Maria, rifugio sicuro

Posté par atempodiblog le 1 août 2017

Maria, rifugio sicuro dans Citazioni, frasi e pensieri Maria_Rifugio_dei_peccatori

Il devoto Lanspergio fa parlare così il Signore: Uomini, poveri figli di Abramo, che vivete in mezzo a tanti nemici e a tante miserie, «abbiate cura di venerare con particolare affetto la Madre mia» e vostra.

«Io l’ho data al mondo come esempio di purezza» affinché da lei impariate a vivere come si deve; «e come rifugio sicuro affinché ricorriate a lei nelle vostre afflizioni.

Questa mia figlia l’ho fatta tale che nessuno possa temerla o possa esitare a ricorrere a lei.  Perciò l’ho creata di natura così benigna e pietosa che non sa disprezzare nessuno e non sa negare il suo favore a nessuno che lo domanda.

Ella tiene aperto a tutti il manto della sua misericordia e non permette che nessuno parta sconsolato dai suoi piedi».

Sia dunque sempre lodata e benedetta la bontà immensa del nostro Dio che ci ha dato una madre così grande e un’avvocata così tenera e amorevole.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

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Maria, nostra Madre

Posté par atempodiblog le 8 mai 2016

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Se dunque Maria è nostra madre, possiamo riflettere su quanto ci ama. L’amore verso i figli è una necessità di natura. È questa la ragione per cui, come scrive san Tommaso, dalla legge divina è imposto ai figli il precetto di amare i genitori, mentre invece non c’è un precetto per imporre ai genitori di amare i figli, perché l’amore verso la propria prole è impresso nel cuore con tanta forza dalla natura stessa, che anche gli animali più selvaggi, dice sant’Ambrogio, non possono fare a meno di amare i loro figli.

Così gli storici raccontano che le tigri, sentendo la voce dei figli presi dai cacciatori, si gettano in mare sforzandosi di raggiungere a nuoto le navi che li portano via. Se dunque, dice la nostra amorevole madre Maria, neppure le tigri sanno dimenticare i figli, come potrei io dimenticarmi di amare voi, figli miei?

«Potrà forse una donna dimenticare il suo bambino, da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? E se pur questa lo potrà dimenticare, io non mi dimenticherò mai di te!» (Is 49,15). No, non è possibile che io cessi di amare un’anima di cui sono madre. Maria è nostra madre non di carne, come abbiamo detto, ma di amore.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

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Maria è nostra Madre

Posté par atempodiblog le 9 mai 2015

Maria è nostra Madre dans Fede, morale e teologia s276tt

Non a caso né invano i devoti di Maria la chiamano “Madre”. Sembra che non sappiano invocarla con altro nome e non si stancano mai di chiamarla così. E’ giusto, perché Maria è veramente nostra madre, non carnale, ma spirituale delle nostre anime e della nostra salvezza.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

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L’amore che Gesù Cristo ci porta

Posté par atempodiblog le 2 juin 2014

L'amore che Gesù Cristo ci porta dans Citazioni, frasi e pensieri qns26o

“Oh, se intendessimo l’amore che arde per noi nel Cuore di Gesù!… Ci ha tanto amati, che se mettessimo insieme tutto l’amore di cui sono capaci gli uomini, i Santi e gli Angeli, non arriveremmo che alla millesima parte dell’amore che Gesù Cristo ci porta”.

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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Maria con la sua bellezza ha strappato Dio dal seno del Padre

Posté par atempodiblog le 25 mars 2014

Maria con la sua bellezza ha strappato Dio dal seno del Padre dans Citazioni, frasi e pensieri v79jzl

Con la Tua bellezza Tu hai conquistato l’amore di un Dio, strappandolo, per così dire, dal seno dell’Eterno Padre, attirandoLo sulla terra per farsi uomo e figlio Tuo; e io misero verme non Ti amerò? No, mia dolce Madre, anch’io voglio amarTi, amarTi molto e voglio fare tutto ciò che posso per vederTi amata anche dagli altri. Gradisci dunque, Maria, questo mio desiderio e aiutami a realizzarlo. Io so che quelli che Ti amano sono guardati con compiacimento dal Tuo Dio. Dopo la Sua gloria Egli non desidera altro che la Tua gloria nel vederti onorata e amata da tutti.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – Le glorie di Maria

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Al Paradiso per mezzo di Maria

Posté par atempodiblog le 26 janvier 2014

Al Paradiso per mezzo di Maria dans Citazioni, frasi e pensieri Maria_Stella_del_Mare

La santa Madre è anche chiamata dalla Chiesa stella del mare: “Ave, Maris Stella”. Infatti, dice san Tommaso, “come i naviganti sono guidati al porto per mezzo della stella, così i cristiani sono guidati al Paradiso per mezzo di Maria”. Allo stesso modo, san Pier Damiani la chiama “Scala del Cielo” poiché “per mezzo di Maria Dio è sceso dal cielo in terra, affinché grazie a lei gli uomini meritassero di salire dalla terra al Cielo”. Sant’Anastasio esclama: “Ave, sei stata ripiena di grazia perché Tu fossi la via della nostra salvezza e il cammino per ascendere alla patria celeste”. Perciò san Bernardo chiama la Vergine “Veicolo per salire al Cielo” e san Giovanni Geometra la saluta: “Salve, Nobilissimo Cocchio” sul quale i suoi devoti sono condotti in Cielo. San Bonaventura dice: “Beati quelli che Ti conoscono, o Madre di Dio! Il conoscerTi è la strada della vita immortale e il pubblicare le Tue virtù è la via della salvezza eterna”. Nelle Cronache francescane si narra che fra Leone vide un giorno una scala rossa sopra cui stava Gesù Cristo e una scala bianca sopra cui stava la Sua santa Madre. Osservò che alcuni cominciavano a salire la scala rossa ma, dopo pochi gradini, cadevano; ricominciavano a salire e cadevano di nuovo. Esortati ad andare per la scala bianca, li vide salire felicemente, mentre la Beata Vergine porgeva loro la mano e così giungevano senza difficoltà in paradiso.

