Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2025

Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

Il potere del maligno è stato sconfitto
La festa della regalità universale di Gesù Cristo riveste un valore straordinario, se la cogliamo nel suo genuino significato. Essa vuole affermare una verità evangelica fondamentale e cioè che il mondo, caduto fin dal principio sotto il potere del maligno a causa del peccato, è stato redento. Il giogo con cui satana teneva assoggettati gli uomini è stato spezzato e ora è Gesù Cristo il Re dei re e il Signore dei signori, come lo chiama l’Apocalisse.

San Paolo sintetizza con una frase molto efficace l’opera della redenzione, quando afferma che per mezzo del suo Figlio diletto il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre”. Anche Gesù fa spesso allusione al potere tenebroso del maligno, che incombe in modo particolare nel momento della passione. Egli ne conosce molto bene la forza e si guarda bene dal sottovalutarla. Non esita infatti a chiamare satana “il principe di questo mondo”, mentre l’apostolo Giovanni afferma che “tutto il mondo è posto sotto il potere del maligno”.

Ebbene, Gesù è quel “forte” sul quale il principe di questo mondo non ha nessun potere. Egli lo caccerà fuori dal regno che gli appartiene per diritto di creazione e di redenzione. Con la venuta di Cristo e il compimento della salvezza “il principe d questo mondo è stato giudicato”.

Cristo è Re, ma si è conquistato il Regno sconfiggendo satana. Ed è proprio sotto la croce che il duello immane ha vissuto il suo momento culminante. […]

Siamo stati liberati dalla croce
Gli uomini hanno costruito i regni con la forza delle armi e del denaro. Perfino le religioni a volte si sono imposte con questi metodi. Gesù al contrario ha riconquistato il mondo al Padre mediante la sofferenza e l’amore. Gesù in croce infligge il colpo mortale al potere del maligno perché oppone la sua obbedienza alla disobbedienza, la sua umiliazione alla ribellione, la sua mitezza alla violenza, il suo perdono all’odio distruttore.

È respingendo il male col bene che Gesù ha vinto l’immane duello e ha ottenuto la più grande delle vittorie. Quando satana, infliggendo a Gesù il supplizio della croce, credeva di averlo vinto per sempre; quando pensava di aver compiuto il suo grande capolavoro facendo l’uomo complice del più nefando e orrendo dei delitti, ecco che invece viene vinto dalla potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto. […]

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L’essenziale è altrove

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2025

l amleto di shakespeare

“Il fatto stesso, ora più che noto, che condividiamo il 99% del nostro patrimonio genetico con lo scimpanzé dovrebbe convincerci fino in fondo che l’essenziale è altrove: se geneticamente, soltanto un uno per cento distingue uno scimpanzé da Shakespeare, questa è proprio la prova che non sono i geni di Shakespeare ad aver scritto l’Amleto”.

Fonte: La vita in vendita, di Jacques Testart e di Christian Godin – Lindau
Tratto da: Darwin ha preso un granchio! di Francesco Agnoli – Fede & Cultura

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Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2025

Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro. E la fede in Lui, nostra pace, ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace.

Papa Leone XIV

Papa Leone XIV

Padre Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine, beatificato insieme ad altri diciotto religiosi e religiose martiri in Algeria, dopo aver vissuto l’esperienza dell’incontro faccia a faccia con dei terroristi, ha avuto da Cristo, nella comunione con Lui e con tutti i figli di Dio, il dono di scrivere parole che ci parlano ancora oggi, perché vengono da Dio.

Domandandosi quale preghiera avrebbe potuto rivolgere al Signore dopo una prova così difficile, parlando di chi aveva invaso con la violenza il monastero, scrisse:

«Ho il diritto di domandare “disarmalo”, se non comincio a domandare “disarmami” e “disarmaci”, come comunità? È la mia preghiera quotidiana».

Proprio nella stessa terra del Nordafrica, circa 1.600 anni prima, Agostino rimarcava: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi».

Tratto dall’introduzione de “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole”, di Papa Leone XIV – Libreria Editrice Vaticana

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Maria, Madre di ogni uomo

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2025

Maria, Madre di ogni uomo
Maria ha un cuore grande quanto l’amore sconfinato di cui l’Onnipotente l’ha ricolmata e può raccogliere in esso tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi
Tratto da: Maria, dolce Madre – Padre Livio Fanzaga
Fonte: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Maria Madre di ogni uomo

Come farà Dio a pensare proprio a me, dal momento che ci sono così tanti uomini sulla terra? E’ una domanda che molti si pongono e poi concludono chiudendosi in uno sconsolato scetticismo. Da una parte sentono Dio lontano, nascosto oltre le immensità celesti e disinteressato per ciò che accade sotto il sole. Dall’altra non riescono a immaginare che qualcuno possa occuparsi personalmente di loro in un mondo dove l’indifferenza regna sovrana. Tuttavia, è impossibile che Dio non conosca e non si interessi per ognuna delle sue creature, in particolare dell’uomo creato a sua immagine.

