La Sagrada Família al tempo della febbre gialla

Posté par atempodiblog le 27 avril 2020

La Sagrada Família al tempo della febbre gialla
di Chiara Curti – L’Osservatore Romano

La Sagrada Família al tempo della febbre gialla dans Apparizioni mariane e santuari Sagrada-Famiglia
Il tempio espiatorio di Barcellona è nato mentre in città il tifo mieteva vittime

C’è un modo di dire in spagnolo: quando qualcosa sembra non finire mai si compara alla costruzione della Sagrada Familía. Dentro l’ironia tipica dei modi di dire c’è sempre una verità più profonda e un desiderio: quello di relazionare l’opera probabilmente più significativa dell’epoca moderna all’eternità. Nonostante tutto, l’andamento dei lavori aveva aperto la speranza ai costruttori che il 2026, centenario della morte di Gaudí, sarebbe stato l’anno di conclusione del cantiere. Lo scenario mondiale attuale, che mette a confronto la vita con la morte quotidianamente, mette anche in discussione molti aspetti su come sarà il nostro futuro e anche riannoda la storia della Sagrada Família a un tempo indeterminato.

Ma se l’indeterminato trasmette al cuore umano l’incertezza, l’eternità apre alla speranza. E così, mentre la pandemia che affligge il mondo ci fa temere per il futuro, la storia del tempio espiatorio può farci riflettere su una positività che s’impone dentro le disgrazie e forse ci può aiutare ad affrontare le circostanze con coraggio ed affidamento.

A chi domandava a Gaudí  quando sarebbe terminata la costruzione della chiesa, rispondeva «il mio padrone non ha fretta». Non solo si riferiva all’irregolarità delle elemosine, unica entrata del cantiere, ma anche a una storia dove l’uomo non aveva l’ultima parola, esattamente come non aveva avuto la prima. Sono ricercatrice e studio la vita e le opere di Gaudí; una specializzazione che ha trasceso la vita professionale e che si è fatta compagnia in tante situazioni. Ho letto e riletto le origini della Sagrada Família ogni volta che ho dovuto preparare qualche ciclo di lezioni alla Facultat Antoni Gaudí, qualche seminario o conferenza. Doveva toccarmi vivere in prima persona  un’epidemia per fissarmi in un dettaglio sul quale non mi ero mai soffermata: la Sagrada Família nasce proprio durante una epidemia che colpisce particolarmente Barcellona, la febbre gialla, il tifo, totalmente sconosciuto in Europa.

È il 1870, la città di Barcellona vive la sua massima espansione grazie alla seconda rivoluzione industriale. La città passa da una popolazione nell’ordine dei trecentomila abitanti ad averne un milione: sono immigranti, necessari alle nuove industrie e bisognosi di lavorare. Sono persone povere che da una parte trovano un lavoro e dall’altra vivono in condizioni di miseria estrema. Trovano in san Giuseppe il santo che con loro condivide il lavoro, la povertà e l’emigrare. La sua devozione si diffonde nei quartieri più umili. La rivoluzione industriale e la ricchezza che introduce nei poli industriali porta con sé anche un senso di onnipotenza dove finalmente sembra potersi realizzare qualsiasi impresa.

Ma arriva il tifo, che s’insedia nei quartieri più poveri, ma uccide anche molti giovani della borghesia. La città di Barcellona si desertifica: i poveri senza lavoro muoiono in casa o in accampamenti preparati fuori dalla città e le famiglie benestanti si trasferiscono nelle residenze estive.

Josep Maria Bocabella è un libraio, attento alla società in continuo mutamento. È l’editore papale, ossia colui che, in diretto contatto con la Santa Sede, pubblica sia i testi promulgati dal Papa che quelli relativi ai temi che più lo preoccupano. Certamente Pio IX è stato un Papa molto preoccupato per la questione sociale e molto devoto a san Giuseppe, che dichiara patrono della Chiesa universale. Quante analogie con il nostro tempo!

Davanti al vuoto che si crea durante l’epidemia, sorge nell’editore barcellonese l’intuizione di creare un’associazione spirituale: spirituale così che almeno spiritualmente si possa stare insieme, superando le distanze provocate dall’epidemia e della situazione politica.

Vanno da Pio IX con un obolo e iniziano una peregrinazione che tocca prima il Santuario di Loreto e poi quello di Montserrat dove maturano il proposito di una nuova iniziativa: costruire una chiesa, una chiesa espiatoria, ossia che si finanzi unicamente con l’elemosina.

I devoti di san Giuseppe sono numerosissimi, ma l’associazione trova difficoltà anche per le cose più semplici: inizialmente non ha iscritti e i più stretti collaboratori non credono nelle iniziative proposte. Tornano dal Papa che, dopo essersi iscritto lui stesso all’associazione per darle nuovo slancio regala loro un suo vestito per venderlo e così poter raccogliere fondi: cosa che non porta a nessun risultato, come le altre iniziative.

Ecco allora la sorpresa: Josep Maria Bocabella non si scoraggia, ma anzi pubblica un articolo dove scrive «Questo va molto bene!» — sì, dice proprio così — «se le nostre gestioni fossero state immediatamente determinate per il successo, avremmo potuto credere che la chiesa dei nostri sogni fosse cosa nostra. La Provvidenza ci ha appena detto che vuole che sia opera sua; opera di Dio, non di uomini, e che si farà quando Dio vorrà. Continuiamo quindi con fede. Costruiamo la casa di Dio e non una chiesa qualsiasi, e un tempio che sia un gran tempio». Solo quattro anni dopo la Provvidenza inizierà a operare in favore del progetto.

Da un’intervista degli anni Cinquanta fatta a una coppia di anziani, allora novantenni, testimoni della collocazione della prima pietra della Sagrada Família, emerge tutta la “trascendenza” di questo gesto: il terreno si trovava in aperta campagna e la cerimonia fu particolarmente solenne. Tre alti mastili sostenevano la bandiera nazionale e quella papale, dando un aspetto di festa e solennità, in contrasto con l’umilissimo insediamento conosciuto come El Poblet.

Nell’intervista i due anziani raccontano che nei giorni dell’epidemia della febbre gialla non ci fu neanche un caso nel Poblet «per le preghiere dirette a san Rocco» che è il protettore dalle epidemie. Così nasce la speranza che le circostanze non siano l’unico fattore determinante, per chi chiede, e non teme un “indeterminato” che ancora non conosce, ma fa risiedere la sua speranza nell’eternità.

Ricordo che una volta, tornando a casa un po’ in ritardo dal lavoro, mi sono scusata con le mie figlie spiegando che mi ero fermata a pregare sulla tomba di Gaudí. Mia figlia minore, Francesca, di sei anni, scoppia a piangere dicendo «ma quando è morto?». Sentendone tanto parlare, pensava fosse ancora vivo.

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O solitudine, momenti della più intensa compagnia

Posté par atempodiblog le 26 avril 2020

O solitudine, momenti della più intensa compagnia dans Citazioni, frasi e pensieri Ges-e-Faustina

Solitudine, i miei momenti preferiti.
Solitudine, ma sempre con Te, o Gesù e Signore.
Accanto al Tuo Cuore il tempo mi passa piacevolmente
E la mia anima trova il suo riposo.

Quando il cuore è colmo di Te e pieno d’amore,
E l’anima arde d’un fuoco puro,
Anche nel massimo abbandono non sente la solitudine,
Poiché riposa nel Tuo grembo.

