Come Maria

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

Una notte ho fatto un sogno splendido. Vidi una strada lunga, una strada che si snodava dalla terra e saliva su nell’aria, fino a perdersi tra le nuvole, diretta in cielo. Ma non era una strada comoda, anzi era una strada piena di ostacoli, cosparsa di chiodi arrugginiti, pietre taglienti e appuntite, pezzi di vetro. La gente camminava su quella strada a piedi scalzi. I chiodi si conficcavano nella carne, molti avevano i piedi sanguinanti. Le persone però non desistevano: volevano arrivare in cielo. Ma ogni passo costava sofferenza e il cammino era lento e penoso. Ma poi, nel mio sogno, vidi Gesù che avanzava. Era anche lui a piedi scalzi. Camminava lentamente, ma in modo risoluto. E neppure una volta si ferì i piedi.
Gesù saliva e saliva. Finalmente giunse al cielo e là si sedette su un grande trono dorato. Guardava in giù, verso quelli che si sforzavano di salire. Con lo sguardo e i gesti li incoraggiava. Subito dopo di lui, avanzava Maria, la sua mamma.
Maria camminava ancora più veloce di Gesù.
Sapete perché? Metteva i suoi piedi nelle impronte lasciate da Gesù. Così arrivò presto accanto a suo Figlio, che la fece sedere su una grande poltrona alla sua destra.
Anche Maria si mise ad incoraggiare quelli che stavano salendo e invitava anche loro a camminare nelle orme lasciate da Gesù, come aveva fatto lei.
Gli uomini più saggi facevano proprio così e procedevano spediti verso il cielo. Gli altri si lamentavano per le ferite, si fermavano spesso, qualche volta desistevano del tutto e si accasciavano sul bordo della strada sopraffatti dalla tristezza.

Una mattina un professore di cardiologia condusse gli alunni al laboratorio di anatomia umana dell’Università.
Stavano osservando alcuni organi, quando notarono un cuore smisuratamente grande.
Il professore chiese ai ragazzi se sapevano dire a chi fosse appartenuto, intendendo quale malattia avesse causato la morte di quella persona.
« Io lo so » disse un ragazzo, in tono molto serio. « Era il cuore di una madre ».

di Bruno Ferrero – A volte basta un raggio di sole

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Un’Unione senza Dio

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

Intervista a Marcello Pera

« Visto? Non sta in piedi un’Unione senza Dio »

Siamo di fronte al suicidio di una Costituzione troppo lontana dai popoli e dalle società europee…


E’ la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio». Il no irlandese al trattato di Lisbona è «l’inevitabile reazione alla cancellazione delle radici cristiane dalla Costituzione e alle eurodirettive, prive di legittimazione democratica, che stravolgono le legislazioni nazionali sui temi bioetici», attacca il senatore «teocon» del Pdl, Marcello Pera.
«Questa Ue è morta perché stata abbandonata dai popoli e ora solo Benedetto XVI può dare un’identità al vecchio continente – sostiene l’ex presidente del Senato e coautore del libro papale “Senza radici: Europa, relativismo, cristianesimo, islam” – Il cattolicissimo popolo d’Irlanda ha avvertito l’estraneità di un’Europa burocratica e astratta che nega duemila anni di cristianesimo»

Perché la cattolica Irlanda affossa l’Ue?
«Siamo di fronte al suicidio di una Costituzione troppo lontana dai popoli e dalle società europee. Sta crollando un’architettura barocca con espressioni bizantine indecifrabili per gli stessi parlamentari e ignote ai cittadini. E’ l’ineluttabile implosione di un mostro gigantesco e privo di significato che impone restrizioni, rispetto di patti, vincoli, parametri astrusi ma poi lascia soli i governi sulla sicurezza e l’integrazione. I cattolici irlandesi si sono ribellati ad un’Europa che nella Costituzione mette al bando Dio per orientare verso l’anarchia del relativismo le legislazione nazionali sui temi eticamente sensibili (adozioni ai gay, eutanasia, aborto, “provetta selvaggia”)».

Una rivolta cristiana ai “senza Dio” di Bruxelles e Strasburgo?
«La legislazione bioetica in paesi cattolici come l’Irlanda e l’Italia viene importata dall’Europa e sfugge al controllo democratico. Delle corti europee che decidono della nostra vita nessuno sa nulla, non hanno rapporto con la popolazione. Sono organismi di giustizia che legiferano in modo troppo autonomo sulla base di testi ignoti e le loro decisioni piombano sulle nostre teste. Ormai sono il cavallo di Troia per introdurre all’interno degli Stati la gran parte della legislazione bioetica. Dell’Europarlamento nessuno conosce la funzione. E’ eletto ma non è terreno di scontro politico, non è niente. l’intera Ue è una costruzione complicata, remota, ostile che incombe sulla gente scegliendo tutto sulla vita umana dal concepimento alla fine naturale. E poi non riesce a proteggermi dal vicino di casa».

E’ colpa della «cacciata» di Dio dalla Costituzione?
«Sì. Il giorno infausto in cui ha deciso programmaticamente di eliminare Dio, l’Europa si è condannata all’inesistenza, cioè ad essere priva di un popolo, di una storia, di un’identità europei. Senza Dio l’Europa non si unifica. Lo hanno ben capito gli irlandesi, tradizionalmente attenti alle leggi e gelosi della loro insularità. Oggi sprofonda un’Europa atea, nemica che esibisce il volto minaccioso di veti inconcepibili, impone medicine amare, pretende di azzerare i valori non negoziabili. Adesso l’ipocrisia è finita: l’Ue ha fallito. Anche in Italia serve il coraggio di dire “no,basta” e ricominciare da un’altra parte».

Da dove?
«Dai temi etici posti da Benedetto XVI, l’unico grande leader di statura e livello europei. Solo Papa Ratzinger può unificare l’Europa.
In assenza di un’adeguata classe politica, Benedetto XVI è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l’autentico artefice dell’identità europea. in Irlanda e altrove la gente segue lui. Da Benedetto XVI i cittadini europei traggono identità, dai politici il nulla. Per questo seguono il Papa e affossano l’Ue.
L’Unione ce l’ha con la Chiesa (e con coloro che su questioni come l’omofobia e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto ne condividono la posizione) perchè è la punta avanzata del laicismo europeo. E’ sull’odio contro la Chiesa e l’apostasia del cristianesimo che oggi si basa l’Europa».

di Giacomo Galeazzi
La Stampa 14 giugno 2008

Tratta da fattisentire.net

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Più « buoni » di Gesù?

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

Pericolosa e sottile tentazione, travestita da Cristianesimo: abrogare la pena, non punire il colpevole. Sempre, per qualsiasi delitto. Un nuovo « buonismo » alletta anche i cristiani. Attenti a non essere più buoni di Cristo.