Infatti, se noi esistiamo ciò è dovuto al fatto che, istante dopo istante, l’Onnipotente ci fa vivere, traendoci dall’abisso del nulla alla luce dell’essere. Se Dio non ci pensasse e non ci volesse anche per un solo momento, noi cesseremmo immediatamente di esistere. Egli ci tiene costantemente nel palmo della sua mano, dalla quale nessuno può divincolarsi. O siamo nella mano della sua misericordia o in quella della sua giustizia, osservava S. Caterina da Siena.

Anche la Madonna, pur essendo una creatura, ci conosce tutti, uno per uno, e si prende cura come se ognuno di noi fosse il suo figlio unico.

Tutti sono presenti nella loro irrepetibile identità al suo cuore materno e non può assolutamente accadere che Lei si dimentichi di un solo uomo che il Figlio le ha affidato. Infatti, nel momento del suo concepimento, ogni essere umano è dato in consegna a Maria, secondo il desiderio di Gesù sulla croce: “Donna, ecco il tuo figlio!” (Gv 19,26).

Maria ha un cuore grande quanto l’amore sconfinato di cui l’Onnipotente l’ha ricolmata e può raccogliere in esso tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Se le madri umane, per quanti figli possano generare, li conoscono tutti uno ad uno senza confonderli, tanto più Maria, che genera ognuno dei suoi figli alla luce della grazia, li conosce nei loro tratti inconfondibili e si occupa di loro, senza perderli mai di vista.

La Madre non solo ha presente ogni uomo con i suoi bisogni, le sue debolezze e le sue risorse, ma di ognuno conosce il progetto di Dio e l’aiuta ad attuarlo. Come ha fatto con il suo Figlio Gesù, Lei ci accompagna dall’inizio al termine della nostra avventura sulla terra. Può certo accadere che una madre terrena si dimentichi dei suoi figli o li abbandoni, ma questo non avverrà mai con la Madonna. Fino all’ultimo istante Lei vigila sulla vita di ciascuno, perché possa essere con Lei in Paradiso.

Nella luce di Dio la Madonna vede il progetto divino su ogni essere umano. Lei ci prende per mano e con infinita pazienza ci guida per realizzarlo. Se cadiamo, ci rialza; se ci perdiamo viene a cercarci; se siamo stanchi ci prende fra le braccia. Il suo amore materno non lascia nulla di intentato per strappare dalle spire del serpente infernale quei suoi figli che si sono fatti sedurre e imporre le catene della schiavitù.

La consapevolezza che abbiamo una madre celeste che ci conosce, che si preoccupa per noi e che interviene ad aiutarci con l’onnipotenza del suo amore, è una sorgente di forza e di consolazione che imprime uno slancio straordinario alla vita. La scoperta della presenza della Madonna nella nostra esistenza personale non è infatti una suggestione o un’illusione come i non credenti possono pensare. Si tratta infatti di un’esperienza reale, che produce frutti straordinari, come dimostrano tutti coloro che si affidano alla Madonna. Come non vedere l’effetto di questa maternità nella vita eccezionale di Giovanni Paolo II?

Scoprire la presenza di Maria nella propria vita come madre amorosa che ci stringe al cuore con un amore unico e fedele è una delle grazie più grandi della vita. Abbiamo infatti trovato il mezzo più facile per incontrare Gesù e divenire suoi amici. E’ una grazia che la Madonna ci concede volentieri se abbiamo l’umiltà di chiederla.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena alla Madonna della Medaglia Miracolosa (da recitarsi dal 18 al 26 novembre)

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena a Nostra Signora di Kibeho (da recitarsi dal 19 al 27 novembre)

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena a Nostra Signora di Beauraing (da recitarsi dal 20 al 28 novembre)

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Una delle forme più insidiose di persecuzione

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2025

Santo Padre Leone XIV

Oggi, durante l’Angelus, Leone XIV ha affermato: “La persecuzione dei cristiani [...] non accade solo con le armi e i maltrattamenti, ma anche con le parole, cioè attraverso la menzogna e la manipolazione ideologica”.

ACSitalia gioisce per queste parole del Papa, che richiamano in modo chiaro una delle forme più insidiose di persecuzione, attiva in particolare nelle nostre società occidentali, in cui le ideologie agiscono costantemente per erodere le fondamenta della fede cattolica.

Fonte: Aiuto alla Chiesa che Soffre

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Tutti siamo chiamati alla santità attraverso la preghiera

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2025

“L’unica cosa che dobbiamo chiedere a Dio nella preghiera è la voglia di essere santi”.

San Carlo Acutis

Tutti siamo chiamati alla santità attraverso la preghiera dans Citazioni, frasi e pensieri Festa-dei-Santi-e-commemorazione-dei-fedeli-defunti

Chi conosce la vita dei santi sa benissimo che essi hanno conosciuto la gioia di pregare. Si tratta di quella gioia che è in Dio e che egli ci dona nella preghiera. La Madonna vuole che questa sia l’esperienza di tutto il popolo di Dio, perché tutti siamo chiamati alla santità attraverso la preghiera.

di Padre  Livio Fanzaga – Perché credo a Medjugorje, ed. SugarCo

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Rubare il cuore a Gesù

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2025

Rubare il cuore a Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Sacro-Cuore-di-Gesu

San Francesco di Sales si lasciava illuminare soprattutto dalla richiesta di Gesù: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

In questo modo, diceva, nelle cose più semplici e ordinarie rubiamo il cuore al Signore: «Sarà contento di noi solo se avremo cura di servirlo bene nelle cose importanti e di rilievo come nelle piccole e insignificanti; sia con le une che con le altre, possiamo rapirgli il cuore […].

