Résultats de votre recherche

I coniugi Beltrame Quattrocchi

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2009

I coniugi Beltrame Quattrocchi dans Fede, morale e teologia coniugi

“Vita serena, intellettuale, interessante, intima e riposante. Mai fatua, mai triste e pessimista. Vita vissuta nel senso pieno della parola. Non sorvolata, ma animata dalla gioia della conquista che portava con sé ogni minuto – con la gioia di stare insieme, sempre nuova.”Così Maria Corsini ricorda, nei giorni della sua vedovanza, l’atmosfera che si respirava nella sua casa quando accanto a lei viveva il marito, Luigi Beltrame Quattrocchi.

I due si erano conosciuti a Roma. Lui, nato a Catania il 12 gennaio 1880, era stato preso in affido dalla famiglia di uno zio che non poteva avere figli. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, nella capitale aveva vinto un concorso come avvocato erariale, diventando un alto funzionario del Ministero delle Finanze.
Lei, colta, sensibile, raffinata, a vent’anni si era già distinta per la pubblicazione di un saggio d’arte. I due giovani scoprono di avere numerosi interessi comuni, ma soprattutto si sentono legati dalla fede. Si fidanzano e, per coltivare l’intima unità di spirito che già li lega, arrivano a scriversi una lettera al giorno. Si sposano il 25 novembre 1905 nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Nel giro di pochi anni nascono i loro primi tre figli: Filippo, Stefania e Cesare. La loro casa è lieta e rumorosa. Luigi lavora, Maria si dedica alla pubblicazione di saggi e articoli sull’educazione e sulla spiritualità. Sono attivi in numerose associazioni: animano i gruppi del Movimento di Rinascita Cristiana e del Movimento “Per un mondo migliore” di P. Lombardi, sono barellieri sui treni dell’Unitalsi diretti a Lourdes, entrano nell’Agesci con i loro due figli maschi. Maria, inoltre, è infermiera volontaria della Croce Rossa e organizza i primi corsi per fidanzati nelle parrocchie romane, una vera novità per il tempo. Inoltre, è tra i fondatori dell’Università Cattolica accanto a Padre Gemelli.

Quando, nel 1913, Maria scopre di essere nuovamente incinta, i due coniugi Quattrocchi devono affrontare la prova più dura. La donna è affetta da una patologia che, all’epoca, le concedeva soltanto il 5% di possibilità di sopravvivenza. Due noti ginecologi le consigliano di abortire, per salvare la propria vita. Ma i genitori rifiutano, nonostante Luigi possa ritrovarsi padre vedovo di tre bambini tra i 5 e gli 8 anni. Le loro preghiere vengono accolte: il lunedì santo del 1914 nasce, senza complicazioni, Enrichetta.
Luigi e Maria sono straordinari educatori alla fede per i figli: frequentano insieme la Messa quotidiana e ogni giorno pregano davanti all’altare del Sacro Cuore di Gesù che hanno ricavato in sala. Il loro esempio è tale che tutti e quattro i figli sceglieranno la consacrazione religiosa: Filippo come sacerdote della diocesi di Roma, Cesare come trappista, Stefania entra in una clausura benedettina, mentre Enrichetta sarà consacrata secolare.

Luigi muore il 5 novembre 1951, seguito quattordici anni dopo da Maria, che si spegne il 26 agosto 1965. I due coniugi sono stati i primi a salire gli altari in virtù del modo in cui seppero vivere il loro matrimonio. Giovanni Paolo II li ha beatificati il 21 ottobre 2001, nel ventesimo anniversario della Familiaris Consortio.

Fonte: Radio Maria

Publié dans Fede, morale e teologia, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Anna De Guignè

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2009

 Anna De Guignè dans Fede, morale e teologia nannetta

Anna, da tutti chiamata Nannetta, non sembrava proprio destinata alla santità. Era nata il 25 aprile 1911 ad Annecy, in Francia, nel castello di La Cour. Fin da piccolissima, mostrò i segni di un carattere forte, vivace e intelligente, ma, al tempo stesso, terribilmente geloso e capriccioso.

Nel 1915 la guerra mondiale chiamò il conte Jacques, padre di Anna, al fronte. Egli rimase ferito tre volte e, infine, venne ucciso. Fu l’evento che cambiò definitivamente la vita della figlia, che gli era molto legata.
Da quando la sua ragione di bambina si era aperta a comprendere, Nannetta capì che Gesù è il più grande Amico e che per la sua infinità bontà Egli può tutto. Perciò la bimba, a soli 4 anni, decise di compiere tanti piccoli sacrifici per amore di Gesù. Chiedeva alla mamma che cosa doveva e poteva fare e poi seguiva le sue istruzioni, contenta di aver fatto qualcosa per ricambiare l’amore di Gesù. Nel mese di ottobre decise di offrire alla Madonna “tante rose senza spine”, metafora dei suoi piccoli sacrifici, a volte impegnativi.

All’età di sei anni la piccola Anna ricevette per la prima volta la Comunione. Aveva ricevuto una dispensa speciale da un superiore gesuita che, interrogandola, l’aveva trovata pronta per il grande passo. Su un suo quadernetto, dove già da qualche anno annotava ciò che aveva capito delle omelie, scrisse: “Mio Gesù, io ti amo e per piacerti, faccio il proposito di obbedirti sempre”.

Gli amici, la maestra del catechismo, le persone adulte che la conoscevano, tutti rimanevano stupiti dalla purezza che la bambina irradiava. La piccola, da parte sua, non sopportava di sentire che qualcuno aveva offeso Dio con qualche peccato e diceva: “Dobbiamo amare noi, molto di più il Signore Gesù, per quelli che non lo amano”. Però non giudicava nessuno e chiedeva perdono a Dio per chi si rendeva responsabile di qualche sbaglio.

Crescendo, Anna volle ricevere l’Eucarestia ogni giorno e chiedeva spesso la Confessione. La catechista affermò: “Era giunta a dimenticare se stessa, come se ella non esistesse più”. Oltre alla preghiera e ai sacrifici, Nannetta incominciò a fare tutto ciò che era nelle sue capacità di bambina per offrire aiuto ai bisognosi, fosse una sorellina o un povero della città.

Il 19 dicembre 1921 Anna cominciò ad avvertire dolori lancinanti alla testa e alla schiena. Un’encefalite l’aveva colpita gravemente, anche se la bambina faceva di tutto per non lamentarsi dei suoi dolori. La mamma, per rasserenarla, le disse: “Stai consolando Gesù e convertendo i peccatori”. Allora lei rispose: “Ebbene, se è così, voglio soffrire ancora”. Il 28 dicembre si confessò e si comunicò con gran fervore e due giorni dopo ricevette l’Unzione degli infermi. Poi chiese alla mamma se poteva seguire l’Angelo custode che le era apparso. Morì subito dopo. Il 3 marzo 1990, Papa Giovanni Paolo II l’ha dichiarata “venerabile”.

Fonte: Radio Maria

Publié dans Fede, morale e teologia | 4 Commentaires »

Radio Maria

Posté par atempodiblog le 5 octobre 2009

RADIO MARIA

“Credete a padre Livio, è la più libera che ci sia”

C’è chi arriva tardi in ufficio per ascoltare in auto le notizie lette dal direttore. E magari si converte. «È tutto merito della Vergine»
dal nostro inviato Vincenzo Sansonetti – OGGI

Radio Maria dans Articoli di Giornali e News Padre-Livio-Fanzaga

Sentite questa. Da non credere. C’è gente, fior di professionisti, ma anche impiegati, tecnici, operai, perfino studenti, chearriva tardi al lavoro, o alle lezioni in università, per sentire in auto la radio. Beh, e allora? Piacerà loro qualche bel programma musicale del mattino, direte. Nient’affatto. Ogni giorno, dalle 8 e 45, 8 e 50 fino alle 9 e 30 e oltre, un milione di radio ascoltatori si sintonizza sulle frequenze di Radio Maria. Per seguire la recita del rosario? No, per ascoltare in diretta la rassegna stampa più pazza e divertente che ci sia, tenuta da padre Livio Fanzaga, della congregazione degli Scolopi. Per tutti, solo padre Livio.

UN PIZZICO DI BUONUMORE

Padre Livio, perché questo tifo quasi da stadio?
«Faccio il commento alla stampa dal 1988 e non ci siamo ancora stancati, io di farlo e il pubblico di ascoltarlo. Leggo gli eventi della storia e della vita quotidiana alla luce della fede, con un pizzico di umorismo perché gli uomini, anche i più seri, sono un po’ bambinoni. Credo sia il commento alla stampa più libero che esista. Dico ciò che penso, senza dover rispondere a nessuno. È un previlegio più unico che raro».

Davvero c’è chi si converte sentendo i tuoi programmi?
«Sì, è vero. Molti si convertono. Succede. Ma non è merito mio o dei miei collaboratori. Il merito è tutto della Madonna».

L’autoritratto di padre Livio…
«Sono nato a Dalmine (provincia di Bergamo) nel 1940, e ordinato prete fra i Padri Scolopi nel 1966. Ho due lauree: teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e filosofia alla Cattolica di Milano. Per anni mi sono impegnato nella pastorale giovanile in una parrocchia di Milano. Poi, nel 1987, ho assunto la direzione dei programmi di Radio Maria, allora piccola emittente parrocchiale. Nel frattempo la radio è divenuta un network di dimensioni internazionali».

Cos’è Radio Maria?
«Pur essendo proprietà di una associazione civile (formata da cattolici), Radio Maria si propone come servizio a tutta la Chiesa e attinge i suoi conduttori (60 sacerdoti e altrettanti laici) e le centinaia di volontari che ne animano i programmi dalle più diverse realtà ecclesiali. Il legame con la Chiesa di tutte le Radio Maria del mondo è assicurato dai vari sacerdoti-diretttori che devono avere un mandato canonico da parte dell’autorità ecclesiastica competente. RadioMaria segue la dottrina della Chiesa, ma rischia in proprio sul piano economico e amministrativo. Siamo un fenomeno nuovo nel campo dei mass media cattolici, che ordinariamente sono proprietà della Chiesa, e rappresentiamo il network radiofonico più esteso nel mondo, guidato dall’Associazione World family of Radio Maria».

Qualche numero…
«Radio Maria copre tutto il territorio nazionale con 900 ripetitori, pari a quelli della Rai. L’ascolto medio giornaliero è di un milione e 800 mila. Non trasmettiamo pubblicità e viviamo con le offerte degli ascoltatori. Tutti i conduttori lavorano gratuitamente e abbiamo 70 studi mobili, condotti da volontari, che assicurano due collegamenti quotidiani di preghiera con le parrocchie di tutta Italia. A partire dal 1989 a oggi Radio Maria ha creato 60 emittenti, raggruppate in una associazione mondiale, che trasmettono in lingua locale in altrettante nazioni».

Siete identificati come la radio di Medjugorje. Laggiù sembra che ci sia qualche problema…
«Di recente Medjugorje è entrata nel mirino dei mass media per fatti già noti da tempo, come la riduzione allo stato laicale di Tomislav Vlasic (frate che è stato a Medjugorje dal 1982 al 1985, quando è stato allontanato) e il ritiro per un anno sabbatico di padre Jozo Zovko (parroco all’inizio delle apparizioni). Ma ciò che più stupisce è che i fedeli quest’estate sono notevolmente cresciuti. Il Festival deigiovani ha raggiunto il record di presenze, 50mila: i sacerdoti erano più di 600, contro i 500 dell’anno scorso. Nei giorni dell’Assunta i nostri pellegrini erano oltre il doppio del 2008».
robertazappa dans Padre Livio Fanzaga

LE CORNA DEL DIAVOLO

Ti accusano di vedere spuntare dappertutto le corna del diavolo. Non esageri?
«L’astuzia più grande del demonio è far credere che non esista. Così agisce indisturbato».

Prima Eluana, poi il caso Boffo. La Chiesa perde colpi?
«Nel rapporto Chiesa-politica occorre tener presente che la Chiesa è nel mondo, ma non del mondo. Perciò è ovvio che tenga un atteggiamento di critica costruttiva verso il potere politico. Che approvi o non approvi, è sempre una Chiesa amica, che vive in mezzo al popolo e lo aiuta nelle difficoltà della vita, spirituali e materiali. La Chiesa si aspetta che i cristiani laici siano più attivi nei partiti e nelle istituzioni, ma con una loro identità specifica, in modo tale da essere luce e sale, e dare alla politica un alto profilo morale».

Hai tanti collaboratori. Chi ti aiuta di più?
«Sono tutti bravi, disponibili. Ma Roberta Zappa – la sua voce è nota ai radioascoltatori – per me è preziosa. Lei è qui di Erba e lavora a Radio Maria dal 1988 come responsabile di redazione. Conduce Pomeriggio insieme, prepara il radiogiornale e cura la versione radiofonica di operedi letteratura spirituale».

di Vincenzo Sansonetti – OGGI
Fonte: Radio Maria

Publié dans Articoli di Giornali e News, Padre Livio Fanzaga, Roberta Zappa | 2 Commentaires »

Padre Livio a 20 anni

Posté par atempodiblog le 11 août 2009

Padre Livio a 20 anni dans Padre Livio Fanzaga padrelivio20anni

Tratta da: Il Giornalino di Radio Maria

Publié dans Padre Livio Fanzaga | 2 Commentaires »

Gesù

Posté par atempodiblog le 9 août 2009

Gesù gesi

Perfino Nietzsche – ed è tutto dire – ammirò Gesù: « Ha volato più alto di chiunque altro ». Ma chi è precisamente quest’uomo che da duemila anni affascina il cuore degli uomini. I Vangeli, quattro piccoli libri scritti con stile asciutto, sobrio, giornalistico, sono un resoconto fedele dei fatti che lo riguardano. Lì sono riportate le genuine testimonianze di chi c’era, di chi ha visto con i propri occhi, toccato con mano.

Allora, seguendo il percorso di Karl Adam nel volume « Gesù il Cristo » (Morcelliana), cerchiamo di « mettere bene in luce e di fissare con esattezza storica tutti i dati nettamente controllabili che riguardano la figura storica di Gesù, il suo aspetto psicologico, la sua vita e la sua struttura intima, la sua molteplice attività sulla scena della storia ». Facciamoci « un’idea chiara e ben definita dell’impressione lasciata da Gesù nei suoi discepoli e nei suoi contemporanei ».

Com’era Gesù?

C’è un fatto immediato, evidente a tutti, fin dal primo impatto. « La fisionomia esteriore di Gesù doveva esercitare un fascino irresistibile. Un giorno una donna del popolo si lasciò sfuggire, incontenibile, questo grido di lode: ‘Beato il grembo che t’ha portato e il seno che ti ha nutrito’ (Lc 11,27). Gesù rispose correggendo: ‘Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio’ (11,28). Tale risposta lascia intendere che la donna aveva di mira non solo i pregi dello spirito, ma anche quelli del corpo di Gesù ».

Scorrendo il resoconto dei Vangeli ci si accorge bene che « quell’impressione di forza che subito, al primo apparire, Gesù esercitava sul popolo, specialmente sui malati, sui peccatori, sulle peccatoci, era prodotta sì dalle sue forze spirituali, ma certamente, in parte almeno, doveva essere un effetto del suo aspetto affascinante che trascinava le folle ». Innanzitutto colpivano i suoi occhi, lo sguardo. Non a caso Marco, nel riferire ogni detto importante di Gesù, usa la formula: « Ed Egli li fissò e disse ».

Marco parla spesso degli occhi di Gesù perché riflette il racconto che aveva ascoltato da Pietro e Pietro non ha più potuto dimenticare quello sguardo. Fin dal primo incontro con quell’uomo. Doveva essere un’esperienza impressionante incrociare i suoi occhi se perfino Pilato, di fronte a questo imputato silenzioso, uomo straziato nelle carni, che è in suo potere, resta come soggiogato dal suo sguardo, dal suo fascino, dalla sua calma, dal suo mistero. E il governatore romano, che era così cinico e sprezzante, è insicuro, quasi intimidito, davanti a lui.

Oltre allo sguardo, va sottolineata, dice Adam, « l’impressione prodotta dal portamento sano, vigoroso, equilibrato di Gesù ». Stando ai fatti dei Vangeli si capisce che « doveva essere un uomo avvezzo alla fatica, resistente, sano robusto. E già per questo Egli si distingueva da altri celebri fondatori di religioni ». La sua vita pubblica è un continuo peregrinare per vallate e monti e deserti. Spesso i suoi, che lo seguono, lamentano la fame e la sete, sotto il sole del deserto. Notevole, osserva Adam, « la sua ultima salita da Gerico a Gerusalemme. .. sotto la sferza del sole su sentieri senza ombra, attraverso ammassi rocciosi, nel deserto, dovette compiere una marcia di sei ore in salita, superando un dislivello di oltre mille metri. Ciò che meraviglia è che Gesù non si stanca. Alla sera stessa prende parte a un convito preparatogli da Lazzaro e dalle sue sorelle (Gv 12,2) ».

