La morte non è uno show

Posté par atempodiblog le 10 septembre 2007

La morte non è uno show
Se lo ricordi pure la Chiesa
di Antonio Socci – Libero

La morte non è uno show dans Antonio Socci antoniosocci

Da giorni i quotidiani e le tv sono pieni di articoli e servizi sulla morte di Luciano Pavarotti e su quella di Gigi Sabani. Tutti a discettare di tutto, ma nessuno parla del « fatto »: la morte, questa ‘usanza’ come diceva ironicamente Borges « che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare ». Se ne evita pure il pensiero. Perché guardare in faccia la morte impone di interrogarsi sul senso della vita e sul destino, cioè su Dio.
Mentre tutto il nostro mondo è stato costruito sulla dimenticanza e sulla distrazione. È stato congegnato precisamente per censurare e dimenticare quella domanda e Dio; cioè, alla fine, per dimenticare noi stessi: «Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Viviamo tutti come se non dovessimo mai morire, come se la spiacevole incombenza riguardasse solo gli altri. Come se non sapessimo che da un momento all’altro noi, proprio noi, potremmo essere chiamati a render conto della nostra esistenza davanti al trono dell’Altissimo che ce l’ha donata, che è l’unico Padrone e Signore della vita. Lo storico francese Pierre Chaunu tempo fa scrisse: «Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi».

Un nemico da evitare
Tuttavia la morte, che se ne frega dei libri di saggistica, testardamente continua a farci visita con una certa frequenza. Quando irrompe fastidiosamente nelle nostre giornate parrebbe inevitabile parlarne, ma abbiamo studiato una serie di procedure e riti per evitare di guardarla in faccia. In genere si dribbla l’inquietante domanda, straparlando del deceduto. Se si tratta di un personaggio famoso è tutto sopra le righe, tracima in chiacchiericcio, in retorica o in pettegolezzo. Nessuno prega. E nessuno accenna una riflessione. Eppure è chiaro che cosa fragile ed effimera sia la vita: sic transit gloria mundi … Anche per Pavarotti è stato così. Celebrazioni, fiumi di inchiostro, ore di televisione, dichiarazioni, discussioni, canonizzazioni. Ci si è messo pure il vescovo di Modena, che ha trasformato l’antica Cattedrale in camera ardente, come si fa per i papi o per i santi. E Romano Prodi è andato a fare l’orazione funebre. Tutti parlano. Nessuno sui giornali accenna una riflessione sul mistero della vita. Nessuno fa silenzio. Nessuno prega. Padre Remo Sartori, che ha dato l’estrema unzione a Pavarotti, ha raccontato ieri che negli ultimi mesi il maestro lo cercò: «Mi contattò a Pasqua. Sapeva di essere malato, e sentiva la necessità di un conforto spirituale». Così si è avvicinato di più a Dio: «In lui c’era una fede di fondo sulla quale non nutriva dubbi». Quando sorella morte si fa annunciare dalla malattia e dalla sofferenza all’inizio ci sentiamo ingiustamente bersagliati dalla sorte, ma alla fine per tanti si rivela una grazia, un tempo di misericordia. Don Giussani diceva: «Dio chiede una più particolare partecipazione alla Croce per la redenzione del male del mondo. Dio desidera la purificazione dei nostri peccati. E il digiuno e la disciplina che non pratichiamo volontariamente, il Signore misericordioso ce li fa vivere attraverso questi dolori e queste privazioni. Ma lo scopo più grande di tali avvenimenti è di richiamarci, soprattutto nei momenti di lotta vertiginosa, che Lui solo è il Vero, Lui solo è la speranza». A me è capitato, solo pochi mesi fa, di vivere la malattia e la morte di mio padre pregando proprio con la voce di Pavarotti (che è stato un dono di Dio per tutti). Mio padre era in ospedale, ormai in rianimazione. Stava morendo. E per qualche giorno, andando a trovarlo, ascoltavo in auto una struggente canzone di Eric Clapton che questo artista cantò proprio con Pavarotti al « Pavarotti and friends for war child ». Era una preghiera alla Madonna. Accenno (traducendole) le parole di « Holy Mother », ma l’emozione dei suoni di Clapton e della voce di Pavarotti è indescrivibile. Le prime strofe cantate dalla voce malinconica di Clapton dicevano: «Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi./ Ho visto le stelle cadere dal cielo./ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere/ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto./ Fai che finisca questa notte di solitudine./ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa, ascolta la mia preghiera./ In qualche modo so che ci sei sempre./ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia». Poi Clapton ripeteva «I can’t wait», non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. Qui entrava la voce travolgente di Pavarotti: «Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo./ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia». E il finale, dolcissimo: «Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò./ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia». Alla fine questo solo conta: di poter essere perdonati e abbracciati. Per questo la cosa più importante, secondo me, è morire in pace con Dio. Il resto è nulla. Siamo tutti ombre che passano in pochi istanti sul teatro del mondo. Come l’erba dei campi è la nostra vita: in un giorno dissecca. L’unica chiave per entrare nella vita vera, quella che dura per sempre, è affidarsi alla misericordia di Dio. E la Chiesa è la grande fontana della Misericordia. Tutti lo avvertiamo, per questo tanti (anche personalità note come laiche) alla fine si riavvicinano ai sacramenti.