I piccoli gesti quotidiani di carità, un mal di testa, un mal di denti, un lieve malessere, una stranezza del marito o della moglie, un vaso rotto, un dispetto, una smorfia, la perdita di un guanto, di un anello, di un fazzoletto; quel piccolo sforzo per andare a letto presto la sera e alzarsi al mattino di buon’ora per pregare, per fare la comunione; quella piccola vergogna che si prova a fare in pubblico un atto di devozione; a farla breve, tutte le piccole contrarietà accettate e abbracciate con amore fanno infinitamente piacere alla Bontà divina».

Ma, in definitiva, la chiave della nostra risposta all’amore del Cuore di Cristo è l’amore per il prossimo: «un amore stabile, costante, immutabile, che, non soffermandosi sulle inezie, né sulle qualità o sulle condizioni delle persone, non è soggetto a cambiamenti o ad antipatie. [...]

Nostro Signore ci ama senza interruzione, sopporta i nostri difetti come le nostre imperfezioni; dobbiamo quindi fare lo stesso nei confronti dei nostri fratelli, senza mai stancarci di sopportarli».

Papa Francesco

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L’educazione è misericordia

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2025

“Anche in La Bella e la Bestia c’è una grande lezione: una cosa deve essere amata prima di essere amabile”. 

Gilbert Keith Chesterton

L'educazione è misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri Franco-Nembrini

“C’è un aspetto per cui l’educazione è misericordia, è un perdono. È quel che ha fatto Dio con noi.

Se Dio avesse aperto le nuvole e, dando giù un’occhiata, ci avesse detto: «Che schifo! Se cambiate un po’ vengo giù, altrimenti no. Provate almeno ad essere un po’ più onesti e a dire un po’ di più la verità». Se avesse fatto così, saremmo rimasti bloccati. In questo sta l’amore, che Dio ci ha amati per primo mentre eravamo ancora peccatori. Non si può dire a un figlio «ti voglio bene» se non partendo così. [...]

Io non so come fanno, ma hanno dei sensori, prima ancora che parli loro sentono di che vibrazione vivono il papà e la mamma. Sentono l’aria che gira in casa. La sentono, la respirano. E l’impronta che avrà la loro personalità è determinata da quello, dall’aria che respirano, prima nella culla, poi ciucciando il latte della mamma, poi la famiglia, poi la casa, poi gli amici, poi i parenti, poi la scuola materna, poi la scuola, poi il mondo.

Ma tutta la questione mi sembra essere questa: cosa guardano, cosa vedono, cioè che testimonianza di bene diamo noi a loro, che dopo faranno il loro mestiere, guardando e giudicando.

Se non c’è chiarezza su questa premessa, tutto quello che si può dire sull’educazione è inutile, sono strategie, costrizioni, obblighi, invece l’educazione è una misericordia. L’educazione non è mai: «Tu non mi vai bene»”.

di Franco Nembrini

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Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2025

Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti
Diffusa oggi, 28 ottobre, la Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione conciliare “Gravissimum educationis”, documento che Leone XIV rilancia e integra con le sfide attuali. Ribadita la necessità della formazione integrale della persona, che non può essere ridotta a un algoritmo, della famiglia come primo luogo educativo, e incoraggiato il lavoro di rete: “Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili”
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti dans Fede, morale e teologia Disegnare-nuove-mappe-di-speranza

Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

I carismi educativi non sono formule rigide
Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino – il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale
Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa – a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo
Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti
Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita
L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo
L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera, è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo. Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale
L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma – il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze; e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla
Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.

E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili
Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera “Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito
La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore. Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”. Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”. Se così non fosse, si perderebbero i poveri, ma:

Perdere i poveri equivale a perdere la scuola stessa.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Leone XIV: la speranza, un mistero che riesce a tenere insieme gli opposti

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2025

Leone XIV: la speranza, un mistero che riesce a tenere insieme gli opposti
All’udienza giubilare in Piazza San Pietro, Leone XIV spiega che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale: credeva nell’umanità. Capiva che “Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità”
di Tiziana Campisi – Vatican News

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Sperare è non sapere. Noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo.

Ci insegna anche questo l’Anno Santo, spiega Leone XIV ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro per l’udienza giubilare. “Come i discepoli di Gesù, ora dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo”, a guardare ogni cosa “alla luce della risurrezione del Crocifisso” e avere la consapevolezza che così “siamo salvati”, in tale “speranza”. Tuttavia, nonostante il Risorto abbia “iniziato a educare i nostri sguardi, e continua a farlo anche oggi”, non siamo abituati a vedere le cose con speranza. Ma è invece con gli occhi della fede che bisogna proiettarsi al domani, incoraggia il Papa dal sagrato della basilica vaticana, dopo aver salutato i fedeli nel consueto giro con la sua jeep bianca.

