Catechista il pomeriggio e fattone la sera: salvato da un perdono

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2016

Catechista il pomeriggio e fattone la sera
Salvato da un perdono
di Emanuele
Fonte: SOG – Frati Minori Assisi
Tratto da: Una casa sulla Roccia

chirichetto

Raccontare di me oggi è rendermi conto della trasformazione naturale che c’è stata innanzitutto nella relazione con Dio ed in tutte le mie relazioni; è vedermi diventare finalmente un donatore di amore e non più uno che lo ruba dove gli capita.

A 14 anni ero un ragazzo tranquillo anche, forse, un po’ tonto. Ero tutto casa e chiesa, già animatore in parrocchia senza sapere bene chi fosse Dio per me. Già rubacchiavo l’amore ma non me ne rendevo conto e lo facevo perché in famiglia qualcosa era mancato sopratutto il rapporto con mio padre: uomo dai mille vizi e incapace (non per colpa sua) di amare veramente qualcuno.

Questo accade fin da quando sei piccolo e ti lascia ferite di cui crescendo non ti accorgi, e lasci andare.

Arrivano i 16 anni e con questi il lento declino. Mio padre si ammala, ha un’emorragia cerebrale (finirà su di una sedia a rotelle) ed io e mia sorella rimaniamo a casa da soli, imparando a fare le cose da grandi quando nessuno dei due lo era. Ed è qui che mi rendo conto di una cosa: io, in fondo, non avevo fatto nulla per meritarmi tutto quello che era successo: né di avere un padre così, né tutta quella sofferenza.

E allora mi chiedo in continuazione perché: “perché a me? Cosa ti ho fatto di male? Ed ora come si aggiustano le cose?”. Queste domande erano dirette a Dio. Mi sono arrabbiato con Lui e ho deciso che quelle domande non le avrei più ascoltate.

Comincia così la mia doppia vita: catechista il pomeriggio, perché ti da quella dose di accettazione che in fondo desideri e di cui hai bisogno, fattone la sera.

Comincia il tram tram delle canne e dello spaccio. É un attimo: da una si passa a due, poi a tre e alla fine arrivi a 19 anni intorno ad una quindicina di canne al giorno. Ovviamente la rabbia non diminuisce, così decido di porre un freno anche con la chiesa: Dio me l’aveva fatta troppo grossa, oramai ero “grande” avevo un papà (rabbioso) sulla sedia a rotelle in casa. Mia madre e mia sorella decidono di scappare perché vivere con lui era diventato impossibile ed io resto lì, a fare cosa?

Una sera decido di smettere di fumare, al tempo la chiamai tachicardia, ora direi una bella “manona” di Dio sulla mia testa. Nessuna ripercussione, nessun tentennamento. Le persone che mi conoscono ridono quando gli dico di aver smesso (oh ridono di gusto eh!!). Le domande che fino al giorno prima avevo sotterrato tornano a galla e oramai sono gigantesche. Tutte rispondo ad un bel buco nero che chiamo “perché nessuno mi ama?”.

Questo era quello che ero. Poi è avvenuta la lenta ri-conversione, un po’ come Maria Maddalena al sepolcro che si volta indietro e finalmente riconosce Gesù: un giorno un’amica mi porta, con una scusa, in chiesa e mi fa conoscere un sacerdote e lui di punto in bianco mi offre di vederci per un caffè. Accetto il caffè convinto che mi avrebbe fatto un’omelia gigantesca e invece si dimostra solamente accogliente, mi lascia parlare di tutto e alla fine parlo anche di Dio che scopro di avere abbandonato solo io. Lui era lì ed io lo riconosco di nuovo e parlo di Lui come non ho mai fatto.

Li ricomincia il rapporto con Dio fatto di preghiera, messe (anche in mezzo alla settimana), parlare con Dio a tu per tu in quella cappellina che diventa quasi casa tua.

Lentamente mi riapproprio di me stesso, di ciò che sono e Dio mi dimostra il suo amore infinito nonostante io continui a rubare l’amore in tutte le cose che faccio, dal servizio alla relazione con la mia ragazza, fino al 2 agosto di quest’anno. In Porziuncola porto la mia sofferenza in un pianto liberatorio lungo dieci anni di lacrime sotterrate. Mi tocca il Suo amore, il Suo abbraccio paterno, quello che avevo sempre desiderato da mio padre. Lui da Padre me lo regala. Dico tra me e me: vedi a lasciar spazio a Lui che cose che fa?!

Avevo scoperto la Provvidenza per me, e ora la volevo concretizzare in casa, con mio padre. Oramai lo avevo già perdonato perché, in fondo, mi aveva donato la cosa più importante: la vita, che avevo scoperto essere bellissima.

Ma forse lui non aveva perdonato me. Un giorno lo ritrovo lì in casa, in un lago di sangue per via della dialisi e dal momento in cui inizio a prendermi cura di lui ci ritroviamo ancorati ad un amore nuovo, ad un modo di guardarci nuovo che non è il nostro ma Grazia vera di Dio. Oggi facciamo cose da padre a figlio mai fatte in vita nostra, non volano più insulti dentro casa ed io ho scoperto l’amore e come si dona in maniera gratuita, spezzandosi per qualcun altro, proprio come se fossimo eucarestia.

Ho scoperto che Dio non dà una vita diversa ma fa diversa la vita, ti dona quel famoso cuore di carne di cui parla il profeta Ezechiele, quel cuore che dice: “la vita è bella”, centrati in Dio è meravigliosa! Per quante cose brutte possano succederci c’è un Amore più grande per te, gratuito, che se gli lasci spazio fa veramente miracoli.

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Il cammino del perdono

Posté par atempodiblog le 10 janvier 2016

Il cammino del perdono

Coltivare Amore

Un’ascoltatrice di Radio Maria: Ciao padre Livio, buonasera a tutti!

P. Livio: Buonasera anche a te!

Ascoltatrice: Grazie! Sto chiamando a proposito della Divina Misericordia… C’è una domanda che mi martella in testa da tanto tempo, da anni… Ho provato a parlarne con qualche sacerdote, però le loro risposte non mi convincono. Ecco, il discorso è questo: la gente, a volte, si aspetta, da noi che frequentiamo la Chiesa, che perdoniamo qualsiasi cosa… di tutto e di più, ma quando ti ritrovi davanti delle persone… ad esempio dei parenti… Ecco, pongo direttamente questa cosa, brevemente… I parenti da tanti anni ti tormentano a causa di interessi, ti hanno calunniato, ti hanno fatto del male e tanto di più e, poi, dopo tanti anni, anche dopo venti anni, questa gente ti cerca sempre perché vuole “fare pace con te”. Se dai un rifiuto, ti rinfaccia il fatto che tu non li perdoni; “come mai se sei cristiana…”, in maniera ipocrita si scandalizzino di questo.

A me è successo, una volta, che per aver rinunciato a questo mi hanno anche alzato le mani contro. Ecco perché dico che la pace è assurda… A conclusione di tutto questo: come si può perdonare questa gente che soltanto a vederla stai male fisicamente? Stai male proprio fisicamente!

Sto attenta a non odiare, perché so che questo sentimento non deve albergare nel nostro cuore, però sto male e sarebbe falso fare pace, perdonali, quando in realtà tu non sai neanche se li hai effettivamente perdonati, perché sai questa gente ancora ti vuol male.

La prego Padre Livio mi faccia capire perché io non riesco mai a trovare una risposta concreta a tutto questo. Non ho capito la Misericordia fino a dove spingerla perché credo che è quella del cuore. La pace dentro la si trova se veramente si perdona, se si ama il proprio fratello, ma se questo viene meno perché ti fa stare male solo la sua presenza…

Padre Livio:
Ok! Questo è un problema molto diffuso. Ma no, tu hai detto una bella frase. La cosa che veramente…, le caricature del perdono, no?…

No alla caricatura del perdono
Tempo fa successe un fatto molto grave qui ad Erba, come sapete, e abbiamo avuto una bellissima testimonianza di una famiglia che ha perdonato. Poi, però, divenne un caso argomento mass-mediatico che si prolungò per settimane, per mesi… per cui mi ricordo che i cronisti andavano davanti ad una persona, una madre che aveva avuto un figlio ucciso o il marito assassinato e domandavano: “allora… ha perdonato? Ha perdonato? Ha perdonato?”. Cioè… la caricatura del perdono… ma dico: “ma scherziamo?”.

La fatica del cuore
Perdonare è una fatica del cuore, occorre del tempo, non è che dall’oggi al domani faccio scattare il perdono, cioè, non so come dire, è un processo di conquista del proprio cuore e il primo passo, come ha detto bene la signora, è impedire all’odio di entrare nel cuore. Se tu hai ricevuto un torto e lasci che il diavolo ti punga e immetta il suo veleno nel tuo cuore, questo ti indurisce il cuore stesso, quindi la prima cosa da fare è vegliare alla porta del cuore perché non entri l’odio.