O solitudine, momenti della più intensa compagnia,
Benché abbandonata da tutte le creature,
M’immergo tutta nell’oceano della Tua Divinità,
E Tu ascolti dolcemente le mie confidenze.

Santa Faustina Kowalska

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La natura non è nostra madre, ma nostra sorella

Posté par atempodiblog le 22 avril 2020

La natura non è nostra madre, ma nostra sorella dans Citazioni, frasi e pensieri Chesterton

“Il punto principale del cristianesimo è sempre stato questo: la natura non è nostra madre, ma nostra sorella; possiamo essere fieri della sua bellezza, dal momento che abbiamo lo stesso Padre, ma essa non ha autorità su di noi; dobbiamo ammirarla. Ciò aggiunge alla gioia tipicamente cristiana su questa terra uno strano tocco di leggerezza ch’è quasi frivolezza. [...] Per san Francesco la natura è una sorella, e anche una sorella più giovane, una piccola sorella che danza per farci sorridere e per essere amata”.

Gilbert Keith Chesterton

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Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta

Posté par atempodiblog le 21 avril 2020

Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta
La Cei comunica che l’1 maggio affiderà l’Italia a Maria. Bene, ma solo a metà. Perché molti fedeli, e prima di loro la Madonna, chiedono una consacrazione. Ma questa è avversata da certi ambienti teologici. Eppure sono le Scritture a parlarci di una discendenza della Donna, indicando che è Dio stesso a volere che la consacrazione a Lui passi attraverso Lei. Perché i vescovi resistono alla volontà divina?
di Luisella Scrosati  – La nuova Bussola Quotidiana

Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta dans Articoli di Giornali e News Sacro-Cuore-di-Maria

«Raccogliendo la proposta e la sollecitazione di tanti fedeli, la Conferenza Episcopale Italiana affida l’intero Paese alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza. Lo farà venerdì primo maggio, alle ore 21, con un momento di preghiera, nella basilica di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio (diocesi di Cremona, provincia di Bergamo). La scelta della data e del luogo è estremamente simbolica».

È questo il comunicato che la Conferenza Episcopale Italiana ha emesso nella giornata di ieri. Il cardinal Gualtiero Bassetti, in un breve video, ha sottolineato che l’iniziativa vuole essere la risposta alle richieste di numerosi fedeli: «Spesso è il gregge, il popolo cristiano che spinge i pastori, com’è avvenuto in questo caso», ha sottolineato il cardinale.

Si tratta di oltre 300 lettere, rivolte direttamente a lui, in qualità di presidente della Cei, il cui contenuto è così sintetizzato da Bassetti: «Perché non dedicate al Cuore Immacolato di Maria la nostra Nazione, tutte le persone che soffrono per questa epidemia, tutti coloro che lavorano negli ospedali… perché non affidarli tutti a Maria, la Nazione intera?».

Siamo contenti che i vescovi italiani abbiano deciso di rispondere al grido del popolo di Dio, loro affidato; però, siamo contenti a metà. Anzi, un quarto. A metà, perché il cardinale sta bene attento a non utilizzare quel termine che in moltissime petizioni che gli sono arrivate era scritto, nero su bianco: consacrare. Molte persone hanno esplicitamente chiesto di consacrare, non di dedicare o affidare. E non è una questione di lana caprina, come vedremo. E poi, metà della metà, perché quello che i fedeli hanno domandato, lo hanno fatto non per qualche strana idea peregrina, ma in risposta a quello che la Santissima Vergine continua, in numerose apparizioni riconosciute dalla stessa Chiesa, a chiedere da decenni: consacrare e consacrarsi al suo Cuore Immacolato.

Da un po’ di tempo a questa parte, negli ambienti teologici e gerarchici, pare che si stia bene attenti a scansare l’idea di una consacrazione alla Madonna. La ragione? Più o meno le solite che sentiamo ripetere dalle correnti mariologiche minimaliste: ci si consacra solo a Dio, occorre evitare di porre figure “parallele” a Dio e a Gesù Cristo, etc. Quindi niente corredentrici, niente mediatrici, niente consacrazioni mariane. Questa terminologia popolare è tutt’al più tollerata, ma occorre evitarla accuratamente negli atti e negli insegnamenti ufficiali.

Apripista della corrente teologica che porterà di fatto ad eliminare la terminologia di una vera e propria consacrazione a Maria, può essere considerato il teologo gesuita Juan Alfaro (1914-1993). In una sua comunicazione alle congregazioni mariane del 1963, il teologo spagnolo spiegava appunto che «una consacrazione propriamente detta non si fa se non a una persona divina perché la consacrazione è un atto di latria, il cui termine finale può essere unicamente Iddio». La consacrazione alla Madonna dev’essere considerata in senso largo, o improprio, «come riconoscimento della nostra dipendenza da lei, come affermazione della sua dignità suprema fra le persone create». In sostanza un affidamento.

È chiaro che una tale incomprensione non poteva che avviare quel processo, nemmeno troppo lungo, che ha di fatto portato a sostituire il termine “consacrazione” con quello di “affidamento”. Diffidata la consacrazione, si è consacrato l’affidamento.

Eppure, la fede dei semplici continua a persistere nel fare atti di consacrazione di se stessi, della propria famiglia, delle attività alla Madonna, forte del suo istinto soprannaturale e della conferma del Cielo stesso, per bocca della Vergine Maria e di molti santi, dal Montfort, a Padre Pio, a san Massimiliano Kolbe.

La consacrazione indica un doppio movimento: di separazione e di totale appartenenza; consacrare una chiesa significa sottrarla all’uso profano, per dedicarla esclusivamente al culto di Dio (sarà bene ricordarlo più spesso); la consacrazione religiosa, indica una separazione dal mondo per appartenere esclusivamente a Dio. E così via.

Allora è chiaro che il termine a quo è una realtà profana, mondana, che si intende lasciare, e il termine ad quem è Dio stesso, il suo servizio, la sua adorazione. E così sembrerebbero aver ragione quanti ritengono che la consacrazione possa essere solo a Dio.

Il punto è però che Dio stesso ha stabilito che tale consacrazione a Lui passi attraverso la consacrazione a Lei. È fondamentale capire che questa volontà divina, che si va esprimendo con chiarezza in questi tempi travagliati della storia dell’uomo, è rivelata nelle Scritture stesse, al punto da costituirne l’incipit e la conclusione. Esistono due stirpi, due discendenze antagoniste (cfr. Gen 3, 15) – quella della Donna e quella del serpente – tra le quali è stata costituita un’inimicizia radicale e perpetua; l’una insidiata, l’altra insidiatrice; eppure l’una vittoriosa, l’altra sconfitta. È solo chi appartiene alla stirpe di Lei a poter vincere la stirpe del serpente.

Poi la Donna “ritorna” nel capitolo 12 del libro dell’Apocalisse, rivestita di sole. Attenzione al versetto 17: «Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù». Ricompare quella stirpe, quella discendenza, che – anche questa volta – non è designata come stirpe di Dio, di Gesù Cristo, ma come discendenza/stirpe della Donna.

In questi due brani, Dio, in un certo senso, si mette sullo sfondo e lascia che il suo popolo, i figli da Lui redenti, siano definiti come stirpe/discendenza della Donna: e solo chi è discendenza della Donna è anche discendenza di Dio. Quello che scandalizza certi teologi è di fatto fondato nelle e legittimato dalle Sacre Scritture. E che questa Donna sia la Santissima Vergine risulta chiaramente dal Vangelo di Giovanni, prima alle nozze di Cana di Galilea (cfr. Gv 2, 4), e poi, in modo ancora più pregnante, sotto la Croce (cfr. Gv 19, 26). Basti accennare al fatto che l’atto del discepolo di accogliere tra i suoi beni, o tra ciò che gli è proprio, la Madre, richiama quello dell’accoglienza di Cristo. Il verbo utilizzato in Gv 19, 26 – λαμβάνω – è il medesimo che troviamo in Gv 1, 12 («A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio»).

