El Greco allo specchio due dipinti a confronto

Posté par atempodiblog le 17 mars 2026

El Greco allo specchio due dipinti a confronto
Al Palazzo Papale di Castel Gandolfo la mostra che mette in dialogo due opere di El Greco offrendo uno sguardo sul processo creativo dell’artista. L’esposizione celebra gli ottocento anni dalla morte di san Francesco. Al termine, il primo concerto della rassegna “Musica ai Musei” organizzata dai Musei Vaticani
di Paolo Ondarza – Vatican News

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Due opere a confronto, l’una si riflette nell’altra. Da una parte il volto del Redentore, dall’altra un San Francesco che riceve le stimmate. Gli ottocento anni dalla morte del Poverello d’Assisi sono celebrati dal Palazzo Papale di Castel Gandolfo con una mostra che, fino al prossimo 30 giugno, mette in dialogo due capolavori di El Greco. I dipinti di piccolo formato ed entrambi concepiti per la devozione privata, offrono un inedito spaccato sul processo creativo del celebre artista, nato nel 1541 nell’isola di Creta e morto a Toledo, in Spagna, nel 1614.

Il Redentore del Palazzo Apostolico
Realizzato intorno al 1590-1595, il Redentore proviene dalla Sala degli Ambasciatori del Palazzo Apostolico Vaticano. Di dimensioni 45 x 29 centimetri, apparteneva alla collezione dell’intellettuale spagnolo José Sánchez de Muniáin, che nel 1967 lo donò a san Paolo VI. La presenza di quattro piccoli fori, due sul bordo superiore e due su quello inferiore, induce a ipotizzare che la tavola fosse stata utilizzata in passato come una sorta di altarolo portatile.

Un capolavoro giovanile
Proviene invece da Napoli, dalla Fondazione Pagliara dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, la più minuta tempera su tavola raffigurante San Francesco: un capolavoro giovanile databile intorno al 1570, quando l’artista era documentato a Roma ed era già transitato per le botteghe veneziane di Tiziano e del Tintoretto.

El Greco 002

Una pennellata proto-impessionistica
«È un’opera che risente della formazione dell’artista come pittore di icone, cretese e bizantino. Evidente anche l’influsso della pittura veneziana rinascimentale», spiega Fabrizio Biferali, curatore della mostra “El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto” e responsabile del reparto dei Musei Vaticani per le arti dei secoli XV e XVI.

Alle spalle di Francesco, c’è la figura di frate Leone. È sconvolto dalla visione di un piccolo angelo che in forma di crocifisso, dal cielo, colpisce i palmi delle mani del santo, il quale da quel momento sarà considerato l’Alter Christus. Il paesaggio scabro e avvolgente, la pennellata corposa e proto-impressionistica, l’accentuata teatralità nella pur minutissima scena, caratterizzano quest’opera giovanile, tra le oltre centotrenta dedicate da El Greco nel corso della vita al patrono d’Italia.

Uno sketchbook su tavola
La mostra offre poi l’occasione di ammirare gli impressionanti esiti a cui hanno condotto il restauro e le indagini scientifiche dei Musei Vaticani sulla tavola del Redentore. Contrariamente a quanto si credeva, non è un’opera compiuta: si è rivelata un vero e proprio palinsesto pittorico.

«Prima di essere donato a Paolo VI – rivela Biferali – venne ridipinto da parte di un ignoto falsario, che ne occultò le stesure originali ricalcando sommariamente l’immagine del Cristo. Fu un intervento che, oltre ad aver completamente trasfigurato il volto del Redentore, nascose dettagli riemersi oggi grazie alle analisi del Gabinetto Ricerche Scientifiche e al restauro condotto presso i nostri laboratori da Alessandra Zarelli. Al di sotto della ridipintura sono state individuate due stesure di altrettante opere preparatorie di El Greco. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a uno sketchbook su tavola, con tre dipinti in uno».

Le figure sotto la superficie pittorica
«Sotto la superficie con il Redentore, nell’angolo in alto a sinistra della tavola la riflettografia ha individuato la figura di una Madonna con Bambino». Era parte di uno studio dedicato all’Apparizione della Vergine a san Lorenzo. Al di sotto del volto di Cristo invece è affiorata, appena abbozzata, la figura di San Domenico in adorazione del Crocifisso, che El Greco dipinse nel 1590 circa.

«Non ce lo aspettavamo», ammette Biferali. «Per noi il quadro era quello che conoscevamo prima del restauro. L’opera è entrata in Vaticano come una sorta di piccolo falso storico. L’intervento appena concluso ha invece fatto emergere quello che c’è di autografo e autentico: uno straordinario triplice dipinto di cui rimangono tracce molto evidenti dalle analisi scientifiche ed in parte visibili anche ad occhio nudo. È un’opera che ci dà conto del lavoro all’interno della bottega e del processo creativo di uno dei più straordinari maestri della storia, nato come pittore di icone e divenuto artista visionario, amato da impressionisti e surrealisti».

Come scriveva san Giovanni Paolo II, quando un artista «plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, svela anche la propria personalità». I due dipinti in mostra a Castel Gandolfo lo confermano.

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Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana

Posté par atempodiblog le 13 mars 2026

Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana
Oggi la giornata indetta dalla Cei, con centinaia di iniziative che vedranno protagonista la comunità cristiana. Da Bolzano a Cagliari, passando per Roma, sono previste Messe, Via Crucis e adorazioni eucaristiche. «La gente è preoccupata per la guerra, per questo la risposta dei fedeli è stata immediata»
di Roberta Pumpo – Avvenire

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiere

Dall’arcidiocesi di Cagliari a quella di Foggia-Bovino, dalle diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello all’arcidiocesi di Pisa, per ribadire che «la guerra non è e non può mai essere la risposta» e implorare dal Signore che taccia il fragore delle armi. Sono centinaia le comunità in Italia che hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace indetta per oggi dalla Conferenza episcopale italiana. Sarà anche l’occasione per pregare per padre Pierre al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas, ucciso il 9 marzo in un bombardamento mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid.

Incontri, Messe, Via Crucis, recita del Rosario, adorazioni eucaristiche: sono tante e diverse le iniziative organizzate dalle comunità per invocare la fine dei conflitti in Medio Oriente e in ogni angolo della Terra ferito da guerre, macerie e lutti. Un’invocazione costante in questi giorni, risuonata già l’11 marzo nelle parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Da Assisi, dove ha presieduto la Messa per implorare il dono della pace in Ucraina, volgendo lo sguardo al mondo intero, ha sottolineato che «non dobbiamo mai dimenticare che ogni guerra è fratricida. Qui impariamo la via della misericordia e della gioia: san Francesco continua a parlare, non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace».