L’amore ha vinto, sebbene abbiamo davanti agli occhi tanti contrasti e vediamo lo scontro fra molti opposti.

Ci sono opposti da tenere insieme
Chi ha vissuto in una realtà pure “travagliata”, è stato nel XV secolo il cardinale tedesco Nicola Cusano, “un grande pensatore e servitore dell’unità”. Da lui si può apprendere “che sperare è anche ‘non sapere’”, indica il Pontefice, che traccia un profilo del porporato. Pur non vedendo “l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra Oriente e Occidente”, e “la pace nel mondo e fra le religioni”, durante i suoi viaggi, “come diplomatico del Papa”, “pregava e pensava”, “per questo i suoi scritti sono pieni di luce”.

Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità. Nicola sapeva di non sapere e così comprendeva sempre meglio la realtà.

La “dotta ignoranza” e la speranza
Nicola Cusano, allora insegna a “fare spazio, tenere insieme gli opposti, sperare ciò che ancora non si vede”, evidenzia Leone, spiegando che il cardinale tedesco “parlava di una ‘dotta ignoranza’, segno di intelligenza” e ricordando che in alcuni scritti del porporato il protagonista “è un personaggio curioso:

l’idiota”, “una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze”. Così accade pure oggi nella Chiesa, fa notare il Pontefice.

Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. Siamo in un tempo benedetto: quante domande! La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande.

Imparare da Gesù
Di fronte a questa consapevolezza, l’invito del Papa e a diventare “un popolo in cui gli opposti si compongono in unità”, ad addentrarsi “come esploratori nel mondo nuovo del Risorto”, che ci precede. È da Lui che la Chiesa e “tutta l’umanità imparano”, conclude Leone, “avanzando un passo dopo l’altro” in un “cammino di speranza”.

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Una stazione dedicata alla Vergine Maria… in Iran

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2025

Una stazione dedicata alla Vergine Maria… in Iran
A Teheran, una nuova stazione della metro è intitolata alla Santa Vergine Maria. Caso unico, nel mondo islamico, dove comunque Maria è considerata moltissimo
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

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Nel sesto distretto di Tehran, capitale dell’Iran, sorge la cattedrale di San Sarkis. Lì, ora, arriva una metropolitana e la stazione della metro in prossimità della cattedrale è stata dedicata alla Santa Vergine Maria, Maryam-e Moghaddas. Una decisione decisamente inusuale nel mondo islamico, accolta dalle comunità cristiane armene e assire come un riconoscimento ufficiale del patrimonio storico iraniano.

Così, anche l’Iran si aggiunge alle nazioni con stazioni metro “mariane”: a Roma c’è Santa Maria del Soccorso, a Parigi c’è Notre-Dame-des-Champs, a Madrid c’è Parque de Santa María.

La stazione della metro si trova vicino alla cattedrale armena di San Sarkis. I cristiani armeni sono il gruppo più numeroso di cristiani in Iran, che si contano in 200 mila persone. E vivono una situazione paradossale. Da una parte, a Qom, nell’Università delle Confessioni Religiose, si è persino promossa la traduzione del catechismo in farsi, in modo da poter studiare e comprendere la fede cattolica. Dall’altra, i cristiani, specialmente se convertiti dall’Islam, vivono una repressione sempre più intensificatasi, in particolare a partire dal 2024.

La Costituzione iraniana riconosce i cristiani come “Popolo del Libro” e garantisce libertà di culto entro i limiti stabiliti dalla legge; tre seggi in Parlamento sono riservati a loro, agli armeni e agli assiro-caldei. Ma nella pratica molte restrizioni restano in vigore: nella scuola, nella lingua, nei diritti civili e nell’accesso a certe carriere.

Parlando con il sito UCCR Online, Marziyeh Amirizadeh, cristiana iraniana salvata dalla condanna a morte nella prigione di Evin grazie all’intervento segreto di Benedetto XVI, ha messo in luce come la popolazione iraniana si stia sempre più convertendo dall’Islam al cristianesimo, e che però queste persone sono arrestate e sottoposte a imputazioni come la “propaganda contro la sicurezza nazionale”.

La costruzione della nuova stazione della metro è iniziata nel 2015 e ha avuto diversi problemi tecnici. È arrivata 34 metri sotto il livello del mare, coprendo circa 11 mila metri di area costruita. Sono stati rimossi oltre 100 mila metri cubi di suolo per il progetto.

Il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo latino di Tehran-Isfahan, ha commentato l’apertura della stazione della metropolitana dedicata a Maria, in un commento inviato ad Asia News.

Il Progetto, ha detto il cardinale Mathieu, era stato inizialmente dedicato a Jejatollahi, lo studente iraniano martirizzato durante i sit-in iraniani del 1979, ma poi si è deciso di rinominare la stazione all’inizio del 2025.

