Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2014

Il gesuita Sonnet
Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio
Roberto I. Zanini – Avvenire
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Genitori, raccontate ai figli la storia di Dio dans Articoli di Giornali e News 2vjsaax
“Lasciate che i bambini vengano a me” di Fritz von Uhde (1884)

Da una parte ci sono gli idoli che costruiamo  a nostra immagine, che pretendiamo  e nei quali ci riflettiamo egoisticamente  come in uno specchio; dall’altra ci sono i  figli, che sono un dono, sono altro da noi  e proprio per questo ci stupiscono e ci  mettono alla prova con le loro azioni, con le loro domande. E dopo aver acquisito questa disposizione  ad accogliere e a stupirsi (per nulla scontata), è al momento delle domande che i genitori mostrano davvero  la loro capacità di essere padri e madri: sulle loro risposte,  infatti, i figli costruiranno il racconto della loro vita.  Perché è il racconto che ci insegna a vivere. Perché il racconto di quelle risposte si inserirà nel racconto della vita del figlio (della nostra vita). Perché… Perché il racconto è la forma pedagogica con la quale Dio ci indica la strada  della fede; con la quale Gesù ci mostra la realtà del Regno.  «Perché i figli (ciò che siamo stati capaci di accogliere come dono) sono il racconto della  nostra vita; e il figlio, come fu per Abramo, per Isacco, per Elisabetta e per Maria, è colui attraverso il quale Dio visita la nostra storia».

Padre Jean Pierre Sonnet è un gesuita francese,  teologo, scrittore e poeta. Insegna Esegesi dell’Antico testamento alla Gregoriana. il suo ultimo libro Generare è narrare (Vita e pensiero,  pp. 166, euro 16) – che viene presentato dall’autore  e da Silvano Petrosino giovedì 11 dicembre  alle ore 16 alla Libreria della Cattolica in Largo Gemelli 1 a Milano – è un viaggio affascinante  nell’arte del generare alla fede attraverso  la narrazione. «E i veri maestri in questo  non possono che essere i genitori. Io appartengo a un ordine religioso al quale per secoli le famiglie hanno affidato  i figli affinché fossero educati alla fede. Oggi credo  sia giunto il tempo di riaffidare i figli ai genitori aiutandoli  nel difficile compito di indicare la strada di Dio. I genitori, soprattutto oggi, sono gli unici a poterlo fare. E il racconto resta una strada privilegiata di educazione».

Nonostante l’attuale crisi del rapporto fra le generazioni?
«La nostra è una cultura in cui ogni generazione deve reinventarsi al ritmo delle nuove tecniche. Non è più il padre che trasmette le conoscenze al figlio: anzi, fa persino  la figura dell’incapace. Ma di cosa si ricorderanno un giorno i figli divenuti adulti? Non credo della penultima  versione dell’iPhone, ma della voce della mamma.
Così come non dimentico mia mamma che cantava canzoncine  con delle storie bibliche. Una sulla storia di Zaccheo  la ricordo molto bene… e io che giravo intorno al tavolo in cucina…».

Perché lo ricorda così bene?

«Perché le storie raccontate dai genitori si legano ai ricordi  della vita. E quelle storie hanno una loro storia nella  nostra vita: rilette a varie età mostrano contenuti sempre  diversi. Per questo i genitori devono cominciare da subito a raccontare. Il racconto è un po’ come un’opera di artigianato che si trasmette di padre in figlio: ci lavora  il padre e poi ci lavorano i figli e spesso anche i figli dei figli».

Tanti genitori oggi non raccontano e non saprebbero nemmeno cosa raccontare.

«Da giovane prete, in Francia, mi capitava di passare ore  in confessionale e spesso per penitenza invitavo a raccontare  una storia biblica ai figli o ai nipoti. Una donna anziana un giorno mi rispose: ‘Padre, non sarebbe meglio un rosario?’. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quell’alleanza speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche Papa Francesco  ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa.  Nella dedica che ho fatto nella copia di questo libro che ho inviato a Francesco ho scritto: ‘A Papa Francesco che ci ha raccontato di come nonna Rosa gli raccontava’.  Ecco, i nonni hanno un dono speciale. E se, come i genitori, hanno paura di raccontare, credo che nostro compito, il compito della Chiesa, sia di incoraggiarli, di confermarli in questa loro funzione essenziale: ‘Quando  tuo figlio domani ti chiederà perché? Tu gli risponderai:  Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…’  (Es 13, 14). Quando Dio si rivela a Mosè nel roveto  ardente (Es 3, 6) gli dice: ‘Io sono il Dio di tuo padre.
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’,  e in Dt 26, 5 Dio insegna a raccontare: ‘Mio padre era un arameo errante…’. Insomma, le generazioni sono  direttamente implicate nella trasmissione del mistero e della fede».

Legandolo alla famiglia, lei scrive che il racconto è ospitale come una casa.
«Noi abitiamo le storie come una casa nella quale col tempo cambiamo l’arredamento: nella casa c’è posto per tutti, così come del racconto c’è una versione adatta a ciascuno. Le parabole che raccontava Gesù hanno vari  livelli di comprensione e ognuno trova il suo. Il racconto  è una dimensione che non esclude e che tutti possono approfondire. Il racconto aggrega. Pensi alle storie che, soprattutto una volta, nelle case si narravano  sugli antenati: ti facevano sentire parte di una storia, di una famiglia».

Un cristiano non può fare a meno di raccontare?

«Il nucleo della nostra fede è narrativo. Gli ebrei raccontano:  ‘Eravamo schiavi e Dio ci ha liberati…’.  Per noi cristiani ‘il Signore Gesù alla vigilia  della sua morte prese il pane…’, oppure: ‘Il  Signore Gesù ci ha liberati dalla morte…’. Storie  del passato, ma strettamente legate alla  vita di oggi. Tocca a noi continuare a renderle  vive. Il Salmo 78 ci invita: ‘Ciò che abbiamo  udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno  raccontato non lo terremo nascosto ai nostri  figli…’. E i bambini sono affascinati dal  passato, soprattutto se è possibile riviverlo per il presente».

Lo dicevamo all’inizio: in tante famiglie non si raccontano nemmeno più le favole… E poi qual è il momento per raccontare?
«Io sono un prete, non ho figli, ma ho 18 nipoti e seguo tante famiglie. La mia esperienza mi dice che bisogna sfruttare il sacro momento in cui il bambino si corica, non ha più la tv e i videogiochi. C’è il libricino illustrato e la voce della mamma, del papà, dei nonni. Perché in quel momento non raccontare storie bibliche? Ce n’è una per ogni situazione. Ma si può raccontare anche in vacanza, durante una gita, camminando insieme. Del resto l’elaborazione  del racconto apre a un cammino interiore e la Bibbia è densa di personaggi che raccontano e camminano.  Gesù è un grande camminatore e un grande narratore.  Spero davvero che il Sinodo sulla famiglia proponga  strade e offra consigli a questo riguardo: questa è la chiesa domestica».

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Il Primo Cero della Grotta

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2014

Il Primo Cero della Grotta dans Apparizioni mariane e santuari hwi9zq

Quando Bernadetta andava alla grotta, teneva un cero in mano. Questo cero era delle sue zie, che erano fierissime di imprestargliene uno a turno.

