Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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Educatori di giorno, ubriachi di notte

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2017

Educatori di giorno, ubriachi di notte
La riflessione e la provocazione sui temi della formazione e del rapporto nel campo della formazione.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.
di Marco Brusati – La voce e il tempo. Arcidiocesi di Torino Editrice Prelum S.r.l. (31/08/2017)

Educatori di giorno, ubriachi di notte dans Articoli di Giornali e News La_voce_e_il_tempo_riflesisone_su_educatori

L’83% dei ragazzi e delle ragazze fa regolarmente abbuffate alcoliche, chiamate scientificamente “Heavy Episodic Drinking” (HED), letteralmente “pesanti bevute episodiche”. Il dato emerge da una ricerca dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria di Bologna. Il fenomeno viene chiamato anche “Binge Drinkink”, ovvero bevuta da baldoria, proprio per evidenziare che “l’abuso di alcol si concentra nei fine settimana e nei contesti di svago (discoteche, feste, pub e simili)”, secondo gli psicologi che hanno curato la ricerca. I ragazzi e le ragazze tendono ad autogiustificare il proprio atteggiamento, considerandolo di poco conto, mentre ci viene spiegato che “lo stato di alterazione portato da un’abbuffata alcolica può causare una difficoltà nel gestire gli impulsi e le relazioni affettive, familiari e sessuali. Ansia e tendenza alla depressione e all’aggressività sono alcuni possibili sintomi: diviene difficile governare la rabbia”.

Un altro studio, riportato su Frontiers of Psychology, ha evidenziato che le abbuffate alcoliche riducono le aree del cervello che svolgono un ruolo chiave nella memoria, nell’attenzione, nel linguaggio, nella consapevolezza e nella coscienza. Sulla rivista Psiconline, infine, lo psicoterapeuta Enrico Magni sostiene che la sfida all’ultimo bicchiere serve “per provare sul proprio corpo la capacità di soddisfare le sollecitazioni, vincere paure” sentendosi più sicuri di sé; tuttavia, va vista come “una via di fuga per chi fatica ad accettarsi, riconoscere i propri limiti, adeguarsi alla realtà, costruire relazioni, progettare il futuro”.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica, in un sondaggio eseguito da Hope su un campione rappresentativo di parrocchie italiane, è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.

Le vacanze sono ormai alla frutta. Lo si capisce dall’improvvisa rianimazione dei gruppi Whatsapp parrocchiali, che, dopo un coma bimestrale, iniziano a far girare informazioni sul nuovo anno pastorale per catechisti, animatori o volontari. Così ragazzi e ragazze rientrano nel recinto parrocchiale: se ne erano perse le tracce al termine degli oratori estivi, grosso modo a metà luglio, quando erano loro gli educatori dei bambini, quando erano loro a scandire i tempi delle giornate comunitarie. Ritornano, a volte, e questo è un bene, anzi, è il primo bene.

Ma abbiamo il coraggio di chiedere come hanno riempito i mesi dedicati all’otium? Si sono sentiti in obbligo di rispettare l’undicesimo comandamento, ovvero “ricordati di divertirti alle feste”? E come? Va chiesto e va capito, con delicata passione educativa, non per condannare, escludere o emarginare, non per curiosare nella loro vita, ma per partire dal loro vissuto concreto e riformulare una proposta liberante dalla schiavitù della cultura dello sballo, che ha bisogno di morti e feriti per affermarsi, come evidenziano le risse mortali nei luoghi del divertimento e i tanti, troppi ricoveri per coma etilico. Va chiesto e va capito, per non eludere il compito primario di una comunità cristiana che è quello di dare senso alla vita che non si esaurisce nell’attimo presente ma va oltre, oltre tutto, addirittura oltre la morte. E per il rispetto che dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze, alla loro dignità e alla loro capacità di fare cose grandi, non possiamo illuderli di poter essere educatori di giorno e ubriachi di notte.

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Nostra Signora di Einsiedeln

Posté par atempodiblog le 26 août 2017

Nostra Signora di Einsiedeln
Tratto da: josemariaescriva.info

Nostra Signora di Einsiedeln dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Il santuario di Einsiedeln si trova nel Cantone di Schwyz, il cui nome ispira quello dell’intera Confederazione Elvetica. Dista circa 40 minuti d’auto da Zurigo. Ha origini antiche, parte della sua storia è giunta fino ai nostri giorni con una carta di Papa Leone VIII dell’anno 948: “Nostro Signore Gesù Cristo ha eretto e consacrato un trono di grazia a Sua Santissima Madre, nel monastero del bosco. Così, Nostro Signore ci ha fatto capire il suo desiderio di onorare questo angolo con la stessa dignità dei Luoghi Santi in cui Egli abitò con sua Santissima Madre. Ci ha fatto capire, di conseguenza, che un pellegrinaggio al Santuario del bosco ombroso, ha tanto valore come quelli che si fanno in Terra Santa. In Suo nome, io oggi annuncio qui un’ indulgenza plenaria per tutti i debiti dovuti ai peccati dei pellegrini”.

Non si hanno dati precisi su quando fu innalzata al trono l’immagine della Vergine nella piccola cappella. La prima fu distrutta da un incendio e immediatamente sostituita da quella che si venera attualmente.

Il santuario divenne presto il centro di attrazione della pietà della Confederazione Elvetica, soprattutto in tempi difficili. San Nicola di Flüe -Bruder Klaus-, patrono della Svizzera, vi si recò spesso dalla solitudine della sua cella a Ranft, per visitare la sua Imperatrice Celeste, come lui la chiamava.

Ugualmente si diffuse anche la consuetudine di renderlo punto di partenza per molti pellegrinaggi in Terra Santa, e anche punto di ritorno per ringraziare la Signora delle grazie ottenute e della protezione durante il viaggio.

Nel 1617 si recuperò la cappella di marmo, conservando, nonostante tutto, la stessa struttura originaria. Si costruirono inoltre un’imponente chiesa barocca e il monastero. Il gioiello più prezioso di tutta quell’opera d’arte è la Gnadenkapelle, la cappella dove si venera la piccola statua di legno nero di Nostra Signora di Einsiedeln. Il 3 maggio 1735, ebbe luogo la Consacrazione della Basilica. Il monastero fu terminato nel 1770.

San Josemaría davanti alla Vergine nera
Nelle sue scorribande per l’Europa San Josemaría si fermò a Einsiedeln molto spesso. Appena si stagliavano le torri del Santuario, dalla macchina recitava già una Salve. Come ricordava Mons. Álvaro del Portillo, che lo accompagnò in quelle visite, “andava solamente a pregare la Santissima Vergine. Era solito trascorrere la notte a Lucerna, e da lì si recava a Einsiedeln, dove ha celebrato la Santa Messa molte volte. In altre occasioni si recava solo per pregare un momento; prima – come sempre – davanti al Santissimo Sacramento; poi andava in quella cappellina dove si venera l’immagine della Vergine. Non so che cosa Le dicesse, ma sono sicuro che era una preghiera molto gradita alla Santissima Vergine, perché procedeva da un figlio buono che amava pazzamente sua Madre. Le esponeva anche le sue intenzioni, perché –lo ripeteva soprattutto nell’ultimo periodo – gli piaceva chiedere tutto quello di cui aveva bisogno ” (Mons. Álvaro del Portillo. Note prese in una riunione familiare, 19-05-1977).

