Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2017

Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi
di don Marco Lodovici – Parrocchia San Domenico di Legnano (MI)

Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi dans Articoli di Giornali e News Vacanze_cristiane

Il tempo dell’estate e delle vacanze è spesso un tempo in cui si ha qualche momento libero in più eppure sembra essere il tempo in cui i Cristiani diventano atei e vanno in vacanza lasciando a casa il Signore. Ho pensato allora di usare questa riflessione per dare qualche suggerimento per rendere fruttuosa la vita spirituale nel tempo estivo.

Anzitutto NON perdiamo la Messa domenicale. Quante volte sento dire: “ho cercato la Chiesa ma non c’era la Messa, l’orario era diverso, non sapevo dov’era la Chiesa…”. Sarebbe interessante chiedersi: se andiamo a vedere un museo o una manifestazione non controlliamo prima con Internet o informandoci per telefono circa l’orario e tutte le informazioni che ci servono? Perché allora per la Messa non possiamo fare la stessa cosa? Oppure a volte non andiamo perché “non è prevista nel viaggio organizzato”. Eppure sono tutti battezzati quelli che partecipano; perché non sappiamo chiedere di andare a Messa dicendo che per noi la Messa domenicale è indispensabile? Sarebbe proprio una bella testimonianza invece continuiamo a far credere che se si può andare va bene ma che comunque possiamo tranquillamente farne a meno.

Cerchiamo un tempo di silenzio e di preghiera. Se partiamo per le vacanze dicendo se ho tempo mi metterò a pregare possiamo stare abbastanza sicuri che il tempo non ci sarà. La preghiera come le altre cose della vita richiedono di essere desiderate, programmate e custodite. Si organizzano le giornate anche di mare e di montagna chiedendosi quale spazio posso lasciare oggi alla mia preghiera?

Leggiamo qualche buon libro di spiritualità. Spesso si va in vacanza portandosi qualcosa di “leggero” da leggere, perché non scegliere un libro che possa arricchire la nostra vita spirituale magari rispondendo a qualche domanda, dubbio o fatica che ho nel cuore?

Fermiamoci a contemplare il creato. Ci sono alcuni posti in montagna o anche in qualche luogo isolato al mare, in mezzo alla natura, all’alba o al tramonto, di fronte ad un cielo stellato in cui se non andiamo di fretta possiamo fermarci a vedere il capolavoro splendido che la mano di Dio ha fatto per noi. Non perdiamo queste occasioni, non passiamo la vacanza consumando o correndo, bruciando le esperienze senza fermarci. Dio è molto più vicino a noi di quello che pensiamo.

Troviamo il tempo per visitare qualche Chiesa, qualche abbazia, qualche luogo dove si vede la storia di fede vissuta negli anni. Mi fa piacere ricevere foto di qualche santuario, di qualche luogo significativo per la vita di un santo, di momenti di fede importanti nel paese dove ci si trova in vacanza. Abbiamo sempre da imparare dalla vita spirituale di tanti nostri fratelli e da secoli di storia di fede.

Infine curiamo l’attenzione alle relazioni. Durante l’anno il lavoro, la vita frenetica a volte non ci permettono di parlare agli altri, a partire dai nostri famigliari guardandoli negli occhi. Spesso riduciamo la comunicazione a quello che serve per “far funzionare la famiglia”. Viviamo questo tempo per riscoprire la gioia dei sentimenti e delle relazioni vere. Dedichiamo tempo ad ascoltare e a parlare, ci accorgeremo che è il tempo usato meglio!

Vi auguro vacanze così!

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La droga è una beffa che il diavolo fa all’uomo

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2017

La droga è una beffa che il diavolo fa all’uomo dans Citazioni, frasi e pensieri droga

L’uomo ha bisogno della trascendenza. Solo Dio basta, ha detto Teresa d’Avila. Se Lui viene a mancare, allora l’uomo deve cercare di superare da sé i confini del mondo, di aprire davanti a sé lo spazio sconfinato per il quale è stato creato. Allora, la droga diventa per lui quasi una necessità. Ma ben presto scopre che questa è una sconfinatezza illusoria – una beffa, si potrebbe dire, che il diavolo fa all’uomo.

Benedetto XVI

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Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2017

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti
Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un bimbo di 7 anni può avere con Lui in cappella
Tratto da:  Aleteia
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti dans Articoli di Giornali e News Adorazione_del_Santissimo_per_bambini

L’adorazione eucaristica sta tornando ad essere un aspetto centrale della vita cristiana. Dopo decenni in cui era stata messa da parte in molti luoghi, sono moltissime le parrocchie che hanno recuperato l’esposizione pubblica del Santissimo.

Questa diffusione dell’adorazione, che secondo molte testimonianze dà tanti frutti, raggiunge anche i bambini, e viene introdotta sempre più nelle celebrazioni con i piccoli, anche se in modo adattato alla loro età.

Bambini adoratori?
Molti si possono chiedere se serva a qualcosa che bambini di sei o sette anni siano “adoratori” e preghino o restino davanti a Cristo Eucaristia quando non hanno ancora una coscienza formata su cosa sia. La risposta la dà Famille Chretienne in un reportage centrato proprio sull’adorazione e i bambini.

In Francia, in alcuni luoghi l’esperienza con i bambini si svolge da più di 15 anni, e i frutti sono favolosi, sostengono gli organizzatori, al punto che si sta estendendo in altre zone. Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un piccolo di 7 anni può avere con Lui in cappella.

