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“La bella Misericordia” di Dio

Posté par atempodiblog le 4 avril 2013

“La bella Misericordia” di Dio dans Misericordia Divina-Misericordia

La festa della Divina misericordia, che celebriamo la prima Domenica dopo Pasqua, ci porta al cuore della fede cristiana, che è l’amore sconfinato di Dio per le sue creature, in particolare per l’uomo, elevato in Gesù Cristo alla partecipazione della vita divina.

La Misericordia è Gesù stesso, Re di Misericordia, come ha rivelato a Santa Faustina. Guardando a Gesù crocifisso noi vediamo fino a quale estremo limite Dio ci ha amato, espiando i nostri peccati, ridonandoci la dignità di figli e aprendoci le porte del paradiso.   

La Misericordiadi Dio è un sole che dissipa le nostre nebbie, fuga le nostre angosce, guarisce le nostre ferite e ridona la pace ai nostri cuori inquieti. La Divina Misericordia fa rinascere le persone, infonde il coraggio, fa rifiorire la speranza, restituisce il sorriso.

Papa Francesco, con le parole e i gesti, ci sta aiutando capire che cosa sia “la bella Misericordia” di Dio:

“Lasciamoci rinnovare dalla Misericordia di Dio”.

“Gesù è risorto, c’è speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la Misericordia! Sempre vince la misericordia di Dio!”.

“Quanti deserti, anche oggi, l’essere umano deve attraversare! Soprattutto il deserto che c’è dentro di lui, quando manca l’amore per Dio e per il prossimo, quando manca la consapevolezza di essere custode di tutto ciò che il Creatore ci ha donato e ci dona. Ma la misericordia di Dio può far fiorire anche la terra più arida, può ridare vita alle ossa inaridite”.

“Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire il creato e far fiorire la giustizia e la pace”.

Anche Papa Francesco è un dono della Divina Misericordia per la Chiesa e per il mondo intero.

Padre Livio Fanzaga

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Il Curato d’Ars e la confessione

Posté par atempodiblog le 27 mars 2013

Il Curato d’Ars e la confessione  dans Fede, morale e teologia confessionez

«La vita di Giovanni Maria Vianney è trascorsa in confessionale». Così diceva l’abbé Alfred Monnin, che aveva frequentato il Curato per più di cinque anni, e del quale sarebbe divenuto biografo. Alcuni tratti distintivi della cura d’anime, intessuta dal santo patrono dei parroci nell’ombra discreta in cui si celebra il sacramento della penitenza, li ha ripercorsi di recente Philippe Caratgé, moderatore della società sacerdotale San Giovanni Maria Vianney, nella sua relazione al convegno internazionale svoltosi ad Ars a fine gennaio, di cui saranno prossimamente pubblicati gli atti.

Per il Curato d’Ars – lo si ricava dalle sue lezioni di catechismo – una buona confessione deve essere umile, semplice, prudente e totale. Occorre «evitare tutte quelle accuse inutili, tutti quegli scrupoli che fanno dire cento volte la stessa cosa, che fanno perdere tempo al confessore e snervano quelli che sono in attesa di confessarsi». Bisogna «confessare quello che è incerto come incerto, e quello che è certo come certo». L’essenziale è «evitare ogni simulazione: che il vostro cuore sia sulle vostre labbra. Voi potete imbrogliare il vostro confessore, ma ricordatevi che non imbroglierete mai il buon Dio, che vede e conosce i vostri peccati meglio di voi». Lui stesso passava poco tempo con chiunque andasse a inginocchiarsi al suo confessionale, affinché il tempo fosse sufficiente per tutti. Confessioni brevi, parole brevi. Eppure non c’era uno solo dei penitenti che non si sentisse fatto oggetto di una sollecitudine particolare, di una dedizione sempre pronta ad approfittare di ogni minimale apertura all’azione dello Spirito, che «come un giardiniere non finisce mai di lavorare la terra» (Caratgé), anche quella dei cuori più induriti. «Per me», ripete Jean-Marie a proposito della riparazione da richiedere ai penitenti, «vi dirò la mia ricetta. Io do loro una piccola penitenza, e io faccio il resto al posto loro». La cosa che conta, dice il Curato, è avere almeno un po’ di contrizione dei propri peccati. Con una contrizione perfetta si viene perdonati «ancor prima di ricevere l’assoluzione». Quindi «bisogna mettere più tempo a domandare la contrizione che a esaminarsi».