Fisicamente l’uomo della Sindone corrisponde perfettamente a questo identikit: prestante, alto, sano. E’ un uomo che nei due anni e mezzo della sua missione vive perlopiù all’aperto, sotto tutte le intemperie. Per centinaia di notti « non ha dove posare il capo », si riposa accanto ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria che amerà portare ad esempio. Un uomo che fin dall’inizio si trova assediato da grandi folle cosicché Marco dice che spesso « non aveva neppure il tempo per mangiare », « fino a notte fonda andavano e venivano i malati » (Mc 3,8) e lui aveva compassione di tutti.

Dopo un miracolo fatto di sabato – che dunque farà molto discutere – va sull’altra riva del lago, ma in molti lo seguono pure là. Il Vangelo allora dice che Lui « guarì tutti » cioè guardò tutti, capì tutti, prese sul serio tutti.

Sottoposto a questa defatigante missione a volte crolla di stanchezza. Come quella volta, sulla barca: si addormentò mentre il legno di Simone attraversava le acque calme del lago. Poi di colpo l’arrivo di uno di quei tremendi « cicloni » improvvisi che, dalle gole orientali, si scatenano sul lago di Tiberiade, mandando a picco – ancora oggi – tante barche di pescatori. Simone e i suoi, che pure sono esperti, vengono presi dal panico, sanno che di lì a pochi minuti potrebbero essere risucchiati dai gorghi.

Concitati svegliano Gesù e lui subito « si ritrova e domina la situazione. Tutto questo mostra quanto fosse lungi dall’avere un temperamento eccitabile, nervoso. Invece Egli era sempre padrone dei suoi sensi, era insomma perfettamente sano ».

Ma chi è – si chiedono sgomenti i suoi – uno che può comandare perfino alla tempesta? Colpisce anche « la straordinaria chiarezza del suo pensiero », la « virile fermezza nell’eseguire la volontà del Padre », basti vedere la sua reazione in tre passi in cui i suoi tentano di « indurlo ad abbandonare la via della Passione che Lui aveva scelto irrevocabilmente ». « Gesù è l’uomo dalla volontà chiara, dall’azione sicura e decisa » « in tutta la sua vita non si trova un solo istante in cui si mostri indeciso e pensieroso sul da farsi ».

Adam osserva che pur essendo mite e umile « Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Per lui l’eroismo è la regola » ed esige da chi lo segue coraggio e decisione. Parla con semplicità, con piccole storie tratte dalla vita di tutti i giorni, tutti lo comprendono, e tuttavia manifesta un’autorevolezza che nessun altro ha. Quando i suoi contestatori provano a metterlo in contraddizione, vengono sbaragliati. « Nessuno osa resistergli », « ha un carattere regale », gli stessi suoi amici, a cui Lui vorrà lavare i piedi come un loro servo, invitandoli a fare lo stesso, avevano un « timore reverenziale verso il Maestro ». Pur essendo sempre inerme, rifiutando ogni violenza, perfino per legittima difesa, era come temuto dai nemici. Addirittura la squadraccia armata che va ad arrestarlo di notte ha un momento di sbandamento davanti alla forza che manifestano le sue parole: « sono io, lasciate stare loro ».

« Era uno che possedeva un potere superiore ». Non era solo l’impressione di superiorità, di potenza dominatrice che traspariva dal volto di Gesù, ma il suo potere concreto su tutto. Sulla tempesta, sui demoni, sulle malattie. Un giorno un padre concitato lo supplica di andare da lui perché la sua bambina sta morendo. Quando arriva Gesù la piccola è già spirata e giace sul letto inerte. Troppo tardi. Ma Gesù si china accanto a lei, le prende una mano e le dice: « Talita Kum » (che significa: « agnellino, alzati »). E la bambina torna in vita nello sconcerto dei presenti. Non c’è solo la potenza, ma la tenerezza di quell’espressione: « agnellino ». Un uomo così non si è mai visto. Così potente e così buono.

« Egli amava la solitudine », eppure stava volentieri fra gli uomini, ha simpatia per loro (perfino per i pagani, cosa rivoluzionaria), specialmente quando sono peccatori, prostitute, pubblicani. Lui che era così puro non li disprezza, ma ne ha profonda compassione, dà loro calore, forza, luce e così scandalizza gli osservanti. Gesù invita tutti a seguire e ad amare lui, cambiando vita. Lui rivendica il potere di perdonare (e perdona tutti, sempre). Un potere che era solo di Dio. Lui si pone addirittura al di sopra della Legge e del Sabato. Nessuno poteva farlo, se non Dio solo.

Romano Guardini, nel libro « La realtà umana del Signore » (Morcelliana), va più in profondità. Dai Vangeli, dice, emerge « una figura di sconvolgente grandezza e incomprensibilità ».

Il suo vero « segreto »

Guardini si chiede « che impressione fa in complesso la figura di Gesù se la confrontiamo con grandi figure dell’Antico Testamento come Mosè ed Elia? Innanzitutto quella di una grande calma e mitezza… L’impressione che la figura di Gesù fece ai suoi contemporanei è stata evidentemente quella di una persona che possedeva una forza misteriosa. Secondo il resoconto evangelico gli uomini che lo vedono restano colpiti, anzi profondamente scossi dalla sua presenza ».

Calma e sicurezza. « In Gesù non si trova alcun indizio di esitazione o di dubbio nel pensiero, di timidezza o di riservatezza dovuta a suscettibilità per le offese o a passività di fronte agli avvenimenti… In Gesù c’è una umanità meravigliosamente pura… Egli è capace di portare la persona alla coscienza perfetta e alla realizzazione di quello che significa essere uomo… appartiene essenzialmente alla figura di Gesù la mancanza di ogni stranezza ed anomalia ». Le sue stesse parole appaiono molto sobrie, misurate, ma « la sua volontà è fortissima. Tuttavia è pieno di rispetto per la volontà umana. Mai Gesù le fa violenza. Egli possiede il perfetto accordo di tutta la sua persona, non ha paura ed è pronto a tutte le conseguenze. Nello stesso tempo Egli è calmo, senza fretta, senza alcuna premura, non c’è in Lui né angoscia, né inquietudine, né un affannato agitarsi… la sua serenità e pacatezza non ha nulla di simile al fatalismo ». Da cosa è determinata in lui « l’assenza di ogni paura »? Non solo dal temperamento: è una cosa sola con Colui che tutto crea e tutto domina.

« Egli va verso gli uomini con cuore aperto. Sta quasi sempre insieme con loro… è pieno di un inesauribile desiderio di aiutare… ». « Egli ha compassione per il popolo e le sue sofferenze, lo guarda con affetto ». Se malati e sofferenti si rivolgono a lui in massa, se i bambini gli vanno così incontro è perché sentono la sua « calda simpatia », la sua accoglienza.

« In tutto ciò non c’è nulla della calma atarassia di uno stoico o dell’avversione per il mondo di un Buddha. Gesù è pieno di vita e di umana sensibilità… ». « Gesù dà sempre l’impressione di essere infinitamente di più di quello che appare, di potere di più di quello che Egli fa, di sapere di più di quello che dice », « in Gesù non si trova affatto malinconia che è una forma diffusissima della patologia religiosa ». « Gesù non è nemmeno un visionario… Egli dà l’impressione di una perfetta e completa salute ». Anche nella tentazione di Satana è un caso unico: non deve fare nessuno sforzo per resistere, « Satana contro di lui è impotente ». Lo dice lui stesso: « il principe del mondo non può nulla contro di me » (Gv 14,30). E’ inattaccabile. Eppure questa « persona divinamente sicura è piena di vita, è in tutto umana ».

Così coloro che vivono con Lui o che lo incontrano nelle piazze, nei villaggi, nelle sinagoghe, sempre più si domandano: « ma chi è veramente quest’uomo? ».

Luigi Giussani (« All’origine della pretesa cristiana », Rizzoli) traccia questa traiettoria. Innanzitutto c’è la scoperta di « un uomo senza paragone ». La gente starebbe delle ore a guardarlo parlare, affascinati da tutti i suoi gesti, le sue espressioni, il suo volto, il suo modo di guardare negli occhi tutti. I Vangeli fanno capire che spesso, anche dopo ore, nessuno va via, anche quando si fa tardi.

Lui sa leggere nel segreto di tutti i cuori (come scopre la samaritana al pozzo), così che tutti crollano davanti a lui. « La sua intelligenza sventa ogni tentativo di coglierlo in fallo ». Come quando gli portano la donna colta in flagrante adulterio, che per la legge doveva essere lapidata: « Chi di voi è senza peccato…. ». Uno così non si era mai visto. Un giorno entrando in un villaggio s’imbatte in un corteo funebre ed è toccato dal pianto di quella madre, le si avvicina e le dice: « donna, non piangere… » E dopo questo gesto di tenerezza le restituisce il figlio vivo. « E’ difficile – commenta Giussani – che una persona potente sia veramente buona ». Ma lui è così. E’ una meraviglia mai vista sulla terra. E’ l’essere umano che ciascuno desidererebbe incontrare nella vita.

Eppure, dicono i suoi contemporanei, si sa da dove viene, si conoscono i familiari, pure i nemici si sono informati bene su di lui. Ma tale è la sua eccezionalità che ci si chiede chi sia veramente.

Anche fra i suoi amici che ogni giorno gli vedono compiere quelle cose cresce sempre di più la sensazione che egli sia un mistero inafferrabile. Finché lui si rivela apertamente: « prima che Abramo fosse, Io Sono ».

Una pretesa inaudita. Una bestemmia, per i suoi nemici. E, va detto, un caso unico nella storia. Come si può davvero credere che il figlio del falegname di Nazaret sia l’Eterno, l’Onnipotente, Colui che ha disegnato il corso delle galassie e dei millenni? Si può solo accettare la sua sfida: « viene e vedi ». Andargli dietro per capire. Anche oggi è possibile. I cristiani ogni giorno – oggi – gli vedono compiere opere immense e davanti a questa evidenza carnale, di Lui vivo e operante nel 2005, il pesantissimo attacco scatenato negli ultimi due secoli contro la storicità dei resoconti evangelici appare risibile. La prova che è davvero risorto sta nel fatto che lo si può vedere oggi operante, vivo.

Le scoperte su di Lui

D’altra parte anche le più recenti scoperte archeologiche e storiche (dal 7Q5 di Josè O’Callaghan ai lavori di Jean Carmignac, dalle « ridatazioni » di Robinson e Tresmontant alle ricerche di Carsten P. Thiede, per dirne solo alcune), oggi confermano che i vangeli furono scritti da testimoni oculari, a ridosso degli eventi e circolavano pubblicamente quando ancora erano viventi gli avversari di Gesù che avrebbero potuto contestare quelle notizie (a cominciare dal ritrovamento della tomba vuota).

Lo straordinario volume di José Miguel García « La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli » (Rizzoli, pp. 246, euro 9.50) aggiunge oggi altre scoperte straordinarie. Per esempio ha trovato addirittura che in due passi della seconda lettera ai Corinzi, scritta prima dell’autunno del 57 d.C, san Paolo parla di un Vangelo già scritto e circolante fra le comunità e cita espressamente Luca come il suo estensore. Due secoli di farneticazioni moderniste spazzate via. García, esponente della cosiddetta « scuola di Madrid », lavora da anni alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico, la lingua originaria e parlata da Gesù. In Spagna sono già usciti più di una decina di volumi che raccolgono i risultati di questo imponente lavoro. Il libro della Rizzoli ne propone una sintesi divulgativa. Lo scopo era il chiarimento di quei passi che nel greco dei Vangeli risultano oscuri o contraddittori e che sono stati usati polemicamente contro la Chiesa.

Questi studiosi spagnoli dimostrano che spesso ci troviamo di fronte a traduzioni inesatte. Si scopre per esempio che secoli di speculazioni sui « fratelli di Gesù », con cui si era messa in discussione la dottrina della Chiesa, non hanno ragion d’essere: sono sempre gli apostoli e i discepoli a essere definiti « i fratelli di Gesù ». Sotto il greco si recupera anche l’esattezza dei resoconti. Per esempio sui miracoli che in certi casi – come quello dell’indemoniato di Gerasa – erano contestati a causa dell’imprecisione del testo greco. D’altronde che Gesù impressionasse tutti per i suoi straordinari miracoli è storicamente certo perché viene attestato pure dalle insospettabili fonti ebraiche (raccolte nel Talmud di Babilonia).

Un’altra delle balordaggini propalate dalla « critica storica » è l’idea per cui Gesù si sarebbe aspettato una fine del mondo imminente, nella sua generazione, sbagliandosi clamorosamente. Si cita Mc 9, 1, oltretutto interpretando male l’espressione « Regno di Dio ». José Miguel García svela l’equivoco e confuta i critici.

C’è un altro passo cruciale dei Vangeli che ha dato occasione a infinite polemiche, soprattutto dei protestanti: l’episodio di Cesarea di Filippo quando Gesù chiede: « chi dice la gente che io sia? ». Poi lo chiede ai suoi e Pietro – ispirato dallo Spirito Santo – confessa la sua convinzione: Tu sei il Figlio di Dio. E’ così che Gesù dà a Pietro l’investitura, il primato. Ma curiosamente il racconto evangelico si conclude con un versetto strano: « e impose loro severamente di non dire questo di lui a nessuno » (Mc 8,30). Un versetto che ha fatto strologare molti sul fantasioso « segreto messianico », ma che – ricostruito nell’originale aramaico – dice tutt’altro: « E impose loro severamente di vedere sempre in lui (in Pietro, ndr) il Figlio dell’Uomo ».

Una sottolineatura clamorosa, come si vede, della missione di Pietro. A proposito del « segreto messianico » secondo cui « Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia », anche dal lavoro di García si evidenzia l’inconsistenza di questa invenzione. Emerge chiaramente, infatti, che Gesù non solo sapeva di. essere il Messia, il Cristo, ma fa comprendere pian piano ai suoi e a chi lo ascolta che egli è Dio stesso. Alla fine lo dice apertamente ai suoi stessi nemici. E’ questa infatti l’inaudita pretesa, la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, « tu, che sei uomo, ti fai Dio… » (Gv 10,33). Ed era vero.

Ma le pagine più toccanti del libro di García sono quelle sull’ultima cena, quando Gesù dice, nella traduzione attuale: « ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione ».

Secondo García l’originale aramaico è ancora più vertiginoso: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza ».

Qui « Gesù designa la sua incarnazione: la sua venuta incontro alla morte ». E nelle prime parole si coglie « il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste » di « andare incontro alla morte » per instaurare il Regno di Dio e « sconfiggere il regno di Satana ».

Una profondità simile hanno anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro « la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevette sul calvario » (è la santa messa dei cristiani).

Il testo aramaico dunque restituisce, con potenza ancora maggiore, il desiderio di Gesù di morire per la salvezza di tutti gli esseri umani, la sua volontà fortissima di subire su di sé tutta lo scatenarsi di Satana per liberare gli uomini. Ecco perché, nel resoconto delle torture e della passione, Gesù appare così determinato a subire ogni atrocità, ogni umiliazione, fino in fondo, e sembra voler resistere fino in fondo perché nulla gli sia risparmiato. Vuole bere fino in fondo questo straziante calice di sofferenze e crudeltà. Senza un lamento, senza un solo gesto di difesa dai colpi, dagli sputi, dai flagelli. Fino all’ultimo istante si rivela questo essere immenso, sublime, unico. Impossibile non amarlo. Per gli uomini di tutti i tempi.

Il referto quasi fotografico di quella macellazione finale dell’agnello, dove la vittima non avrà più un centimetro di carne che non sia stata piagata, è la Sindone di Torino. E proprio dalla retroversione in aramaico di García si scopre una straordinaria conferma della Sindone. Le traduzioni correnti dicono infatti che dalla croce « presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende » (Gv 19,40), ma l’originale aramaico recita: « presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in una doppia tela di lino ». E’ l’esatta descrizione della Sindone. Guardando quell’immagine tornano in mente i versi di Pedro Calderón de la Barca:

“La tua voce ha potuto intenerirmi
La tua presenza trattenermi,
E il tuo rispetto commuovermi.
Chi sei? (…)
Tu, solo tu, hai destato (…)
L’ammirazione dei miei occhi,
la meraviglia del mio udito.
Ogni volta che ti guardo
Mi provochi nuovo stupore
E quanto piú ti guardo
Piú desidero guardarti”.


di Antonio Socci
Tratto da: Radio Maria

Publié dans | Pas de Commentaires »

Cosa farebbe Gesù?

