Maria, donna in grado di essere per l’Altro

Posté par atempodiblog le 8 mars 2018

Maria, donna in grado di essere per l’Altro
Rileggere con l’arte sacra la festa della donna. Superando ogni barriera Caravaggio ci offre una straordinaria icona della donna, diversa dagli stereotipi cui siamo abituati. La Maria caravaggesca è una donna vera, regale, umile, risoluta e premurosa, accogliente e stimolante.
di suor Maria Gloria Riva – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

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Una festa, quella della donna, che più d’ogni altra ha il potere di mettere in luce la povertà di senso che ci circonda. Non tanto per l’origine della festa in sé quanto per il modo di celebrarla. Vien da chiedersi, infatti, a quale donna guardare, quali modelli offre oggi l’orizzonte quotidiano. Forse la donna efficientissima e di successo? O la donna sex symbol, la donna spregiudicata, la donna manager, la donna snob, la donna intellettuale, la donna politica? Quale donna?

Viene alla mente una donna poco gettonata, certo controcorrente, ma che, forse, davvero unica merita il titolo di Ma-donna, cioè donna per eccellenza; archetipo femmineo assoluto:  donna, vergine e madre. Maria.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, un artista che con le donne ebbe un rapporto tormentato, un po’ conflittuale, seppe dare della Madonna un’immagine bella, fresca, risoluta. Come doveva essere lei, Maria di Nazaret.

Un quadro, in particolare, mi sorprende ogni volta che lo guardo, per come riesce a render vere e nuove le straordinarie parole del poeta: Donna se’ tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a te non ricorre sua disïanza vuol volar sanz’ali. Con tali versi Dante propone un modo per orientarsi verso mete più alte e più vere (la grazia cui si anela) attraverso di lei, la Donna che tanto grande e tanto vale.

L’opera del Caravaggio in questione è la cosiddetta Madonna dei Pellegrini situata nella chiesa di Sant’Agostino a Roma. Il Merisi la dipinge prendendo le mosse da una statua, vista probabilmente tra la ricca collezione di Ferdinando de Medici, quella di Thusnelda; una principessa germanica che, fatta prigioniera mentre era in attesa di un figlio, portò a termine la gravidanza e rimase fedele al marito il quale, a sua volta, mai la dimenticò rifiutando di risposarsi.

Anche Maria è immortalata così, statuaria e regale, tiene fra le braccia il Bimbo, come un trofeo. Così del resto aveva fatto l’eroina germanica ostendendo il figlio durante il trionfo del nemico.

Sì, Maria è regina, nobile nel portamento, ma è anche modesta, umile, compassionevole come il luogo dove appare. Lo stipite di una porta e un muro leggermente scrostato è, del resto, tutto quanto ci è consentito vedere della casa di Nazareth. Da qui Maria ostende il figlio spinta non da fierezza indomita, ma dalla sua misericordia.

Questa vergine regale non riceve i pellegrini dentro casa, seduta su un trono, mandando i servi ad aprire la porta. No, esce lei stessa, va incontro ai visitatori e li attende sull’uscio, pronta ad invitarli ad entrare. Questa donna non ha trono, lei stessa è trono del divin figlio che tiene in braccio.  Lo sguardo, rivolto ai due poveri inginocchiati, è premuroso e attento.

Gesù è nudo: ha la nudità dell’innocenza, la nudità di quel corpo che Maria prenderà in braccio, ancora per l’ultima volta, sotto la croce per deporlo nel sepolcro. Un lenzuolo, infatti, in cui già s’adombra il telo sindonico, avvolge il corpo del Bimbo.

Quella che ci offre Caravaggio insomma è l’immagine controcorrente di una donna che vive pienamente quell’«essere-per» cui fu destinata fin dall’eternità. Essere per l’altro, essere per l’uomo, per ogni uomo, in una donazione gratuita che edifica la donna che la attua.

Così comprendiamo meglio l’abbandono sicuro del divino Bambino dentro l’abbraccio materno. Da quel trono, così saldo, Cristo solleva leggermente il capo e benedice i due fedeli. Li benedice e insieme li indica: siamo così costretti a guardarli bene e a considerare l’umiltà della loro foggia, ad osservare i loro piedi testimoni eloquenti della strada che han percorso, polverosa e aspra.

Su quei piedi si sono scritti intere pagine, alcuni critici vicini all’epoca dell’artista (Baglione nel 1642 e l’abate Bellori nel 1672) hanno lasciato note non del tutto benevole, facendo addirittura velatamente credere che per il sudiciume di quelle estremità il dipinto fu rifiutato e deriso. In realtà i due pellegrini sono stati identificati con due nobili: il marchese Ermete Cavalletti e sua Madre. Furono loro a volere l’opera: devoti alla Vergine lauretana, essi vollero identificarsi con i molti che, approdando all’umile casa di Nazareth, van cercando da secoli luce e conforto. Il Cavalletti e la madre erano seguaci di una corrente nota come il pauperismo borromaico ed oratoriano, la quale, pur comprendendo prelati e altolocati, si proponeva uno stile di vita umile e dimesso, tutto teso alle cose del Cielo.

Così in questi due cenciosi ci è possibile vedere l’umanità tutta e nella donna anziana un insegnamento per noi. Forse per aver perso molte delle preoccupazioni e delle baldanze giovanili è lei a guardare più decisamente verso la Vergine, Novella Thusnelda, e ad indicarci con lo sguardo, dove orientare il desiderio.

Thusnelda  significa «a forma di stella»: nutrire desideri alti, puntare verso le stelle per avere quella forma che è la forma di Maria, la Stella maris, è l’auspicio che ci viene da questa nobildonna del seicento.

Così superando ogni barriera di tempo e di cultura Caravaggio ci offre una straordinaria icona della donna, diversa dagli stereotipi cui siamo abituati. La Maria caravaggesca è una donna vera, regale, eppure umile, risoluta e insieme premurosa; accogliente ma nel contempo stimolante. Maria, sembra dirci Caravaggio,  ti trova dove sei ma non ti lascia come sei: porta alto il tuo desiderio, ti conduce verso quella misura alta della vita che ti fa pienamente uomo e pienamente donna.

Davanti a questa donna, ci sentiamo allora davvero come i due nobili cenciosi e sale anche al nostro labbro la dantesca invocazione: Donna se’ tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a te non ricorre sua disïanza vuol volar sanz’ali.

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Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”

Posté par atempodiblog le 7 mars 2018

Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”
Il prossimo venerdì, 9 marzo, alle ore 17:00, nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco presiederà la Celebrazione Penitenziale di apertura delle  “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
Debora Donnini – Vatican News

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Sarà la Celebrazione penitenziale presieduta da Papa Francesco, venerdì prossimo nella Basilica di San Pietro, a dare il via all’iniziativa “24 ore per il Signore”, nata a Roma 5 anni fa, che si è rapidamente diffusa nei cinque Continenti. Anche quest’anno, dunque, in ogni Diocesi almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive in modo da offrire a tutti la possibilità della preghiera di adorazione e di confessarsi. Filo conduttore saranno le parole del Salmo 103, “Presso di te è il perdono”.

