sferrando un potente pugno nello stomaco al nazionalismo britannico, si sostiene che William Shakespeare sia stato un calvinista siculo di nome Crollalanza, emigrato in Inghilterra per sfuggire alla persecuzione religiosa. Il gioco di parole nel calco lessicale dei cognomi è senz’altro curioso; tutto il resto è puro « wishful thinking ».

Nessuna delle varie ipotesi antistratfordiane potrebbe mai quadrare, essenzialmente per due motivi. Uno, nelle opere sono stati rinvenuti diversi riferimenti a Stratford, alla campagna del Warwickshire e persino ai suoi abitanti, il che confermerebbe un’identità tra uomo e autore peraltro mai messa in dubbio per secoli. Due: dalla lettura dei drammi emerge un autore profondamente diverso da tutti i possibili candidati, rigorosamente protestanti. Esattamente come William Shakespeare, intorno al quale ancora a fine Seicento circolava la voce tanto inquietante quanto vera che fosse morto papista.

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“Mai avere paura della tenerezza”

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2013

“Mai avere paura della tenerezza”
Intervista con papa Francesco su Natale, fame nel mondo, sofferenza dei bambini, riforma della Curia, donne cardinale, Ior e prossimo viaggio in Terra Santa
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“Mai avere paura della tenerezza” dans Andrea Tornielli Papa-Francesco
Immagine tratta da: Familia Cristiana

«Il Natale per me è speranza e tenerezza…». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale da vescovo di Roma. Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una sala accanto al refettorio.
L’incontro durerà un’ora e mezza. Per due volte, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo. Nell’intervista il Papa parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell’«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica.

Che cosa significa per lei il Natale?
«È l’incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l’incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell’aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».

Che cosa dice il Natale all’uomo di oggi?
«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi».

Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?
«I Padri greci la chiamavano “synkatabasis”, condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».

Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c’è anche tanta sofferenza e miseria.
«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell’ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l’allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l’allegria mondana c’è differenza».

È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre…
«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l’ha magari un po’ arrugginita, ma ce l’ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C’è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».

In gennaio saranno cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà?
«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è cominciata l’epoca dei viaggi papali. Anch’io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l’abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando».

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?
«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perché”. Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perché?”. Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.
«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo  abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall’indifferenza».

Alcuni brani dell’«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?
«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull’economia che «uccide»… «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».

Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?
«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l’unità. Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso…».

L’unità dei cristiani è una priorità per lei?
«Sì, per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».

Nell’esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?
«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l’audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L’anno scorso in Argentina avevo denunciato l’atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata».

E quanto ai divorziati risposati?
«L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell’esortazione».

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?
«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell’anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno».

Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?
«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell’ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell’udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: “La riforma della Curia lei l’ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta”. Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali».

Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?
«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi… Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».

Posso chiederle se avremo donne cardinale?
«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».

Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?
«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la “banca centrale” del Vaticano sarebbe l’Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso».

Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013  lo avrebbe celebrato in San Pietro?
«Assolutamente no».

Si aspettava di essere eletto?
«Non me l’aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».

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I figli e la libertà

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2013

I figli e la libertà
San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: josemariaescriva.info

I figli e la libertà dans Fede, morale e teologia hugrAmici dei figli
I genitori sono i principali educatori dei figli, sia nell’aspetto umano che in quello soprannaturale, e devono sentire la responsabilità di questa missione che esige comprensione, prudenza, capacità di insegnare e, soprattutto, di amare; nonché l’impegno di dare buon esempio.

L’imposizione autoritaria e violenta non è una buona risorsa educativa. L’ideale per i genitori consiste piuttosto nel farsi amici dei figli: amici ai quali si confidano le proprie inquietudini, con cui si discutono i diversi problemi, dai quali ci si aspetta un aiuto efficace e sincero.