Posté par atempodiblog le 7 août 2009

Cosa farebbe Gesù? dans Fede, morale e teologia wwjd

<<In America, in un incontro tenuto da Padre Jozo, un ragazzo ha avuto l’idea di scrivere su un braccialetto queste parole: “che cosa farebbe Gesù se fosse al mio posto in questo momento?”. Che bella idea, ho pensato, ed è proprio lo Spirito Santo che ha ispirato questo ragazzo, che poi aveva donato un braccialetto con questa scritta a tutti i giovani e anche a Padre Jozo. Ecco bisogna essere coscienti su che cosa farebbe Gesù al nostro posto. Un giovane deve essere consapevole che è un cristiano e un cattolico e che la nostra vita è un dono di Dio. Tante volte uno dice: ho 18 anni e sono libero dai miei genitori, posso fare quello che voglio… Invece la nostra vita è un dono di Dio e bisogna essere coscienti di questo dono e rispettarlo, sia il dono della vita come quello della salute, perché tante volte abusiamo in tante cose. E anche cercare Gesù, perché quando incominciamo a cercare qualcosa possiamo trovare Gesù, perché Gesù è così immenso che possiamo metterlo dappertutto e nel medesimo tempo così piccolo che anche possiamo metterlo nella tasca dei nostri jeans, per cui ripeto sempre ai giovani: cercate Gesù perché Gesù vi darà la soluzione per tutta la vostra vita”>>.

Marija Pavlovic Lunetti ad una catechesi di Padre Livio Fanzaga su Radio Maria.

Publié dans Fede, morale e teologia, Padre Livio Fanzaga | 3 Commentaires »

Gesù (di Antonio Socci)

Posté par atempodiblog le 9 juillet 2009

Gesù (di Antonio Socci) dans Antonio Socci gesi

Perfino Nietzsche – ed è tutto dire – ammirò Gesù: « Ha volato più alto di chiunque altro ». Ma chi è precisamente quest’uomo che da duemila anni affascina il cuore degli uomini. I Vangeli, quattro piccoli libri scritti con stile asciutto, sobrio, giornalistico, sono un resoconto fedele dei fatti che lo riguardano. Lì sono riportate le genuine testimonianze di chi c’era, di chi ha visto con i propri occhi, toccato con mano.

Allora, seguendo il percorso di Karl Adam nel volume « Gesù il Cristo » (Morcelliana), cerchiamo di « mettere bene in luce e di fissare con esattezza storica tutti i dati nettamente controllabili che riguardano la figura storica di Gesù, il suo aspetto psicologico, la sua vita e la sua struttura intima, la sua molteplice attività sulla scena della storia ». Facciamoci « un’idea chiara e ben definita dell’impressione lasciata da Gesù nei suoi discepoli e nei suoi contemporanei ».

Com’era Gesù?

C’è un fatto immediato, evidente a tutti, fin dal primo impatto. « La fisionomia esteriore di Gesù doveva esercitare un fascino irresistibile. Un giorno una donna del popolo si lasciò sfuggire, incontenibile, questo grido di lode: ‘Beato il grembo che t’ha portato e il seno che ti ha nutrito’ (Lc 11,27). Gesù rispose correggendo: ‘Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio’ (11,28). Tale risposta lascia intendere che la donna aveva di mira non solo i pregi dello spirito, ma anche quelli del corpo di Gesù ».

Scorrendo il resoconto dei Vangeli ci si accorge bene che « quell’impressione di forza che subito, al primo apparire, Gesù esercitava sul popolo, specialmente sui malati, sui peccatori, sulle peccatoci, era prodotta sì dalle sue forze spirituali, ma certamente, in parte almeno, doveva essere un effetto del suo aspetto affascinante che trascinava le folle ». Innanzitutto colpivano i suoi occhi, lo sguardo. Non a caso Marco, nel riferire ogni detto importante di Gesù, usa la formula: « Ed Egli li fissò e disse ».

Marco parla spesso degli occhi di Gesù perché riflette il racconto che aveva ascoltato da Pietro e Pietro non ha più potuto dimenticare quello sguardo. Fin dal primo incontro con quell’uomo. Doveva essere un’esperienza impressionante incrociare i suoi occhi se perfino Pilato, di fronte a questo imputato silenzioso, uomo straziato nelle carni, che è in suo potere, resta come soggiogato dal suo sguardo, dal suo fascino, dalla sua calma, dal suo mistero. E il governatore romano, che era così cinico e sprezzante, è insicuro, quasi intimidito, davanti a lui.

Oltre allo sguardo, va sottolineata, dice Adam, « l’impressione prodotta dal portamento sano, vigoroso, equilibrato di Gesù ». Stando ai fatti dei Vangeli si capisce che « doveva essere un uomo avvezzo alla fatica, resistente, sano robusto. E già per questo Egli si distingueva da altri celebri fondatori di religioni ». La sua vita pubblica è un continuo peregrinare per vallate e monti e deserti. Spesso i suoi, che lo seguono, lamentano la fame e la sete, sotto il sole del deserto. Notevole, osserva Adam, « la sua ultima salita da Gerico a Gerusalemme. .. sotto la sferza del sole su sentieri senza ombra, attraverso ammassi rocciosi, nel deserto, dovette compiere una marcia di sei ore in salita, superando un dislivello di oltre mille metri. Ciò che meraviglia è che Gesù non si stanca. Alla sera stessa prende parte a un convito preparatogli da Lazzaro e dalle sue sorelle (Gv 12,2) ».

Fisicamente l’uomo della Sindone corrisponde perfettamente a questo identikit: prestante, alto, sano. E’ un uomo che nei due anni e mezzo della sua missione vive perlopiù all’aperto, sotto tutte le intemperie. Per centinaia di notti « non ha dove posare il capo », si riposa accanto ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria che amerà portare ad esempio. Un uomo che fin dall’inizio si trova assediato da grandi folle cosicché Marco dice che spesso « non aveva neppure il tempo per mangiare », « fino a notte fonda andavano e venivano i malati » (Mc 3,8) e lui aveva compassione di tutti.

Dopo un miracolo fatto di sabato – che dunque farà molto discutere – va sull’altra riva del lago, ma in molti lo seguono pure là. Il Vangelo allora dice che Lui « guarì tutti » cioè guardò tutti, capì tutti, prese sul serio tutti.

Sottoposto a questa defatigante missione a volte crolla di stanchezza. Come quella volta, sulla barca: si addormentò mentre il legno di Simone attraversava le acque calme del lago. Poi di colpo l’arrivo di uno di quei tremendi « cicloni » improvvisi che, dalle gole orientali, si scatenano sul lago di Tiberiade, mandando a picco – ancora oggi – tante barche di pescatori. Simone e i suoi, che pure sono esperti, vengono presi dal panico, sanno che di lì a pochi minuti potrebbero essere risucchiati dai gorghi.

Concitati svegliano Gesù e lui subito « si ritrova e domina la situazione. Tutto questo mostra quanto fosse lungi dall’avere un temperamento eccitabile, nervoso. Invece Egli era sempre padrone dei suoi sensi, era insomma perfettamente sano ».

Ma chi è – si chiedono sgomenti i suoi – uno che può comandare perfino alla tempesta? Colpisce anche « la straordinaria chiarezza del suo pensiero », la « virile fermezza nell’eseguire la volontà del Padre », basti vedere la sua reazione in tre passi in cui i suoi tentano di « indurlo ad abbandonare la via della Passione che Lui aveva scelto irrevocabilmente ». « Gesù è l’uomo dalla volontà chiara, dall’azione sicura e decisa » « in tutta la sua vita non si trova un solo istante in cui si mostri indeciso e pensieroso sul da farsi ».

Adam osserva che pur essendo mite e umile « Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Per lui l’eroismo è la regola » ed esige da chi lo segue coraggio e decisione. Parla con semplicità, con piccole storie tratte dalla vita di tutti i giorni, tutti lo comprendono, e tuttavia manifesta un’autorevolezza che nessun altro ha. Quando i suoi contestatori provano a metterlo in contraddizione, vengono sbaragliati. « Nessuno osa resistergli », « ha un carattere regale », gli stessi suoi amici, a cui Lui vorrà lavare i piedi come un loro servo, invitandoli a fare lo stesso, avevano un « timore reverenziale verso il Maestro ». Pur essendo sempre inerme, rifiutando ogni violenza, perfino per legittima difesa, era come temuto dai nemici. Addirittura la squadraccia armata che va ad arrestarlo di notte ha un momento di sbandamento davanti alla forza che manifestano le sue parole: « sono io, lasciate stare loro ».

« Era uno che possedeva un potere superiore ». Non era solo l’impressione di superiorità, di potenza dominatrice che traspariva dal volto di Gesù, ma il suo potere concreto su tutto. Sulla tempesta, sui demoni, sulle malattie. Un giorno un padre concitato lo supplica di andare da lui perché la sua bambina sta morendo. Quando arriva Gesù la piccola è già spirata e giace sul letto inerte. Troppo tardi. Ma Gesù si china accanto a lei, le prende una mano e le dice: « Talita Kum » (che significa: « agnellino, alzati »). E la bambina torna in vita nello sconcerto dei presenti. Non c’è solo la potenza, ma la tenerezza di quell’espressione: « agnellino ». Un uomo così non si è mai visto. Così potente e così buono.

« Egli amava la solitudine », eppure stava volentieri fra gli uomini, ha simpatia per loro (perfino per i pagani, cosa rivoluzionaria), specialmente quando sono peccatori, prostitute, pubblicani. Lui che era così puro non li disprezza, ma ne ha profonda compassione, dà loro calore, forza, luce e così scandalizza gli osservanti. Gesù invita tutti a seguire e ad amare lui, cambiando vita. Lui rivendica il potere di perdonare (e perdona tutti, sempre). Un potere che era solo di Dio. Lui si pone addirittura al di sopra della Legge e del Sabato. Nessuno poteva farlo, se non Dio solo.

Romano Guardini, nel libro « La realtà umana del Signore » (Morcelliana), va più in profondità. Dai Vangeli, dice, emerge « una figura di sconvolgente grandezza e incomprensibilità ».

Il suo vero « segreto »

Guardini si chiede « che impressione fa in complesso la figura di Gesù se la confrontiamo con grandi figure dell’Antico Testamento come Mosè ed Elia? Innanzitutto quella di una grande calma e mitezza… L’impressione che la figura di Gesù fece ai suoi contemporanei è stata evidentemente quella di una persona che possedeva una forza misteriosa. Secondo il resoconto evangelico gli uomini che lo vedono restano colpiti, anzi profondamente scossi dalla sua presenza ».

Calma e sicurezza. « In Gesù non si trova alcun indizio di esitazione o di dubbio nel pensiero, di timidezza o di riservatezza dovuta a suscettibilità per le offese o a passività di fronte agli avvenimenti… In Gesù c’è una umanità meravigliosamente pura… Egli è capace di portare la persona alla coscienza perfetta e alla realizzazione di quello che significa essere uomo… appartiene essenzialmente alla figura di Gesù la mancanza di ogni stranezza ed anomalia ». Le sue stesse parole appaiono molto sobrie, misurate, ma « la sua volontà è fortissima. Tuttavia è pieno di rispetto per la volontà umana. Mai Gesù le fa violenza. Egli possiede il perfetto accordo di tutta la sua persona, non ha paura ed è pronto a tutte le conseguenze. Nello stesso tempo Egli è calmo, senza fretta, senza alcuna premura, non c’è in Lui né angoscia, né inquietudine, né un affannato agitarsi… la sua serenità e pacatezza non ha nulla di simile al fatalismo ». Da cosa è determinata in lui « l’assenza di ogni paura »? Non solo dal temperamento: è una cosa sola con Colui che tutto crea e tutto domina.

« Egli va verso gli uomini con cuore aperto. Sta quasi sempre insieme con loro… è pieno di un inesauribile desiderio di aiutare… ». « Egli ha compassione per il popolo e le sue sofferenze, lo guarda con affetto ». Se malati e sofferenti si rivolgono a lui in massa, se i bambini gli vanno così incontro è perché sentono la sua « calda simpatia », la sua accoglienza.

« In tutto ciò non c’è nulla della calma atarassia di uno stoico o dell’avversione per il mondo di un Buddha. Gesù è pieno di vita e di umana sensibilità… ». « Gesù dà sempre l’impressione di essere infinitamente di più di quello che appare, di potere di più di quello che Egli fa, di sapere di più di quello che dice », « in Gesù non si trova affatto malinconia che è una forma diffusissima della patologia religiosa ». « Gesù non è nemmeno un visionario… Egli dà l’impressione di una perfetta e completa salute ». Anche nella tentazione di Satana è un caso unico: non deve fare nessuno sforzo per resistere, « Satana contro di lui è impotente ». Lo dice lui stesso: « il principe del mondo non può nulla contro di me » (Gv 14,30). E’ inattaccabile. Eppure questa « persona divinamente sicura è piena di vita, è in tutto umana ».

Così coloro che vivono con Lui o che lo incontrano nelle piazze, nei villaggi, nelle sinagoghe, sempre più si domandano: « ma chi è veramente quest’uomo? ».

Luigi Giussani (« All’origine della pretesa cristiana », Rizzoli) traccia questa traiettoria. Innanzitutto c’è la scoperta di « un uomo senza paragone ». La gente starebbe delle ore a guardarlo parlare, affascinati da tutti i suoi gesti, le sue espressioni, il suo volto, il suo modo di guardare negli occhi tutti. I Vangeli fanno capire che spesso, anche dopo ore, nessuno va via, anche quando si fa tardi.

Lui sa leggere nel segreto di tutti i cuori (come scopre la samaritana al pozzo), così che tutti crollano davanti a lui. « La sua intelligenza sventa ogni tentativo di coglierlo in fallo ». Come quando gli portano la donna colta in flagrante adulterio, che per la legge doveva essere lapidata: « Chi di voi è senza peccato…. ». Uno così non si era mai visto. Un giorno entrando in un villaggio s’imbatte in un corteo funebre ed è toccato dal pianto di quella madre, le si avvicina e le dice: « donna, non piangere… » E dopo questo gesto di tenerezza le restituisce il figlio vivo. « E’ difficile – commenta Giussani – che una persona potente sia veramente buona ». Ma lui è così. E’ una meraviglia mai vista sulla terra. E’ l’essere umano che ciascuno desidererebbe incontrare nella vita.

Eppure, dicono i suoi contemporanei, si sa da dove viene, si conoscono i familiari, pure i nemici si sono informati bene su di lui. Ma tale è la sua eccezionalità che ci si chiede chi sia veramente.

Anche fra i suoi amici che ogni giorno gli vedono compiere quelle cose cresce sempre di più la sensazione che egli sia un mistero inafferrabile. Finché lui si rivela apertamente: « prima che Abramo fosse, Io Sono ».

Una pretesa inaudita. Una bestemmia, per i suoi nemici. E, va detto, un caso unico nella storia. Come si può davvero credere che il figlio del falegname di Nazaret sia l’Eterno, l’Onnipotente, Colui che ha disegnato il corso delle galassie e dei millenni? Si può solo accettare la sua sfida: « viene e vedi ». Andargli dietro per capire. Anche oggi è possibile. I cristiani ogni giorno – oggi – gli vedono compiere opere immense e davanti a questa evidenza carnale, di Lui vivo e operante nel 2005, il pesantissimo attacco scatenato negli ultimi due secoli contro la storicità dei resoconti evangelici appare risibile. La prova che è davvero risorto sta nel fatto che lo si può vedere oggi operante, vivo.

Le scoperte su di Lui

D’altra parte anche le più recenti scoperte archeologiche e storiche (dal 7Q5 di Josè O’Callaghan ai lavori di Jean Carmignac, dalle « ridatazioni » di Robinson e Tresmontant alle ricerche di Carsten P. Thiede, per dirne solo alcune), oggi confermano che i vangeli furono scritti da testimoni oculari, a ridosso degli eventi e circolavano pubblicamente quando ancora erano viventi gli avversari di Gesù che avrebbero potuto contestare quelle notizie (a cominciare dal ritrovamento della tomba vuota).

Lo straordinario volume di José Miguel García « La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli » (Rizzoli, pp. 246, euro 9.50) aggiunge oggi altre scoperte straordinarie. Per esempio ha trovato addirittura che in due passi della seconda lettera ai Corinzi, scritta prima dell’autunno del 57 d.C, san Paolo parla di un Vangelo già scritto e circolante fra le comunità e cita espressamente Luca come il suo estensore. Due secoli di farneticazioni moderniste spazzate via. García, esponente della cosiddetta « scuola di Madrid », lavora da anni alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico, la lingua originaria e parlata da Gesù. In Spagna sono già usciti più di una decina di volumi che raccolgono i risultati di questo imponente lavoro. Il libro della Rizzoli ne propone una sintesi divulgativa. Lo scopo era il chiarimento di quei passi che nel greco dei Vangeli risultano oscuri o contraddittori e che sono stati usati polemicamente contro la Chiesa.