Oggi invece, a Cagliari, la cappella del Seminario arcivescovile, a partire dalle 19, ospiterà la preghiera per la pace guidata dall’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. A seguire, nella Sala Benedetto XVI, padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, racconterà la sua esperienza. Missionario in Costa d’Avorio e in Niger, fu sequestrato dalla sua casa, nel villaggio di Bomoanga, nel 2018 da un gruppo jihadista, trascorrendo due anni e tre settimane di prigionia nel Sahel prima della liberazione nell’ottobre 2020. «Di fronte alle tante guerre che feriscono i popoli – ha affermato l’arcivescovo – la comunità cristiana sente il dovere di intensificare la preghiera e il digiuno, affidando al Signore il desiderio di pace che abita il cuore dell’umanità. La pace non è solo assenza di conflitto, ma nasce dalla conversione dei cuori, dal riconoscimento della dignità di ogni persona e dalla volontà di costruire relazioni di giustizia e fraternità».

L’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti presiederà alle 19 la Messa in Cattedrale. «In tutte e 54 le parrocchie dell’arcidiocesi si celebrerà una Messa per la pace – spiega il presule –. Sarà un venerdì di Quaresima particolare. Noi credenti abbiamo l’arma del digiuno e della preghiera per chiedere al Signore di far tacere le armi, di risparmiare i deboli e di donare la pace al mondo. La celebrazione eucaristica in Cattedrale vuole essere un segno di unità dell’arcidiocesi. Parteciperanno in particolare molte religiose, una rappresentanza delle diverse parrocchie, il capitolo canonico metropolitano. Siamo grati alla Cei per aver indetto questa Giornata. A Foggia, ma ovunque in Italia, si avverte il desiderio di pace in un mondo dove ormai, come diceva papa Francesco, si combatte una terza guerra mondiale a pezzi».

Nelle diocesi di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello sono stati organizzati momenti di preghiera fin dal mattino, con la recita comunitaria delle Lodi, e molte chiese resteranno aperte fino alle 22 per l’orazione davanti al Santissimo Sacramento. Nella parrocchia di Santa Lucia, a Grosseto, la Giornata va a innestarsi nella vita liturgica quotidiana. Il parroco, frate Valerio Mauro, spiega che «la mattina la Messa e le Lodi sono ordinarie. È stata aggiunta la recita del Rosario perché, solitamente, nei venerdì di Quaresima questo è sostituito dalla Via Crucis». Oggi, invece, «sia il Rosario sia la Via Crucis saranno adattati al tema della pace. Per la Giornata abbiamo promosso anche l’adorazione eucaristica dalle 20 alle 21». In questi giorni la preghiera è stata intensificata «perché è l’unica cosa che si può fare adesso; non ci sono altre strade», afferma in modo deciso. Non lontano dalla parrocchia c’è la base del 4° Stormo dell’Aeronautica Militare e «si nota che i voli non sono più sporadici».

Corale anche la risposta delle chiese della Versilia. Monsignor Roberto Canale, parroco del Duomo di San Martino a Pietrasanta, nell’arcidiocesi di Pisa, racconta che appena ha condiviso la proposta della Cei sui canali social «la risposta dei fedeli è stata immediata. C’è una grande sensibilità da parte di tutti quelli che credono nel potere della preghiera. Hanno aderito tutte le parrocchie limitrofe. La gente è preoccupata e si sente impotente».
Alle 17 si terrà la Via Crucis e dalle 20 alle 21,30 l’adorazione eucaristica. Quest’ultima scelta d’orario non è casuale perché è proprio «l’ora della cena – spiega monsignor Canale –. I fedeli sanno che questo è un invito concreto al digiuno e alla preghiera, un modo per “alzare” il cuore più che la voce».

La Caritas della diocesi di Roma promuove invece un incontro di preghiera alle 13 nella cappella Santa Giacinta della Cittadella della Carità presieduta dal vice direttore dell’organismo pastorale, don Paolo Salvini. «La cappella di Santa Giacinta è da sempre un punto di riferimento aperto al territorio», racconta il direttore della Caritas Giustino Trincia. Ogni mattina alle 8 si celebra la Messa per gli oltre cento ospiti della struttura, gli operatori e i residenti in zona. Oggi l’Eucarestia sarà dedicata particolarmente alla pace, seguendo anche le indicazioni della Cei. «Aderiamo con convinzione all’appello della Cei – aggiunge Trincia –. Alle 13, orario solitamente dedicato al pranzo, ci fermeremo per la preghiera. Ciò che non viene consumato fisicamente, viene donato idealmente e materialmente in opere di carità. Sarà un momento incentrato sulla Parola di Dio, sulla meditazione e, soprattutto, sul silenzio».

Nel segno di Chiara Lubich la preghiera promossa dall’arcidiocesi di Trento che aderisce alla Giornata indetta della Cei con una Messa che sarà presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi in Cattedrale. La liturgia era già in programma in memoria della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari, avvenuta il 14 marzo 2008. Sarà l’occasione per invocare la fine dei conflitti e implorare il dono della pace, di cui la stessa Lubich fu “seminatrice” durante la Seconda guerra mondiale e poi per tutta la sua vita.

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Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep
Il 2 luglio 2026 si terrà la sua solenne beatificazione

Francesco Saverio Tru o ng Bǚu Diệp

Dagli anni ‘80 gruppi di pellegrini, da tutto il Vietnam, si recano alla chiesa di Tac Say, nel Delta del Mekong, l’estremità meridionale del Vietnam. La loro visita è motivata dalla devozione e dalla richiesta di intercessione al sacerdote Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp, sepolto in quella chiesa, di cui la Santa Sede ha riconosciuto il martirio.

Il 25 novembre 2024, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio di padre Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp (1897-1946), sacerdote diocesano vietnamita assassinato in odio alla fede durante la prima guerra del Vietnam.

Il numero di persone che hanno ricevuto grazie e benedizioni nella vita tramite l’intercessione di padre Diep è aumentato negli anni, così un numero sempre maggiore di fedeli, ma anche di non cattolici, provenienti dal paese e dall’estero si sono recati alla chiesa di Tac Say.

In special modo l’11 e il 12 marzo (per l’anniversario della morte) i pellegrini sono decine di migliaia. Partecipano alla messa e pregano con riverenza e solennità. Ma anche nel corso dell’anno il flusso di persone che sosta sulla sua tomba è ininterrotto.

Padre Diep è considerato il sacerdote cattolico più amato in Vietnam, una nazione in cui i buddisti costituiscono oltre l’80% della popolazione. Lo testimoniano i pellegrinaggi spontanei di persone di tutti i ceti sociali e di diverse religioni, da ogni zona del paese. Tutti pregano affinché padre Diep sostenga le loro famiglie e li aiuti a superare situazioni difficili della vita.

