Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026

Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi
di: Ordo Fratrum Minorum – Frati Francescani

Papa Leone XIV proclama l Anno Giubilare Francescano

Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.

Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze.

In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.

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Condizioni per ricevere l’Indulgenza
(per sé o per i defunti)

  • Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
  • Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
  • Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
  • La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
  • Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

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Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026

Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

Crans Montana

Che cosa resta dei tragici avvenimenti di Crans-Montana dopo una lunga settimana? Oggi il cordoglio unanime, che è diventato in questi giorni una commovente partecipazione, calerà definitivamente il suo sipario con la celebrazione dei funerali, ma un istante dopo che il rito delle esequie sarà compiuto resteranno sul tavolo almeno cinque dolori.

Si tratta di dolori molto diversi fra loro, con un’unica grande radice comune: il fatto di essere sopravvissuti. Sopravvivere, infatti, è più impegnativo di morire, perché la sopravvivenza spinge a fare i conti con ciò che rimane e con ciò che non c’è più. Resterà pertanto il dolore dei compagni di classe, degli amici, dei tanti adolescenti che da questa vicenda sono stati toccati e che reagiranno com’è loro costume: alle lacrime di qualcuno – a volte anche imponenti – seguirà il silenzio di tutti.

Perché l’adolescente sedimenta e va avanti, sembra che non ne voglia parlare, ma il dolore lavora, s’inserisce nelle pieghe della giornata, dello sguardo, dei mille momenti di distrazione che sembrano perfino irrispettosi per la stessa morte, ma che sono soltanto un modo di addomesticare l’indicibile, per poi un giorno – magari d’improvviso e non visti – furtivamente dirlo.

Resterà il dolore dei genitori. Forse sfugge a tanti il carattere assolutamente crudele e simbolico di quel che è accaduto: un figlio è la promessa di un’intera vita e il fuoco di Crans-Montana ha letteralmente ridotto quella promessa in cenere. Come si sopravvive ad una promessa infranta? Come si continua a vivere quando un desiderio è ormai perduto?

Al centro di tutti questi dolori c’è inoltre quello dei feriti, anche gravi, toccati per sempre da una notte che resterà impressa nella loro storia. Qui c’è forse la sfida più ardua, una sfida che riguarda l’identità: che cos’è un uomo – un ragazzo o una ragazza – quando il livore di un incendio lo devasta e lo rende a tratti irriconoscibile? Come si può riconoscere un’esistenza quando quell’esistenza è stata completamente deturpata? Come farà un giovane cuore a fare casa in quel nuovo corpo?

Resterà poi il dolore dei tanti adulti che in questi giorni hanno pianto, silenziosamente sofferto o pregato, per quanto accaduto. Si tratta di genitori, ma anche di educatori e – non bisogna dimenticarlo – anche di docenti. Chi è stato intercettato dalle immagini e dal racconto di quella notte ha percepito tutta l’impotenza di un padre e di una madre, di chi non vorrebbe sofferenza per chi ama e che invece deve arrendersi impotente.

Crans-Montana è apparsa agli occhi di tanti come la località in cui la domanda della vita viene travolta, dove la voglia di vivere viene sopraffatta da una morte beffarda che quei ragazzi ancora non conoscono.

Ma, occorre dirlo, come è possibile parlare della morte e del morire a coloro che sono ancora vivi? Che cosa quell’esperienza vista, e quindi potenzialmente vissuta, cambia nel modo di insegnare, di accompagnare e di condividere? Non si vive di emozioni, di slogan, di fatti memorabili: si vive di ciò che si impara. E si impara davvero se si prende sul serio ciò che si vive. Senza permettere che la realtà diventi clamore e che il cammino umano non sia altro che una lunga serie di clamori che lascia l’uomo sempre più incerto, sempre più fragile, sempre più segretamente cinico.

In fondo, in coda a tutti gli altri, è giusto nominare un dolore non visto, forse non conosciuto, ma che certamente resta: il dolore di chi ha fede. Esisteva un prete fino a qualche anno fa che, quando morivano dei giovani, poneva sempre una domanda che appariva fuori dal tempo e atroce: ma quei ragazzi, quando sono morti, saranno stati in grazia di Dio? Sembrava che egli si preoccupasse se la morte avesse colto quelle esistenze con le carte in regola per il paradiso. Non era così. La grazia di Dio, nel cristianesimo, è la presenza stessa di Cristo, è la presenza che spezza tutta la solitudine del mondo per diventare compagnia a ognuno.

Nella notte in cui la Chiesa celebra il compimento degli otto giorni dal Natale, Crans-Montana ha rappresentato un interrogativo radicale: quei ragazzi, morendo, con chi saranno stati? Tra le grida e le urla di quei pochi secondi, che cosa sarà veramente successo?

La presenza di Cristo è, appunto, gratuita. Ma occorre riconoscerla giorno dopo giorno perché diventi familiare. Quella familiarità abbraccia tutta la vita dell’uomo e rende l’istante colmo di bene, ricco di compassione. Alla fine della vita o si sperimenta la disperazione o si sperimenta un’inesorabile amicizia. Coloro che questa amicizia l’hanno sperimentata hanno l’urgenza – oggi più che mai – di insegnare, di piangere, di ridere o di litigare con un’unica certezza: noi non siamo soli.

Anche se io, adulto, non potrò impedire che tu muoia, certamente ti posso donare la gioia di un Amico che nemmeno il fuoco scalfisce. Uno che resta di più del dolore. Uno che, quando tutto brucia, ha l’inaudito coraggio di dire: “Non è ancora finita”.

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Il “Divino Asilo Nido” del Monastero de “Las Descalzas Reales”: il tesoro ‘nascosto’, una collezione di circa 130 statuette del Bambino Gesù

Posté par atempodiblog le 10 janvier 2026

Una delle più grandi collezioni di statuette del Bambin Gesù
Il “Divino Asilo Nido” del Monastero de “Las Descalzas Reales”: il tesoro ‘nascosto’, una collezione di circa 130 statuette del Bambino Gesù
Da oltre quattro secoli, ogni volta che una dama dell’alta nobiltà entrava nel monastero come monaca di clausura portava con sé due figure: un crocifisso e una statuetta di Gesù Bambino. Questo stava a simboleggiare il suo sposalizio spirituale e il suo impegno nel prendersi cura della Figura divina.
Tratto da: infoCatólica

Il Divino Asilo Nido del Monastero de Las Descalzas Reales il tesoro nascosto una collezione di 1

Il Monastero de “Las Descalzas Reales” a Madrid ospita nel periodo natalizio, fino al 5 gennaio, il “Divino Asilo Nido”, una sala, chiusa durante il resto dell’anno, che custodisce più di 130 statuette del Bambino Gesù, una delle più grandi collezioni al mondo dedicate al Dio Bambino.