Niente odio, niente vendetta
All’inizio ci sarà il desiderio di giustizia, ecc… poi pian piano le cose cambieranno, però una cosa che bisogna fare assolutamente è quella di non odiare e di non vendicarsi, capito? Niente odio, niente vendetta. Dopo, pian piano, si va avanti e si prega per i propri nemici, cioè per quelle persone che mi han fatto del male, io prego per loro e si va avanti ancora pian piano, si vede se sono disposte alla riappacificazione… Se sono sinceramente pentite e mi chiedono perdono, son disposto a darlo; non voglio già dire: “perdono, perdono”, no, se io vedo una persona che mi ha fatto del male che è sinceramente pentita, mi saluta, mi si avvicina… valuto, sia pure non con faciloneria, perché se no è inutile che mi cerca, andiamo a bere mezza bottiglia di champagne che dopodiché litighiamo subito. No, bisogna vedere se il cuore ha fatto il suo cammino interiore.

Perdonare non vuol dire necessariamente stringere amicizia
Il perdono, umanamente parlando, è un cammino, mica tutti possono fare come Gesù Cristo, che dall’alto della Croce, ha detto: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Magari per dire sinceramente quelle parole bisogna essere Gesù Cristo, allora se una persona però ti dice che si è pentita e ti chiede perdono, insomma come il figliol prodigo al Padre, questo lo si dà, ma dare il perdono non significa necessariamente diventare amici, perché l’amicizia è un’altra cosa.

Noi dobbiamo essere in pace con tutti, ma l’amicizia e tutto il resto sono altre cose che non c’entrano col perdono. Io posso perdonare uno che mi ha fatto un torto grave, ma non per questo io divento suo amico, lo rispetto, voglio dire che ci vuole tutto un procedimento al riguardo; questo l’ho voluto mettere bene in evidenza.

La disponibilità a ricevere il perdono
Uno fa un “cammino del perdono” ma guarda se l’altro fa discernimento, se l’altro è disponibile, capito?
A far sì che questa cosa vada in porto ci vuole la disponibilità, perché ci sono quelli che sono doppi, cioè non sono persone sincere, non sono persone affidabili, va guardato cosa c’è nel cuore perché se no quello ti frega due volte, poi ti frega tre volte… scusate, ma questa è la verità per cui non è che quando Giuda uscì per tradire Gesù, il Signore gli disse: “Eh, Giuda! Guarda che ti perdono”. Il perdono non è una caricatura di questo genere, se Giuda fosse andato da Gesù ai piedi della Croce e avesse pianto e chiesto perdono, Dio lo avrebbe perdonato. D’altra parte Gesù avendo visto Pietro in quell’affanno, lo ha guardato e Pietro pianse amaramente. Guardate che pianse amaramente Pietro e per quello fu perdonato.

Il pentimento di chi ha fatto un torto
Ci vuole il pentimento di chi ha fatto il torto. Se ci trovassimo di fronte una persona che non si pente del grave torto commesso, sicuramente io non lo odio, io non mi vendico, io prego per lui e sono disponibile al perdono, magari posso anche aiutarlo dicendo una buona parola, ma il perdono si dà a chi si pente.

Senza pentimento l’assoluzione del prete non è valida
D’altra parte cosa fa Dio? Dio dà il perdono a chi si pente, perché se uno va a confessarsi e non si pente l’assoluzione amministrata dal prete non vale. Non vale se non c’è il pentimento. Senza pentimento non c’è il perdono dei peccati, mettetevelo bene in testa! Questo è Vangelo! Né più, né meno.

Niente commedie
Senza il pentimento non c’è il perdono dei peccati, anche chi ha fatto un grave torto deve pentirsi e chiedere perdono all’altra persona, non deve creare le barricate, deve essere disponibile a darlo anche a tendere la mano, se no si recita la commedia, non si fa qualcosa di serio.

Quando i cuori cambiano si vede nell’altro un fratello
Il perdono si ha quando due persone, una dopo aver ricevuto una grave ingiustizia e l’altra persona che l’ha fatta, si abbracciano, ma perché i cuori son cambiati.

Se uno ha cambiato il cuore si nota, vede nell’altro un fratello. Non c’è niente da fare, se uno è veramente pentito lo abbracci.

Il cambiamento di cuore funziona se uno è veramente pentito, così ti viene spontaneo perdonarlo, se è veramente pentito, ma se non c’è questo pentimento cosa vuoi fare? Stai sulle tue, c’è poco da fare.

Trascrizione di una telefonata intercorsa tra un’ascoltatrice di Radio Maria e Padre Livio Fanzaga durante una Catechesi Giovanile del dicembre 2015

Divisore dans San Francesco di Sales

Ricorda
Durante la santa Messa ho visto Gesù disteso in croce che mi ha detto: «Mia discepola, abbi un grande amore per coloro che ti fanno soffrire, fa’ del bene a coloro che ti odiano». Ho risposto: «O mio Maestro, Tu vedi bene che non ho sentimenti d’amore per loro, e questo mi rattrista». Gesù mi ha risposto: «Il sentimento non è sempre in tuo potere. Da questo riconoscerai se hai amore, se dopo aver ricevuto dispiaceri e contrarietà, non perdi la calma, ma preghi per coloro dai quali hai ricevuto le sofferenze e desideri per loro il bene». Quando sono tornata… (dal Diario di Santa Faustina Kowalska)

Gesù: «Non lasciarti guidare dal sentimento poiché esso non sempre è in tuo potere, ma tutto il merito sta nella volontà». (dal Diario di Santa Faustina Kowalska)

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Peccati e perdono: l’indulgenza, cos’è e come si ottiene

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2015

Peccati e perdono: l’indulgenza, cos’è e come si ottiene
Il cardinale Mauro Piacenza, capo della Penitenzieria apostolica, massimo esperto in materia, spiega come vivere il Giubileo. Nel segno del ritorno a Dio e della ritrovata concordia con chi ci vive accanto.
di Saverio Gaeta – Credere
Tratto da: Famiglia Cristiana

card mauro piacenza
Il cardinale Mauro Piacenza è a capo della Penitenzieria apostolica, il più antico dicastero vaticano.

«Vivere la misericordia di Dio significa percepire sulla propria esistenza una promessa di bene e di vita». Il cardinale Mauro Piacenza è a capo della Penitenzieria apostolica, il più antico dicastero vaticano, competente fra l’altro su tutto ciò che riguarda le indulgenze. E in questi mesi di preparazione al Giubileo ha pubblicato diversi contributi sul tema della misericordia che, ci spiega, «ha tre momenti significativi: la richiesta di riceverla, l’esperienza che di essa si fa e la sollecitazione a offrirla a propria volta ai fratelli».

Eminenza, in che consiste la misericordia divina?
«Credo che un’ottima sintesi sia composta da tre frasi di papa Francesco tratte dalla bolla di indizione giubilare Misericordiae vultus: la misericordia è “l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro”, “la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita”, “la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”».

E in quale modo questa misericordia si intreccia con la giustizia divina?
«Il sacramento della Riconciliazione è il luogo in cui il desiderio umano di misericordia e di verità trova il proprio compimento. Si fonda su una giustizia che non è come quella della legge civile, fatta dall’uomo: come afferma chiaramente il Codice di diritto canonico, “la salvezza delle anime deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema” (canone 1752).

La “pastoralità”, il porre insieme giustizia e misericordia, non ha come epilogo la cancellazione del Vangelo, della dottrina o della tradizione ecclesiale, poiché la Chiesa non intende illudere gli uomini lasciandoli nella loro condizione di peccato, ma vuole scendere nelle ferite della vita di ciascuno, come fa il Signore, portandovi la luce della verità».

La Penitenzieria ha preparato uno schema per aiutare il fedele a prepararsi alla Confessione. Quali sono le principali indicazioni?
«Il primo suggerimento è di interrogarsi se ci si accosta al sacramento della Penitenza per un sincero desiderio di purificazione, di conversione, di rinnovamento di vita e di più intima amicizia con Dio, o lo si considera piuttosto come un peso, che solo raramente si è disposti ad addossarsi.

Quindi vengono proposte tre aree di riflessione personale nell’esame di coscienza, in relazione alla parola del Signore. La prima è focalizzata su “amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore”, la seconda si incentra su “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”, la terza riguarda il “siate perfetti come il Padre”, con la sollecitazione a chiedersi quale sia l’orientamento fondamentale della propria vita».

Si parla spesso anche di «nuovi peccati»…
«Il “progresso” tecnico-scientifico ha reso più “atrofizzata” la coscienza morale di molti uomini.

Di qui questi peccati cosiddetti “nuovi”, in quanto esulano dalla casistica morale in uso fino a soli cinquant’anni fa, anche se poi in realtà il peccato, nella sua radice, non è mai nuovo ma monotonamente ripetitivo».

Qualche esempio?
«Dalle pratiche dell’aborto e della contraccezione, ai tanti mali legati alla fecondazione artificiale (come l’“utero in affitto” e la distruzione degli embrioni), si manifesta il preteso dominio dell’uomo sul mistero della vita, propria e altrui, e la conseguente mercificazione della persona umana, che si vede negata la propria irriducibile dignità.

E, ancora, le piaghe della frode e della corruzione, la criminalità organizzata, tutte le pratiche esoteriche e sataniche, la violenta propagazione di ideologie che pretendono di svuotare di significato le categorie della distinzione sessuale, dell’identità biologica e, quindi, della stessa relazione interpersonale».

