Il cammino di santità

Posté par atempodiblog le 10 juin 2008

Dio ha un progetto specifico su ciascuna persona che è unica, irripetibile e ha i propri specifici doni che vanno scoperti e valorizzati per percorrere la propria vocazione alla santità

COME IMPOSTARE LA PROPRIA VITA – La santità è la vera realizzazione di noi stessi: Dio ci ha creati per essere in Cristo e riflettere un grado della sua santità. Ognuno ha una sua specifica santità da realizzare (in famiglia, sul lavoro, nella vita consacrata) e ogni santo riflette in modo unico la santità di Dio. Il modo corretto di impostare la vita è dunque quello di capire il disegno di Dio e come realizzarlo. Dio parla al cuore in preghiera e rivela il suo progetto paso dopo passo. La domanda di fondo che ognuno deve porsi non è dunque « cosa voglio fare della mia vita » ma scoprire giorno dopo giorno qual è il progetto di Dio su noi stessi. La vita infatti si realizza quando noi abbiamo realizzato ciò che Dio voleva che noi facessimo. In realtà sono poche le anime che seguono questo percorso, la maggior parte delle anime sbanda o trascorre la vita in un modo improduttivo. Nonostante ciò, Dio a qualsiasi età dà la possibilità di riprendere il cammino e di raggiungere la santità, anche in breve tempo. La conversione rappresenta proprio quel momento di ritorno della persona sulla strada maestra della propria vita.

IN COSA CONSISTE LA SANTITÀ – Il grado di santità consiste nell’amore per Dio e nel donare agli altri questo amore che Dio dà a noi stessi e che noi accogliamo nel nostro cuore. La misura della santità non sta dunque nei carismi ma nella misura di amore di Dio che ognuno accoglie nel proprio cuore. L’amore di Dio infatti non lo si merita, ma lo si chiede nella preghiera, quindi si deve poi corrispondere a questa grazia aprendo il proprio cuore per poterlo accogliere in noi. Questo processo di conversione può portare alla santità anche in breve tempo, come è accaduto per grandi santi come Sant’Agostino e San Paolo, o addirittura in tempi brevissimi, come nel caso del buon ladrone, crocifisso accanto Gesù, che è stato toccato dalla divina misericordia in punto di morte e che oggi è addirittura venerato come Santo dalla Chiesa Prientale.

LE CHIAMATE DI DIO – Le chiamate di Dio nel corso della vita possono essere molte, e di diverso tipo, e possono avvenire in molti modi. Noi dobbiamo essere sempre attenti alle sue chiamate e pronti ad accoglierle. Le chiamate a volte posono essere molto impegnative o dolorose da portare avanti: in questo modo Dio plasma la vita di ogni persona e ne fa un autentico capolavoro. Raramente infatti Dio mostra la strada per intero, generalmente Dio conduce la persona conduce passo per passo, così come una madre guida il proprio bambino: avanzando così si avanza nel cammino di fede e volgendo lo sguardo al proprio passato si nota come Dio abbia tessuto in ogni singola vita un ricamo meraviglioso. La vita si distrugge solo quando si perde la fede. Si può perdere tutto, la salute, l’amore, il prestigio, la ricchezza, ma la più grave sconfitta consiste nella perdita di Dio. «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).

PER APPROFONDIRE

Come si proclama la santità
Per aprire una causa di beatificazione ordinariamente devono trascorrere almeno cinque anni dalla morte di una figura morta in fama di santità. È il vescovo diocesano che, ottenuto il «nulla osta» dalla Congregazione delle cause dei santi, apre il processo: da quel momento il candidato viene definito servo di Dio. Terminata la ricognizione diocesana le conclusioni sono trasmesse alla Congregazione vaticana. E qui l’iter si differenzia a seconda che il candidato agli altari sia un martire o un confessore (cioè un cristiano che ha vissuto esemplarmente senza però essere ucciso a causa del Vangelo). Nel caso del martire la sua testimonianza è considerata dalla Chiesa talmente forte che, se la sua morte è giudicata da una commissione di esperti motivata dall’annuncio del Vangelo, viene direttamente sottoposta al Papa che può direttamente proclamarlo beato. Il martire salta così il passaggio del miracolo, il fatto straordinario compiuto per sua intercessione, richiesto invece per i confessori. Per accedere invece alla canonizzazione, ed essere così proclamato santo, anche per i martiri deve essere riconosciuta l’esistenza di un miracolo.

Tratto da: Holy Queen

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La prima chiesa cristiana

Posté par atempodiblog le 10 juin 2008

Scoperta la prima chiesa cristiana
di Andrea Tornielli – Il Giornale

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L’annuncio, piuttosto roboante, è apparso ieri sul quotidiano Jordan Times: a Rihab, in Giordania, in un piccolo villaggio a quaranta chilometri dalla capitale Amman, sarebbe stata trovata la «prima chiesa al mondo». La chiesa più antica tra quelle conosciute, l’archetipo del luogo di culto cristiano. Se fosse vero, si tratterebbe di una scoperta davvero sensazionale.