Un giorno, durante l’apparizione della Vergine, Bernadetta teneva in mano il cero della sua zia più giovane, Lucilla Castérot, sorella di sua madre. Dopo che la vergine era partita, la fanciulla si chinò verso la zia e le disse: “Mi permetti di lasciare il tuo cero alla grotta?”. “Sì, te lo regalo. Se vuoi, va pure a portarlo alla grotta”.

Allora la fanciulla andò fino al fondo della grotta… issò il cero acceso nella sabbia, appoggiandolo alla roccia.

“La Signora mi aveva chiesto, disse la sera a sua zia, se andandomene volevo lasciare il cero ad ardere nella grotta”.

– Perché la Santa Vergine ha chiesto questa cosa a Bernadetta?

Quando tu metti un cero presso l’altare della Santa Vergine, lo fai perché esso prenda il tuo posto presso di Lei. Tu te ne vai, ma il cero resta. La sua piccola fiamma dice alla Vergine: “La tale bambina mi ha messo qui presso di Te. Ella vorrebbe ottenere una grazia, non è potuta restare, perché ha altro da fare: io la chiedo per lei.”

La Santa Vergine diceva a Bernadetta: “Vuole lasciare il suo cero acceso nella grotta perché tenga il suo posto?”. Da allora, vi sono sempre dei ceri accesi nella grotta, a chiedere grazie per gli assenti. Belle preghiere che salgono al Cielo queste piccole fiamme dei ceri!

PROPOSITO: La tua piccola offerta del mattino, fatta bene, resta per tutta la giornata davanti alla Vergine, come il cero. Falla dunque bene.

di Henry Perroy
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Le candele non possono certo pregare, ma possono aiutarci a pregare. Le candele hanno diversi significati nella vita dell’uomo.

In primo luogo in ogni candela c’è come un riflesso di quella luce che un tempo scese a Betlemme nel buio del nostro mondo.
Così come la luce delle candele rischiara le tenebre, anche la nostra vita possa essere illuminata dalla vita di Gesù, che ci porta un messaggio che orienta la nostra vita.

La candela ci ricorda il Battesimo, l’inizio del nostro cammino con Cristo e la vocazione alla Vera Vita, alla Vita Eterna.

Che possa sempre più rivelarsi il significato che la Luce ha nella tua vita.

Signore,
Io accendo una candela.
Forse non so pregare nel modo giusto.
Questa candela è un po’ di ciò che possiedo
e un po’ di ciò che sono.

Signore, questa candela, che io qui accendo, sia per me la luce con cui Tu mi illumini nelle difficoltà che mi assillano e nelle decisioni che prenderò. Sia un fuoco attraverso il quale Tu bruci in me ogni malvagità, per trasformarla in qualcosa di nuovo e di buono. Sia un fuoco che scaldi il mio cuore e m’insegni ad amare.

Signore, non posso restare a lungo nella Tua Chiesa. Con questa luce che arde vorrei che restasse qui una parte di me, una parte che desidero donarti.

Aiutami a continuare la mia preghiera in tutto il mio essere e nel lavoro che svolgerò in questo giorno.

Signore, davanti a me c’è una candela. Essa brucia inquieta, a tratti con una piccola fiamma, altre volte con una fiamma più grande. Signore, anch’io sono a volte inquieto/a: lascia che io trovi in Te la calma interiore.

Essa mi offre luce e calore. Signore, lasciami diventare una luce per il mondo.

La candela si smorza, si consuma nel suo proprio compito. Lascia che anch’io diventi un servitore/ una servitrice.

Con questa candela si possono accendere altre candele. Signore, lasciami diventare un esempio per gli altri così anch’essi risplendano e rechino luce al prossimo.

Fonte: Vienna International Religious Centre

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«Ho offerto la messa per te»

Posté par atempodiblog le 8 mars 2014

Una storia incredibile di conversione
di Rino Cammilleri
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Ho letto su «Il Cedro» n. 3-2013 una storia che val la pena di essere raccontata. Il vecchio p. Stanislas, prete del Sacro Cuore, la narrò a un’anziana suora che la riferì alla consorella suor Mary Veronica Murphy. Un capitano della forestale, in Lussemburgo, era dal macellaio quando entrò una vecchietta. Chiese un pezzetto di carne ma non poteva pagarla, così disse che avrebbe offerto in cambio la messa a cui stava andando. I due, di fatto agnostici, risero ma stettero al gioco. Lei andò, tornò e, su invito dei due, scrisse su un pezzetto di carta: «Ho offerto la messa per te». Il macellaio mise il foglietto su un piatto della bilancia e, sull’altro, un pezzo di carne. Ma la carta risultava più pesante. Quello aggiunse carne, con lo stesso risultato. Controllò la bilancia, mise dell’altra carne ma, niente, il foglio pesava di più. I due uomini, impressionati, garantirono alla donna carne ogni giorno in cambio di un ricordo nella messa. Il capitano prese ad andare a messa tutti i giorni. Un suo figlio si fece gesuita, l’altro era padre Stanislas.

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[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton
Tratto da: Una penna spuntata

[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton dans Misericordia 2wnpq3c