La consacrazione a Maria risponde dunque pienamente a questo progetto divino: solo chi appartiene alla stirpe della Donna viene sottratto a quel mondo che è sotto il potere del maligno, e viene a Dio (cfr. 1Gv 5, 19); anzi, viene da Dio: «Chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca» (1Gv 5, 18). Esattamente il linguaggio di Genesi 3 e Apocalisse 12. Solo chi accoglie Maria come Madre, si lascia cioè generare da Lei, accoglie Cristo e viene generato da Lui. Perché i vescovi continuano a opporre resistenza alla volontà di Dio?

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Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano

Posté par atempodiblog le 18 avril 2020

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano
“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. A maggior ragione in questi tempi duri in cui il popolo ha bisogno di speranza e consolazione ». Proprio la morte di due suoi amici preti per coronavirus ha fatto decidere il vescovo Peter Baldacchino a riprendere la celebrazione delle Messe con popolo. Ragioni che servono da guida.
di Angela Pellicciari – La nuova Bussola Quotidiana

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano dans Angela Pellicciari Vescovo-Peter-Baldacchino

“Siamo stati chiamati da Cristo e ordinati per servire il popolo della diocesi di Las Cruces (New Mexico), per portare speranza e consolazione in questo tempo difficile”: con queste parole Peter Baldacchino, unico vescovo a farlo negli Usa, ha deciso di tornare a celebrare messe in pubblico e ha sollecitato i preti della sua diocesi a fare altrettanto, naturalmente nel rispetto delle precauzioni previste dallo stato.

Baldacchino non è un incosciente, un ingenuo sprovveduto, che non conosce il dolore distribuito a piene mani dal coronavirus. Tutt’altro. Nella lettera che ha scritto ai fedeli della diocesi, ha specificato che è stato proprio l’eroico sacrificio di due fra i suoi più cari amici preti, morti di coronavirus, a spingerlo a rivedere la sua precedente posizione.

“Mentre è certo che dobbiamo prendere ogni ragionevole precauzione per ridurre il contagio del coronavirus, è altrettanto certo che, come preti, dobbiamo offrire alla popolazione il servizio più importante ed essenziale di tutti. Le passate settimane hanno mostrato come siano molte le conseguenze non previste della politica dello stare a casa”: le richieste di aiuto ai servizi che si occupano di salute mentale sono aumentate dell’891%, mentre sono cresciute a livello esponenziale le violenze praticate all’interno delle mura domestiche.  “Per parlare con schiettezza”, le persone chiuse in casa, con incerte prospettive di lavoro, col terrore di ammalarsi, “hanno soprattutto bisogno di una parola di speranza”.

“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. È proprio l’urgenza di questa notizia che ha mosso gli apostoli ad evangelizzare, e questa urgenza non è certo diminuita ai nostri giorni. Cristo è vivo e noi siamo i suoi ambasciatori”. Le messe televisive, ha constatato, hanno rappresentato un tentativo per colmare un vuoto, “ma sono sempre più convinto che non siano sufficienti”.

Il vescovo della piccola diocesi di Las Cruces ha poi toccato un punto delicato che non riguarda il singolo stato del New Mexico e nemmeno i soli Stati Uniti: Baldacchino ha ricordato come recentemente lo stato del New Mexico abbia escluso le chiese dal novero dei “servizi essenziali”: “Io dissento con tutta la forza. A me sembra che mentre facciamo il conto giornaliero delle vittime dell’epidemia, ci dimentichiamo di quanti sono quelli che sono morti spiritualmente”. I preti “possono e debbono continuare ad esercitare il loro ministero. I fedeli non debbono essere privati dei sacramenti, in modo particolare quando sono in pericolo di vita”.

Da quando esiste, la Chiesa si confronta col potere temporale. Da quando esiste la Chiesa difende la sua libertà nei confronti del potere temporale. Da quando esiste la Chiesa espone la vita dei propri ministri (e non solo) in difesa della libertà religiosa. In difesa dell’annuncio della vittoria sulla morte.

I cristiani non possono piegarsi supinamente alle disposizioni di quanti considerano la realtà terrena l’unica di cui valga la pena di tenere conto.

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UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio

Posté par atempodiblog le 15 avril 2020

UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio
Un curioso episodio in Piazza del Duomo a Milano: due contadini sono arrivati in trattore con una statua della Madonna
di Renato Farina – Il Sussidiario
Tratto da: Radio Maria

UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio dans Articoli di Giornali e News Trattore-davanti-al-Duomo

Esiste un’Italia che è un mistero. È quella che ha il cuore di un bambino. Guardandola in azione si resta sorpresi della sua esistenza, che è una promessa di rinascita.

Le immagini mostrano un trattore verde e pulito in piazza Duomo a Milano. Sul cui muso sta posata, come la polena di una nave vichinga, la statua della Madonna di Fatima, sui fianchi sono appesi i poster di Gesù benedicente e del suo Sacro Cuore. Un uomo, nella giacca di fustagno marrone dei contadini e il cappello della festa, scende e tiene in mano un cero da accendere davanti alla chiesa madre dei lombardi, con la Madonnina tutta d’oro puntata in cielo e con le braccia larghe ad accogliere noi che stiamo giù.

Ecco, salta giù dal trattore il guidatore in tuta da lavoro in campagna. Si mette in ginocchio accanto al suo compagno di pellegrinaggio. Venivano dai campi di Pavia. Avevano la mascherina, non facevano ressa o moltitudine. Erano convinti di essere in regola con le leggi.

La polizia municipale li ha avvicinati. Ha spiegato che questa gita era vietata, non si può di questi tempi. Ma neppure in tempi normali sarebbe stato consentito! Un trattore in piazza Duomo, ma quando mai. L’ultimo che aveva fatto questo tipo di scorribande era stato il camilliano Fratel Ettore Boschini. Piazzava la statua della Madonna di Fatima sul tettuccio della sua scassata utilitaria francese e con l’alto parlante invitava a pregare in Duomo il Rosario. I ghisa lo lasciavano passare, Fratel Ettore soccorreva i barboni, spingeva chiunque ad accorgersi dei poveri intorno. Ora per lui è aperta la causa di beatificazione. Così alla Pasqua dell’Angelo.

Quante cose ci dice questa storia fuori dai canoni della Milano ipermoderna. Esiste una fede popolare, senza ira, senza odio per nessuno, la quale sa che il cambiamento, la guarigione dall’epidemia, la salvezza eterna che comincia ora ha per protagonista la preghiera, la mendicanza a Cristo e a sua Madre Maria. Risponderà il buon Dio? Questi due pellegrini pavesi sono già parte di questa risposta. Non so come ma il Divino si rende presente in questa umanità che si offre come il pane e il vino al nostro sguardo desolato.

Ora un po’ meno desolato grazie a quei due contadini. I quali – multati o no, non sappiamo – sono rientrati a casa come se tornassero dal Santo Sepolcro di Gerusalemme. Che la Madonna li esaudisca.