Era solito trattenersi nel famoso caffè delle tre vecchiette, situato nella strada principale del paese. Nella vetrina, un meccanismo di orologeria rappresenta tre anziane, sedute attorno ad un tavolo, che conversano animatamente con armonici movimenti del capo. La proprietaria del locale rimase colpita dalla figura del fondatore dell’Opus Dei. Le era molto simpatico e, dopo la sua salita al Cielo, ebbe per lui una grande devozione.

Uno dei soggiorni di San Josemaría a Einsiedeln ebbe luogo durante nell’estate del 1968. Si trovava nella località di Sant’Ambrogio Olona, al nord d’Italia. Il viaggio durò trentadue ore, comprese l’andata, la sosta e il ritorno. Al rientro, stanco, commentava che il lungo viaggio era valso la pena per vedere la Vergine.

Nel 1969 San Josemaría tornò di nuovo a pregare davanti alla Vergine, chiedendo grazie per la Chiesa e per il Santo Padre, e mettendo nelle mani di Maria tutto quello che portava nel cuore.

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Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica

Posté par atempodiblog le 25 août 2017

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica
di Don Mario Morra SDB – Don Bosco Land

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Nel cuore della Svizzera, a 910 metri di altezza, sorge, in un pianoro soleggiato, la città di Einsiedeln (eremo) nel cantone di Schwyz. Einsiedeln è il cuore della Svizzera cattolica e deve tutta la sua rinomanza al Santuario della Madonna degli Eremiti ed al Monastero annesso, il quale risale all’eremita Meinrado, oriundo della Svevia meridionale.

San Meinrado
Gli anni della sua fanciullezza coincidono con gli ultimi anni di vita di Carlo Magno. Fattosi monaco e sacerdote nel monastero di Reichenau, sul Lago di Costanza, per diversi anni regge una scuola presso Benken, sulle rive del lago di Zurigo. Verso l’828 inizia una vita da eremita sul colle di Etzel, dove una cappella lo ricorda ancora. Nell’835 si inoltra nella Foresta Oscura e lì, dove ora sorge il Santuario, consacra e rende feconda quella terra con la sua vita santa e le sue opere. Il 21 gennaio dell’861, dopo una vita di digiuni e di privazioni, è ucciso da due malviventi.
La leggenda racconta che due corvi, che vivevano con lui, si lanciano all’inseguimento dei due assassini ed avvertono con il loro gracchiare la popolazione che li arresta. Per questo sullo stemma del secolo XIII di Einsiedeln sono raffigurati due corvi.
Il corpo di San Meinrado è trasportato e sepolto nel monastero di Reichenau, ma il suo spirito rimane nel bosco dove è vissuto; il luogo della sua vita e la sua cella solitaria rimangono nel cuore e nella devozione della gente del posto.

Il primo Monastero
Su quella terra santificata dal sangue di San Meinrado vengono ben presto a vivere due canonici di Strasburgo, Benno ed Eberhard, i quali raccolgono una prima comunità di eremiti e costruiscono un primo convento benedettino che, con il tempo si sviluppa e diventa una grande Abbazia che invia i suoi monaci a predicare il Vangelo in tutta la Svizzera, fin nella lontana Ungheria.
Cuore del monastero è la Cappella costruita sulla cella di San Meinrado, nella quale si venera la statua della Vergine, ormai annerita dal fumo delle candele, donatagli dalla badessa Ildegarda di Zurigo. Davanti a questa statua San Meinrado passava i giorni e le notti in preghiera ed in meditazione.
Nel 948, il giorno della consacrazione della grande Basilica, viene consacrata anche la piccola Cappella dedicata al SS. Redentore. Siccome però questa Cappella da sempre si chiama “Cappella della Madonna”, nasce la tradizione della “Consacrazione angelica”: è Gesù stesso, assistito dagli Angeli, a consacrarla. Quando San Corrado, vescovo di Costanza, sta per pronunciare le parole della consacrazione, è interrotto da una voce che per tre volte risuona sotto le arcate della Basilica: “Fermati, fratello; Dio stesso ha già consacrato questo edificio”.
Così la Cappella dedicata al Redentore diventa Cappella consacrata dal Redentore e dedicata alla Madonna. Una bolla del Papa conferma il miracolo, e dichiara: “Assolti da ogni colpa e da ogni pena” tutti quelli che visiteranno quel luogo “dopo aver fatto una santa confessione ed aver concepito un salutare pentimento dei propri peccati”.
Il ricordo di questo prodigio è giunto fino a noi attraverso i secoli e si rinnova ogni anno il 14 settembre, con una festa particolarmente solenne, quando la data cade di domenica.

Madonna_nera_di_Einsiedeln dans Viaggi & Vacanze

La Madonna degli Eremiti
La più antica statua della Madonna di Einsiedeln purtroppo non è giunta fino a noi, perché è stata distrutta da un incendio scoppiato nel 1465 proprio nella Cappella della Madonna.
La statua che si venera oggi risale al 1466 e proviene probabilmente dai dintorni del lago di Costanza. È una statua di stile tardo gotico, di nobile fattura, alta 119 cm di legno di tiglio, color rosso fragola e oro. La carnagione della Madonna dapprima era color naturale, ma il fumo delle candele e delle lampade a olio l’ha annerita. Avendo poi subìto altri danneggiamenti durante la Rivoluzione francese, è stata in seguito dipinta di nero. Dalla fine del 1500 poi la si usa vestire con la veste del colore corrispondente al tempo liturgico.

Giovanni Paolo II e la Madonna di Einsiedeln
Il Papa, prima della preghiera dell’Angelus di domenica 29 gennaio 1989, invita i fedeli a recarsi spiritualmente pellegrini alla Madonna degli Eremiti di Einsiedeln, con queste parole: «Cari fratelli e sorelle.

1. Oggi vi invito ad unirvi a me nel rivolgere il nostro sguardo a una immagine della Madre di Dio, che costituisce come il cuore di uno dei più antichi santuari transalpini: l’immagine della “Madonna nera” di Einsiedeln, in Svizzera.
Ricordo con gioia e gratitudine la visita che vi feci nel giugno del 1984, in occasione del viaggio pastorale che mi condusse tra i cattolici svizzeri. Mi sentii allora pellegrino con l’immensa folla di coloro che, giornalmente, attraversato il piazzale del monastero, salgono la scalinata che porta alla chiesa abbaziale per raggiungere la “Cappella delle Grazie”, all’interno di quello splendido tempio barocco.

2. I documenti storici attestano che, a partire dal 1314, fedeli provenienti da tutta la Svizzera e dalle terre vicine, come la Germania e l’Austria, continuano a recarsi in quel luogo benedetto per onorare Maria, per ricorrere a Lei, la Madre di Gesù e madre nostra, in cerca di aiuto e di conforto nelle loro necessità, e per affidare alla sua materna intercessione le loro intime aspirazioni.
È probabile però che la Madonna fosse venerata in quel luogo già prima dell’anno 1314. La “Cappella delle Grazie”, infatti, sorge sul luogo, storicamente sicuro, dove l’eremita benedettino Meinrad (morto nell’anno 861), con l’esempio della sua vita, coronata da una santa morte, aveva acceso e alimentato la luce della fede nella popolazione dei dintorni. Dal suo eremo, detto in tedesco “Einsiedelei”, deriva il nome attuale del luogo: “Einsiedeln”. Quivi, nacque, nell’anno 934, un’abbazia benedettina, ove tuttora i figli di san Benedetto, con la loro costante preghiera e con la loro vita esemplare, mantengono viva la fede attraverso i secoli e la trasmettono intatta alle generazioni future. In tal modo, in quel luogo di preghiera già consacrato al divin Redentore, Maria, sua madre, ha posto la sua sede permanente in mezzo al popolo elvetico ricevendone particolare venerazione sotto il titolo di “Madonna Nera”.