“Coloro che si oppongono la vedranno come un’offesa simpatica, mentre coloro che supportano la scelta la vedranno come gratitudine verso la più grande minoranza etnoreligiosa della nazione”, ed esprimono “la loro gratitudine offrendo una statua di 2 metri e mezzo che dipinge la Vergine Maria che tiene il Bambino Gesù nelle braccia”.

Conclude il Cardinale: “Se c’è un augurio da esprimere, è che i pendolari, in uno spirito di contemplazione, possano vedere, sotto le palpebre chiuse di Gesù Cristo e della Beata Vergine Maria, nei bassorilievi della stazione e nella statua che sarà svelata all’inaugurazione, uno sguardo pieno d’amore, attraverso il quale Dio viene incontro alla sua creazione: uomini e donne di tutto il mondo, fratelli e sorelle di una casa comune, suoi testimoni per volontà divina”.

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Come si trasmette la serenità di un martire? La sfida di dipingere San Peter To Rot

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2025

Come si trasmette la serenità di un martire? La sfida di dipingere San Peter To Rot
“Se il ritratto riesce a trasmettere parte della luce interiore di Pietro To Rot e a rafforzare la fede degli altri, allora l’opera avrà assolto alla sua vera funzione”, ha detto il pittore spagnolo. “Spero che i fedeli vedano nel suo sguardo non solo un martire, ma un uomo pieno di pace, amore per la famiglia e fedeltà al Vangelo”.

di Ludovica Pelizzari – EWTN

Come si trasmette la serenità di un martire? La sfida di dipingere San Peter To Rot dans Articoli di Giornali e News San-Pietro-To-Rot

L’artista Raúl Berzosa, nato a Malaga, in Spagna, ha realizzato ritratti di papi per il Vaticano, e le sue opere hanno decorato le copertine di libretti durante cerimonie vaticane e persino le Stazioni della Via Crucis al Colosseo. Tuttavia, come lui stesso ha confessato su X, nessuna sua opera era mai stata esposta sulla facciata di San Pietro.

Questo onore è arrivato questa settimana con il ritratto di San Pietro To Rot, dipinto da Berzosa per la cerimonia di canonizzazione del santo il 19 ottobre. Il Vaticano ha incaricato l’artista cattolico di realizzare il ritratto ufficiale, esposto dal 17 ottobre sulla facciata di San Pietro. Berzosa considera quest’opera un frutto di grazia e il culmine di una vita dedicata a riflettere la luce della fede nell’arte.

Pietro To Rot, nato in Papua Nuova Guinea, servì come catechista e morì martire della fede nel 1945. È stato canonizzato il 19 ottobre insieme ad altri sei santi.

Nel 1995, durante il suo viaggio in Papua Nuova Guinea, San Giovanni Paolo II descrisse la vita di To Rot come “un faro luminoso, un segnale che guida a tenere alti i nobili ideali che lo hanno ispirato: fede in Dio, amore per la famiglia, servizio al prossimo e coraggio incrollabile di fronte alle prove e al sacrificio”.

Berzosa, 46 anni, famoso in tutto il mondo per il suo stile realistico e i temi religiosi, ha spiegato ad ACI Prensa, partner spagnolo di EWTN News, che con il suo ritratto del santo papuano ha cercato di trasmettere la luce interiore di cui parlava il Papa polacco.

“Se il ritratto riesce a trasmettere parte della luce interiore di Pietro To Rot e a rafforzare la fede degli altri, allora l’opera avrà assolto alla sua vera funzione”, ha detto il pittore spagnolo. Spero che i fedeli vedano nel suo sguardo non solo un martire, ma un uomo pieno di pace, amore per la famiglia e fedeltà al Vangelo”.

Per Berzosa, la testimonianza essenziale di To Rot risiede nella convinzione che la santità “può essere vissuta nella vita quotidiana, anche nel mezzo della sofferenza, come nel suo caso”.

L’artista ha voluto che gli effetti di luce nel ritratto emergessero dal volto stesso, creando qualcosa di sereno che coinvolgesse lo spettatore e trasmettesse speranza. I tratti azzurri e verdi creano un’atmosfera calda, e il colore insieme alla composizione generale accompagna “questo messaggio luminoso”.

Le sfide nel dipingere il primo santo papuano
“La sfida principale è stata approcciarsi all’immagine di Pietro To Rot con rispetto e accuratezza. A questo scopo ho utilizzato alcune fotografie in bianco e nero e un ritratto a colori basato su una di queste fotografie. Tutto ciò mi ha aiutato a creare il dipinto”, ha spiegato Berzosa.

Nel ritratto, To Rot è vestito con l’abbigliamento tradizionale dei catechisti locali: una camicia bianca e un tipo di fascia blu.

“Quando i giapponesi minacciarono i catechisti e vietarono ogni attività apostolica, la stragrande maggioranza nascose la croce per paura. Pietro To Rot fu l’unico catechista che continuò a mostrare con orgoglio la croce bianca che lo identificava come tale”, ha osservato Berzosa.