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Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio

Posté par atempodiblog le 13 avril 2020

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio
Cosa ci insegna il Coronavirus, nel tempo presente e per il futuro? Come si può leggere, su un piano spirituale, il momento di prova che l’intera umanità sta attraversando?
Interrogato in tal senso dal settimanale francese Actuelles di Valeurs, il cardinale Robert Sarah ha proposto un’analisi ampia e profonda della situazione in cui siamo immersi.
di Giulia Tanel – Il Timone

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Robert-Sarah

DALL’ONNIPOTENZA, ALL’IMPOTENZA. DAL RUMORE, AL SILENZIO
Innanzitutto, secondo quanto riporta il Tagespost, il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha rilevato come il Coronavirus, nella sua infinitesima piccolezza, abbia in poche settimane messo in ginocchio l’Occidente materialista, rilevandone la sua estrema vulnerabilità. L’uomo che si credeva onnipotente, si è risvegliato indifeso e si è (ri)scoperto mortale. E anche quanto fino a un momento fa sembrava essere imprescindibile nella sua importanza, fagocitando la quasi totalità del nostro tempo, si è rivelato «irrilevante e ozioso». In definitiva, insomma, tutto il sistema di pensiero mainstream si è dimostrato essere «incoerente, fragile e privo di contenuti». 

L’UOMO, ESSERE IN RELAZIONE
Oltre a questo, la situazione di isolamento cui la pandemia in atto ci ha costretti ha messo in evidenza il bisogno di relazione proprio dell’uomo. Contro il mito dell’indipendenza, da tutti e da tutto, il Coronavirus ha rimescolato le carte: non solo ha mostrato che l’uomo è dipendente dalle leggi di natura, ma anche non può prescindere dalla relazione con il prossimo e, in ottica di fede, con Dio. La verità, infatti, è che «siamo realmente e specificamente dipendenti l’uno dall’altro. Se tutto si rompe, i legami del matrimonio, della famiglia e dell’amicizia rimangono. Abbiamo riscoperto che come membri di una nazione siamo collegati attraverso connessioni invisibili ma reali. In particolare, abbiamo riscoperto di essere dipendenti da Dio».

L’APPELLO ALLA PREGHIERA, ALLA RELAZIONE CON DIO
Ed è proprio la relazione con Dio che costituisce il punto centrale dell’intervento di Sarah, con un richiamo forte a sfruttare il silenzio in cui siamo costretti per pregare. Solamente stando uniti al Signore, infatti, è possibile vivere nella verità, senza ergersi a padroni del mondo e nel contempo senza farsi abbagliare dalle diverse ideologie. Il Coronavirus passerà, e ci auguriamo che questo succeda presto, ma nulla sarà stato vano se vi avrà permesso di muovere un ulteriore passo nel cammino quotidiano alla conversione.

FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA
Naturalmente, la preghiera non è solo quella personale, bensì anche quella condivisa in famiglia. Perché, domanda il cardinale, non cogliere questa occasione di isolamento e di assenza forzata alla partecipazione alla Santa Messa come un’opportunità per pregare e per «trasformare la nostra famiglia e la nostra casa in una chiesa domestica?». Inoltre, riporta la CNA, «è tempo che i padri imparino a benedire i propri figli. I cristiani, privati ​​dell’Eucaristia, si rendono conto di quanta comunione sia stata una grazia per loro. Li incoraggio a praticare l’adorazione da casa, perché non c’è vita cristiana senza vita sacramentale».

L’IMPORTANZA DEI SACERDOTI E DEI SACRAMENTI
L’uomo è fatto di anima e di corpo. Per questo, ha affermato Sarah, «i sacerdoti devono fare tutto il possibile per rimanere vicini ai fedeli. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per aiutare i morenti, senza complicare il compito dei custodi e delle autorità civili». «Ma nessuno», ha continuato, «ha il diritto di privare una persona malata o morente dell’assistenza spirituale di un sacerdote. È un diritto assoluto e inalienabile».

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La fede invitta di Maria

Posté par atempodiblog le 11 avril 2020

La fede invitta di Maria dans Commenti al Vangelo La-piet-di-Michelangelo

Tu hai creduto che era il Figlio di Dio Colui che supplicava Dio di non abbandonarLo. Mentre, spezzata dal dolore, Tu Madre, morta col Figlio, tenevi in grembo il Suo corpo senza vita con lo stesso amore con cui lo tenevi da bambino. Tu sola hai creduto con l’eroismo della fede più grande di quella di Abramo, nella gloria imminente della Resurrezione.

Da dove la sorgente segreta della Tua fede vittoriosa che ha consentito a Dio di diventare uomo, affinché l’uomo fosse partecipe della divina natura?

Come potremo noi, uomini di poca fede, sballottati dalle onde del dubbio e dell’incertezza, in ricerca continua di umane sicurezze, trovare un appoggio sicuro per credere?

La fede invitta di Maria sgorga come acqua trasparente dalle sorgenti inesauribili della sua profondissima umiltà.

Un cuore umile, puro e semplice, crede con la fiducia di un bimbo ad ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Anche la Vergine ha udito il sibilo del serpente infrangere l’altissimo silenzio dell’anima che accoglie e medita la Parola di Verità ma il Suo Cuore neppure per un istante ha distolto lo sguardo dalla divina contemplazione per posarsi sui sinuosi ragionamenti dell’antico e viscido seduttore.

 A noi esseri instabili ma assetati di certezze concedi o Vergine fedele di attingere con le labbra alle sorgenti chiare e fresche della Tua umile fede.

di Padre  Livio Fanzaga – Magnificat. Il poema di Maria, ed. SugarCo

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Novena alla Divina Misericordia (dal 10 al 18 aprile 2020)

Posté par atempodiblog le 10 avril 2020

Novena alla Divina Misericordia (dal 25 marzo al 2 aprile 2016) dans Fede, morale e teologia Ges-confido-in-Te

La Festa della Divina Misericordia, secondo le apparizioni di Gesù a santa Faustina, deve essere preceduta da una novena, che va recitata ogni giorno a partire dal Venerdì Santo per nove giorni consecutivi, fino al sabato precedente la Festa della Misericordia (seconda Domenica di Pasqua, dal 10 al 18 aprile 2020, ndr).

Gesù per due volte espresse il desiderio che la sua confidente, attraverso una preghiera di nove giorni, si preparasse a questa Solennità. La Santa ci ha trasmesso la promessa del Salvatore rivolta a tutti i fedeli e contenuta in queste parole: “Durante questa novena elargirò alle anime grazie di ogni genere”.

Sebbene il tempo tra il Venerdì Santo e la seconda Domenica di Pasqua possegga un particolare privilegio, tuttavia la novena alla Divina Misericordia può essere recitata anche in qualsiasi altro periodo dell’anno. (Radio Maria)

Per recitare la novena cliccare qui Freccia dans Viaggi & Vacanze NOVENA ALLA DIVINA MISERICORDIA

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Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati

Posté par atempodiblog le 9 avril 2020

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati
Nell’Ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia e fonda il sacerdozio. E Papa Francesco nella Messa in Coena Domini ricorda la santità di tanti parroci anonimi e coloro che si sono sacrificati soprattutto in questo periodo di pandemia. A tutti raccomanda: sperimentate il perdono di Dio e perdonate con generosità
di Adriana Masotti – Vatican News

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati dans Commenti al Vangelo Santo-Padre

Un Giovedì Santo davvero particolare quello di quest’anno a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che ha stravolto in poco tempo la vita di tutti. Anche i giorni del Triduo Pasquale, al centro della calendario liturgico, i più importanti per i cristiani, vedranno le chiese aperte ma le celebrazioni senza la presenza dei fedeli. Sarà così anche per le celebrazioni liturgiche di Papa Francesco. Il Papa non ha presieduto stamattina la Messa del Crisma con i sacerdoti di Roma, ma alle 18, all’altare della Cattedra in San Pietro, celebra la Messa in Coena Domini, che fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

La Basilica solo in apparenza vuota
La Basilica vaticana è vuota, con il Papa che indossa i paramenti di colore bianco, solo poche persone: i lettori, i cantori, alcuni sacerdoti e alcune religiose, un vescovo e il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, tutti a distanza di sicurezza. Omesso il tradizionale rito della lavanda dei piedi che gli anni scorsi vedevano Francesco ripetere il gesto di Gesù a carcerati, poveri e rifugiati. L’ultima volta lo aveva fatto nella Casa Circondariale di Velletri o, nel 2018, in quella romana di Regina Coeli. Eppure, tramite i media sono probabilmente molto più numerosi del solito coloro che oggi partecipano alla Messa.