A rivelare il presunto ritrovamento è stato Abdul Qader Hussan, capo del Rihab Centre of Archeological Studies, che da diversi anni dirige le ricerche nel villaggio di Rihab. Nel corso degli scavi sotto la chiesa di San Giorgio, infatti, è stata ritrovata una grotta che lo studioso giordano si è affrettato a identificare non soltanto come una chiesa, ma addirittura come «la prima chiesa al mondo», datata, a suo dire «fra il 33 e il 70 dopo Cristo». Datazione precoce, se non precocissima, dato che attorno al 33 dopo Cristo è fissata la passione, morte e resurrezione di Gesù e i pochi discepoli che allora lo seguivano non hanno certo per prima cosa realizzato «chiese».
Lo studioso giordano, comunque, non sembra essere sfiorato dal dubbio. Crediamo che questo luogo – ha spiegato Hussan al Jordan Times – abbia protetto il primi cristiani, i settanta discepoli di Gesù Cristo, che hanno lasciato Gerusalemme al momento della persecuzione e si sono rifugiati nel nord della Giordania». Un riferimento ai «Settanta discepoli amati da Dio» si trova in un mosaico della chiesa superiore, che l’archeologo ritiene sia stata costruita nel 230 dopo Cristo.

Abdul Qader Hussan ha aggiunto che gli scavi hanno portato alla luce «porcellane e oggetti di terracotta datati fra il III e il VII secolo». Scendendo di qualche gradino sotto la chiesa di San Giorgio, ha raccontato, «ci si trova davanti a un’area circolare, che crediamo sia un’abside, e diverse sedute di pietra per gli ecclesiastici». Nella sala sotterranea si è trovato un muro che separava la zona dove i primi cristiani vivevano dalla zona dell’altare dedicata al culto. È stato ritrovato anche un tunnel che si ritiene abbia permesso ai cristiani che sarebbero stati qui nascosti di «approvvigionarsi d’acqua».
Secondo l’archimandrita Nektarius, vicario vescovile dell’arcidiocesi greco-ortodossa, la scoperta «rappresenta un’importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo. L’altra grotta simile si trova a Thessalonica, in Grecia».

Il ministero del Turismo della Giordania, com’era prevedibile, ha già annunciato di voler valorizzare al massimo la scoperta archeologica, promuovendola come attrazione turistica. In Giordania si trovano numerosissimi siti archeologici cristiani di eccezionale valore. Con tutta probabilità è qui – e non nella parte israeliana – che si trova il vero luogo del battesimo di Gesù descritto nel vangelo, identificato con Betania oltre il fiume Giordano. Nel villaggio di Rihab sono state scoperte negli ultimi decenni numerose chiese antiche.

 

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Olanda-Italia 3-0

Posté par atempodiblog le 9 juin 2008

Italia al tappeto: l’Olanda vince 3-0

Comincia nel peggiore dei modi il cammino dell’Italia nella massima rassegna continentale per nazioni. Gli azzurri di Donadoni escono con le ossa rotte dallo stadio di Berna: l’Olanda vince per 3-0, grazie alle reti firmate da Van Nistelrooy (dubbi su possibile fuorigioco), Snejider e van Bronckhorst. Il Ct italiano ha tentato di raddrizzare la partita nella ripresa, inserendo Del Piero e Cassano per Di Natale e Camoranesi: un’occasione per Toni e una gran parata di van der Saar su punizione di Pirlo hanno sancito la disfatta azzurra nella prima giornata del girone C. Il prossimo appuntamento sa già di dentro o fuori: venerdì, a Zurigo, c’è la Romania.

Fonte: TMW

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Bentornati vecchi esami

Posté par atempodiblog le 8 juin 2008

Finalmente una buona notizia: a scuola tornano gli esami di riparazione. Erano stati soppressi una quindicina di anni fa da un ministro di centrodestra, Francesco D’Onofrio, che forse non si era reso conto di aver fatto una cosa molto sessantottina, una cosa che seguiva l’onda del sei politico e degli esami di gruppo. D’Onofrio aveva introdotto il sistema dei «debiti scolastici», nel senso che un’insufficienza cambiava nome e diventava appunto un debito, e fin qui non ci sarebbe niente di male: il fatto è che questi debiti lo studente finiva per non saldarli mai, se li trascinava fino alla maturità, e se proprio ne aveva molti veniva ammesso agli esami con un punteggio un po’ più basso, ma comunque ammesso.
Il sistema, oltre che diseducativo, era anche ingiusto, uno schiaffo alla meritocrazia perché poteva succedere (anzi, succedeva regolarmente) che alla fine uno studente pluri-indebitato ottenesse, grazie a una buona prova d’esame, una votazione migliore rispetto a chi aveva studiato più di lui per cinque anni e magari si era impappinato davanti alla commissione.
Per il momento scatta l’obbligo di saldare i debiti entro il 31 agosto; dall’anno prossimo, riavremo i vecchi esami. Non c’è bisogno di molte parole per spiegare perché siamo favorevoli alla restaurazione, cominciata da Fioroni e ora completata da Mariastella Gelmini. L’abolizione degli esami faceva parte di quella nefasta cultura secondo la quale bisogna far crescere i nostri eredi col sedere nel burro: la cultura del dottor Spock, del «tu» alla maestra, dei voti sostituiti da sigle incomprensibili o da commenti soft per non traumatizzare il pargolo con un quattro. Ora torna lo spettro di un’estate passata sui libri anziché in spiaggia, ed è perlomeno un primo assaggio di un paio di regole di vita che i nostri ragazzi dovranno ahiloro sperimentare chissà quante volte: 1) ciascuno è responsabile delle proprie azioni; 2) ai propri errori si deve riparare.
Saremo anche dei vecchi tromboni, ma preferiamo essere cresciuti sapendo che gli esami non finiscono mai, piuttosto che illudendoci che i debiti si possano non pagare mai.

di Michele Brambilla – Il Giornale

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Euro 2008: apre Rosetti, chiuderà l’Italia?