Nel Giubileo ha grande importanza l’indulgenza, cioè «la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa». Che cosa significa?
«È certamente importante comprendere bene questo tema della distinzione fra colpa e pena, che, a uno sguardo superficiale, potrebbe apparire di sapore medievale. Concretamente, in aggiunta all’assoluzione dalla colpa che avviene nella Confessione, l’indulgenza è il “condono” del tempo da trascorrere in purgatorio prima di raggiungere la visione di Dio in Paradiso.

È ovvio che l’indulgenza possa risultare incomprensibile all’uomo secolarizzato e persino a quei cristiani che hanno ridotto il cristianesimo a una dottrina etica. Ma, secondo la fede della Chiesa, fra tutti i battezzati si crea un mirabile legame, la comunione dei santi, che non è un’astrazione spirituale: utilizzando una categoria biblica, si tratta di una vera e propria alleanza per la salvezza. In tal senso si parla di “tesoro delle indulgenze”».

In qualche modo, questo ha anche un risvolto sociale?
«Il persistere della pena temporale, anche dopo l’assoluzione sacramentale della colpa, rende ciascun uomo consapevole delle conseguenze dei propri atti, gli indica il dovere responsabile della riparazione e, cosa ancora più importante, lo chiama alla partecipazione all’opera redentiva di Cristo, per sé e per i fratelli».

Quali sono i requisiti per ottenere l’indulgenza che, ricordiamolo, può essere ottenuta anche in favore dei defunti?
«Sono essenzialmente tre: il sacramento della Riconciliazione, la partecipazione all’Eucaristia e la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre.

La Confessione, vissuta con il cuore sinceramente distaccato da qualsiasi peccato, spinge l’uomo ad avvicinarsi a Dio e a lasciare che Dio si avvicini a lui.

La celebrazione dell’Eucaristia, con la comunione sacramentale, sottolinea la dimensione ecclesiale dell’indulgenza.

La preghiera secondo le intenzioni del Papa ricorda come la comunione non sia genericamente spirituale, ma debba essere concreta comunione con la madre Chiesa».

Nella lettera del 1° settembre Francesco ha fornito ulteriori precisazioni…
«Il Papa chiarisce che, per ottenere l’indulgenza, “i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta santa, aperta in ogni cattedrale o nelle chiese stabilite dal vescovo diocesano, e nelle quattro basiliche papali a Roma, come segno del desiderio profondo di vera conversione”.

A quanti ne sono impossibilitati “sarà di grande aiuto vivere la malattia e la sofferenza come esperienza di vicinanza al Signore”, mentre per i carcerati “ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta santa”.

C’è poi un forte appello in favore delle opere di misericordia corporale e spirituale: “Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare”».

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Il Sacramento della Riconciliazione nelle parole di Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2015

Il Sacramento della Riconciliazione nelle parole di Papa Francesco
“La misericordia di Dio sarà sempre più grande di ogni peccato”: è quanto scrive Papa Francesco in un nuovo tweet sull’account @Pontifex in nove lingue. La frase è tratta da “Misericordiae Vultus”, la Bolla di indizione del Giubileo. Nel documento il Papa invita a porre “di nuovo al centro con convinzione il Sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia”.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

confessionale

“Nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona” scrive Papa Francesco nel testo della Bolla per il Giubileo. Anche il perdono, però, ricordava all’inizio di quest’anno, ha una condizione:

“Non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato” (Discorso ai partecipanti a Corso della Penitenzieria, 12 marzo2015).

Uno dei segni importanti dell’Anno Santo – ha detto il Pontefice durante un’udienza generale – è la Confessione:

“Dio ci comprende anche nei nostri limiti, ci comprende anche nelle nostre contraddizioni. Non solo, Egli con il suo amore ci dice che proprio quando riconosciamo i nostri peccati ci è ancora più vicino e ci sprona a guardare avanti. Dice di più: che quando riconosciamo i nostri peccati e chiediamo perdono, c’è festa nel Cielo. Gesù fa festa: questa è la Sua misericordia” (Udienza generale, 16 dicembre 2015).

Il perdono dei peccati – afferma Papa Francesco – non è “frutto dei nostri sforzi”, ma “dono dello Spirito Santo” che ci guarisce. E “non è qualcosa che possiamo darci noi. Io non posso dire: mi perdono i peccati. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù”:

“Uno può dire: io mi confesso soltanto con Dio. Sì, tu puoi dire a Dio ‘perdonami’, e dire i tuoi peccati, ma i nostri peccati sono anche contro i fratelli, contro la Chiesa. Per questo è necessario chiedere perdono alla Chiesa, ai fratelli, nella persona del sacerdote” (Udienza generale, 19 febbraio 2014).

Accostandosi al Sacramento della Riconciliazione, anche la vergogna è salutare:

“Anche la vergogna è buona, è salutare avere un po’ di vergogna … La vergogna fa bene, perché ci fa più umili” (Udienza generale, 19 febbraio 2014).

La Confessione, però, “non deve essere una tortura”. I confessori – è la sua esortazione – devono essere rispettosi della dignità e della storia personale di ciascuno. “Anche il più grande peccatore che viene davanti a Dio a chiedere perdono è ‘terra sacra’ … da “coltivare” con dedizione, cura e attenzione pastorale.

“Tutti dovrebbero uscire dal confessionale con la felicità nel cuore, con il volto raggiante di speranza”:

“Il Sacramento, con tutti gli atti del penitente, non implica che esso diventi un pesante interrogatorio, fastidioso ed invadente. Al contrario, dev’essere un incontro liberante e ricco di umanità, attraverso il quale poter educare alla misericordia, che non esclude, anzi comprende anche il giusto impegno di riparare, per quanto possibile, il male commesso” (Discorso ai partecipanti a Corso della Penitenzieria, 12 marzo2015).

Il Pontefice afferma che ”né un confessore di manica larga, né un confessore rigido è misericordioso”:

“Il primo, perché dice: “Vai avanti, questo non è peccato, vai, vai!”. L’altro, perché dice: “No, la legge dice…”. Ma nessuno dei due tratta il penitente come fratello, lo prende per mano e lo accompagna nel suo percorso di conversione!  (…) Misericordia significa prendersi carico del fratello o della sorella e aiutarli a camminare” (Discorso ai partecipanti a un Corso della Penitenzieria, 12 marzo 2015).

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«Il Signore apra la Porta del nostro cuore a tutti»

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2015

«Il Signore apra la Porta del nostro cuore a tutti»
© Copyright – Libreria Editrice Vaticana
Tratto da: Avvenire

Santo Natale in Vaticano
Foto di Siciliani

«Dio viene a salvarci e non trova miglior maniera per farlo che camminare con noi, fare la vita nostra. E nel momento di scegliere il modo, come fare la vita, lui non sceglie una grande città di un grande impero, non sceglie una principessa, una contessa, per madre, una persona importante, non sceglie un palazzo di lusso. Sembra che tutto sia stato fatto intenzionalmente quasi di nascosto. Maria, una ragazzina di 16, 17 anni, non (di) più, in un villaggio perduto nelle periferie dell’Impero Romano; e nessuno conosceva quel villaggio, sicuro. Giuseppe, un ragazzo che l’amava e voleva sposarla, un falegname che guadagnava il pane di ogni giorno. Tutto (in) semplicità, tutto di nascosto. E anche il rifiuto, perché erano fidanzati e in un villaggio così piccolo, voi sapete come sono le chiacchiere, no? Vanno in giro… E Giuseppe se ne accorse che lei era incinta, ma lui era giusto. Tutto di nascosto anche con la calunnia, con le chiacchiere. E l’Angelo spiega a Giuseppe il mistero: “Quel figlio che porta la tua fidanzata è opera di Dio, è opera dello Spirito Santo”. “Quando Giuseppe si destò dal sonno fece quello che aveva ordinato l’Angelo del Signore e se ne andò da lei e la prese per sposa”. Ma tutto di nascosto, tutto umili. Le grandi città del mondo non sapevano nulla. E così è Dio fra noi.

