Rosario in grani (medicinale)

Posté par atempodiblog le 4 mai 2008

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SANTIFICANTE EFFERVESCENTE: ROSARIO IN GRANI
(dal web)

 Rosario in grani (medicinale) dans Sorriso rosario_in_grani

Foglietto illustrativo:

COMPOSIZIONE: Ogni Rosario contiene 50 Ave Maria, 5 Padre Nostro, 5 Gloria al Padre, 1 Salve Regina.PRINCIPIO ATTIVO: La Grazia di Dio.

CATEGORIA FARMACOTERAPEUTICA: Santificante effervecente.

USO: Si consiglia il sovradosaggio.

SOVRADOSAGGIO: In caso di assunzioni in dosi molto elevate, si potrebbero avere manifestazioni di scatti di gioia, lodi improvvise a Dio, slanci di carità.

INTERAZIONI: E’ possibile, anzi consigliabile,assumerlo insieme ad altre preghiere e ai Sacramenti.

DOSI CONSIGLIATE: Da 1 a 4 al giorno.

INDICAZIONI TERAPEUTICHE: Contro la tiepidezza spirituale, aiuta nel cammino verso la Santità, elimina pruriti al Sacro, scoraggia dalle tentazioni, toglie acidità e pesantezza di coscienza, libera le anime dal Purgatorio.

POSOLOGIA : Uso orale. Da assumere con devozione e raccoglimento. Gli effetti possono migliorare con l’assunzione in gruppo.

EFFETTI INDESIDERATI : Se recitato bene e ogni giorno, puo’ provocare un cerchio alla testa. (vedi immagine)

CONTROINDICAZIONI: Nessuna.

VALIDITA’ : Non è soggetta ad alcuna forma di deterioramento.

PRODUTTORE : Laboratori M. SS. – Maria Santissima.
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4 maggio 1949: cade il Grande Torino

Posté par atempodiblog le 2 mai 2008

Storie dalla storia / 4 maggio 1949: cade il Grande Torino

di Marco Innocenti – Il sole 24 ore

 4 maggio 1949: cade il Grande Torino dans Articoli di Giornali e News supergarestiaereotorinoac5

Dominò per cinque anni il campionato italiano: un monologo per il Torino, una teoria di scudetti color granata, con Juventus e Inter a fare da primi avversari. Dal 17 gennaio 1943 al 30 aprile 1949 il Filadelfia rimase imbattuto: 93 partite con 83 vittorie e dieci pareggi. Erano i campioni più amati dall’Italia sportiva. Poi, improvviso, il tiro crudele del destino: scompare un gruppo di ragazzi che è vissuto insieme per un tempo troppo breve.

Lo schianto

Pomeriggio del 4 maggio 1949. La primavera tarda al Nord e nebbie basse sporcano ancora i tramonti. Il cielo è cupo, fa freddo. Le nubi incombono basse e cupe, color inchiostro; la pioggia cade a ondate, sferzata dal vento. La sera ruba spazio al pomeriggio, la visibilità è di trenta metri, Torino sembra avvolta da un’ombra di malinconia, quasi un presagio. L’aereo del Torino, un trimotore Fiat proveniente da Lisbona, sta atterrando. Alle 17,07 , improvvisi, un boato e uno scoppio, come una folgore. L’apparecchio si schianta contro il colle della Basilica di Superga e si incendia. Non ci sono superstiti. «Che le nubi e i venti ci siano propizi e non ci facciano troppo ballare», così chiudeva il servizio del giornalista Luigi Cavallero, una delle 31 vittime, trasmesso dall’aeroporto di Lisbona a un quotidiano della sera.

L’Italia in lutto

Il Paese è stordito. L’emozione è immensa, e poi confusione, lacrime, cordoglio, disperazione. Dolore e amore sono complementari e nessun lutto è nazionale come la scomparsa del Grande Torino. Tutta la pietà d’Italia si stringe attorno ai caduti, alle loro mogli e ai loro bambini. I tifosi si trovano affratellati nel dolore. Il Torino è la più forte squadra d’Europa, la bandiera del calcio italiano, una gloria nazionale in un Paese che non ha glorie. Ha vinto quattro campionati consecutivi, stava per vincerne il quinto. I ragazzi recitano la formazione a memoria: Bagicalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Erano giovani, sani, amici fra loro, leali, bravi ragazzi e il destino li ha portati via in un colpo. «Sono caduti come soldati – scrive « La Stampa » – spensierati, semplici, colti a tradimento sulla soglia dell’accampamento. E ci sorgono spontanee nella memoria le parole con cui i soldati ricordano i loro caduti: erano giovani, la loro vita non ritorna più».