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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Santo e musicista: Alfonso Maria de Liguori

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2014

Santo e musicista  Alfonso Maria de Liguori
di Francesco Agnoli – Il Foglio
Tratto da: La Roccia splendente

Santo e musicista: Alfonso Maria de Liguori dans Canti 2nq5rhk

Tu scendi dalle stelle o re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo”: inizia così la più celebre canzone popolare di Natale, e può venir voglia di conoscere chi sia l’autore e quale sia stata la sua vita. Alfonso Maria de Liguori, questo il nome di colui che la ideò, nasce a Napoli nel 1696, da famiglia nobile e ricca. Dati i natali, la sua vita sembrerebbe già scritta: lo aspettano onori, ricchezze, potere. Suo padre nutre grandi ambizioni per il figlio, e lui ha doti non ordinarie. Studia musica, ama dipingere, si iscrive, a 12 anni, presso l’Università di Napoli, per divenire avvocato.

L’età minima, per accedere al titolo, sono i 20 anni: Alfonso viene rivestito di una toga più grande di lui, già a 16. Se l’aspirante è eccezionale, si può fare eccezione. Divenuto avvocato, Alfonso si impone una moralità ferrea, in un mestiere difficile. Nello stesso tempo frequenta varie confraternite, che lo portano per esempio a visitare i malati, i sifilitici, i derelitti del grande ospedale di Napoli, gli Incurabili. L’ ingresso “nella confraternita della Visitazione portava per la prima volta il nostro brillante samaritano ad avvicinare, a incontrare, a toccare con le sue mani, ogni settimana, per anni, l’uomo a terra, spogliato, ferito, gemente nel fossato, ai bordi del suo cammino di ricco. Per otto anni si piegherà su di lui con orrore, con amore, con fede nella parola di Gesù: ‘Quello che fate al più piccolo dei miei lo fate a me’” (T.R.Mermet).

Alfonso fa parte anche della Confraternita di santa Maria della Misericordia, i cui membri sono dediti al seppellimento degli indigenti, ai preti pellegrini o stranieri, e a quelli detenuti per indegnità nelle carceri dell’Arcivescovado. Alfonso per dieci anni, dal 1714 al 1726, gira per Napoli, una volta la settimana, questuando per tutti questi. E’ nel 1723, quando la carriera sembra inarrestabile, che proprio mentre si piega su un malato degli Incurabili, egli sente come una voce che lo chiama: “Lascia il mondo e datti a me”. Nonostante la disperazione del padre, Alfonso segue l’ispirazione e si avvia agli studi per il sacerdozio, che sarà speso negli studi, negli scritti di morale (tra cui la Theologia moralis, La pratica del Confessore e Apparecchio alla morte), nelle missioni al popolo, nel confessionale, nelle celle dei prigionieri, tra i lazzaroni, le prostitute, i poco di buono e i peccatori di ogni genere…

Qui, tra questa umanità dolorante, l’uomo di dottrina e di carità, acquista quella saggezza, nel trattare non solo con i malati nel corpo, ma anche con quelli nello spirito, che gli varrà il titolo, concesso da Pio XII nel 1950, di “celeste patrono dei moralisti e dei confessori”. Saggezza che consiste in quel santo equilibrio con cui il santo sa affrontare il peccato: condannandolo, certamente, ma piegandosi anche con benignità ed amore sui peccatori. Alfonso è un avversario del rigorismo che trasforma la vita morale in terrorismo spirituale: confessa, esige e perdona, impone penitenze che non siano eccessive e da buon ammiratore di san Filippo Neri, di san Vincenzo de Paoli e di san Francesco di Sales (quello che invitava a conquistare le anime con il miele piuttosto che con il fiele), impara ad evangelizzare gli uomini con la semplicità (voleva farsi intendere anche dalle “menti di legno”), le devozioni popolari, la meditazione. Tenendosi lontano dallo zelo amaro e dall’algida moralità giansenista. Alfonso invita i confratelli predicatori a non dimenticare di inculcare il “timor di Dio”, ma evitando gli eccessi, le “maledizioni”, perché le conversioni vere nascono solo quando “entra nel cuore il santo amore di Dio”.

Napoli è la città giusta per lui: così piena di contraddizioni, di cultura e di miseria, di fede e di superstizione, di processioni e di bestemmie e sacrilegi… Un impasto in cui l’umanità dà il meglio e il peggio di sé, e in cui non si può raccogliere solo ciò che brilla e riluce, a prima vista.

Napoli è anche la città della musica che Alfonso ama sin da ragazzo (abbandonerà il suo clavicembalo solo una volta divenuto vescovo) e che sarà sempre, per lui, un modo per pregare ed istruire il popolo. Napoli è infatti la città in cui i discepoli di san Filippo Neri, inventore dell’Oratorio, frequentati da Alfonso già dal 1706, propongono di continuo concerti religiosi e ‘ricreativi’; è la città in cui gli orfani “scugnizzi” sono internati nei “Conservatori”, luoghi in cui, come dice la parola, devono essere custoditi e magari educati anche attraverso la musica. “A Napoli, scrive il già citato Mermet, la musica era per il popolo una seconda lingua, così questi Conservatori divennero ‘gabbie di usignoli’ e nel corso del XVII secolo si evolveranno progressivamente in scuole musicali”.

