Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya
Oggi, nella memoria di Giuseppina Bakhita, la schiava sudanese diventata santa, si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Il Papa lo ha ricordato all’udienza generale.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya dans Fede, morale e teologia Bakhita

Papa Francesco lancia un appello forte, incoraggiando “tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione”:

“Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile”.

Pregare S. Giusepppina Bakhita per tutti i migranti
Papa Francesco ha quindi parlato di Santa Giuseppina Bakhita, che da bambina fu vittima della tratta:

“Questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata non ha perso la speranza e portò avanti la fede e finì per arrivare come migrante in Europa. E lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora.

Preghiamo Santa Giuseppina Bakhita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto”.

Appello per i Rohinya
Parlando “di migranti cacciati via, sfruttati”, Francesco prega “in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”, “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché non li vogliono”:

“E’ gente buona, gente pacifica … non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri. E’ da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana … Preghiamo per loro e vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”.

Grazie al Comitato della Giornata contro la tratta
Il Papa chiede un applauso a Santa Giuseppina Bakhita e saluta il Comitato della Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone, presente in Aula Paolo VI:

“Grazie per quello che fate!”.

Nessuno resti indifferente al grido dei bambini schiavizzati
Infine, invita i giovani a imitare Giuseppina Bakhita: il suo esempio – dice – accresca in voi “l’attenzione per i vostri coetanei più svantaggiati e in difficoltà”. Ieri in un tweet, il Papa ha affermato: “Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore”.

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Un cristiano non può dire: me la pagherai

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Udienza generale. Un cristiano non può dire: me la pagherai. Ampia sintesi di Radio Vaticana
Papa Francesco ha tenuto stamane l’udienza generale in Aula Paolo VI proseguendo la catechesi sulla speranza cristiana. “Mercoledì scorso – ha detto – abbiamo visto che san Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, esorta a rimanere radicati nella speranza della risurrezione (cfr 5,4-11), con quella bella parola ‘saremo sempre con il Signore’. Nello stesso contesto, l’Apostolo mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente”.

Un cristiano non può dire: me la pagherai dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sostenersi nella speranza
“Per questo, lo sguardo viene subito allargato da Paolo a tutte le realtà che compongono la comunità cristiana, chiedendo loro di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza.

E non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti”.

Vicinanza a chi è scoraggiato
“L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La ‘dis-speranza’ li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta.

Lo stesso Apostolo delle genti, nella Lettera ai Romani, afferma con il cuore in mano: «Noi, che siamo i forti – che abbiamo la fede, la speranza o non abbiamo tante difficoltà – abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (15,1). Portare, eh? Portare le debolezze altrui. Questa testimonianza poi non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero. E’ bello”.

Nessuno impara a sperare da solo
“Si comprende allora che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: ‘Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità’”.

Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza
“Cari amici, se — come abbiamo detto — la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. E’ più difficile sperare che credere, eh? E’ più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana. Grazie”.

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La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo
Domani sarà beatificato il martire giapponese Justus Takayama Ukon, signore feudale e samurai, vissuto nel XVI secolo. Sposato e padre di 5 figli, scelse la via dell’esilio piuttosto che abiurare la fede cristiana. La Messa di Beatificazione ad Osaka, in Giappone, sarà presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Radio Vaticana ripercorre la figura di Ukon con il servizio di Debora Donnini

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Un guerriero con la katana, la spada dei guerrieri giapponesi, rivolta verso il basso, sormontata da una croce. La statua di Ukon, il samurai di Cristo, rappresenta la parabola della sua vita: da daimyo, grande signore feudale, potente in battaglia, a povero ed esiliato fino alla morte. Nato nel 1552, viene battezzato a 12 anni quando suo padre abbraccia la fede cristiana attraverso la predicazione del gesuita san Francesco Saverio. Signori feudali, i Takayama arrivano a dominare la regione di Takatsuki e Ukon si impegna per la diffusione del cristianesimo con la fondazione di seminari e la formazione di missionari e catechisti: nei suoi territori su una popolazione di 30mila persone, circa 25 mila abbracciarono la fede. Il cardinale Angelo Amato:

“Aveva colto il messaggio centrale di Gesù, che è la legge della carità. Per questo era misericordioso con i suoi sudditi, aiutava i poveri, dava il sostentamento ai samurai bisognosi. Fondò la confraternita della misericordia. Visitava gli ammalati, era generoso nell’elemosina, portava assieme al padre Dario la bara dei defunti, che non avevano famiglia, e provvedeva a seppellirli. Tutto ciò provocava stupore e desiderio di imitazione”.

Le persecuzioni iniziarono nel 1587 quando lo shogun Hideyoschi ordina l’espulsione dei missionari. Ukon e suo padre rinunciano agli onori, scegliendo la povertà. Vennero poi le crocifissioni, infine nel 1614, quando lo shogun Tokugawa bandì definitivamente il cristianesimo, Ukon per non abiurare va in esilio nelle Filippine assieme a 300 cristiani. Morirà circa 40 giorni dopo il suo arrivo. Ancora il cardinale Amato:

“Educato all’onore e alla lealtà, fu un autentico guerriero di Cristo, non con le armi di cui era esperto, ma con la parola e l’esempio. La fedeltà al Signore Gesù era così fortemente radicata nel suo cuore, da confortarlo nella persecuzione, nell’esilio, nell’abbandono. La perdita della sua posizione di privilegio e la riduzione a una vita povera e di nascondimento non lo rattristarono, ma lo resero sereno e perfino gioioso perché si manteneva fedele alle promesse del Battesimo”.