Per il Curato, la confessione è il dono inimmaginabile che Dio tira fuori a sorpresa per salvare i suoi figli in pericolo: «Ragazzi miei, non si può comprendere la bontà che ha avuto Dio per istituire questo grande sacramento. Se noi avessimo avuto una grazia da domandare a Nostro Signore, non avremmo mai immaginato di domandargli quella là. Ma lui ha previsto la nostra fragilità e la nostra incostanza nel bene, e il suo amore  l’ha portato a fare ciò che noi non avremmo mai osato domandargli».

Ancor di più, è un dono che rivela nel modo più intimo la natura stessa del mistero della Trinità. Recluso nel suo confessionale, il cuore semplice del Curato assapora in maniera imparagonabile il mistero del cuore stesso di Dio. I perdoni imperfetti degli uomini talvolta sembrano elargizioni concesse a caro prezzo, fatte quando vogliamo apparire buoni. Il perdono di Dio è un’altra cosa. «Come potremmo noi disperare della Sua     misericordia, dal momento che il Suo più grande piacere è di perdonarci», scrive il Curato. Per questo il tesoro della misericordia divina è inesauribile, e nessuno può pensare di mettere in conto i doni della grazia. Come se fossero debiti che prima o poi si paga, con cui ci si mette a paro con le proprie prestazioni. Perché per Dio stesso perdonare è il massimo godimento. E questo lo fa diventare mendicante del cuore dell’uomo. «La sua pazienza ci aspetta», rassicura il Curato. Di più: «Non è il peccatore che torna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo fa ritornare a Lui».

di Gianni Valente – 30Giorni

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Il segreto della confessione

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2013

Il segreto della confessione dans Fede, morale e teologia segretoconfessionericon

Il sigillo sacramentale (questo è il termine esatto), è di diritto divino da cui neppure la Chiesa può dispensare. In pratica, il Papa stesso non può ordinare a un sacerdote di rivelare quanto ha udito in confessione, neppure se ciò fosse necessario per salvare l’intero universo.
E ciò perché il sacerdote quando amministra il sacramento della penitenza, rappresenta Dio che “conosce il cuore dell’uomo”, davanti a cui si presenta il peccatore nella sua miseria, fiducioso di ricevere la misericordia di Dio. Se il penitente non fosse certo della discrezione del sacerdote, cadrebbe la necessaria fiducia e il precetto di confessare il peccato mortale sarebbe vanificato, col rischio, per molte anime, di cadere nella disperazione. A fronte di questo pericolo la stessa accusa di un innocente è un male minore della dannazione eterna.
I cann. 983-984 del Codice di Diritto Canonico, proibisce assolutamente di rivelare direttamente i peccati di una persona, o di prendere iniziative o altro che possano mettere in pericolo tale segreto, o di usare in qualsiasi modo le conoscenze acquisite nella confessione con “pregiudizio del penitente”, anche quando sia escluso il “pericolo di rivelare qualcosa”.
Il sacerdote che viola il sigillo cade immediatamente in una scomunica che può essere assolta solo dalla Santa Sede (latae sententiae). Persino coloro che per caso fossero venuti a conoscenza del segreto, se lo rivelassero, non solo commetterebbero peccato mortale, ma sarebbero passibili di gravi provvedimenti.
Il sigillo riguarda ogni confessione, anche quando il sacerdote non avesse potuto assolvere il penitente per mancanza di vero pentimento.
Naturalmente per chi non ha fede, tutto ciò potrebbe apparire una sciocchezza, dico “potrebbe”, perché anche umanamente parlando si può comprendere come sarebbe terribile se una persona, oppressa da una grande dolore e che si confidasse con un amico, venisse poi ad apprendere che il tutto è stato rivelato ad estranei. Per non parlare dei “segreti vitali” per il bene di un Paese, che quando vengono rivelati sono severamente puniti. E anche questi sono segreti che riguardano solamente il bene terreno, immensamente meno importante di quello eterno.
Del resto il Nuovo accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, dice: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero».
Pretendere che l’autorità pubblica abbia libero passaggio nelle coscienze di tutti, anche con la scusa della “giustizia”, sarebbe una tale minaccia alla libertà che è meglio tollerare eventuali ingiustizie che cadere sotto il giogo di meccanismi giuridici che troppo spesso – come la storia dimostra – manifestano l’automatismo di una macchina mortale.
Quando il penitente venisse a conoscenza in confessione di un delitto compiuto dal penitente per cui un innocente è stato condannato, il sacerdote dovrà eventualmente esortare il penitente ad autodenunciarsi, ma più di questo non potrà fare. A volte la custodia del segreto potrebbe essere veramente gravosa, ma il sacerdote deve accettare tutto come facente parte della propria croce particolare.
Ogni uomo e donna deve aver la certezza di trovare con sicurezza un cuore umano, consacrato in modo speciale da Dio e per Dio, pronto ad ascoltarli fino in fondo e pronto a dar loro quella pace che solo la grazia divina può donare.