Se tu vuoi trovare Dio, cercalo nell’umiltà, cercalo nella povertà, cercalo dove Lui è nascosto: nei bisognosi, nei più bisognosi, nei malati, gli affamati, nei carcerati. E Gesù quando ci predica la vita, ci dice come sarà il Giudizio nostro, non dirà: “Ma, tu vieni con me perché (hai) avete fatto tante belle offerte alla Chiesa, tu sei un benefattore della Chiesa, vieni, vieni al Cielo, perché…”. No! L’entrata al Cielo non si paga con i soldi, eh? Non dirà: “Tu sei molto importante, hai studiato tanto e hai avuto tante onorificenze, vieni al Cielo…”. No! Le onorificenze non aprono la porta del Cielo. Cosa ci dirà Gesù per aprirci la porta del Cielo? “Ero affamato e mi hai dato da mangiare; ero senzatetto e mi hai dato una casa; ero così, ero ammalato e sei venuto a trovarmi; ero in carcere, sei venuto a trovarmi”. Gesù è nell’umiltà. E l’amore di Gesù è grande. Per questo oggi all’aprire questa Porta Santa, io vorrei che lo Spirito Santo aprisse il cuore di tutti i romani e gli facesse vedere qual è la strada della salvezza. Non c’è lusso, non c’è la strada delle grandi ricchezze, non c’è la strada del potere. C’è la strada dell’umiltà. E i più poveri, gli ammalati, i carcerati…, ma Gesù dice di più, eh?: “I più peccatori, se si pentono, ci precederanno nel Cielo”, loro hanno la chiave. Quello che fa la carità è quello che si lascia abbracciare dalla misericordia del Signore. Noi oggi apriamo questa porta e chiediamo due cose. Primo, che il Signore ci apra la porta del nostro cuore, a tutti. Tutti ne abbiamo bisogno, tutti siamo peccatori, tutti abbiamo bisogno di sentire la Parola del Signore e che la Parola del Signore venga. Secondo, che il Signore faccia capire che la strada della sufficienza, che la strada delle ricchezze, che la strada della vanità, che la strada dell’orgoglio, non sono strade di salvezza.

Che il Signore ci faccia capire che la sua carezza di Padre, la sua misericordia, il suo perdono, è quando noi ci avviciniamo a quelli che soffrono, quelli scartati nella società: lì è Gesù. Questa porta, che è la porta della carità, la porta dove sono assistiti tanti, tanti scartati, ci faccia capire che anche sarebbe bello che ognuno di noi, ognuno dei romani, eh?, ognuno di tutti i romani si sentisse scartato e sentisse il bisogno dell’aiuto di Dio. Oggi noi preghiamo per Roma, per tutti gli abitanti di Roma, per tutti, incominciando da me, perché il Signore ci dia la grazia di sentirci scartati, perché noi non abbiamo alcun merito: soltanto Lui ci dà la misericordia e la grazia. E per avvicinarsi a quella grazia dobbiamo avvicinarci agli scartati, ai poveri, a quelli che hanno più bisogno, perché su quell’avvicinamento tutti noi saremo giudicati.

Che il Signore oggi, aprendo questa porta, dia questa grazia a tutta Roma, a ogni abitante di Roma per poter andare avanti in quell’abbraccio della misericordia dove il Padre prende il Figlio ferito ma il ferito è il Padre: Dio è ferito d’amore e per questo è capace di salvarci tutti. Che il Signore ci dia questa grazia.

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Spalancare la porta del cuore

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2015

Confessionale

Nella catechesi all’udienza generale di oggi Papa Francesco è tornato a parlare dell’Anno Santo appena cominciato, proponendo all’attenzione dei fedeli, raccolti in Piazza San Pietro, due segni centrali del Giubileo e cioè la Porta Santa e la Confessione. [...]

“Attraversare la Porta Santa [...] è segno di una vera conversione del nostro cuore. Quando attraversiamo quella Porta è bene ricordare che dobbiamo tenere spalancata anche la porta del nostro cuore. Io sto davanti alla Porta Santa e chiedo: ‘Signore, aiutami a spalancare la porta del mio cuore!’.

Non avrebbe molta efficacia l’Anno Santo se la porta del nostro cuore non lasciasse passare Cristo che ci spinge ad andare verso gli altri, per portare Lui e il suo amore. Dunque, come la Porta Santa rimane aperta, perché è il segno dell’accoglienza che Dio stesso ci riserva, così anche la nostra porta, quella del cuore, sia sempre spalancata per non escludere nessuno. Neppure quello o quella che mi dà fastidio: nessuno”.

Confessione, segno importante del Giubileo
“Un segno importante del Giubileo è anche la Confessione. Accostarsi al Sacramento con il quale veniamo riconciliati con Dio equivale a fare esperienza diretta della sua misericordia. E’ trovare il Padre che perdona: Dio perdona tutto. Dio ci comprende anche nei nostri limiti, e ci comprende anche nelle nostre contraddizioni. Non solo, Egli con il suo amore ci dice che proprio quando riconosciamo i nostri peccati ci è ancora più vicino e ci sprona a guardare avanti”.

C’è festa nel cielo quando chiediamo perdono
E a braccio ha aggiunto: “Dice di più: che quanto riconosciamo i nostri peccati e chiediamo perdono c’è festa nel Cielo: Gesù fa festa. Eh, questa è la Sua misericordia: non scoraggiamoci. Avanti, avanti con questo!”.

di Adriana Masotti – Radio Vaticana

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Meno parole e più preghiera

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2015

“Non rivanghiamo il passato. Meno diciamo, prima emendiamo…”.

di J.R.R. Tolkien – Roverandom. Le avventure di un cane alato

roverandom e artaserse
Artaserse e Roverandom

Hai litigato con tuo marito? Ma dì il Rosario con lui… “no, ma adesso mi chiarisco”, ma cosa vuoi chiarire? Una parola sopra l’altra e l’equivoco è sempre peggiore! Incomincia a pregare.

di Diego Manetti – Parrocchia San Terenzo a Lerici

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La misericordia è il modo come perdona Dio

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2015

padre misericordioso

La Beata Madre Speranza è stata un segno prezioso per la Chiesa, perché si è fatta annunciatrice dell’Amore Misericordioso di Dio per gli uomini, il dono che contiene tutti gli altri, che abbiamo ricevuto dal nostro Divino Salvatore. Non può essere un caso che a dichiarare Beata Madre Speranza sia stato proprio Papa Francesco, che sin dal suo primo Angelus domenicale ha fatto della proclamazione della misericordia di Dio il tema centrale del suo ministero pastorale.

Infatti, la Beata Madre ha voluto in questo luogo «far conoscere a tutti che Dio è un Padre che ama, perdona, dimentica e non tiene in conto i peccati dei suoi figli quando li vede pentiti», e Papa Francesco, in quella prima occasione, ci ha ricordato che «il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza… pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito» (Angelus, 17 marzo 2013).

L’umile pentimento dell’uomo è la fessura attraverso cui la misericordia di Dio può penetrare in un cuore indurito, la porta sulla nostra vita che possiamo aprire a Dio; «La misericordia è qualcosa di difficile da capire», ma essa «è il modo come perdona Dio». Ascoltando queste parole del Santo Padre, diventa facile comprendere il nome che Madre Speranza ha voluto per questo luogo, con la sua intitolazione all’Amore Misericordioso; infatti, Dio, che è Amore, si dona a noi, ci raggiunge con la dolcezza della sua misericordia, come la lettera di una persona cara, consegnata da un postino premuroso e sorridente.

del Card. Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione del Clero

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Francesco: tutti si guardino dall’essere ipocriti, anche il Papa

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2015

“Dov’è misericordia e discrezione,
ivi non è superfluità
né durezza di cuore”.

San Francesco d’Assisi

papa carezza

Francesco: tutti si guardino dall’essere ipocriti, anche il Papa
Per essere misericordiosi verso gli altri, dobbiamo avere il coraggio di accusare noi stessi. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha sottolineato che dobbiamo imparare a non giudicare gli altri, altrimenti diventiamo ipocriti. Un rischio, ha avvertito, da cui tutti si devono guardare “dal Papa in giù”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

“Generosità del perdono, generosità della misericordia”. Papa Francesco ha sottolineato che, in questi giorni, la Liturgia ci ha fatto riflettere sullo stile cristiano rivestito di sentimenti di tenerezza, bontà, mansuetudine e ci esortava a sopportarci a vicenda.

Avere il coraggio di accusare se stessi
Il Signore, ha proseguito, ci parla della “ricompensa”: “non giudicate, non sarete giudicati. Non condannate e non sarete condannati”:

“Ma noi possiamo dire: ‘Ma, questo è bello, eh?’. E ognuno di voi può dire: ‘Ma Padre, è bello, ma come si fa, come si incomincia, questo? E qual è il primo passo per andare su questa strada?’. Il primo passo lo vediamo oggi, sia nella prima Lettura, sia nel Vangelo. Il primo passo è l’accusa di se stessi. Il coraggio di accusare se stessi, prima di accusare gli altri. E Paolo loda il Signore perché lo ha eletto e rende grazie perché ‘mi ha dato fiducia mettendo me al suo servizio, perché io ero’ ‘un bestemmiatore, un persecutore e un violento’. Ma è stata misericordia”.

Guardarsi dall’essere ipocriti, dal Papa in giù
San Paolo, ha soggiunto, “ci insegna ad accusare noi stessi. E il Signore, con quell’immagine della pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e della trave che è nel tuo, ci insegna lo stesso”. Bisogna prima togliere la trave dal proprio occhio, accusare se stessi. “Primo passo – ha ribadito Francesco – accusa te stesso” e non sentirsi “il giudice per togliere la pagliuzza dagli occhi degli altri”:

“E Gesù usa quella parola che soltanto usa con quelli che hanno doppia faccia, doppia anima: ‘Ipocrita!’. Ipocrita. L’uomo e la donna che non imparano ad accusare se stessi diventano ipocriti. Tutti, eh? Tutti. Incominciando dal Papa in giù: tutti. Se uno di noi non ha la capacità di accusare se stesso e poi dire, se è necessario, a chi si devono dire le cose degli altri, non è cristiano, non entra in questa opera tanto bella della riconciliazione, della pacificazione, della tenerezza, della bontà, del perdono, della magnanimità, della misericordia che ci ha portato Gesù Cristo”.

