La confessione

Posté par atempodiblog le 4 mars 2015

[Álvaro del Portillo] Confessava spesso di vedersi davanti a Dio con le mani vuote, incapace di rispondere a tanta generosità. Peraltro, la confessione della povertà umana non è frutto della disperazione, ma di un fiducioso abbandono in Dio che è Padre. È aprirsi alla sua misericordia, al suo amore capace di rigenerare la nostra vita. Un amore che non umilia, non fa sprofondare nell’abisso della colpa, ma ci abbraccia, ci solleva dalla nostra prostrazione e ci fa camminare con più decisione e allegria. Il servo di Dio Álvaro conosceva bene il bisogno che abbiamo della misericordia divina e spese molte energie per incoraggiare le persone con cui entrava in contatto ad accostarsi al sacramento della confessione, sacramento della gioia. Com’è importante sentire la tenerezza dell’amore di Dio e scoprire che c’è ancora tempo per amare.

Papa Francesco

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“Abbiate pazienza (con gli altri) come il Signore l’ha con ciascuno di noi. Accoglieteli sempre con affetto: possano ricorrere a voi per riacquistare l’entusiasmo dopo una sconfitta, perché si sentano compresi, stimolati, amati…”.

“Non dimenticate che la gioia è conseguenza della pace interiore, e che la vera pace è inseparabile dalla compunzione, dal dolore umile e sincero per le nostre mancanze e per i peccati che Dio perdona nel santo Sacramento della Penitenza”.

“Vi sono poche gioie tanto grandi come quella di provare, dopo una Confessione ben fatta, quello che provò il filgiol prodigo: l’abbraccio di Dio nostro Padre che ci perdona”.

Beato Álvaro del Portillo

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Dove comincia Misericordia

Posté par atempodiblog le 3 mars 2015

Lo sguardo del Papa sul limite umano
Dove comincia Misericordia
di Marina Corradi – Avvenire

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«Vado per la strada, passo davanti al carcere: “Eh, questi se lo meritano”, “Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, e anche peggio ancora?”».

Ieri il Papa è tornato su un tema che gli è caro, e che anzi, ha ricordato, è il primo passo per un cammino cristiano: il riconoscersi peccatori, e non solo nelle parole che la domenica, all’inizio della Messa, si possono magari distrattamente ripetere. La saggezza del sapere riconoscere in sé anche il male che non si vede. Come l’invidia, ha esemplificato Francesco; che è in effetti quel male che ci sfiora, almeno, quasi tutti, ma può restare nascosto in fondo al cuore. Non è un reato, certo, l’invidia – anche se può essere all’origine delle peggiore violenza. È un ospite che ci abita, indisturbata, come un virus con cui l’organismo convive.

Le parole del Papa interpellano quelli che mai, dicono, ucciderebbero o ruberebbero; e lavorano onestamente, e pagano rigorosamente le tasse. Quelli che passando, qui a Milano, davanti alle mura grigie di San Vittore, pensano con un sentimento di disprezzo e rivalsa: «A quei delinquenti, ben gli sta». O evocano con nostalgia la pena di morte, o dicono, di un assassino: «Che lo chiudano dentro, e buttino via la chiave». Affermando nella stessa durezza del giudizio la certezza di essere “altri”, del tutto altri uomini, rispetto a “quelli là”.

E anche nella quotidianità di questo Paese, da anni, come è cresciuta l’onda di un’“onestà” innalzata come uno stendardo: che divide “noi”, gli onesti, da loro, sempre “loro”, i ladri. Dove per onestà si intende una fedina penale immacolata. Ma, parlando cristiano, quanto male può avere nel cuore un cittadino modello, che paghi fino all’ultimo le tasse, e non violi una virgola del codice della strada. Quanto male c’è in un uomo che induce una donna a buttare via il bambino che aspetta, in un genitore che non perdona, in un figlio che abbandona i suoi vecchi.
Non sono reati, certo. Niente che ti porti in galera. Ma peccati sì, e quali. E allora passando davanti a San Vittore o a Regina Coeli ognuno, insegna il Papa, dovrebbe farsi cosciente del male che ha in sé. Magari, solo per grazia di Dio nella vita nostra non c’è stato quell’incontro, quell’occasione, quell’attimo che precipitano in una voragine la strada di altri. Per grazia di Dio c’è stata invece una madre, un padre, un amico, a fermarci. A quei segreti scambi che disegnano il nostro destino, per grazia di Dio abbiamo preso il binario giusto. Tutto qui.

Perché il rischio, anche maggiore per i credenti che fin da bambini sono stati rispettosi di ogni precetto morale e continuano a esserlo, è di sentirsi “bravi”. Al modo del fariseo del Vangelo, ringraziano di non essere come quel pubblicano. Ma è un grande male, quello che ci ricorda il Papa in questo inizio di Quaresima: «Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che quei carcerati hanno fatto, e anche peggio ancora?».
Beh, molti di noi no, non lo pensano. Alcuni ne sono addirittura sicuri. E in certi frangenti di cronaca questo sentimento esplode, violento e oscuro: come quando un arresto avviene tra una folla inferocita e festante, tra cui qualcuno grida minacciosamente: «Datelo a noi!», e si respira odore di linciaggio. Oppure quando l’accusata di un omicidio clamoroso, come la madre del bambino Loris, entra in prigione: e dalle celle i detenuti le urlano, come è avvenuto, insulti e auguri di morte. In un coro d’inferno che per un attimo svela la profondità vertiginosa del male degli uomini, che si credono migliori degli altri.

Ma, in quel riconoscersi peccatori (questa parola desueta, e quasi pubblicamente imbarazzante) sta, dice Francesco, una grande speranza: «Quando uno impara ad accusare se stesso, è misericordioso con gli altri». Misteriosamente, nell’uomo che non va fiero di una fasulla probità ed è conscio della sua capacità di male, accade una metamorfosi. Lo sguardo cambia, e si guarda all’altro come guarderemmo a un figlio; e a nessuno si nega una possibilità di conversione. E se una sera al tg dicono che è morto il camorrista detto “’o animale”, 67 omicidi sulla coscienza, può accadere di pensare con sgomento al suo destino. Ma nemmeno della salvezza di Pasquale Barra possiamo disperare – nella certezza del nostro Dio, che è un Dio di misericordia.