Posté par atempodiblog le 6 juin 2008

Euro 2008: apre Rosetti, chiuderà l’Italia?
di Gigi Garanzini – Il Sole 24 ORE

Euro 2008: apre Rosetti, chiuderà l'Italia? dans Sport rosettirobertoow8

Europeo bagnato, annuncia il meteo austro-elvetico, rovesci di pioggia sia a Basilea e Ginevra domani che a Vienna e Klagenfurt domenica. Fortunato staremo a vedere per chi, anche se un buon indizio potrebbe essere l’intervista pubblicata ieri da Der Tagesspiegel all’arbitro Tschenscher, l’uomo del sorteggio fatato nella semifinale del ’68 che proiettò l’Italia di Valcareggi alla doppia, vittoriosa finale con la Jugoslavia. Fu una speciale moneta turca con un pallone da una parte e una porta dall’altra, ha raccontato Tschenscher, a colorare d’azzurro il destino. Nel lancio di prova il ministro dello sport sovietico indovinò a scegliere il pallone. In quello decisivo cedette ad Artemio Franchi l’onore e l’onere: il presidente disse «porta» e il principio dell’alternanza lo premiò.
Quarant’anni più tardi la sola idea del sorteggio al termine dei supplementari non può che farci sorridere. I rigori erano di là da venire, non parliamo del golden gol nel frattempo già passato a miglior vita, giusto il tempo di quella volée mancina di Trezeguet che costò all’Italia l’edizione del 2000 e a Zoff, sia pure per libera scelta, il posto da Ct. Ma la cabala, quella, non tramonta mai. Sicché è bastata la prima designazione arbitrale, lo svedese Frojdfelt per Italia-Olanda, a creare qualche turbamento di troppo: come se quell’unico precedente negativo in amichevole, Islanda-Italia 2-0 il primo giorno di scuola di Lippi, fosse compatibile con un debutto europeo.

L’assetto difensivo semmai, ecco il problema della vigilia. Puntare sull’esperienza, a costo di pagar dazio sul piano della staticità, o sulla velocità che sembra indispensabile per circoscrivere gente come Robben e come Sneijder, per altro uscito malconcio dalla seduta di ieri e in forse per lunedì? Donadoni sta studiando il mix, ferma restando la copertura costante di almeno un paio di centrocampisti, indispensabile a contrastare la bravura degli olandesi nel farsi pescare tra le linee. Ma a parità di attacchi prolifici, sia pur con caratteristiche diverse, Italia e Olanda sembrano avere nei pacchetti arretrati il loro punto di vulnerabilità. Con questa differenza. Che per gli azzurri si tratta di una contingenza, legata alla perdita improvvisa del leader di reparto: per gli orange di un limite strutturale che ha, quasi, sempre accompagnato le loro avventure euromondiali.
La sensazione della vigilia è che l’Italia troverà ostacoli più alti nel suo girone di ferro rispetto a quelli che gli snodi successivi potranno proporle. Non qualificarsi è un rischio reale: riuscirci e sapere che il più è fatto, una proiezione plausibile. Il primo italiano in campo è Rosetti, cui è toccata la partita inaugurale. La tradizione insegna che chi fischia per primo non fischierà per ultimo. E se fosse un pronostico dell’Uefa sull’Italia finalista?

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La cosa più bella del papà

Posté par atempodiblog le 5 juin 2008

La cosa più bella del papà dans Don Bruno Ferrero

Il papà chiede ad Alessio, 5 anni:
«Che cosa ti piace di più del papà?».
E Alessio, dopo aver riflettuto un po’:
«La mamma».

«Quand’è che ti accorgi che la tua famiglia va bene?» chiesero ad una bambina.
«Quando vedo il papà e la mamma che si danno i bacetti» rispose.
I genitori non devono nascondersi nell’armadio per darsi i bacetti. Ogni volta che manifestano l’a­more che li unisce, i bambini si sentono inondati di calda e gioiosa fiducia. Sanno bene che l’amore re­ciproco dei genitori è l’unica roccia solida su cui pos­sono costruire la loro vita.

di Bruno Ferrero – C’è qualcuno lassù

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4 giugno 2008…

Posté par atempodiblog le 4 juin 2008

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Tumore

Posté par atempodiblog le 3 juin 2008

Questa è proprio carina. Il Centro Cattolico di Documentazione mi ha passato una notizia comparsa sul «Corriere della Sera» del  5 febbraio 2008 che mi era sfuggita.

La londinese Michelle Stepney, trentacinque anni e madre di un bambino di cinque, incinta di due gemelline (Alice e Harriet) si è ritrovata affetta da un tumore all’utero. Ha deciso di accettare solo una chemioterapia blanda per non danneggiare i due feti. A rischio della sua vita. Ebbene, le piccole sono nate senza capelli per via della cura ma si è scoperto il perché scalciavano tanto nella pancia della mamma: avevano spostato a calci il tumore, impedendo che facesse del male a tutte e tre. Il tumore è poi stato felicemente operato dopo il parto.

Il Cancer Research Center britannico ha premiato la coraggiosa madre col Women Courage Award, assegnato a chi fa qualcosa di veramente speciale per gli altri.

Dagli ‘Antidoti’ di Rino Cammilleri

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L’amore non ha « perché »

Posté par atempodiblog le 3 juin 2008

L'amore non ha

Se amate una persona perché è bella, perché è buona, ecc… non potete definire questo sentimento come amore. Altrimenti sposate la bellezza, la bontà, ecc..
Una persona si ama perché è quella persona. Altrimenti il perché diventa oggetto dell’amore e finito il ‘perché’ finisce l’amore.