Gesù amò i suoi fino alla fine
Ad aprire la celebrazione è il canto del Gloria. La prima Lettura è tratta dal Libro dell’Esodo e riferisce le prescrizioni date dal Signore al suo popolo, per mezzo di Mosè e Aronne, per la cena pasquale. La seconda è un brano della seconda Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi che ai fedeli ricorda: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga”. La pagina del Vangelo secondo Giovanni è la descrizione dell’Ultima cena di Gesù con i suoi che, scrive, “amò fino alla fine”.

Eucaristia, servizio, unzione
Il Papa tiene l’omelia a braccio. Sottolinea tre parole che sono tre realtà al centro del Giovedì Santo: l’Eucaristia, il servizio, l’unzione. Il Signore vuole rimanere con noi, nell’Eucaristia, afferma Francesco, e noi diventiamo il suo tabernacolo. Gesù, continua, arriva a dire che “se non mangiamo il suo corpo e non beviamo il suo sangue, non entreremo nel Regno dei Cieli”. Ma per entrare nel Regno dei Cieli è necessaria anche la dimensione del servizio e Francesco prosegue:

Servire, sì, tutti. Ma il Signore, in quello scambio di parole che ha avuto con Pietro, gli fa capire che per entrare nel Regno dei Cieli dobbiamo lasciare che il Signore ci serva, che sia il Servo di Dio servo di noi. E questo è difficile da capire.

La grazia del sacerdozio
E poi il sacerdozio: il Papa dice che oggi desidera essere vicino a tutti i sacerdoti. Tutti dal primo all’ultimo, dice, siamo unti dal Signore, unti per celebrare l’Eucaristia e per servire. E se non è stato possibile oggi celebrare la Messa crismale con i sacerdoti, in questa di stasera il Papa vuole ricordare i sacerdoti, specie quelli che offrono la vita per il Signore, e che si fanno servitori degli altri. Ricorda le molte decine di sacerdoti che sono morti in Italia a causa del Covid-19, prestando servizio agli ammalati, assieme ai medici e al personale sanitario. “sono i Santi della porta accanto”, capaci di dare la vita. E poi ci sono i sacerdoti che prestano servizio nelle carceri o quelli che vanno lontano per portare il Vangelo e muoiono lì, quindi e prosegue:

Diceva un vescovo che la prima cosa che lui faceva, quando arrivava in questi posti di missione, era andare al cimitero e mettere sulla tomba dei sacerdoti che hanno lasciato la vita lì, giovani, per la peste del posto: non erano preparati, non avevano gli anticorpi, loro; nessuno ne conosce il nome.

Porto all’altare con me tutti i sacerdoti
Tanti i sacerdoti anonimi, i parroci di campagna o nei paesini di montagna, sacerdoti che conoscono la gente. “Oggi vi porto nel mio cuore e vi porto all’altare”, afferma Papa Francesco. E poi ci sono i sacerdoti calunniati che per strada vengono insultati:

Tante volte succede oggi, non possono andare in strada perché dicono loro cose brutte in riferimento al dramma che abbiamo vissuto con la scoperta dei sacerdoti che hanno fatto cose brutte.

Chiedere perdono e perdonare
Cita poi i sacerdoti, i vescovi e lui stesso “che non si dimenticano di chiedere perdono” perché “tutti siamo peccatori”.  E poi i sacerdoti in crisi, nell’oscurità. A tutti raccomanda solo una cosa: “non siate testardi come Pietro. Lasciatevi lavare i piedi. Il Signore è il vostro servo, Lui è vicino a voi per darvi la forza, per lavarvi i piedi”. Dall’essere perdonati a perdonare il peccato degli altri. Papa Francesco raccomanda un “cuore grande di generosità nel perdono” sull’esempio di Cristo.

Lì c’è il perdono di tutti. Siate coraggiosi. Anche nel rischiare nel perdonare, per consolare. E se non potete dare un perdono sacramentale in quel momento, almeno date la consolazione di un fratello che accompagna e lascia la porta aperta perché torni.

Il Papa conclude ringraziando il Signore per il sacerdozio e per i sacerdoti e dice infine: “Gesù vi vuole bene. Soltanto chiede che voi vi lasciate lavare i piedi”.

La preghiera al Signore perché vinca il male
Al momento della preghiera dei fedeli un diacono presenta cinque intenzioni. Si prega per la Chiesa perché “annunci a ogni uomo che solo in te c’è salvezza”; la seconda supplica il Signore di sostenere “le sofferenze dei popoli” e perché “i governanti cerchino il vero bene e le persone ritrovino speranza e pace ». La terza è per i sacerdoti perché siano “un riflesso vivo del sacrificio che celebrano e servano i fratelli con generosa dedizione”. Nella quarta si prega per i giovani, perché il Signore tocchi il loro cuore e loro lo seguano “sulla via della croce”, scoprendo “che solo in te c’è libertà, gioia e vita piena”. Infine si chiede a Dio di consolare l’umanità afflitta “con la certezza della tua vittoria sul male: guarisci i malati, consola i poveri e tutti libera da epidemie, violenze ed egoismi”. Una preghiera quanto mai attuale in mezzo alla ‘tempesta’ in cui stiamo vivendo.

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La potenza dei simboli

Posté par atempodiblog le 7 avril 2020

La potenza dei simboli
Non è indispensabile credere per capire perché, di fronte alla forza della natura maligna, a una catastrofe, a un’epidemia, gli esseri umani di tutti i tempi si siano sempre raccolti intorno a un rito religioso
di Antonio Polito – Corriere della Sera

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Ha suscitato scandalo la proposta di Salvini di riaprire le chiese a Pasqua. Non altrettanto scandalo aveva suscitato l’idea di Renzi di riaprire le librerie, né quella della Confindustria di tenere aperte le imprese. Il leader della Lega mescola certo con troppa superficialità il profano della politica con il sacro della preghiera. E le esigenze di distanziamento sociale rendono evidentemente impossibile ciò che chiede. Ma le reazioni che ha ricevuto, quasi sdegnate, fanno riflettere. La paradossale verità è che oggi cultura e industria ci appaiono strumenti di rinascita e riscatto più idonei della religione. Il processo di secolarizzazione, anche nel Paese più cattolico d’Europa, ha ormai espunto la fede dal dibattito pubblico, come se fosse un sentimento privato, rispettato sì, ma in definitiva inutile al corpo sociale.