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Papa: sapienza del cristiano è non giudicare gli altri e accusare se stesso

Posté par atempodiblog le 2 mars 2015

Papa: sapienza del cristiano è non giudicare gli altri e accusare se stesso
E’ facile giudicare gli altri, ma si va avanti nel cammino cristiano solo se si ha la sapienza di accusare se stessi: è quanto ha detto il Papa riprendendo, dopo gli esercizi spirituali, a celebrare la Messa a Santa Marta con i gruppi.
di Sergio Centofanti- Radio Vaticana

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Le letture del giorno sono incentrate sul tema della misericordia. Il Papa, ricordando che “siamo tutti peccatori” – non “in teoria” ma nella realtà – indica “una virtù cristiana, anzi più di una virtù”: “la capacità di accusare se stesso”. E’ il primo passo di chi vuole essere cristiano: “Tutti noi siamo maestri, siamo dottori nel giustificare noi stessi: ‘Ma, io non sono stato, no, non è colpa mia, ma sì, ma non era tanto, eh… Le cose non sono così…’. Tutti abbiamo un alibi spiegativo delle nostre mancanze, dei nostri peccati, e tante volte siamo capaci di fare quella faccia da ‘Ma, io non so’, faccia da ‘Ma io non l’ho fatto, forse sarà un altro’: fare l’innocente. E così non si va avanti nella vita cristiana”.

“E’ più facile accusare gli altri” – osserva il Papa – eppure “accade una cosa un po’ strana” se proviamo a comportarci in modo diverso: “quando noi incominciamo a guardare di quali cose siamo capaci”, all’inizio “ci sentiamo male, sentiamo ribrezzo”, poi questo “ci dà pace e salute”. Per esempio – afferma Papa Francesco – “quando io trovo nel mio cuore un’invidia e so che questa invidia è capace di sparlare dell’altro e ucciderlo moralmente”, questa è la “saggezza di accusare se stesso”. “Se noi non impariamo questo primo passo della vita, mai, mai faremo passi sulla strada della vita cristiana, della vita spirituale”:

“E’ il primo passo, accusare se stesso. Senza dirlo, no? Io e la mia coscienza. Vado per la strada, passo davanti al carcere: ‘Eh, questi se lo meritano’, ‘Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?’. Questo è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono”.

Il Papa sottolinea un’altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio:

“‘A te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me e a te la misericordia e il perdono’. Questo dialogo con il Signore ci farà bene di farlo in questa Quaresima: l’accusa di se stessi. Chiediamo misericordia. Nel Vangelo Gesù è chiaro: ‘Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso’. Quando uno impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri: ‘Ma, chi sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?’”.

La frase: “Chi sono io per giudicare l’altro?” – afferma il Papa – obbedisce proprio all’esortazione di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati”. Invece, rileva – “come ci piace giudicare gli altri, sparlare di loro!”.

“Che il Signore, in questa Quaresima – conclude il Pontefice – ci dia la grazia di imparare ad accusarci”, nella consapevolezza che siamo  capaci “delle cose più malvagie”, e dire: “Abbi pietà di me, Signore, aiutami a vergognarmi e dammi misericordia, così io potrò essere misericordioso con gli altri”.

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Dio Amore Misericordioso

Posté par atempodiblog le 8 février 2015

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Dio Amore Misericordioso, il quale nel Signore Gesù si è manifestato meravigliosamente “ricco di misericordia” con ogni uomo, specialmente con chi è povero e misero, sofferente e peccatore. 

Beata Speranza di Gesù (Maria Josefa Alhama Valera)

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La storia di Elisabetta Canori Mora

Posté par atempodiblog le 4 février 2015

La storia di Elisabetta Canori Mora
Chiese di Roma / San Carlino. Elisabetta, la santa paziente delle donne tradite (Febbraio 2011)
di Alessandra Buzzetti – Il Sussidiario.net

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Memoria liturgica: 5 febbraio

Ha dispensato la sua ultima grazia in Ucraina: a una madre disperata, che ha invocato quella beata tanto strana, e insieme così vicina. E potrebbe essere proprio questo il miracolo che farà diventare santa Elisabetta Canori Mora. Sicuramente alla beata, che ha vissuto l’infedeltà coniugale come occasione per santificare se stessa e convertire il marito fedifrago, non dovrebbe, di questi tempi, mancare il lavoro. E pregare sulla tomba della beata Elisabetta, è un’occasione unica per ammirare uno dei gioielli architettonici del Barocco romano.

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Chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane (Roma)

Sulla soglia della Chiesa del San Carlino alle Quattro Fontane – a due passi dal Quirinale – ci accoglie padre Javier Carnerero, della Comunità dei Trinitari spagnoli, ancora custodi della Chiesa progettata per loro, nel 1643, dal geniale Francesco Borromini. Oggi padre Javier custodisce anche la memoria di Elisabetta, come postulatore della sua causa di canonizzazione.

La tomba è in una cappella accanto all’altare, ornata di fiori freschi, dato che la sua festa è passata da poco. «Quando il 4 febbraio del 1825 Elisabetta è morta, già santa per il popolo romano che a lei si rivolgeva già da tempo – racconta padre Javier – è stata sepolta nella cripta della Chiesa. Abitava a meno di un isolato di distanza, era una terziaria trinitaria e frequentava moltissimo la nostra chiesa. Una volta dichiarata venerabile è stata portata quassù. Con lei anche l’immagine miracolosa di Gesù Nazareno del Riscatto, il capofamiglia, di fatto, dei Mora».