« Nessuno tocchi Caino » è il nome di un’associazione che si oppone alla pena di morte, non solo: che esige l’abolizione dell’ergastolo, e in genere non vuole pene « afflittive »; anzi contesta il diritto dello Stato a far soffrire i criminali. Il riferimento biblico (nella Bibbia è Dio che ingiunge nessuno tocchi Caino » il fratricida, già punito da Lui con l’esilio) può far credere a un’associazione cristiana. Di fatto, è formata da radicali. Tuttavia non pochi cattolici aderiscono alle sue idealità, perché le credono buone. Non è forse « buono » perdonare il criminale? Non è cristiano?

Attenti a non essere più buoni di Cristo. Gesù è stato crocifisso, come dice la Chiesa, a espiazione dei nostri peccati. Non so se comprendiamo le terribili implicazioni di questo fatto. Noi, tutti noi, meritiamo rigorosamente quella pena – la crocifissione -, condanna capitale romana, e la più afflittiva che esista. Gesù vi si è sottoposto al posto nostro. Capite che cosa significa? Che la pena per il male fatto è indispensabile. « Deve » essere comminata. Il male compiuto « deve » essere pagato. Può pagarlo un altro al posto del vero colpevole, per amore e liberamente; ma in sé la pena non può essere condonata.

Strano e terribile. Gesù moltiplica i pani, resuscita i morti. Ma un miracolo non può fare: abolire la pena. Quando dice all’adultera: « Nemmeno io ti condanno », la purifica, e la donna, per i meriti del sangue di Cristo, torna in grazia di Dio. Ma è inteso (la Chiesa lo insegna) che essa dovrà ancora scontare un’afflizione, per il male fatto e perdonato, nel Purgatorio. Gesù lava il peccato, ma non l’espiazione. Al massimo, può prendere la pena nostra su di sé; non ne esenta nemmeno se stesso.

Perché non può? Piuttosto, non vuole. Perché Gesù ci ama, e ci ama precisamente per quel che siamo: esseri liberi. « Libero » significa « responsabile ». E responsabile significa: che rispondo delle sue azioni. Una tigre che ammazza un bambino allo zoo non è responsabile, non è libera di non fare quelle che ha fatto. Non ha senso punirla. La si abbatte magari, ma senza processo, come « misura cautelativa ». L’uomo invece è responsabile. Lasciarlo senza punizione se uccide, o viola una persona (o i suoi beni), non significa amarlo: al contrario, lo si considera un essere incapace di responsabilità. Significa trattarlo alla stregua di una tigre, insomma: negare la sua dignità di uomo.

Il diritto penale è il sistema che reintegra l’omicida, lo stupratore, il ladro, nella sua dignità di essere libero, a cui è venuto meno agendo come una belva. Il sistema della giustizia penale – come tutti i « sistemi », anche il sistema della fisica, o l’astronomia – si basa su una legge impersonale. Che al delitto debba essere comminata una pena equivalente, è la legge oggettiva del diritto: la libera volontà dì chi ha abusato di essa, a danno di altri uomini liberi, deve essere coartata in modo equivalente. Non a caso si parla di « bilancia della giustizia »: la legge del diritto (come le leggi della fisica) si basa su una simmetria. « Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te ». Se lo fai, ti sarà fatto ciò che tu non vuoi. Pochi oggi lo capiscono. I più, credono che la punizione giudiziaria sia un residuo dell’antica vendetta privata. Per questo, quando un delinquente uccide un orefice, tutti chiedono ai familiari dell’ucciso: perdonate? I poveri familiari insistono: vogliamo giustizia. Spesso con imbarazzo, perché non sembrano « buoni ». Invece, hanno ragione loro. Il perdono degli offesi non estingue l’azione penale sul colpevole. Né il pentimento del criminale lo esenta dal dovere di « riparare » scontando la pena. Persino in quel mite « giudizio penale » spirituale che è la Confessione, il pentimento del peccatore non basta. Per essere assolto, deve anche scontare una « penitenza ». Tanto più lo Stato ha il dovere di punire. Perché punire non è un diritto, ma un dovere. La pena è « dovuta » al reo, per reintegrarlo nella società e tornare a rispettarlo come uomo. La distinzione è essenziale: ai diritti si può rinunciare, al dovere no. Persino i magistrati, ormai, non lo capiscono. Credono di avere il diritto di punire. mentre ne hanno il dovere. Peggio: credono che il diritto penale esista per difendere lo Stato. E vero il contrario: lo Stato esiste per difendere il diritto penale, ossia quei sistema che garantisce la libertà e la dignità di ciascuno. Per questo, le statue della Giustizia tengono con una mano la bilancia, e con l’altra una spada: la spada è la forza pubblica, la forza coercitiva necessaria per esercitare il dovere di punire. in questo senso san Paolo dice: « Non invano Cesare porta la spada ». Il perché è chiaro. Cristo non non ha abolito, ma confermato il diritto penale: ha accettato, lui innocente e al posto nostro, che la forza atroce del diritto penale di Roma fosse applicata a lui stesso. Difatti, nel « sistema » cristiano esiste l’Inferno, l’eterna punizione, la suprema condanna a morte. Per due millenni, la Chiesa ha confermato la « legge dell’amore », ma nello stesso tempo aderisce al diritto romano. Al diritto naturale presidiato dalla spada, dalla forza pubblica. Anche per questo motivo la Chiesa si chiama cattolica e « romana ».

Sembra una contraddizione. Se vige la « legge dell’amore », se tutti gli uomini si amano, le leggi penali non servono. Ma la Chiesa, e Cristo, sanno che il male esiste. Che la legge dell’amore c’è già, ma anche « non ancora », perché il Regno promesso « non è di questo mondo ».

In questo mondo resta il dovere cristiano di difendere i deboli contro i forti e i prepotenti. Lo Stato deve far argine al male: « frenare l’Anticristo », nelle parole cristiane di San Tommaso, col diritto presidiato dalla forza pubblica. Uno Stato che rinuncia al suo dovere penale è una manifestazione dell’Anticristo. S’è visto nella storia recente Uno dei pomi atti. di Lenin fu di abolire, nella Russia sovietica la pena di morte. Mao Tse-Tung abolì l’intero diritto penale. Da comunisti, erano convinti che nessun uomo è colpevole, perché nessuno è libero, bensì condizionato dalle sue condizioni economiche; inoltre, il comunismo auspicava la fine dello Stato, cioè dell’imperio del diritto, per sostituirlo con una specie di nuova « legge dell’amore »: date « a ciascuno secondo i suoi bisogni » e automaticamente tutti gli uomini vivranno in armonia.

Non è stato così. Urss e Cina hanno mandato a morte milioni di uomini, e per lo più (essendo stato abolito il diritto) senza processo e senza difesa. Le condanne (milioni) non erano comminate dal sistema giudiziario, ma « per via amministrativa », ossia dalla polizia politica. Così s’è visto che uno Stato che spregia il diritto, diventa uno Stato satanico. Usa la spada di Cesare per sterminare innocenti. Può accadere anche a noi, oggi, nello Stato Italia. Il « buonismo » può essere la forma estrema dell’Anticristo, proprio di quell’iniquità che, previde san Paolo, si atteggerà a Bontà assoluta, e dirà di essere il Vero Bene, il vero Dio (anche Giuda era « più buono » di Cristo, voleva dare ai poveri il costoso profumo destinato a Dio).