Da sant’Alfonso, “il più napoletano dei santi”, avvocato, moralista, confessore, amico dei poveri, è nato dunque quel canto di cui si diceva all’inizio; come pure quell’altro, bellissimo, in cui i Cieli fermano la loro armonia, perché la Madonna canti la sua ninna nanna; e pure quell’altro, così dolce, in dialetto napoletano: “Quanno nascette Ninno…”.

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Il silenzio

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2013

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“Difficilmente si trova una persona spirituale che parli assai. Tutte le anime di orazione sono amanti del silenzio, il quale è custode dell’innocenza, difesa dalle tentazioni e fonte dell’orazione; poiché con il silenzio si conserva la devozione, e nel silenzio sorgono nella mente buoni pensieri”.

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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Salve Regina, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 22 août 2013

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Poiché la Vergine Maria fu esaltata ad essere madre del Re dei re, ben a ragione la santa Chiesa l’onora e vuole che da tutti sia onorata con il titolo glorioso di regina. «Se il figlio è re, dice sant’Atanasio, giustamente la madre deve essere considerata e chiamata regina». «Sin da quando Maria, scrive san Bernardino da Siena, diede il suo consenso accettando di essere madre del Verbo eterno, da allora meritò di diventare la regina del mondo e di tutte le creature». «Se la carne di Maria, dice sant’Arnoldo abate, non fu divisa da quella di Gesù, come può esser separata la madre dalla sovranità del Figlio? Si deve dunque reputare che la gloria del regno non solo sia comune tra la madre e il Figlio, ma persino la stessa». Se Gesù è re dell’universo, anche Maria è regina dell’universo. «Costituita Regina, con pieno diritto possiede il regno del Figlio». Sicché, dice san Bernardino da Siena, «quante sono le creature che servono Dio, tante debbono servire anche Maria; poiché gli angeli, gli uomini e tutte le cose che sono nel cielo e sulla terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine gloriosa». Quindi, rivolto alla divina Madre, Guerrico abate così le parla: «Continua dunque, Maria, continua sicura a dominare; disponi pure ad arbitrio dei beni del Figlio tuo, mentre, essendo tu madre e sposa del re del mondo, a te è dovuto, come regina, il regno e il dominio sopra tutte le creature» Maria è dunque regina. Ma sappia ognuno, per comune consolazione, che è una regina dolce, clemente, incline al bene di noi miseri. Perciò la santa Chiesa vuole che in questa preghiera noi la salutiamo e la chiamiamo Regina della misericordia.

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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“Fatemi santo!”

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2013

“Fatemi santo!” dans Citazioni, frasi e pensieri 2hi1hll

«Userò molto spesso la giaculatoria di S. Alfonso: “Mio Dio, Voi siete onnipotente, fatemi santo!” e molto più farò spesso l’atto di carità, con l’affetto del cuore, e con le opere buone».

Beato Sac. Giustino Maria della SS. Trinità

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Chi ama Gesù Cristo ama la dolcezza

Posté par atempodiblog le 5 octobre 2012

Chi ama Gesù Cristo ama la dolcezza.
di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori
Tratto da: santorosario.net


Chi ama Gesù Cristo ama la dolcezza dans Correzione fraterna

1. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio: Spiritus enim meus super mel dulcis (Eccli. XXIV, 27). Quindi l’anima amante di Dio ama tutti coloro che sono amati da Dio, quali sono i nostri prossimi; onde volentieri va sempre cercando di soccorrer tutti, consolar tutti, e tutti contentar, per quanto l’è permesso. Dice S. Francesco di Sales che fu il maestro e l’esempio della santa dolcezza: «L’umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandata; perciò bisogna praticarla sempre e da per tutto». Onde il santo ci dà poi questa regola: «Ciò che vedrete potersi far con amore, fatelo; e ciò che non può farsi senza contrasto, lasciatelo». S’intende sempre che può lasciarsi senza offesa di Dio, perchè l’offesa di Dio dee impedirsi sempre e subito che si può, da chi è tenuto ad impedirla.

2. Questa dolcezza dee specialmente praticarsi co’ poveri, i quali ordinariamente, perchè son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Dee usarsi particolarmente ancora cogli infermi i quali si trovano afflitti dall’infermità, e per lo più sono poco assistiti dagli altri. Più particolarmente poi dee usarsi la dolcezza coi nemici. Vince in bono malum (Rom. XII, 21). Bisogna vincer l’odio coll’amore, e la persecuzione colla dolcezza; così han fatto i santi, e si han conciliato l’affetto de’ loro più ostinati nemici.