L’apertura di questo spazio, gestito dal “Patrimonio Nacional”, si inserisce in una tradizione che risale al XVI secolo e che riflette il valore storico, artistico e devozionale di questo convento madrileno.

Da oltre quattro secoli, ogni volta che una dama dell’alta nobiltà entrava nel monastero come monaca di clausura, portava con sé due simboli: un crocifisso e una statuetta di Gesù Bambino. Questo stava a simboleggiare il suo sposalizio spirituale e il suo impegno nel prendersi cura della Figura divina.

Nel corso degli anni, il convento è diventato “un archivio di arte sacra dal valore inestimabile”, come spiega la dottoressa in Storia dell’Arte e docente Ana María Poveda ad Álex Navajas per El Debate.

Una collezione di materiali diversi e di provenienze internazionali
Le statuette che compongono il “Divino Asilo Nido”, situato nell’ex ufficio della Badessa del monastero, sono realizzate con vari materiali come il legno policromo, la cera, l’avorio e il piombo. Alcune hanno conservato persino i capelli naturali, un dettaglio che aggiunge realismo e delicatezza a queste rappresentazioni sacre.

Le opere provengono da scuole d’arte spagnole, fiamminghe, napoletane e persino peruviane, a dimostrazione della diversità geografica e culturale di questa collezione. Molte di esse si distinguono per i loro abiti meticolosamente realizzati, che le religiose del monastero continuano a produrre e a rinnovare ad ogni Natale per accogliere i visitatori.

Tra le statuette più sorprendenti troviamo un Bambin Gesù vestito da sant’Isidoro l’Agricoltore, patrono di Madrid, e un altro vestito con gli abiti del re Filippo II, noto come “il Prudente”. Queste rappresentazioni riflettono lo stretto legame del Convento con la storia della Spagna e della monarchia ispanica.

L’eredità spirituale di Suor Margherita della Croce
Una delle figure chiave nello sviluppo di questa tradizione fu Suor Margarita della Croce (1567 – 1633), figlia dell’imperatore Massimiliano II e nipote di Filippo II. I documenti storici raccontano che la Suora trattava le sue statuette del Bambin Gesù come se fossero veri neonati: li cullava, lavorava a maglia abiti su misura per loro e, persino, li “nutriva” in maniera simbolica.

Questa pia pratica, che rafforzava il legame spirituale e simbolico che le monache intrattenevano con le rappresentazioni divine, perdura ancora ai giorni nostri. Le religiose del monastero continuano questo lavoro devozionale, vestendo e adornando le statuette ad ogni Natale, come segno del loro impegno spirituale.

Un monastero di fama internazionale
Il Monastero de “Las Descalzas Reales”, classificato come Bene di Interesse Culturale, ottenne, inoltre, il riconoscimento di Museo Europeo nel 1987. Fu fondato per volontà di Giovanna d’Austria (1535 – 1573), figlia minore dell’imperatore Carlo V e della principessa del Portogallo, che trasformò il palazzo, in cui lei stessa era nata e che apparteneva al tesoriere di suo padre, in un monastero di Clarisse.

La comunità religiosa delle Clarisse francescane arrivò nel 1559 e quest’ordine è conosciuto come quello delle “Francescane scalze”, appellativo che deriva dal fatto che le clarisse indossano semplici sandali durante qualsiasi periodo dell’anno. Giovanna d’Austria prese residenza nel convento al suo ritorno dal Portogallo e il suo corpo riposa nella cappella che occupa proprio lo spazio in cui nacque.

Il “Divino Asilo Nido” apre al pubblico soltanto durante il periodo natalizio, a causa della fragilità delle opere in esso contenute, e può essere visitato fino al 5 gennaio di ogni anno. Il “Patrimonio Nacional”, l’ente responsabile della conservazione del monastero di Madrid, invita, attraverso i suoi canali social, a scoprire questo affascinante spazio che, nel cuore di Madrid, custodisce uno dei tesori più insoliti e poco conosciuti, al grande pubblico, dell’arte sacra europea.

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La stella, l’unica compagna silenziosa e misteriosa

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2026

I re magi

I secoli erano passati sulle fiamme di Isaia senza spegnerle. L’eco delle sue grida risuonava ancora, almeno nel cuore della Vergine. La vaga e sorda attesa del genere umano si precisò e localizzò nei tre sovrani d’Oriente. I Magi erano i maggiori personaggi d’Oriente; non dobbiamo lasciarci ingannare dai loro nomi e prenderli per maghi. Erano invece sapienti ed erano re; perché in Oriente i sapienti erano re. La grande scienza dell’antichità, quale l’Oriente la concepiva, portava scettro e corona. Essi furono avvertiti da una stella; perché loro erano anche astronomi. […] 

Solo la stella indicava la strada. Era l’unica compagna silenziosa e misteriosa. Il viaggio stesso doveva essere silenzioso. La stella era l’immagine della luce interiore che li illuminava e li guidava.

L’Epifania era la loro luce. L’Epifania! Che parola! La Manifestazione! Arrivati nella capitale della Giudea non chiesero se il Re dei Giudei fosse veramente nato, ma in quale luogo fosse nato. La loro fiducia era assoluta.

Il fatto era certo: “abbiamo visto la sua stella – dissero – e siamo venuti ad adorarLo”.