Mons. Fisichella: occasione non usuale per incontrare la misericordia
Promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’iniziativa costituisce un’occasione di incontro personale con la misericordia di Dio. “L’obiettivo – ha dichiarato infatti il presidente del Dicastero, l’arcivescovo mons. Rino Fisichella – è quello di offrire a tutti, soprattutto a quanti sentono ancora disagio all’idea di entrare in una chiesa, di cercare l’abbraccio misericordioso di Dio, un’occasione al di fuori degli usuali tempi e modi per fare ritorno al Padre”.

L’iniziativa coinvolge anche le carceri
Mons. Fisichella spiega, poi, di aver ricevuto proprio in questi giorni una lettera dell’Ispettore generale delle Carceri, che conteneva la proposta di vivere “24 ore per il Signore” anche nei penitenziari: “i cappellani sono allertati per vivere questa esperienza e questo momento di perdono: un momento, questo, che è stato pensato, voluto e atteso”.

Invito nel Messaggio per la Quaresima
Lo stesso Pontificio Consiglio ha curato un apposito Sussidio pastorale, in diverse lingue, per accompagnare questo momento di preghiera. Alcune edizioni del Sussidio sono disponibili sul sito www.pcpne.va. Proprio nel Messaggio per la Quaresima 2018, il Papa aveva invitato tutti i fedeli a vivere come “occasione propizia l’iniziativa che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di Adorazione Eucaristica”.

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Santa Sede: dignità bambini a rischio. Diritti umani siano tutelati

Posté par atempodiblog le 7 mars 2018

Santa Sede: dignità bambini a rischio. Diritti umani siano tutelati
Appello dell’Osservatore Permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra: dignità dei bambini sia tutelata. Oltre 530 milioni i bambini coinvolti in disastri umanitari. Norme internazionali di protezione esistono, vanno applicate
Paolo Ondarza – Vatican News

Santa Sede: dignità bambini a rischio. Diritti umani siano tutelati dans Articoli di Giornali e News Mons._Ivan_Jurkovic
Mons. Ivan Jurkovic , Osservatore Permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra

“La dignità dei nostri bambini è a rischio e il superiore interesse del minore deve essere sempre prioritario, in ogni contesto umanitario”. Così l’arcivescovo Ivan Jurkovič, Osservatore Permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra intervenuto ieri alla 37.ma Sessione del Consiglio dei Diritti Umani sul tema dei Diritti dell’Infanzia. Guardando al 70.mo Anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti Umani che ricorre quest’anno, il presule esorta la Comunità Internazionale, i governi e la società civile a collaborare, senza porre condizioni, nella protezione dell’infanzia nella consapevolezza che il “futuro è nelle mani dei bambini”.

535 milioni di bambini coinvolti in disastri umanitari
Mons. Jurkovič cita le parole rivolte da Francesco nel 2013 ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani: “un popolo che non ha cura dei suoi anziani, dei suoi bambini e dei suoi giovani, non ha futuro, perché maltratta sia la memoria che la promessa”. Effettivamente, stando ai dati citati dall’arcivescovo, “mentre alcuni progressi sono stati fatti”, “è molto preoccupante pensare che nel 2017, circa 535 milioni di bambini risultino coinvolti in disastri umanitari; conflitti armati, crisi locali e disastri naturali stanno creando ondate di rifugiati, migranti, sfollati interni”.

Potenziali vittime di sfruttamento
Troppe volte ragazzi innocenti, “spesso appartenenti a minoranze etniche e religiose, sono migranti e rifugiati e rischiano di finire vittime di individui ed organizzazioni senza scrupoli, oggetto di abusi, contrabbando, sfruttamento sessuale, lavoro forzato, traffico di organi o arruolati in conflitti armati”. Si tratta di situazioni che vanno ad “impattare enormemente sugli anni sulla crescita, sulla formazione, sullo sviluppo psico-fisico di intere generazioni”.

Rischio “generazione perduta”. No a cultura scarto
Spesso – rileva l’arcivescovo – tali bambini non sono registrati alla nascita e “se non sarà avviato un percorso di educazione e sviluppo” essi “rischiano di diventare una generazione perduta”. “La migliore medicina – prosegue – è la prevenzione ed essa implica l’accesso alla cittadinanza, alla salute, all’educazione e alla promozione di una cultura dei diritti umani”. “Un quadro giuridico internazionale di protezione dei bambini è già definito, necessita solo di essere applicato”, ogni bambino – è l’auspicio – possa godere della dignità umana donatagli da Dio. L’invito è a “rifiutare la cultura dello scarto che affligge il nostro mondo e alimenta avidità, corruzione, violenza, guerre e degrado ambientale”.

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L’educazione è prima di tutto una testimonianza

Posté par atempodiblog le 6 mars 2018

L’educazione è prima di tutto una testimonianza
di Franco Nembrini, Figli liberi di padri liberi – Breve stralcio tratto dall’intervento di apertura alla “Scuola popolare”

L'educazione è prima di tutto una testimonianza dans Citazioni, frasi e pensieri Franco_Nembrini

Se vedrò mio padre in paradiso (lui è su, io non sono sicuro di andarci), lo ringrazierò per l’eternità perché si è occupato della sua santità, non della mia. Perché mio padre aveva questo genio, come mia madre, ma come tanti dei nostri genitori, perché descrivendo i miei genitori penso che riconosciate un po’ anche i vostri. Mio padre aveva questo genio educativo.

Faccio riferimento a due esempi e a una citazione tratta dalla Bibbia per spiegare cos’è l’educazione come testimonianza.

Primo esempio. Quando eravamo piccolini, vivevamo in un appartamento di sessantadue metri quadrati, con una cucina dove c’era un tavolo di un metro quadrato che era una specie di altoforno a ciclo continuo, perché (per fortuna) gli orari erano diversi tra asilo, elementari e medie, per cui prima mangiavano quattro, poi altri quattro, poi altri quattro, e quando gli ultimi avevano finito i primi cominciavano a far merenda, a ritmo continuo. C’era la stanza dei maschietti (sei), la stanza delle femminucce (tre) e il piccolino nel lettone. La stanza dei maschietti comprendeva due letti a tre piani, la mamma metteva gli abiti nei sacchi della spazzatura dietro la porta, perché non c’era posto sufficiente per riporli nell’armadio. Né posto, né soldi.

Quando mio padre alla sera veniva a far pregare noi bambini, che ci tiravamo i cuscini come tutti i bambini, lui non entrava sbraitando: «Dovete pregare!». Pregava lui, si metteva in ginocchio e cominciava «Padre nostro…». Potevamo avere tre anni o sei, ma questa immagine ce l’ho stampata in testa, perché io che stimavo così tanto mio papà, quando lo vedevo inginocchiarsi, mi chiedevo chi fosse così grande da meritarsi mio padre in ginocchio.

Chi è quell’essere misterioso che si merita mio padre in ginocchio? Deve essere una cosa gigante. Mi veniva la curiosità di saper chi fosse uno così grande da meritarsi mio padre in ginocchio, un po’ come mi succedeva con la mamma quando mi portava a Messa.