L’immagine di Padre Diep è presente ovunque: nelle case, negli uffici, nei negozi, nei mercati, nei ristoranti, nelle auto, nelle strade urbane ma anche nelle remote aree rurali. Un gran numero di vietnamiti ha accolto Padre Diep nelle loro vite in modo così intimo che porta sempre con sé la sua immaginetta, tra gli effetti personali, nella forte convinzione che egli li aiuterà amorevolmente nelle circostanze della vita.

“Padre Diep era molto gentile, la sua voce era mite ma chiara quando predicava. Era un prete che amava molto i poveri: quando c’erano persone povere e affamate, o persone in difficoltà nel trovare un alloggio, donava loro riso dalla sua dispensa e faceva di tutto per aiutarle”, racconta all’Agenzia Fides Giacobbe Huynh Van Lap, un chierichetto che viveva con lui quando il sacerdote era parroco della chiesa di Tac Say.

Negli anni 1945-1946, la situazione sociale era molto caotica e instabile quando francesi e giapponesi combattevano per il dominio del Vietnam. Nelle aree rurali come il territorio della parrocchia di Tac Say, la situazione era ancora più tragica a causa dello stato di anarchia e dei saccheggi che si verificavano ogni giorno. Era anche il periodo in cui padre Truong Buu Diep era parroco della parrocchia di Tac Say, nel distretto di Gia Rai, parte della provincia di Bac Lieu, nel Vietnam meridionale. In quella situazione instabile, altri preti, temendo per la vita del loro confratello, gli consigliavano di nascondersi finché la situazione non si fosse stabilizzata. Anche i francesi per tre volte giunsero davanti alla chiesa per trarlo in salvo, ma padre Diep si rifiutò e rispose: “Vivo con il gregge dei miei fedeli e, se devo morire, desidero morire con loro”.

Il 12 marzo 1946 fu arrestato dai giapponesi, insieme a oltre 70 abitanti del villaggio, nella parrocchia di Tac Say. Tutti furono rinchiusi in un granaio. Come racconta Van Lap, i soldati ammassarono della paglia intorno a loro, con l’intenzione di bruciarla per ucciderli tutti, ma padre Diep disse agli uomini armati: “Sono io il Pastore di questi fedeli, sono disposto a morire per loro. Prendete me”. Il capo del gruppo armato pensava che uccidendo padre Diep la parrocchia e la comunità di Tac Say si sarebbero disintegrate. Di fronte alle parole di padre Diep, che si era offerto di morire per la sua comunità, molti cattolici si inginocchiarono e gli chiesero di ricevere per l’ultima volta il sacramento della confessione. Altri, che non erano cattolici, gli chiesero di farsi battezzare.

Quella notte, uomini armati portarono fuori Padre Diep e lo decapitarono. Coloro che erano presenti all’esecuzione raccontarono in seguito che, di fronte alla morte, padre Diep rimase in uno stato di pace e profonda serenità, senza mostrare la minima paura. Guardò i due carnefici e gentilmente disse loro: “Vi perdono per le vostre azioni”. Dopo aver decapitato padre Diep, i due carnefici si inginocchiarono, con il corpo tremante, e corsero via verso la foresta. Da quel momento in poi, nessuno li vide mai più.

Il giorno dopo, il corpo del sacerdote fu trovato in uno stagno. Le sue mani erano ancora giunte davanti al petto come se stesse pregando. I parrocchiani lo ripresero e lo seppellirono segretamente nella chiesa di Khuc Treo, nel comune di An Trach, all’interno della provincia di Bac Lieu, a 7 km dalla chiesa di Tac Say.

Nel 1969 i suoi resti furono trasferiti nella chiesa di Tac Say, dove aveva svolto il ministero di parroco per 16 anni. La sua tomba attuale è stata ristrutturata il 4 giugno 1989 e ora è un luogo in cui i pellegrini vengono a vistarlo giorno e notte.

Francis Truong Buu Diep è nato il 1° gennaio 1897 ed è stato battezzato il 2 febbraio 1897 nella parrocchia di Con Phuoc, nel comune di My Luong, nella provincia di An Giang. Nel 1909, fu mandato al seminario minore di Cu Lao Gieng, nel comune di Tan My per studiare. Dopo aver terminato il seminario minore, andò al seminario maggiore di Nam Vang, in Cambogia (a quel tempo, le parrocchie di An Giang, Chau Doc, Ha Tien erano sotto la diocesi di Phnom Penh, in Cambogia). Fu ordinato sacerdote a Nam Vang dal vescovo francese Jean-Baptiste-Maximilien Chabalier MEP nel 1924. Dal 1924 al 1927 fu vice parroco nella parrocchia di Ho Tru, una parrocchia vietnamita che viveva nella provincia di Kandal, in Cambogia. Dal 1927 al 1929, tornò a lavorare come professore al seminario minore di Cu Lao Gieng nella provincia di An Giang. Nel marzo 1930, tornò a prendersi cura della parrocchia di Tac Say, dove venne ucciso il 12 marzo 1946.

di AD-PA – Agenzia Fides

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Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
Le reliquie di un martire cinese sono state deposte nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Cappella San Paolo Chen Il dipinto nella cappella dedicata a San Paolo Chen a Notre Dame

Tra le reliquie poste nell’altare della cattedrale di Notre Dame a Parigi, dopo la ricostruzione, c’erano anche quella di un santo romeno, Vladimir Ghika, in una unione particolarissima con Bucarest. Ma c’è una storia anche meno nota, che riguarda invece il legame con Parigi di San Paolo Chen, martire cinese, le cui reliquie sono state poste lo scorso dicembre nella cappella a lui dedicata, adornata da una Vergine Maria cinese dipinta dall’artista Yin Xin.

Paul Chen Changpin era un seminarista di 23 anni quando fu martirizzato nel Guinzhou, e le sue reliquie furono solennemente deposte nella Cappella della Santa Infanzia della Cattedrale di Parigi nel 1920. Con la nuova organizzazione della cattedrale, la cappella Saint-Paul-Chen è ora situata come punto finale del viale della Pentecoste, seguendo il percorso dei grandi santi parigini, Santa Genoveffa e San Dionigi.

Ma perché le reliquie di Paul Chen sono state inviate a Parigi? Fu il vescovo Louis Simon Faurie, missionario francese che fu vicario apostolico di Kouy-Tchéou, a offrire il corpo del giovane martire alla Società della Santa Infanzia, ricordando che lo stesso Paul Chen era stato dalla Società strappato alla povertà, istruito, battezzato, preparato al sacerdozio.

Le reliquie furono deposte presso il seminario della Società delle Missioni Estere di Parigi nel 1869. Il 10 giugno 1920, il vescovo de Teil, direttore della Società della Santa Infanzia, organizzò il grande trasferimento del reliquiario del beato martire nella Cattedrale di Notre-Dame, nella Cappella della Santa Infanzia.