di Massimiliano Maria Zangherati

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Come San Francesco d’Assisi chiese e ottenne l’indulgenza del perdono

Posté par atempodiblog le 2 août 2012

Come San Francesco d’Assisi chiese e ottenne l’indulgenza del perdono dans Sacramento della penitenza e della riconciliazione 346956w

Una notte dell’anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!

Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: « Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe ».

« Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza ».

E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visone avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: « Per quanti anni vuoi questa indulgenza? ». Francesco scattando rispose: « Padre Santo, non domando anni, ma anime ». E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: « Come, non vuoi nessun documento? ». E Francesco: »Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni ». E qualche giorno più tardi insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: « Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso! ».

CONDIZIONI PER RICEVERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI,
(per sé o per i defunti)
  • Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
  • Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
  • Visita alla chiesa della Porziuncola, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del CREDO, per riaffermare la propria identità cristiana;
  • La recita del PADRE NOSTRO, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
  • Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
  • Una preghiera per il Papa.
L’INDULGENZA
I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche ma riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.
La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza.
C.E.l., Catechismo degli adulti, n. 710

Fonte: Luci sull’Est

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Cliccare qui per leggere 2e2mot5 dans Diego Manetti “Un invito ad accostarsi alla confessione” e “Quel giorno tutti poterono accarezzarla (l’abito macchiato)”

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Della santa Comunione

Posté par atempodiblog le 29 février 2012

Della santa Comunione dans Sacramento della penitenza e della riconciliazione

Le suore non parlino del fatto che una si accosta più di rado e un’altra più spesso alla santa Comunione. Si astengano dall’emettere giudizi su questa materia, su cui non hanno diritto di parlare. Ogni giudizio in merito appartiene esclusivamente al confessore. La Superiora può interrogare una data suora, però non al fine di conoscere il motivo per cui non si accosta alla santa Comunione, ma allo scopo di facilitarle la confessione. Le superiore non si azzardino ad entrare nell’ambito della coscienza delle suore.

Santa Faustina Kowalska

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La confessione natalizia

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2011

La confessione natalizia dans Don Tino Rolfi Sacramento-della-riconciliazione

Da parte di noi sacerdoti la confessione natalizia rappresenta un grande impegno, perché grazie a Dio sono ancora moltissimi i fedeli che desiderano accostarsi a questo Sacramento in occasione del S. Natale. Per cui, nei giorni precedenti alla grande solennità, il lavoro ferve e noi siamo sempre più legati al confessionale, per ascoltare tutti coloro che hanno questo vivo desiderio, di ricevere il perdono di Dio e di rinnovare com’è giusto la propria vita. La vigilia di Natale poi, le nostre chiese pullulano di persone che attendono con pazienza il proprio turno per assolvere a questo importante dovere cristiano.
Talvolta i sacerdoti abbondano di consigli ed esortazioni, trattenendo il penitente per un tempo eccessivo: cosicché ci si mette in fila più volentieri là dove ci si sente più accolti, e dove si ritiene che il confessore intuisca più in fretta la propria situazione, senza domande superflue. Don Bosco diceva che bastano tre minuti per risolvere una vita di peccato che durava da anni.
Naturalmente, da parte del penitente, occorre un pentimento sincero e il vivo desiderio di cambiar vita: senza questi due elementi fondamentali non abbiamo i presupposti per una buona confessione natalizia, e perciò per vivere bene il S. Natale, che è festa di gioia, ma che potrebbe anche passare nella nostra vita senza lasciare alcuna traccia, rimanendo il nostro cuore chiuso alla conversione, e perciò ancora nel buio e nella tristezza.
Quali sono le virtù che dobbiamo maggiormente coltivare avvicinandosi il S. Natale? Io direi che sono soprattutto due: l’umiltà e la carità.