La storia di Elisabetta comincia in una nobile e numerosa famiglia romana, caduta in disgrazia alla fine del 1700: dopo una breve “educandato” nel Monastero di santa Rita da Cascia, in compagnia della sorellina Benedetta, Elisabetta – divenuta nel frattempo una bella e vivace ragazza – viene data in sposa a un ottimo partito: Cristoforo Mora, promettente avvocato e figlio di uno dei medici più in vista della città. Dopo i primi anni il matrimonio – all’apparenza perfetto – comincia a scricchiolare: Cristoforo da amante geloso fino all’ossessione – tanto da non far più uscire di casa la moglie e da impedirle qualsiasi lavoro manuale per non sciupare la sua bellezza – si trasforma in marito infedele. Perde la testa per una donna di rango inferiore – che non lascerà fino alla morte della moglie – dilapida il patrimonio di famiglia, incurante anche del destino delle due figlie, Marianna e Lucina: per Elisabetta è l’inizio di una vita travagliata, segnata da incomprensioni, umiliazioni, miseria, eppure mai dalla disperazione. La ragione è semplice: la fedeltà alla vocazione che Dio le aveva dato significava amare suo marito. L’autobiografia scritta da Elisabetta – su ordine del suo padre spirituale, che si era reso conto di avere a che fare con una donna dai talenti straordinari – è il racconto di un dialogo serrato con Dio, cui Elisabetta si abbandona totalmente.

Lui le risponde sempre, tirandola fuori dai peggior guai: quando il marito arriva quasi sul punto di ammazzarla, quando è costretta a vendere tutti i gioielli, abito da sposa compreso, per pagare i creditori; quando deve far fronte alle calunnie delle cognate, che la trattano come una serva, riservandole sempre i lavori più umili e tentando di rinchiuderla nel Convento romano, destinato alle prostitute impenitenti; quando anche alcuni confessori le suggeriscono di separarsi dal marito, ma lei capisce che il suo compito è dare la sua vita per la salvezza di Cristoforo e per quella delle figlie.

«Elisabetta non è una donna che subisce passivamente – racconta padre Javier – il giudizio sul comportamento del marito è chiaro e glielo dice; eppure lo perdona, lo aspetta ogni notte – pur sapendo che rincaserà solo all’alba – arriva addirittura a pregare anche per l’amante di Cristoforo». Cristoforo, dal canto suo, una cosa buona la fa: lascia totalmente libera la moglie di educare le figlie come vuole, mettendosi contro anche le accanite sorelle zitelle.

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L’immagine del Gesù del Riscatto

A Elisabetta non mancano i segni, che il calvario intrapreso sia, realmente, la strada della sua santità: in una delle sue numerose visioni, in un periodo di particolari ristrettezze economiche, Gesù le annuncia che sarebbe diventato presto il suo capofamiglia. Detto, fatto: il giorno dopo un sacerdote sconosciuto suona alla porta, consegnandole un’immagine di Gesù, che, da lì a poco, diventerà famosa in tutta Roma, per i tanti miracoli concessi. Tra i beneficiari si contano addirittura due Papi. Ma in vita Elisabetta non vedrà accadere il miracolo più atteso: la conversione di suo marito. Cristoforo si rinnamorerà di lei, solo dopo la sua morte, decidendo di cambiare in modo radicale la sua vita: diventa frate conventuale e anche sacerdote.

Non è mai troppo tardi per lasciarsi amare. E le tante donne tradite o madri in difficoltà, che vengono a pregare sulla tomba di Elisabetta sanno bene che Dio può far santo anche il più incallito peccatore. Con buona pace dei sepolcri imbiancati.

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Dio perdona tutto e dimentica

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2015

“Perdonare vuol dire dimenticare per sempre”.
San Giovanni Bosco

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Dio perdona tutto e dimentica
La confessione non è un “giudizio”, ma un “incontro” con un Dio che perdona e dimentica ogni peccato alla persona che non si stanca di chiedere la sua misericordia. È il pensiero di fondo dell’omelia di Papa Francesco, pronunciata durante la Messa del mattino presieduta in Casa S. Marta.

di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

E’ il “lavoro” di Dio, ed è un lavoro “bello”: riconciliare. Perché “il nostro Dio perdona” qualsiasi peccato, lo perdona “sempre”, fa “festa” quando uno gli chiede perdono e “dimentica” tutto. Francesco riflette sul brano di Paolo agli Ebrei, nel quale l’Apostolo parla in modo insistito della “nuova alleanza” stabilita da Dio col suo popolo eletto, e l’omelia diventa un’appassionata meditazione sul perdono.

Dio perdona sempre
“Il Dio che riconcilia”, afferma il Papa, sceglie di mandare Gesù per ristabilire un nuovo patto con l’umanità e il caposaldo di questo patto è fondamentalmente uno: il perdono. Un perdono che ha molte caratteristiche:

“Prima di tutto, Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma Lui non si stanca di perdonare. Quando Pietro chiese a Gesù: “Quante volte io devo perdonare? Sette volte?” – “Non sette volte: settanta volte sette”. Cioè sempre. Così perdona Dio: sempre. Ma se tu hai vissuto una vita di tanti peccati, di tante cose brutte, ma alla fine, un po’ pentito, chiedi perdono, ti perdona subito! Lui perdona sempre”.

Dio perdona tutto e dimentica
Eppure, il dubbio che potrebbe sorgere nel cuore umano è sul “quanto” Dio sia disposto a perdonare. Ebbene, ripete Francesco, basta “pentirsi e chiedere perdono”: “non si deve pagare niente”, perché già “Cristo ha pagato per noi”. Il modello è il figliol prodigo della parabola, che pentito prepara un discorso da fare a suo padre, il quale invece non lo fa nemmeno parlare ma lo abbraccia e lo tiene stretto a sé:

“Non c’è peccato che Lui non perdoni. Lui perdona tutto. ‘Ma, padre, io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante brutte, tante brutte, tante di quelle che non avrò perdono…’ No. Non è vero. Perdona tutto. Se tu vai pentito, perdona tutto. Quando… eh, tante volte non ti lascia parlare! Tu incominci a chiedere perdono e Lui ti fa sentire quella gioia del perdono prima che tu abbia finito di dire tutto”.