È questo il secondo esempio: Quando la mamma andava alla prima Messa, quella delle cinque del mattino (non l’ha mai persa una volta se non quand’era malata), sceglieva un figlio diverso tutte le mattine per accompagnarla. Quando sceglieva uno di noi, il prescelto ci sentiva onoratissimo di questo, ci commuovevamo per essere scelti. In questo certamente ha avuto una parte la cioccolata con la panna, che vedevi solo in quell’occasione lì, per cui ti nasceva l’idea del cristianesimo come suprema convenienza della vita, un’idea tutt’altro che sciocca. Quando doveva spiegare le cose al popolo, Gesù
faceva così: il Regno dei cieli veniva descritto come uno che ha perso una roba e la ritrova, come uno che ha trovato un tesoro e perciò vende tutto quello che ha, acquista il campo e prende il tesoro. Gesù descriveva il Regno dei cieli come il centuplo quaggiù: non male, con gli interessi che corrono oggi, la
promessa del centuplo quaggiù e della vita eterna. Gesù parlava sempre di una convenienza.

I nostri papà facevano così, ti educavano a una convenienza della fede. Ma la cosa che mi è rimasta più impressa non è la cioccolata con la panna, è mia madre quando tornava dalla comunione. Perché lei ti stava vicino tutta la Messa, ti faceva pregare e ti aiutava a capire, poi andava a far la comunione, col
suo velo, e la cosa che mi impressionava era che quando tornava tra i banchi si inginocchiava con il viso tra le mani e, per cinque minuti, non c’era più.

Allora mi affiorava alla mente la stessa domanda che emergeva con mio padre: Chi è che si porta via mia madre in questi cinque minuti per cui è come se
non esistesse più niente intorno a lei? Ricordo che andavo lì, con discrezione, per cercar di capire cosa facesse, cosa dicesse, dove guardasse, per essere così rapita cinque minuti al giorno e aver poi come esito quella letizia per tutto il giorno, con la vita che faceva (dieci figli senza elettrodomestici, non so
come abbia fatto). In una letizia continua, perenne, sempre, lieta, cantava.

Mio padre fischiava, mia madre cantava. Allora se tu vieni su con due genitori così, cominci a capire, lo dico un po’ ironicamente nel libro, che il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione. Avere il problema della propria educazione, e basta. Poi i figli fanno il loro mestiere, cioè guardano, scelgono, decidono, rischiano.

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Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione

Posté par atempodiblog le 6 mars 2018

Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione
Educare i novelli sacerdoti, i diaconi e i seminaristi prossimi all’Ordinazione alla bellezza della Riconciliazione e alla dedizione a questo Sacramento. E’ questo lo scopo con cui la Penitenzieria Apostolica promuove annualmente, nel tempo di Quaresima, il Corso sul Foro interno
Fabio Colagrande – Vatican News

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Sulle finalità di questo appuntamento, in programma dal 5 al 9 marzo a Roma presso il Palazzo della Cancelleria e giunto quest’anno alla 29ma edizione, abbiamo sentito mons. Krzysztof Nykiel, reggente della Penitenzieria Apostolica

R.  Desideriamo aiutare i sacerdoti a prendere coscienza della grandezza e sublimità del Sacramento della Riconciliazione che oggi più che mai dovrebbe ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana e quindi nell’agire pastorale della Chiesa. La sua celebrazione richiede un’adeguata preparazione teologica, giuridica e pastorale perché, come ha più volte ribadito Papa Francesco, “non ci si improvvisa confessori”.

Quali caratteristiche, dunque, deve avere un buon confessore?
R.  Incessanti sono i richiami del Papa sugli atteggiamenti di accoglienza, prossimità e tenerezza che dovrebbero guidare i ministri consacrati nel loro agire pastorale, sul modello del Padre misericordioso. Ricordo in particolare le indicazioni rivolte ai partecipanti al Corso dell’anno passato, nelle quali egli ha sottolineato tre aspetti.

Il buon confessore come vero amico di Gesù Buon Pastore deve coltivare un ministero della Riconciliazione “fasciato di preghiera”, preghiera con il Signore per il dono della carità pastorale e preghiera per i fedeli che gli si pongono alla ricerca della misericordia di Dio; consapevole di essere lui stesso il primo peccatore perdonato e capace di comprendere quindi le ferite altrui.

Il buon confessore è in secondo luogo uomo dello Spirito, uomo di discernimento e di compassione. Il Santo Padre ha ricordato che il sacerdote è così chiamato all’ascolto umile della volontà di Dio perché, nella celebrazione del sacramento della Penitenza, non è padrone, ma ministro, cioè servo. Quindi nel confessionale occorre avere l’atteggiamento di Gesù di fronte ai nostri peccati, l’atteggiamento di chi non minaccia, ma chiama con dolcezza, dando fiducia.

Infine, il buon confessore è anche un evangelizzatore, perché non c’è evangelizzazione più autentica che l’incontro con la misericordia, vero volto di Dio.

Che importanza ha il Sacramento della Riconciliazione nella vita spirituale e nel discernimento vocazionale dei giovani?
R.  Da quando Papa Francesco ha annunciato che la XV Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, in programma il prossimo ottobre, avrebbe avuto come tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, la Penitenzieria Apostolica si è impegnata a fornire il proprio contributo alla riflessione ecclesiale richiamando il ruolo centrale della Riconciliazione nello sviluppo della fede e nel discernimento dei giovani cristiani. Non dimentichiamo che lo stesso Jorge Mario Bergoglio ha raccontato come, all’età di 17 anni, avvertì così intensamente la presenza amorosa di Dio durante una confessione che proprio in quell’occasione capì che il Signore lo chiamava alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Proprio perché consapevole dell’importanza del Sacramento della Confessione per il discernimento vocazionale dei giovani, vi anticipo che la Penitenzieria Apostolica intende promuovere nei giorni 26 e 27 aprile prossimi un convegno pastorale che sarà dedicato proprio a questo tema.

Il prossimo 13 marzo ricorre il quinto anniversario dall’elezione di Papa Francesco. Perché il tema della misericordia è costantemente presente fin dall’inizio nei suoi interventi?
R.  Certamente il perdono è la dimostrazione più evidente dell’onnipotenza e dell’amore di Dio Padre, che Gesù ha rivelato nell’intera sua vicenda terrena. Ponendosi in continuità con il magistero della Chiesa, Papa Francesco ama ripetere insistentemente, fin dai primi giorni del suo pontificato, come la misericordia divina sia il cuore pulsante del Vangelo, anzi, l’essenza stessa di Dio, di un Dio che non si stanca mai di perdonarci.

Proviamo a pensare a quante migliaia di persone in questi ultimi anni, mossi dallo Spirito e grazie anche all’appello del Santo Padre, hanno potuto riconciliarsi con Dio e con la Chiesa, specialmente in occasione del grande Giubileo Straordinario della Misericordia!

D’altra parte, guardando a questi cinque anni di pontificato, sono convinto che i fedeli si lascino guidare dalle parole di Papa Francesco soprattutto perché lo riconoscono credibile e convincente. Egli vive anzitutto su di sé, in prima persona, l’azione dell’amore di Dio, per poi trasmettere alla gente con abbracci, carezze e azioni concrete di solidarietà e prossimità la misericordia ricevuta.

