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Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”

Posté par atempodiblog le 7 mars 2018

Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”
Il prossimo venerdì, 9 marzo, alle ore 17:00, nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco presiederà la Celebrazione Penitenziale di apertura delle  “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
Debora Donnini – Vatican News

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Sarà la Celebrazione penitenziale presieduta da Papa Francesco, venerdì prossimo nella Basilica di San Pietro, a dare il via all’iniziativa “24 ore per il Signore”, nata a Roma 5 anni fa, che si è rapidamente diffusa nei cinque Continenti. Anche quest’anno, dunque, in ogni Diocesi almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive in modo da offrire a tutti la possibilità della preghiera di adorazione e di confessarsi. Filo conduttore saranno le parole del Salmo 103, “Presso di te è il perdono”.

Mons. Fisichella: occasione non usuale per incontrare la misericordia
Promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’iniziativa costituisce un’occasione di incontro personale con la misericordia di Dio. “L’obiettivo – ha dichiarato infatti il presidente del Dicastero, l’arcivescovo mons. Rino Fisichella – è quello di offrire a tutti, soprattutto a quanti sentono ancora disagio all’idea di entrare in una chiesa, di cercare l’abbraccio misericordioso di Dio, un’occasione al di fuori degli usuali tempi e modi per fare ritorno al Padre”.

L’iniziativa coinvolge anche le carceri
Mons. Fisichella spiega, poi, di aver ricevuto proprio in questi giorni una lettera dell’Ispettore generale delle Carceri, che conteneva la proposta di vivere “24 ore per il Signore” anche nei penitenziari: “i cappellani sono allertati per vivere questa esperienza e questo momento di perdono: un momento, questo, che è stato pensato, voluto e atteso”.

Invito nel Messaggio per la Quaresima
Lo stesso Pontificio Consiglio ha curato un apposito Sussidio pastorale, in diverse lingue, per accompagnare questo momento di preghiera. Alcune edizioni del Sussidio sono disponibili sul sito www.pcpne.va. Proprio nel Messaggio per la Quaresima 2018, il Papa aveva invitato tutti i fedeli a vivere come “occasione propizia l’iniziativa che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di Adorazione Eucaristica”.

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Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione

Posté par atempodiblog le 6 mars 2018

Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione
Educare i novelli sacerdoti, i diaconi e i seminaristi prossimi all’Ordinazione alla bellezza della Riconciliazione e alla dedizione a questo Sacramento. E’ questo lo scopo con cui la Penitenzieria Apostolica promuove annualmente, nel tempo di Quaresima, il Corso sul Foro interno
Fabio Colagrande – Vatican News

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Sulle finalità di questo appuntamento, in programma dal 5 al 9 marzo a Roma presso il Palazzo della Cancelleria e giunto quest’anno alla 29ma edizione, abbiamo sentito mons. Krzysztof Nykiel, reggente della Penitenzieria Apostolica

R.  Desideriamo aiutare i sacerdoti a prendere coscienza della grandezza e sublimità del Sacramento della Riconciliazione che oggi più che mai dovrebbe ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana e quindi nell’agire pastorale della Chiesa. La sua celebrazione richiede un’adeguata preparazione teologica, giuridica e pastorale perché, come ha più volte ribadito Papa Francesco, “non ci si improvvisa confessori”.

Quali caratteristiche, dunque, deve avere un buon confessore?
R.  Incessanti sono i richiami del Papa sugli atteggiamenti di accoglienza, prossimità e tenerezza che dovrebbero guidare i ministri consacrati nel loro agire pastorale, sul modello del Padre misericordioso. Ricordo in particolare le indicazioni rivolte ai partecipanti al Corso dell’anno passato, nelle quali egli ha sottolineato tre aspetti.

Il buon confessore come vero amico di Gesù Buon Pastore deve coltivare un ministero della Riconciliazione “fasciato di preghiera”, preghiera con il Signore per il dono della carità pastorale e preghiera per i fedeli che gli si pongono alla ricerca della misericordia di Dio; consapevole di essere lui stesso il primo peccatore perdonato e capace di comprendere quindi le ferite altrui.

Il buon confessore è in secondo luogo uomo dello Spirito, uomo di discernimento e di compassione. Il Santo Padre ha ricordato che il sacerdote è così chiamato all’ascolto umile della volontà di Dio perché, nella celebrazione del sacramento della Penitenza, non è padrone, ma ministro, cioè servo. Quindi nel confessionale occorre avere l’atteggiamento di Gesù di fronte ai nostri peccati, l’atteggiamento di chi non minaccia, ma chiama con dolcezza, dando fiducia.

Infine, il buon confessore è anche un evangelizzatore, perché non c’è evangelizzazione più autentica che l’incontro con la misericordia, vero volto di Dio.

Che importanza ha il Sacramento della Riconciliazione nella vita spirituale e nel discernimento vocazionale dei giovani?
R.  Da quando Papa Francesco ha annunciato che la XV Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, in programma il prossimo ottobre, avrebbe avuto come tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, la Penitenzieria Apostolica si è impegnata a fornire il proprio contributo alla riflessione ecclesiale richiamando il ruolo centrale della Riconciliazione nello sviluppo della fede e nel discernimento dei giovani cristiani. Non dimentichiamo che lo stesso Jorge Mario Bergoglio ha raccontato come, all’età di 17 anni, avvertì così intensamente la presenza amorosa di Dio durante una confessione che proprio in quell’occasione capì che il Signore lo chiamava alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Proprio perché consapevole dell’importanza del Sacramento della Confessione per il discernimento vocazionale dei giovani, vi anticipo che la Penitenzieria Apostolica intende promuovere nei giorni 26 e 27 aprile prossimi un convegno pastorale che sarà dedicato proprio a questo tema.

