Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto
Con un ordine esecutivo sancito lo stop ai finanziamenti per le Ong che praticano l’interruzione di gravidanza all’estero
Paolo M. Alfieri – Avvenire

Usa. Trump taglia i fondi per l'aborto dans Aborto Presidente_Trump
Il presidente Trump dopo la firma degli ordini esecutivi nello Studio Ovale (Ansa)

C’è anche lo stop ai fondi per le Ong che praticano aborti all’estero, o forniscono informazioni a riguardo, tra i primi atti dell’era Trump. Con un ordine esecutivo, infatti, il nuovo presidente Usa ha ripristinato un provvedimento che, da quando fu introdotto dall’Amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle Amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono negli anni succedute.

A cancellare il bando, l’ultima volta, era stato il presidente Barack Obama nel 2009. Ora Trump ha appunto ripristinato il divieto di usare fondi del governo per sovvenzionare gruppi che pratichino o forniscano consulenza sull’aborto all’estero. Gli altri due ordini esecutivi firmati oggi da Trump riguardano il ritiro degli Usa dall’accordo commerciale Tpp e il congelamento delle assunzioni federali.

Obamacare
Nei giorni scorsi, intanto, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha preso posizione sull’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Obama e criticata dai repubblicani. Il vescovo di Venice, monsignor Frank J. Dewane – che è presidente del comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano dell’episcopato Usa – ha inviato una lettera a tutti i membri del Congresso.

Nella missiva il presule ha rivolto un appello a tutti i parlamentari affinché “lavorino insieme per proteggere gli americani più vulnerabili” e perché conservino “gli importanti passi in avanti compiuti in tema di copertura e accesso alle cure sanitarie”. “Un’abolizione dei punti fondamentali dell’Affordable Care Act – prosegue il testo – non dovrà avvenire senza la contemporanea approvazione di un piano sostitutivo che assicuri l’accesso a cure sanitarie adeguate per quei milioni di cittadini che ora fanno affidamento su questo strumento per la tutela della loro salute”.

Il nuovo Congresso a maggioranza repubblicana ha già approvato la risoluzione sul budget che rappresenta il primo passo verso l’abrogazione di Obamacare, con la richiesta alle commissioni competenti di redigere il testo per la cancellazione entro venerdì. Secondo il Congressional Budget Office, l’abolizione dell’Obamacare senza una sua immediata sostituzione si tradurrà nella perdita dell’assicurazione sanitaria per 18 milioni di americani solo nel primo anno.

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Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”
Il messaggio di Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze” dans Articoli di Giornali e News Santo_Padre

Grano o zizzania. La mente umana, dicevano i Padri della Chiesa, è “una macina da mulino” che non si ferma mai e che “non può cessare di macinare ciò che riceve”. Tuttavia chi è “incaricato del mulino” ha la possibilità di decidere cosa macinarvi: il grano o la zizzania. Appunto. Parte da questa metafora tratta dall’antica tradizione ecclesiale, il messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il prossimo 28 maggio sul tema «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo.

Bergoglio parla in prima persona a tutti coloro che “ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni” per incoraggiarli ad offrire un “pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”. Specialmente nel tempo moderno in cui “l’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare”.

Queste notizie “possono essere belle o brutte, vere o false”: “Sta a noi decidere quale materiale fornire”, rimarca Francesco. Che esorta tutti “ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.

In particolare, secondo il Vescovo di Roma, c’è bisogno di “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo – osserva – non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”.

Anzi, al contrario – sottolinea il Papa -, tutti dovremmo cercare di “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”.

Papa Bergoglio indica pertanto un preciso stile comunicativo: “aperto e creativo”, “mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”, ma che “cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

“Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’”, scrive il Pontefice. “La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti”.

Inoltre, “la realtà non ha un significato univoco”. Tutto dipende dallo “sguardo” con cui viene colta, dagli “occhiali” – dice il Papa – con cui scegliamo di guardarla: “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. E l’occhiale adeguato per decifrare la realtà, almeno per i cristiani, “non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza”: il Vangelo.

Esso non è solo “un’informazione su Gesù”, ma è piuttosto “la buona notizia che è Gesù stesso”. Una notizia che “non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio”. In Cristo “anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita”, scrive il Papa. “Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento”.

In questa luce, “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

A costruire quel “Regno di Dio” che “è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio”. “Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente”, afferma il Papa. Che parla invece di speranza, quella “fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo” e allarga gli orizzonti. Una speranza che “è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita”, ma che “è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta”.

“Noi – sottolinea il Santo Padre – la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ‘ristampato’ in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti ‘canali’ viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza”.

“Attraverso la forza dello Spirito Santo possiamo essere testimoni e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, fino ai confini della terra”, conclude Papa Francesco. Tale fiducia “ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”.