Aelred di Rielvaux si lasciò scappare un mugolio di disperazione. “No, aspetta, non dirmelo. Non dirmelo. Vediamo se indovino. È successo al priorato di Watton”. Il segretario abbassò lo sguardo con aria imbarazzata. “Ehm. Proprio così, signore”. Aelred alzò gli occhi al cielo, come ad invocare un po’ di pazienza. “Ma ci credo”, sbottò. “In nome del cielo, si poteva anche immaginare. Ma a te, a naso, verrebbe mai in mente di far convivere, praticamente nello stesso edificio, un gruppo di giovani suore e un gruppo di giovani canonici?”. Il segretario continuò a fissarsi la punta degli stivali. “Ehm…”. “Ed è proprio una cosa generalizzata, eh!”, continuò Aelred. “Ho già convocato il fondatore dell’ordine, gli ho già fatto presente che una situazione del genere espone a pericoli tremendi: gli ho spiegato che ne va del buon nome della sua fondazione, gli ho spiegato che la paglia vicino al fuoco brucia e che la situazione non è sostenibile… e lui, testa dura, continua sulla stessa strada. Le suore si dedicano alla vita contemplativa e i canonici maschi le aiutano nei lavori pesanti, dice. Io non so come possa essere così incapace di vedere i rischi”. “Sì, ehm”. Il segretario tossicchiò, forse per farsi coraggio: “nello specifico, in questi mesi, i canonici maschi avevano lavorato proprio nei locali del convento delle suore, diverse ore al giorno, per far lavori di muratura”. Aelred si nascose il viso fra le mani, sospirando. “E”, si fece forza il segretario, “la suora in questione, forse, non era davvero vocata a questa vita. Qui, nella lettera, si parla di una ragazza che era entrata in monastero quando aveva quattro anni, come oblata, e che adesso sarebbe in età da marito”. “Fantastico”, commentò Aelred con sarcasmo: “mi sembra proprio il mix perfetto. E io cosa c’entro, in tutto questo?”. Il segretario tossicchiò di nuovo: era visibilmente imbarazzato. “Ecco: abbiamo ricevuto questa lettera da parte di Gilbert di Sempringham… il fondatore dell’ordine, insomma. Nella sua pergamena, Gilbert ammette che la situazione gli sta sfuggendo di mano e vi implora di intervenire, di indagare… voi che avete più esperienza, che siete a capo di un’abbazia da tanti anni…”. Poco ci mancò che Aelred scoppiasse a ridere. “Devo indagare? Cioè, vuole che gli spieghi nei dettagli cos’è successo?”. “. Cioè. No! Nel senso”. Il segretario era diventato leggermente violaceo. “È che la storia non finisce qui. Ci sono state delle complicanze”. “Oh misericordia. Peggio ancora di così?”. “Purtroppo sì, signore. Perché le consorelle a un certo punto si sono accorte degli incontri clandestini fra la monaca e questo canonico, al che le hanno parlato e le hanno ingiunto di smettere. E poi immagino che la ragazza abbia confessato i suoi peccati e abbia fatto penitenza, comunque fino a quel punto se la son sbrigati da soli nel convento”. “Eh. E dunque?”. Il segretario prese un profondo respiro. “E dunque, dopo qualche tempo la monaca di Watton s’è scoperta incinta”. “Oh, Signore”, sussurrò Aelred. “E a quel punto, stando alla lettera, le consorelle sono un po’ uscite di testa. Perché dicevano che una suora incinta gettava infamia su tutto il monastero, attirava l’ira di Dio sulla comunità, era una vergogna per il buon nome… insomma, alcune hanno proprio dato fuori di matto e hanno proposto di uccidere la suora incinta. Poi è intervenuta la frangia più moderata della comunità, che ha deciso di tenere con sé la consorella mettendola in stato di semi-reclusione”. “Ehm. Già meglio…”, mormorò Aelred, a voce bassa. “Sì, ehm. Diciamo che poi le consorelle fuori di testa sono andate a cercare il padre del bambino, e l’hanno trovato, e hanno costretto la suora incinta a castrarlo pubblicamente davanti a tutti per punizione di quello che aveva fatto…”. “Ma in nome del cielo!!”. “Ehm. Comunque lui sta bene. Cioè, è sopravvissuto. Ma il problema è un altro, cioè che hanno piazzato ‘sta suora incinta in una celletta isolata in cui vive in uno stato di semi-reclusione, a metà fra la penitenza e la punizione e la prevenzione di altri gesti sconsiderati, che Dio non voglia!… solo che, ehm, adesso la suora non è più incinta”. “Cioè, ha partorito?”, domandò Aelred. “No, no! Non ha partorito. È proprio che non è più incinta”. Aelred sgranò gli occhi, orripilato. “Mi stai dicendo che si è procurata un aborto?!”. “No! Cioè: è quello che si stanno chiedendo tutti, a quanto pare. Era già in stato avanzato di gravidanza: la sera prima aveva il pancione, il petto gonfio, tutti quei segni esteriori della gravidanza, e la mattina dopo era tornata alla normalità, come se niente fosse successo, e del bambino non c’era traccia. Lei asserisce di non aver fatto assolutamente nulla, e di non sapere dove sia suo figlio”. Sant’Aelred di Rielvaux guardò a lungo il suo segretario, che coraggiosamente ricambiò lo sguardo tenendo in mano la lettera. “È stato appunto in questo frangente che il fondatore dell’ordine ha richiesto l’aiuto di qualcuno con più esperienza, signore”.

***

L’abate di Rielvaux si inginocchiò davanti alla monaca di Watton, guardandola con dolcezza. Sembrava così incredibilmente piccola e spaventata, presa in mezzo a questa storia orribile e decisamente più grossa di lei. Aveva gli occhi rossi di chi ha pianto a lungo, e stava seduta su un pagliericcio nella sua piccola celletta. Un grosso catenaccio le stringeva il polso sinistro, impedendole di scappare. Aelred guardò la suora negli occhi, e accennò un sorriso per rassicurarla. “Dov’è il tuo bambino, sorella?”, le chiese a bassa voce. Gli occhi della suora si riempirono di lacrime, di nuovo. “Io non lo so, signore! Io non lo so, ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo!”. Aelred aprì la bocca e poi la richiuse senza aver detto niente, cercando disperatamente qualcosa di sensato da fare a quel punto. “Sorella, ehm”, iniziò molto cautamente. “Come è possibile che non lo sappiate? Voglio dire”, ed esitò: “eravate incinta, e siete chiusa in una stanza con un catenaccio che vi inchioda alla parete… come è possibile che di punto in bianco…?”. La monaca di Watton abbassò lo sguardo, singhiozzando. “Nessuno qui vi accusa di niente”, disse Aelred velocemente: “o quantomeno, io non vi accuso di nulla, non vi conosco e vi do credito di fiducia: sono stato inviato qui apposta per capire. Solo che, se voi non ci spiegate…”. La monaca singhiozzò: “io l’ho già spiegato, ma nessuno mi crede!”. “Ma può darsi che vi creda io, sorella”, ribatté Aelred a bassa voce. “Coraggio”. “È stato Henry Murdac, signore. È venuto nella mia cella”, singhiozzò la suora, “e ha portato con sé il bambino, dicendo che con lui sarebbe stato al sicuro, e che tutto sarebbe andato bene”. Seguì un silenzio di dieci secondi abbondanti. Aelred fissò la suora, che dal canto suo teneva lo sguardo fisso sul pagliericcio del suo letto. “Henry Murdac”, ripeté infine sant’Aelred, lentamente. “Sì, signore. Il vescovo di York”. Ci fu un altro lungo silenzio. “Henry Murdac è morto, sorella. Da anni”, disse Aelred con cautela. “Lo so”, fece la monaca rincominciando a piangere. “È stata un’apparizione: è venuto nella mia cella, di notte, per due volte; risplendeva di luce. La prima notte mi ha rassicurata, ha detto che sarebbe andato tutto bene e di prepararmi, e con un tocco ha spezzato la catena che mi legava il braccio destro”; ed effettivamente indicò, per terra, un moncone di catena che sembrava essersi rotta in due. “La notte successiva è tornato” – e gli occhi della suora erano pieni di lacrime – “ed era in compagnia di due donne, anch’esse splendenti di luce: una di loro, forse, era la Vergine Maria”. Aelred sgranò gli occhi: “attenta a quello che dici, sorella”. “Dico il vero!”, insisté la suora. “Loro…”. Prese un respiro profondo. “Mi sono improvvisamente sentita sgravata, ed ecco che una delle due donne teneva fra le sue braccia il mio bambino. Il vescovo Murdac mi ha detto che non ci sarebbe mai stato spazio, nel convento, per il bambino, e che io sarei stata costretta a fuggire col neonato subito dopo il parto, accompagnata da uno scandalo che mi avrebbe seguita per sempre. Ha detto che la situazione era troppo delicata, e che io ed il bambino avremmo fatto una brutta fine, abbandonati a noi stessi. E quindi ha detto che avrebbe provveduto a portare il bimbo in un posto dove sarebbe stato meglio… io vi giuro, mio signore, che non ho fatto assolutamente niente al bambino: l’ho visto e l’ho baciato, era sereno, se ne stava accoccolato fra le braccia della signora splendente di luce… stava bene…”. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti, Aelred boccheggiò alla disperata ricerca di qualcosa da dire. “Il vescovo Murdac era sempre stato il mio protettore, per così dire”, insisté la suora fra le lacrime. “Era lui che mi aveva portata al convento quand’ero bambina, quand’ero rimasta sola. È tornato tante volte a visitarmi, finché è stato in vita… e forse, anche dopo la morte ha voluto prendersi cura di me…”. Aelred si passò una mano fra i capelli, cominciando a presagire che quella sarebbe stata una lunga, lunga storia.