È necessario che i genitori trovino il tempo di stare con i figli e parlare con loro. I figli sono la loro cosa più importante: più degli affari, più del lavoro, più dello svago. In queste conversazioni bisogna ascoltarli con attenzione, sforzarsi di comprenderli, saper riconoscere la parte di verità — o tutta la verità — che può esserci in alcune loro ribellioni. E allo stesso tempo bisogna aiutarli a incanalare rettamente ansie e aspirazioni, insegnando loro a riflettere sulla realtà delle cose e a ragionare. Non si tratta di imporre una determinata linea di condotta, ma di mostrare i motivi, soprannaturali e umani, che la raccomandano. In una parola, si tratta di rispettare la loro libertà, poiché non c’è vera educazione senza responsabilità personale, né responsabilità senza libertà.
È Gesù che passa, 27

I genitori possono e devono fornire ai figli un aiuto prezioso, aprendo loro nuovi orizzonti, comunicando la propria esperienza, facendoli riflettere, in modo che non si lascino trasportare da stati d’animo passeggeri, e avviandoli a una valutazione realistica delle cose. Quest’aiuto verrà fornito dai genitori personalmente, con i loro consigli, oppure invitando i figli a rivolgersi a persone competenti: a un amico leale e sincero, a un sacerdote preparato e zelante, a un esperto di orientamento professionale.

Il gran bene della libertà
Il consiglio non toglie però la libertà, ma fornisce elementi di giudizio e quindi allarga le possibilità di scelta, evitando l’influenza di fattori irrazionali nella decisione. Dopo aver prestato ascolto al parere degli altri, e aver ponderato ogni cosa, arriva il momento della scelta, e allora nessuno ha il diritto di far violenza alla libertà. I genitori devono fare attenzione a non cedere alla tentazione di proiettarsi indebitamente nei propri figli – di costruirli secondo i propri gusti -, perché devono rispettare le inclinazioni e le capacità che Dio dà a ciascuno.

Di solito quando esiste vero amore, tutto questo non è difficile. E anche nel caso estremo in cui il figlio prende una decisione che i genitori ritengono a ragione errata e prevedibile fonte di infelicità, nemmeno allora la soluzione sta nella violenza, ma nel comprendere e – più di una volta – nel saper rimanere al suo fianco per aiutarlo a superare le difficoltà e trarre eventualmente da quel male tutto il bene possibile.

I genitori che amano davvero i loro figli e cercano sinceramente il loro bene, dopo aver offerto i loro consigli e le loro riflessioni, devono farsi da parte delicatamente, in modo che nulla si opponga alla libertà, a questo grande bene che rende l’uomo capace di amare e di servire Dio. Devono tener presente che Dio stesso ha voluto essere amato e servito in libertà, e rispetta sempre le nostre decisioni personali: «Dio lasciò l’uomo – dice la Bibbia – arbitro di sé stesso» (Sir 15, 14).
Colloqui, 104

Dio, nella sua giustizia e nella sua misericordia — infinite e perfette —, tratta con lo stesso amore, e in modo disuguale, i suoi figli disuguali. Per questo, uguaglianza non significa giudicare tutti con la stessa misura.
Solco, 601

In un ambiente di pace
La pace coniugale dev’essere l’ambiente della famiglia, perché è la condizione indispensabile per un’educazione profonda ed efficace. I piccoli devono vedere nei genitori un esempio di dedizione, di amore sincero, di mutuo aiuto, di comprensione; le piccole difficoltà di ogni giorno non devono nascondere la realtà di un affetto capace di superare tutto.
Colloqui, 108

Però qualche volta possiamo litigare, vero?, mi direte. E io vi risponderò di sì, che qualche volta… anche conviene. È una manifestazione di amore…Però poco! E da soli! Volere dare spettacolo di litigare davanti ai figli, agli amici, ai vicini, ai parenti, come in una pubblica piazza? Picchiarsi? No! Ditevi una parola all’orecchio e aspettate la sera, con calma! E la sera… vediamo chi dei due ha meno vergogna a dire all’altro che ha ragione!… Chiedetevi perdono, datevi un bell’abbraccio, ricordatevi quando ve lo siete dati la prima volta… e amatevi, che al Signore piace il vostro affetto. Vedrete che non succede niente.
Incontro con Josemaría Escrivá, San Paolo, 1-6-1974

È preferibile qualche volta lasciarsi ingannare: la fiducia data ai figli fa sì che essi stessi provino vergogna di averne abusato e si correggano; se invece non hanno libertà, se vedono che non c’è fiducia in loro, si sentiranno spinti ad agire sempre con sotterfugi.
Colloqui, 100

Amici di Dio
Si deve insegnare (prima con l’esempio, poi con la parola) in che cosa consiste la vera pietà. La bigotteria non è che una desolante caricatura pseudo-spirituale, frutto quasi sempre di mancanza di dottrina e anche di una certa deformazione umana: è logico che risulti ripugnante a chi ama l’autenticità e la sincerità.