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C’è un altro mondo

Posté par atempodiblog le 30 mai 2008

La vita dei bambini e dei ragazzi di oggi si svolge spesso in un bozzolo di beatitudine materiale e, in molti casi, di ebetudine spirituale. I loro orizzonti sono limitati, soprattutto perché lo sono quelli dei loro genitori e dei loro educatori. Le dimensioni spirituali della vita sono molto raramente prese in considerazione come tali. Il benessere che la nostra cultura cerca è soprattutto quello materiale: una specie di seduzione che incatena l’uomo alle cose meno importanti, se non addirittura spregevoli. Una seduzione che ieri agiva essenzialmente su certe classi privilegiate, oggi su tutti. Le giovani generazioni si affacciano così alla vita con un grande senso di vuoto interiore. Un vuoto che spesso tentano di riempire con una sempre più precoce serie di esperienze e brividi emozionali. Esiste una diffusa domanda di « religiosità » che non viene soddisfatta dalla nostra cultura che potremmo definire « malata d’anima». La pedagogia religiosa stessa corre il rischio di non trovare, soprattutto nei bambini e nei ragazzi, punti di ancoraggio reali. Vengono a mancare quelle che sono le « basi » della religiosità, soprattutto il rapporto dell’uomo con la trascendenza.
Per molti ragazzi la trascendenza è una dimensione inesistente, soprattutto perché completamente dimenticata dalle principali agenzie educative. Educare alla dimensione « religiosità » è invece un compito ineliminabile di una educazione integrale e umana.

Il coraggio di Giantarlo
In una trave dell’armatura di un vecchio e massiccio fienile viveva una comunità di tarli. La loro vita consisteva nel rosicchiare, rosicchiare e ancora rosicchiare. Se non rosicchiavano dormivano e questo era tutto.
In passato erano stati i loro genitori a fare la loro opera di rosicchiamento nella trave e, ancor prima di loro, i nonni e i bisnonni e i genitori dei bisnonni. Insomma tutti gli antenati di quei tarli non avevano fatto altro che rosicchiare quella trave e si erano potuti così nutrire molto bene.

La via che conduce fuori
E’ facile immaginare che la vita di quei tarli non era particolarmente eccitante. La noia era rotta dalle storie raccontate da un vecchio tarlo che una volta aveva rosicchiato un libro di favole e dalle serate di ballo nelle feste di compleanno e onomastico. Anche dal punto di vista della gola, non accadeva un gran che. Di tanto in tanto uno dei tarli incappava in una vena di resina essiccata e allora per breve tempo c’era una varietà nella lista delle vivande. Ma la cosa accadeva di rado.
Un giorno, l’allegra compagnia dei tarli era seduta insieme a banchettare, cioè a rosicchiare la solita trave. Tra un boccone e l’altro conversavano sui vari tipi di legno della loro trave: quello che fa ingrassare, quello che dà acidità di stomaco, quello stagionato al punto giusto. I tarli non parlano d’altro che di legno o del campionato di scavo che si svolge tutti gli anni.
Ad un tratto però, il più anziano dei tarli sbottò: «C’è un mondo al di fuori della trave. Io conosco la via che conduce fuori. Una formica che incontrai una volta in una delle mie passeggiate, me l’ha descritta con esattezza».
«Macché!», disse un altro tarlo, «secondo me non c’è nessun mondo all’infuori di questo. Sono tutte fantasticherie! Il mondo è fatto di legno, ecco la realtà della vita, mio caro, ti piaccia o no».
Un altro tarlo ancora disse: «Eppure è possibile che ci sia qualche altra cosa all’infuori del legno. Io non lo escluderei, ma vi avverto: non pensateci troppo, può diventare pericoloso. Chi sa realmente che cosa c’è al di fuori del legno? Nessun tarlo può saperlo!».
Un altro tarlo borbottò, con la bocca piena: «A me non interessa. Fintanto che posso riempirmi a sazietà, mi sta bene tutto!».
Giantarlo era un tarlino giovane e vispo e quei discorsi lo interessarono subito. Dopo aver molto riflettuto, intervenne dicendo: «Chissà? Forse esistono altre specie di legno. Forse noi mangiamo il legno più scadente che c’è e non lo sappiamo. Forse nelle strette vicinanze c’è un legno dolce o che so io!».
Gli altri tarli scoppiarono a ridere. «Ma tu sei completamente impazzito!», dissero, e il tarlo più anziano aggiunse beffardamente: «Se sei così sicuro, va’ a vederti l’altro mondo! La via per arrivarci è semplicissima: basta che rosicchi sempre in direzione sud come mi indicò la formica. Va’! Nessuno ti trattiene!».
Gli altri tarli risero di nuovo, ma Giantarlo rispose fiero: «Non avete motivo di ridere! Io rischio! Per conto mio potete ammuffire qui!». E da quel momento si mise a rosicchiare in direzione sud.

Addio al vecchio mondo
Lavorava con zelo e s’immaginava l’altro mondo meraviglioso. Era persuaso che la trave non poteva essere «tutto il mondo». Tutti i tarli che lo incontravano però non facevano che sghignazzare.
Il papà e la mamma lo inseguirono preoccupati. «Figlio mio», scoppiò a piangere la madre, «ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, rosicchia con noi in pace, come ti hanno insegnato tuo padre e tua madre, scava come i tuoi fratelli che ti vogliono tanto bene».
Giantarlo voleva bene ai suoi, ma era troppo sicuro di essere nel giusto per avere dei dubbi: abbracciò la madre, salutò il padre e i fratelli e continuò risolutamente a rosicchiare in direzione sud.
Il suo passaggio destò subito la sorpresa di un crocchio di tarle che da brave comari si erano radunate a far quattro chiacchiere in una galleria boutique molto chic.
«Guardate!», disse una. «Passa il tarlo che pensa di uscire dal trave».
«Non c’è più buon senso», disse un’altra.
«Con tutte le belle cose che ci sono da fare qui», ribadì un’altra.
«Ohibò, ohibò», disse una quarta.
Ma Giantarlo proseguì diritto per la sua strada.