Per chi ha l’messo in pratica e ne sta vedendo ora i frutti, il culto porta i bambini molto piccoli in modo naturale all’intimità con Cristo, e li fa familiarizzare direttamente con il cuore di Dio.

Connessione diretta tra i bambini e il Signore: “Hanno il wi-fi”
Uno dei gruppi di bambini adoratori è quello della città francese di Rouen, dove una delle madri parla ai piccoli dai sei agli otto anni di Gesù prima di entrare in cappella per stare con Lui. Lì tutti si inginocchiano in silenzio, e in modo naturale posano gli occhi su “Gesù nascosto”.

“Venti minuti sono troppi?”, hanno chiesto a Jules, di otto anni, che ha risposto con un grande sorriso: “Oh, no!”.

Una delle domande che pongono più spesso i sacerdoti e i laici che accompagnano questi bambini è come siano capaci di stare in preghiera quando molti adulti non riescono a stare in silenzio davanti al Santissimo per più di due minuti. “C’è una connessione diretta tra il cuore dei bambini e il Signore. Hanno un wi-fi”, afferma Cécile, madre di un bambino adoratore a Parigi.

In base alla sua esperienza, i bambini di questa età hanno il cuore molto più aperto e vi accolgono Gesù.

Un tempo adatto all’età dei bambini
Evidentemente, per arrivare a questo punto serve pazienza perché non smettono di essere bambini ed è poco realista immaginare trenta bambini che pregano in silenzio per un’ora. Il tempo si adatta all’età, e i più piccoli possono rimanerci quindici o venti minuti, anche se a volte non c’è un silenzio totale. Ad ogni modo, questo atteggiamento di adorazione entra in loro.

Florence Schlienger, responsabile di uno di questi gruppi a Versailles, riconosce che sia lui che ogni adulto che si imbarca in questa avventura particolare seminano senza sapere cosa raccoglieranno, e ricorda il caso di un bambino che dava le spalle all’altare per tutto il tempo e che tuttavia il mese dopo parlava continuamente a sua madre dell’amore di Dio.

“È un’educazione alla vita interiore in cui non vediamo immediatamente i frutti, si vedono dopo”, dicono anche le mamme. “Prima si impara a pregare, più rapidamente diventa una cosa naturale”. Anche padre Thibaud Labesse, cappellano di uno di questi gruppi di bambini, insiste su quest’ultimo aspetto. Le mamme colgono questo fatto soprattutto nel comportamenti che i bambini hanno poi a Messa, perché captano il “mistero” della presenza di Cristo nel tabernacolo.

La sorella Beata aiuta le Missionarie dell’Eucaristia in questo apostolato e riferisce in cosa consistono queste sessioni. Leggono con loro il Vangelo, lo spiegano e poi realizzano disegni da colorare su questi insegnamenti. Poi arriva il momento in cui in gruppi per età si organizzano turni di adorazione in cui si cantano anche delle canzoni e si offrono intenzioni di preghiera.

I piccoli di 4 anni adorano il Santissimo dieci minuti e quelli di otto arrivano già a 25, con intervalli più lunghi di silenzio.

Fucina di vocazioni
Gli organizzatori sottolineano anche che la presenza del sacerdote è importante, e che questi prega con loro. “Nell’adorazione, il bambino entra in intimità con Cristo, in un riflesso dell’amore con il Signore che è un brodo di coltura per le vocazioni”, dice Florence Schlienger, che segue questa missione da 15 anni e ha già visto molti bambini diventare adulti adoratori.

“L’introduzione della presenza di Dio nella vita personale è quello che li porterà alla Chiesa, più che un corso di Teologia”, ha osservato.

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CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero

Posté par atempodiblog le 28 juin 2017

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero
I giudici della Cedu hanno dato ragione all’Alta corte inglese: Charlie Gard non ha diritto di vivere. Va eliminato. Perché ci rifiutiamo di esserne custodi?
di Don Federico Picchetto – Il Sussidiario

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

CHARLIE GARD. Giunge ad un triste epilogo la vicenda di Charlie Gard, il piccolo neonato britannico affetto da una malattia mitocondriale molto rara dinnanzi alla quale i medici hanno pronosticato morte certa, mentre i genitori hanno vagliato qualunque via legale per poterlo tenere in vita. L’ultima carta l’hanno giocata alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha, dapprima, deferito la decisione e poi, nella serata di ieri, accolto le conclusioni del personale medico inglese e sentenziato che Londra può portare avanti le procedure per interrompere quello che la giustizia di Sua Maestà ha definito un accanimento terapeutico foriero solo di inutile dolore.

La domanda che tocca farsi è però molto diversa da quella che ha animato tanti dibattiti di questi mesi. Non importa, infatti, sapere chi ha ragione, quanto comprendere che tipo di problema Charlie sollevi nella nostra vita. Non si tratta di un problema legale, ossia di determinare fino a che punto le leggi degli stati possano spingersi nella vita degli uomini. Infatti le leggi, in questo caso, regolano atteggiamenti, comportamenti e azioni che vengono prima della legge stessa. Non è neppure un problema di libertà della famiglia: molte famiglie compiono scelte libere ma sbagliate per i loro figli e idolatrare la libertà della famiglia di Charlie oggi, solo perché coincide con quello che si pensa, potrebbe essere deleterio domani, quando magari dovremmo decidere se una famiglia può alimentare in modo vegano un neonato privandolo dell’apporto fondamentale di alcuni nutrienti.