Justus_Takayama_Ukon dans Fede, morale e teologia

“’Via della Spada, Via della Croce… Tante domande mi risuonavano in testa giorno e notte…”. Sono parole del film-documentario ‘Ukon il samurai – La via della spada, la via della Croce’ descrive proprio questo cammino di spoliazione. Ma come avviene il processo di conversione per Ukon? La regista del film, Lia Beltrami:

“La vita di Ukon percorre, possiamo dire, tre fasi di conversione: il Battesimo, quando era ancora piccolo, assieme al padre, il momento in cui si trova in mezzo ad un combattimento, in cui capisce che non è quella la sua via e quando si trova a scegliere tra due grandi signori feudali. La scelta di uno avrebbe provocato una persecuzione contro la Chiesa nascente, mentre la scelta dell’altro l’avrebbe portato a perdere due suoi familiari che erano stati sequestrati. Lui sceglie di non entrare nella logica del mondo, ma di rinunciare a tutto, di rinunciare allo stato di signore, di rinunciare al castello per seguire la Via della Croce”.

Ukon non abbandona la cultura giapponese, che anzi valorizzerà sempre. Ancora Lia Beltrami:

“Ukon vive pienamente e fino in fondo il suo essere giapponese e non pone mai in conflitto la nuova religione, il cristianesimo. Takayama Ukon è conosciuto in tutto il Giappone, anche non cristiano, come ‘Gran Maestro della Cerimonia del Thè’: là dentro, nella stanza spogliata di tutto, dove ci si trova di fronte al proprio interlocutore, quella è la via per annunciare il Vangelo, quella è la via della missione negli ultimi anni della sua vita”.

Affascinato dal messaggio di Gesù che dona la sua vita per amore, Ukon capì che quello era il vero sacrificio e il vero onore.

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Il Medioevo cristiano, un’epoca buia? 9 “invenzioni” smentiscono questa bufala

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

Il Medioevo cristiano, un’epoca buia? 9 “invenzioni” smentiscono questa bufala
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia
Tratto da: Una casa sulla Roccia
 

Alcune delle quali hanno avuto proprio dei cristiani come inventori

Il Medioevo, un periodo buio caratterizzato da oscurantismo e arretratezza culturale e  scientifica a causa dell’ampia diffusione del Cristianesimo? Sarebbe un grave errore etichettarlo in quel modo. Il Medioevo è stato ben altro. E cioè un periodo storico vivo e segnato da grandi scoperte, di alcune delle quali sono artefici proprio i cristiani.

1) OSPEDALE

Il Medioevo cristiano, un’epoca buia? 9 “invenzioni” smentiscono questa bufala dans Articoli di Giornali e News Ospedale

Giorgio Cosmacini, docente di Storia della medicina presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e l’Università degli Studi di Milano, scrive: «il valore dell’ospitalità era solo marginalmente noto nel mondo classico. Era il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas: comandamento condiviso, come servizio reso al bisognoso e al sofferente nell’ambito di un cristianesimo che si proclamava religione dei poveri […]».

«Tali opere ricevevano una loro organizzazione da parte della Chiesa primitiva: i diaconi erano “ministri” delegati dai vescovi ad amministrare la distribuzione di viveri ed elemosine, l’assistenza a vedove ed orfani, l’alloggio a poveri e ammalati. Le prime “case ospitali” o domus episcopi, sorte accanto alle residenze vescovili, erano gli archetipi delle istituzioni ospitaliere […]. Sotto l’autorità di un vescovo nascevano case ospitali urbane, sotto l’autorità di un abate, stanze ospitali venivano allestite nei monasteri» (G. Cosmacini, L’arte lunga. La storia della medicina dall’antichità a oggi, Laterza 2009, pp. 118,120).

2) OCCHIALI

occhiali_medioevali dans Riflessioni

Le prime innovazioni tecnologiche si hanno, in Occidente, nel XIII° secolo. Il frate domenicano Alessandro della Spina, a cavallo tra il 1285 e il 1289, sarebbe stato il primo inventore di lenti convesse, atte cioè a facilitare la vista di chi vede male da vicino (presbiopia). Poco prima, nel 1268, l’inglese Ruggero Bacone teorizzò l’uso di lenti per migliorare la visione degli oggetti. In ogni caso, dalla fine del XIII° secolo vi fu un susseguirsi di innovazioni e di soluzioni pratiche per rendere più facile l’utilizzo delle lenti. La loro realizzazione rimase tuttavia, per molto tempo, un’attività molto specializzata, in cui si distinsero soprattutto i vetrai veneziani di Murano.

In origine, gli occhiali erano formati da superfici di cristallo di rocca con particolari angolature, tenute insieme da strisce di cuoio e da un perno, che ne garantiva un approssimativo fissaggio al naso. Un laccio di cuoio, che passava dietro la nuca, contribuiva a un solido fissaggio alla testa (www.treccani.it)

3) MULINI AD ACQUA

Mulini_ad_acqua dans Stile di vita

Fu invece a partire dal IX secolo che i mulini ad acqua simili a come noi oggi li conosciamo cominciarono a comparire in Europa, parallelamente alla progressiva abolizione della schiavitù: un mulino semplice infatti permetteva di macinare in un’ora circa 150 chilogrammi di grano, cosa che invece fino ad allora si poteva fare solo utilizzando quaranta schiavi, che, anche se non dovevano essere pagati, andavano comunque evidentemente mantenuti.

4) ARATRO PESANTE

Aratro_pesante

Attorno all’undicesimo secolo, però, nel nord della Francia fece la sua comparsa un nuovo tipo di aratro, chiamato presto aratro pesante, in cui il vomere era asimmetrico, mentre lo strumento in generale era dotato di ruote e, dato che non doveva più essere per forza spinto da un uomo e poteva essere quindi appesantito per farlo entrare più in profondità, necessitava di essere attaccato a buoi o cavalli.