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La lapide di Superga

Nei poveri brandelli di carne il vecchio Vittorio Pozzo, chino sotto il peso del dolore, cerca a uno a uno i visi dei suoi ragazzi chiamandoli sommessamente come per l’appello di un’ultima partita. Tocca a lui, l’ex commissario della nazionale, riconoscere i cadaveri. Maroso lo individua dalla cravatta, l’unica cosa che di lui sia rimasta. Indro Montanelli, sul « Corriere della Sera », li saluta con un articolo intitolato: « Nel grande stadio dell’aldilà Mazzola passa a Gabetto ». Ai funerali seguiranno le bare in trecentomila. Con loro, idealmente, ci sono gli occhi rossi dei ragazzi d’Italia. Sul colle di Superga viene murata una lapide che li ricorda e tramanda la leggenda della squadra che non perdeva mai. Per molti anni sarà mèta di pellegrinaggi. Ma il tempo passa, i ricordi sbiadiscono e le visite si fanno sempre più rare. Forse perché il 1949 è lontano o forse perché il calcio, oggi, è un’altra cosa.

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Non è la richiesta di una fede cieca

Posté par atempodiblog le 30 mars 2008

Intervista di Socci ad Ignace de la Potterie.
Ignace de la Potterie. “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”

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Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” – dice Gesù a Tommaso – “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all’orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini – veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo.
Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».

Fonte: liturgiadomenicale.blogspot.com – Pubblicato da Don Antonello Iapicca

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Festa della Divina Misericordia (30 marzo 2008)

Posté par atempodiblog le 28 mars 2008

Dal Diario di Suor Faustina Kowalska per la prossima festa della divina Misericordia: Dice Gesù: Desidero concedere la remissione totale, alle anime che si accostano alla confessione e alla Santa comunione nel giorno della Festa della mia Misericordia. ( Pag 381 del Diario di Suor Faustina edizioni Vaticane) In un altro punto del Diario si dice che chi non entrerà per la porta della sua Misericordia ubbidirà a quella della sua Giustizia. La Festa Liturgica si celebra Domenica 30 marzo ’08 e per essa il Papa ha applicato l’Indulgenza Plenaria.

Fonte: medjugorje.altervista.org

Per approfondire: www.festadelladivinamisericordia.com/page/la-festa-della-divina-misericordia.asp

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L’ultima utopia

Posté par atempodiblog le 15 mars 2008

La vita, si sa, è fatta di esami. Ma sino a poco fa, nei primi anni della nostra esistenza, eravamo anzitutto accolti, amati, serviti, ammirati. Ogni vita un dono, un miracolo, di cui prendersi cura.