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Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno
Monsignor Boccardo per il 27 gennaio: «Segno di solidarietà verso chi è provato nello spirito e nel corpo»
di Umbria24

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Una giornata di digiuno, «proposta a tutte le donne e gli uomini di buona volontà dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia» da tenersi venerdì 27 gennaio, «quale segno di solidarietà verso chi è provato nel corpo e nello spirito» dal susseguirsi delle scosse di terremoto, che culminerà con una preghiera alle 21 nella palestra del Sacro Cuore a Spoleto: è una delle iniziative che il vescovo di Spoleto-Norcia, monsignor Renato Boccardo, proporrà ai fedeli della sua diocesi, dove i danni del terremoto, soprattutto al patrimonio religioso, sono ingenti.

La giornata di digiuno – spiega un comunicato della diocesi – vuole essere «un grido che sale al Cielo per chiedere misericordia, tranquillità e sicurezza». Lo stesso vescovo ha inoltre programmato per domenica 29 gennaio, alle 15,30 a Norcia, una processione penitenziale intorno alle mura della città: verrà portata in processione l’effige della Madonna Addolorata, estratta dalle macerie della chiesa che la ospitava, «per chiedere difesa e protezione dalle calamità naturali»

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Il silenzio ci conserva

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2017

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Conservare il silenzio, che espressione strana! È il silenzio che ci conserva!

di Georges Bernanos – Diario di un parroco di campagna

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Minori a Napoli: urgente offrire alternative alla criminalità

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2017

Minori a Napoli: urgente offrire alternative alla criminalità
Molte donne, ma anche bambini di 8, 12, 13 anni impiegati per preparare dosi di cocaina, hashish e marijuana, impacchettarle e venderle riscuotendo i soldi dagli acquirenti. E’ ciò che è emerso di recente nel corso delle indagini dei carabinieri riguardo all’attività del clan camorristico Elia, uno dei più potenti di Napoli. Secondo i calcoli degli inquirenti, dallo spaccio al centro storico della città, il clan riusciva a guadagnare fino a 5 mila euro al giorno. Una 40.na gli arresti seguiti alle indagini. Un fenomeno recente, l’utilizzo di minori, all’interno della criminalità organizzata? Adriana Masotti, per Radio Vaticana, lo ha chiesto a Fabio Giuliani, referente per la regione Campania dell’associazione Libera:

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R. – Purtroppo non è un fenomeno recente, è un fenomeno che riguarda gli strumenti che queste famiglie hanno e qual è la proposta che viene fatta a questi bambini. Se l’unica proposta è quella tutta all’interno del contesto criminale, risulta quasi naturale arrivare a queste conclusioni. Sarebbe necessario poter offrire a tutte queste famiglie, a tutti questi minori, un’offerta alternativa, una proposta alternativa che esce fuori dal contesto criminale. Un po’ come è accaduto per un po’ di tempo con il bellissimo progetto dei maestri di strada: si faceva la scuola per le strade e dire “strada” a Napoli vuol dire tanto perché la strada è un fenomeno, è un agglomerato di comunità, in ogni caso con la quale bisogna interloquire… Dobbiamo ricordarci anche che le camorre non sono prodotte dalla povertà assolutamente, ma sicuramente della povertà si nutrono. E’ una produzione che avviene altrove, che avviene oltre la povertà e nei contesti più difficili invece trovano un brodo di coltura.

D. – Lei parla di offerta alternativa; in questo caso è emerso che i bambini utilizzati dal clan erano consapevoli del loro ruolo e quindi di poter fare carriera di essere qualcuno… Ecco questo potere, questo poter disporre di denaro…
R. – Come si fa a essere consapevoli ad 8 anni: in qualunque famiglia si è consapevoli delle cose che ti dicono, delle cose che ti dicono di fare e delle cose che sei abituato a vedere.

D. – Una famiglia che è improntata all’attività criminale, quindi mamma, papà, parenti, nonni, come fa da una famiglia così ad arrivare una proposta diversa? E come si fa ad avvicinare una famiglia così?
R.  Partendo molto, molto prima. Da tempo su tutto il territorio napoletano ci sono oltre 10 punti, all’interno di un progetto fatto dalla Fondazione Polis, dove si leggono libri specifici per bambini a questi bambini e alle loro mamme. Questo significa fare entrare la cultura all’interno di ogni famiglia. Noi dobbiamo provare ad usare dei grimaldelli per entrare…. Naturalmente non abbiamo la ricetta giusta, altrimenti l’avremmo già tirata fuori, però questi sono sicuramente dei tentativi da fare. Bisogna in tutti i modi provare: attraverso una scuola, attraverso una scuola che entra nelle loro case a dire che c’è un’altra strada, che c’è un’altra vita, che esiste tutto un altro mondo che dà altrettanto e sicuramente maggiori soddisfazioni sicuramente in termini di relazioni e di sentimenti.