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Ricevere la Comunione nella mano non può essere banalizzato

Posté par atempodiblog le 5 mars 2018

Un commento di monsignor Malnati sul tema della ricezione dell’eucaristia
Ricevere la Comunione nella mano non può essere banalizzato

di Ettore Malnati, Vicario episcopale per il laicato e la cultura – diocesi di Trieste – Vatican Insider

Ricevere la Comunione nella mano non può essere banalizzato dans Articoli di Giornali e News Ricezione_dell_Eucaristia

Mentre papa Francesco sta commentando nella catechesi del mercoledì le varie parti della celebrazione eucaristica, da alcuni ambienti a Lui vicini si crea – speriamo sine dolo - perplessità tra il «popolo di Dio» circa scelte fatte da interi episcopati e accolti ed effettuati proprio dai pontefici romani, come Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, lo stesso Benedetto XVI e papa Francesco, come quello di ricevere devotamente l’ostia santa, che è la transustanziazione nelle apparenze del pane, del corpo, sangue, anima e divinità di nostro Signore Gesù Cristo.

Accogliere le sacre specie nel palmo delle mani poste in forma di croce, per poi nutrirsi del «pane eucaristico», non può essere banalizzato e, penso, tanto meno discriminato al punto da porre nella mente dei fedeli il dubbio che ricevendo la santa eucarestia nella mano si compia un atto irrispettoso verso le sacre specie.

E si scrive: «Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione a Dio? Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando e maltrattando coloro che desiderano ricevere la comunione in ginocchio sulla lingua».

Tre sono le communio da osservare: fidei, sacramentorum et disciplinae.

Non si tratta di ostinazione, bensì di obbedienza alle disposizioni di interi episcopati.

Si è sempre detto che l’obbedienza soprattutto nelle disposizioni liturgiche è fonte di comunione e di «obsequium» su ciò che di più sacro ha la Chiesa: la liturgia che è la sua lex orandi.

Mi porto in animo due ricordi. 
Il giorno in cui cessava l’antico modo di celebrare la messa nel rito latino dopo il Concilio di Trento ed entrava in vigore il messale di Paolo VI, il vescovo di Trieste monsignor Santin, che era vescovo dal 1933 e quindi tutto il suo ministero sacerdotale ed episcopale lo aveva svolto con l’antico modo, celebrò con commozione l’ultima messa e con spirito veramente di fedeltà alla Chiesa fu poi fedele all’equilibrata riforma liturgica accompagnata con responsabilità in tutte le comunità della sua diocesi, in fedeltà a Pietro e al Concilio. Fece le sue osservazioni, sia nella Conferenza episcopale regionale, sia in quella nazionale, ma fu fedele.

L’altro ricordo ce l’ho da un corso accademico alla Pontificia Università di S. Tommaso (Angelicum) di Roma, tenuto dal professor Fuente, che ci fece alcune lezioni sulla teologia delle mani. Quelle mani che con la loro fatica guadagnano il pane materiale per la famiglia, quelle mani che donano tenerezza ai figli o alla sposa, quelle mani che aiutano un anziano o un sofferente, quelle mani che nel momento della malattia grave vengono unte dall’olio santo, quelle mani sono, con il cuore, le membra degne di toccare e ricevere il corpo di Cristo.

Tutti nella Chiesa, soprattutto coloro che hanno delle particolari responsabilità «ratio munere», hanno diritto di esprimere suggerimenti e anche disposizioni, purché non certo in contraddizione aperta con le indicazioni date dai legittimi pastori delle Chiese particolari e soprattutto con l’approvazione del Santo Padre.

Portare confusione tra il popolo di Dio, sapendo di volerlo fare, è un grave «attentato» alla comunione ecclesiale e anche alla serenità della fede del popolo di Dio.

È preferibile seguire con consapevolezza la normale prassi nel ricevere l’Eucarestia che portare l’acqua a dubbi che creano conflitti di coscienza e divisioni nel popolo di Dio. È meglio una santità feriale, fondata su umiltà e obbedienza, che una «rivoluzione» che lacera il tessuto dell’unità anche «solo» rituale.

Certo che non si negherà la recezione dell’eucarestia a chi la desidera in ginocchio e non in mano, purché non sia provocazione e «sconfessione» della bontà delle disposizioni della Comunione in mano volute da interi episcopati.

La santità non sta nel rito ma nella disposizione del cuore di chi lo compie. Il rigorismo non genera santi, ma spesso paranoici.

È nell’equilibrio che sta la virtù.

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L’Europa e la fede cristiana

Posté par atempodiblog le 4 mars 2018

L'Europa e la fede cristiana dans Citazioni, frasi e pensieri Europa_12_stelle

L’Europa sarà salva solo se perdurerà nella fede cristiana.

San Tommaso da Villanova

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Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa

Posté par atempodiblog le 3 mars 2018

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa
Un decreto del cardinale Sarah, prefetto del Culto divino, stabilisce la memoria obbligatoria nel rito romano per il lunedì dopo Pentecoste
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa dans Andrea Tornielli Affresco_di_Maria_Theotok_s_nel_Monastero_di_Visoki_Decani
Affresco di Maria Theotokós nel Monastero di Visoki Decani

«Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, madre della Chiesa, sia iscritta nel calendario romano nel lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno». È quanto si legge nel decreto pubblicato sabato 3 marzo 2018 e firmato dal cardinale prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah. Il decreto porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes.

Insieme al decreto sono stati pubblicati i relativi testi liturgici, in latino, per la messa, l’Ufficio divino e il Martirologio romano. Le Conferenze episcopali provvederanno ora ad approvare la traduzione dei testi. Il motivo della celebrazione, spiega in una nota di commento alla decisione papale il cardinale Sarah, è legato alla «maturazione della venerazione liturgica riservata a Maria a seguito di una migliore comprensione della sua presenza “nel mistero di Cristo e della Chiesa”, come ha spiegato il capitolo VIII della Lumen gentium del Concilio Vaticano II».

Nel promulgare la costituzione conciliare sulla Chiesa, il 21 novembre 1964, Paolo VI «volle solennemente riconoscere a Maria il titolo di “Madre della Chiesa”» . Una decisione accolta dall’applauso dell’aula. «Il sentire del popolo cristiano – spiega Sarah – in due millenni di storia, aveva in vario modo colto il legame filiale che unisce strettamente i discepoli di Cristo alla sua santissima Madre».

«L’acqua e il sangue sgorgati dal cuore di Cristo sulla croce, segno della totalità della sua offerta redentiva – si legge ancora nel commento del porporato Prefetto del Culto – continuano sacramentalmente a dar vita alla Chiesa attraverso il Battesimo e l’Eucaristia. In questa mirabile comunione, sempre da alimentare tra il Redentore e i redenti, Maria santissima ha la sua missione materna da svolgere». Una messa votiva dedicata a Maria madre della Chiesa era stata approvata dalla Congregazione nel 1973, in vista dell’Anno Santo del 1975.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II vi era stata concessa la possibilità alle Conferenze episcopali di aggiungere il titolo di “Madre della Chiesa” nelle Litanie lauretane che si recitano al termine del Rosario. Inoltre nel corso degli anni era stato anche approvato l’inserimento della celebrazione della “Madre della Chiesa” nel calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina, proprio nel lunedì dopo Pentecoste. In altre date si celebrava in luoghi peculiari, come la Basilica di San Pietro, dove era avvenuta la proclamazione da parte di Paolo VI, come pure in alcuni ordini e congregazioni religiose.