Tutte queste cose sono per esperti, per tecnici che non mancheranno — anche su queste stesse colonne — di fornire i loro pareri e i loro punti di vista. La storia di Charlie è al contrario un problema di realtà e la questione che pone Charlie è il fatto stesso che lui c’è, esista. Mai come in questo caso possiamo toccare con mano che cos’è che ferisce davvero la nostra vita e il nostro amor proprio: il fatto che una cosa, che le cose, ci siano. Charlie è una persona viva, presente, la cui stessa esistenza risulta intollerabile non a lui, ma a chi tutti i giorni deve incrociarne lo sguardo.

Come una moglie, un marito, un collega, un figlio, una madre o un vicino di casa, è il fatto che egli sia che ci tormenta e che ci costringe a metterci in discussione. Charlie non è quello che ci aspettavamo, non è il bambino delle pubblicità, non è l’ideale di figlio che i genitori sognano quando mettono la testa e il cuore sul proprio futuro, ma è quello che c’è, quello che esiste. Più lui permane, più la nostra impotenza come medici e come adulti permane, più lui ci pone un problema, ci pone delle domande, ci sfida. Siamo così presi dalle nostre idee, dalle nostre opinioni, che non possiamo tollerare che qualcosa persista e continui a disturbarci.

Lo vogliono togliere di mezzo. Non le leggi dei giudici inglesi, non i pareri dei medici, ma il cuore degli uomini. I genitori, in tutto questo, non chiedono altro che attendere, che aspettare, che lasciare aperta una porticina, uno spiraglio, alla speranza, alla luce, all’esistenza. Ma si creerebbe troppo imbarazzo se lui, con la sua resilienza, continuasse a vivere, a lottare, a rimanere, si creerebbero costi, rebus collaterali, nuove diatribe. Quella vita, insomma, va eliminata perché disturba. Essa mette troppo in gioco le dinamiche, le strutture e i processi del nostro tempo. E c’è da giurarci che i fedeli garanti della giustizia lo faranno, lo faranno presto, nel giro di poche ore. Senza alcuna compassione, senza alcuna pietà. Col solo desiderio di togliersi dal cuore il dubbio, l’ombra, che Charlie continua a insinuare con la sua esistenza. E se fosse vero? E se la vita non fosse solo nostra?

Non c’è tempo, bisogna agire. E come Caino di ritorno dai campi, a chi dovesse chiedere conto di quanto accaduto si potrà sempre rispondere con una punta di sdegno: “Sono forse io il custode del mio fratello?”, oppure usando parole ben più macabre e più contemporanee, ribadire che – in fondo – “si sono solo eseguiti gli ordini”.

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San Josemaría Escrivá: “…siate uomini di orazione…”

Posté par atempodiblog le 25 juin 2017

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
25.6.1944

San Josemaría Escrivá: “...siate uomini di orazione...” dans Beato Álvaro del Portillo San_josemaria

Si ordinano sacerdoti i primi tre fedeli dell’Opus Dei: Álvaro del Portillo, José Luis Múzquiz e José María Hernández de Garnica.

Quel giorno commenta: «Vi chiederanno: che cosa vi disse il Padre il giorno dell’ordinazione dei primi tre sacerdoti? Allora voi risponderete: “Ci disse: siate uomini di orazione, uomini di orazione, uomini di orazione”».

Tratto da: josemariaescriva.info

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Le apparizioni di Medjugorje, l’evento più significativo dei tempi moderni

Posté par atempodiblog le 24 juin 2017

Le apparizioni di Medjugorje, l’evento più significativo dei tempi moderni
Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Le apparizioni di Medjugorje, l'evento più significativo dei tempi moderni dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

Le apparizioni di Medjugorje sono l’evento più significativo dei tempi moderni, che si collocano al crocevia fra un millennio e l’altro, al centro di un drammatico combattimento escatologico fra la Donna vestita di sole e il dragone infernale. La nostra generazione ne è coinvolta e nessuno può illudersi di sfuggire alla decisione di fare una scelta di campo.

La Regina della pace è qui da così tanto tempo per contrastare la tenebra della menzogna e della morte, che ha avvolto il mondo e che prepara la sua distruzione. Dal quel 24 Giugno 1981, quando la Madonna è apparsa sulla collina con un Bambino in braccio, il mondo ha fatto un cambiamento radicale. E’ crollato il comunismo e le chiese incatenate dal dragone sono state liberate. L’Occidente al contrario sta apostatando dalla fede, nella luciferina illusione di creare un mondo senza Dio, dove l’uomo è l’assoluto padrone. La Chiesa è ovunque perseguitata e indebolita nella sua testimonianza dalla tiepidezza e dal modernismo.

La Regina della pace è instancabile nell’invitarci alla preghiera e alla conversione, per essere decisi e forti nella fede e per essere delle piccoli luci che brillano nelle tenebre del mondo. La nostra risposta deve essere generosa, fedele e perseverante. La vittoria del suo Cuore Immacolato incomincia nel cuore di ognuno di noi.

Ascoltiamo i suoi messaggi, pieni di sapienza e di santità e mettiamoli in pratica. Non lasciamoci sorprendere come gli apostoli nel Getzemani, che dormivano nell’ora dell’impero delle tenebre. Vegliamo e preghiamo. Liberiamoci dai lacci con i quali il demonio ci imprigiona. Scarichiamo dalla nostra vita le zavorre inutili, perché questo tempo è un punto di svolta. Mettiamoci a disposizione della nostra Regina, come apostoli generosi, per la grande battaglia della fede, per la salvezza delle anime, per un futuro di pace.