D. – L’associazione Libera a Napoli che cosa fa in particolare per i bambini?
R. – Con i minori siamo in contatto soprattutto con l’Istituto penale minorile e con tutti quei minori “messi alla prova”, che hanno compiuto degli errori: vogliamo superare la dicotomia tra vittima e carnefice pensando che spesso il carnefice l’abbiamo costruito noi, è stata la vittima delle nostre disattenzioni, del nostro essere poco cittadini. E infine, insieme ai più piccoli, collaboriamo alla fondazione Polis, come dicevo prima, con il progetto “Leggendo crescerai”, proviamo a inserire un grimaldello di cultura all’interno di quelle famiglie che sono in difficoltà, invitando le famiglie insieme ai servizi a questi cicli di lettura.

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“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”

Posté par atempodiblog le 9 janvier 2017

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”
All’Angelus il Papa esorta ad «annunciare il Vangelo con mitezza, senza imposizione»

di Giacomo Galeazzi – La Stampa

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza” dans Commenti al Vangelo Angelus_di_Papa_Francesco

Appello di Francesco ad «annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione». Conclusa la messa con l’amministrazione del battesimo ad un gruppo di bambini nella Cappella Sistina, alle 12 Francesco si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini riuniti numerosi in piazza San Pietro anche in una delle giornate più fredde dell’anno. Poi aggiunge a braccio:

«In questi giorni di tanto freddo penso e vi invito a pensare a tutte le persone che vivono per la strada, colpite dal freddo e tante volte dall’indifferenza. Purtroppo alcuni non ce l’hanno fatta. Preghiamo per loro e chiediamo al Signore di scaldarci il cuore per poterli aiutare».

«Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere – sostiene Jorge Mario Bergoglio. La Vergine Maria aiuti tutti noi cristiani a conservare una coscienza sempre viva e riconoscente del nostro Battesimo e a percorrere con fedeltà il cammino inaugurato da questo Sacramento della nostra rinascita».

Il Papa ricorda che «la vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli». Perciò, ribadisce il Pontefice, «ad imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore».

Francesco sottolinea che «nel contesto della festa del Battesimo del Signore, stamattina ho battezzato un bel gruppo di neonati». Ed esorta i fedeli a pregare per loro e per le loro famiglie: «Ieri pomeriggio – confida – ho battezzato un giovane catecumeno. Vorrei estendere la mia preghiera a tutti i genitori che in questo periodo si stanno preparando al Battesimo di un loro figlio, o lo hanno appena celebrato – afferma.

Invoco lo Spirito Santo su di loro e sui bambini, perché questo Sacramento, così semplice e nello stesso tempo così importante, sia vissuto con fede e con gioia. Vorrei inoltre invitare ad unirsi alla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, che diffonde, anche attraverso le reti sociali, le intenzioni di preghiera che propongo ogni mese a tutta la Chiesa. Così si porta avanti l’apostolato della preghiera e si fa crescere la comunione».

Francesco commenta la liturgia della parola. «Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni il Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù – afferma il Papa -; Giovanni vorrebbe impedirglielo dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Il Battista infatti è consapevole della grande distanza che c’è tra lui e Gesù». Ma Gesù, sottolinea il Papa, «è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso».

Per questo «chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, cioè si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli».

Quindi, prosegue Jorge Mario Bergoglio, «nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. E nello stesso tempo lo Spirito Santo, in forma di colomba, si posa su Gesù, che dà pubblicamente avvio alla sua missione di salvezza».

Una missione, evidenzia il Papa, «caratterizzata dallo stile del servo umile e mite, munito solo della forza della verità, come aveva profetizzato Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”; ecco lo stile missionario dei discepoli di Cristo».

Dopo la preghiera mariana Francesco saluta «tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi, in particolare il gruppo di giovani di Cagliari, che incoraggio a proseguire il cammino iniziato con il Sacramento della Confermazione e li ringrazio perché mi offrono l’occasione di sottolineare che la Confermazione o Cresima non è solo un punto di arrivo, ma anche e soprattutto un punto di partenza nella vita cristiana. Avanti, con la gioia del Vangelo».

Infine augura «a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci».

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La sua forza e il suo potere si chiama Misericordia

Posté par atempodiblog le 7 janvier 2017

La sua forza e il suo potere si chiama Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri Ges_Bambino

“Scoprire che lo sguardo di questo Re sconosciuto – ma desiderato – non umilia, non schiavizza, non imprigiona.

Scoprire che lo sguardo di Dio rialza, perdona, guarisce.

Scoprire che Dio ha voluto nascere là dove non lo aspettavamo, dove forse non lo vogliamo. O dove tante volte lo neghiamo.

Scoprire che nello sguardo di Dio c’è posto per gli ultimi, feriti, gli affaticati, i maltrattati e gli abbandonati: che la sua forza e il suo potere si chiama Misericordia.