Ora Papa Francesco ha stabilito che, il lunedì dopo Pentecoste, la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria per tutta la Chiesa di rito romano. «È evidente – osserva Sarah – il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti… L’auspicio è che questa celebrazione, estesa a tutta la Chiesa, ricordi a tutti i discepoli di Cristo che, se vogliamo crescere e riempirci dell’amore di Dio, bisogna radicare la nostra vita su tre realtà: la croce, l’ostia e la Vergine».

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Clara e gli altri: se l’ictus colpisce il bambino nel grembo materno

Posté par atempodiblog le 3 mars 2018

Clara e gli altri: se l’ictus colpisce il bambino nel grembo materno
Ha 12 anni e la passione della pittura. Però non parla. In altri casi invece le funzioni del linguaggio, tipiche dell’emisfero sinistro, si spostano nella parte del cervello non danneggiata, la destra: uno studio Usa fa luce sulla plasticità cerebrale dei bambini
di Laura Cuppini – Corriere della Sera

Clara e gli altri: se l’ictus colpisce il bambino nel grembo materno dans Articoli di Giornali e News Clara_Woods

Clara Woods ha 12 anni e vive a Firenze. Capisce tre lingue (italiano, inglese e portoghese), ma non parla. Quando era ancora nella pancia della mamma, prima di nascere, ha avuto un ictus e questo ha cambiato tutto. «All’inizio i medici ci dissero che Clara avrebbe vissuto come un vegetale  racconta la madre, Betina Genovesi  che non avrebbe potuto camminare, correre, comprendere, avere una vita normale. Ma non è andata così: Clara è sempre stata molto solare e ha affrontato tutto con gioia e forza di volontà». Ha una doppia emiparesi (difficoltà motoria in un lato del corpo), ma il lato destro è molto più debole del sinistro. Si è operata due volte per allungare i tendini e oggi può camminare e correre, anche se solo per un tempo breve perché si stanca molto. Quando aveva un anno ha cominciato la terapia di riabilitazione e i progressi sono arrivati, gradualmente. Clara ha una passione: dipingere. Ha iniziato da piccolissima, ma all’inizio distruggeva i quadri che realizzava. La pittura (che realizza con il lato sinistro del corpo) le permette di esprimersi, sostituisce la parola che le manca. Ha molto talento. Alcune sue opere saranno in mostra per la prima volta dal 9 al 30 marzo nella pasticceria Tuttobene di Campi Bisenzio.

Un bambino su 4mila
L’ictus nella fase perinatale (ovvero il periodo subito prima, durante e dopo la nascita) è un evento raro, ma non impossibile. Si calcola che colpisca un bambino su 4mila. Ma l’ictus in un neonato ha effetti completamente diversi rispetto a quelli che può causare in un adulto. Un nuovo studio della Georgetown University di Washington, presentato al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science ad Austin (Texas), mostra che dieci o vent’anni dopo l’ictus perinatale, molti ragazzi o giovani adulti sono in grado comunque di parlare perfettamente. Gli autori hanno preso in considerazione 12 soggetti tra i 12 e i 25 anni, che avevano avuto un ictus nell’emisfero sinistro del cervello (quello deputato al linguaggio) quando erano piccolissimi. Scoprendo che tutti avevano “spostato” l’abilità linguistica nell’emisfero destro, quello non danneggiato. Una dimostrazione di quanto sia “plastico” il cervello dei bambini, in particolare fino ai 4 anni di età.

Cervelli estremamente plastici
Gli unici segnali del danno al cervello, nei soggetti studiati, sono risultati l’uso della mano sinistra come principale (dato che l’ictus nell’emisfero sinistro può danneggiare i movimenti del lato destro) e alcune difficoltà nelle funzioni esecutive. Ma  sottolineano gli autori, guidati dalla neurologa Elissa Newport  le funzioni cognitive di base, come la comprensione e il linguaggio, sono stati giudicati eccellenti. Nonostante il cambio di emisfero, dal sinistro al destro, dimostrato dalle tecniche di imaging. Un passaggio già dimostrato in precedenti studi, ma con minor precisione rispetto al nuovo studio. «Noi siamo riusciti a dimostrare che questi cervelli, estremamente plastici, sono stati in grado di ricollocare il linguaggio in un’area sana  spiega Newport . Crediamo che ogni abilità del cervello, come quelle linguistica o spaziale, possa essere trasferita in un’area specifica nel caso quella deputata venga danneggiata. Si tratta di una scoperta importante , che può avere implicazioni nella riabilitazione degli adulti sopravvissuti a un ictus». Newport e colleghi approfondiranno ulteriormente il tema, con studi su una quantità maggiore di soggetti che abbiano danni sia nella parte sinistra che nella parte destra del cervello.

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IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità

Posté par atempodiblog le 26 février 2018

IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità
Da sempre in Quaresima e durante il Tempo pasquale i parroci benedicono le famiglie Un modo per rinnovare la fede e consolidare la fraternità e la comunione sul territorio
di Giacomo Gambassi – Avvenire

IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

Affonda le sue radici nell’eredità del Concilio di Trento la tradizione di benedire le famiglie nel tempo di Quaresima e di Pasqua che, a distanza di quasi cinquecento anni, marca ancora la vita di una parte consistenze delle parrocchie italiane in queste settimane. Quando era nata, la benedizione annuale dei nuclei familiari rappresentava un momento per consolidare la comunità e preservarla dalle correnti ereticali.

Oggi il Benedizionale la definisce un’«occasione preziosa» che i sacerdoti e i loro collaboratori devono avere «particolarmente a cuore» per «avvicinare e conoscere tutte le famiglie» di un territorio.

Certo, ha scritto il docente di liturgia e parroco nella diocesi di Alessandria, don Silvano Sirboni, «in un contesto multireligioso come il nostro, segnato da sistemi e ritmi di lavoro che costringono alla mobilità svuotando o quasi durante il giorno interi quartieri, questa attività pastorale trova non poche difficoltà, specie nei centri urbani». Eppure, resta come un punto fermo nelle agende parrocchiali: non solo in quelle dei piccoli paesi ma anche delle grandi città. Che comunque va liberata dal tratto – dominante soprattutto in passato – che riduceva il tutto a un gesto esteriore vicino all’ambito della superstizione. Ecco perché sempre il Benedizionale tiene a precisare che «non si deve fare la benedizione delle case senza la presenza di coloro che vi abitano».

Del resto il significato di questa consuetudine può essere compreso dalle parole con cui il sacerdote introduce il rito: «Con la visita del pastore – afferma appena varcato il portone d’ingresso –, è Gesù stesso che entra in questa casa e vi porta la sua gioia e la sua pace». Proprio l’annuncio della «pace» di Cristo è il cuore di questa iniziativa.