Il prossimo 13 marzo ricorre il quinto anniversario dall’elezione di Papa Francesco. Perché il tema della misericordia è costantemente presente fin dall’inizio nei suoi interventi?
R.  Certamente il perdono è la dimostrazione più evidente dell’onnipotenza e dell’amore di Dio Padre, che Gesù ha rivelato nell’intera sua vicenda terrena. Ponendosi in continuità con il magistero della Chiesa, Papa Francesco ama ripetere insistentemente, fin dai primi giorni del suo pontificato, come la misericordia divina sia il cuore pulsante del Vangelo, anzi, l’essenza stessa di Dio, di un Dio che non si stanca mai di perdonarci.

Proviamo a pensare a quante migliaia di persone in questi ultimi anni, mossi dallo Spirito e grazie anche all’appello del Santo Padre, hanno potuto riconciliarsi con Dio e con la Chiesa, specialmente in occasione del grande Giubileo Straordinario della Misericordia!

D’altra parte, guardando a questi cinque anni di pontificato, sono convinto che i fedeli si lascino guidare dalle parole di Papa Francesco soprattutto perché lo riconoscono credibile e convincente. Egli vive anzitutto su di sé, in prima persona, l’azione dell’amore di Dio, per poi trasmettere alla gente con abbracci, carezze e azioni concrete di solidarietà e prossimità la misericordia ricevuta.

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Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

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«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

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“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2017

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia
Il 1° e 2 agosto la solennità legata all’indulenza plenaria nella chiesetta della Porziuncola. La chiusura dell’ottavo centenario del Perdono con la Messa del cardinale Parolin
di Giacomo Gambassi – Avvenire

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La Porziuncola ad Assisi

«Voglio mandarvi tutti in Paradiso». Così gridò san Francesco annunciando al popolo di Assisi l’indulgenza plenaria concessa da papa Onorio III e legata alla piccola chiesa della Porziuncola che il mondo conosce come il Perdono di Assisi. Era il 2 agosto del 1216. E proprio fra il 1° e il 2 agosto di ogni anno viene celebrata la festa del Perdono che ha come fulcro la Basilica di Santa Maria degli Angeli, ai piedi della città di Assisi, meta di milioni di pellegrini che varcano la “porta sempre aperta” in perenne Giubileo per immergersi nella Porziuncola. L’indulgenza plenaria di Santa Maria degli Angeli – che anticipò il primo Anno Santo indetto da Bonifacio VIII nel 1300 – si può ottenere ogni giorno entrando nella Porziuncola (che significa “piccola porzione di terra”). E per la festa del Perdono di Assisi l’indulgenza si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo.

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Papa Francesco lo scorso anno alla Porziuncola per gli ottocento anni del Perdono di Assisi

Si avvicina, quindi, la festa del Perdono di Assisi 2017 che quest’anno assume un significato particolare: si concludono infatti le celebrazioni dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi inaugurato lo scorso 2 agosto dal cardinale Gualtiero Bassetti e impreziosito dal pellegrinaggio privato di papa Francesco alla Porziuncola due giorni dopo, il 4 agosto 2016. La Messa solenne di chiusura del giubileo del Perdono si terrà alle 11 del 2 agosto e sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. L’Eucarestia verrà trasmessa in diretta da Padre Pio TV (visibile sul digitale terrestre nazionale al canale 145 e sulla piattaforma gratuita Tivùsat al canale 445) e con diffusione mondiale grazie all’emittente web Maria Vision Italia. Altra particolarità di quest’anno, che evidenzia il legame di tutta la Famiglia francescana con la festa, sarà il triduo di preparazione predicato dai ministri generali dei tre Ordini maschili (per i Frati Minori Cappuccini presiederà il vicario generale). Una condivisione che è in continuità con il cammino culminato nel Capitolo generalissimo celebrato insieme dalle Famiglie francescane.

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La Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi

La solennità del Perdono di Assisi sarà aperta alle 11 del 1° agosto da padre Michael Perry, ministro generale dei Frati Minori, il quale presiederà la solenne celebrazione eucaristica che terminerà con la processione di “Apertura del Perdono” perché da quel momento, cioè dalle 12 del 1° agosto fino alle 24 del 2 agosto, l’indulgenza plenaria concessa alla Porziuncola quotidianamente si estende a tutte le chiese parrocchiali sparse nel mondo, e anche a tutte le chiese francescane. Nel pomeriggio del 1° agosto sono in programma i primi Vespri presieduti, al termine del pellegrinaggio della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, dall’arcivescovo Domenico Sorrentino. Seguirà, come di consueto, l’offerta dell’incenso da parte del sindaco di Assisi, Stefania Proietti. La Veglia di preghiera serale, con la processione aux flambeaux, sarà guidata dall’arcivescovo José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata.

Marcia_francescana dans Papa Francesco I
La Marcia francescana

Il 2 agosto sarà il giorno della grande festa. Le celebrazioni eucaristiche sono previste quasi ad ogni ora, tra cui quelle presiedute dal cardinale Parolin, dall’arcivescovo Sorrentino e da padre Claudio Durighetto, ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria. In giornata è in programma anche l’arrivo di migliaia di giovani che partecipano alla XXXVII Marcia francescana sul tema “Un passo oltre”. Nella serata, alle 20, il concerto della banda della Gendarmeria Vaticana in piazza a cui seguirà lo spettacolo pirotecnico.

Il programma dettagliato è disponibile sul sito www.assisiofm.it. Dal 23 luglio al 15 settembre può essere visitata anche la mostra di arte contemporanea di Arturo Casanova e Rossella Vasta a cura di Barbara Rose dal titolo “A due a due. Kenosis e perdono” che sarà ospitata nel museo della Porziuncola.

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Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime

Posté par atempodiblog le 23 avril 2017

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime
Il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino l’inconcepibile Misericordia di Gesù
di Monsignor Józef Bart

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime dans Fede, morale e teologia Ges-confido-in-Te

La festa della Divina Misericordia […] occupa nel Diario di Suor Faustina un posto centrale. Infatti Gesù già nella prima rivelazione ha fatto conoscere a Faustina la Sua volontà di istituire questa festa e di celebrarla la prima Domenica dopo Pasqua. La scelta di questa Domenica indica chiaramente che nei piani di Dio esiste uno stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e questa festa dedicata a far capire l’aspetto della Misericordia compreso nel mistero della nostra Redenzione.