1.
L’umiltà.
Quando ci mettiamo davanti al presepe noi contempliamo un piccolo Bambino, inerme e indifeso, che non può certo confidare nelle proprie forze, ma solo nell’amore della mamma e del papà, che gli stanno accanto, e che lo riscaldano con il loro affetto e le loro premure, insieme ai due simpatici animali che fanno sempre da sfondo: il bue e l’asinello. Quale capolavoro di semplicità e di umiltà, se pensiamo che questo Bambino è nientemeno che il Figlio di Dio fatto uomo, sceso in mezzo a noi a condividere la nostra povera umanità, per donarci la sua eccelsa divinità! Dunque chi si accosta alla confessione natalizia deve in qualche modo imitare l’abbassamento al nostro Salvatore e presentarsi al sacerdote senza alcun artificio umano, volto a capire in parte la propria miseria, perché appaia solo il meglio di noi. No, più ci si umilia, e più si è perdonati e giustificati. Ed è il ritornello costante di tutte le lettere di S. Paolo: che cioè si è giustificati non tanto per le proprie opere (sempre mancanti), ma piuttosto per la fede in Cristo, che è venuto apposta nel mondo per toglierci il peccato e per ridarci la grazia di Dio. E S. Paolo parla certo per esperienza, dato i suoi trascorsi di
persecutore dei cristiani.

2.
La seconda virtù da curare, avvicinandosi il S. Natale, è certo la carità.
Come possiamo ricevere il perdono di Dio, se a sua volta non concediamo il perdono ai nostri fratelli che ci hanno offeso, o comunque hanno ferito il nostro orgoglio? I Santi dicevano che i nostri migliori benefattori non sono coloro che ci lodano, ma piuttosto coloro che ci umiliano e ci maltrattano.
Si, perché in questo modo ci correggono e ci danno modo di esercitare molte virtù cristiane, che forse avevamo dimenticato da tempo. Nessuno si accosti alla confessione natalizia senza prima aver risolto certe tensioni o certi contrasti che possiamo avere col nostro prossimo: altrimenti la nostra offerta (cioè la nostra richiesta di perdono) non sarà gradita a Dio, e non potremo da Lui essere in alcun modo giustificati. Dunque, essendo il S. Natale la festa  dell’amore, ecco che occorre molto esercitarsi in questa virtù, che giustamente viene considerata la regina di ogni virtù cristiana.
Auguro perciò a tutti una buona confessione natalizia, che ci liberi il cuore da ogni tristezza e ci faccia ben sperare per il futuro, nostro e dei nostri figli.

Don Tino Rolfi
Tratto da: Il giornalino di Radio Maria

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Un invito ad accostarsi alla confessione

Posté par atempodiblog le 2 août 2011

Un invito ad accostarsi alla confessione dans Medjugorje 30lfd3n

Intervista di Padre Livio a Vicka del 3 agosto 2000

Padre Livio: Ieri, due agosto, era il perdono di Assisi. Mi pare che nei primi tempi delle apparizioni, proprio in occasione di questa festa, la Madonna abbia invitato i presenti a toccare la sua veste e voi veggenti avete visto che vi erano rimaste delle macchie. Era un invito ad accostarsi al sacramento della confessione?
Vicka: In quell’occasione io non c’ero, ma erano presenti Mirjana, Ivanka, Marija e Jakov. La Madonna ha invitato i presenti a toccare la sua veste e molti hanno avuto questa grazia di toccarla.
Padre Livio: Anche se non la vedevano?
Vicka: I veggenti presenti indicavano dove mettere la mano.
Padre Livio: Così mettevano la mano sulla veste della Madonna?
Vicka: Sì, hanno avuto questa grazia. Ma alcuni di quelli presenti, toccando, hanno lasciato il segno della loro mano e così la Madonna ha chiesto di andare a confessarsi.
Padre Livio: La Madonna raccomanda una confessione regolare, mi pare.
Vicka: Raccomanda la confessione una volta al mese e poi secondo le necessità di ognuno. Dice anche di non limitarsi soltanto a dire i propri peccati, ma di chiedere un consiglio al sacerdote per fare un passo avanti nel cammino spirituale.
Padre Livio: Quindi la Madonna vede la confessione come un grande aiuto sulla via della santità?
Vicka: Certamente.