Perciò non facciamoci prendere da complessi di colpa verso chi ci ingiunge: « Nessuno tocchi Caino ». Ci ingiungono di lasciare i deboli, i poveri e gli innocenti alla mercé dei forti e dei prevaricatori. Ci chiedono di collaborare con l’Anticristo. Invece, è cristiano esigere che ogni colpevole sia, se possibile, punito giustamente. Come cittadini cristiani di uno Stato, non è un nostro diritto. É’ nostro dovere.

Ricorda

« Per riconoscere l’Anticristo nella sua vera natura, l’elemento decisivo è il suo rapporto con la persona dell’Uomo-Dio crocifisso e risorto. Su tutti gli argomenti egli può parlare quasi come un autentico discepolo del Signore, anzi come il Signore stesso di cui assumerà sembianze e il linguaggio; ma a proposito dell’evento salvifico dell’incarnazione e della redenzione non gli è consentito di assimilarsi. Si sa che il cristianesimo non è primariamente un sistema di idee, è un un fatto: può dirsi cristiano senza ambiguità non chi condivide in qualche misura e per qualche aspetto la dottrina evangelica, ma chi accoglie il fatto cristiano ». [Giacomo Biffi, Attenti all’Anticristo! L’ammonimento profetico di V. S. Solovev, Piemme, Casale Mon. to 1991, p. 9].di Maurizio Blondet
da « Il Timone »

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Due segreti per raggiungere la santità

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

Due segreti per raggiungere la santità dans Maria Valtorta mariavaltorta

Dice Gesù:
«Uno dei segreti per raggiungere la santità è questo: non mai distogliere la mente da un pensiero che deve reggere tutta la vita: Dio. Il pensiero di Dio deve essere come la nota su cui tutto il canto dell’anima s’intona.

L’anima, per non sbagliare e per non distrarsi deve tenere l’occhio dello spirito sempre fisso in Dio. Parlare, lavorare, camminare, ma l’occhio mentale non deve perdere di vista Iddio.

Secondo punto per raggiungere la santità: non perdere mai la fede nel Signore. Qualunque cosa avvenga, credere che avviene per bontà di Dio. Se è cosa penosa, anche cattiva, e perciò voluta da forze estranee a Dio, pensare che Dio la permette per bontà.

Le anime che sanno vedere Dio ovunque, sanno anche cambiare tutte le cose in moneta eterna. Le cose cattive sono monete fuori corso. Ma se le sapete trattare come si deve, esse divengono legali e vi acquistano il Regno eterno.

Sta a voi rendere buono ciò che non è buono; fare delle prove, tentazioni, disgrazie — che fanno rovinare del tutto anime già crollanti — tanti puntelli e fondamenta per edificare il tempio che non muore. Il tempio di Dio in voi al presente, il tempio della beatitudine nel futuro, nel mio Regno».

Da « I quaderni del 1943″ di Maria Valtorta

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L’incidenza delle date nei piani di Dio

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

13 maggio 1917: A Fatima appare la Madonna. Il 13 maggio del 1981, a piazza S. Pietro, il Papa subisce un attentato. Si salva per miracolo grazie ad una strana deviazione della pallottola. Alì Agca non si spiega come può aver fallito;

25 marzo 1984: Il Papa consacra il Mondo e la Russia al Cuore Immacolato di Maria (così come richiesto dalla stessa Madonna a Fatima il 13 luglio 1917) dopo averci provato nel passato più volte (l’8 dicembre 1981, il 13 maggio 1982, e nel 1983). La cerimonia difatti va celebrata in accordo con tutti i vescovi del pianeta che nello stesso momento effettuano la stessa cosa.

13 maggio 1984: L’arsenale russo di Severomorsk, nel Mare del Nord, esplode inspiegabilmente (anniversario dell’apparizione di Fatima e dell’attentato al Papa);

8 dicembre 1991: Avviene l’atto di liquidazione dell’URSS che diventa così CSI (l’8 dicembre è la festa dell’Immacolata Concezione);

25 dicembre 1991: Viene ammainata la bandiera rossa (il 25 dicembre è il giorno della nascita di Gesù). Finisce la più grande dittatura di tutti i tempi, come implosa in se stessa, senza spargimenti di sangue;

26 giugno 1981: A Medjugorje Maria appare in lacrime davanti una croce scura e dice: « Pace, pace, pace! Soltanto pace! Riconciliatevi con Dio e tra di voi! ». Dieci anni dopo, il 26 giugno 1991, scoppia la guerra in Jugoslavia.

2 febbraio 1995: A Civitavecchia una statuetta della Madonna, portata da Medjugorje, piange sangue di uomo. Era usanza a Gerusalemme che i neonati venivano presentati al Tempio e la madre veniva purificata. Il 2 febbraio di qualche secolo fa fu la volta di Gesù e Maria di seguire questa usanza. In quell’occasione, per la prima volta, Gesù venne riconosciuto come Messia.

La consacrazione della Russia e le immediate conseguenze
In un mondo dove tre indizi fanno una prova, ma dove molto spesso ne basta soltanto uno, questi dati ai molti, purtroppo, non dicono nulla.

«La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, nel regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore, Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segnale che Dio vi dà del fatto che si appresta a punire il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre.»

«Per impedire tutto questo, sono venuta a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se ascolterete le mie richieste, la Russia si convertirà e avrete pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate; infine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace.»

La primavera del 1984 segnava l’inizio di un periodo davvero catastrofico per l’Urss.

Il 13 maggio 1984 saltava in aria l’arsenale di Severomorsk sul mare del nord. Con questa esplosione la speranza di vittoria sovietica in un conflitto nucleare – dato per imminente – veniva vanificata. Senza quell’apparato missilistico che controllava l‘Atlantico, l’Urss non aveva più alcuna speranza di prevalere sugli avversari. Per questo ogni opzione militare fu abbandonata.

La notte del 26 aprile 1986, esplodeva il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Era il più grave disastro ambientale della storia dell’umanità che avrebbe causato in quei mesi e negli anni successivi la morte di migliaia di persone (secondo l’Onu circa 7000). Venne rilasciata nell’atmosfera una quantità di radiazioni superiore a quella di tutti gli esperimenti nucleari messi assieme mai condotti nel mondo. Quello stesso anno, in ottobre, un sommergibile russo affondò nell’Atlantico, trascinando con sé due reattori nucleari e 32 testate nucleari.