Non è un caso che la Chiesa inviti i parroci a considerare «uno dei compiti privilegiati della loro azione pastorale la cura di visitare le famiglie», fedeli al mandato del Signore che ai discepoli raccomandava: «In qualunque casa entriate, prima dite “pace” a questa casa». Ed ecco che il primo saluto del sacerdote è oggi: «Pace a questa casa e ai suoi abitanti».

I fondamenti si trovano nella Scrittura. Perché il Dio della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto e della Risurrezione del suo Figlio «passa» nel luogo principale della vita ordinaria, l’abitazione, per sostenere nel cammino quotidiano. Lo sottolineano anche le intenzioni di preghiera in cui si chiede al Signore di riempire la casa della sua «dolce presenza» con «la potenza dello Spirito».

Inoltre l’incontro del presbitero con le famiglie diventa opportunità per un «discreto annuncio del Vangelo». Così il rito unisce la preghiera all’ascolto della Parola che viene proposta attraverso brevi passi biblici. E la benedizione annuale è anche un richiamo a riconosce nel Signore «il principio e il fondamento sul quale si basa e si consolida l’unità della famiglia». Come icona viene indicata quella della Sacra Famiglia nel cui grembo Cristo, insieme con Maria e Giuseppe, «ha santificato la vita domestica».

Segno concreto è l’aspersione con l’acqua benedetta. Tanto che, in alcune aree della Penisola, la benedizione delle famiglie continua ad essere chiamata l’«acqua santa». Si tratta di un’occasione per fare memoria del Battesimo con il quale il Signore «aggrega la società domestica alla grande famiglia dello Spirito» e per «rinnovare» l’adesione a Cristo, dice il sacerdote mentre compie il rito.

Da ricordare che la benedizione annuale è un impulso a rinsaldare i legami con la parrocchia e a riflettere sul percorso comunitario. Ma vuol essere anche una possibilità per tastare il polso della vita spirituale fra le mura domestiche in modo da individuare le difficoltà e le sfide che una parrocchia è chiamata ad affrontare.

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Il sabato, giorno dedicato alla Madonna

Posté par atempodiblog le 24 février 2018

Il sabato, giorno dedicato alla Madonna dans Fede, morale e teologia Il_sabato_giorno_dedicato_alla_Madonna

Tra i giorni dedicati alla beata Vergine spicca il sabato, assurto al grado di memoria di santa Maria. Questa memoria risale certamente all’epoca carolingia (secolo IX), ma non ci sono noti i motivi che indussero a scegliere il sabato quale giorno di santa Maria. In seguito ne furono date numerose spiegazioni, le quali tuttavia non soddisfano pienamente i cultori della storia della pietà.

Oggi, a prescindere dalle sue oscure origini storiche, si mettono in risalto giustamente alcuni valori di questa memoria ai quali «è più sensibile la spiritualità contemporanea: l’essere cioè ricordo dell’atteggiamento materno e discepolare della “beata Vergine che ‘nel grande sabato’ quando Cristo giaceva nel sepolcro, forte unicamente della fede e della speranza, sola fra tutti i discepoli, attese vigile la Risurrezione del Signore”; preludio e introduzione alla celebrazione della domenica, festa primordiale, memoria settimanale della Risurrezione di Cristo; segno, con la sua cadenza settimanale, che la “Vergine è costantemente presente ed operante nella vita della Chiesa”».

Anche la pietà popolare è sensibile alla valorizzazione del sabato quale giorno di santa Maria. Non è infrequente il caso di comunità religiose e di associazioni di fedeli i cui statuti prescrivono di rendere ogni sabato particolari ossequi alla Madre del Signore, talora con pii esercizi composti appositamente per quel giorno.

della Congregazione per il Culto Divino  Direttorio su Liturgia e Pietà Popolare
Tratto da: Radio Maria Fb

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BAMBINO DOWN/ Il volto di Lucas scelto dalla Gerber come simbolo 2018: da abortiti a emblema della felicità

Posté par atempodiblog le 21 février 2018

BAMBINO DOWN/ Il volto di Lucas scelto dalla Gerber come simbolo 2018: da abortiti a emblema della felicità
Il volto di un bambino down è stato scelto dall’azienda di prodotti per l’infanzia Gerber come immagine simbolo della sua produzione, ecco di cosa si tratta
di Paolo Vites – Il Sussidiario

BAMBINO DOWN/ Il volto di Lucas scelto dalla Gerber come simbolo 2018: da abortiti a emblema della felicità dans Aborto Lucas_bimbo_scelto_da_Gerber

In un momento storico che vede quasi scomparsi i bimbi down, abortiti una volta che gli esami rivelano alle madri in gravidanza il loro stato (in Islanda ad esempio sono cinque anni che non ne nasce uno, mentre in Inghilterra si raggiunge una percentuale del 90% di bimbi down abortiti ogni anno), non è una notizia da poco che il volto di uno di loro sia stato scelto da una delle aziende più importanti al mondo di prodotti per l’infanzia come simbolo del 2018. Da sempre, quando è nata nel 1928, la Gerber ogni anno cambia l’immagine del bambino che apparirà per tutto l’anno su ogni suo prodotto. Negli ultimi anni, per rendere i clienti più “attaccati” l’azienda ha organizzato un concorso aperto a tutti: mandare una foto del loro bambino tra cui sceglierne uno. Nel 2017 ne sono arrivate ben 140mila, ma la Gerber ha scelto come proprio simbolo immagine l’unico bambino down, Lucas Warren, originario dello stato della Georgia in America.

A parte la bella cifra che la famiglia di Lucas si porta a casa (41mila euro) la scelta, giustificata come il sorriso più bello di tutti, ha una importanza fondamentale nel riconoscimento dei bambini down al diritto della vita. Non sappiamo se la motivazione sia stata quella o semplicemente il meraviglioso sorriso, ma sta di fatto che in questo modo la gente, forse, capirà che un bambino down è felice come tutti gli altri, anzi di più, non un povero handicappato sofferente che porterà la famiglia nella disperazione come oggi si cerca di farli passare. In realtà non è la prima volta che una azienda sceglie un down come proprio simbolo aziendale, era già successo con la Mark & Spencer nel 2012 e la Bell & Shop nel 2015. In questo 2018, per chi non lo avesse notato, i consumatori di prodotti di alimentazione, sviluppo, linguaggio vedranno Lucas sorridente in primo piano.

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Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa»

Posté par atempodiblog le 7 février 2018

Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa»
Il Papa emerito ha risposto ai tanti lettori, che chiedevano come stesse, in una missiva consegnata a mano alla sede romana del nostro giornale: «Sento scemare delle forze»
di Massimo Franco – Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa» dans Articoli di Giornali e News LETTERA_BENEDETTO_XVI_Corriere

La lettera, «Urgente a mano», è arrivata ieri mattina alla sede romana del Corriere dal «Monastero Mater Ecclesiae, V-120 Città del Vaticano»: l’eremo dentro le Sacre Mura dove il Papa emerito Benedetto XVI si è ritirato da quando si dimise, esattamente cinque anni fa. Ma sembrava arrivata da un altro mondo, molto più distante dei pochi chilometri che segnano la distanza fisica da quel luogo. Forse perché la busta conteneva un cartoncino ripiegato, e dentro un’altra busta sigillata, con un messaggio di nove righe. Ma soprattutto perché trasmetteva parole forti, vere, non formali: un gesto di squisita attenzione nei confronti di quanti, ultimamente, chiedevano sempre più spesso come stesse «Papa Benedetto»; come vivesse quello che lui stesso chiama, nel testo, «quest’ultimo periodo della mia vita».