Questi studiosi spagnoli dimostrano che spesso ci troviamo di fronte a traduzioni inesatte. Si scopre per esempio che secoli di speculazioni sui « fratelli di Gesù », con cui si era messa in discussione la dottrina della Chiesa, non hanno ragion d’essere: sono sempre gli apostoli e i discepoli a essere definiti « i fratelli di Gesù ». Sotto il greco si recupera anche l’esattezza dei resoconti. Per esempio sui miracoli che in certi casi – come quello dell’indemoniato di Gerasa – erano contestati a causa dell’imprecisione del testo greco. D’altronde che Gesù impressionasse tutti per i suoi straordinari miracoli è storicamente certo perché viene attestato pure dalle insospettabili fonti ebraiche (raccolte nel Talmud di Babilonia).

Un’altra delle balordaggini propalate dalla « critica storica » è l’idea per cui Gesù si sarebbe aspettato una fine del mondo imminente, nella sua generazione, sbagliandosi clamorosamente. Si cita Mc 9, 1, oltretutto interpretando male l’espressione « Regno di Dio ». José Miguel García svela l’equivoco e confuta i critici.

C’è un altro passo cruciale dei Vangeli che ha dato occasione a infinite polemiche, soprattutto dei protestanti: l’episodio di Cesarea di Filippo quando Gesù chiede: « chi dice la gente che io sia? ». Poi lo chiede ai suoi e Pietro – ispirato dallo Spirito Santo – confessa la sua convinzione: Tu sei il Figlio di Dio. E’ così che Gesù dà a Pietro l’investitura, il primato. Ma curiosamente il racconto evangelico si conclude con un versetto strano: « e impose loro severamente di non dire questo di lui a nessuno » (Mc 8,30). Un versetto che ha fatto strologare molti sul fantasioso « segreto messianico », ma che – ricostruito nell’originale aramaico – dice tutt’altro: « E impose loro severamente di vedere sempre in lui (in Pietro, ndr) il Figlio dell’Uomo ».

Una sottolineatura clamorosa, come si vede, della missione di Pietro. A proposito del « segreto messianico » secondo cui « Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia », anche dal lavoro di García si evidenzia l’inconsistenza di questa invenzione. Emerge chiaramente, infatti, che Gesù non solo sapeva di. essere il Messia, il Cristo, ma fa comprendere pian piano ai suoi e a chi lo ascolta che egli è Dio stesso. Alla fine lo dice apertamente ai suoi stessi nemici. E’ questa infatti l’inaudita pretesa, la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, « tu, che sei uomo, ti fai Dio… » (Gv 10,33). Ed era vero.

Ma le pagine più toccanti del libro di García sono quelle sull’ultima cena, quando Gesù dice, nella traduzione attuale: « ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione ».

Secondo García l’originale aramaico è ancora più vertiginoso: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza ».

Qui « Gesù designa la sua incarnazione: la sua venuta incontro alla morte ». E nelle prime parole si coglie « il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste » di « andare incontro alla morte » per instaurare il Regno di Dio e « sconfiggere il regno di Satana ».

Una profondità simile hanno anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro « la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevette sul calvario » (è la santa messa dei cristiani).

Il testo aramaico dunque restituisce, con potenza ancora maggiore, il desiderio di Gesù di morire per la salvezza di tutti gli esseri umani, la sua volontà fortissima di subire su di sé tutta lo scatenarsi di Satana per liberare gli uomini. Ecco perché, nel resoconto delle torture e della passione, Gesù appare così determinato a subire ogni atrocità, ogni umiliazione, fino in fondo, e sembra voler resistere fino in fondo perché nulla gli sia risparmiato. Vuole bere fino in fondo questo straziante calice di sofferenze e crudeltà. Senza un lamento, senza un solo gesto di difesa dai colpi, dagli sputi, dai flagelli. Fino all’ultimo istante si rivela questo essere immenso, sublime, unico. Impossibile non amarlo. Per gli uomini di tutti i tempi.

Il referto quasi fotografico di quella macellazione finale dell’agnello, dove la vittima non avrà più un centimetro di carne che non sia stata piagata, è la Sindone di Torino. E proprio dalla retroversione in aramaico di García si scopre una straordinaria conferma della Sindone. Le traduzioni correnti dicono infatti che dalla croce « presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende » (Gv 19,40), ma l’originale aramaico recita: « presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in una doppia tela di lino ». E’ l’esatta descrizione della Sindone. Guardando quell’immagine tornano in mente i versi di Pedro Calderón de la Barca:

“La tua voce ha potuto intenerirmi
La tua presenza trattenermi,
E il tuo rispetto commuovermi.
Chi sei? (…)
Tu, solo tu, hai destato (…)
L’ammirazione dei miei occhi,
la meraviglia del mio udito.
Ogni volta che ti guardo
Mi provochi nuovo stupore
E quanto piú ti guardo
Piú desidero guardarti”.


di Antonio Socci
Tratto da: Radio Maria

Publié dans Antonio Socci, Fede, morale e teologia | Pas de Commentaires »

Catechesi di Padre Livio

Posté par atempodiblog le 28 mars 2009

Testimonianze dalla catechesi giovanile
Tratto da: Radio Maria

Immagine

Da anni ormai il venerdì sera mi ritrovo a dover fare i salti mortali per rimandare inviti e impegni che cadrebbero appunto di venerdì e stanca per la giornata di lavoro molto impegnativa lo garantisco, percorro diversi km in auto, spesso sola, e mi reco alla catechesi giovanile.
Mi sono chiesta come mai questa costanza?
Soprattutto per un tipo come me che non arriva mai alla fine di un corso di ginnastica o di computer lo confesso, per pigrizia forse.
Voglio essere sincera: il motivo che mi spinge ad uscire di casa freddo o pioggia che sia è la consapevolezza di trascorrere un momento di gioia ed anche di vero divertimento.
Ad una catechesi?!! Potrà sembrare strano eppure è così!
Mi rendo perfettamente conto che avrei potuto addurre una motivazione più profonda però è anche vero che ognuno di noi ha un sincero desiderio di felicità nella propria vita ed io posso affermare che quando ritorno a casa alla sera del venerdì il mio cuore (e lo dico senza paura di esagerare) è colmo di GIOIA VERA.
Come non riconoscere il merito di tutto ciò alla carica di simpatia e al talento del nostro caro Padre Livio?
Alla catechesi, è vero, in tanti anni posso dire di non essermi mai annoiata e posso affermare non solo di aver sempre imparato molto ma anche qualcosa in più!
In effetti la catechesi giovanile così incisiva e per niente politicamente corretta non è solo da ascoltare ma tocca nella concretezza la tua vita, le tue esperienze e ti muove dentro.
Essa dà poi i suoi frutti. Infatti mi sono stupita come parlando in modo improvvisato di argomenti spirituali con i miei bambini di scuola emergessero dal mio cuore riflessioni che avevo ascoltato proprio nelle diverse serate dei venerdì di non so quanti anni prima.
Quante cose studiate a scuola che si dimenticano! Invece LE PAROLE DI PADRE LIVIO TI RIMANGONO SCOLPITE DENTRO PER SEMPRE ed è per questo motivo che i suoi ragazzi si distinguono in modo particolare dagli altri. Infatti dove trovate giovani che digiunano due volte alla settimana, partecipano alla celebrazione della Santa Messa tutti i giorni e recitano più di un rosario quotidianamente?
Questi sono risultati sorprendenti che testimoniano sacrificio, fede ed amore per il Signore e proprio per questo va il nostro più grande plauso a Padre Livio.
S.

Publié dans Stile di vita | 2 Commentaires »

Salvarsi l’anima!

Posté par atempodiblog le 5 mars 2009

Si avvicina il tempo della Quaresima
CAMMINO DI CONVERSIONE per ogni stagione della vita
del Prof. Luigi Pautasso di Radio Maria Canada (audio)

Salvarsi l'anima! dans Anticristo profluigipautasso

Salvare l’anima
Le mie parole vogliono farsi intermediarie ed interpreti di quelle del Signore che un giorno ha detto: « A che serve se guadagni tutto il mondo e poi perdi l’anima? ».
La quaresima è appunto il tempo in cui il cristiano è chiamato da Dio a fare il più grosso affare della vita, che è quello di salvarsi l’anima. Piazzarsi bene nella società, vincere il lotto, acquistare terreni e palazzi sono tutte quisquilie e illusioni, cose che non si portano appresso quando finisce la vita ed il nostro corpo è riconsegnato alla terra. Ecco il significato delle ceneri con le quali oggi vengono segnati i cristiani che vanno in chiesa. Con la morte, tutto sparisce, tutto, eccetto l’anima. Tienilo presente e decidi una buona volta di fare il grande passo, di prendere sul serio il vangelo, di convertirti, per salvare la tua anima.

Che cos’è l’anima?
Le parole del Vangelo, »A che serve se guadagni tutto il mondo e poi perdi l’anima? » ci fanno subito capire cos’è la quaresima:
« Il tempo in cui si accudisce alle necessità dell’anima ».
Naturalmente qualcuno penserà: « ma che cos’è l’anima? » La risposta della nostra fede è molto chiara: l’anima è la parte spirituale dell’uomo, quella che gli dà la capacità di pensare, di essere cosciente e di liberamente volere. Essa non è frutto di generazione umana, ma viene creata direttamente da Dio, quindi vuol dire che la sua natura è spirituale, così come lo sono il pensiero e l’amore che da essa derivano, e se è spirituale vuol dire che non diventa polvere come il corpo, ma è immortale.
Gli uomini tante volte studiano maniere strane per lasciare un ricordo duraturo di se stessi: opere grandiose, libri famosi, monumenti. Tutto inutile. Quei monumenti che sono le piramidi d’Egitto non si è neppure sicuri chi le abbia fatte e non resisteranno certamente all’usura del tempo in eterno. L’unica cosa nostra che non verrà mai meno è l’anima. Ecco perché è importante pensare alla salvezza dell’anima.

L’importanza dell’anima
Nel mondo materialista in cui viviamo è facile capire l’importanza degli studi, del posto di lavoro, dei soldi, ma raramente si pensa all’importanza dell’anima. Il Vangelo lo dice, ma la gente fa finta di non capire. Sono i santi che lo capiscono.
E’ noto che San Giovanni Bosco scelse come suo motto le parole della Bibbia: »Dammi le anime, prendi tutto il resto » e spese tutta la vita a strappare le anime, soprattutto dei giovani dal pericolo dell’eterna rovina. Che ha fatto P. Pio? Padre Pio passò la vita nella penitenza e nella preghiera per pagare lui personalmente il conto delle anime sviate e riportarle a Dio.
Non solo i santi ma anche anche la Madonna è convinta dell’importanza dell’anima. E ne è così convinta che a Fatima è venuta a metterci in guardia dall’andazzo di pensare che finita la vita tutto è finito. Purtroppo non è così. La nostra vita ha un follow-up eterno e la Madonna è venuta a dire, con le lacrime: Attenzione, figli miei: la situazione è tragica – « Troppe anime vanno all’inferno ».

Che significa salvare l’anima?
Ma che vuol realmente dire salvare l’anima? Attenti alla risposta. Salvare l’anima, per noi cristiani non vuol dire salvare soltanto la parte spirituale dell’uomo, ma salvare tutta la persona umana, in una parola tutto l’uomo, sia la parte spirituale che la parte corporale.
E’ vero che alla morte, l’anima che è immortale, si presenta da sola al giudizio particolare di Dio per ricevere il verdetto decisivo: paradiso o inferno. Ma verrà il giorno della risurrezione della carne, il giorno del secondo ritorno di Cristo, giusto giudice, ed inquel giorno i corpi risorti si riuniranno ognuno alla sua anima per la pena od il premio eterno.
Voglio dire che l’anima non è una realtà spirituale che si trova prigioniera nella materia, e che non vede l’ora che arrivi la morte per liberarsi dell’involucro corporeo. No, l’anima è creata da Dio per essere un tutt’uno con il corpo. Quando ci diamo da fare per salvare l’anima, in realtà noi lavoriamo per salvare tutto noi stessi, sia il corpo che l’anima. Noi facciamo penitenza, ma non per far dispetto al corpo, ma solo per fargli capire che c’è una vita più alta di quella della pancia piena.

La collaborazione fra anima e corpo
Il Signore un giorno ha detto: « A che serve, se guadagni tutto il mondo e poi perdi l’anima? » Questa domanda è molto importante e nella sua spiegazione siamo arrivati al punto dove, in pratica, per salvarsi, l’anima, deve avere la collaborazione del corpo.
La ragione è che corpo ed anima sono uniti in modo sostanziale. Da una parte il corpo da solo è un cadavere. Dall’altra, l’anima non esiste da sola, come spirito, ma viene creata per essere unita ad un corpo e costituire un essere umano, capace di conoscere, volere e sentire.
In una parola, anima e corpo sono fatti l’uno per l’altro, e agiscono insieme, nelle varie operazioni, intellettive, sensitive e vegetative dell’essere umano.
Tutti si è d’accordo nel dire che la collaborazione è una cosa importante, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nella propria nazione, nel mondo. Ci avete mai pensato che la più importante di tutte le collaborazioni è quella che deve aver luogo fra il corpo e l’anima?

L’asino giocherellone
Il problema è che l’anima non può salvarsi da sola, ma per farlo ha bisogno della collaborazione del corpo. E qui casca l’asino. L’anima, e cioè la ragione deve guidare il corpo, ma il corpo coi suoi istinti che non capiscono ragione vuol comandare lui e, appena può, s’impunta, e si ribella. E se l’anima non è forte e decisa è lui a vincere.
Mi viene in mente la storia del ragazzino e del asinello, una storia vera d’altri tempi. Il ragazzino ci giocava continuamente con l’asinello e questi sembrava si divertisse pure lui. Le cose però cambiavano se c’era di mezzo il lavoro. In autunno il nonno usava l’asinello per portare la legna al paese. Ora tutto andava bene se era il nonno ad accompagnarlo. Quando invece toccava al ragazzino, a metà strada l’asinello si fermava e si buttava per terra. Voleva giocare. Il ragazzo gridava, piangeva gli dava pure delle frustate, ma l’asino forse le considerava carezze e non si alzava fin quando per caso, sul sentiero non sopraggiungeva una persona adulta. Allora, mogio mogio, riprendeva il suo cammino.
Gli istinti sono forze cieche e pericolose che vanno imbrigliate. Se stai al loro gioco e ti diverti con loro, una cosa è certa: tu dici « good by! » alla tua anima.

Di poco inferiore agli angeli
Per non perdersi, l’anima, richiede la collaborazione del corpo, una collaborazione totale e assoluta, dove il corpo serve fedelmente le esigenze spirituali dell’anima. Il corpo è come lo strumento musicale e l’anima il musicista. Il corpo fornisce all’anima le senzazioni e questa, tramite l’intelligenza e la volontà vi costruisce su una rete di rapporti con quanto è vero, bello, giusto e buono. La vita umana, frutto della collaborazione fra corpo e anima, diventa così una sinfonia di bellezza e di amore, il punto d’incontro fra la materia e lo spirito, il capolavoro di Dio. Non per nulla il salmo 8 parlando della grandezza dell’uomo esclama « Signore: L’hai fatto di poco inferiore agli angeli ». Naturalmente questa cooperazione è sudata. Al corpo basterebbe soddisfare gli istinti animali che porta in sè: quella che una volta chiavano l’arte di Michelaccio, « Mangiare, bere, dormire ed andare a spasso ». Pancia mia fatti capanna. E’ il trionfo della bestia. Segna il massimo degrado del corpo. Come quell’uomo della foresta che aveva trovato una chitarra e se ne serviva per attingere acqua dal fiume. Il corpo serve a ben altro. Quasi mille anni fa, il più grande poeta italiano, Dante Alighieri, scrisse: « Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza ». E aveva ragione.