Con gioia constato che la pietà cristiana attecchisce nel cuore dei giovani – quelli di oggi come quelli di quarant’anni fa – quando la vedono incarnata come vita sincera; – quando capiscono che pregare è parlare con il Signore come si parla con un padre, con un amico: non nell’anonimato, bensì con un rapporto personale, in una conversazione a tu per tu; – quando si riesce a far echeggiare nelle loro anime quelle parole di Gesù, che sono un invito all’incontro fiducioso: Vos autem dixi amicos (Gv 15, 15), vi ho chiamati amici; – quando si rivolge un deciso appello alla loro fede, affinché vedano che il Signore è lo stesso « ieri, oggi e sempre » (Eb 13, 8).

D’altra parte è necessario che si rendano conto che questa pietà semplice e sincera esige anche l’esercizio delle virtù umane, e che pertanto non può ridursi a qualche pratica di devozione settimanale o quotidiana: essa deve impregnare tutta la vita, deve dare un senso al lavoro e al riposo, all’amicizia, allo svago, a tutto. Non possiamo essere figli di Dio solo di quando in quando, anche se ci devono essere alcuni momenti particolarmente riservati a considerare e approfondire la realtà e il senso della filiazione divina, che è il nocciolo della pietà.
Colloqui, 102

Il bambino apprende a situare il Signore tra i primi e più fondamentali affetti; impara a trattare Dio come Padre, la Madonna come Madre; impara a pregare seguendo l’esempio dei genitori. Quando tutto ciò si comprende, appare evidente il grande compito apostolico che i genitori sono chiamati a svolgere; e il loro dovere di vivere sinceramente la vita di pietà, per poterla trasmettere – più che insegnare – ai figli.

I mezzi? Ci sono delle pratiche di pietà – poche, brevi e abituali – che le famiglie cristiane hanno sempre adottato, e che per me sono meravigliose: la benedizione a tavola, il rosario recitato tutti assieme – anche se oggi non manca chi attacca questa solidissima devozione mariana -, le preghiere personali al mattino e alla sera. Si tratterà di consuetudini che possono variare a seconda dei luoghi; ma credo che si debba sempre promuovere qualche pratica di pietà da vivere insieme, in famiglia, in modo semplice e naturale, senza bigotteria.

In tal modo otterremo che Dio non venga considerato come un estraneo che si va a visitare una volta alla settimana, la domenica, in chiesa; che invece lo si veda e lo si tratti come è nella realtà: anche in famiglia, perché, come ha detto il Signore, “dove sono due o tre riuniti in nome mio, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Colloqui, 103

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Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2013

Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti
di Giacomo Galeazzi e Andrea Tornielli, inviati sul volo Rio de Janeiro-Roma – La Stampa

Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti dans Andrea Tornielli pp5a

Lobby gay, scandali finanziari, Ior, Vatileaks. Non c’è tema al quale Francesco si sia sottratto nell’ora e venti di botta e risposta con i giornalisti sul volo da Rio De Janeiro a Roma. Un confronto franco, senza nessun filtro da parte del Vaticano sugli argomenti, come accadeva invece in passato. Bergoglio è arrivato di buon passo e fresco come una rosa, nonostante un tour de force di una settimana e giornate intere passate ad abbracciare persone, fare discorsi, celebrare lunghe liturgie. Poco dopo il decollo da Rio, Francesco ha raggiunto la coda dell’Airbus 330 Alitalia dove viaggiano i giornalisti per sottoporsi al fuoco di fila delle loro richieste. Ha preso di petto anche le questioni più delicate o scottanti, anzi ha ringraziato per l’opportunità di chiarirle: le accuse di omosessualità rivolte a monsignor Ricca, il futuro della banca vaticana di cui non è esclusa la chiusura e i sacramenti ai divorziati risposati. E ancora, il ruolo della donna nella Chiesa, il lusso della Curia, fino al contenuto della borsa in cuoio nera che Francesco ha portato personalmente come suo bagaglio a mano. Bergoglio ha sorpreso tutti per la puntualità delle risposte e per la cordialità mostrata verso la stampa e ha rivelato di voler fare un viaggio di un giorno per andare a trovare i parenti in Piemonte. Ieri mattina, quando ormai l’aereo era prossimo all’atterraggio, il Papa si è nuovamente riaffacciato, da solo e senza prelati al seguito, per salutare i giornalisti. L’ennesima riprova del fatto che il nuovo Papa comunica benissimo e non ha bisogno di spin doctor o sherpa: ‘Dobbiamo essere normali’.