5) OROLOGI

Orologi

Comparsi nel corso del XIII secolo, i primi orologi meccanici si trovarono in breve tempo a sostituire varie forme di misura del tempo diffuse fin dall’antichità, basate su meridiane, clessidre e perfino orologi idraulici che erano già noti a greci e romani ma che avevano trovato nuova diffusione proprio nei secoli medievali.

6) STAMPA A CARATTERI MOBILI

guttenberg

La stampa a caratteri mobili creata da Johann Gutenberg nel 1455 a Magonza. Anche in questo caso in realtà, come abbiamo già segnalato per l’orologio, l’invenzione europea non fu la prima in assoluto, visto che in Cina una tecnica molto simile era stata già creata nel 1041 dall’inventore Bi Sheng, tecnica che probabilmente era però ignota a Gutenberg e agli europei del tempo.

7) SETTE NOTE

ut_queant_laxis_guido_d_arezzo

Le sette ‎note esistono da sempre, ma sapevate che la loro denominazione ha origine nel Medioevo? Guido d’Arezzo, monaco benedettino, nell’XI sec. nominò ciascuna nota con le prime sillabe dei primi sei versi dell’inno “Ut queant laxis” dedicato a San Giovanni Battista.

«UTqueant laxis

REsonare fibris

MIra gestorum

FAmuli tuorum

SOLve polluti

LAbii reatum

Sancte Johannes»

8) BUSSOLA

Bussola

La bussola fece la sua comparsa sulle sponde del Mediterraneo nel Medioevo. E innescò un malinteso storico che continuò a propagarsi, con tanto di curiose conseguenze, fino ai giorni nostri.

Nel vecchio continente, il primo riferimento che la riguarda è dell’erudito inglese Alexander Neckam, che la menziona nel De nominibus utensilium (ca. 1180) e già all’inizio del Trecento era uno strumento ben noto. La troviamo nelle cronache del domenicano Giordano da Pisa (1260 – 1311), che scrive: “pare una vile pietra, ma essa è carissima” e, per chiarirne il valore, commenta che sarebbe meglio perdere uno smeraldo che una bussola.

9) CHIOCCIOLA

Leone_V_che_insegue_Krum

Il simbolo @ è arrivato lemme lemme fino a noi da secoli che qualcuno ancora si ostina a ricordare come “oscuri”. La chiocciolina che usiamo ogni giorno nella posta elettronica, appare in un codice miniato del Trecento scritto in bulgaro che è conservato nella Biblioteca Vaticana insieme a un altro milione e mezzo di rari e preziosissimi libri.

Nell’antico testo la @ è la prima lettera della parola amen. Spunta in una pagina della “Σύνοψις ἰστορική”, una cronaca universale in 6733 versi politici scritta da Costantino Manasse, nella quale l’intellettuale bizantino volle raccontare la storia del mondo, dagli inizi fino alla morte dell’imperatore d’oriente Niceforo III Botaniate (1002 -1081).

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Le nuove droghe dei giovani pubblicate sui social network

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

Le nuove droghe dei giovani pubblicate sui social network
Maschere antigas, maschere utilizzate per fumare marijuana e bibite arricchite alla condeina. Così i giovani pubblicano le foto sui social network delle loro droghe rendendole un trend
di Gabriele Bertocchi – Il Giornale

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Il web si trasforma in un immenso ricettario per le droghe. Immagine dopo immagine si compone il mosaico dei nuovi metodi per sballarsi.

Si va dalle maschere antigas da collegare ai bong alle bevande come Sprite e Fanta da arricchire con sciroppi per la tosse a base di codeina. Ovviamente insieme alle foto, anche consigli per i naviganti: “Sotto, indossate occhialetti da piscina, altrimenti poi vi esplodono gli occhi”.

Sballo dans Riflessioni

Lo sballo diventa social
Lo sballo non è più fine a se stesso, ma diventa un mezzo per prendere like e visualizzazioni. Le foto su Instagram, più che su Facebook, mostrano giovanissimi impegnati a rendere le tradizionali canne in simboli da esibire. La droga si tinge di glamour e lo sballo diventa ostentazione. Riccardo Gatti, responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ats, ammette al Corriere della Sera: «La droga per i ragazzini dev’essere “glamour”: va di moda quella che si spettacolarizza di più».

Una parte oscura della società moderna che emerge con i social. Come spiega Giovanni Sesana, responsabile medico del 118: “C’è un limbo che non emerge i giovani non chiamano neanche il 118, ma tracollano per strada. Noi li raccogliamo con l’ambulanza quando la situazione è degenerata”. Questa situazione, secondo gli esperti, può essere un incentivo al consumo. Un quadro drammatico arricchito dalla testimonianza di Emilio Fossali, responsabile del pronto soccorso pediatrico De Marchi e Policlinico.

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La denuncia dei medici
«I ragazzini arrivano per lo più “inzuppati” d’alcol. Il referto dice ‘intossicati’, spesso non siamo nelle condizioni di rintracciare con gli esami altre droghe. Ma la sensazione è che siano sempre più miscugli di sostanze. Il 70 per cento dei giovanissimi che arrivano per incidenti gravi hanno abusato di stupefacenti. Qualche tempo fa un ragazzino di 14 anni ha avuto una sincope. Aveva difficoltà a stare in piedi, durante il tragitto in ambulanza sono comparsi ipotermia, vomito, ipotensione. In pronto soccorso, letargia e coma, con depressione respiratoria. Ce l’ha fatta per un pelo» rivela il dottore sulle pagine de Il Corriere della Sera.

Non solo: «L’abuso di prodotti legali (alcol, farmaci, fumo) da parte dei ragazzini — precisa Gatti — è un’emergenza sottovalutata. Induce comportamenti a rischio che possono portare a patologie acute o a vere e proprie dipendenze. Ha effetti analoghi a quello delle droghe. Ad esempio, il consumo frequente di cocktail alla caffeina abbinati con l’alcol modifica la neurochimica del cervello. Non si fa nulla per contenere quel tipo di abuso “legale”. Anzi, l’acquisto di quei prodotti “fa mercato”, e dunque lo si promuove. L’uso deviato delle sostanze legali di cui i ragazzini abusano finisce per essere involontariamente sinergico a quello delle sostanze illegali».