Sempre a galla
Ormai è un ritornello: « Che serve, se guadagni tutto il mondo e poi perdi l’anima? »
Son parole dure che possono anche mettere in crisi perché il mestiere di essere uomo è difficile. Gli animali sono guidati dall’istinto e vanno avanti ripetendo sempre le stesse cose senza problemi di coscienza. Così, senza cambiare o migliorare la loro tecnica, da sempre, il gatto mangia il topo ed il lupo sbrana la pecora, e poi, con la pancia piena, si fanno un tranquillo sonnellino. L’uomo invece non ci riesce. Inventa in continuazione situazioni nuove di sfruttamento e di soddisfacimento, ma non ne ha mai basta e non è mai tranquillo. La coscienza, come un invisile baco, continua a roderti dentro: perché ti comporti così? In certi momenti preferiresti addirittura essere un animale, senza preoccupazioni e pensieri, ma non ti riesce di abolire la ragione, non riesci a spegnere la luce della tua intelligenza. Ci hai provato col vino, con i vizi, con il sesso, con la droga, ma l’anima non si lascia azzerare. Nei momenti di lucidità ti riprendono i dubbi ed i magoni, senti che hai bisogno di qualcosa di diverso, di più alto, di una boccata di aria pura. Quando tu pensi di averla uccisa, l’anima torna a galla, e ti ricorda che sei uomo, e che la vita delle bestie non fa per te. Così incomincia il disgelo quaresimale, il ritorno della primavera dello spirito, e per chi lo vuole veramente, e arranca contro vento arriva anche la Pasqua, il giorno dell’uomo nuovo.

La superbia
Le maniere di perdere l’anima sono tante. L’anima può anche essere soggetta a malattie spirituali. Gli angeli non hanno corpo eppure alcuni di loro si sono ribellati a Dio e sono diventati demoni. Oggi vi accenno ad una malattia tipica dell’anima, che è congenita e cronica: la superbia.
Giorni fa ho incontrato con un bravo giovane che vuol farsi prete. Condotta ottima, notevole sensibilità verso le cose spirituali e, grande voglia di studiare. Parlando dei suoi studi, mi fece una confessione: »Sto scrivendo un libro di filosofia nel quale propongo un nuovo sistema metafisico, che corregge e supera quello di San Tommaso d’Aquino ». Pensavo scherzasse, ed invece mi mostrò alcune pagine del primo capitolo del suo libro. Auguri, gli dissi, ma sta attento: »Vincere le tentazioni del mondo e della carne è una cosa da niente in confronto allo sforzo richiesto per vincere le tentazioni dello spirito. Il demonio non ci prende solo con la mela, ma anche stuzzicando la nostra bravura e facendola diventare superbia ». In guardia, quindi, cari amici. L’uomo moderno non ha pace in questo mondo e non si salverà neppure nell’altro; perché? perché alla pari del diavolo, è terribilmente superbo.

Il colesterolo cattivo
Il discorso sulla superbia, il nemico spirituale dell’anima, è delicato e difficile, perché la superbia ha che fare con l’affermazione della nostra identità. Il Signore ci ha fatto diversi gli uni dagli altri, tutti unici, per costituzione e talenti e Dio vuole che ne prendiamo atto e ne siamo fieri.
La superbia è quindi come il colesterolo: c’è quella buona e c’è quella cattiva. La superbia è buona quando riconosci che Dio ti ha dato delle qualità da amministrare nel corso della vita, è cattiva se non riconosci il dono di Dio. Mi spiego: Tu senti che queste qualità,che possono essere intellettuali, volitive, sensibili ed anche fisiche, sono tue e formano la tua personalità. Ora i casi sono due: pensi che queste qualità devono servire per fare il bene e per questo le coltivi ed abbiamo la buona superbia. Pensi che le tue qualità che ritieni migliori di quelle che hanno gli altri serviranno per affermarti ed avere successo nella vita ed abbiamo la cattiva superbia.
Attenzione. C’è quindi la superbia dei diavoli, che pensano di essere superiori a Dio ed a lui si ribellano e c’è la superbia dei santi che pensano di aver tutto ricevuto dalla bontà di Dio ed a lui umilmente si sottomettono e danno grazie. Mi avete capito. Bisogna combattere il colesterolo cattivo e coltivare quello buono.

Un bicchier di vino
Facciamo il paragone del vino. Se ne bevi un bicchiere con misura, ti aiuta la digestione. Se vai oltre ti fa perdere la testa.
La grandezza dell’uomo sta nella capacità di far le cose con misura. Il che vuole dire, come dicevano già gli antichi, che la virtù sta nel mezzo, mentre il vizio si può avere per eccesso o per difetto. Una persona normale, sa di aver pregi e diffetti, come tutti, ma si accetta così com’è, senza patemi d’animo e, conl’aiuto di Dio, s’impegna a migliorare. Ma c’è anche la persona piena di sè: parla sempre delle sue cose, non ascolta e non fa attenzione agli altri, un ego che fa paura: noi diciamo che è superba, manca per eccesso. All’opposto, trovi la persona malata di depressione: pensa di valere uno zero tagliato in due, nessuna fiducia in se stessa, l’ego a terra come una ruota bucata.Che fare? Convertirsi. Il che vuol dire chiedere al Signore aiuto per vivere da persone normali, e cioè da santi.

L’umiltà non conosce moderazione
Nel mangiare e bere, nell’usare i sensi, nel servirci delle cose del mondo e cioè nelle attività umane, la virtù sta nella temperanza, e nella moderazione. Nei rapporti con Dio, e cioè nelle attività del cristiano, la virtù sta invece nel sempre di più, nell’eccesso. Gesù non ha detto, amerai Dio ed il tuo prossimo con moderazione, ma con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente e tutte le tue forze.
La virtù che si oppone alla superbia è l’umiltà. Ora nell’essere umili non si pecca mai di eccesso. Più siamo umili, più siamo simili a Cristo e meglio è per la nostra anima.
Questo principio vale per tutta la nostra vita spirituale. Un segno di croce la mattina è qualcosa, ma non basta. Andare alla messa la domenica è cosa buona ma non basta. L’anima ha sete di infinito. Occorre offrire a Dio ogni momento della giornata. Sua è la nostra vita, suo è il mondo e suo è il tempo che ci concede per attraversarlo facendo il bene. Cari amici, per il cristiano, l’unica misura nell’amare Dio e di amarlo senza misura.

Il vaccino anti-superbia
Per un’ennesima volta mi fermo su quella quasi incurabile malattia dell’anima che è la superbia. Dico quasi incurabile perché si nasce tutti con l’inclinazione a pavoneggiarsi ed a farsi belli. Noi cristiani, riceviamo poi il battesimo che, fra l’altro, è come un vaccino anti-superbia. Non ci toglie l’inclinazione, ma ci da i mezzi spirituali per controllarla, e gli esempi, il modello da copiare, se vogliamo riuscirci. Vedete, il prototipo dell’uomo superbo è Satana, quell’angelo che per superbia si ribellò a Dio, e poi, tentando i primi uomini riuscì a passar loro il suo virus malefico, quell’inclinazione appnto al male che tutti noi ereditiamo col peccato originale. L’antidoto, la medicina contro la superbia é Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo. Immaginate quale umiliazione, quale caduta inbasso ha accettato il Figlio di Dio quando si è fatto uomo. Da padrone del mondo, al bambino in fasce di Betlemme che non può sopravvivere senza le cure dei genitori, da Dio onnipotente a uomo indifeso inchiodato ad una croce, come un criminale. Ve lo siete mai chiesto, perché? Per insegnarci che il virus satanico della superbia si sconfigge con l’umiliazione accettata e vissuta. E poi, come ho detto, ha anche predisposto un vaccino: è lui stesso che, se lo vogliamo, entra in noi con i sacramenti della confessione e comunione. Ed è proprio a questo che ci prepara la Quaresima.

Il consiglio di San Giuseppe
Oggi è la festa di San Giuseppe e mi permetto di fargli qualche domanda. Caro San Giuseppe, noi ti onoriamo come un gran santo. Dimmi la verità: come hai fatto a farti santo? « Con l’ubbidienza », mi risponde.
« Come sarebbe con l’ubbidienza? »Con l’ubbidienza a Dio. E te lo spiego: nella vita me ne sono capitate tante. Ero fidanzato, stavo per sposarmi ed è successo quello che tutti sapete, l’annunciazione dell’angelo a Maria. Mi sembrava di impazzire, ma quando mi è stato detto in sogno « non temere, sposala », ho sposato Maria senza esitazione. Anche quando mi è giunto l’annuncio di fuggire in Egitto,ho obbedito senza fiatare. Poi per anni, ho faticato ogni giorno nella bottega per quel figlio, che se avesse voluto, con uno schiocco delle dita, avrebbe potuto farmi trovare il pane fresco in tavola. Ma Dio voleva che lo sudassi il pane quotidiano e così ho obbedito sempre, a Dio,e anche alla moglie, al figlio, ai clienti, a tutti insomma. Non tocca a me dirti come si sono fatti santi gli altri, posso solo dirti la mia esperienza. Ed io mi sono fatto santo con l’ubbidienza totale alla volontà di Dio.
Grazie San Giuseppe dei tuoi bei consigli pratici. Prediche, preghiere e propositi restan tutti chiacchiere, fin quando non si comincia ad ubbidire ai comandi di Dio. Perché è da quel momento che l’anima respira e si salva.

Non basta l’arte
L’avete forse notato anche voi: ci sono delle persone che fanno il loro lavoro con gusto. Ci sono maestri che sono felici quando possono insegnare e comunicare, e gli alunni se ne accorgono; ci sono artisti che si sacrificano con gioia nella loro arte, alla ricerca della perfezione più che degli applausi o del successo; ci sono lavoratori che fanno un lavoro umile ed hanno sempre il sorriso sulle labbra. Vi siete mai chiesti il perché di tutto questo? La ragione è ovvia: è l’anima che tende alla perfezione e che, se assecondata, trasforma in occasione di gioia spirituale ogni attività umana. Nonostante questo, potete essere certi che il maestro bravo non è mai contento di come insegna, l’artista di quel che crea, il lavoratore di quel che fa.
Il fatto è che la nostra anima non si accontenta mai: vuole la perfezione infinita. In altre parole, la nostra anima è stata fatta per Dio e non si accontenta e non si sazia di null’altro, all’infuori di Dio stesso. Per questo come dice il vangelo, tutto lo scibile umano, tutta l’arte, tutto il mondo non sono sufficienti per saziare un’anima. Anzi, sta attento a quel che dico: se a queste cose umane ti fermi, e ti accontenti della gioia che ti danno il lavoro, l’arte o l’insegnamento, senza risalire alla fonte della gioia che è Dio, tu tieni la tua anima a stecchetto e la perderai. Pensaci.

L’inferno c’è
L’anima che si perde va all’inferno. »E come lo sai? – mi fa lui – ci sei mai stato? » « No, né ci tengo ad andarci, ma lo so che c’è, perché sta scritto nel vangelo. Colui che ha detto ‘che serve guadagnare il mondo se poi perdi l’anima’, un altro giorno ha rincarato la dose ed ha detto: ‘Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio entrare nella vita eterna monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via date; è meglio per te entare nella vita eterna con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nel fuoco che non si consuma’ ». « Proprio così sta scritto? » « Te l’assicuro. Controlla il vangelo di Matteo al capitolo 18″. Ed è giusto che sia così. Dio è buono, non stupido. Ti ha dato l’intelligenza, la coscienza, la libertà ed una vita di vivere e tu usi i suoi doni per offenderlo e poi vorresti che alla fine lui ti dicesse: »Mi hai insultato, offeso ed odiato, ma mi sei simpatico: vieni a sederti a capo tavola con me ». Lo vorresti eh? Ed invece sta scritto che lui ti dirà: “Via da me, maledetto, nel fuoco eterno ».

L’amore precede il timore
Inizio parlando dell’omino nero, quello che le nonne e le zie usano come spauracchio per tener buoni i bambini. Il fatto è che, i bambini nascono più scafati di una volta ed all’omino nero non ci credono più. Qualcuno mi ha detto che la stessa cosa vale anche per l’inferno, non funziona più per tenere gli uomini lontani dal peccato. In realtà Dio non cerca uomini che si convertono per paura, ma uomini che ritornano a lui per amore. L’avete mai notato? L’amore precede sempre il timore. Una mamma ama i suoi figli e per conseguenza ha timore che succeda loro qualcosa, quando sono fuori. Una fidanzata ama il suo ragazzo e proprio perché lo ama ha anche paura di perderlo.
Il discorso vale anche per i nostri rapporti con Dio. L’amore precede il timore.
Se nel nostro cuore c’è amore verso Dio, allora subentrerà la paura di perder un sì gran bene ed è qui che incomincia a funzionare il discorso dell’inferno.
Nel vangelo trovi il bastone, ma anche la carota. Parla, come ho detto ieri, dell’inferno, ma parla con altrettanta forza dell’amore di Dio che cerca la pecorella smarrita. E’ quaresima, è tempo di conversione. E se il Signore vi ispira di fare il grande passo, e così mettere l’anima al sicuro, fatelo, ma fatelo per amore.

La vita di un feto e noi
Non serve lo spauracchio dell’omino nero vi dicevo dieci primo giorni fa. Dio vuole che andiamo a lui per amore, non per forza. Ora, io mi dico, come si può non amare Dio? Noi dipendiamo totalmente da Lui per la nostra esistenza, così come un bimbo nel seno della madre dipende totalmente dalla sua madre. Si muove e fa tutto quello che gli è consentito nella sua condizione di feto, ma si trasferisce da un punto all’altro della casa con lei, è con lei che inesorabilmente andrà al mercato, a passeggio, al lavoro, a riposo, senza per questo subire violenza. ma anche senza potersi opporre. Vive della vita della mamma, ma non lo sa. Possiede in germe i suoi connotati, anche se non è ingrado di vederli. Se fosse in grado di usare la sua intelligenza, il feto potrebbe amche affermare che la mamma non esiste, ed intanto si prepara a venire al mondo per vederla, per godere del suo abbraccio e poi ascoltarla e parlare con lei.
Anche la nostra vita è un lungo periodo di gestazione, durante il quale dipendiamo totalmente da Dio, anche se alle volte troviamo difficile ammetterlo, in attesa di entrare nel mondo che ci aspetta per vedere il volto di Colui che ci ha creato, di godere della sua presenza, di parlare con Lui, di rimanere per sempre in comunione con Lui. Voglia il cielo che la Quaresima ci aiuti a riscoprire ed a vivere questa grande verità della nostra fede.

Il dono della fede
Naturalmente, il punto di partenza, per chi vuol salvarsi l’anima, è di aver fede. La fede è come gli occhi dell’anima.
In questa vita, se uno è cieco, o se uno ha la vista debole e gli occhiali sporchi, fa fatica a vedere la luce del sole. Così è anche per l’anima: chi non ha la fede, o chi vive malamente con gli occhiali della fede troppo sporchi di miseria morale, fa fatica a vedere Dio nella propria vita, e molto spesso non lo vede per niente. Riguardo a questa persona incredula, la Bibbia ha una parola molto dura: la chiama, stolta, stupida. « Dice lo stolto: Dio non c’è ». Come un cieco che dicesse « Il sole non c’è perché non lo vedo », così anche il peccatore parla da stolto, quando dice « Dio non c’è, perché non lo vedo ». Ad essere sincero, il cieco dovrebbe dire, « Il sole c’è perché ne sento il calore, ma mi manca la vista per vederlo ». E l’incredulo dovrebbe dire: « Dio c’è, perché senza di Lui non si spiega come io possa esistere o come possano esistere tutte le altre cose dell’universo, ma la mia anima è in coma, non respira: mi manca la fede per vederlo. »
Il primo passo verso il Signore, ha luogo quando l’anima incomincia a respirare e in sintonia con il cuore, le labbra si mettono a mormorare: Ho bisogno di Te e della tua parola: Signore, ridammi la fede in Te.

La fede si chiede
La fede è un dono che Dio dà a tutti coloro che lo chiedono di cuore. Se non hai la fede, la colpa non è di Dio, che non te l’ha data, ma tua che non l’hai chiesta. Come regola, Dio ci da tutto, compreso se stesso, ma a patto che noi lo desideriamo e glielo chiediamo. Se quindi, caro amico che stai andando al lavoro o che comunque incominci un’altra giornata della tua vita, pensi di non avere la fede, non dare la colpa a nessuno: non a Dio, non ai preti, non alla tua famiglia, non al mondo che è incredulo. La colpa la puoi solo dare a te stesso. Dici che non credi, che non hai la fede, ma da quanto tempo non ne fai domanda a Dio? Da quanto tempo non dici come l’apostolo Pietro: »Sono un uomo peccatore. Signore aumenta la mia fede? »Di una cosa ti posso assicurare. Se tu veramente la vuoi la fede e gliela chiedi, Dio è capace di dartela in questo momento stesso, ancora prima che tu metta piedi fuori della macchina.