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Quel giorno tutti poterono accarezzarla
L’abito macchiato
Fonte: Oggi

Siamo ai primi di agosto del 1981. Al momento dell’apparizione, come al solito, una calca di persone si stringe attorno ai veggenti: mani che sfiorano il cielo, preghiere che salgono da ogni bocca. La Madonna appare e, inaspettatamente, i ragazzi dicono ai pellegrini che, se lo desiderano, la possono toccare. Come? Essi stessi li accompagneranno per mano fino a lei.
Pur senza vederla, ciascuno dei presenti attesterà l’avvenuto incontro, attraverso un’esperienza tattile-corporea molto marcata. Alcuni hanno avvertito una “sensazione di forte calore”, altri “come una leggera scossa elettrica dalla mano fino alla testa e ai piedi”, altri ancora sono stati “vinti dalle lacrime e da una profondissima gioia”. Ma mentre i fedeli si avvicendano ordinatamente per questa speciale carezza a Maria, i veggenti, d’un tratto, appaiono allarmati e, quasi simultaneamente gridano: “Non toccate più la Madonna. Per favore, lasciatela stare”. Che cos’è accaduto?
I ragazzi diranno di aver visto sull’abito immacolato della Vergine delle grosse macchie, come di unto, e spesse, lasciate dalle dita di chi l’aveva appena sfiorato. E che la Madonna aveva cominciato a piangere e aveva spiegato che quelle erano le tracce del nostro peccato. Infiene, aveva invitato tutti alla confessione.

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Fare buone confessioni

Posté par atempodiblog le 29 juin 2011

Fare buone confessioni dans Citazioni, frasi e pensieri Confessionale

I giovani che il demonio voleva portar via con sé, sono particolarmente quelli che si confessano male, che fanno sacrilegi nella confessione. Ricordati bene: quando predichi soprattutto alla gioventù insisti molto sulla necessità di fare buone confessioni e in specie sulla necessità della contrizione.

San Giovanni Bosco

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Riflesso limpido di un amore

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2011

Riflesso limpido di un amore dans Citazioni, frasi e pensieri Sacramento-della-riconciliazione

Quando la Chiesa ascolta, guarisce, riconcilia, allora si trasforma in ciò che è nel suo aspetto più luminoso: riflesso limpido di un amore.

Frère Roger Louis Schutz

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Cominciare e ricominciare

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2010

Cominciare e ricominciare dans Riflessioni sanjosemaria

La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare.
Cammino, 292

La conversione è cosa di un istante; la santificazione è opera di tutta la vita. Il seme divino della carità, che Dio ha posto nelle nostre anime, aspira a crescere, a manifestarsi in opere e a produrre frutti che in ogni momento corrispondano ai desideri del Signore. È indispensabile quindi essere disposti a ricominciare, a ritrovare, nelle nuove situazioni della nostra vita, la luce e l’impulso della prima conversione. E questa è la ragione per cui dobbiamo prepararci con un approfondito esame di coscienza, chiedendo aiuto al Signore, per poterlo conoscere meglio e per conoscere meglio noi stessi. Se vogliamo convertirci di nuovo, questa è l’unica strada.
E’ Gesù che passa, 58

Il potere di Dio si manifesta nella nostra debolezza, e ci spinge a lottare, a combattere contro i nostri difetti, pur sapendo che non otterremo mai del tutto la vittoria durante la vita terrena. La vita cristiana è un continuo cominciare e ricominciare, un rinnovarsi di ogni giorno.
E’ Gesù che passa, 114