Il tempo passò e Paul Chen e il suo reliquiario caddero nell’oblio. Solo nel 2007 tornò alla ribalta. Il cardinale Ivan Dias, allora prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, si recò in Francia per l’incontro nazionale dei Fidei Donum tenutosi a Lisieux il 1° ottobre.

In preparazione alla messa che avrebbe presieduto il giorno seguente nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, chiese che le reliquie dell’ormai santo Paul Chen fossero esposte.

Un’ondata di panico travolse il personale della cattedrale: dov’era finito il reliquiario? Fu finalmente ritrovato nella soffitta della cattedrale, dove era stato conservato e dimenticato. Il 2 ottobre, il cardinale Dias poté così pregare nella Cappella della Santa Infanzia, che era stata nuovamente restituita al suo santo martire.

Nel 2017, il nuovo rettore della cattedrale, Patrick Chauvet, incoraggiò un progetto di dare nuova visbilità alle reliquie. Il piano iniziale era di ottenere una copia originale dal pittore Gary Chu Kar Kui, residente a Hong Kong, che aveva realizzato il dipinto nel 1999 per la cattedrale di Pechino, che però non poté essere utilizzata perché Maria era raffigurata come un’imperatrice manciù.

Fu in quel periodo che entrò in scena Yin Xin, un pittore cinese della regione dello Xinjiang, residente a Parigi, che accettò di fare un ritratto.

Per questa Nostra Signora della Cina, Yin Xin si è ispirato sia a un dipinto di una giovane madre circondata dai suoi figli, sia al chiaroscuro della “Maddalena con lampada da notte” di Georges de La Tour (1593-1652). Nel suo dipinto, il raggio di luce non emana da una candela esterna, ma dal bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia. Figlio di Dio, è la fonte stessa di ogni luce.

Per rappresentare Paul Chen, di cui non esiste alcuna immagine, il pittore ha scelto di utilizzare la sua tecnica della metamorfosi, che consiste nel trasformare e sinicizzare vecchie tele. Partendo dal ritratto di un giovane occidentale in preghiera, dipinto nel XIX secolo, Yin Xin lo ha trasformato in un seminarista cinese e ha aggiunto il nome cinese Paul Chen Changpin.

Nel progetto di restauro post-incendio della cattedrale, le cappelle laterali della navata sono disposte lungo un itinerario di pellegrinaggio.

Questo percorso inizia a nord nel Vicolo della Promessa, che presenta importanti figure bibliche dell’Antico Testamento (da Noè a Elia), e prosegue a sud nel Vicolo della Pentecoste, dedicato alla Chiesa e allo sviluppo della santità nelle membra di Cristo. I santi sono disposti in modo speculare: la saggezza di Salomone è riecheggiata nell’intelletto di San Tommaso d’Aquino, la figura del Servo di Isaia nello spirito di servizio di San Vincenzo de’ Paoli, e così via. Ogni cappella è dedicata a un santo la cui vita è legata alla diocesi di Parigi e che offre una particolare espressione dell’opera dello Spirito Santo.

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Gli interventi di Maria

Posté par atempodiblog le 11 mars 2026

Gli interventi di Maria
di San don Luigi Orione

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12 marzo, memoria liturgica di san Luigi Orione

“Opponiamo ai cannoni i ‘Rosari’ e mettiamo le mani giunte al posto di quelle che impugnano le armi che uccidono. La preghiera è sempre stata la forza dei deboli e la Chiesa ha vinto con essa le sue battaglie.

Sempre la Madonna fu invocata dai popoli e sempre accorse…

Quando sembrava che tutto fosse perduto e che il demonio, con i suoi satelliti, avesse la vittoria, c’è stato invece il trionfo di Dio, della religione, dei buoni attraverso gli speciali interventi di Maria. Anche nel campo delle battaglie morali, basti pensare a Lourdes ed a Fatima: la Madonna interviene e chiama a Dio le anime”.

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San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

San Giovanni Bosco racconta la morte di san Giuseppe e la sua sepoltura
Tratto dal libro di san Giovanni Bosco: Vita di san Giuseppe, sposo di Maria Santissima, padre putativo di Gesù Cristo
Fonte: Informazione Cattolica

Novena a San Giuseppe dans Preghiere San-Giuseppe

“Nunc dimittis servum tuum Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum” (“Adesso lascia, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo secondo la tua parola: perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te”, LC. II,29).

L’ultimo momento era giunto, Giuseppe fece uno sforzo supremo per alzarsi e adorare Colui che gli uomini consideravano quale suo figlio, ma che Giuseppe conosceva per suo Signore e Dio. Egli voleva gettarsi ai suoi piedi e domandarGli la remissione dei suoi peccati. Ma Gesù non permise che egli s’inginocchiasse, e lo ricevette nelle sue braccia.
Così poggiando il venerando capo sul Divin petto di Gesù con le labbra vicino a quel cuore adorabile spirava Giuseppe, dando agli uomini un ultimo esempio di fede e di umiltà.
Era il diciannovesimo giorno di marzo, l’anno di Roma 777, il venticinquesimo dalla nascita del Salvatore.
Gesù e Maria piansero sulla fredda spoglia di Giuseppe, e fecero presso di lui la mesta veglia dei morti.
Gesù lavò egli stesso questo corpo verginale, gli chiuse gli occhi e gli incrociò le mani sul petto; poi lo benedisse per preservarlo dalla corruzione della tomba, e pose a sua custodia gli angeli del Paradiso.
I funerali del povero operaio furono modesti come modesta era stata tutta la sua vita. Ma se parvero tali in faccia alla terra ebbero per altro così grande onore che non vantarono certamente i più gloriosi imperatori del mondo, giacché ebbero presso l’augusta salma il Re e la Regina del Cielo Gesù e Maria.
Il corpo di Giuseppe fu deposto nel sepolcro dei suoi padri, nella valle di Giosafat, tra la montagna di Sion e quella degli Oliveti.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli
Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo
Fonte: OPUS DEI

Festa della Donna

Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo.

C’è una donna, figlie mie, che amiamo tutti moltissimo, che è la Madre di Gesù, che è Madre nostra, Nostra Regina e Nostra Signora che quasi non appare nel Vangelo.

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli:

appare la Cananea con la sua ostinazione, appaiono Marta e Maria, che sanno accogliere il Signore, appare la madre di Giovanni e Giacomo, che come tutte le mamme, chiede il meglio per i suoi figli.

[...]

Ai piedi della Croce ci sono le donne.

Io vorrei dirvi che confido molto nelle donne, confido molto in voi. Ho un affetto enorme per le mie figlie.

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Andrai alla GMG Seoul 2027? Seminarista Coreano consiglia 3 Chiese da visitare in Corea del Sud

Posté par atempodiblog le 7 février 2026

Andrai alla GMG Seoul 2027? Seminarista Coreano consiglia 3 Chiese da visitare in Corea del Sud
In questi luoghi, la fede è stata vissuta con audacia e difesa con coraggio in mezzo alla persecuzione!
di Harumi Suzuki – ChurchPOP

Giornata Mondiale della Gioventù in Corea del Sud Andrew Sanguu Kang

Se hai intenzione di partecipare di persona alla Giornata Mondiale della Gioventù in Corea del Sud, il seminarista Andrew Sanguu Kang ha condiviso tre chiese che ogni pellegrino dovrebbe conoscere.