Che cosa noi crediamo
La fede che è un dono di Dio che ci permette di vivere da cristiani e così salvare l’anima. Che cos’è la fede cristiana? E’ molto di più che credere all’esistenza di Dio. E’ la capacità di accettare e credere il Vangelo che Cristo ci ha rivelato e ci propone a credere tramite la Chiesa da lui fondata. In realtà che cosa crediamo, noi cristiani, con la fede?
Noi crediamo in un Dio, puro spirito, che ha creato tutto per amore e il cui amore si è manifestato a noi come esistente da tutta l’eternità in tre persone uguali e distinte, Padre Figlio e Spirito Santo. Noi crediamo che questo Dio-Amore non vive in un sacro isolamento, ma si interessa di noi che siamo sue creature, al punto da mandare in nostro aiuto il suo Figlio, che si è fatto uomo per mezzo di Maria e che noi abbiamo imparato ad invocare con il nome di Gesù Cristo.
Ancora, la fede ci aiuta a diventare discepoli di Cristo. E questo non è una cosa di poca importanza, perché Cristo non è solo il Creatore ed il Salvatore, ma sarà anche il nostro giudice e, un giorno, ad ognuno di noi, secondo i meriti è cioè secondo la nostra collaborazione o conversione, darà il premio o la pena eterna.
La fede cristiana presuppone questo tipo di rapporto con Dio. Se tu dici invece di credere in un Dio, ma poi questo Dio fa i fatti suoi e tu i tuoi, mi spiace dirlo, ti manca ancora il vero dono della fede.

Coltivare la fede
Anzittutto, nella vita spirituale non c’è posto per i couch potatoes. Il cristiano riceve da Dio dei doni, dei talenti, che non può mettersi in tasca e fa finta di niente. No, per salvare,l’anima, il cristiano deve essere molto attivo, deve trafficare i talenti che ha ricevuto, usarli, farli crescere.
Uno di questi talenti che abbiamo tutti ricevuto nel momento del battesimo è la fede. E qui incomincia la nostra storia. E’ vero che, fino al raggiungimento dell’uso di ragione, la fede è rimasta in noi come un seme, ma l’abbiamo avuto questo seme e dal momento dell’uso della ragione in poi è dipesa da noi la sua crescita. Se, con l’aiuto e l’esempio dei genitori abbiamo imparato a dire: Signore io credo alla tua parola, Signore aumenta la mia fede, e cioè a far atti di fede, il germe ricevuto nel sacramento si è sviluppato ed ha messo radici. Noi siamo diventati dei fedeli, dei credenti. La fede ispira i nostri pensieri e le nostre azioni. Siamo dei veri cristiani.
Se invece il seme ricevuto non l’abbiamo coltivato, si è probabilmente avvizzito. Non abbiamo la gioia di vivere alla presenza di Dio e di apprezzare le parole di Cristo. Siamo senza fede, e tali rimaniamo, fin quando non ci decidiamo di dire al Signore: sono solo nella vita. Ridammi la fede che mi avevi dato da bambino. Aiutami a credere di nuovo.

O Cristo o i soldi
Il lunedì della settimana santa, impariamo da Gesù che va a Betania a trovare l’amico Lazzaro che da pochi giorni ha fatto uscire dalla tomba. Con Gesù, come per le nozze di Cana, ci sono pure gli apostoli e tutti insieme si siedono a tavola per una cena preparata per loro dalle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria. Ad un certo punto Maria prende una libbra di olio profumato di nardo, ne cosparge i piedi di Gesù e poi li asciuga con i suoi capelli e tutta la casa si riempie del profumo dell’unguento. Con questo Maria esprime la sua gratitudine al maestro che ha strappato il fratello dalla morte.
L’atto di Maria, fa però venire il mal di stomaco a Giuda Iscariota, uno dei dodici, quello che aveva l’amministrazione del gruppo e avrebbe di lì a poco tradito il maestro: »E’ uno spreco. Dalla vendita di questo olio profumato si potevano ricavare trecento denari per i poveri ». In realtà, nota il vangelo, a lui non interessavano i poveri, ma i soldi.
Gli risponde Gesù: « I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. »
Parole che ci fanno riflettere. Giuda pensa ai soldi. Un po’ come tanti di noi che si ammazzano a lavorare per il corpo e non per l’anima. Ma a che serve avere soldi, se la morte ci coglie quando Cristo non è parte della nostra vita?

I nostri tradimenti
Il martedì della settimana santa è il giorno in cui Gesù svela il tradimento di Giuda. Incomincia da lontano, col dire con voce fortemente emozionata « In verità vi dico: uno di voi mi tradirà. » Poi, rispondendo alla domanda « chi è? », del discepolo prediletto, precisa con un gesto le sue parole: « E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò. » Ed intinto il boccone, lo diede a Giuda Iscariota. In quel momento satana entrò in lui.
Noi comprendiamo la gravità della colpa di Giuda. Gesù lo aveva scelto, gli aveva dato fiducia, gli aveva addirittura affidato la sua borsa e quella di tutto il gruppo dei dodici. Ma Giuda non apprezza né la fiducia né i doni e si prepara a tradire il maestro per una miseria. E’ un tradimento grave quello di Giuda. Noi, diciamo a noi stessi che non arriveremmo mai a tanta bassezza. Ed invece io dico di sì. Noi siamo uguali a Giuda. Ogni volta che disubbidiamo i Comandamenti di Dio noi, in realtà, non disubbidiamo ad una legge, ma ad una persona. E’ a Dio che disubbidiamo, e per essere più precisi, al Figlio di Dio. E lui che fa? invece di chiederci il rendiconto delle nostre continue ribellioni, offre se stesso per espiare a prezzo della sua vita, i peccati con cui non lo abbiamo tradito.
Due i misteri su cui riflettere oggi: il mistero della nostra cattiveria verso Dio ed il mistero, più grande, dell’amore di Dio per noi.

Il tragico baratto
Il mercoledì santo è il giorno del patto di sangue fra Giuda ed i Sommi sacerdoti: « Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni? » E quegli gli fissarono trenta monete d’argento, il prezzo di mercato di uno schiavo, una miseria!
Ma dimmi un po’, Giuda: ma vale veramente così poco il tuo maestro? Se ho capito bene, tu sei attaccato al denaro, ed allora perché non tenti di alzare il prezzo; su, dài: i sommi sacerdoti ci tengono alla testa del tuo maestro; perché non chiedi almeno mille denari, loro sono ricchi e sarebbe una piccola fortuna per te, per rifarti la vita… No. Giuda non mi ascolta. E’ pronto a scambiare il maestro anche per meno, per molto meno. Un pò come noi tutti.
Come noi che rinunciamo senza pensarci due volte alla fortuna di vivere in grazia di Dio, non per trenta denari, ma per pochi centesimi,« peanuts »! Per seguire un pensiero di immoralità o di odio, per soddisfare la pigrizia, l’ira, o uno stupido desiderio di rivincita: eccoci pronti come Giuda a fare il tragico baratto: »Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, via dalla mia anima, fuori della mia vita ed entri al vostro posto il demonio della ribellione e del piacere ». Cari amici, siamo vicini alla Pasqua ed il mio augurio è molto semplice: uscire dalla melma del peccato e tornare a Dio – « Cristo risusciti nei nostri cuori. »

Invito alla Cena
La sera dell giovedì santo siamo invitati a sederci a tavola, non con i nostri familiari, non con un ospite importante venuto da lontano, ma con il medico divino della nostra anima, con lo stesso Signore Gesù.
E’ stato per prepararci a questa cena, che durante tutta la quaresima siamo stati invitati a salvarci l’anima con la preghiera e la penitenza. E’ stato per diventare degni di sederci alla sua tavola, che molti di noi hanno deciso di chiedere perdono, di ritornare al suo seguito, di voltare decisamente le spalle agli incantesimi del mondo e del demonio.
Parlando in parabola di una cena come quella di questa sera, Gesù diceva che solo chi indossa la vesta bianca vi può partecipare. Beati quindi voi, amici miei, se durante questa quaresima avete fatto un buon bucato spirituale, purificando la vostra anima di tutte le miserie terrene con l’amore a Dio ed una santa confessione. Beati voi, dico, perché questa sera sarete degni di sedervi a mensa con Lui e, con la Comunione, ricevere in dono la medicina celeste che è vaccino contro il male, e garanzia della salvezza eterna della nostra anima.

Che la Madonna ci aiuti a capire l’importanza di salvare la nostra anima.

Publié dans Anticristo, Fede, morale e teologia, Quaresima, Sacramento della penitenza e della riconciliazione | 1 Commentaire »

Parto di Maria Santissima

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2008

SUL PARTO VERGINALE ED INDOLORE DI MARIA SANTISSIMA

Madonna e Bambin Gesù

« Senza alcun dubbio dobbiamo affermare che la madre di Cristo fu vergine anche nel parto, poiché il Profeta (Is 7,14) non dice solo « Ecco la vergine concepirà », ma aggiunge: « e partorirà un figlio ». (San Tommaso d’Aquino)

« Ella lo concepì come vergine, lo partorì come vergine, rimase vergine » (Sant’Agostino)

San Pietro Canisio, Dottore della Chiesa riflette su come Satana cerchi tutti i modi per aggredire e per distruggere la fama della purezza e della verginità di Maria e come molti « si scagliano per impedire che il mondo riconosca e che la Chiesa predichi che la Madre del Signore è rimasta incorrotta prima del parto, nel parto e dopo il parto« .

Il parto indolore non è dogma di fede, ma una conseguenza logica del dogma della verginità durante il parto.
Secondo i santi Padri Gesù è uscito dal grembo di Maria nel medesimo modo in cui una stella col suo raggio passa il vetro, non lo rompe, ma lo illumina.Per questo i medesimi santi padri dicono che il parto di Gesù avvolse Maria nella luce e nella gioia.

L’integrità fisica  di Maria « nel parto » è un aspetto che per molti appare secondario, anche per chi crede nella assoluta verginità di Maria. Spesso anzi si crede erroneamente che il parto di Maria seguì vie ordinarie, anche a causa di molti film sulla nascita di Cristo che descrivono una Madonna in preda alle contrazioni e piangente di dolore. Per questo credo sia necessario ascoltare la voce materna della Chiesa, dei santi e dei teologi.
Ma andiamo per gradi.

Secondo cio’ che ci insegna la Rivelazione (il Magistero e la Tradizione della Chiesa) la verginità nel parto, oltre all’aspetto spirituale o morale richiede anche l’aspetto materiale o fisico consistente nell’integrità corporale, così come attesta il dogma « Maria fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto“ (Papa Paolo IV).  La verginità corporale di Maria « nel parto » perciò non è altro che un’irradiazione della sua verginità morale. In forza dell’unione vitale, inscindibile, tra l’anima e il corpo, così vi è una speciale relazione tra la verginità morale e la verginità corporale: due realtà che costituiscono la verginità integrale e perfetta di Maria.
La verginità integrale e perfetta di Maria SS. « nel parto », conseguentemente, esclude due cose: esclude, in primo luogo, che il parto abbia compromesso l’integrità della sua verginità corporale; ed esclude, in secondo luogo, tutti quei fenomeni fisiologici che accompagnano un parto ordinario (doglie, lesioni somatiche, dolori, emorragie, ecc.).


  »Esultò Maria nel sacratissimo tipo di parto, esulta la Chiesa in questa generazione dei suoi figli». L’aggettivo sacratissimo evoca l’opera dello Spirito, il medesimo sia per il concepimento di Cristo dalla Vergine che per il concepimento delle membra del suo Corpo nel fonte battesimale. È da notare anche il verbo esultò, relativo al parto di Maria, allusivo al fatto che fu senza dolori perché verginale«  (Dal sito del Vaticano-Monsignor Corrado Maggioni, Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma)


Molti forse si chiederanno se un parto non ordinario come quello verginale di Maria possa sminuire il concetto di Maternità Divina della Madonna. Ma in realtà i fenomeni fisiologici che accompagnano il parto ordinario (lesioni, doglie, dolori, ecc.) non sono essenziali al concetto di vera maternità. Maria fu vera madre di Gesù, come tutte le madri lo sono dei loro figli; ma non lo fu come le altre madri: oltre che nel concepimento verginale, Ella fu diversa da esse anche nel parto verginale. Madre, infatti, è colei che concepisce e dà alla luce un figlio: questo, scientificamente, è il concetto di madre. Il modo poi di concepirlo e di darlo alla luce non appartiene all’essenza della maternità. Se il modo di dare alla luce un figlio fosse essenziale alla maternità, ne seguirebbe che la madre la quale da alla luce un figlio mediante parto cesareo, non sarebbe vera madre o pienamente madre di quel figlio: cosa dinanzi alla quale lo stesso buon senso si ribella. Tanto meno poi può dirsi parte essenziale della maternità il dolore del parto, dal momento che nello stato di giustizia originale (prima del peccato originale, dal quale Maria, novella Eva, è immune) le madri avrebbero dato alla luce i propri figli senza dolore, e anche oggi si parla di parto indolore ottenuto con mezzi farmacologici.

Anche l’integrità corporale (la verginità materiale) è indubbiamente una perfezione, e perciò ha la sua reale, positiva importanza, in se stessa. Il fatto che Cristo abbia voluto rispettarla nascendo nella Madre sua, dimostra la squisita delicatezza del suo amore per la propria madre, alla quale non volle togliere, nel nascere da Lei, una tale perfezione. Cristo perciò volle che la Madre sua fosse una vergine perfetta, e perciò vergine non solo moralmente ma anche corporalmente. Negare la verginità corporale e ammettere in Maria SS. soltanto la verginità morale, equivale a negarle la perfetta verginità. Come il Verbo, nascendo dal seno del Padre, non lese minimamente la natura di Lui, così nascendo dal seno della Madre, non lese minimamente la perfetta verginità di Lei. 

« Come Abramo viene appellato Padre, perché è sopra tutti i padri; come Paolo viene appellato l’Apostolo, perché è sopra tutti gli apostoli; così Maria viene appellata, fra tutte, la Vergine, e viene predicata dalla Chiesa « Vergine tra le vergini ».  Ella fu sempre, « Vergine di corpo, vergine di anima, vergine di professione ».  Ella fu  » il modello più completo della vergine  » la  » sola vergine insieme e madre « :  » Madre di Cristo e Vergine di Cristo  » (San Pietro Canisio)
 

«Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre vergine, del Verbo Incarnato, il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo». Papa Paolo VI


Ma vediamo come si esprime sul parto verginale di Maria San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa, nella Summa Theologica:

« La donna che dà alla luce una carne comune perde la verginità. Ma quando nasce nella carne il Verbo, allora Dio custodisce la verginità, rivelandosi così come Verbo. Come infatti il nostro verbo mentale non corrompe la mente quando viene proferito, così neppure il Verbo sostanziale che è Dio, volendo nascere, viola la verginità »».«Cristo venne a togliere la nostra corruzione. Non era quindi opportuno che nascendo corrompesse la verginità della madre. Dice infatti S. Agostino (Serm. 121): « Non era giusto che violasse l’integrità con la sua nascita colui che veniva a sanare la corruzione »». «Era conveniente che colui il quale aveva comandato di onorare i genitori, nascendo non menomasse l’onore della madre».

 

« Ogni primogenito maschio che apre il seno materno sarà sacro al Signore (Lc 2,23). L’Evangelista « usa l’espressione ordinaria per indicare la nascita, e non già per dire che il Signore, uscendo da quel sacro seno che lo aveva ospitato e che egli aveva santificato, ne violasse la verginità. Perciò l’azione di aprire, attribuita al primogenito, non indica che Cristo abbia lacerato il velo del pudore verginale, ma indica la sola uscita della prole dal seno materno».

Alla difficoltà tratta invece dal fatto che un corpo fisico non può attraversare un altro corpo, San Tommaso d’Aquino risponde così:

 


«Cristo volle dimostrare la realtà del suo corpo in modo da manifestare insieme la propria divinità. Perciò mescolò insieme meraviglie e umiliazioni. Per mostrare la verità del suo corpo nacque da una donna, e per mostrare la sua divinità nacque da una vergine. Come infatti dice S. Ambrogio (Veni Redemptor Gentium): « Tale è il parto che si addice a Dio »».