Confessione non è giudizio ma incontro
E un’altra cosa, continua a elencare il Papa: quando perdona, Dio “fa festa”. E infine, Dio “dimentica”. Perché quello che importa per Dio è “incontrarsi con noi”.

E qui, Francesco suggerisce un esame di coscienza ai sacerdoti dentro al confessionale. “Sono disposto a perdonare tutto?”, “a dimenticarmi i peccati di quella persona?”. La confessione, conclude, “più che un giudizio, è un incontro”:
“Tante volte le confessioni sembrano una pratica, una formalità : ‘Po, po, po, po, po… Po, po, po… Vai”. Tutto meccanico! No! E l’incontro dov’è? L’incontro con il Signore che riconcilia, ti abbraccia e fa festa. E questo è il nostro Dio, tanto buono. Anche dobbiamo insegnare: che imparino i nostri bimbi, i nostri ragazzi a confessarsi bene, perché andare a confessarsi non è andare alla tintoria perché ti tolgono una macchia. No! E’ andare a incontrare il Padre, che riconcilia, che perdona e che fa festa”.

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Sapersi perdonare

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2015

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“Bisogna vivere con noi stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare gli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti. E’ forse la cosa più difficile: [...] sapersi perdonare i propri difetti e i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare”.

Etty Hillesum

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Un cuore di misericordia

Posté par atempodiblog le 8 janvier 2015

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Pur avendo sentito tanto parlare di misericordia non è facile capire che cosa esperimenta un cuore misericordioso.

Credo che sia misericordia la compassione che si prova quando si vede soffrire un altro oppresso dal peso di una disgrazia.

Credo che saremo misericordiosi se le pene degli altri ci faranno soffrire, se il loro dolore ci farà piangere.

La persona che davvero ama Gesù versa molte lacrime perché vede che tanti suoi fratelli non Lo amano, Lo offendono e raramente accettano la Sua volontà; e questa è la maggiore disgrazia che possa capitare a una persona.

L’anima amica di Gesù, che veramente lo ama, è delicata, cerca di non ferire il prossimo ed evita tutto ciò che può fargli dispiacere. Prova una grande pena quando si accorge di aver commesso un’imprudenza e dimentica facilmente tutto quello che gli altri le hanno fatto, o, se lo ricorda, è solo per presentarlo a Gesù e chiedergli di aiutare i suoi fratelli perché siano come Egli li vuole.

Signore, donaci amore, donaci carità, concedici di amare il prossimo; soltanto così ameremo Gesù, amando i nostri fratelli. Io voglio amarli tutti, buoni e cattivi. Il peccato no, Gesù mio, ma il peccatore sì perché si converta e ti ami.

Madre Speranza

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Papa Francesco: “Chiediamo al Signore la grazia di sentirci peccatori”

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2014

Papa Francesco:  “Chiediamo al Signore la grazia di sentirci peccatori”

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“Chiedo al Signore la grazia che il nostro cuore sia semplice, luminoso con la verità che Lui ci dà, e così possiamo essere amabili, perdonatori, comprensivi con gli altri, di cuore ampio con la gente, misericordiosi. Mai condannare, mai condannare. Se tu hai voglia di condannare, condanna te stesso, che qualche motivo avrai, eh?”. “Chiediamo al Signore la grazia che ci dia questa luce interiore, che ci convinca che la roccia è soltanto Lui e non tante storie che noi facciamo come cose importanti; e che Lui ci dica – Lui ci dica! – la strada, Lui ci accompagni nella strada, Lui ci allarghi il cuore, perché possano entrare i problemi di tanta gente e Lui ci dia una grazia che questa gente non aveva: la grazia di sentirci peccatori”. (15/12/2014)

“Se il tuo cuore non è un cuore pentito, se tu non ascolti il Signore, non accetti la correzione e non confidi in Lui, tu hai un cuore non pentito. Ma questi ipocriti che si scandalizzano di questo che dice Gesù sui pubblicani e le prostitute, ma poi di nascosto andavano da loro o per sfogare le loro passioni o per fare affari – ma  tutto di nascosto – erano puri! E questi il Signore non li vuole”. (16/12/2014)

Tratto da: Radio Vaticana

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Il dono più prezioso: la pace interiore

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2014

Il dono più prezioso: la pace interiore
di padre Livio Fanzaga – Il miracolo della conversione. Ed. Piemme

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Quando il perdono di Dio sovrabbonda nel tuo cuore, allora non ti darà difficile perdonare gli altri. Quando eri nelle tenebre dividevi gli uomini in amici e nemici. In realtà eri pronto a morderti con tutti,perché questa è la legge della carne, che cerca se stessa a scapito degli altri. Se qualcuno ti aveva fatto del male, lo avevi inserito nelle tue liste di proscrizione, pronto a far scattare la legge dell’occhio per occhio. In una concezione della vita senza Dio, dove l’uomo è lupo all’uomo, o si sbrana o si è sbranati. E’ il dinamismo della vita infernale, che Satana cerca di instaurare sulla terra.

Ora ne sei uscito e hai scoperto, forse per la prima volta, il sentimento della compassione per i tuoi simili. Hai sperimentato quanto Dio sia stato misericordioso con te. Il tuo cuore di pietra si è spezzato e ora guardi gli altri con occhi nuovi. Vedi la loro miseria e la loro infelicità, che erano fino a poco tempo fa anche le tue. Senti quanto sono vere le parole del Padre Nostro: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

[…]

Quante volte hai sentito parlare di pace? E’ una delle parole che ricorrono più frequentemente sulla bocca degli uomini. Non ne parlano però come di una realtà che posseggono. La pace è desiderata e invocata, proprio perché se ne sente la mancanza. Ripensa alla tua vita trascorsa, quando cercavi la felicità nelle cose che passano. Hai forse conosciuto qualche momento di pace? Correvi affannosamente qua e là dietro chimere sfuggenti. Ovunque ti trovavi e qualunque cosa facevi ti sentivi inquieto e insoddisfatto. Anche quando riuscivi a raggiungere i tuoi obbiettivi non ti sentivi contento. Non avevi la pace dentro di te. Forse allora hai compreso che il luogo proprio della pace è il cuore. Come potremmo infatti essere in pace con gli altri se non siamo in pace con noi stessi?