Attraverso i suoi social, il 29enne originario di Cheongju ha fatto conoscere questi luoghi che, lungi dall’essere semplici destinazioni turistiche, sono stati fondamentali per la nascita e la crescita del cattolicesimo in Corea. Custodiscono infatti il cuore della fede cattolica coreana, dove la storia, il martirio e la speranza parlano ancora oggi!

1. Cattedrale di Myeongdong: il Cuore Vivo della Fede di Seoul
Molti credono che Myeongdong sia solo una zona commerciale, ma in realtà è un luogo importante per il cattolicesimo coreano. I primi cattolici del paese si riunivano qui per ricevere lezioni di catechismo.

“Un fatto impressionante, perché chiunque poteva partecipare, nobile o schiavo: la fede apparteneva a tutti”.

Inaugurata nel 1898, la Cattedrale di Myeongdong, primo edificio in mattoni della Corea, è diventata il simbolo di una fede che stava gettando solide radici.

“Negli anni ’70 e ’80, durante la lotta per la democrazia, la Cattedrale è diventata un santuario di verità e coraggio, proteggeva i giovani che lottavano e attendevano la libertà. Questa chiesa ci ricorda che la fede è viva e che ancora oggi continua a dare coraggio e pace ai coreani”.

2. Santuario di Seosomun: dove la Fede si è rifiutata di Morire
Nel cuore di Seoul si trova uno dei luoghi di martirio più antichi e sacri del paese. Durante la dinastia Joseon, è stato teatro di esecuzioni pubbliche in cui innumerevoli cattolici sono stati uccisi solo perché credevano in Cristo.

“Laici, studiosi e persino madri hanno scelto la fede piuttosto che la paura. Il loro coraggio ha trasformato un luogo di morte nel fondamento della Chiesa cattolica coreana”.

Oggi, Seosomun è un luogo che invita a capire che la testimonianza dei martiri non appartiene solo al passato, ma che continua a parlarci ancora ad oggi!

“Nel silenzio di Seosomun, il loro coraggio parla ancora: la fede non può essere messa a tacere. La verità non muore mai”.

3. Santuario dei Martiri di Gapgot: una Fede che è arrivata via Mare
Per chi cerca un luogo più isolato, il Santuario di Gapgot sull’isola di Ganghwa è una tappa obbligata. Quest’isola era storicamente una fortezza che proteggeva la capitale, poi è diventata una porta per l’evangelizzazione.

“Quando la persecuzione ha reso impossibile viaggiare via terra, missionari e credenti sono arrivati segretamente via mare, sbarcando sulla spiaggia di Gapgot. Anche Sant’Andrea Kim, primo sacerdote coreano, è arrivato qui nel 1845 per aprire una rotta segreta per i missionari”.

Molti cattolici sono stati giustiziati in questo luogo per aver mantenuto la loro fede. Oggi, il santuario sorge dove i martiri hanno versato il loro sangue ed è ancora un punto di pellegrinaggio per coloro che desiderano approfondire la propria vita spirituale.

“Non è solo un luogo per guardare al passato, ma per pregare, rinnovare la fede e ringraziare Dio per il coraggio che la Chiesa ha avuto in Corea”.

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Dolori e gioie di San Giuseppe/ Le sette domeniche di San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2026

Per conoscere meglio il Santo Patriarca
Dolori e gioie di San Giuseppe/ Le sette domeniche di San Giuseppe
Per preparare la festa del 19 marzo, ecco le meditazioni delle sette domeniche che precedono la festa di san Giuseppe per meditare le “gioie e dolori” del Santo Patriarca e conoscerlo meglio.
Fonte: OPUS DEI

Le sette domeniche di san Giuseppe

La Chiesa, seguendo un’antica tradizione, prepara la festa di san Giuseppe, il 19 marzo, dedicando al Santo Patriarca le sette domeniche precedenti alla festa in ricordo delle sette principali gioie e dei sette dolori della vita di San Giuseppe.

In particolare, fu il Papa Gregorio XVI che promosse la devozione delle sette domeniche di san Giuseppe concedendo molte indulgenze; ma fu Pio IX che diede attualità perenne alla devozione, con il suo desiderio che si ricorresse a san Giuseppe per alleviare l’allora penosa situazione della Chiesa universale.

Questa devozione è un’ottima occasione per conoscere meglio il Santo Patriarca.

Le domeniche di san Giuseppe: Prima domenicaSeconda domenicaTerza domenicaQuarta domenicaQuinta domenicaSesta domenicaSettima domenica.
Lettera apostolica di Papa Francesco: Patris Corde
Meditazioni audio: Nella bottega di GiuseppePadre del coraggio creativoPochi mezzi, poca esperienza, molta fedeI sogni di san Giuseppe.


Freccia dans Viaggi & Vacanze Scarica l’opuscolo sui dolori e le gioie di san Giuseppe, con illustrazioni del Santuario di Torreciudad, Spagna.

Ogni domenica è dedicata alla meditazione di un dolore e di una gioia di san Giuseppe:

I Domenica
Dolore (Matteo 1, 19): Il dubbio di San Giuseppe
Gioia (Matteo 1, 20): Il messaggio dell’angelo

II Domenica
Dolore (Luca 2, 7): La povertà della nascita di Gesù
Gioia (Luca 2, 10-11): La nascita del Salvatore

III Domenica
Dolore (Luca 2, 21): La circoncisione
Gioia (Matteo 1:25): Il Santo Nome di Gesù

IV Domenica
Dolore (Luca 2, 34): La profezia di Simeone
Gioia (Luca 2, 38): Gli effetti della redenzione

V Domenica
Dolore (Matteo 2, 14): La fuga in Egitto
Gioia (Isaia 19, 1): Il rovesciamento degli idoli egiziani

VI Domenica
Dolore (Matteo 2, 22): Il ritorno dall’Egitto
Gioia (Luca 2, 39): La vita con Gesù e Maria a Nazareth

VII Domenica
Dolore (Luca 2, 45): La perdita del Bambino Gesù
Gioia (Luca 2, 46): Il ritrovamento del Bambino Gesù al Tempio

San Giuseppe nelle parole di san Josemaría
Io lo immagino giovane, forte, forse con qualche anno più della Madonna, ma nella pienezza dell’età e delle forze fisiche. Sappiamo invece che non era ricco: era un lavoratore come milioni di uomini in tutto il mondo; esercitava il mestiere faticoso e umile che Dio, prendendo la nostra carne e volendo vivere per trent’anni come uno qualunque tra di noi, aveva scelto per sé.