Gesù richiede che questa festa sia preceduta dalla Novena che consiste nella recita della Coroncina alla Misericordia. Il Signore acclude a questa Novena la promessa: “Durante questa novena elargirà alle anime grazie di ogni genere” (Quaderni…, II, 197).

Gesù chiede che durante la Festa della Misericordia venga solennemente benedetta I’Immagine che rappresenta la stessa Divina Misericordia e chiede la venerazione pubblica di tale Immagine in quel giorno.

Oltre a questo, il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino alle anime l’inconcepibile Misericordia di Gesù nella sua Passione e in tutta l’opera della Redenzione.

La Festa della Divina Misericordia, secondo l’intenzione di Gesù, deve essere il giorno di riparazione e di rifugio per tutte le anime e specialmente per quelle dei poveri peccatori. In questo giorno, infatti, l’immensa generosità di Gesù si spande completamente sulle anime infondendo grazie di ogni genere e grado, senza alcun limite, anche le più impensabili.

Ne è la prova la grazia particolarissima che Gesù ha legato alla festa della Misericordia. Essa consiste nella totale remissione dei peccati che non sono stati ancora rimessi e di tutte le pene derivanti da questi peccati. La grandezza di questa grazia è in grado di ravvivare in noi la fiducia illimitata che Gesù desidera offrirci in questa giornata della Misericordia.

La peculiarità della festa della Divina Misericordia che la distingue da tutte le altre feste e da tutte le altre forme di culto sta:

1) Nell’universalità dell’offerta di Dio a tutti gli uomini, anche a quelli che fino a questo momento non hanno mai praticato il culto alla Divina Misericordia e cioè anche i peccatori che si sono convertiti. Essi sono chiamati a partecipare a tutte le grazie che Gesù ha promesso di elargire il giorno della Festa.

2) La perfezione e la straordinarietà della festa della Misericordia si rivela nel fatto che durante questa giornata vengono offerti agli uomini tutti i generi di grazie, sia spirituali che corporali, sia per i singoli, per le comunità e per l’umanità intera.

3) Infine tutti i gradi della grazia sono in questo giorno alla portata di tutti, “In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine” ( Quaderni…, II, 138). Proprio tale generosità di Gesù estesa contemporaneamente a tutte le anime è il motivo che permette di supplicare la Divina Misericordia con una grande ed illimitata fiducia per tutti i doni della Grazia che il Signore vuole distribuire durante questa festa.

Infatti, è proprio questa fiducia che apre a noi i tesori della misericordia. Ora è chiara la portata universale del desiderio di Gesù di celebrare questa festa quale rifugio di tutte le anime.

[...] ai sacerdoti che parleranno della Misericordia di Dio Gesù ha promesso che i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole. Questo vuol dire che le omelie incentrate sulla Divina Misericordia hanno un’efficacia straordinaria per la conversione dei peccatori.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze 23 aprile 2017: Festa della Divina Misericordia

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Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni

Posté par atempodiblog le 21 avril 2017

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni
Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, i sacerdoti hanno proposto catechesi, ritiri, adorazione eucaristica, Via Crucis, opere di carità. Il rinnovamento per sé, la famiglia, la parrocchia, la società.
di AsiaNews

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Due giorni interi, dalla mattina alla sera tardi, per confessare centinaia di fedeli. Nella diocesi del sacerdote che scrive ad AsiaNews – che non citiamo per questioni di sicurezza – almeno il 95% dei fedeli si è accostata al sacramento della riconciliazione. Questo è il primo passo per il rinnovamento di sè, delle proprie famiglie, della Chiesa e della società. La testimonianza del cammino quaresimale e pasquale da parte di un sacerdote sotterraneo.

La Quaresima è un nuovo inizio, ma il suo scopo specifico è un cammino che porta a Pasqua, a Cristo che ha sconfitto la morte. Noi siamo chiamati alla conversione e alla penitenza.

Dio chiede ai cristiani di andare da Lui con tutto il cuore (Gioele 2,12), rifiutare la mediocrità, promuovere l’amicizia con il Signore. Questi sono alcuni passaggi del Messaggio che Papa Francesco ci ha inviato in occiasione di questa Quaresima 2017.

Le parole del Papa ci ispirano nel vivere la penitenza e la conversione e a partecipare al mistero della Pasqua.

Noi viviamo il rinnovamento delle famiglie e delle parrocchie della nostra diocesi attraverso una serie di attività pastorali proposte durante la Quaresima fino a Pasqua. Tempo fa, ho aiutato a celebrare il sacramento della riconciliazione in due parrocchie, insieme al parroco. Almeno il 95% dei fedeli hanno ricevuto il sacramento per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Per una giornata intera, per otto ore, ho ascoltato confessioni insieme a un altro sacerdote. Ma non avendo finito, dato che vi erano molti fedeli in attesa, abbiamo continuato a confessare anche per il giorno successivo.

Durante questo periodo, alcuni sacerdoti hanno offerto speciali lezioni di catechesi, predicato ritiri annuali, proposto adorazione dell’eucarestia anche nella notte, la Via Crucis. In alcune parrocchie vi era una “scatola della carità”, dove si fa un’offerta e si inserisce anche un’intenzione di preghiera al Padre e a Gesù sulla croce.

Durante la Settimana santa vi è stata la preparazione alla Pasqua da parte del parroco, del gruppo dei leader della comunità, da parte del coro.

Ogni anno i sacerdoti lavorano sodo durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua. Ma è un lavoro che si fa con gioia perché si sperimenta il rinnovamento di sè, quello delle famiglie, delle parrocchie e della società, grazie anche a molte opera di carità.