3. «Non vi è cosa, dice S. Francesco di Sales, che tanto edifichi i prossimi, quanto la caritatevole benignità nel trattare». Il santo perciò ordinariamente facea vedersi colla bocca a riso e colla faccia che spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Onde dicea S. Vincenzo de’ Paoli non aver egli conosciuto uomo più benigno. Dicea di più sembrargli che monsignor di Sales avesse l’immagine espressa della benignità di Gesù Cristo. Egli anche nel negare quel che non potea concedere senza offesa della coscienza, si dimostrava talmente benigno, che gli altri, benchè non avessero l’intento, ne partivano affezionati e contenti. Era egli benigno con tutti, co’ superiori, co’ suoi eguali e cogl’inferiori, in casa e fuor di casa. A differenza di coloro, come lo stesso santo dicea, che sembrano angeli fuori di casa e demoni in casa. Anche trattando co’ servi, il santo non si lagnava mai de’ loro mancamenti; appena qualche volta gli avvertiva, ma sempre con parole benigne. Cosa molto lodevole a tutti i superiori. Il superiore dee usare tutta la benignità co’ suoi sudditi. Nell’imponere ciò che quelli hanno da eseguire, dee più presto pregare che comandare. Dicea S. Vincenzo de’ Paoli: «Non v’è modo a’ superiori di esser meglio ubbiditi da’ sudditi, che la dolcezza». E parimente S. Giovanna di Chantal dicea: «Ho sperimentato più modi nel governo, ma non ho trovato migliore che il dolce e sofferente».

4. Anche nel riprendere i difetti, il superiore dee essere benigno. Altro è il riprendere con fortezza, altro il riprendere con asprezza; bisogna talvolta riprendere con fortezza, quando il difetto è grave, e specialmente quando è replicato, dopo che il suddito n’è stato già ammonito; ma guardiamoci di riprender mai con asprezza ed ira; chi riprende con ira fa più danno che profitto. Questo è quel zelo amaro riprovato da S. Giacomo. Taluni si vantano di tener la famiglia a registro col modo aspro che usano, e dicono che così bisogna governare; ma non dice così S. Giacomo: Quod si zelum amarum habetis,… nolite gloriari (Iac. III, 14). Se mai in qualche caso raro bisognasse dire qualche parola aspra per indurre il difettoso ad apprender la gravezza del suo difetto, sempre non però all’ultimo bisogna lasciarlo colla bocca dolce, con qualche parola benigna. Bisogna sanar le ferite, come fece il Samaritano del Vangelo, col vino e coll’olio. «Ma siccome l’olio, dicea S. Francesco di Sales, va sempre di sopra tutti i liquori, così bisogna che in tutte le nostre azioni vada sopra la benignità». E quando avviene che la persona la quale dee esser corretta sta disturbata, bisogna allora trattener la riprensione ed aspettare che cessi la sua collera, altrimenti più la provocheremo a sdegnarsi. Dicea S. Giovanni canonico regolare: «Quando la casa arde non bisogna aggiunger legna al fuoco».

5. Nescitis cuius spiritus estis (Luc. IX, 55). Così disse Gesù Cristo a’ suoi discepoli Giacomo e Giovanni, allorchè essi voleano che fossero corretti con castighi i Samaritani, i quali gli aveano discacciati dal lor paese. Ah, disse loro il Signore, e quale spirito è questo? Questo non è lo spirito mio, il quale è tutto dolce e benigno; giacchè io non son venuto a perdere, ma a salvare le anime: Filius hominis non venit animas perdere sed salvare (Ibid. 56). E voi volete indurmi a perderle? Tacete, e non mi fate più simili domande, perchè non è questo lo spirito mio. — Ed in fatti con quanta dolcezza Gesù Cristo trattò l’adultera! Mulier, le disse, nemo te condemnavit? nec ego te condemnabo: Vade, et iam amplius noli peccare (Io. VIII, 10 et 11). Si contentò di solo ammonirla a non più peccare, e la mandò in pace. Con quanta benignità parimente cercò di convertire la Samaritana, e così già la convertì. Prima le domandò da bere; dipoi le disse: Oh sapessi tu chi è colui che ti cerca da bere! Indi le rivelò ch’egli era il Messia aspettato. In oltre con quanta dolcezza procurò di convertire l’empio Giuda, ammettendolo a mangiare nello stesso suo piatto, lavandogli i piedi, ed avvertendolo nell’atto stesso del suo tradimento: Giuda, così con un bacio mi tradisci? Iuda, osculo Filium hominis tradis? (Luc. XXII, 48). Come poi convertì Pietro, dopo che Pietro l’avea rinnegato? Eccolo: Conversus Dominus respexit Petrum (Ibid. 61). In uscir dalla casa del pontefice, senza rimproverargli il suo peccato, lo mirò con un tenero sguardo, e così lo convertì; e lo convertì in modo, che Pietro finchè visse non lasciò mai di piangere l’ingiuria fatta al suo maestro.

6. Oh quanto si guadagna più colla dolcezza che coll’amarezza! Dicea S. Francesco di Sales che non v’è cosa più amara della noce; ma se quella si confetta, diventa dolce ed amabile: così le correzioni, benchè sono in sè dispiacenti, nondimeno quando si fanno con amore e dolcezza, diventano gradevoli, e così riescono di maggior profitto. Narrava di sè S. Vincenzo de’ Paoli che nel governo tenuto nella sua congregazione non aveva mai corretto alcuno con asprezza, se non tre volte credendo aver avuto ragione di farlo, ma che poi sempre se n’era pentito, perchè sempre gli era riuscito male; dove il correggere con dolcezza sempre gli era riuscito bene.