***

Una mezz’oretta più tardi, l’abate di Rielvaux era a colloquio con la madre superiora del monastero. “Non è possibile”, domandò cautamente, “che la ragazza abbia partorito durante la notte, e che qualcuno abbia provveduto a portare via il neonato?”. “No. Lo escludo”. L’anziana suora sembrava categorica. “Io stessa custodisco le chiavi della cella in cui è reclusa: nessuno avrebbe potuto entrare e uscire da quella stanza senza avvisarmi”. “Ecco: a proposito del trattamento vergognoso riservato alla sventurata ed al suo amante, si potrebbe aprire un capitolo a parte. Lodo il vostro zelo e apprezzo il vostro sdegno, ma tutto questo non è tollerabile. Ma per ora mi preme capire cosa ne è stato del bambino”, sospirò sant’Aelred, ed esitò. “Ed è possibile – scusate la domanda, ma sono obbligato a chiedere – è possibile che qualche consorella, nel corso di questi mesi, sia riuscita a far scivolare nel cibo della ragazza qualche… erba in grado di causare l’aborto…?”. “No! In nome del cielo, no! Non posso nemmeno immaginarlo!”. “E del resto” insistette l’uomo, cautamente, “entrando nella cella la mattina dopo, voi non avete trovato dei… resti… dei segni di sangue…?”. “No”, ripeté la suora. “Anzi: abbiamo ordinato alla consorella di spogliarsi; dovevamo capire. Il suo ventre era piatto e liscio, e il suo seno era tornato quello di una ragazza che non ha mai avuto latte”. Aelred soppesò le parole della suora, lanciando un’occhiata al crocifisso appeso al muro. “Avete mai preso in considerazione l’ipotesi che la ragazza dica la verità?”, domandò piano. La madre superiora batté i pugni sul tavolo per lo sdegno. “Che la Vergine Maria sia venuta a prendere il bambino di una suora rimasta incinta dopo aver infranto il voto di castità assieme a un frate, e che contestualmente abbia liberato la peccatrice dalle catene che la legavano alla cella? Come se la sciagurata fosse una povera vittima innocente?!”. Aelred accennò un mezzo sorriso. “Forse, la Vergine Maria non condivideva il trattamento che avevate in mente di riservare alla ragazza e al suo bambino?”.

***

Nessuno, al priorato di Watton, riuscì mai ad appurare cosa fosse successo davvero quella notte. Del resto, i miracoli non si provano con una indagine razionale. Certo è che, nella notte successiva, lo stesso Aelred inviò alcune sentinelle a sorvegliare, dall’esterno, la cella della reclusa, per controllare che la suora non avesse trovato un qualche modo per comunicare con l’esterno. Nessuno entrò e nessuno uscì dalla cella, quella notte: le sentinelle di Aelred furono pronte a giurarlo. Di conseguenza, nessuno comprese mai come fosse stato possibile che, la mattina dopo, all’interno della cella, fosse scomparsa nel nulla anche la seconda catena che, fino a poche ore prima, aveva avvinto il polso sinistro della suora. “È stato il vescovo Murdac!”, spiegò la monaca fra i singhiozzi, senza nemmeno avere il coraggio di allontanarsi da quel letto in cui era stata confinata. “Dovete credermi, io non ho fatto niente! Il vescovo ha detto che adesso ero libera: libera di cominciare una nuova vita, perché il mio peccato era stato perdonato!”.

Nessuno, al priorato di Watton, poté mai confermare le parole della ragazza – ma, del resto, qualcosa di inspiegabile era accaduto, in quelle notti. E immaginando che il Signore avesse scelto quei segni per manifestare la sua volontà, le monache di Watton agirono di conseguenza.

***

La monaca di Watton è stata, per così dire, la prima “storia bizzarra di buffi fatti medievali” che io abbia mai letto in assoluto. Frequentavo, all’epoca, la prima liceo classico; e la storia della suora incinta era inclusa in una raccolta di leggende medievali che mi era stata regalata per Natale da un amico di famiglia. Avrò avuto sedici anni, all’epoca; e, all’epoca, avevo riso molto per la trucida descrizione del modo in cui le suore di Watton avevano costretto all’evirazione il canonico libidinoso. Ché si è trattata di una lunga e trucida tortura dettagliatamente descritta a pro’ dei posteri, veh! A distanza di quasi dieci anni, ripensando a questa storia, sono molto più colpita da un altro particolare. Forse meno trucido, ma più significativo: questa sconcertante misericordia.

Innanzi tutto: la storia della monaca di Watton è “vera”, per così dire. Nel senso: ce la descrive proprio sant’Etelredo di Rielvaux, rievocando un episodio che, a suo dire, gli era realmente accaduto qualche anno prima: forse nel 1159; forse nel 1164. Comunque, in un’epoca abbastanza antica: in quegli anni, non è che si andasse tanto per il sottile con le suore (!) fornicatrici (!) che rimanevano incinte (!) di un canonico (!). Nel suo scritto, Etelredo di Rielvaux critica la durezza con cui i due peccatori erano stati trattati dai confratelli… però mi sa che era lui ad essere in minoranza: mi sa che l’atteggiamento comune, nei confronti di due peccatori di questo calibro, era comunque abbastanza impietoso, all’epoca. Per non parlare poi della reazione del popolino: immaginate lo sdegno, le battutacce, lo stigma su chi ha peccato e/o su chi ha messo i peccatori nelle condizioni di peccare! E invece, Etelredo di Rielvaux – evidentemente, sentendone il bisogno – se ne esce con questa strana storia di misericordia e di assoluzione, che se non sapessi che è originale mi sembrerebbe persino troppo “moderna” per esser vera.

È stata una leggenda inventata a tavolino? Ah, alcuni storici suggeriscono anche questa ipotesi: grazie a un miracolo di questo tipo, il monastero di Watton non era più “quel covo di peccatori dove le suore fornicano coi frati”; anzi, diventava “quel luogo di misericordia dove il Signore Iddio ha operato grandi prodigi”. Vabbeh, d’accordo: mettiamo in campo pure quest’ipotesi.

Ma a livello pastorale, a me piace tantissimo la storia della monaca di Watton. Veniamo messi a parte di questo miracolo, ma poi il predicatore non ci racconta nient’altro sul destino della suora. Sarà rimasta in convento con le sue consorelle, ad espiare i suoi peccati? Si sarà fatta una nuova vita da qualche altra parte, magari in un paese in cui nessuno conosceva i suoi trascorsi? E il bambino: che fine ha fatto? È volato in cielo con la Madonna, perché il Signore lo chiamava a sé? È stato affidato miracolosamente alle cure di una coppia sterile, capace di prendersi cura di lui meglio di quanto avrebbe potuto fare, all’epoca, una suorina altomedievale senza nessun parente ad aiutarla? Non lo so. Non lo sa nessuno. Sant’Etelredo non ce lo dice, il futuro delle due creature è ammantato da un velo di riserbo e di discrezione. Non ci interessa e non deve interessarci: non è questo l’insegnamento che voleva trasmetterci il Santo di Rielvaux.

E non è sorprendente che questa lezione oggi arrivi a noi, in diretta da un’omelia di un abate altomedievale?