Il destino incerto dello Ior
« Io pensavo di trattare la questione l’anno prossimo, ma l’agenda è cambiata per i ben noti problemi da affrontare. Come riformarlo e sanare ciò che c’è da sanare? Ho nominato una commissione ‘referente’. Non so come finirà lo Ior: alcuni dicono che sia meglio avere una banca, altri che servirebbe un fondo di aiuto, altri ancora dicono di chiuderlo. Mi fido del lavoro delle persone della commissione che stanno lavorando su questo. Il presidente dello Ior rimane lo stesso di prima, invece il direttore e il vicedirettore hanno dato le dimissioni. Non saprei dire come finirà: si prova, si cerca, ed è anche bello, perché siamo umani, dobbiamo trovare il mezzo per fare questo bene. Ma di certo qualsiasi cosa diventerà lo Ior, le caratteristiche devono essere trasparenza e onestà. Deve essere così » .

La lobby gay (in Vaticano)
« Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato nessuno che mi dia la carta d’identità, in Vaticano, dove c’è scritto gay. Dicono che ce ne siano. Credo che qualcuno si trova. Ma si deve distinguere il fatto che una persona sia gay dal fatto di fare lobby. Se è lobby, tutte non sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby: di questa tendenza o lobby d’affari, lobby dei politici, lobby dei massoni, tante lobby… questo è il problema più grave » .

Le accuse contro monsignor Ricca
« Nel caso di monsignor Ricca ho fatto quello che il diritto canonico chiede di fare, che è l’investigazione previa. E in questa investigazione non c’è niente di quello di cui lo accusano, non abbiamo trovato niente. Questa è la risposta. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa. Vedo che tante volte nella Chiesa, fuori di questo caso e anche in questo caso, si vanno a cercare i peccati di gioventù, e questo poi si pubblica. Non i delitti, che sono un’altra cosa, l’abuso di minori per esempio è un delitto, non è un peccato. Ma se una persona, laica prete o suora, commette un peccato e poi si converte, il Signore perdona. E quando il Signore perdona, dimentica. Questo per la nostra vita è importante: quando noi andiamo a confessarci, e diciamo ‘ho peccato’, il Signore dimentica. E noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che anche il Signore non si dimentichi dei nostri peccati. Tante volte penso a San Pietro: ha commesso uno dei peccati peggiori, rinnegare Cristo, e dopo questo peccato lo hanno fatto Papa! ».

Austerità e caso Scarano
« Non potrei vivere da solo nel palazzo. L’appartamento papale è grande ma non è lussuoso. Ma io non posso vivere da solo con un piccolo gruppetto di persone. Ho bisogno di vivere con gente, di trovare gente. Per questo ho detto che sono motivi ‘psichiatrici’: psicologicamente non potevo e ognuno deve partire dal suo modo di essere. Comunque anche gli appartamenti dei cardinali sono austeri, quelli che conosco. Ognuno deve vivere come il Signore chiede di vivere. Ma un’austerità generale è necessaria per tutti quelli che lavorano al servizio della Chiesa. Ci sono santi in Curia, vescovi, preti e laici, gente che lavora. Tanti che vanno dai poveri di nascosto o che nel tempo libero vanno in qualche chiesa a esercitare il ministero. Poi c’è anche qualcuno che non è tanto santo e questi casi fanno rumore perché, come sapete, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. A me provoca dolore quando accadono queste cose. Abbiamo questo monsignore (il riferimento è a Nunzio Scarano, contabile dell’Apsa, ndr) che è in galera. Non è andato in galera perché assomigliava alla beata Imelda! » .

L’Argentina può attendere
« In America Latina credo che non ci sia possibilità di tornare, perché il Papa latinoamericano, il primo viaggio in America Latina … arrivederci! Dobbiamo aspettare un po’! Andare in Argentina: in questo momento io credo che si possa aspettare un po’, perché altri viaggi come quello a Gerusalemme hanno una certa priorità » .