3. Nell’inviare un particolare saluto alla comunità claustrale di Einsiedeln ed agli abitanti del luogo, desidero affidarli, insieme con tutto il popolo svizzero, alla “Madre delle Grazie” di Einsiedeln.

Alla Vergine santa ripeto la preghiera che le rivolsi in occasione della mia visita al santuario: “Madre di Dio e Madre degli uomini, raccomandaci a tuo Figlio, mettici di fronte a tuo Figlio! Egli è il nostro intermediario e il nostro intercessore presso il Padre. Noi ti preghiamo, Madre del nostro Salvatore, intercedi per noi presso tuo Figlio nello splendore dei cieli: affinché la Chiesa che è in Svizzera si confermi nella fede in Cristo…, affinché tutti i popoli e tutti gli uomini possano vivere in libertà e pace…, affinché il regno di Dio e la sua giustizia vengano a noi”».

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Hoser: a Medjugorje un clima spirituale molto positivo

Posté par atempodiblog le 25 août 2017

Hoser: a Medjugorje un clima spirituale molto positivo
In un’intervista l’arcivescovo, inviato del Papa, chiamato a valutare l’aspetto pastorale, ipotizza entro l’anno il “sì” alle prime apparizioni
di Giacomo Gambassi – Avvenire (22 Agosto 2017)

Hoser: a Medjugorje un clima spirituale molto positivo dans Apparizioni mariane e santuari Arcivescovo_Henryk_Hoser

Sono «molto positive» le conclusioni sul “caso” Medjugorje dell’arcivescovo polacco Henryk Hoser, l’inviato di papa Francesco chiamato a esaminare la situazione pastorale nella cittadina dell’Erzegovina nota per le presunte apparizioni mariane che da 36 anni sei giovani (oggi adulti) dicono di avere. In una lunga intervista all’agenzia di stampa cattolica polacca Kai, Hoser indica in «preghiera, silenzio, Eucaristia, adorazione, digiuno e sacramento della Riconciliazione» i «punti di forza» di Medjugorje che ogni anno attrae oltre 2 milioni di persone da tutto il mondo. Un luogo che, sottolinea l’arcivescovo, ha una «forte specificità» rispetto ad altri siti d’impronta mariana: ha avuto «enormi dinamiche di crescita» e ha «una notevole creatività di opere» che «non conosce equivalenti».

Benché Hoser – come lui stesso ammette – non aveva il «compito di valutare le rivelazioni», l’arcivescovo ipotizza che «entro l’anno» potrebbe arrivare «il riconoscimento delle prime apparizioni, come proposto dalla Commissione Ruini» dal momento che «la Congregazione per la dottrina della fede ha consegnato l’intera documentazione alla segreteria di Stato che adesso sta lavorando su tutto questo». E se «saranno riconosciute le visioni, almeno le prime sette, ciò sarà di grandissimo stimolo per Medjugorje», sostiene. Secondo Hoser, «è difficile credere che i sei veggenti stiano mentendo da 36 anni. E quanto riferiscono è coerente». L’arcivescovo ha incontrato quattro di loro nelle settimane di visita nella cittadina. «Sono persone equilibrate e non mentalmente disturbate. Alcuni si lamentano che non sono diventati sacerdoti e religiose.

Ma il mondo è cambiato. Si sono sposati. I loro matrimoni sono solidi. E così mostrano la bellezza della vita familiare che oggi è molto minacciata». Inoltre nessuno di loro «ha attraversato momenti di crisi di fede». Di fronte agli oltre 40mila messaggi “mariani”, l’arcivescovo nota che anche «santa Faustina ha parlato con Gesù ogni giorno per molti anni». E aggiunge che nei testi «non esistono fondamentalmente errori dottrinali». Hoser definisce il «culto mariano» a Medjugorje legato «a Cristo», parla di fedeli «felici», dell’attenzione alla «formazione cristiana» con «catechesi, ritiri, seminari», di «conversioni reali» che gli sono state testimoniate dai confessori, di «numerose opere di carità» presenti.  Elogia anche l’impegno dei francescani che «guidano molto bene» la parrocchia anche se «sono stati sensibilizzati» a eliminare «ogni elemento turistico».  Insomma, per il presule, a Medjugorje c’è un «clima spirituale molto effervescente».

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Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo

Posté par atempodiblog le 5 août 2017

Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo
di Elvira Ragosta – Radio Vaticana

Curato d'Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo dans Fede, morale e teologia Curato_d_Ars

“Il Curato d’Ars nella sua vita sacerdotale non trascurò mai la propria vita spirituale di buon cristiano; egli sapeva bene che, per essere un buon pastore, era anzitutto necessario vivere e camminare nella grazia santificante”. Così, il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nell’omelia per la Messa presieduta in occasione della memoria liturgica di San Giovanni Maria Vianney.

Nella parrocchia del villaggio francese dove, a partire dal 1818 e per oltre quarant’anni, il curato D’Ars ha svolto la sua opera pastorale e dove riposano le sue spoglie, il card. Filoni, ricorda la figura del Santo: “In questo luogo, come cristiano e sacerdote, egli si è santificato nella preghiera, nella penitenza e nell’umiltà; qui, ancora, uomini e donne alla ricerca di Dio cercavano e cercano pace e conforto interiore, ben sapendo che egli non ha esaurito, anzi continua la sua missione spirituale; qui innumerevoli sacerdoti vengono a trovare ispirazione per la propria vita sacerdotale”.

Di origini contadine e proveniente da una famiglia povera e numerosa, Giovanni Maria Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, vicino a Lione. Il card. Filoni ricorda “la sua infanzia difficile al tempo della Rivoluzione, le sue difficoltà negli studi e la sua pietà semplice e profonda alla scuola prima di sua madre e poi di don Balley, che come padre spirituale lo incoraggiò e accompagnò nei primi anni di vita pastorale”.

L’umiltà, la povertà, l’obbedienza e la castità sono le quattro solide colonne, aggiunge il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, su cui il Curato d’Ars si era costruito una «casa»: “Queste virtù furono costanti compagne di vita; con esse dialogava e da esse fu aiutato nel suo itinerario umano lungo 73 anni, mai venendo meno alla loro amicizia e alla loro compagnia”.

Inoltre, ricorda il card. Filoni, “l’amicizia con Gesù, mite e umile di cuore, fu la dimensione costante di tutta la sua vita; dall’insegnamento di Cristo trasse lezioni e ispirazione di vita durante i suoi quarant’anni di ministero sacerdotale come Curato di questo villaggio; la preghiera, poi, era semplice e profonda, come totale fu il filiale amore a Maria”.

L’opera pastorale di San Giovanni Maria Vianney è diventata modello di santità sacerdotale. A canonizzarlo nel 1925 è Papa Pio XI, che quattro anni dopo lo definirà “patrono dei parroci”.