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Omelia dell’Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje

Posté par atempodiblog le 4 avril 2017

Omelia dell’Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje, Inviato Speciale del Papa per Medjugorje, tenuta a Medjugorje il I aprile 2017
Fonte: Medjugorje.hr
Tratto da: Radio Maria

Omelia dell'Arcivescovo Henryk Hoser a Medjugorje dans Fede, morale e teologia Mons._Henryk_Hoser_a_Medjugorje

«Cari fratelli e sorelle,

questa volta parlerò in francese. Scusatemi, non ho ancora imparato la bella lingua croata.

Siamo riuniti attorno all’altare nella Quinta Domenica di Quaresima. Di fronte a noi ci sono ancora due settimane, che ci separano dalla Pasqua: fra una settimana sarà già la Domenica delle Palme e fra due settimane, dopo la Settimana Santa, celebreremo la più grande Festa cristiana, la Festa della Risurrezione. Le letture della Parola di Dio di oggi ci parlano quindi della Risurrezione e mostrano tre prospettive, tre sguardi circa la Risurrezione. Il primo sguardo, la prima prospettiva è storica: noi sappiamo che Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è vissuto su questa terra in Palestina, in Terra Santa. Sappiamo che lui era già stato predetto, profetizzato dai Profeti, tra cui Ezechiele che leggiamo oggi. Egli cita le parole di Dio: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire”. E ripete: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire”. Si tratta di una profezia, egli vede già l’avvento del Messia. Sappiamo che Gesù è morto e che è risuscitato. Questo è il fondamento della nostra fede: senza questo evento della Risurrezione, la nostra fede sarebbe vuota.

Il secondo sguardo è quello liturgico, è il cammino della Quaresima. Abbiamo pregato per quaranta giorni, e stiamo ancora pregando; abbiamo digiunato, e digiuniamo ancora; siamo diventati più generosi per mezzo dell’elemosina, e lo faremo ancora. Voi qui conoscete bene questa spiritualità della Quaresima.

Questo cammino liturgico che ci prepara, ci mostra al contempo il terzo sguardo, la terza prospettiva, che è quella della nostra vita, della vita di ciascuno di noi. Noi viviamo per la risurrezione e camminiamo verso di essa: noi attraversiamo la morte per venire risuscitati. Il fine ultimo della nostra vita terrena è la risurrezione. E’ necessario risorgere già durante questo cammino, avanzando verso quella prospettiva finale: questa “risurrezione parziale” è la nostra conversione. Gesù ha detto e ripetuto che ci sarà una morte corporale, ma egli ha anche parlato della morte dell’anima, dal momento che essa costituisce per noi una minaccia di qualcosa di molto più grave, ossia dell’eventualità di perire eternamente. Ogni volta che ci convertiamo, noi ci rivolgiamo a Dio che è la sorgente della vita, della vita eterna, ed anche all’amore, poiché Dio è amore. E’ l’amore che ci fa vivere, è l’amore misericordioso che ci dona la pace interiore ed anche la gioia di vivere.

Ci sono, però, due condizioni, e la prima è la fede. Prima di operare miracoli, Gesù esigeva la fede: “Tu credi che io possa farlo?”. “Sì, Signore: io lo credo, lo credo fortemente!”. Questa fede apre il nostro cuore alla conversione, e questa apertura, grazie al Sacramento della misericordia, che è la Confessione sacramentale, fa sì che il nostro cuore si apra, si purifichi e si riempia di Spirito Santo con tutta la Trinità. E’ Cristo che ce lo conferma, dicendo nell’Apocalisse che egli si pone alla porta del nostro cuore e bussa. Se la Santa Trinità abita in noi, noi diveniamo il tempio di Dio, un santuario di Dio.

Ritorno ora alla prospettiva storica. Nei prossimi giorni leggeremo nel Vangelo che la rete intessuta dai nemici di Cristo si stringerà sempre più. Gesù viene minacciato sempre di più e lui lo sa, lo sa meglio dei suoi apostoli e dei suoi discepoli. Ma c’è qualcuno che lo segue, che segue il suo cammino di Passione: è sua Madre, la Santa Vergine Maria. Lei gli sta vicino, lei soffre con lui, sperimenta la sua impotenza. San Giovanni Paolo II parlava della sua fede “particolarmente difficile”. Noi spesso la chiamiamo “Vergine dei Sette Dolori”, ed è evidente che la sua vita è stata punteggiata di sofferenza e dolore. Ed ora la sua passione, la sua sofferenza cresce con quella di Cristo, fino ai piedi della croce. Facendo la Via Crucis, nella Quarta Stazione, noi vediamo che Maria incontra suo Figlio. Poi il Vangelo ci dice che è stata testimone oculare della sua morte terribile sulla croce. Lei ha preso tra le braccia il corpo massacrato di suo Figlio. Poi, secondo quanto dice la tradizione cristiana, è stata la prima ad aver incontrato il Dio Risorto, Gesù Risorto, prima anche di Maria Maddalena.

Dunque, nella prospettiva della nostra vita, della vita di ciascuno di noi, nella prospettiva della risurrezione, lei c’è! Ci accompagna, ci segue, partecipa alle nostre sofferenze ed alla nostra passione, se noi l’affrontiamo nella prospettiva di Dio. Lei cerca il modo di salvarci, di condurci alla conversione. Dobbiamo sentire la sua presenza spirituale.

Noi, soprattutto qui, la chiamiamo “Regina della pace”. Nelle Litanie della Santa Vergine Maria, la invochiamo come “Regina” una dozzina di volte. L’invocazione in cui la invochiamo come “Regina della pace” è quasi alla fine. Maria è Regina: contemplando i misteri gloriosi del Rosario, noi vediamo anche la sua incoronazione a Regina del Cielo e della terra. Lei, dunque, condivide le caratteristiche del Regno di suo Figlio, come Creatore del Cielo e della terra: anche il di lei Regno è dunque universale. Lei è dovunque ed il suo culto è ovunque autorizzato. Noi la ringraziamo e le diciamo grazie per la sua costante presenza accanto a ciascuno di noi.