In due si scava meglio
Ad un certo punto si sentì chiamare da un vecchio tarlo dall’espressione malinconica che se ne stava tutto solo in una vecchia galleria ingombra di detriti.
«Buon giorno», disse Giantarlo.
Il vecchio lo osservò a lungo, poi disse: «Cosa credi di fare? Anch’io, quando ero giovane, pensavo di andarmene dal trave per trovare un altro mondo e altro legno. Ma poi mi è mancato il coraggio ed ecco che cosa ci ho guadagnato: vivo tutto solo, e la gente pensa che sono matto. Fin che sei in tempo, da’ retta a me: rassegnati a fare come gli altri e un giorno mi ringrazierai del consiglio».
Giantarlo non sapeva cosa rispondere e stette zitto. Ma dentro di sé pensava: «Ho ragione io».
E salutato gentilmente il vecchio tarlo riprese fieramente il suo cammino.
Rosicchiò e rosicchiò, ma i travi sono grossi e i tarli sono piccoli.
Il tempo passava e Giantarlo trovava sempre e soltanto legno. Mille volte gli venne la tentazione di fermarsi, tornare indietro e comportarsi come tutti i tarli di questo mondo.
Una notte, rannicchiato nella galleria che stava scavando, spossato per la fatica, con le lacrime agli occhi, prese la grande decisione: «Basta! Non c’è nessun mondo al di là della trave. Tutto è legno e nient’altro! Domani tornerò indietro».
Proprio in quel momento un rumore sottile sottile, che ben conosceva, lo fece trasalire. Era il rumore di un tarlo che scavava a tutta forza.
Dopo un po’ lo vide arrivare. Era ansante, sudato, ma sorridente fino alla coda. «Finalmente ti ho raggiunto!», disse il nuovo arrivato. «Mi chiamo Piertarlo e voglio venire con te. Anch’io sono stufo della trave. Sono certo che c’è un altro mondo, fuori».
«Piacere!», rispose Giantarlo. E sentì che gli era tornato in cuore tutto il coraggio. «Domani scaveremo una galleria di esplorazione in quella direzione là. Sento che non manca molto alla meta».

Il coro degli angeli
In realtà mancavano ancora dieci centimetri abbondanti, perché la direzione sud non era la migliore per uscire dalla trave, ma la formica che aveva dato l’indicazione al vecchio tarlo non aveva mai capito niente di punti cardinali.
Non importava più molto. In due era tutto più facile. Se uno era stanco o sfiduciato, veniva confortato dall’altro. La fatica era divisa a metà, il coraggio invece raddoppiato.
Così un mattino dorato di settembre, Giantarlo e Piertarlo sbucarono fuori del trave. Per la prima volta videro il cielo azzurro e lo splendore del sole.
«Urrà!», gridarono all’unisono e si abbracciarono. Che cosa perdevano i tarli che pensavano che tutto il mondo fosse un trave!
L’aria tersa del loro nuovo mondo era percorsa da suoni incantevoli.
«E il coro degli angeli!», esclamò estasiato Giantarlo. «Ma va’!», brontolò una formica che transitava da quelle parti trascinando un pesante chicco di grano. «Sono i grilli. Mi fanno venire il mal di testa…».
Ma per i due tarli quel cri-cri era la musica più straordinaria che avessero mai sentito.Suggerimenti didattici

L’esperienza nascosta nel racconto
Le convinzioni dei tarli nella trave sono le convinzioni e i comportamenti di basso profilo ideale di molte persone del mondo attuale. L’orizzonte «reale» presentato dal sistema comunicativo in cui viviamo è schiacciato, unidimensionale. Televisione, giornali, pubblicità si disinteressano palesemente della trascendenza, riconducendo ogni problema nei limiti di uno sfrenato egocentrismo e di una intransigente affermazione del «sé».
Giantarlo è l’uomo che sente un potente impulso verso una dimensione diversa della vita e rinnega il servilismo acritico verso l’opinione prevalente. Il giovane tarlo sceglie un’autentica libertà, anche se questo implica un certo distacco, fatica e isolamento. Non si può uscire da se stessi, darsi con generosità, abbandonare il proprio guscio se non si è profondamente liberi. Liberi dagli idoli della possessività e dell’autoconservazione, liberi da indottrinamenti e da suggestioni, liberi dal ricatto e dalla paura.
L’arrivo di Piertarlo aggiunge un altro tratto significativo: tutto questo è più facile se condiviso con qualcuno. E’ l’esigenza di un gruppo, una comunità.
L’insegnante può spiegare agli allievi che lo scopo dell’ora di religione è proprio la ricerca di quell’altra dimensione, così spesso dimenticata da chi pensa che tutto consista nel «rosicchiare» e basta.