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Perché volere che un bambino handicappato viva?

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Perché volere che un bambino handicappato viva?
Fonte: Amici di Lazzaro
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Perché volere che un bambino handicappato viva? dans Articoli di Giornali e News Bambini_con_disabilit

Avra’ una vita felice o infelice? Questo non dipende dalla gravità del suo handicap. Non dipende neppure dal numero di cellule del suo cervello. Dipende da chi la circonda, perché l’essenziale per essere felice – per lui, come per ciascuno di noi – è amare ed essere amato.
Il bambino non conosce tutto il dramma vissuto attorno a lui, ma lo percepisce con tutte le fibre del suo essere. Attraverso la tonalità della voce, la dolcezza o l’indifferenza dei gesti, la tranquillità o l’angoscia con cui gli si sta accanto. Egli capisce di essere accolto o rifiutato.
Anche l’handicappato più grave, se lo crediamo, è una persona. Quanti genitori – come il filosofo Emmanuel Mounier di fronte alla sua piccola Francesca, la cui intelligenza sembrava completamente spenta – hanno percepito una presenza che li chiama ad un amore, ad una speranza, ad una tenerezza più grandi.
Ma abbandonati alla loro solitudine, molti genitori sono quasi incapaci di questo amore incondizionato. Hanno bisogno di essere circondati da una rete di amici. E ciascuno di noi può diventare uno di questi amici.

Testimonianza di Anna

Quando avevo 33 anni, misi al mondo la nostra terza creatura, una bambina che avevamo scelto di chiamare Maria. Un quarto d’ora dopo la sua nascita, il pediatra venne a comunicarmi che la bambina era affetta da trisomia 21, il nome scientifico del mongolismo. Niente aveva fatto presagire questo handicap: non rientrando nella fascia di età considerata «a rischio», non avevo ritenuto utile sottopormi alle analisi diagnostiche preventive. Ad ogni modo, mio marito ed io avevamo deciso che, anche se uno dei nostri figli fosse stato colpito da un handicap, avremmo rifiutato l’aborto. Dopo la notizia, mi ha sollevato per lo meno il pensiero che, non essendo stato rilevato nulla nella fase prenatale, avevo almeno potuto trascorrere una gravidanza serena.
Sul momento, per merito sicuramente di una grazia particolare, non ho sentito il mondo crollarmi addosso. Mi ero già occupata di bambini mongoloidi, sapevo che il loro handicap può anche essere lieve, che sono bambini particolarmente affettuosi e possono integrarsi molto bene in un ambiente normale. Mio marito, invece, ne fu sconvolto. Si sentiva incapace di accogliere Maria e preferiva che ce ne separassimo in modo legale al più presto… Entrambe le nostre famiglie condivisero subito la sua reazione. E anch’io fui presa dal panico: perché un figlio così? Perché a noi? Nella mia fascia di età, c’è una probabilità su 750 che un figlio nasca trisomico, ed era successo proprio a noi… Che fare? Come avrebbero reagito i nostri due figli più grandi? E la gente intorno a noi? Cosa ci riservava il futuro?

Se hai coraggio tu, l’avrò anch’io
Fortunatamente, mia madre mi indicò un’associazione cristiana che si occupa dei portatori di handicap. Telefonai subito, spiegando la situazione. Il giorno dopo una persona venne a trovarmi in clinica, e potei rivolgerle tutte le mie domande. Mi spiegò che, se anche lo sviluppo di questi bambini è più lento di quello dei bambini normali, essi possono comunque iniziare a camminare verso i due anni, tenersi puliti a due anni e mezzo e andare alla scuola materna con gli altri bambini. Sono molto socievoli, amano generalmente molto la musica – particolare molto importante in quanto mio marito è musicista – e, se anche la loro età mentale non supera gli otto anni, possono comunque seguire la scuola elementare con l’insegnante di sostegno o essere accolti in idonee strutture specializzate.

Questa persona tornò a trovarci ogni giorno. Dopo una settimana, dissi a mio marito che pensavo di avere la forza di tenere Maria. «Se tu hai questo coraggio», mi rispose, «l’avrò anch’io». Capiva che, se noi avessimo abbandonato Maria, non avrei mai più potuto essere felice come prima. Siamo dunque tornati a casa con Maria. Era una bambina molto tranquilla, che iniziò ben presto a dormire tutta la notte. Certo, le nostre famiglie furono molto sconcertate per la nostra decisione ma, fin dalla prima volta in cui andammo a trovarle, furono tutti conquistati dal simpatico visetto e dalla grazia di Maria.

Sostegni per il futuro
La nostra piccina adesso ha un anno e devo constatare che, per il momento, la vita non è più difficile di prima. Al contrario, siamo colpiti dall’attenzione e dalla delicatezza che i nostri parenti e amici hanno per lei: tutti ci chiedono sue notizie e si rallegrano per i suoi progressi.

Come vediamo l’avvenire? Senza troppa apprensione, perché ci sentiamo ben sostenuti sia a livello medico che personale. Attualmente vengono effettuate molte ricerche ed esperimenti per stimolare ed integrare i bambini trisomici: Maria beneficia, ad esempio, di sedute di fisioterapia a domicilio, che la aiutano ad irrobustire i muscoli.

Una fortuna per i nostri figli
E’ senz’altro un’esperienza paradossale scoprire che la felicità può nascere dalla prova vissuta con l’aiuto di Dio: perché noi siamo davvero felici! Maria ci porta il messaggio essenziale che, al di là di una completa riuscita intellettuale e sociale, ogni persona ha un valore in sé. I nostri figli più grandi saranno sensibilizzati da questo messaggio e questo sarà sicuramente un guadagno per il loro avvenire.