La pace interiore è uno dei doni più preziosi della vita. Ma come conseguirlo? Nei rari momenti di calma e di silenzio, quando riuscivi a stare con te stesso, avvertivi il ribollio delle passioni, fonte di perenne agitazione. La bestia in agguato dentro di te, era sempre pronta a prendere il sopravvento e a dilaniarti con le sue fauci mai sazie.

Caro amico, le radici della guerra sono dentro l’uomo. Chi è in pace con se stesso, non aggredisce gli altri.
Ora cominci a capire che la pace che ti mancava è possibile. Anzi, è un’esperienza che già stai vivendo. Mentre accogli il perdono dei peccati, ti senti traboccare di gioia e pace.

La gioia e la pace sono frutto della conversione. In questo momento del tuo cammino le sperimenti insieme, ma non sono la medesima cosa. E’ importante che tu lo sappia. Infatti, nel doloroso percorso di purificazione che ti sta davanti, ci saranno momenti in cui Dio ti toglierà la gioia, ma mai la pace.

[…]

La pace, caro amico, sgorga dalla croce. E’ il dono per eccellenza di Gesù Risorto. Quella pace che gli angeli avevano annunciato in Cielo nella notte di Natale, viene riversata nel cuore degli uomini nel giorno di Pasqua.

[…]

La pace è un dono di colui che è la Pace. Ora che hai ricevuto il perdono dei peccati, senti la sua vicinanza, gioisci nel suo abbraccio. La pace zampilla inesauribile dal fondo del tuo cuore.

La pace è il frutto del perdono. Nel momento in cui l’Onnipotente ti ha perdonato tutti i peccati, la coscienza ha cessato come d’incanto di rimorderti. Ti senti in pace perché ti senti un figlio che il Padre celeste ha riammesso nella sua casa. Non hai più paura di Dio perché hai conosciuto il suo amore. La sua pace trabocca nel tuo cuore e tu colma di sé. Non avevi mai fatto un’esperienza come questa. Non sospettavi neppure che sulla terra l’uomo potesse godere di un tale benessere spirituale. Non esagero affermando che la pace che stai vivendo è il più grande dono che l’uomo possa avere sulla terra.

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Festa di Cristo Re: amare i fratelli secondo la misura dell’amore di Cristo

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2014

Festa di Cristo Re: amare i fratelli secondo la misura dell’amore di Cristo
Don Fabio Rosini (catechesi audio)

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E’ molto interessante oggi, come sempre, logicamente, confrontare la prima lettura con il Vangelo perché c’è un rovesciamento di prospettiva… ovverosia nella prima lettura c’è  il famoso rimprovero, fatto per mezzo del profeta Ezechiele, da parte del Dio di Israele ai pastori, a coloro che governano il popolo, a coloro che lo pascolano, perché si son comportati male… non hanno veramente fatto il bene del popolo di Dio. Allora Dio adirato dice: “Io stesso cercherò le mie pecore, siccome non lo fate voi… le passerò in rassegna”. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, no? “E cosa farò? Condurrò le mie pecore al pascolo, le farò riposare, andrò in cerca della pecora perduta, ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte, le pascerò con giustizia”.

Questa prospettiva ci fa vedere un certo tipo di realtà. Quella cosa per cui, siccome gli uomini non si son occupati dei loro fratelli, Dio stesso andrà a occuparsi di questi bisognosi, di queste persone che hanno bisogno di cura, secondo le loro diverse necessità.

Invece, il Vangelo rovescia la prospettiva se ci pensiamo bene, si da una parte compare questo Re Pastore il quale (come dice l’ultimo versetto della prima lettura: “giudicherò tra pecora e pecora, montoni e capri”) divide, discerne, chiarisce quello che è il confronto tra le opere di alcuni e le opere di altri e  metterà alla destra e alla sinistra chi ha fatto qualcosa – che cosa però? –. Il principio del discernimento è necessario per capire dove vien messa una pecora, dove vien messo un capro: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere. Ero straniero e mi avete accolto. Nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Oppure non lo avete fatto…”.

Nella prima lettura era il Signore che si prendeva cura del suo popolo, qui – nel Vangelo – è ognuno di noi che si prende cura di qualcuno. Ed è curioso: “avevo fame…”, cioè Dio si cura di noi, nella prima lettura, perché noi non abbiamo carità fra di noi… nella seconda lettura noi siamo chiamati a prenderci cura, curiosamente, di Lui… “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”, cioè chiamati tutti quanti a essere pastori, chiamati a dare da mangiare a qualcuno, chiamati a visitare qualcuno, chiamati a curare qualcuno.

Dov’è il punto? Ce ne sono due:

Innanzi tutto: ognuno di noi ha qualcuno di cui prendersi cura. Attenzione quando partiamo per grandi opere eclatanti, altisonanti, magari molto estranee al nostro contesto vitale. Partiamo da quello che già Dio ci ha dato da fare ,perché non ci succeda che noi ci stiamo occupando di non si sa chi, mentre non ci stiamo occupando della prima emergenza che ci circonda… delle persone che Dio, in un discernimento che va fatto con semplicità e semplicità, ci affida. Secondo ministero, secondo quello che è la nostra propria condizione.

Prima di tutto noi abbiamo da servire qualcuno. Sicuramente, non c’è ombra di dubbio. Ognuno di noi è chiamato a servire qualcun altro. Noi non viviamo se non ci serviamo reciprocamente, nessun uomo e nessuna donna può vivere se non è aiutato da qualcun altro e noi tutti abbiamo bisogno di essere pascolati e noi tutti siamo, quindi, chiamati a pascolare qualcuno, a pascere qualcuno, a occuparci di qualcuno.