Avanti, qualunque cosa succeda! Ben protetto dal braccio del Signore, considera che Dio non perde battaglie. Se ti allontani da Lui, quale ne sia il motivo, reagisci con l’umiltà di chi vuole cominciare e ricominciare; di chi vuoi fare da figlio prodigo tutti i giorni e anche molte volte nel corso delle ventiquattro ore; di chi vuole risanare il suo cuore contrito nella Confessione, vero miracolo dell’Amor di Dio. In questo sacramento meraviglioso, il Signore pulisce la tua anima e ti inonda di gioia e di forza per non venir meno nella lotta, e per ritornare instancabilmente a Dio anche quando tutto ti sembra oscuro. Inoltre, la Madre di Dio, che è anche Madre nostra, ti protegge con la sua materna sollecitudine, e ti guida nel tuo avanzare.
Amici di Dio, 214

di San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: josemariaescriva.info

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Per un Natale indimenticabile…

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2010

“Maria ci dice che cosa è l’Avvento: andare incontro al Signore che ci viene incontro. AspettarLo, ascoltarLo, guardarLo”.
Benedetto XVI

Per un Natale indimenticabile... dans Fede, morale e teologia Santo-Natale-albero

In questi giorni convulsi che ci separano dal Natale rischiamo di perdere l’essenziale, che è l’incontro col Signore che viene. Il lavoro, gli impegni, la corsa per i regali, ecc… finiscono per impadronirsi del nostro tempo,  dei nostri pensieri e del nostro cuore. Così rischiamo di perdere il dono prezioso del Natale.
Ogni Natale è un evento di grazia. Il mistero dell’Incarnazione si rinnova nei cuori che si aprono per accoglierlo.
Quel medesimo Bambino, che la Vergine Madre ha dato alla luce, desidera nascere ed essere deposto nella culla di ogni cuore.
Dobbiamo preparare questa culla nei giorni che abbiamo davanti.
Innanzi tutto con la preghiera. Troviamo ogni giorno qualche momento per restare soli nella nostra cameretta, o per sostare nel silenzio di una Chiesa o per pregare e pensare mentre siamo in macchina. Guardiamo nella luce di Dio alla situazione della nostra vita. Riflettiamo su quello che siamo e su che strada siamo incamminati. Lasciamo che la voce della coscienza si faccia strada nel groviglio dei pensieri, di sentimenti e di passioni che si agitano dentro di noi. Ascoltiamo la voce che ci chiama. E’ una voce paterna, una voce amica, una voce di misericordia. Prepariamo la confessione di Natale. E’ nel sacramento della riconciliazione che Dio ci dà la pace. Nella S. Messa di mezzanotte riceverai nel cuore il Bambino Gesù, nostra pace.
Lo porterai gioioso a casa tua, ai tuoi cari, agli amici, ai conoscenti, a tutti quelli che incontrerai. Sarà un Natale indimenticabile.

di Padre Livio Fanzaga

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La contrizione quotidiana

Posté par atempodiblog le 6 novembre 2010

La contrizione quotidiana dans Fede, morale e teologia 2hz7luu

Il dolore è perfetto quando il cuore si spezza per il dispiacere di avere offeso Dio, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Guardando a Gesù crocifisso che espia su di sé i nostri peccati, al nostro posto e per nostro amore, il ghiaccio del cuore si scioglie e la gratitudine prende il posto dell’indifferenza.
Presentiamo ogni sera al Crocifisso tutti i peccati della nostra vita, odiandoli e detestandoli, e chiediamo a Gesù di lavarli col suo sangue e di bruciarli nel suo amore. Possiamo farlo con le nostre parole o recitando col cuore  l’Atto di dolore,  oppure “O Gesù d’amore acceso”.
Gli effetti dell’atto di dolore perfetto, o contrizione di carità, sono mirabili. Se recitato in vista della confessione, rimette immediatamente tutti i peccati, compresi quelli mortali e persino le pene connesse al peccato (Cfr. Catechismo C. C. 1452).
La contrizione è una grazia da chiedere ogni giorno davanti alla Croce. In questo modo la nostra anima, infiammata dall’amore di Dio, è sempre pronta per il paradiso. La contrizione quotidiana e la confessione mensile ci permettono di vivere costantemente in grazia di Dio e di essere tralci vivi e fruttiferi della vigna del Signore.

di Padre Livio Fanzaga

Ricorda
Secondo il precetto della Chiesa, «ogni fedele, raggiunta l’età della  discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati
gravi, almeno una volta nell’anno». Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale, a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi
e non gli sia possibile accedere a un confessore. I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima
volta la santa Comunione. (Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1457)