Per il dialogo
L’insegnante deve condurre gli allievi a percepire l’esperienza umana nascosta nel racconto. Lo può fare con qualche domanda:
- A che cosa vi fa pensare la vita dei tarli nel trave?
- Perché Giantarlo se ne va? Che cosa cerca?
- Perché gli altri tarli non lo seguono?
- Perché l’arrivo di Piertarlo infonde nuovo coraggio a Giantarlo?
- Avete avuto bisogno di coraggio qualche volta? Dove lo avete trovato?
Com’è il mondo al di là della trave?

Per l’attività
Divisi a gruppetti, i bambini devono cercare di rappresentare con disegni o collages il «mondo dei tarli» e «il mondo di Giantarlo». La rappresentazione migliore è quella classica del labirinto, con tante piste che portano agli ideali «correnti» del nostro mondo: automobili, case, poltrone di comando, divertimenti, ecc. Una pista sola, anche se complicata, porta fuori del labirinto, in un luogo dove sono rappresentati gli ideali dello spirito.

Anche la Bibbia racconta…
I profeti, gli apostoli e naturalmente Gesù Cristo hanno indicato agli uomini la via del «cielo», della vita secondo lo spirito. L’insegnante può leggere o raccontare la storia di Giovanni Battista.

tratto da: Bruno Ferrero, Tutte storie, Elledici 1989
Fonte: Elledici

 

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La porta

Posté par atempodiblog le 29 mai 2008

C’è un quadro famoso che rappresenta Gesù in un giardino buio. Con la mano sinistra alza una lampada che illumina la scena, con la destra bussa ad una porta pesante e robusta.
Quando il quadro fu presentato per la prima volta ad una mostra, un visitatore fece notare al pittore un particolare curioso.
« Nel suo quadro c’è un errore. La porta è senza maniglia ».
« Non è un errore » rispose il pittore. « Quella è la porta del cuore umano.
Si apre solo dall’interno ».

L’aeroporto di una città dell’Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale.
I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno.
Un missionario, bagnato fradicio, riuscì a trovare un posto comodo accanto a un finestrino. Una graziosa hostess aiutava gli altri passeggeri a sistemarsi.
Il decollo era prossimo e un uomo dell’equipaggio chiuse il pesante portello dell’aereo.
Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l’aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile. Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell’aereo, chiedendo di entrare. L’hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L’uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell’aereo.
L’hostess cercò di convincerlo a desistere. « Non si può… E tardi…
Dobbiamo partire », cercava di farsi capire a segni dall’oblò.
Niente da fare: l’uomo insisteva e chiedeva di entrare.
Alla fine l’hostess cedette e aprì lo sportello.
Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell’interno.
E rimase a bocca aperta. Quell’uomo era il pilota dell’aereo. Attento! Non lasciare a terra il pilota della tua vita.

di Bruno Ferrero – C’è qualcuno lassù?

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La scelta

Posté par atempodiblog le 29 mai 2008

Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito.
« Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile ».
Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: « Queste sono le tue sofferenze ». Tutta l’acqua del bicchiere s’intorbidì e s’insudiciò. Il maestro la buttò via. Il maestro prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com’era prima. « Vedi? » spiegò il maestro. « Ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare ».

Troppi cuori piccoli, troppi animi esitanti, troppe menti ristrette e braccia rattrappite. Una delle mancanze più serie del nostro tempo è il coraggio, che di fronte ad ogni problema fa dire tranquillamente: « Da qualche parte certamente c’è una soluzione ed io la troverò ».

di Bruno Ferrero – Il segreto dei pesci rossi

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E’ amore!

Posté par atempodiblog le 26 mai 2008

Se tutte le Bibbie del mondo, è stato detto, andassero distrutte per qualche cataclisma o furore iconoclasta e ne rimanesse soltanto una copia; e anche questa copia fosse così danneggiata che solo una pagina fosse ancora intera, e anche questa pagina fosse così stropicciata che solo una riga si potesse ancora leggere: se tale riga è la riga della Prima lettera di Giovanni dove è scritto « Dio è amore! », tutta la Bibbia sarebbe salva, perché tutto è contenuto lì.

di Padre Raniero Cantalamessa

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Trionfo della Roma

Posté par atempodiblog le 25 mai 2008

Coppa Italia, trionfo della Roma
La Sensi: Noi Campioni d’Italia

Inter battuta 2-1 in finale all’Olimpico: i giallorossi si aggiudicano per la nona volta il trofeo. Decidono Mexes e Perrotta, gol nerazzurro di Pelè. L’ad: «Come uno scudetto». Totti alza la Coppa con la maglia speciale col numero 9: «Vittoria bellissima». Spalletti: «Dedicata al presidente e ai tifosi».

di Pasquale Salvione - Corriere dello Sport

Trionfo della Roma dans Articoli di Giornali e News romacampionejm2

ROMA, 24 maggio – La Coppa Italia l’ha alzata al cielo Francesco Totti davanti al presidente della Repubblica Napolitano. Una maglia bianca addosso con dietro il numero 9 grande (tante le volte che l’ha vinta la squadra giallorossa) e la data di oggi, 24 maggio 2008. Una maglia che indossavano anche tutti i suoi compagni per festeggiare in un Olimpico in delirio. La Roma ha avuto ragione dell’Inter prendendosi la rivincita sei giorni dopo aver dovuto arrendersi nella corsa scudetto. Un successo che Rosella Sensi, alla fine della partita paragona al tricolore e dedica a una persona speciale: «Questa coppa è per il presidente Franco Sensi, è meritata quanto lo scudetto. Una grande vittoria strameritata come tante altre che non sono arrivate. I campioni d’Italia siamo noi».