7. S. Francesco di Sales colla sua benignità ottenea dagli altri quanto voleva; e così gli riusciva di tirar a Dio anche i peccatori più ostinati. Lo stesso praticava S. Vincenzo de’ Paoli, il quale insegnava a’ suoi questa massima: «L’affabilità, dicea, l’amore e l’umiltà mirabilmente si guadagnano i cuori degli uomini, e gl’inducono ad abbracciare le cose più ripugnanti alla natura». Una volta egli consegnò ad un padre de’ suoi un gran peccatore, affinchè l’avesse ridotto a penitenza; ma quel padre, per quanto avesse faticato, niente profittò; onde pregò il santo a dirgli esso qualche cosa. Allora gli parlò il santo e lo convertì. Quel peccatore disse poi che la singolar dolcezza e carità del P. Vincenzo gli aveano guadagnato il cuore. Quindi il santo non potea soffrire che i suoi missionari trattassero i penitenti con asprezza, e dicea loro che lo spirito infernale si serve del rigore di alcuni per maggiormente rovinare le anime.

8. Bisogna praticar la benignità con tutti, ed in ogni occasione, ed in ogni tempo. Avverte S. Bernardo che taluni sono mansueti finchè le cose avvengono a loro genio, ma appena poi che son toccati con qualche avversità o contraddizione, subito si accendono, e cominciano a fumare come il monte Vesuvio. Costoro posson dirsi carboni ardenti, ma nascosti sotto la cenere. Chi vuol farsi santo bisogna che in questa vita sia come un giglio tra le spine, che per quanto venga da quelle punto non lascia di esser giglio, cioè sempre egualmente soave e benigno. L’anima amante di Dio conserva sempre la pace nel cuore, e la dimostra anche nel volto, comparendo sempre eguale a se stessa negli eventi, così prosperi come avversi, siccome cantò il cardinal Petrucci:

Mira cangiarsi in variate forme

Fuori di sè le creature, e dentro

Il suo più cupo centro

Sempre unita al suo Dio vive uniforme.

9. Nelle cose avverse si conosce lo spirito di una persona. S. Francesco di Sales amava con tenerezza l’ordine della Visitazione che gli costava tante fatiche. Più volte egli lo vide in pericolo di perdersi per le persecuzioni che pativa, ma il santo non perdè mai la sua pace, sempre contento di vederlo anche distrutto, se così piaceva a Dio; ed allora fu che disse: «Da qualche tempo in qua le tante opposizioni e contraddizioni che mi sono venute mi recano una pace sì dolce che non ha pari, e mi presagiscono il prossimo stabilimento dell’anima mia in Dio ch’è l’unico mio desiderio».

10. Quando ci occorre di dover risponder a chi ci maltratta, stiamo attenti a rispondere sempre con dolcezza: Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1): una risposta dolce basta a spegnere ogni fuoco di collera. E quando ci sentiamo sturbati, allora meglio è tacere, perchè allora ci sembra giusto di dir quel che ci viene in bocca; ma sedata poi la passione, vedremo che tutte le parole da noi proferite sono state difetti.

11. E quando accade che noi stessi commettiamo qualche difetto, bisogna che ancora con noi medesimi usiamo la dolcezza: l’adirarci con noi dopo il difetto commesso non è umiltà, ma è fina superbia, come se noi non fossimo quei deboli e miserabili che siamo. Dicea S. Teresa: «Umiltà che inquieta non viene mai da Dio, ma dal demonio». L’adirarci con noi stessi dopo il difetto è un difetto più grande del difetto fatto, il quale porterà seco la conseguenza di molti altri difetti: ci farà lasciare le nostre divozioni, l’orazione, la comunione; e se le faremo riusciranno poco ben fatte. Dicea S. Luigi Gonzaga che nell’acqua torbida più non si vede, ed ivi pesca il demonio. Quando l’anima sta disturbata poco conosce Dio e quel che dee fare. Bisogna dunque, allorchè cadiamo in qualche difetto, voltarsi a Dio con umiltà e confidenza, e, cercandogli perdono, dirgli come dicea S. Caterina di Genova: «Signore, queste sono l’erbe dell’orto mio». V’amo, con tutto il cuore, e mi pento di avervi dato questo disgusto. Non voglio farlo più, datemi il vostro aiuto.

Affetti e preghiere.

O beate catene che legate le anime con Dio, deh stringete me ancora, e stringetemi tanto che io non possa più sciogliermi dall’amore del mio Dio!Gesù mio, io vi amo; v’amo, o tesoro, o vita dell’anima mia; a voi mi stringo e vi dono tutto me stesso. No, che non voglio, amato mio Signore, lasciarvi più d’amare. Voi che per pagare i miei peccati avete sofferto d’esser legato qual reo, e così legato essere condotto per le vie di Gerusalemme alla morte, voi che voleste essere inchiodato alla croce, e non la lasciaste se non dopo avervi lasciata la vita, deh, per lo merito di tante pene, non permettete ch’io mai abbia a separarmi da voi!

Mi pento più d’ogni male di avervi un tempo voltate le spalle, e propongo colla grazia vostra di prima morire che darvi più disgusto nè grave nè leggiero.

O Gesù mio, in voi mi abbandono. Io v’amo con tutto il cuore, v’amo più di me stesso. Vi ho offeso per lo passato, ma ora me ne pento, e vorrei morirne di dolore. Deh tiratemi tutto a voi. Io rinunzio a tutte le consolazioni sensibili, voi solo voglio e niente più. Fate ch’io v’ami e poi fate di me quel che vi piace.

O Maria, speranza mia, ligatemi a Gesù; e fate ch’io sempre viva a lui ligato, e ligato muoia per venire un giorno al beato regno, dove non avrò più timore di vedermi sciolto del suo santo amore.

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Chiedere l’aiuto di Dio con umiltà

Posté par atempodiblog le 1 août 2012

Chiedere l’aiuto di Dio con umiltà dans Fede, morale e teologia

Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla.

Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri – molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.

Benedetto XVI

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Il segreto del Natale in quei canti popolari

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2011

Il segreto del Natale in quei canti popolari
di Antonio Socci – Libero, 24 dicembre 2008

Il segreto del Natale in quei canti popolari dans Antonio Socci stellap

Chi ha fatto l’unità d’Italia, o meglio l’unità culturale e spirituale del popolo italiano? Cavour? Vittorio Emanuele II? La televisione? No. E’ stata fatta ben prima di loro. Per esempio da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore della prima canzone popolare italiana che è “Tu scendi dalle stelle”. E’ una delle succose “rivelazioni” che riserva quello straordinario, esplosivo geniaccio che risponde al nome di Ambrogio Sparagna fondatore e direttore dell’Orchestra popolare italiana dell’Auditorium di Roma e grande esperto di musica popolare italiana.
Creando dei canti in dialetto napoletano, sant’Alfonso nel Settecento andava fra i poveri del Regno di Napoli col suo cristianesimo felice e profondamente umano, “insegnava ai ‘lazzari’ i fondamenti del cristianesimo e li rendeva protagonisti dei cerimoniali liturgici”. Una di queste sue canzoni legate alla liturgia del Natale che divenne “famosissima” è “Quanne nascette ninno”, in italiano “Tu scendi dalle stelle” composta nel 1754. Ebbe un tale successo che nel 1769 fu pubblicata in tutto il territorio italiano e cominciò a essere cantata dal popolo, dovunque, dalle Alpi alla Sicilia. Diventò “il primo esempio di canzone italiana”. E anche un modello che dette vita a un genere nuovo di musica popolare.
Grazie ai missionari redentoristi, ispirati a sant’Alfonso, analoghe espressioni musicali nacquero anche al Nord, nei dialetti locali. E infatti quest’anno, nel concerto di canti popolari natalizi che l’Orchestra di Sparagna eseguirà all’Auditorium di Roma dal 3 al 6 gennaio, ci sono molte “canzoni popolari” del Nord, soprattutto del Friuli.
L’anno scorso fu un successo strepitoso. Ogni serata fece il tutto esaurito. E c’era la coda all’ingresso. Si tratta di un fenomeno culturale di enorme interesse perché Sparagna non solo ha cercato in tutti gli angoli del Bel Paese le canzoni con cui il popolo italiano esprimeva, nei diversi dialetti, il suo amore al Dio bambino, non solo li ha fatti rinascere, ma addirittura ha ricostruito certi strumenti popolari antichi, per riprodurre quei suoni e quei ritmi e far rivivere la stessa anima del popolo. Infatti i concerti dell’Orchestra popolare avvengono sempre in un clima molto coinvolgente, di vera allegria, di festa popolare, anche grazie ai ritmi caldissimi di queste canzoni che mettono voglia di ballare, battere le mani, cantare. Nulla da invidiare alla musica popolare sudamericana che poi, in fondo, nasce dalla stessa radice, dalla stessa fede, dalla stessa cattolicissima e solare allegria suscitata dal Dio fatto carne, volto, abbraccio, fiato, sguardo.
Accadono cose sorprendenti attorno alla “musica sacra” di Sparagna. Nel concerto dell’anno scorso – appena uscito in Cd col titolo “La chiara stella” – si poteva vedere e sentire Simone Cristicchi che, con la sua bella voce, ma abituata a ben altri concetti, annunciava la nascita del Salvatore del mondo: “Fu dal Padre a noi mandato per divino decreto eterno/ per salvarci dall’inferno ed aprirci il cielo serrato”.
Un’interpretazione bellissima, la sua, nient’affatto scontata. Fatta non solo con arte, ma con intensità. Cantare “E’ nato il Re divino disse ognuno al proprio cuore” con quella partecipazione fa pensare. S’intuisce che Sparagna, col suo carisma trascinante, ha aiutato gli artisti a riflettere su ciò che stanno cantando. A meditarlo. A capirlo. A sentirlo.
E infatti lo sentono nelle vene pure gli ascoltatori. Comprendendo bene la differenza che c’è fra i cori di musica natalizia della tradizione anglosassone e protestante (sempre freddini e distaccati) e la festa di popolo che invece è la musica sacra nella tradizione cattolica.
“Gran parte di questa produzione di musica sacra popolare è andata perduta. Fa eccezione” dice Sparagna “il repertorio di canti per zampogne, che rappresentano, nei casi in cui hanno conservato il tratto originario autentico, uno straordinario esempio di misticismo musicale popolare”.
Il lavoro di Sparagna sarebbe piaciuto enormemente a Pier Paolo Pasolini che sentiva come un autentico “genocidio” la sparizione della millenaria identità popolare, cristiana e contadina, delle nostre terre. Pochi sanno che una delle sue ultime poesie, pubblicata nel marzo 1975, poco prima della morte, si intitolava “Saluto e augurio”. Era scritta in dialetto friulano ed era rivolta a un immaginario giovane di destra al quale il poeta confidava: “voglio farti un discorso che sembra un testamento”. E pur dicendo “non mi faccio illusioni su di te”, gli affidava questo immenso compito: “difendi i paletti di gelso, di ontano, muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie, le vasche del letame abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienila nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega!”. E infine: “Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza. Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”.
Non so cosa possano pensare di questo programma “conservatore”, oggi, destra, sinistra o centro. Forse ci sarebbe un certo consenso trasversale (immagino che pure i leghisti, nella loro versione migliore, esprimano questo stesso amore alla nostra terra e alle nostre tradizioni).
Di fatto il lavoro di Sparagna – che sta salvando un patrimonio secolare e lo rappresenta, ad ogni Natale, all’Auditorium – è stato valorizzato sia dall’amministrazione di Veltroni che oggi da quella di Alemanno. Ed è un bene. E’ una gran cosa. Del resto la sua musica sacra popolare ci fa riscoprire che esisteva un popolo italiano molto prima che fosse costruito lo Stato italiano (che – purtroppo – fu fatto nel modo peggiore, cioè contro il popolo stesso e la sua cultura). E questo popolo sa che la sua storia, la sua fede e la sua anima sono le grandi risorse che gli hanno dato grandezza e che gli hanno permesso di sempre di risollevarsi e rinascere dopo ogni sciagura. La sua fede innanzitutto. Dov’è la speranza che non delude.
Infatti ciò che le musiche dell’Orchestra popolare di Sparagna lasciano nel cuore, alla fine, è l’antica e sempre nuova commozione di un popolo per il suo Dio che diventa bambino, che si fa uno di loro, che è venuto a riempire tutte le solitudini e a caricarsi di tutti i dolori e le colpe del mondo. Perciò il popolo fa festa vera. Un ritmo vorticoso di festa ci prende quando si sente: “Voglio cantare la mamma di Dio/ Maria bellezza che in cielo ci sta/ stella, regina di grande splendore/ che porta agliu munnu la felicità”.
Lui è la felicità, la positività, il senso della vita. Lui è la Bellezza di Dio, la musica del cielo. Giorni fa Oliver Sacks ha spiegato l’enorme potere terapeutico della musica, soprattutto per le patologie che riguardano il sistema nervoso, il cervello, come l’Alzheimer o l’ictus. Particolare consolazione danno i canti di Natale. Tanto che Sacks confida che trascorrerà la festa ascoltando l’Oratorio di Natale di Bach e andando a sentire “Il Messia” di Haendel alla Carnegie Hall.
Ogni anno accade un fatto strano ed enorme. Ogni anno il mondo si ferma di fronte alla dolcezza di Dio bambino, che nasce e ci tende le braccia. E’ lui la sinfonia più bella che davvero cura l’anima e la guarisce definitivamente. Il popolo dei poveri e dei semplici – che non aveva la Carnegie Hall, ma aveva le sue fantastiche Cattedrali mediterranee – per secoli ha fatto festa al Figlio di Dio che è venuto a salvarli. E la loro musica felice – secondo gli angeli – può ben stare insieme a quella di Bach.