Ma basta con le favole, con la poesia. Da un po’ di tempo ci viene promessa la luna: la tecnica riuscirà a produrre creature perfette, selezionate, filtrate, e ogni mela ammaccata verrà gettata via, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, come è giusto che sia. Due secoli fa l’illuminista Condorcet, prima di finire suicida, perché condannato alla ghigliottina, prometteva ai posteri che il futuro avrebbe portato un mondo meraviglioso. Niente infortuni sul lavoro, niente malattie, uomini più intelligenti e più buoni, niente guerre…. Dopo Condorcet altri prometteranno allo stesso modo il paradiso sulla terra, ma ogni malattia sconfitta lascerà sempre il posto ad un altro male, ogni dolore ad un altro dolore. Saranno politici, letterati, filosofi, a proporsi come i nuovi Mosè, a voler traghettare l’umanità verso nuovi cieli terrestri: sempre con gravissimi danni e sonore delusioni. Eppure, ancora quarant’anni fa precisi, nel celebre 1968, Adriano Buzzati Traverso, scriveva: “Tra poco l’uomo riuscirà a modificare se stesso; fra poco potremo far nascere i nostri figli del sesso desiderato; fra poco potremo garantirci contro il rischio che possa nascere un bambino deficiente; fra poco potremo verosimilmente prevedere, e almeno in parte predeterminare, le caratteristiche fisiche e psichiche del nascituro…”.
Gli fa eco, oggi, Gregory Stock, allorché propone di “riprogettare gli esseri umani”, per raggiungere ogni traguardo possibile. Divenire più che umani, “trasumani”, è il sogno di molti, è il superuomo nella versione tecnologica. Fallita l’antica versione, quella politica ed etica, fallite l’ideologie materialiste, rimane l’ultima utopia: la medicina dei desideri. La medicina, cioè, che non si prende più a carico l’uomo, con la sua malattia, la sua fragilità, il suo limite, ma che accantona i malati, li sopprime, li scarta, in nome di quello che vuole andare a creare, l’uomo nuovo, l’uomo senza peccato originale, l’uomo che non patisce e non muore, e, forse, l’uomo che non è più capace di sentimenti e di amore. Per questo l’ultima utopia non ha nulla di nuovo, funziona esattamente come le altre: elimina ciò che dimostra la sua imperfezione e chiede aiuto, lo travolge con le sue promesse, lo dimentica con le sue illusioni. Elimina l’individuo che c’è, in nome dell’Umanità futura; sacrifica il singolo alla collettività; la concretezza di ogni uomo, al sogno prometeico. Così la vita diventa, come si diceva, subito un esame: test genetici, diagnosi pre-impianto, diagnosi pre natali, con tutti i rischi di falsi negativi e falsi positivi annessi e connessi. Con tutto il carico di speranze deluse, di inganni, di fantasmi che vivono sempre dentro ai sogni impossibili. In realtà, il figlio perfetto nessuno ce lo saprà dare, mai; e se anche nascesse, sarebbe a rischio, ogni minuto, ogni secondo, di sopraggiunte imperfezioni, sciagure, dolori, che la vita ci sa riservare, dietro ad ogni angolo e ad ogni curva. Perché siamo limitati, e nel limite viviamo la nostra essenza di mendicanti, dell’amore di dio e degli uomini.
E’ molto più facile che all’illusione del controllo, controllo sulla vita, sul Dna, sull’uomo, si sostituisca, come è già accaduto e accade spesso, nei più importanti laboratori, il mondo fuori controllo. Lo ha scritto molto bene, tra gli altri, J. Testart, il padre della prima bambina in provetta francese, nel suo la vita in vendita, riflettendo sui rischi, fisici e sociali, delle tecniche artificiali: “possiamo ragionevolmente chiederci se la procreazione medicalmente assistita non contribuirà a diffondere la sterilità degli individui umani. E anche a diffondere l’idea che la sessualità debba essere sterile”. Mentre ce lo chiediamo, sappiamo con certezza che l’idea dell’uomo perfetto contribuirà a distruggere l’amore per l’uomo imperfetto, quello che effettivamente esiste.

di Francesco Agnoli

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Festa inventata

Posté par atempodiblog le 15 mars 2008

Una « festa » inventata
di Vittorio Messori
[Da "Pensare la storia", San Paolo, Milano 1992] – © Edizioni San Paolo

Festa inventata dans Articoli di Giornali e News mimoseh

C’erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c’era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l’8 marzo 1908, a New York. Due anni dopo, la leggendaria femminista tedesca Clara Zetkin propose, al Congresso socialista di Copenaghen, che l’8 marzo, in ricordo di quelle martiri sociali, fosse proclamato « giornata internazionale della donna ».

Storia molto commovente, letta tante volte in libri e in giornali, fatta argomento di comizi, di opuscoli di propaganda, di parole d’ordine per le sfilate e le manifestazioni: prima del femminismo e poi di tutti. Si, storia commovente. Con un solo difetto; che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la « Giornata della donna » era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica, ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c’entravano. E neanche il mese di marzo.

Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129… Ma è anche straordinario constatare quanto sia plagiabile proprio quella cultura che più si dice « critica », che guarda con compatimento (per esempio) chi prenda ancora sul serio quelle « antiche leggendo orientali » che sarebbero il Natale, la Pasqua, le altre ricorrenze cristiane.

E, dunque, a qualcuno che facesse dell’ironia sulle vostre, di feste e pratiche religiose (messa, processioni, pellegrinaggi), provate a ricordargli quanti 8 marzo ha preso sul serio, senza mai curarsi di andare a controllare che ci fosse dietro.

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L’Italia è uno strano Paese

Posté par atempodiblog le 16 février 2008

L’aborto è gratis, mentre un’ecografia di controllo all’embrione, no.
Si vota a 18 anni mentre si puo’ abortire a 16 con il Norlevo o pillola del giorno dopo.
Gli alimenti al coniuge separato sono detratti dalle tasse, mentre se si trasferisce la stessa somma all’interno della famiglia non si hanno detrazioni. Se una Colf viene assunta aumenta il valore del PIL, mentre se la Colf si sposa e continua a fare le stesse cose il PIL si abbassa.
Se si danno contributi alle famiglie per la scuola non statale si grida allo scandalo, mentre se la scuola statale è gratis anche per i ricchi non ci sono problemi; cioè i ricchi possono scegliere, i poveri no.