Tratto da: Fisionomie di santi, di Ernest Hello

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Papa Leone XIV: il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Papa Leone XIV: il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche
Papa Leone XIV al Concerto di Natale della Cappella Musicale Sistina. Il pensiero corre ai bambini che “hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace”
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

Papa Leone XIV il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci senza musiche

Il clima di festa continua in Vaticano in attesa dell’Epifania. E dopo il concerto dello scorso 12 dicembre in sala Nervi  per il conferimento del premio Ratzinger al maestro Riccardo Muti  con l’esecuzione della Messa per l’Incoronazione di Carlo X composta da Luigi Cherubini nel 1825, papa Leone XIV ha presieduto nella serata di oggi al concerto di Natale della Cappella Musicale Sistina. Così, ancora una volta, il pontefice si è dimostrato attento alle iniziative culturali promosse in Vaticano: presente al  “Concerto con i poveri e per i poveri” lo scorso 6 dicembre sempre nella sala Nervi, presente al concerto di Muti, e oggi a presenziare al concerto nella Cappella Sistina. Il dialogo tra la cultura e la Chiesa sembra essere davvero uno dei temi cari al pontefice.

E, a fine concerto, il pontefice ha voluto rivolgere ai presenti un saluto: «Desidero ringraziare la Cappella musicale Sistina, che in questo concerto ci ha fatto meditare il mistero del Natale con il linguaggio della musica e del canto, linguaggio capace di parlare, oltre che alla mente, anche al cuore. Mi congratulo con il Maestro Direttore Monsignor Marcos Pavan e con il Maestro dei Pueri Michele Marinelli», così ha esordito papa Leone XIV nel suo breve discorso. E poi ha continuato: «Non c’è Natale senza canti. Dovunque nel mondo, in ogni lingua e nazione, l’Avvenimento di Betlemme è celebrato con la musica e il canto. E non può essere altrimenti, dal momento che il Vangelo stesso racconta che, quando la Vergine Maria diede alla luce il Salvatore, gli angeli in cielo cantavano “Gloria a Dio e pace in terra”».

Poi il suo sguardo si rivolge ai pastori, «spettatori e testimoni di quel primo “concerto di Natale”». Un concerto a cui hanno anche loro, in una certa misura, partecipazione: magari «suonando qualche flauto rudimentale». Poi, l’attenzione alla Vergine Maria: «Ma c’è un altro luogo dove la musica celeste è risuonata in quella notte santa. Un luogo silenzioso, raccolto, sensibilissimo: parlo naturalmente del cuore di Maria, la donna prescelta da Dio per essere la Madre del Verbo incarnato. Impariamo da lei ad ascoltare nel silenzio la voce del Signore, per seguire fedelmente la parte che Lui ci affida nello spartito della vita».

Infine, una dedica particolare del concerto. Il pontefice pensa a tutti quei «bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace. Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il ​​gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Madre, giustizia e pace».

Un momento di grande musica, quello vissuto stasera nella Cappella Sistina in Vaticano. Lo scenario, il Giudizio Universale di Michelangelo sembra quasi, in silenzio, fermarsi per un momento per ascoltare il ricco e particolare programma musicale preparato per il pontefice. C’è tutta la polifonia della storia della musica occidentale, partendo dal canto gregoriano, passando per Giovanni Pierluigi da Palestrina: di lui sono stati eseguiti due motetti, il “Dies Sanctificatus” e l’ “Odie Christus Natus Est”. Perle musicali le composizioni dei grandi maestri emeriti della stessa Cappella Musicale Sistina: Giuseppe Liberto e Domenico Bartolucci. La Cappella Sistina ha risuonato delle note del “Magnum Nomen Domini” e del “Puer Natus in Bethlehem”. Un programma che arriva al ’900 musicale: eseguito, infatti, “Quem vidistis pastores” di Francis Poulenc. E, infine, un omaggio anche a papa Leone XIV: l’esecuzione di un compositore statunitense, James Bassi. Ma c’è stato spazio anche per la tradizione: “Astro del Ciel” di Franz Gruber; l’immncabile “Tu scendi dalle stelle”, di sant’Alfonso Maria de’ Liguori; e, infine, l’“Adeste Fideles”. A dirigere il coro, il direttore musicale della Cappella Musicale Pontificia Sistina, monsignor Marcos Isola Pavan, che ha introdotto il concerto con un breve discorso rivolto al pubblico nel quale ha ringraziato vivamente il pontefice per la sua presenza.

Con i suoi 1500 anni di storia, il Coro Papale è oggi il più antico del mondo ancora in attività. Uno dei più grandi periodi è quello del Rinascimento, durante il quale il “Collegio del Cappellani Cantori” (così era denominato il Coro), ormai esperto anche nell’esecuzione della polifonia sacra, trova il suo “teatro naturale”: la Cappella Sistina del Palazzo Apostolico, fatta costruire da papa Sisto IV, Francesco della Rovere, a partire dal 1475. E sarà proprio papa Sisto IV a dare grande impulso al Coro pontificio: da lui, dunque, il nome di “Cappella Musicale Sistina” oppure “Coro della Cappella Sistina”.

La Cappella Musicale Pontificia mantiene ancora oggi la sua missione originale: il servizio musicale nelle celebrazioni liturgiche del papa. Attualmente il Coro è composto da 24 Cantori adulti e da circa 30 Cantori fanciulli, i Pueri Cantores, che ne costituiscono la sezione di “voci bianche”. La Cappella è inserita nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice quale specifico luogo di servizio alle funzioni liturgiche papali e il suo Responsabile è il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie.

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Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani
Tratto da: Radio Maria FB

Mirjana di Medjugorje

«[…] Voi certamente sapete che la Madonna qui a Medjugorje ha dato a ciascuno di noi sei veggenti una missione. La mia è la preghiera per coloro che non hanno conosciuto l’Amore di Dio, quelli che noi chiamiamo “i non credenti”.

La Madre Celeste non dice mai “non credenti”. Se tu dici a qualcuno “sei un non credente”, tu lo hai condannato.

In questi [...] anni non l’ho mai sentita condannare qualcuno.

Lei dice: “Coloro che non hanno ancora conosciuto l’Amore di Dio”

Quando pregate per loro pregate anche per voi stessi e per il vostro futuro. Chiede anche il nostro esempio.

Non chiede che andiamo a fare la predica ad altri; chiede che parliamo con la nostra vita, affinché i non credenti possano vedere attraverso di noi Dio ed il Suo Amore.