“In una mano tiene una Bibbia e nell’altra [mano aperta] due anelli, a simboleggiare la sua difesa del matrimonio. Una croce pende dal suo collo”, ha spiegato l’artista. To Rot desiderava morire indossando quella croce, che sarebbe stata fondamentale per identificare i suoi resti mortali. Dietro la figura del santo si intravede il paesaggio del suo paese natale all’epoca.
Per rendere il ritratto il più accurato possibile, il pittore ha ricercato fotografie, abiti tradizionali e altri riferimenti locali.
“In tutto questo lavoro sono stato assistito da Padre Tomás Agustín Ravaioli, vice-postulatore della causa”, ha spiegato Berzosa.

Rappresentare un martire
L’artista ha sottolineato che la vita dei martiri, pur spesso breve, è “piena di significato, dedicata per amore e fedeltà al Signore”. Ha spiegato di cercare sempre di trasmettere la serenità di questi testimoni del Vangelo nel momento più decisivo della loro vita.
“Cerco di comprendere quella miscela di forza e pace di chi dà la vita per Cristo”, ha detto. “Quando dipingo ritratti di martiri, provo un rispetto speciale per la persona raffigurata. La loro testimonianza trascende culture ed epoche”.

Questa storia è stata pubblicata per la prima volta da ACI Prensa, partner spagnolo di EWTN News, e tradotta e adattata da ewtn.it

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Camminare con Maria/ “Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani”

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2025

Camminare con Maria/ “Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani”
Il messaggio della Madonna di Medjugorje del 18 marzo 2025 ci conferma nella vera devozione mariana
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Camminare con Maria/ “Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani” dans Apparizioni mariane e santuari Gospa-Medjugorje

Erba (CO), 24/10/2025. (Blog di p. Livio). Il 18 marzo 2025 la Madonna ha dato un bellissimo messaggio che contiene un’espressione che vuol essere anche un rimprovero:

«Non abbiate paura di camminare con me».

Chi può avere paura di camminare con la Madonna? Casomai tutti vorremmo camminare con Lei perché è Colei che ci porta a suo Figlio. Non si può aver paura di camminare con la Madonna, ma queste parole sono rivolte a noi e agli abitanti di Medjugorje.

La Regina della Pace fa questo velato rimprovero perché c’è una mentalità diffusa che potremmo chiamare filo-protestante secondo la quale ci si preoccupa di non dare alla Madonna troppa venerazione, troppo rispetto per paura di toglierlo a Gesù. È un modo molto umano di rappresentarsi il soprannaturale; ho sentito questi ragionamenti anche all’interno della Chiesa Cattolica in predicazioni, catechesi, omelie.

Papa Woytjla era un fervente mariano, un vero discepolo del Montfort e diceva che la Madonna è la via più sicura per arrivare a Cristo; aveva anche elaborato una visione teologica molto vera: se c’è un solo mediatore fra il Padre e l’umanità, che è Gesù Cristo, fra noi e Gesù Cristo c’è la mediazione della Madonna.

Cristo è venuto a noi per mezzo di Maria nel momento dell’Incarnazione e quando lo ha dato alla luce; lo stesso avviene nella nostra vita: ad Jesum per Maria.

Questa è diventata un’espressione di altissima teologia, un punto fermo della teologia cristologica e mariana, la Madonna è l’unica via per arrivare a Gesù. Nei messaggi di Medjugorje la Regina della Pace ha detto innumerevoli volte che Lei è qui per guidarci a suo Figlio, lo ha ribadito anche in questo messaggio.

La Gospa fa questo rimprovero perché anche nell’ambito cattolico si è diffusa l’idea che la devozione a Maria sia esagerata; nel post Concilio molte statue della Madonna sono state spostate dagli altari e collocate in fondo alle chiese.

Questo vento non cattolico ha soffiato qua e là e le tracce sono rimaste; ancora oggi ci sono persone preoccupate della devozione mariana che diminuirebbe la devozione a Gesù Cristo.

Questa non solo è ovviamente una paura infondata, ma chi ha questo timore non sa chi è la Madonna. Difatti, San Giovanni Paolo II ha risposto a questa tendenza dicendo che la Madonna è tutta orientata a Cristo, i suoi occhi e il suo cuore sono totalmente protesi a suo Figlio.

Anche a Medjugorje vediamo che la Madonna è a servizio di Gesù Cristo, è proprio l’Ancella del Signore, è lo strumento della Santissima Trinità.

Arriviamo alla Santissima Trinità attraverso Maria che è la figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo. Giustamente San Bernardo diceva: “De Maria numquam satis” (Di Maria non si dice mai abbastanza); anche il sommo poeta nel Canto XXXIII del Paradiso dice che la bellezza di Maria è tale che è quasi impossibile descriverla, va al di là di qualsiasi capacità nostra di comprenderla perché Dio l’ha elevata fin dove era possibile elevare una creatura.

Dobbiamo liberarci da questo modo di pensare; qua e là ci sono personaggi preoccupati della troppa devozione mariana come se fosse qualcosa di negativo. È importante aver bene presente chi è la Madonna, è Colei che ci dona Gesù e che ci porta a lui.