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AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Per comporre la società/ È importante guarire prima spiritualmente
AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

AMERICA/MESSICO - “E' necessario ricostruire il tessuto sociale, c'è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal dans Articoli di Giornali e News Violenza

Córdoba (Agenzia Fides) – Dato il deterioramento del tessuto sociale a causa di tanta violenza, insicurezza, disuguaglianza sociale ed economica, alcuni Vescovi messicani, come il Vescovo della diocesi di Córdoba, Veracruz, Sua Ecc. Mons. Eduardo Porfirio Patiño Leal, si sono pronunciati per un impegno a ricostruire la pace, ma anche per ricordare ai governi locali di fare il loro lavoro.

Mons. Patiño Leal ha affermato che tutti i sacerdoti svolgono un importante lavoro sociale nelle rispettive parrocchie, ma oggi cresce la necessità di trovare nuovi modi per ascoltare coloro che soffrono per tanti crimini. Bisogna dire che quello che ora si sta vivendo a livello diocesano in seguito alla violenza e all’insicurezza, non si sarebbe mai immaginato una decina di anni fa.

Il Vescovo ha fatto queste dichiarazioni commentando la recente pubblicazione del rapporto del Consiglio Nazionale per la valutazione della politica di sviluppo sociale (CONEVAL), dove si ricorda che degli 8 milioni di “veracruzanos”, il 60 per cento vive in una situazione di grande emarginazione.

“Nella zona – ha commentato il Vescovo -, da un lato ci sono i milionari e dall’altro persone che devono emigrare a causa della mancanza di posti di lavoro e di salari decenti”. Questo tessuto sociale disintegrato fa sì che i giovani diventino facile preda per i criminali e la droga, quindi è importante guarire prima spiritualmente, per comporre la società, ha esortato.

Il rapporto intitolato “Considerazioni per la preparazione del Budget 2018”, mira a rafforzare il processo decisionale in materia di bilancio, ma offre soprattutto un’analisi delle priorità, delle conclusioni e delle raccomandazioni sullo sviluppo sociale del governo federale. Viene considerato un importante indicatore della realtà sociale nazionale da tutte le istituzioni messicane.
(CE) (Agenzia Fides, 10/06/2017)

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Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Appropriazione della vigna del Signore/ “Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa”
Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara dans Articoli di Giornali e News Il_Papa_addolorato_per_le_vicende_della_diocesi

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto ieri in udienza privata una delegazione della diocesi di Ahiara, in Nigeria, che vive da anni una dolorosa situazione (vedi Fides 8/6/2017). I membri della Delegazione erano accompagnati dal Card. J.O. Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja e Amministratore Apostolico di Ahiara, dagli Ecc.mi A.J. Obinna, Arcivescovo Metropolita di Owerri, I.A. Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, da S.E. Mons. P.E. Okpaleke, Vescovo di Ahiara. Erano inoltre presenti all’incontro il Cardinale Segretario di Stato, il Prefetto e i Superiori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Della Delegazione hanno fatto parte i Rev.di Sacerdoti C. O. Ebii, J. N. Uwalaka e U. I.Olekamma; inoltre, Suor B. O. Ezeyi e S.A.R. P. Iwu, Capo Tradizionale per conto dei religiosi e dei fedeli laici.

L’incontro, caratterizzato dal dialogo e dall’ascolto, si è concluso con una preghiera a Maria e la benedizione del Papa. Di seguito riportiamo il testo del Santo Padre Francesco.

“Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me, è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti (e mi scuso per la parola), è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 21, 33-44)…che vogliono appropriarsi dell’eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ed ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa; ciò non è permesso; forse non se ne accorge, ma la Chiesa sta soffrendo e il Popolo di Dio in essa. Il Papa non può essere indifferente.

Conosco molto bene le vicende che da anni si trascinano nella Diocesi e ringrazio per l’atteggiamento di grande pazienza del Vescovo; dico di santa pazienza da lui dimostrata. Ho ascoltato e riflettuto molto, anche sull’idea di sopprimere la Diocesi; ma poi ho pensato che la Chiesa è madre e non può lasciare tanti figli come voi. Ho un grande dolore verso questi sacerdoti che sono manipolati, forse anche dall’estero e da fuori Diocesi.

Ritengo che qui non si tratti di un caso di tribalismo, ma di appropriazione della vigna del Signore. La Chiesa è madre e chi la offende compie un peccato mortale, è grave. Perciò ho deciso di non sopprimere la Diocesi. Tuttavia, desidero dare alcune indicazioni da comunicare a tutti: anzitutto va detto che il Papa è profondamente addolorato, pertanto, chiedo che ogni sacerdote o ecclesiastico incardinato nella Diocesi di Ahiara, sia residente, sia che lavori altrove, anche all’estero, scriva una lettera a me indirizzata in cui domanda perdono; tutti, devono scrivere singolarmente e personalmente; tutti dobbiamo avere questo comune dolore.

Nella lettera
1. si deve chiaramente manifestare totale obbedienza al Papa, e
2. chi scrive deve essere disposto ad accettare il Vescovo che il Papa invia e il Vescovo nominato.
3. La lettera deve essere spedita entro 30 giorni a partire da oggi fino al 9 luglio p.v. Chi non lo farà ipso facto viene sospeso a divinis e decade dal suo ufficio.