La Sacra Scrittura dice che Giuseppe era artigiano. Alcuni Padri aggiungono che fu falegname. Dai racconti evangelici risalta la grande personalità umana di Giuseppe: in nessuna circostanza si dimostra un debole o un pavido dinanzi alla vita; al contrario, sa affrontare i problemi, supera le situazioni difficili, accetta con responsabilità e iniziativa i compiti che gli vengono affidati. (È Gesù che passa, 40)


Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena per esprimere la propria devozione a san Giuseppe, per chiedere una determinata grazia al Signore attraverso la sua intercessione o per ringraziare per quelle già ricevute: Novena a San Giuseppe
Freccia dans Viaggi & Vacanze Scarica l’opuscolo sui dolori e le gioie di san Giuseppe, con illustrazioni del Santuario di Torreciudad, Spagna.

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Primo schema della “Filotea. Introduzione alla vita devota”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2026

Primo schema della “Filotea. Introduzione alla vita devota”

San Francesco di Sales Filotea

Il 24 gennaio 1604, predicando S. Francesco di Sales in occasione di un’Indulgenza che cadeva il giorno di S. Timoteo, parlò si efficacemente dello zelo di questo santo Vescovo per la salute del suo popolo, che parecchie persone ne furono commosse, fra le quali Luisa di Chàtel, nativa di Normandia, che il signor di Charmoisi aveva sposata a Parigi.
Educata alla Corte, dalla sua giovinezza, questa dama possedeva tutti i vantaggi che il mondo stima, e la sua educazione e le sue belle qualità nutrivano nell’anima sua lo spirito del mondo e mantenevano nel suo cuore l’amore della vanità, opposto alla grazia del cristianesimo:
commossa però dalle parole del nostro Santo venne a gettarsi ai suoi piedi, per manifestargli il desiderio che aveva concepito di convertirsi e darsi a Dio senza riserva.
Il santo Pastore la ricevette come una pecorella smarrita, che dal deserto della vanità torna all’ovile della devozione; cominciò per metterle in iscritto i suoi consigli; e queste lettere formarono in seguito il primo abbozzo dell’ammirabile libro dell’Introduzione alla vita divota (primo schema della Filotea).

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Calcio e miracolo!

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2026

Calcio e miracolo!
di Tempos de Futebol

Vetrata del Santuario di Nostra Signora di Aparecida a Tambaú SP che ricorda la guarigione di Brag
Vetrata del Santuario di Nostra Signora Aparecida a Tambaú-SP., che ricorda la guarigione di Braguinha ottenuta grazie all’intecessione del beato Padre Donizetti

José Alexandre Braga, meglio noto come Braguinha, nacque nell’aprile del 1950 a Guaranésia-MG. e dall’età di cinque anni indossava un tutore ortopedico a stivaletto a causa di una grave patologia, l’osteocondrite, ad un’anca. All’epoca, i migliori medici dissero alla sua famiglia che non esisteva nessuna cura.

Braguinha, un giorno, disse a sua madre che a Tambaú c’era un Sacerdote che lo avrebbe fatto tornare a camminare, ma sua mamma non conosceva né la città e né il Prete taumaturgo.

La mattina seguente, un camion che trasportava operai diretti a Tambaù si ruppe davanti a casa sua. I passeggeri del veicolo si fermarono per chiedere aiuto e, vedendo il ragazzo, parlarono con i suoi genitori, che furono d’accordo ad unirsi a loro e così si diressero tutti verso Tambaú.

Padre Donizetti si limitò ad impartire la benedizione a tutti, come era sua consuetudine, e, poi, si avvicinò al ragazzo Braguinha, il quale chiese a sua madre di togliergli lo stivaletto ortopedico e, dopo che gli fu tolto, Braguinha iniziò a camminare normalmente.

Ricevette un pallone da calcio con cui iniziò a giocare, fino a diventare un calciatore professionista. Attualmente Braguinha vive a Guaxupé-MG. Padre Donizetti è stato beatificato nel novembre 2019.

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Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera

Posté par atempodiblog le 16 janvier 2026

Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera
Tratto da: La profezia che non finisce. Il filo rosso dei prodigi e dei misteri che nasce da Fatima. Di Savero Gaeta e Andrea Tornielli. Ed. PIEMME

La Madonna a Pontmain

17 gennaio, giorno dell’apparizione […] Viene infatti spontaneo chiedersi quale sia la motivazione della costante presenza della Madonna nella storia dell’umanità, in particolare negli ultimi due secoli.

La risposta, ragionevole e semplice nel contempo, è il profondo desiderio che la Vergine ha di aiutarci, chiedendoci però – come segno della nostra buona volontà – la nostra adesione alle sue richieste.

In uno dei canti mariani più noti e popolari, Santa Maria del cammino, si implora:

“Vieni, o Madre, in mezzo a noi. Vieni Maria quaggiù”.

Lei continua a venire, ma pochi – persino dopo averla invitata – sono poi disposti a riconoscerne la presenza, ad ammettere che quanto vivamente richiesto è stato davvero da Lei corrisposto. […]

«Senza dubbio», spiega padre Livio Fanzaga, «la sequenza di quanto videro i bambini a Pontmain si può raccontare proprio come una sacra rappresentazione, di quelle che nel Medioevo venivano sceneggiate nelle chiese.

Dapprima l’apparizione della Vergine, la cui figura fu poi contornata da un ovale blu con quattro candele spente (due in prossimità delle ginocchia e due all’altezza delle spalle). Il suo vestito era azzurro scuro, trapunto di stelle d’oro, e le mani con le palme rivolte in avanti, in segno di accoglienza (come, nella Medaglia miracolosa).

Mentre tutti i presenti intonavano il Magnificat, le Litanie lauretane e la Salve Regina, su uno striscione bianco ai piedi di Maria si andò componendo la già citata scritta (che oggi è riportata tutt’intorno all’abside della basilica):

“Ma pregate figli miei; Dio vi esaudirà in poco tempo; mio Figlio si lascia commuovere”.

Ella sembrava muovere le labbra per pronunciare queste parole, ma la voce non si udiva. Dopo un po’ le parole sparirono e il volto della Madonna assunse un’espressione di immenso dolore.

A questo punto le comparve sul petto una croce rossa, sulla quale c’era Gesù tutto sanguinante, e sulla sommità la scritta “Gesù Cristo” anch’essa rossastra».

È da notare che, poco prima, una suora aveva iniziato a guidare la recita delle ventisei invocazioni ai martiri giapponesi, composta dai Fratelli delle Scuole cristiane e allora molto popolare in quelle zone, per contare le quali si utilizzava una coroncina rossa.

In sostanza ciò che Maria ci dice a Pontmain è che, anche nelle situazioni più drammatiche, la via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera. Preghiera personale e preghiera comunitaria.