La Regina della pace è frutto della conversione: lei introduce la pace nel nostro cuore, e quindi noi diveniamo persone pacifiche in seno alle nostre famiglie, in seno alla società, in seno ai nostri paesi. La pace è minacciata nel mondo intero: il Santo Padre Francesco ha detto che la terza guerra mondiale “a pezzi” c’è già! Queste sono le guerre più terribili, le guerre civili, quelle tra gli abitanti di uno stesso paese.

Miei cari fratelli e sorelle, io ho vissuto in Ruanda, in Africa, per ventuno anni. Nel 1982 vi sono state là delle apparizioni della Santa Vergine Maria, nelle quali ella, circa dieci anni prima che avvenisse, ha predetto il genocidio in Ruanda. A quel tempo nessuno capiva nulla di quel messaggio. Quello è stato un genocidio che ha poi causato un milione di vittime in tre mesi. Le apparizioni della Santa Vergine là sono già state riconosciute. Lei là si è presentata come “Madre della Parola, Madre del Verbo eterno”, anche in prospettiva di una mancanza di pace.

Dunque questo culto, che qui è così intenso, è estremamente importante e necessario per il mondo intero. Preghiamo per la pace, perché oggi le forze distruttrici sono immense: il commercio delle armi non smette di crescere, i giovani sono in lotta, le famiglie sono in lotta, la società è in lotta. Ci occorre un intervento del Cielo, e la presenza della Santa Vergine è uno di questi interventi. E’ un’iniziativa di Dio.

Io vorrei dunque incoraggiarvi e confortarvi, in quanto Inviato Speciale del Papa: propagate nel mondo intero la pace, per mezzo della conversione del cuore.

Il più grande miracolo di Medjugorje sono i confessionali che sono qui. Il Sacramento del Perdono e della Misericordia è un Sacramento di risurrezione. Ringrazio tutti i preti che vengono qui a confessare, come oggi una cinquanta di preti a servizio del popolo. Ho lavorato per molti anni in paesi dell’Occidente: Belgio, Francia… E vi dico che la Confessione è scomparsa, che la Confessione individuale non esiste più, salvo qualche singola eccezione. Il mondo si sta inaridendo, i cuori si stanno chiudendo, il male sta aumentando ed i conflitti si stanno moltiplicando: dobbiamo essere, dunque, apostoli della buona novella della conversione e della pace nel mondo.

Qui ho sentito quelle parole secondo cui quelli che non credono sono coloro che non hanno ancora percepito l’amore di Dio. Infatti, chi tocca l’amore di Dio e la sua misericordia, non può resistervi. Noi siamo, dunque, testimoni di ciò che salva le vite, di ciò che salva il mondo.

I frati francescani mi hanno detto che qui vengono pellegrini da ottanta paesi del mondo. Il che significa che questo invito si è diffuso fino ai confini della terra, come aveva detto Cristo inviando i suoi apostoli. Voi siete quindi i testimoni dell’amore di Cristo, dell’amore di sua Madre e dell’amore della Chiesa.

Che Dio vi rafforzi e vi benedica. Amen».

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“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni
“Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 24 e 25 marzo per riscoprire il Sacramento della Riconciliazione: ‘24 ore per il Signore’”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. “Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale, ha proseguito Francesco, sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona ». L’iniziativa “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha per tema quest’anno: “Misericordia io voglio” e prevede l’apertura straordinaria di molte chiese, dalla sera di oggi fino a notte inoltrata, per consentire a quante più persone possibile la partecipazione all’Adorazione eucaristica e alla confessione. A Roma resteranno aperte la chiesa di Santa Maria in Trastevere e la chiesa delle Stimmate di S. Francesco. Per saperne di più Adriana Masotti ha intervistato, per Radio Vaticana, mons. José Octavio Ruiz Arenas, segretario del Dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione:

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni dans Fede, morale e teologia Ges-misericordioso

R. – Questa iniziativa è nata in occasione dell’Anno della Fede nel 2013 ed è nata come un’iniziativa locale qui, a Roma. In quel momento si invitavano alcune chiese ad aprire le porte per le confessioni durante tutta la notte. Poi negli ultimi due anni questa iniziativa è stata seguita un po’ dappertutto e abbiamo anche ricevuto diverse testimonianze dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia, dall’Argentina, dal Messico che dicevano che molti sacerdoti avevano preso sul serio questa iniziativa e pian piano molta gente si è avvicinata a ricevere questo Sacramento in spirito di adorazione al Signore, di riconciliazione e anche di capire che è un’opportunità per cambiare vita e accogliere questo dono che ci dà il Signore della sua misericordia e della sua tenerezza.

D.  – Questa opportunità è rivolta a tutti ma in particolare ai giovani?
R. – Sì, è una proposta per tutte le persone ma ci sono tanti giovani che hanno accolto l’invito e soprattutto ci sono molti giovani che ci hanno aiutato soprattutto qui a Roma a invitare nelle strade, nelle piazze, nelle vicinanze delle chiese che sono aperte, tanta gente che passava ad avvicinarsi al sacramento. Quindi è stata un’esperienza molto ricca che è servita anche per sviluppare questo senso missionario da parte dei giovani.

D. – Quanti sacerdoti saranno impegnati in questa iniziativa?
R. – E’ impossibile sapere perché non sappiamo in tutto il mondo quante parrocchie e quante diocesi accolgono veramente questa iniziativa ma qui a Roma, per esempio, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere saranno presenti circa 18 sacerdoti per confessare e anche nella Chiesa delle Santissime Stimmate a Largo Argentina ci sarà un gruppo di più di 15 sacerdoti per offrire questa opportunità alla gente.