La Madonna non ci trattiene mai a sé, tutti quelli che sono mariani sono anche innamorati di Gesù.

A questo riguardo abbiamo avuto la grazia di Papi straordinari; in occasione del Pellegrinaggio presso il Santuario mariano di Nostra Signora di Bonaria, Papa Paolo VI fece una bellissima Omelia in cui disse:

«Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce» (Cagliari, 24 aprile 1970).

San Giovanni Paolo II è cresciuto nella fede leggendo il libretto di San Luigi Maria Grignon de Monfort che riguarda l’affidamento e la consacrazione a Maria.

Papa Francesco prima e dopo ogni viaggio apostolico o operazione medica si recava a pregare in ginocchio davanti alla Salus Populi Romani, effigie mariana a lui tanto cara e ha voluto essere sepolto proprio in Santa Maria Maggiore.

Abbiamo avuto la grazia di tanti Papi mariani che sono stati grandi guide cristiane proprio perché erano mariani.

La Madonna non ci trattiene mai per sé, è tutta orientata a suo Figlio, è la via che porta a Cristo. Più si è mariani e più si è cristiani.

Nel messaggio del 18 marzo 2025 la Madonna ci invita a non aver paura di camminare con Lei perché ci guida a suo Figlio, alla salvezza.

Siamo entrati in una fase della Storia in cui la presenza di Maria è straordinaria: la Madonna appare quotidianamente ormai da oltre quarant’anni. Nonostante questa lunga presenza di Maria, nonostante le sue apparizioni quotidiane ovunque nel mondo si trovassero i veggenti, nonostante i messaggi che ci ha dato e che sono dei capolavori da tutti i punti di vista, pochi la prendono in considerazione: «Molti hanno risposto ma è enorme il numero di coloro che non vogliono sentire ne accettare il mio invito» (25 agosto 2011).

Anche la qualità della devozione mariana dev’essere verificata. Dobbiamo approfondire la nostra dimensione spirituale mariana, dobbiamo chiedere alla Madonna la grazia di capirLa, di entrare nel suo mistero, di diventare una sola cosa con Lei. Se diventiamo una sola cosa con Lei, i nostri occhi e nostri cuori si protendono a Gesù come i suoi. Diventiamo tutti desiderosi di fare il possibile per salvare le anime per il regno di Dio. Da devozione superficiale la nostra deve diventare a portarci a un’identità nostra con Maria, come Lei stessa ha detto quando ci ha esortati a essere a sua immagine: «non permettete che satana si impadronisca dei vostri cuori, così da diventare la sua immagine anziché la mia» (30 gennaio 1986).

Lasciamoci permeare da Lei, se saremo suoi vinceremo. Allora sì che saremo veramente cristiani, ameremo Cristo come lo ama Maria. Se noi puntiamo a identificarci con Maria, ad avere il suo cuore, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi affetti, le sue preoccupazioni, a innamorarci di Lei e a essere una sola cosa con Lei, ci troveremo a essere cristiani perfetti, per quanto è possibile qui su questa Terra, perché saremo tutti orientati a Cristo così com’è orientata Maria. Questa è anche la grandezza di alcuni santi mariani come San Giovanni Paolo II il cui motto era proprio a Maria: Totus Tuus.

La Madonna è la porta che introduce in Cristo. Sant’Agostino dice che siamo stati tutti concepiti dal cuore di Maria che, come ha concepito il capo, così ha concepito anche tutte le membra. Siamo tutti nati nel cuore di Maria e quindi dobbiamo in tutto e per tutto assimilare i tratti fondamentali della nostra Madre.

È superficiale, fasulla, banale e carnale l’idea che si debba stare attenti a non amare troppo Maria. Dobbiamo, invece, essere una sola cosa con Maria e con Lei amare Gesù, servirLo, lottare per Lui e lavorare per il suo regno.

Questo messaggio ci conferma nella vera devozione mariana. Rinnoviamo il nostro affidamento totale a Maria, la nostra decisione di fare di Lei la nostra guida e il nostro modello.

«Cari figli! Con amore materno vi prego: datemi le vostre mani giunte, datemi i vostri cuori purificati nella confessione e io vi guiderò a mio Figlio! Perché, figli miei, soltanto mio Figlio, con la Sua luce può illuminare le tenebre, soltanto Lui, con la Sua Parola può togliere la sofferenza. Perciò non abbiate paura di camminare con me perché io vi guido a mio Figlio, alla salvezza. Vi ringrazio». (Con approvazione ecclesiastica)

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Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2025

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
“La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità” dans Articoli di Giornali e News Papa-Leone-e-le-nuove-canonizzazioni

Oggi è un altro grande giorno di festa per la Chiesa. Dopo la canonizzazione di Acutis e Frassati, Papa Leone XIV questa mattina in Piazza San Pietro proclama altri sette nuovi santi. Si tratta di carismi e personalità che provengono da varie parti del mondo. Ecco i nomi: Bartolo Longo, Ignazio Choukrallah Maloyan, José Gregorio Hernández Cisneros, Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, Peter To Rot, Maria Troncatti e Vincenza Maria Poloni.