Vi prego di prendere sul serio queste cose, perché ciascuno di noi ha un non credente vicino: o in famiglia o a casa o sul posto di lavoro.

Questo non credente guarda noi e la nostra vita. Dobbiamo chiederci: “Vede Dio in noi? Vede l’Amore di Dio?”, perché noi risponderemo di questo.
Noi che diciamo di essere figli di Dio. Noi che diciamo di aver conosciuto l’Amore di Dio.

Vi racconterò un esempio simpatico:

Ho problemi con la schiena. Una sera sono venuta a Messa e volevo sedermi. C’era posto e mi sono accomodata.

Invece i pellegrini che erano lì hanno cominciato a sgridarmi: “Alzati. Questo è il nostro banco. Come osi? Noi siamo venuti prima di te”.

Io mi sono alzata.

Un attimo dopo è venuta una signora che faceva parte di quel gruppo e mi ha riconosciuta e ha riferito loro che sono una dei veggenti. A quel punto mi hanno offerto tutto il banco.

Ma come pensate che sia ciò davanti agli occhi di un non credente che per la prima volta la Madonna ha chiamato qui a Medjugorje?

Se entro in una chiesa e dentro ci sono quelli che dicono di conoscere l’Amore di Dio e si comportano in quel modo: non entrerei più in una chiesa. E di chi sarebbe la responsabilità?

Questo è quello che vuol dire la nostra Madre Celeste.

In ogni nostra parola, in ogni nostro comportamento si deve vedere ciò che diciamo di essere; si deve vedere l’Amore di Dio. Perciò abbiamo una grande responsabilità [...]».

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Carlo Acutis non era normale per niente

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Carlo Acutis non era normale per niente
di Giuseppe Signorin – Mienmiuaif
Tratto da: Don Bosco Land

San Carlo Acutis

Carlo Acutis era un ragazzino normale. Con le scarpe da ginnastica. Continuano a ripeterlo, io spero solo per far capire che la santità è alla portata di tutti, che tutti possono diventare santi, a qualsiasi età, in qualsiasi momento. E questo è verissimo. Il timore è però che il concetto si stia traducendo così: Carlo Acutis era un ragazzino normale, con le scarpe da ginnastica, quindi è sufficiente comportarsi in maniera normale, con le scarpe da ginnastica, e vivere come vivono tutti, per andare in Paradiso.

Ma Carlo Acutis non era normale per niente: sì, indossava le scarpe da ginnastica, ma cosa doveva mettersi ai piedi, un paio di sandali greco-romani come forse i martiri dei primi secoli? Carlo Acutis era uno con le scarpe da ginnastica, ma con le scarpe da ginnastica ci andava ogni giorno in chiesa ad adorare Dio e a partecipare alla Santa Messa. A quell’età… E poi pregava e consigliava di pregare il Rosario e aiutava i poveri, gli ultimi, chiunque incontrasse per strada.

Carlo Acutis era addirittura uno che faceva i “fioretti”: un millennial che fa i fioretti?! Ma quando mai? I fioretti sono sacrifici, rinunce, a favore di qualcun altro, qualcosa di assolutamente soprannaturale: quale ragazzino normale della sua età con le scarpe da ginnastica fa cose del genere? Carlo Acutis era uno che proponeva di confessarsi una volta a settimana, per sbarazzarsi anche dei peccati veniali: nemmeno la Madonna a Medjugorje osa tanto!

Carlo Acutis era uno che organizzava mostre più scioccanti di quelle di Damien Hirst, con squali e mucche in formaldeide dentro teche di vetro: Carlo Acutis andava oltre, esibiva la gloria di Dio esponendo tutta una documentazione sui miracoli eucaristici, cioè Dio che si fa Ostia per nutrirci e in certi casi da Ostia si fa carne e sangue, tessuto cardiaco per la precisione, per nutrire la nostra fede incredula. Un ragazzino normale post Medioevo si occupa di queste cose?

Carlo Acutis era uno che aveva predetto la sua morte. Era uno intelligentissimo, a quanto si legge, un genio dell’informatica e pensava cose come: «Un piccolo essere si rivolge all’Essere. Un finito all’Infinito. Un momento all’Eterno. Un ignorante all’Onnisciente».

Anche santa Teresina avevano cercato di addomesticarla e farne un santino pucci pucci con le roselline, ma c’aveva visto meglio Giovanni Paolo I quando l’aveva definita una «mazza di ferro», lei che amava così tanto Giovanna D’Arco e aveva chiesto di morire come Gesù, fino a sentirsi abbandonata da Dio, fino a diventare quasi atea.

Carlo Acutis era uno pieno di allegria ma nelle sue meditazioni non mancava lo spazio per l’inferno e Fatima [...]:

«Se veramente le anime corrono il rischio di dannarsi, come le Scritture affermano, e in modo particolare la Madonna apparendo a Fatima nel 1917 ha confermato, mi chiedo il motivo per cui oggi non si parli quasi mai dell’inferno, perché è una cosa talmente terribile e spaventosa che mi fa paura il solo pensarci».

Carlo Acutis era uno che adesso c’ha il cuore intatto esposto in un reliquiario. Carlo Acutis era uno che sapeva quanto, il bene per farlo bene, si deve pagare:

«Invocare Dio? Si fa presto a dire. Ci vuole tanta energia, fiducia, amore, assiduità, diligenza, sofferenza, se si vuole invocare con profitto il Signore. È vero, si può farlo spontaneamente, istintivamente, emotivamente, ma si corre il rischio di non riuscire. Si può fare un buco nell’acqua».

Carlo Acutis era un ragazzino normale nel senso che non ha vissuto trentasette anni seduto in cima a una colonna come san Simeone Stilita, ma non era un ragazzino normale nel senso che si comportava come tutti gli altri ragazzini: Carlo Acutis è sempre stato speciale, è un dono che il buon Dio c’ha mandato per darci (e soprattutto darmi) una svegliata.

(Le cit. di Carlo Acutis le ho trovate su alcuni articoli di Aleteia in cui si fa riferimento al libro di Luigi Francesco Ruffato: Carlo Acutis. Adolescente innamorato di Dio).