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Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”
“La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio”.
di AsiaNews

Papa: sono con i cristiani perseguitati di Mosul e del Medio Oriente dans Commenti al Vangelo 2v3j6zt

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui”. Nella domenica nella quale il Vangelo propone il discorso delle Beatitudini, papa Francesco ha voluto sottolineare in particolare il senso della beatitudine dei poveri in spirito, commentando anche che “se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro per la recita dell’Angelus, il Papa ha infatti ricordato che “la liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto ‘della montagna’, la ‘magna charta’ del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»… – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio”.

“Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio. Questa è la consumazione vorace e questo uccide l’anima”. “Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, è Lui il Signore, non io, è docilità alla sua signoria, che ha voluto il mondo per tutti gli uomini nella loro condizione di pochezza e di limite”.

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo, privilegiare la comunione al possesso. La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco di misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono”.

Anche quest’anno, dopo la recita della preghiera mariana, accanto a Francesco si sono affacciati due ragazzi dell’Azione cattolica delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. I ragazzi, a conclusione della ‘Carovana della Pace’, il cui slogan è Circondati di Pace, hanno letto un messaggio a favore della pace, dopo il quale dalla piazza sono stati lanciati dei palloncini colorati.

Il Papa ha infine ricordato che si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. “Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale delle persone colpite dalla lebbra, per le quali assicuriamo la nostra preghiera”.

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Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2017

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie
di don Maurizio Patriciello – Avvenire

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie dans Articoli di Giornali e News Santissimo_Sacramento

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare don Giuseppe Carmelo, prete della diocesi di Napoli. Ci siamo formati nello stesso seminario, studiato nella stessa facoltà teologica. Abbiamo sognati gli stessi sogni. Dopo l’ordinazione sacerdotale le strade si dividono, ognuno va dove la Provvidenza e l’obbedienza lo invia. Con gioia e trepidazione. Coscienti dei propri limiti e dei bisogni enormi del popolo che gli viene affidato. In seminario imparammo a fidarci di Dio e delle sue sorprese. Davanti a noi si aprivano orizzonti immensi e non vedevamo l’ora di gettarci nel lavoro pastorale.

Ingenuamente pensammo di avere la chiave per risolvere i problemi. Ci pensò la vita a farci ritornare con i piedi per terra. Gesù non elimina le croci, ma le assume e chiede a noi, che liberamente abbiamo scelto di seguirlo, di fare la stessa cosa. Imparammo presto a coniugare preghiera e sete di giustizia, annuncio e denuncia, azione e contemplazione. Imparammo a distinguere il peccato che va sempre condannato dal peccatore che va sempre amato. Imparammo a non essere “imparziali” ma a stare con i più poveri. Abbiamo imparato a essere preti toccando con mano la miseria e la grandezza umana. Non è stato e ancora non è facile.

Don Giuseppe è parroco al Pallonetto di Santa Lucia, il quartiere dove pochi giorni fa sono stati arrestati diversi camorristi. Un fatto di routine a Napoli se a fare scalpore non fosse stata la scoperta di una ragazzina di otto anni impegnata a confezionare bustine di droga. Qualcuno gridò allo scandalo. Fingendo di stupirsi. Scandalosa la notizia lo era, ma non destava meraviglia. Che i bambini a Napoli vengano impiegati per simili servizi lo sappiamo e lo denunciamo da sempre. I parroci che li hanno avuti al catechismo e all’oratorio cercano in tutti i modi di strapparli a questo avvilente destino.

Don Giuseppe si dà da fare al Pallonetto, don Angelo a Forcella, don Antonio alla Sanità. Alle Salicelle c’è don Ciro, a San Pietro a Patierno don Franco, a Crispano, Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche, don Adriano. Ringraziamo Dio per questi preti e le loro comunità che portano una sciabolata di luce dove il buio incombe. La gente vuole bene ai suoi preti. Anche chi continua a delinquere, anche quando le loro parole bruciano più della brace sulla pelle. Sanno bene che per il bene dei loro figli si farebbero ammazzare. In segreto li apprezzano, a modo loro li “proteggono”. Se solo accettassero qualche piccolo servizio impazzirebbero dalla gioia… prima di perdere per sempre la stima che hanno nei loro confronti.

Non è facile spiegare il rapporto di odio – amore – rispetto – sospetto che i camorristi hanno con i parroci dei quartieri dove “comandano”. Don Giuseppe giovedì ha chiuso la chiesa ed è andato a celebrare la Messa nei vicoli. La foto che lo ritrae con il Santissimo tra le mani nell’antico borgo di pescatori è suggestiva. Sembra che stia sussurrando al Dio nascosto: «Solo tu, Signore, puoi aiutarci. Fallo, per amore di questo popolo che hai voluto affidarmi».

Non solo preghiera, non solo Messa, non solo processione e litanie. Don Peppino ha voluto, ancora una volta, richiamare l’attenzione sul vero dramma della sua parrocchia, tanto simile al mio e a quello di decine di confratelli. Ha ricordato a chi ci governa che la mancanza di lavoro e di alternative non lascia intravedere un futuro migliore. Che la repressione non basta per migliorare il territorio.

«Dio solo sa quanto io desideri la conversione di chi ha scelto la strada dell’illegalità», dice il sacerdote pensando soprattutto ai ragazzi che fino a pochi anni fa frequentavano la parrocchia, prima che la sirena della mano nera li ammaliasse. Prima che la rassegnazione li costringesse a dire: «Questa è la nostra strada. Don Peppino, lasciaci stare, tu non puoi capire». E da quella volta hanno preso a voltare la faccia dall’altra parte quando lo vedono passare. Salvo poi mandarlo a chiamare quando vengono ingoiati dal carcere.