In Italia spicca fra tutti Bartolo Longo, il fondatore del santuario di Pompei, uno dei più grandi promotori della devozione al Santo Rosario. Maria Troncatti, religiosa salesiana, fu infermiera della Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale e successivamente missionaria nell’oriente dell’Ecuador. Vincenza Maria Poloni fondò l’Istituto delle Suore della Misericordia, dedito all’assistenza degli ammalati e dei più poveri. José Gregorio Hernández Cisneros, venezuelano, conosciuto come “il medico dei poveri”. La prima volta per il popolo venezuelano. Mons. Ignazio Maloyan fu arcivescovo cattolico armeno dell’eparchia di Amida. Durante la Prima Guerra Mondiale, il governo ottomano avviò la deportazione e lo sterminio del popolo armeno, di cui milioni furono vittime. Nel 1915, Maloyan fu arrestato e condannato a morte per la sua fede, dopo essersi rifiutato di abiurare il cristianesimo e convertirsi all’islam. Pietro To Rot, catechista e padre di famiglia nato nel 1912 in Papua Nuova Guinea, assunse la guida pastorale della sua comunità durante l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Quando le autorità tentarono di reintrodurre la poligamia, Pietro si oppose fermamente, difendendo la sacralità del matrimonio cristiano. Fu arrestato e martirizzato nel 1945. Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, conosciuta come Madre Carmen Rendiles, nacque a Caracas nel 1903 e fondò la Congregazione delle Serve di Gesù, approvata dalla Santa Sede nel 1965.

Prima dell’omelia il Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi presenta brevemente le biografie dei Beati che vengono proclamati Santi. Molti i pellegrini in Piazza che hanno applaudito ai santi provenienti dai loro paesi. In Piazza San Pietro sono state portate in processione le reliquie di questi nuovi santi. Le autorità competenti – secondo la Sala Stampa della Santa Sede – informano che sono presenti circa 55.000 fedeli all’inizio della Santa Messa in San Pietro.

“Proprio oggi stanno davanti a noi sette testimoni, i nuovi Santi e le nuove Sante, che con la grazia di Dio hanno tenuto accesa la lampada della fede, anzi, sono diventati loro stessi lampade capaci di diffondere la luce di Cristo”, dice il Papa durante l’omelia in Piazza San Pietro.

“Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza. La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza. Questa salvezza è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo”, commenta il Papa nella sua omelia.

“La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé. Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo. Chi non accoglie la pace come un dono, non saprà donare la pace”, continua ancora Papa Leone XIV.

Per il Pontefice Egli è “l’umile che chiama i prepotenti a conversione, il giusto che ci rende giusti, come attestano i nuovi Santi di oggi: non eroi, o paladini di qualche ideale, ma uomini e donne autentici. Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. La fede sulla terra sostiene così la speranza del cielo”, conclude il Papa.

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Leone XIV: a Rom, Sinti e Caminanti, “ci ricordate che la speranza è itinerante”

Posté par atempodiblog le 18 octobre 2025

Leone XIV: a Rom, Sinti e Caminanti, “ci ricordate che la speranza è itinerante”
di Patrizia Caiffa – Agenzia SIR

Leone XIV: a Rom, Sinti e Caminanti, “ci ricordate che la speranza è itinerante” dans Articoli di Giornali e News Leone-XIV-a-Rom-Sinti-e-Caminanti-ci-ricordate-che-la-speranza-itinerante

“Con la vostra presenza ci ricordate che ‘la speranza è itinerante’ e oggi ci sentiamo tutti rimessi in cammino dal dono che portate con voi al Papa: la vostra fede forte, la speranza incrollabile in Dio solo, la solida fiducia che non cede alle fatiche di una vita spesso ai margini della società”.

Lo ha detto Papa Leone XIV ricevendo in udienza questa mattina, nell’Aula Paolo VI, i partecipanti al Giubileo di Rom, Sinti e Caminanti. Una celebrazione giubilare a sessant’anni dallo storico primo incontro mondiale di Papa San Paolo VI con le comunità Rom, Sinti e Caminanti, a Pomezia, il 26 settembre 1965, seguito da numerosi incontri con i successivi pontefici.

“Voi potete essere testimoni viventi della centralità di queste tre cose: confidare solo in Dio, non attaccarsi ad alcun bene mondano, mostrare una fede esemplare in opere e parole – ha osservato -. Non è scontato vivere così. Si impara, accogliendo la benedizione di Dio e lasciando che operi al cambiamento del nostro cuore”.

“Per quasi mille anni – ha osservato Papa Leone XIV – siete stati pellegrini e nomadi in un contesto che, progressivamente, ha costruito modelli di sviluppo rivelatisi per molti aspetti ingiusti e insostenibili. Per questo le società cosiddette ‘progredite’ vi hanno puntualmente scartato, mettendovi sempre ai margini: ai margini delle città, ai margini dei diritti, ai margini dell’educazione e della cultura”.

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