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Giornata mondiale pace: card. Pizzaballa, “lo stile di Maria – custodire, meditare e accogliere – antidoto alla violenza”

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Giornata mondiale pace: card. Pizzaballa, “lo stile di Maria – custodire, meditare e accogliere – antidoto alla violenza”
di Daniele Rocchi – Agenzia SIR

Maria luogo teologico dove comprendiamo come Dio desidera agire 

“La violenza spesso nasce dalla fretta di giudicare, dall’impulso immediato di reagire, dal rumore assordante che soffoca ogni parola vera e ogni ascolto paziente. La pace è un’opera di custodia: custodia della relazione, della parola data, del mistero dell’altro che non comprendiamo subito, della memoria fragile della bontà di Dio nella nostra storia. È un lavoro artigianale, silenzioso, che si fa nel cuore prima che sulle piazze”.

Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrando [...] a Gerusalemme la solennità di Maria Madre di Dio e la Giornata mondiale della pace. Custodire, meditare e accogliere, ha ricordato il patriarca, “è lo stile di Maria. È il ritratto di una pace interiore, ma attiva, non passiva”.

“Antidoto profetico alla violenza sottile e diffusa del nostro tempo” ha aggiunto. “Dio opera la salvezza, costruisce la sua storia con l’umanità, attraverso l’accoglienza, l’umiltà, la generazione, la relazione.

La pace, quindi, non scende dall’alto come un miracolo magico che annulla le contraddizioni; germoglia lentamente, come un seme, dalla terra feconda di un cuore che dice ‘eccomi’, che diventa spazio, che si rende disponibile.

Maria, in questo, è più che un modello; è il ‘luogo’ teologico dove comprendiamo come Dio desidera agire: a partire dall’interno, non dall’esterno; dalla piccolezza, non dalla potenza”.

“Maria ci insegna che non si dà pace esteriore senza questa pazienza interiore, senza questa ‘gestazione’ spirituale degli eventi alla luce di Dio. Ed è proprio questa luce di Dio – ha rimarcato il card. Pizzaballa – custodita e fatta risplendere nel cuore di Maria, che si riflette su di noi come pace vera”.

La pace, per il patriarca, “non è l’assenza di problemi o di conflitti – sarebbe un’illusione pericolosa – ma è la presenza di un Volto che risplende nella nostra oscurità. È la certezza fondante che non siamo abbandonati nell’arena della storia, che la nostra vita non è un urto casuale di atomi, ma è guardata, amata, accompagnata”.

Riferendosi poi al Messaggio di Papa Leone XIV per la 59ª Giornata mondiale della pace, il patriarca ha detto che “la tecnologia non è neutra. È sempre un’estensione del cuore dell’uomo. Può essere strumento di manipolazione, di divisione, di sorveglianza oppressiva e di nuova solitudine, oppure può diventare strumento di incontro, di condivisione del bene, di accesso alla conoscenza, di costruzione di un bene comune autentico”. E un esempio viene direttamente dal conflitto di questi anni.

“Siamo chiamati ad essere artigiani di pace non solo in famiglia, al lavoro o nella politica – ha ribadito Pizzaballa – ma anche attraverso l’uso delle nostre dita sulla tastiera, delle nostre parole condivise sui social, attraverso il nostro consumo – critico o compulsivo – di informazioni, la nostra domanda etica più o meno insistente su come vogliamo che il futuro dell’uomo sia disegnato dagli algoritmi”.

“Custodire, meditare e accogliere – ha concluso – sono l’antidoto alla violenza e metodo di costruzione di modelli di pace”.

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Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa/ Maria Santissima Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa/ Maria Santissima Madre di Dio
di Padre Livio Fanzaga

Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Padre Livio e la Mamma del Cielo

La Vergine Maria ha generato il Figlio di Dio che è la nostra pace. L’espressione “Madre di Dio” è molto coraggiosa, ma deve essere intesa rettamente. I Padri conciliari, a Nicea e a Efeso, prima di affermare che Maria è la Madre di Dio hanno precisato qual è il significato di questa espressione cioè che quel Bambino che Maria ha generato è il Figlio di Dio, è il Verbo eterno generato dal Padre, che si è incarnato nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo e ha assunto una natura umana. L’anima di Gesù e il suo corpo, uniti alla sua divinità, costituiscono l’unione ipostatica: la natura umana si unisce alla seconda Persona della Santissima Trinità.

L’Io di Gesù è divino. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, risuona quest’Io, che richiama quello di Jahvè la cui voce si è manifestata a Mosé nel roveto ardente. Gesù, per attribuirsi la sua divinità e per affermare che il suo è un Io divino, in diverse espressioni del Vangelo di Giovanni riprende proprio l’espressione Io sono: “Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono»” (Gv 8, 58); o ancora: “Ve lo dico fin d’ora prima che accada, perché quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono” (Gv 13,19).

Siccome non si può dividere in Gesù la Persona divina dalla natura umana, possiamo dire che aveva una conoscenza umana illuminata dalla scienza divina del Verbo; aveva una volontà umana intimamente congiunta a quella divina di Dio. La Teologia conciliare ha approfondito questi temi partendo proprio dai Vangeli per difendere la parte più preziosa del Cristianesimo, senza la quale sarebbe una religione come tutte le altre e cioè che Gesù è Dio.

I primi Concili hanno operato per difendere la fede cattolica dalle eresie che confluivano tutte nella medesima affermazione, cioè che Gesù era un uomo e il suo Io era umano. Queste eresie colpivano al cuore la fede cristiana che, invece, riconosce in Gesù il Figlio di Dio e gli attribuisce un Io divino. La Chiesa ha custodito la fede cattolica nel corso dei secoli, ma ha avuto delle crisi tremende come quella ariana che negava la divinità di Gesù Cristo. La Chiesa ha stroncato tutte le eresie che, comunque, ritornano nel corso della Storia; quella ariana, ad esempio, ha colpito il Cristianesimo in Occidente anche negli ultimi decenni, infatti, le correnti moderniste all’interno della Chiesa stessa negavano la divinità del Verbo e riducevano Gesù Cristo a un semplice uomo.