Se si tratta di rottamazioni, ticket sanitari, ristrutturazioni edilizie, le agevolazioni sono senza limiti, mentre per i sostegni alla maternità, le detrazioni fiscali per i figli, le agevolazioni sono sempre con limiti di reddito.
Se si è sindacalista si hanno permessi e distacchi, mentre se si deve andare a parlare con gli insegnanti dei propri figli si devono chiedere le ferie.
Se si iscrivono i figli all’asilo, i separati hanno un punteggio maggiore rispetto alle famiglie regolari, mentre queste ultime fanno la fila e spesso non trovano posto.
Se si assume una baby sitter si hanno contributi, mentre se una nonna fa la baby sitter, no; l’unica soluzione è che due famiglie si scambino le nonne e le assumano!

L’integrazione al minimo nel trattamento previdenziale delle donne casalinghe tocca alle separate ed alle divorziate, mentre non spetta alle donne regolarmente sposate!
Un professionista che assume la moglie non puo’ scaricare dalle tasse il costo vivo delle retribuzioni e dei contributi, mentre se assume l’amante sì!
Nella sanità tutti possono scegliersi il medico di base, mentre nella scuola non si possono scegliere gli insegnanti.

Per sposarsi occorrono le pubblicazioni (due settimane), mentre le separazioni consensuali avvengono in pochi minuti e non c’è obbligo di pubblicazioni.
Si detraggono i soldi per le spese per gli animali domestici, mentre non si detraggono le spese di cura per gli anziani e i soggetti deboli.
Le separazioni in giudizio hanno corsie preferenziali, mentre la giustizia ordinaria è lentissima e si paga sempre.
E altre chicche…

Luisa Santolini (Presidente del Forum delle Associazioni Familiari)
Tratto da: comeunafonte.it

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Le 12 regole del buon polemista

Posté par atempodiblog le 15 février 2008

Rubrica Persone e Parole pubblicata su Avvenire
di Cesare Cavalleri
Tratto da totustuus.it
In questi tempi di polemiche, elettorali e non, in cui si notano gravi cadute di stile, argomentazioni arruffate, battute spuntate e divagazioni fuori luogo, non è forse inutile ricordare le dodici regole del buon polemista, a suo tempo elaborate dal professore australiano Owen Harries, che fu ambasciatore del suo paese presso l’Unesco. Le sintetizzo qui, perchè possono servire anche nelle discussioni private che tutti, più o meno, sosteniamo in questo periodo, davanti ad un pubblico più o meno vasto.

Prima regola. Non pretendere di convertire l’avversario. Questa, infatti, è una possibilità talmente remota, che è meglio non metterla in conto. Senza dimenticare, peraltro, che per le strane simbiosi che spesso sorgono nelle discussioni, può succedere che anche i più esperti possono restare affascinati dagli avversari.

Regola seconda. Attenersi all’ordine del giorno. Chi definisce gli argomenti e stabilisce le priorità, è già sulla buona strada. Riportare l’avversario sul terreno specifico della discussione, è sempre una mossa vincente.

Regola terza. Rivolgersi a chi è già convinto, lungi dall’essere un’attività superflua, è qualcosa di vitale. Rafforzare nell’impegno, corroborare chi è già dalla propria parte, è essenziale. Inoltre non c’è niente di peggio che vedere la propria posizione mal rappresentata da chi sta discutendo.

Regola quarta. Non dimenticare mai i neutrali: quasi invariabilmente, sono l’immensa maggioranza. Sembra ovvio, ma spesso una polemica si riduce a un confronto specialistico tra avversari, controproducente per i neutrali e gli indecisi, che si lasciano più facilmente convincere dal buon senso, dalla pacatezza, dalla misura.

Regola quinta. Tenere presente che, almeno potenzialmente, ci si rivolge ad un pubblico composito. Ciò comporta una certa genericità delle argomentazioni, che però è l’unico modo per raggiungere un pubblico eterogeneo.

Regola sesta. Essere disposti a ripetere molte volte le stesse cose. Quando si ha un buon argomento, non stancarsi di ribadirlo. C’è sempre qualcuno che ascolta per la prima volta, ed è sempre bene ricondurre le discussioni ai punti fondamentali.