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Medjugorje, 5 agosto: Il compleanno della Madonna

Posté par atempodiblog le 5 août 2017

EDITORIALE DI PADRE LIVIO
MEDJUGORJE, 5 AGOSTO: IL COMPLEANNO DELLA MADONNA

Medjugorje, 5 agosto: Il compleanno della Madonna dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

Cari amici,
per quanto la Vergine abbia messo il sigillo della segretezza sulla sua vita, che ha raccontato ai veggenti, tuttavia qualcosa ha rivelato attraverso i messaggi. Si tratta di particolari tutt’altro che trascurabili. Quello più rilevante riguarda la questione se la Madonna sia morta prima di essere stata assunta in cielo. Al riguardo la “Gospa” è categorica. Proprio nel giorno dell’Assunta così risponde: “Mi chiedete della mia assunzione. Sappiate che io sono salita al cielo prima della morte” (15–08–1981). L’affermazione della Madonna si pone così nel solco della tradizione più antica che parla della “Dormizione” della Beata Vergine Maria, intesa come momento di grazia nel quale la Madre di Dio “è stata pienamente conformata al Figlio suo Risorto, il vincitore del peccato e della morte” (cfr Catechismo C.C. 966). “Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che, con le tue preghiere, liberi le nostra anime dalla morte” (Liturgia bizantina).

L’altro particolare che la Regina della pace ha rivelato, chiedendo il coinvolgimento dei fedeli, riguarda il giorno della sua natività, la cui festa liturgica è celebrata dalla Chiesa l’8 settembre. La Madonna ha voluto dare molta enfasi a questa rivelazione con un messaggio commovente: “Il 5 Agosto prossimo si celebri il secondo millennio della mia nascita. Per quel giorno Dio mi permette di donarvi grazie particolari e di dare al mondo una speciale benedizione. Vi chiedo di prepararvi intensamente con tre giorni da dedicare esclusivamente a me. In quei giorni non lavorate. Prendete la corona del rosario e pregate, digiunate a pane e acqua. Nel corso di tutti questi secoli mi sono dedicata completamente a voi: è troppo se adesso vi chiedo di dedicare tre giorni a me?” (01-08-1984).

La precisazione della Madonna può essere un prezioso punto di riferimento per gli storici e gli esegeti, sempre che la vogliano accogliere. L’intenzione della Madre di Dio è però un’altra. Vuole che i suoi figli si rendano conto del suo amore inesauribile e universale, che abbraccia l’intero cammino dell’umanità e di ogni persona in particolare. Anche quello che ci chiede per festeggiare il suo compleanno è a nostro completo vantaggio. Quel giorno i veggenti e i giovani del villaggio hanno preparato per l’incontro con la Madonna una torta enorme con gli auguri di rito. Non era però possibile sistemarvi sopra tutte le candeline necessarie.

Vostro Padre Livio
Tratto da: Radio Maria

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Maria, rifugio sicuro

Posté par atempodiblog le 1 août 2017

Maria, rifugio sicuro dans Citazioni, frasi e pensieri Maria_Rifugio_dei_peccatori

Il devoto Lanspergio fa parlare così il Signore: Uomini, poveri figli di Abramo, che vivete in mezzo a tanti nemici e a tante miserie, «abbiate cura di venerare con particolare affetto la Madre mia» e vostra.

«Io l’ho data al mondo come esempio di purezza» affinché da lei impariate a vivere come si deve; «e come rifugio sicuro affinché ricorriate a lei nelle vostre afflizioni.

Questa mia figlia l’ho fatta tale che nessuno possa temerla o possa esitare a ricorrere a lei.  Perciò l’ho creata di natura così benigna e pietosa che non sa disprezzare nessuno e non sa negare il suo favore a nessuno che lo domanda.

Ella tiene aperto a tutti il manto della sua misericordia e non permette che nessuno parta sconsolato dai suoi piedi».

Sia dunque sempre lodata e benedetta la bontà immensa del nostro Dio che ci ha dato una madre così grande e un’avvocata così tenera e amorevole.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

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Droghe. È boom di sostanze simil-ecstasy tra gli adolescenti

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2017

Droghe. È boom di sostanze simil-ecstasy tra gli adolescenti
Gli effetti sono raddoppiati rispetto agli anni 80. E i giovani non si rendono conto dei rischi a cui si espongono. I dati e l’allarme dei medici
di Vito Salinaro – Avvenire

Droghe. È boom di sostanze simil-ecstasy tra gli adolescenti dans Articoli di Giornali e News Droga_pillole

Tre dati, per iniziare: 855.000 teenager italiani hanno usato sostanze illecite almeno una volta; 160.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni sono consumatori frequenti di droghe; negli ultimi 5 anni, l’utilizzo di droghe sintetiche tra gli under 35 è aumentata del 70%. E la percentuale tende a crescere.

Assistiamo cioè a una corsa, senza troppi ostacoli, dei nostri giovanissimi al consumo di sostanze in grado di agire sulle “performance” generali della persona. Sostanze che, in alcuni casi, sono di origine naturale; in altri – la maggior parte – di origine sintetica. A causa dell’utilizzo di questi ultimi preparati, giovanissimi assuntori sono spesso ospiti indesiderati dei Pronto soccorso. Con problemi enormi. Perché anche nelle più avanzate unità di emergenza dei nostri ospedali, gli specialisti si trovano a fronteggiare un quadro clinico complesso, dagli esiti incerti perché incerte sono le diagnosi. E non potrebbe essere altrimenti visto che le sostanze psicoattive in circolazione sono centinaia. Anzi migliaia. In gran parte non ancora analizzate.

Una sola dose di queste sostanze può portare a danni molto gravi nel sistema cardiovascolare. I più frequenti: aritmie, tachicardie, ipertensione. Non di rado le conseguenze sono permanenti, e si può arrivare fino alla morte, visto che più le sostanze sono potenziate più la vulnerabilità biologica ne risente.

In quanto non ancora studiati, o semplicemente perché modificati rispetto a prodotti più noti, questi nuovi preparati – che possono essere fumati, sniffati, ingeriti – sono spesso legali. Perché gli improbabili e improvvisati laboratori chimici che li realizzano – dalla Cina all’Est Europa – sono rapidissimi a superare i divieti di legge, semplicemente aggiornando i prodotti divenuti illegali.

«Accanto a eroina, cocaina, alcol e marijuana – ripete nei più importanti simposi internazionali Fabrizio Schifano, esperto di fama mondiale, psichiatra e docente di Farmacologia e terapia clinica all’Università britannica di Hertfordshire –, da pochi anni si affaccia sul mercato una serie di nuove sostanze psicoattive: da qualche centinaia si è passati a circa 2.000 prodotti. Il numero e lo scenario si modificano giornalmente. Ma i gruppi più rappresentati nel mercato – aggiunge Schifano – sono i cannabinoidi sintetici, i catinoni sintetici e le sostanze ‘simil-ecstasy‘, cioè non proprio l’ecstasy (nota anche come Mdma) ma una molecola parzialmente modificata e molto più potente».

Le droghe sintetiche hanno incrementi a due cifre, e incontrano il favore di consumatori anche in età adolescenziale. I cannabiniodi sintetici hanno un successo clamoroso perché, spiega Schifano, «i ragazzi associano il concetto di cannabis, che loro ritengono sostanzialmente innocua, con un qualcosa che in realtà non è pericoloso perché non dà traccia nelle urine ed è anche legale. È con questo trucco di marketing che il consumo schizza alle stelle. Dal punto di vista medico e psichiatrico tutto questo è invece molto preoccupante, perché la potenza di questi prodotti è di gran lunga superiore a quello delle droghe tradizionali. E così noi medici abbiamo problemi di gestione clinica elevati e problemi di aggiornamento professionale che deve essere continuo».