A questi preti delle periferie, geografiche ed esistenziali, vogliamo dire grazie. Invitarli a non demordere e assicurare loro la preghiera di tutta la Chiesa.

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Il futuro beato Don Primo Mazzolari che aiutò Oskar e la sua famiglia

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2017

Il futuro beato Don Primo Mazzolari che aiutò Oskar e la sua famiglia
Settant’anni dopo Oskar Tänzer, oggi novantenne, racconta di quel giorno che un futuro santo, Don Primo Mazzolari, lo salvò in Lombardia: «Fu lui a farci scappare»
di Carlo Baroni – Corriere della Sera

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Li chiama ancora «colpi del destino». Quelli che gli hanno salvato la vita. E bastava un niente perché la storia andasse da un’altra parte. Ha incontrato aguzzini e santi. Uno per davvero: don Primo Mazzolari che verrà beatificato tra poco. E c’è chi chiede che il suo nome venga ricordato nel Giardino dei Giusti delle Nazioni in Israele. Oskar Tänzer ha attraversato tre Paesi. E ogni volta, oggi ha 90 anni, ha saputo quale strada prendere. Un ragazzo ebreo nato nel posto sbagliato nel momento sbagliato: la Germania di Hitler.

Il trasferimento in Lombardia
Nel 1936 lascia Saarbrücken per Milano. «Pensavamo di stare al riparo dalle persecuzioni — racconta — abitavamo in corso Buenos Aires. Non conoscevamo la città e neanche la lingua. Mi ha aiutato la mia buona memoria. Mi hanno messo subito in quarta elementare». Una nuova vita, la speranza che riprende forma.

Due anni dopo, è il 1938, il regime fascista promulga le leggi razziali. Per gli ebrei è punto e a capo. I piccoli Tänzer esclusi dalla scuola. La comunità ebraica trova dei locali per farli studiare. «Una notte bussano alla porta: sono i poliziotti fascisti. Tirano giù mio padre dal letto e lo portano a San Vittore. L’accusa? È un ebreo…».

Oskar e i fratelli mettono in piedi un’attività da pellicciai: «Eravamo bravini». Poi la guerra e anche Milano diventa insicura. «Un nostro lavorante ci dice che i suoi genitori stanno a Bozzolo, nel Mantovano, lontano dagli echi della persecuzione razziale». Almeno, così sembra. I Tänzer respirano. Ma l’ombra nera del fascismo si allunga anche su quelle campagne. Il regime vuole i nomi di tutti gli ebrei che abitano a Bozzolo.

«Si presentano a casa il podestà, il maresciallo dei carabinieri e il parroco, don Primo, appunto. Non vogliono denunciarci. Ci danno tre giorni per riuscire a scappare. Dove? Don Primo trova una famiglia di contadini. Noi chiediamo: sanno i pericoli che corrono? Lo sanno». Ma non si tirano indietro. Don Primo sempre al fianco dei Tänzer. Pronto a fare argine al Male che li circonda. «Mio padre, però, pensa non sia giusto costringere quella brava famiglia mantovana a rischiare la vita».

La fuga da Milano alla Svizzera
Si riparte: Milano. E qui la portinaia li avverte dell’arrivo delle squadracce. Fuggono in Svizzera. Aiutati da una guardia di confine. Ma quando lo attraversano le autorità elvetiche non li vogliono. E ancora una volta la Storia prende la strada giusta. Passa un conoscente, persona di grandi disponibilità economiche. Li vede. Li fa restare. Settant’anni dopo Oskar Tänzer racconta di quel giorno che un futuro santo lo salvò.

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Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto
Con un ordine esecutivo sancito lo stop ai finanziamenti per le Ong che praticano l’interruzione di gravidanza all’estero
Paolo M. Alfieri – Avvenire

Usa. Trump taglia i fondi per l'aborto dans Aborto Presidente_Trump
Il presidente Trump dopo la firma degli ordini esecutivi nello Studio Ovale (Ansa)

C’è anche lo stop ai fondi per le Ong che praticano aborti all’estero, o forniscono informazioni a riguardo, tra i primi atti dell’era Trump. Con un ordine esecutivo, infatti, il nuovo presidente Usa ha ripristinato un provvedimento che, da quando fu introdotto dall’Amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle Amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono negli anni succedute.

A cancellare il bando, l’ultima volta, era stato il presidente Barack Obama nel 2009. Ora Trump ha appunto ripristinato il divieto di usare fondi del governo per sovvenzionare gruppi che pratichino o forniscano consulenza sull’aborto all’estero. Gli altri due ordini esecutivi firmati oggi da Trump riguardano il ritiro degli Usa dall’accordo commerciale Tpp e il congelamento delle assunzioni federali.

Obamacare
Nei giorni scorsi, intanto, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha preso posizione sull’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Obama e criticata dai repubblicani. Il vescovo di Venice, monsignor Frank J. Dewane – che è presidente del comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano dell’episcopato Usa – ha inviato una lettera a tutti i membri del Congresso.

Nella missiva il presule ha rivolto un appello a tutti i parlamentari affinché “lavorino insieme per proteggere gli americani più vulnerabili” e perché conservino “gli importanti passi in avanti compiuti in tema di copertura e accesso alle cure sanitarie”. “Un’abolizione dei punti fondamentali dell’Affordable Care Act – prosegue il testo – non dovrà avvenire senza la contemporanea approvazione di un piano sostitutivo che assicuri l’accesso a cure sanitarie adeguate per quei milioni di cittadini che ora fanno affidamento su questo strumento per la tutela della loro salute”.

Il nuovo Congresso a maggioranza repubblicana ha già approvato la risoluzione sul budget che rappresenta il primo passo verso l’abrogazione di Obamacare, con la richiesta alle commissioni competenti di redigere il testo per la cancellazione entro venerdì. Secondo il Congressional Budget Office, l’abolizione dell’Obamacare senza una sua immediata sostituzione si tradurrà nella perdita dell’assicurazione sanitaria per 18 milioni di americani solo nel primo anno.