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Arsenio e l’anziano che andò a trovarlo

Posté par atempodiblog le 4 avril 2013

Arsenio e l'anziano che andò a trovarlo dans Apoftegmi dei Padri del deserto padrearsenioDel padre Arsenio raccontavano che un giorno in cui era ammalato a Scete, il presbitero lo portò in chiesa e lo adagiò su un tappeto, ponendogli sotto al capo un piccolo cuscino. Venne un anziano a fargli visita e, vedendolo sul tappeto e con un cuscino sotto di lui, si scandalizzò. «Questo è il padre Arsenio? – disse – e su queste cose si mette a giacere?». Allora il presbitero, presolo in disparte, gli dice: «Cosa facevi al tuo paese?». «Ero pastore», rispose. «Come vivevi?». «Con molti stenti». «E ora come vivi nella tua cella?». «Ho maggiore sollievo». Gli dice allora: «Vedi questo padre Arsenio? Era precettore di imperatori nel mondo e gli stavano intorno migliaia di servi che portavano cinture d’oro, gioielli e vestiti di seta. Sotto di lui vi erano tappeti preziosi. Tu invece, che eri pastore, non avevi nel mondo le comodità che hai ora. Ed egli qui non ha le delizie di cui godeva nel mondo. Tu ora trovi sollievo, ed egli tribolazioni». A queste parole, fu preso da compunzione e si inchinò dicendo: «Perdonami, padre, ho peccato. Questa è realmente la strada vera, poiché costui è giunto all’umiliazione, io invece al ristoro». E se ne andò edificato (101d-104a).

Tratto da: Padri del deserto.net

divisore dans Medjugorje

Commento di Padre Livio Fanzaga all’apoftegma:

Da questo apoftegma o detto celebre, cari amici, possiamo intanto trarre insegnamenti dal comportamento di Arsenio, il quale come vedete pur di essere presente in Chiesa non esita ad adagiarsi su un tappeto e a lasciare che gli si ponga in capo un piccolo cuscino. Come vedete questi padri del deserto erano veramente umili, non recitavano il copione, per cui il copione voleva che fossero sempre grandi penitenti per cui per rimanere fedeli al copione… magari un altro avrebbe avuto quasi vergogna  di mostrarsi così, invece accettare nel momento della malattia di essere accudito, di essere curato, accettarlo con tanta umiltà, accettarlo con il rischio di essere giudicato male dagli altri, questo è indice di una vera umiltà interiore e della mansuetudine del cuore. Vedete come è nel cuore che la santità ha le sue radici, quell’atteggiamento di umiltà di mansuetudine sono i segni sicuri della santità. Ben diverso, invece, almeno come reazione iniziale, di chi si scandalizza. Lo scandalizzarsi del prossimo non è mai indice di santità. I veri santi non si scandalizzano degli altri, i veri santi non solo comprendono le debolezze degli altri ma sono pronti a scusarle. L’atteggiamento arrogante di condanna dice che siamo molto indietro nel cammino di santità. La prontezza con cui vediamo i difetti degli altri, anche se sono veri, la prontezza con cui mettiamo a nudo i peccati degli altri, anche se sono veri, questa prontezza nell’accusa è indice in noi di una mancanza di maturità interiore, è indice in noi di quell’atteggiamento misericordioso che porta a scusare i fratelli. Tuttavia credo che anche questo anziano che è venuto a far visita ad Arsenio ci dà ugualmente un grande insegnamento e cioè la prontezza con cui ha ammesso di aver sbagliato. Il fatto di ammettere di aver sbagliato, il fatto di prendere questa consapevolezza del proprio peccato, del proprio limite è uno degli strumenti più rapidi che abbiamo per il progresso spirituale. Quindi siamo di fronte ad un anziano che ha sicuramente denunciato un’immaturità interiore, giudicando subito con severità, ma nel medesimo tempo questa compunzione, questa presa di coscienza del proprio peccato è un grande insegnamento per noi. Direi che nella vita nessuno può mai dire non ho peccato, ho fatto pochi peccati, non è a questo che dobbiamo arrivare e comunque non è mai questo che dobbiamo dire… perché i veri santi si riconoscevano sempre peccatori. Nella vita noi dobbiamo arrivare alla lealtà profonda con noi stessi, con la nostra coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, nel dire “sì, ho peccato; sì ho sbagliato”. Questo ammettere nella luce dello Spirito Santo che rende viva la coscienza, questa capacità di giudizio interiore, questa capacità di sottoporre alla luce dello Spirito le nostre azioni e di accettare di sbagliare, questo è sicuramente il più grande stimolo, il più grande strumento per crescere nella vita spirituale. Non giudicare, non condannare, come ci insegna il Vangelo ma essere pronti a togliere la trave dal nostro occhio questi sono atteggiamenti che ci fanno volare nel cammino spirituale.

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Rendere presente il Cuore di Cristo

Posté par atempodiblog le 2 avril 2013

Rendere presente il Cuore di Cristo dans Apoftegmi dei Padri del deserto autunnox

Il padre Ammone venne un giorno a pranzo in un luogo dove vi era un fratello che godeva cattiva fama. E avvenne che la donna [con cui quel fratello era in relazione] giunse ed entrò nella cella del fratello che aveva cattiva fama. Gli abitanti di quel luogo, quando lo seppero, si agitarono e si radunarono, per mandarlo via dalla sua cella. Udendo che il vescovo Ammone si trovava in quel luogo, lo andarono a chiamare perché venisse con loro. Il fratello se ne accorse e nascose la donna in una grande botte. Quando la gente arrivò, il padre Ammone sapeva [1] cos’era accaduto, e, per amore di Dio, volle nascondere la cosa. Entrato, si sedette sulla botte, e diede ordine che cercassero per tutta la cella. Quando ebbero frugato dappertutto senza trovare la donna, il padre Ammone disse: «Che cosa significa questo? Dio vi perdoni!». E dopo aver pregato, li fece uscire tutti; quindi prese la mano del fratello e gli disse: «Bada a te stesso [2], fratello!». Detto questo, se ne andò (121d-124a).


[1] Non per informazione umana, ma per rivelazione divina.
[2] Cf. Gn 24, 6.

Tratto da: Padri del deserto.net

divisore dans Medjugorje

Commento di Padre Livio Fanzaga all’apoftegma:

Possiamo ben pesare che con questo comportamento, il padre Ammone, diventato vescovo, si sia guadagnato quel fratello. E qui vediamo un tratto autentico, vero, profondo della carità cristiana che denuncia il peccato ma mai il peccatore. La carità cristiana denuncia il peccato ma copre il peccatore, scusa il peccatore, difende il peccatore come fece Gesù con l’adultera. E’ molto commovente vedere ciò in questi grandi asceti, severissimi con se stessi, vedere ciò in questo padre Ammone, che aveva fatto della professione dei propri peccati la costante della sua vita, infatti ciò che caratterizza la sua spiritualità è il professarsi peccatore, la sua preghiera era quella del pubblicano, era la sua preghiera quotidiana: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”. Ebbene, come vedete, colui che ha coscienza del proprio peccato è sempre molto misericordioso nei confronti dei peccati degli altri. I santi son tutti misericordiosi, per quanto sommamente intransigenti verso il peccato, sono di una squisita, paterna, infinita bontà verso la pecorella smarrita, e in questo ci rendono vivo, presente il Cuore di Cristo.