D. – Il Papa all’udienza di mercoledì ha invitato tanti ad approfittare di questa occasione per riscoprire e per sperimentare il Sacramento della Riconciliazione…
R. – Sì, certamente. Siamo adesso in un mondo nel quale purtroppo si è perso il senso del peccato e perdendo il senso del peccato si perde anche il bisogno di avvicinarsi al Sacramento della Riconciliazione. Quindi è un momento per pensare che il Sacramento della Riconciliazione non è soltanto per cancellare i peccati, ma è soprattutto aprire il cuore alla misericordia del Signore e tutti noi abbiamo bisogno della misericordia del Signore: non siamo di fronte a un giudice ma soprattutto siamo di fronte a Qualcuno che ci ama veramente. Quindi quello che dice il Papa è molto, molto vero.

D. – Il tema che orienterà la riflessione quest’anno è “Misericordia io voglio”. E’ come se ora, dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, ad esempio durante il tempo del Giubileo, si volesse passare a vivere la misericordia noi con gli altri perché è questo che Dio vuole…
R. – Certo. Il tema di quest’anno ci ricorda che ognuno di noi deve aspirare a sentire il bisogno della misericordia divina per poi esprimere quella misericordia nella carità e nell’amore agli altri. Quest’impegno è un impegno che noi dobbiamo sentire in ogni momento della nostra vita, nel nostro lavoro, nella famiglia, nella strada. In una situazione di tanta violenza, ingiustizia e corruzione, oggi più che mai abbiamo  bisogno di ricordare che il Signore ci chiede soprattutto di offrire il nostro cuore, la nostra vita che si esprime con l’amore a Dio e agli altri.

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Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia
I buoni confessori non hanno orari, confessano ogni volta che i fedeli lo chiedono, e sono veri amici di Gesù, che si compiace se fanno largo uso della misericordia: è quanto ha detto il Papa ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica sulla Confessione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia dans Fede, morale e teologia Sacramento-della-riconciliazione

Quello della Penitenzieria – dice subito il Papa – “è il tipo di Tribunale che mi piace” perché è un “tribunale della misericordia”. Quindi indica tre punti per essere buoni confessori. Innanzitutto bisogna essere veri amici di Gesù, che significa essere immersi nella preghiera. Questo “eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale”. Gesù – spiega Papa Francesco – “si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia”:

“Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato.

Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr Lc 10,34)”.

Secondo punto. Il buon confessore è un uomo dello Spirito, un uomo del discernimento. “Quanto male viene alla Chiesa – esclama il Papa – dalla mancanza di discernimento!”. “Lo Spirito – osserva – permette di immedesimarci” con quanti “si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato”.

“Il confessore – precisa – non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria. Egli è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”:

“Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai ‘di tutta l’erba un fascio’. Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia”.

Il Papa ricorda che chi si avvicina al confessionale “può provenire dalle più disparate situazioni”, potrebbe avere anche “veri e propri disturbi spirituali” e in questi casi non bisogna “esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti. Ma questi devono essere scelti con molta cura e molta prudenza ».Tuttavia, sottolinea, tali disturbi “possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane”.

Terzo punto, il confessionale è anche un luogo di evangelizzazione e di formazione, perché fa incontrare il vero volto di Dio, che è quello della misericordia. “Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella” e “talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede”. “Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli”:

« Il confessore, infatti, è chiamato quotidianamente e recarsi nelle ‘periferie del male e del peccato’ … questa è una brutta periferia!  … e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale, eh? Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli: ‘Si confessa soltanto lunedì, mercoledì da tale ora a tale ora’. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto ».

Infine, il Papa ricorda un antico racconto popolare che parla di Pietro, a guardia della porta del Paradiso per vagliare l’ingresso delle anime dei defunti. E la Madonna, quando vede un ladro, “gli fa segnale di nascondersi”. Poi, di notte, lo chiama e lo fa entrare dalla finestra:

“E’ un racconto popolare; ma è tanto bello perdonare con la mamma accanto; perdonare con la Madre. Perché questa donna, quest’uomo che viene al confessionale, ha una madre in cielo che gli aprirà le porte o lo aiuterà al momento di entrare in Cielo. Sempre la Madonna, perché la Madonna anche ci aiuta a noi nell’esercizio della misericordia”.

Poi, dopo la benedizione, Papa Francesco ha concluso tra le risate dei presenti: “Non dite che i ladri vanno in cielo, non dite questo!”.

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27 novembre 2016: apertura dell’Anno Giubilare Calasanziano

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2016

27 novembre 2016: apertura dell’Anno Giubilare Calasanziano

27 novembre 2016: apertura dell'Anno Giubilare Calasanziano dans Articoli di Giornali e News Anno_Giubilare_Calasanziano

Stemma_Vaticano dans Cardinale Mauro Piacenza

PAENITENTIARIA APOSTOLICA

Prot. N. 215/16/1

BEATISSIMO PADRE
Pedro Aguado Cuesta, Preposito Generale dell’Ordine dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie, ESPONE rispettosamente che Giuseppe Calasanzio, per educare i bambini e gli adolescenti nell’amore e nella sapienza del Vangelo creò le scuole popolari in questa Città di Roma,
nell’anno 1597; e nell’anno 1617 fondò la Congregazione dei Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie, approvata in seguito da Papa Paolo V, e da Papa Gregorio XV elevata a Ordine Religioso, l’anno 1621. Il Fondatore stesso, insigne per la sua innocenza di vita e miracoli, fu iscritto
nei fasti dei Santi da Papa Clemente XIII, l’anno 1767; e nell’anno 1948 fu proclamato dal servo di Dio, Papa Pio XII, celeste Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo.

Per far sì che la divina larghezza possa dilatarsi ancor più e possa produrre frutti spirituali più abbondanti a favore dei membri di tutta la Famiglia Calasanziana e di tutti i fedeli cristiani, questo reverendissimo supplicante implora umilmente il dono di un Giubileo speciale, per celebrare
degnamente il giorno del duplice anniversario; cioè i 400 anni della fondazione dell’Ordine da San Giuseppe Calasanzio, e il 250 anniversario dell’iscrizione nell’albo dei Santi del suo insigne Fondatore.
Che Dio, etc.