Regola settima. Usare sempre il rasoio di Occam: « Non sunt multiplicanda entia sine necessitate », cioè non aggiungere argomentazioni non strettamente necessarie, sprecando il tempo a discutere di particolari secondari.

Regola ottava. Massima cautela con gli esempi e le analogie storiche. E’ sempre opportuno fare degli esempi, ma l’aneddoto storico può concentrare (e distrarre) l’attenzione, col rischio di convogliare la discussione sull’interpretazione dell’aneddoto anzichè sull’argomentazione principale.

Regola nona. Se si fa una citazione autorevole, ricorrere preferibilmente a fonti che non coincidono con la propria posizione ideologica. Anche nelle opere di Marx si può trovare una frase favorevole al libero mercato.

Regola decima. Non invischiarsi in discussioni sulle intenzioni dell’avversario, anzichè sui suoi argomenti. Le intenzioni sono importanti soggettivamente, ma non incidono sulla solidità degli argomenti. Anche se sostenuti in malafede, bisogna controbattere gli argomenti: la malafede, semmai, verrà smascherata in un secondo momento.

Regola undicesima. Imitare l’iceberg, cioè non mettere sul tappeto tutti in una volta i propri argomenti. E’ saggio tenere in serbo qualche buona ragione, da far valere al momento opportuno.

Regola dodicesima. Conoscere bene l’avversario. Lo sosteneva già John Stuart Mill che chi conosce soltanto la propria posizione, in realtà non la conosce bene. E’ fondamentale capire esattamente la posizione dell’avversario qual essa veramente è, non in una versione superficiale o barzellettistica. Questo è il motivo, per esempio, per cui i più efficaci anticomunisti sono coloro che conoscono il comunismo dall’interno, per averne fatto parte o per averlo fiancheggiato. La vecchia tattica di accettare le premesse dell’avversario, per poi rivoltargliele contro, è sempre efficace e divertente.

Conclusione. Questa dozzina di regolette può migliorare l’abilità dell’aspirante polemista. Ma prima di applicare questi o altri accorgimenti, è bene accertarsi se la propria posizione è effettivamente difendibile dal punto di vista intellettuale, morale, ed eventualmente politico. Essere dalla parte del bene e della verità non garantisce il successo, ma, a parità di circostanze, certamente aiuta.

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La speranza

Posté par atempodiblog le 6 février 2008

La virtù teologale che ci solleva dalla paura del futuro

La speranza è l’attesa, insita in ogni uomo, di una felicità che ci riserva il futuro. Se questa speranza si estingue, viene meno anche la vita.

Una delle più preoccupanti caratteristiche dei tempi in cui viviamo è proprio la mancanza di speranza, anche tra i giovani, che ne dovrebbero esserne i naturali portatori. La tristezza e l’angoscia in cui vive immerso l’uomo contemporaneo nasce dalla profonda e tragica incertezza che ci riserva il futuro.

Il declino demografico dell’Occidente deriva principalmente da questa assenza di speranza che può portare alla disperazione e al crollo finale. Il suicidio è l’atto finale di un uomo o di una società che ha perso ogni speranza.

Per il cristiano la speranza sorge, in maniera soprannaturale, con il battesimo, ed è strettamente legata alla fede. La speranza è, con la fede e con la carità, una delle tre grandi virtù teologali. Dio stesso ne è l’oggetto primario. Egli la infonde nella nostra volontà per darci la certezza di ottenere la vita eterna e i mezzi soprannaturali per raggiungerla. Il paradiso è il luogo in cui la speranza dell’uomo ha il suo pieno appagamento.

L’inferno è il luogo da cui è bandita ogni speranza. Nella visione moderna della storia, l’uomo non ha come fine la vita eterna. La fede nel progresso si sostituisce alla fede nella Provvidenza divina e la storia viene ad assumere il ruolo di “redentrice” dell’umanità, all’interno di una visione in cui il “paradiso terrestre” si sostituisce a quello celeste. La storia si trasforma in un percorso caratterizzato da un continuo e illimitato miglioramento verso un futuro ritenuto inevitabilmente migliore del passato e del presente.

L’idea del progresso come legge necessaria della storia, definita in termini di modernità, è assunta come valore.

Nella nuova Enciclica Spe Salvi (Nella speranza siamo stati salvati), firmata il 30 novembre 2007, Benedetto XVI affronta il tema della speranza, richiamandosi alla concezione tradizionale della Chiesa, ma con uno stile nuovo e originale.