Com’è lontana, per alcuni, Gerusalemme da Betlemme!”.

Papa Francesco

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I Magi

Posté par atempodiblog le 4 janvier 2017

I Magi
di Mario Luzi

I Magi dans Citazioni, frasi e pensieri Adorazione_Magi

Non ha volto, si cela
dentro sé il tempo –
così ci confonde
esso, ci gioca
con i suoi inganni –
a volte
duramente,
duramente ci disorienta.

Ed ecco, in un frangente
prima non osservato
o in uno
sorpassato
dal flusso
e dimenticato
o in altro ancora
rimasto
oscuro dietro le dune,
qua o là,
qua o là, seme sepolto
in terra molto arida
e molto pesticciata,
potrebbe all’improvviso
il futuro disserrarsi
in luci, sfavillare il tempo
dove? da una qualsiasi parte.

Andavano cauti loro, i Magi,
occhiuto era il viaggio
in avanti
o a ritroso? procedendo
o tornando
ai luoghi
d’un’ignota profezia?
Sapevano e non sapevano
da sempre la doppiezza del cammino.
L’avvenire o l’avvenuto…
dove stava il punto?
e il segno?
da dove era possibile il richiamo?
Non è ricaduta
inerte nel passato
e neppure regressione
nel guscio delle cose già sapute
questo
ritorno della strada
spesso
su se medesima,
ma nuova
conoscenza, forse,
ed illuminazione
di un bene avuto e non ancora inteso –
dice
uno di loro
e gli altri lo comprendono
sì e no, ma sanno
ed ignorano all’unisono…
e proseguono
insieme,
vanno e vengono
insieme nel va e vieni del viaggio.

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La vittoria è improbabilissima. Ecco perché perdiamo a «gratta e vinci» e Superenalotto

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2017

I calcoli contro la dipendenza
La vittoria è improbabilissima. Ecco perché perdiamo a «gratta e vinci» e Superenalotto
La sfida di Diego (matematico) e Paolo (fisico): «Salviamo i malati di azzardo e lotterie spiegando quanto è difficile diventare ricchi»
di Elena Tebano – Corriere della Sera

La vittoria è improbabilissima. Ecco perché perdiamo a «gratta e vinci» e Superenalotto dans Articoli di Giornali e News Diego_Rizzuto_e_Paolo_Canova

Tutte le volte che Diego Rizzuto e Paolo Canova incontrano i ragazzi a lezione fanno un gioco (apparentemente) molto poco educativo: digitare un numero telefonico di Torino a caso e chiedere del portiere della Nazionale Gigi Buffon. Dal 2009 ha risposto un solo Gigi, e non era Buffon. «La probabilità di indovinarlo è di una su 10 milioni — dice Rizzuto —. Se sembra poco, consideri che quella di vincere al Superenalotto con la giocata minima è una su 622 milioni». Rizzuto, 36 anni, è un matematico, Canova, 40, un fisico. Torinesi, sono divulgatori scientifici: hanno iniziato usando il gioco per spiegare la matematica nelle scuole, ora li chiamano Asl, aziende ed enti locali per prevenire la dipendenza dall’azzardo con la matematica. «Per ogni gioco è possibile calcolare prima quanto si perderà. Tutti sanno che il banco vince sempre — aggiunge Canova —. Ma quasi nessuno si rende conto di quanto».

Come funziona la roulette
L’esempio più facile, anche per chi con la matematica ha poca familiarità, è la roulette francese. «Ci sono 18 numeri rossi e 18 neri: sembra un gioco equo, con le stesse probabilità di vincere e perdere. Ma non è così — spiega Rizzuto —. C’è anche lo zero: se si scommette un euro sul rosso, a ogni puntata i casi perdenti sono 19, quelli vincenti 18 (lo stesso vale per il nero). In media su 37 giocate si perde sempre una volta di più». Questa piccola discrepanza cambia tutto. «Significa che perdiamo un euro ogni 37 che giochiamo — prosegue Canova —. Che equivale 3 centesimi a giocata. Quei tre centesimi sono la perdita media a puntata della roulette francese». Ovvero il vantaggio che il banco ha su chi tenta la sorte.
Il paradosso, così, è che più si scommette più si perde: «La nostra psicologia invece ci spinge a pensare il contrario, perché maggiore è la perdita, più siamo portati a sperare nella vittoria che nella nostra mente dovrebbe risarcirci di quanto abbiamo perso».