Giorno 10 Novembre 2016

LA PENITENZIERIA APOSTOLICA, in virtù delle facoltà concesse dal Santissimo Padre Francesco, concede benignamente, dal 27 Novembre del 2016 fino al giorno 27 Novembre del 2017, Anno Calasanziano, l’indulgenza plenaria annessa, alle seguenti condizioni (confessione sacramentale,
comunione eucaristica e una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), che potranno guadagnare i fedeli cristiani, veramente pentiti, e stimolati dalla carità, in tutte le chiese, luoghi di culto, santuari e parrocchie, dove si trova l’Ordine delle Scuole Pie – che si può applicare anche, in
forma di suffragio, alle anime dei fedeli del Purgatorio -, se devotamente parteciperanno alle celebrazioni giubilari, per lo meno durante uno spazio di tempo adeguato -, elevando umili preci a Dio, a favore della propria fedeltà alla vocazione cristiana, per chiedere per le vocazioni sacerdotali e
religiose, e in difesa dell’istituzione della famiglia umana, che termineranno con la Preghiera del Padre Nostro, il Simbolo della Fede, ed altre invocazioni alla Santissima Vergine Maria.

I membri della Famiglia Calasanziana che, a causa della malattia o per altre gravi cause, sono impediti ad assistere alle celebrazioni giubilari, possono conseguire l’Indulgenza Plenaria, nel luogo dove si sentono impediti, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, e con l’intenzione di adempiere, non
appena possibile le tre solite condizioni, unendosi spiritualmente ai sacri riti, e offrendo i loro dolori, o le incomodità della propria vita, a Dio misericordioso.
Per fare in modo che l’accesso all’ottenimento del perdono divino – per mezzo delle chiavi della Chiesa – risulti più facile, a favore della carità pastorale questa Penitenzieria chiede che i sacerdoti dell’Ordine Giubilare si prestino con animo generoso alla celebrazione della Penitenza, e all’amministrazione frequente della Comunione ai malati.

Valido per il presente Anno Calasanziano. Nonostante qualunque contraria disposizione.

MAURO Card. PIACENZA
Penitenziere Maggiore

KRZYSZTOF NYKIEL
Reggente

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«Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Mt 7,2)

Posté par atempodiblog le 2 juin 2016

Misericordiosi come il Padre

Alla misericordia si può applicare quell’insegnamento di Gesù: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Mt 7,2).

Permettetemi, ma io penso qui a quei confessori impazienti, che bastonano i penitenti, che li rimproverano… Ma così ti tratterà Dio, eh! Così! Almeno per questo, non fate queste cose….

La misericordia ci permette di passare dal sentirci oggetto di misericordia al desiderio di offrire misericordia. Possono convivere, in una sana tensione, il sentimento di vergogna per i propri peccati con il sentimento della dignità alla quale il Signore ci eleva.

Papa Francesco
Tratto da: Radio Vaticana

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San Leopoldo Mandic, maestro di dolcezza e misericordia

Posté par atempodiblog le 12 mai 2016

San Leopoldo Mandic, maestro di dolcezza e misericordia

san leopoldo mandic
San Leopoldo Mandic è nato il 12 maggio 1866 a Castelnovo di Cattaro (Croazia)

San Leopoldo Mandic, nato nel 1866 a Castelnuovo nel Montenegro e morto nel 1942 a Padova, porta con sé un messaggio di mansuetudine, dolcezza e misericordia.

Nella sua vita si è dedicato ad amministrare il sacramento della riconciliazione manifestando sempre un grande senso di comprensione e compassione, al punto che i suoi confratelli lo rimproveravano di essere troppo «di manica larga». La sua risposta a questa obiezione era semplice: «Io guardo Gesù in croce: Lui non ha neppure le maniche!». [...]

Tratto da: il Resto del Carlino

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Papa Francesco: i confessori siano padri, non inquisitori

Posté par atempodiblog le 2 mai 2016

Papa Francesco: i confessori siano padri, non inquisitori
Chi sceglie di riavvicinarsi a Dio attraverso il Sacramento della Riconciliazione si senta accolto da confessori delicati e paterni e non faccia invece esperienza di una “sala di tortura”. È l’auspicio che Papa Francesco ha espresso durante la catechesi giubilare in una Piazza San Pietro gremita da decine di migliaia di persone. La riconciliazione, ha detto, favorisce la pace, i diritti delle persone, la solidarietà.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

Papa Francesco

Costruire ponti di riconciliazione. In casa, tra fratelli che non si parlano per faide e dissapori incancreniti. Nella società, perché su un ponte può passare una strada di pace. Costruirli fin dentro un confessionale, perché chi cerca il perdono di Dio deve trovarsi davanti un padre che lo favorisce e non un inquisitore che tormenta.

Dio non si rassegna
Una folla enorme, 80mila persone sotto il sole dell’ultimo di aprile, ascolta il Papa ripetere una delle parole d’ordine dell’Anno Santo. La riconciliazione, dice subito, è “un aspetto importante della misericordia », ma non è così scontato farne esperienza:

“Spesso riteniamo che i nostri peccati allontanino il Signore da noi: in realtà, peccando, noi ci allontaniamo da Lui, ma Lui, vedendoci nel pericolo, ancora di più ci viene a cercare. Dio non si rassegna mai alla possibilità che una persona rimanga estranea al suo amore, a condizione però di trovare in lei qualche segno di pentimento per il male compiuto”.

Nostalgia e ritorno sincero
“Quando pecchiamo, noi voltiamo le spalle a Dio”, ma è Gesù che non le volta mai al peccatore e anzi, ripete una volta ancora Francesco, “viene a cercarci come un bravo pastore che non è contento fino a quando non ha ritrovato la pecora perduta”:

“Lasciamoci riconciliare con Dio! Questo Giubileo della Misericordia è un tempo di riconciliazione per tutti. Tante persone vorrebbero riconciliarsi con Dio ma non sanno come fare, o non si sentono degni, o non vogliono ammetterlo nemmeno a sé stessi. La comunità cristiana può e deve favorire il ritorno sincero a Dio di quanti sentono la sua nostalgia”.