La speranza, strettamente intrecciata alla fede, spiega il Papa, è «elemento distintivo dei cristiani»: questi «hanno un futuro, sanno che la loro vita non finisce nel vuoto». Il messaggio cristiano non è soltanto «informativo», bensì «performativo», cioè il Vangelo non è solo una «comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro è stata spalancata. Chi ha la speranza vive diversamente, gli è stata donata una vita nuova».

Il cuore dell’enciclica sta nei paragrafi 15-23, in cui Benedetto XVI ripropone una forte teologia della storia a un mondo cattolico disorientato, per aver troppo spesso ceduto alle lusinghe del progressismo.

Il Papa descrive la genesi e lo sviluppo della nuova “fede del progresso”, a partire da Francesco Bacone, nel XVII secolo. «Due tappe essenziali della concretizzazione politica di questa speranza» sono quindi la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione comunista che sostituiscono «la verità dell’aldilà», con «la verità dell’aldiquà».

Con Marx «il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società e ci indicacosì la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose».

Queste ideologie hanno esercitato un influsso sugli stessi cristiani. Per il Papa è quindi necessaria «un’autocritica dell’età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza», ma «bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici».

Il pensiero corre a quei cattolici che, a partire dagli anni ’60 – la “nuova era” che sembrava dischiusa dal “Papa buono” Giovanni XXIII e dal Presidente americano Kennedy – credettero fermamente nell’irreversibilità della storia, nello “spirito dei tempi”, nell’abbraccio tra la Chiesa e il mondo moderno, proprio nel momento in cui il colosso di argilla della modernità iniziava a sgretolarsi.

Il progresso «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano». «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore – recita l’Enciclica – allora esso non è un progresso ma una minaccia per l’uomo e per il mondo».

Contro i condizionamenti delle ideologie moderne, Benedetto XVI ribadisce che l’unica vera grande speranza «può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere». «Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (Ef. 2,1)». Perdere Dio vuol dire perdere tutto, e finire col perdere se stessi.

Il Santo Padre riafferma infine il Giudizio Finale di Dio che chiamerà «in causa le responsabilità» di ciascun uomo. La Spe Salvi ribadisce l’esistenza del Purgatorio e dell’Inferno e lega il motivo della speranza cristiana proprio alla giustizia divina. «È impossibile infatti che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola» afferma uno dei passaggi più forti della lettera. «La grazia non esclude la giustizia (…) I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato».

L’enciclica del Papa finisce con una preghiera molto bella alla Madonna, “stella della speranza”: «per suo mezzo, attraverso il suo “sì” – scrive il Papa – la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia».

Dopo aver letto e meditato l’enciclica Salvi in Spe, ci si può porre questa domanda: demistificando le ideologie progressiste ed evoluzioniste, il Papa ci invita a pensare che l’umanità sofferente sia entrata nei tempi ultimo dell’Anticristo e che solo le persecuzioni e il martirio aspettino i cristiani prima della “Parusia”, il ritorno finale di Gesù Cristo sulla terra?

È proprio la virtù della speranza a soccorrerci e a offrire una risposta a questo inquietante interrogativo. I cristiani non devono chiudere gli occhi sul dramma del nostro tempo, ma hanno il diritto e il dovere di sperare non solo la salvezza soprannaturale, ma anche la rinascita di quell’ordine e di quella pace che il Redentore è venuto a portare sulla terra, prima del Regno dell’Anticristo. «Allora finalmente – esclama Pio XI nella sua enciclica Quas Primas, citando Leone XIII – si potranno risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterà la sua forza originaria, allora finalmente ritorneranno i beni preziosi della pace, e cadranno dalle mani le spade e le armi, quando tutti accoglieranno volenterosi il regno di Cristo e gli ubbidiranno, quando ogni lingua confesserà che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Madonna a Fatima, nel 1917, annunziando il trionfo sociale del suo Cuore Immacolato apre i nostri cuori a questa immensa speranza che illumina il nuovo secolo.