Fermiamoci in tempo quando ci viene di sparlare degli altri
Il primo passo, dunque, ha ribadito è questo: chiedere “la grazia al Signore di una conversione” e “quando mi viene in mente di pensare ai difetti degli altri, fermarsi”:

“Quando mi viene la voglia di dire agli altri i difetti degli altri, fermarsi. E io? E avere il coraggio che ha Paolo, qui: ‘Io ero un bestemmiatore, un persecutore, un violento’ … Ma quante cose possiamo dire di noi stessi? Risparmiamo i commenti sugli altri e facciamo commenti su noi stessi. E questo è il primo passo su questa strada della magnanimità. Perché quello che sa guardare soltanto le pagliuzze nell’occhio dell’altro, finisce nella meschinità: un’anima meschina, piena di piccolezze, piena di chiacchiere”.

Chiediamo al Signore la grazia, ha detto ancora il Papa, “di seguire il consiglio di Gesù: essere generosi nel perdono, essere generosi nella misericordia”. Per canonizzare “una persona – ha concluso – c’è tutto un processo, c’è bisogno del miracolo, e poi la Chiesa” la proclama santa. “Ma – ha annotato – se si trovasse una persona che mai, mai, mai avesse parlato male dell’altro”, la “si potrebbe canonizzare subito”.

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Francesco: Gesù è misericordioso, chi non perdona non è cristiano

Posté par atempodiblog le 10 septembre 2015

Francesco: Gesù è misericordioso, chi non perdona non è cristiano
Pace e riconciliazione. Papa Francesco ha sviluppato l’omelia nella Messa mattutina a Casa Santa Marta partendo da questo binomio. Il Pontefice ha condannato quanti producono armi per uccidere nelle guerre, ma ha anche messo in guardia dai conflitti all’interno delle comunità cristiane. Dal Papa, inoltre, una nuova esortazione ai sacerdoti ad essere misericordiosi come lo è il Signore.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

papa misericordioso

Gesù è il principe della pace perché genera pace nei nostri cuori. Papa Francesco ha preso spunto dalle letture del giorno per soffermarsi sul binomio pace-riconciliazione. E subito si è chiesto se “noi ringraziamo tanto” per “questo dono della pace che abbiamo ricevuto in Gesù”. La pace, ha detto, “è stata fatta, ma non è stata accettata”.

Basta produrre armi, la guerra annienta
Anche oggi, tutti i giorni, “sui telegiornali, sui giornali – ha constatato con amarezza – vediamo che ci sono le guerre, le distruzioni, l’odio, l’inimicizia”.

“Anche ci sono uomini e donne che lavorano tanto – ma lavorano tanto! – per fabbricare armi per uccidere, armi che alla fine divengono bagnate nel sangue di tanti innocenti, di tanta gente. Ci sono le guerre! Ci sono le guerre e c’è quella cattiveria di preparare la guerra, di fare le armi contro l’altro, per uccidere! La pace salva, la pace ti fa vivere, ti fa crescere; la guerra ti annienta, ti porta giù”.

Chi non sa perdonare, non è cristiano
Tuttavia, ha soggiunto, la guerra non è solo questa, “è anche nelle nostre comunità cristiane, fra noi”. E questo, ha sottolineato, è il “consiglio” che oggi ci dà la liturgia: “Fate la pace fra voi”. Il perdono, ha aggiunto, è la “parola chiave”: “Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”.

“Se tu non sai perdonare, tu non sei cristiano. Sarai un buon uomo, una buona donna… Perché non fai quello che ha fatto il Signore. Ma pure: se tu non perdoni, tu non puoi ricevere la pace del Signore, il perdono del Signore. E ogni giorno, quando preghiamo il Padre Nostro: ‘Perdonaci, come noi perdoniamo…’. E’ un ‘condizionale’. Cerchiamo di ‘convincere’ Dio di essere buono, come noi siamo buoni perdonando: al rovescio. Parole, no? Come si cantava quella bella canzone: ‘Parole, parole, parole’, no? Credo che Mina la cantasse… Parole! Perdonatevi! Come il Signore vi ha perdonato, così fate voi”.

La lingua distrugge, fa la guerra
C’è bisogno di “pazienza cristiana”, ha ripreso. “Quante donne eroiche ci sono nel nostro popolo – ha detto – che sopportano per il bene della famiglia, dei figli tante brutalità, tante ingiustizie: sopportano e vanno avanti con la famiglia”. Quanti uomini “eroici ci sono nel nostro popolo cristiano – ha proseguito – che sopportano di alzarsi presto al mattino e andare al lavoro – tante volte un lavoro ingiusto, mal pagato – per tornare in tarda serata, per mantenere la moglie e i figli. Questi sono i giusti”. Ma, ha ammonito, ci sono anche quelli che “fanno lavorare la lingua e fanno la guerra”, perché “la lingua distrugge, fa la guerra!”. C’è un’altra parola chiave, ha poi detto Francesco, “che viene detta da Gesù nel Vangelo”: “misericordia”. E’ importante “capire gli altri, non condannarli”.

Sacerdoti siano misericordiosi, non bastonino la gente in confessionale
“Il Signore, il Padre è tanto misericordioso – ha affermato – sempre ci perdona, sempre vuol fare la pace con noi”. Ma “se tu non sei misericordioso – ha avvertito il Papa – rischi che il Signore non sia misericordioso con te, perché noi saremo giudicati con la stessa misura con la quale noi giudichiamo gli altri”:

“Se tu sei prete e non te la senti di essere misericordioso, dì al tuo vescovo che ti dia un lavoro amministrativo, ma non scendere in confessionale, per favore! Un prete che non è misericordioso fa tanto male nel confessionale! Bastona la gente. ‘No, Padre, io sono misericordioso, ma sono un po’ nervoso…’. ‘E’ vero… Prima di andare in confessionale va dal medico che ti dia una pastiglia contro i nervi! Ma sii misericordioso!’. E anche fra noi misericordiosi. ‘Ma quello ha fatto questo… Io cosa ho fatto?’; ‘Quello è più peccatore di me!’: chi può dire questo, che l’altro sia più peccatore di me? Nessuno di noi può dire questo! Soltanto il Signore sa”.

Come insegna San Paolo, ha dunque evidenziato, bisogna rivestirsi di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”. Questo, ha detto Francesco, “è lo stile cristiano”, “lo stile col quale Gesù ha fatto la pace e la riconciliazione”. “Non è la superbia, non è la condanna, non è sparlare degli altri”. Che il Signore, ha concluso, “ci dia a tutti noi la grazia di sopportarci a vicenda, di perdonare, di essere misericordiosi, come il Signore è misericordioso con noi”.

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Papa Francesco: nella Chiesa c’è una malattia, seminare divisione

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2015

Papa Francesco: nella Chiesa c’è una malattia, seminare divisione
Nella Chiesa c’è una malattia: quella di seminare divisione e zizzania. I cristiani, invece, sono chiamati a pacificare e riconciliare, come ha fatto Gesù: è quanto ha detto il Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

papa francesco

Semino pace o zizzania?
Nella Lettera ai Colossesi San Paolo mostra la carta d’identità di Gesù, che è il primogenito di Dio – ed è Dio stesso – e il Padre lo ha inviato per “riconciliare e pacificare”  l’umanità con Dio dopo il peccato. “La pace è opera di Gesù” – ha detto il Papa – di quel suo “abbassarsi per obbedire fino alla morte e morte di Croce”. “E quando noi parliamo di pace o di riconciliazione, piccole paci, piccole riconciliazioni, dobbiamo pensare alla grande pace e alla grande riconciliazione” che “ha fatto Gesù. Senza di Lui non è possibile la pace. Senza di Lui non è possibile la riconciliazione”.

“Il compito nostro” – ha sottolineato Papa Francesco – in mezzo alle “notizie di guerre, di odio, anche nelle famiglie” – è essere “uomini e donne di pace, uomini e donne di riconciliazione”:

“E ci farà bene domandarci: ‘Io semino pace? Per esempio, con la mia lingua, semino pace o semino zizzania?’. Quante volte abbiamo sentito dire di una persona: ‘Ma ha una lingua di serpente!’, perché sempre fa quello che ha fatto il serpente con Adamo ed Eva, ha distrutto la pace. E questo è un male, questa è una malattia nella nostra Chiesa: seminare la divisione, seminare l’odio, seminare non la pace.

Ma questa è una domanda che tutti i giorni fa bene che noi ce la facciamo: ‘Io oggi ho seminato pace o ho seminato zizzania?’

‘Ma, alle volte, si devono dire le cose perché quello e quella…’: con questo atteggiamento cosa semini tu?”.

Chi porta pace è santo, chi “chiacchiera” è come un terrorista
I cristiani, dunque, sono chiamati ad essere come Gesù, che “è venuto da noi per pacificare, per riconciliare”:

“Se una persona, durante la sua vita, non fa altra cosa che riconciliare e pacificare la si può canonizzare: quella persona è santa. Ma dobbiamo crescere in questo, dobbiamo convertirci: mai una parola che sia per dividere, mai, mai una parola che porti guerra, piccole guerre, mai le chiacchiere.