S. Tommaso infatti ammette che la compenetrazione dei corpi è possibile per miracolo:

« Dobbiamo quindi affermare che tutti questi fatti sono stati compiuti dalla potenza divina miracolosamente. Di qui le parole di S. Agostino: « Dove interveniva la divinità, il corpo non si arrestava di fronte a porte sprangate. Poteva ben entrare, senza aprirle, colui che nacque lasciando inviolata la verginità di sua madre ». E Dionigi scrive, che « Cristo compiva in modo sovrumano le cose umane: e lo dimostra il concepimento miracoloso da una vergine e la solidità delle mobili acque sotto il peso dei suoi piedi terrestri ». »

Il testo della Somma teologica di san Tommaso dice così: “Il dolore della partoriente è prodotto dal dilatarsi delle vie attraverso le quali deve uscire la prole. Ma abbiamo spiegato che Cristo uscì dal grembo della madre senza che questo si aprisse, e quindi senza dilatazione delle vie.
Perciò nel suo parto non vi fu dolore di sorta, né corruzione alcuna, ma somma gioia, poiché ‘l’uomo Dio nasceva alla luce del mondo’, secondo le parole di Isaia 35,1: ‘La solitudine canterà come un giglio; canterà nella gioia e nel giubilo’” (III, 35, 7).

Il noto teologo mariano Renè Laurentin ci ricorda:


«Il mistero della verginità nel parto ci ricorda delle verità misconosciute e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte integrante dell’uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin da quaggiù il corpo è raggiunto dall’opera della grazia, poiché gli impulsi della nuova creazione sono all’opera (Rm 8,22), e Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e, per finire, la risurrezione. La verginità integrale della Madre di Dio appartiene all’ordine di questi segni (…)».
«Quanto al parto indolore, che la Tradizione afferma senza contestazione dal IV secolo, è abbastanza paradossale che si sia cominciato a contestarlo al momento stesso in cui il progresso scientifico instaurava « il parto indolore » per tutte le donne. È strabiliante che certi teologi e predicatori abbiano cominciato a celebrare le sofferenze « crocifiggenti » di Maria alla nascita del Salvatore nel momento in cui le cliniche ostetriche si applicano a denunciare i dolori del parto come un mito alienante e disumanizzante. Il segno del parto indolore attesta a suo modo che la verginità è spiritualizzazione dell’ordine della carne e che Maria è, sotto certi riguardi, donna esemplare, donna guida, là dove poteva sembrare donna di eccezione». 

Leggiamo insieme un brano tratto dalle visioni della Beata Anna Katharina Emmerick e che descrivono la nascita di Cristo:

« Lo splendore che irradiava la Santa Vergine diveniva sempre più fulgido, tanto da annullare il chiarore delle lampade accese da Giuseppe. La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera, teneva le mani incrociate sul petto. Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo. Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla. Dopo un certo tempo vidi il Bambinello muoversi e lo udii piangere. Mi sembrò che allora Maria Santissima, sempre Vergine, ritornando in se stessa, sollevasse il Bambino e l’avvolgesse nel panno di cui l’aveva ricoperto. Alzatolo dalla stuoia, lo strinse al petto. » (con approvazione ecclesiastica).

La liturgia della Chiesa in una sua antifona prega così: “Virgo Maria sine dolore peperit Salvatorem saeculorum” (La Vergine Maria ha partorito senza dolore il Salvatore dei secoli). E non dobbiamo dimenticare la lex orandi est lex credendi (La regola della preghiera è regola della fede).

Felice Natale a tutti.

Fonte: Innamorati di Maria

Publié dans Beata Anna Katharina Emmerick, Fede, morale e teologia, Santo Natale | Pas de Commentaires »

Pier Giorgio Frassati

Posté par atempodiblog le 2 décembre 2008

Persone nuove in un mondo vecchio: Pier Giorgio Frassati

Pier Giorgio Frassati dans Beato Pier Giorgio Frassati piergiorgiofpu6

Pier Giorgio era nato il 6 aprile 1901 a Torino. Il padre Alfredo era il fondatore, proprietario e direttore del quotidiano “La Stampa”. Abile politico amico di Giovanni Giolitti, fu nominato senatore e, in seguito, ambasciatore a Berlino. La madre Adelaide era una pittrice apprezzata. Nonostante ricchezza e successo, la famiglia Frassati non era serena: tra Adelaide e Alfredo i rapporti erano tesi e i figli, Pier Giorgio e Luciana, più giovane del fratello di un anno, crebbero in un clima freddo, ritmato da rigide regole.

Una superficiale educazione cristiana non impedì a Pier Giorgio di rimanere affascinato dal Vangelo. A causa di una bocciatura, i genitori lo iscrissero a un istituto di Gesuiti dove il ragazzo ebbe modo di formarsi una fede più matura. Su consiglio del suo confessore, Pier Giorgio cominciò a frequentare la Messa tutti i giorni, facendo dell’Eucarestia il centro della sua vita.

Dopo la maturità classica, conseguita nel 1918, il giovane Frassati decise di iscriversi al Politecnico torinese, facoltà di ingegneria mineraria. Nei suoi sogni Pier Giorgio si immaginava al lavoro tra gli operai più sfruttati, i minatori, cui desiderava garantire condizioni di vita e lavoro più eque. La sensibilità dello studente verso i temi sociali e politici era molto spiccata. Si iscrisse al neonato Partito democratico, nonostante l’iniziale diffidenza dei compagni verso il figlio di un esponente liberale tanto illustre. In effetti l’associazionismo fu uno degli aspetti centrali della vita di Pier Giorgio: era membro della Fuci, che riuniva i cattolici universitari, dell’Azione Cattolica, del Terz’ordine domenicano, della San Vincenzo.

Lui stesso aveva fondato una compagnia tra gli amici, la “Società dei Tipi Loschi”, votata all’allegria, alla comune passione per la montagna e alla preghiera. Vi partecipava anche Laura Hildago, di cui Pier Giorgio era segretamente innamorato. Ma preferì rinunciare ai suoi sentimenti per non non aggravare il rapporto già incrinato dei genitori, che sicuramente non avrebbero gradito una nuora di bassa estrazione sociale come Laura.

Il giovane Frassati era così: preferiva sacrificare se stesso piuttosto che ferire gli altri. Anche nei giorni della sua agonia, mentre la famiglia era concentrata sulla nonna morente, Pier Giorgio si consumava per una poliomelite fulminante. Quando i genitori se ne accorsero era troppo tardi per salvarlo: due giorni dopo la nonna, il 4 luglio 1925, si spense anche lui.

Al funerale partecipò una folla immensa di persone. La maggior parte nemmeno immaginava che Pier Giorgio appartenesse ad una famiglia tanto illustre. I genitori, da parte loro, scoprirono solo allora la profondità e la generosa carità di quel figlio, che Giovanni Paolo II ha beatificato il 20 maggio 1990.

Fonte: Radio Maria

P.S.
Ringrazio la mia amica
Daniela per avermi fatto conoscere questo beato!

Publié dans Beato Pier Giorgio Frassati, Stile di vita | 1 Commentaire »

Come sei bella Maria

Posté par atempodiblog le 2 décembre 2008

Come sei bella Maria
Comunità Gesù Risorto

Come sei bella Maria dans Canti medjugorje
Foto tratta da: Radio Maria

Come sei bella Maria in questi giorni che sulla Terra
c’è la fame, c’è la guerra… come sei bella!

Come sei bella Maria in queste ore che nel mondo
c’è odio, non ‘è perdono, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Come sei bella…

Come sei bella Maria nelle preghiere di chi soffre,
di chi piange, di chi spera… come sei bella!

Come sei bella Maria in questo sole che tramonta
sulla fame sulla guerra, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Bella, bella, bella… Maria!

Publié dans Canti | 1 Commentaire »

La conversione di Gramsci

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2008

« Gramsci si convertì in punto di morte »
di Andrea Tornielli – Il Giornale

Le fonti citate sono testimoni dirette, anche se la rivelazione farà discutere non poco: Antonio Gramsci, sul letto di morte, chiese i sacramenti. Aveva accanto a sé un’immaginetta di santa Teresina di Lisieux e volle baciare l’effigie di Gesù Bambino che le suore della clinica dov’era ricoverato porgevano ai malati. Lo ha raccontato ieri il vescovo Luigi De Magistris, pro-penitenziere maggiore emerito, nel corso della presentazione del primo Catalogo internazionale dei santini che si è tenuta presso la Radio Vaticana, confermando direttamente e autorevolmente quanto già rivelato dal vaticanista Emilio Cavaterra sul Giornale dieci anni fa.

«Il mio conterraneo Gramsci – ha detto il prelato vaticano – aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: “Perché non me l’avete portato?”. Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia. La misericordia di Dio santamente ci “perseguita”. Il Signore non si rassegna a perderci».

La fonte citata da De Magistris è una suora sarda, sorella di monsignor Giovanni Maria Pinna, segretario della Segnatura apostolica. Suor Pinna, in occasione di una messa in suffragio del fratello, celebrata nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, aveva raccontato ad alcuni dei prelati presenti l’inedito particolare riguardante Gramsci. L’intellettuale comunista era ricoverato nella clinica Quisisana dal 24 agosto 1935. Le religiose della clinica in occasione delle festività natalizie erano solite, per tradizione, portare di stanza in stanza una statua di Gesù Bambino, «offrendola al bacio degli ammalati». Tutti i ricoverati ricevono la singolare visita, ad eccezione di Gramsci il quale, appresa l’esclusione, ne chiede il motivo alle suore. Le religiose si scusano con lui e gli dicono che non volevano infastidirlo. A questo punto, raccontava suor Pinna, «il signor Gramsci disse di voler vedere quella statuetta e quando l’ebbe di fronte la baciò con evidenti segni di commozione». Oltre a De Magistris, ad ascoltare le parole della suora c’era monsignor Sebastiano Masala, all’epoca giudice della Sacra Rota. Un’altra religiosa in servizio alla clinica, di origini svizzere, suor Gertrude, ha invece rivelato che nella stanza numero 26, dove Gramsci trascorse l’ultimo periodo della sua vita, c’era un’immagine di santa Teresina del Bambin Gesù, «verso la quale lui sembrava nutrire una simpatia umana, tanto da non volere che fosse tolta e nemmeno spostata».

Un accenno alle ultime ore di vita di Gramsci, morto nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1937, è contenuto in una lettera che sua cognata Tatiana Schucht scrisse il 12 maggio di quello stesso anno: «Il medico fece capire alla suora che le condizioni del malato erano disperate. Venne il prete, altre suore, ho dovuto protestare nel modo più veemente perché lasciassero tranquillo Antonio, mentre questi hanno voluto proseguire nel rivolgersi a lui per chiedergli se voleva questo, quell’altro…». La frase della cognata rimane sospesa, rispetto a quella che lei considerava un’invadenza indebita, ma che le suore, testimoni dei due episodi precedenti, non ritenevano certo tale. Non dice dunque se Gramsci acconsentì, come invece oggi conferma il vescovo De Magistris.Nel gennaio scorso, intervistato da Famiglia Cristiana, il cardinale Tarcisio Bertone aveva detto: «La posizione di Gramsci e di tanti esponenti comunisti verso la religione era ben diversa da quella di certi laicisti attuali. C’era più rispetto».

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Santa Teresa di Lisieux | 1 Commentaire »

Intervista a Dr. Fra Ivan Sesar

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2008

« Il Padre Provinciale dei francescani sul caso Tomislav »

Intervista al Provinciale dei Francescani di Erzegovina, ex parroco di Medjugorje, Dr. Fra Ivan Sesar. «Siamo pronti ad accogliere una nuova « Commissione » su Medjugorje».

di ŽARKO IVKOVIĆ

Intervista a Dr. Fra Ivan Sesar dans Medjugorje medjivansesargi8
Dr. fra Ivan Sesar
(Foto: Zoran Grizelj)

In questi giorni ha avuto una eco sensazionale la notizia che il Vaticano avrebbe incominciato a fare il regolamento dei conti con il fenomeno di Medjugorje e che il Papa stesso l’avrebbe giudicato un inganno. Nel retroscena di questa non veritiera informazione c’era il caso di fra Tomislav Vlašić, il quale è stato condannato dal Vaticano per “divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disubbidienza ad ordini legittimamente impartiti ed addebiti contra sextum”. Siccome si tratta di un Sacerdote che ha prestato il suo servizio a Medjugorje, la veridicità delle apparizioni della Madonna è di nuovo messa in dubbio. Che cosa risponde in merito dr. Fra Ivan Sesar, Provinciale della Provincia Francescana Erzegovinese ed ex parroco di Medjugorje?

– Sono sorpreso di queste errate, e mi permetto di dire malintenzionate, conclusioni. Si sa che la Santa Sede segue con particolare attenzione i fatti di Medjugorje e che ancora non ha pronunciato la sua definitiva sentenza. Il Vaticano non è un’istituzione che fa il regolamento dei conti con qualcuno e tanto meno con Medjugorje.

• Però la condanna di fra Tomislav, per gli scettici costituisce un’altra prova che il fenomeno di Medjugorje e stato ideato dai frati di Erzegovina?
– È una grande falsità che i francescani di Erzegovina abbiano ideato il fenomeno di Medjugorje. Ogni ben pensante che si prende cura di conoscere la verità sugli inizi dei fatti di Medjugorje, facilmente scoprirà che i frati in servizio in quel periodo nella parrocchia di Medjugorje, si sono avvicinati agli eventi che capitavano, con la massima cautela.

• Il collega Inoslav Bešker ha fatto un passo avanti e si è chiesto apertamente se proprio fra Tomislav Vlašić non abbia “ideato le apparizioni”. Qual’è la verità sull’operato di fra Tomislav a Medjugorje?
– Anche l’affermazione che fra Tomislav Vlašić sia autore delle apparizioni a Medjugorje è assurda. Cioè, è risaputo e facilmente dimostrabile che fra Tomislav nel mese di giugno 1981, quando – stando alle testimonianze dei sei ragazzi – sono incominciate le prime apparizioni, non era in servizio a Medjugorje e non conosceva i ragazzi. A Medjugorje è venuto per volontà del superiore in settembre del 1981, dopo l’arresto di fra Jozo Zovko. È stato in servizio nella parrocchia meno di quattro anni, nel 1985 è stato trasferito a Vitina e nel 1988 e andato in Italia.

medjivansesar2cf3 dans Medjugorje

• Fra Tomislav era la guida spirituale dei veggenti? Oppure falsamente si presentava come tale, anche al Papa , cioè come colui che per “Divina Provvidenza guidava i veggenti di Medjugorje”?
– Questo provincialato non ha mai raccomandato né nominato alcuno come guida spirituale dei ragazzi. Penso che nemmeno i parroci di Medjugorje abbiano mai avuto questo mandato di essere guida spirituale dei veggenti. Il fatto è che alcuni frati erano loro confessori, avevano con loro e le loro famiglie un rapporto amichevole e questo si può capire. Chi è amico di chi, oppure chi è la guida spirituale, dovete chiederlo voi stessi ai veggenti. In questi giorni si è potuto leggere nei media che alcuni dei veggenti lo hanno negato categoricamente.

• La condanna inflitta a fra Tomislav ha qualche attinenza con il suo servizio a Medjugorje? Il Vescovo di Mostar Ratko Perić lo mette chiaramente in relazione.
– Per quanto mi risulta dalla lettura delle comunicazioni, fra Tomislav Vlašić non è stato condannato per il suo lavoro pastorale al servizio della parrocchia di Medjugorje, neppure per il fenomeno Medjugorje e neppure per il suo parere personale verso il fenomeno. Con il suo trasferimento da Medjugorje il Vescovo di allora non gli ha tolto nessuno dei privilegi sacerdotali. Non vedo il motivo per il quale qualcuno lo colleghi con il suo lavoro pastorale svolto a Medjugorje oppure con il fenomeno stesso e tanto meno vedo la ragione che questa condanna si spieghi come la negazione Vaticana di Medjugorje.

• Qual è la posizione della Provincia francescana Erzegovinese nel caso di fra Tomislav?
– Fra Tomislav risulta ufficialmente trasferito in Italia nel 1992, nella Provincia francescana dell’Abruzzo, dove vive e lavora. Significa che la nostra Provincia, da allora, non ha nessuna informazione del suo operato. Perciò, in accordo con la legge del nostro Ordine, lui non ha l’obbligo di rendere conto del suo lavoro alla Provincia Francescana di Erzegovina della Beata Vergine Maria, e neppure lo ha fatto. Per lui è competente il Provinciale e l’amministrazione provinciale alla quale appartiene. Sui dettagli del suo operato in Italia non sono mai stato informato.

• Il Vaticano ha annunciato la formazione di una nuova Commissione che inizierà di nuovo a studiare il fenomeno di Medjugorje. Che cosa ci potete dire al riguardo?
– Anche se si parla di questo sempre più spesso e con sempre maggior insistenza, quest’ufficio non ha ricevuto nessuna nota di conferma.