L’ecstasy, che ebbe un boom nella seconda metà degli anni ’80 e negli anni ’90, negli ultimi tempi aveva conosciuto un declino. Oggi è in ripresa grazie all’incremento del dosaggio, passato dagli iniziali 50-70 milligrammi, agli attuali 120; nella sfera riconducibile all’ecstasy, le molecole sono poco meno di 200. Assumere queste sostanze in cronico durante l’adolescenza espone a rischi gravi non reversibili che investono la maturazione cerebrale. Rischi dei quali, però, i ragazzi non hanno la più pallida idea.

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Mons. Paglia: Dio non stacca la spina

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2017

Mons. Paglia: Dio non stacca la spina
di Massimiliano Menichetti – Radio Vaticana

Mons. Paglia: Dio non stacca la spina dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

Preghiera e vicinanza ai genitori di Charlie Gard sono stati espressi anche da mons. Vincenzo Paglia, il quale apprendendo la notizia della morte del piccolo ha ribadito la grandezza dell’amore di Dio che “non stacca la spina”:

R. – Non c’è dubbio che c’è un sentimento di vicinanza ai genitori per la passione e l’amore con cui hanno accompagnato, difeso e circondato di premure questo loro bambino. Lo hanno amato, potremmo dire, fino alla fine, e assieme a tanti, partendo dal Papa, in questi tempi ultimi, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera il piccolo Charlie. Ed io vorrei dire che la nostra preghiera porta sempre l’esaudimento del Signore. E credo che la fede ci fa dire: “Signore, la vita non è tolta ma trasformata”. Dio non stacca nessuna spina, non lascia neppure vincere il male; l’amore di Dio, assieme al nostro, ha vinto anche la malattia e la morte e Charlie davvero sta con noi e con il Signore.

D. – Mons. Paglia, questa vicenda, seppur molto dolorosa, cosa ci insegna?
R. – Io direi che la prima cosa che ci insegna è l’urgenza di promuovere una cultura dell’accompagnamento. Alcuni la chiamano “alleanza terapeutica”; io preferisco chiamarla “alleanza d’amore”, cioè tutti dobbiamo stringerci attorno al malato: i genitori, i famigliari, i medici, gli amici, l’intera società deve trovare il modo di dialogare per trovare la soluzione migliore per chi sta male. Purtroppo questo non è avvenuto nel caso di Charlie, e ricorsi a leggi o a magistrature non risolvono il problema di fondo. Ecco perché la vicenda di Charlie ci spinge a promuovere in ogni modo una cultura dell’accompagnamento. Io mi auguro che la vicenda possa aiutare le nostre società a dire tre grandi “no”: no all’eutanasia; no all’abbandono; no all’accanimento terapeutico. Ma per dire dei grandi sì: sì all’accompagnamento, sì al progresso della scienza, sì alla terapia del dolore; in modo che momenti così drammatici, come quelli che riguardano il fine vita, possano essere compresi nella loro gravità, nella necessità che hanno di essere sentiti da tutti, perché il passaggio dalla vita alla morte riguarda la qualità stessa della nostra vita.

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Ci mancava “la guerra dei papi”

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

Ci mancava “la guerra dei papi”
L’editoriale di Claudio Mésoniat sull’accanimento mediatico che vuole schierare a tutti i costi Benedetto XVI contro Francesco.
di Claudio Mésoniat – Il giornale del popolo

Ci mancava “la guerra dei papi” dans Articoli di Giornali e News Abbraccio_tra_Papa_Francesco_e_Benedetto_XVI
Abbraccio tra il papa emerito Benedetto XVI e papa Francesco. © EPA

“Benedetto contro Francesco”. Ci siamo: è scoppiata, finalmente, la “guerra dei Papi”. Non dev’essere sembrato vero ai “grandi” giornali, ai siti scafati e a qualche vaticanista in tuta mimetica ormai da mesi, la notiziona di un necrologio firmato da Ratzinger in memoria dell’amico cardinal Meisner, da poco scomparso. Meisner era uno dei quattro cardinali che avevano sottoposto a papa Francesco i cinque dubia su un passaggio dell’Amoris Laetitia. Ecco dunque Ratzinger che si schiera; tanto più che il Papa emerito usa nel suo breve testo l’immagine della barca nella tempesta per descrivere la situazione della Chiesa, di oggi come di ciascuno dei 20 secoli passati (barca, aggiunge Benedetto, che Cristo non abbandona mai, con riferimento all’episodio evangelico che ha dato la stura a infinite riprese dell’immagine nautica). Quanto basta, ai narratori di questa quarta guerra mondiale tra Papi, per intercettare una chiara allusione del Papa emerito all’attuale comandante della nave, che sta conducendo la Chiesa al naufragio. Peccato che a poche ore da questa montatura mediatica intervenga il segretario di Benedetto a smentire tutto, denunciando la “strumentalizzazione” delle parole del vecchio pontefice. Ma non è finita qui. Dopo un paio di giorni esce il rapporto sugli abusi perpetrati da alcuni sacerdoti nel collegio dei Cantori di Ratisbona (orrori da cui peraltro il fratello di Ratzinger è pienamente scagionato) e subito uno stuolo di complottisti cerca di connettere grottescamente i due episodi per lasciare intendere che il secondo sia conseguente al primo «quasi potesse trattarsi della contromossa di una spectre “bergogliana” contro i resistenti “ratzingeriani”» (Tornielli).

Come sappiamo, il giornalismo estivo si arrampica anche sulle pareti di sesto grado pur di mettere qualcosa sotto i denti della rotativa. Mi chiedo tuttavia perché tanto accanimento nel voler schierare a tutti costi Benedetto e Francesco l’un contro l’altro armati. Accanimento che non credo si debba imputare primariamente al mondo laico e anticlericale. Siamo in gioco noi, cattolici: ammettiamolo. E neppure secondo una dialettica di fazioni (ci sono anche quelle, soprattutto tra i “professionisti” della fede, ecclesiastici e teologi). C’è una faglia che ci attraversa tutti nel profondo, ciascuno di noi a tratti è “bergogliano” e a momenti “ratzingeriano”, secondo accezioni riduttive nelle quali i due protagonisti non si riconoscerebbero affatto. L’appello al Papa “nuovo” ci serve per autorizzare una nostra adesione selettiva alla dottrina e alla morale,  mentre il Papa “della tradizione” ci serve per scansare il pressante invito di Francesco a una conversione di cui non riusciamo a capire il significato o non vogliamo affrontare il rischio. In realtà Bergoglio non ha come obbiettivo quello di una rivoluzione dottrinale. E Ratzinger non ha mai proposto un cristianesimo come affermazione di principi e difesa di valori che i credenti hanno in tasca e gli altri dovrebbero solo riconoscere.