Tre anni dopo, il 7 aprile 1989, 42 marinai sovietici morirono nel naufragio di un sottomarino nucleare nel Mar di Norvegia dopo lo scatenarsi di un terribile incendio causato da un’esplosione. A bordo del sommergibile c’erano due siluri muniti di cariche nucleari.

Intanto in Romania, il 22 dicembre 1989, il dittatore comunista Nicolae Ceausescu e sua moglie, dopo essere stati contestati dalla folla durante un incontro a Bucarest, fuggivano precipitosamente in elicottero. Saranno arrestati il 25 dicembre (giorno di Natale!), sottoposti a processo sommario e poi messi a morte. La velocità con cui si svilupparono gli eventi nel Paese alla fine del dicembre 1989 fu a dir poco sorprendente, tanto che tutti gli osservatori politici, sia in occidente che in oriente, ne rimasero sgomenti.

«la Russia…spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati»: gli « errori » che la Russia avrebbe sparso nel mondo non erano altro che il comunismo, che di lì a poco dalla Russia sarebbe dilagato in tutto il mondo causando persecuzioni ai cristiani e insanguinando molte nazioni.

L’U.R.S.S. nel 1950
I Bolscevichi (comunisti) presero il potere in Russia il 7 novembre 1917 dopo la cosiddetta « Rivoluzione di Ottobre » iniziata il 25 ottobre 1917 (cioè pochi giorni dopo la fine delle apparizioni di Fatima). Alla fine della Seconda Guerra Mondiale (fra il 1945 e il ‘49) il comunismo si era ormai instaurato in Albania, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, Ungheria, Germania Orientale, Polonia, mentre Lettonia, Estonia e Lituania erano state direttamente annesse dall’Unione Sovietica nel 1940. Le forze sovietiche avevano occupato tutti questi paesi tranne la Jugoslavia dove Josip Tito riuscì in qualche modo a mantenere il controllo della regione. Le persecuzioni alla Chiesa in questo paese iniziarono non appena Tito andò al potere. Centinaia di membri del clero vennero uccisi o deportati nei campi di lavoro, fra questi anche vescovi cattolici e ortodossi. Vi furono per tanti anni pesanti persecuzioni anche in Cecoslovacchia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Polonia e un po’ in tutti i paesi del blocco sovietico.

Le persecuzioni contro i cristiani causarono nei primi decenni del regime comunista più martiri che in tutti i secoli precedenti messi assieme. Solo nella Chiesa Ortodossa russa fra gli anni ‘20 e ‘30, circa 50.000 persone fra preti e monaci morirono martiri per essersi rifiutate di rinnegare la loro fede. Si stima che il numero di membri del clero e di religiosi di tutte le confessioni cristiane martirizzati dai comunisti si aggiri attorno a 140.000.

Solo Lenin, nell’arco di 5 anni pare che abbia fatto uccidere non meno di 1200 sacerdoti e 28 vescovi.

Stalin già nel 1930 aveva chiuso metà delle chiese di Mosca e tutti i monasteri dell’Ucraina. Un gran numero di icone religiose venne fatto bruciare. Venne soppressa la Domenica e gli operai venivano costretti a firmare una dichiarazione di apostasia e di odio contro Dio, senza la quale non ottenevano le tessere con cui venivano assegnati cibo, vestiti e alloggio.

Nel periodo delle purghe staliniane (1934-39) milioni di persone morirono nei gulag sovietici. Si stima che fra il 1935 e il ‘41 più di 19 milioni di persone siano state arrestate da Stalin. Meno della metà di questi venne passata per le armi subito, il resto morì nei gulag della Siberia.

Regimi più o meno comunisti esistono ancora oggi in Cina, Corea del Nord, Laos, Vietnam e a Cuba. La Cina cadde in mano ai comunisti nel 1949, dopo che i precedenti governanti furono mandati in esilio nell’isola di Taiwan. In Cina molti milioni di persone che si erano opposte all’affermarsi del comunismo furono uccise. Il Vietnam del Nord cadde nel 1954; più tardi anche il Sud cadde in mano ai comunisti, dopo che gli Stati Uniti avevano lasciato il paese nel 1975. La Corea del Nord divenne uno stato comunista il 1 maggio 1948 in seguito all’occupazione sovietica. Il 25 giugno 1950, forze comuniste nordcoreane violarono il confine con la Corea del Sud, dando così inizio alla guerra di Corea (1950-1953).

Cuba cadde sotto il dominio comunista quando Fidel Castro assunse il controllo del governo il 1 gennaio 1959. Nel 1961, dopo che Cuba fu ufficialmente dichiarata uno stato socialista, 350 scuole cattoliche vennero nazionalizzate. 136 sacerdoti furono espulsi e la Chiesa da allora è stata sottoposta a severe restrizioni e molte persone hanno cessato la pratica della fede cattolica.

All’inizio del 1960 si stimava che 900 milioni di persone, più di 1/3 della popolazione mondiale, fossero dominate da regimi comunisti.

Fonte: madonnadimedju

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Storia del Santo Rosario

Posté par atempodiblog le 15 juin 2008

Se con certezza possiamo collocare l’origine del rosario nella sua forma attuale, anche come nucleo originale, nel XII secolo in Occidente, restano molte le controversie storiografiche intorno alla sua preistoria. Accanto, infatti, all’antica ipotesi per cui i crociati avrebbero adattato alla preghiera cristiana una pratica di origine orientale, consistente nell’abitudine del mondo islamico di recitare in sequenze reiterate, servendosi di apposite catenelle di semi, i novantanove nomi di Allah, ne esiste un’altra secondo la quale già i Padri del Deserto, nei secoli III e IV dopo Cristo, avrebbero utilizzato stringhe o cordicelle per contare le proprie preghiere ripetute.In ogni caso, è all’inizio del XII secolo che si diffonde in Occidente, accanto alla litanica ripetizione del Pater per 150 volte, quella dell’Ave Maria. I due salteri dei Pater e delle Ave (così chiamati perché le due preghiere vengono contate e ripetute analogamente al canto dei salmi, trama di ogni celebrazione cristiana) sono prescritti ai monaci illetterati e a laici devoti in sostituzione al salterio davidico, vengono inizialmente suddivisi in tre cinquantine e recitati a scadenze diurne, quasi come una liturgia delle ore.

Nel XIV secolo il certosino Enrico di Kalkar opera un’ulteriore modifica al salterio delle Ave, dividendolo in 15 decine e inserendo la recita del Pater tra una decina e l’altra. Ma è solo nel XV secolo che si incomincia a coniugare la recita delle Ave con il riferimento verbale ed esplicito ai principali avvenimenti raccontati dal Vangelo, in particolare per i contributi di Adolfo di Essen e Domenico di Prussia.

Proprio quest’ultimo, certosino di Colonia, negli anni tra il 1410 e il 1439 propone ai fedeli un salterio mariano con 50 clausole o ritornelli mnemonici su vita, passione, morte e glorificazione di Cristo a chiusura delle 50 Ave, dando il via a un proliferare di tentativi di riforma del cosiddetto « salterio di Maria » da ora chiamato anche « rosario » e in alcuni luoghi « corona », ovvero « piccolo serto ».