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Affidarsi

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

Il “contadino” di Charles Péguy disperato perché i suoi bambini erano malati decide di affidarli, anzi di metterli fra le braccia della Madonna, perché in realtà sono figli “suoi”. E se ne va poi “sgravato” da una troppo grande “angoscia”: comunque certo ora, per quei figli, di un destino “buono”. (Marina Corradi)

Affidarsi dans Charles Péguy bambinia

Affidarsi

Egli pensa ai suoi bambini che ha messo particolarmente sotto la protezione della Santa Vergine.
Un giorno che erano malati.
E che aveva avuto una grande paura.
E pensa ancora fremendo a quel giorno.
Che aveva avuto così paura.
Per loro e per sé.
Perché erano malati.
Ne aveva tremato nella sua carne.
All’idea soltanto che fossero malati.
Aveva ben capito che non poteva vivere così.
Con dei bambini malati.
E sua moglie che aveva una tale paura.
Così spaventosamente.
Che aveva lo sguardo fisso al di dentro e la fronte sbarrata
e non diceva più una parola.
Come una bestia che ha male.
Che tace.
Perché aveva il cuore serrato.
La gola strozzata come una donna che viene strozzata.
Il cuore in una morsa.
La gola nelle dita; nelle mascelle della morsa.
Sua moglie che serrava i denti, che serrava le labbra.
E che parlava raramente e con un’altra voce.
Con una voce che non era la sua.
Tanto aveva spaventosamente paura.
E non voleva dirlo.
Ma lui, per Dio, era un uomo. Non aveva paura di parlare.
Aveva perfettamente capito che le cose non potevano andare così.
Non poteva durare.
Così.
Non poteva vivere con dei bambini malati.
Allora aveva fatto un colpo (un colpo d’audacia), ne rideva
ancora quando ci pensava.
Si ammirava anche un po’. Ed era anche un po’ il caso. E ne fremeva ancora
Bisogna dire che era stato piuttosto ardito e che era un colpo
ardito.
Eppure tutti i cristiani possono fare altrettanto.
Ci si domanda perfino perché non lo facciano.
Come si prendono tre bambini da terra e come li si mettono
tutti e tre.
Insieme. Contemporaneamente.
Per divertirsi. Per una specie di gioco.
Nelle braccia della loro madre e della loro nutrice che ride.
E dà in esclamazioni.
Perché gli se ne mettono troppi.
E non avrà la forza di portarli.
Lui, ardito come un uomo.
Aveva preso, con la preghiera aveva preso.
(Bisogna che Francia, bisogna che cristianità continui.)
I suoi tre bambini nella malattia, nella miseria in cui giacevano.
E tranquillamente te li aveva messi.
Con la preghiera te li aveva messi.
Molto tranquillamente nelle braccia di Colei che è carica di
tutti i dolori del mondo.
E che ha già le braccia così cariche.
Perché il Figlio ha preso tutti i peccati.
Ma la Madre ha preso tutti i dolori.
Lui aveva detto, con la preghiera aveva detto: Non ne posso più.
Non ci capisco più nulla. Ne ho fin sopra la testa.
Non voglio saperne più nulla.
La cosa non mi riguarda.
(Bisogna che Francia, bisogna che cristianità continui.)
Prendili. Te li do. Fanne quel che vorrai.
Io ne ho abbastanza.
Colei che è stata la madre di Gesù Cristo può ben essere anche la madre di questi due maschietti e di questa bambina.
Che sono i fratelli di Gesù Cristo.
E per i quali Gesù Cristo è venuto al mondo.
Cosa ti può fare questo. Ne hai tanti altri.
Cosa ti può fare, uno di più uno di meno.
Hai avuto il piccolo Gesù. Ne hai avuti tanti altri.
(Voleva dire nei secoli dei secoli, tutti i bambini degli uomini,
tutti i fratelli di Gesù, i fratellini, e ne avrà talmente tanti
nei secoli dei secoli.)…

…E’ perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto.
E’ così semplice.
Non si pensa mai a ciò che è semplice.
Si cerca, si cerca, ci si dà da fare, non si pensa mai alla cosa
più semplice.
Insomma si è sciocchi, tanto vale dirlo subito….
…E’ il contrario di un uomo che ha ingaggiato i suoi figli in
una fattoria.
Resta il proprietario dei suoi figli.
Ed è il fattore che ne diventa l’affittuario. Il fattore.
Lui al contrario non vuole più essere che l’affittuario dei suoi
figli.
Non ne ha più che l’usufrutto.
Ed è il buon Dio che ne ha la nuda (e la piena) proprietà.
Ma è un buon proprietario, il buon Dio.
Ammira come quest’uomo è saggio.
Quest’uomo che non vuole più essere che il fattore dei suoi
figli.
Quest’uomo che se ne va, che se ne ritorna a mani vuote.
Perché Dio non è geloso, né la santa Vergine.
Gli lasceranno tranquillamente tutto il godimento dei suoi figli.

Charles Péguy – Il mistero dei santi innocenti

Tratto da: La Roccia Splendente

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L’oceano

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

La parrocchia sottomarina in direzione di Betlemme dans Padre Livio Fanzaga parrocchiasottomarina

Un giorno un pesce dell’oceano chiese ad un altro:
«Scusa, tu che sei più vecchio, sai dirmi dove posso trovare quella cosa che chiamano “oceano”?».

Il vecchio pesce rispose: «E’ quello in cui stai nuotando adesso!»
«Oh! Ma questa è solo acqua!»

Siamo immersi in Dio e non ce ne accorgiamo in «Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo». (At 17,28)
Una grande mistica del secolo scorso, Madeleine Delbrêl,
si domandava con un po’ di umorismo e alla stesso tempo con tristezza: «Mio Dio, se Tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?».

di Don Pino Pellegrino - Lo shopping dell’anima

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Il cespuglio spinoso

Posté par atempodiblog le 25 août 2012

Il cespuglio spinoso dans Derisione

Era cresciuto sui fianchi del monte e si era inebriato di aria e di sole. Ma dopo i primi tempi in cui era un germoglio verde tenero,i suoi rametti contorti e sgraziati si erano coperti di spine sgradevoli ed appuntite…
Era detestato dagli uccelli e dalle pecore, alle quali senza volerlo strappava bioccoli di lana quando lo sfioravano. Perfino le capre, che non sono schizzinose e brucherebbero anche le pietre, lo evitavano.
Gli altri cespugli e gli arbusti sfoggiavano fiori e foglie, e taluni perfino frutti. Il povero cespuglio spinoso produceva solo spine… Il vento della sera gli portava il disprezzo e la derisione delle altre piante.
Ma quando Dio volle parlare a Mosè, scelse l’umile cespuglio spinoso sui fianchi della montagna. E il cespuglio divenne il trono di Dio, splendente più del sole, ardente di luce e di fuoco, come se ognuna delle sue spine si fosse trasformata in una pietra preziosa dai mille riflessi di luce purissima.

La scolaresca era in fila davanti alla mostra delle più grandi invenzioni del secolo. La maestra cercava di preparare i bambini a quello che avrebbero visto. Chiese: “Chi sa dirmi una grande invenzione di oggi, che non c’era cento anni fa?”.
E un ragazzino, convinto e puntandosi l’indice al petto:

“Io signora maestra”.

di Don Bruno Ferrero – “A volte basta un raggio di sole”

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La Madonna e gli Angeli

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2012

La Madonna e gli Angeli dans Racconti e storielle Robertina-Zappa

Una leggenda racconta che gli angeli custodi (ci seguono sempre) molte volte, per difenderci dai pericoli, devono sporcarsi le mani ed imbrattarsele. Allora, prima di presentarsi a Dio, passano dalla Madonna. La Madonna rimette a posto le ali, le pulisce ben bene… così gli angeli non hanno paura di continuare a difenderci sempre, anche se devono imbrattarsi.