Per entrambi i Papi l’ordine del giorno è uno solo: testimoniare una fede vissuta in un momento storico contrassegnato da un cambiamento d’epoca. Cos’è una fede vissuta? Incontro e rapporto con Cristo, sorgente di pace e di letizia, per usare parole care a entrambi. Ci dicono qualcosa? Questa, a buon conto, è la conversione. E i valori che hanno fatto grande la civiltà occidentale? La libertà, la solidarietà, la famiglia, il lavoro, la vita stessa? Non c’è più evidenza condivisa, c’è grande confusione in proposito. Vanno riscoperti, questi valori, in un cammino comune nel quale i cristiani hanno da proporre, prima di una teologia e di una filosofia, la carne della loro umanità trasformata dalla fede. Nessuno meglio di Ratzinger ci ha fatto prendere coscienza di questo “cambiamento d’epoca” (la fine drammatica del grande progetto illuminista) di cui Bergoglio continua a parlarci. Ma nessuno meglio di papa Francesco ha preso sul serio, alla lettera, la “lezione” di Benedetto. E volendo indicare alla sua Chiesa una via nuova per riguadagnare la grande eredità del proprio passato, ha inaugurato uno stile nuovo –e rischioso- nell’interpretare il proprio ruolo di Papa. Per temperamento più vicino a Giovanni Paolo che a Benedetto, Francesco ha deciso di abbattere gli ultimi muretti e colonnati che isolavano la figura ieratica del successore di Pietro dal suo popolo. La sua povertà consiste nel “vivere alla giornata” convinto che l’incontro con un barbone o con un ricco giornalista in crisi esistenziale (alludo all’ex direttore di Repubblica) possa offrire spunti decisivi alla propria personale conversione non meno dei colloqui, cui non si sottrae affatto, con un presidente degli Stati Uniti o un cardinale prefetto di congregazione; ma mezz’ora a Trump e mezz’ora ai bambini di una parrocchia periferica di Roma, pieni di domande per il Papa. Io penso che Benedetto si stia godendo lo spettacolo di questo suo successore e discepolo. Senza dover negare le differenze che la storia e la cultura del primo Papa non europeo stanno facendo venire a galla. Ma di questo, che non è affatto causa di dissidio ma fonte di ricchezza, parleremo un’altra volta.

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“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli
Un gruppo di tifosi della Curva Maratona in segno di solidarietà e amicizia ha deciso di intervenire dopo gli incendi dei giorni scorsi
di Gianluca Oddenino – La Stampa

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli dans Amicizia Vesuvio

Si dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Vero, però a volte basta poco per invertire la rotta e fare rumore al contrario: basta un gruppo di ultrà del Toro e la loro decisione di autotassarsi per finanziare l’acquisto di piante da reimpiantare nel Vesuvio devastato dagli incidenti. Un gesto di solidarietà e di amicizia, nato spontaneamente dalle “Teste Matte” della curva Maratona nei confronti dei tifosi della Ercolanese 1924 che recentemente hanno onorato il Grande Torino a Superga. A Napoli non si parla d’altro e ha già scatenato ringraziamenti di ogni tipo.

Seminare bene si può, nel vero senso della parola, e aiuta in tempi di insulti, idiozie e follie con curve contrapposte e avvelenate dal calcio. Questi tifosi del Toro non pensavano di fare il giro del web con la loro iniziativa spontanea, ma a Napoli quel gesto non è passato inosservato. «L’Ercolanese è la squadra dai colori granata – scrive su Facebook il presidente di Teste Matte – e sappiamo tutti che purtroppo in questo periodo gran parte dei parchi naturali della zona vesuviana stanno bruciando. Con lo stesso spirito di amicizia e rispetto verso gli Ercolanesi, daremo un piccolo contributo».

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Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2017

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»
Elena, 7 anni, è immobilizzata. La mamma: da lei ho imparato tanto, ogni suo sorriso vale più di qualsiasi altra cosa
di Graziella Melina – Avvenire

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere» dans Articoli di Giornali e News Elena
Elena, 7 anni, affetta da malattia neurodegenerativa (foto inviata dalla famiglia ad Avvenire)

«Nella sfortuna, mi sento molto fortunata, nessuno mi ha mai dato una prognosi, né mi ha dato una scadenza». Nessuno, per fortuna, le ha imposto il calvario che stanno vivendo i genitori di Charlie Gard, la cui vita da mesi è in balia di vicissitudini giudiziarie. Cristina Rebagliati, 48 anni, da qualche tempo residente a Brescia, per la sua Elena, affetta da una malattia neurodegenerativa, ha potuto sempre scegliere senza condizionamenti medici o legali. Semplicemente prendendosene cura con la forza, l’amore e il coraggio di una mamma.

«Fino a 4-5 mesi – racconta – Elena ha avuto uno sviluppo normale, mi ero accorta che era un po’ più indietro rispetto alla norma, ma mai mi sarei immaginata una cosa del genere. Una notte si è svegliata urlando. L’ho presa in braccio, era rigida, cianotica. L’ho attaccata al seno e si è addormentata. Il giorno dopo l’ho portata da una pediatra, a Genova, poi al pronto soccorso per fare le verifiche, le analisi del sangue, l’elettroencefalogramma». Pochi giorni di attesa e i risultati degli esami la costringono al ricovero. «Le è stata fatta una risonanza magnetica e ci hanno subito detto che poteva essere affetta dalla malattia di Leigh», una patologia neurologica progressiva che interessa il sistema nervoso centrale. Elena rientra a casa, ma per poco tempo. «I primi di luglio ha un arresto respiratorio. L’hanno intubata e portata in ospedale. È la prassi: i medici applicano la ventilazione meccanica, poi provano a verificare se la bimba respira da sola, altrimenti la intubano di nuovo. E poi si riprova a staccare la macchina. Ma se non respira neanche la seconda volta si fa la tracheotomia o si sceglie cosa fare».

Elena vince però la sua prima sfida e ricomincia a respirare da sola. E a crescere. Prima dei tre anni, però, un’altra corsa in ospedale e la piccola si ritrova di nuovo a essere intubata. «Era ventilata artificialmente. Aveva un catetere centrale, la vedevo martoriata dai macchinari, dai tentativi dei medici. A quel punto ho detto basta. Lasciamola stare. Se vuole andare se ne va, se vuole stare qui, sta qui. Me la metto in braccio, staccano le macchine, tutti piangevano. Mi sono fatta forza, ho cercato di raccontarle le favole, le canzoni, le cose che conoscevo e piano piano Elena invece di andarsene ha cominciato a respirare…». Da quel giorno, di tempo ne è passato, tra altre corse in ospedale, visite, esami. «Elena adesso ha 7 anni e mezzo. Non parla, non cammina, non sta seduta, non afferra, non si sa bene quanto veda. Avendo una lesione cerebrale da sempre dorme con il saturimetro», che permette tra l’altro di controllare lo stato di ossigenazione del sangue. Però la disabilità non ha fermato la forza della mamma, decisa a fare tutto il possibile per vederla stare bene. «Tranne l’estate al mare a Genova, durante l’anno Elena va all’asilo, ha degli assistenti che la seguono, dalle 9 alle 4, fa la fisioterapia, viene a casa, vede la tv. Quest’anno andrà alle elementari, ovviamente non va a scuola per leggere e scrivere, però per me è fondamentale che questa vita che le è stata data la viva al meglio. Quel poco che riesce a fare, io voglio che lo faccia».