Misericordia per tutti
La cosa più confortante per tutti noi è ascoltare quello che un giorno Gesù disse alla mistica polacca santa Faustina Kowalska (recentemente canonizzata). La citazione è lunga (mi scuserete), ma vale la pena: «Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per loro. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia Misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!».

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Il sapiente e lo stolto

Posté par atempodiblog le 9 septembre 2007

Il sapiente sa quello che dice,
lo stoltodice quello che sa.

Il sapiente pensa quello che dice,
lo stolto dice quello che pensa.

Il sapiente e lo stolto dans Citazioni, frasi e pensieri 30nkyok

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Amicizia

Posté par atempodiblog le 9 septembre 2007

Amicizia dans Amicizia 6yeds2

Un dono di amicizia implica un “sì” all’amico e implica un “no” a quanto non è compatibile con questa amicizia.

Benedetto XVI

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Come Kakà

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2007

Bisogna vivere nella fede e nella grazia di Dio, come ci insegna Kakà (ed è tutto dire) che dopo aver vinto la Champions’ League ha alzato al Cielo una preghiera a Dio e una maglietta con la scritta:I belong to Jesus” (Io appartengo a Gesù). Sui laccetti delle scarpe si era fatto scrivere “cosa farebbe Gesù in questo momento?”. Kakà è nel mondo ma si preserva dal male. Dovremmo domandarci con Kakà: se morissi in questo momento sarei in grazia di Dio oppure no? Bisogna fare la ‘fatica’ del cuore di rinunciare al male (anche se dovesse occerrervi tanto tempo). Il calciatore brasiliano con quel gesto ci ha invitato ad alzare gli occhi al Cielo: raggiungere Dio è il fine della nostra vita, quindi Dio deve essere al primo posto. Bisona guardare all’eternità: una persona può vivere anche 120 anni ma preferirebbe essere felice nel tempo o nell’eternità che quando saranno passati miliardi e miliardi e miliardi e miliardi e miliardi di anni sarà solo l’inizio?