Il domenicano bretone Alain de la Roche inaugura una nuova fase della propagazione di questa pratica devozionale. Dà diffusione, infatti, alla tradizione della Chiesa secondo la quale il santo rosario sarebbe stato ispirato a san Domenico per convertire gli eretici albigesi e i peccatori direttamente dalla Santa Vergine a lui apparsa e ripropone la meditazione dei misteri in una triplice partitura (incarnazione, passione e morte di Cristo, gloria di Cristo e di Maria). Egli, inoltre, nel 1470 fonda a Douai la Confraternita del salterio della Beata Vergine Maria, i cui membri hanno l’obbligo della recita quotidiana del rosario, sollecitando così, a partire dalla Germania, la nascita di nuove e numerose confraternite mariane in tutta Europa.

I primi documenti pontifici sul rosario riguardano proprio i privilegi e le indulgenze concesse da papa Sisto IV a queste confraternite, integrate un po’ alla volta dall’ordine dei frati predicatori.

Nel 1521 il domenicano Alberto da Castello riduce il numero dei misteri scegliendone 15 principali e solo nel 1569, con la bolla « Consueverunt romani Pontifices », papa Pio V consacra definitivamente la pratica del rosario in questa forma così semplificata, sostanzialmente non dissimile da quella in uso oggi.

Nel 1572 lo stesso Pontefice, canonizzato nel 1712, istituisce con la bolla « Salvatoris Domini » la celebrazione liturgica di Nostra Signora della Vittoria, nella convinzione del possente intervento di Maria del Rosario a favore delle forze navali cristiane contro la flotta turca, distrutta nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Nell’anno successivo, portando a compimento l’opera del predecessore, papa Gregorio XIII con la bolla « Monet Apostolus » istituisce la festa solenne del rosario, inserendola nel calendario liturgico alla prima domenica di ottobre.

Fonte: Acquaviva 2000

Giovanni Paolo II° disse: “il Rosario è la mia preghiera prediletta”, aggiungendo, “noi durante il Rosario guardiamo a Gesù con gli occhi di Maria”. Il Rosario è una preghiera cristologia e mediante questa la Madonna assolve il suo compito di ancella del Signore.

 

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« Fede e vera fede »

Posté par atempodiblog le 14 juin 2008

In una parrocchia situata in una zona agricola, il sacerdote del paese un giorno, vista la siccità che da molto tempo gravava sul territorio, annunciò che la domenica successiva durante la Messa si sarebbe pregato per la pioggia.Giunge la domenica e la Chiesa è stracolma di gente. Molte più persone delle solite che normalmente seguivano la Messa domenicale.

Ad un certo punto il prete inizia a camminare per i banchi dando occhiate a destra ed a sinistra, la gente lo guarda incuriosito senza comprendere il perché del suo strano comportamento. Alla fine del suo giro tra i banchi sale sul pulpito ed annuncia:

« Cari amici, oggi siete convenuti qui per pregare il Signore che ci mandi un po’ di pioggia per la nostra terra ormai riarsa dal sole e dalla siccità che da molti mesi non ci da tregua….ma il Signore oggi non ci esaudirà!! »

A queste parole tutti rimangono sbigottiti e dai banchi si alza un mormorio, la gente si domanda come mai, proprio il prete, dica una cosa del genere dopo che aveva chiesto ai fedeli di andare alla Messa proprio per quel motivo.

Il sacerdote, dopo un attimo di riflessione, continua: « Il Signore oggi non ci esaudirà perché nessuno di voi è venuto qui con l’ombrello…. ».

Fonte: mariadinazareth.it

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Amami come sei

Posté par atempodiblog le 14 juin 2008

Gesù parla a un’anima

“Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo: – so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: “Dammi il tuo cuore, amami come sei…”. Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all’amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami… come sei.., Voglio l’amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore ? non sono io l’Onnipotente ?. E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che Ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei… e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l’amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l’amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: “Gesù ti amo”. Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m’importa, di vederti lavorare con amore. Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai … perché ti ho creato soltanto per l’amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, morresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l’azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia… Non ti preoccupare di non possedere virtù: ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare… Ma ricordati… amami come sei… Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all’amore, non mi ameresti mai… Va…”

Tratto da: gesu.altervista.org

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Per l’ammalato

Posté par atempodiblog le 14 juin 2008

Per l'ammalato dans Apparizioni mariane e santuari lazingarella

Durante l’apparizione del 23 giugno 1985, la veggente Jelena Vasilj riferisce che la Madonna ha detto a proposito di questa Preghiera per l’ammalato: «Cari figli, la preghiera più bella che potreste recitare per un ammalato è proprio questa!».

“O mio Dio, questo ammalato che è qui davanti a te,
è venuto a chiederti ciò che desidera e che ritiene
essere la cosa più importante per lui.

Tu, o Dio, fa’ entrare nel suo cuore la consapevolezza
che è importante innanzitutto essere sani nell’anima!

O Signore, sia fatta su di lui la tua santa volontà in tutto!
Se tu vuoi che guarisca, che gli sia donata la salute.
Ma se la tua volontà è diversa,
fa’ che questo ammalato possa portare la sua croce con serena accettazione.

Ti prego anche per noi che intercediamo per lui:
purifica i nostri cuori per renderci degni di donare la tua santa misericordia.

O Dio, proteggi questo ammalato e allevia le sue pene.
Aiutalo a portare con coraggio la sua croce così che attraverso di lui venga lodato e santificato il tuo santo nome”.

(dopo la preghiera, recitare tre volte il Gloria)

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L’educazione

Posté par atempodiblog le 14 juin 2008

Quand’ero adolescente – raccontava un uomo ad un amico – mio padre mi mise in guardia da certi posti in città. Mi disse: « Non andare mai in una discoteca, figlio mio ».
« Perché no, papà? », domandai.
« Perché vedresti cose che non dovresti vedere ».
Questo, ovviamente, suscitò la mia curiosità. E alla prima occasione andai in una discoteca.
« E hai visto qualcosa che non dovevi vedere? », domandò l’amico.
« Certo », rispose l’uomo. « Ho visto mio padre ».

Un bambino in piedi sul letto nel suo pigiamino rosso punta il dito contro la mamma e fieramente dichiara: « In non voglio essere intelligente. Io non voglio essere beneducato. Io voglio essere come papà! ».
L’esempio non è uno dei tanti metodi per educare. E’ l’unico.

di Bruno Ferrero – A volte basta un raggio di sole

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Il disegno

Posté par atempodiblog le 13 juin 2008

Un bambino stava disegnando e l’insegnante gli disse: « E’ un disegno interessante, cosa rappresenta? ».
« E’ un ritratto di Dio ».
« Ma nessuno sa come sia fatto Dio ».
« Quando avrò finito il disegno lo sapranno tutti ».