Roberto de Mattei – Radici Cristiane, gennaio 2008

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Combattere la Chiesa

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2008

Combattere la Chiesa  dans Citazioni, frasi e pensieri gkchesterton

“Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

-Gilbert Keith Chesterton-

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Il piano di salvezza di Maria

Posté par atempodiblog le 18 janvier 2008

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Lettera di un bambino abortito alla madre

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2008

E’ stata:
· Letta a Radio Maria
· Pubblicata sulla rivista telematica Pathway Journal di ottobre 1999
· Pubblicata sulla rivista Teologica n.23
· Pubblicata sulla Rivista « Medjugorje Torino »
· Pubblicata nel sito lavoce.an.it
· Pubblicata nel sito genitoricattolici.org

Cara mamma,

tu non mi conosci in quanto, quand’ero ancora nel tuo grembo, hai deciso che la mia vita venisse soppressa con l’aborto. Ma, rifiutato dagli uomini, sono stato raccolto dal Signore che ha detto: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai » (Is. 49,15). E Dio d’amore, in virtù dei meriti di Gesù Cristo e delle preghiere della Chiesa e di tutti i santi, mi ha portato nel Paradiso.

Essendo morto da piccolo, non in grado quindi di compiere il bene ed il male e di discernerlo, non sono stato sottoposto al giudizio come invece accadrà a te ed agli altri uomini nel momento della morte. Io so che sei stata sedotta da certi falsi maestri che, come Lucifero con Eva, ti hanno fatto credere che si trattava « solo di un’interruzione della gravidanza », mentre il Papa con l’enciclica « Evangelium vitae » ha chiarito che invece è un peccato mortale. So che non hai mai letto la Bibbia e neppure tale enciclica, mentre preferivi passare ore davanti alla televisione, strumento utile ma che gli uomini hanno reso un moderno vitello d’oro. Se tu avessi letto la Parola di Dio avresti meditato il libro sapienziale del Qoelet che insegna « Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo« . Avresti quindi atteso il momento propizio per compiere quegli atti d’amore che mi hanno dato vita in un momento per te indesiderato. Credendoti libera ed emancipata secondo le teorie del mondo, ti sei trovata « prigioniera » della mia presenza che ti avrebbe impegnata in compiti e responsabilità per le quali non ti sentivi matura. Nonostante i consigli di chi, ispirato da Dio, ti stimolava ad affidarti comunque alla Sua provvidenza, come fece Agar nel deserto ed altre donne bibliche antesignane di Maria Santissima che ha avuto la massima fiducia in Dio, tu hai preferito sbarazzarti di me. Padre Pio, durante la confessione di una donna che aveva abortito, le mostrò in visione un papa osannato dalle folle dicendole che Dio aveva progettato per suo figlio un tale ruolo. Ma io, dal Paradiso, ti amo lo stesso e prego perché tu ti salvi. In molti casi la preghiera dei bambini abortiti è l’unica orazione, unita a quella di qualche familiare, recitata incessantemente a favore della loro madre. Se sentirai dei rimorsi, sappi che, come è successo a tante madri che hanno abortito, tali rimorsi sono una grazia che va accolta e perfezionata con la confessione del tuo grave peccato, che il Signore d’infinita misericordia arde dal desiderio di perdonare; ma non può farlo senza il tuo pentimento. Non trascurare tale grazia ed affrettati a sbarazzarti del grave peccato. Da tale peccato devi liberarti il più presto possibile per la tua serenità e per la gioia di Dio che ha detto « Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione » (Lc. 15,7). Poiché ti amo non desidero che tu, incurante dei richiami alla conversione ed al pentimento, finisca nell’inferno che esiste ed è esattamente come la Madonna, mia Madre in cielo, l’ha mostrato ai veggenti di Fatima e di Medjugorje. Anche se andrai da medici o psicologi per tentare di allontanare il « rimorso provvidenziale », nessun di loro potrà mai cancellare la tua colpa, ma un sacerdote sì.

Tuo figlio mai nato.

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Pescecane e l’emergenza rifiuti

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2008

Da ‘La parrocchia sottomarina – catechesi giovanile in rima’
di Padre Livio Fanzaga

I propositi del Pescecane all’inizio dell’anno

Il Pescecane va dal Pescepalla per fare il programma del nuovo anno e dice: « Padre sto diventando vecchio e il tempo che passa mi pesa parecchio ».
Pescepalla: « Riprendi la partita e datti da fare per rinnovare la vita ».
Pescecane: « La sobrietà mi affascina e mi controllerò sulla bilancia quando mi alzerò alla mattina ».
Pescepalla: « Nel nostro mare c’è la manna, non riuscirai a trattenerti se non fai un programma ».
Il Pescecane fa un programma: « Al mattino un caffeino, a mezzogiorno le alghe e alla sera un brodino ».
Pescepalla: « satana è cosi furbo che se ti indebolisci troppo, ti recherà disturbo ».
Pescecane: « Padre, alla sobrietà vorrei aggiungere la carità: la domenica mattina mi recherò a Pianura a mangiar la spazzatura« .

emoticone

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Preghiera e difficoltà

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2008

Se continuate a trovar difficoltà nel pregare, vorrei rassicurarvi, siete sulla buona strada. E c’è da temere di quel cristiano, di quel religioso, che nella preghiera trova tutto liscio. Solo in Paradiso sarà facile pregare, perché allora Dio stesso con la sua luce sfolgorante attuerà le nostre deboli potenze, fatte capaci di « lumen gloriae » di contemplarlo. Quaggiù no!