Questo sembra molto duro, ma perché il Papa fa questo? Perché il Popolo di Dio è scandalizzato. Gesù ricorda che chi scandalizza, deve portarne le conseguenze. Forse qualcuno è stato manovrato senza una piena cognizione della ferita inferta alla comunione ecclesiale.

A voi, fratelli e sorelle, manifesto vivo ringraziamento per la vostra presenza; così pure al Cardinale Onaiyekan per la sua pazienza e al Vescovo Okpaleke, di cui ho ammirato oltre la pazienza anche l’umiltà. Grazie a tutti”.

Successivamente il Card. Onaiyekan ha ringraziato il Santo Padre. Il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Card. Fernando Filoni, ha chiesto al Santo Padre, il Quale ha accettato, che, a conclusione di questa vicenda, la Diocesi di Ahiara, con il suo Vescovo, compiano un pellegrinaggio a Roma e incontrino il Santo Padre. (Agenzia Fides 9/6/2017)

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Il Santo Padre e  la  non accettabilità della situazione in Ahiara
Pugno di ferro di Papa Bergoglio contro i preti ribelli nigeriani che, nella diocesi di Ahiara, in Nigeria, da quattro anni fanno il bello e il brutto tempo creando divisioni, sollevando liti, esacerbando animi pur di non accettare il vescovo designato legittimamente dal Vaticano. Per rimettere in riga la comunità Bergoglio ha preparato provvedimenti draconiani e inediti.

di Franca Giansoldati – Il Mattino

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Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo

Posté par atempodiblog le 9 juin 2017

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo
Embrione è già persona: la scienza conferma la realtà, al netto di ogni discussione. Lo studio su Nature Genetics « rivoluziona » la scienza embrionale e lo sviluppo dell’indiviuo cellulare
di Niccolò Maagnani – Il Sussidiario.net
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo dans Aborto Embrione_e_maternit

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: “È GIÀ UN PROGETTO DI INDIVIDUO” - Un momento storico per la scienza ma soprattutto storico per l’intera razza umana: con l’ultimo studio pubblicato su Nature si conferma che l’embrione possiede tutto il materiale e gli elementi che lo fanno già un progetto di persona nel momento in cui viene formato nell’utero. L’ultimo articolo apparso nel numero di aprile della storica rivista scientifica mondiale (non certo qualche rivista pro-Life accusabile di poca “neutralità”) rischia di sconfessare anni e anni di contestazioni e attacchi diretti a tutti coloro che osavano affermare come uccidere un embione con l’aborto significa di fatto sopprimere una vita già umana. Un gruppo di ricercatori dell’Università Politecnica Federale di Losanna (Svizzera), guidato da Julien Duc e Didier Tronto, ha pubblicato su Nature Genetics una ricerca che farà certamente parlare e molto nei prossimi mesi a venire. In pratica, studiando la conoscenza del processo di formazione e sviluppo della vita umana individuale, è stato scoperto come in realtà il dna dell’embrione ad una sola cellula (appena dopo il processo di fecondazione) viene già “sfogliato” all’inizio della sua vita cellulare, in questa modalità: quello che contiene  le informazioni per lo sviluppo e il mantenimento dell’architettura del corpo umano è di fatto un materiale d’informazioni fino a quel momento chiuso che si pensava fino a questa ricerca che venisse tradotto solo in un secondo momento, fornendo dunque la “patente” di individuo in qualche stadio successivo e non fin dalla sua origine.

Invece, è stato scoperto lo ‘starter’ dello sviluppo dell’embrione nei mammiferi: è una famiglia di proteine chiamata Dux e specializzata nello sferrare il ‘calcio d’inizio’ del processo di crescita che porta alla formazione di un individuo (spiega l’Ansa riportano ampi stralci dello studio di Nature). Si scopre in questo modo, cercando di essere meno tecnici possibili, che il “libro del Dna” viene aperto fin dall’inizio appena finisce il processo di fertilizzazione e da qui si comincia a guidare lo sviluppo del corpo umano embrionale, proprio sotto lo stimolo di queste proteine. Una preziosa scoperta che alla luce porta una “realtà” da sempre affermata dalla Chiesa e non solo, da chi ritiene che la vita umana abbia senso e valore in quanto esistente in sé e per sé, e che questo processo inizi appena scattata la fecondazione. Questa realtà oggi pare venire confermata anche dalla scienza, facendo risuonare come attualissime le parole della Evangelium vitae, riportate dai colleghi di Avvenire: «dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire».

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: LA PROTEINA CHE DÀ IL “CALCIO D’INIZIO” - Si chiama Due ed è di fatto una famiglia di proteine che pare dia il “calcio d’inizio” allo sviluppo dell’embrione, codificando tutte le informazioni che già sono presenti come progetto di persona all’interno dell’embrione (per l’appunto detto “umano”). La scoperta mostrata da Nature Genetics ha del clamoroso e potrebbe ampliare ancora di più le discussioni sul quando comincia ad essere valutata vita umana la vita di ognuno di noi; «abbiamo fatto luce su ciò che attiva il programma genetico che ci fa diventare ciò che siamo» ha commentato uno dei due ricercatori del Politecnico di Losanna, Didier Trono. La scoperta, aggiunge lo scienziato, «può anche aiutarci a comprendere alcuni casi di infertilità e forse portare allo sviluppo di nuovi trattamenti per alcune distrofie muscolari».