Perdonare, non torturare
“Soprattutto”, rimarca il Papa, favoriscano l’abbraccio della riconciliazione tra l’uomo e Dio coloro che sono preposti ad amministrare questo Sacramento tra le pareti di un confessionale. L’appello di Francesco ai confessori non è nuovo, ma quello che riecheggia a questo punto in Piazza è, come le altre volte, molto accorato:

“Per favore, non mettere ostacoli alle persone che vogliono riconciliarsi con Dio. Il confessore deve essere un padre! E’ al posto di Dio Padre! Il confessore deve accogliere le persone che vengono da lui per riconciliarsi con Dio e aiutarli nel cammino di questa riconciliazione che stiamo facendo. E’ un ministero tanto bello: non è una sala di tortura né un interrogatorio, no, è il Padre che riceve, Dio Padre, Gesù, che riceve e accoglie questa persona e perdona”.

Un servizio alla pace
Inoltre, indica Francesco, “fare esperienza della riconciliazione con Dio permette di scoprire la necessità di altre forme di riconciliazione: nelle famiglie, nei rapporti interpersonali, nelle comunità ecclesiali, come pure nelle relazioni sociali e internazionali:

“Facciamo ponti di riconciliazione anche fra noi, incominciando dalla stessa famiglia. Quanti fratelli hanno litigato e si sono allontanati soltanto per l’eredità. Ma guarda, questo non va! Quest’anno è l’anno della riconciliazione, con Dio e fra noi! La riconciliazione infatti è anche un servizio alla pace, al riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone, alla solidarietà e all’accoglienza di tutti”.

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Domenica della Divina Misericordia: l’abbraccio con la bontà del Padre

Posté par atempodiblog le 3 avril 2016

Domenica della Divina Misericordia: l’abbraccio con la bontà del Padre
Si celebra questa domenica la Festa della Divina Misericordia. Una ricorrenza istituita nella seconda domenica di Pasqua da San Giovanni Paolo II nel 2000, in occasione della canonizzazione di Santa Faustina Kowalska. Proprio alla vigilia di questa festa, il 2 aprile di 11 anni fa, moriva Papa Wojtyla. Santa Faustina, suora polacca della Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia, ebbe straordinarie rivelazioni: nel 1931, in una apparizione, Gesù le chiese di far dipingere l’immagine della sua Misericordia. Sul significato e sull’importanza della Domenica della Divina Misericordia, Elvira Ragosta,  per Radio Vaticana, ha intervistato suor Maria Rosa Lo Proto, segretaria delle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto e presidente dei gruppi di preghiera “Figli spirituali di Giovanni Paolo II”:

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R. – E’ un momento di grazia per tutta la Chiesa riscoprire questo grande fiume erompente che dà la possibilità ad ogni uomo di riconoscersi bisognoso della misericordia di Dio per rimettersi in un cammino nuovo e quindi quasi purificati, rigenerati dalle acque preziosissime della Divina Misericordia, ci possiamo ripresentare con cuore libero e gioioso ad avere l’abbraccio del Padre.

D. – Una devozione – quella alla Divina Misericordia – che nasce con l’esperienza di Suor Faustina Kowalska …
R. – Esatto. Nel suo diario, Santa Faustina ricorda di aver pianto perché il pittore ha dipinto Gesù Misericordioso non perfettamente come lei lo vedeva e Gesù la consola dicendo:

“Faustina, non preoccuparti se non mi ha fatto bene come tu volevi: la cosa importante è che coloro che guarderanno la mia immagine si abbandonino alla certezza e quindi alla gioia del mio abbraccio misericordioso”.

D. – La festa venne istituita nel 2000 da Papa Wojtyla, che morì cinque anni dopo, proprio nei Vespri della ricorrenza. Come leggere questo legame con San Giovanni Paolo II?
R. – E’ un legame che si è potuto vedere la sera del 2 aprile, quando in Piazza San Pietro migliaia di persone pregavano e invocavano il Signore per aiutarlo, perché ormai si percepiva il grande momento del suo trapasso; e quindi senz’altro anche quel tratto della Misericordia di Dio è passato attraverso di lui che pregava e si offriva per noi, unito a Maria.

D. – Alla misericordia Papa Francesco ha voluto dedicare quest’Anno giubilare; quanto è importante in questo momento storico molto particolare, la misericordia?
R. – Secondo me, lui come religioso e anche come missionario è stato ispirato, perché forse non tutti ancora abbiamo capito l’importanza di questo grande dono che ci deriva proprio dalla Passione e morte di Gesù. E c’è la famosa coroncina, tanto pregata: il Papa ne ha dato anche in omaggio in Piazza San Pietro. Ci ha fatto anche ripristinare le opere di Misericordia, corporali e spirituali, e questa è un’icona bellissima che dà a noi l’opportunità non solo di rivalorizzare un po’ quelli che sono i cardini della nostra fede, ma rivitalizzarla!

D. – Suor Maria Rosa, la festa della Divina Misericordia spiegata ai ragazzi: lei che è catechista, è stata insegnante, come ha avvicinato i giovani a questa festività? Come ha insegnato loro a pregare, in occasione di questa festività?
R. – Prima di tutto, la testimonianza e soprattutto interessare i ragazzi stessi. Presentavo quasi sempre le parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano, perché non dimentichiamoci: anche il Buon Samaritano è stato uomo di misericordia, perché è stato capace non solo di fermarsi, di ungere le ferite, ma ha caricato l’uomo ferito sul suo giumento, lo ha portato alla locanda, ha pagato di persona e ha detto all’albergatore: “Ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno”. E quindi, certamente, lui è stato misericordioso. Ma in quel Samaritano noi sappiamo che c’è Gesù, quindi si fa presto poi a leggere la misericordia, quando noi leggiamo la Parola di Dio, perché la Parola di Dio è una parola viva, è una parola di verità, è una parola che ti conquista, è una parola che non muore…

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