Io penso: cosa sono le chiacchiere? Eh, niente, dire una parolina contro un altro o dire una storia: ‘Questo ha fatto…’. No! Fare chiacchiere è terrorismo perché quello che chiacchiera è come un terrorista che butta la bomba e se ne va, distrugge: con la lingua distrugge, non fa la pace. Ma è furbo, eh? Non è un terrorista suicida, no, no, lui si custodisce bene”.

Mordersi la lingua
Papa Francesco ripete una piccola esortazione:

“Ogni volta che mi viene in bocca di dire una cosa che è seminare zizzania e divisione e sparlare di un altro… Mordersi la lingua! Io vi assicuro, eh? Che se voi fate questo esercizio di mordersi la lingua invece di seminare zizzania, i primi tempi si gonfierà così la lingua, ferita, perché il diavolo ci aiuta a questo perché è il suo lavoro, è il suo mestiere: dividere”.

Quindi, la preghiera finale: “Signore tu hai dato la tua vita, dammi la grazia di pacificare, di riconciliare. Tu hai versato il tuo sangue, ma che non mi importi che si gonfi un po’ la lingua se mi mordo prima di sparlare di altri”.

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Card. Stella: Francesco vuole sacerdoti misericordiosi e vicini al popolo

Posté par atempodiblog le 6 août 2015

Card. Stella: Francesco vuole sacerdoti misericordiosi e vicini al popolo
Un pastore secondo il cuore di Dio. La Chiesa celebra [il 4 agosto] la memoria di San Giovanni Maria Vianney, patrono di tutti i parroci del mondo. Ancora oggi, a 150 anni dalla morte, il Santo Curato d’Ars è una figura di grande attualità per i sacerdoti e in molti aspetti ricorda lo stile pastorale di Papa Francesco. Alessandro Gisotti [di Radio Vaticana] ne ha parlato con il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero:

Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa? dans Fede, morale e teologia 90204g

R. – A me sembra che il Curato d’Ars sia una figura che ormai è entrata nella vita della Chiesa e soprattutto che dovrebbe incidere con la sua propria storia, con il suo insegnamento nella vita dei sacerdoti di oggi. In che senso? E’ stato un pastore estremamente vicino al gregge, nel senso che ne ha condiviso la storia, ne ha condiviso un po’ anche le povertà, che erano tipiche di quel tempo. E’ stato un grande esempio per questo gregge, soprattutto con la sua semplicità di vita, con la sua povertà personale. Semplicità e povertà sono due virtù che hanno una grande attualità, anche per il mondo di oggi. Il sacerdote che si presenta umile, povero, semplice, direi che ha una marcia in più per farsi capire!

D. – San Giovanni Maria Vianney era un parroco che viveva in mezzo al popolo di Dio. Pensiamo anche alle tante ore passate nel confessionale. Papa Francesco ricorda un po’ con il suo stile pastorale proprio la figura del Curato d’Ars…
R. – Direi che uno dei messaggi sostanziali, importanti di Papa Francesco sia il messaggio sulla misericordia. Ha esortato i preti a diventare, ad essere dei confessori con il cuore aperto all’accoglienza dei peccatori. Proprio il Curato d’Ars ci ha insegnato quest’arte di ricevere i peccatori con cuore aperto. La cosa unica è che in questo stesso ambito il Papa ci insegna a prendere anche noi, come sacerdoti, l’abitudine della Confessione. Abbiamo visto il Papa inginocchiarsi, il marzo scorso, durante la liturgia penitenziale, davanti al suo confessore, nella Basilica di San Pietro. Io penso che sia un’immagine che ci deve essere molto cara. Il Papa ha detto – e lo ripete sempre – “Io sono un peccatore”. E ogni peccatore ha bisogno di essere purificato e di incontrare la misericordia del Signore. Io direi che un grande esempio che avvicina il Santo Curato d’Ars e Papa Francesco sia la predica sulla misericordia e l’esercizio della misericordia per gli altri e per se stessi.

D. – L’Anno della misericordia è vicino. Quali frutti potrà dare questo anno così speciale, in particolare ai sacerdoti nel loro ministero?
R. – I sacerdoti oggi lavorano tanto. Quindi vorrei che questo Anno della misericordia portasse ulteriore lavoro ai sacerdoti, ma non un lavoro burocratico, non un lavoro amministrativo, ma un lavoro veramente sacerdotale, un lavoro proprio nel senso profondo di ricevere i frutti di questo incontro con Dio nella vita liturgica, nel Sacramento della riconciliazione, ed anche una necessità di approfondire la fede. Confido che l’Anno giubilare porterà lavoro ai sacerdoti, però un vero lavoro sacerdotale, che li affatichi di più, nel senso di una fatica salutare. Fatica, impegno, sacrificio nel senso che Dio vuole e che il Papa desidera.

D. – Qual è la cosa che, anche considerando le conversazioni che ha potuto avere con il Santo Padre, sta più a cuore a Papa Francesco riguardo ai sacerdoti?
R. – Io ricordo un incontro con il Papa qui in Congregazione, lo scorso mese di maggio, quando il Papa disse: “Si parla tanto della riforma della Curia Romana – il  Papa stava visitando i dicasteri della Curia Romana – ma la riforma della Curia è legata ad una riforma della Chiesa, ad una rinnovata riscoperta del Vangelo. E a questo rinnovamento della Chiesa, si arriva solamente attraverso il ministero dei sacerdoti”. Ecco, quindi torniamo alla questione di sempre: il peso dei sacerdoti nella vita ecclesiale. Il Papa desidera molto l’autenticità della vita. Il Papa ci dà un grande esempio di vicinanza al popolo cristiano. Il sacerdote ha in Papa Francesco un vero modello, un modello vicino. C’è nella vita di Papa Francesco, nel suo stile di essere vescovo e di essere sacerdote, un qualche cosa che accomuna e ricorda a tutti i sacerdoti della Chiesa alcune esigenze primordiali, sostanziali: vita di preghiera, disciplina personale, dedizione apostolica, amore per il gregge, stare con il proprio gregge… pastori del gregge, fedeli, umili, semplici. La gente ascolta ciò che diciamo, guarda come agiamo, le nostre azioni, ma soprattutto considera ciò che siamo!

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La misericordia e il perdono spalancano le porte dei cuori
Mi ricorderò sempre di come ho conquistato un’anima. Vi racconto questa stupidaggine: riguarda un ragazzo della Parrocchia. C’erano dei ragazzi di Parrocchia che erano dei somarelli a scuola e non avevano voglia di studiare a cui dissi “sentite ragazzi faccio un fioretto vi farò delle lezioni di latino” nonostante tutto il lavoro che avevo da fare, però un paio di volte alla settimana facevo la lezione a sei o sette ragazzi. Un giorno uno di loro si presentò alla lezione di latino con il suo cane e, quest’ultimo, continuava ad abbaiare mentre gli altri ragazzi ridevano a questa scenetta… “ma scusa”, dico, “porta fuori il cane”, non l’avessi mai detto! Ha preso il cane e se n’è uscito; non veniva più in Chiesa. Non dovevo dire una cosa del genere. Sapete cosa ho fatto? Gli ho telefonato e gli ho detto “ti chiedo scusa, sono stato maleducato”.

Facendo questo ho conquistato un’anima, se non lo avessi fatto (e avevo mille ragioni per non farlo) l’avrei persa. Questo è un piccolo esempio di come nella vita familiare la capacità di perdonare è fondamentale, oggi. La misericordia e il perdono ci spalancano le porte dei cuori. Sono quei tratti di santità che hanno una valore sociale e familiare incredibili. Sono quelle che Gesù ci dice: “siate misericordiosi come il Padre Celeste”, “nella misura in cui giudicate sarete giudicati”, “perdonate e vi sarà perdonato”, “date e vi sarà dato”.

di padre Livio Fanzaga – Radio Maria
Per approfondire  2e2mot5 dans Diego Manetti La misericordia e il perdono

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Bisogno di misericordia

Posté par atempodiblog le 1 août 2015

Bisogno di misericordia
di don Federico Pichetto – Il Sussidiario

Bisogno di misericordia dans Articoli di Giornali e News 30m64hc

C’è un fatto di cronaca che, nel brusio delle mille emergenze estive, non è riuscito a far sentire a sufficienza la propria voce. Alcuni giorni fa – erano le 4.30 del mattino – sulla tangenziale di Napoli un uomo di 29 anni (un millenial!), in evidente stato di ebbrezza, ha deciso repentinamente di invertire la rotta del suo viaggio e di intraprendere, senza scrupoli, la tangenziale stessa in senso di marcia contrario. L’ora era davvero molto particolare e per 5 Km quest’uomo, che a bordo aveva anche la propria compagna di 22 anni, non ha incrociato nessuno fin tanto che un altro automobilista, appena svegliatosi per recarsi a lavoro, non ha percorso lo stesso tratto di strada in direzione corretta arrivando inevitabilmente a scontrarsi col ventinovenne ubriaco.