Ecco il lavoro della Madonna: fare in modo che possiamo sempre essere protetti e difesi nel pericolo.

Non scordiamo mai l’Ave Maria e l’Angelo di Dio prima di partire, prima di una gita…

Roberta Zappa – Radio Maria

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Dio è il Padre che aspetta i suoi figli

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2012

Dio è il Padre che aspetta i suoi figli
di Don Bruno Ferrero sdb
Tratto da: Don Bosco Torino

Dio è il Padre che aspetta i suoi figli dans Commenti al Vangelo

Una catechista aveva raccontato ai suoi ragazzi del catechismo la parabola del figliol prodigo, ma si era accorta che dopo un po’ molti si erano distratti. Allora aveva chiesto che gliene scrivessero il riassunto.

Uno di loro scrisse così: « Un uomo aveva due figli, quello più giovane però non ci stava volentieri a casa, e un giorno se ne andò via lontano, portandosi con sé tutti i soldi. Ma ad un certo punto questi soldi finirono e allora il ragazzo decise di tornare a casa perché non aveva neanche da mangiare. Quando stava per arrivare, suo padre lo vide e tutto contento prese un bel bastone e gli corse incontro. Per strada incontrò l’altro figlio, quello buono, che gli chiese dove stava andando così di corsa e con quell’arnese: « È tornato quel disgraziato di tuo fratello; dopo quel che ha fatto si merita un bel po’ di botte! ». « Vuoi che ti aiuti anch’io, papà? ». « Certo », rispose il padre.
E così, in due, lo riempirono di bastonate. Alla fine il padre chiamò un servo e gli disse di uccidere il vitello più grasso e di fare una grande festa, perché s’era finalmente tolto la voglia di suonargliele a quel figlio che gliel’aveva combinata proprio grossa! ».

Il bambino ha dimenticato la conclusione di Gesù e prosegue il racconto con la logica di quello che sente e vede ogni giorno. Perché capire la logica del cuore di Dio è difficile per tutti.
Quando le cose sono difficili da spiegare, Gesù racconta.
Per spiegare il cuore di Dio racconta la parabola che abbiamo ascoltato e che conosciamo così bene: la parabola del padre e dei due figli. Come di solito accade, il problema sono i figli!
Il figlio più giovane parte. Va a stare per conto suo. Se ne va di casa. Ma vuole la sua parte di eredità, che è come dire al padre: « Tu per me sei già morto! »

Il figlio più giovane è un gradasso fanfarone, ma in quanti modi più o meno sottili si preferisce starsene lontani da casa… Quanti « andar via di casa » spirituali!
Andarsene da casa significa ignorare la verità che Dio mi ha « formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra e tessuto nel seno di mia madre ».
Andarsene da casa è lasciare il centro del mio essere dove si può udire la voce che dice: « Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto ».
In qualche modo si diventa sordi alla voce che ci chiama « figlio prediletto ».

Qui la domanda in questione è la seguente: dovendo scegliere tra Dio e questo mondo, chi scelgo?
Quanti sono i figli di Dio che scelgono la via del mondo, lontano da quella casa in cui magari soo cresciuti?
Sotto tutto questo c’è la grande ribellione, il « no » radicale all’amore del Padre, la maledizione non detta: « Ti vorrei morto! » Caro Dio, vorrei tanto che tu non esistessi.

André Comte-Sponville scrive: « Non ho solo ricevuto un’educazione cristiana; ho creduto in Dio, di una fede ardente anche se attraversata dal dubbio, fino a più o meno diciott’anni. Poi l’ho perduta, ed è stato come una liberazione: tutto è divenuto più semplice, più leggero, più aperto, più forte! Come essere uscito dall’infanzia, dai suoi sogni e dalle sue paure, dai suoi sudori freddi e dai suoi languori, come se finalmente facessi il mio ingresso nel mondo reale, quello degli adulti, dell’azione, della verità senza perdono né Provvidenza. E che libertà! Che responsabilità! Che gioia! Sì, ho la sensazione di vivere meglio – più lucidamente, più liberamente, più intensamente – da quando sono ateo ».
Il « no » del figlio prodigo riflette la ribellione originale.

Il figlio maggiore, da buon primogenito, è migliore?
In realtà è più « partito » dell’altro…
Esteriormente fa tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma, interiormente, si è allontanato da suo padre. Fa il proprio dovere, lavora sodo ogni giorno e adempie tutti i suoi obblighi, ma è diventato sempre più infelice e meno libero.
Perduto nel risentimento.
Lo stare con il Padre è come un peso che grava sulle spalle: « Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito ad un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici »
E’ diventato un estraneo in casa sua! Non c’è più autentica comunione.
In questo lamento, l’obbedienza e l’amore sono diventati un peso e il servizio è una schiavitù.
Molti figli e figlie maggiori si sono perduti rimanendo sempre a casa. Questo smarrimento è caratterizzato dalla facilità a giudicare e condannare, dalla rabbia e dal risentimento, dall’amarezza e
dalla gelosia: è dannoso e devastante per il cuore dell’uomo.
Il peccato del figlio minore è facile da capire
Lo smarrimento del figlio maggiore, invece, è molto più difficile da identificare. Dopo tutto fa le cose per bene.
C’è tanto risentimento tra i giusti e i retti. C’è tanta facilità a giudicare, condannare. Esistono tanti pregiudizi tra i « santi ». Senza gioia.
La domanda in questione è « Perché io non sono felice nella casa del Signore? »

Il figlio minore ritorna. Gli amici lo avevano tenuto in considerazione soltanto finché era stato utile ai loro interessi.
Una voce che piange dentro… A casa! Rivendicare la condizione di figlio.
Mentre cammina verso la meta, continua a nutrire dubbi: sarò veramente bene accolto una volta arrivato? La fede nel perdono totale e assoluto non arriva subito.
E’ come dire: « Beh, non ce l’ho fatta da solo devo riconoscere che Dio è l’unica risorsa che mi è rimasta. Andrò chiederò perdono nella speranza di ricevere una punizione minore »
Si accontenta di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga.

Ma Gesù dice espressamente che la via verso Dio è identica a quella verso una nuova infanzia. « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » e a Nicodemo: « Bisogna rinascere! »
Diventare un bambino significa vivere una seconda innocenza: non l’innocenza del neonato, ma l’innocenza a cui si arriva attraverso scelte consapevoli.
Come possono essere descritti coloro che sono giunti a questa seconda infanzia, a questa seconda innocenza? Gesù lo dice molto chiaramente: sulla montagna, raduna i discepoli intorno a sé e dice: beati i poveri. beati i miti, beati gli afflitti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati per causa della giustizia. Le Beatitudini sono la meta del cristiano.