Il caso Vatileaks
« Quando sono andato a trovare Benedetto XVI a Castel Gandolfo, ho visto che sul tavolino c’erano una cassa e una busta. Benedetto XVI mi ha detto che nella cassa c’erano tutte le testimonianze delle persone ascoltate dalla commissione dei tre cardinali sul caso Vatileaks, mentre nella busta c’erano le conclusioni, il riassunto finale. Benedetto XVI sapeva tutto a memoria. È un problema grosso, ma non mi sono spaventato! ».

Il contenuto della borsa di cuoio
« Non c’era la chiave per la bomba atomica… Sono salito sull’aereo portando la mia borsa perché sempre faccio così. Che cosa c’è dentro? Il rasoio, il breviario, l’agenda e un libro da leggere: ho portato un libro su Santa Teresina, della quale sono devoto. È normale portarsi la borsa, dobbiamo essere normali, dobbiamo abituarci a essere normali e sono un po’ sorpreso del fatto che l’immagine della borsa abbia fatto il giro del mondo ».

L’aereo papale senza il letto
« Quest’aereo non ha allestimenti speciali. Io sono avanti, una bella poltrona, comune, ma comune, quella che hanno tutti. Io ho fatto scrivere una lettera e una chiamata telefonica per dire che io non volevo allestimenti speciali sull’aereo: è chiaro? ».

Il Papa ‘ingabbiato’ e la sicurezza
« Sapeste quante volte ho avuto voglia di andare per le strade di Roma! Mi piaceva tanto. Era una mia abitudine di camminare, ero un prete ‘callejero’, un prete di strada. Ma questi della Gendarmeria sono buoni, tanto buoni, e adesso mi lasciano fare qualcosa di più…
A proposito di tutte le ipotesi fatte sulla sicurezza durante il viaggio in Brasile: non c’è stato un solo incidente in tutta Rio de Janeiro in questi giorni. E tutto è stato spontaneo. Con meno sicurezza, ho potuto abbracciare la gente. Ho voluto fidarmi di un popolo.
È vero che c’era il rischio che ci fosse qualche pazzo, ma c’è anche il Signore. Non ho voluto la macchina blindata perché non si può blindare un vescovo dal suo popolo. Preferisco la pazzia di questa vicinanza che fa bene a tutti ».

Sui sacramenti ai divorziati risposati
« È un tema che torna sempre. Credo che questo sia il tempo della misericordia, questo cambio d’epoca in cui ci sono tanti problemi anche nella Chiesa, anche per le testimonianze non buone di alcuni preti. Il clericalismo ha lasciato tanti feriti e bisogna andare a curarli con la misericordia. La Chiesa è mamma, e nella Chiesa si deve trovare misericordia per tutti. E i feriti non solo bisogna aspettarli, ma bisogna andarli a trovare… I divorziati possono fare la comunione, sono i divorziati in seconda unione che non possono. Bisogna guardare al tema nella totalità della pastorale matrimoniale. Gli ortodossi ad esempio seguono la teologia dell’economia e permettono una seconda unione. Quando si riunirà il gruppo degli otto cardinali, nei primi tre giorni di ottobre, tratteremo come andare avanti nella pastorale matrimoniale. Il mio predecessore a Buenos Aires, il cardinale Quarracino, diceva sempre: ‘Per me la metà dei matrimoni sono nulli, perché si sposano senza sapere che è per sempre, perché lo fanno per convenienza sociale, etc…’. Anche il tema della nullità si deve studiare ».

Le donne nella Chiesa
« Una Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza la Madonna. Il ruolo delle donne è l’icona della Vergine, della Madonna. E la Madonna è più importante degli apostoli. La Chiesa è femminile perché è sposa e madre. Si deve andare più avanti, non si può capire una Chiesa senza le donne attive in essa… Non abbiamo ancora fatto una teologia della donna. Bisogna farlo.
Per quanto riguarda l’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e ha detto no. Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa. Ma ricordiamo che Maria è più importante degli apostoli vescovi, e così la donna nella Chiesa è più importante dei vescovi e dei preti ».