Verso la fine dell’anno Don Michel Guérin potrà scrivere al vescovo: «Non mi è possibile contare il numero dei pellegrini che da ogni parte della Francia vengono qui a invocare Maria e a iniziare una vita sinceramente cristiana.

Non ho mai visto nella mia lunga vita qualcosa di più edificante. È una festa continua.

Tutti i giorni, dalle cinque del mattino fino al vespro, si celebrano Messe, senza interruzione, sui tre altari della nostra chiesa».

Cinque mesi dopo l’apparizione, il 29 giugno, si sarebbe registrato il primo miracolo, la guarigione del piccolo poliomelitico Emilio Gratien.

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Nostra Signora d’Arabia

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2026

Nostra Signora d’Arabia
Maria madre, protettrice e compagna di milioni di cattolici lontani dalle loro terre d’origine: il Vicariato di Arabia del nord e la Solennità di Nostra Signora d’Arabia

di AP – Agenzia Fides

Nostra Signora dell Arabia

Il sabato (o la domenica) dopo il Battesimo del Signore viene celebrato in tutta la Penisola Arabica come Solennità di Nostra Signora d’Arabia (OLA). Quest’anno la celebrazione in Bahrain è stata presieduta dal Vicario Apostolico di Arabia del nord, Aldo Berardi, O.SS.TT., sabato 10 gennaio nella Cattedrale di Awali, in partenza l’indomani per il Kuwait in attesa dell’arrivo Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, per la consacrazione della Chiesa di Nostra Signora di Ahmadi a Basilica Minore del Vicariato (vedi Agenzia Fides 1/8/2025) che comprende Bahrain, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Il vescovo Berardi, inoltre, ha confermato all’Agenzia Fides che nelle restanti chiese del Vicariato la Solennità di OLA verrà celebrata sabato 17 gennaio.

Di seguito la storia, tratta da uno scritto della Confraternita di Sant’Areta e Compagni del Vicariato di Arabia del nord, cui promotore episcopale e guida è il Vicario Apostolico, delle origini di questa devozione e di come si è sviluppata ed evoluta nel Golfo.

La venerazione della Beata Vergine Maria con titoli locali o nazionali è un tratto distintivo della spiritualità cattolica, che riflette l’intimo legame tra Maria e i diversi popoli del mondo. Fin dai primi secoli, i cristiani hanno invocato la Madre di Dio in modi che parlano della loro storia, cultura ed esperienza vissuta. Pertanto, ogni paese – e spesso ogni città o regione – custodisce un titolo mariano che esprime il modo in cui i fedeli percepiscono la presenza materna di Maria in mezzo a loro.

Papa Francesco, ad esempio, nutriva una profonda devozione per Nostra Signora di Luján, patrona della sua patria.
I cattolici giapponesi guardano alla Vergine di Tsuwano, che simboleggia la sopravvivenza del cristianesimo in Giappone durante un periodo in cui veniva soppresso.
La Spagna vanta una straordinaria abbondanza di titoli mariani, da Nostra Signora di Montserrat a Nostra Signora del Pilar, ognuno nato da secoli di preghiera, miracoli e devozione popolare.

In questo vasto e variopinto arazzo di affetto mariano, il titolo di Nostra Signora d’Arabia spicca per la sua risonanza spirituale unica. A differenza di molte invocazioni mariane radicate in culture a maggioranza cristiana o in tradizioni secolari, questo titolo è emerso in una regione in cui il cristianesimo vive in silenzio, umilmente e spesso senza segni esteriori.

Eppure, proprio nel cuore della Penisola Arabica, Maria è stata accolta come madre, protettrice e compagna da milioni di cattolici lontani dalle loro terre d’origine. Il suo titolo esprime non solo l’identità geografica, ma anche la profonda fiducia di una Chiesa che vive in diaspora, trovando in Lei una tenera custode che veglia sui suoi figli mentre navigano nella vita e nella fede nel Golfo.

Le radici della devozione a Nostra Signora d’Arabia risalgono alla metà del XX secolo, quando i Padri Carmelitani Scalzi, provenienti dall’Iraq, giunsero in Kuwait alla fine degli anni ’40 per assistere la crescente comunità cattolica. Tra le loro priorità pastorali c’era il nutrimento spirituale di un gregge eterogeneo: lavoratori, famiglie e migranti che desideravano ardentemente un senso di casa e la protezione divina in una terra lontana dalla propria. Fu in questo contesto che i Carmelitani introdussero un’immagine mariana, in seguito nota come Nostra Signora d’Arabia, per fungere da presenza materna unificante per i cattolici sparsi nel Golfo.

L’immagine attuale deriva da una statua del 1919 della Madonna del Monte Carmelo proveniente dalla Basilica del Monastero Stella Maris di Haifa, in Israele. Una litografia di questa immagine, portata ad Ahmadi, in Kuwait, il 1° maggio 1948, fu venerata pubblicamente a partire dalla festa dell’Immacolata Concezione di quello stesso anno, grazie all’impegno di padre Teofano Ubaldo Stella, O.C.D., primo Prefetto Apostolico e poi Vicario Apostolico del Kuwait, incaricato da Papa Pio XII.

Nel 1949, con la crescente devozione, la Legione di Maria iniziò a utilizzare la propria immagine della Madonna dei Miracoli, spingendo il vescovo Stella a commissionare una nuova statua in Italia. Scolpita in cedro del Libano, la statua della Madonna con Bambino fu portata a Papa Pio XII per la benedizione. Il 17 dicembre 1949, alla vigilia dell’Anno Santo del Giubileo, Papa Pio XII benedisse personalmente la statua appena realizzata nei Palazzi Vaticani e fu fotografato mentre pregava davanti ad essa: un gesto straordinario che segnò profondamente l’inizio della devozione. La statua fu trasportata in aereo in Kuwait e accolta con gioia il 6 gennaio 1950 al Santuario Ahmadi, dove divenne presto il punto focale della preghiera quotidiana.

Papa Pio XII dimostrò ulteriormente il suo affetto per questo titolo mariano quando, nel 1956, donò al Santuario Ahmadi un grande cero decorato, scelto tra quelli offertigli durante la celebrazione della Candelora di quell’anno. L’anno successivo, rispondendo alla richiesta del nuovo Vicario Apostolico del Kuwait, Victor León Esteban San Miguel y Erce, il Santo Padre emanò il decreto Regnum Mariae, datato 25 gennaio 1957, dichiarando formalmente Nostra Signora d’Arabia Patrona Principale del territorio e del Vicariato Apostolico del Kuwait.