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Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”
Il messaggio di Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze” dans Articoli di Giornali e News Santo_Padre

Grano o zizzania. La mente umana, dicevano i Padri della Chiesa, è “una macina da mulino” che non si ferma mai e che “non può cessare di macinare ciò che riceve”. Tuttavia chi è “incaricato del mulino” ha la possibilità di decidere cosa macinarvi: il grano o la zizzania. Appunto. Parte da questa metafora tratta dall’antica tradizione ecclesiale, il messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il prossimo 28 maggio sul tema «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo.

Bergoglio parla in prima persona a tutti coloro che “ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni” per incoraggiarli ad offrire un “pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”. Specialmente nel tempo moderno in cui “l’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare”.

Queste notizie “possono essere belle o brutte, vere o false”: “Sta a noi decidere quale materiale fornire”, rimarca Francesco. Che esorta tutti “ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.

In particolare, secondo il Vescovo di Roma, c’è bisogno di “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo – osserva – non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”.

Anzi, al contrario – sottolinea il Papa -, tutti dovremmo cercare di “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”.

Papa Bergoglio indica pertanto un preciso stile comunicativo: “aperto e creativo”, “mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”, ma che “cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

“Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’”, scrive il Pontefice. “La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti”.

Inoltre, “la realtà non ha un significato univoco”. Tutto dipende dallo “sguardo” con cui viene colta, dagli “occhiali” – dice il Papa – con cui scegliamo di guardarla: “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. E l’occhiale adeguato per decifrare la realtà, almeno per i cristiani, “non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza”: il Vangelo.

Esso non è solo “un’informazione su Gesù”, ma è piuttosto “la buona notizia che è Gesù stesso”. Una notizia che “non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio”. In Cristo “anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita”, scrive il Papa. “Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento”.

In questa luce, “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

A costruire quel “Regno di Dio” che “è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio”. “Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente”, afferma il Papa. Che parla invece di speranza, quella “fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo” e allarga gli orizzonti. Una speranza che “è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita”, ma che “è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta”.

“Noi – sottolinea il Santo Padre – la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ‘ristampato’ in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti ‘canali’ viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza”.

“Attraverso la forza dello Spirito Santo possiamo essere testimoni e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, fino ai confini della terra”, conclude Papa Francesco. Tale fiducia “ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”.

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Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno
Monsignor Boccardo per il 27 gennaio: «Segno di solidarietà verso chi è provato nello spirito e nel corpo»
di Umbria24

Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno dans Articoli di Giornali e News terremoto_bagnasco_boccardo

Una giornata di digiuno, «proposta a tutte le donne e gli uomini di buona volontà dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia» da tenersi venerdì 27 gennaio, «quale segno di solidarietà verso chi è provato nel corpo e nello spirito» dal susseguirsi delle scosse di terremoto, che culminerà con una preghiera alle 21 nella palestra del Sacro Cuore a Spoleto: è una delle iniziative che il vescovo di Spoleto-Norcia, monsignor Renato Boccardo, proporrà ai fedeli della sua diocesi, dove i danni del terremoto, soprattutto al patrimonio religioso, sono ingenti.

La giornata di digiuno – spiega un comunicato della diocesi – vuole essere «un grido che sale al Cielo per chiedere misericordia, tranquillità e sicurezza». Lo stesso vescovo ha inoltre programmato per domenica 29 gennaio, alle 15,30 a Norcia, una processione penitenziale intorno alle mura della città: verrà portata in processione l’effige della Madonna Addolorata, estratta dalle macerie della chiesa che la ospitava, «per chiedere difesa e protezione dalle calamità naturali»

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Il silenzio ci conserva

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2017

Il silenzio ci conserva dans Citazioni, frasi e pensieri Georges_Bernanos

Conservare il silenzio, che espressione strana! È il silenzio che ci conserva!

di Georges Bernanos – Diario di un parroco di campagna

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Minori a Napoli: urgente offrire alternative alla criminalità

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2017

Minori a Napoli: urgente offrire alternative alla criminalità
Molte donne, ma anche bambini di 8, 12, 13 anni impiegati per preparare dosi di cocaina, hashish e marijuana, impacchettarle e venderle riscuotendo i soldi dagli acquirenti. E’ ciò che è emerso di recente nel corso delle indagini dei carabinieri riguardo all’attività del clan camorristico Elia, uno dei più potenti di Napoli. Secondo i calcoli degli inquirenti, dallo spaccio al centro storico della città, il clan riusciva a guadagnare fino a 5 mila euro al giorno. Una 40.na gli arresti seguiti alle indagini. Un fenomeno recente, l’utilizzo di minori, all’interno della criminalità organizzata? Adriana Masotti, per Radio Vaticana, lo ha chiesto a Fabio Giuliani, referente per la regione Campania dell’associazione Libera:

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R. – Purtroppo non è un fenomeno recente, è un fenomeno che riguarda gli strumenti che queste famiglie hanno e qual è la proposta che viene fatta a questi bambini. Se l’unica proposta è quella tutta all’interno del contesto criminale, risulta quasi naturale arrivare a queste conclusioni. Sarebbe necessario poter offrire a tutte queste famiglie, a tutti questi minori, un’offerta alternativa, una proposta alternativa che esce fuori dal contesto criminale. Un po’ come è accaduto per un po’ di tempo con il bellissimo progetto dei maestri di strada: si faceva la scuola per le strade e dire “strada” a Napoli vuol dire tanto perché la strada è un fenomeno, è un agglomerato di comunità, in ogni caso con la quale bisogna interloquire… Dobbiamo ricordarci anche che le camorre non sono prodotte dalla povertà assolutamente, ma sicuramente della povertà si nutrono. E’ una produzione che avviene altrove, che avviene oltre la povertà e nei contesti più difficili invece trovano un brodo di coltura.