Il rapporto con ‘nonno’ Benedetto XVI
« L’ultima volta che ci sono stati due Papi insieme non si parlavano ma lottavano per vedere chi era quello vero. Io a Benedetto XVI voglio tanto bene, è un uomo di Dio, un uomo umile, un uomo che prega. Sono stato tanto felice quando è stato eletto Papa, e poi abbiamo visto il suo gesto delle dimissioni… per me è un grande. Adesso abita in Vaticano e c’è chi chiede: ma non ti ingombra? Non ti rema contro? No, per me è come avere il nonno saggio in casa, è il mio papà. Quando in famiglia c’è il nonno, è venerato e ascoltato. Benedetto XVI non si immischia. Se ho una difficoltà posso andare a parlargli, come ho fatto per quel problema grosso di Vatileaks… Quando ha ricevuto i cardinali il 28 febbraio per accomiatarsi, ha detto: tra di voi c’è il nuovo Papa al quale io prometto fin d’ora la mia obbedienza. È un grande! »

Cose belle e brutte di questi mesi
« Tra le cose belle penso all’incontro con i vescovi italiani. Tra quelle dolorose che mi sono entrate nel cuore c’è stata la visita a Lampedusa, che mi ha fatto bene. Ho pensato con dolore a quelle persone morte in mare prima di sbarcare, che sono vittime di un sistema socio-economico mondiale. Ma la cosa peggiore che mi è capitata è una sciatica, che ho avuto nel primo mese, a causa della poltrona dove mi sedevo per ricevere. È stata dolorosissima e non la auguro a nessuno! ».

Il lavoro di vescovo e di Papa
« Fare il lavoro di vescovo è una cosa bella. Il problema è quando qualcuno cerca quel lavoro, questo non è tanto bello. C’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiori agli altri, di sentirsi un po’ principe. Ma il lavoro di vescovo è bello: deve stare davanti ai fedeli, in mezzo ai fedeli e dietro ai fedeli. Facendo il vescovo a Buenos Aires sono stato felice. Ero tanto felice. E come Papa? Anche. Quando il Signore ti mette lì, se tu accetti di fare quello che il Signore ti chiede, sei felice’ ».

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“Tutti sono benvenuti!” del card. Timothy Dolan

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2013

“Tutti sono benvenuti!” del card. Timothy Dolan dans Fede, morale e teologia wzcg

C’è una lezione che ho cominciato a imparare quando avevo sette o otto anni…
Il mio amico Freddie, che abitava di fronte a casa, ed io stavamo giocando fuori. Mamma mi ha chiamato per la cena.
Le ho chiesto: “Può rimanere anche Freddie e stare a cena con noi?”.
“E’ certamente il benvenuto, se va bene a sua mamma e papà”, rispose lei.
“Grazie, signora Dolan,” rispose Freddie. “Sono sicuro che va bene, perché mamma e papà sono fuori, e la babysitter aveva intenzione di farmi un panino quando sarei rientrato”.
Ero così orgoglioso e felice. Freddie era il benvenuto a casa nostra, alla nostra tavola. Tutti e due siamo corsi dentro e ci siamo seduti.
“Freddie, sono contento che tu sia qui”, ha osservato papà, “ma…. Sembra sia meglio che tu e Tim andiate a lavarvi le mani prima di mangiare”.
Piuttosto semplice…senso comune… papà stava dicendo: ora sei un membro benvenuto e rispettato della nostra tavola, della nostra famiglia, ma ci sono alcune aspettative molto naturali che questa famiglia ha, come lavarsi le mani!…

Così è dentro la famiglia soprannaturale che chiamiamo la Chiesa: tutti sono i benvenuti!

Ma, benvenuto a che cosa? Ad una comunità che ti amerà e rispetterà, ma che ha delle esigenze piuttosto chiare che la regolano, rivelate da Dio nella Bibbia, per mezzo del suo Figlio Gesù, instillate nel cuore dell’uomo, e insegnate dalla Sua Chiesa.
La Chiesa è cattolica. . . questo significa che tutti sono i benvenuti;
La Chiesa è una. . . ciò significa che abbiamo una Persona – Gesù – e il suo insegnamento morale che ci uniscono;
La Chiesa è apostolica. . . questo significa che l’insegnamento di Gesù è stato affidato ai suoi Apostoli, e con diligenza tramandato dalla sua Chiesa. Il sacro dovere della Chiesa è quello di invitare le persone, stimolare queste persone, a vivere il messaggio e gli insegnamenti di Gesù.
Questo equilibrio può causare qualche tensione. Freddie e io eravamo amati e accolti alla mensa di famiglia, ma era chiara la richiesta: niente mani sporche!
Il beato Giovanni Paolo II diceva che il modo migliore di amare qualcuno è dirgli la verità: insegnare la verità con amore. Gesù ha fatto questo – Lui era l’amore e la verità in persona – e così fa anche la sua Chiesa.
Noi amiamo e rispettiamo tutti quanti. . . ma questo non significa necessariamente che amiamo e rispettiamo le loro azioni.
Chi” è una persona? Noi amiamo e rispettiamo lui o lei…
Che cosa” una persona fa? La verità può richiedere che diciamo a questa persona che amiamo che certe azioni non sono in sintonia con ciò che Dio ha rivelato.
Non possiamo mai giudicare una persona. . . ma, possiamo giudicare le azioni di una persona.
Gesù lo ha fatto benissimo. Ricordate la donna colta in adulterio? Gli anziani stavano per lapidarla. Dopo le parole di Gesù, se ne sono andati via.
“Non c’è nessuno rimasto a condannarti?” Il Signore ha chiesto con tenerezza alla donna accusata.
“Nessuno, Signore”, sussurrò lei.
“Neppure io ti condanno”, ha concluso Gesù . “Ora vai, ma non peccare più”.