Le proteine Dux vengono dimostrare essere decisive per lo sviluppo dell’embrione e dopo anni di esprimenti a partire dalla distrofia muscolare, ora si è arrivati a queste prime conclusioni: «nelle cellule si accumulava una proteina della famiglia Dux, chiamata Dux4, fino a quel momento nota per essere coinvolta nelle fasi iniziali dello sviluppo embrionale», spiega l’Ansa nell’articolo speciale sulla rivista Nature. A questa osservazione si è aggiunta quella che, ancora nelle cellule dei muscoli, «è attivo un intero gruppo di geni attivi a all’inizio dello sviluppo embrionale, quando subito dopo la fecondazione ovicita e spermatozoo si fondono formando la struttura chiamata zigote» conclude lo speciale.

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Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe

Posté par atempodiblog le 4 juin 2017

Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe
Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio la natura acquista una nuova fisionomia: l’inizio della conoscenza. Come salvarsi dai soliti e inflazionati pregiudizi anti religiosi
di Luca Del Pozzo – Il Foglio

Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe dans Articoli di Giornali e News Senza_la_fede_giudaico-cristiana_la_scienza_mode

Sulla questione del rapporto tra religione e scienza, che anche di recente ha visto un intervento sul Corriere della Sera del fisico Carlo Rovelli, sarebbe quanto mai opportuno sgomberare il campo da alcuni pregiudizi che non aiutano a inquadrare il dibattito nella giusta prospettiva. Primo fra tutti, ciò da cui discende tutto il resto, quello secondo cui le religioni, in particolare quella cattolica, sarebbero (sono?) un ostacolo allo sviluppo della scienza. L’errore di fondo di questa visione consiste nel misconoscere un fatto fondamentale: senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non sarebbe mai sorta. Partiamo da un presupposto elementare: la scienza, intesa nel senso di conoscenza (della natura, del mondo ecc.), si fonda su un principio molto semplice: si può conoscere solo ciò di cui non si ha paura. Nell’antichità ciò che rendeva impenetrabile la natura era la presenza del sacro. Le divinità naturali e cosmiche delle religioni politeiste generavano paura e timore nell’uomo, che era quindi costretto ad offrire sacrifici, a volte anche umani, per godere del favore degli dèi. Questa visione del rapporto uomo-divinità è stata superata grazie all’affermazione del monoteismo giudaico, poi ripreso dal cristianesimo, nella misura in cui esso rappresenta una sorta di desacralizzazione della natura. Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio, tutte quelle divinità che prima incutevano timore all’uomo ostacolandone la curiosità sono ridotte al rango di semplici creature, e la natura acquista una nuova fisionomia. Questo processo è chiaro fin dal primo capitolo del Genesi, soprattutto se lo si confronta con i racconti di creazione babilonesi, a cui si ispirarono gli scrittori biblici. Laddove per i babilonesi il Sole, la Luna e gli astri erano divinità, in Genesi 1 sono realtà create dall’unico Dio: importanti quanto si vuole per la vita dell’uomo, ma che sono e restano creature senza alcuna connotazione sacra. E questo passaggio, cioè il venir meno della paura nei confronti di forze oscure e divinità minacciose, ha coinciso con l’inizio della conoscenza. A ciò si aggiunga che nel corso dei secoli il giudaismo entrò in contatto con il mondo ellenico, più portato alla speculazione e alla ricerca, e da questo connubio nacquero le premesse teoriche che stanno alla radice della scienza moderna (oltreché dell’intera civiltà europea).

C’è poi un secondo pregiudizio, non meno tenace e altrettanto infondato del primo, che riguarda invece la natura dei testi biblici, a partire proprio da Genesi 1. Da diversi decenni gli studi biblici hanno chiarito che il racconto mitologico (nel senso di “mito” come genere letterario, non di favoletta per bambini) di Genesi 1 risponde al “perché” della vita e dell’universo, e non del “come” ciò sia avvenuto. La fede ebraica, da cui quel testo è scaturito, dice semplicemente che all’origine del creato c’è Dio in quanto causa prima. Di più non afferma, e sbaglierebbe chi volesse attribuire alla Bibbia significati che esulano dalla sua genesi e dalla sua finalità. Tra l’altro, anche l’affermazione secondo cui la creazione sarebbe avvenuta in sei giorni andrebbe come minimo contestualizzata alla luce dei più recenti studi biblici – da cui emerge un quadro ben diverso da quello che comunemente si pensa – anziché presa alla lettera come usano fare fondamentalisti di ogni schieramento. E’ ormai appurato che quel testo, risalente al periodo dell’esilio babilonese, fu scritto dalla classe sacerdotale. Più interessante è rispondere alla domanda sul perché i sacerdoti adottarono proprio lo schema sei più uno, che in gergo tecnico si chiama “settenario”. Nel racconto c’è un centro focale, un punto dove tutto converge: è il settimo giorno, quando Dio “si riposò”. Ma nel calendario ebraico il settimo giorno coincide con lo Shabbat (che significa riposo), cioè il giorno in cui i sacerdoti si recavano al Tempio per officiare il culto. Dunque il settimo giorno era il giorno per eccellenza della classe sacerdotale, che quindi poteva riacquistare agli occhi del popolo quell’autorità che era venuta meno con la disfatta dell’esilio. Non bisogna dimenticare infatti che i primi “colpevoli” dell’esilio babilonese furono ritenuti proprio i sacerdoti, a causa dei loro peccati contro Dio e contro il popolo denunciati dai profeti. Al racconto di Genesi 1 soggiace insomma un’esigenza apologetica della classe sacerdotale per riacquistare credibilità e autorevolezza. Questa la genesi storico-letteraria del testo “incriminato”, che ovviamente nulla toglie all’interpretazione teologica, di cui è legittimo e unico depositario il magistero della chiesa.