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Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2011

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Il segreto dell’apprezzamento che si è prolungato lungo l’arco di oltre due secoli per i canti natalizi alfonsiani trova probabilmente la sua ragione più profonda nella considerazione del primo biografo di sant’Alfonso, Antonio Maria Tannoia. Il quale scrisse di lui che «Alfonso predicava Cristo e non se stesso».
Ora, la sua predicazione si esprime – come è noto – non solo attraverso le missioni popolari e degli esercizi spirituali, ma anche nelle forme dei trattati di teologia morale e di spiritualità, negli scritti di polemica nei confronti delle tesi illuministiche, e non ultimi, nei canti spirituali, scritti e musicati (o comunque adattati) direttamente dal fondatore dei Redentoristi.

Un’altra forma di catechismo
Se delle opere antilluministiche lo stesso biografo (e confratello) ha commentato che valsero più di una missione popolare, ancor più si dovrà dire delle canzoni spirituali e di quelle sul mistero del Natale, in particolare. In effetti, Alfonso – che ebbe fin da giovanissimo una solida preparazione musicale – ben sapeva quanta influenza potevano avere i canti nell’alimentare lo spirito di fervore religioso, e nel comunicare, anche emotivamente, la sostanza delle verità di fede.
Durante le missioni spesso venivano intonati i motivi musicali che egli aveva composto, e che talvolta suonava egli stesso per la comunità durante i momenti di ricreazione. I testi e le musiche avevano un andamento popolare e venivano appresi con facilità, andando a sostituire – era tra le intenzioni di Alfonso – canti profani, non raramente licenziosi.
La musica, insomma, non era un esercizio di virtuosismo personale slegato dall’apostolato, ma ne costituiva una continuazione di notevole efficacia. A conferma di questa fondamentale coerenza può essere citato il fatto che da vescovo Alfonso proibì il canto “figurato” (che riecheggiava arie di opere liriche) nei monasteri, dichiarando ammesso l’uso del solo gregoriano.

Musica sacra napoletana e universale
I canti alfonsiani appartengono certamente al linguaggio della musica sacra napoletana, come si era venuta fissando nel corso del Settecento, ma l’intensità contemplativa che li caratterizza e la calda immediatezza espressiva delle immagini evocate li hanno resi veramente universali.
Il Santo non ha mai stampato la musica delle sue “canzoncine” spirituali (anche se ha scritto certamente della musica), ma in ogni caso essa era facilmente memorizzabile, e come tale veniva presto imparata dai suoi confratelli e dalle popolazioni.
Per le “canzoncine” proposte durante le missioni utilizzava ed adattava spesso melodie preesistenti. Nel caso, poi, di Tu scendi dalle stelle, la melodia è molto simile a quella suonata ancora attualmente dagli zampognari abruzzesi nelle novene dell’Immacolata e di Natale.
Uno studioso redentorista, il p. Paolo Saturno, ha scritto che tra le caratteristiche fondamentali dei canti alfonsiani vanno segnalate «l’uso costante (…) di determinate misure di tempo soprattutto il 6/8, la particolare aderenza testo-musica, la sempre emergente castigatezza di una melodia essenziale restia ad ogni soverchia fioritura melismatica e la cristallina semplicità che tutto predomina». Si tratta di elementi che traspaiono certamente in modo tutto particolare nei canti natalizi, e tra essi nei più famosi: la pastorale Quanno nascette Ninno e l’andantino Tu scendi dalle stelle.