Poco dopo la nascita di suo fratello, la piccola Sachi cominciò a chiedere ai genitori di lasciarla sola con il neonato. Si preoccupavano che, come quasi tutti i bambini di quattro anni, potesse sentirsi gelosa e volesse picchiarlo o scuoterlo, per cui dissero di no. Ma Sachi non mostrava segni di gelosia. Trattava il bambino con gentilezza e le sue richieste di essere lasciata sola si facevano più pressanti. I genitori decisero di consentirglielo.
Esultante, Sachi andò nella camera del bambino e chiuse la porta, ma rimase una fessura aperta, abbastanza da consentire ai curiosi genitori di spiare e ascoltare. Videro la piccola Sachi andare tranquillamente dal fratellino, mettere il viso accanto al suo e dire con calma: « Bambino, dimmi come è fatto Dio. Comincio a dimenticarmelo ».
I bambini sanno com’è fatto Dio, ma arrivano in un mondo che fa di tutto per farglielo dimenticare il più in fretta possibile.

di Bruno Ferrero – A volte basta un raggio di sole

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Perché pregare in latino?

Posté par atempodiblog le 13 juin 2008

Una lingua « antica », quindi non più correntemente parlata, è sottratta all’inevitabile mobilità della vita e garantisce quindi una certa fissità del linguaggio. Una fissità che non guasta quando l’argomento riguarda ciò che è eterno… «Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4,18).

di Don Pietro Cantoni

L’elfo Gildor dice a Frodo: «È bello sentir frasi dell’Antica Lingua sulle labbra di altri viandanti in giro per il mondo» Una delle pochissime, forse l’unica « preghiera » nel Signore degli Anelli è in elfico: « Gilthoniel A Elbereth! [Salve Stella del Vespro!]« .

Qui incontriamo il concetto di lingua sacra. La lingua sacra può essere concepita come mezzo per esprimere e quindi partecipare ad un « mistero », cioè ad una azione che trascende l’agire comune, banale, « profano »; oppure come strumento di una azione magica. Da una parte espressione di fede, dall’altra di tecnica e di potere. Cfr. l’episodio degli esorcisti ambulanti ebrei (i figli di Sceva) raccontato nel capitolo 19 degli Atti degli Apostoli, dove il santo nome di Gesù, che comprende l’ineffabile nome di Dio accanto al termine « salva », è usato come talismano per scacciare gli spiriti, quindi senza fede.

Il Cristianesimo non dispone propriamente di una lingua sacra. In ciò si differenzia dal Giudaismo, dall’Islam e dall’Induismo. Le parole di Gesù sono tradotte in greco nel testo canonico del Nuovo Testamento e anche l’Antico Testamento è citato nella traduzione dei LXX, il cui valore e il cui significato per il Cristianesimo è difficilmente sopravvalutabile. Ciò non toglie che anche il Cristianesimo conosca delle « antiche lingue »: le lingue liturgiche. Le grandi tradizioni apostoliche dell’antichità cristiana si cristallizzano attorno a delle lingue liturgiche e alla lingua in cui è tradotta la Bibbia.

Tradizione Antiochena: siriaco (aramaico), la lingua della traduzione detta Peshitta. A questa tradizione appartengono le liturgie siro-occidentale e siro-orientale (detta anche « assira » o « caldea »), che – in India – è divenuta la liturgia siro-malabarese.

Tradizione Bizantina: greco, la lingua della traduzione dei LXX. A questa tradizione appartengono le liturgie di S. Basilio e S. Giovanni Crisostomo.

Tradizione Alessandrina: copto. Il copto deriva dall’antica lingua degli egiziani e si divide in « dialetti »: bohirico e sahidico. In questa lingua è celebrata la liturgia di S. Marco, detta anche – appunto – liturgia « copta ». Da questa liturgia deriva la liturgia etiopica, celebrata nell’etiopico antico, il gheez. In gheez abbiamo anche una traduzione della Bibbia, nel cui canone sono inclusi anche diversi apocrifi che ci sono giunti solo attraverso questa traduzione.

Tradizione Romana, a cui corrisponde ovviamente il latino con la traduzione Vetus Latina e la più nota Vulgata. In questa lingua sono (o furono) celebrate venerabili liturgie: romana, ambrosiana, celtica, gallicana, visigotico-mozarabica.

La prassi della Chiesa rispetto alle « antiche lingue » nelle varie tradizioni è stata diversa. La Chiesa latina ha mantenuto il latino in modo pressoché esclusivo dai tempi del pontificato di S. Damaso (366-384) fino al concilio Vaticano II. La Chiesa bizantina ha sempre ammesso la possibilità di traduzioni totali o parziali. Sono così nate le liturgie bizantino-slava, bizantino-rumena, ecc.

Le Chiese orientali hanno ammesso – nel tempo – traduzioni parziali. Sia i copti, per es., che i Maroniti, passano alternativamente dall’arabo alla lingua liturgica copta o siriaca.

Si pone qui il non facile problema della traduzione. Che cosa vuol dire tradurre? Il greco hermeneuô significa sia interpretare che tradurre. Come il latino interpretari. Tradurre è – in ultima analisi – un dispositivo linguistico finalizzato a « far comprendere ». Ma appunto, « che cosa far comprendere »?

Si tratta di un mistero: questo è ciò che deve essere capito. Ma non è contraddittorio « capire il mistero »? Qui sono indispensabili alcune premesse. Innanzitutto il mistero della rivelazione biblica non è propriamente una « cosa », ma una azione. Un’ azione la si capisce propriamente se – almeno in qualche modo – vi si partecipa. Non dobbiamo poi intendere il mistero come ciò in cui « non c’è niente da capire », ma esattamente come il contrario: « ciò in cui vi è troppo da capire ». Non quindi mistero come « buco nero », come somma di oscurità, ma come eccesso di luce. Il buio è – secondo l’efficace metafora usata da Aristotele – l’effetto che fa la luce del sole sull’occhio della « nottola » cioè l’animale notturno, il pipistrello o la civetta…

Davanti all’effetto di buio del mistero si rimane stupiti e quindi silenziosi. Myô in greco vuol dire « tacere » (è un verbo che sprime bene lo sforzo di due labbra che premono l’una contro l’altra) e di lì viene il termine mysterion.

Si tratta quindi di un mistero, ma di un mistero da capire almeno un po’, perché bisogna parteciparvi. Anche qui sarebbe opportuna una distinzione tra capire (o sapere) e comprendere, che non sono affatto la stessa cosa…

A questo proposito abbiamo il caso limite della Chiesa etiopica dove il gheez ormai non è più capito neppure dal sacerdote. Ore ed ore a pregare e cantare in una lingua incomprensibile… Non può costituire certo un modello da imitare, induce però a riflettere sui limiti del dispositivo « traduzione ». Una Chiesa ha continuato a mantenere viva la sua tradizione di fede praticando la liturgia in una lingua sconosciuta e d’altra parte è illusorio pensare che ogni problema di partecipazione sia magicamente risolto mediante una semplice traduzione linguistica… Si capisce tutto! Ma che cosa si capisce?