La cosa interessante è, appunto, il rovesciamento rispetto alla prima lettura. Quando faremo questo, infondo, stiamo occupandoci di Cristo. Infatti, qui sia i buoni che i cattivi non Lo riconoscono: “quando mai ti abbiamo visto e ti abbiamo dato da mangiare?”, oppure “quando ti abbiamo visto affamato e non ti abbiamo dato da mangiare?”.

E svelerà, questo Re Pastore, che era nascosto nelle persone che erano intorno. Ovverosia “ogni volta che avete fatto questo ai miei fratelli più piccoli lo avete fatto a Me”.

Qui è il cambio tra le opere di semplice filantropia con la carità cristiana. La carità cristiana è molto diversa dalla filantropia. Quest’ultima è amore dell’uomo secondo concetti di giustizia e di solidarietà, che sono cose molto buone, non c’è niente di male, ma l’amore cristiano è una relazione con Cristo, quando si fanno le cose alle persone non le si fanno perché uno ha un concetto o un’astrazione di bontà, per cui fa le cose che, logicamente, saranno limitate dal concetto, limitate anche dal merito, dalla giustizia, dall’opportunità, dalla quantità di parametri umani che resteranno sempre e comunque validi in questo ambito. Qui si va oltre: si va a una relazione con Cristo ovverosia si fa quello che Lui ha fatto per noi. Qui entrano altri parametri, qui la giustizia diventa meno importante perché non faremo le cose solo per chi se lo merita ma anche per chi non se lo merita… perché Cristo ha fatto questo con noi.

Noi in questo entreremo in categorie come “l’amore al nemico”, che sono straordinarie, oltre l’umano che sono solamente del tipo che appartiene allo Spirito Santo, non appartiene allo spirito umano. Qui noi non facciamo le cose perché sono giuste, perché io con la mia volontà ho capito che vanno fatte, ma perché io ho ricevuto tanto. Si parte nelle opere di misericordia da come Cristo le ha applicate a noi e, quindi, noi le facciamo a Lui. Noi amiamo Lui che ci ha tanto amato, quindi non ho bisogno che l’altro se lo meriti quello che io gli faccio. Lo faccio anche se l’altro non se lo merita, lo faccio perché la mia relazione con lui è una triangolazione con Cristo. Lo so che l’altro è povero… è povero come lo sono stato io, per questo userò misericordia, userò pazienza secondo una misura che non è la misura della mia giustizia, dei miei poveri concetti umani, ma secondo la misura dell’amore di Cristo, il Quale quando ero carcerato nelle mie schiavitù, nelle mie assurdità, è venuto a liberarmi, è venuto a visitarmi, ha avuto pazienza con me, quando avevo fame di una fame più profonda non mi ha lasciato senza sostegno. Quando ero malato delle mie malattie interiori, quelle invisibili, quelle che si vivono tranquillamente senza mostrarle, Lui ha avuto pazienza con me. Piano piano mi ha preso per mano e mi ha condotto a riconoscere la mia malattia e mi ha insegnato a vivere nella sua salute.

E’ dalla relazione con Cristo che partono le  opere di misericordia, altrimenti sono solamente delimitate dallo spazio della nostra razionalità che è tanto piccola, che è tanto mediocre.

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Nella Chiesa ti senti un servo inutile o un “eletto”?

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2014

Nella Chiesa ti senti un servo inutile o un “eletto”? dans Fede, morale e teologia 159iyd

Il Santo Padre ci ha invitato a non considerarci “privilegiati”, guardando poi dall’alto chi è emarginato, disprezzato, semplice. “Questa è una tentazione dei discepoli: dimenticare il primo amore, cioè dimenticare anche le periferie, dove io ero prima, anche se devo vergognarmi”, esortandoci a non dimenticare la “Chiesa emarginata” dei bambini, degli ammalati, dei carcerati, il popolo fedele che prega per chiedere grazia, non privilegi.
E io vivo la mia vita di fede, partecipo alle attività ecclesiali considerandomi un eletto, un privilegiato, o al contrario per servire e salvare gli altri? Quando prego ho lo sguardo fisso sul Signore o su me stesso? Sono pronto ad accogliere il mio prossimo, con tutte le sue ferite e debolezze (magari le stesse che non voglio riconoscere in me)? Fai le tue considerazioni.

di Padre Livio Fanzaga

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“La Confessione non è una condanna, ma perdono e misericordia!”

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2014

“La Confessione non è una condanna, ma perdono e misericordia!”
Il cardinale Piacenza spiega che il confessore è strumento di un’azione che lo trascende, della quale non è e non deve cercare di diventare protagonista
di Antonio Gaspari – Zenit (13 novembre 2014)

“La Confessione non è una condanna, ma perdono e misericordia!” dans Cardinale Mauro Piacenza Confessione

“Il confessionale per i sacerdoti rappresenta una ‘postazione’ privilegiata per contemplare, con sempre rinnovato stupore, gli effetti salvifici della Divina Misericordia”. Lo ha detto oggi il cardinale Mauro Piacenza a conclusione del convegno “Il sigillo confessionale e la privacy pastorale”, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, presso il Palazzo della Cancelleria a Roma.

Il porporato ha raccontato delle tante autentiche conversioni e cambiamenti di vita che avvengono durante la confessione. “Confessare – ha constatato – significa diventare testimoni della reale potenza della Resurrezione di Cristo vincitore della morte. Si comprende che l’ultima parola sul male è sempre ed unicamente di Dio, che rivela la Sua giustizia nella grazia del perdono”.

Nell’ordinamento della giustizia divina – ha proseguito il cardinale – il diritto che gli errori del passato non gravino per sempre sulla reputazione futura della persona è da sempre riconosciuto ad ogni penitente che, con cuore umile e contrito, si accosta al sacramento della riconciliazione. Dopo l’assoluzione impartita dal confessore, infatti, Dio ricco di misericordia non ricorda più il peccato del penitente perché è stato definitivamente cancellato dalla grandezza del Suo amore”.