Che Cristo abbia una natura umana è fuori discussione, ma il suo Io è divino! Ecco, allora, perché i Padri conciliari hanno ribadito quest’espressione meravigliosa attribuita alla Vergine Maria: Theotókos, Madre di Dio. La Madonna ha generato un Bambino che il Figlio di Dio, il Verbo che si è fatto Carne; Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo. Tutti i Vangeli sinottici affermano con molta chiarezza la divinità di Gesù Cristo.

Un esempio bellissimo è nel brano in cui Pietro riconosce Gesù perché ha creduto in quello che è il cuore stesso del Cristianesimo e che tutti i pastori della Chiesa devono difendere, anche oggi:

Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?»  Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo. (Mt 16,13-23)

La fede cattolica afferma la divinità di Gesù Cristo e questa Verità di fede deve essere anche oggi testimoniata, affermata e difesa dalle tante eresie che attaccano il Cristianesimo. I pastori e i Magi hanno adorato il Bambino Gesù riconoscendolo Figlio di Dio fattosi uomo, proprio perché Maria stessa lo adorava con Giuseppe; allo stesso modo noi cristiani adoriamo Gesù perché è il Verbo che si è fatto Carne, non è un semplice uomo, un profeta.

La Madonna è stata definita Madre di Dio proprio perché è la prima che ha creduto che quel Bambino che aveva concepito era il Figlio di Dio. Nel momento dell’Annunciazione è racchiusa tutta la fede cattolica perché l’arcangelo Gabriele apre il mistero di Dio quando dice a Maria che avrebbe concepito un figlio per opera dello Spirito Santo e che quel bambino era proprio il Figlio di Dio.

I due misteri principali della fede cattolica sono tutti espressi nel momento dell’Annunciazione: la divinità del bambino che Maria avrebbe concepito verginalmente e la natura trinitaria di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Il cuore della fede cattolica è nato nel momento dell’Annunciazione, nella rivelazione dell’angelo, nel cuore della Vergine Maria che è la prima cristiana.

La Madonna ha creduto alle parole dell’angelo che le ha rivelato che il Figlio del Padre sarebbe diventato uomo nel suo grembo per opera dello Spirito Santo. Ecco perché Elisabetta, appena incontra la cugina Maria, la saluta con l’espressione: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Chi non crede che Gesù è Dio non può ritenersi cristiano. Queste eresie sotterranee che negano la divinità di Gesù Cristo sono ancora latenti, lavorano ancora nelle menti della gente e la allontanano dalla Chiesa e dalle chiese. Queste eresie moderniste negano l’essenza della fede proprio perché riducono Gesù a semplice uomo. Nel nostro cuore dobbiamo coltivare un’intima unione con Gesù perché attraverso la sua natura umana entriamo in comunione con la sua divinità, attraverso la quale entriamo in comunione con il Padre. Gesù ci rivela i misteri di Dio Santissima Trinità con una sola natura divina. Dobbiamo conservare tutto questo nella fede e soprattutto nella preghiera, nell’adesione alla Parola di Dio e in modo particolare ai Vangeli che sono Parola del Verbo che si è fatto Carne.

Il nostro punto di riferimento sia la Vergine Maria la cui fede è la fede della Chiesa. La Chiesa nasce nel momento dell’Annunciazione, quando Maria dice il suo sì totale e incondizionato a Dio.

Nel cuore di Maria è nata la fede della Chiesa.

Paolo VI disse che non può essere cristiano chi non è mariano, non è cattolico chi non ha la fede di Maria. La Madonna è la Madre della Chiesa e di tutti i credenti, è beata perché ha creduto. Che la fede di Maria sia la nostra fede!

La festa di Maria Santissima Madre di Dio cade proprio in apertura del nuovo anno proprio perché la Madre del Verbo lo illumini. La Madonna ci indica Gesù come unica Via, Verità e Vita. Maria ha creduto per prima al mistero della Santissima Trinità e al mistero della divinità del Verbo e, come Madre della Chiesa, custodisce questi misteri. Anche noi, sull’esempio di Maria, dobbiamo custodire queste Verità nei nostri cuori senza cedere alle seduzioni moderniste che ci fanno deviare dalla fede.

Come San Tommaso ripetiamo spesso nel corso della giornata la bellissima espressione che racchiude tutta la fede cattolica: mio Signore e mio Dio. Il Bambino Gesù è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, Maria e Giuseppe lo hanno adorato e sul loro esempio si sono prostrati i pastori e i Magi. L’adorazione del Bambino Gesù alla grotta di Betlemme sia il nostro atteggiamento interiore nei confronti di Cristo, Verbo che si è fatto Carne e seconda Persona della Santissima Trinità. Gesù è il Signore, è il Salvatore, è la luce del mondo, è la Via, la Verità e la Vita!

Il 25 dicembre 2012 la Madonna è apparsa a Medjugorje con Gesù Bambino tra le braccia e non ha dato il Messaggio, ma Gesù Bambino ha iniziato a parlare e ha detto: «Io sono la vostra pace, vivete i miei Comandamenti». Sono espressioni che ci dicono la profondità, la solidità e l’eternità della fede cattolica.

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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti
Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all’inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, aperti allo spirito di fratellanza senza calcoli e senza paura. E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l’invito è di accostarsi al presepe, nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza
di Antonella Palermo – Vatican News

Sua Santità Papa Leone XIV

“Nella gioia dell’Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall’Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c’è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell’uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la verginità feconda grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all’inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

Freccia dans Viaggi & Vacanze IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DI SUA SANTITA’ LEONE XIV

Un anno nuovo, una vita nuova
Nell’omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la bellissima benedizione del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la dimensione sacra e feconda del dono, la promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita.

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l’abbraccio paterno di Dio
Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Il mondo non si salva eliminando i fratelli
Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell’amore di Dio, tratto fondamentale di un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell’antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l’incontro tra la sua realtà disarmata e quella di Dio
Leone tratteggia la bellezza di Maria, discepola umile che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l’amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

Guardare al Presepe
Il volto, una delle parole che più ricorrono nell’omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L’invito segue un’ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una coraggiosa disponibilità” per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

La preghiera universale con l’invocazione per la pace
Nell’introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace. E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell’assemblea: Il Dio della pace allontani da ogni popolo l’orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero. Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di giustizia e di pace. Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso opere e gesti di fraternità con azioni concrete per la salvaguardia e la cura del creato.