Per concludere. Quando si discute su questa come su altre questioni che hanno a che fare con i testi biblici, bisognerebbe tenere presente che religione e scienza hanno statuti differenti che vanno rispettati. La religione dà una risposta alle domande ultime, al “perché” delle cose (e nel caso specifico di quella cattolica essa si fonda sulla Rivelazione di Dio – ciò che la distingue da tutto il resto e la connota più come fede che come religione – non è per nulla un fatto soggettivo né tantomeno intimistico-psicologico come vorrebbe la vulgata laicista e certa teologia catto-protestante); la scienza, invece, cerca di scoprire “come” avvengono i fenomeni. Tra le due prospettive non c’è opposizione, ma distinzione senza che ciò precluda la possibilità di essere allo stesso tempo scienziati e credenti. E forse non è un caso se tutti i più grandi scienziati della storia erano credenti e la maggior parte di essi cattolici. E’ tipico di una certa visione positivistica, purtroppo ancora oggi imperante, rappresentare la scienza come la luce contrapposta alle tenebre della fede.

Un pregiudizio bello e buono, propinato ad arte e consolidatosi nel corso dei secoli fino a diventare luogo comune. E come tutti i luoghi comuni, anche questo sul rapporto tra fede e scienza fatica a morire.

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Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia

Posté par atempodiblog le 2 juin 2017

Don Giustino [Russolillo] riteneva necessari per i Vocazionisti tre oggetti, l’orologio per la santificazione del tempo, la penna per scrivere le divine ispirazioni del momento, e la valigia per ricordarci che dobbiamo sempre essere pronti a partire dove l’obbedienza ci chiama.

Tratto da: Libro dell’anima (parte I). Ed. Vocazioniste

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia dans Commenti al Vangelo Prete_con_valigia

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia
Il vero pastore sa congedarsi bene dalla sua Chiesa, perché sa di non essere il centro della storia, ma un uomo libero, che ha servito senza compromessi e senza appropriarsi del gregge: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Un pastore deve essere pronto a congedarsi bene, non a metà
Al centro dell’omelia è la prima Lettura tratta dagli atti degli Apostoli, che si può intitolare – sottolinea Francesco – “Il congedo di un vescovo”. Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso, che lui aveva fondato. “Adesso deve andarsene”:

“Tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà. Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la Croce di Gesù”.

Pastori senza compromessi
Paolo, dunque, chiama tutti i presbiteri di Efeso e in una sorta di “consiglio presbiteriale” si congeda. Il Papa sottolinea “tre atteggiamenti” dell’apostolo. Innanzitutto afferma di non essersi mai tirato indietro: “Non è un atto di vanità”, “perché lui dice che è il peggiore dei peccatori, lo sa e lo dice”, ma semplicemente “racconta la storia”. E “una delle cose che darà tanta pace al pastore quando si congeda – spiega il Papa – è ricordarsi che mai è stato un pastore di compromessi”, sa “che non ha guidato la Chiesa con i compromessi. Non si è tirato indietro”. “E ci vuole coraggio per questo”.

Pastori che non si appropriano del gregge
Secondo punto. Paolo dice che si reca a Gerusalemme “costretto dallo Spirito”, senza sapere ciò che là gli accadrà”. Obbedisce allo Spirito. “Il pastore sa che è in cammino”:

“Mentre guidava la Chiesa era con l’atteggiamento di non fare compromessi; adesso lo Spirito gli chiede di mettersi in cammino, senza sapere cosa accadrà. E continua perché lui non ha cosa propria, non ha fatto del suo gregge un’appropriazione indebita. Ha servito.

‘Adesso Dio vuole che io me ne vada? Me ne vado senza sapere cosa mi accadrà. So soltanto – lo Spirito gli aveva fatto sapere quello – che lo Spirito santo di città in città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni’. Quello lo sapeva. Non vado in pensione. Vado altrove a servire altre Chiese. Sempre il cuore aperto alla voce di Dio: lascio questo, vedrò cosa il Signore mi chiede. E quel pastore senza compromessi è adesso un pastore in cammino”.

Pastori che non si ritengono il centro della storia
Il Papa spiega perché non si è appropriato del gregge. Terzo punto. Paolo dice: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita”: non è “il centro della storia, della storia grande o della storia piccola”, non è il centro, è “un servitore”. Francesco cita un detto popolare: “Come si vive, si muore; come si vive, ci si congeda”. E Paolo si congeda con una “libertà senza compromessi” e in cammino. “Così si congeda un pastore”:

“Con questo esempio tanto bello preghiamo per i pastori, per i nostri pastori, per i parroci, per i vescovi, per il Papa, perché la loro vita sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano che sono al centro della storia e così imparino a congedarsi. Preghiamo per i nostri pastori”.

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Festa della Repubblica italiana

Posté par atempodiblog le 2 juin 2017

Festa della Repubblica italiana dans Citazioni, frasi e pensieri Frecce_tricolori

Don Giustino M. Russolillo [...] amava l’Italia, eccome! E quanto! Ricordano ancora l’ardore con cui declamò a 5 anni una poesia insegnatagli dalla zia Giovannina che terminava:

“Non sono francese, non sono inglese, l’Italia bella è il mio paese”.