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La fatica della decisione

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2010

« Non bisogna mai chiedere all’ammalato più di quanto l’ammalato non possa dare ».
Santa Caterina da Siena

La fatica della decisione dans Fede, morale e teologia stcatherinesienavatican

« Non bisogna mai chiedere all’ammalato più di quanto l’ammalato non possa dare ». Era quanto ripeteva Santa Caterina ai suoi seguaci, i cateriniani, in merito ad un giovane che un po’ la seguiva e un po’ si allontanava, anche per mesi, per stare con la sua amante. Santa Caterina pazientemente aspettava che tornasse tra i suoi seguaci e, poi, gli chiedeva sempre un piccolo sforzo, ad esempio pregare, poiché, per fare questo, non c’è bisogno di quello sforzo che è necessario per compiere la conversione. La stessa Santa invitava a « speronare l’anima » per ottenere la grazia della decisione. Se una persona non riesce ancora a tagliare i ponti con il male bisogna caricare la volontà con la preghiera del cuore chiedendo a Dio di darci la « Sua forza, la Sua luce e la Sua grazia » e Lui pian piano ci darà la forza di convertirci.
Questo perché la Santa sapeva che dopo la decisione della conversione è difficile fare il bene, in quanto abbiamo il libero arbitrio estremamente indebolito. L’abitudine al peccato ci rende deboli.
San Paolo ha descritto bene questa situazione nella lettera ai Romani: « Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio ».
Questa situazione è sicuramente anche di grazia perché ci rendiamo conto che senza l’aiuto di Dio (senza la preghiera, senza i sacramenti… ) non possiamo deciderci per il bene.
Questa cosa la spiega bene Sant’Agostino, per averla vissuta in prima persona, faticando a decidere la sua conversione (rimanendo in quello stato di indecisione per due anni), quando combatté l
‘eresia di Pelagio. Quest’ultimo affermava che noi possiamo fare il bene decidendo da soli. Questo non è vero e
 Dio si servì di Sant’Agostino per combattere, appunto, questa eresia. Infatti, Sant’Agostino afferma che « senza la grazia non riusciamo a decidere il bene ».
Se dopo la conversione (che si concretizza con la confessione) una persona pensa di poter fare il bene, ma non vi riesce non deve avvilirsi perché Gesù ci dice che « senza di Me non potete far nulla ».
Nella nostra miseria, con un atto di umiltà, ci rendiamo conto che solo Dio ci salva se glielo permettiamo.

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Il sacramento della Penitenza

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2010

Il sacramento della Penitenza dans Citazioni, frasi e pensieri Confessionale

Il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: « Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi ». Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.

Benedetto XVI

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Elogio del confessionale

Posté par atempodiblog le 12 avril 2010

Elogio del confessionale. Mezzo di disciplina spirituale e morale, altro che la morbosità delle Iene

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme dans Cardinale Mauro Piacenza Confessionale