Immediata è partita la richiesta di soccorsi, ma proprio lì – in quel frangente fra la chiamata dei soccorsi e il loro arrivo – un uomo ignaro di tutto è passato accanto all’incidente ed è rimasto sgomento dallo spettacolo delle lamiere accartocciate. Ha constatato che per il povero automobilista sobrio non c’era più niente da fare e ha intercettato il braccio del conducente dell’altro mezzo che cercava di districarsi tra i rottami della tragedia. Accanto a lui i respiri ansimanti di una compagna che si sarebbe spenta in ospedale da lì a poco e il silenzio totale di una tangenziale fantasma in un’anonima alba di luglio. L’uomo ignaro non conosceva la dinamica dell’incidente e si è accostato al “pirata della strada” prendendogli la mano, consolandolo e facendogli forza fino all’arrivo dell’ambulanza.

Che strana questa vicenda! Pur essendo lucida e inequivocabile, è come se nascondesse dentro qualcosa di affascinante e di tremendo allo stesso tempo, ossia la pietà – la compassione – per il carnefice e la sua mostruosità. Nella società della colpa tutto questo è ovviamente impensabile e l’uomo ignaro è stato in poche ore ricoperto da insulti sul web, stigmatizzando una pietà non meritata e un dolore – che il primo soccorritore esprimeva – come un dolore inutile, sprecato.  Non è certamente mia intenzione, dunque, fare la morale su questo episodio, ma porre qualche riflessione sì.

La prima che mi viene in cuore è questa: ci rendiamo conto di quanto sia più facile guardare alle cose per quello che sono quando siamo disarmati e senza pregiudizi? Quell’uomo, il soccorritore, non sapeva niente e – proprio per questo – ha potuto trattare il carnefice da “uomo”. I gesti di carità, nella vita della Chiesa, sono nati in forma anonima proprio per questo: una carità è vera nella misura in cui è gratuita, nella misura in cui l’altro proprio non la merita. Fare la carità a chi la merita non è cristianesimo, è un’ultima forma di filantropia. 

Quanta ribellione sento poter crescere in chi legge queste affermazioni: mi rendo conto che tanti pensano all’assassino dei propri figli, a chi perseguita i cristiani nel mondo, agli irresponsabili che con i loro gesti hanno fatto male alla vita propria e di chi li circondava. Ma la carità, la misericordia, è anzitutto per loro. Il primo perdonato è il buon ladrone che – per inciso – non era crocifisso perché aveva rubato delle pere al mercato, ma quasi certamente per fatti di sangue. Eppure egli per noi è buono. La sua bontà non si è manifestata tanto nel non fare il male, ma nel lasciarsi guardare dal Bene, da Colui che è il Bene.

Il Cristo sulla croce non ha formulato un codice etico esclusivo, ma ha guardato all’altro – perfino al ladrone – come ad un povero. Io sono fermamente convinto che questa nostra resa – parlo di molti cristiani in occidente – alla mentalità capitalista abbia regalato al marxismo in tutte le sue salse la parola “povero”. Mentre la povertà è qualcosa che è entrata nella storia come “sorella” solo con il Cristianesimo. Noi siamo un popolo di poveri, un popolo di salvati. E non possiamo non essere pieni, nei nostri occhi, di quella tenerezza che ci ha tratto fuori dal nulla.

Chi si lascia prendere dalla foga della giustizia spesso non cerca di restituire a ciascuno le sue responsabilità, ma solo di rintracciare un colpevole, qualcuno da biasimare e da odiare. Nel volto dell’altro, diciamocelo, noi non vediamo anzitutto il volto del povero, ma l’incarnazione della parte più meschina di noi condannando la quale crediamo di poter facilmente condannare e chiudere i conti con noi stessi.

Puniamo nostra moglie, ma forse puniamo noi, puniamo i nostri figli, ma forse puniamo il nostro Io, puniamo il mondo, ma forse puniamo il nostro male, quello che abbiamo terribilmente paura di fare e di essere. Per questo il perdono fa bene: perché riporta l’altro a quello che è, ossia il riflesso di un bene promesso, una parte di me nuovamente amabile.

Noi, pertanto, non abbiamo bisogno di vendetta o di vittoria, noi abbiamo bisogno di lacrime, abbiamo bisogno di misericordia. Per questo vorrei finire spingendomi ancora un po’ oltre e chiedermi chi può restituire uno sguardo del genere alla nostra vita. Forse ci costa ammetterlo, ma solo il divino può salvare l’umano, solo la Presenza del divino cambia, trasforma, perdona. Non sono le nostre idee sulla Chiesa, sul Papa, sulla società, sulla politica, sull’amore o sul lavoro a salvare quello che sta avvenendo. Non è l’esibizione scomposta di una lezione morale che salva il nostro matrimonio, che salva i nostri figli, che salva noi stessi dal mostro che siamo. E’ un Altro. E’ il primo soccorritore che passa quando ancora non è arrivata nessuna ambulanza e – senza indagare troppo – ci prende la mano e ci perdona.

Senza la chiarezza di questo bisogno continueremo a giustificare le decisioni già prese con discorsi fondati su parole in definitiva mai vissute. In fin dei conti noi pensiamo di non aver bisogno di nessuno per guardare nostra figlia, per ascoltare nostro marito o per sopportare il nostro collega molesto. Noi sappiamo già come lui dovrebbe essere e abbiamo fior di teorie pronte a spiegare la bontà del nostro giudizio, la sua stessa ortodossia ed evidenza. Rimane il fatto, però, che lui, che lei, c’è, ci sono. E quel braccio che penzola fuori dalle lamiere all’alba di una mattina di luglio rischia di trovarci pieni di giusti giudizi, ma poveri di vera compassione. Lasciandoci soli nel nostro splendido fortino. Capaci di tutto, ma incapaci di piangere per il povero che vive dentro di noi.

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SENTENZA SARAH SCAZZI/ Sabrina, Cosima e la pietà dell’Innominato che non c’è

Posté par atempodiblog le 1 août 2015

SENTENZA SARAH SCAZZI/ Sabrina, Cosima e la pietà dell’Innominato che non c’è
di Monica Mondo – Il Sussidiario

SENTENZA SARAH SCAZZI/ Sabrina, Cosima e la pietà dell’Innominato che non c’è dans Articoli di Giornali e News n1tn5u

Del delitto di Avetrana, si attendeva la sentenza con malsana ansietà, in un tempo in cui le notizie più gravi non smuovono alcuna attenzione. C’è da riflettere, sulla passione morbosa con cui il pubblico, da sempre, segue le efferatezze della cronaca nera, inscenando discussioni con gli amici, i colleghi, occupando le telefonate con la suocera, per non dire dei talk show serali. D’estate, poi, col caldo il cervello fuma, e non c’è massacro a Kobane o sequestro di cristiani che turbi la stanca resa all’afa. Ma il sangue dietro l’angolo, quello ridesta, spinge agli straordinari in tv e perfino le edicole morenti si rivitalizzano per un po’. E si vogliono sapere tutti i particolari, i dettagli più macabri, si scava nelle esistenze dei presunti assassini, si attendono i processi non, come si dovrebbe, con mestizia, ragionando sul male degli uomini, ma tifando per la sentenza, quasi sempre la più dura. Meglio ancora se i delitti si tingono un po’ di rosa, e c’è di mezzo un tradimento o un segreto amoroso.

Meglio se c’è un’innocente che muova la commozione più superficiale, che un “povero angelo!” non si nega a nessuno. E’ lo stesso pubblico che di solito se ne infischia di testimoniare, di svolgere un dovere civile, di mostrare almeno indignazione davanti alle ingiustizie di diverso tipo. Lo stesso pubblico che, appartato nelle riposte stanze di casa, ha fatto spallucce e pensato a proteggere, coprire, giustificare i criminali, per non aver guai, per non crearsi nemici, perché nulla cambi. E’ accaduto così anche nel delitto Scazzi. La cosa forse più incredibile e passata in sordina è la quantità di dichiarazioni false e inattendibili di molti interpellati a deporre. Un paese chiuso, per una famiglia chiusa, impenetrabile, nei suoi recessi di follia. Come in una novella di Verga, quelle più truci, quelle di una realtà di lupi e sepolti in miniera, con le bestie. Come in una tragedia antica, dove almeno c’era la nobiltà di esagerare gli eventi a scopo catartico. Avetrana è un nome che d’ora in poi alimenterà sospetti e inquietudine, toccherà aggirarsi guardinghi, diffidare di ogni sguardo o sorriso, e spiace per le persone perbene.