La condizione di Elena, «che sta seduta con il corsetto, il poggiatesta e non si muove, è quella che alcuni definirebbero un vegetale», dice amaramente. Ma «Elena è viva, le sue percezioni le ha, anche se limitate rispetto a noi. Però io le vedo: quando siamo al mare io la metto in acqua, le faccio fare il bagno e lei ride, quindi vuol dire che è contenta. Le faccio il solletico e ride. Quando al mattino si sveglia sorride, e anche quando poi la metto a letto sorride». Poi pensa al piccolo Charlie: «Si stanno accanendo nel volerlo fare stare là. In Inghilterra hanno un altro concetto di vita, che non è il nostro. In Italia non sarebbe stato possibile che un bambino resti sedato e intubato per 8 mesi. Qualsiasi persona, anche sana, dopo una sedazione così lunga non ha grandi possibilità di riprendersi. E comunque i genitori non volevano certo portarlo da uno stregone, ma da Michio Hirano che è il maggior conoscitore delle malattie mitocondriali. Salvatore Di Mauro, che le ha scoperte, è stato il suo insegnante. La verità è che i nostri sono considerati “bambini a perdere”, senza prospettive di vita, con malattia non curabile, e quindi non c’è scopo di perdere soldi ed energie in bambini così, perché non hanno chance. Eppure tante volte abbiamo visto bimbi dati per spacciati che in realtà poi sopravvivono». Anche se non esistono cure. «Ogni tanto leggo che alcune mamme dicono “non ti vorrei diverso da come sei”. No, non è vero, ma non per me, ma per la mia bambina. Però a volte penso che un bambino come Elena ti insegni a goderti di più delle piccole cose, impari a vivere meglio, ad accettare quello che hai. Non per me avrei voluto un’altra vita, ma per lei. Per me la cosa importante è che la vita che le è stata data sia vissuta al meglio possibile. Un sorriso di mia figlia per me vale più di qualsiasi altra cosa».

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Sant’Anna nell’arte

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2017

Sant’Anna nell’arte
Leonardo e la riflessione sull’origine
di Rodolfo Papa – Zenit (7 aprile 2014)

Sant’Anna nell’arte dans Articoli di Giornali e News Leonardo_da_Vinci_Sant_Anna_Mus_e_du_Louvre

La scorsa settimana ho avuto occasione di tornare a riflettere sulla figura di Sant’Anna nell’arte, perché sono stato invitato al Castello Ventimiglia di Castelbuono, in Sicilia, incastonato nelle Madonie, a tenere una conferenza su questo tema. Infatti, nel castello si conservano le preziose reliquie di sannt’Anna, giunte li nel XIV secolo. La cappella palatina del castello Ventimiglia, fu in seguito decorata dai Serpotta, unico caso tra le loro opere, in cui viene usato il fondo a foglia d’oro a piena parete, che in seguito la bottega abbandonerà per una scelta di purezza cromatica legata ai toni di bianco, così come li conosciamo nella più famosa cappella palermitana dell’Oratorio di San Lorenzo. In questa occasione analizzando tutta l’iconografia maturata tra l’VIII-IX secolo e il XV, ancora una volta ho potuto “meravigliarmi” della peculiare capacità di Leonardo nell’affrontare, in modo antico e nuovo,  questo tema. Leonardo, infatti, è come tutti i grandi artisti all’interno del “sistema d’arte cristiano” è capace di elaborare un segno pregno di significati uniti e desunti dalla tradizione, ma nel contempo totalmente innovativo, tanto da influenzare iconograficamente grandi artisti dei secoli successivi, come Caravaggio.

Nella produzione pittorica di Leonardo constatiamo una particolare sensibilità nell’affrontare il mistero dell’Incarnazione. In opere quali  l’Annunciazione o la Vergine delle Rocce, Leonardo riesce, infatti, ad interpretare l’iconografia tradizionale, producendo composizioni originali, in cui l’umanità e la divinità di Cristo vengono mostrate mediante il linguaggio proprio della pittura, con sublime poesia e profondità teologica.

Questa peculiare cifra spirituale appare espressa in modo eccellente nel cartone di Burlington House, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino ora alla National Gallery di Londra e nell’olio su tavola Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino, conservato al Louvre di Parigi. Le due opere sono simili per tema e trattazione, ma presentano alcune differenze compositive. Nella tavola conservata a Parigi, la Vergine siede sulle ginocchia di sua madre sant’Anna, ed è abbassata in avanti, cosicché Anna si impone come la figura più alta; Maria ha le braccia protese verso Gesù Bambino, che sembra voler salire per gioco su un agnellino, voltandosi verso la Madre. Il gruppo si staglia su uno sperone di roccia, su una zolla di terra, geologicamente connotata. Nel cartone conservato a Londra, i volti delle due donne sono invece vicini e Maria ha in braccio Gesù Bambino, proteso verso San Giovannino.

Vasari nelle sue Vite descrive un cartone che è forse una prima versione perduta, e che sembra essere la sintesi delle due opere che possediamo, in quanto vi sarebbero presenti sant’Anna, Maria, Gesù Bambino, san Giovannino e un “pecorino”; soprattutto Vasari fin dalla prima edizione delle Vite sottolinea l’ammirazione provata da tutti verso tale mirabile opera, in cui vengono magnificamente rappresentati i sentimenti dei santi protagonisti, in particolare di Maria: «Fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch’ella fu, nella stanza durarono dui giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giouani et i vecchi come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello può con semplicità e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umiltà che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d’una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo».

Si tratta realmente di una composizione pittorica estremamente significativa. Infatti, l’intreccio delle figure, fisicamente legate, risulta immagine della genealogia umana di Gesù, che è veramente figlio di Maria, che è veramente figlia di Anna. Questa genealogia umana poggia sulla terra: la descrizione pittorica della terra naturale su cui si ergono le figure sottolinea la reale umanità di Gesù.

Nel dipinto la testa di sant’Anna sovrasta Maria, e la sua figura, dalla testa fino al piede sinistro, costituisce l’asse centrale dell’intera composizione. Con questa costruzione, Leonardo si colloca in maniera originale nella tradizione iconografica tre-quattrocentesca che rappresenta Sant’Anna come progenitrice; per esempio nei  dipinti di Lorenzo da Sanseverino, di Masolino, di Masaccio, di Beccafumi e di Memling, Anna sovrasta Maria in una posizione e in una dimensione più alta, in quanto madre e in quanto anziana. Ma pur essendo più anziana e in qualche modo dominante, sant’Anna viene sempre rappresentata come colei che contempla la figlia Maria, con amore di madre e fede di santa. Nel dipinto di Leonardo, sant’Anna ha lo sguardo abbassato verso Maria, la quale guarda negli occhi Gesù. In questo modo appare veramente espresso quanto poeticamente scritto da Dante nel XXXII canto del Paradiso nella Divina Commedia: «Di contr’a Pietro vedi seder Anna / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna». Il volto di sant’Anna dipinto da Leonardo esprime una grande gioia: ella gioisce della propria discendenza, vedendo nella propria storia l’attuarsi della storia della salvezza.

Alle spalle delle donne, nel dipinto leonardiano c’è un paesaggio di monti che si perdono all’orizzonte. Spesso Leonardo associa i significati simbolici e spirituali della montagna e della caverna alla figura di Maria, madre di Gesù Cristo.

Proseguendo il cammino già avviato con la più giovanile tavola dell’Annunciazione, Leonardo sembra fare propri i simboli iconografici della tradizione pittorica, rivivendoli in modo originale, secondo le proprie esperienze conoscitive e contemplative.