Come Kakà dans Riflessioni Kak

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Fantasia ed immaginazione

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2007

Fantasia ed immaginazione dans Fede, morale e teologia Immaginazione

Tempo fa alla radio ho ascoltato una speaker che ha detto una cosa che annichilisce per quanto assurda: “l’adulterio fa bene alla salute, tradite spesso”. Spengo la radio, accendo la tv ed ecco altre cose che lasciano basiti e penso specialmente ai bambini che vedono violenza, immoralità, ecc… La loro fantasia, la loro immaginazione ed i loro sogni di che cosa sono imbevuti? Le risposte a queste domande sono l’indice della salute interiore. Bisogna custodire i sensi esterni affinché non entrino nell’anima immagini negative che, poi, la fantasia raccoglie ed elabora stimolando e infiammando le passioni. La natura umana è molto condizionata dall’immaginazione e anche gli adulti non devono sottovalutare questa cosa. Infatti nei pensieri di molte persone mature c’è la rappresentazione e la raffigurazione del male per poi desiderarlo. L’attento uso della tv può preservarci da un inquinamento giornaliero perché nessuno può vedere e leggere qualcosa di negativo senza correre dei rischi, nonostante un’attenta vigilanza.
Oggi si dice che il male è bene, quindi bisogna staccare la mente da tutte le falsità del mondo. In passato, chi faceva qualcosa di sbagliato si sentiva sporco ma invece di lavarsi (purificarsi) si copriva (con le foglie di fico) e già questo non andava bene ma oggi si è andato oltre dicendo che il male è bello e va esibito. Per quanto possa essere tappezzata (per non mostrarne il vero aspetto), la via del male si chiama così proprio perché percorrendola uno sta male e le crisi esistenziali, in tal senso, sono una grazia e da queste bisogna trovare la forza di alzarsi e cambiare vita.

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La vera umiltà

Posté par atempodiblog le 7 septembre 2007

La vera umiltà dans Citazioni, frasi e pensieri Padre-Pio-da-Pietrelcina

La vera umiltà del cuore è quella sentita e vissuta, più che mostrata.

San Padre Pio da Pietrelcina

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‘Ricordatemi da cantante d’opera’

Posté par atempodiblog le 6 septembre 2007

'Ricordatemi da cantante d'opera' dans Articoli di Giornali e News Pavarotti

Pavarotti è stato una delle più belle voci che mai abbiano illustrato il grande canto del nostro paese.
Era un appassionato di calcio – tifoso della Juventus – ed era stato, in gioventù, portiere (smise presto per problemi di agilità anche se ‘occupava’ bene la porta).
Luciano Pavarotti était doté d’un timbre de voix unique, immédiatement reconnaissable.

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4 candele

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2007

C’erano una volta in una stanza quattro candele. La prima si chiamava FEDE. Un giorno disse: “gli uomini hanno il cuore duro, non credono più in niente e in nessuno, tanto vale che mi lasci spegnere” e così fece…

La seconda, che si chiamava AMORE. Un giorno essa disse: “gli uomini sono egoisti, insensibili, indifferenti, tanto vale che mi lasci spegnere…” e così fece.

La terza si chiamava PACE e anche lei un giorno disse: “gli uomini sono avidi, violenti, sempre in guerra…mi lascerò spegnere” e così fece.

Entrò in quel momento nella stanza un bambino e vedendo quell’oscurità disse: “ho paura!”.

L’ultima candela rimasta gli disse: “non temere! Il mio nome è SPERANZA, io non mi lascerò spegnere e con la mia fiamma riaccenderò le candele che si erano lasciate spegnere”.

 4 candele dans Racconti e storielle quattro-candele

Raccontata da Frà Sergio di San Giovanni Rotondo.

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Scatola di biscotti

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2007

Scatola di biscotti dans Mormorazione Scatola-biscotti

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto.
Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti e si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla.

Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto anche l’uomo ne prese uno. Lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. Pensò tra sè « ma tu guarda se solo avessi più coraggio gli avrei già dato un pugno… »

Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto, senza fare un minimo cenno, ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò « ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!! »

Vide l’uomo che prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà! « AH, questo è troppo » pensò, cominciò a sbuffare ed indignata si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa.

Quando si sentì un pò meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri.

Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando… Nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno.

Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

Autore: sconosciuto.