Due donne sono in carcere, da anni. Con l’ergastolo davanti, poca roba. Sono madre e figlia, l’assassinata è la loro nipote. Perché? Non s’è mai capito davvero, ed è impossibile forse capirlo. Nessuna possibile causa appare lontanamente plausibile. Gelosia tra due ragazzine? Maddai. La follia, soltanto quella. Eppure per follia non si pianifica ogni cosa, la trappola, la cintura intorno al collo, l’amica in attesa deviata col cellulare, il coinvolgimento del cane guardiano, papà Michele, che obbedisca ancora un volta, e trovi il modo di sbarazzarsi del corpo. Col fratello, pure. E magari si accusi, tanto la sua vita peggio di così. E poi le menzogne, le recite a favor di telecamera, di una ragazza solo un po’ grassoccia e a disagio con quel piercing al naso, ma come tante, come quelle che escono coi nostri figli. Da che mondo ancestrale proviene, su cosa e da chi s’è formata, quali sogni, desideri, futuro, sentimenti covava, se non quelli della vipera, della fiera troppo stupida per non sapere che il male non si può nascondere, viene a galla come i cadaveri gonfi e orrendi dai pozzi.

Piangeva, piange, Sabrina. Prega la madre, invoca i santi (di quale pantheon di divinità feroci?) che consolino questa messa in croce che grida vendetta, come fa ogni buona donna di mafia. Che donne sono, queste due donne, in cui misericordia e amorevolezza, tenerezza sono bandite, per farle dure come scorza e aspre come l’aceto. La corte d’appello, dopo tre giorni di camera di consiglio, ha confermato per entrambe l’ergastolo. C’erano ben sedici giudici popolai, costretti a vedere immagini incancellabili, ad ascoltare oscene scusanti, a pensare ogni attimo agli occhi e ai sogni di quella ragazzina bionda, uccisa da mani che credeva amiche.

Hanno deciso, anche senza prove plateali, arma del delitto, confessioni, eccetera. Si è detto sempre che si trattava di un processo indiziario. Epperò quando gli indizi sono tanti, si sommano, e fanno una prova. Ergastolo, ovvero una vita perduta, distrutta, finita, parrebbe, e allora sarebbe giusta e migliore la fine, per mano propria o di stato. Invece tocca credere che anche quelle due vite disgraziate hanno un senso, perché sono state volute, perché possono fare della loro rovina la salvezza, per se stesse e per gli altri. Possono trasformare le loro mani omicide in mani pronte a curare, sanare, accarezzare, perdonare, anzitutto la propria colpa.

Sì, viene in mente l’Innominato. S’è trovato di fronte un animo grande, che ha avuto pietà anche della sua nefandezza. E’ questa pietà che dobbiamo covare in noi, anche per gli assassini, perché il nostro sistema di detenzione, il nostro modo di guardarli non sia mai privo di speranza e possibilità di perdono. E’ troppo facile sibilare disprezzo, odio, e augurare la morte. Le bestie, fanno così, e non hanno ragione. Cosima e Sabrina, hanno fatto così. Lo sgomento, invece. Che porti a pregare, a osare chiedere la redenzione. O il male ci farà prede, e non avremo più voglia di guardare al domani.

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Una nazione che ha dimenticato la buona notizia
di Angela Pellicciari – Il Tempo

[...] Siamo diventati una nazione senza Dio. Una nazione che ha dimenticato la buona notizia: Gesù è venuto per salvare i peccatori. Cioè noi. La patria del cattolicesimo ha compiuto un’apostasia di massa e non sa nemmeno più cosa sia il peccato. Abbiamo scordato che il peccato ci toglie la vita perché ci separa da Dio autore della vita. E così un prete, durante l’omelia al funerale della ragazza assassinata, può augurarsi che “le bestie” che hanno compiuto un simile misfatto non facciano parte della comunità dei fedeli locali. Ma come? La buona notizia è che Gesù è venuto per quelle bestie. Perché quelle bestie possano cambiare vita e smettere di essere tali.

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Il Papa dai valdesi: «Perdonateci per come vi abbiamo trattato»

Posté par atempodiblog le 23 juin 2015

Il Papa dai valdesi: «Perdonateci per come vi abbiamo trattato»
Nella seconda e ultima giornata di visita torinese, l’incontro storico di Francesco – il primo Pontefice – nella chiesa evangelica metodista: «Scusateci per gli atteggiamenti non cristiani, non umani, contro di voi. Camminiamo insieme»
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

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L’appuntamento era già storico di per sé: per la prima volta un papa in un tempio valdese. Lo è diventato ancora di più dopo le parole dello stesso Francesco agli evangelici metodisti piemontesi: «Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Una richiesta diventata subito una tappa fondamentale nel percorso ecumenico intrapreso fortemente da Jorge Mario Bergoglio.

Questa mattina il Pontefice, nella sua seconda e ultima giornata di visita a Torino, ha lasciato l’arcivescovado e si è trasferito in auto al tempio valdese. All’ingresso è stato accolto dal moderatore della Tavola valdese, il pastore Eugenio Bernardini, dal presidente del concistoro della Chiesa evangelica valdese di Torino, Sergio Velluto, e dal titolare della Chiesa evangelica valdese di Torino, il pastore Paolo Ribet.

Dopo gli interventi iniziali di Ribet e Bernardini, il Papa ha esordito dicendo che «con grande gioia mi trovo oggi tra voi. La cordiale accoglienza che oggi mi riservate mi fa pensare agli incontri con gli amici della Chiesa Evangelica Valdese del Rio della Plata, di cui ho potuto apprezzare la spiritualità e la fede, e imparare tante cose buone». Poi, il Pontefice è entrato nel vivo del tema dell’incontro, sottolineando che «uno dei principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome»; e questo legame «non è basato su criteri semplicemente umani, ma sulla radicale condivisione dell’esperienza fondante della vita cristiana: l’incontro con l’amore di Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo e l’azione trasformante dello Spirito Santo che ci assiste nel cammino della vita». Riscoprire «tale fraternità ci consente di cogliere il profondo legame che già ci unisce, malgrado le nostre differenze».

Francesco riconosce che è «una comunione ancora in cammino – l’unità si fa in cammino», ma che, con la preghiera, con la continua conversione personale e comunitaria e con l’aiuto dei teologi, noi speriamo, fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, possa diventare piena e visibile comunione nella verità e nella carità».

Il Pontefice argentino ha precisato: «L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura – ha ricordato – all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti».

Ecco poi il passaggio sul «nervo scoperto»: «Purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!».

Dopo la richiesta di perdono per il passato, uno sguardo ottimista e speranzoso sul presente e sul futuro: Francesco esprime gratitudine «al Signore nel constatare che le relazioni tra cattolici e valdesi oggi sono sempre più fondate sul mutuo rispetto e sulla carità fraterna. Non sono poche le occasioni che hanno contribuito a rendere più saldi tali rapporti. Penso, solo per citare alcuni esempi, alla collaborazione per la pubblicazione in italiano di una traduzione interconfessionale della Bibbia, alle intese pastorali per la celebrazione del matrimonio e, più recentemente, alla redazione di un appello congiunto contro la violenza alle donne»; e poi un riferimento piemontese: «Tra i molti contatti cordiali in diversi contesti locali, dove si condividono la preghiera e lo studio delle Scritture, vorrei ricordare lo scambio ecumenico di doni compiuto, in occasione della Pasqua, a Pinerolo, dalla Chiesa valdese di Pinerolo e dalla Diocesi. La Chiesa valdese ha offerto ai cattolici il vino per la celebrazione della Veglia di Pasqua e la Diocesi cattolica ha offerto ai fratelli valdesi il pane per la Santa Cena della Domenica di Pasqua. Si tratta di un gesto che va ben oltre la semplice cortesia e che fa pregustare, per certi versi, l’unità della mensa eucaristica alla quale aneliamo».

Per il Papa questi passi consistono in un incoraggiamento «a continuare a camminare insieme». Bergoglio ha proposta in particolare: «Un ambito nel quale si aprono ampie possibilità di collaborazione tra valdesi e cattolici è quello dell’evangelizzazione. Consapevoli che il Signore ci ha preceduti e sempre ci precede nell’amore, andiamo insieme incontro agli uomini e alle donne di oggi, che a volte sembrano così distratti e indifferenti, per trasmettere loro il cuore del Vangelo ossia «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (esortazione apostolica Evangelii gaudium, 36).

E ancora: «Un altro ambito in cui possiamo lavorare sempre di più uniti è quello del servizio all’umanità che soffre, ai poveri, agli ammalati, ai migranti»; perché «dall’opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi deriva l’esigenza di testimoniare il volto misericordioso di Dio che si prende cura di tutti e, in particolare, di chi si trova nel bisogno. La scelta dei poveri, degli ultimi, di coloro che la società esclude, ci avvicina al cuore stesso di Dio, che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà, e, di conseguenza, ci avvicina di più gli uni agli altri».

Il Papa poi ha invocato che le differenze su «importanti questioni antropologiche ed etiche, che continuano a esistere tra cattolici e valdesi, non ci impediscano di trovare forme di collaborazione in questi e altri campi. Se camminiamo insieme, il Signore ci aiuta a vivere quella comunione che precede ogni contrasto».

Infine, un altro ringraziamento «per questo incontro, che vorrei ci confermasse in un nuovo modo di essere gli uni con gli altri: guardando prima di tutto la grandezza della nostra fede comune e della nostra vita in Cristo e nello Spirito Santo, e, soltanto dopo, le divergenze che ancora sussistono. Vi assicuro del mio ricordo nella preghiera e vi chiedo per favore di pregare per me, ne ho bisogno».

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