DECISIVI MEXES E PERROTTA – A decidere l’ennesima puntata della sfida infinita fra le due squadre sono stati Mexes (stupenda girata di destro ) e Perrotta (tocco facile dopo un bel triangolo con Vucinic), al termine di un match aperto, pieno di emozioni e in dubbio fino all’ultimo. Soprattutto perché l’Inter, che aveva subito il tremendo uno-due a cavallo fra primo e secondo tempo, ha reagito bene e, grazie alle mosse di Mancini, ha trovato in Pelè (entrato al posto di Stankovic) un trascinatore (e non solo per il gol). I nerazzurri, dopo aver accorciato le distanze, hanno sfiorato anche il clamoroso pareggio, con uno stupendo colpo di testa di Burdisso che ha centrato in pieno il palo. Ma il forcing nerazzurro non ha portato altri frutti: è finita con la Roma a festeggiare in campo. Mentre Totti e De Rossi alzavano la Coppa sotto la Curva Sud, Vucinic correva per il campo con l’automobilina del soccorso medico. E’ la serata della rivincita giallorossa.

LA GIOIA DI TOTTI - «Quest’anno abbiamo trovato una squadra un pò più forte di noi, un poco…». Francesco Totti rende omaggio all’Inter vincitrice del campionato ed insieme promette rivincite durante la festa. «Vincere la coppa in casa dà una grande soddisfazione – ha aggiunto Totti ai microfoni Rai – il nostro pubblico se lo merita. Cosa significa? La continuità della nostra competitività».

LA DEDICA DI SPALLETTI - Felice per la vittoria ovviamente anche Luciano Spalletti: «Per noi è una grande soddisfazione - ha detto ai microfoni di Roma Channel - Questa coppa la dedichiamo a Franco Sensi e a tutti i tifosi. I campioni d’Italia? Sono quelli dell’Inter, noi siamo secondi ma non perdenti, lo dicono i numeri di vittorie fatte in tutto il campionato».

LA FELICITA’ DEI PROTAGONISTI - «Ci siamo tolti una grande soddisfazione», dicono sorridendo a fine partita i match winner Philippe Mexes e Simone Perrotta. «Ho fatto il primo gol del campionato e l’ultimo della stagione – dice il difensore francese – Daremo ancora di più il prossimo anno, vogliamo vincere altri trofei». La curva sud canta ‘I campioni d’Italia siamo noi’, Perrotta è d’accordo in parte: «Virtualmente forse lo siamo, ma non sulla carta. Stasera però ci siamo tolti una bella soddisfazione. Abbiamo fatto una stagione strepitosa, meritavamo questa coppa. Questa è stata una stagione che ricorderemo per molto tempo. A momenti lo sbaglio quel gol… sono stato fortunato». Felicità anche nelle parole di Cassetti: «Abbiamo vinto contro i campioni d’Italia vuol dire che ce la possiamo giocare alla pari». Lo segue Aquilani: «Vincere questa Coppa dà una doppia soddisfazione perchè abbiamo battuto i campioni d’Italia». Chiude Vucinic: «È fantastico vincere qui speriamo di continuare a farlo».

ROMA-INTER 2-1
ROMA (4-2-3-1): Doni; Cassetti, Juan, Mexes, Tonetto; De Rossi, Pizarro; Giuly (21′ st Cicinho), Aquilani (46′ st Panucci), Perrotta (28′ st Brighi); Vucinic. A disp. Curci, Antunes, Mancini, Esposito. All. Spalletti
INTER (4-1-4-1): Toldo; Maicon, Burdisso, Chivu, Maxwell; J. Zanetti (45′ st Crespo); Balotelli, Vieira, Stankovic (1′ st Pelè), Cesar (17′ st Jimenez); Suazo. A disp. Julio Cesar, Fatic, Maniche, Solari. All. Mancini
Arbitro: Morganti di Ascoli Piceno
Marcatori: 36′ pt Mexes (R), 9′ st Perrotta (R), 15′ st Pelè (I)
Note: ammoniti Perrotta, Vieira, Vucinic, Burdisso, Pelè. Recupero 1′ pt, 6′ st. Spettatori 45 mila circa.

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“Dov’era Dio?”

Posté par atempodiblog le 24 mai 2008

DOVE ERA DIO?
di don Andrea Santoro

“Dov’era Dio?”. Molti se lo sono chiesti davanti alla tragedia del sud-est asiatico. È una domanda seria. Una domanda che ci facciamo quotidianamente davanti a sofferenze di ogni tipo. Una domanda spesso sommessa, segreta, non gridata ma sofferta silenziosamente nell’intimo.

Due risposte mi vengono in mente. La prima: “Non credo in Dio perché tutto va bene, ma siccome credo in Dio credo che in tutto c’è un bene nascosto che prima o poi verrà a galla”. “Non credo in Dio perché lo vedo ma siccome credo in Dio lo vedo sempre misteriosamente all’opera. Solo attendo di capirlo”. La seconda risposta: chiedere a Dio, davanti al dolore, dove si trova non è una bestemmia ma una preghiera, una legittima richiesta di un uomo piccolo davanti a un Dio troppo grande. La preghiera non è un’invocazione astratta ma la presenza concreta di tutto il nostro essere davanti a Dio, l’offerta di me a lui così come sono. Il mio urlo, il mio pianto, la mia imprecazione, il mio dubbio, il mio vuoto interiore, il mio peccato che mi umilia, l’ingiustizia che mi calpesta sono la mia preghiera. Li pongo davanti a Lui come li vivo. A Dio si può dire tutto, perché la preghiera è il mio vissuto e la fede è gettarmi addosso a Lui con tutto il mio peso. Nella Bibbia si legge: “Fino a quando Signore continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?”. DiciamoGli dunque: dove sei? PuntiamoGli pure il dito addosso in un impeto di collera e di dolore, ma poi stringiamoci addosso a Lui e facciamoci portare: questo fa la differenza.