Odia il peccato, ama il peccatore…
Nel mio ultimo anno in seminario, ho guidato una delegazione dal rettore sostenendo che era giunto il momento di abbandonare la pretesa “fuori moda” che a noi seminaristi venisse richiesto di dedicarci allo studio della filosofia. Insistevamo dicendo che quei tempi “rivoluzionari” – eravamo nel 1971 – richiedevano a noi futuri sacerdoti di essere specialisti in altre aree “rilevanti”, come la psicologia o la sociologia.
Il rettore, un uomo saggio, ascoltò con attenzione e pazienza. Ci ha ringraziato e ha chiesto un po’ di tempo per riflettere e consultarsi sulla nostra richiesta.
Una settimana più tardi ci ha richiamato e ha detto che il requisito della filosofia sarebbe rimasto (ora sono ben contento che lo abbia fatto, tra l’altro!). Uno degli studenti più irruenti è saltato su: “Vede? Lei non ci ascolta mai! Non ci rispetta!”.
Il rettore ha spiegato con calma: “Solo perché non sono d’accordo con voi, o non accetto la vostra proposta, non significa che non vi ascolto, né che io non vi ami e rispetti”.
Non cattiva come lezione di filosofia, diciamo.
Allo stesso modo, per esempio, la Chiesa ama, accoglie e rispetta l’alcolista. . . ma non dovrà accettare la sua sbornia.
La Chiesa ama, accoglie, rispetta un uomo d’affari di primo piano … ma non può passar sopra al suo mancato pagamento di un giusto salario a un lavoratore immigrato.
La Chiesa ama, accoglie e rispetta una giovane coppia di innamorati. . . ma non potrebbe non contestare la loro decisione di “vivere insieme” prima del matrimonio.
La Chiesa ama, accoglie e rispetta una donna che ha compiuto un aborto e l’uomo, padre del bambino, che ha incoraggiato l’aborto. . . ma sarebbe unita a loro nel piangere il lutto e nel pentimento per quella scelta mortale.
La Chiesa ama, accoglie e rispetta una donna o un uomo con un’attrazione per lo stesso sesso. . . e nello stesso tempo ricorda a lui o lei il chiaro insegnamento per cui, mentre la condizione di omosessualità non è affatto un peccato, tuttavia l’insegnamento di Dio è chiaro che gli atti sessuali sono riservati ad un uomo e una donna uniti nel vincolo d’amore e fedeltà del matrimonio, che dura tutta la vita ed è aperto a dare la vita.
La Chiesa ama, accoglie e rispetta le persone ricche e nello stesso tempo insegna profeticamente la “a-volte-scomoda” virtù di giustizia e di carità verso i poveri.
Siamo parte di una Chiesa in cui, sì, tutti sono i benvenuti, ma, no, non di una Chiesa in cui tutto è permesso.
Ricordate il commovente vangelo di Domenica scorsa, quello di Gesù, il Buon Pastore? Un pastore che fa efficacemente il suo lavoro custodisce, protegge, nutre e conduce il suo gregge, mentre accoglie con benevolenza le sue pecore nel gregge. Ma… egli non permetterà loro di vagabondare, né permetterà alle pecore di fare tutto quello che vogliono o di andare dovunque vogliano. Il suo compito è quello di riportarle a casa e salvarle dal pericolo.
Questo pastore qui sta ancora cercando di imparare ad essere come quello: ad amare tutti senza mai fare compromessi sulla verità. 

Tratto da: Il blog di Costanza Miriano

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