I premi dei «gratta e vinci»
La perdita media nei giochi d’azzardo che compriamo dal tabaccaio è ancora più alta di quella della roulette. «Il gratta e vinci più popolare, il “Nuovo Il Miliardario”, costa 5 euro e ha un premio massimo di 500 mila — dice Canova —. Lì la perdita media a giocata è 30 centesimi per euro: quindi di 1,5 euro a tagliando». E in molti casi la possibilità di vincere si riduce allo zero: «Succede con i gratta e vinci a tiratura limitata dopo che qualcuno si è aggiudicato il primo premio — chiarisce Rizzuto —. Per esempio “Occasione preziosa”: un biglietto sui 3 milioni stampati permetteva di vincere 10 milioni di euro. È stato giocato a Desio a settembre. Gli altri sono rimasti in vendita, ma ora non hanno alcuna possibilità di ottenere il montepremi più alto. Ma la gente li compra lo stesso perché non lo sa. Negli Stati Uniti e in Canada i gratta e vinci rimasti vengono ritirati, in Italia no».

Scommettere sulla fortuna (con i fulmini)
E allora perché, in barba a tutte le probabilità, c’è chi vince lo stesso al Superenalotto? Due settimane fa a Vibo Valentia si sono portati a casa 163,5 milioni di euro indovinando anche il numero superstar. La probabilità che ci riuscissero era una su oltre 56 miliardi. Ma è successo. «C’è un tale, Roy Sullivan, che è stato colpito 7 volte da un fulmine. È sopravvissuto tutte e 7. Poi è morto suicida per amore a 71 anni. È un evento molto improbabile che pure si è verificato — replica Rizzuto —. Ma non basiamo la nostra vita sull’aspettativa che succeda anche a noi». Se non basta la razionalità, c’è la scaramanzia: «Basti sapere — dice Canova — che se si va in auto a comprare il Superenalotto, e si impiegano 10 minuti all’andata e 10 al ritorno, la nostra probabilità di morire in un incidente è più alta di quella di vincere».

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L’obiettivo del nuovo anno

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2017

L’obiettivo del nuovo anno Buon_2017

“L’obiettivo del nuovo anno non dovrebbe essere quello di avere un nuovo anno. Piuttosto, dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso; piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi”.

Gilbert Keith Chesterton

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Le parole dell’anno a venire…

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2017

Le parole dell’anno a venire... dans Citazioni, frasi e pensieri T_S_Eliot

“Le parole dell’anno trascorso appartengono al linguaggio dell’anno trascorso e le parole dell’anno a venire attendono un’altra voce…”.

Thomas Stearns Eliot

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In questo nuovo anno…

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2017

In questo nuovo anno... dans Citazioni, frasi e pensieri Gemma_Galgani

“In questo nuovo anno mi propongo di cominciare una nuova vita. Che mi accadrà in questo nuovo anno, non lo so. Mi abbandono in Voi, mio Dio. Tutte le mie aspirazioni, tutti i miei affetti saranno tutti per Voi. Mi sento debole, o Gesù; ma col vostro aiuto spero e risolvo di vivere in altro modo, cioè più vicina a Voi”.

Santa Gemma Galgani

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Aruna, mani e piedi amputati perché aveva terrore del mare

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2016

Aruna, mani e piedi amputati perché aveva terrore del mare
Dal Burkina Faso, 18 anni, sbarcato a Trapani con il sogno di fare il meccanico per la Ducati: legato a mani e piedi dagli scafisti dopo che sul barcone aveva urlato terrorizzato delle onde. Ferite andate in setticemia, arti tagliati. Inchiesta della Procura
di Alessandro Fulloni – Corriere della Sera

Aruna, mani e piedi amputati perché aveva terrore del mare dans Amicizia Aruna

Non aveva mai visto il mare Aruna, diciotto anni dal Burkina Faso e un sogno: fare il meccanico di moto in Italia. (Esattamente: aggiustare le moto Ducati). Per questo quando si è trovato sballottato da quei cavalloni alti chissà quanto poche ore dopo essera salpato dalla Libia (qualche giorno fa, prima di Natale) ha gridato per il terrore. Un terrore incontrollabile. Chissà se davvero con quelle urla aveva spaventato anche gli altri migranti a bordo, come poi è stato raccontato. Fatto sta che gli scafisti per risolvere quello che pareva loro un problema non hanno fatto altro che prendere Aruna, immobilizzarlo, legarlo (meglio: incaprettarlo) e sbatterlo giù nella stiva, tra fetore e scarichi dei diesel, dove è rimasto due giorni (senza bere, nè mangiare. I bisogni addosso). Corde strettissime, a caviglie e polsi, che si sono trasformate in lame che gli hanno scarnificato la pelle. Nel prosieguo della navigazione verso la Sicilia il barcone è poi finito alla deriva.