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Storiella

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2007

Storiella dans Racconti e storielle 1319812685_cafe-au-lait-ice-cream-sundae-recipe

Qualche tempo fa quando un gelato costava molto meno di oggi, un bambino di dieci anni entrò in un bar e si sedette al tavolino. Una cameriera gli portò un bicchiere d’acqua. “Quanto costa un sundae?”, chiese il bambino. “Cinquanta centesimi”, rispose la cameriera. Il bambino prese delle monete dalla tasca e cominciò a contarle. “Bene, quanto costa un gelato semplice?”. In quel momento c’erano altre persone che aspettavano e la ragazza cominciava un po’ a perdere la pazienza. “35 centesimi!”, gli rispose la ragazza in maniera brusca. Il bambino contò le monete ancora una volta e disse: “Allora mi porti un gelato semplice!”. La cameriera gli portò il gelato e il conto. Il bambino finì il suo gelato, pagò il conto alla cassa e uscì. Quando la cameriera tornò al tavolo per pulirlo restò di stucco perché lì, in un angolo del piatto, c’erano 15 centesimi di mancia per lei. Il bambino non chiese il sundae per riservare la mancia alla cameriera.

Autore: sconosciuto

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La candela più povera

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2007

La candela più povera
di Don Ezio Del Favero

C’era una volta una grossa candela: «Sono una candela di cera purissima. La mia luce è migliore di quella di tutte le altre candele e dura più a lungo. Il mio posto sarebbe in un candeliere d’argento!».
Una candela più semplice la udì e rispose: «Io invece sono soltanto una povera candela fatta col grasso animale, ma mi consolo pensando che sono più di un lumino. I lumini li fondono una volta sola, io invece sono stata fusa otto volte e sono diventata più spessa. Essere di cera è più aristocratico: le candele di cera le mettono sui lampadari, in salotto; io invece resto in cucina, ma anche lì è un posto rispettabile!».
La candela di cera affermò: «Io sono più importante! Questa sera ci sarà un ballo e sono certa che mi tireranno fuori per la serata di gala e mi faranno risplendere!».
Quel pomeriggio la padrona di casa prese le candele di cera e le portò in salotto. Poi prese la candela di grasso e si recò in cucina dove la stava aspettando un ragazzo povero con un paniere pieno di patate e di mele: «Eccoti anche una candela! La tua mamma lavora fino a tardi e questa le servirà». La figlia della padrona, sentendo dire «fino a tardi», esclamò gioiosamente: «Starò alzata fino a tardi anch’io, stasera; si ballerà e io mi metterò nei capelli dei nastri rossi grandi così!». Il viso della bambina era raggiante di felicità e i suoi occhi risplendevano più intensamente di ogni candela.
Poi il ragazzo se ne andò col cestello pieno. La candela pensò: «Ed ora, dove andrò mai a finire? Certamente a casa di povera gente, dove non avrò neppure un candelabro di ottone, invece la mia compagna di cera se ne starà sicuramente in un candeliere d’argento!».
Il ragazzo giunse in una casa povera dove viveva una vedova con i suoi tre figli. Abitavano tutti in una cameretta situata di fronte alla ricca dimora. La madre esclamò: «Dio benedica la buona signora per i suoi regali! Oh, che bella candela! Potrò lavorare fino a tardi stanotte».
E la candela fu accesa. «Mi hanno accesa con uno zolfanello di scarto!», pensò.
Anche nella casa dei ricchi si accendevano le candele e il loro splendore giungeva fino alle case circostanti. La candela pensò agli occhi della figlia della signora: «Certo non vedrò più degli occhi così brillanti!». In quel momento entrò la bimba più piccola della vedova e, guardando il cestello, disse con gioia: «Stasera mangeremo patate!», La candela notò che il suo visino era radioso ed esprimeva la stessa felicità del volto della bimba nella casa ricca quando aveva esclamato: «Starò alzata fino a tardi, stasera … ».
Quella sera, nella casa della vedova, fu apparecchiata la tavola e le patate furono divorate di gusto: una vera cena di festa. Alla fine tutti ebbero una mela e la bimba recitò la preghiera: «Signore, ti ringrazio perché ci hai dato da mangiare stasera!». Poi i bambini andarono a letto, felici, e la mamma cominciò a cucire al lume di candela.
Dalla dimora dei ricchi, oltre ai suoni dell’orchestra, giungeva la luce delle candele di cera. Le stelle rifulgevano sopra le case dei ricchi come quelle dei poveri.
«Dopo tutto – esclamò la candela di grasso – è stata una serata eccezionale. Chissà se la candela di cera, dentro il candeliere d’argento, è contenta quanto me!».