Invece il sacro è sempre stato un formidabile strumento di tenuta e coesione delle società umane, e forse è addirittura nato per questo scopo. Émile Durkheim, il fondatore della sociologia, definiva la religione «una cosa eminentemente sociale», il modo con cui le comunità degli uomini, attraverso credenze e riti, costruivano la propria rappresentazione collettiva.

Non è dunque neanche indispensabile credere per capire perché, di fronte alla forza della natura maligna, a una catastrofe, a un’epidemia, gli esseri umani di tutti i tempi si siano sempre raccolti intorno a un rito religioso, in preda al timore di Dio e sperando nel suo aiuto. Il caso, o forse la Provvidenza, ci mettono oggi proprio davanti agli occhi la potente forza simbolica del sacro. La settimana santa e i suoi riti accompagnano infatti con una singolare corrispondenza cronologica le vicende della pandemia. La Quaresima era cominciata insieme con la quarantena: il governo chiuse Codogno tre giorni prima del Mercoledì delle Ceneri. Possiamo sperare allora che la fine di questo periodo di penitenza annunci anche l’inizio della fine della nostra Passione, e che si apra la settimana decisiva per la discesa della famigerata curva? E si può immaginare una metafora più calzante della Resurrezione per il nostro disperato bisogno di un nuovo inizio? Prima ancora di Cristo, ci pensavano del resto le feste pagane a celebrare, a questo punto dell’anno, il rito primaverile della rinascita della terra; e la Pasqua ebraica ricorda anch’essa una liberazione: quella del popolo di Dio dalla prigionia in Egitto.

I miti e i riti servono agli uomini. Anche ai contemporanei, di solito così sicuri di sé ma oggi all’improvviso sconvolti dalla scoperta di non essere invincibili, di dover convivere sulla Terra con specie molto più antiche ed efficienti nel combattere la battaglia per la sopravvivenza, come i virus. Dunque teniamo pure le chiese chiuse, se non si può prendere la comunione con la mascherina e scambiarsi il segno della pace durante la messa. Ma ricordiamo anche che questa è forse la prima volta dall’editto di Costantino che in Italia si celebrerà la Pasqua a porte chiuse. Seguiremo la Via Crucis in streaming, invece che nelle mille processioni popolari del Venerdì Santo. Pregheremo magari «in bagno o in cucina», come ci suggerisce Fiorello. Ma ci basta sentire ogni giorno il suono delle campane, di nuovo riconoscibile nel silenzio assordante delle nostre città, per capire che non sarà la stessa cosa, perché «ecclesia» vuol dire comunità.

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Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma

Posté par atempodiblog le 4 avril 2020

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma
Lettera tratta da: Vatican News

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma dans Cardinale Mauro Piacenza Card-Mauro-Piacenza

Lettera del cardinale Penitenziere in occasione della Pasqua: nell’emergenza provocata dalla pandemia,“Dio non si distanzia

La misericordia non si ferma. È questo il leitmotiv della lettera che il cardinale Mauro Piacenza ha inviato ai penitenzieri e confessori in occasione della Pasqua.

La riflessione del penitenziere maggiore prende le mosse dalle difficoltà che l’emergenza pandemia provoca anche nella vita delle comunità cristiane, con le attuali restrizioni in atto in moltissimi Paesi per arginare la propagazione del contagio. Ma, sottolinea appunto il cardinale, «la misericordia non si ferma e Dio non si distanzia». Infatti, sottolinea, il distanziamento sociale «richiesto per motivi sanitari, pur necessario», non può, «né deve mai tradursi in distanziamento ecclesiale».

Il cardinale ricorda in proposito che, qualora fosse impossibile «la celebrazione ordinaria del sacramento», i confessori sono chiamati «a pregare, a consolare, a presentare le anime alla divina misericordia», adempiendo al loro «ruolo sacerdotale di intercessori». In questi momenti più che mai, infatti, tutti hanno «bisogno della prossimità e della “carezza” di Gesù».

Il porporato sottolinea lo sforzo di quanti, in questi tempi di epidemia, si impegnano a rendere più creativa la pastorale per cercare di farsi prossimi al «popolo loro affidato, dando testimonianza di fede, di coraggio, di paternità». La misericordia si rende concreta anche nei «piccoli gesti di tenerezza e di amore compiuti verso i più poveri», in particolare «verso i morenti nelle corsie d’ospedale, verso gli operatori sanitari, verso chi è solo ed impaurito, verso chi non ha una casa nella quale trascorrere il tempo della quarantena o chi non riesce ad avere il necessario per sopravvivere».

Tutto ciò è vivificato dal sacrificio della messa, seppure «celebrata senza la presenza fisica del popolo, dalla quale scaturisce ogni grazia per la Chiesa e per il mondo». Grazie alla Croce, sottolinea il porporato, è donata a tutti gli uomini «la possibilità della salvezza e della riconciliazione». In tal senso, nonostante le attuali drammatiche circostanze, si è chiamati a riscoprire ciò che è essenziale nel ministero sacerdotale: «l’opera di Cristo più che la nostra, l’attuazione sacramentale della salvezza, di cui siamo ministri, cioè servi».

Scaturisce da qui quella misericordia che «non si ferma nella celebrazione della sacra liturgia» ma diventa «carità vissuta, che tende la mano amica a quanti soffrono e nel ministero sacerdotale è offerta del perdono di Dio». In questo senso, la misericordia si esprime anche «nella riscoperta dei valori per i quali vale la pena vivere e morire, nella riscoperta del silenzio, della adorazione e della preghiera, nella riscoperta della prossimità dell’altro e, soprattutto, di Dio». Non viene arrestata nemmeno dalla morte: infatti, anche chi è stato chiamato all’eternità «è raggiunto dalla preghiera di suffragio nella certezza pasquale che con la morte non si spezzano i rapporti ma si trasformano, rafforzati, nella comunione dei santi».

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Sabato Santo: preghiera in diretta social e tv davanti alla Sindone

Posté par atempodiblog le 4 avril 2020

Sabato Santo: preghiera in diretta social e tv davanti alla Sindone
L’annuncio in diretta streaming dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, monsignor Cesare Nosiglia che presiederà la liturgia. Nella nostra intervista il presule spiega: “sarà molto di più di un’ostensione, staremo in silenzio con il Signore
di Gabriella Ceraso – Vatican News

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Laddove il sacro Telo è custodito, nella cappella della Cattedrale di Torino, visitata dal Papa nel giugno del 2015, Sabato Santo alle 17, l’Arcivesco di Torino vescovo di Susa, monsignor Cesare Nosiglia, guiderà una liturgia di preghiera e contemplazione, trasmessa sia in diretta televisiva sia sui canali e le piattaforme social. Al termine della diretta tv, sui social il dialogo e la riflessione continueranno con l’intervento di esperti e voci di “testimoni” del momento che stiamo vivendo.

“Cari amici sparsi in tutto il mondo, vi attendo sabato per elevare a Dio attraverso la contemplazione della Sindone una corale preghiera insieme al suo figlio Gesù nostro fratello e salvatore. Sì, la Sindone lo ripete al nostro cuore sempre: più forte è l’amore”. Così monsignor Nosiglia nell’annuncio fatto oggi in diretta streaming, in cui, ha precisato di aver raccolto le migliaia di richieste a lui giunte da persone di ogni fascia di età, di poter pregare davanti alla Sindone per “impetrare da Cristo morto e risorto – che il Sacro Telo ci presenta in un modo così vero e concreto – la grazia di vincere il male come ha fatto lui, confidando nella bontà e misericordia di Dio”.