Setticemia e cancrena
Una chiamata d’allarme ha allertato il soccorso. La nave Gregoretti, della Guardia costiera, arrivata dopo poco, ha agganciato l’imbarcazione e effettuato il trasbordo dei migranti da salvare. Il ragazzo è stato portato all’hotspot di Trapani «Milo» dove è rimasto tre giorni. Solo nel trasferimento successivo alla struttura di accoglienza cui era stato destinato, la «Piccola Famiglia dell’Esodo Decollatura» – una comunità religiosa a mille metri di altezza sulla Sila che in queste ore è imbiancata da una fitta neve – ci si è accorti di quanto stesse male. «Era in condizioni disperate, febbre altissima, piedi neri e gonfi: sono corso in ospedale senza stare a pensarci su» racconta padre Benedetto Marani, il direttore del centro arrivato a Trapani apposta per prelevare il ragazzo. Le ferite agli arti erano in setticemia, la cancrena era al galoppo. Per salvarlo sono state necessarie tre operazioni nel giro di settantadue ore. Tutte concluse con amputazioni. L’ultima mercoledì. Aruna adesso non ha più piedi, il taglio è avvenuto a metà polpaccio. Anche le mani sono ridotte a moncherini. Delle dita restano solo i metacarpi. Falangi, falangine e falangette sono state tranciate, con ossa e pelle irrecuperabili per la necrosi.

Il calvario del diciottenne
Sono stati i medici di Catanzaro, oltre a padre Benedetto, a ricostruire il calvario del diciottenne. In sala operatoria già al primo intervento avevano notato lividi, escoriazioni e tagli dovuti agli stretti legacci. Aprendo una delle ferite per disinfettarla hanno trovato i resti di una corda. Per questo a Trapani Aruna piangeva di continuo per il dolore. Non riusciva nemmeno a raggiungere il bagno, strisciava appoggiandosi sui gomiti. O veniva aiutato da qualche amico, lo stesso che gli porgeva cucchiaio e forchetta alla bocca perché lui con le mani oramai non era più in grado di sorreggere nulla, men che meno di lavarsi. Suor Benedetta Giordano, superiora alla Piccola Famiglia, racconta che il ragazzo è arrivato in Libia dopo aver attraversato a piedi la parte algerina del deserto del Sahara. Un viaggio durato sei mesi, costato (compreso il «biglietto» per imbarcarsi) una cifra attorno ai 3.500 euro.
Aruna (lo chiamano tutti così per cognome come si usa in Africa, ma il suo nome è Widraou) è orfano, ultimo di sette fratelli. Di quasi tutti non ha più notizie. Solo di uno ha il telefono e si sono sentiti in questi giorni. È in Costa d’Avorio e fa il meccanico di moto. Erano assieme quando Aruna – pazzo per le moto italiane, la superiora dice che la sua passione sono le Ducati – ha deciso di incamminarsi verso un destino differente. Che comprendesse magari quel sogno delle «rosse» a due ruote.

La sottoscrizione
La storia di Aruna ha commosso il personale dell’ospedale di Catanzaro. Che si è prodigato per avviare una sottoscrizione che possa consentire l’acquisto delle protesi necessarie per consentirgli di sperare in una vita normale. «Il nostro è un lavoro non solo scientifico e tecnico ma prima di tutto emozionale – racconta l’infermiera Maria Rosaria Costantino, tra le prime ad avviare l’iniziativa -. Quando è arrivato qui, le sue condizioni erano persino difficili da raccontare. Abbiamo subito pensato di attivare la macchina degli aiuti per prima cosa attraverso un bollettino postale. Lui è un ragazzo coraggioso. Per noi è già come un figlio. Gli altri ospiti della Onlus, che parlano lingua francese, fanno i turni in ospedale per fargli compagnia». Il personale medico ha anche indirizzato, con una lettera aperta, un appello a Comune, Provincia e Regione. «Ci saranno da sostenere, tra le altre cose – dicono – le spese per le protesi e per la riabilitazione per questo ragazzo rimasto completamente solo». La prefettura ha risposto immediatamente. Una volta dimesso effettuerà il recupero in una struttura a carico del Servizio sanitario nazionale, come accadrebbe a tutti i cittadini italiani.

L’inchiesta
Ora però resta da chiarire perché nessuno si sia accorto per tempo, una volta sbarcato, della gravità delle sue condizioni. Risposte che cercheranno alla procura di Catanzaro, dove è stata aperta un’inchiesta contro ignoti. Padre Benedetto racconta che sul referto medico rilasciato a Trapani c’è scritto che il ragazzo presentava edemi agli arti. Nient’altro. E poi aggiunge lo hanno caricato a braccia sulla corriera che lo ha portato a Catanzaro perché lui non riusciva nemmeno a stare in piedi. Dopo l’ultima operazione «ho chiesto ad Aruna di cosa avesse bisogno: lui mi ha risposto che voleva una rivista che parlasse delle moto Ducati». Richiesta rimbalzata sulla stampa calabrese. E giovedì qualcuno ha portato delle riviste e una maglietta di Valentino Rossi. Aruna ha pronunciato una sola parola, in italiano: «Grazie».