Nella Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino il tema non facile, in quanto non narrativo e privo di una fonte diretta nelle Sacre Scritture, viene trattato con estrema ampiezza, in quanto appare collocato in una dimensione cosmica, universale. Il paesaggio che avvolge le figure traccia un ordine complesso ma unitario: dall’orizzonte tra cielo e montagne fino alle profondità della terra. Al centro, il gruppo delle sante persone appare quasi emergente dalla terra e svettante verso il cielo, nella luce che emana dal sorriso di Maria, a sua volta resa luminosa dallo sguardo di Gesù.

La poesia con cui Leonardo tratteggia il volto di Maria, nel suo relazionarsi alla madre e al Figlio, trova analogia nel sonetto 366 delle Rime di Petrarca, dedicato a Maria: «Tre dolci e cari nomi ha in te raccolti, madre, figliuola e sposa».

Sicuramente, la soluzione di Leonardo è all’origine della composizione proposta da Caravaggio nella Madonna dei Palafrenieri, opera anch’essa capace di esprimere con il linguaggio della pittura profondi significati teologici; Caravaggio aggiunge anche il segno del serpente, che viene  schiacciato da Maria per mezzo di Gesù ed inoltre sostituisce il paesaggio con una porta, a sottolineare in modo diverso il mistero dell’Incarnazione.

Di fronte alla tavola ed anche al cartone dedicati da Leonardo alla Vergine con sant’Anna e il Bambino, si nota una particolare abilità poetica nella rappresentazione del volto di Maria. Sembra che l’artista abbia prestato una particolare delicatezza ed attenzione nel tratteggiare una donna bellissima, di evidente virtù e di immensa vitalità: come animata dall’amore. Il volto di Maria esprime infatti una cura infinita per il piccolo Gesù, e i suoi gesti annunciano i sentimenti della sua anima: il suo essere completamente protesa verso di lui, in un gesto insieme di cura e di sequela.

Leonardo ha dedicato molte opere pittoriche a Maria; le più famose sono senz’altro l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle Rocce e la Vergine con sant’Anna.  L’insieme di queste opere mostra un profondo impegno di Leonardo su questo versante. Una profonda mariologia è prodotta da una corretta cristologia: e questo è quello che notiamo in Leonardo, dove la lode a Maria sembra sempre essere profondamente inscritta nella sua relazione al mistero della Trinità e del Verbo Incarnato. Maria è, infatti, la terra che accoglie lo Spirito del Signore, Maria è la caverna in cui fiorisce il Nazareo, Maria è la montagna che conduce alla contemplazione di Dio. Nel volto di Maria appare dipinta la sintesi di cielo e terra, perché è madre di Gesù Cristo. Lo sguardo di Maria fissato negli occhi di Gesù, nella tela che stiamo analizzando, è un segno preciso e intenso della relazione umana e divina tra Maria ed il Verbo Incarnato.

Sembra che Leonardo, per la capacità di mostrare la vera bellezza di Maria,  sia animato da una ispirazione simile a quella espressa da Dante, all’inizio dell’ultimo canto della Divina Commedia: «Vergine madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

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La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2017

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia
Il 1° e 2 agosto la solennità legata all’indulenza plenaria nella chiesetta della Porziuncola. La chiusura dell’ottavo centenario del Perdono con la Messa del cardinale Parolin
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia dans Articoli di Giornali e News Porziuncola
La Porziuncola ad Assisi

«Voglio mandarvi tutti in Paradiso». Così gridò san Francesco annunciando al popolo di Assisi l’indulgenza plenaria concessa da papa Onorio III e legata alla piccola chiesa della Porziuncola che il mondo conosce come il Perdono di Assisi. Era il 2 agosto del 1216. E proprio fra il 1° e il 2 agosto di ogni anno viene celebrata la festa del Perdono che ha come fulcro la Basilica di Santa Maria degli Angeli, ai piedi della città di Assisi, meta di milioni di pellegrini che varcano la “porta sempre aperta” in perenne Giubileo per immergersi nella Porziuncola. L’indulgenza plenaria di Santa Maria degli Angeli – che anticipò il primo Anno Santo indetto da Bonifacio VIII nel 1300 – si può ottenere ogni giorno entrando nella Porziuncola (che significa “piccola porzione di terra”). E per la festa del Perdono di Assisi l’indulgenza si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo.

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Papa Francesco lo scorso anno alla Porziuncola per gli ottocento anni del Perdono di Assisi

Si avvicina, quindi, la festa del Perdono di Assisi 2017 che quest’anno assume un significato particolare: si concludono infatti le celebrazioni dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi inaugurato lo scorso 2 agosto dal cardinale Gualtiero Bassetti e impreziosito dal pellegrinaggio privato di papa Francesco alla Porziuncola due giorni dopo, il 4 agosto 2016. La Messa solenne di chiusura del giubileo del Perdono si terrà alle 11 del 2 agosto e sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. L’Eucarestia verrà trasmessa in diretta da Padre Pio TV (visibile sul digitale terrestre nazionale al canale 145 e sulla piattaforma gratuita Tivùsat al canale 445) e con diffusione mondiale grazie all’emittente web Maria Vision Italia. Altra particolarità di quest’anno, che evidenzia il legame di tutta la Famiglia francescana con la festa, sarà il triduo di preparazione predicato dai ministri generali dei tre Ordini maschili (per i Frati Minori Cappuccini presiederà il vicario generale). Una condivisione che è in continuità con il cammino culminato nel Capitolo generalissimo celebrato insieme dalle Famiglie francescane.

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La Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi

La solennità del Perdono di Assisi sarà aperta alle 11 del 1° agosto da padre Michael Perry, ministro generale dei Frati Minori, il quale presiederà la solenne celebrazione eucaristica che terminerà con la processione di “Apertura del Perdono” perché da quel momento, cioè dalle 12 del 1° agosto fino alle 24 del 2 agosto, l’indulgenza plenaria concessa alla Porziuncola quotidianamente si estende a tutte le chiese parrocchiali sparse nel mondo, e anche a tutte le chiese francescane. Nel pomeriggio del 1° agosto sono in programma i primi Vespri presieduti, al termine del pellegrinaggio della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, dall’arcivescovo Domenico Sorrentino. Seguirà, come di consueto, l’offerta dell’incenso da parte del sindaco di Assisi, Stefania Proietti. La Veglia di preghiera serale, con la processione aux flambeaux, sarà guidata dall’arcivescovo José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata.

Marcia_francescana dans Papa Francesco I
La Marcia francescana

Il 2 agosto sarà il giorno della grande festa. Le celebrazioni eucaristiche sono previste quasi ad ogni ora, tra cui quelle presiedute dal cardinale Parolin, dall’arcivescovo Sorrentino e da padre Claudio Durighetto, ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria. In giornata è in programma anche l’arrivo di migliaia di giovani che partecipano alla XXXVII Marcia francescana sul tema “Un passo oltre”. Nella serata, alle 20, il concerto della banda della Gendarmeria Vaticana in piazza a cui seguirà lo spettacolo pirotecnico.

Il programma dettagliato è disponibile sul sito www.assisiofm.it. Dal 23 luglio al 15 settembre può essere visitata anche la mostra di arte contemporanea di Arturo Casanova e Rossella Vasta a cura di Barbara Rose dal titolo “A due a due. Kenosis e perdono” che sarà ospitata nel museo della Porziuncola.

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