• La nuova Commissione sarà sotto il “patronato” del Papa? E qualcuno è gia stato nominato come membro di questa Commissione?
– Da quanto so da fonti non ufficiali, si tratterebbe di una Commissione internazionale che dovrebbe essere nominata dalla Santa Sede. In qualità di Provinciale della provincia alla quale appartiene la Parrocchia di Medjugorje, a cui è stata affidata la cura pastorale, e come ex parroco di Medjugorje, dichiaro che siamo completamente aperti e pronti alla collaborazione con qualsiasi Commissione che sarà nominata dalla Chiesa ufficiale. La Parrocchia di Medjugorje è da sempre legalmente guidata dai francescani i quali, in accordo con le prescrizioni, hanno proposto e nominato competenti governi. Il personale pastorale desidera che tutto ciò che accade lì, sia in accordo con le prescrizioni e l’insegnamento della Chiesa. Medjugorje non è come alcuni pensano e dichiarano “progetto individuale » né di alcuni gruppi, ma è un dono provvidenziale del cielo ed una grande offerta all’uomo odierno e all’umanità intera.

• Succede qualche cosa che rimane celato agli occhi del popolo di Medjugorje?
– Non succede niente di segreto né di nascosto agli occhi del pubblico. Ciascuno è libero di venire, sia come fedele sia come non credente, per vedere che cosa succede lì e per cercare di capire per quale ragione arrivano tante masse di pellegrini da tutto il mondo. I numeri chiaramente confermano che, nonostante tutto, Medjugorje è oggi uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti nel mondo cattolico, un centro di spiritualità, una « calamita » che attrae molte persone in cerca di Dio.

Fonte: dal quotidiano croato « Vecernji list »
Traduzione italiana di Jadranka H.
© Centro d’Informazione « MIR » Medjugorje
http://www.medjugorje.hr/
Tratto da: Holy Queen – holy.harmoniae.com


L’11 luglio 1988 la veggente Marija Pavlovic con una lettera autografa scritta sotto giuramento davanti al Santissimo Sacramento, inviata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva denunciato l’azione subdola del Falsario a Medjugorje facendo nomi e cognomi. La Madonna, Vergine Prudentissima, aveva preso per tempo le Sue precauzioni. In quella lettera viene messa una separazione netta tra la comunità di Padre Tomislav e le apparizioni di Medjugorje. Padre Livio ha la fotocopia di questa lettera.

Dalla Rassegna Stampa di Radio Maria del 5 settembre 2008.

Per approfondire:« Padre Tomislav sospeso a divinis »
iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1277

Le direttive ufficiali della Sante Sede su Medjugorje
iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1201

DICHIARAZIONE DI MARIA PAVLOVIC
“Non vi è nessun rapporto fra la Comunità di Padre Tomislav Vlasic
e le apparizioni di Medjugorje”

iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1223

Lo status canonico del Rev. fra Tomislav Vlašić, OFM
iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1221

IL CASO TOMISLAV VLASIC: le rivelzioni ufologiche
di Suor Stefania Caterina

iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1222

Lettera di Marija Pavlovic – Commento di Padre Livio
iconarrowti7 http://www.radiomaria.it/archivio_audio/popup.php?id=1498&browser=0

54095713sa8

Da Holy Queen:

[...] con lettera autografa scritta sotto giuramento e inviata alla Congregazione della Dottrina della Fede, la veggente Marija Pavlovic aveva posta una chiara cesura tra la comunità di Medjugorje e quella fondata da Padre Tomislav « Kraljice mira ». Non possiamo che rallegrarci per la decisione della Chiesa di tutelare il Popolo di Dio.

Lo status canonico del Rev. fra Tomislav Vlašić, OFM
Vescovo, 2008-08-31

La Congregazione per la Dottrina della Fede, con Lettera prot. 144/1985-27164, del 30 maggio 2008, mi ha incaricato, in qualità di Vescovo locale di Mostar-Duvno, di informare la comunità diocesana sullo status canonico di fra Tomislav Vlasic, fondatore dell’aggregazione ”Kraljice mira potpuno Tvoji – po Mariji k Isusu”.

Nella Lettera, firmata dal Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, arcivescovo Angelo Amato, sta scritto:

„Nel contesto del fenomeno Medjugorje, questo Dicastero sta trattando il caso del Rev. P. Tomislav Vlasic, OFM, originario di codesta regione e fondatore dell’aggregazione ‘Kraljice Mira, potpuno tvoji – po Mariji k Isusu’.

Con Decreto del 25 gennaio 2008, debitamente intimato, questo Dicastero imponeva severe misure cautelari e disciplinari al Rev. Vlasic.

Notizie non infondate, giunte a questa Congregazione, rivelano che il religioso in parola non abbia ottemperato, neppure parzialmente, all’obbedienza ecclesiastica richiesta dalla delicatissima situazione in cui versa, mentre si appura che svolge solerte attività in codesta diocesi di Mostar-Duvno e nei territori pertinenti, dando vita ad opere di religione, edifici ed altro.

Poiché il Rev. Vlasic è incorso nella censura dell’interdetto latae sententiae riservato a questo Dicastero, prego l’E.V., per il bene dei fedeli, di informare la comunità della condizione canonica del P. Vlasic, e, nel contempo, di relazionare circa la situazione in merito…”.

* * * * *

Si tratta del fatto che la stessa Congregazione della Santa Sede ha applicato le sanzioni ecclesiastiche nei confronti del R. P. Tomislav Vlašić, come risulta dal Decreto della Congregazione (prot. 144/1985), del 25 gennaio 2008, firmato dal Cardinale William Levada, Prefetto, e dall’Arcivescovo Angelo Amato, Segretario della Congregazione, e il “Concordat cum originali”, del 30 gennaio 2008, verificato da msgr. John Kennedy, ufficiale della Congregazione.

Il Decreto è notificato al R. P. fra Tomislav Vlašić in Curia Generale OFM a Roma, il 16 febbraio 2008, e l’intimazione è stata controfirmata dal Ministro Generale dei Frati Minori, Padre fra José R. Carballo, Ordinario del Padre Vlašić.

Nel Decreto della Congregazione sta scritto che il R. P. Tomislav Vlašić, è chierico dell’Ordine dei Frati Minori – fondatore dell’aggregazione „Kraljice Mira, potpuno tvoji – po Mariji k Isusu“ e coinvolto nel “fenomeno Medjugorje » -segnalato alla Congregazione “per divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disobbedienza ad ordini legittimamente impartiti ed addebiti contra sextum”.

Studiato il caso, la Congregazione nel suo Congresso particolare ha decretato le sanzioni al R. P. fra Tomislav Vlašić, come segue:

„1. È fatto obbligo di dimora in una domus Ordinis della regione Lombardia (Italia) determinata dal Ministro Generale dell’Ordine, da attuarsi entro trenta giorni dalla legittima intimazione del presente decreto;

2. È interdetta ogni relazione con la comunità ‘Kraljice Mira…’ e con i suoi membri;

3. È vietato effettuare negozi giuridici e agire negli organismi amministrativi sia canonici che civili senza licenza scritta ad actum del Ministro Generale dell’Ordine e sotto la responsabilità dello stesso;

4. È fatto obbligo di seguire un iter formativo teologico-spirituale con valutazione finale e, previa recognitio di questo Dicastero, emissione della professio fidei;

5. Sono proibiti l’esercizio della ‘cura d’anime’, la predicazione, i pubblici interventi ed è revocata la facoltà di confessare fino alla conclusione di quanto disposto al numero precedente, salva la valutazione di merito.

Alla violazione dell’obbligo di dimora (n. 1) e dei divieti menzionati ai nn. 3 e 5 è annessa la sanzione dell’interdetto (ex can. 1332) latae sententiae, riservato alla Sede Apostolica.

Si ammonisce il Rev. Vlasic che in caso di contumacia si procederà al processo penale giudiziale in vista di più aspre sanzioni, non esclusa la dimissione, considerati anche i sospetti di eresia e scisma nonché di atti scandalosi contra sextum, aggravati da motivazioni mistiche.

Il Rev. Vlašić rimane sotto la giurisdizione diretta del Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori che provvederà alla vigilanza tramite il Superiore locale o altro Delegato”.

* * * * *

Ai sacerdoti, religiosi, religiose ed altri fedeli nelle Diocesi di Mostar-Duvno e Trebinje-Mrkan, nonché a tutti a cui spetta “nei territori pertinenti”, si porta a conoscenza in quale status canonico versa il R. P. fra Tomislav Vlašić.

Con particolari ossequi

+ Ratko Perić, vescovo, m.p.

don Ante Luburić, cancelliere, m.p.

Publié dans Medjugorje | Pas de Commentaires »

Censurano il crocifisso ed esaltano le parodie dissacranti

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2008

Mettono la Croce sui poster. Ma la tolgono dalle aule.
di Antonio Socci – Libero
Tratto da: RadioMaria.it

Censurano il crocifisso ed esaltano le parodie dissacranti dans Antonio Socci antoniosocci

In estate la rana crocifissa (col bicchiere di birra e un uovo nelle mani) esposta al museo di Bolzano.
Ora la donna seminuda crocifissa del noto manifesto contro gli stupri, che ricorda la famosa copertina sull’aborto fatta dall’Espresso il 19 gennaio 1975 (rappresentava una donna nuda incinta e crocifissa).
Guai a chi tocca questi “capolavori” chiedendo rispetto per il simbolo cristiano della morte di Gesù (guai anche al Papa che aveva criticato la “scultura” di Bolzano).
Subito incorre negli anatemi dei salotti radical-chic, pronti a vedere in ogni critica un vile attacco alla “libertà di espressione” perché – signora mia – “l’arte deve essere sempre libera e l’artista mai deve avere limitazioni alla sua creatività”.

Ammesso e non concesso che si tratti di arte, resta da capire perché la parodia della crocifissione o la provocazione metaforica della stessa manda tutti costoro in brodo di giuggiole, mentre il Crocifisso vero scatena immediatamente l’istinto della rimozione e della censura.

Ricordiamo tutti quante urla scandalizzate provocò, in questi stessi salotti, il film “The Passion” di Mel Gibson che rappresentava realisticamente i supplizi della crocifissione a cui Gesù fu effettivamente sottoposto.
Quante anime belle deprecarono la “volgarità” di quelle immagini, quanti cuoricini delicati si dissero traumatizzati da tale brutalità. La si giudicò un’operazione cinica.
La rubrica sull’Espresso di Umberto Eco aveva questo sommario: “ ‘La Passione’ è un film che vuol guadagnare molto denaro offrendo tanto sangue e tanta violenza da far apparire ‘Pulp Fiction’ un cartone animato”.

Natalia Aspesi, il 6 aprile 2004, tuonò dalla “Repubblica” contro quel “troppo sangue” deprecando il fatto che il film non fosse vietato ai minori: “Una commissione di censura punitiva, in Italia, non ha previsto nessuna limitazione. Gli pare giusto” denunciava la Aspesi “che a qualsiasi età si assista a un’orgia di sangue, a due ore di sofferenza splatter, al film più horror mai arrivato nei cinema”.
Secondo la “giornalista democratica” in questo (e solo in questo caso!) la censura era necessaria.

Niente crocifissione di Gesù per non turbare la nostra gioventù: non importa se poi, secondo le statistiche, un bambino italiano, prima di aver concluso le elementari, ha visto in media in tv 8.000 omicidi e 100 mila atti di violenza.
Ma la Passione di Gesù giammai deve essere mostrata nella sua cruda realtà (non sia mai che si pongano qualche domanda su quel pericoloso e inquietante Gesù…).

Invece le parodie della crocifissione – dicevamo – spopolano nei salotti “illuminati”: le rane crocifisse prima e ora la donna crocifissa.
Ieri l’Unità ha messo addirittura in copertina la foto del manifesto della campagna antistupro in occasione della manifestazione di Roma organizzata dalle femministe.
Premesso che trovo orribile qualsiasi violenza sulle donne e che il mondo femminista sembra stranamente silente e disattento quando gli orrori contro le donne vengono perpetrati in un contesto islamico (penso alla recente vicenda di Aisha, tredicenne, che in Somalia è stata rapita e stuprata da tre uomini e poi è stata fatta lapidare dalla “corte islamica”, con l’accusa di adulterio perché chiedeva giustizia, mentre i tre violentatori sono stati lasciati liberi), premesso pure che in questo caso il richiamo al simbolo della crocifissione può anche essere sensato e giusto (se non fosse che la nudità offerta da quel manifesto antistupro in fondo rischia di ricadere nella stessa mercificazione del corpo femminile che si intende condannare), premesso tutto questo, perché la repulsa dell’unico che a quella croce è stato inchiodato davvero?

E’ curioso. Nei giorni scorsi Michele Serra è intervenuto sulla Repubblica, naturalmente a favore di tale manifesto con la donna crocifissa, con questa affermazione di singolare superficialità: “La croce, per quanto dura e crudele sia la sua funzione, segna e nobilita il suo passeggero, sia una rana, un dio, una donna nuda. Mette in fuga solamente vampiri e satanassi, solo i malvagi si turbano quando la vedono”.
A parte quella volgarotta parificazione fra la rana, “un dio” (con la d minuscola come usava nei Paesi dell’est) e “una donna nuda”, Serra mostra di ignorare totalmente che, al contrario, la crocifissione era il peggiore supplizio dei romani proprio perché, alle atroci sofferenze, aggiungeva l’umiliazione, l’esposizione vergognosa del corpo offeso, il dileggio crudele della nudità. Ciò che l’ha nobilitata è stata solo la crocifissione di Gesù, cioè di Dio.

Ma soprattutto, viene da chiedersi, se la croce “mette in fuga solamente vampiri e satanassi”, se “solo i malvagi si turbano quando la vedono”, perché lui stesso – Serra Michele – il 30 ottobre 2003, sulla Repubblica, si univa al coro di coloro che non volevano il crocifisso nelle scuole?

Scriveva: “i simboli religiosi, nei luoghi dello Stato, invischiano lo stesso Stato in una inevitabile e spinosa commistione di ruoli e di significati. Tolte la bandiera e l’immagine del Presidente della Repubblica, che appartengono a tutti i cittadini, ogni altra icona, comprese quelle più affini ai sentimenti di maggioranza, è inevitabilmente di parte, e non può essere la percentuale soverchiante a giustificarne la legittimità.”

Sennonché, per distinguersi da Adel Smith, Serra lanciò una proposta di compromesso: “in ogni nuovo edificio pubblico – scuola, tribunale, ospedale – non devono essere esposti simboli di fede, perché lo Stato è la casa di tutti.
Quanto al già edificato, e già arredato da crocifissi e altro, si condona munificamente, nella profonda e serena convinzione che ogni muro debba rimanere come è stato concepito e osservato dai milioni di italiani che ci sono passati davanti”.

Pure Corrado Augias è intervenuto sulla Repubblica in difesa del manifesto con la donna crocifissa, eppure lo stesso Augias sullo stesso giornale, il 18 giugno 2004, si era pronunciato non solo contro i crocifissi appesi sui muri delle scuole, ma addirittura a favore della fanatica legge francese la quale, in nome dei “principi laici… vieta nelle scuole i simboli ‘ostentatori’ come il velo, la kippah, il crocifisso”.

Così la donna seminuda-crocifissa sui manifesti o sulla copertina di un giornale o la rana crocifissa nel museo e sui giornali sarebbero legittime rappresentazioni, mentre invece portare il crocifisso cristiano al collo sarebbe un attentato alla laicità.
Come si vede si va ben oltre la questione del crocifisso appeso alle pareti.
In questo caso mi sembra che vi sia addirittura la limitazione della libertà personale.

Resta comunque da capire il perché di questa avversione al crocifisso. Il giurista ebreo-americano John Weiler sostiene che in Europa divampa la “cristianofobia” provocata dal “risentimento” che gli eredi delle vecchie ideologie provano verso la Chiesa, che non è scomparsa come loro volevano e prevedevano.
Ma forse questa avversione è pure un tentativo inconscio di “autodifesa” dal fascino formidabile che Gesù esercita su chiunque posi su di lui lo sguardo.

Un giorno, dopo il pronunciamento di un tribunale sulla rimozione di un crocifisso, il maestro Marcello d’Orta, l’autore di “Io speriamo che me la cavo” scrisse un articolo dove ricordava le risposte dei suoi alunni al tema “Che mestiere vorresti fare” da lui assegnato: “qualcuno dei miei bambini rispondeva; il camorrista, il boss, perché solo il camorrista, solo il boss è uomo”.
Il maestro spiegava nell’articolo che le materie scolastiche non lo aiutavano a far riflettere i ragazzi e che trovò un sorprendente aiuto proprio nel Crocifisso: “Fu grazie al costante, quotidiano riferimento a questo simbolo di dolore, ma anche di salvezza e di speranza che più d’uno dei miei ragazzi ebbe salva la vita.
Togliete i crocifissi dalle scuole e avrete fatto ben più che offendere un popolo, lo avrete privato di tante coscienze”.

Publié dans Antonio Socci, Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaires »

1...2829303132