Per chi volesse dare una mano
Suor Benedetta vuole aggiungere unicamente una cosa. Questa: «Per chi volesse dare una mano, il conto corrente postale è il 71662753 ed è intestato alla Piccola Famiglia dell’Esodo onlus, la causale è “Amici di Aruna”»

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ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2016

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel
di Francesco Baccanelli – Il Sussidiario.net

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel dans Articoli di Giornali e News Annibale_Carracci_Adorazione_dei_pastori_parti

Sarà che le dimensioni contenute aiutano l’intimità della scena, sarà per le ampie possibilità di giocare con le luci e le ombre, sarà per la sua vocazione narrativa, sta di fatto che l’incisione, fin dai tempi di Schongauer e Dürer, è una delle tecniche artistiche più efficaci per la rappresentazione della nascita di Cristo. Il Seicento, in particolare, ci ha regalato prove di grande fascino, ricche di sentimento e di delicatezza, e molto originali nelle soluzioni iconografiche. 

Un esempio (risalente ai primissimi anni di quel secolo) è la “Adorazione dei pastori” di Annibale Carracci. La scena è divisa in due da un tronco d’albero che fa da sostegno al tetto della stalla: a sinistra la parte “profana”, con quattro pastori; a destra quella sacra, con il Bambino, Maria, Giuseppe e due angioletti. Il Bambino, scorciato dal basso come il “Cristo morto” di Mantegna, ha il volto realistico di un neonato insonnolito che fatica a tenere gli occhi aperti. Maria è in preghiera, al pari dei due angioletti; Giuseppe, senza distogliere gli occhi dal Bambino, dà da mangiare all’asino. I pastori riempiono completamente la parte sinistra del foglio. Quello appoggiato al tronco porta in dono un agnello; è sbalordito, non gli sembra vero di poter essere spettatore di un evento così grande. Alle sue spalle, uno più vecchio, anche lui con un agnello. Più indietro, un pastore poco più che adolescente, eccitato e confuso: il ritratto della felicità. Chiude la scena un vecchio; non sembra sentirsi degno di avvicinarsi alla mangiatoia e non ha niente da offrire; ci piace immaginare che la voce rotta dall’emozione, dagli anni, dalle fatiche, dalle delusioni, dalle occasioni sprecate, dai peccati reciti qualcosa di simile ai più umili versi della poesia religiosa di Paul Claudel: «Se vi occorrono delle vergini, Signore, se vi occorrono dei coraggiosi sotto i vostri stendardi (…), ecco Domenico e Francesco, Signore, ecco san Lorenzo e santa Cecilia! Ma se per caso aveste bisogno di un pigro e di un imbecille, se vi occorresse un orgoglioso e un vile, se vi occorresse un ingrato e un impuro, un uomo il cui cuore fosse chiuso e il cui volto fosse duro (…), vi resterò sempre io! ».

Del tutto diversa dal presepe di Annibale Carracci è la “Natività con Dio Padre e angeli” incisa da Giovanni Benedetto Castiglione nel 1647. In questa estrosa e visionaria acquaforte l’artista genovese mette da parte le soluzioni iconografiche più tradizionali. Giuseppe è assente; al suo posto c’è il Padre Eterno, che bagna di luce il Bambino. Più che una rappresentazione della nascita di Cristo è un meditare sul Verbo che si è fatto carne. Particolare è anche l’ambientazione: Maria e il Bambino non sono all’interno di una grotta o di una stalla, ma all’aperto, circondati dalle rovine di un tempio, evidente richiamo alla vittoria del cristianesimo sui culti pagani. 

Passiamo a Rembrandt e alla sua “Adorazione dei pastori” completamente immersa nella notte. Databile intorno al 1652, l’opera si presenta come un instancabile infittirsi di linee. Il buio è protagonista: l’osservatore deve armarsi di pazienza e provare a leggere i pochi particolari toccati dalla luce. Non rimarrà deluso. Scoprirà, infatti, volti di pastori (c’è chi parlotta, chi osserva senza capire, chi si leva il cappello in segno di riverenza, c’è chi si è portato con sé il proprio figlioletto) e animali e angoli di stalla. E, soprattutto, scoprirà una delicatissima rappresentazione della Sacra Famiglia: Gesù, infagottato dalla testa ai piedi, dorme sulla paglia; Maria è distesa accanto, avvolta nella stessa coperta, e osserva; Giuseppe, seduto, legge un libro. Un’istantanea di vita familiare, tanto ordinaria quanto commovente. La poesia migliore, del resto, si fa con la realtà. 