Se da queste riflessioni vi portaste via la convinzione che pregare è « difficile », avreste trovato un antidoto contro il veleno dello scoraggiamento che proprio intorno all’arte di pregare continua a fare le sue vittime . A comune conforto cito una esperta in materia che di orazione se ne intendeva: S. Teresa d’Avila.

Ella ha scritto così divinamente della preghiera, …sembrerebbe che dovesse pregare con grande facilità. Non fu così sentite: « Ohimé, spessissimo, e per anni interi, io sono meno occupata di Dio e dei buoni pensieri che della smania di veder fluire l’ora dell’orazione. Stavo in attesa del momento in cui l’orologio avrebbe suonato. Avrei allora preferito la più rude penitenza alla pena di dovermi raccogliere ai piedi di Nostro Signore, e non saprei dire qual terribile lotta dovessi sostenere contro il demonio e le mie perverse abitudini per portarmi all’oratorio; entratavi, poi, ero presa da una tristezza mortale e dovevo far ricorso a tutto il mio coraggio (che a quanto si dice non è poco) per padroneggiarmi e mettermi a pregare. Finalmente Dio veniva in mio aiuto, e dopo essermi fatta violenza, provavo spesso consolazioni più grandi che nei giorni in cui ero meglio disposta ». Pensate: questo stato di cose, dice la Santa le durò per circa 14 anni.

Constatare tutto ciò ci fa bene! Bisogna tenere a portata di mano certe testimonianze perché, ci mostrano dei grandi Santi alle prese con le nostre stesse difficoltà, e noi ricaviamo incoraggiamento ad andare avanti. Se anime di questa portata sono state così provate, perché meravigliarci se anche noi sentiamo le stesse difficoltà?! « Chi vuole dedicarsi all’orazione deve immaginarsi di coltivare un terreno ingrato e coperto di rovi, per farne il giardino del Signore. Dapprima il divin Seminatore strappa le cattive erbe e al loro posto ne semina di buone. Tocca poi a noi, come giardinieri, di lavorare con l’aiuto di Dio, per far crescere queste pianticelle, e d’innaffiarle spesso perché abbiano a portar fiori leggiadri, il cui profumo torni gradito a N.S.. Se così è, il buon Pastore visiterà spesso le sue care aiuole e vi prenderà le sue delizie.

Fonte: comeunafonte

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Monnezza

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2008

In qualità di vittima, è con gioia e sollievo che accolgo le seguenti parole scritte dal chimico e accademico Franco Battaglia su «Il Giornale» del 9 gennaio 2008: «Dovete sapere che il modo più rapido, economico e rispettoso dell’ambiente di smaltire i Rsu (rifiuti solidi urbani, ndr) è l’incenerimento, possibilmente accoppiato alla produzione d’energia. Il modo più bischero è quello della raccolta differenziata; bischerrima all’ennesima potenza, poi, è la cosiddetta raccolta porta-a-porta, che altro non è che la raccolta differenziata spinta fino all’esasperazione».
Ancora: «Che la raccolta differenziata sia una cosa bischera è semplice da capire. Innanzitutto, con essa non si smaltiscono i rifiuti ma li si separa.

L’idea sarebbe di riciclarli. Il condizionale non lo uso a caso. Infatti, il limite della produzione del riciclo e quello di mercato: a che pro un riciclo spinto, ad esempio, del vetro o della carta se poi il mercato del vetro scuro (che è il vetro che si può produrre dalla raccolta differenziata del vetro) o della carta riciclata è limitato? Che cosa succede al vetro e alla carta riciclata che rimangono invenduti? Vanno a finire il primo in discarica e la seconda bruciata negli inceneritori.

Tanto valeva portarcela prima». Due precisazioni: «bischero» è termine toscano che sta per «imbecille»; il Battaglia insegna giusto Chimica Ambientale (all’università di Modena). Si raccolgono firme per la sua elezione a Ministro al posto dell’attuale.

Fonte: rinocammilleri.it

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