Strano posto il confessionale. Per i credenti è un luogo sacro dove si dicono i propri peccati e se ne chiede la remissione. Per chi non crede può essere un posto ambiguo, anche spaventevole. Perché lì si dice tutto di sé, più o meno come dallo psicoanalista. Perché lì, a volte, c’è chi va oltre il consentito. Il New York Times lo scorso 25 marzo ha parlato degli abusi su minori commessi dal reverendo Lawrence Murphy proprio nel confessionale. Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, pare usasse il confessionale per assolvere i discepoli coi quali aveva avuto rapporti. Le Iene tre giorni fa hanno fatto vedere su Italia1 un video girato con una telecamera nascosta: un presunto “prete molestatore” cerca di abusare di un ragazzo. Immagini che impressionano, tanto che ieri il direttore di Avvenire Marco Tarquinio ha scritto alle Iene per chiedere loro di dire la verità: se il “prete molestatore” esiste davvero “sputate fuori il nome e farete un servizio alla verità”, altrimenti il gioco è sporco. Monsignor Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica (è l’organo vaticano che da secoli assegna grazie, attribuisce dispense, sanzioni e condoni) dice che il confessionale è un luogo “dove si esercita un sacramento con regole certe”. “Il prete e il penitente sono collocati in compartimenti separati e parlano tramite una grata traforata. La norma è ancora quella. E anche se non c’è relazione tra la prassi introdotta dopo il Concilio Vaticano II, con molte confessioni in confessionali senza grata, e i casi di abusi commessi in queste circostanze da dei preti, occorre ricordare che nessuno ha mai abolito la grata”. Perché allora c’è chi confessa senza grata? “Dopo il Vaticano II, per motivi pastorali, è invalsa la prassi che permette al confessore e al penitente di guardarsi in faccia, ma è una prassi, non la norma”. Cosa dice la norma? “Dice una parola chiara: si esige. Si esige la grata. Tra l’altro, secondo il codice di diritto canonico, il sacramento deve celebrarsi non solo in un luogo provvisto di grata ma pure in un posto ben visibile all’interno delle chiese”. Il confessionale fu opera di Carlo Borromeo. Fu lui, il cardinal nipote di Pio IV che aveva sovrinteso alla conclusione del Concilio di Trento e intendeva trasformare Milano nel laboratorio creativo delle indicazioni pastorali scaturite dallo stesso Concilio, a inventare quella specie di scatola di legno con due grate ai lati. Il penitente s’inginocchia fuori una di queste. Il prete può riconoscerlo a stento, o non riconoscerlo del tutto, e lui può non riconoscere il prete. Troppi erano i rischi di contatto tra le penitenti e il confessore nelle abitazioni private di quest’ultimo. E poi c’era da contrastare la Riforma che voleva far passare l’idea della possibilità della confessione senza prete: un contatto diretto tra la coscienza e Dio. Trento ribad l’importanza della “confessione privata”, appunto il duetto penitenteconfessore. Perché la confessione è cosa oggettiva, il momento dove si recitano i peccati a un prete il quale “non è uno psicologo dell’anima – ha detto Benedetto XVI nella lettera con la quale ha aperto l’anno sacerdotale – in quanto la psicologia è portata a giustificare e cercare attenuanti, mentre il senso di colpa resta”.
Dice il vaticanista Sandro Magister: “Non è secondario che Benedetto XVI, quando si è fatto vedere in pubblico mentre si confessava, il venerdì santo, l’abbia fatto in San Pietro nel confessionale tradizionale. Inoltre, non è senza senso un’altra indicazione. Ratzinger ha voluto l’anno sacerdotale. E in quest’anno ha voluto indicare come modello il Curato d’Ars, un prete che passava ore e ore in confessionale. E’ un modello controcorrente, un sacerdote che non ritiene la confessione un momento di confronto confidenziale ma un sacramento in cui, protetti dalla grata, si dicono i peccati commessi”.
Come Ratzinger anche Wojtyla viveva la confessione nel segno tridentino. Le cronache vaticane raccontano che il venerdì santo amava scendere in San Pietro quando ancora la basilica era chiusa. Entrava in un confessionale e aspettava che la basilica aprisse. Chi si confessava non sapeva che il confessore fosse Giovanni Paolo II. La grata non permetteva d’identificarlo.
Dopo il Vaticano II la battaglia liturgica fu aspra. Dentro questa ci fu la battaglia sugli spazi e gli arredi sacri: l’altare verso il popolo, il tabernacolo spostato in una cappella laterale e anche il confessionale. Tuonò nel 1992, e la stampa lo riprese con grande enfasi, Giambattista Torello, sacerdote psichiatra allievo di Viktor Frankl, fondatore della logoterapia. Sulla rivista Studi Cattolici, vicina all’Opus Dei, scrisse: “E’ stato il Vaticano II a dare inizio al periodo della decadenza del confessionale tradizionale, incoraggiando un nuovo modo di pentirsi davanti al sacerdote”. I confessionali divennero “come dei piccoli ambulatori insonorizzati dove al prete si va a raccontare i propri problemi, come si fosse dallo psicologo”. Il confessionale con la grata, invece, “impone la raccomandabile brevità del colloquio e la limitazione all’essenziale” ed evita che il dialogo diretto “con una donna e un giovane che descrivono mancanze contro la castità assumano un fascino morboso”. Insieme, rende più facile per il prete mantenere il ‘sigillum confessionis’, il segreto, perché la grata permette al confessore di non decifrare l’identità del penitente.
Nel XIII secolo fu il chierico inglese Tommaso di Chobham a scrivere in un Manuale di confessione il perché della necessità di mantenere il segreto: “Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo”.

di Paolo Rodari – © Copyright Il Foglio

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