La candela più povera dans Racconti e storielle Candela

Proviamo gioia quando ci sacrifichiamo per raggiungere la felicità e fare felici gli altri. L’autentica felicità si lascia scoprire nella semplicità, nella genuinità, nella giustezza, nella verità, nella creazione, nella generosità, nelle persone…

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Il Padre Nostro deve essere una melodia continua

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2007

Il Padre Nostro deve essere una melodia continua dans Medjugorje Padre-nostro

Messaggio della Madonna di Medjugorje del 16 marzo 1985 (Messaggio dato al gruppo di preghiera):
Desidero che il Padre Nostro, ogni volta che lo pregate, sia sempre un rinnovamento della consacrazione a Dio vostro Padre. Ripetetelo spesso durante la giornata, pregatelo nel silenzio del vostro cuore, vivetelo intimamente.

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Giovanni Paolo II e Medjugorje

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2007

Giovanni Paolo II e Medjugorje dans Medjugorje mp

Monsignor Sebasti Murilo Krieger, ex vescovo di Florianopolis, in Brasile, è stato a Medjugorje ben quattro volte. La prima nel 1986, la se conda nel 1987. Alla vigilia del terzo viaggio, nel 1988, va in ritiro spirituale a Roma con altri otto vescovi e trentatre sacerdoti del suo Paese. Prima di partire per la Jugoslavia, celebra una Messa privata alla presenza del Papa, che al momento dei saluti gli chiede: «A Medjugorje pregate anche per me». Monsignor Krieger avrà modo di incontrare ancora il Pontefice, per annunciargli il suo quarto pellegrinaggio al santuario slavo, il 24 febbraio 1990. Giovanni Paolo II in quella occasione si raccoglie per qualche istante e poi gli sussurra: «Medjugorje è il centro spirituale del mondo». Lo stesso giorno, durante una colazione con il Santo Padre, presenti altri vescovi brasiliani, Krieger si rivolge di nuovo a papa Wojtyla per chiedergli; «Santità, posso dire ai veggenti di Medjugorje che invia loro la sua benedizione?». E il Papa risponde: «Sì, sì», e lo abbraccia.

Fonte: medjugorje.altervista.org

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Tutta la Forza

Posté par atempodiblog le 30 août 2007

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante.
Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribattè il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Tutta la Forza dans Don Bruno Ferrero Lasciarsi-aiutare


Pregare è usare “tutte” le nostre forze.

di Bruno Ferrero – 40 storie nel deserto

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Il colore del grano

Posté par atempodiblog le 28 août 2007

Il colore del grano dans Libri Il-piccolo-principe

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”.
“Chi sei? ” domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”.
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”.
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: “Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”.
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”.
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe. “che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”.
“Gli uomini”, disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”.
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”.
“E una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”.
“Creare dei legami?”.
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dall’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”.
“E’ possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”.
“Oh! non sulla Terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa: “Su un altro pianeta?”.
“Sì”.
“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No”.
“Questo mi interessa! E delle galline?”.
“No”.
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”.
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”.
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”.
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! lo mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah” disse la volpe, “…piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”.
“E’ vero”, disse la ,volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”.
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
Poi soggiunse: “Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”.
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Tratto da “Il piccolo principe” scritto da Antoine de Saint-Exupéry

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