In questo contesto, secondo Piacenza, l’accompagnamento spirituale è una relazione che “cerca di far scoprire sempre più la vita di Dio in ciascuno di noi e di aiutare le persone che ne sono coinvolte a fare una forte esperienza del Suo amore misericordioso”.

Per introdurre il tema del segreto della confessione, il porporato ha citato Papa Benedetto XVI che nel corso della Lectio divina al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, (11 giugno 2012) ha denunciato la “cultura della menzogna che si presenta sotto la veste della verità e dell’informazione, in cui il moralismo è maschera per confondere e creare confusione e distruzione […]. Non conta la verità ma l’effetto, la sensazione. Sotto il pretesto della verità si distruggono gli uomini e si vuole imporre solo se stessi come vincitori”.

A tal proposito, il Penitenziere Maggiore ha rilevato che dagli interventi svolti al convegno è emerso chiaramente come nell’ambito del sigillo e del segreto sacramentale la Chiesa abbia elaborato nel corso dei secoli una esperienza ricchissima, oltre ad una normativa dettagliata e rigorosa, volta a tutelare e proteggere quella che si può considerare senz’altro come “la forma più alta del segreto, che riguarda in particolare ogni sacerdote confessore”.

“Questa normativa – ha sottolineato – ha fortemente orientato la normativa stessa degli ordinamenti civili in tema di segreto professionale”. “La fiducia del penitente non deve essere tradita” e la Chiesa “deve garantire uno spazio protetto, in grado di attenuare l’esposizione di sé e la vulnerabilità che sempre accompagnano l’atto di confessare il proprio peccato”. Nello stesso tempo la celebrazione della Penitenza deve essere un evento spirituale e un momento di grazia non solo per il fedele ma anche per il ministro del sacramento.

“Il ministro – ha sottolineato poi il cardinale Piacenza – deve perciò sapere che mentre giudica egli viene giudicato, che mentre parla e consiglia egli è un ascoltatore dello Spirito Santo che gli dona di edificare e consolare il cammino di fede dei propri fratelli e delle proprie sorelle”

Per questo, nel Discorso ai partecipanti al XXV Corso sul Foro interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica, Papa Francesco rimarcò la necessità dilavorare molto su noi stessi, sulla nostra umanità, per non essere mai di ostacolo ma sempre favorire l’avvicinarsi alla misericordia e al perdono”.

“La Confessione non è un tribunale di condanna, ma esperienza di perdono e di misericordia!”, ha quindi ribadito il cardinale, citando il Pontefice. Ha quindi concluso ringraziando tutti gli illustri relatori e i convenuti, auspicando che il Convegno abbia contribuito ad una considerazione del sacramento della penitenza come occasione, forse l’unica, “dove ognuno sa di poter essere ben accolto, ascoltato e perdonato, la sua interiorità custodita e salvaguardata e la sua fiducia e speranza nella divina misericordia mai tradita!”.

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La confessione tra segretezza e privacy

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2014

La confessione tra segretezza e privacy
Il cardinale Mauro Piacenza racconta i “miracoli” del confessionale durante il suo intervento al convegno “Il sigillo confessionale e la privacy pastorale”, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica
di Antonio Gaspari – Zenit (12 novembre 2014)

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“Quanti veri e propri miracoli della grazia di Dio avvengono nel segreto di un confessionale, nel colloquio confidenziale che caratterizza la relazione di accompagnamento spirituale, nell’intimo del cuore che pur ferito dal male, si apre alla verità dell’amore di Dio!”.

Così il cardinale Mauro Piacenza, oggi, nel saluto di apertura del convegno “Il sigillo confessionale e la privacy pastorale”, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica presso il Palazzo della Cancelleria a Roma.

Dopo aver ricordato che la Penitenzieria Apostolica, per antica consuetudine, è impegnata nel sensibilizzare sia i sacerdoti che i fedeli laici a riscoprire sempre di nuovo l’importanza del Sacramento della Confessione, il porporato ha spiegato la rilevanza della confessione  soprattutto nei tempi moderni.

“La celebrazione di questo Sacramento – ha precisato  – richiede un’adeguata e aggiornata preparazione teologica, pastorale e canonica perché tutti coloro che si accostano al confessionale possano sperimentare gli effetti pacificanti e salutari del perdono incondizionato di Dio”.

Allora, “perché un Convegno proprio sul segreto confessionale e la privacy pastorale?”, ha domandato il Penitenziere maggiore. Per affrontare con chiarezza il tema, secondo il cardinale Piacenza, occorre dissipare subito ogni sospetto circa il fatto che il sistema di segretezza che l’ordinamento ecclesiale – come ogni ordinamento giuridico si dà – sia volto a coprire trame, complotti o misteri, come qualche volta ingenuamente l’opinione pubblica è portata o, più facilmente, è suggestionata a credere.

“E’ evidente che ognuno ha segreti personali, che confida solamente a persone fidate e discrete”; nello stesso tempo – ha precisato il porporato – “desidera e confida che questi non vengano violati o traditi per ingerenze di terzi o per superficialità o sprovvedutezza”.

Ed è in questo contesto che per Piacenza si trovano le ragioni del perché “grandi e salutari sono gli effetti che con il segreto e la riservatezza si desiderano proteggere e custodire per salvaguardare la fama e la reputazione di qualcuno o rispettare diritti di singoli e di gruppi”.

Compito del parroco, e di ogni sacerdote – ha soggiunto – è quello di tutelare e difendere l’intimità di ogni persona, intesa come spazio vitale in cui proteggere la propria personalità oltre agli affetti più cari e più personali. Scopo del segreto, sia sacramentale, sia extra sacramentale,  è proteggere l’intimità della persona, cioè custodire la presenza di Dio nell’intimo di ogni uomo

Per questo motivo, ha precisato il cardinale, “chi viola questa sfera personalissima e ‘sacra’, compie non solo un atto di ingiustizia, un delitto canonico, ma un vero e proprio atto di irreligiosità”.