Una affermazione può quindi e deve essere fatta in tutta sicurezza: la Chiesa in tutte le sue tradizioni ammette come plausibile pregare in una lingua che non tutti conoscono. La lingua « antica » e sconosciuta diventa cioè un simbolo liturgico. Un « oggetto » liturgico che si affianca agli altri: altare, vesti, vasi, ecc. Come la traduzione è un dispositivo al servizio della comprensione, la lingua un po’ « sconosciuta » diventa un dispositivo al servizio del mistero.

Naturalmente – posto la natura del mistero, che abbiamo cercato di lumeggiare – ci dobbiamo chiedere fino a che punto una lingua può essere « sconosciuta » per servire alla bisogna. Una lingua assolutamente sconosciuta rischia di assumere la funzione dell’abracadabra delle favole o del sala gadula mencigabula, bibidi bobidi bù dei film di Walt Disney…

Il mistero si profila nel « chiaroscuro » della fede. Il problema della lingua liturgica va quindi visto almeno in una duplice prospettiva: una lingua antica, dal sapore « arcano », ma non « astruso », che sia quindi ancora uno strumento comunicante.

Possiamo allora valutare serenamente i pregi e i difetti di una lingua liturgica diversa da quella corrente.

Tra i pregi dobbiamo certamente ascrivere il collegamento che essa assicura con le radici proprie di una data tradizione liturgica, che è sempre anche tradizione teologica e spirituale. Si vive così in una comunione che è insieme diacronica e sincronica. Ricordo ancora con emozione il giorno che – durante una lunga giornata di confessioni all’aperto (si era nel 1987) accanto alla chiesa di Me?ugorje – mi si avvicinò un anziano signore dicendomi: «Ego sum sacerdos hungaricus, volo confiteri…».

Una lingua « antica », quindi non più correntemente parlata, è sottratta all’inevitabile mobilità della vita e garantisce quindi una certa fissità del linguaggio. Una fissità che non guasta quando l’argomento riguarda ciò che è eterno… «Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4,18).

Un’antica lingua conserva dunque una connaturale simpatia – sintonia con il mistero.

Tra gli inconvenienti dobbiamo ascrivere soprattutto la pratica scomparsa del latino dai programmi scolastici. Perché una lingua liturgica « funzioni » non è indispensabile che tutti la capiscano, ma che qualcuno la capisca sì…

Bobbio, 17 agosto 2002
Tratto da: rassegnastampa.totustuus.it

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Il bambino nato tre volte

Posté par atempodiblog le 13 juin 2008

Il miracolo del piccolo Finley, il bambino nato tre volte
La madre prendeva la pillola. Quando ha scoperto di essere incinta ha provato ad abortire: però il bimbo è sopravvissuto
di Luca Doninelli, da “il Giornale” del 9 giugno 2008

Il bambino nato tre volte dans Aborto vitar

La prima cosa che il mondo ha saputo, a proposito di Finley Crampton, è che ha le orecchie a sventola. Le ha prese da papà. Dalla mamma ha preso invece il colore chiaro degli occhi.

Finley non si trova qui da ieri. Ha già sei mesi, sta piuttosto bene ed è cittadino inglese. E, se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo stare certi che di lui sentiremo parlare ancora.

Finley infatti è vivo perché né la pillola anticoncezionale né un aborto terapeutico sono riusciti a sradicarlo dal grembo nel quale aveva cominciato a esistere, 19 settimane prima di apparire davanti agli occhi stupefatti dei medici di un ospedale del Nottinghamshire, gli stessi che 11 settimane prima avevano cercato di toglierlo di mezzo.

Quella di Jodie, la mamma, è una storia dolorosa. Jodie è portatrice di una malattia genetica che le è costata la perdita del primo figlio, a solo venti minuti dalla nascita, e la grave menomazione del secondo, di un anno maggiore di Finley. Per questo aveva deciso di non avere più figli, cominciando ad assumere sistematicamente la pillola. Accortasi, con stupore, di essere nuovamente incinta, era tornata in ospedale per abortire, ci ha provato e il risultato di tutta questa vicenda è che Finley è qui. Non si tratta, come si vede, di una storia di accanimento terapeutico, ma solo di una storia dolorosa con un inaspettato lieto fine, e questo non è perciò un articolo antiabortista, nel senso che la vita va ben oltre l’antiabortismo. La vita, che tendiamo a dare per scontata, e che richiede viceversa la nostra massima attenzione.

Quello che Finley ha da insegnarci, è per tutti. Ci insegna che la vita non è un «principio», un’idea, un’astrazione, ma un fatto, una cosa. Ricordate – dice Finley – che la vita è questa cosa che i medici del Nottinghamshire si son trovati davanti, restando con un palmo di naso dopo aver fatto il possibile per eliminarla. Certo, l’aborto può essere stato eseguito male, e il dosaggio delle pillole mal calibrato. Posso spingermi a pensare che la regolarità di Jodie nell’assunzione della pillola non sia stata esemplare, e che Jodie, nel fondo del cuore, desiderasse ardentemente altri figli dopo i primi due.

Nulla toglie però che si debba fare chapeau davanti alla vita, che diventa non solo trifoglio o mosca o gallina, ma uomo: alla sua tenacia, alla sua dura volontà, alla sua irriducibilità. La vita non coincide con i nostri programmi, è quello che è. Dirle di sì è l’accettazione di quello che tutta la cultura in cui siamo immersi ci insegna a odiare, perché la cultura in cui siamo immersi ci dice che la vita ha un senso solo se è come noi vogliamo.

E in questo, scusatemi se insisto, fa poca differenza l’ideologia di riferimento. Un cattolico sa bene,se non ha perso il cervello, com’è facile anche per lui accontentarsi della sua vita cattolica «bell’e fatta», come diceva Péguy. E la cultura dominante non si esprime tanto nell’abortismo (che è solo una conseguenza), quanto piuttosto in questa mediocrità, che spesso rimane anche quando ci si trasforma in fanatici e urlanti difensori dei più sacri principi.

La vita è il contrario di questo. Soprattutto in quello che è, come si diceva, il suo esito più inimmaginabile e in qualche modo più inaccettabile: l’uomo (un bel gattino è molto più accettabile).

Scrisse Hannah Arendt: «Gli uomini, nella misura in cui sono qualcosa in più che un fascio di reazioni animali e un adempimento di funzioni, sono del tutto superflui per il regime. Questo infatti non mira a un governo dispotico sugli uomini, bensì appunto a un sistema che li renda superflui».