Canale riservato
Qualche giorno fa, attraverso un canale riservato, avevamo rivolto la domanda a lui, confidando di ricevere una risposta. Dopo cinque anni in cui era praticamente scomparso dall’orizzonte pubblico, incontrando pochi amici, e diradando perfino le sue passeggiate nei giardini vaticani, aiutandosi con un deambulatore, forse pensava di essere stato dimenticato. Non sapeva che la sua figura rimane molto presente, con la suggestione epocale di un periodo in cui convivono «due Papi», espressione non proprio ortodossa ma abituale. Anzi, il mistero dei suoi giorni senza eco pubblica, con immagini sfuocate e apparizioni sempre più rare in qualche cerimonia alla quale era invitato da Francesco, ne hanno affilato e insieme ingigantito il profilo.

Quella firma a mano
Benedetto «c’è», aleggia senza volerlo. Anzi, forse è radicato nella memoria dell’opinione pubblica proprio perché ha cercato di dissolversi in un limbo esistenziale per lasciare l’intera scena al successore: quel cardinale Jorge Mario Bergoglio «che ha la calligrafia più piccola della mia», ha notato una volta Joseph Ratzinger. Ma la sua, a penna, in calce alla lettera, ormai è minuscola: quasi si rimpicciolisse insieme alle sue energie fisiche, evidenziando la difficoltà perfino a scrivere. Raccontano che in privato lo dica con una punta di tristezza: non riesce più a dedicare abbastanza tempo per costruire quei testi di grande finezza teologica che hanno tracciato per anni il percorso della Chiesa cattolica. Eppure accetta la propria fragilità. Nelle sue parole, che sono un ringraziamento e al tempo stesso quasi un commiato, se ne coglie più di un accenno.

Cinque anni dopo
Quel riferimento al «lento scemare delle forze fisiche», la confessione di essere «interiormente in pellegrinaggio verso Casa», con la c maiuscola, e il «grazie» ai «tanti lettori» del Corriere che continuano a chiedere di lui: sono poche parole misurate, che però trasmettono una grande profondità. Forse, nell’ammirazione e in una punta di nostalgia per Benedetto XVI che qui e là si avverte in alcuni settori del mondo cattolico, si indovina il trauma non del tutto digerito delle sue dimissioni, l’11 febbraio del 2013: una svolta epocale. Ma c’è anche il riconoscimento di una condotta esemplare tra lui e papa Francesco in questi cinque anni. Una convivenza non regolata da nessuna legge; affidata soltanto al carattere di questi due personaggi così diversi, nonostante una sottolineatura, a tratti un po’ d’ufficio, della continuità tra i loro pontificati.

I due Papi
Non era scontato che «due Papi» in Vaticano riuscissero a mantenere una personalità così distinta, senza per questo sovrapporsi o, peggio, trasmettere messaggi di divisione. Se per caso esistessero delle differenze, sono rimaste un segreto custodito tra di loro: come se entrambi sapessero che la cosa importante è cercare di tenere unita una Chiesa percorsa da mille tensioni. È un segno di forza spirituale e di umiltà, che sublima quando, rivolto a quanti continuano a interessarsi a lui, saluta con un tono quasi familiare: «Non posso fare altro che ringraziare».

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Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2018

Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione
Un’occasione formativa importante per arricchire il percorso di crescita e conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società. Risposte alle tante domande di oggi sulla vita.
di Avvenire

Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all'ora di religione dans Articoli di Giornali e News In_classe_Avvenire_-_ANSA

L’invito è rivolto ai genitori come agli studenti. Nel Messaggio in cui riflette sull’importanza di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) per il prossimo anno scolastico, la presidenza della Cei sottolinea che si tratta «di un’occasione formativa importante» per arricchire il percorso di crescita e «conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società».

Al tempo stesso i contenuti dell’ora di religione mentre accompagnano i cambiamenti culturali e sociali in atto sono in grado di rispondere efficacemente «alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado». E i numeri stanno lì a dimostrarlo.

Nell’anno scolastico 2016-2017 la percentuale degli studenti che si sono avvalsi dell’Irc è stata complessivamente dell’87,1% con punte del 90,7% nella scuola primaria. Il Messaggio arriva alla viglia delle iscrizioni al prossimo anno scolastico, possibili da martedì 16 gennaio all’8 febbraio.

Di seguito il testo integrale del Messaggio della Presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2018-2019.

Cari studenti e cari genitori, nelle prossime settimane si svolgeranno le iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici che avete scelto.
Insieme alla scelta della scuola e dell’indirizzo di studio, sarete chiamati ad effettuare anche la scelta di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. È proprio su quest’ultima decisione che richiamiamo la vostra attenzione, perché si tratta di un’occasione formativa importante che vi viene offerta per arricchire la vostra esperienza di crescita e per conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società.
Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza della scelta di una disciplina che nel tempo si è confermata come una presenza significativa nella scuola, condivisa dalla stragrande maggioranza di famiglie e studenti.

A voi genitori desideriamo ricordare soprattutto il fatto che in questi ultimi anni l’Irc ha continuato a rispondere in maniera adeguata e apprezzata ai grandi cambiamenti culturali e sociali che coinvolgono tutti i territori del nostro bel Paese.
I contenuti di questo insegnamento, declinati da specifiche Indicazioni didattiche, appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a riflettere nel modo migliore su tali questioni, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, in quanto principale valore da tutelare e promuovere per una vita aperta all’incontro con l’altro e gli altri. Anche papa Francesco nei giorni scorsi ha ricordato che «questa è la missione alla quale è orientata la famiglia: creare le condizioni favorevoli per la crescita armonica e piena dei figli, affinché possano vivere una vita buona, degna di Dio e costruttiva per il mondo» (Angelus nella Festa della Sacra Famiglia, 31 dicembre 2017).

A voi studenti desideriamo ricordare il diffuso apprezzamento che da anni accompagna la scelta di tale insegnamento. I vostri insegnanti di religione cattolica si sforzano ogni giorno per lavorare con passione e generosità nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sostenuti da un lato dal rigore degli studi compiuti e dall’altro dalla stima dei colleghi e delle famiglie che ad essi affidano i loro figli.
Per tutti questi motivi, desideriamo rinnovare l’invito ad avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica, sicuri che durante queste lezioni potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale, decisivo e fondamentale anche per il resto della vostra vita.
La presidenza della Conferenza episcopale italiana

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Solennità che prevalgono sulla domenica

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2018

Solennità che prevalgono sulla domenica
Quando si celebrano le “festività del Signore” la liturgia è diversa da quella ordinaria
di Edward McNamara – Zenit
[Traduzione dall’inglese 
a cura di Maria Irene De Maeyer]

Solennità che prevalgono sulla domenica dans Fede, morale e teologia Solennit_che_prevalgono_sulla_domenica

Nella sua rubrica settimanale di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde oggi a un lettore statunitense.