La passione e la morte di Gesù, per amore
“Grazie alla televisione e ai social – ha detto il presule – questo tempo di contemplazione renderà disponibile a tutti, nel mondo intero, l’immagine del Sacro Telo, che ci ricorda la passione e morte del Signore, ma che apre anche il nostro cuore alla fede nella sua risurrezione.

L’annuncio pasquale che la Sindone ci porta a vivere è “Più forte è l’amore » e questo – ha sottolineato ancora monsignor Nosiglia – ci riempie il cuore di riconoscenza e di fede. “Sì, l’amore con cui Gesù ci ha donato la sua vita e che celebriamo durante la Settimana Santa è più forte di ogni sofferenza, di ogni malattia, di ogni contagio, di ogni prova e scoraggiamento. Niente e nessuno potrà mai separarci da questo amore, perché esso è fedele per sempre e ci unisce a lui con un vincolo indissolubile.

Avere fiducia e speranza
Il ricordo infine di quanto Papa Francesco ha scritto nel suo messaggio per l’ostensione del 2013 cioè che nella Sindone “è lui che ci guarda per farci comprendere quale grande amore ha avuto per noi, liberandoci dal peccato e dalla morte invitandoci ad avere fiducia, a “non perdere la speranza, la forza dell’amore di Dio e del Risorto vince tutto.

Molto più che un’ostensione, “staremo con Gesù
Nell’intervista rilasciata a Luca Collodi, il presule, subito dopo il suo annuncio, precisa che la Liturgia in programma sarà un ringraziamento a Gesù per il dono della Sua vita e anche una richiesta di aiuto per quanto viviamo tragicamente. Emblematica – spiega – la scelta del Sabato Santo perchè la Sindone rappresenta anche quella speciale giornata di silenzio e meditazione sul mistero della morte e in attesa delle resurrezione. “Vogliamo – dice – introdurci così, già nella veglia pasquale.

Nella seconda parte del collegamento dalla Cappella torinese, sabato, si potrà assistere al dibattito tra esperti: il presule spiega, nella nostra intervista, che sarà lasciato spazio a chi vive in prima persona il dramma attuale e non solo nella difficoltà ma anche nella dimensione della speranza e della fede: voci di medici e operatori pastorali, famiglie, anziani e tanti messaggi di solidarietà.

Sarà dunque una sorta di specile ostensione? In realtà conclude il presule sarà “molto meglio in quanto la Sindone la potremo vedere da vicino e quelle immagini “andranno nel cuore e nelle tristezze di tanta gente che ci seguirà. Sarà uno stare col Signore nel giorno in cui attendiamo la sua Resurrezizone.

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Comastri: Giovanni Paolo II trasformò la sua croce in amore

Posté par atempodiblog le 2 avril 2020

Comastri: Giovanni Paolo II trasformò la sua croce in amore
Intervista con il cardinale Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano, sulla testimonianza di San Giovanni Paolo II, nel 15.mo della morte, il 2 aprile del 2005
di Alessandro Gisotti – Vatican News

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Sono passati 15 anni dalla morte di Karol Wojtyla, come ricordato da Papa Francesco all’udienza generale di oggi. Indimenticabili i giorni che segnarono il passaggio alla Casa del Padre di San Giovanni Paolo II, dopo una lunga malattia vissuta con una testimonianza cristiana che attrasse non solo i credenti ma anche persone lontane dalla Chiesa. Proprio sull’insegnamento che il Papa polacco può darci oggi, in un momento di grande sofferenza globale a causa della pandemia, si sofferma il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per lo Stato della Città del Vaticano, in questa intervista con i media vaticani.

Cardinale Angelo Comastri, il 2 aprile di 15 anni fa, dopo una lunga malattia vissuta offrendo una straordinaria testimonianza, moriva San Giovanni Paolo II. Cosa ci offre oggi, in un contesto drammatico come quello che stiamo vivendo a causa dell’emergenza Coronavirus, la vita e l’esempio di Karol Wojtyla?
Il dilagare dell’epidemia, la crescita dei contagiati e il bollettino quotidiano del numero dei morti ha trovato impreparata la società e ha messo in luce il vuoto spirituale di molte persone. Il giornalista Indro Montanelli, poco prima di morire, uscì con questa considerazione lucida e onesta: “Se debbo chiudere gli occhi senza sapere da dove vengo e dove vado e che cosa sono venuto a fare su questa terra, valeva la pena che aprissi gli occhi? La mia è una dichiarazione di fallimento! ». Queste parole di Montanelli fotografano la situazione di una parte dell’attuale società. Anche per questo, l’epidemia spaventa: perché in tanta gente si è spenta la fede. Giovanni Paolo II era un credente, un credente convinto, un credente coerente e la fede illuminava il cammino della sua vita.

Nonostante molte sofferenze vissute e la lunga malattia, Karol Wojtyla dava sempre la sensazione a chi lo incontrava di essere un uomo in pace e pieno di gioia…
Giovanni Paolo II sapeva che la vita è una veloce corsa verso la Grande Festa: la Festa dell’abbraccio con Dio, l’Infinitamente Felice. Ma dobbiamo prepararci all’incontro, dobbiamo purificarci per essere pronti all’incontro, dobbiamo togliere le riserve di orgoglio e di egoismo che tutti abbiamo, per poter abbracciare Colui che è Amore senza ombre. Giovanni Paolo II viveva la sofferenza con questo spirito: e, anche nei momenti più duri (come il momento dell’attentato) non ha mai perso la serenità. Perché? Perché aveva sempre davanti la meta della vita. Oggi molti non credono più nella meta della vita. Per questo motivo vivono il dolore con disperazione: perché non vedono al di là del dolore.

Giovanni Paolo II ha sempre trovato nelle esperienze di sofferenza, di dolore, una dimensione di speranza, di speciale occasione di incontro con il Signore. Ricordiamo su tutto la Lettera Apostolica “Salvifici Doloris”. Una sua riflessione su questo particolare carisma del Papa polacco?
Il dolore indubbiamente fa paura a tutti, ma quando è illuminato dalla fede diventa una potatura dell’egoismo, delle banalità e delle frivolezze. Di più. Noi cristiani viviamo il dolore in comunione con Gesù Crocifisso: aggrappati a Lui, noi riempiamo il dolore con l’Amore e lo trasformiamo in una forza che contesta e vince l’egoismo ancora presente nel mondo. Giovanni Paolo II è stato un vero maestro del dolore redento dall’Amore e trasformato in antidoto dell’egoismo e in redenzione dell’egoismo umano. Ciò è possibile soltanto aprendo il cuore a Gesù: soltanto con Lui si capisce il dolore e si valorizza il dolore.

Quest’anno a causa dell’emergenza attuale, vivremo una Pasqua “inedita” per rispettare le disposizioni di contrasto al contagio. Anche l’ultima Pasqua di Giovanni Paolo II fu segnata dalla malattia, dall’isolamento. Eppure ne abbiamo tutti un ricordo indelebile. Quale insegnamento possiamo trarre da quell’ultima Pasqua di Papa Wojtyla guardando a quello che succede oggi?
Tutti ricordiamo l’ultimo Venerdì Santo di Giovanni Paolo II. Indimenticabile è la scena che abbiamo visto in televisione: il Papa, ormai privo di forze, teneva il Crocifisso con le sue mani e lo guardava con stringente amore e si intuiva che diceva: “Gesù, anch’io sono in croce come te, ma insieme a te aspetto la Risurrezione”. I santi sono vissuti tutti così. Mi limito a ricordare Benedetta Bianchi Porro, divenuta cieca e sorda e paralizzata a motivo di una grave malattia e morta serenamente il 24 gennaio 1964. Poco tempo prima, ebbe la forza di dettare una meravigliosa lettera per un giovane handicappato e disperato di nome Natalino. Ecco cosa uscì dal cuore di Benedetta: “Caro Natalino, ho 26 anni come te. Il letto ormai è la mia dimora. Da alcuni mesi sono anche cieca, ma non sono disperata, perché io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Caro Natalino, la vita è una veloce passerella: non costruiamo la casa sulla passerella, ma attraversiamola tenendo stretta la mano di Gesù per arrivare in Patria”. Giovanni Paolo II era su questa lunghezza d’onda.