Perciò che Dio benedica te e le tue orecchie a sventola, Finley, e con te questa cosa imperfetta, sporca, piena di guai, ma tenace e invincibile, che è la vita. Il solo augurio umano che possiamo fare a noi stessi è di riuscire ad affrontare fatiche e dolori nello stesso modo in cui tu hai affrontato i tuoi.

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La leggenda rosa delle droghe «buone»

Posté par atempodiblog le 11 juin 2008

Lezioni per battere il tabù dello spinello
di Claudio Risé

L’Italia, con Malta, è ormai l’ultimo paese europeo in quanto lotta alla droga. Non siamo riusciti a diminuire i consumi, e neppure a rallentare i ritmi di incremento

L’Italia, con Malta, è ormai l’ultimo paese europeo in quanto lotta alla droga. Non siamo riusciti a diminuire i consumi, e neppure a rallentare i ritmi di incremento.
I rapporti dell’Onu, e dell’Osservatorio europeo sulle droghe, hanno ripetutamente deplorato i nostri risultati. Di fronte allo sterile agitarsi dei nostri politici, che unici al mondo ancora dibattono se la cannabis faccia o no male, qualche preside ha lanciato un’idea: diamo la parola in classe ai drogati cronici.
È successo a Treviso, dopo la scoperta di collette in classe per i fondi per l’acquisto di spinelli. Undici ragazzi dai 16 ai 19 anni sono stati denunciati per detenzione e spaccio di droga, trenta sono stati segnalati in prefettura come assuntori abituali, due portati direttamente in comunità.
L’operazione «Zero in condotta» ha coinvolto liceo classico, scientifico, magistrali, scuola di recupero, e università. Era nata dopo qualche controllo prima delle gite scolastiche, in cui gli agenti avevano trovato di tutto, ma soprattutto hashish. «Fumiamo tutti», hanno dichiarato tranquillamente ragazzi e ragazze. I giovani raccontano che i professori non hanno mai parlato in classe dei danni della droga. Ha detto uno dei rappresentanti degli studenti: «La droga è uno dei tabù che ci sono a scuola, come la politica. I professori e i presidi ci dicono: ”non fatelo, sennò viene il cane antidroga”, mai: non fatelo perché vi fa male».
Eppure le grandi organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Organizzazione mondiale della sanità, gli Istituti nazionali per la salute, come l’Istituto superiore di sanità in Italia o quelli di Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda (paesi quanto mai liberali), hanno da tempo documentato i danni fisici e psichici della cannabis, che, soprattutto quando assunta già prima dei 15 anni, aumenta enormemente i rischi di psicosi o schizofrenia.
Psichiatria e neuroscienze di tutto il mondo hanno accuratamente documentato tutto, da tempo. Allora perché i «prof», come li chiamano tra l’affettuoso e il derisorio gli allievi, non ne parlano? Molti perché non hanno mai letto niente di serio e aggiornato in materia; molti perché, come appunto denunciano i ragazzi, considerano «il fumo» un tabù: sociale, politico, di costume. Parlarne male è considerato «politicamente scorretto», antiquato, bigotto; tutte cose temute dai «prof» che cercano soprattutto l’alleanza e la complicità coi ragazzi. Soprattutto, però, li obbligherebbe a informarsi prima, uscendo dai sentieri battuti dei luoghi comuni. Allora ecco la proposta del preside Otello Cegolon, dirigente dell’Istituto magistrale Duca degli Abruzzi di Treviso. «I giovani non conoscono la portata reale del danno. Portiamo allora nelle classi i drogati cronici, che facciano vedere ai ragazzi cosa producono le sostanze che prendono con tanta leggerezza».
Il preside pensa ai drogati di roba pesante, che, certo, forniscono testimonianze sconvolgenti. Ma, come hanno spiegato i maggiori psichiatri italiani, a cominciare da Giovanni Battista Cassano, fin dal 2001, i normali reparti di psichiatria si sono ormai riempiti, da anni, anche di consumatori di cannabis e amfetamine che, oltre a fornire oltre l’80% dei futuri acquirenti di cocaina ed eroina, trasformano gli adolescenti, in Italia come altrove (ma peggio che altrove, perché non hanno informazioni sui rischi) in pazienti psichiatrici.
Mettiamo dunque questi nuovi folli in cattedra a raccontare la loro esperienza. Rimedieranno al vuoto informativo dei professori troppo conformisti nei confronti della leggenda rosa delle droghe «buone».

Il Mattino di Napoli 2 giugno 2008

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La sofferenza

Posté par atempodiblog le 10 juin 2008

La sofferenza dans Santa Faustina Kowalska sfaustina

La sofferenza è il tesoro più grande che ci sia sulla terra. Essa purifica l’anima. Nella sofferenza conosciamo chi ci è veramente amico. Il vero amore si misura col termometro della sofferenza. Gesù, Ti ringrazio per le piccole croci quotidiane, per le contrarietà che incontro nelle mie iniziative, per il peso della vita comunitaria, per l’interpretazione distorta delle mie intenzioni, per le umiliazioni che provengono dagli altri, per il comportamento aspro verso di noi, per i sospetti ingiusti, per la salute cagionevole e per le forze che vengono meno, per il ripudio della mia volontà, per l’annientamento del proprio io, per il mancato riconoscimento in tutto, per gli impedimenti posti a tutti i miei progetti.

Ti ringrazio, Gesù, per le sofferenze interiori, per l’aridità dello spirito, per le paure, i timori e i dubbi, per il buio fitto e le tenebre interiori, per le tentazioni e le diverse prove, per le angosce che è difficile descrivere, e soprattutto per quelle in cui nessuno ci capisce, per l’ora della morte, per la dura lotta che la precede e per tutta la sua amarezza. Ti ringrazio, Gesù, che hai bevuto il calice dell’amarezza, prima di porgerlo a me raddolcito. Ecco, ho accostato le mie labbra al calice della Tua santa volontà.

Avvenga di me secondo il Tuo volere; avvenga di me ciò che ha stabilito la Tua sapienza fin dall’eternità. Desidero bere fino all’ultima stilla il calice della predestinazione, non voglio indagare su questa predestinazione, nell’amarezza c’è la mia gioia, nella disperazione la mia fiducia. In Te, o Signore, quello che ci da il Tuo Cuore paterno è tutto buono; non preferisco le gioie alle amarezze, né le amarezze alle gioie, ma Ti ringrazio di tutto, o Gesù. La mia delizia consiste nello stare a contemplarTi, o Dio incomprensibile. E in un’esistenza misteriosa che si aggira il mio spirito, poiché è là che sento di essere a casa mia. Conosco bene la dimora del mio Sposo. Sento che in me non c’è nemmeno una goccia di sangue che non arda d’amore per Te. Bellezza eterna, chi Ti conosce una sola volta, non può più amare nessun’altra cosa. Sento la voragine insondabile della mia anima, e che niente può colmarla, all’infuori di Dio. Sento che sprofondo in Lui, come un granellino di sabbia in un oceano senza fondo.

Santa Faustina Kowalska

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