Ogni 29 giugno la Chiesa celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo, anche quando questa data cade di domenica. Se non erro, la festività della Dedicazione della Basilica Lateranense a Roma ha la caratteristica di “prendere il posto” della normale celebrazione della domenica qualora capiti in quel giorno. Eppure altre solennità e festività che sembrano avere una maggiore importanza dottrinale e spirituale di queste – nello specifico quelle della B.V. Maria – nel caso cadano di domenica, vengono spostate al sabato precedente o al lunedì successivo. Vista l’importanza della domenica nel nostro credo, su quale base viene stabilito quali celebrazioni hanno la precedenza sulla domenica e quali no? – A.H., New York (USA)

Questa domanda dimostra nuovamente che ciò che può sembrare ovvio a chi ha quotidianamente a che fare con questioni liturgiche, non necessariamente è così chiaro al fedele comune. Questa è davvero una buona domanda da parte di un attento cattolico, e ci ricorda che talvolta è bene spiegare questi concetti che creano facilmente confusione.

Il calendario liturgico si è sviluppato nel corso dei secoli ed è stato organizzato in varie modalità differenti. Per molte ragioni la celebrazione liturgica delle preghiere proprie della domenica, specialmente al di fuori dei periodi più importanti, è stata costantemente sul punto di venir sostituita dalle celebrazioni dei santi e delle devozioni più popolari. In varie occasioni la Chiesa è dovuta intervenire per ripristinare il ruolo centrale che la celebrazione domenicale dovrebbe occupare nella devozione dei fedeli.

I tentativi più recenti sono le norme attuali promulgate dopo il Concilio Vaticano II. Queste stabiliscono una nuova gerarchia delle festività e celebrazioni e una nuova tabella dei giorni liturgici che indica la precedenza di una festa sull’altra. La divisione principale di queste celebrazioni è fra solennità, feste, memorie obbligatorie e memorie facoltative.

È stato fatto anche uno sforzo per rinforzare la celebrazione della domenica, che d’ora in poi potrà essere soppiantata solo da celebrazioni maggiori .

Sulla tabella, le domeniche dei tempi liturgici maggiori di Avvento, Quaresima e Pasqua hanno il grado più alto rispetto alle solennità, perciò le solennità che cadono di domenica vengono normalmente trasferite.

Dal momento che l’Immacolata Concezione cade durante l’Avvento, viene perciò spostata, ad eccezione di alcuni Paesi come Spagna e Italia, in cui è anche una festività pubblica ed è sempre celebrata l’8 dicembre.

Questo avviene a volte per San Giuseppe e l’Annunciazione, che capitano sempre durante la Quaresima o il periodo pasquale. Infatti l’anno prossimo, in cui l’Annunciazione cadrà il giorno di Venerdì Santo, essa verrà trasferita a dopo l’ottava di Pasqua e verrà celebrata lunedì 4 aprile.

Alcuni paesi ricevono dalla Santa Sede una speciale eccezione alla regola generale su una base ad hoc. Per esempio, ai vescovi messicani viene quasi sempre dato il permesso di celebrare Nostra Signora di Guadalupe, il 12 dicembre, anche nel caso coincida con una domenica di Avvento. Questo permesso non viene esteso oltre le frontiere nazionali.

Per le domeniche del periodo natalizio e del tempo ordinario, le norme sono meno rigide. Anche in questo caso, tuttavia, solo le solennità e le festività del Signore prendono il posto della domenica. Tutte le altre feste e memorie vengono omesse quando coincidono con il Giorno del Signore.

Questo è il motivo per cui la solennità dei Santi Pietro e Paolo prende il posto della domenica; lo stesso avviene per ogni altra solennità di questo tipo, anche nel caso non si tratti di un giorno di precetto (come ad esempio la Natività di san Giovanni Battista, il 24 giugno). Questo è vero anche per le solennità proprie, come ad esempio la Festa del Patrono della parrocchia, sia se coincide con la domenica sia se viene trasferita alla domenica più prossima del tempo ordinario.

Anche la speciale categoria delle “festività del Signore” ha la precedenza sulla domenica. Queste si differenziano dalle solennità, in quanto vengono celebrate come festa (il che significa che vengono officiate con il Gloria, ma solamente con due letture e niente Credo) a meno che non coincidano con la domenica o vengano comunque normalmente celebrate di domenica.

Si tratta delle seguenti feste:

– il Battesimo del Signore, che viene celebrato la prima domenica dopo il 6 gennaio (o, laddove la solennità dell’Epifania venga trasferita alla domenica che cada il 7 o l’8 gennaio, il lunedì successivo);

– la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, celebrata la domenica nell’ottava di Natale, oppure, se non c’è una domenica, il 30 dicembre;

– la Presentazione del Signore, celebrata il 2 febbraio;

– la Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto;

– l’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre (in alcuni Paesi, in particolare dell’America Latina, viene celebrata il 3 maggio per ragioni storiche e pastorali);

– la Dedicazione della Basilica Lateranense, celebrata il 9 novembre.  Questa è una festività del Signore perché la basilica era dedicata dapprima al Santissimo Salvatore, il cui nome ufficiale finora è “Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano”. Le dedicazioni a San Giovanni Battista e a San Giovanni Evangelista furono aggiunte rispettivamente nel X e XII secolo.

Nessun’altra festività o memoria può il prendere il posto della domenica, eccetto il caso speciale del 2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti.

In caso di grave necessità, un vescovo può dare l’ordine o permettere che si celebri una Messa speciale in una domenica di tempo ordinario, come ad esempio una Messa per la pace in un periodo di grande crisi.

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Le feste di precetto
di Padre Angelo Bellon

Le feste di precetto sono dieci in tutto e sono menzionate nel Codice di Diritto Canonico, can. 1246, 2.
Sono le seguenti:
Natale, Epifania, Ascensione, Corpus Domini, Madre di Dio (I gennaio), Immacolata Concezione, Assunzione, S. Giuseppe, SS. Pietro e Paolo, Ognissanti.

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Il 6 ed il 7 gennaio 2018 si deve partecipare alla Santa Messa
dal forum di Cattolici Romani

Se per vari motivi riuscissi a partecipare alla messa solo la sera nel caso del 6/1 (Epifania del Signore) adempirei al precetto della Solennità?
Sì, perché l’Epifania, [...] cadrà di sabato, è solennità, quindi anche nelle ore vespertine verrà celebrata la Messa propria, non quella della domenica seguente.

Quindi la domenica sera dovrei partecipare alla Messa?
Sì.

E se riuscissi ad andare solo il venerdì e il sabato (partecipando quindi due volte alla Messa dell’Epifania?)
Non adempiresti il precetto domenicale, perché, come ho detto sopra, al sabato sera assisteresti comunque alla Messa dell’Epifania e non a quella della domenica.

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