I doni dell’offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l’infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l’altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall’effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all’altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.

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A Betlemme, vicino alla Madonna/ Per meglio amare la Divina Bontà

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2025

A Betlemme vicino alla Madonna per meglio amare la Divina Bontà

Mio Dio, perché vivremo noi l’anno venturo se non per meglio amare la Divina Bontà?

O il Signore levi noi dal mondo o levi il mondo da noi; o Egli ci faccia morire, o ci faccia amare la sua morte più della nostra vita.

Quanto desidererei vedervi a Betlemme, vicino alla Madonna!

A lei sola conviene maneggiare quel piccolo Bambino, ma la sua carità è tanto grande, da lasciarlo vedere, toccare e baciare a chi vuole; domandateglielo, ve lo darà; e avendolo ottenuto, rubategli nascostamente una di quelle goccioline che stillano dai suoi occhi.

È meraviglioso quanto giovi quel liquore ad ogni sorta di mal di cuore…

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Maria offre la sua famiglia come esempio e modello

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2025

Maria offre la sua famiglia come esempio e modello
La Madonna a Ghiaie di Bonate? Una proposta di riflessione – Padre Angelo Maria Tentori. Ed. Paoline

La fuga in Egitto

La Madonna a Ghiaie di Bonate […] È un messaggio che riguarda la famiglia ed è rivolto alle famiglie. Per cui abbiamo pensato che, in questi tempi di negazione e di frantumazione del concetto e del valore stesso della famiglia, fosse utile ripresentare questo messaggio della Madre del Cielo per ridare ai giovani e ai meno giovani la fiducia in questo caposaldo della vita umana e della Chiesa.

Ci sembra necessario che essi, al di là di ogni attuale condizionamento culturale, riprendano a credere che è possibile creare una vera famiglia come il Signore l’ha ideata e in grado di costituire il punto di riferimento per se stessi e per i propri figli.

Infatti questo è ciò che la Madonna è venuta a dire più di mezzo secolo fa quando il senso della famiglia era ancora abbastanza forte. Ma lei, come sempre, precede gli avvenimenti per prepararci e non lasciarci travolgere.

Maria appare con san Giuseppe e il Bambino per offrire la sua famiglia come esempio e modello.

Nello stesso tempo ci confida che cosa si debba fare per raggiungere questo ideale, assicurandoci il suo aiuto e la sua protezione.

Sappiamo che il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano in quei tempi, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII erano privatamente favorevoli. Per brevità riportiamo solo un’espressione di papa Giovanni XXIII: “Che cosa aspettano quei di Bergamo a fare il trionfo delle apparizioni della Madonna delle Ghiaie?”.

Ulteriore motivo che ci ha incoraggiato a compiere questo studio e presentazione fu la decisione del papa [Giovanni Paolo II] di fare inserire nel serto delle litanie lauretane la nuova invocazione: “Regina della Famiglia”.

Il papa volle che questa invocazione, già in uso nei fedeli della Madonna di Ghiaie, fosse posta dopo quella di “Regina del Santo Rosario”, forse per ricordare che proprio la recita quotidiana del santo rosario all’interno della famiglia può essere quell’elemento di forza che garantisce la compattezza e la santità della stessa.

Inoltre questa invocazione fu posta prima di “Regina della Pace”, diventando ulteriore richiamo perché la pace nel mondo deriva dalla pace che regna nelle famiglie.

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Dove si trovano le reliquie di San Giuseppe?

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2025

Dove si trovano le reliquie di San Giuseppe?
Tratto da: Parrocchia San Giuseppe e Madonna di Lourdes

Perugia, Roma, Napoli, Aix-la-Chapelle, Joinville… È in queste città europee che si possono vedere e venerare le reliquie attribuite a san Giuseppe, padre putativo di Gesù. Anche se per alcuni questo tipo di devozione non tocca il cuore della fede, per altri sussiste il bisogno di rintracciare le orme della storia della salvezza nel mondo.

Non desta stupore, dunque, che numerosi fedeli desiderino venerare le reliquie dello sposo della Vergine Maria [...] Un bel modo di lodare Dio e le sue meraviglie. Aleteia vi propone di scoprire i luoghi più importanti in cui sono conservati oggetti che varie tradizioni riferiscono al Custode del Redentore.

A PERUGIA L ANELLO SPONSALE

A PERUGIA L’ANELLO SPONSALE
Secondo Benedetto XIV sarebbe nella cattedrale di San Lorenzo a Perugia che risulterebbe «conservato l’anello col quale, secondo una pia credenza, san Giuseppe sposò la Santa Vergine».

Fabbricato a partire da un pezzetto di onice, la reliquia ha una lunga storia: nel 985 un orafo di Chiusi lo comprò da un mercante di Gerusalemme; qualche secolo più tardi l’oggetto finì esposto nella chiesa cittadina gestita dai Francescani. Nel 1473 un monaco tedesco, fratel Winter di Magonza, la rubò con l’intento di portarla in patria. Una nebbia prodigiosa, però, avrebbe fermato il monaco a Perugia, dove il pio ladro si risolse a lasciare la reliquia per proseguire la strada.

Fondata nel 1487, la Compagnia del Santo Anello di San Giuseppe ne assicura la custodia da quel dì: per accedere al reliquiario, contenuto in uno scrigno, bisogna usare 14 chiavi! Lo scrigno, poi, è dissimulato da una facciata lignea che si direbbe simile a un armadio a quattro ante. La prima protezione è una grata di ferro fabbricata dai fabbri di Monte Melino. La seconda è un tronco in legno massiccio all’interno del quale si trova un prezioso reliquiario risalente al 1517: è nella sua parte superiore che si trova l’anello. La reliquia non è esposta alla venerazione dei fedeli che tre volte l’anno: il lunedì dopo Pentecoste, il 3 luglio e il 3 agosto.

A NAPOLI IL BASTONE FIORITO

A NAPOLI, IL BASTONE FIORITO
Sulla collina di San Potito a Napoli la Congregazione di San Giuseppe dei Nudi detiene una collezione di reliquie unica in Italia. Tra queste, la più importante si trova in un una bella teca di legno cedrino: il bastone fiorito appartenuto a san Giuseppe. Secondo la tradizione Giuseppe, come altri pretendenti (ciascuno munito di una verga), aveva chiesto a Dio un segno su chi dovesse sposare la Vergine Maria, e proprio il bastone di Giuseppe germogliò e fiorì miracolosamente.