Tratto da: Pianura. Angolo dei Campi Flegrei

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Tutto il mio cammino è l’ascendere

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

 Tutto il mio cammino è l’ascendere dans Citazioni, frasi e pensieri Beato_Giustino_Maria_Russolillo_della_Santissima

“Per essere sempre più e meglio immagine e somiglianza di Dio, tutto il mio cammino è l’ascendere, avvicinarmi e pervenire all’unione divina: il mezzo è piacere al Signore sempre più e sempre meglio, col rassomigliarGli sempre più e meglio”.

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Non siamo nati calciatori

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

Non siamo nati calciatori
Consapevoli di essere fortunati, desiderosi di aiutare gli altri (nonostante le invidie). L’appello di Marchisio per i migranti e l’impegno sociale di Thuram, Zanetti, Drogba & Co
di Paolo Di Stefano – Corriere della Sera

Non siamo nati calciatori dans Articoli di Giornali e News Claudio_Marchisio_e_la_situazione_del_mondo

«Io non sono nato calciatore» è una bella frase, che illustra l’intelligenza di un ragazzo, Claudio Marchisio, consapevole della propria fortuna. «Io non sono nato calciatore – ha scritto su Facebook il centrocampista della Juventus – ho vissuto i problemi di milioni di famiglie». Era una risposta a chi lo aveva rimproverato, anzi insultato (i social non conoscono mezze misure) per avere espresso la sua solidarietà nei confronti dei naufraghi nel Mediterraneo: «Come sta cambiando il mondo?», si chiedeva. Il risultato è stato duplice. Da una parte una valanga di condivisioni, dall’altra una slavina di improperi: chi gli consigliava di limitarsi a pensare alla finale di Champions e chi gli dava dell’ipocrita ricco e viziato.

È la reazione più automatica e più becera: un calciatore che guadagna un sacco di soldi non può (non deve) capire coloro i quali non hanno avuto la sua stessa fortuna, e se cerca di capire, uscendo dal perimetro del campo di calcio, non può che essere ipocrita, falso, untuoso, forse bugiardo. Siccome sarebbe chiuso in una gabbia dorata, tutto ciò che dirà a proposito del mondo esterno sarà assurdo, inappropriato, da prendere con sospetto… E per di più, in vista della finale, per un calciatore non dovrebbe esistere altro che la cura dei muscoli e della tattica.
Invece bisognerebbe essere grati a Marchisio, che ha espresso il suo pensiero sulle tragedie del nostro tempo con la sincerità umana che altri non hanno, avvezzi come sono al tran tran retorico-televisivo post partita: «Questa è la legge del calcio, la palla è rotonda» e poco più.

Un mondo blindato? Sì, ma meno che in passato. Visto che le eccezioni, e notevoli, non mancano. Anche Lilian Thuram, il difensore francese del Parma e della Juve, non è nato calciatore. E lo sa bene specie adesso che è «in pensione», tant’è vero che in un libro, intitolato Per l’uguaglianza , ha raccontato la propria infanzia povera in Guadalupa e poi, con l’emigrazione della famiglia (senza padre), il razzismo subìto a Parigi. La sua idea guida che il calcio è uno spazio pubblico da cui si trasmettono valori civili portò Thuram, nel 1998, a polemizzare con Jean-Marie Le Pen che lamentava l’eccesso di giocatori neri nella Nazionale francese. Con la Fondazione che porta il suo nome, Thuram è impegnato in ambito educativo, contro ogni discriminazione.

E se non è il solo, va segnalato che la sensibilità dei più è suggerita spesso da ragioni autobiografiche, cioè da memorie coloniali familiari più o meno dirette. Clarence Seedorf, tra l’altro ex Milan e Inter, olandese di origine surinamese, nel 2005 ha fondato «Champions for Children», che fornisce assistenza educativa e sanitaria nei paesi poveri. Il franco-ivoriano, e pacifista attivo, Didier Drogba ha una sua struttura che si occupa di combattere la malaria in Africa. Il nigeriano Nwankwo Kanu, che ogni interista dovrebbe ricordare, dopo aver scoperto i propri gravi problemi cardiaci ha messo su un’associazione per soccorre i bambini malati di cuore nel suo paese.
Per non dire dell’impegno a tutto campo (umanitario) del campione del mondo tedesco di origine turca, Mezut Özil. E ancora: Zinedine Zidane, David Beckham, Leo Messi e Cristiano Ronaldo, Xavier Zanetti… Oggi il vicepresidente dell’Inter aiuta i minori dei sobborghi complicati di Buenos Aires in cui lui stesso è faticosamente cresciuto. Il Capitano nerazzurro sa, come Marchisio, che nessuno è nato calciatore. E che il mondo è appena fuori.

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La vita consiste nell’imparare a morire

Posté par atempodiblog le 22 mai 2017

La vita consiste nell’imparare a morire dans Citazioni, frasi e pensieri GK_Chesterton

«Non nego – diceva – che sia necessaria la presenza dei preti a ricordare agli uomini che verrà un giorno in cui moriranno. Dico solo che in certe epoche è necessario che ci sia un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che – sorprendentemente – sono ancora vivi.

Gli intellettuali tra cui bazzicavo non erano vivi neppure quel tanto che bastava per temere la morte. Non avevano neppure abbastanza fegato per essere dei codardi. Finché non gli si fosse parata una pistola proprio davanti al naso, essi avrebbero persino ignorato di essere nati. Perché è vero che in età fondate su una visione eterna delle cose si può affermare che la vita consiste nell’imparare a morire».

Gilbert Keith Chesterton – Uomovivo

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