In questo periodo segnato dalla pandemia, ogni giorno in diretta streaming su Vatican News e sui media che lo ritrasmettono, tantissime persone si uniscono in preghiera alla recita dell’Angelus e del Rosario. Viene naturale pensare a Giovanni Paolo II legato a Maria fin dallo stemma episcopale…
Sì, Giovanni Paolo II aveva voluto sul suo stemma come motto queste parole: Totus Tuus Maria. Perché? La Madonna è stata vicina a Gesù nel momento della Crocifissione e ha creduto che quello era il momento della vittoria di Dio sulla cattiveria umana. Come? Attraverso l’Amore che è la Forza Onnipotente di Dio. E Maria, poco prima che Gesù consumasse il Suo Sacrificio di Amore sulla Croce, ha sentito le parole impegnative che Gesù le ha rivolto: “Donna, ecco tuo figlio!”. Cioè: “Non pensare a me, ma pensa agli altri, aiutali a trasformare il dolore in amore, aiutali a credere che la bontà è la forza che vince la cattiveria”. Maria da quel momento si preoccupa di noi e quando ci lasciamo guidare da lei siamo in mani sicure. Giovanni Paolo II ci credeva, si è fidato di Maria e con Maria ha trasformato il dolore in occasione di amore.

C’è da ultimo un aneddoto, una parola che Giovanni Paolo II le ha rivolto e che a 15 anni di distanza vuole condividere anche come segno di speranza per tante persone nel mondo, che soffrono, che hanno amato e continuano ad amare Karol Wojtyla?
Nel marzo 2003, Giovanni Paolo II m’invitò a predicare gli Esercizi Spirituali alla Curia Romana. Anche lui partecipò a quel corso di Esercizi Spirituali con esemplare raccoglimento. Al termine degli Esercizi, mi ricevette con tanta bontà e mi disse: “Ho pensato di regalarle una croce come la mia”. Io giocai sul doppio senso della parola e dissi a Giovanni Paolo II: “Padre Santo è difficile che mi possa dare una croce come la sua…”. Giovanni Paolo II sorrise e mi disse: “No… la croce è questa”, e mi indicò una croce pettorale che voleva donarmi. E poi aggiunse: “Anche lei avrà la sua croce: la trasformi in amoreQuesta è la saggezza che illumina la vita”. Non ho più dimenticato questo meraviglioso consiglio che mi ha dato un Santo.

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Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia

Posté par atempodiblog le 1 avril 2020

Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia
On line sul sito della Libreria Editrice Vaticana “Forti nella tribolazione”, volume digitale a cura del Dicastero per la Comunicazione che raccoglie pronunciamenti del Papa, preghiere e meditazioni, indicazioni sui sacramenti
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

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Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia 

Nei giorni della quarantena, della desolazione sociale, del terrore suscitato dalle notizie apprese dai Tg o sul web per la pandemia di Covid-19 che sembra irrefrenabile, arriva dalla Santa Sede un aiuto per tutti i credenti. Si tratta di un libro dal titolo “Forti nella tribolazione”, da oggi disponibile gratuitamente sul sito internet della Libreria Editrice Vaticana. Pensato e curato dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, il volume vuole aiutare a scoprire la vicinanza di Dio in un periodo dove, guardandosi intorno, sembra di scorgere solo dolore, sofferenza, paura, solitudine.

Quasi un compendio, dunque, in 184 pagine per condividere, meditare, pregare tutti insieme, in modo da mantenere vivo il senso di comunità messo duramente alla prova dall’emergenza sanitaria. In sostanza, il servizio che i media vaticani hanno cercato di offrire sin dall’inizio della epidemia di coronavirus attraverso iniziative come “In prima linea”, il programma radiofonico in onda su 105 per dar voce a tutti coloro che in questi giorni aiutano gli altri, o semplicemente svolgendo il lavoro di canale di trasmissione delle parole del Papa. A cominciare da quelle pronunciate nelle omelie a Santa Marta, per volontà dello stesso Pontefice trasmesse ogni mattina alle 7 in streaming come segno di accompagnamento ai fedeli “digiuni” delle funzioni religiose.

Proprio le riflessioni mattutine del Pontefice compongono un’ampia sezione del volume. Assieme ad esse, gli Angelus e i vari interventi straordinari di Francesco sul tema a partire dal 9 marzo. Tra questi, anche la stupenda preghiera pronunciata dal Vescovo di Roma venerdì scorso, in piazza San Pietro, in occasione della benedizione straordinaria “Urbi et Orbi” per chiedere a Dio di porre fine all’ondata di sofferenza provocata dal coronavirus.

Più nel dettaglio, “Forti nella tribolazione” – che in copertina riporta una immagine dell’arcangelo Michele, protettore della Chiesa contro il male – si divide in tre sezioni. La prima è costellata di preghiere, riti e suppliche per i momenti difficili tratti dalla tradizione cristiana, come ad esempio le invocazioni per i malati, per la liberazione dal male, per affidarsi all’azione dello Spirito Santo. Preghiere che provengono da diverse Chiese nel mondo, ma anche da varie epoche storiche.

La seconda parte, invece, si basa sulle indicazioni delle autorità ecclesiastiche per continuare a vivere i sacramenti. Uno strumento utile in un tempo in cui, per prevenire il rischio di contagio, sono diventate una costante le celebrazioni «senza concorso di popolo» che suscitano non poche sofferenza nei credenti, soprattutto in vista della Pasqua. Le meditazioni nel libro vertono quindi sul tema della comunione spirituale spiegando anche come si ottiene il perdono dei peccati, nonostante l’impossibilità di confessarsi. Una indicazione, questa, già offerta ai fedeli da Papa Francesco attingendo al Catechismo della Chiesa cattolica. 

Infine la terza parte è, come detto, una summa degli interventi che il Pontefice ha fatto e che farà. Sì, anche quelli che «farà», perché il libro, pubblicato solo on line e non in edizione cartacea, sarà aggiornato più volte a settimana e arricchito con nuovi testi. È possibile scaricarlo più volte con un semplice click.

Il senso di tutta l’iniziativa viene spiegato nell’introduzione a firma di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani: «Il libro è un tentativo di aiutare tutti in questo momento di angoscia e di tribolazione ad essere comunque forti, che vuol dire avere una speranza», si legge. «Vorrebbe essere un piccolo aiuto offerto a tutti, per saper scorgere e sperimentare nel dolore, nella sofferenza, nella solitudine e nella paura la vicinanza e la tenerezza di Dio. Certo, la fede non cancella il dolore, la comunione ecclesiale non toglie l’angoscia – scrive Tornielli -, ma illumina la realtà e la rivela abitata dall’amore e dalla speranza fondata non sulle nostre capacità, ma proprio su Colui che è fedele e non ci abbandona mai».

È possibile scaricare il libro cliccando Freccia dans Viaggi & Vacanze QUI

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