Prima di concludere con l’augurio di risvegliare i valori connessi al sacramento della confessione, il cardinale ha ricordato che la Penitenzieria Apostolica è da otto secoli il Tribunale Apostolico deputato alla trattazione delle materie che concernono il foro interno e conosce molto bene “l’inestimabile valore morale e spirituale del segreto sacramentale, della riservatezza, dell’inviolabilità della coscienza e le sue ricadute positive nella vita dei singoli fedeli”.

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La fede di una mamma salva il figlio dalla droga

Posté par atempodiblog le 10 novembre 2014

La fede di una mamma salva il figlio dalla droga
Grazie alla Comunità Cenacolo e a Maria, Andrea che era perduto ora è libero dalla droga e aiuta gli altri
Roma, 08 Novembre 2014 (Zenit.org)
Fonte: Comunità Cenacolo

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Sono Andrea e ho trent’anni. Quando sono nato a Perugia mia madre aveva diciannove anni, e per occuparsi di me smise di studiare. Dopo due anni scoprì che mio padre la tradiva e che era tossicodipendente; tuttavia, io ero un bambino sereno, stavo spesso con i nonni perché mia madre lavorava. A cinque anni mia madre incontrò un altro uomo: per stare con lui e allontanarci dai problemi siamo andati a vivere a Marsiglia, in Francia. Essendo piccolo non capivo questo cambiamento, non avevo punti di riferimento e tutto era nuovo sia per me che per mia madre; ricordo che a volte piangevo perché volevo ritornare in Italia. Dopo due anni nacque mia sorella: tutte le attenzioni erano orientate su di lei e io mi sentivo solo e trascurato. Dentro di me sentivo crescere fortemente il rifiuto verso mio padre a causa del suo abbandono, e anche questo mi ha portato ad essere sempre più irrequieto e bugiardo. Nonostante questo mondo interiore già sofferente, a scuola sapevo farmi accettare da tutti. Quando la sorella minore di mia madre morì a causa della droga avevo dieci anni: ero il suo primo nipote e l’amavo tanto. Per la mia sensibilità non riuscii ad accettare la sua morte e iniziai a ribellarmi in famiglia, litigando spesso con mia madre che ritenevo responsabile di tutti i miei problemi. A tredici anni iniziai a frequentare ragazzi più vecchi di me che mi portarono a fare le prime esperienze con l’alcool, la droga… Per non sentirmi inferiore a loro, anzi, per sentirmi più forte ho iniziai a rubare e a spacciare. La mia voglia di indipendenza mi faceva spesso cambiare scuola e lavoro perché rifiutavo qualsiasi forma di autorità.

Dopo una forte delusione affettiva iniziai con le droghe pesanti: non credevo più nell’amore. Tradivo chiunque mi desse fiducia, diventando violento e falso, mentendo anche a me stesso. Ebbi problemi con la polizia che mi arrestò per spaccio. Decisi così di tornare in Italia per “girare pagina”. Mio nonno cercava di aiutarmi facendomi fare dei colloqui in varie comunità, nonostante io non volessi. Dopo diversi anni, ritrovai un giorno per strada mio padre in pessime condizioni. Confrontandomi con lui, capii che ciò che avevo cercato in quegli anni nelle false amicizie e nelle cose del mondo era quello che non avevo avuto da lui: il suo amore. Mi ritrovai a vivere una vita fatta di illusioni, schiavo di una sostanza e pieno di paure. Pensando a mia zia in cielo, gridai a Dio per chiedergli aiuto. Tornai da mia madre che nel frattempo si era convertita; lei mi fece conoscere un sacerdote che mi indicò la Comunità Cenacolo come mia unica speranza. Fin dai colloqui e dalle giornate “di prova” sentii che avevo trovato il mio posto, grazie ai sorrisi dei ragazzi e all’amore di un’anziana suora, suor Piera, che a mia madre disse: «Non preoccuparti, mamma, tuo figlio ce la farà: la tua fede l’ha salvato!».

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Sono entrato nella fraternità “Pastorelli di Fatima” a Pagno. Il primo anno è stato molto difficile, ma il sostegno dei fratelli mi ha dato la forza di andare avanti. Piano piano mi sentivo sempre meglio. Iniziavo a riaprire gli occhi accorgendomi delle cose belle della vita. I fratelli, con la loro amicizia, mi hanno insegnato a non scappare più davanti alle difficoltà, ma a mettermi in ginocchio affidando tutto a Dio. Attraverso i nostri sacerdoti nel sacramento della Confessione ho incontrato la Misericordia del Signore ed il Suo perdono. Dopo un anno sono stato trasferito a Lourdes, dove sono rimasto per più di tre anni “vicino” alla Madonna. In questo luogo benedetto, attraverso i vari impegni quotidiani, la vita di fraternità e l’amore di Maria, ho trovato finalmente il senso della mia vita. Ho capito che per essere felice dovevo donarmi agli altri. Facendo l’“angelo custode”, aiutando i ragazzi giovani a ritrovare una vita piena di speranza e di gioia, ho imparato anch’io a portare la mia croce ogni giorno con il sorriso. Alla grotta di Massabielle ho sempre trovato la pace nei momenti di lotta, l’amore e la consolazione di una buona Madre che mi ha fatto sentire di essere un figlio suo amato.

In questi anni ci sono stati tanti miracoli: uno dei più grandi è stata l’esperienza con mia madre, nella quale abbiamo potuto condividere tutto il nostro passato; l’altro miracolo è stato aver ricevuto una lettera da parte di mio padre in cui mi chiedeva perdono. E poi, la possibilità di poter passare una giornata in Comunità insieme a lui, dandogli quell’abbraccio di perdono che Madre Elvira ci ha insegnato. Ringrazio Madre Elvira per il suo sì che mi ha ridonato la gioia di vivere e tanti desideri puliti. Qui ho imparato ad accogliere la croce, abbracciando la mia vita e quella di chi vive con me.

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