Il semplice e profondo messaggio di Tu scendi dalle stelle
Quest’ultima, composta nel 1755, sembra evocare proprio le scene del presepe, e di quello napoletano in specie. La suggestione delle immagini – che pare richiamare l’intensità del teatro sacro – fa tutt’uno con l’essenzialità delle parole e con la vibrazione affettiva della melodia.
Il tutto è caratterizzato da una capacità evocativa che si fa sentire in modo inconfondibile nel famosissimo poemetto pastorale in dialetto napoletano (composto agli inizi dell’attività sacerdotale di Alfonso).
Questi canti natalizi propongono nella loro essenzialità la contemplazione del mistero dell’Incarnazione. Ma non in modo freddamente dottrinale né in forma di vuoto sentimentalismo. Il Natale è il mistero della potenza di Dio che assume tutta la debolezza della condizione umana, fino alla indigenza del Bambinello deposto sul fieno ed esposto al freddo. L’unico Dio creatore dell’universo vagisce nella mangiatoia: mentre non cessa per un istante di essere il Signore onnipotente viene incontro agli uomini e li chiama ad accoglierlo.
In queste melodie tradizionali nulla è banale, niente è casuale. La profondità della teologia si coniuga con la semplicità dei versi, e con l’orecchiabilità della musica. Ciascuno diviene partecipe dell’evento più importante della storia dell’umanità. Ciascuno è fatto compartecipe del rilievo cosmico ed escatologico del Natale. Ciascuno è chiamato a gioire con l’universo intero e con la storia intera, giacché attraverso l’Incarnazione, la grazia renderà possibile nel suo epilogo finale – secondo la profezia – l’amicizia della pecora e del leone, “e co lo lupo ‘n pace o pecoriello”.
Chi ascolta i canti natalizi alfonsiani è posto davanti alla grotta di Betlemme con l’intelligenza e con l’affetto, ove la mente e il cuore vibrano in umanissima sintonia. Soprattutto è sollecitato a pensare che il mistero del Dio-Bambino, “Ninno bello” – che non può non essere amato – si compie per lui. Non per una umanità indistinta né per un uomo astratto. Ma per ognuno, concretamente. Per il quale il Bambinello vagisce, e per il quale il Verbo incarnato sta compiendo la redenzione, attraverso ogni suo respiro ed ogni sua sofferenza.
Insomma, “Tu scendi dalle stelle” e “Quanno nascette Ninno” presentano l’amore di Dio che è alla radice del Natale, come un intensissimo richiamo ad amare l’unico vero Dio. Ove ciò che sollecita l’amore è proprio l’amore. Anzi, ove ciascuno è chiamato con l’efficacia della tenerezza ad interloquire familiarmente (Alfonso insisteva sulla necessità di predicare con linguaggio “alla familiare”) con il Salvatore.

di Giovanni Turco – Radici Cristiane

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O dulcis Virgo Maria

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2011

O dulcis Virgo Maria dans Preghiere nomedimaria

Maria, gran Madre di Dio e madre mia, è vero che io non sono degno di nominarti; ma tu che mi ami e desideri la mia salvezza, tu mi devi concedere, benché la mia lingua sia impura, che io possa sempre invocare in mio soccorso il tuo nome santo e potente, che è l’aiuto di chi vive e la salvezza di chi muore.
Maria, così pura e così dolce, fa’ che il tuo nome sia da oggi in poi il respiro della mia vita. Mia Signora, non tardare a soccorrermi quando ti invoco. In tutte le tentazioni contro cui dovrò lottare, in tutte le prove che mi si presenteranno, non voglio cessare mai d’invocarti, ripetendo sempre: Maria, Maria. Così spero di fare in vita, così spero di fare particolarmente al momento della morte, per venire poi a lodare eternamente in cielo il tuo amato nome:
O ctemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
Maria, Maria tanto amabile, quale conforto, quale dolcezza, quale fiducia, quale tenerezza sente l’anima mia solo nel nominarti, solo nel pensare a te! Ringrazio il mio Dio e Signore, che ti ha dato per il mio bene questo nome così dolce, così amabile e così potente.
Ma non mi basta soltanto pronunziare il tuo nome, voglio pronunziarlo più spesso per amore; voglio che l’amore mi spinga ad invocarti a ogni momento, cosicché anch’io possa esclamare con sant’Anselmo: «O nome della Madre di Dio, sei tu il mio amore».
Maria, madre mia, mio amato Gesù, vivano dunque sempre nel mio e in tutti i cuori i vostri dolcissimi nomi. Si scordi la mia mente di tutti gli altri nomi, per ricordarsi solo e per invocare sempre i vostri nomi adorati.
Gesù, mio redentore, Maria, madre mia, quando sarà giunto il momento della mia morte e la mia anima dovrà uscire da questa vita, concedetemi allora per i vostri meriti la grazia di dire e di ripetere come mie ultime parole: «Gesù e Maria, vi amo; Gesù e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia».

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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