Il primo grande trionfo di questa devozione si ebbe nel 1960, in occasione del decimo anniversario dell’arrivo della statua in Kuwait. In segno di gratitudine per gli innumerevoli favori che si riteneva fossero stati ricevuti per intercessione di Maria, il Vicario Apostolico del Kuwait invitò i fedeli a contribuire per tutto il 1959 alla creazione di una preziosa corona d’oro. Realizzate con cura nei minimi dettagli, del peso di oltre due libbre di oro puro e ornate di diamanti, rubini e perle del Golfo – tra cui una offerta personalmente dal Vicario Apostolico – le corone furono mandate a Roma e presentate a Papa San Giovanni XXIII il 17 marzo 1960. Tramite il Segretario di Stato, il Cardinale Domenico Tardini, il Papa delegò il Cardinale Valerian Gracias, Arcivescovo di Bombay, a incoronare la statua in suo nome. Dopo una solenne Messa pontificale il cardinale pose le corone d’oro sul capo di Gesù Bambino e della Madonna, suggellando uno dei capitoli più belli della storia iniziale di questa devozione.

Nei tempi moderni, il defunto vescovo Camillo Ballin, MCCJ, appassionato devoto mariano e pastore visionario, ha guidato una rinnovata identità mariana per la Chiesa nel Golfo. Sotto la sua guida, la statua di Nostra Signora d’Arabia è stata solennemente e canonicamente incoronata ad Ahmadi nel 2011, in una cerimonia presieduta dal cardinale Antonio Cañizares Llovera per conto di Papa Benedetto XVI. Il 5 gennaio 2011, Papa Benedetto XVI ha approvato il patrocinio di Nostra Signora d’Arabia come Patrona Principale del Golfo Arabico, sia del Vicariato Apostolico del Kuwait che del Vicariato Apostolico d’Arabia, successivamente riorganizzati nel Vicariato Apostolico dell’Arabia Settentrionale e nel Vicariato Apostolico dell’Arabia Meridionale.

Il Vescovo Ballin ha inoltre chiesto alla Santa Sede di fissare la Solennità di Nostra Signora d’Arabia al sabato successivo al Battesimo del Signore, con il permesso pastorale di celebrarla la domenica. Come espressione culminante della sua devozione, ha avviato e guidato la costruzione della Cattedrale di Nostra Signora d’Arabia in Bahrain, poi consacrata nel 2021 dal cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-prefetto del Dicastero per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari (vedi Agenzia Fides 9/12/2021).

Su queste basi, il vescovo Berardi, successore di Ballin, ha ulteriormente affermato il significato duraturo di questa presenza mariana. Nel 2025, ha supervisionato l’elevazione del Santuario Ahmadi, sede della venerata statua originale, alla dignità di Basilica Minore. Il Vescovo Aldo osserva che la presenza ininterrotta di una statua mariana per oltre 75 anni nel cuore della Penisola Arabica è straordinaria, dato il contesto culturale e religioso della regione, dove le immagini sacre sono generalmente limitate. La sua sopravvivenza e la sua continua venerazione testimoniano non solo la protezione discreta ma potente di Maria, ma anche la fede incrollabile di una Chiesa che vive la sua testimonianza con silenzio, umiltà e profonda devozione.

Oggi, la devozione a Nostra Signora d’Arabia continua ad approfondirsi. La sua immagine è un simbolo di unità per la straordinariamente eterogenea comunità cattolica del Golfo, un faro di speranza per migranti e lavoratori e un promemoria che la Madre di Dio accompagna i suoi figli anche in terre dove l’espressione cristiana deve essere vissuta con discrezione e umiltà.

Questa fiorente devozione – plasmata dai missionari, rafforzata dalla visione pastorale e santificata dalle preghiere di milioni di persone – rimane una radiosa testimonianza del vivo cuore mariano della Chiesa nella Penisola Arabica.

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A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2026

A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione
di Padre Angelo Maria Tentori – Sorriso tra gli abeti. La Vergine dei Poveri di Banneux

La Vergine dei Poveri di Banneux

15 gennaio 1933. […] Commento alla prima apparizione. […] È passato un po’ di tempo, ma questo messaggio non ha perso nulla della sua attualità, anche perché la Madonna precorre i tempi. Lei è profezia, e spesso anticipa le situazioni che avverranno parecchi anni dopo, non per soddisfare le nostre inutili curiosità, ma per premunirci.

Quella sera, a casa Beco, solo Mariette è sveglia. È in attesa, preoccupata per il fratellino che non è ancora rientrato. Gli altri fratelli e sorelle sono già a letto. Il papà si addormentato, cullando una delle più piccole. La mamma si è assopita anche lei, nel tentativo di addormentare l’ultima arrivata, di tre mesi; e Mariette è accanto al pagliericcio del fratellino ammalato. Continua a guardare dalla finestra. Probabilmente, anche questo quadro d’insieme ha il suo significato. C’è in questa famiglia non solo una povertà materiale, ma anche quella spirituale: una povertà completa. La famiglia si è come dimenticata del Signore e naturalmente hanno l’impressione che il Signore si sia dimenticato di loro. E quindi si rinchiudono in se stessi nello sforzo di andare avanti come possono, appoggiandosi sulle loro poche forze e risorse.

Solo Mariette, esce da questo isolamento, se non altro con un gesto esteriore: l’attesa del fratellino e il guardare fuori dalla finestra. Ma il Signore e la Madonna non si erano dimenticati di questa famiglia.

E poi, nonostante l’apatia e l’indifferenza religiosa, qualche Ave Maria veniva recitata casualmente dalla piccola Mariette, e quel quadretto della Vergine sopra il suo pagliericcio dimostrava che qualche speranza nel suo aiuto persisteva. Allora vuol dire che, almeno nel loro subcosciente un’attesa c’era. Un’attesa di Lei, quell’attesa che spesso sopravvive anche in chi ha abbandonato la fede. Perché la speranza nella Vergine Santa è sempre l’ultima a morire.

E la Madonna, a Banneux, dimostra che Lei non delude i suoi figli che, in qualche modo, attendono qualcosa dalla loro Madre del Cielo. A differenza di tante altre apparizioni, questa volta la Madonna non incontra la veggente lontano da casa sua. È Lei che si presenta alla porta di casa. Entra nel giardino e attende. Ci manca poco che bussi alla porta. Ciò esprime una vicinanza e una presenza familiare che mai aveva manifestato prima. Va a domicilio, come per una visita, rinnovando il mistero della Visitazione. Come allora, è Lei che si mette in cammino per andare a trovare qualcuno.

La Madonna va a portare la sua presenza e il suo messaggio nel luogo più naturale, che è la casa, l’ambiente familiare. Si mette come alla pari con la piccola; quasi come una sorella maggiore, dato che l’età che dimostra potrebbe essere sui 18-19 anni, secondo la valutazione di Mariette. Quando la bambina la scorge attraverso la finestra, Lei è già lì; non l’ha vista venire. Mentre cullava il piccolo René, Lei era venuta e aspettava che la piccola ancora una volta sollevasse il drappo che faceva da cortina alla finestra e si affacciasse. […]

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