E il figlio maggiore? Entrerà? E’ disposto ad ammettere di non essere migliore del fratello? E’ molto più difficile per il figlio maggiore tornare a casa, capire.
Anche se il Padre va incontro al figlio maggiore proprio come ha fatto con il figlio più giovane:

« Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo »

E’ una dichiarazione di amore incondizionato.
Proprio quello che Dio afferma in Isaia: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani ».
Sono le parole di Gesù che riflettono l’amore materno di Dio: « Gerusalemme, Gerusalemme . . . quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli sotto le ali, e voi non avete voluto! »

La domanda non è « come posso conoscere Dio? », ma « come posso farmi conoscere da Dio? ».
E, infine, la domanda non è « come posso amare Dio? » Ma « come posso lasciarmi amare da Dio? »
In tutte e tre le parabole che Gesù racconta per rispondere alla domanda del perché egli mangi con i peccatori pone l’accento sull’iniziativa di Dio.
Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita.
Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa cerca ovunque la dramma perduta finché non la ritrova.
Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli,
Può suonare strano, ma Dio vuole trovare me, se non di più, perlomeno quanto io voglio trovare lui.
Si, Dio ha bisogno di me quanto io ho bisogno di lui.
Un invito alla gioia: vuole che tutti vi partecipino. E’ l’ultima cena. E’ il Paradiso.

Non perdiamo troppo tempo a identificarci con l’uno o con l’altro dei figli: andiamo, facciamo il viaggio!
Diciamo: « Sono qui! Sono tornato! »
Noi vogliamo toccare Dio. Ma Dio ci tocca a sua volta?
Dio fa di più: ci accoglie in un abbraccio eterno!
Tutti sappiamo che cosa significa essere abbracciati e abbracciare.

« Una bambina consegnò alla maestra un foglietto su cui aveva scritto la sua personale « ricetta della vita ». Diceva:
« Ci vogliono quattro abbracci al giorno per sopravvivere;
ci vogliono otto abbracci al giorno per tirare avanti;
ci vogliono dodici abbracci al giorno per crescere ».

Conosciamo tutti quell’abbraccio speciale che dice: « Non è niente! E’ tutto passato! Coraggio… »
Così è l’abbraccio di Dio che possiamo provare concretamente nel Sacramento della Riconciliazione.

Ancora un passo dobbiamo fare: prendere sul serio le parole di Gesù riportate in Luca 6, 36: « Siate anche voi (misericordiosi) pieni di bontà, così come Dio, vostro Padre, è (misericordioso) pieno di bontà ».
Dobbiamo diventare il Padre. Se Dio perdona i peccatori, anche coloro che hanno fede in Dio dovrebbero fare lo stesso.
Diventare come il Padre celeste non è solo un aspetto importante dell’insegnamento di Gesù, ma è il cuore stesso del suo messaggio. Possiamo essere come lui, amare come lui, essere buoni come lui, prenderci cura degli altri come lui. Gesù è categorico su questo punto quando dichiara: « Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso ».
Soltanto i cristiani possiedono la logica del perdono.

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Una statuina tra le zolle

Posté par atempodiblog le 4 mai 2012

Una statuina tra le zolle dans Don Bruno Ferrero Jean-Marie-Baptiste-Vianney-Curato-d-Ars

Giovanni Maria Vianney ancora fanciullo, aveva un fratello maggiore di lui, di nome Francesco, che lo prendeva sempre in giro per le sue incapacità e per la sua religiosità.
Come fare per avere una giusta rivincita? Si propose un modello e questo lo trovò in una piccola statuina della Madonna, che una religiosa gli aveva regalato.
Sentite come ebbe la prima vittoria sul fratello. Mandati tutti e due a zappare nel campo, Francesco, essendo più grande, lo anticipava e lo precedeva nel lavoro. Come raggiungerlo? Giovanni Maria depose alcuni passi davanti a sé la statuina: guardandola, si rincuorava nel lavoro, si sforzava di più e raggiungeva il fratello.
Ma il fratello partiva per la rivincita. Ecco allora che il piccolo riprendeva l’immagine, la collocava di nuovo davanti a sé, si entusiasmava nel lavoro e progrediva.
Così facendo, tenne testa fino a sera al fratello, che a casa dovette, non senza dispetto, confessare alla madre, che Giovanni Maria aveva fatto tanto lavoro come lui. Ma aggiungeva: «La sfida non è stata giusta! Io ero solo, ma lui no, aveva ad aiutarlo la Vergine Maria».

Guarda al modello e imitalo!

“Il Mese di Maggio per i bambini” di Don Bruno Ferrero – Elledici

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Gli altri

Posté par atempodiblog le 28 mars 2012

Gli altri dans Apoftegmi dei Padri del deserto mcz1cj

Padre e figlio erano seduti accanto in chiesa. Ad un tratto, il bambino toccò il padre e ridacchiò: Papà, guarda quell’uomo! Sta dormendo!.
Il padre guardò il figlio con molta serietà e rispose: Sarebbe meglio se dormissi anche tu. Piuttosto che sparlare degli altri”.

Alcuni anziani si recarono in visita da Abba Poemen e chiesero: Secondo te, quando in chiesa sorprendianio i nostri fratelli a sonnecchiare, è opportuno pizzicarli per farli svegliare?.
L’anziano rispose: Se vedessi un fratello sonnecchiare, gli appoggerei la testa sulle mie ginocchia e lo lascerei riposare.

Dobbiamo tutti riscoprire che cosa significa indulgenza.

di Don Bruno Ferrero

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Dio guarda il cuore!

Posté par atempodiblog le 9 février 2012

Dio guarda il cuore! dans Racconti e storielle Zappa-Roberta

PER VOI RAGAZZI
Benvenuti! Ogni pomeriggio parleremo di noi, perche’ abbiamo deciso di rinunciare definitivamente al passeggino, perché ognuno deve essere se stesso e non un clonato, perché non vogliamo rimanere a metà, vogliamo avere l’anima spumeggiante e vivere ghiottamente!

MI VOGLIO BENE!
Al mattino mi guardo allo specchio e dico: Questo sono io. Mi piaccio. Complimenti corpo mio! Sei straordinario! Alla sera penso: Dio è Intelligente: non guarda come appaio, ma come sono. Dio guarda il cuore! Che importa se ho il naso a patata? Mi faccio una risata! Che importa se sono cicciottella? Rido e la vita diventa bella! Che importa se sono allampanato? Mi dò un cuore proporzionato! Beato chi sa’ ridere di se stesso, non gli mancheranno mai gli argomenti.

Roberta Zappa — Radio Maria

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La parrocchia sottomarina in direzione di Betlemme

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2011

La parrocchia sottomarina in direzione di Betlemme dans Padre Livio Fanzaga parrocchiasottomarina

La parrocchia sottomarina, silenziosa e solenne, si avvia, nuotando, in direzione di Betlemme.
I pesci in processione, resistendo al freddo e al gelo, un canto soave elevano verso il cielo.
“Tu scendi dalle stelle” cantano in coro quelle anime belle.
Davanti alla culla del Divino Bambino si fa avanti un timido pesciolino.
“In questo mondo crudele, che non ti ama più, eccoti il nostro cuore, o piccolo Gesù”.
I chierichetti in fila portano un cestino, colmo di regali per Gesù Bambino.
Il Pesce Palla, accompagnato dalla gente, porta a S. Giuseppe il conto corrente.
“E’ per i ripetitori – dice - della nostra Radio Maria, che porta il nome della tua sposa pia”.
La Santa Famiglia dà la benedizione alla parrocchia che festosa riparte in processione.
In coda il Pescecane, dimagrito e in affanno, pensa al cenone dell’ultimo dell’anno.

Padre Livio Fanzaga

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