C’è una terza risposta, la più difficile e la più complessa, quella che maggiormente piega la nostra sicurezza, spiazza le nostre logiche più razionali, spezza il nostro orgoglio, la nostra illusione di dominare il mondo, la nostra pretesa di uomini giusti. La risposta è: dietro ad ogni tragedia c’è una tragedia più profonda che coinvolge l’universo intero. Una tragedia le cui radici sono nascoste e antiche ma i cui frutti amari sono di ogni tempo e ben visibili. Questa tragedia si chiama peccato e la si può paragonare, per capirla, a un’infezione nascosta che dà come sintomi convulsioni e attacchi di febbre altissima che stremano l’organismo e lo portano ogni volta sull’orlo del collasso e della morte. Il mondo, dice la Bibbia, è in preda al dolore e alla morte perché è in preda al peccato, non il mio o il tuo ma quello “nostro”, quello che passa di padre in figlio a partire dal primo “no” orgoglioso che si è annidato in noi come una malattia ereditaria: “grazie no, Dio! Non ho bisogno di te.Se tu ci sei, fai ombra alla mia libertà, perciò se devo esistere io, devi sparire tu”.

Come l’uomo (il singolo come ogni comunità e ogni popolo) conosce gli attacchi distruttivi dell’ira, della gelosia, dell’invidia, della superbia, dell’egoismo, dello spirito di possesso, della sensualità, del culto del denaro e dell’apparenza, così la natura creata conosce attacchi ciechi e distruttivi, lo scatenarsi di forze incontrollabili che si abbattono all’improvviso, magari dopo aver covato a lungo, e seminano morte. Come non c’è sempre amicizia tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, anzi una strana inimicizia e rivalità, così non c’è sempre amicizia tra uomo e natura, anzi spesso ostilità e guerra vera e propria. L’immagine di una natura idilliaca e di un uomo “buono” all’interno di essa, è falsa. Dio non c’entra perché Dio all’inizio, come dice la Scrittura, “ha fatto bene ogni cosa”. C’entra il peccato che ha portato fuori centro l’asse dell’uomo e lo ha fatto impazzire. La creazione, casa dell’uomo, è rimasta sconvolta dal suo peccato come lo resterebbe una casa in preda a un pazzo. È stata sottomessa, senza sua volontà, alla caducità e al disordine e si è rivoltata contro l’uomo. È come impazzita essa stessa. Dio, per amore di libertà, ha lasciato spazio al peccato e alla morte che ne è il frutto e i cui segni sono evidenti tanto nell’uomo che nella natura. Ma Dio, per amore dell’uomo, non lo abbandona. Gli invia una forza illuminatrice, risanatrice e divinizzatrice e piega a suo favore le conseguenze tragiche del suo peccato. Dio cioè, che non ha voluto né il male né la morte, lascia al male, alla sofferenza e alla morte il suo corso affinché l’uomo, attraverso essi, si interroghi, si purifichi, e rientri in se stesso.

Quando l’uomo chiede a Dio: “dove sei?”, Dio chiede all’uomo: “e tu dove sei? Dove sono io nella tua vita? Dove è il tuo cuore? Dove portano le tue vie?”. Proprio la morte, da nemica, può diventare amica perché appannando all’improvviso tutto può portare alla luce cose nascoste e porre domande fino allora ignorate. Il dolore, che uccide e spesso all’inizio pone contro Dio, può aprire sentieri sconosciuti e produrre frutti inimmaginati, può riportare a quel Dio da cui ci eravamo allontanati e che per questo ci appariva inesistente o estraneo o muto. Dio non veglia sulle nostre tragedie per inviarcele cinicamente, non è cieco o distratto da non accorgersene, non è impotente da non potercene salvare. Dio veglia sul nostro male perché ne nasca un bene.

Non teme il dolore dei suoi figli ma se ne serve affinché, come per un bambino condotto in sala operatoria, ne nasca una guarigione. Dio non guarda dal di fuori il nostro dolore ma ci è entrato dentro in Gesù, “uomo dei dolori”, per mostrarci come trasformarlo in una via di luce, per viverlo in noi e farcelo vivere in lui come strumento di Redenzione e come fonte di vita.

Se non vogliamo allora sprecare una tragedia o una morte, o seppellire sotto le parole eventi dolorosi privati o pubblici dobbiamo sempre daccapo chiederci: dove stiamo andando? Attorno a cosa ruota la nostra vita? Siamo davvero giusti o siamo chiamati alla conversione? Dov’è davvero Dio? Farsi solo domande sui sistemi di allarme e di prevenzione, fare solo ricerche di natura medica o scientifica, indagare solo sui danni di natura economica, significherebbe sprecare la morte di tanti e buttare al mare un patrimonio di dolore. Le prime domande sono importanti e doverose. Ma le seconde lo sono ancora di più. Le prime sono difficili, le seconde ancora di più. Le prime permettono di ricostruire, le seconde permettono di rinascere.

da “Aesse”, il mensile delle Acli nazionali, n. 1, 2005

P.S.
Pensando allo Tsunami (il maremoto dell’Oceano Indiano del dicembre 2004) Padre Livio ha affermato che “Dio era lì che bussava alla porta di ogni cuore, inondato dall’acqua, per portarli nell’Oceano dell’Infinito Amore”.

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