Per concludere, un’altra incisione di Rembrandt: la “Adorazione dei pastori” eseguita nel 1654. Qui la luce non manca, e i particolari si moltiplicano. I pastori venuti in visita ricevono una calorosa accoglienza. Maria solleva una parte del proprio mantello e mostra Gesù, mentre Giuseppe racconta, con fare disponibile, ciò che è successo. Un suonatore di cornamusa, una coppia di pastori con il loro bimbo e una coppia senza figli ascoltano pieni di emozione. Difficile non pensare a Renoir, che diceva di riuscire a entrare nello spirito dell’arte di Rembrandt solo ricordando quando, da ragazzo, cantava nel coro della chiesa di Saint-Eustache e, nel buio della prima messa, la luce dei ceri lasciava intravedere macellai, facchini, lattaie: «Volti d’uomini il cui mestiere è quello di uccidere, corpi abituati a portare pesi, uomini e donne che conoscono la vita e che non vengono alla messa per mostrare l’abito della festa o per motivi sentimentali. Fu lì, nel freddo di una mattina d’inverno, che compresi Rembrandt!».

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I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2016

I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi
La Chiesa commemora i bambini di Betlemme fatti uccidere da Erode per eliminare il neonato Gesù. Così simili ai tanti minori violentati da guerre e manipolazioni scatenate dagli adulti. Papa Francesco ha parlato diffusamente anche di loro, nell’omelia per la notte di Natale. Mentre il Patriarca ecumenico Bartolomeo chiede che il 2017 diventi sia proclamato «Anno della sacralità dell’infanzia»
di Gianni Valente – Vatican Insider

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La Chiesa commemora i bambini di Betlemme fatti uccidere da Erode per eliminare il neonato Gesù, così simili ai tanti minori violentati da guerre e manipolazioni scatenate dagli adulti

Oggi la liturgia della Chiesa cattolica fa memoria dei santi innocenti. Sono le vittime della strage degli innocenti, i i bambini sotto i due anni che secondo il Vangelo Erode fece ammazzare nella regione di Betlemme, per essere sicuro di eliminare tra loro anche Gesù, appena nato. La Chiesa li celebra tre giorni dopo il Natale, per sottolineare che la loro vicenda tragica ha un legame misterioso con la promessa di salvezza entrata nel mondo con la nascita di Cristo. 

Ci sono tanti santi innocenti anche oggi. Le foto e i filmati dagli scenari di guerra li mostrano mentre magari giocano tra le macerie delle loro case o quando riescono a divertirsi perfino tuffandosi nelle nei crateri creati dalle bombe che si sono riempiti d’acqua, che loro usano come se fossero piccole piscine. 

Non c’è niente di più umanamente insostenibile del dolore dei bambini. E non c’è niente di più diabolico del dolore provocato ai bambini. Ne hanno accennato, nelle loro parole per il Natale, sia Papa Francesco sia Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, con una sincronia eloquente. Il Successore di Pietro, nella omelia della notte di Natale, guardando al mistero della nascita di Gesù, ha invitato a lasciarsi interpellare «anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti». I bambini «che non vengono lasciati nascere», quelli «che piangono perché nessuno sazia la loro fame», quelli «che non tengono in mano giocattoli, ma armi». 

Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, nella sua lettera enciclica per il Natale 2016, ha chiesto di proclamare il 2017 come Anno della sacralità dell’infanzia. «I bambini e le bambine di oggi – ha rimarcato il Successore di Andrea nel suo appello natalizio – non sono solo vittime delle guerre e delle migrazioni forzate», ma sono minacciati anche nei Paesi economicamente sviluppati e politicamente stabili, dove vengono manipolati dalla televisione e da internet, e da un’economia che mira solo a trasformarli «fin dalla giovane età in consumatori». Nella sua Lettera natalizia, il Primus inter pares tra i primati delle Chiese ortodosse ha riproposto le frasi del Vangelo in cui si condensa la predilezione di Gesù per i bambini: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»; e «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». Dio – scrive Bartolomeo nella sua ultima Lettera enciclica – si rivela al mondo col «cuore puro e la semplicità di un bambino», e i bambini «comprendono verità che sfuggono alle persone sapienti». Nel suo messaggio, il Patriarca ecumenico cita anche il poeta greco Odisseas Elytis: «Si può costruire Gerusalemme solo coi bambini!» 

I Santi Innocenti del Vangelo sono i primi ad essere uccisi a causa di Cristo, anzi al posto di Cristo, senza neanche saperlo. Sono il fiore dei martiri, come scrive il poeta francese Charles Péguy nel suo Il Mistero dei Santi Innocenti. La sofferenza degli innocenti, che altri scrittori – a cominciare da Albert Camus – vedono come l’emblema del male invincibile e la prova dell’inesistenza di Dio, per Péguy può essere abbracciata solo nel mistero di una salvezza donata e ricevuta gratuitamente. Così, i Santi innocenti vanno in Paradiso senza aver avuto neanche il tempo di fare del bene. E Péguy se li immagina che giocano anche lì, usando le corone del martirio per il gioco dei cerchietti, sorprendendo e allietando così il cuore stesso di Dio. 

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