Venerato da quasi tre secoli, il bastone-reliquia è stato rubato in un convento di padri carmelitani del Sussex, in Inghilterra, dove si trovava esposto fin dal XIII secolo. Alla fine la reliquia si è fermata a Napoli nel 1712 come dono al cantante d’opera Giuseppe Grimaldi, detto Nicolino. Quest’ultimo acconciò a casa propria l’esposizione del bastone per la pubblica venerazione a partire dal 1714. Il 17 gennaio 1795, la reliquia fu definitivamente trasferita nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi.

A JOINVILLE LA CINTURA

A JOINVILLE, LA CINTURA
Poco nota, la sola reliquia di san Giuseppe conservata in Francia si trova a Joinville, piccola città della Haute-Marne, in una cappella laterale della chiesa dedicata a Notre-Dame. Fu riportata dalla Terra Santa dopo la Settima Crociata da Jean de Joinville, cronachista dell’epoca e grande amico di san Luigi.

Composta di un tessuto piatto di filo piuttosto grosso, verosimilmente di canapa, la cintura misura un po’ più di un metro di lunghezza e 4,5 centimetri di larghezza. Sopra un cartiglio, che un tempo era attaccato alla reliquia, si leggeva: «Hic est cingulus quo cingebatur Joseph» («Questa è la cintura con cui si cingeva Giuseppe»).

Attualmente si presenta in un altare-reliquiario del 1868, arrotolata attorno a un cilindro di cristallo sorretto da quattro personaggi: in testa san Luigi, coronato, poi Jean de Joinville in cotta di maglia e poggiato sulla propria spada; quindi il vescovo di Châlons e un monaco di saint Urbain.

AD AQUISGRANA I CALZONI

AD AQUISGRANA, I CALZONI
Da più di 660 anni i fedeli si recano ad Aquisgrana (Germania) per partecipare al “pellegrinaggio delle reliquie”. Giungono per venerare le quattro grandi reliquie che fin dall’età carolingia sono scrupolosamente custodite nella cattedrale cittadina.

La tradizione vuole che, verso l’anno 800, Carlomagno stesso abbia ricevuto quelle reliquie direttamente da Gerusalemme. Dal 1349, esse sono esposte ogni sette anni ai fedeli provenienti dall’Europa e da tutto il mondo.

Tra di esse si trovano i calzoni di san Giuseppe, o meglio… le fasce di Gesù Bambino. Si tratta di un tessuto spesso dalla trama fitta, di colore bruno, che assomiglia a del feltro. Al di fuori dell’esposizione per i pellegrinaggi, le fasce sono piegate in tre parti, ma quando il tessuto viene svolto si riconosce bene la forma trapezoidale.

Il bordo superiore possiede una sorta di svasatura semicircolare. Secondo la tradizione, si tratterebbe dei “calzoni di san Giuseppe” che sarebbero serviti a riscaldare Gesù Bambino in mancanza di fasce apposite. Durante il “pellegrinaggio delle reliquie”, le fasce restano avvolte da un nastro di seta.

A ROMA IL MANTO

A ROMA, IL MANTO
Sulle pendici romane del Monte Palatino si trova la basilica di Sant’Anastasia al Palatino, probabilmente la basilica più antica della capitale (inizi del IV secolo). È proprio qui che da più di 1.600 anni sono conservate due reliquie assai preziose: il mantello di san Giuseppe e una parte del velo della Vergine.

Inaccessibili e custodite all’interno di una stanza blindata dentro a un reliquiario del XVII secolo, le due reliquie sono nascoste in una parte della chiesa protetta da una porta blindata. Da quando le reliquie sono state portate a Roma da Gerusalemme – da san Girolamo, vuole un’iscrizione sul marmo – esse sono state conservate per secoli con particolarissime misure di sicurezza, imposte dal Vicariato di Roma, che non permettono l’esposizione ai fedeli se non per eccezionali celebrazioni come quella del 6 gennaio 2020.

Ci sono altri luoghi che conservano simili reliquie?
Come spiega Dominique le Tourneau nel suo libro “Tout savoir sur Saint Joseph” [Sapere tutto su san GiuseppeN.d.T.], molte altre chiese rivendicano la custodia di altre reliquie. Esisterebbero ad esempio altri due anelli sponsali attribuiti a san Giuseppe, oltre a quello di Perugia: l’anello di fidanzamento conservato nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, e quello “quotidiano” conservato nella chiesa di San Giuseppe a Messina.

Poi ci sarebbe un brandello della camicia di san Giuseppe, conservato dai Francescani a Castel Gandolfo, e frammenti del già ricordato bastone fiorito si serberebbero nella chiesa di Santa Cecilia in Roma.

Infine, brani del manto attribuito allo sposo della Vergine Maria si troverebbero in una decina di chiese romane, ma anche a Castel Gandolfo e a Toledo.

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Il nostro nome in fondo a quel Cuore divino

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2025

Santo Bambinello nel Cuore

Andate alla sacra grotta, dove il nostro Salvatore c’insegna tante virtù col suo silenzio; e che cosa non ci dice tacendo?… Mentre si strugge d’amore per noi, il suo piccolo Cuore dovrebbe veramente infiammare il nostro.

Vedete quanto amorosamente porta scritto il vostro nome in fondo a quel Cuore divino, che palpita sulla paglia per l’affettuosa passione del vostro avanzamento nella virtù, e non manda un sol sospiro verso il Padre suo, nel quale voi non abbiate parte, né una sola aspirazione, che non sia per il vostro bene.

La calamita attira il ferro e l’ambra la paglia e il fieno; quanto a noi, o siamo ferro per durezza, o paglia per fragilità, ci dobbiamo unire a questo Bambinello, che è un vero tira cuori.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Il Santo Natale e il Paradiso

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Il Santo Natale e il Paradiso
Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna
di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana
Tratto da: 
Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Santo Natale

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata.

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità.

San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.

Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza.

I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo.

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il Paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna.

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