D. – Lei parla di offerta alternativa; in questo caso è emerso che i bambini utilizzati dal clan erano consapevoli del loro ruolo e quindi di poter fare carriera di essere qualcuno… Ecco questo potere, questo poter disporre di denaro…
R. – Come si fa a essere consapevoli ad 8 anni: in qualunque famiglia si è consapevoli delle cose che ti dicono, delle cose che ti dicono di fare e delle cose che sei abituato a vedere.

D. – Una famiglia che è improntata all’attività criminale, quindi mamma, papà, parenti, nonni, come fa da una famiglia così ad arrivare una proposta diversa? E come si fa ad avvicinare una famiglia così?
R.  Partendo molto, molto prima. Da tempo su tutto il territorio napoletano ci sono oltre 10 punti, all’interno di un progetto fatto dalla Fondazione Polis, dove si leggono libri specifici per bambini a questi bambini e alle loro mamme. Questo significa fare entrare la cultura all’interno di ogni famiglia. Noi dobbiamo provare ad usare dei grimaldelli per entrare…. Naturalmente non abbiamo la ricetta giusta, altrimenti l’avremmo già tirata fuori, però questi sono sicuramente dei tentativi da fare. Bisogna in tutti i modi provare: attraverso una scuola, attraverso una scuola che entra nelle loro case a dire che c’è un’altra strada, che c’è un’altra vita, che esiste tutto un altro mondo che dà altrettanto e sicuramente maggiori soddisfazioni sicuramente in termini di relazioni e di sentimenti.

D. – L’associazione Libera a Napoli che cosa fa in particolare per i bambini?
R. – Con i minori siamo in contatto soprattutto con l’Istituto penale minorile e con tutti quei minori “messi alla prova”, che hanno compiuto degli errori: vogliamo superare la dicotomia tra vittima e carnefice pensando che spesso il carnefice l’abbiamo costruito noi, è stata la vittima delle nostre disattenzioni, del nostro essere poco cittadini. E infine, insieme ai più piccoli, collaboriamo alla fondazione Polis, come dicevo prima, con il progetto “Leggendo crescerai”, proviamo a inserire un grimaldello di cultura all’interno di quelle famiglie che sono in difficoltà, invitando le famiglie insieme ai servizi a questi cicli di lettura.

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“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”

Posté par atempodiblog le 9 janvier 2017

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”
All’Angelus il Papa esorta ad «annunciare il Vangelo con mitezza, senza imposizione»

di Giacomo Galeazzi – La Stampa

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza” dans Commenti al Vangelo Angelus_di_Papa_Francesco

Appello di Francesco ad «annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione». Conclusa la messa con l’amministrazione del battesimo ad un gruppo di bambini nella Cappella Sistina, alle 12 Francesco si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini riuniti numerosi in piazza San Pietro anche in una delle giornate più fredde dell’anno. Poi aggiunge a braccio:

«In questi giorni di tanto freddo penso e vi invito a pensare a tutte le persone che vivono per la strada, colpite dal freddo e tante volte dall’indifferenza. Purtroppo alcuni non ce l’hanno fatta. Preghiamo per loro e chiediamo al Signore di scaldarci il cuore per poterli aiutare».

«Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere – sostiene Jorge Mario Bergoglio. La Vergine Maria aiuti tutti noi cristiani a conservare una coscienza sempre viva e riconoscente del nostro Battesimo e a percorrere con fedeltà il cammino inaugurato da questo Sacramento della nostra rinascita».

Il Papa ricorda che «la vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli». Perciò, ribadisce il Pontefice, «ad imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore».

Francesco sottolinea che «nel contesto della festa del Battesimo del Signore, stamattina ho battezzato un bel gruppo di neonati». Ed esorta i fedeli a pregare per loro e per le loro famiglie: «Ieri pomeriggio – confida – ho battezzato un giovane catecumeno. Vorrei estendere la mia preghiera a tutti i genitori che in questo periodo si stanno preparando al Battesimo di un loro figlio, o lo hanno appena celebrato – afferma.

Invoco lo Spirito Santo su di loro e sui bambini, perché questo Sacramento, così semplice e nello stesso tempo così importante, sia vissuto con fede e con gioia. Vorrei inoltre invitare ad unirsi alla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, che diffonde, anche attraverso le reti sociali, le intenzioni di preghiera che propongo ogni mese a tutta la Chiesa. Così si porta avanti l’apostolato della preghiera e si fa crescere la comunione».

Francesco commenta la liturgia della parola. «Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni il Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù – afferma il Papa -; Giovanni vorrebbe impedirglielo dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Il Battista infatti è consapevole della grande distanza che c’è tra lui e Gesù». Ma Gesù, sottolinea il Papa, «è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso».

Per questo «chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, cioè si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli».

Quindi, prosegue Jorge Mario Bergoglio, «nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. E nello stesso tempo lo Spirito Santo, in forma di colomba, si posa su Gesù, che dà pubblicamente avvio alla sua missione di salvezza».

Una missione, evidenzia il Papa, «caratterizzata dallo stile del servo umile e mite, munito solo della forza della verità, come aveva profetizzato Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”; ecco lo stile missionario dei discepoli di Cristo».

Dopo la preghiera mariana Francesco saluta «tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi, in particolare il gruppo di giovani di Cagliari, che incoraggio a proseguire il cammino iniziato con il Sacramento della Confermazione e li ringrazio perché mi offrono l’occasione di sottolineare che la Confermazione o Cresima non è solo un punto di arrivo, ma anche e soprattutto un punto di partenza nella vita cristiana. Avanti, con la gioia del Vangelo».

Infine augura «a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci».

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